Ucraina, il delirante calcolo energetico sul gas di scisto

William Engdahl New Oriental Outlook 19/03/2014cia-mapgimpUna delle storie sentite in questi giorni è la lotta in Ucraina per i suoi enormi giacimenti di gas e petrolio di scisto. I principali funzionari del governo ucraino, anche sotto la sfortunata presidenza Janukovich, si sono convinti che una pentola d’oro si trovi nelle loro rocce di scisto. Hanno collaborato con i giganti del petrolio statunitensi ed inglesi per sfruttare le enormi riserve di gas di scisto non convenzionale e petrolio di scisto nelle formazioni rocciose nell’oriente del Paese. La compagnia anglo-olandese Shell insieme con la Chevron USA avevano già firmato contratti per sviluppare le potenzialità dello scisto dell’Ucraina. C’è un problema che gli ingenui ucraini non hanno ancora scoperto: la “rivoluzione dello shale” degli Stati Uniti è una montatura di Wall Street.  Una ragione per cui alcuni in Ucraina siano così pronti a gettare ogni prudenza e rompere con la Russia è il fatto che nel gennaio 2013, il gigante energetico Shell aveva firmato un contratto con il governo ucraino per sfruttare il gas di scisto ucraino. Attualmente l’Ucraina deve importare circa il 65% del gas naturale che consuma dalla Russia. Secondo il ministro dell’Energia ucraino Edvard Stavitskij, al momento della firma del contratto, l’anno scorso, la Shell disse agli ucraini che “10 miliardi di dollari sarebbero stati investiti se la geologia soddisfa le aspettative“. I diritti della Shell riguardano il campo di Juzivska, nella parte orientale del Paese, proprio dove esiste il più forte sentimento pro-Russia. Poco dopo la Shell, il colosso energetico statunitense Chevron, l’ex-società di Condi Rice, entrava nella mischia nel novembre 2013, proprio quando le proteste antigovernative di piazza Maidan cominciavano. Il governo Janukovich ha firmato un accordo di produzione con la Chevron Corp. per l’estrazione del gas di scisto, ed era in trattative anche con il gruppo Exxon Mobil per la stessa operazione. Le aziende hanno suggerito che l’Ucraina potrebbe produrre abbastanza gas di scisto dai propri giacimenti da coprire oltre il 50% del gas naturale consumato  nazionalmente dall’Ucraina. Una stima del dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, difficilmente una fonte imparziale in questi giorni, ha suggerito che l’Ucraina potrebbe avere più di 40 miliardi di metri cubi di gas di scisto recuperabile, abbastanza per soddisfare decenni di domanda. Il problema è che nessuno lo sa. Anche lasciando da parte gli enormi problemi dell’inquinamento delle falde acquifere con la tecnologia del “fracking“, ovvero la possibilità che la perforazione del scisto provochi terremoti, il sogno del gas di scisto dell’Ucraina è pronto a diventare un incubo.

Le aziende si sbarazzano del gas di scisto negli USA
C’è solo una cosa sbagliata nella prospettiva ucraina della rivoluzione energetica basata sul gas di scisto. Si tratta di menzogne e falsità delle major petrolifere e dei governi di Regno Unito e Stati Uniti. La rivoluzione del gas di scisto negli Stati Uniti è finita a soli pochi anni dall’inizio. La Shell ha appena annunciato una forte riduzione della sua esposizione nello sfruttamento del gas di scisto negli Stati Uniti. La Shell vende i suoi contratti di locazione di circa 700.000 ettari di terre nelle principali aree del gas di scisto di Texas, Pennsylvania, Colorado e Kansas, e dice che dovrà  sbarazzarsene di altre per tamponare le perdite. Il CEO di Shell, Ben van Beurden ha dichiarato: “La gestione finanziaria non è francamente accettabile… alcune delle nostre puntate esplorative non hanno semplicemente funzionato“. Era un eufemismo. Il problema con il gas di scisto non convenzionale è che non si comporta affatto come i normali giacimenti di gas. S’impoverisce rapidissimamente, dopo un picco di uscita iniziale, invece che lentamente nel corso degli anni. Il trucco è uscirsene prima che la bolla scoppi. Ma giganti come Shell e BP vi sono cascati e ora cercano evidentemente di attirare gli ignari ucraini nella trappola del scisto. Possiamo solo sospettare che il lungo braccio del dipartimento di Stato, Victoria Nuland, stimoli l’inferno. Chevron e le altre major petrolifere hanno notevolmente alimentato le illusioni ucraine sull’indipendenza energetica dalla Russia attraverso lo sfruttamento del gas di scisto.
In una recente analisi dei risultati effettivi di diversi anni di estrazione di gas di scisto negli Stati Uniti, così come dell’assai costoso petrolio delle Athabasca Tar Sands canadesi, l’analista  petrolifero David Hughes ha osservato che “la produzione di gas di scisto è cresciuta in modo esplosivo arrivando quasi al 40 per cento della produzione di gas naturale degli Stati Uniti. Tuttavia, la produzione è stazionaria dal dicembre 2011; l’ottanta per cento della produzione di gas di scisto proviene da cinque giochi, molti dei quali in declino. I tassi molto elevati del declino dei pozzi di gas di scisto richiedono input continui di capitale, stimati in 42 miliardi dollari all’anno per perforare oltre 7000 pozzi, al fine di mantenere la produzione. In confronto, il valore del gas di scisto prodotto nel 2012 è stato di appena 32,5 miliardi di dollari“. Poiché il gas si esaurisce così rapidamente, una società è costretta ad investire nella perforazione di sempre più pozzi solo per stabilizzare la produzione di gas, come la tigre che si morde la coda intorno all’albero. In breve, il gas di scisto è un miraggio evanescente.

Altre opzioni per l’Ucraina?
Un’altra opzione del gas non russo sbandierata da ignoranti riguardo giacimenti di gas ed energia, è l’idea d’importare gas naturale liquefatto (GNL) dal saturo mercato del gas statunitense. L’ex-viceprimo ministro ucraino Jurij Bojko sembra avere tale illusione. In una recente intervista con un giornalista degli Stati Uniti, Bojko ha dichiarato, “Abbiamo bisogno di sostegno negli sforzi per navi metaniere per l’Ucraina. Già dei tentativi erano già in corso per stabilire un terminale off-shore galleggiante di fabbricazione statunitense che dovrebbe ricevere i carichi. Il GNL che arriva via mare in Ucraina su navi battenti bandiera statunitense, sarebbe un modo potente e importante di sostenere l’Ucraina… gli USA potrebbero esportare gas in Europa per compensare l’influenza russa“. Il problema è che il rigido inverno statunitense ha consumato gran parte del surplus di gas degli Stati Uniti. Il secondo problema è che aziende come Shell, BP e altre major chiudono la loro inutile produzione di gas di scisto negli Stati Uniti. Un terzo problema è che la legge degli Stati Uniti risalente alle crisi energetiche degli anni ’70, impone che gli Stati Uniti producano petrolio e gas da consumare negli Stati Uniti, per ridurre la dipendenza dalle importazioni. Naturalmente, il Congresso potrebbe abrogare tale legge, anche se non ci sono indicazioni in tal senso. Il problema resta il fatto che il boom del gas di scisto statunitense sta per finire. Se l’Ucraina si rende dipendente dal gas di scisto degli USA e taglia la sua ancora di salvezza del gas russo, sarebbe peggio che darsi  la zappa sui piedi. La politica energetica dell’Ucraina su un unico livello, è al centro della mossa geopolitica ucraina di Washington. Il problema per l’Ucraina è che Washington attira l’Ucraina con false speranze sui giacimenti di gas di scisto nazionali o con importazioni statunitensi per sostituire il 65% di gas naturale vitale importato dalla Russia.

F. William Engdahl è consulente sui rischi strategici e docente, laureato in politica alla Princeton University è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La situazione in Libia: ambizioni militari e racket del petrolio

120912_Libya1Il 1 febbraio 2014, il quotidiano francese Le Figaro sosteneva che membri della forza d’élite statunitense Delta Force, operassero assieme a forze del CNT nel sud della Libia. Citando “una fonte diplomatica a Tunisi“, Le Figaro affermava che le forze statunitensi erano di stanza in una base segreta nel governatorato di Tatawin, nel sud della Tunisia, presso il confine libico. Ma se il governo tunisino negava ciò, altre fonti d’informazione rivelarono la presenza di agenti della CIA e militari dell’Africom in quattro basi tunisine: due nel sud del Paese a Bin Qirdan Madanin e a Djerjis, per controllare le coste tunisine nei pressi del confine libico, e due nelle montagne Shanbi, al confine con l’Algeria, dove ufficiali statunitensi disponevano di sistemi di rilevazione e sorveglianza satellitare. I militari statunitensi collaborano da mesi con i vertici dell’esercito tunisino nel creare una base militare tunisino-statunitense per sorvegliare i movimenti da e per la Tunisia. Hosin al-Qafi, ex-funzionario del ministero degli Interni tunisino, affermò che “Vi sono 12 campi di addestramento jihadisti in territorio tunisino, e i funzionari degli Interni lo sanno. Una volta addestrati, i jihadisti vengono inviati nel Sahara algerino, in Mali e Siria”. Al-Qafi aggiunse: “Se c’è un’esplosione in un luogo pubblico, hotel, centro commerciale, si deve sapere che sono le forze speciali tunisine che l’hanno pianificato, cercando di aggravare la situazione per ingannare il popolo tunisino e dargli l’impressione che il terrorismo si diffonda in Tunisia e che al-Qaida attacchi la società civile. L’obiettivo è preparare il terreno all’intervento dei marines degli Stati Uniti in Tunisia.” Intanto il presidente ciadiano Idris Deby prorogava la presenza della base militare di Parigi, permettendo ai francesi di rafforzare la loro presenza militare nel nord del Ciad, ampliando la base militare di Faya e creandone una nuova a Zuar, per sorvegliare il sud della Libia. Ed infatti, il 21 febbraio 2014, un aereo-ospedale militare Antonov An-26 diretto verso l’aeroporto di Tunisi-Cartagine si schiantava nel governatorato tunisino di Nabul. A bordo c’erano sette passeggeri e quattro membri d’equipaggio, tutti rimasti uccisi. I sette passeggeri erano membri di al-Qaida e di Ansar al-Sharia, che dovevano essere curati negli ospedali della capitale tunisina. Tra di loro vi era Muftah Dhauadi. Originario di Sabratha, Dhauadi era l’emiro e fondatore di Ansar al-Sharia e del Gruppo armato islamico combattente libico (LIFG). Muftah Dhauadi era noto nell’ambito di al-Qaida come Abu Abd al-Ghafar. Dopo l’invasione della Libia nel 2011, divenne il capo del consiglio militare di Sabratha. Inoltre, a bordo dell’aereo vi erano quattro importanti capi di al-Qaida, che il Qatar, con la complicità dei fratelli mussulmani tunisini di al-Nahda, cerca di insediare in Tunisia. I quattro islamisti erano Ali Nur al-Din al-Sid, Abdelhaqim al-Sid, Walid Salah al-Sid e Tahar Abdelmula al-Sharif. Se “lo schianto del velivolo può essere un incidente, riesce gradito in certi Stati occidentali. La scomparsa di mercenari, testimoni scomodi, è un loro obiettivo strategico”. Intanto, la presenza della Resistenza Verde si consolidava nelle seguenti città e cittadine: Sabha, al-Gilat, Ghat, Ragdalin, Tobruq, Im Sat, al-Qubah, Timimi, al-Bayda, Fatahya, al-Murj, Tulmina, Dersia, Ribyana, al-Ragurya, Persis, al-Abyar, Sluq, Jadabya, Jawat, al-Mitanya, al-Alziziyah, Guminis, al-Briga, Ras Lanuf, Soluq, Gardina, Ubari, Tarhuna, Bani Walid, Warshala, al-Asadia, Abu Salim, Gadamis, mentre scontri tra milizie e elementi “verdi” si registrarono a Tripoli, Misurata, Benghazi; Sabha e Qufra erano sotto il controllo della Resistenza.
Stati Uniti e Gran Bretagna presiedono alla ricostruzione delle forze armate della Libia. A gennaio, la Defense Security Cooperation Agency degli Stati Uniti annunciava di aver notificato al Congresso USA di aver approvato vendite militari alla Libia per diversi milioni di dollari e l’avvio dell’addestramento di 6000-8000 soldati. “L’addestramento comprende fino ad otto anni di addestramento, sostentamento e miglioramento delle infrastrutture ed attrezzature, tra cui 637 carabine M4A4 e munizioni per armi leggere, servizi di supporto logistico ed organizzativo, abbigliamento e attrezzature individuali, e altri elementi logistici legati al programma“. Nel frattempo, 340 reclute libiche erano giunte in Italia presso la base militare italiana di Cassino. L’Italia addestrerà 5200 soldati libici in due anni. Tripoli ha versato alla Gran Bretagna 2,5 milioni dollari per riaprire la vecchia base militare di Bassingbourn, nell’Inghilterra orientale, per addestrare un altro contingente. La Libia, impegnata nella ricostruzione delle forze armate (Comitato Supremo di Sicurezza), dovrebbe arruolare 40000–55000 uomini. Si parla anche dell’acquisizione di vari sistemi d’arma. Oltre a Italia, Gran Bretagna e Francia, anche la Turchia nel 2013 ha addestrato 1000 soldati libici presso la scuola di fanteria di Egirdir, e nel 2014 è previsto l’arrivo di 2000 effettivi, oltre ad 800 agenti di polizia. Come visto, 6/7000 soldati libici saranno addestrati dagli statunitensi nell’arco di 8 anni presso due basi bulgare, tra cui quella di Novo Selo. I corsi riguardano l’addestramento della fanteria e di un nucleo antiterrorismo. Infine, altre reclute si addestrano in Giordania, ma probabilmente si tratta una copertura per ospitare e armare terroristi libici da infiltrare in Siria. Il CNT ha richiesto 287 fuoristrada Humvee statunitensi, di cui 54 già consegnati, oltre a 20 autoblindo FIAT Puma regalati da Roma (e ‘requisite’ dalla milizia di Zintan) e a 49 NIMR-II ottenuti dagli EAU, usati nelle zone di confine e per sorvegliare gli edifici governativi. La Libia avrebbe anche ricevuto 10 sistemi missilistici anticarro Khrizantema-S. L’unico battaglione corazzato attivo, il 204.to, raccoglie i veicoli da combattimento ancora efficienti già impiegati dalla Jamahiriya. La marina del CNT è costituita dalla fregata al-Hani e dalle navi da sbarco Ibn Harisa e Ibn Uf, che sono in cantiere per lavori di manutenzione assieme a 2 motovedette classe Bigliani, in riparazione a Napoli. Ad esse si aggiungerebbe la motomissilistica Shafaq. Nel 2013 la Marina libica ha ricevuto i primi 30 di 50 gommoni 1200UM ordinati alla francese Sillinger, che saranno schierati nelle basi navali di Ras Agadir e Bardia. A ciò si aggiunge l’ordinativo per due battelli, Janzur e Aqrama, all’azienda francese Raidco che si occuperà anche dell’addestramento di 32 marinai libici a Lorient. Infine l’aeronautica del CNT consiste in pochissimi velivoli ereditati dalla Jamahiriya. Il Capo di Stato Maggiore del CNT, generale Gerushi, aveva avanzato un programma che prevedeva l’acquisizione di 14/16 caccia Dassault Rafale per costituire le squadriglie schierate nelle basi di Gordabaya e Watya, nel Fezzan, e 7/9 caccia EFA Typhoon da schierare a Tobruq e Bengasi-Benina. Il CNT avrebbe anche richiesto l’acquisto negli USA di due aerei cargo C-130J-30 Super Hercules e di sei elicotteri da trasporto CH-47D Chinook. Secondo la pubblicazione statunitense Defense News, il colonnello Ibrahim al-Fortya, addetto militare libico a Washington, aveva dichiarato alla Camera di Commercio Americana: “Ci piacerebbe dare priorità alle aziende statunitensi“.
Reuters_VP-lybia(1)Nel frattempo, il 14 febbraio 2014, con un discorso di 11 minuti trasmesso dalla televisione di Stato libica, il generale Qalifa Belqasim Haftar affermava di aver preso il controllo delle istituzioni e di sospendere il governo e il parlamento, “il comando nazionale dell’esercito libico si muove per impostare la nuova tabella di marcia verso la democrazia per salvare il Paese dalla sciagura. Terremo incontri con partiti e gruppi di potere per testare la condivisone di questa marcia”. Da parte sua, il primo ministro Ali Zaydan dichiarava alla TV saudita al-Arabiya di aver licenziato il generale Haftar e di mantenere l’esercizio delle sue funzioni. Il generale Haftar aveva detto di non voler imporre il potere militare, ma di agire nell’interesse nazionale per porre fine al regno delle milizie, annunciando una consultazione con le principali forze politiche allo scopo di nominare un presidente e un governo civile ad interim. La settimana precedente, sebbene il Parlamento avesse esaurito il proprio mandato, decideva unilateralmente di prolungare la propria attività fino ad agosto per poter stendere la nuova Costituzione. Probabilmente, in tale quadro, il generale Haftar interveniva su richiesta di Washington, mentre da oltre un mese le forze nazionaliste occupano diverse città nel sud del Paese. Ex-generale della Jamahiriya Araba di Libia, nel 1987 durante la guerra in Ciad Qalifa Haftar subì una pesante sconfitta e disertò. Fuggì negli Stati Uniti e fu addestrato dalla CIA. Creò l’Esercito di liberazione della Libia nell’ambito del Fronte nazionale per la salvezza della Libia, ma non riuscì a rovesciare Muammar Gheddafi. Con i suoi uomini, per lo più della sua tribù Farjani, combatté come mercenario di Washington nella Repubblica democratica del Congo. Portato a Bengasi dalla NATO, nel marzo 2011, divenne il numero due delle “forze ribelli” e loro capo dopo l’assassinio del generale Fatah al-Yunis per mano di al-Qaida. Dopo la vittoria della NATO, fu imposto quale Capo di stato maggiore dell’esercito libico. Anche Ali Zaydan è un ex-diplomatico libico che nel 1980 disertò passando agli oppositori libici rifugiatisi in occidente.
Il 18 febbraio 2014, il Consiglio generale nazionale della Libia raggiunse un accordo per indire le “elezioni anticipate”. Al Congresso Nazionale Generale (GNC), il primo partito era il Partito della Giustizia e Costruzione (PGC), ala politica dei Fratelli musulmani sostenuta da Qatar e Turchia, e il primo partito d’opposizione era l’Alleanza delle Forze Nazionali (NFA) liberale. I 200 membri del Congresso furono eletti nel luglio 2012, che dovevano entro 18 mesi guidare la transizione del Paese. Ma il 7 febbraio decisero di prorogare il loro mandato fino al dicembre 2014, suscitando una crescente opposizione popolare. Il 14 febbraio migliaia di libici protestarono contro l’estensione del mandato chiedendo nuove elezioni. Quindi il Consiglio decideva la nomina di un organo costituzionale per adottare una nuova costituzione entro quattro mesi dalla nomina, altrimenti si sarebbero indette le nuove elezioni, per formare organi legislativi transitori per altri 18 mesi.
Il 3 marzo 2014, i parlamentari della Libia si trasferivano nell’albergo Waddan, il giorno dopo che rivoltosi armati avevano assaltato il parlamento, incendiandolo, uccidendo una guardia e ferendone sei deputati. I manifestanti volevano che il Parlamento si sciogliesse immediatamente dopo la fine del mandato, scaduto a gennaio. L’assalto al parlamento avveniva mentre assassini e attacchi contro migranti cristiani e milizie filo-governative aumentavano in Cirenaica. L’ultimo assassinio fu quello di un ingegnere francese che lavorava presso un centro medico attivo a Bengasi dal 2009. A gennaio sette egiziani cristiani copti erano stati rapiti dalle loro case, ed uccisi con un colpo alla testa e al torace.
L’8 e 9 marzo i separatisti libici iniziarono caricare greggio su una petroliera saudita, ignorando le minacce del CNT di Tripoli. I separatisti controllano i terminali petroliferi della Libia orientale su richiesta delle regioni autonome orientali. L’8 marzo la nave cisterna battente bandiera panamense Morning Glory, ma di proprietà di una società saudita, ormeggiava al terminal di al-Sidra, il primo ministro Ali Zaydan aveva ordinato di non far imbarcare il greggio altrimenti la petroliera sarebbe stata bombardata, mentre il ministro del petrolio, Omar Shaqmaq, accusava i separatisti di “pirateria”. Il 9 marzo, il ministro della Cultura Amin al-Habib disse che navi della marina libica erano state dispiegate in mare per fermare la petroliera. “La petroliera non deve lasciare il porto, o sarà trasformata in un mucchio di metallo“. Il ministero della Difesa aveva impostato l’azione militare, ordinando al comandanti di marina ed aeronautica “di colpire le petroliere che entrano nelle acque libiche senza il permesso delle autorità legittime“. Zaydan però riconobbe che l’esercito non era riuscito ad adempiere agli ordini, quando inviò dei rinforzi da Aghedabia, ad ovest di Bengasi, ad al-Sidra, che rimane in mano ai separatisti della Cirenaica. A gennaio, la marina libica aveva sparato contro una petroliera battente bandiera maltese mentre cercava di caricare greggio sempre ad al-Sidra. Il portavoce della National Oil Corporation, Muhammad al-Harayri, ha detto che la Morning Glory era “ancora nel porto e il caricamento è in corso“. La nave avrebbe dovuto imbarcare 350000 barili di greggio. Fonti militari avevano detto che vi era un piano per intercettare la petroliera prima che lasciasse le acque territoriali della Libia. Zaydan aveva detto che “Tutte le parti devono rispettare la sovranità libica. Se la nave non le rispetterà, sarà bombardata“, aggiungendo che le autorità avevano intimato al comandante della nave di lasciare le acque della Libia, ma che uomini armati a bordo gli impedivano di salpare. Un portavoce del governo della Cirenaica a est, ribadiva che le esportazioni di petrolio da al-Sidra erano comunque cominciate, “Non sfidiamo il governo o il congresso, ma insistiamo sui nostri diritti“, dichiarava Rabo al-Barasi, a capo dell’ufficio esecutivo della Cirenaica, formato nell’agosto 2013.

Alessandro Lattanzio, 10/3/2014

Fonti:
Allain Jules
Al-Wihda
CTV News
ChasVoice
Nsnbc
Nsnbc
RID
Tunisie-secret
SpaceWar
Voltairenet

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

Cina chiave dell’ottimismo dell’Africa… e del rinnovato militarismo occidentale

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation, 03/02/2014

africaChinaC’è un nuovo ottimismo in Africa sul futuro luminoso dello sviluppo del continente. E in questo futuro la Cina gioca un ruolo chiave nel portare capitali d’investimento, infrastrutture, tecnologia e know-how. La Cina letteralmente aiuta a costruire il futuro dell’Africa. Mekonnen, un 19.enne   ingegnere meccanico etiope ritorna dalla capitale, Addis Abeba, nella città natale di Shire, nella regione settentrionale. “Ho molto fiducia nell’Etiopia e nell’Africa, sulla via di un promettente sviluppo”, dice Mekonnen. È il primo membro della famiglia ad andare all’università, e seduto sul bus con il suo computer portatile e lo smartphone, Mekonnen cattura lo sguardo e lo spirito ottimista dell’Africa moderna. La strada per Shire, quasi 1100 chilometri attraverso gli altopiani dell’Etiopia, è stata recentemente completata da una società di costruzioni cinese. Simili reti stradali, costruite da ditte cinesi, s’irradiano dal Addis Abeba collegando villaggi, città, regioni periferiche e Paesi vicini dell’Africa orientale. Solo pochi anni fa questi luoghi remoti e il loro popolo erano isolati. La Cina fornisce all’Etiopia le connessioni nelle telecomunicazioni con  telefoni cellulari e internet praticamente ovunque. La copertura delle rete deve ancora migliorare, ma i grandi benefici allo sviluppo sociale sono già elevati. Servizi pubblici, imprese e commercio, istruzione e strutture sanitarie sono solo alcuni dei settori migliorati in questi ultimi anni, attraverso la diffusione delle telecomunicazioni moderne.
Storicamente, Addis Abeba è la capitale diplomatica dell’Africa, la città sede dell’Unione africana, l’organizzazione che rappresenta le oltre 50 nazioni del continente. L’anno scorso ha visto l’inaugurazione della nuova sede dell’UA, un edificio che sovrasta il centro di Addis. Il finanziamento e la costruzione del nuovo complesso dell’AU sono un regalo del governo cinese per celebrare il 50° anniversario della fondazione dell’organizzazione. Un simbolo che la dice lunga sul partenariato strategico crescente tra Cina e Africa. Un altro importante progetto cinese ad Addis è la costruzione di una rete ferroviaria per la città. Ci vorranno altri due anni per completarla, ma enormi vantaggi nel trasporto andranno ai sei milioni di abitanti della città. Un collegamento anche stradale è in corso, tra la capitale etiope e Gibuti, a nord-est. Quest’ultimo Paese è strategicamente situato sul Corno d’Africa all’ingresso del Mar Rosso sull’Oceano Indiano. Questo snodo commerciale promuoverà il grande sviluppo economico dell’Etiopia, in gran parte grazie al coinvolgimento della Cina. La storia della partnership di sviluppo dell’Etiopia con la Cina è tipico di ciò che accade nel continente. Negli ultimi tre anni, la Cina avrebbe stanziato 100 miliardi dollari di investimenti in quasi ogni Paese africano. Le attività investite comprendono industrie del petrolio e del gas, infrastrutture civili come università, ospedali e trasporti, nonché una vasta gamma di attività minerarie. La famosa ricchezza mineraria dell’Africa è ciò che in gran parte spinse i colonizzatori europei al famigerato assalto all’Africa di oltre un secolo fa. Nonostante i decenni di sfruttamento rapace europeo, fin quando gli Stati africani ebbero l’indipendenza politica negli anni ’60, il continente possiederebbe ancora alcuni dei più grandi giacimenti di risorse naturali della Terra, come petrolio e gas, oro, argento, diamanti e molti metalli industrialmente preziosi come ferro, stagno, rame, molibdeno e tungsteno. Di particolare valore strategico sono le prodigiose riserve di minerale di uranio, il combustibile nucleare primario, in diversi Paesi africani.
Il coinvolgimento della Cina nello sviluppo dell’Africa si basa su una pianificazione strategica durevole. Con una popolazione in espansione di oltre un miliardo di persone, il governo di Pechino sa che deve assicurarsi l’approvvigionamento di materie prime anche in futuro. Vede giustamente l’Africa come fonte cruciale. Ma a differenza del retaggio europeo in Africa, basato su conquista militare, oppressione e sfruttamento spietato a senso unico, la Cina adotta l’approccio di un partenariato totalmente diverso, nel suo rapporto con l’Africa. Ciò riflette in parte la differenza  filosofico-politica ed etico-culturale, ma è anche un calcolo pragmatico della Cina per stringere un contratto strategico sostenibile con l’Africa. E gli africani apprezzano la reciproca opportunità di sviluppo offerta dalla Cina. Per decenni, l’Africa era sinonimo di povertà e di privazione. Questa definizione, dalle sfumature razziste, implicava che il continente nero fosse intrinsecamente arretrato. La realtà, tuttavia, è che la povertà dell’Africa è una manifestazione del sottosviluppo imposto dagli europei, derivante dalla natura del rapporto da sfruttamento intensivo. La nominale indipendenza politica dalle potenze coloniali europee non poteva superare l’eredità della povertà cronica imposta. Enormi ricchezze venivano semplicemente estratta dall’Africa dai colonizzatori europei con un trascurabile ritorno in investimento e sviluppo. La Repubblica dell’Africa Centrale ne offre un esempio classico. L’ex colonia francese ha una superficie equivalente alla Francia, ma una popolazione pari al sette per cento. Il Paese africano ha una ricchezza naturale abbondante in minerali e agricoltura. Eppure, anche prima della recente epidemia di conflitti, povertà e fame erano dilaganti. Nei decenni di dominio coloniale, i francesi hanno solo lasciato in eredità una sola strada nel Paese oltre la capitale amministrativa Bangui. La Francia ha saccheggiato questa colonia, come ha fatto altrove in Africa, con uno spericolato processo estrattivo delle materie prime. Gran parte dell’oro che si trova nel Tesoro Nazionale della Francia di Parigi proviene dalla Repubblica Centrafricana. La stessa eredità di sviluppo stentato e privazioni strutturali in Africa fu lasciata dalle altre ex-potenze coloniali europee. Inoltre, gli istituti finanziari occidentali, in particolare il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, aggravarono le catene coloniali dell’Africa con pratiche usurarie. Le disposizioni finanziarie predatorie avevano poco a che fare con un vero  sviluppo e più con la massimizzazione dei profitti di Wall Street o dei governi occidentali, intrappolando tali Paesi con debiti infiniti. Ciò provocò la corruzione tra le élite politiche africane, che esacerbò il sottosviluppo. In netto contrasto, la Cina ha iniettato liquidità in Africa con favorevoli termini di rimborso e volte allo sviluppo di infrastrutture specifiche. Gran parte della finanza cinese avviene sotto forma di sovvenzioni, operando in modo che gli imprenditori cinesi possano costruire un’università o una rete stradale in cambio di una concessione mineraria a detrimento dei concorrenti occidentali.
Gli africani comprensibilmente agiscono per fare sfruttare la ricchezza formidabile dei loro Paesi e per godere dei benefici di un sano sviluppo atteso da tempo. Gli africani vedono la Cina portare quel capitale d’investimento vitale di cui erano affamati da decenni a causa dell’eredità coloniale europea. Ma ora, grazie alla Cina, le regole del gioco cambiano rapidamente in favore dell’Africa. Non è un caso che le capitali occidentali cerchino segretamente di rinnovare la presenza militare in Africa. Su questo punto, i francesi sembrano essere avanti con quattro grandi interventi militari negli ultimi quattro anni in Costa d’Avorio, Libia, Mali e attualmente Repubblica centrafricana… Il pretesto dichiarato pubblicamente della “preoccupazione umanitaria” è una cinica copertura delle rivalità con la Cina sulle risorse naturali. Mentre i cinesi non hanno alcuna presenza militare in Africa e fanno affari in modo del tutto legale, le potenze occidentali ricorrono alle vecchie abitudini dei sotterfugi e del militarismo. Tuttavia, i tempi sono cambiati in modo significativo. Gli africani hanno imparato ad amare le lezioni della storia e sanno che i loro migliori interessi sono con la Cina e le economie asiatiche di Corea del Sud e Giappone.
Come Mekonnen, il giovane studente universitario, ha detto: “Tutti i Paesi africani hanno grandi ricchezze naturali e potenzialità, e la Cina ci fornisce quella possibilità di svilupparci che non abbiamo mai avuto”.

CinaAfrica1La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Grande Canale del Nicaragua, rompicapo cinese per gli USA

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 23/01/2014

Canal-NicaraguaL’idea di costruire un canale interoceanico in Nicaragua, simile al Canale di Panama ma più profondo e ampio, ha ispirato i nicaraguensi per decenni. C’era una serie di ostacoli alla realizzazione di questa idea, ma l’ostacolo principale era il sabotaggio degli Stati Uniti, per i quali la realizzazione di grandi progetti in un Paese governato dai sandinisti è assolutamente inaccettabile.
La gestione del Canale di Panama, nonostante il formale trasferimento del controllo al Panama nel 2000, è saldamente legata agli interessi strategico-militari e geopolitici degli Stati Uniti. Negli ultimi anni, situazioni di crisi furono create in molte regioni del mondo dal Pentagono, e non vi è alcuna garanzia che tali eventi non avranno luogo anche in America Latina. Ciò è esattamente il motivo per cui le notizie riguardanti l’imminente costruzione del Grande Canale del Nicaragua (GNC), vengono accolte con tanto entusiasmo dai latinoamericani. Il percorso interoceanico alternativo, come si chiamava ai tempi, è un megaprogetto internazionale da 50 miliardi di dollari che potrebbe contenere le ambizioni imperiali degli Stati Uniti. La costruzione del canale dovrebbe iniziare a fine 2014-inizio 2015. Il presidente del Nicaragua Daniel Ortega ha accettato la scommessa di Cina, Russia e Brasile su questo progetto. Gli Stati Uniti, nel frattempo, restano in sottofondo, per questo Washington ha respinto ogni opportunità che società statunitensi partecipino alla costruzione del GNC. In realtà Managua non si aspettava altro dagli statunitensi, e la promozione del progetto è iniziata senza di loro.
Nel luglio 2012, l’Assemblea Nazionale del Nicaragua ha approvato una legge preparata dal governo “Sullo status giuridico del Grande Canale Interoceanico e la creazione della struttura di gestione”. Tale struttura (l’autorità del GNC) è autorizzata a costruire il canale, e sarà anche responsabile della sua futura manutenzione. E’ noto che l’investitore del progetto sia l’Empresa Desarrolladora de Grandes Infraestructuras SA (EDGISA). L’Autorità del Grande Canale interoceanico e EDGISA hanno firmato un contratto con la società cinese HK Nicaragua Canal Development Investment, che ha il compito di sviluppare il progetto. L’accordo contiene anche una clausola sulle funzioni speciali del gestore del progetto, che avrà la responsabilità di assicurare lo sviluppo delle infrastrutture e la gestione della costruzione, così come di trattare con gli azionisti.  L’azienda operatrice HKND Group Holdings Limited, registrata nelle Isole Cayman nel novembre 2012, è gestita dall’esperto uomo d’affari cinese Wang Jing, che gode del massimo sostegno statale…
Vi è una serie di questioni confidenziali sui piani di costruzione del GNC, come in tutti i maggiori progetti. Dare un senso a questa complessità è difficile anche per i più esperti analisti di terze parti. Un importante sostenitore regionale del GNC è il Venezuela, che aumenta il volume di forniture  petrolifere alla Cina. Ogni tanto, Rafael Ramírez, ministro dell’Energia del Venezuela, fa dichiarazioni politicamente corrette sul mantenimento del volume delle esportazioni petrolifere verso la Cina, mentre affermazioni che mettono Washington a disagio vengono pronunciate dai venezuelani: “Vendiamo petrolio alla Cina perché è la seconda più grande economia del mondo e presto sarà la più grande. Mentre Stati Uniti ed Europa sono in crisi, l’economia cinese continua a crescere”. Esperti petroliferi interpretano le parole di Ramirez così: la Cina finirà per diventare il principale importatore di petrolio venezuelano, petrolio greggio pesante e leggero. Per ciò ci si  prepara, come evidenzia il programma della Cina per la costruzione di petroliere di grande capacità per conto della compagnia petrolifera venezuelana PDVSA. La prima delle quattro petroliere VLCC classe “Carabobo” da 320000 tonnellate di stazza è stata varata nel settembre 2012. Le petroliere di questa classe possono trasportare fino a due milioni di barili di petrolio. Il Canale di Panama, progettato per navi da 130000 tonnellate di stazza lorda, non può far fronte all’intensità del moderno traffico interoceanico. Lavori sono in corso, a ritmo elevato, per ampliare il canale permettendo il passaggio di navi di stazza superiore. Ma ciò difficilmente darà una soluzione soddisfacente, tuttavia. La ricostruzione del canale attualmente in corso consentirà il passaggio di navi da 170000 tonnellate, ma vi sono già centinaia di navi, oggi, che non potrebbero utilizzarlo. In futuro, il numero di petroliere di grande capacità (fino a 250000 tonnellate ed oltre) aumenterà di dieci volte.
panamaIl Canale del Nicaragua promuoverà ulteriormente scambi e legami economici tra i Paesi dell’America Latina e i Paesi del gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Repubblica del Sud Africa). La realizzazione del megaprogetto nicaraguense sarà ancora un’ulteriore conferma che le posizioni di Washington in America Latina si indeboliscono, e che la regione è fortemente infiltrata da altre potenze che concorrono per neutralizzare le pretese egemoniche degli Stati Uniti. E questo non accade solo da qualche parte, ma in quei territori già considerati cortile dell’impero. L’amministrazione statunitense cerca di spezzare questa tendenza e di creare nuove alleanze, come l’Alleanza del Pacifico, per minare i processi d’integrazione latinoamericana. Promettendo anche  forme morbide di cooperazione con la NATO ai suoi alleati più stretti, come è successo con la Colombia. I vari metodi d’indebolimento, e a lungo termine di rimozione, del governo sandinista hanno fatto male i conti. Per risolvere tale problema, una delle più grandi ambasciate degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale è stata creata in Nicaragua. E’ diretto da Phyllis Powers, che ha  operato a Panama. Le questioni relative al GNC sono una priorità per l’ambasciata statunitense in Nicaragua. Gli obiettivi fissati sono completi: raccogliere informazioni sui principali organizzatori del progetto e le intenzioni della Cina sull’utilizzo del canale per scopi militari, compresa la creazione di basi navali, denunciare la corruzione e così via. Una notevole attenzione è rivolta allo sviluppo di raccomandazioni su come compromettere il progetto, preparare idee per l’introduzione di campagne di propaganda sulla sua mancanza di potenziale e scarsa redditività, e così via. Nel complesso, il governo di Daniel Ortega conosce tali piani ed intenzioni. Questo è forse il motivo per cui (a titolo preventivo) il ministero degli Esteri del Nicaragua ha pubblicato un elenco di tutte le missioni diplomatiche accreditate nel Paese. Di regola, ogni missione comprende da tre a dieci dipendenti, mentre l’ambasciata statunitense a Managua occupa non meno di un centinaio di statunitensi. Oltre a ciò, vi sono anche i Peace Corps, i dipendenti dell’Agenzia USAID e una decina di altre organizzazioni “caritatevoli” sospette che operano nel Paese. Il braccio destro dell’ambasciatrice Phyllis Powers è Charles Barclay, con 25 anni di esperienza nel dipartimento di Stato. Una delle sue missioni fu in Messico, dove Barclay era responsabile di una agenzia d’intelligence politica e divenne famoso per aver inviato regolarmente telegrammi criptati al quartier generale della CIA sull’allarmante penetrazione di mitici terroristi iraniani nel Paese degli aztechi. Il soggetto andava di moda e il residente si guadagnò i galloni. A Cuba, Barclay era responsabile dell’organizzazione di un gruppo di blogger dissidenti e del finanziamento delle loro attività. Ora in Nicaragua, le autorità sanno della vera missione di Barclay e della concentrazione pericolosamente critica di impiegati delle intelligence statunitensi nel Paese. Le autorità nicaraguensi sanno anche che una Task Force della NSA opera nell’ambasciata, effettuando la sorveglianza elettronica di agenzie governative, capi militari e agenzie di sicurezza. Le agenzie d’intelligence statunitensi nel Paese inoltre seguono l’attuazione progressiva di scenari per la destabilizzazione. Uno degli obiettivi principali è rivedere i dubbi sugli accordi del GNC con i cinesi, e quindi respingere il progetto con il pretesto di denunciare numerosi casi di corruzione. Nomi di persone vicina a Daniel Ortega che presumibilmente utilizzerebbero il progetto per  arricchimento personale, vengono già sbandierati sulla stampa.
È interessante notare che alla fine dello scorso anno, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti aveva criticato il governo del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale per la riforma costituzionale. Il dipartimento di Stato l’aveva definita “antidemocratica”. Se la riforma viene approvata, permetterà ad Ortega di concorrere per un quarto mandato alle elezioni del 2016. La battaglia per e contro il GNC è ancora in corso, e sembra che gli Stati Uniti pianifichino l’uso di tutto il loro arsenale per le guerre segrete, al fine di “ripulire” il Nicaragua da cinesi e sandinisti. il-canale-del-nicaragua-orig_mainLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I barboncini terroristi sauditi dei Rothschild

Dean Henderson 17 gennaio 2014
5988599427_7fdb5b0cac_zIn un articolo su The Independent di Londra del 7 marzo 2011, dal titolo “Piano segreto degli USA per armare ribelli in Libia“, il giornalista Robert Fisk riferiva che l’amministrazione Obama aveva chiesto all’Arabia Saudita di armare i ribelli libici. I sauditi salutarono e poi appoggiarono gli stessi ribelli di al-Qaida in Siria. I sauditi invasero anche il Bahrain per salvare la monarchia al-Qalifa. I sauditi hanno svolto questo ruolo per la cabala bancaria della City di Londra per quasi un secolo, nell’ambito del giro di petrolio, armi, droga e operazioni segrete. (Vedasi il mio post, Il tesoriere saudita)
Il trono saudita è stato a lungo il baluardo anti-democratico regionale dei banchieri di Londra/Wall Street e dei loro consanguinei regali fratelli azionisti europei. Faceva tutto parte di un piano ordito dalla Business Roundtable dei Rothschild, un secolo fa, per prendere il controllo del petrolio del Medio Oriente. I Rothschild sono proprietari di maggioranza di BP e Royal Dutch/Shell, così come della Banca d’Inghilterra, della Federal Reserve e della Banca centrale saudita, la Saudi Arabian Monetary Agency (SAMA). Nel 1917 gli inglesi fecero loro cliente Ibn Saud, cui fu detto d’incoraggiare le tribù arabe per cacciare i turchi ottomani dal Golfo Persico. Lo stesso anno la camera dei Rothschild approvò la Dichiarazione Balfour, portando la Corona a sostenere una patria ebraica in Palestina. L’anno dopo gli ottomani furono sconfitti. Iraq, Giordania e Arabia Saudita si staccarono dall’impero ottomano e caddero sotto il dominio inglese, con Ibn Saud che prese il controllo della sua omonima Arabia Saudita. Nel 1922 il Trattato di Jeddah diede l’indipendenza all’Arabia Saudita, anche se la corona inglese ancora esercitava una notevole influenza. Oggi mercenari inglesi sono le guardie del corpo dei Saud. Negli anni ’20, con l’aiuto di truppe inglesi, Ibn Saud strappò altro territorio agli ottomani, annettendosi Riyadh e occupando le città sante di Mecca e Medina tolte agli hashemiti.
La Standard Oil of California (ora Chevron-Texaco) trovò il petrolio in Arabia Saudita nel 1938. La società costituì l’Aramco, con i suoi quattro amici cavalieri del cartello Exxon, Mobil, Royal Dutch/Shell e BP. Stati Uniti e Gran Bretagna firmarono accordi di sicurezza con i Saud e la Bechtel si occupò della costruzione delle infrastrutture petrolifere dell’Aramco. Nel 1952, sulla scia dell’accordo sulla sicurezza USA/Arabia Saudita, la SAMA divenne la Banca Centrale saudita. Nel 1958, la SAMA era guidata dal pakistano Anwar Ali, poi consigliere di re Faisal. Anwar fu il capo del Dipartimento Medio Oriente del Fondo Monetario Internazionale. Ali reclutò tre banchieri occidentali come consiglieri della SAMA. Conosciuti come i Re Magi o Padri Bianchi, questi banchieri occidentali guidarono la SAMA, con Ali come controfigura. Il più potente dei tre era John Meyer, Jr., presidente della Divisione Internazionale della Morgan Guaranty (oggi JP Morgan Chase) e successivamente presidente di tutta la Morgan. I Padri Bianchi inviarono dalla SAMA le royalties in petrodollari ai conti della Morgan Guaranty. A sua volta Morgan fu una ben pagata consulente finanziaria della SAMA. Il figlio di Anwar Ali finì per lavorare alla Morgan Guaranty. Con flussi da miliardi di petrodollari, venne fondato il giro petrolio per armi.
La progenie di Ibn Saud forma l’attuale monarchia dei Saud che governa l’Arabia Saudita. Meno di venti famiglie collegate al trono controllano l’economia saudita. I Saud diffondono la propria influenza attraverso denaro e autoriproduzione. I membri maschi della famiglia Saud sono ora oltre 5000. Il principe ereditario Abdullah, fratellastro di re Fahd, gestisce la Guardia nazionale saudita e ha il continuo controllo del regno da quando re Fahd ha subito un serio ictus nel 1995. I principi Sultan, Nayef e Salman sono fratelli di re Fahd e sono i ministri della Difesa, dell’Interno e governatore di Riyadh rispettivamente. Il figlio del principe Sultan è il principe Bandar bin Sultan, a lungo ambasciatore saudita negli Stati Uniti. Il cugino del principe Bandar, il principe Saud al-Faisal è il ministro degli Esteri saudita. Questi principi sauditi usano le agenzie governative che guidano come salvadanai personali e rappresentano le imprese straniere che partecipano alle gare d’appalto nel regno. Gestiscono migliaia di miliardi di investimenti all’estero. Re Fahd è il secondo uomo più ricco del mondo, con una fortuna personale di oltre 20 miliardi di dollari.
Il principe Bandar fa parte del clan Sudayri composta dalla prole del defunto re Abdul Aziz e della moglie preferita. I Sudayri sono la famiglia più potente e più occidentalizzata del regno. I Saud favoriscono l’interpretazione fondamentalista wahabita dell’Islam, ma i praticanti del wahhabismo del regno considerano i Sudayri dei munafaqin (ipocriti). Mentre il clan Sudayri vive nell’opulenza, la maggior parte dei sauditi fatica a mettere il cibo in tavola. Il dominio con pugno di ferro e sempre più impopolare dei Sudayri viene costantemente citato dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani per la brutalità e l’opposizione alle libertà democratiche. La monarchia saudita governa per decreto. Le donne non possono guidare autoveicoli e sono bandite da molti ristoranti. Il regno non ha istituzioni democratiche. L’opposizione ai Saud è criminalizzata, spingendo gli oppositori alla clandestinità. Negli anni ’90 i sauditi decapitarono 111 dissidenti. La società statunitensi supportano l’oppressione delle donne saudite. Gli stabilimenti di Pizza Hut, McDonalds e Starbucks in Arabia Saudita sono separati tra uomini e donne. Le sezioni femminili sono malandate. Starbucks non ha posti a sedere per le donne. Le donne che si fanno vedere nei ristoranti occidentali senza i loro mariti vengono allontanate. Nel gennaio 2002 la statunitense Freedom House pubblicò un sondaggio che classifica i Paesi secondo le libertà consentite. L’Arabia Saudita era classificata come uno dei dieci Paesi meno liberi del mondo. Human Rights Watch ha recentemente accusato gli Stati Uniti di ignorare le violazioni saudite dei diritti umani, per garantirsi l’approvvigionamento continuo di petrolio.
L’intervento USA/NATO in Libia non riguarda la “libertà”, ma di sniffare la lunga nemesi dei Saud, i Rothschild di Parigi e Londra e il sistema economico internazionale neo-coloniale che tali parassiti finanziari dominano a scapito dello sviluppo dei Paesi ricchi di risorse.

e7430e2200cb563881a2778f044b753798714602Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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