Cargill, Kissinger e l’armamento di Saddam Hussein

Dean Henderson - 17 mar 2013

kissingerGli Stati Uniti e i loro alleati occidentali non erano interessati alla questione del duplice uso nel rifornire l’Iraq, durante gli anni ’80. Dal 1985 al 1990, 771 licenze per l’esportazione dagli USA all’Iraq per prodotti a duplice uso, furono approvate, mentre gli appaltatori della difesa degli Stati Uniti, non contenti dei soldi degli ayatollah, armavano l’Iraq, mentre la CIA forniva intelligence a Saddam. Quando nel 1987 Hussein gassò i curdi del PUK sostenuti dal Mossad, il presidente Reagan si oppose alle sanzioni all’Iraq. Invece, l’agente del Mossad Gerald Bull e la sua Space Research Corporation aiutavano gli iracheni a sviluppare tre “supercannoni”, nome in codice Babylon. La Space Research era controllata dalla famiglia canadese Bronfman, gli “uomini whisky” della Pure Drug Company, la cui Eagle Star Insurance era intrecciata con le banche Silver Triangle Canadian. Bronfman sposò un membro della famiglia Rothschild e lanciò la carriera del  boss mafioso di Detroit ed insider della United Brands Max Fischer e del mafioso Jacobs Buffalo, che opportunamente possedeva le concessioni per le piattaforme di perforazione petrolifera del Golfo del Messico. La polizia di Montreal individuò Mitchell Bronfman quale boss della criminalità organizzata. [1]
Gerald Bull spacciava armi della CIA in Sud Africa, dove la Space Research forniva armi e consiglieri ai terroristi dell’UNITA in Angola e della RENAMO in Mozambico, sotto la direzione del capo della stazione CIA in Angola James Potts. [2] Bull fu introdotto presso gli iracheni dal trafficante di armi di origine armena Sarkis Soghanalian, uomo della CIA che aveva fornito agli iracheni gli elicotteri della Bell. [3] Quando il viceprimo ministro belga André Cools scoprì un memo che svelava il programma di Bull e i suoi legami con la CIA e il Mossad, sia Cools che Bull vennero assassinati. La BCCI aiutò Bull a contrabbandare propellente per le superarmi dal Belgio all’Iraq e sul prestito da 72 milioni di dollari della Bank of America per la finanziatrice della Space Research, la Banca Nazionale del Lavoro (BNL). La BNL aveva i suoi uffici negli Stati Uniti presso il lussuoso Peachtree Center di Atlanta. Nel 1983-1989 la BNL si occupò di finanziare gli sforzi di approvvigionamento in armi di Saddam Hussein, in tandem con la Banca centrale irachena e la Rafidain Bank of Iraq, che aveva conti presso Bank of America, Bank of New York, Chase Manhattan e Hanover Manufacturers Trust. La stanza di compensazione della BNL in tutte le operazioni fu la Morgan Guaranty Trust. Quando Saddam non poté saldare i prestiti, le multinazionali statunitensi furono beneficiate di un saldo completo, mentre i contribuenti statunitensi sborsarono 347 milioni dollari. [4]
La BNL era la più grande banca d’Italia. La sua sede si trova di fronte all’ambasciata statunitense a Roma. La Bank of America, fondatrice della BCCI, era prima conosciuta come Bank of Italy ed era controllata dalla famiglia Rothschild. Un rapporto del Senato italiano aveva dichiarato che la BNL aveva gestito da Roma il programma iracheno degli appalti per gli armamenti e che la BNL di Atlanta era stata lanciata da “alcuni circoli politico-militar-industriali statunitensi“. La BNL era per il 96%, di proprietà del governo italiano. Spesso trasferiva fondi dall’Iraq alla BCCI, dove gli ufficiali dell’intelligence sauditi riciclavano i soldi della droga per conto del Cartello di Medellin.

Kissinger Associates
Il Consiglio di Consulenza per la Politica Internazionale della BNL comprendeva Henry Kissinger e il suo capo David Rockefeller, attuale presidente del Gruppo Rockefeller. [5] Kissinger riceveva  10.000 dollari in ogni seduta svoltesi nel 1985-1991. Nel 1984 venne fondata l’US/Iraqi Business Forum di Houston, su spinta della Kissinger Associates, una società di consulenza privata co-fondata dall’insider di CFR/TC Henry Kissinger, che nel 1989 venne nominato consigliere per l’Intelligence estera di Bush, e dall’ex ministro degli Esteri britannico Lord Carrington, ex segretario generale della NATO e presidente sia del Royal Institute of International Affairs (RIIA) che del Gruppo Bilderberg. Carrington è nel consiglio della Hollinger Corporation, presieduta dal sionista Conrad Black, proprietario del Jerusalem Post e del Daily Telegraph di Londra. Black, uno dei cittadini più ricchi del Canada, gestisce il suo impero finanziario da Toronto. Possiede il Toronto Globe & Mail e frequenta la famiglia Bronfman al Toronto Jockey Club. [6] Black, membro del RIIA e insider del Bilderberg, è stato condannato nel 2007 per frode e ostruzione alla giustizia.
La BNL fu cliente della Kissinger Associates nel 1986-1988, così come la Banca nazionale della Georgia, che l’agente della BCCI Ghaith Pharaon soffiò di sotto a Bert Lance. Kissinger è un buon amico di Pharaon e un grande amico del padre, consigliere della Casa dei Saud. Diversi clienti della Kissinger Associates finanziarono i progetti iracheni della BNL, tra cui Midland Bank (ora HSBC), Chase Manhattan, Fiat, Asea Braun Boveri, Lummis Crest, Volvo e Hewlett Packard. Il presidente Bush padre fece entrare due direttori della Kissinger Associates nel suo gabinetto; il sottosegretario di Stato Lawrence Eagleburger e Brent Scowcroft della NSA. Entrambi avevano lavorato per conto della BNL, garantendo a Saddam i finanziamenti delle tasse dei cittadini, in modo da poter assegnare contratti ai membri dell’US/Iraqi Business Forum. [7] Il rubicondo Eagleburger, da tempo vice di Kissinger, è stato ambasciatore degli Stati Uniti in Jugoslavia nel 1977-1981. È stato presidente della Kissinger Associates nel 1984-89. Era nei comitati d’amministrazione dei sostenitori nazisti di Pinochet ITT, Alcatel, Bethlehem Rebar, Mutual of New York, Josephson Internarional e Best Mart. Nel 1993 entrò a far parte del consiglio delle Dresser Industries, una sussidiaria della Halliburton, dove Dick Cheney comandava. Prescott S. Bush Jr. (fratello di George Sr.) era un dirigente delle Dresser. [8] Scowcroft nel 1982 entrò nella Kissinger Associates in qualità di vice-presidente. Possedeva azioni di molte delle multinazionali aderenti all’US/Iraqi Business Forum tra cui ITT, Westinghouse, GM, AT&T e Hewlett Packard. A queste cinque società furono concesse 100 delle 800 licenze di esportazione che il governo degli Stati Uniti aveva approvato per le vendite all’Iraq. [9] Scowcroft è stato consulente della Lockheed, ora il più grande appaltatore della difesa del mondo, dopo la fusione con la Martin Marietta, creando la Lockheed Martin.
Scowcroft e Eagleburger guidarono la carica nella Casa Bianca di Bush per vendere armi in Iraq e in qualsiasi altro Paese che potesse comprare. Sotto la pressione dell’Associazione delle industrie aerospaziali e degli amministratori delegati di Lockheed Martin, United Technologies, LTV, Raytheon, Grumman e ITT Defense, fecero pressioni per cambiare il nome dell’Ufficio Controllo munizioni del Dipartimento di Stato a Centro per il Commercio della Difesa. Le ambasciate statunitensi in tutto il mondo furono invitate ad operare come venditori per gli appaltatori della difesa degli Stati Uniti. United Technologies, LTV e Raytheon annunciarono subito 10 miliardi dollari per la modernizzazione militare della Turchia, complimentandosi con il personale dell’ambasciata d’Istanbul.
Il capo economista e direttore della Kissinger Associates era Allen Stoga, che era anche capo economista presso la banca preferita della CIA, la First Chicago. Presidente di First Chicago era Robert Abboud, poi della First City Bank di Houston, e presidente dell’US/Iraqi Business Forum. Il porto di Houston, Texas, dove la mafia del petrolio aveva appena soddisfatte le proprie voglie saccheggiando la cassa depositi e prestiti, ora riforniva le necessità di Saddam Hussein, tra cui il 20% del raccolto di riso degli Stati Uniti. Abboud era anche presidente della Kuwait Petroleum di proprietà dell’Occidental. Nell’autunno del 1989 Stoga s’incontrò più volte con i funzionari della BCCI, che un anno prima a Tampa erano stati incriminati con l’accusa di riciclaggio di denaro. Nel 1984 Abboud e i suoi compari della First Chicago, John Drick e Gaylord Freeman, firmarono una lettera agli autori/ricercatori del Priorato di Sion, Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln. La lettera portava il logo del Priorato di Sion e un rilievo contenente le lettere ‘R’ e ‘C’, probabilmente un simbolo dei Rosacroce. La lettera era firmata da Pierre Plantard, sedicente discendente della dinastia Merovingia e Gran Maestro del Priorato. Furono avvertiti di azioni legali nei confronti di chi avrebbe preso o falsificato i documenti del Priorato.
Gaylord Freeman sedeva nel CdA di ARCO, a fianco del gestore dei Contra Robert O. Anderson, ed era un insider dell’Aspen Institute e della Fondazione MacArthur, vicine allo Shah. Henry Kissinger fu premiato per i suoi sforzi nel 1995, quando la regina Elisabetta II gli concesse il più illustre titolo di Onorario Cavaliere Commendatore dell’Ordine di San Michele e San Giorgio, la più alta onorificenza concessa dalla Camera dei Windsor a cittadini non britannici. [10]

Il jolly dei giganti del grano
Nell’ottobre 1988 Kissinger entrò nel consiglio della Continental Grain, ditta privata controllata dalla famiglia francese dei Fribourg, la seconda società granaria più grande del mondo fino alla fusione con la Cargill, nel 1999. La Cargill è il più grande pescecane del commercio del grano ed è di proprietà privata dalle famiglie Cargill e MacMillan di  Minneapolis. La Cargill Continental ora controlla oltre il 50% del commercio mondiale di grano. Si tratta di una delle quattro grandi compagnie a capitale privato che hanno monopolizzato tranquillamente gli affari mondiali del grano, a partire dalla metà del 1800. La Cargill Continental, la francese Louis Dreyfus, la brasiliana Bunge e la svizzera Andre costituiscono i quattro cavalieri del grano. Il libro di Dan Morgan, Merchants of Grains, è ottimo per sapere di queste dinastie del grano. Nel 1989, il segretario di Stato di Bush, James Baker, ordinò al ministro dell’Agricoltura Clayton Yeuter di aumentare i crediti all’Iraq attraverso la Credit Commodity Corporation (CCC), dopo che Eagleburger, Robert Kimmitt e il lobbista alla CCC dell’Iraq e agente della CIA Kevin Kattke, fecero pressione per un prestito di un miliardo di dollari alla CCC. Kattke venne aiutato da Oliver North e dalla TGS International, l’azienda di Arlington, Virginia, prende il nome dal vecchio arnese della CIA Ted Shackley. [11]
Gerald Bull fu pagato da Saddam per i suoi sforzi sul supercannone, con i soldi di questi prestiti della CCC, incanalati dalla BNL. La BNL operò attraverso una delle tre banche che si occupavano di tutte le attività della CCC in Medio Oriente, la National Bank for Cooperatives di Denver, la Morgan Guaranty Bank e la First City Bank di Houston, del membro del Priorato di Sion Robert Abboud, presiedente dell’US/Iraqi Business Forum. Morgan Guaranty era l’agente di compensazione negli Stati Uniti sia per la Banca Centrale dell’Iraq che per la BNL. [12] La Cargill Continental e gli altri giganti del grano furono i principali beneficiari dei prestiti, garantiti dal contribuente, per la vendita di grano della CCC all’Iraq. La Continental, con Kissinger nel suo CdA, venne utilizzata dalla BNL anche per finanziare l’invio di grano alla Jugoslavia. Nel 1988-89 la BNL finanziò l’acquisto di grano di Cargill, Continental, Louis Dreyfus e Conagra da parte dalla sovietica Exportkhleb.
L’intermediario preferito delle vendite della Cargill all’Iraq era la turca Entrade, una controllata dalla Enka Holdings, partner della Bechtel nei progetti di costruzione iracheni e partner della LTV nei programmi missilistici della NATO in Turchia. Un altro intermediario preferito dei  giganti del grano era la Amman Resources, di proprietà della marina mercantile giordana e del contatto della CIA Wafai Dajani. Dajani lavorava con il gigante dei trasporti norvegese Gearbulk, grazie al controllo congiunto dell’Araba Holdings, usata per spedire le merci per l’Iraq dal porto giordano di Aqaba. Dajani era vicino all’Associazione del frumento americano, al Consiglio del riso, all’USDA e al gigante del grano francese Louis Dreyfus. Anche Dreyfus ricevette finanziamenti dalla BNL per spedire il grano della CCC in Iraq. Una parte venne consegnata dalla propria consistente flotta di navi da carico. Altre volte la compagnia usata era l’Araba Holdings.
Dajani era l’uomo di paglia degli interessi dell’agrobusiness degli Stati Uniti in Medio Oriente. Aveva una joint venture con la Comet Rice di Houston e il gigante dello zucchero inglese Tate & Lyle. L’ottanta per cento di tutte le spedizioni della CCC-BNL avvenne tramite l’Amman Resources o un’altra società di Dajani, come Wafai Dajani & Sons, Araba HoldingsAqaba Packing. Dajani era un amico intimo del defunto re di Giordania Hussein. Suo fratello era ministro degli Interni del Paese. La sua famiglia era stata a lungo l’agente della Mobil in Giordania. Dajani aveva anche lavorato per l’Armiberica del portoghese Carlos Rosa e l’A&L Management Services, la compagnia cipriota che spediva artiglieria, munizioni e armi di piccolo calibro a Saddam Hussein. Più tardi, quando Christopher Drougul, il direttore della BNL di Atlanta, venne licenziato come capro espiatorio per conto della BNL, Dajani lo assunse come consulente a 50000 dollari all’anno. Drougul sostenne che la BNL faceva parte di un’operazione segreta italiano-statunitense per armare l’Iraq. Quando il caso BNL fu portato in giudizio, una serie di piccoli dipendenti a contratto della Cargill vennero scelti come co-cospiratori incolpevoli, mentre i grossi pesci del grano sfilavano sotto la rete.

[1] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.417
[2] “Naming Names”. Louis Wolf. Covert Action Information Bulletin. Summer 1989. p.14
[3] Shell Game: A True Story of Banking, Spies, Lies, Politics and the Arming of Saddam Hussein. Peter Mantius. St. Martin’s Press. New York. 1995. p.55
[4] “Bankrolling the War”. Jim Donahue. Multinational Monitor. March 1991. p.6
[5] “Gonzalez’s Discovery”. David Corn. The Nation. 5-13-91. p.620
[6] The Robot’s Rebellion: The Story of the Spiritual Renaissance. David Icke. Gateway Books. Bath, UK. p.195
[7] “Kissinger Associates, Scowcroft, Eagleburger, Stoga, Iraq and BNL”. Chair Henry Gonzalez. H2694. Senate House Banking Committee. 4-28-92
[8] Ibid.
[9] “Arms and the Man”. Doug Ireland. Village Voice. 5-5-92. p.8
[10] “Bow for Kissinger”. AP. Missoulian. 6-14-95
[11] Mantius. p.34
[12] Ibid. p.30

Dean Henderson è l’autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix. Puoi iscriverti gratuitamente alla sua rubrica settimanale Left Hook @ Deanhenderson.wordpress.com

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Obama e Putin si spartiranno il Medio Oriente?

Thierry Meyssan Rete Voltaire Damasco (Siria) 22 febbraio 2013

pb-120618-obama-putin-01_photoblog900In un articolo pubblicato il 26 gennaio in Russia, Thierry Meyssan espone il nuovo piano di partizione del Medio Oriente su cui lavorano la Casa Bianca e il Cremlino. L’autore rivela i dati principali dei negoziati in corso, senza pregiudicare l’accordo finale o la sua attuazione. L’interesse dell’articolo è che permette di capire le posizioni ambigue di Washington, che spingono i suoi alleati in una situazione di stallo, imponendo un nuovo ordine nel prossimo futuro, pena l’esclusione.

Nel 1916, il Regno Unito e la Francia si divisero il Medio Oriente (accordo Sykes-Picot). Quasi un secolo dopo, gli Stati Uniti e la Russia stanno discutendo un nuovo piano di partizione che gli permetterebbe di sgomberare a loro profitto l’influenza franco-britannica. Il presidente Obama è in procinto di cambiare completamente la sua strategia internazionale, nonostante l’opposizione che il suo progetto genera nella propria amministrazione. I fatti sono semplici. Gli Stati Uniti stanno diventando indipendenti sul piano energetico, grazie al rapido sfruttamento del gas di scisto e delle sabbie bituminose. Pertanto la Dottrina Carter (1980) per garantirsi l’accesso al petrolio del Golfo è un imperativo della sicurezza nazionale finito. Come del resto l’accordo del Quincy (1945) secondo cui Washington si impegnava a proteggere la dinastia dei Saud se gli avesse garantito l’accesso al petrolio della penisola arabica.
I tempi sono maturi per un ritiro massiccio e per trasferire i GI in Estremo Oriente, a contenere l’influenza cinese. D’altra parte, tutto deve essere fatto per evitare un’alleanza militare sino-russa. Dovrebbero pertanto essere fornite delle opportunità alla Russia per allontanarsi dall’Estremo Oriente. Infine, Washington soffoca per le sue relazioni con Israele, troppo strette. Per gli Stati Uniti esse sono estremamente costose, ingiustificabili a livello internazionale, ritrovandosi contro tutte le popolazioni musulmane. Inoltre, dovrebbe essere chiaramente punita Tel Aviv, che ha interferito in modo sorprendente nella campagna elettorale presidenziale degli Stati Uniti, mettendosi sempre più contro il candidato che ha vinto. Questi sono i tre elementi che hanno portato Barack Obama e i suoi consiglieri a proporre un patto a Vladimir Putin, Washington implicitamente riconosce di aver fallito in Siria, ed è pronta a lasciare che la Russia s’installi in Medio Oriente senza contropartita, e di condividerne anche il controllo della regione.
E’ con questo spirito che è stato scritto da Kofi Annan, a Ginevra, il Comunicato del 30 giugno 2012. A quel tempo si trattava solo di trovare una soluzione alla questione siriana. Ma l’accordo è stato subito sabotato da elementi interni dell’amministrazione Obama. Lasciando che gli europei  facessero trapelare alla stampa diversi elementi della guerra segreta in Siria, tra cui l’esistenza di un ordine esecutivo presidenziale che impone alla CIA di schierare propri uomini e mercenari sul terreno. Incastrato, Kofi Annan si era dimesso dal suo incarico di mediatore. Da parte sua, la Casa Bianca ha tenuto un basso profilo per non manifestare le divisioni durante la campagna per la rielezione di Barack Obama. Nell’ombra, tre gruppi si opponevano al comunicato di Ginevra
• Gli agenti coinvolti nella guerra segreta;
• Le unità militari incaricate di contrastare la Russia
• I relè d’Israele.
Il giorno dopo la sua elezione, Barack Obama ha iniziato la Grande Purga. La prima vittima è stato il generale David Petraeus, pianificatore della guerra segreta in Siria. Cadendo in una trappola sessuale tesa da un ufficiale dei servizi segreti militari, il direttore della CIA è stato costretto a dimettersi. Poi una dozzina di ufficiali superiori sono stati posti sotto inchiesta per corruzione. Tra questi, il comandante supremo della NATO (l’ammiraglio James G. Stravidis) e il suo successore designato (general John R. Allen), così come il comandante della Missile Defense Agency, cioè lo “Scudo missile “, (generale Patrick J. O’Reilly). Infine, Susan Rice e Hillary Clinton sono state oggetto di attacchi feroci per l’occultamento al Congresso degli aspetti della morte di Chris Stevens l’ambasciatore ucciso a Bengasi da un gruppo islamico probabilmente sponsorizzato dal Mossad.
Dopo che le sue diverse opposizioni interne sono state disintegrate o paralizzate, Barack Obama ha annunciato un profondo rinnovamento della sua squadra. In primo luogo, John Kerry al dipartimento di Stato. Un sostenitore dichiarato della cooperazione con Mosca su temi d’interesse comune. E’ anche un amico personale di Bashar al-Assad. Poi Chuck Hagel al dipartimento della Difesa. È un sostenitore della NATO, ma un realista. Ha sempre denunciato la megalomania dei neoconservatori e il loro sogno sull’imperialismo globale. Si tratta di nostalgici della Guerra Fredda, quel periodo benedetto in cui Washington e Mosca condividevano il mondo a basso costo. Con il suo amico Kerry, Hagel ha organizzato nel 2008 un tentativo di negoziare la restituzione da Israele delle alture del Golan alla Siria. Infine, John Brennan alla CIA. Questo assassino a sangue freddo è convinto che il vero punto debole degli Stati Uniti è avere creato e sviluppato il jihadismo internazionale. La sua ossessione è eliminare il salafismo e l’Arabia Saudita così, in ultima analisi, alleviando il Nord del Caucaso russo.
Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha continuato i suoi negoziati con il Cremlino. Ciò che dovrebbe essere una soluzione semplice per la Siria è diventato un progetto molto più ampio di riorganizzazione e condivisione del Medio Oriente. Ricordiamo che nel 1916, dopo otto mesi di negoziati, il Regno Unito e la Francia si divisero in segreto il Medio Oriente (accordo Sykes-Picot). Il contenuto di questi accordi fu rivelato al mondo dai bolscevichi quando andarono al potere. Ma ha persistito per quasi un secolo. Ciò che l’amministrazione Obama sta prendendo in considerazione, è un rimodellamento del Medio Oriente per il XXI secolo, sotto l’egida degli Stati Uniti e della Russia.
Negli Stati Uniti, anche se Obama succede a se stesso, non può che gestire gli affari correnti. Non riprenderà le sue massime funzioni che al giuramento del 21 gennaio. Nei prossimi giorni, il Senato sentirà Hillary Clinton sul mistero dell’omicidio dell’ambasciatore in Libia (23 gennaio), poi sentirà John Kerry per confermarne la  nomina (24 gennaio). Subito dopo i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza si riuniranno a New York per discutere le proposte di Lavrov-Burns sulla Siria. Queste includono la condanna delle interferenze esterne, e il dispiegamento di una forza di pace delle Nazioni Unite, appellandosi a diversi giocatori, in modo tale da formare un governo di unità nazionale e pianificare le elezioni. La Francia dovrebbe opporsi, ma senza la minaccia di usare il veto contro il suo padrone degli Stati Uniti.
Il piano originale prevedeva che la forza delle Nazioni Unite dovrebbe essere composta principalmente da soldati dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Il presidente Bashar al-Assad rimane al potere. Negoziando subito una carta nazionale con i leader dell’opposizione non armata scelti con l’approvazione di Mosca e Washington, e che avrebbero adottato questa carta con un referendum sotto il controllo degli osservatori. Questo accordo è stato preparato molto tempo fa dal generale Hassan Tourkmani (assassinato il 18 luglio 2012) e Nikolaj Bordjuzha. Una dichiarazione comune dei ministri degli esteri della CSTO è stata firmata il 28 settembre 2012 e il protocollo è stato firmato dal dipartimento delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace e la CSTO, che adesso ha gli stessi poteri della NATO. Esercitazioni congiunte UN/CSTO si sono svolte in Kazakhstan sotto il titolo “Fratellanza Inviolabile” (dall’8 al 17 ottobre 2012). Infine, un piano di schieramento dei “colbacchi blu” è stato discusso al Comitato militare delle Nazioni Unite (8 dicembre).
Una volta stabilizzata la Siria, una conferenza internazionale si terrà a Mosca sulla pace globale tra Israele e i suoi vicini. Gli Stati Uniti ritengono che non sia possibile negoziare una pace separata tra Israele e Siria, con i siriani che esigono prima una soluzione della Palestina nel nome del panarabismo. Ma non è possibile negoziare una pace con i palestinesi, perché sono molto divisi, a meno che la Siria venga incaricata a costringerli a rispettare un accordo di maggioranza. Pertanto, i negoziati dovranno essere globali, sul modello della Conferenza di Madrid (1991). In questo caso, Israele si ritirerebbe il più possibile nei suoi confini del 1967. I Territori Palestinesi e la Giordania si fonderebbero per formare uno stato palestinese unico. Il suo governo verrebbe affidato ai Fratelli musulmani che renderebbero la soluzione accettabile agli attuali governi arabi. Poi, le alture del Golan sarebbero restituite alla Siria in cambio dell’abbandono del Mare di Galilea, lungo le linee previste una volta dai negoziati di Shepherdstown (1999). La Siria garantirebbe il rispetto dei trattati da parte giordano-palestinese.
Come in un domino, ci sarebbe poi la questione curda. L’Iraq verrebbe smantellato per dare vita a un Kurdistan indipendente e la Turchia sarebbe destinata a diventare uno Stato federale concedendo l’autonomia alla regione curda. Gli Stati Uniti, vorrebbero estendere il rimodellamento sacrificando l’Arabia Saudita, diventata inutile. Il paese sarebbe diviso in tre, mentre alcune province verrebbero riunite alla federazione giordano-palestinese o all’Iraq sciita, secondo un vecchio piano del Pentagono (“Taking Saudi out of Arabia“, 10 luglio 2002). Questa opzione permetterebbe a Washington di lasciare un ampio spazio all’influenza di Mosca, senza dover sacrificare parte della propria influenza. Lo stesso comportamento è stato osservato quando il FMI, a Washington, decise di aumentare i diritti di voto dei paesi BRICS. Gli Stati Uniti non fecero nulla, cedendo il loro potere e costringendo gli europei a rinunciare a parte dei loro voti in fare dei BRICS.
Questo accordo politico-militare verrebbe accompagnato da un accordo energetico-economico, sul vero problema della guerra contro la Siria, in cui la maggior parte dei giocatori cerca di conquistarne i giacimenti di gas. Grandi giacimenti, infatti, sono stati scoperti nel sud del Mediterraneo e in Siria. Posizionando le sue truppe nel Paese, Mosca si garantirebbe un controllo più ampio sul mercato del gas, nei prossimi anni. Il dono della nuova amministrazione Obama a Vladimir Putin raddoppia di valore. Non solo allontana dall’Estremo Oriente i russi, ma viene anche  usato per neutralizzare Israele. Se un milione di israeliani ha la doppia cittadinanza degli Stati Uniti, un altro milione è di lingua russa. Installatesi in Siria, le truppe russe dissuaderanno gli israeliani dall’attaccare gli arabi e gli arabi dall’attaccare Israele. Pertanto, gli Stati Uniti non avrebbero più bisogno di spendere ingenti somme per la sicurezza della colonia ebraica. Il nuovo accordo richiederebbe che gli Stati Uniti riconoscano, infine, il ruolo regionale dell’Iran. Tuttavia, Washington pretenderebbe che Teheran si ritiri dall’America Latina dove ha stabilito relazioni, tra cui il Venezuela. Ignoriamo la reazione iraniana a questo aspetto dell’accordo, ma Mahmoud Ahmadinejad è già ansioso di sapere se Barack Obama avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per aiutarlo a prendere le distanze da Tel Aviv.
I perdenti in questo piano sono, in primo luogo, la Francia e il Regno Unito, la cui influenza si affievolisce. Quindi Israele, privato dell’influenza negli Stati Uniti e restituito al giusto status di piccolo Stato. Infine, l’Iraq verrebbe smantellato. E forse l’Arabia Saudita, che ha lottato per settimane per venire a patti con gli uni e con gli altri per sfuggire al destino che gli è stato promesso. Vi sono anche dei vincitori. Prima di tutto Bashar al-Assad, ieri indicato quale criminale contro l’umanità dall’occidente, e domani glorificato come il vincitore sugli islamisti. E soprattutto Vladimir Putin, per la sua tenacia durante il conflitto, riuscendo a far uscire la Russia dal suo “contenimento”, riaprendola al Mediterraneo e al Medio Oriente, e riconoscendole la supremazia sul mercato del gas.

Thierry Meyssan

Fonte: Odnako (Federazione Russa) Settimanale informazioni generali. caporedattore: Mikhail Leontiev.
Articolo pubblicato il 26 gennaio 2013 sul settimanale russo Odnako (rivista vicino a Vladimir Putin)

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

I BRICS sono in ottima forma

Rakesh Krishnan Simha RIR 21 novembre 2012

Contrariamente alle previsioni circa la loro imminente fine, i BRICS sono sempre più forti; i loro problemi economici attuali possono essere liquidati come dolori di crescita. Una tendenza osservata nei media occidentali in questi giorni è l’ondata di necrologi sui BRICS. Si ha la sensazione che i commentatori stiano sbavando sulle loro tastiere mentre pompano le attuali difficoltà economiche nei paesi emergenti. Vi è una sorta di “si-sapeva-questo-era-troppo-bello-per-essere-vero” nei loro reportage, che si riallaccia perfettamente con il loro compiacimento “si-sono-ancora-da terzo mondo”. La maggior parte di questi “esperti” attacca direttamente i paesi BRICS per un presunto eccesso di promesse poi non mantenute. Il londinese Financial Times sostiene che l’India soffra di “depressione clinica”, che la Russia sia traballante e la Cina sia una bolla in attesa di esplodere.
In un articolo intitolato ‘La frenata dei paesi BRICS’, Forbes ha attaccato lo scrittore indiano Pankaj Mishra – che chiama ironicamente Brankaj – per aver osato commentare sul New York Times che il “ridimensionamento dell’America è inevitabile“. Altri cercano di essere più sottili. Un sedicente esperto di un think tank statunitense dice: “Niente di tutto questo dovrebbe sorprendere, perché è difficile sostenere una rapida crescita per più di un decennio.” Forse il suo editore dovrebbe dirgli che, col senno di poi, non c’è nulla di sorprendente. Ve lo dico io cosa è sorprendente, che questi commentatori si concentrano sui problemi economici dei paesi BRICS, in un momento in cui le bottiglie molotov illuminano le città europee. E qui c’è qualcosa di ancora più sorprendente, che questi giornalisti continuano a parlare di “recessione economica globale“, quando in realtà si tratta di una recessione economica occidentale.

Come non sbagliarsi
La visuale diventa distorta se ci si basa esclusivamente sulle tendenze. Questo perché le tendenze sono spesso solo un segmento di una storia più grande. Per esempio, se i paesi BRICS subiscono una contrazione, una tendenza in linea con il resto del mondo, questo non significa che la loro  crescita sia finita. Qui voglio porre ai commentatori occidentali una domanda: mentite a voi stessi o mentite al vostro pubblico? Comunque mentite. Infatti, non vi sono dati sufficienti per sostenere l’opinione che i paesi BRICS siano un’idea superata. Per prima cosa, diamo un’occhiata alle dimensioni della crescita dei mercati emergenti, e poi vediamola in prospettiva. In un rapporto intitolato ‘Ballando con i Giganti’, la Banca mondiale, che  essenzialmente è una banca statunitense, dice che la rivoluzione industriale fu per gli Stati Uniti il periodo di massimo splendore, il reddito era più che raddoppiato in una sola generazione. Per quanto impressionante e senza precedenti fosse, ciò impallidisce davanti ai BRICS. Il rapporto afferma che in Cina e in India, “gli attuali tassi di crescita, le aspettative di vita, e i redditi aumenteranno di cento volte in una generazione.”
I dati forniti dal Fondo monetario internazionale mostrano il drammatico cambiamento della ricchezza e dei redditi nei BRICS, in confronto con la più ricca nazione occidentale. Poco più di un decennio fa, il PIL pro capite della Russia era di 1775 dollari, rispetto ai 35252 negli Stati Uniti. Nel 2013 questo è destinato ad aumentare a 16338. Così, il rapporto USA-Russia sul reddito che era di 1 a 20, sarà nel prossimo anno di 1 a 3. Tra tutti i paesi BRICS, l’economia russa ha ricevuto la peggiore stampa, “l’Arabia Saudita con gli alberi“, come un ex funzionario della NATO ha descritto il paese. Secondo i rapporti, l’economia russa è gonfiata artificialmente dal petrolio e dal gas, cosa che la danneggia di più rispetto ai suoi partner dei BRICS. Mark Adomanis, un consulente di Washington DC, avverte che il racconto di una Russia al collasso e decrepita è “estremamente fuorviante e incredibilmente persistente“. E aggiunge: “Se si guarda a cose come la produzione di energia elettrica, produzione alimentare e standard di vita, la Russia è molto più vicina alle norme occidentali di quanto lo siano gli altri paesi BRICS“. Questo ottimismo è supportato da Bloomberg che ha segnalato, la scorsa settimana, che quasi tutti gli indicatori economici in Russia attualmente sono positivi. Allo stesso modo, una decina di anni fa il PIL pro capite della Cina era a un abissale 945 dollari, o in un rapporto di 1 a 37.
Il FMI prevede che il rapporto USA-Cina si ridurrà a 1 a 8 il prossimo anno. Nel complesso, anche se il PIL dei paesi BRICS è aumentato dal 15 per cento del reddito globale, di una decina di anni fa, al 25 per cento di oggi; il PIL combinato dei paesi del G7 – Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Germania, Francia, Canada e Italia – è sceso dal 70 per cento del totale del PIL mondiale di due decenni fa, al 50 per cento di oggi. Questa è una buona notizia per tutti. “La crescita dei paesi BRICS e di altre economie emergenti, ha promosso la distribuzione e lo sviluppo della ricchezza e del potere globali in modo più equilibrato“, dice Tao Wenzhao, un ricercatore presso l’Istituto di Studi Americani dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, un think-tank di Pechino.

Il commercio intra-BRICS
Mentre l’Europa e gli Stati Uniti rimuginano sulla perdita di posti di lavoro e di industrie manifatturiere, i BRICS siglano mega-accordi. In una riunione tenutasi a New Delhi il 9 novembre, l’ambasciatore del Brasile in India, Carlos Duarte, ha detto che gli scambi tra l’India e il Brasile crescono con un sorprendente “35 per cento l’anno, nonostante un rallentamento economico in entrambi i paesi e la distanza fisica tra di essi“. Le grandi aziende brasiliane già collaborano con imprese indiane, la Reliance con la società petrolifera brasiliana Petrobras e la Tata con l’azienda brasiliana Marco Polo. Il volume del commercio bilaterale ha superato i 10 miliardi di dollari nel 2011-12. “Il Brasile e l’India si sono uniti in un abbraccio gigantesco“, ha detto Deepak Bhojwani, ex console generale indiano a San Paolo.
La Cina, che sta svolgendo un grande gioco nelle vaste risorse naturali del Brasile, ha messo in guardia dall’utilizzare il Canale di Panama per inviare tali risorse. Il canale, anche se gestito da una ditta cinese di Hong Kong, è strettamente monitorato dai militari degli Stati Uniti. Si è, pertanto, proposto un nuovo percorso attraverso la Colombia, con una ferrovia da 7,6 miliardi dollari, per collegare il Brasile e le coste dei Caraibi con il Pacifico. Nel 2010 la Cina è diventata il principale partner commerciale dell’India, con scambi bilaterali aumentati incredibilmente di 28 volte negli ultimi dieci anni. E per fare un confronto, nel dicembre dello stesso anno, quando il premier cinese Wen Jiabao ha visitato l’India, i due paesi siglarono un accordo del valore di 16 miliardi di dollari, il mese prima che, con un assai pubblicizzato viaggio, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama siglasse un accordo di soli 10 miliardi di dollari.
L’anno scorso, la Rusal della Russia, il più grande produttore di alluminio al mondo, ha scelto di lanciare la sua offerta pubblica iniziale non a Londra o a New York, ma alla borsa di Hong Kong, diventando la prima azienda russa a farlo. Un altro enorme cambiamento strategico è che l’infrastruttura petrolifera della Russia ora punta ad est, la pipeline ESPO della Russia, tra la Siberia orientale e l’Oceano Pacifico, offre petrolio russo a una Cina energivora, ribaltando decenni di dipendenza russa dai mercati europei. Nei prossimi anni, le infrastrutture per il gas russo saranno anch’esse rivolte ad est. Time Magazine dice che “se il commercio e gli investimenti supersonici tra le economie emergenti continuano, l’importanza degli Stati Uniti e dell’Europa, economicamente e politicamente, diminuirà“.

Aumenta l’angoscia
Com’era prevedibile, tali stretti legami tra i paesi BRICS non va giù ad alcuni ambienti. Assieme al costante flusso di storie sulla “Frenata dei BRICS“, un’altra nuova tendenza sono le storie relative alle fratture nei BRICS. Il quotidiano conservatore di Sydney The Australian dice: “La nostra missione deve essere attirare la Russia fuori dai BRICS e offrirle una posizione alternativa nel mondo come partner dell’UE, pronta ad accettare le sue radici europee e ad impegnarsi nei valori europei… abbandonando i BRICS, perderebbe la faccia, ma sarebbe una liberazione per la Russia. I suoi politici non si sono mai sentiti a loro aggio con il ‘modello di sviluppo asiatico’.”
Io lavoro in una società mediatica di proprietà australiana, quindi questo pezzo mi fa rabbrividire non solo perché mi preoccupo per il degradarsi degli standard del giornalistici, ma anche perché fa appello ai più vili istinti razziali. La Russia non è stata trascinata nei BRICS, ma ne è invece all’origine. Questo brillante articolo di Sergej Radchenko, docente di storia delle relazioni asiatico-americane presso l’Università di Nottingham di Ningbo, in Cina, dimostra che non è Goldman Sachs, ma l’ex presidente russo Mikhail Gorbaciov, ad aver proposto un nuovo ordine mondiale con Russia, Cina, Brasile e India dentro. The Australian, con una bizzarra inversione della realtà, spera che la piccola minoranza di moscoviti che è insorta dopo il ritorno di Vladimir Putin alla presidenza, forzerà l’uscita della Russia dall’Asia. “Ancoriamo la Russia all’Europa, piuttosto che incoraggiare le sue confuse idee d’utilizzare i paesi BRICS come una nuova versione dell’Internazionale. E parliamo con il Brasile di cooperazione per la difesa, ad esempio, scartandolo dall’imbroglio BRIC“.
Bene, questo è giornalismo zombie. E’ sintomatico della scarsa comprensione della realtà in occidente. Perché, tra tutti gli occidentali, gli australiani hanno raggiunto la maggior parte dei mercati emergenti, in particolare la Cina. E’ l’appetito vorace di Pechino per i metalli e minerali dell’Australia, che ha salvato il paese caldo e polveroso dalla peggiore recessione degli ultimi decenni. Ma no, The Australian non lascerà che i fatti ostacolino la strada della bella storiella, anche se passa molto lontana dalla realtà.

Constatare la realtà
C’è una innegabile sacca di corruzione e arretratezza nei BRICS. Per esempio, la Russia è classificata solo 43.ma nell’indice delle 50 principali economie nell’Indice del Dinamismo Globale pubblicato dalla società di consulenza Grant Thornton, la scorsa settimana. L’economia indiana  ruggiva al 9 per cento, prima che la recessione la rallentasse al 5 per cento. Tuttavia, nessuno di questi problemi è unico per i paesi BRICS. In realtà, il loro reddito e la loro influenza avanzano nelle classifiche, mentre gli standard di vita in Occidente sono in calo. Come afferma ‘Ballando con i Giganti’ i paesi BRICS sono stati in grado di togliere centinaia di milioni di persone dalla povertà negli ultimi decenni, e non è solo un dato di fatto, ma fornisce anche una speranza al resto del Mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Il sistema di sfruttamento occidentale non funziona più

Intervista al movimento russo eurasiatico.
Alexandre Latsa

La caduta dell’Unione Sovietica ha portato alla fine del sistema di relazioni internazionali di Jalta e al trionfo dell’egemonia statunitense. La conseguenza è stato il passaggio da un un mondo bipolare a uno unipolare. Tuttavia alcuni analisti parlano di un possibile ritorno a un mondo bipolare. Come considerate tale possibilità? C’è la possibilità che una potenza emergente sfidi l’egemonia degli Stati Uniti?
Il crollo dell’Unione Sovietica ha infatti portato direttamente al dominio statunitense negli affari mondiali. Quando Bush senior ha proclamato il nuovo ordine mondiale dalle sabbie dell’Iraq, molti (nel mondo occidentale) hanno anche pensato che sarebbe stato così per sempre, che la storia delle idee si sarebbe fermata e che il mondo sarebbe perciò sempre rimasto sotto il dominio statunitense. Vediamo oggi che si sbagliavano, e ci sono voluti solo dieci anni affinché la storia si riprendesse i suoi diritti, trascinando gli USA nelle guerre che ne accelerano il declino, mentre paradossalmente avrebbero dovuto stabilirne il dominio. Durante lo stesso decennio, la Russia si è ripresa dalle sue ceneri ed è tornata ad essere una potenza regionale forte. Un potenza che ha delle visioni di dominio in Eurasia, come ha martellato Vladimir Putin durante il suo primo discorso presidenziale del 7 maggio 2012. Si parla molto del confronto Russia /USA dall’inizio di questo secolo, ma questi paesi non saranno probabilmente mai i principali attori chiave del mondo di domani, come gli USA e l’URSS lo furono nel mondo di ieri. E’ logico che oggi la Cina sia puntata dagli strateghi statunitensi come principale avversario, perché è la Cina che rischia di diventare la maggiore potenza mondiale nel corso di questo secolo, sia economicamente, che finanziariamente, per popolazione e forse anche militarmente. E’ la Cina che dovrebbe quindi diventare il più grande concorrente degli USA in declino, e se non si fa nulla, il mondo di domani sarà scandito dalla contrapposizione Cina/USA.

Zbigniew Brzezinski ammette apertamente che gli Stati Uniti stanno perdendo la loro influenza. Qui, è possibile applicare il concetto di “superamento dei limiti (Imperial overstrech)“, introdotto dal famoso storico Paul Kennedy? Forse gli USA affrontano lo stesso problema dell’URSS? Come valutate lo stato degli USA oggi?
Zbigniew Brzezinski invecchia e probabilmente si rende conto dei suoi errori, notando che le sue prospettive per il mondo futuro sotto il dominio statunitense non sono state pienamente realizzate. Dico “non del tutto” perché oggi il mondo è ancora dominato dall’iper-potenza statunitense. Il dollaro è ancora la valuta dominante nel 2012 e gli USA sono ancora la più grande economia del mondo, anche se la crisi del 2008 sembra aver inferto un colpo quasi fatale a questo dominio finanziario. Sul piano militare, questo predominio sembra finito. L’Iraq e soprattutto l’Afghanistan hanno mostrato i limiti della supremazia militare statunitense. Nessuno più vede gli USA come potenza invulnerabile come un decennio fa. Curiosamente, gli USA, come l’URSS, hanno scelto di morire e di mostrare la loro vulnerabilità al mondo nello stesso luogo: l’Afghanistan. Aggiungo che questa fine dell’impero era stata prevista dal sociologo francese Emmanuel Todd già nel 2002.

La perdita di influenza globale degli Stati Uniti significa né più né meno la fine del mondo unipolare. Ma si pone allora la questione del modello di transizione dei prossimi anni. Da un lato esistono tutti i presupposti per la nascita di un mondo multipolare, dall’altro ci troviamo di fronte al rischio della non-polarità, che significherebbe il caos.
In sostanza nessuno sa quali conseguenze dirette e indirette possa avere il crollo della superpotenza. Non si sa se la transizione post-unilaterale sarà caotica, e ne come questo caos potenziale si manifesterà. Si ci può domandare dei futuri attori più importanti del “mondo post-dominio statunitense”.
Cina e India sono destinate a diventare (in questo ordine) le due potenze dominanti del sud dell’Eurasia e del sud-est asiatico. La Russia diventerà probabilmente la potenza dominante nel Nord ed Ovest dell’Eurasia, ma probabilmente anche un nuovo polo di attrazione culturale, politico e religioso per le nazioni europee.
Vorrei aggiungere che né la Cina né la Russia né l’India hanno e probabilmente non dovrebbero avere ambizioni globali, queste potenze dovrebbero avere forti ambizioni regionali nelle loro rispettive zone di influenza, cioè Eurasia/Asia centrale/Sud-Est asiatico. Ora questa zona è ovviamente un’area strategica geopolitica chiave. Gli interessi regionali russi, indiani, cinesi e statunitensi quindi probabilmente continueranno ancora ad incrociarsi, e ad accentuare il nuovo grande gioco tra queste grandi potenze nel cuore dell’Eurasia. Così è dubbio che la transizione a un mondo multipolare (o almeno a un mondo che non sarà più sotto il controllo statunitense) avvenga in modo non caotico, almeno inizialmente.

Il progetto “contro-egemonico” sviluppato da Cox, delinea l’attuale ordine in base alle relazioni internazionali e mira a sviluppare una guerra contro l’ordine internazionale. Cox, che vuole creare un blocco contro-egemonico, respinge l’egemonia dominante. La base del sistema egemonico dominante è l’ideologia liberale. Quale ideologia a vostro avviso, può sostituirla e unire gli attori politici che non sono d’accordo con il dominio occidentale?
La contrapposizione delle ideologie comuniste e liberali aveva il vantaggio di strutturare il mondo. Dalla vittoria dell’ideologia liberale tramite la vittoria militare e politica della coalizione occidentale, il senso di unità globale è stato più o meno generale, perché “il mondo” pensava che la vittoria sarebbe stata definitiva e che l’ideologia del vincitore avrebbe “funzionato”. Ma tre decenni più tardi (e questo è stato accelerato dalla crisi del 2008) il sistema sembra ora essere danneggiato e probabilmente anche insostenibile, non adatto al mondo. L’ideologia liberale ha accelerato la globalizzazione, ma la globalizzazione ha probabilmente contribuito indirettamente alla distruzione del dominio occidentale e dell’ideologia liberale ad essa legata, che ha messo l’economia al centro della storia umana, così come il marxismo aveva in qualche modo fatto prima.
Uno sguardo verso le potenze emergenti dà indubbiamente degli indizi sul prossimo futuro. I nuovi emergenti attori mondiali, (ad esempio i BRICS), sono un gruppo di potenze emergenti che, nonostante le loro importanti differenze culturali, di civiltà, geopolitiche e demografiche, hanno anche molti punti comuni. La loro emersione è caratterizzata da un tipo di sviluppo che sfida le raccomandazioni del liberalismo economico. Queste potenze sono caratterizzate da un forte intervento statale. I BRIC sono anche delle società in transizione, dalla tendenza autoritaria (Cina, Russia) o da società conservatrici dominate da caste (India, Brasile). Pertanto non accettano gli standard occidentali sullo Stato di diritto e la democrazia. Le loro politiche estere stanno convergendo per sfidare lo status quo post-Guerra Fredda e il dominio occidentale americano-centrico. I BRICS condividono un valore fondamentale: la sovranità nazionale come elemento strutturale di base del sistema internazionale. Infine, i BRICS hanno dei sistemi concentrati sulle tradizioni sociali, l’identità e la religione. Questi sono probabilmente gli indizi riguardo la costituzione possibile delle ideologie che sostituiranno l’ideologia attualmente dominante.

Se proiettiamo il modello multipolare della mappa economica mondiale, si vedrà la coesistenza di diversi poli, e al tempo stesso l’esistenza di una potenziale nuova matrice economica, allontanantesi dal discorso capitalista occidentale. Pensate che il concetto di “autarchia dei grandi spazi” sia applicabile?
Credo che dovremmo differenziare la fine del mondo unipolare, e il suo corollario corrente, la fine del mondo occidento-centrico, con la globalizzazione che continuerà. Il mondo occidentale crolla per motivi principalmente politici, demografici ed economici, ma anche spirituali. Il suo “codice” di funzionamento non è chiaramente più funzionale, o adatto al mondo di oggi. La globalizzazione che questo sistema ha contribuito ad accentuare gli sarà stata fatale. Oltre a ciò, la potenza dominante dalla fine della seconda guerra mondiale (USA) non ha più modo di promuovere il suo sistema di valori e di pensiero, o d’imporre il suo sistema di governo militare e, pertanto, guidare il mondo occidentale.
Detto questo. anche se il mondo occidentale scomparisse e l’indebolimento degli USA continuasse durante la prima metà di questo secolo, la globalizzazione continuerà sotto altri aspetti, culturali, umani o semplicemente demografici. Un esempio: nel 2030, il mondo avrà forse 8,5 miliardi di persone e tutta la generazione più giovane del pianeta intero saprà leggere e scrivere, cosa che non è mai successo prima. Ci saranno sconvolgimenti umani, probabilmente senza precedenti. Non credo che l’ideologia anti-occidentale sia un vettore sufficiente per costruire un mondo nuovo. I BRICS probabilmente daranno un’idea di cosa potrebbe essere il mondo di domani, che sarà un mondo di consolidamento delle civiltà e di identità. In realtà un mondo dei grandi spazi autocentrati.
La globalizzazione dovrebbe ampliare e anche forzare “il mondo di domani”, entrando in contatto con gli altri. Si può sinceramente dubitare che il mondo diventi improvvisamente più amichevole e senza tensioni. Tutto questo probabilmente avverrà in modo molto caotico, in un primo momento, poiché non vi sarà più un dominante che più o meno controlli, strutturi o comandi questi flussi.

Pensate che ormai il destino del nuovo ordine mondiale dipenda dalla Russia, che è il cuore dell’Heartland, essenziale per contenere e anche indebolire la visione strategica di dominio globale degli Stati Uniti?
Vedo diverse equazioni correlate insieme, e tutte legate all’Heartland. In primo luogo il controllo globale degli USA e il suo dispositivo mondialista si sono formati tramite la capacità di proiezione, vale a dire, estendere oltre i propri confini la propria forza militare, economica o politica tramite le ONG e le rivoluzioni colorate, per esempio. Questa estensione è stata effettuata attraverso un controllo militare degli oceani senza equivalenti storici, ma anche utilizzando l’Europa occidentale dominata come testa di ponte per attaccare l’Eurasia. Questa battaglia contro l’URSS per il controllo globale divenne (dopo la caduta dell’Unione Sovietica) una battaglia contro la Russia per il controllo dell’Eurasia.
Oggi la capacità di proiezione statunitense è indebolita dalla situazione  finanziaria, sociale, morale e politica del paese. L’espansione della NATO è bloccata, gli strateghi statunitensi prevedevano senza dubbio una Russia agli ordini che sarebbe servita come testa di ponte degli USA per attaccare la Cina in pieno risveglio, ma la ricomposizione russa dal marzo 2000 e lo sviluppo della Cina, ostacolarono tali piani. Questo è il motivo per cui la Russia è di nuovo il nemico principale, in quanto impedisce l’interferenza statunitense in ciò che è noto come Heartland. La Russia è oggi l’equazione chiave per impedire che dal mondo sotto il dominio unilaterale statunitense, si corra il rischio di avere un mondo bilaterale USA/Cina. Paradossalmente, la Russia avrà a che fare con la Cina in un sottile equilibrio di forze, amichevole ma fermo.

Siamo ormai sull’orlo di una transizione dal sistema unipolare a un mondo multipolare, in cui gli attori non sono più le nazioni, ma intere civiltà. Recentemente il professor Aleksandr Dugin ha pubblicato un libro sulla “teoria del mondo multipolare”. Questo libro getta le basi teoriche da cui una nuova fase storica può iniziare, sia nella politica estera degli Stati che nell’economia globale di oggi, ciò implica la transizione ad un modello multipolare. Certo, significa anche l’emergere di un nuovo linguaggio diplomatico. Pensa che il mondo multipolare sia lo stato naturale del mondo e che la transizione al modello multipolare sia inevitabile?
Non credo nel mondo unipolare e mi sembra senza dubbio che un mondo multipolare sia in grado di meglio preservare l’equilibrio complessivo. Ma è ancora necessario, per questo, che ci siano diversi giocatori di dimensioni e peso più o meno equivalente, e i cui interessi non si intersechino. Sappiamo molto bene che questo non è il caso. I grandi di oggi e di domani hanno i loro interessi. Non credo in una luna di miele eterna tra i paesi non-occidentali vincitori.
In questo senso la Russia potrebbe essere di fronte all’equazione molto difficile di contenere un’Asia in esplosione, attraverso la Cina, che probabilmente in modo naturale e molto veloce farà sentire la sua influenza nel cortile russo in Asia centrale, e con una coalizione occidentale che ora installa un dispositivo militare sul fianco occidentale russo. Il crollo degli Stati Uniti, a mio parere, rinvia quindi direttamente al ruolo dell’Europa e della Russia nel mondo di domani. Metto insieme questi due blocchi per diversi motivi. In primo luogo perché né la Russia né l’Europa probabilmente hanno i mezzi per farvi fronte; ciascuno di questi due raggruppamenti ha le sue debolezze strategiche e strutturali. L’Europa è attualmente un gigante economico ma un nano politico e spirituale. La situazione è opposta per la Russia, che è un gigante politico e spirituale, ma anche un relativo nano economico, se ci dimentichiamo delle materie prime.
La questione del rapporto Europa/Russia è uno dei punti chiave del futuro. Il potenziale politico, economico e militare dell’insieme euro-russo, dall’Atlantico al Pacifico, questo titolo potrebbe fare di questo gruppo uno dei giganti del mondo di domani. Naturalmente si deve dire che l’Europa deve accettare di diventare un insieme eurasiatico, alleandosi con la Russia e tutti i paesi che sceglieranno di allearsi alla Russia nel prossimo futuro. Ho parlato della necessità di avere attori di dimensioni simili. Come francese d’Eurasia, quindi, penso alla creazione di un’asse Parigi-Berlino-Mosca-Astana per questo scopo, poiché il vasto corpo Euro-Eurasiatico sarebbe un potente polo sovrano, indispensabile per contribuire alla pace nel continente, e anche nel mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Quiproquo: la vendita di banche statunitensi alla Cina e la rivalutazione dello yuan

Il quarto dialogo strategico ed economico tra gli Stati Uniti e la Cina
Alfredo Jalife-Rahme Réseau Voltaire Città del Messico (Messico) 25 Maggio 2012  

Il quarto ciclo di negoziati Sino-statunitensi ha avuto luogo tra l’euforia delle nuove concessioni apparenti di Beijing: massicci investimenti finanziari negli Stati Uniti e rivalutazione dello yuan nei confronti del dollaro, come Washington ha a lungo preteso. Tuttavia, non bisogna farsi ingannare sul significato dell’evento, osserva Alfredo Jalife-Rahme: la Cina non ha acconsentito a questi sacrifici per sottomettersi agli Stati Uniti, ma per inibire il loro imperialismo. Beijing ha usato le sue armi finanziarie e monetarie per neutralizzare l’aggressività di Washington, mentre ha cominciato la costruzione di una vasta area di libero scambio, con degli stati finora sotto l’ampia influenza degli Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone.

La quarta riunione per il “dialogo strategico ed economico tra Stati Uniti e Cina” [1] si è recentemente tenuto a Beijing il 3 e 4 maggio 2012. Questo vertice bilaterale è il più importante del mondo, e mostra una serie di risultati significativi, secondo China Economic Net [2], mostrando un notevole rilassamento dopo una fase d’ improvviso deterioramento delle relazioni tra le due potenze.
I media ufficiali cinesi hanno dedicato molta più attenzione a questo successo che non la stampa statunitense, che tace sull’argomento.
I tre momenti significativi in questa distensione sono stati:
1. Il terzo accesso alla presidenza di Vlady Putin, che è stato acquisito dalla stampa cinese, perché allevierà la pressione degli Stati Uniti sulla Cina [3], mentre tutti hanno notato l’assenza dello “zar” al vertice del G8, configurazione oramai inoperante, di fronte al summit del G20, più ibrido e multipolare;
2. L’annuncio della proposta di Trattato di libero scambio tra le tre maggiori geo-economie dell’Asia del Nordest: Cina, Giappone e Corea del Sud [4];
3. La rivelazione bizzarra e concomitante del Dalai Lama su un complotto per farlo assassinare [5]. Gli Stati Uniti saranno in grado di vendere il Dalai Lama per uno yuan, mentre è oggetto di un omicidio scioccante, che contrarierebbe notevolmente la Cina?
Tre proposte geo-finanziarie di immediata applicazione sono state sviluppate nelle “operazioni di scambio” del quarto incontro Cina-USA:
1. la rivalutazione accelerata dello yuan, che ha attirato le lodi dal Segretario del Tesoro statunitense Timothy Geithner;
2. l’autorizzazione da parte della Federal Reserve (“Fed”) per l’insediamento sul territorio degli Stati Uniti di tre banche pubbliche cinesi:
- Industrial and Commercial Bank of China (ICBC), la banca più ricca del mondo, che ha già acquistato l’80% della statunitense Bank of East Asia, con 13 filiali a New York e in California [6]
- China Bank, la terza più grande, ha aperto una filiale a Chicago,
- e Agricultural Bank of China, la No. 4, che apre a New York
3. La Cina abbassa ancora una volta la sua aliquota di riserva in proporzione ai propri depositi bancari (fino a 50 punti base) per iniettare maggiore liquidità nel mercato [7].
Meglio ancora, la Fed ha permesso a una serie di entità finanziarie della Cina (ICBC, Central Huijin Investment e il fondo sovrano cinese Investment Corp.) di operare come una “holding di imprese bancarie”.
Si è lontani dalla fase bushita, quando sotto l’apotema farisaico della sovranità (sic) economica, proibì alla compagnia petrolifera statale CNOOC di acquistare Unocal, che è finita per essere digerita e imballata come un’ondata di spazzatura dalla Chevron.
Non dobbiamo minimizzare l’apertura del super-strategico settore finanziario degli Stati Uniti all’imponente settore bancario cinese, anche se per il momento non sono che misure simboliche.
Le banche cinesi alla fine arriveranno in Messico, su ordine di Washington, prima che una volontà nazionale in tal senso si manifesti da noi? Presto assisteremo all’acquisizione delle imprese statunitensi da parte delle banche cinesi, secondo lo schema scissioni [8] – acquisizioni (M & A, secondo le loro iniziali in inglese)? Ci sono stati altri baratti di tipo geopolitico dietro le quinte?
Un altro tema su cui gli Stati Uniti hanno approvato una spettacolare apertura: la fine dell’embargo sull’esportazione di tecnologia civile nei confronti della Cina.
In cambio, uno dei più profondi cambiamenti politici sarà la decisione della Cina di permettere investimenti stranieri (in realtà, degli Stati Uniti) al 49%.
Il presidente cinese Hu Jintao ha accolto con favore questa quarta sessione, mentre la Segretaria di Stato Hillary Clinton, più amazzone e nottambula che mai, ha rassicurato i sospettosi, allarmati da questo ritorno degli Stati Uniti in Cina, insistendo sul fatto che Washington vuole una Cina forte, prospera e trionfante: chi osa dubitarne?
Dopo la sospettosa compiacenza nell’oscillazione tra concorrenza e cooperazione, questo esito felice ha portato alla prima visita al Pentagono, dopo nove anni e improvvisamente, del Ministro della Difesa nazionale, Liang Guanglie.
Allo stesso tempo appaiono sui media i cantori della cooperazione bilaterale, a scapito dei partigiani della concorrenza al limite della guerra fredda, come il tranquillizzante Jeffrey Bader, l’ex consigliere di Obama per la Cina e l’Asia al National Security Council e autore del libro Obama e l’ascesa della Cina: una narrazione interna della strategia degli USA in Asia [9].
Secondo Jeffrey Bader, le relazioni tra Washington e Beijing si intrecciano attorno al tavolo delle trattative, non sui campi di battaglia. Questo approccio è in linea con quello degli otto precedenti presidenti degli Stati Uniti, a cominciare da Richard Nixon, appena offuscata da qualche deviazione di poco conto [10].
Obama non fa eccezione, dice, e conclude che la sua politica si basa su tre principi fondamentali:
- riconoscimento e rispetto di fronte al crescente potere della Cina e dei suoi interessi legittimi;
- insistenza sulle norme internazionali e sul rispetto della legge che deve governare questa ascesa;
- intenzione di stabilizzarla rafforzando le alleanze regionali e le partnership.
A suo parere, il rapporto bilaterale è qualcosa di ragionevole, dato che i cinesi hanno collaborato con gli Stati Uniti sulle questioni della Corea del Nord e dell’Iran, e che Taiwan non è nemmeno stata una fonte tensione. Suggerendo che l’unico soggetto su cui, in teoria, ci potrebbero essere dei conflitti, è Taiwan, poiché in una certa misura, la vendita di armi a Taiwan è stata una provocazione e un fattore essenziale di tensione. Ha aggiunto che l’oggetto dell’irritante controversia per i diritti umani e del contenzioso del Mare del sud, sono un ostacolo alla cooperazione. Diverse sfide provengono dall’accelerazione della crescita della Cina nel corso dell’ultimo decennio, e dal suo ruolo crescente nel mondo. Gli Stati Uniti hanno le vertigini!
L’idea che la Cina ha già superato gli Stati Uniti, o che lo faccia presto, nella sua leadership sugli altri paesi, non ha nulla a che fare, secondo lui, con i fatti, perché c’è divario tra potenza e reddito pro capite.
In effetti, le relazioni militari sono state restaurate durante la visita dell’ex Segretario alla Difesa Robert Gates, dice, e liquida come mera leggenda l’idea di una nuova politica di contenimento statunitense. Tuttavia, ammette il rischio di una crisi di sicurezza tra Stati Uniti e Cina: ognuno è destinato a considerare il passo che l’altro compie in sua difesa, come un’azione offensiva nei propri confronti. Ma secondo il suo ragionamento, la sfiducia reciproca può essere superata attraverso il “dialogo strategico ed economico” [11].
Brendan O’Reilly [12] ritiene che la strategia della Cina sia basata sullo sviluppo economico e l’integrazione. Così il commercio bilaterale ha raggiunto i 450 miliardi dollari all’anno, un record assoluto nella storia delle relazioni tra due paesi: la Cina attua così una sottile tattica per rispondere efficacemente alla superiorità militare e politica degli Stati Uniti, attraverso una maggiore integrazione tra le due economie. O’Reilly sostiene che la Cina non può raggiungere il livello militare statunitense, nel medio termine, vuole disarmarli sul piano del vantaggio tattico, creando una situazione di dipendenza reciproca ed economica quasi totale.
Così, la Cina cercherebbe di stabilire un nuovo ordine mondiale, in cui il conflitto militare tra grandi potenze verrebbe superato per effetto dell’integrazione economica. Potrà farlo?

Note
[1] USA-Cina il dialogo strategico ed economico
[2] «‘Significant’ results gained in China-US dialogue», China Economic Net, 5 maggio 2012.
[3] «Putin’s return may ease US pressure on China», Global Times, 13 maggio 2012.
[4] «La Chine, le Japon et la République de Corée lanceront les négociations sur une Zone de libre-échange cette année», Xinhua, 13 maggio 2012.
[5] «Dalai Lama reveals warning of Chinese plot to kill him» e «Dalai Lama: What do I really fear? Being eaten by sharks», Dean Nelson, The Telegraph (UK), 12 e il 13 maggio 2012. E il commento cinese “Dalai Lama’s claims of assassination slammed“, Xu Tianran, Global Times, 14 maggio 2012.
[6] «Questions After the First US Bank Takeover by a Chinese State-Controlled Company»,  Charles Wolf, Jr., Brian G. Chow, Gregory S. Jones e Scott Harold, Rand Corporation, 15 maggio 2012.
[7] «La Chine abaissera le taux de réserves obligatoires de 0,5 point de pourcentage», Xinhua, 12 maggio 2012.
[8] “Scissione”: neologismo inglese riferendosi alla iniezione improvvisa e alla diffusione invasiva di nuove idee.
[9] Obama and China’s Rise: An Insider’s Account of America’s Asia Strategy, Brookings Press, marzo 2012.
[10] «US-China ties revolve around debating table, not battlegrounds», Jeffrey A. Bader, Global Times, 13 maggio 2012
[11] Un aspetto particolare detto del: “Dialogo sulla politica di sicurezza” è stato aggiunto al dialogo economico strategico, al secondo incontro a Beijing, il 24 e 25 maggio 2010.
[12] «Hu oils cogs to lock the US Asia ‘pivot’», Brendan O’Reilly, Asia Times, 9 maggio 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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