La Russia e il balzo latino-americano nel multipolarismo

Andrew Korybko (USA) Oriental Review. 23 agosto 2014

1E3F793A-A6C4-40F6-80B8-FB2FE5D773E2_mw1024_s_nLa Russia ha ripristinato la portata globale dell’epoca sovietica con Vladimir Putin, estendendone l’influenza in tutto il mondo. Svolgendo il ruolo di contrappeso strategico, le relazioni con la Russia sono ora più che mai apprezzate mentre il mondo volge al multipolarismo. Alcuni sfondi contestuali rendono l’America Latina ricettiva al multipolarismo e ai grandi obiettivi della politica estera russa. Negli ultimi dieci anni, Mosca ha tessuto una rete complessa di relazioni estendendo direttamente e indirettamente la sua influenza nei Caraibi e sulle coste del continente sudamericano. Questa strategia non è priva di rischi, tuttavia, dato che i partner della Russia sono vulnerabili alle diverse destabilizzazioni sponsorizzate dagli USA. Se gestito correttamente, tuttavia, il ritorno della Russia in America Latina può essere la manna del multipolarismo, e può anche sovvertire l’iniziativa strategica del Pentagono e, per una volta, mettere sulla difensiva gli Stati Uniti nel proprio naturale ambito d’interesse. (Grazie alle sue peculiarità geopolitiche e all’unico rapporto storico e sociale con gli Stati Uniti, il Messico è escluso dall’analisi, essendo più appropriato analizzarne i legami con la Russia in separata sede sul tema).

Sfondo contestuale
L’America Latina nel suo complesso è generalmente molto sensibile a qualsiasi espressione dell’egemonia statunitense (economica, politica e soprattutto militare), ed è una delle regioni più fertili del mondo per il pensiero antioccidentale. Ciò è in gran parte riconducibile agli oltre 500 anni di saccheggio verificatisi per mano degli europei e poi degli statunitensi, come eloquentemente indicato nel famoso libro del 1971 “Le vene aperte dell’America Latina”. Relativamente parlando, data la storia con il suo grande vicino nordamericano, l’America Latina può solo contrapporsi al suo vecchio egemone, come l’Europa orientale con la Russia. Ciò ne fa una posizione strategica geo-sociale che può sconvolgere l’unipolarismo contribuendo alla creazione del mondo multipolare.

Il Venezuela in ascesa
Tale sentimento contro occidente e Stati Uniti, in particolare, ha portato alla nascita di ciò che viene definito “Socialismo del 21.mo secolo”. Hugo Chavez fu il volto di questo movimento e suo massimo sostenitore, impregnando questa ideologia socio-economica con alcuni aspetti di politica estera, che sarebbe poi divenuti la norma tra i suoi seguaci. In particolare, Chavez era decisamente contrario alla politica estera degli Stati Uniti, e di conseguenza Washington progettò il breve colpo di Stato che lo rimosse dal potere temporaneamente, nel 2002, dopo il recupero dall”offensiva segreta degli Stati Uniti, Chavez istituzionalizzò democraticamente il suo governo tramite il voto ed avviò l’esportazione dell’influenza regionale del Paese attraverso l’organizzazione multipolarista ALBA che aveva fondato. Di conseguenza, Chavez era assai favorevole alla Russia riportandola negli affari emisferici.

Ritorno della Russia
In questo periodo la Russia sorgeva dalle ceneri del crollo sovietico, tornando al suo status di grande potenza. E così aveva bisogno di espandere il suo nuovo dominio in zone in cui un tempo aveva influenza, tra cui naturalmente l’America Latina. Visite reciproche, accordi su armi e contratti energetici fiorirono tra Russia e Venezuela dal 2000, ed entrambi i Paesi erano già forti partner strategici nel 2010, quando Putin si recò a Caracas. La cooperazione militare nel settore navale e aereo consolidò il rapporto e mostrò il reciproco impegno delle parti. Tutto ciò era influenzato ed in linea con il Concetto della Politica estera russa del 2013, dove la ricerca della multipolarità è un presupposto scontato (essendo indicato come obiettivo della politica estera ufficiale nel 2000) e la maggiore interazione con l’America latina vi veniva sottolineata. È importante sottolineare che questo stesso documento distingue inoltre tra Stati dei Caraibi e dell’America Latina, una distinzione che avrà risalto nella prossima sezione.

Il legame cinese
Per concludere lo sfondo contestuale dell’attuale politica latinoamericana della Russia, i semi geopolitici del partenariato strategico russo-cinese hanno finalmente maturato e fruttato. La Cina ha aperto importanti porte alla cooperazione della Russia con alcuni Paesi della regione, così come all’importante finanziamento del rivoluzionario canale di Nicaragua. Il partenariato strategico non  sottovaluta la politica latinoamericana della Russia, ma si preannuncia importante nel prossimo futuro. Tutto ciò, in relazione alla situazione contestuale, così come al grande ruolo di Brasile e BRICS, ha reso il ritorno monumentale di Putin in America Latina di un mese fa, una progressione naturale e logica della politica globale russa, così come il viaggio di Lavrov nella regione di due mesi prima.

0,,17516185_303,00Il fulcro venezuelano
Il ruolo del Venezuela nella politica regionale della Russia è estremamente importante, con il Paese  fulcro tra due triangoli dell’influenza strategica di Caraibi e America Latina. In riferimento al Concetto della Politica estera russa del 2013, Mosca vede queste due regioni come parti distinte di un tutto più grande, quindi è fondamentale che il Venezuela sia la leva dell’influenza della Russia. Caracas ha acquisito questo ruolo per via dell’espansione della sua influenza attraverso ALBA, nel ruolo dirimente di leader regionale del socialismo del 21° secolo, e per il grande peso economico che vi pone grazie alle sue grandi riserve di petrolio.

I Caraibi
Il primo fulcro che il Venezuela incentra è quello di leader del triangolo dei Caraibi tra esso, Nicaragua e Cuba. L’importanza del Nicaragua e del suo canale finanziato dai cinesi è già stata indicata, ma è anche importante menzionare che il Paese è ancora una volta governato dall’ex-sandinista Ortega Daniela. Significativo dato regionale che un alleato di Mosca negli anni ’80, sia tornato alla presidenza nel 2006; non solo è uno stretto alleato di Russia e Venezuela, ma è anche, ovviamente, in ottimi rapporti con la Cina e promuove maggiori legami economici con l’Iran, attestando in tal modo le sue credenziali multipolari. Il terzo angolo del triangolo dei Caraibi, Cuba, è importante per la sua vicinanza geostrategica alle coste meridionali degli USA e al ruolo simbolico che la sua leadership ha nella regione e nel mondo anti-occidentale. La posizione di Cuba ha ancora una volta acquisito maggiore valore agli occhi dei decisori russi, date le recenti indicazioni che la base spionistica sovietica, Lourdes, possa essere riaperta.

Sud America
Nel continente latino-americano, il Venezuela supporta la Russia nell’azione politica in Ecuador e Bolivia, due Paesi con leader violentemente antioccidentali. L’Ecuador è rapidamente diventato un alleato dei russi di vitale importanza, negli ultimi anni, con Medvedev che commentava alla fine del 2013, che era divenuto uno dei “partner più importanti dell’America Latina”. Durante la stessa visita, la Russia annunciò che avrebbe investito 1,5 miliardi di dollari nel settore energetico dell’Ecuador. La stretta cooperazione tra Mosca e Quito s’illustrava a pieno all’inizio del mese, quando il Presidente Rafael Correa ha rimproverato pubblicamente l’appello disperato dell’UE a non commerciare con la Russia. La cooperazione con la Bolivia, tuttavia, è più in sordina ma la Russia ha recentemente intensificato la cooperazione energetica con il Paese, che ha il secondo maggiore giacimento di gas del continente. La Bolivia è attualmente più importante dal punto di vista geopolitico e come forte sostenitore ideologico del multipolarismo.

Sommario
Russia e Venezuela hanno un reciproco rapporto proficuo, e in cambio dell’ampia assistenza di Mosca a Caracas, ha accesso privilegiato ai Paesi critici nelle regioni dei Caraibi e dell’America Latina. Con il primo, la Russia aveva già un patrimonio storico di cooperazione, ma il fattore venezuelano ha rafforzato i legami esistenti e datogli ulteriore ‘credibilità regionale’. Verso il Sud America, si possono attribuire i successi della politica estera della Russia con l’Ecuador e la Bolivia alla forte agevolazione data dalla relazione strategica con il Venezuela. La Russia non ebbe tale influenza in questi Paesi in passato, simile a quella attuale, e ciò è un risultato tangibile dell’amicizia russo-venezuelana. Così, si può considerare il Venezuela come supporto politico regionale primario della Russia e uno dei suoi centri di gravità strategici.

Brasile e Argentina
Non meno importanti dei suoi legami con il Venezuela sono i rapporti della Russia con Brasile e Argentina. Questi due Paesi sono una coppia di fatto nella strategia sudamericana della Russia, e permettono di esercitare influenza nell’Atlantico meridionale. Brasile e Russia sono membri dei BRICS, e questa organizzazione, secondo Putin, “è l’elemento chiave del mondo multipolare emergente”. Pertanto, la cooperazione tra i due è sovra-regionale e si estende sul mondo, ma è ancora importante ricordare che ognuno di essi assiste l’altro nella creazione di un punto d’appoggio strategico nella rispettiva regione. Ciò dà alla Russia un avamposto in Sud America e al Brasile uno in Eurasia, srotolando in tal modo il tappeto rosso dei vantaggi economici. I rapporti con l’Argentina sono più complessi che con il Brasile, ma non significa che non siano vicini. L’Argentina è ufficialmente un importante alleato non-NATO, dopo aver ricevuto tale designazione nel 1998, a garanzia del privilegiato rapporto militare con gli Stati Uniti, facendone l’unico Stato di tale categoria presente nell’emisfero occidentale. Sgomentando Washington, però, tale categorizzazione ‘gratificante’ potrebbe essere stata prematura, mentre l’Argentina volge drammaticamente al campo antioccidentale dopo il collasso economico di un decennio fa. Contestando apertamente le pretese del Regno Unito sulle isole Malvinas/Falkland e accusando nettamente gli Stati Uniti di aver cospirato per destabilizzarne l’economia, comportamento che la distingue visibilmente dagli altri importanti alleati non-NATO come Israele e Australia. E’ in tale contesto politico che l’Argentina si avvicina ai BRICS, con la Russia che l’aveva invitata a partecipare al vertice brasiliano dello scorso mese. V’erano anche molte voci anche sul tentativo di unirsi all’organizzazione in futuro, mostrando ulteriormente l’intenzione della propria leadership di rompere economicamente con l’occidente. Ultimamente, l’Argentina ha con entusiasmo e volontariamente aumentato l’invio di derrate in Russia per compensare il vuoto lasciato dalle contro-sanzioni sui prodotti europei. Brasile e Argentina sono così i principali centri d’influenza russa in Sud America. Va da sé che i legami costruttivi con questi giganti economici inevitabilmente portano a relazioni positive con il piccolo vicino Uruguay, che è saltato sul carrozzone delle contro-sanzioni aumentando le esportazioni agricole verso la Russia. Quando si osserva una mappa, questi tre Paesi costituiscono la maggior parte del continente e hanno incredibili potenziali economici ed umani e risorse naturali, dimostrando così che, anche se fossero i soli partner emisferici della Russia, solo attraverso essi la Russia avrebbe già stabilito un piano strategico solido nel cortile degli USA.

Trans-Pacific Partners
Il terzo vettore della politica latinoamericana della Russia è direttamente supportato dal partenariato strategico russo-cinese. La Cina è il mammut economico mondiale, specialmente nel Pacifico, ed esercita immensa influenza con i suoi legami commerciali con gli altri Stati. Nell’APEC ha l’opportunità di incontrare e avere colloqui ad alto livello con i suoi partner latinoamericani del Pacifico, in particolare Perù e Cile. Entrambi questi Paesi sono alleati e membri dell’American Pacific Alliance, blocco commerciale neo-liberista che comprende anche Colombia, Costa Rica e Messico. La maggior parte di questi Stati è impegnata in trattative con gli Stati Uniti sulla Trans-Pacific Partnership di Washington. Nonostante ciò, la Russia è interessante a corteggiare più strette relazioni con Perù e Cile, in particolare. L’ex-presidente Medvedev visitò il Perù nel 2008, la prima visita di un leader russo nella storia, in cui i due Paesi firmarono accordi sull’industria della difesa, economici e di cooperazione antidroga. Putin in seguito incontrò il presidente del Perù a margine del vertice APEC 2012 tenutosi a Vladivostok, un chiaro segno che la Russia è interessata a rafforzare le sue relazioni con il Paese. Legami furono infatti rafforzati, essendoci ora piani con il Perù per la produzione congiunta di elicotteri russi nel Paese, e le aziende ittiche peruviane ora  programmano di sostituire quelle europee colpite dalle sanzioni. In Cile, il Paese è stato a lungo un deciso alleato degli USA, ma la recente elezione della leader della sinistra Michelle Bachelet potrebbe rendere il Paese più multipolarista. Ha già avviato l’esenzione del visto ai cittadini russi e sembra pronto a riempire il vuoto della Norvegia nella fornitura di salmone ai russi. Bisogna ricordare che l’Unione europea ha recentemente pubblicato un patetico appello ai Paesi dell’America Latina a non commerciare con la Russia e sfruttare le contro-sanzioni ai danni di Bruxelles. Essendo il Cile stretto alleato degli USA e membro dell’Alleanza del Pacifico, era inaspettato che sfidasse l’occidente in questo modo, soprattutto con una ‘nuova guerra fredda’ in corso. Ciò potrebbe essere spiegato dalla firma tra Cile e Cina di un accordo di libero scambio nel 2005, che entrerà in pieno vigore nel 2016. Negli anni successivi, la Cina si è assicurata tale punto d’appoggio economico nel Paese, ora suo principale partner commerciale. Così, sembra che Pechino abbia usato la sua influenza economica sul Cile per aiutare Mosca in questo caso, nell’ambio del partenariato strategico globale russo-cinese. In generale, in relazione a Perù e Cile, la Cina non usa tutte le carte economiche. Ha anche firmato un accordo di libero scambio con il Perù nel 2009, divenendo due anni dopo suo maggior partner commerciale e investitore. Naturalmente, la Russia già compiva  progressi in Perù, prima di ciò, ma è probabile che il coinvolgimento indiretto cinese abbia contribuito a spianare la strada alle relazioni attuali. Pertanto, nel contesto più ampio della grande strategia latinoamericana della Russia, i casi di Perù e Cile fungono da forti indicazioni della portata globale e dell’efficacia del partenariato strategico russo-cinese nel trasmettere le ambizioni regionali di Mosca.

0011282775La risposta statunitense
Gli Stati Uniti, data l’arroganza dell’American Exceptionalism e gelosi custodi dei dettami restrittivi della dottrina Monroe, non prendono con leggerezza l’avanza della Russia nell’emisfero occidentale. In realtà, gli Stati Uniti sono completamente contrari a ciò che la Russia fa, e vogliono seriamente eliminarne le ultime avanzate. Secondo la dottrina Wolfowitz, si deve impedire a qualsiasi Paese di sfidare gli Stati Uniti, mentre il Pentagono teme le conseguenze non solo dell’influenza russa in America Latina, ma della resistenza generale e le sfide di molti suoi leader. Si può così spiegare il tentativo di golpe del 2002 contro Chavez, così come l’occulto golpe del 2009 in Honduras contro Manuel Zelaya, di sinistra e filo-multipolarista. Il Dr. Paul Craig Roberts ha osservato che la politica statunitense contemporanea avvia l’effetto domino della destabilizzazione per rovesciare Venezuela, Ecuador, Bolivia e infine Brasile. Considerando la serie di colpi di Stato e rivoluzioni colorate degli Stati Uniti, non sembra essere un’affermazione irrealistica. Ci sono quindi tre categorie di vulnerabilità alla destabilizzazione cui ciascuno degli Stati esaminati rientra:

Pressioni
Gli Stati Uniti riconoscono che due loro alleati tradizionali, Perù e Cile, escono dall’orbita unipolare ed entrano nella sfera del mondo multipolare. Dato che hanno bisogno che questi due Stati siano relativamente stabili, al fine di perseguire la trama trans-Pacifico per dividere il Sud America, è improbabile che adottino immediatamente le tradizionali misure di destabilizzazione contro di essi. Invece, probabilmente cercheranno di fare pressione con mezzi economici e politici, rimanendo titubanti nel sconvolgere prematuramente il futuro equilibrio regionale che prevedono. Resta da vedere esattamente quali forme prenderanno, ma si può essere certi che Washington risponderà, in un modo o nell’altro, alla disobbedienza dei suoi delegati.

Moti interni
Il livello successivo di destabilizzazione intensa sarebbe diretta contro Brasile e Argentina. Questi Paesi sono ovviamente più grandi dei loro omologhi latinoamericani e quindi meno suscettibili alla semplice pressione economica e politica. I loro sistemi di governance non sono attualmente vulnerabili ad un colpo di Stato militare tradizionale, aumentando così la possibilità di spaventarne la leadership con la solita minaccia della rivoluzione colorata. Pertanto, gli Stati Uniti probabilmente espanderanno l’aggressione economica all’Argentina e molto probabilmente al Brasile in futuro. Potranno anche ricorrere ai metodi subdoli delle organizzazioni anti-governative a capo della “resistenza”, mobilitando e sviando le masse in ampie proteste future. Lo scopo è dimostrare tangibilmente, in Brasile e Argentina, che gli Stati Uniti hanno gli strumenti per esacerbare le fratture economiche e sociali nazionali esistenti, minacciandone la leadership.

Tentativi di golpe definitivi
La terza e più intensa categoria di destabilizzazione si ha quando gli Stati Uniti cercano di rimuovere i legittimi governi degli Stati presi di mira. I Paesi che rientrano in tale categoria sono  Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador e Nicaragua, che gli Stati Uniti hanno sempre cercato di rovesciare. Il governo statunitense disprezza le personalità e le politiche di questi Stati resistenti e sfidanti, ed è più che probabile il ricorso a metodi occulti per cercare di sottometterne la resilienza.  Pertanto, ci si può aspettare un certo grado di destabilizzazione aggressiva statunitense, volta a colpirli in una forma o nell’altra nel prossimo futuro.

Pensieri conclusivi
Quando si fa un passo indietro e si analizza il quadro completo, la Russia ha compiuto straordinarie avanzate geopolitiche in America Latina dalla fine della guerra fredda, soprattutto dopo che Putin è salito alla presidenza. E’ ormai evidente che la Russia sia coinvolta in una complessa rete di alleanze nel cortile degli USA, con il Venezuela e l’asse Brasile-Argentina punti focali della sua strategia emisferica, aprendo la strada alla resistenza multipolare. Con l’aiuto della Cina, la Russia ha debilitato la fedeltà cieca dei tradizionali alleati degli USA, dimostrando in tal modo che può veramente attrarre Paesi precedentemente “intoccabili” della regione. Pur essendo carico di rischi, tutti gli Stati esaminati hanno volontariamente scelto di collaborare con la Russia a prescindere, mostrando di comprendere l’importanza di avere relazioni pragmatiche con Mosca. Inoltre, il fatto stesso che gli Stati Uniti debbano rispondere alle mosse della Russia in America Latina, dimostra che l’iniziativa strategica è contro il Pentagono, mettendolo implicitamente sulla difensiva a livello di teatro, sviluppo inedito nella sua storia. Nel complesso, il ruolo della Russia di contrappeso strategico globale e d’irresistibile partner economico è ormai chiaro a tutti nell’emisfero, creando rapidamente una nuova realtà geopolitica nel cortile degli Stati Uniti, piantando l’ultimo chiodo sulla bara dell’unipolarismo. xi-with-president-maduroAndrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I BRICS contro il dominio del dollaro

Gli Stati Uniti piazzaforte del male
Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 18/07/2014

modi-brics-story_650_051914125040L’assalto sanguinoso della globalizzazione diventa lentamente un ricordo del passato mentre il risveglio va progressivamente intensificandosi. La guerra lampo degli Stati Uniti volta al dominio globale di Washington con lo slogan della “democrazia unipolare” è considerata un fallimento dal resto del mondo. Ma l’amministrazione Obama non è pronta ad ammettere la sconfitta e continua a cercare pretesti per iniziare guerre con provocazioni e propaganda nera creandosi immaginari nemici. Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, i Paesi che compongono il gruppo dei BRICS, cambiano drasticamente il mondo contemporaneo. Una delle tendenze è abbandonare il sistema finanziario emerso dalla seconda guerra mondiale. I BRICS vogliono mettere fine al predominio del dollaro o all’uso del verdone per comprare tutto ciò che abbia valore materiale, accompagnato dal continuo barare degli Stati Uniti. Intervenendo al VI vertice dei BRICS a Brasilia (15-16 luglio), il Presidente Vladimir Putin ha detto che è matura da tempo la riforma di un sistema finanziario-monetario internazionale che svantaggia il gruppo e ostacola il progresso delle nuove economie mondiali, “Nel caso dei BRICS abbiamo una serie di coincidenti interessi strategici. Prima di tutto, la comune intenzione di riformare il sistema monetario e finanziario internazionale. Nella forma attuale è ingiusta verso i Paesi BRICS e le nuove economie in generale. Dovremmo avere un ruolo più attivo nel sistema decisionale di FMI e Banca Mondiale. Il sistema monetario internazionale dipende molto dal dollaro o, per essere precisi, dalla politica monetaria e finanziaria delle autorità statunitensi. I Paesi BRICS vogliono cambiarlo”. Vi è l’urgente bisogno d’includere i BRICS come partner paritari nel processo decisionale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.
A Fortaleza i BRICS hanno firmato la dichiarazione e il piano di azione comuni. La dichiarazione riflette la visione comune della situazione politica ed economica nel mondo contemporaneo e definisce i piani di un’ulteriore cooperazione. Il piano definisce le missioni da effettuare entro il prossimo vertice, che si terrà in Russia nel 2015. Tutti i media globali indicano l’attivazione della Nuova Banca di Sviluppo (NDB) a Shanghai e della Disposizione delle riserve per imprevisti (CRA) da 100 miliardi di dollari dei BRICS, che saranno tolti dalle riserve delle banche centrali dei Paesi membri, mentre il capitale per la banca di sviluppo del gruppo proverrà dai bilanci nazionali.  Secondo il Presidente Putin, “La Banca BRICS sarà una delle principali istituzioni multilaterali finanziarie di sviluppo di questo mondo. In termini di crescente concorrenza internazionale. il compito di attivare la cooperazione commerciale e gli investimenti tra gli Stati membri dei BRICS diventa importante” ha detto il leader russo. Avvicinare le economie emergenti è di vitale importanza nel momento in cui il mondo è colpito dalla crisi finanziaria e i Paesi BRICS non possono rimanere estranei ai problemi internazionali, ha detto la presidentessa del Brasile Dilma Rousseff, che ha ammonito il mondo a non vedere la proposta dei BRICS come desiderio di dominio. “Vogliamo giustizia e parità di diritti. L’FMI dovrebbe urgentemente rivedere la distribuzione dei diritti di voto riflettendo l’importanza delle economie emergenti globali”, ha detto Rousseff. Secondo la presidentessa brasiliana, il gruppo deve in gran parte attenuare l’impatto negativo della crisi globale sulle finanze mondiali e la crescita economica. La creazione della nuova Banca di sviluppo e la Disposizione delle riserve per imprevisti (CRA) dei BRICS mostrano che, indipendentemente da differenze culturali, etniche e linguistiche, il gruppo è pronto a creare un’alleanza strategica positiva per contrastare l’instabilità internazionale. Dilma Rousseff sottolinea che il gruppo è emerso non per contrastare qualcuno, ma per seguire i propri interessi. Crede che i BRICS faciliteranno la prosperità del pianeta. I cinque Paesi BRICS rappresentano quasi 3 miliardi di persone con un PIL nominale complessivo di 16039 miliardi di dollari e circa 4 miliardi di dollari di riserve in valuta estera combinate. Dal 2014, le nazioni BRICS rappresentano il 21 per cento dell’economia mondiale. I Paesi BRICS rappresentano oggi l’11% degli investimenti globali di capitale, e il fatturato commerciale è quasi raddoppiato negli ultimi 5 anni. Il fatturato del commercio nel gruppo è raddoppiato negli ultimi anni, ed è solo l’inizio. Gli esperti russi hanno preparato la strategia dei BRICS per la cooperazione economica. L’attuazione permetterà al gruppo di occupare le prime posizioni nell’economia mondiale.
Un vertice BRICS-UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane) ha avuto luogo. La propaganda anti-BRICS aveva previsto la partecipazione solo dei “leader populisti”, il presidente venezuelano Nicolas Maduro, il leader ecuadoriano Rafael Correa, il presidente della Bolivia Evo Morales e, forse, l’”eccentrico” presidente dell’Uruguay José Mujica. Invece, tutti i leader sudamericani sono andati in Brasile a vedere di persona i capi degli Stati BRICS ed informarsi in prima persona sulle attività del gruppo. Commercio ed economia erano in cima alla agenda. Il Sud America vuole ottenere il massimo dai suoi contatti con i “Big Five”. Il Presidente Maduro ha detto che il vertice era volto a proteggere il mondo multipolare. In Venezuela il concetto si riflette nella politica dello Stato deciso nel Secondo Piano nazionale del Venezuela socialista 2013-2019, o Piano Patria. L’obiettivo è garantire l’afflusso di petrodollari necessari allo sviluppo socioeconomico del Paese senza compromettere il massimo recupero petrolifero a lungo termine. Il documento è stato approvato dall’Assemblea Nazionale. Il leader venezuelano crede che il suo Paese abbia bisogno di un nuovo ordine economico creato dai latinoamericani sul loro continente. Ha detto che l’incontro è stato d’importanza storica, facendo riunire i sudamericani che scelgono la propria via allo sviluppo e le cinque nazioni dal più rapido sviluppo mondiale. Vi sono stati incontri bilaterali tra le controparti sudamericane. Vladimir Putin ha avuto colloqui fruttuosi con i presidenti di Bolivia, Uruguay e Venezuela.
Washington ha utilizzato il tema dell’Ucraina per intensificare la propaganda contro la Russia sullo sfondo del vertice BRICS-UNASUR. In precedenza, il 15 luglio, Obama aveva esortato gli inviati europei ad imporre misure più severe contro la Russia. Nel caso in cui i capi europei si rifiutassero d’adottare nuove sanzioni, la Casa Bianca avrebbe agito unilateralmente. Gli ambasciatori dell’Unione europea furono invitati alla Casa Bianca. Gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni dure per spingere i Paesi europei ad adottare misure dure contro la Russia, per “punirne l’aggressione”. Le nuove sanzioni, le prime cosiddette “sanzioni settoriali” degli Stati Uniti contro la Russia, hanno colpito un certo numero di banche come, ad esempio: OAO Gazprombank e VEB, ed alcune aziende energetiche russe, come OAO Novatek, Rosneft, e Kalashnikov limitandone l’accesso ai mercati dei capitali degli Stati Uniti. Alcuni alti funzionari sono sulla lista. Prima dell’annuncio delle sanzioni il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha commentato, il 15 luglio, “E’ triste che il presidente di una grande potenza si avvicini a tali questioni da tale posizione”, ha detto ai giornalisti. “Vorrei ricordare anche che tutti i leader dei BRICS hanno sottolineato che, condannando le azioni unilaterali nella politica globale non cercano lo scontro, ma sostengono  sforzi congiunti con la partecipazione di tutte le grandi potenze, cercando d’individuare una soluzione reciprocamente accettabile ai vari problemi”, ha aggiunto il diplomatico russo. A questo proposito Sergej Lavrov faceva riferimento alle parole del Presidente Vladimir Putin che parlava dell’esperienza positiva nella cooperazione sulla questione siriana, durante l’incontro con i leader BRICS del 14 luglio. “Ecco perché dobbiamo, probabilmente, avere un approccio filosofico ad ogni problema, ma ci opponiamo ad azioni unilaterali ed emotivi con ragione e pragmatismo”, ha detto il ministro. I BRICS e la maggioranza dei membri UNASUR criticano le sanzioni degli Stati Uniti. Stampa e blogger dicono che Washington persegue un solo obiettivo, aggravare la situazione al confine tra Russia e Ucraina e versare benzina sul fuoco del conflitto, con l’aiuto del governo di Poroshenko controllato dagli statunitensi. Obama sottolinea che gli Stati Uniti hanno un ruolo speciale nella ricerca delle soluzioni a tali conflitti. Quale problema è stato risolto dagli Stati Uniti durante, ad esempio, gli ultimi 25 anni? Paesi devastati, migliaia di morti, centinaia di capi politici e militari assassinati perché non soddisfacevano gli standard democratici secondo gli USA, unici autentici, non è un egregio esempio d’irresponsabilità? Le persone normali non sono spaventate dal forte desiderio degli Stati Uniti di creare la Pax Americana sulle rovine di altre più antiche e più perfette civiltà? Cosa rifiutata anche dai più stretti alleati dell’impero. Leader ragionevoli guardano con preoccupazione gli Stati Uniti trasformarsi inesorabilmente nel centro globale del male.

0,,17516185_303,00La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin in America Latina

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 16/07/2014

Putin-CastroDurante il suo tour latino-americano, il Presidente Putin non ha mai detto che il viaggio è la risposta alle provocazioni di USA e NATO ai confini russi. Non ha mai fatto dichiarazioni di natura conflittuale, non importa se gli USA sfruttano la grave crisi in Ucraina per flettere i muscoli lungo i confini russi. La Russia e i suoi politici subiscono continue minacce e offese dagli Stati Uniti. Il viaggio riguarda Cuba, Nicaragua, Argentina e Brasile. Nulla di simile è mai accaduto ai tempi dell’Unione Sovietica. La visita di numerosi Stati sarà routine. Vi sono inviti, ordini del giorno adempiuti e precisati. C’è ogni motivo per parlare di rinascita delle relazioni latinoamericane-russe… L’isolamento della Russia è una bolla, una fantasia di Foggy Bottom, solo un altro tentativo di avverare un sogno che riflette il fallimento di Obama nel percepire adeguatamente gli eventi  mondiali. La seria supposizione che gli Stati Uniti avranno altre possibilità di costruire un mondo unipolare, ne suscita il rifiuto anche dagli alleati di Washington. Solo gli anglosassoni sembrano accettarlo. Lo stile amichevole e costruttivo di Putin nel comunicare con i suoi partner latinoamericani, il suo impegno al raggiungimento di accordi reciprocamente vantaggiosi nell’economia, finanza, politica e cultura è molto apprezzato dai leader latinoamericani e trova risposte positive tra la gente comune. Le attività dei blogger confermano l’efficacia della visita del presidente. Ecco alcuni esempi:
Putin è un politico eccezionale che visita l’America Latina. La nuova strategia russa è un nuovo motivo per Obama di arrabbiarsi. I latino-americani fanno paragoni a favore della Russia. L’ambasciata degli Stati Uniti fa quel che vuole qui, in Paraguay; i media trascurano le notizie sulla visita. Chi pensa capisce bene quello che succede”.
“Hai ragione, amigo dal Paraguay; molti Paesi latinoamericani erano satelliti degli USA, tra cui il mio preferito, Kiskeya (Repubblica Dominicana)”.
“I legami tra Russia e Cuba sono sempre più forti facilitando pace, progresso, lotta contro la povertà e per l’uguaglianza sociale in America Latina. Questo è un esempio della strategia positiva di Putin volta alla coesistenza pacifica. L’impero degli Stati Uniti, le sue società petrolifere e di armi devastano interi territori, come Siria e Ucraina. Fiumi di sangue scorrono per consentire agli Stati Uniti di acquisire risorse petrolifere e minerarie. Ecco perché l’America Latina accoglie con favore il presidente russo e l’amico popolo russo”.
“E’ grande la Russia che tende una mano per salvare l’America Latina dal giogo statunitense. La caduta dell’impero, che si presenta ancora come la principale economia mondiale, si avvicina. Hugo Chavez ha detto che sarebbe successo a metà secolo. Gli Stati Uniti saccheggiano gli Stati latino-americani con il cosiddetto contributo finanziario, mentre ne arraffano le risorse minerarie. Gli USA lo fanno in Perù, Paraguay, Suriname e America Centrale. Negli Stati sull’istmo centroamericano solo il Nicaragua ha conservato la sovranità, grazie all’aiuto di Cina e Russia”.
“Qualunque cosa ho letto sul Presidente Putin mi convince che sia un grande leader. Ci sono pochi politici così sinceri e modesti”.
I media occidentali percepiscono la visita come una sfida geopolitica della “Russia al contrattacco!” Lo spagnolo El Pais è un media antirusso utilizzato dai servizi speciali degli Stati Uniti per spargere informazioni ostili sui “regimi populisti” nell’emisfero occidentale. Questa volta dà rilievo speciale alla cooperazione militare tra Russia e Paesi dell’America latina. I commenti di questo tipo sono usati per scopi antirussi dipingendo l’interazione militare come “aggressione armata”. Ecco come i voli dei bombardieri strategici (per rifornirsi) e l’approdo di navi da guerra sono dipinti. L’idea che tali visite siano usate per far riposare gli equipaggi e la manutenzione tecnica, suscita panico al Pentagono e tra i militari statunitensi situati in decine di basi in Colombia, Guatemala, Honduras, Paraguay e altri Paesi. I media USA sembrano seguire la visita di Putin su istruzione di Obama. La propaganda statunitense risuscita i fantasmi raccapriccianti dell’aggressione russa all’Ucraina, quando il presidente russo lo trova come il momento propizio per visitare l’America Latina. I media statunitensi usano il modello tradizionale, ignorare o denigrare. “I russi fanno promesse che non mantengono mai”. Come i grandi accordi firmati a L’Avana, compresa l’estrazione di petrolio. Il debito multi-miliardario di Cuba viene cancellato eliminando una dissonanza nel rapporto bilaterale. A Managua il Presidente Putin ha avuto intensi colloqui con il Presidente Daniel Ortega, che ha definito storica la visita. Ha detto che un presidente russo era sul suolo nicaraguense per la prima volta nella storia, e che il popolo era felice di dargli il benvenuto. Ortega ha confermato la volontà irremovibile di sviluppare la cooperazione con Mosca. Ha detto che Managua è pronta ad unirsi alle iniziative di pace mondiali della Russia. La risoluzione dei conflitti non viene raggiunta dai bombardamenti, ma da approcci ragionevoli e dalla volontà del popolo. Il Nicaragua è un alleato vero e provato della Russia in America Latina. Ortega è stato uno dei primi a sostenere la Russia sull’adesione della Crimea alla Federazione russa con il referendum di marzo. La Russia concede al Nicaragua un significativo aiuto economico e finanziario, fornisce grano, autobus e automobili Lada Kalina utilizzate dai tassisti. La Russia ha interesse a partecipare alla costruzione del canale interoceanico, alternativo al Canale di Panama, non escludendone la partecipazione alla difesa da attacchi marittimi o aerei. Il programma di cooperazione militare con le forze armate sandiniste ha grandi prospettive.

NICARAGUA-RUSSIA-PUTIN-ORTEGABuenos Aires è un’altra tappa. I colloqui Russia-Argentina si sono svolti in un’atmosfera estremamente cordiale. Le ragioni sono evidenti. Il Presidente Putin e la Presidentessa Cristina Kirchner hanno opinioni simili sulle principali questioni internazionali. Ritengono che la Carta delle Nazioni Unite debba essere rispettata quale documento fondante per mantenere la pace sul pianeta. Gli accordi raggiunti includono: un contratto prolungato tra i governi sull’energia nucleare, che prevede la costruzione di centrali nucleari, la ricerca congiunta e la generazione di isotopi per l’industria e le esigenze mediche. Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato accordi sull’energia nucleare con l’Argentina, nell’ambito del viaggio latino-americano volto a costruire l’influenza della Russia nella regione. L’Argentina ha costruito centrali elettronucleari per il suo programma nucleare riducendone la dipendenza dai combustibili fossili, nel pieno della crisi energetica. Putin e la Presidentessa Cristina Fernandez hanno detto che la società atomica russa Rosatom sarà coinvolta nella costruzione di un’unità della centrale nucleare argentina Atucha III. “Si tratta di accordi molto importanti”, ha detto Fernandez, assente dal pubblico per una settimana per via di un’infezione alla gola. “L’Argentina è leader nell’America Latina nella produzione elettronucleare”, ha detto Fernandez alla conferenza stampa congiunta al palazzo presidenziale. “Riaffermiamo i nostri legami di amicizia e i legami strategici”. L’Argentina ha uno dei più grandi giacimenti di petrolio e gas di scisto del al mondo, ma solo poche aziende hanno preso impegni per svilupparli. I membri della delegazione russa hanno visitato Vaca Muerta, un giacimento nella provincia di Neuquen. “Ne parliamo con la Russia, uno dei principali produttori mondiali di gas e petrolio del mondo. Ma noi argentini abbiano i nostri e sembra che altri l’abbiano notato”, ha detto Fernandez. Secondo stime preliminari Vaca Muerta può produrre energia sufficiente a soddisfare le esigenze di Argentina e Paesi del Cono Sud. I capi di Stato si sono scambiati regali tradizionali. Il Presidente Putin ha dato a Cristina Kirchner uno squisito scrigno d’argento come dono. Cristina gli ha regalato un bandoneon, strumento musicale per il tango.
La tappa brasiliana non sarà meno fruttuosa. La Presidentessa Dilma Rousseff ha contributo notevolmente al successo dei colloqui, abolendo alcune formalità. Putin l’ha ringraziata per l’atteggiamento ben augurante. Rousseff ha sottolineato che vi sono grandi prospettive nella cooperazione su sfruttamento del petrolio, costruzione delle ferrovia e sfera militare. Il Brasile è consapevole della posizione leader nella produzione di armi della Russia. Alcuni esperti latinoamericani dicono che il saluto particolarmente caldo di Rouseff all’ospite russo, sottolinea il malcontento per le recenti rivelazioni sullo spionaggio statunitense su suolo brasiliano. Rousseff ha dimostrato che atteggiamento positivo e fiducia sono possibili nel rapporto tra Stati. Gli Stati Uniti possono strappare una pagina dal libro Russia-Brasile.

Russian President Vladimir Putin Visits Argentina

bildeLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina punta a mantenere la stabilità nella regione latino-americana

La Cina ha buone ragioni per contribuire a stabilizzare le economie latino-americane
Mark Weisbrot The Guardian 31  gennaio 2014

1622611Nell’ultima settimana gran parte della stampa economica internazionale s’è focalizzata sui problemi di stabilità finanziaria nei Paesi in via di sviluppo, alcuni dei quali recentemente diventati più vulnerabili ai deflussi di capitali. La causa principale è che gli investitori cercano di approfittare delle eventuali mosse della Federal Reserve degli Stati Uniti nel consentire l’aumento dei tassi d’interesse statunitensi, attirando capitali dai Paesi in via di sviluppo facendone aumentare gli oneri finanziari. L’Argentina ha ottenuto parte di tale attenzione, in quanto ha permesso al peso una svalutazione del 15 per cento in un giorno, aumentando l’accesso degli argentini ai dollari del mercato ufficiale. Il Venezuela non è tanto influenzato da tali sviluppi del mercato, ma viene sempre raffigurato negativamente sui media internazionali, e ancora di più negli ultimi anni da quando i suoi problemi con il sistema dei tassi di cambio hanno aumentato l’inflazione del 56 cento. I due paesi affrontano problemi diversi, ma entrambi probabilmente stabilizzeranno i propri tassi di cambio, risolvendoli. Qui l’aiuto internazionale può fare una grande differenza, e c’è un Paese che ha sia la capacità di aiutarli che un sicuro interesse nel farlo: la Cina.
La Cina ha già aiutato il Venezuela con decine di miliardi di dollari di prestiti, in gran parte già  rimborsati, così come negli investimenti. Ha anche fornito prestiti e investimenti significativi a Ecuador, Cuba, Brasile e altri Paesi. Ma c’è altro che può fare in questo momento. Gran parte dei problemi di Argentina e Venezuela deriva da alcuni residenti che credono, con un forte incoraggiamento dai media, che la loro valuta nazionale non sia sicura. Se è vero che entrambi i Paesi hanno un’alta inflazione e le loro valute si sono deprezzate sui rispettivi mercati neri, non è chiaro quanto di ciò sia dovuto a cause fondamentali e quanto alla bolla del mercato nero dei dollari. (Certo in Venezuela, il tasso del dollaro sul mercato nero è gonfiato da acquirenti che scommettono su una valuta locale che continui a deprezzarsi.) In ogni caso, entrambi i governi potrebbero stabilizzare le loro valute e potrebbero iniziare ad abbattere l’inflazione, se dovessero ricevere una sufficiente quantità di riserve in dollari. E non dovrebbero necessariamente usarle: la Bolivia, per esempio, ha un tasso di cambio molto stabile nei sette anni di presidenza di Evo Morales, nonostante le gravi turbolenze politiche (tra cui un movimento secessionista violento), una certa inflazione, le notevoli nazionalizzazioni e altre mosse politiche del governo (come ad esempio il ritiro dal collegio arbitrale internazionale della Banca mondiale (ICSID)), visti come terribilmente “ostili” dalle aziende internazionali e dalla stampa economica. Ma la Bolivia accumulato più riserve anche della Cina (rispetto al PIL), e nessuno mette in dubbio la capacità del governo di mantenere la moneta nazionale in corrispondenza o vicino al tasso di cambio corrente.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha fornito una “Flexible Credit Line” (FCL) in riserve che non è stata ancora presa in prestito, ma è disponibile per i Paesi autorizzati. Poiché gli Stati Uniti controllano la politica del FMI verso i Paesi in via di sviluppo, gli unici tre Paesi riconosciuti per la FCL sono Messico, Colombia e Polonia, tutti con governi di destra (Álvaro Uribe era presidente della Colombia, all’epoca), che Washington considera alleati strategici. Il Messico ha accesso a ben  47,3 miliardi dollari che non ha avuto bisogno di toccare. La Cina ha 3800 miliardi dollari in riserve e a mala pena noterebbe il denaro necessario a finanziare una linea di credito similare per l’Argentina e il Venezuela. In realtà, la Cina farebbe molto probabilmente di meglio, anche se i soldi venissero presi in prestito. Il debito pubblico estero in dollari dell’Argentina è solo pari a circa l’8 per cento del PIL, il che significa che non avrebbe mai senso un default per un così piccolo debito.
Il Venezuela ha anche un basso rischio di default sovrano, con 90 miliardi di dollari di fatturato petrolifero annuo e le maggiori riserve di petrolio del mondo. Attualmente, la Cina ha la maggior parte delle sue riserve in titoli del Tesoro USA, che praticamente è certo perdano valore nel prossimo futuro, mentre i tassi d’interesse a lungo termine aumentano negli Stati Uniti. La Cina ha grande interesse nella stabilizzazione dell’America Latina. A differenza degli Stati Uniti, che è una potenza egemone globale con centinaia di basi militari in tutto il mondo, la Cina non ha basi militari straniere e nessun impero. Con il “perno” degli Stati Uniti verso l’Asia, a sostegno del militarismo del Giappone cercando di mantenere il dominio militare in Asia orientale, l’interesse principale della Cina è l’ulteriore sviluppo di un mondo multipolare e di un ruolo maggiore di Nazioni Unite, Paesi in via di sviluppo, diritto internazionale e diplomazia nelle relazioni internazionali.
L’America Latina, in particolare il Sud America, s’è resa indipendente da Washington negli ultimi 15 anni e ha un forte interesse politico in questi stessi problemi dalle profonde radici storiche. Con il miglioramento del PIL della Cina (e cioè del potere d’acquisto), l’economia cinese è già più grande di quella degli Stati Uniti, e anche al suo attuale tasso di crescita in rallentamento, più che raddoppierà nel prossimo decennio. Come ha affermato Yan Xuetong, la Cina inizia un nuovo percorso in politica estera, in cui formerà quelle alleanze che non poté realizzare in passato. Anche se queste alleanze saranno principalmente con Paesi vicini, la maggior parte dell’America Latina è un naturale alleato, non solo per via delle sue crescenti relazioni commerciali e commerciali con la Cina, ma anche per via del comune interesse a un ordine politico internazionale che favorisca il rispetto della sovranità e dell’indipendenza nazionale verso l’intervento unilaterale e la forza militare. D’altra parte, Washington vorrebbe sbarazzarsi di tutti i governi di sinistra della regione e tornare a un mondo a “sovranità limitata”, come l’aveva 20 anni fa.
I notevoli tentativi della Cina, che potrebbero essere attuati a poco o nessun costo, manterranno la stabilità nella regione.

1513292Mark Weisbrot è co-direttore del Centro per la Ricerca Economica e Politica di Washington DC Egli è anche presidente di Just Foreign Policy.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Dottrina Monroe è storia, ma l’impero attacca ovunque

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 02/12/2013

20131104-125331Il segretario di Stato degli USA John Kerry ha annunciato la fine dell’“era della Dottrina Monroe”.  Il 18 novembre ha tenuto un discorso sul partenariato con l’America Latina presso la sede dell’Organizzazione degli Stati Americani di Washington. Per quasi 200 anni, la politica degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale s’è basata sulla dottrina denominata dal quinto presidente degli Stati Uniti, James Monroe, che dichiara che i Paesi dell’America Latina non dovrebbero essere considerati dalle potenze europee oggetti di una colonizzazione… “L’America agli americani”, gli Stati Uniti hanno usato questo slogan per mascherare l’essenza imperialista della dottrina, utilizzata negli anni della guerra fredda per contrastare “l’espansione sovietica”. La Dottrina Monroe fu usata per giustificare la soppressione delle rivoluzioni in Guatemala e Cile, l’eliminazione fisica di leader popolari e le operazioni militari contro la guerriglia a Cuba, Nicaragua e altri Paesi…
Il punto chiave del discorso di Kerry è stata l’affermazione che, nelle attuali condizioni storiche, gli Stati Uniti vedono i Paesi a sud del Rio Grande come “partner eguali” con cui dover “promuovere e tutelare… la democrazia”, “condividendo le responsabilità (e) collaborando sui problemi della sicurezza”. E’ difficile interpretare in modo chiaro queste formulazioni. Da un lato, Washington sembra affermare di non ricorrere all’intervento armato nella regione per difendere i suoi “interessi vitali”. Dall’altra parte, le dichiarazioni sulla “condivisione delle responsabilità” e la “cooperazione sulle questioni di sicurezza” sembrano abbastanza equivoche. Cooperare con chi, esattamente?  Contro chi? E a quali condizioni? Tuttavia, contro chi la “cooperazione sulle questioni di sicurezza” deve essere diretta, deriva dal discorso stesso. Kerry ha aggredito con critiche Venezuela e Cuba. A suo parere, “le istituzioni democratiche sono indebolite” in Venezuela. Molto probabilmente Washington è irritata dal fatto che l’Assemblea nazionale ha votato i poteri speciali al presidente Nicolas Maduro, che ha già iniziato ad usarli per bloccare la guerra economica in Venezuela (speculazione, accaparramento di beni di consumo e prodotti alimentari volti a minare il potere d’acquisto della moneta nazionale, il bolivar). I venezuelani approvano le misure adottate dal Presidente Maduro. L’autorità del leader bolivariano è cresciuta notevolmente. Su Cuba il capo del dipartimento di Stato è soddisfatto dal ritmo del processo democratico. Kerry ha affermato che gli Stati Uniti sperano che questi processi si accelerino, che “il governo cubano abbracci un più ampio programma di riforme politiche che permetta al suo popolo di determinare liberamente il proprio futuro”. E gli Stati Uniti promuoverebbero un processo di democratizzazione a Cuba, che prenda verosimilmente un carattere dissolutorio simile al processo che distrusse l’URSS.
Gli Stati Uniti hanno accantonato la Dottrina Monroe, ma non rinunciano ad esercitare pressioni sui Paesi latino-americani o ad effettuare operazioni complesse per destabilizzarli. Viene perseguita una propaganda mirata contro i leader indesiderati. Continue calunnie vengono riversate sul presidente boliviano Evo Morales, prima di tutto per gli “sforzi insufficienti” del suo governo nella lotta contro le piantagioni di coca illegali e il traffico di droga. E questo, quando i servizi segreti boliviani  combattono ferocemente i cartelli della droga finanziati, di regola, anche da banche controllate da imprenditori statunitensi e dalla Drug Enforcement Administration (DEA). Morales la dà per buona, fiducioso che la miglior difesa sia un buon attacco. Ha più di una volta sostenuto di voler consegnare Barack Obama a un “tribunale dei popoli” per processarlo per “crimini contro l’umanità”. Le sue accuse furono ancora più forti nel discorso alla sessione della 68.ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il presidente boliviano sosteneva che, al fine di mantenere una posizione dominante nel mondo, gli Stati Uniti si avvalgono dei metodi più criminali, organizzando continuamente complotti e tentativi di assassinio. Morales ha ridotto al minimo i contatti con i rappresentanti degli Stati Uniti, preferendo condurre affari con Cina, Paesi dell’Europa occidentale, Russia e Bielorussia. Il presidente della Bolivia ha minacciato: “Se dobbiamo, chiuderemo l’ambasciata statunitense”.
Washington non ha mai cessato le sue attività ostili contro l’Ecuador. Dopo il fallimento del tentativo della CIA di sbarazzarsi del presidente Rafael Correa mediante agenti nella polizia ecuadoriana, l’ambasciata degli Stati Uniti non risparmia sforzi per “riformarlo”. Adam Namm, l’ambasciatore statunitense a Quito, ha criticato il Presidente Rafael Correa per aver coltivato relazioni assai strette con l’Iran e la Bielorussia. La risposta è stata immediata: “Non sono sorpreso dalle sue dichiarazioni, poiché il diplomatico è nuovo a questi problemi. L’Ecuador non chiede il permesso a nessuno nel mantenere relazioni sovrane con qualunque Paese desideri. E’ sufficiente notare come molti Paesi in cui non si tengono assolutamente elezioni, hanno relazioni privilegiate con gli Stati Uniti. Le monarchie assolute! Ecco, questo basta! Non siamo la colonia di nessuno. Finché sarò il presidente di questo Paese, non ci sarà neocolonialismo!” Gli aspri commenti di Correa sulle dichiarazioni di Obama sull’“eccezionalità del popolo americano” perché  presumibilmente si occupa di tutelare gli interessi di “tutta l’umanità”, sono notevoli. Il presidente ecuadoriano ha confrontato queste affermazioni con la “politica nazista” del Terzo Reich. Ad  ottobre Correa ha visitato la Russia, dove ha discusso, tra le altre cose, di cooperazione e invio di armamenti russi in Ecuador, in particolare dei sistemi di difesa aerea, nonché di elicotteri da trasporto Mi-171E. La Russia è interessata a realizzare diversi grandi progetti su petrolio e gas in Ecuador. Gli ecuadoriani discutono della prospettiva d’intensificare la cooperazione militare con la Cina; è stato proposto il reclutamento di specialisti cinesi per la costruzione di una raffineria di petrolio (Refineria del Pacifico) da completare nel 2017. Anche oggi vi sono 60 aziende cinesi che operano in Ecuador nel settore minerario e nella costruzione di infrastrutture stradali. Tutto ciò  causa grande preoccupazione a Washington, motivo per cui le attività di spionaggio delle agenzie d’intelligence statunitensi si sono intensificate in Ecuador. Secondo il sito Contrainjerencia.com, nel 2012-2013 il personale della CIA presso la stazione ecuadoriana è raddoppiato. Agenti con esperienza nelle operazioni sovversive in America Latina sono stati inviati in Ecuador: U. Mozdierz, M. Haeger, D. Robb, H. Bronke Fulton, D. Hernandez, N. Weber, A. Saunders, D. Sims, C. Buzzard, ?. Kendrick e altri.
I problemi che Washington ha con il Brasile e l’Argentina a causa delle rivelazioni scandalose riguardo le intercettazioni dei presidenti di questi Paesi, Dilma Rousseff e Cristina Fernandez de Kirchner, devono ancora essere risolti in modo soddisfacente. Gli statunitensi non hanno ancora veramente chiesto scusa per lo spionaggio totale in questi Paesi. E lo spionaggio non solo non s’è fermato, è diventato più sottile, costringendo le agenzie d’intelligence nazionali a sviluppare operazioni comuni per contrastare le operazioni di CIA, NSA ed intelligence militare statunitense. Al tempo stesso, sono state adottate misure per creare un sistema di controspionaggio elettronico nel quadro dell’Unione delle nazioni sudamericane (UNASUR). In Messico e nei Paesi dell’America Centrale e dei Caraibi, l’intelligence statunitense non incontra quasi nessuna interferenza, a meno che non si contino Cuba e Nicaragua, le cui agenzie di controspionaggio occasionalmente infliggono dolorosi colpi alla rete di agenti della CIA. Oggi il compito più importante per le agenzie militari e di intelligence statunitensi è avere il controllo dell’Honduras, spesso chiamato la “portaerei inaffondabile degli Stati Uniti” in America Centrale. Vi sono già basi militari statunitensi sul territorio dell’Honduras, ma il Pentagono programma di costruire nuove basi aeree e navali. La cinica interferenza di Washington nella campagna elettorale che s’è appena svolta in Honduras, è ancora un altro segnale dell’amministrazione Obama in America Latina: proteggeremo i nostri interessi ad ogni costo, nessun altro risultato è accettabile per noi. “L’uomo degli USA” nelle elezioni in Honduras è Juan Orlando Hernandez, candidato conservatore Partito Nazionale. Per oltre tre anni ha diretto il Congresso Nazionale e ha contribuito notevolmente al consolidamento delle forze politiche ostili all’ex-Presidente Manuel Zelaya e a sua moglie Xiomara Castro. È lei era il suo principale concorrente alle elezioni, candidata di Libertà e Rifondazione (LIBRE) di centro-sinistra. Hernandez sostenne nel 2009 il colpo di Stato che rovesciò Zelaya, e mantiene stretti legami con i militari, facilitando l’espansione delle funzioni per la “sicurezza” dei militari, compresa la lotta contro il narcotraffico. Per l’ambasciata degli Stati Uniti, non permettere a Xiomara Castro di andare al potere è una questione di principio. I prossimi eventi mostreranno quanto sarà risoluta. In un’intervista radiofonica con Radio Globo, Manuel Zelaya ha dichiarato, “Xiomara ha vinto la lotta per la carica di presidente della repubblica. (La Corte Supremo Elettorale dell’Honduras) usurpa la vittoria di Xiomara Castro. Il conteggio della Corte non regge a un’analisi statistica. Non riconosciamo questo risultato, lo respingiamo”.
Lisa Kubiske, l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Honduras, ha interferito attivamente nel processo elettorale al fine di garantire la vittoria di Hernandez. In sostanza, è lei la principale rivale di Xiomara Castro. Se l’ambasciata degli Stati Uniti potrà garantire che Hernandez arrivi al potere, si vedrà nel prossimo futuro. Ma vi sono già informazioni dei media internazionali che, nel conteggio dei voti, è in testa con ampio margine.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA offrono l’ingerenza militare all’Argentina

Horacio Verbitsky, Página 12, Buenos Aires, 10 ottobre 2013 – Global Research

Mentre il Comando Sud nuovamente promuove il coinvolgimento dei militari latino-americani sulle questioni di sicurezza nazionale, alcuni candidati dell’opposizione (peronisti di destra, conservatori  di destra ed estrema destra) argentina, come Alfonsin, Massa, de Narváez e Michetti, propongono di reintrodurre la pena di morte senza processo per i sospetti narcotrafficanti. In una riunione del Vertice Inter-Americano della Difesa, Washington ha proposto che le Forze Armate siano coinvolte nella sicurezza ambientale (?) ed energetica, cosa cui l’Argentina s’è opposta.

map_2Il Comando Sud degli Stati Uniti raccomandava al consiglio della Giunta Interamericana della Difesa (JID nell’acronimo spagnolo) che le Forze Armate del continente partecipino al piano di sicurezza ambientale ed energetico, cui l’Argentina s’è opposta. Il contrasto verificatosi nel corso di una riunione informale della JID tenutasi a Washington, era un passo nell’escalation degli Stati Uniti per confondere i limiti tra le funzioni della difesa e della sicurezza, continuando poi alla sessione ordinaria della Commissione per la sicurezza emisferica dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA). I diversi candidati dei partiti di opposizione in Argentina, come Ricardo Alfonsin, Sergio  Massas e Gabriela Michetti, raccomandano l’approvazione di una legge per la pena di morte senza processo preliminare ai presunti trafficanti di droga (o altro), la cui applicazione sarebbe attuata dalle Forze Armate. Nel loro territorio, gli Stati Uniti ne mantengono in vigore la separazione, dal 1878 con la legge “Posse Comitatus“, ma ultimamente hanno la tendenza a fornire alle polizie attrezzature belliche pesanti, finora considerate strettamente militari. Per contro, l’America Latina  propone che le Forze Armate siano dedicate ai compiti di polizia, sulla base della dottrina sulle nuove minacce, già in vigore da un decennio. L’articolo 2 dello statuto della JID afferma che scopo dell’organizzazione è prestare all’OAS e ai suoi Paesi membri, “consulenza tecnica e informazione su temi legati alle questioni militari e alla difesa dell’emisfero”, ma senza menzionare i problemi della sicurezza. Lo stesso per il “Piano Strategico della JID.” Ecco perché, nella riunione del 16 ottobre, gli Stati Uniti tentarono di ridefinire la portata del termine “questioni militari e di difesa” e i concetti di difesa e sicurezza. E’ probabile che la questione sia discussa tra il 21 e il 25 ottobre, durante la “Conferenza Inter-Americana sulla Logistica”, finanziata da aziende private e tenuta a Washington.

Un programma di governo
Il programma dei lavori 2013-2014 della JID, firmato dal suo direttore, viceammiraglio Bento Costa Lima Leite de Albuquerque Junior, è un capitolo del programma di governo. Lontano da questioni militari e di difesa, aggiunge che la commissione si prenderà cura anche delle “discipline correlate all’emisfero“, mirando a promuovere la presenza della JID in diverse attività della Commissione della sicurezza emisferica e della Segreteria di Sicurezza Multidimensionale, due modi per evitare la separazione delle funzioni. Un altro obiettivo del piano di lavoro è costruire la JID come “organo consultivo tecnico permanente della Conferenza dei ministri della Difesa e stabilire relazioni per la cooperazione con le organizzazioni regionali e subregionali di difesa e sicurezza emisferiche.” Intendendo anche partecipare al coordinamento tra le Forze Armate e di sicurezza “nella lotta contro il narcotraffico” in America Centrale, e partecipare alla “4.ta Conferenza dei ministri della Sicurezza nelle Americhe.” La JID propone d’istruire il Comitato Inter-Americano dell’Antiterrorismo sui “diritti umani e le libertà fondamentali nella lotta contro il terrorismo” per armonizzare il suo piano di lavoro con quello della Commissione di Sicurezza emisferica e di convertire il Collegio Inter-Americano della Difesa in un istituto di eccellenza che offra corsi post-laurea, non solo nella difesa ma anche nella sicurezza. Al piano di lavoro della JID, la delegazione statunitense aggiunge una raccomandazione personale: che il Consiglio accetti la proposta presentata dal Comando Sud e collabori con le autorità per “lo sviluppo di un Piano per la cooperazione regionale in materia di sicurezza ambientale ed energetica.” La delegazione argentina ha presentato una serie di obiezioni a tale piano:
• per quanto riguarda l’obiettivo dell’aiuto umanitario e di ausilio in caso di calamità naturali, la Dichiarazione di San Salvador sulla sicurezza della cittadinanza fu invocata, prevedendo il monitoraggio di fenomeni incoerenti con l’enunciato generale su migrazione, traffico di esseri umani e criminalità transnazionale. Ma la Dichiarazione di San Salvador si riferisce a questioni di sicurezza pubblica e non riguarda le questioni militari o della difesa, l’unico intervento cui la JID è  autorizzata. Questo tema è di competenza esclusiva della JID, il cui statuto non prevedeva.
• Le nuove minacce considerate negli approcci multidimensionali non richiedono la neutralizzazione degli strumenti militari. In Argentina, la risposta concerne il ministero della Sicurezza e della Giustizia.
• Il proposto coordinamento della JID con la Segreteria di Sicurezza Multidimensionale esclude l’impiego delle forze armate nella pubblica sicurezza degli Stati, lotta alla droga, immigrazione, tratta di esseri umani e terrorismo, la cui competenza è di altri organi dell’OAS, la Commissione inter-americana contro l’abuso della droga (CICAD) e il Comitato inter-americano contro il terrorismo (CICTE). E’ altrettanto inaccettabile che il Consiglio partecipi a forum, conferenze e organizzazioni che si occupano di questi temi, che non rientrano nel mandato del Vertice Inter-Americano della Difesa.
• La missione della JID è sostenere la Segreteria pro tempore della Conferenza dei ministri della Difesa (sempre a carico del Paese ospite) e conservarne la memoria storica, ma non ha il diritto di convertirsi nel suo Segretariato tecnico permanente, dato che la Conferenza è un forum per il dialogo politico tra i ministri e la JID un organo di assistenza tecnico-militare dell’OSA.
• Occorre inoltre chiarire che queste funzioni di supporto devono essere esercitate solo su richiesta della Segreteria pro tempore.
•L’Argentina non accetta più la proposta di “strategie d’allineamento della difesa e della sicurezza“, che dovrebbe sostenere la JID.
• In riferimento agli strumenti che compongono il sistema di difesa inter-americano, il piano della JID assegna la funzione di cooperazione con altre organizzazioni inter-americane, mentre è autorizzata a farlo solo nel processo di revisione del sistema, sostenuta dall’Argentina e di cui la JID dovrebbe prendere atto.
La JID assume come “compiti impliciti” ruoli che superano i suoi compiti e missioni, menzionando tra essi la richiesta di certe informazioni che non sono di competenza della JID, come ad esempio  dati su tecnologia e industria. Le conclusioni della JID non menzionano il mandato aggiuntivo della Conferenza dei ministri della Difesa e dell’Assemblea generale dell’OSA, che costringono alla revisione di tutti gli strumenti e i componenti del sistema di difesa inter-americano, includendo soprattutto la stessa JID. Il conflitto viene definito in termini chiari. Mentre l’Argentina sostiene che il sistema politico rappresentato dai ministri della Difesa e dall’Assemblea Generale guiderà la revisione della Giunta Inter-Americana, la JID, che ha sede a Washington e il cui finanziamento è statunitense, si oppone alla revisione del suo ruolo e avanza nuove richieste agli organismi rappresentativi della volontà popolare. Durante l’ultimo incontro informale, non solo l’Argentina ha contestato la pretesa degli Stati Uniti che vorrebbe che il Comando Sud raccomandasse alla JID di partecipare alla sicurezza energetica e ambientale, creando nuovi rapporti topici tra le forze armate della regione sulla base dei modelli applicati da Nazioni Unite e NATO. Il Canada ha sostenuto che la creazione di un comando operativo richiede maggiori discussioni e dubitava del fatto che la commissione fosse competente in materia. Gli Stati Uniti hanno negato di aver proposto un ruolo operativo al Consiglio. Oltre a queste concordanze con il Canada, il Messico ha ricordato che ogni Paese ha servizi specializzati nella sicurezza energetica e ambientale, materie per le quali i militari, nel migliore dei casi, hanno una competenza sussidiaria, suggerendo che i Paesi d’accordo con la proposta possano partecipare in modo bilaterale al Comando Sud.
Questa è la logica che presiede da anni le proposte degli Stati Uniti avanzate nella regione: una proposizione generale che l’OSA non accetta e che poi s’impone nelle relazioni bilaterali con vari Paesi, a partire dai più deboli, sia con le minacce descritto, o di fronte al Pentagono e al Comando Sud, vero fautore e direttore delle politiche del suo Paese in Sud America. L’Argentina ribadisce alcune proposte fatte in occasione della riunione ordinaria della JID ad ottobre. In questa occasione, ha detto che, come gli altri Paesi sudamericani, dà priorità alla cooperazione in questi settori nel quadro sub-regionale dell’UNASUR, e che non sia opportuno mescolare la JID con soggetti lontani dalla difesa.

La deriva delle frontiere
La netta separazione tra la difesa nazionale e la sicurezza interna, è uno degli accordi fondamentali della democrazia argentina, cristallizzata da tre atti e un decreto sanzionati da quattro diversi governi. La legge sulla Difesa Nazionale emanata nel 1988 dal presidente Raul Alfonsin; quella sulla sicurezza interna del 1992 del presidente Carlos Menem; quella sull’intelligence nazionale nel 2001 del presidente Fernando de la Rua, e il decreto che disciplina la legge sulla difesa del presidente Kirchner, del 2006. L’articolo 4 della legge sulla Difesa afferma che “si terrà conto costantemente della fondamentale differenza tra sicurezza nazionale e difesa della Patria“. Ma 18 anni passarono prima della sua regolamentazione. Jaunarena Horacio, che fu ministra dei presidenti Raul Alfonsin, Fernando de la Rua e dell’ex senatore in carica Eduardo Duhalde, disse in un seminario organizzato da Menem e Eduardo Roberto Dromi, che non l’aveva mai regolamentato perché non era d’accordo con la lettera e lo spirito della legge. Le considerazioni sul decreto che la ministra Nilda Garré firmò insieme a Kirchner, scarta in modo esplicito l’utilizzo dello strumento militare per operazioni lontane dalla difesa, comunemente note sotto il nome di “nuove minacce”. In caso contrario, vi sarebbe una “crisi grave e inesorabile della dottrina, organizzazione e funzionamento di uno strumento progettato per assumere responsabilità funzionalmente distinte da quelle tipiche della polizia.”
Con la presidenza di CFK (Cristina Fernandez de Kirchner), tre progetti sono stati presentati al Congresso, di cui ripercorriamo il cammino:
• Il prima nel 2010, porta la firma di Francisco de Narvez e gli altri membri del peronismo d’opposizione (Dossier della Camera dei Deputati 6657-D-2010. Procedura parlamentare 130 09/09/2010, difesa nazionale contro le minacce aeree.)
• Il secondo del 2011 fu presentato dalla deputata del PRO Gabriela Michetti, con lo stesso de Narvaez e diversi membri dei due partiti (Dossier della Camera dei Rappresentanti, 1791-D-2011. Procedura parlamentare 0028, 13/04/2011. Creazione del Piano Nazionale per la Protezione aerea della frontiera settentrionale).
• La terza volta quest’anno, dal deputato radicale Ricardo Alfonsin e altri legislatori del suo partito (Dossier  4817-D-2013. Processo parlamentare 073, 18/06/2013, Legge per la piena lotta contro il traffico di stupefacenti).
Tutti coincidono nell’ordinare alle Forze Armate la distruzione di aeromobili che non rispondono ad appelli inviati via radio, segnali di emergenza visivi o tiro con munizioni traccianti (de Narvaez); la distruzione deve essere autorizzata dal Presidente della Nazione o dal delegato del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare o dall’autorità delegata dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare (Alfonsin) e “in nessun caso le autorità consentiranno agli aeromobili indagati, irregolari od ostili di fuggire in territorio straniero” (Michetti). Il progetto di Michetti è il più esplicito, “le ipotesi di un conflitto “nel sub-continente” (sic) sono scomparse e ora i nemici dello Stato sono terrorismo, narcoguerriglia, movimenti separatisti, pirateria, ecc”. Queste minacce “sono di tale portata che dovrebbero essere considerati compiti specifici della difesa nazionale.” A tale gruppo si aggiunse il candidato parlamentare del Fronte Rinnovatore Sergio Massa, che ha sostenuto fosse urgente emanare una legislazione per “dirottare gli aerei dei narcos che entrano nel Paese“. La maggioranza governativa si oppone esplicitamente a tale riforma. Infatti, nell'”Operazione Fortin Norte“, l’esercito non ha ricevuto dal ministero della Difesa regole d’ingaggio, ma solo norme di comportamento che escludono l’ingaggio al combattimento, e a Rio Gallegos, il ministro della Difesa Augustin Rossi ordinò di limitarsi ad occupare parte dei terreni di proprietà dell’esercito, in modo che non vi fosse alcuna intrusione, e senza nemmeno portare armi da fuoco.
I progetti di Massa, Michetti, Alfonsin e de Narvaez autorizzano le Forze Armate ad applicare la pena di morte senza processo, sulla base unicamente del sospetto, anche verso chi si starebbe allontanando dal Paese. Fortunatamente, non è certo che queste proposte arrivino al Congresso data la maggioranza governativa.

Horacio Verbitsky. Scrittore, ricercatore e giornalista argentino. Attualmente presiede il Centro per gli Studi Legali e Sociali (CELS).
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia e gli armamenti dopo la Siria

Dedefensa 21 ottobre 2013

66744Abbiamo appreso dell’impegno della Russia verso al Brasile, nelle esportazioni di armamenti (19 ottobre 2013) dal punto di vista brasiliano. Si trattava del retroscena fondamentale svolto dalla NSA e dalle rivelazioni delle sue varie fughe, nella quasi vendita al mercato brasiliano di 36 aerei da combattimento, soprattutto nel collasso dell’offerta dei 36 F-18 degli USA in questo mercato.  Sappiamo che è la dimensione politica che s’è dimostrata fortemente contraria alla possibilità di accordi, soprattutto nella sicurezza, con gli Stati Uniti, e l’acquisto di 36 F-18 era ovviamente uno di questi accordi, e tale componente interna, a sua volta, è un segno e un’accelerazione del disordine politico della crisi Snowden/NSA tra Brasile e Stati Uniti. In questo caso, sul mercato dei velivoli da guerra brasiliano, vi è un altro aspetto da considerare che certamente va nella stessa direzione, ma è più ampia, in quanto comporta una preoccupazione generale sulla scia dell’episodio parossistico della crisi siriana dal 21 agosto al 10 settembre. Se questa crisi si è concentrata sulle armi chimiche siriane e sulla crisi siriana in sé, il suo principale insegnamento è incentrato sulla particolarmente impressionante dimostrazione dell’atteggiamento e del comportamento degli Stati Uniti nei confronti della sicurezza e della sovranità dei Paesi terzi.
Il ministro della Difesa russo Shojgu l’ha confermato, alla fine del suo viaggio in Sud America, con una modalità piuttosto inaspettata. Così ha osservato, probabilmente con una certa ironia, che se si presentasse universalmente così anche in Brasile, di certo non giocherebbe un ruolo diretto nei negoziati specifici che si sono avuti con i Paesi del Sud America, tra cui il Brasile. Spiegheremo ciò nel contesto dei modelli semantici ispirati dalla pratica degli scacchi in Russia. Sì, senza dubbio l'”argomento siriano” non era assolutamente presente, ufficialmente parlando, nella filosofia delle mosse russa, ma era chiaramente nella mente dei loro colleghi sudamericani, soprattutto brasiliani, e i russi non ignoravano di non aver bisogno di farne un argomento per la loro causa. Figurava come obiettivo dato strategico nei vertici e nei negoziati, in particolare proprio con i brasiliani. (Una valutazione informale è che i brasiliani sono stati particolarmente colpiti dal modo spettacolare con cui gli Stati Uniti hanno ignorato il diritto internazionale nella crisi in Siria. Tale atteggiamento degli statunitensi è stato effettivamente estrapolato, anche da un punto di vista operativo militare, dai brasiliani riguardo il proprio caso. L’accordo al vertice per la fornitura di armi antiaeree russe a corto raggio, tra cui il Pantsir-S1, suscita una considerazione tra le due delegazioni e l’iniziativa brasiliana sulla possibilità di un mercato delle armi dello stesso tipo, ma a lungo raggio (tipo gli S-300), impiegabili contro gli attacchi aerei strategici, simili all’attacco che gli Stati Uniti avevano minacciato contro la Siria.)
La descrizione della semantica e dell’approccio intellettuale dei russi cui, in modo davvero ironico, fa riferimento questo breve estratto da un’intervista con il ministro Shojgu a Voce della Russia e ripresa da Strategic-Culture.org il 19 ottobre 2013. La colorita descrizione di Shojgu del comportamento statunitense sarà apprezzata sulla puntata siriana, evidenziandolo bene e senza fronzoli, ma infine rispettando l’eccezionalità nel comportamento americanista, l’affascinante facilità con cui l’enorme compressore americanista tratta i membri della comunità internazionale,  demonizzandoli a seconda dei casi e delle opportunità di mercato, “à la carte”, in un certo senso…  (“Hanno brandito un martello sulla testa di qualcuno annunciando ‘Vi punirò domani’, poi annunciando ‘No, vi puniremo dopodomani’, e poi ‘No, aspettate ancora un po’, dopotutto certi tizi devono votare per decidere se punirvi o meno…‘)
Il fatto che la Russia stia intensificando la cooperazione militare-tecnologica diretta con il proprio partner sudamericano non ha alcuna relazione con gli eventi in Siria, dice il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu. “Non vorrei collegare questo direttamente agli eventi in Siria”, ha detto Shojgu rispondendo alle domande dei giornalisti. Gli eventi in Siria hanno causato gravi problemi non solo in alcuni Paesi del Sud America, ma nel mondo, ha detto Shojgu. “Naturalmente, un po’ di apprensione è apparsa soprattutto quando brandivano un martello sulla testa di tutti, dicendo: ‘Li puniremo domani’, e poi dicendo: ‘Li puniremo dopo domani’, e infine: ‘No, dovremo aspettare un po’ mentre certi tizi dovranno votare se punirli o no'”, continuava Shojgu, chiaramente riferendosi ai piani iniziali degli USA di attaccare la Siria, che furono poi rivisti. Gli ultimi eventi sulla Siria hanno spinto la comunità internazionale a ripensare al ruolo dell’ONU in questo processo, ha detto Shojgu. “Ora, dopo le azioni del nostro Presidente e i passi diplomatici della Russia, si è capito dopo tutto che è ancora l’ONU che dovrebbe svolgere un ruolo di primo piano”, ha detto.”
Prima, in illo tempore non suspecto (a tutti), l’argomento della “politica degli armamenti” come alternativa al dominio del mercato da parte degli Stati Uniti, era quello della sovranità nazionale difesa contro la costante pressione americanista. (Vorremmo aggiungere, nei casi marginali, la denuncia, accanto all’attivismo americanista, della pressione dell’industria pesante sovietica esercitata in nome dell’ideologia dell’utilità, che fu anche la stessa in illo tempore, quello della guerra fredda, quando la pesante URSS non era ancora ridiventata l’agile Russia, e anche quella tendenza del principio gollista che conosciamo oggi.) La grande epopea gollista non fu meno una “politica per le esportazioni di armamenti”, cui i moralisti del momento spacciavano il loro disprezzo per conto del mercantilismo dei trafficanti di armi. (Gli stessi, da cui abbiamo capito di che partito fossero, non utilizzarono tale dialettica per descrivere il comportamento degli Stati Uniti nel settore. La virtù già vegliava.) Oggi, che la Francia è diventata quella che è, e non è più “quella che era”, uscendo dalla via tracciata dal generale della “Francia è quella che è”, la Russia ha ripreso quella logica del principio per suo conto. L’argomento, si comprende, è di una potenza ed efficienza irresistibili, semplicemente perché “è quella che è”, vale a dire la forza del principio (sovranità, legittimità, ecc).
Così Shojgu ha ragione e torto allo stesso tempo, ha ragione quando dice che l’offensiva russa sugli  armamenti in Sud America (così come in altre zone) non ha nulla a che fare con la Siria, dato che la politica si basa sul “principio di efficienza”; sbaglia “quando dice che l’offensiva russa (…) non ha nulla a che fare con la Siria“, perché l’esempio della Siria, incluso il comportamento americanista, è l’esempio più grottesco e convincente del caos creato dalla sistematica violazione dei principi , rappresentata dalla politica della forza bruta dell’americanismo. Ovviamente, come ciò che Shojgu descrive in modo colorito, i russi non hanno nemmeno bisogno di avanzare la tesi del principio del rispetto dei principi, della sovranità, ecc. Sembrando l’esempio siriano effettivamente essere nella mente di tutti. L’effetto della politica degli Stati Uniti, tra il 21 agosto e il 10 settembre, con il suo comportamento irregolare minacciando un attacco illegale, varia nella tempistica e nella modalità con le vicende interne della crisi di Washington, e questo effetto è terribilmente potente in molti Paesi. Ciò è vero soprattutto in America Latina, oggi impegnata in una lotta mortale contro l’americanismo, soprattutto da quando in Brasile le forze della NSA puntano al campo degli attivisti.
Questa è l’idea del progetto congiunto con il Brasile del T-50, che potrebbe aprire opportunità sia nel settore degli equipaggiamenti militari che nella politica. I russi sono dotati di un programma aerospaziale che può pretendere il titolo di “caccia di quinta generazione” (artificio della comunicazione, ma è importante comportando un vantaggio alla proposta russa), con un Paese che non ha mai fatto parte della sua zona di influenza o della sua zona di esportazione di armamenti (a differenza dell’India, che appare nel programma T-50). Nelle attuali circostanze, un programma del genere inaugurerebbe una nuova situazione, se perseguita come cooperazione con il Brasile: naturalmente acquisire lo status di concorrente-avversario del JSF. L’aereo da combattimento degli Stati Uniti che finora non ha mai goduto di una posizione comunicativa esclusiva e terroristica, con il quasi pavloviano onere di acquisirlo presso i Paesi del blocco BAO; invece i Paesi periferici e fuori dal BAO sono stati lasciati in attesa e sono molto più aperti alle sollecitazioni dell’esportazione russa. Anche se in difficoltà tecniche, come tutti i velivoli da combattimento sviluppatisi dalla filosofia americanista della cosiddetta “quinta generazione”, il T-50 sembra essere in una posizione assai migliore, rispetto al JSF, per divenire un modello operativo, diciamo un caccia “reale”. (Questo non è troppo difficile, il JSF promette tassi di disponibilità operativa tra il 10% e lo 0% (3 ottobre 2013), segnando un progresso sull’F-22, che ha dieci anni di vantaggio ed è soggetto a un tasso di disponibilità, già senza precedenti nella storia degli aerei da combattimento della sua categoria, pari al 32%). Una tale operazione, comunicativa e strategica, ma ancor più comunicativa a seconda delle circostanze, ha un notevole potenziale per la Russia. Questa dell'”operatività” sarebbe un vantaggio che la Russia strappa agli Stati Uniti nella fase parossistica del 21 agosto – 10 settembre della crisi siriana. Nella sequenza in corso, in questo tipo di campi, apparentemente secondari o collaterali, possono essere resi operativi i benefici diplomatici, nella misura in cui tali prestazioni non possono esserlo direttamente nel campo diplomatico delle relazioni internazionali. Questo campo diplomatico è bloccato dagli imperativi del sistema di comunicazione, alla luce del necessario equilibrio apparente che deve essere mantenuto dai leader degli Stati Uniti, in tutti i casi il punto di vista della Russia non cerca in alcun modo di destabilizzare questa leadership politica degli Stati Uniti, per paura delle conseguenze sull’equilibrio complessivo dei rapporti internazionali, e quindi astenendosi dal concretizzare le vittorie diplomatiche (nella crisi siriana) in una superiorità diplomatica strutturale.
Va notato, naturalmente, che questo ruolo doveva essere mantenuto e perseguito a lungo con il Rafale, che poteva effettivamente, con la copertura politica necessaria, essere visto come il principale concorrente strategico del JSF. (La questione delle “generazioni” è propaganda della comunicazione, che potrebbe facilmente trasformarsi in un vantaggio del velivolo francese secondo tecniche di gestione da sviluppare, anche rivendicate dagli EAU, quando la vendita a questo emirato al momento ne mostrava la strada, secondo l’esperienza operativa dell’aeromobile, quindi secondo la copertura politica principale di cui godeva). Questa era la direzione che il Rafale avrebbe potuto prendere nel settembre 2009, quando la vendita al Brasile di 36 esemplari era quasi fatta, e che poteva essere seguita da un altro più grande ordine, quello a cui i russi puntano offrendo il loro T-50, e il programma con cui il Brasile avrebbe commercializzato il velivolo francese nel continente sudamericano. Tutto questo fu irrimediabilmente rovinato dalla sgangherata politica etichettata Sarkhollande (24 maggio 2011). Ma la Francia “è quello che è ora”, basandosi sulla filosofia del pollo della formula Sarkhollande, giungendo dai saloni di Parigi al cuore della questione, all’essenza della crisi mondiale: devono tenersi o espellere Leonarda? La Francia ha abbandonato i principi ai mugiki arretrati, carcerieri delle Pussy Riots e barbari sostenitori del principio della sovranità nazionale nella crisi siriana.

1235058Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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