Cargill, Kissinger e l’armamento di Saddam Hussein

Dean Henderson - 17 mar 2013

kissingerGli Stati Uniti e i loro alleati occidentali non erano interessati alla questione del duplice uso nel rifornire l’Iraq, durante gli anni ’80. Dal 1985 al 1990, 771 licenze per l’esportazione dagli USA all’Iraq per prodotti a duplice uso, furono approvate, mentre gli appaltatori della difesa degli Stati Uniti, non contenti dei soldi degli ayatollah, armavano l’Iraq, mentre la CIA forniva intelligence a Saddam. Quando nel 1987 Hussein gassò i curdi del PUK sostenuti dal Mossad, il presidente Reagan si oppose alle sanzioni all’Iraq. Invece, l’agente del Mossad Gerald Bull e la sua Space Research Corporation aiutavano gli iracheni a sviluppare tre “supercannoni”, nome in codice Babylon. La Space Research era controllata dalla famiglia canadese Bronfman, gli “uomini whisky” della Pure Drug Company, la cui Eagle Star Insurance era intrecciata con le banche Silver Triangle Canadian. Bronfman sposò un membro della famiglia Rothschild e lanciò la carriera del  boss mafioso di Detroit ed insider della United Brands Max Fischer e del mafioso Jacobs Buffalo, che opportunamente possedeva le concessioni per le piattaforme di perforazione petrolifera del Golfo del Messico. La polizia di Montreal individuò Mitchell Bronfman quale boss della criminalità organizzata. [1]
Gerald Bull spacciava armi della CIA in Sud Africa, dove la Space Research forniva armi e consiglieri ai terroristi dell’UNITA in Angola e della RENAMO in Mozambico, sotto la direzione del capo della stazione CIA in Angola James Potts. [2] Bull fu introdotto presso gli iracheni dal trafficante di armi di origine armena Sarkis Soghanalian, uomo della CIA che aveva fornito agli iracheni gli elicotteri della Bell. [3] Quando il viceprimo ministro belga André Cools scoprì un memo che svelava il programma di Bull e i suoi legami con la CIA e il Mossad, sia Cools che Bull vennero assassinati. La BCCI aiutò Bull a contrabbandare propellente per le superarmi dal Belgio all’Iraq e sul prestito da 72 milioni di dollari della Bank of America per la finanziatrice della Space Research, la Banca Nazionale del Lavoro (BNL). La BNL aveva i suoi uffici negli Stati Uniti presso il lussuoso Peachtree Center di Atlanta. Nel 1983-1989 la BNL si occupò di finanziare gli sforzi di approvvigionamento in armi di Saddam Hussein, in tandem con la Banca centrale irachena e la Rafidain Bank of Iraq, che aveva conti presso Bank of America, Bank of New York, Chase Manhattan e Hanover Manufacturers Trust. La stanza di compensazione della BNL in tutte le operazioni fu la Morgan Guaranty Trust. Quando Saddam non poté saldare i prestiti, le multinazionali statunitensi furono beneficiate di un saldo completo, mentre i contribuenti statunitensi sborsarono 347 milioni dollari. [4]
La BNL era la più grande banca d’Italia. La sua sede si trova di fronte all’ambasciata statunitense a Roma. La Bank of America, fondatrice della BCCI, era prima conosciuta come Bank of Italy ed era controllata dalla famiglia Rothschild. Un rapporto del Senato italiano aveva dichiarato che la BNL aveva gestito da Roma il programma iracheno degli appalti per gli armamenti e che la BNL di Atlanta era stata lanciata da “alcuni circoli politico-militar-industriali statunitensi“. La BNL era per il 96%, di proprietà del governo italiano. Spesso trasferiva fondi dall’Iraq alla BCCI, dove gli ufficiali dell’intelligence sauditi riciclavano i soldi della droga per conto del Cartello di Medellin.

Kissinger Associates
Il Consiglio di Consulenza per la Politica Internazionale della BNL comprendeva Henry Kissinger e il suo capo David Rockefeller, attuale presidente del Gruppo Rockefeller. [5] Kissinger riceveva  10.000 dollari in ogni seduta svoltesi nel 1985-1991. Nel 1984 venne fondata l’US/Iraqi Business Forum di Houston, su spinta della Kissinger Associates, una società di consulenza privata co-fondata dall’insider di CFR/TC Henry Kissinger, che nel 1989 venne nominato consigliere per l’Intelligence estera di Bush, e dall’ex ministro degli Esteri britannico Lord Carrington, ex segretario generale della NATO e presidente sia del Royal Institute of International Affairs (RIIA) che del Gruppo Bilderberg. Carrington è nel consiglio della Hollinger Corporation, presieduta dal sionista Conrad Black, proprietario del Jerusalem Post e del Daily Telegraph di Londra. Black, uno dei cittadini più ricchi del Canada, gestisce il suo impero finanziario da Toronto. Possiede il Toronto Globe & Mail e frequenta la famiglia Bronfman al Toronto Jockey Club. [6] Black, membro del RIIA e insider del Bilderberg, è stato condannato nel 2007 per frode e ostruzione alla giustizia.
La BNL fu cliente della Kissinger Associates nel 1986-1988, così come la Banca nazionale della Georgia, che l’agente della BCCI Ghaith Pharaon soffiò di sotto a Bert Lance. Kissinger è un buon amico di Pharaon e un grande amico del padre, consigliere della Casa dei Saud. Diversi clienti della Kissinger Associates finanziarono i progetti iracheni della BNL, tra cui Midland Bank (ora HSBC), Chase Manhattan, Fiat, Asea Braun Boveri, Lummis Crest, Volvo e Hewlett Packard. Il presidente Bush padre fece entrare due direttori della Kissinger Associates nel suo gabinetto; il sottosegretario di Stato Lawrence Eagleburger e Brent Scowcroft della NSA. Entrambi avevano lavorato per conto della BNL, garantendo a Saddam i finanziamenti delle tasse dei cittadini, in modo da poter assegnare contratti ai membri dell’US/Iraqi Business Forum. [7] Il rubicondo Eagleburger, da tempo vice di Kissinger, è stato ambasciatore degli Stati Uniti in Jugoslavia nel 1977-1981. È stato presidente della Kissinger Associates nel 1984-89. Era nei comitati d’amministrazione dei sostenitori nazisti di Pinochet ITT, Alcatel, Bethlehem Rebar, Mutual of New York, Josephson Internarional e Best Mart. Nel 1993 entrò a far parte del consiglio delle Dresser Industries, una sussidiaria della Halliburton, dove Dick Cheney comandava. Prescott S. Bush Jr. (fratello di George Sr.) era un dirigente delle Dresser. [8] Scowcroft nel 1982 entrò nella Kissinger Associates in qualità di vice-presidente. Possedeva azioni di molte delle multinazionali aderenti all’US/Iraqi Business Forum tra cui ITT, Westinghouse, GM, AT&T e Hewlett Packard. A queste cinque società furono concesse 100 delle 800 licenze di esportazione che il governo degli Stati Uniti aveva approvato per le vendite all’Iraq. [9] Scowcroft è stato consulente della Lockheed, ora il più grande appaltatore della difesa del mondo, dopo la fusione con la Martin Marietta, creando la Lockheed Martin.
Scowcroft e Eagleburger guidarono la carica nella Casa Bianca di Bush per vendere armi in Iraq e in qualsiasi altro Paese che potesse comprare. Sotto la pressione dell’Associazione delle industrie aerospaziali e degli amministratori delegati di Lockheed Martin, United Technologies, LTV, Raytheon, Grumman e ITT Defense, fecero pressioni per cambiare il nome dell’Ufficio Controllo munizioni del Dipartimento di Stato a Centro per il Commercio della Difesa. Le ambasciate statunitensi in tutto il mondo furono invitate ad operare come venditori per gli appaltatori della difesa degli Stati Uniti. United Technologies, LTV e Raytheon annunciarono subito 10 miliardi dollari per la modernizzazione militare della Turchia, complimentandosi con il personale dell’ambasciata d’Istanbul.
Il capo economista e direttore della Kissinger Associates era Allen Stoga, che era anche capo economista presso la banca preferita della CIA, la First Chicago. Presidente di First Chicago era Robert Abboud, poi della First City Bank di Houston, e presidente dell’US/Iraqi Business Forum. Il porto di Houston, Texas, dove la mafia del petrolio aveva appena soddisfatte le proprie voglie saccheggiando la cassa depositi e prestiti, ora riforniva le necessità di Saddam Hussein, tra cui il 20% del raccolto di riso degli Stati Uniti. Abboud era anche presidente della Kuwait Petroleum di proprietà dell’Occidental. Nell’autunno del 1989 Stoga s’incontrò più volte con i funzionari della BCCI, che un anno prima a Tampa erano stati incriminati con l’accusa di riciclaggio di denaro. Nel 1984 Abboud e i suoi compari della First Chicago, John Drick e Gaylord Freeman, firmarono una lettera agli autori/ricercatori del Priorato di Sion, Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln. La lettera portava il logo del Priorato di Sion e un rilievo contenente le lettere ‘R’ e ‘C’, probabilmente un simbolo dei Rosacroce. La lettera era firmata da Pierre Plantard, sedicente discendente della dinastia Merovingia e Gran Maestro del Priorato. Furono avvertiti di azioni legali nei confronti di chi avrebbe preso o falsificato i documenti del Priorato.
Gaylord Freeman sedeva nel CdA di ARCO, a fianco del gestore dei Contra Robert O. Anderson, ed era un insider dell’Aspen Institute e della Fondazione MacArthur, vicine allo Shah. Henry Kissinger fu premiato per i suoi sforzi nel 1995, quando la regina Elisabetta II gli concesse il più illustre titolo di Onorario Cavaliere Commendatore dell’Ordine di San Michele e San Giorgio, la più alta onorificenza concessa dalla Camera dei Windsor a cittadini non britannici. [10]

Il jolly dei giganti del grano
Nell’ottobre 1988 Kissinger entrò nel consiglio della Continental Grain, ditta privata controllata dalla famiglia francese dei Fribourg, la seconda società granaria più grande del mondo fino alla fusione con la Cargill, nel 1999. La Cargill è il più grande pescecane del commercio del grano ed è di proprietà privata dalle famiglie Cargill e MacMillan di  Minneapolis. La Cargill Continental ora controlla oltre il 50% del commercio mondiale di grano. Si tratta di una delle quattro grandi compagnie a capitale privato che hanno monopolizzato tranquillamente gli affari mondiali del grano, a partire dalla metà del 1800. La Cargill Continental, la francese Louis Dreyfus, la brasiliana Bunge e la svizzera Andre costituiscono i quattro cavalieri del grano. Il libro di Dan Morgan, Merchants of Grains, è ottimo per sapere di queste dinastie del grano. Nel 1989, il segretario di Stato di Bush, James Baker, ordinò al ministro dell’Agricoltura Clayton Yeuter di aumentare i crediti all’Iraq attraverso la Credit Commodity Corporation (CCC), dopo che Eagleburger, Robert Kimmitt e il lobbista alla CCC dell’Iraq e agente della CIA Kevin Kattke, fecero pressione per un prestito di un miliardo di dollari alla CCC. Kattke venne aiutato da Oliver North e dalla TGS International, l’azienda di Arlington, Virginia, prende il nome dal vecchio arnese della CIA Ted Shackley. [11]
Gerald Bull fu pagato da Saddam per i suoi sforzi sul supercannone, con i soldi di questi prestiti della CCC, incanalati dalla BNL. La BNL operò attraverso una delle tre banche che si occupavano di tutte le attività della CCC in Medio Oriente, la National Bank for Cooperatives di Denver, la Morgan Guaranty Bank e la First City Bank di Houston, del membro del Priorato di Sion Robert Abboud, presiedente dell’US/Iraqi Business Forum. Morgan Guaranty era l’agente di compensazione negli Stati Uniti sia per la Banca Centrale dell’Iraq che per la BNL. [12] La Cargill Continental e gli altri giganti del grano furono i principali beneficiari dei prestiti, garantiti dal contribuente, per la vendita di grano della CCC all’Iraq. La Continental, con Kissinger nel suo CdA, venne utilizzata dalla BNL anche per finanziare l’invio di grano alla Jugoslavia. Nel 1988-89 la BNL finanziò l’acquisto di grano di Cargill, Continental, Louis Dreyfus e Conagra da parte dalla sovietica Exportkhleb.
L’intermediario preferito delle vendite della Cargill all’Iraq era la turca Entrade, una controllata dalla Enka Holdings, partner della Bechtel nei progetti di costruzione iracheni e partner della LTV nei programmi missilistici della NATO in Turchia. Un altro intermediario preferito dei  giganti del grano era la Amman Resources, di proprietà della marina mercantile giordana e del contatto della CIA Wafai Dajani. Dajani lavorava con il gigante dei trasporti norvegese Gearbulk, grazie al controllo congiunto dell’Araba Holdings, usata per spedire le merci per l’Iraq dal porto giordano di Aqaba. Dajani era vicino all’Associazione del frumento americano, al Consiglio del riso, all’USDA e al gigante del grano francese Louis Dreyfus. Anche Dreyfus ricevette finanziamenti dalla BNL per spedire il grano della CCC in Iraq. Una parte venne consegnata dalla propria consistente flotta di navi da carico. Altre volte la compagnia usata era l’Araba Holdings.
Dajani era l’uomo di paglia degli interessi dell’agrobusiness degli Stati Uniti in Medio Oriente. Aveva una joint venture con la Comet Rice di Houston e il gigante dello zucchero inglese Tate & Lyle. L’ottanta per cento di tutte le spedizioni della CCC-BNL avvenne tramite l’Amman Resources o un’altra società di Dajani, come Wafai Dajani & Sons, Araba HoldingsAqaba Packing. Dajani era un amico intimo del defunto re di Giordania Hussein. Suo fratello era ministro degli Interni del Paese. La sua famiglia era stata a lungo l’agente della Mobil in Giordania. Dajani aveva anche lavorato per l’Armiberica del portoghese Carlos Rosa e l’A&L Management Services, la compagnia cipriota che spediva artiglieria, munizioni e armi di piccolo calibro a Saddam Hussein. Più tardi, quando Christopher Drougul, il direttore della BNL di Atlanta, venne licenziato come capro espiatorio per conto della BNL, Dajani lo assunse come consulente a 50000 dollari all’anno. Drougul sostenne che la BNL faceva parte di un’operazione segreta italiano-statunitense per armare l’Iraq. Quando il caso BNL fu portato in giudizio, una serie di piccoli dipendenti a contratto della Cargill vennero scelti come co-cospiratori incolpevoli, mentre i grossi pesci del grano sfilavano sotto la rete.

[1] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.417
[2] “Naming Names”. Louis Wolf. Covert Action Information Bulletin. Summer 1989. p.14
[3] Shell Game: A True Story of Banking, Spies, Lies, Politics and the Arming of Saddam Hussein. Peter Mantius. St. Martin’s Press. New York. 1995. p.55
[4] “Bankrolling the War”. Jim Donahue. Multinational Monitor. March 1991. p.6
[5] “Gonzalez’s Discovery”. David Corn. The Nation. 5-13-91. p.620
[6] The Robot’s Rebellion: The Story of the Spiritual Renaissance. David Icke. Gateway Books. Bath, UK. p.195
[7] “Kissinger Associates, Scowcroft, Eagleburger, Stoga, Iraq and BNL”. Chair Henry Gonzalez. H2694. Senate House Banking Committee. 4-28-92
[8] Ibid.
[9] “Arms and the Man”. Doug Ireland. Village Voice. 5-5-92. p.8
[10] “Bow for Kissinger”. AP. Missoulian. 6-14-95
[11] Mantius. p.34
[12] Ibid. p.30

Dean Henderson è l’autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix. Puoi iscriverti gratuitamente alla sua rubrica settimanale Left Hook @ Deanhenderson.wordpress.com

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

I BRICS sono in ottima forma

Rakesh Krishnan Simha RIR 21 novembre 2012

Contrariamente alle previsioni circa la loro imminente fine, i BRICS sono sempre più forti; i loro problemi economici attuali possono essere liquidati come dolori di crescita. Una tendenza osservata nei media occidentali in questi giorni è l’ondata di necrologi sui BRICS. Si ha la sensazione che i commentatori stiano sbavando sulle loro tastiere mentre pompano le attuali difficoltà economiche nei paesi emergenti. Vi è una sorta di “si-sapeva-questo-era-troppo-bello-per-essere-vero” nei loro reportage, che si riallaccia perfettamente con il loro compiacimento “si-sono-ancora-da terzo mondo”. La maggior parte di questi “esperti” attacca direttamente i paesi BRICS per un presunto eccesso di promesse poi non mantenute. Il londinese Financial Times sostiene che l’India soffra di “depressione clinica”, che la Russia sia traballante e la Cina sia una bolla in attesa di esplodere.
In un articolo intitolato ‘La frenata dei paesi BRICS’, Forbes ha attaccato lo scrittore indiano Pankaj Mishra – che chiama ironicamente Brankaj – per aver osato commentare sul New York Times che il “ridimensionamento dell’America è inevitabile“. Altri cercano di essere più sottili. Un sedicente esperto di un think tank statunitense dice: “Niente di tutto questo dovrebbe sorprendere, perché è difficile sostenere una rapida crescita per più di un decennio.” Forse il suo editore dovrebbe dirgli che, col senno di poi, non c’è nulla di sorprendente. Ve lo dico io cosa è sorprendente, che questi commentatori si concentrano sui problemi economici dei paesi BRICS, in un momento in cui le bottiglie molotov illuminano le città europee. E qui c’è qualcosa di ancora più sorprendente, che questi giornalisti continuano a parlare di “recessione economica globale“, quando in realtà si tratta di una recessione economica occidentale.

Come non sbagliarsi
La visuale diventa distorta se ci si basa esclusivamente sulle tendenze. Questo perché le tendenze sono spesso solo un segmento di una storia più grande. Per esempio, se i paesi BRICS subiscono una contrazione, una tendenza in linea con il resto del mondo, questo non significa che la loro  crescita sia finita. Qui voglio porre ai commentatori occidentali una domanda: mentite a voi stessi o mentite al vostro pubblico? Comunque mentite. Infatti, non vi sono dati sufficienti per sostenere l’opinione che i paesi BRICS siano un’idea superata. Per prima cosa, diamo un’occhiata alle dimensioni della crescita dei mercati emergenti, e poi vediamola in prospettiva. In un rapporto intitolato ‘Ballando con i Giganti’, la Banca mondiale, che  essenzialmente è una banca statunitense, dice che la rivoluzione industriale fu per gli Stati Uniti il periodo di massimo splendore, il reddito era più che raddoppiato in una sola generazione. Per quanto impressionante e senza precedenti fosse, ciò impallidisce davanti ai BRICS. Il rapporto afferma che in Cina e in India, “gli attuali tassi di crescita, le aspettative di vita, e i redditi aumenteranno di cento volte in una generazione.”
I dati forniti dal Fondo monetario internazionale mostrano il drammatico cambiamento della ricchezza e dei redditi nei BRICS, in confronto con la più ricca nazione occidentale. Poco più di un decennio fa, il PIL pro capite della Russia era di 1775 dollari, rispetto ai 35252 negli Stati Uniti. Nel 2013 questo è destinato ad aumentare a 16338. Così, il rapporto USA-Russia sul reddito che era di 1 a 20, sarà nel prossimo anno di 1 a 3. Tra tutti i paesi BRICS, l’economia russa ha ricevuto la peggiore stampa, “l’Arabia Saudita con gli alberi“, come un ex funzionario della NATO ha descritto il paese. Secondo i rapporti, l’economia russa è gonfiata artificialmente dal petrolio e dal gas, cosa che la danneggia di più rispetto ai suoi partner dei BRICS. Mark Adomanis, un consulente di Washington DC, avverte che il racconto di una Russia al collasso e decrepita è “estremamente fuorviante e incredibilmente persistente“. E aggiunge: “Se si guarda a cose come la produzione di energia elettrica, produzione alimentare e standard di vita, la Russia è molto più vicina alle norme occidentali di quanto lo siano gli altri paesi BRICS“. Questo ottimismo è supportato da Bloomberg che ha segnalato, la scorsa settimana, che quasi tutti gli indicatori economici in Russia attualmente sono positivi. Allo stesso modo, una decina di anni fa il PIL pro capite della Cina era a un abissale 945 dollari, o in un rapporto di 1 a 37.
Il FMI prevede che il rapporto USA-Cina si ridurrà a 1 a 8 il prossimo anno. Nel complesso, anche se il PIL dei paesi BRICS è aumentato dal 15 per cento del reddito globale, di una decina di anni fa, al 25 per cento di oggi; il PIL combinato dei paesi del G7 – Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Germania, Francia, Canada e Italia – è sceso dal 70 per cento del totale del PIL mondiale di due decenni fa, al 50 per cento di oggi. Questa è una buona notizia per tutti. “La crescita dei paesi BRICS e di altre economie emergenti, ha promosso la distribuzione e lo sviluppo della ricchezza e del potere globali in modo più equilibrato“, dice Tao Wenzhao, un ricercatore presso l’Istituto di Studi Americani dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, un think-tank di Pechino.

Il commercio intra-BRICS
Mentre l’Europa e gli Stati Uniti rimuginano sulla perdita di posti di lavoro e di industrie manifatturiere, i BRICS siglano mega-accordi. In una riunione tenutasi a New Delhi il 9 novembre, l’ambasciatore del Brasile in India, Carlos Duarte, ha detto che gli scambi tra l’India e il Brasile crescono con un sorprendente “35 per cento l’anno, nonostante un rallentamento economico in entrambi i paesi e la distanza fisica tra di essi“. Le grandi aziende brasiliane già collaborano con imprese indiane, la Reliance con la società petrolifera brasiliana Petrobras e la Tata con l’azienda brasiliana Marco Polo. Il volume del commercio bilaterale ha superato i 10 miliardi di dollari nel 2011-12. “Il Brasile e l’India si sono uniti in un abbraccio gigantesco“, ha detto Deepak Bhojwani, ex console generale indiano a San Paolo.
La Cina, che sta svolgendo un grande gioco nelle vaste risorse naturali del Brasile, ha messo in guardia dall’utilizzare il Canale di Panama per inviare tali risorse. Il canale, anche se gestito da una ditta cinese di Hong Kong, è strettamente monitorato dai militari degli Stati Uniti. Si è, pertanto, proposto un nuovo percorso attraverso la Colombia, con una ferrovia da 7,6 miliardi dollari, per collegare il Brasile e le coste dei Caraibi con il Pacifico. Nel 2010 la Cina è diventata il principale partner commerciale dell’India, con scambi bilaterali aumentati incredibilmente di 28 volte negli ultimi dieci anni. E per fare un confronto, nel dicembre dello stesso anno, quando il premier cinese Wen Jiabao ha visitato l’India, i due paesi siglarono un accordo del valore di 16 miliardi di dollari, il mese prima che, con un assai pubblicizzato viaggio, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama siglasse un accordo di soli 10 miliardi di dollari.
L’anno scorso, la Rusal della Russia, il più grande produttore di alluminio al mondo, ha scelto di lanciare la sua offerta pubblica iniziale non a Londra o a New York, ma alla borsa di Hong Kong, diventando la prima azienda russa a farlo. Un altro enorme cambiamento strategico è che l’infrastruttura petrolifera della Russia ora punta ad est, la pipeline ESPO della Russia, tra la Siberia orientale e l’Oceano Pacifico, offre petrolio russo a una Cina energivora, ribaltando decenni di dipendenza russa dai mercati europei. Nei prossimi anni, le infrastrutture per il gas russo saranno anch’esse rivolte ad est. Time Magazine dice che “se il commercio e gli investimenti supersonici tra le economie emergenti continuano, l’importanza degli Stati Uniti e dell’Europa, economicamente e politicamente, diminuirà“.

Aumenta l’angoscia
Com’era prevedibile, tali stretti legami tra i paesi BRICS non va giù ad alcuni ambienti. Assieme al costante flusso di storie sulla “Frenata dei BRICS“, un’altra nuova tendenza sono le storie relative alle fratture nei BRICS. Il quotidiano conservatore di Sydney The Australian dice: “La nostra missione deve essere attirare la Russia fuori dai BRICS e offrirle una posizione alternativa nel mondo come partner dell’UE, pronta ad accettare le sue radici europee e ad impegnarsi nei valori europei… abbandonando i BRICS, perderebbe la faccia, ma sarebbe una liberazione per la Russia. I suoi politici non si sono mai sentiti a loro aggio con il ‘modello di sviluppo asiatico’.”
Io lavoro in una società mediatica di proprietà australiana, quindi questo pezzo mi fa rabbrividire non solo perché mi preoccupo per il degradarsi degli standard del giornalistici, ma anche perché fa appello ai più vili istinti razziali. La Russia non è stata trascinata nei BRICS, ma ne è invece all’origine. Questo brillante articolo di Sergej Radchenko, docente di storia delle relazioni asiatico-americane presso l’Università di Nottingham di Ningbo, in Cina, dimostra che non è Goldman Sachs, ma l’ex presidente russo Mikhail Gorbaciov, ad aver proposto un nuovo ordine mondiale con Russia, Cina, Brasile e India dentro. The Australian, con una bizzarra inversione della realtà, spera che la piccola minoranza di moscoviti che è insorta dopo il ritorno di Vladimir Putin alla presidenza, forzerà l’uscita della Russia dall’Asia. “Ancoriamo la Russia all’Europa, piuttosto che incoraggiare le sue confuse idee d’utilizzare i paesi BRICS come una nuova versione dell’Internazionale. E parliamo con il Brasile di cooperazione per la difesa, ad esempio, scartandolo dall’imbroglio BRIC“.
Bene, questo è giornalismo zombie. E’ sintomatico della scarsa comprensione della realtà in occidente. Perché, tra tutti gli occidentali, gli australiani hanno raggiunto la maggior parte dei mercati emergenti, in particolare la Cina. E’ l’appetito vorace di Pechino per i metalli e minerali dell’Australia, che ha salvato il paese caldo e polveroso dalla peggiore recessione degli ultimi decenni. Ma no, The Australian non lascerà che i fatti ostacolino la strada della bella storiella, anche se passa molto lontana dalla realtà.

Constatare la realtà
C’è una innegabile sacca di corruzione e arretratezza nei BRICS. Per esempio, la Russia è classificata solo 43.ma nell’indice delle 50 principali economie nell’Indice del Dinamismo Globale pubblicato dalla società di consulenza Grant Thornton, la scorsa settimana. L’economia indiana  ruggiva al 9 per cento, prima che la recessione la rallentasse al 5 per cento. Tuttavia, nessuno di questi problemi è unico per i paesi BRICS. In realtà, il loro reddito e la loro influenza avanzano nelle classifiche, mentre gli standard di vita in Occidente sono in calo. Come afferma ‘Ballando con i Giganti’ i paesi BRICS sono stati in grado di togliere centinaia di milioni di persone dalla povertà negli ultimi decenni, e non è solo un dato di fatto, ma fornisce anche una speranza al resto del Mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Quiproquo: la vendita di banche statunitensi alla Cina e la rivalutazione dello yuan

Il quarto dialogo strategico ed economico tra gli Stati Uniti e la Cina
Alfredo Jalife-Rahme Réseau Voltaire Città del Messico (Messico) 25 Maggio 2012  

Il quarto ciclo di negoziati Sino-statunitensi ha avuto luogo tra l’euforia delle nuove concessioni apparenti di Beijing: massicci investimenti finanziari negli Stati Uniti e rivalutazione dello yuan nei confronti del dollaro, come Washington ha a lungo preteso. Tuttavia, non bisogna farsi ingannare sul significato dell’evento, osserva Alfredo Jalife-Rahme: la Cina non ha acconsentito a questi sacrifici per sottomettersi agli Stati Uniti, ma per inibire il loro imperialismo. Beijing ha usato le sue armi finanziarie e monetarie per neutralizzare l’aggressività di Washington, mentre ha cominciato la costruzione di una vasta area di libero scambio, con degli stati finora sotto l’ampia influenza degli Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone.

La quarta riunione per il “dialogo strategico ed economico tra Stati Uniti e Cina” [1] si è recentemente tenuto a Beijing il 3 e 4 maggio 2012. Questo vertice bilaterale è il più importante del mondo, e mostra una serie di risultati significativi, secondo China Economic Net [2], mostrando un notevole rilassamento dopo una fase d’ improvviso deterioramento delle relazioni tra le due potenze.
I media ufficiali cinesi hanno dedicato molta più attenzione a questo successo che non la stampa statunitense, che tace sull’argomento.
I tre momenti significativi in questa distensione sono stati:
1. Il terzo accesso alla presidenza di Vlady Putin, che è stato acquisito dalla stampa cinese, perché allevierà la pressione degli Stati Uniti sulla Cina [3], mentre tutti hanno notato l’assenza dello “zar” al vertice del G8, configurazione oramai inoperante, di fronte al summit del G20, più ibrido e multipolare;
2. L’annuncio della proposta di Trattato di libero scambio tra le tre maggiori geo-economie dell’Asia del Nordest: Cina, Giappone e Corea del Sud [4];
3. La rivelazione bizzarra e concomitante del Dalai Lama su un complotto per farlo assassinare [5]. Gli Stati Uniti saranno in grado di vendere il Dalai Lama per uno yuan, mentre è oggetto di un omicidio scioccante, che contrarierebbe notevolmente la Cina?
Tre proposte geo-finanziarie di immediata applicazione sono state sviluppate nelle “operazioni di scambio” del quarto incontro Cina-USA:
1. la rivalutazione accelerata dello yuan, che ha attirato le lodi dal Segretario del Tesoro statunitense Timothy Geithner;
2. l’autorizzazione da parte della Federal Reserve (“Fed”) per l’insediamento sul territorio degli Stati Uniti di tre banche pubbliche cinesi:
- Industrial and Commercial Bank of China (ICBC), la banca più ricca del mondo, che ha già acquistato l’80% della statunitense Bank of East Asia, con 13 filiali a New York e in California [6]
- China Bank, la terza più grande, ha aperto una filiale a Chicago,
- e Agricultural Bank of China, la No. 4, che apre a New York
3. La Cina abbassa ancora una volta la sua aliquota di riserva in proporzione ai propri depositi bancari (fino a 50 punti base) per iniettare maggiore liquidità nel mercato [7].
Meglio ancora, la Fed ha permesso a una serie di entità finanziarie della Cina (ICBC, Central Huijin Investment e il fondo sovrano cinese Investment Corp.) di operare come una “holding di imprese bancarie”.
Si è lontani dalla fase bushita, quando sotto l’apotema farisaico della sovranità (sic) economica, proibì alla compagnia petrolifera statale CNOOC di acquistare Unocal, che è finita per essere digerita e imballata come un’ondata di spazzatura dalla Chevron.
Non dobbiamo minimizzare l’apertura del super-strategico settore finanziario degli Stati Uniti all’imponente settore bancario cinese, anche se per il momento non sono che misure simboliche.
Le banche cinesi alla fine arriveranno in Messico, su ordine di Washington, prima che una volontà nazionale in tal senso si manifesti da noi? Presto assisteremo all’acquisizione delle imprese statunitensi da parte delle banche cinesi, secondo lo schema scissioni [8] – acquisizioni (M & A, secondo le loro iniziali in inglese)? Ci sono stati altri baratti di tipo geopolitico dietro le quinte?
Un altro tema su cui gli Stati Uniti hanno approvato una spettacolare apertura: la fine dell’embargo sull’esportazione di tecnologia civile nei confronti della Cina.
In cambio, uno dei più profondi cambiamenti politici sarà la decisione della Cina di permettere investimenti stranieri (in realtà, degli Stati Uniti) al 49%.
Il presidente cinese Hu Jintao ha accolto con favore questa quarta sessione, mentre la Segretaria di Stato Hillary Clinton, più amazzone e nottambula che mai, ha rassicurato i sospettosi, allarmati da questo ritorno degli Stati Uniti in Cina, insistendo sul fatto che Washington vuole una Cina forte, prospera e trionfante: chi osa dubitarne?
Dopo la sospettosa compiacenza nell’oscillazione tra concorrenza e cooperazione, questo esito felice ha portato alla prima visita al Pentagono, dopo nove anni e improvvisamente, del Ministro della Difesa nazionale, Liang Guanglie.
Allo stesso tempo appaiono sui media i cantori della cooperazione bilaterale, a scapito dei partigiani della concorrenza al limite della guerra fredda, come il tranquillizzante Jeffrey Bader, l’ex consigliere di Obama per la Cina e l’Asia al National Security Council e autore del libro Obama e l’ascesa della Cina: una narrazione interna della strategia degli USA in Asia [9].
Secondo Jeffrey Bader, le relazioni tra Washington e Beijing si intrecciano attorno al tavolo delle trattative, non sui campi di battaglia. Questo approccio è in linea con quello degli otto precedenti presidenti degli Stati Uniti, a cominciare da Richard Nixon, appena offuscata da qualche deviazione di poco conto [10].
Obama non fa eccezione, dice, e conclude che la sua politica si basa su tre principi fondamentali:
- riconoscimento e rispetto di fronte al crescente potere della Cina e dei suoi interessi legittimi;
- insistenza sulle norme internazionali e sul rispetto della legge che deve governare questa ascesa;
- intenzione di stabilizzarla rafforzando le alleanze regionali e le partnership.
A suo parere, il rapporto bilaterale è qualcosa di ragionevole, dato che i cinesi hanno collaborato con gli Stati Uniti sulle questioni della Corea del Nord e dell’Iran, e che Taiwan non è nemmeno stata una fonte tensione. Suggerendo che l’unico soggetto su cui, in teoria, ci potrebbero essere dei conflitti, è Taiwan, poiché in una certa misura, la vendita di armi a Taiwan è stata una provocazione e un fattore essenziale di tensione. Ha aggiunto che l’oggetto dell’irritante controversia per i diritti umani e del contenzioso del Mare del sud, sono un ostacolo alla cooperazione. Diverse sfide provengono dall’accelerazione della crescita della Cina nel corso dell’ultimo decennio, e dal suo ruolo crescente nel mondo. Gli Stati Uniti hanno le vertigini!
L’idea che la Cina ha già superato gli Stati Uniti, o che lo faccia presto, nella sua leadership sugli altri paesi, non ha nulla a che fare, secondo lui, con i fatti, perché c’è divario tra potenza e reddito pro capite.
In effetti, le relazioni militari sono state restaurate durante la visita dell’ex Segretario alla Difesa Robert Gates, dice, e liquida come mera leggenda l’idea di una nuova politica di contenimento statunitense. Tuttavia, ammette il rischio di una crisi di sicurezza tra Stati Uniti e Cina: ognuno è destinato a considerare il passo che l’altro compie in sua difesa, come un’azione offensiva nei propri confronti. Ma secondo il suo ragionamento, la sfiducia reciproca può essere superata attraverso il “dialogo strategico ed economico” [11].
Brendan O’Reilly [12] ritiene che la strategia della Cina sia basata sullo sviluppo economico e l’integrazione. Così il commercio bilaterale ha raggiunto i 450 miliardi dollari all’anno, un record assoluto nella storia delle relazioni tra due paesi: la Cina attua così una sottile tattica per rispondere efficacemente alla superiorità militare e politica degli Stati Uniti, attraverso una maggiore integrazione tra le due economie. O’Reilly sostiene che la Cina non può raggiungere il livello militare statunitense, nel medio termine, vuole disarmarli sul piano del vantaggio tattico, creando una situazione di dipendenza reciproca ed economica quasi totale.
Così, la Cina cercherebbe di stabilire un nuovo ordine mondiale, in cui il conflitto militare tra grandi potenze verrebbe superato per effetto dell’integrazione economica. Potrà farlo?

Note
[1] USA-Cina il dialogo strategico ed economico
[2] «‘Significant’ results gained in China-US dialogue», China Economic Net, 5 maggio 2012.
[3] «Putin’s return may ease US pressure on China», Global Times, 13 maggio 2012.
[4] «La Chine, le Japon et la République de Corée lanceront les négociations sur une Zone de libre-échange cette année», Xinhua, 13 maggio 2012.
[5] «Dalai Lama reveals warning of Chinese plot to kill him» e «Dalai Lama: What do I really fear? Being eaten by sharks», Dean Nelson, The Telegraph (UK), 12 e il 13 maggio 2012. E il commento cinese “Dalai Lama’s claims of assassination slammed“, Xu Tianran, Global Times, 14 maggio 2012.
[6] «Questions After the First US Bank Takeover by a Chinese State-Controlled Company»,  Charles Wolf, Jr., Brian G. Chow, Gregory S. Jones e Scott Harold, Rand Corporation, 15 maggio 2012.
[7] «La Chine abaissera le taux de réserves obligatoires de 0,5 point de pourcentage», Xinhua, 12 maggio 2012.
[8] “Scissione”: neologismo inglese riferendosi alla iniezione improvvisa e alla diffusione invasiva di nuove idee.
[9] Obama and China’s Rise: An Insider’s Account of America’s Asia Strategy, Brookings Press, marzo 2012.
[10] «US-China ties revolve around debating table, not battlegrounds», Jeffrey A. Bader, Global Times, 13 maggio 2012
[11] Un aspetto particolare detto del: “Dialogo sulla politica di sicurezza” è stato aggiunto al dialogo economico strategico, al secondo incontro a Beijing, il 24 e 25 maggio 2010.
[12] «Hu oils cogs to lock the US Asia ‘pivot’», Brendan O’Reilly, Asia Times, 9 maggio 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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