Non più emergenti, i BRICS si affermano

Rakesh Krishnan Simha RBTH 28 aprile 2014

mapNel 1983 l’economista belga Paul Bairoch presentò uno studio dettagliato dell’economia mondiale che causò scalpore nei circoli accademici e politici occidentali. In ‘Economia e Storia del Mondo: Miti e Paradossi’, scrisse che nel 1750 la quota dell’India nel PIL mondiale era del 24,5 per cento, della Cina del 33 per cento, e la quota congiunta di Gran Bretagna e Stati Uniti del 2 per cento. Scossa dalla tesi, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, un club occidentale, costituì un Istituto di Studi sullo Sviluppo con il professor Angus Maddison dell’Università di Groningen, per indagare sulle affermazioni di Bairoch. I dati compilati da Maddison confermarono, cosa che i bambini delle scuole indiane sanno, ma misteriosamente è ignota in occidente, che India e Cina furono le principali economie del mondo negli ultimi 2000 anni. I suoi dati mostrarono che l’India fu la prima potenza economica del mondo fino al 1700, cioè 18 degli ultimi 20 secoli. L’India aveva il 32 per cento la quota del PIL mondiale nei primi 1000 anni e il 28-24 per cento nel secondo millennio fino al 1700. Da quando Bairoch e Maddison presentarono quegli studi innovativi, le cose sono progredite a gran velocità. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’anno scorso è stato il primo in cui i mercati emergenti rappresentavano più della metà del PIL mondiale, sulla base del potere d’acquisto. Quattro grandi Paesi BRICS del gruppo, Brasile, Russia, India e Cina, sono oggi le sole economie da 1000 miliardi di dollari esterne all’OCSE e sono anche tra le 10 maggiori economie nazionali del mondo.

Forza e velocità della crescita
Mentre diversi media occidentali come il New York Times continuano a ripetersi che i BRICS sono deboli, è evidente che il gruppo delle cinque nazioni è il motore che ha salvato l’economia globale stagnante. La società di consulenza internazionale Grant Thornton dice che i BRICS non sono più emergenti, ma rientrano in una classe diversa appena sotto quella dei Paesi sviluppati. Jim O’Neill, che ha coniato il termine BRIC, dice che è “idiota e offensivo” definirle economie emergenti.  Sostiene che queste economie sono e dovrebbero essere definite “mercati dall’andamento sempre più positivo in ogni aspetto dell’economia mondiale” e “mercati in crescita“. Uno studio della PriceWaterhouseCoopers (PwC) intitolato ‘Il mondo nel 2050′, dice che la forza collettiva delle economie BRIC è sempre più importante nell’economia globale. “Mentre le economie mature in tutto il mondo sono alle prese con deficit di bilancio enormi, crescita anemica e aumento della disoccupazione, i BRIC si espandono rapidamente, facendo uscire i popoli dalla povertà e guidando l’economia globale. Il modo in cui i capi della travagliata eurozona hanno recentemente supplicato questi mercati per avere fondi con cui alleviare la crisi del loro debito sovrano, sono un altro passo finale nella transizione del potere economico da ‘ovest’ ad ‘est’.”

Come il mondo cambierà
PwC dice che la Cina è proiettata nel superare gli Stati Uniti quale prima economia per potere d’acquisto (PPA) nel 2017 ed in termini di tassi di cambio del mercato entro il 2027. L’India diventerà il terzo ‘gigante economico globale’ entro il 2050, molto avanti al Brasile, che tuttavia arriverà al quarto posto davanti al Giappone. La Russia potrebbe sorpassare la Germania diventando la prima economia europea entro il 2020, in termini di PPP, e intorno al 2035 per tassi di cambio del mercato. In aree come biotecnologie e nanotecnologie, Cina e India avranno un ruolo crescente nel loro sviluppo, nei prossimi decenni. Ciò ne alimenterà ulteriormente la progressione sulle più lente economie avanzate.

Il declino del dollaro
Venti anni fa, i turisti che volevano cambiare rubli o rupie sarebbero stati ben accolti solo negli aeroporti internazionali dei Paesi che emettevano quelle valute. Oggi, le rupie indiane possono essere cambiate nelle piccole banche in Australia e Nuova Zelanda. L’accettazione della moneta è semplicemente un segno della fiducia nell’economia e nel commercio del Paese di emissione. In un articolo intitolato ‘Il blocco del Renminbi è qui’, Arvind Subramanian e Martin Kessler del Peterson Institute for International Economics statunitense danno un quadro drammatico di come il RMB si rafforzi mentre il dollaro s’indebolisce. In primo luogo, dicono che il RMB è già la moneta di riferimento dominante in India e Sud Africa. In secondo luogo, dalla metà del 2010 il RMB ha fatto passi da giganti come valuta di riferimento rispetto a dollaro ed euro. “Il RMB è ora la moneta di riferimento dominante in Asia orientale, eclissando il dollaro e l’euro… Le valute di Corea del Sud, Indonesia, Malesia, Filippine, Taiwan, Singapore e Thailandia ora sono collegate più al RMB che al dollaro. Il predominio del dollaro come moneta di riferimento in Asia orientale è ora limitato a Hong Kong (in virtù del peg), Vietnam e Mongolia“. Forniscono questa agghiacciante valutazione: “Il dollaro e l’euro hanno ancora un ruolo che va ben al di là delle loro sfere d’influenza naturali che non il RMB, ma ciò sta cambiando a favore del RMB“. Perché agghiacciante? Il commercio India-Iran in rupia, Russia-Iran in rublo e l’accettazione mondiale del RMB erodono lentamente il prestigio del dollaro USA, che avrà conseguenze sulla prosperità statunitense. Come nazione notevolmente beneficiata, e sfruttata, dallo status di valuta di riserva del dollaro, la fine del Raj del dollaro significa un forte calo dei redditi statunitensi e della capacità del Paese di proiettare potere.

Il sud ancora in gioco
L’avanzata, o come dice il consigliere della Sicurezza Nazionale indiana Shiv Shankar Menon, il  “risorgere” dei Paesi BRICS non significa che l’occidente tramonterà presto. Mentre la sua fetta di torta economica globale si riduce in modo sostanziale, la prosperità occidentale si ridurrà solo in termini relativi. PwC dice che gli Stati Uniti manterranno il primo posto per livello medio di reddito nel 2050, mentre i Paesi emergenti come Cina, Brasile, Indonesia e l’India saranno ancora in fondo alla tabella dei redditi. Tuttavia, il differenziale di PIL pro capite tra i due gruppi si ridurrà significativamente. Ad esempio, il PIL pro capite della Cina, come percentuale di spesa degli USA,  aumenterà dal 18 per cento nel 2011 al 44 per cento nel 2050. Per i prodotti e servizi dal più alto valore aggiunto, i mercati di Stati Uniti ed Unione europea resteranno attraenti grazie ai loro consumatori più abbienti, sebbene le multinazionali dei mercati emergenti potranno aspettarsi di raggiungere una posizione sempre più forte su questi mercati, mentre avanzano lungo la scala del valore aggiunto.

Il futuro dei BRICS
Attualmente, i Paesi BRICS rappresentano più di un quarto delle terre emerse del mondo, oltre il 40 per cento della popolazione mondiale e circa il 35 per cento delle riserve valutarie mondiali. Le economie dei BRICS collettivamente valgono circa 12000 miliardi di dollari, e supereranno le dimensioni dell’economia statunitense, pari a 15000 miliardi dollari, entro il 2015. Nelle stime dell’ex economista di Goldman Sachs Jim O’Neill, entro il 2020 il PIL combinato dei BRIC sarà di circa 25000 miliardi di dollari. Ciò che rende la storia dei BRICS così interessante e attraente per i Paesi dal Sud America all’Africa è la natura arcobaleno di tale coalizione. Ogni Paese è completamente diverso dagli altri, non solo in termini di razza e colore ma anche di sistemi economici e di religione. L’obiettivo del gruppo è piuttosto globale che regionale o locale, e questo principalmente grazie al DNA del triangolo Russia-India-Cina organizzato da Mosca negli anni ’90. Con le democrazie occidentali sempre più inefficienti, il successo economico dei Paesi BRICS infine potrebbe instaurare un mondo multipolare dove i piccoli Paesi avranno la libertà e l’opportunità di tendere alla prosperità, e ciò potrebbe rendere il mondo un posto più equo.

20121213-bricsTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La situazione in Libia: ambizioni militari e racket del petrolio

120912_Libya1Il 1 febbraio 2014, il quotidiano francese Le Figaro sosteneva che membri della forza d’élite statunitense Delta Force, operassero assieme a forze del CNT nel sud della Libia. Citando “una fonte diplomatica a Tunisi“, Le Figaro affermava che le forze statunitensi erano di stanza in una base segreta nel governatorato di Tatawin, nel sud della Tunisia, presso il confine libico. Ma se il governo tunisino negava ciò, altre fonti d’informazione rivelarono la presenza di agenti della CIA e militari dell’Africom in quattro basi tunisine: due nel sud del Paese a Bin Qirdan Madanin e a Djerjis, per controllare le coste tunisine nei pressi del confine libico, e due nelle montagne Shanbi, al confine con l’Algeria, dove ufficiali statunitensi disponevano di sistemi di rilevazione e sorveglianza satellitare. I militari statunitensi collaborano da mesi con i vertici dell’esercito tunisino nel creare una base militare tunisino-statunitense per sorvegliare i movimenti da e per la Tunisia. Hosin al-Qafi, ex-funzionario del ministero degli Interni tunisino, affermò che “Vi sono 12 campi di addestramento jihadisti in territorio tunisino, e i funzionari degli Interni lo sanno. Una volta addestrati, i jihadisti vengono inviati nel Sahara algerino, in Mali e Siria”. Al-Qafi aggiunse: “Se c’è un’esplosione in un luogo pubblico, hotel, centro commerciale, si deve sapere che sono le forze speciali tunisine che l’hanno pianificato, cercando di aggravare la situazione per ingannare il popolo tunisino e dargli l’impressione che il terrorismo si diffonda in Tunisia e che al-Qaida attacchi la società civile. L’obiettivo è preparare il terreno all’intervento dei marines degli Stati Uniti in Tunisia.” Intanto il presidente ciadiano Idris Deby prorogava la presenza della base militare di Parigi, permettendo ai francesi di rafforzare la loro presenza militare nel nord del Ciad, ampliando la base militare di Faya e creandone una nuova a Zuar, per sorvegliare il sud della Libia. Ed infatti, il 21 febbraio 2014, un aereo-ospedale militare Antonov An-26 diretto verso l’aeroporto di Tunisi-Cartagine si schiantava nel governatorato tunisino di Nabul. A bordo c’erano sette passeggeri e quattro membri d’equipaggio, tutti rimasti uccisi. I sette passeggeri erano membri di al-Qaida e di Ansar al-Sharia, che dovevano essere curati negli ospedali della capitale tunisina. Tra di loro vi era Muftah Dhauadi. Originario di Sabratha, Dhauadi era l’emiro e fondatore di Ansar al-Sharia e del Gruppo armato islamico combattente libico (LIFG). Muftah Dhauadi era noto nell’ambito di al-Qaida come Abu Abd al-Ghafar. Dopo l’invasione della Libia nel 2011, divenne il capo del consiglio militare di Sabratha. Inoltre, a bordo dell’aereo vi erano quattro importanti capi di al-Qaida, che il Qatar, con la complicità dei fratelli mussulmani tunisini di al-Nahda, cerca di insediare in Tunisia. I quattro islamisti erano Ali Nur al-Din al-Sid, Abdelhaqim al-Sid, Walid Salah al-Sid e Tahar Abdelmula al-Sharif. Se “lo schianto del velivolo può essere un incidente, riesce gradito in certi Stati occidentali. La scomparsa di mercenari, testimoni scomodi, è un loro obiettivo strategico”. Intanto, la presenza della Resistenza Verde si consolidava nelle seguenti città e cittadine: Sabha, al-Gilat, Ghat, Ragdalin, Tobruq, Im Sat, al-Qubah, Timimi, al-Bayda, Fatahya, al-Murj, Tulmina, Dersia, Ribyana, al-Ragurya, Persis, al-Abyar, Sluq, Jadabya, Jawat, al-Mitanya, al-Alziziyah, Guminis, al-Briga, Ras Lanuf, Soluq, Gardina, Ubari, Tarhuna, Bani Walid, Warshala, al-Asadia, Abu Salim, Gadamis, mentre scontri tra milizie e elementi “verdi” si registrarono a Tripoli, Misurata, Benghazi; Sabha e Qufra erano sotto il controllo della Resistenza.
Stati Uniti e Gran Bretagna presiedono alla ricostruzione delle forze armate della Libia. A gennaio, la Defense Security Cooperation Agency degli Stati Uniti annunciava di aver notificato al Congresso USA di aver approvato vendite militari alla Libia per diversi milioni di dollari e l’avvio dell’addestramento di 6000-8000 soldati. “L’addestramento comprende fino ad otto anni di addestramento, sostentamento e miglioramento delle infrastrutture ed attrezzature, tra cui 637 carabine M4A4 e munizioni per armi leggere, servizi di supporto logistico ed organizzativo, abbigliamento e attrezzature individuali, e altri elementi logistici legati al programma“. Nel frattempo, 340 reclute libiche erano giunte in Italia presso la base militare italiana di Cassino. L’Italia addestrerà 5200 soldati libici in due anni. Tripoli ha versato alla Gran Bretagna 2,5 milioni dollari per riaprire la vecchia base militare di Bassingbourn, nell’Inghilterra orientale, per addestrare un altro contingente. La Libia, impegnata nella ricostruzione delle forze armate (Comitato Supremo di Sicurezza), dovrebbe arruolare 40000–55000 uomini. Si parla anche dell’acquisizione di vari sistemi d’arma. Oltre a Italia, Gran Bretagna e Francia, anche la Turchia nel 2013 ha addestrato 1000 soldati libici presso la scuola di fanteria di Egirdir, e nel 2014 è previsto l’arrivo di 2000 effettivi, oltre ad 800 agenti di polizia. Come visto, 6/7000 soldati libici saranno addestrati dagli statunitensi nell’arco di 8 anni presso due basi bulgare, tra cui quella di Novo Selo. I corsi riguardano l’addestramento della fanteria e di un nucleo antiterrorismo. Infine, altre reclute si addestrano in Giordania, ma probabilmente si tratta una copertura per ospitare e armare terroristi libici da infiltrare in Siria. Il CNT ha richiesto 287 fuoristrada Humvee statunitensi, di cui 54 già consegnati, oltre a 20 autoblindo FIAT Puma regalati da Roma (e ‘requisite’ dalla milizia di Zintan) e a 49 NIMR-II ottenuti dagli EAU, usati nelle zone di confine e per sorvegliare gli edifici governativi. La Libia avrebbe anche ricevuto 10 sistemi missilistici anticarro Khrizantema-S. L’unico battaglione corazzato attivo, il 204.to, raccoglie i veicoli da combattimento ancora efficienti già impiegati dalla Jamahiriya. La marina del CNT è costituita dalla fregata al-Hani e dalle navi da sbarco Ibn Harisa e Ibn Uf, che sono in cantiere per lavori di manutenzione assieme a 2 motovedette classe Bigliani, in riparazione a Napoli. Ad esse si aggiungerebbe la motomissilistica Shafaq. Nel 2013 la Marina libica ha ricevuto i primi 30 di 50 gommoni 1200UM ordinati alla francese Sillinger, che saranno schierati nelle basi navali di Ras Agadir e Bardia. A ciò si aggiunge l’ordinativo per due battelli, Janzur e Aqrama, all’azienda francese Raidco che si occuperà anche dell’addestramento di 32 marinai libici a Lorient. Infine l’aeronautica del CNT consiste in pochissimi velivoli ereditati dalla Jamahiriya. Il Capo di Stato Maggiore del CNT, generale Gerushi, aveva avanzato un programma che prevedeva l’acquisizione di 14/16 caccia Dassault Rafale per costituire le squadriglie schierate nelle basi di Gordabaya e Watya, nel Fezzan, e 7/9 caccia EFA Typhoon da schierare a Tobruq e Bengasi-Benina. Il CNT avrebbe anche richiesto l’acquisto negli USA di due aerei cargo C-130J-30 Super Hercules e di sei elicotteri da trasporto CH-47D Chinook. Secondo la pubblicazione statunitense Defense News, il colonnello Ibrahim al-Fortya, addetto militare libico a Washington, aveva dichiarato alla Camera di Commercio Americana: “Ci piacerebbe dare priorità alle aziende statunitensi“.
Reuters_VP-lybia(1)Nel frattempo, il 14 febbraio 2014, con un discorso di 11 minuti trasmesso dalla televisione di Stato libica, il generale Qalifa Belqasim Haftar affermava di aver preso il controllo delle istituzioni e di sospendere il governo e il parlamento, “il comando nazionale dell’esercito libico si muove per impostare la nuova tabella di marcia verso la democrazia per salvare il Paese dalla sciagura. Terremo incontri con partiti e gruppi di potere per testare la condivisone di questa marcia”. Da parte sua, il primo ministro Ali Zaydan dichiarava alla TV saudita al-Arabiya di aver licenziato il generale Haftar e di mantenere l’esercizio delle sue funzioni. Il generale Haftar aveva detto di non voler imporre il potere militare, ma di agire nell’interesse nazionale per porre fine al regno delle milizie, annunciando una consultazione con le principali forze politiche allo scopo di nominare un presidente e un governo civile ad interim. La settimana precedente, sebbene il Parlamento avesse esaurito il proprio mandato, decideva unilateralmente di prolungare la propria attività fino ad agosto per poter stendere la nuova Costituzione. Probabilmente, in tale quadro, il generale Haftar interveniva su richiesta di Washington, mentre da oltre un mese le forze nazionaliste occupano diverse città nel sud del Paese. Ex-generale della Jamahiriya Araba di Libia, nel 1987 durante la guerra in Ciad Qalifa Haftar subì una pesante sconfitta e disertò. Fuggì negli Stati Uniti e fu addestrato dalla CIA. Creò l’Esercito di liberazione della Libia nell’ambito del Fronte nazionale per la salvezza della Libia, ma non riuscì a rovesciare Muammar Gheddafi. Con i suoi uomini, per lo più della sua tribù Farjani, combatté come mercenario di Washington nella Repubblica democratica del Congo. Portato a Bengasi dalla NATO, nel marzo 2011, divenne il numero due delle “forze ribelli” e loro capo dopo l’assassinio del generale Fatah al-Yunis per mano di al-Qaida. Dopo la vittoria della NATO, fu imposto quale Capo di stato maggiore dell’esercito libico. Anche Ali Zaydan è un ex-diplomatico libico che nel 1980 disertò passando agli oppositori libici rifugiatisi in occidente.
Il 18 febbraio 2014, il Consiglio generale nazionale della Libia raggiunse un accordo per indire le “elezioni anticipate”. Al Congresso Nazionale Generale (GNC), il primo partito era il Partito della Giustizia e Costruzione (PGC), ala politica dei Fratelli musulmani sostenuta da Qatar e Turchia, e il primo partito d’opposizione era l’Alleanza delle Forze Nazionali (NFA) liberale. I 200 membri del Congresso furono eletti nel luglio 2012, che dovevano entro 18 mesi guidare la transizione del Paese. Ma il 7 febbraio decisero di prorogare il loro mandato fino al dicembre 2014, suscitando una crescente opposizione popolare. Il 14 febbraio migliaia di libici protestarono contro l’estensione del mandato chiedendo nuove elezioni. Quindi il Consiglio decideva la nomina di un organo costituzionale per adottare una nuova costituzione entro quattro mesi dalla nomina, altrimenti si sarebbero indette le nuove elezioni, per formare organi legislativi transitori per altri 18 mesi.
Il 3 marzo 2014, i parlamentari della Libia si trasferivano nell’albergo Waddan, il giorno dopo che rivoltosi armati avevano assaltato il parlamento, incendiandolo, uccidendo una guardia e ferendone sei deputati. I manifestanti volevano che il Parlamento si sciogliesse immediatamente dopo la fine del mandato, scaduto a gennaio. L’assalto al parlamento avveniva mentre assassini e attacchi contro migranti cristiani e milizie filo-governative aumentavano in Cirenaica. L’ultimo assassinio fu quello di un ingegnere francese che lavorava presso un centro medico attivo a Bengasi dal 2009. A gennaio sette egiziani cristiani copti erano stati rapiti dalle loro case, ed uccisi con un colpo alla testa e al torace.
L’8 e 9 marzo i separatisti libici iniziarono caricare greggio su una petroliera saudita, ignorando le minacce del CNT di Tripoli. I separatisti controllano i terminali petroliferi della Libia orientale su richiesta delle regioni autonome orientali. L’8 marzo la nave cisterna battente bandiera panamense Morning Glory, ma di proprietà di una società saudita, ormeggiava al terminal di al-Sidra, il primo ministro Ali Zaydan aveva ordinato di non far imbarcare il greggio altrimenti la petroliera sarebbe stata bombardata, mentre il ministro del petrolio, Omar Shaqmaq, accusava i separatisti di “pirateria”. Il 9 marzo, il ministro della Cultura Amin al-Habib disse che navi della marina libica erano state dispiegate in mare per fermare la petroliera. “La petroliera non deve lasciare il porto, o sarà trasformata in un mucchio di metallo“. Il ministero della Difesa aveva impostato l’azione militare, ordinando al comandanti di marina ed aeronautica “di colpire le petroliere che entrano nelle acque libiche senza il permesso delle autorità legittime“. Zaydan però riconobbe che l’esercito non era riuscito ad adempiere agli ordini, quando inviò dei rinforzi da Aghedabia, ad ovest di Bengasi, ad al-Sidra, che rimane in mano ai separatisti della Cirenaica. A gennaio, la marina libica aveva sparato contro una petroliera battente bandiera maltese mentre cercava di caricare greggio sempre ad al-Sidra. Il portavoce della National Oil Corporation, Muhammad al-Harayri, ha detto che la Morning Glory era “ancora nel porto e il caricamento è in corso“. La nave avrebbe dovuto imbarcare 350000 barili di greggio. Fonti militari avevano detto che vi era un piano per intercettare la petroliera prima che lasciasse le acque territoriali della Libia. Zaydan aveva detto che “Tutte le parti devono rispettare la sovranità libica. Se la nave non le rispetterà, sarà bombardata“, aggiungendo che le autorità avevano intimato al comandante della nave di lasciare le acque della Libia, ma che uomini armati a bordo gli impedivano di salpare. Un portavoce del governo della Cirenaica a est, ribadiva che le esportazioni di petrolio da al-Sidra erano comunque cominciate, “Non sfidiamo il governo o il congresso, ma insistiamo sui nostri diritti“, dichiarava Rabo al-Barasi, a capo dell’ufficio esecutivo della Cirenaica, formato nell’agosto 2013.

Alessandro Lattanzio, 10/3/2014

Fonti:
Allain Jules
Al-Wihda
CTV News
ChasVoice
Nsnbc
Nsnbc
RID
Tunisie-secret
SpaceWar
Voltairenet

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

Cina prospera contro USA imperiali

John V. Walsh 4th Media 28 gennaio 2014

US-CHINA-OBAMA-XILa Cina ha dichiarato i suoi obiettivi in modo abbastanza inequivocabile. “Una società moderatamente prospera entro il 2020” è il primo obiettivo e “una forte nazione socialista dal 2049” è il secondo. Ciò può essere semplificato: la leadership cinese vuole che il popolo abbia un tenore di vita pari a quello delle nazioni sviluppate occidentali. E ciò assieme al ripristino e alla conservazione della sovranità, parte principale del programma cinese dal 1949, almeno. La grande conquista storica della Cina è stata togliere centinaia di milioni di persone dalla povertà, rappresentata soprattutto dall’eliminazione della povertà nel recente passato. Questo risultato viene raramente menzionato in occidente. Considerate le semplici conseguenze di questo fatto, la Cina ha una popolazione di 1,36 miliardi di abitanti e gli Stati Uniti una popolazione di 320 milioni. Quindi, se la Cina avrà un PIL pro capite pari a quello degli Stati Uniti, il suo PIL totale dovrà essere superiore di quattro volte all’economia degli Stati Uniti. Quattro volte.
Come sappiamo almeno da Tucidide, il potere militare scaturisce dal potere economico. Il vero potere “soft” sono le scoperte scientifiche e le realizzazioni tecnologiche. (Questa settimana USA Today presenta la storia sulla rapida crescita di nuovi ed originali brevetti cinesi, allarmante per il Pentagono.) La crescita del potere economico della Cina chiude quindi la porta all’egemonia globale degli Stati Uniti. L’unico modo per gli Stati Uniti di mantenere la speranza di tale egemonia è che la Cina cambi rotta e accetti un tenore di vita minore. Ma la Cina non accetterà volontariamente lo status di seconda classe. Primo, un tale futuro non è solo ingiusto, ma i cinesi né lo percepiscono né l’accettano. Secondo, un tale corso richiede che un popolo dotato, determinato e dalla grande cultura accetti un livello di vita inferiore a quello del mondo sviluppato. Quindi se l’impero degli Stati Uniti vuole rimanere la prima delle potenze militari mondiali, aldilà di ogni sfida, non ha altra scelta che respingere la Cina. V’è una contraddizione inevitabile tra il dominio militare degli Stati Uniti e lo sviluppo economico cinese. Inoltre il potere economico della Cina contrasta le manovre egemoniche degli Stati Uniti, le cui sanzioni, embarghi e blocchi a nazioni sovrane non funzioneranno se la Cina è disposta a commerciare con tali nazioni minacciate. Ciò preclude il controllo economico degli Stati Uniti sulle nazioni più deboli. Tuttavia, non vi è alcun conflitto inevitabile tra le due nazioni, la Cina e gli Stati Uniti, o tra i due popoli. La prosperità della Cina non esclude un alta prosperità nello sviluppo economico degli Stati Uniti e la prosperità non è un gioco a somma zero.
Come ripetono i cinesi sempre, lo sviluppo della Cina sarà vantaggioso per tutte le nazioni del mondo. Cosa già dimostratasi con l’attuale Grande Recessione dove l’economia cinese è il principale motore dell’economia globale, impedendo che la Grande Recessione precipiti nella Grande Depressione. Questo è vero anche nel caso di altre nazioni in via di sviluppo come l’India, ad esempio. Quindi la domanda è se gli Stati Uniti desiderano rimanere la potenza militare dominante nel mondo e respingere la Cina. Purtroppo tali strategie anti-cinesi furono già attute dagli Stati Uniti e saranno intensificate. La “strategia della nuova Via della Seta” in Asia centrale viene presentata da Hillary Clinton per “contenere” la Cina. Dal primo mandato di George W. Bush almeno, gli Stati Uniti hanno cercato di arruolare l’India per “controbilanciare” la Cina, con scarso successo. Finora gli indiani non sembrano abboccare. Il “Pivot in Asia” abbracciato da Clinton, Obama e gli altri delle alte sfere della politica estera degli Stati Uniti, cerca di arruolare Australia, Filippine, Giappone, Corea del Sud e Vietnam contro la Cina. Alcuni seguono gli schemi classici nella diplomazia. Per esempio, come John Mearsheimer descrive nel suo libro, La tragedia di essere una grande potenza politica, l’obiettivo di una potenza egemone regionale è impedire la nascita di una potenza egemone regionale in altre parti del globo. Mearsheimer sottolinea che oggi v’è una sola potenza egemone regionale nel mondo, gli Stati Uniti, che regnano sovrani sull’emisfero occidentale. La prima tattica preferita per emarginare un’altra potenza egemone emergente, è lo “scaricabarile.” In termini semplici, ciò significa far fare a un’altra potenze regionale il lavoro sporco, risparmiandosi dolori e costi. Sotto tale luce vanno considerati i vaneggiamenti del primo ministro giapponese Abe, sostenuto, incoraggiato e anche incitato dal “pensatoio” statunitense CSIS (Centro di Studi Strategici e Internazionali). E oggi arriva la notizia che il partito di Abe, il Partito Liberal Democratico, ha eliminato dalla sua piattaforma la promessa che il Giappone “non potrà mai muovere più guerra”, un impegno preso alla fine della seconda guerra mondiale, causando notevole costernazione in Sud Corea, Cina, Taiwan e altrove nella regione!
Inoltre, gli Stati Uniti non sono minacciati da una potente Cina. Un vasto oceano ci separa dalla Cina e la potenza delle armi nucleari rende la sfida alla sovranità degli Stati Uniti impossibile se non suicida. Inoltre, gli Stati Uniti restano in gran parte un’economia autosufficiente con risorse in abbondanza. Solo una grave paranoia potrebbe portare a temere una Cina economicamente prospera. Ed inoltre, come Henry Kissinger, e molti altri, sottolinea nel suo libro sulla Cina, i cinesi non hanno una tradizione espansionista. Ciò era vero fino ai primi anni del 15° secolo, quando la Cina era la più grande potenza navale del mondo, inviando navi enormi in Africa e altrove molto tempo prima che Colombo mettesse piede su una nave. Si trattava di commercio e non di conquista e schiavitù. Conquista ed asservimento furono opera della civiltà europea. E anche ora che la Cina è la seconda maggiore economia del mondo, non ha una sola base militare all’estero anche se fornisce il maggiore personale al contingente di pace delle Nazioni Unite, rispetto a qualsiasi altra nazione. Come sottolinea Kissinger, l’eccezionalismo americano è missionario, ma insiste sul fatto che tutto il mondo sia come noi. Ciò si vede nell’incarnazione più fanatica di Hillary Clinton e degli altri imperialisti “umanitari”, che si pretendono essere dei “progressisti”. L’eccezionalismo della Cina, d’altra parte, è un’alta autostima della propria cultura ma senza il desiderio di diffonderla. Se il resto di noi non vuole seguire la via cinese, allora abbiamo perso e non significa che i cinesi debbano cambiare il loro punto di vista.
La sanguinosa storia degli Stati Uniti nell’ultimo secolo è una questione del tutto diversa. Se gli Stati Uniti insistono sul loro status di potenza militare dominante e insindacabile, allora siamo sulla via del conflitto, di certo di una nuova Guerra Fredda il cui inizio è il “pivot”, e molto probabilmente siamo anche sulla via della Terza Guerra Mondiale. Noi, negli Stati Uniti, possiamo impedirlo e, forse, salvare il mondo da sofferenze peggiori e da un conflitto mortale. La risposta è abbandonare l’impero, smantellare le nostre basi all’estero, por termine all’occupazione di nazioni straniere tra cui Corea del Sud, Giappone e Germania, adottare una strategia difensiva per proteggere la nostra terra e tornarcene a casa. Commercio e discussione sì. Intervento militare no.  Abbiamo un potenziale partner per la pace nella Cina. Facciamo il tentativo di stabilire la fiducia e verificarla. In breve, Come Home America. Il paradiso ci attende qui e lasciamo gli altri in pace a costruirsi il proprio.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La trappola turca

Mikhail Aghajanjan Strategic Culture Foundation 18/01/2014
443154369501Anche se stabilizzano la situazione, le personali misure d’emergenza adottate dal Primo ministro turco Recep Erdogan e il rimpasto del governo dopo lo scandalo della corruzione di dicembre non  eliminano le contraddizioni che minano il sistema socio-politico del Paese. Una di tali contraddizioni della Turchia è legata all’elaborazione della cosiddetta “trappola del reddito medio”, un’altra è causata dalle crescenti sproporzioni dei rapporti economici esteri derivanti dall’attuale rifocalizzazione di Erdogan dall’Europa al Medio Oriente. Il meccanismo della “trappola” è semplice: il tasso di crescita recentemente elevato dell’economia nazionale rallenta al livello dei Paesi occidentali sviluppati, mentre gli indicatori di sviluppo tecnologico e del reddito della popolazione, che ha raggiunto i 75 milioni di abitanti, del Paese sono notevolmente in ritardo. In precedenza, la crescita annuale dell’economia della Turchia, vicina a percentuali a due cifre, s’è ridotta per via di molti problemi interni. Ora il rallentamento della crescita non può che intensificare tali problemi. La grande classe media urbana formatasi nel Paese comincia ad esigere sempre più risolutamente i propri diritti socio-politici. E’ in questa classe che l’antagonismo verso il governo di Giustizia e Sviluppo (AKP) e del suo permanente leader Erdogan attualmente aumenta. La Turchia ha i suoi “cittadini arrabbiati” che non accettano lo stile autoritario del primo ministro attuale. Una parte significativa della classe media associa le riforme che ha dichiarato con i tentativi  della squadra di Erdogan di garantirsi il potere in modo permanente. Naturalmente l’ulteriore islamizzazione dell’AKP di istituzioni sociali e statali ha svolto un ruolo importante nella crescita di tali sentimenti. Secondo le stime di esperti di qualche tempo fa, la “trappola” scatterà una volta per tutte su una delle più grandi economie del mondo asiatico nel prossimo decennio. Ora, questa previsione ha bisogno di qualche aggiustamento. Il momento critico in cui il divario tra i redditi reali dei cittadini turchi e le loro maggiori aspirazioni si avvicinerà alla metà del secondo decennio del secolo corrente. E se si vuole credere alle stime del centro d’intelligence statunitense STRATFOR, uno dei principali fattori delle relazioni internazionali nel 2014 saranno gli eventi causati da stress economico e disordini politici in Turchia…
L’acutezza delle proteste civili in Turchia, indica che in futuro qualsiasi scandalo per corruzione o altro, di alto profilo, che colpisca le autorità sarà inevitabilmente accompagnato da danni economici per il Paese. Dopo ogni ondata di disordini politici interni, segue un calo notevole degli indici economici e un deflusso degli investimenti esteri. Tutto questo, a sua volta, significa costi politici nelle relazioni della Turchia con i Paesi occidentali, costringendola a concentrare l’attenzione sempre più visibilmente verso l’Oriente. Ad esempio, le esportazioni turche verso i Paesi arabi nel 2010-2012 sono cresciute del 57%. Allo stesso tempo, i legami economici turchi con i partner mediorientali significano non solo l’aumento dei ricavi commerciali e degli investimenti aggiuntivi, ma anche espansione ideologica. Le idee sull’islamizzazione della società turca sono in grande misura coltivate all’estero. Concetti come il “denaro verde” non sono mai apparsi, entrando in Turchia principalmente dai Paesi del Golfo Persico, in primo luogo dall’Arabia Saudita. Ma fonti e  aree in cui “il denaro verde” viene investito nell’economia turca rimangono opache. Secondo il parere di alcuni analisti statunitensi, dall’11 settembre 2001 i sauditi hanno diretto miliardi di dollari di investimenti non ufficiali nell’economia turca. Successivamente, una parte di questo denaro, subito ritirato dalle banche e dai fondi statunitensi, è rimasta nell’economia del Paese. Attualmente la quantità di “denaro verde” in Turchia sarebbe tra i 6 e i 12 miliardi di dollari.
Il programma di sviluppo delle esportazioni per il periodo fino al 2023 (adottato nel giugno 2012) prevede che il Paese diventi una delle dieci economie più grandi del mondo, che le esportazioni  crescano a 500 miliardi di dollari, e che la quota delle esportazioni mondiali turca passi dall’attuale 1%  all’1,46% entro il 2023. A tal fine, è previsto un incremento annuo dell’11,7% delle esportazioni. Ma nel 2012 è stata registrata una ridotta quantità di investimenti diretti esteri nell’economia turca, diminuita del 22,8% rispetto al 2011, arrivando a 12,4 miliardi dollari. E’ significativo che l’ammontare degli investimenti in Turchia dai Paesi dell’UE per il 2012 sia diminuito del 37%, mentre lo stesso dato per i Paesi asiatici è aumentato del 103%. Si può supporre che i risultati economici finali per il 2013 confermeranno ulteriormente la tendenza verso una riduzione degli investimenti occidentali nell’economia turca e l’aumento di tali investimenti dall’Oriente. Molto probabilmente, la difficoltà principale per la leadership turca è che il Paese non potrà rimanere perennemente solo nella posizione di beneficiario, approfittando della sua posizione geopolitica tra Europa ed Asia. Questa è la difficoltà della scelta strategica. Sia l’occidente che l’Oriente chiedono che la Turchia decida sulle sue preferenze geopolitiche. Allo stesso tempo, la massa critica delle aspettative dei vari segmenti della società si accumula nel Paese, e spesso queste aspettative sono contraddittorie. I “cittadini arrabbiati” delle province occidentali, economicamente sviluppate, aderiscono ai valori politici liberali, mentre l’entroterra rurale e i vilayet orientali (fino al 25% della popolazione attiva della Turchia è impiegata in agricoltura) assumono un atteggiamento completamente diverso. A quanto pare Erdogan non potrà più collocare tutte le sue puntate su questa parte del suo elettorato tradizionale alle prossime elezioni comunali e presidenziali del 2014. Come potrà coniugare le esigenze sempre più contrastanti dei vari segmenti della società turca, risulterà evidente nel prossimo futuro.

turkey2013La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I vampiri dell’energia

Dean Henderson 9 gennaio 2014

Le élite globali sanno che l’energia è fondamentale per la vita. Controllare l’energia significa controllare i popoli. Quattro colossi non solo possiedono il petrolio, ma praticamente tutte le fonti energetiche del pianeta. Nel mio libro Big Oil e i suoi banchieri…, li chiamo i Quattro Cavalieri: Royal Dutch/Shell, Exxon Mobil, Chevron-Texaco e BP Amoco.
>Oil prices are at a two-year high, after a jump of more than 20 per cent in three months, prompting traders to look for OPEC's signal on when it might begin pumping more crude.Royal Dutch/Shell ed Exxon-Mobil sono i maggiori e i più integrati verticalmente dei Quattro Cavalieri. Questi colossi guidano la carica all’integrazione orizzontale dell’industria energetica, investendo molto nel gas naturale, carbone e uranio. Con la caduta del muro di Berlino, l’Europa dell’est, la Russia, i Balcani e l’Asia centrale furono aperti a Big Oil. Exxon-Mobil ha costituito una joint venture con la compagnia petrolifera di Stato ungherese Afor prima che il Muro toccasse il suolo. BP Amoco si prese la quota di maggioranza di Lukoil della Russia. Secondo Kurt Wulff dell’impresa d’investimento petrolifera McDep Associates, i Quattro Cavalieri si scatenarono nei nuovi pascoli dell’Estremo Oriente, vedendo un incremento patrimoniale nel 1988-94 così: Exxon-Mobil 54%, Chevron-Texaco 74%, Royal Dutch/Shell 52% e BP Amoco 54%. Il Cartello petrolifero Rockefeller/Rothschild ha più che raddoppiato il proprio patrimonio collettivo in sei  anni. Russia e Asia Centrale contengono oltre la metà delle riserve di gas naturale del mondo. Royal Dutch/Shell aprì la strada per pompare queste riserve formando una joint venture con Uganskneftegasin per l’enorme giacimento di gas in Siberia di cui Shell detiene una quota del 24,5%. Shell fu il primo produttore mondiale di gas naturale dal 1985, spesso con una joint venture con la Exxon-Mobil. Nel settore del gas naturale al dettaglio degli Stati Uniti, Chevron-Texaco possiede Dynegy, mentre Exxon-Mobil possiede Duke Energy. Entrambi furono protagonisti, insieme alla Enron, dei picchi sul gas naturale del 2000, sconvolgendo l’economia della California e portando al fallimento il principale ente dello Stato, Pacific Gas & Electric. Exxon-Mobil ha vasti interessi negli impianti di produzione energetica nel mondo, tra cui la piena proprietà della China Light & Power di Hong Kong.
Negli anni ’70 Big Oil investì 2,4 miliardi dollari nell’esplorazione dell’uranio. Controlla ora oltre metà delle riserve di uranio mondiali, fondamentali per alimentare le centrali nucleari. Chevron-Texaco e Shell svilupparono anche una joint venture per costruire reattori nucleari. Exxon-Mobil è il produttore leader di carbone negli Stati Uniti e ha la seconda maggiore riserva di carbone dopo la Burlington Resources, l’ex ferrovia controllata da BN, che nel 2005 fu acquistata dalla Conoco-Phillips controllata dalla famiglia DuPont. Royal Dutch/Shell possiede miniere di carbone nel Wyoming attraverso la sua controllata ENCOAL e in West Virginia attraverso l’Evergreen Mining. Chevron-Texaco possiede Pittsburgh e Midway Coal Mining. Sette dei primi quindici produttori di carbone negli Stati Uniti sono compagnie petrolifere, mentre l’80% delle riserve di petrolio degli Stati Uniti é controllato dalle nove maggiori aziende. Sia Royal Dutch/Shell che Exxon-Mobil comprano sempre più giacimenti di carbone.
La concentrazione di potere nell’energia non si limita agli USA. In Colombia, Exxon-Mobil possiede enormi miniere di carbone, BP Amoco possiede vasti giacimenti di petrolio e Big Oil controlla tutte le vaste risorse non rinnovabili del Paese. Nel 1990 Exxon-Mobil importava il 16% del suo greggio per gli USA dalla Columbia. I Quattro Cavalieri hanno investito pesantemente in altre imprese minerarie. La Shell detiene i contratti a lungo termine con diversi governi per la fornitura di stagno attraverso la sua controllata Billiton, che ha miniere in Brasile e Indonesia, dove è il più grande produttore di oro del Paese. Billiton s’è fusa con la Broken Hill Properties dell’Australia  diventando il più grande conglomerato minerario del mondo, la BHP Billiton. Shell gode anche di relazioni accoglienti con la seconda più grande società mineraria del mondo, la Rio Tinto, le cui direzioni sono storicamente intrecciate. La regina d’Olanda Juliana e Lord Victor Rothschild sono i due maggiori azionisti di Royal Dutch/Shell. Shell ha recentemente iniziato ad investire pesantemente nel settore dell’alluminio. Shell Canada è il primo produttore di zolfo del Canada. Shell gestisce interessi sul legname in Cile, Nuova Zelanda, Congo e Uruguay e una vasta industria floreale in aziende agricole di Cile, Mauritius, Tunisia e Zimbabwe. Ieri, la BHP Billiton, tentacolo della Shell, ha annunciato un tentativo di acquisizione ostile da 38,6 miliardi dollari della canadese Potash Corp. BHP Billiton già possiede Anglo-Potash e Athabasca Potash. La proprietà delle Potash Corp. Gli darebbe il controllo di oltre il 30% del mercato globale del potassio. Il potassio è un componente necessario in qualsiasi coltura agricola.
BP Amoco, attraverso la sua controllata ARCO, è diventata uno dei sei maggiori produttori di bauxite del mondo, da cui deriva l’alluminio. Ha miniere in Giamaica e in altre nazioni caraibiche. Chevron-Texaco controlla oltre il 20% del grande gruppo minerario AMAX, il principale produttore di tungsteno degli Stati Uniti e grandi aziende agricole in Sud Africa e Australia. Exxon-Mobil Oil possiede Superior e Falconbridge Mining, grandi produttori canadesi rispettivamente di platino e nichel. Exxon possiede anche Hecla Mining, uno dei maggiori produttori di rame e argento del mondo, e Carter Mining, uno dei primi cinque produttori di fosfato al mondo, con miniere in Marocco e in Florida. Sono necessari i fosfati per trattare l’uranio, mentre l’acido fosforico è la chiave per la produzione petrolchimica, che i Quattro cavalieri controllano anche.
Un altro veicolo dell’egemonia dei Quattro Cavalieri nel settore energetico è la joint venture. Per decenni prima che la Chevron si fondesse con Texaco nel 2001, le società hanno commercializzato prodotti petroliferi in 58 Paesi sotto il marchio Caltex. Hanno inoltre gestito Amoseas e Topco come joint venture, prima di fondersi. La Caltex possiede raffinerie in Sud Africa, Bahrain e Giappone. Nelle Filippine, Caltex e Shell controllano il 58% del settore petrolifero. Quando il dittatore  filippino Ferdinand Marcos introdusse la legge marziale nel 1972, il vicepresidente della Caltex Frank Zingaro commentò: “La legge marziale ha notevolmente migliorato il clima degli affari.” Exxon e Mobil condivisero anche molte joint ventures in tutto il mondo, prima della loro fusione nel 1999, tra cui PT Stanvav Indonesia. La Royal Dutch/Shell e Exxon-Mobil crearono una joint venture per il Mare del Nord chiamato Shell Expro nel 1964, mentre nel 1972 la Shell si legò alla Mitsubishi in Brunei per la fornitura di petrolio al Giappone. Shell detiene il 34% della Petroleum Development Oman in partnership con Exxon-Mobil. Saudi Aramco, Consorzio iraniano, Iraqi Petroleum Company, Kuwait Oil Company e ADCO degli Emirati Arabi Uniti rappresentano tutti la collusione dei Quattro Cavalieri. In Iran e Iraq tali cartelli furono nazionalizzati. Ecco perché il Cartello petrolifero dei Rockefeller/Rothschild fece invadere l’Iraq e ora minaccia l’Iran. I nostri ragazzi muoiono, il nostro debito vola e chi ottiene il primo contratto petrolifero in Iraq, la Royal Dutch/Shell, il secondo la BP e il terzo la Exxon-Mobil, e così avete il quadro.
L’energia è fondamentale per la vita. Ecco perché il Congresso dovrebbe nazionalizzare i Quattro Cavalieri e formare una Società dell’Energia statunitense incentrata sulle alternative sostenibili. E’ tempo di abbandonare i vampiri energetici e prendere il controllo delle nostre vite.

Dean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve e Stickin’ it to the Matrix.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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