La Cina punta a mantenere la stabilità nella regione latino-americana

La Cina ha buone ragioni per contribuire a stabilizzare le economie latino-americane
Mark Weisbrot The Guardian 31  gennaio 2014

1622611Nell’ultima settimana gran parte della stampa economica internazionale s’è focalizzata sui problemi di stabilità finanziaria nei Paesi in via di sviluppo, alcuni dei quali recentemente diventati più vulnerabili ai deflussi di capitali. La causa principale è che gli investitori cercano di approfittare delle eventuali mosse della Federal Reserve degli Stati Uniti nel consentire l’aumento dei tassi d’interesse statunitensi, attirando capitali dai Paesi in via di sviluppo facendone aumentare gli oneri finanziari. L’Argentina ha ottenuto parte di tale attenzione, in quanto ha permesso al peso una svalutazione del 15 per cento in un giorno, aumentando l’accesso degli argentini ai dollari del mercato ufficiale. Il Venezuela non è tanto influenzato da tali sviluppi del mercato, ma viene sempre raffigurato negativamente sui media internazionali, e ancora di più negli ultimi anni da quando i suoi problemi con il sistema dei tassi di cambio hanno aumentato l’inflazione del 56 cento. I due paesi affrontano problemi diversi, ma entrambi probabilmente stabilizzeranno i propri tassi di cambio, risolvendoli. Qui l’aiuto internazionale può fare una grande differenza, e c’è un Paese che ha sia la capacità di aiutarli che un sicuro interesse nel farlo: la Cina.
La Cina ha già aiutato il Venezuela con decine di miliardi di dollari di prestiti, in gran parte già  rimborsati, così come negli investimenti. Ha anche fornito prestiti e investimenti significativi a Ecuador, Cuba, Brasile e altri Paesi. Ma c’è altro che può fare in questo momento. Gran parte dei problemi di Argentina e Venezuela deriva da alcuni residenti che credono, con un forte incoraggiamento dai media, che la loro valuta nazionale non sia sicura. Se è vero che entrambi i Paesi hanno un’alta inflazione e le loro valute si sono deprezzate sui rispettivi mercati neri, non è chiaro quanto di ciò sia dovuto a cause fondamentali e quanto alla bolla del mercato nero dei dollari. (Certo in Venezuela, il tasso del dollaro sul mercato nero è gonfiato da acquirenti che scommettono su una valuta locale che continui a deprezzarsi.) In ogni caso, entrambi i governi potrebbero stabilizzare le loro valute e potrebbero iniziare ad abbattere l’inflazione, se dovessero ricevere una sufficiente quantità di riserve in dollari. E non dovrebbero necessariamente usarle: la Bolivia, per esempio, ha un tasso di cambio molto stabile nei sette anni di presidenza di Evo Morales, nonostante le gravi turbolenze politiche (tra cui un movimento secessionista violento), una certa inflazione, le notevoli nazionalizzazioni e altre mosse politiche del governo (come ad esempio il ritiro dal collegio arbitrale internazionale della Banca mondiale (ICSID)), visti come terribilmente “ostili” dalle aziende internazionali e dalla stampa economica. Ma la Bolivia accumulato più riserve anche della Cina (rispetto al PIL), e nessuno mette in dubbio la capacità del governo di mantenere la moneta nazionale in corrispondenza o vicino al tasso di cambio corrente.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha fornito una “Flexible Credit Line” (FCL) in riserve che non è stata ancora presa in prestito, ma è disponibile per i Paesi autorizzati. Poiché gli Stati Uniti controllano la politica del FMI verso i Paesi in via di sviluppo, gli unici tre Paesi riconosciuti per la FCL sono Messico, Colombia e Polonia, tutti con governi di destra (Álvaro Uribe era presidente della Colombia, all’epoca), che Washington considera alleati strategici. Il Messico ha accesso a ben  47,3 miliardi dollari che non ha avuto bisogno di toccare. La Cina ha 3800 miliardi dollari in riserve e a mala pena noterebbe il denaro necessario a finanziare una linea di credito similare per l’Argentina e il Venezuela. In realtà, la Cina farebbe molto probabilmente di meglio, anche se i soldi venissero presi in prestito. Il debito pubblico estero in dollari dell’Argentina è solo pari a circa l’8 per cento del PIL, il che significa che non avrebbe mai senso un default per un così piccolo debito.
Il Venezuela ha anche un basso rischio di default sovrano, con 90 miliardi di dollari di fatturato petrolifero annuo e le maggiori riserve di petrolio del mondo. Attualmente, la Cina ha la maggior parte delle sue riserve in titoli del Tesoro USA, che praticamente è certo perdano valore nel prossimo futuro, mentre i tassi d’interesse a lungo termine aumentano negli Stati Uniti. La Cina ha grande interesse nella stabilizzazione dell’America Latina. A differenza degli Stati Uniti, che è una potenza egemone globale con centinaia di basi militari in tutto il mondo, la Cina non ha basi militari straniere e nessun impero. Con il “perno” degli Stati Uniti verso l’Asia, a sostegno del militarismo del Giappone cercando di mantenere il dominio militare in Asia orientale, l’interesse principale della Cina è l’ulteriore sviluppo di un mondo multipolare e di un ruolo maggiore di Nazioni Unite, Paesi in via di sviluppo, diritto internazionale e diplomazia nelle relazioni internazionali.
L’America Latina, in particolare il Sud America, s’è resa indipendente da Washington negli ultimi 15 anni e ha un forte interesse politico in questi stessi problemi dalle profonde radici storiche. Con il miglioramento del PIL della Cina (e cioè del potere d’acquisto), l’economia cinese è già più grande di quella degli Stati Uniti, e anche al suo attuale tasso di crescita in rallentamento, più che raddoppierà nel prossimo decennio. Come ha affermato Yan Xuetong, la Cina inizia un nuovo percorso in politica estera, in cui formerà quelle alleanze che non poté realizzare in passato. Anche se queste alleanze saranno principalmente con Paesi vicini, la maggior parte dell’America Latina è un naturale alleato, non solo per via delle sue crescenti relazioni commerciali e commerciali con la Cina, ma anche per via del comune interesse a un ordine politico internazionale che favorisca il rispetto della sovranità e dell’indipendenza nazionale verso l’intervento unilaterale e la forza militare. D’altra parte, Washington vorrebbe sbarazzarsi di tutti i governi di sinistra della regione e tornare a un mondo a “sovranità limitata”, come l’aveva 20 anni fa.
I notevoli tentativi della Cina, che potrebbero essere attuati a poco o nessun costo, manterranno la stabilità nella regione.

1513292Mark Weisbrot è co-direttore del Centro per la Ricerca Economica e Politica di Washington DC Egli è anche presidente di Just Foreign Policy.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Dottrina Monroe è storia, ma l’impero attacca ovunque

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 02/12/2013

20131104-125331Il segretario di Stato degli USA John Kerry ha annunciato la fine dell’“era della Dottrina Monroe”.  Il 18 novembre ha tenuto un discorso sul partenariato con l’America Latina presso la sede dell’Organizzazione degli Stati Americani di Washington. Per quasi 200 anni, la politica degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale s’è basata sulla dottrina denominata dal quinto presidente degli Stati Uniti, James Monroe, che dichiara che i Paesi dell’America Latina non dovrebbero essere considerati dalle potenze europee oggetti di una colonizzazione… “L’America agli americani”, gli Stati Uniti hanno usato questo slogan per mascherare l’essenza imperialista della dottrina, utilizzata negli anni della guerra fredda per contrastare “l’espansione sovietica”. La Dottrina Monroe fu usata per giustificare la soppressione delle rivoluzioni in Guatemala e Cile, l’eliminazione fisica di leader popolari e le operazioni militari contro la guerriglia a Cuba, Nicaragua e altri Paesi…
Il punto chiave del discorso di Kerry è stata l’affermazione che, nelle attuali condizioni storiche, gli Stati Uniti vedono i Paesi a sud del Rio Grande come “partner eguali” con cui dover “promuovere e tutelare… la democrazia”, “condividendo le responsabilità (e) collaborando sui problemi della sicurezza”. E’ difficile interpretare in modo chiaro queste formulazioni. Da un lato, Washington sembra affermare di non ricorrere all’intervento armato nella regione per difendere i suoi “interessi vitali”. Dall’altra parte, le dichiarazioni sulla “condivisione delle responsabilità” e la “cooperazione sulle questioni di sicurezza” sembrano abbastanza equivoche. Cooperare con chi, esattamente?  Contro chi? E a quali condizioni? Tuttavia, contro chi la “cooperazione sulle questioni di sicurezza” deve essere diretta, deriva dal discorso stesso. Kerry ha aggredito con critiche Venezuela e Cuba. A suo parere, “le istituzioni democratiche sono indebolite” in Venezuela. Molto probabilmente Washington è irritata dal fatto che l’Assemblea nazionale ha votato i poteri speciali al presidente Nicolas Maduro, che ha già iniziato ad usarli per bloccare la guerra economica in Venezuela (speculazione, accaparramento di beni di consumo e prodotti alimentari volti a minare il potere d’acquisto della moneta nazionale, il bolivar). I venezuelani approvano le misure adottate dal Presidente Maduro. L’autorità del leader bolivariano è cresciuta notevolmente. Su Cuba il capo del dipartimento di Stato è soddisfatto dal ritmo del processo democratico. Kerry ha affermato che gli Stati Uniti sperano che questi processi si accelerino, che “il governo cubano abbracci un più ampio programma di riforme politiche che permetta al suo popolo di determinare liberamente il proprio futuro”. E gli Stati Uniti promuoverebbero un processo di democratizzazione a Cuba, che prenda verosimilmente un carattere dissolutorio simile al processo che distrusse l’URSS.
Gli Stati Uniti hanno accantonato la Dottrina Monroe, ma non rinunciano ad esercitare pressioni sui Paesi latino-americani o ad effettuare operazioni complesse per destabilizzarli. Viene perseguita una propaganda mirata contro i leader indesiderati. Continue calunnie vengono riversate sul presidente boliviano Evo Morales, prima di tutto per gli “sforzi insufficienti” del suo governo nella lotta contro le piantagioni di coca illegali e il traffico di droga. E questo, quando i servizi segreti boliviani  combattono ferocemente i cartelli della droga finanziati, di regola, anche da banche controllate da imprenditori statunitensi e dalla Drug Enforcement Administration (DEA). Morales la dà per buona, fiducioso che la miglior difesa sia un buon attacco. Ha più di una volta sostenuto di voler consegnare Barack Obama a un “tribunale dei popoli” per processarlo per “crimini contro l’umanità”. Le sue accuse furono ancora più forti nel discorso alla sessione della 68.ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il presidente boliviano sosteneva che, al fine di mantenere una posizione dominante nel mondo, gli Stati Uniti si avvalgono dei metodi più criminali, organizzando continuamente complotti e tentativi di assassinio. Morales ha ridotto al minimo i contatti con i rappresentanti degli Stati Uniti, preferendo condurre affari con Cina, Paesi dell’Europa occidentale, Russia e Bielorussia. Il presidente della Bolivia ha minacciato: “Se dobbiamo, chiuderemo l’ambasciata statunitense”.
Washington non ha mai cessato le sue attività ostili contro l’Ecuador. Dopo il fallimento del tentativo della CIA di sbarazzarsi del presidente Rafael Correa mediante agenti nella polizia ecuadoriana, l’ambasciata degli Stati Uniti non risparmia sforzi per “riformarlo”. Adam Namm, l’ambasciatore statunitense a Quito, ha criticato il Presidente Rafael Correa per aver coltivato relazioni assai strette con l’Iran e la Bielorussia. La risposta è stata immediata: “Non sono sorpreso dalle sue dichiarazioni, poiché il diplomatico è nuovo a questi problemi. L’Ecuador non chiede il permesso a nessuno nel mantenere relazioni sovrane con qualunque Paese desideri. E’ sufficiente notare come molti Paesi in cui non si tengono assolutamente elezioni, hanno relazioni privilegiate con gli Stati Uniti. Le monarchie assolute! Ecco, questo basta! Non siamo la colonia di nessuno. Finché sarò il presidente di questo Paese, non ci sarà neocolonialismo!” Gli aspri commenti di Correa sulle dichiarazioni di Obama sull’“eccezionalità del popolo americano” perché  presumibilmente si occupa di tutelare gli interessi di “tutta l’umanità”, sono notevoli. Il presidente ecuadoriano ha confrontato queste affermazioni con la “politica nazista” del Terzo Reich. Ad  ottobre Correa ha visitato la Russia, dove ha discusso, tra le altre cose, di cooperazione e invio di armamenti russi in Ecuador, in particolare dei sistemi di difesa aerea, nonché di elicotteri da trasporto Mi-171E. La Russia è interessata a realizzare diversi grandi progetti su petrolio e gas in Ecuador. Gli ecuadoriani discutono della prospettiva d’intensificare la cooperazione militare con la Cina; è stato proposto il reclutamento di specialisti cinesi per la costruzione di una raffineria di petrolio (Refineria del Pacifico) da completare nel 2017. Anche oggi vi sono 60 aziende cinesi che operano in Ecuador nel settore minerario e nella costruzione di infrastrutture stradali. Tutto ciò  causa grande preoccupazione a Washington, motivo per cui le attività di spionaggio delle agenzie d’intelligence statunitensi si sono intensificate in Ecuador. Secondo il sito Contrainjerencia.com, nel 2012-2013 il personale della CIA presso la stazione ecuadoriana è raddoppiato. Agenti con esperienza nelle operazioni sovversive in America Latina sono stati inviati in Ecuador: U. Mozdierz, M. Haeger, D. Robb, H. Bronke Fulton, D. Hernandez, N. Weber, A. Saunders, D. Sims, C. Buzzard, ?. Kendrick e altri.
I problemi che Washington ha con il Brasile e l’Argentina a causa delle rivelazioni scandalose riguardo le intercettazioni dei presidenti di questi Paesi, Dilma Rousseff e Cristina Fernandez de Kirchner, devono ancora essere risolti in modo soddisfacente. Gli statunitensi non hanno ancora veramente chiesto scusa per lo spionaggio totale in questi Paesi. E lo spionaggio non solo non s’è fermato, è diventato più sottile, costringendo le agenzie d’intelligence nazionali a sviluppare operazioni comuni per contrastare le operazioni di CIA, NSA ed intelligence militare statunitense. Al tempo stesso, sono state adottate misure per creare un sistema di controspionaggio elettronico nel quadro dell’Unione delle nazioni sudamericane (UNASUR). In Messico e nei Paesi dell’America Centrale e dei Caraibi, l’intelligence statunitense non incontra quasi nessuna interferenza, a meno che non si contino Cuba e Nicaragua, le cui agenzie di controspionaggio occasionalmente infliggono dolorosi colpi alla rete di agenti della CIA. Oggi il compito più importante per le agenzie militari e di intelligence statunitensi è avere il controllo dell’Honduras, spesso chiamato la “portaerei inaffondabile degli Stati Uniti” in America Centrale. Vi sono già basi militari statunitensi sul territorio dell’Honduras, ma il Pentagono programma di costruire nuove basi aeree e navali. La cinica interferenza di Washington nella campagna elettorale che s’è appena svolta in Honduras, è ancora un altro segnale dell’amministrazione Obama in America Latina: proteggeremo i nostri interessi ad ogni costo, nessun altro risultato è accettabile per noi. “L’uomo degli USA” nelle elezioni in Honduras è Juan Orlando Hernandez, candidato conservatore Partito Nazionale. Per oltre tre anni ha diretto il Congresso Nazionale e ha contribuito notevolmente al consolidamento delle forze politiche ostili all’ex-Presidente Manuel Zelaya e a sua moglie Xiomara Castro. È lei era il suo principale concorrente alle elezioni, candidata di Libertà e Rifondazione (LIBRE) di centro-sinistra. Hernandez sostenne nel 2009 il colpo di Stato che rovesciò Zelaya, e mantiene stretti legami con i militari, facilitando l’espansione delle funzioni per la “sicurezza” dei militari, compresa la lotta contro il narcotraffico. Per l’ambasciata degli Stati Uniti, non permettere a Xiomara Castro di andare al potere è una questione di principio. I prossimi eventi mostreranno quanto sarà risoluta. In un’intervista radiofonica con Radio Globo, Manuel Zelaya ha dichiarato, “Xiomara ha vinto la lotta per la carica di presidente della repubblica. (La Corte Supremo Elettorale dell’Honduras) usurpa la vittoria di Xiomara Castro. Il conteggio della Corte non regge a un’analisi statistica. Non riconosciamo questo risultato, lo respingiamo”.
Lisa Kubiske, l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Honduras, ha interferito attivamente nel processo elettorale al fine di garantire la vittoria di Hernandez. In sostanza, è lei la principale rivale di Xiomara Castro. Se l’ambasciata degli Stati Uniti potrà garantire che Hernandez arrivi al potere, si vedrà nel prossimo futuro. Ma vi sono già informazioni dei media internazionali che, nel conteggio dei voti, è in testa con ampio margine.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA offrono l’ingerenza militare all’Argentina

Horacio Verbitsky, Página 12, Buenos Aires, 10 ottobre 2013 – Global Research

Mentre il Comando Sud nuovamente promuove il coinvolgimento dei militari latino-americani sulle questioni di sicurezza nazionale, alcuni candidati dell’opposizione (peronisti di destra, conservatori  di destra ed estrema destra) argentina, come Alfonsin, Massa, de Narváez e Michetti, propongono di reintrodurre la pena di morte senza processo per i sospetti narcotrafficanti. In una riunione del Vertice Inter-Americano della Difesa, Washington ha proposto che le Forze Armate siano coinvolte nella sicurezza ambientale (?) ed energetica, cosa cui l’Argentina s’è opposta.

map_2Il Comando Sud degli Stati Uniti raccomandava al consiglio della Giunta Interamericana della Difesa (JID nell’acronimo spagnolo) che le Forze Armate del continente partecipino al piano di sicurezza ambientale ed energetico, cui l’Argentina s’è opposta. Il contrasto verificatosi nel corso di una riunione informale della JID tenutasi a Washington, era un passo nell’escalation degli Stati Uniti per confondere i limiti tra le funzioni della difesa e della sicurezza, continuando poi alla sessione ordinaria della Commissione per la sicurezza emisferica dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA). I diversi candidati dei partiti di opposizione in Argentina, come Ricardo Alfonsin, Sergio  Massas e Gabriela Michetti, raccomandano l’approvazione di una legge per la pena di morte senza processo preliminare ai presunti trafficanti di droga (o altro), la cui applicazione sarebbe attuata dalle Forze Armate. Nel loro territorio, gli Stati Uniti ne mantengono in vigore la separazione, dal 1878 con la legge “Posse Comitatus“, ma ultimamente hanno la tendenza a fornire alle polizie attrezzature belliche pesanti, finora considerate strettamente militari. Per contro, l’America Latina  propone che le Forze Armate siano dedicate ai compiti di polizia, sulla base della dottrina sulle nuove minacce, già in vigore da un decennio. L’articolo 2 dello statuto della JID afferma che scopo dell’organizzazione è prestare all’OAS e ai suoi Paesi membri, “consulenza tecnica e informazione su temi legati alle questioni militari e alla difesa dell’emisfero”, ma senza menzionare i problemi della sicurezza. Lo stesso per il “Piano Strategico della JID.” Ecco perché, nella riunione del 16 ottobre, gli Stati Uniti tentarono di ridefinire la portata del termine “questioni militari e di difesa” e i concetti di difesa e sicurezza. E’ probabile che la questione sia discussa tra il 21 e il 25 ottobre, durante la “Conferenza Inter-Americana sulla Logistica”, finanziata da aziende private e tenuta a Washington.

Un programma di governo
Il programma dei lavori 2013-2014 della JID, firmato dal suo direttore, viceammiraglio Bento Costa Lima Leite de Albuquerque Junior, è un capitolo del programma di governo. Lontano da questioni militari e di difesa, aggiunge che la commissione si prenderà cura anche delle “discipline correlate all’emisfero“, mirando a promuovere la presenza della JID in diverse attività della Commissione della sicurezza emisferica e della Segreteria di Sicurezza Multidimensionale, due modi per evitare la separazione delle funzioni. Un altro obiettivo del piano di lavoro è costruire la JID come “organo consultivo tecnico permanente della Conferenza dei ministri della Difesa e stabilire relazioni per la cooperazione con le organizzazioni regionali e subregionali di difesa e sicurezza emisferiche.” Intendendo anche partecipare al coordinamento tra le Forze Armate e di sicurezza “nella lotta contro il narcotraffico” in America Centrale, e partecipare alla “4.ta Conferenza dei ministri della Sicurezza nelle Americhe.” La JID propone d’istruire il Comitato Inter-Americano dell’Antiterrorismo sui “diritti umani e le libertà fondamentali nella lotta contro il terrorismo” per armonizzare il suo piano di lavoro con quello della Commissione di Sicurezza emisferica e di convertire il Collegio Inter-Americano della Difesa in un istituto di eccellenza che offra corsi post-laurea, non solo nella difesa ma anche nella sicurezza. Al piano di lavoro della JID, la delegazione statunitense aggiunge una raccomandazione personale: che il Consiglio accetti la proposta presentata dal Comando Sud e collabori con le autorità per “lo sviluppo di un Piano per la cooperazione regionale in materia di sicurezza ambientale ed energetica.” La delegazione argentina ha presentato una serie di obiezioni a tale piano:
• per quanto riguarda l’obiettivo dell’aiuto umanitario e di ausilio in caso di calamità naturali, la Dichiarazione di San Salvador sulla sicurezza della cittadinanza fu invocata, prevedendo il monitoraggio di fenomeni incoerenti con l’enunciato generale su migrazione, traffico di esseri umani e criminalità transnazionale. Ma la Dichiarazione di San Salvador si riferisce a questioni di sicurezza pubblica e non riguarda le questioni militari o della difesa, l’unico intervento cui la JID è  autorizzata. Questo tema è di competenza esclusiva della JID, il cui statuto non prevedeva.
• Le nuove minacce considerate negli approcci multidimensionali non richiedono la neutralizzazione degli strumenti militari. In Argentina, la risposta concerne il ministero della Sicurezza e della Giustizia.
• Il proposto coordinamento della JID con la Segreteria di Sicurezza Multidimensionale esclude l’impiego delle forze armate nella pubblica sicurezza degli Stati, lotta alla droga, immigrazione, tratta di esseri umani e terrorismo, la cui competenza è di altri organi dell’OAS, la Commissione inter-americana contro l’abuso della droga (CICAD) e il Comitato inter-americano contro il terrorismo (CICTE). E’ altrettanto inaccettabile che il Consiglio partecipi a forum, conferenze e organizzazioni che si occupano di questi temi, che non rientrano nel mandato del Vertice Inter-Americano della Difesa.
• La missione della JID è sostenere la Segreteria pro tempore della Conferenza dei ministri della Difesa (sempre a carico del Paese ospite) e conservarne la memoria storica, ma non ha il diritto di convertirsi nel suo Segretariato tecnico permanente, dato che la Conferenza è un forum per il dialogo politico tra i ministri e la JID un organo di assistenza tecnico-militare dell’OSA.
• Occorre inoltre chiarire che queste funzioni di supporto devono essere esercitate solo su richiesta della Segreteria pro tempore.
•L’Argentina non accetta più la proposta di “strategie d’allineamento della difesa e della sicurezza“, che dovrebbe sostenere la JID.
• In riferimento agli strumenti che compongono il sistema di difesa inter-americano, il piano della JID assegna la funzione di cooperazione con altre organizzazioni inter-americane, mentre è autorizzata a farlo solo nel processo di revisione del sistema, sostenuta dall’Argentina e di cui la JID dovrebbe prendere atto.
La JID assume come “compiti impliciti” ruoli che superano i suoi compiti e missioni, menzionando tra essi la richiesta di certe informazioni che non sono di competenza della JID, come ad esempio  dati su tecnologia e industria. Le conclusioni della JID non menzionano il mandato aggiuntivo della Conferenza dei ministri della Difesa e dell’Assemblea generale dell’OSA, che costringono alla revisione di tutti gli strumenti e i componenti del sistema di difesa inter-americano, includendo soprattutto la stessa JID. Il conflitto viene definito in termini chiari. Mentre l’Argentina sostiene che il sistema politico rappresentato dai ministri della Difesa e dall’Assemblea Generale guiderà la revisione della Giunta Inter-Americana, la JID, che ha sede a Washington e il cui finanziamento è statunitense, si oppone alla revisione del suo ruolo e avanza nuove richieste agli organismi rappresentativi della volontà popolare. Durante l’ultimo incontro informale, non solo l’Argentina ha contestato la pretesa degli Stati Uniti che vorrebbe che il Comando Sud raccomandasse alla JID di partecipare alla sicurezza energetica e ambientale, creando nuovi rapporti topici tra le forze armate della regione sulla base dei modelli applicati da Nazioni Unite e NATO. Il Canada ha sostenuto che la creazione di un comando operativo richiede maggiori discussioni e dubitava del fatto che la commissione fosse competente in materia. Gli Stati Uniti hanno negato di aver proposto un ruolo operativo al Consiglio. Oltre a queste concordanze con il Canada, il Messico ha ricordato che ogni Paese ha servizi specializzati nella sicurezza energetica e ambientale, materie per le quali i militari, nel migliore dei casi, hanno una competenza sussidiaria, suggerendo che i Paesi d’accordo con la proposta possano partecipare in modo bilaterale al Comando Sud.
Questa è la logica che presiede da anni le proposte degli Stati Uniti avanzate nella regione: una proposizione generale che l’OSA non accetta e che poi s’impone nelle relazioni bilaterali con vari Paesi, a partire dai più deboli, sia con le minacce descritto, o di fronte al Pentagono e al Comando Sud, vero fautore e direttore delle politiche del suo Paese in Sud America. L’Argentina ribadisce alcune proposte fatte in occasione della riunione ordinaria della JID ad ottobre. In questa occasione, ha detto che, come gli altri Paesi sudamericani, dà priorità alla cooperazione in questi settori nel quadro sub-regionale dell’UNASUR, e che non sia opportuno mescolare la JID con soggetti lontani dalla difesa.

La deriva delle frontiere
La netta separazione tra la difesa nazionale e la sicurezza interna, è uno degli accordi fondamentali della democrazia argentina, cristallizzata da tre atti e un decreto sanzionati da quattro diversi governi. La legge sulla Difesa Nazionale emanata nel 1988 dal presidente Raul Alfonsin; quella sulla sicurezza interna del 1992 del presidente Carlos Menem; quella sull’intelligence nazionale nel 2001 del presidente Fernando de la Rua, e il decreto che disciplina la legge sulla difesa del presidente Kirchner, del 2006. L’articolo 4 della legge sulla Difesa afferma che “si terrà conto costantemente della fondamentale differenza tra sicurezza nazionale e difesa della Patria“. Ma 18 anni passarono prima della sua regolamentazione. Jaunarena Horacio, che fu ministra dei presidenti Raul Alfonsin, Fernando de la Rua e dell’ex senatore in carica Eduardo Duhalde, disse in un seminario organizzato da Menem e Eduardo Roberto Dromi, che non l’aveva mai regolamentato perché non era d’accordo con la lettera e lo spirito della legge. Le considerazioni sul decreto che la ministra Nilda Garré firmò insieme a Kirchner, scarta in modo esplicito l’utilizzo dello strumento militare per operazioni lontane dalla difesa, comunemente note sotto il nome di “nuove minacce”. In caso contrario, vi sarebbe una “crisi grave e inesorabile della dottrina, organizzazione e funzionamento di uno strumento progettato per assumere responsabilità funzionalmente distinte da quelle tipiche della polizia.”
Con la presidenza di CFK (Cristina Fernandez de Kirchner), tre progetti sono stati presentati al Congresso, di cui ripercorriamo il cammino:
• Il prima nel 2010, porta la firma di Francisco de Narvez e gli altri membri del peronismo d’opposizione (Dossier della Camera dei Deputati 6657-D-2010. Procedura parlamentare 130 09/09/2010, difesa nazionale contro le minacce aeree.)
• Il secondo del 2011 fu presentato dalla deputata del PRO Gabriela Michetti, con lo stesso de Narvaez e diversi membri dei due partiti (Dossier della Camera dei Rappresentanti, 1791-D-2011. Procedura parlamentare 0028, 13/04/2011. Creazione del Piano Nazionale per la Protezione aerea della frontiera settentrionale).
• La terza volta quest’anno, dal deputato radicale Ricardo Alfonsin e altri legislatori del suo partito (Dossier  4817-D-2013. Processo parlamentare 073, 18/06/2013, Legge per la piena lotta contro il traffico di stupefacenti).
Tutti coincidono nell’ordinare alle Forze Armate la distruzione di aeromobili che non rispondono ad appelli inviati via radio, segnali di emergenza visivi o tiro con munizioni traccianti (de Narvaez); la distruzione deve essere autorizzata dal Presidente della Nazione o dal delegato del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare o dall’autorità delegata dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare (Alfonsin) e “in nessun caso le autorità consentiranno agli aeromobili indagati, irregolari od ostili di fuggire in territorio straniero” (Michetti). Il progetto di Michetti è il più esplicito, “le ipotesi di un conflitto “nel sub-continente” (sic) sono scomparse e ora i nemici dello Stato sono terrorismo, narcoguerriglia, movimenti separatisti, pirateria, ecc”. Queste minacce “sono di tale portata che dovrebbero essere considerati compiti specifici della difesa nazionale.” A tale gruppo si aggiunse il candidato parlamentare del Fronte Rinnovatore Sergio Massa, che ha sostenuto fosse urgente emanare una legislazione per “dirottare gli aerei dei narcos che entrano nel Paese“. La maggioranza governativa si oppone esplicitamente a tale riforma. Infatti, nell’”Operazione Fortin Norte“, l’esercito non ha ricevuto dal ministero della Difesa regole d’ingaggio, ma solo norme di comportamento che escludono l’ingaggio al combattimento, e a Rio Gallegos, il ministro della Difesa Augustin Rossi ordinò di limitarsi ad occupare parte dei terreni di proprietà dell’esercito, in modo che non vi fosse alcuna intrusione, e senza nemmeno portare armi da fuoco.
I progetti di Massa, Michetti, Alfonsin e de Narvaez autorizzano le Forze Armate ad applicare la pena di morte senza processo, sulla base unicamente del sospetto, anche verso chi si starebbe allontanando dal Paese. Fortunatamente, non è certo che queste proposte arrivino al Congresso data la maggioranza governativa.

Horacio Verbitsky. Scrittore, ricercatore e giornalista argentino. Attualmente presiede il Centro per gli Studi Legali e Sociali (CELS).
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia e gli armamenti dopo la Siria

Dedefensa 21 ottobre 2013

66744Abbiamo appreso dell’impegno della Russia verso al Brasile, nelle esportazioni di armamenti (19 ottobre 2013) dal punto di vista brasiliano. Si trattava del retroscena fondamentale svolto dalla NSA e dalle rivelazioni delle sue varie fughe, nella quasi vendita al mercato brasiliano di 36 aerei da combattimento, soprattutto nel collasso dell’offerta dei 36 F-18 degli USA in questo mercato.  Sappiamo che è la dimensione politica che s’è dimostrata fortemente contraria alla possibilità di accordi, soprattutto nella sicurezza, con gli Stati Uniti, e l’acquisto di 36 F-18 era ovviamente uno di questi accordi, e tale componente interna, a sua volta, è un segno e un’accelerazione del disordine politico della crisi Snowden/NSA tra Brasile e Stati Uniti. In questo caso, sul mercato dei velivoli da guerra brasiliano, vi è un altro aspetto da considerare che certamente va nella stessa direzione, ma è più ampia, in quanto comporta una preoccupazione generale sulla scia dell’episodio parossistico della crisi siriana dal 21 agosto al 10 settembre. Se questa crisi si è concentrata sulle armi chimiche siriane e sulla crisi siriana in sé, il suo principale insegnamento è incentrato sulla particolarmente impressionante dimostrazione dell’atteggiamento e del comportamento degli Stati Uniti nei confronti della sicurezza e della sovranità dei Paesi terzi.
Il ministro della Difesa russo Shojgu l’ha confermato, alla fine del suo viaggio in Sud America, con una modalità piuttosto inaspettata. Così ha osservato, probabilmente con una certa ironia, che se si presentasse universalmente così anche in Brasile, di certo non giocherebbe un ruolo diretto nei negoziati specifici che si sono avuti con i Paesi del Sud America, tra cui il Brasile. Spiegheremo ciò nel contesto dei modelli semantici ispirati dalla pratica degli scacchi in Russia. Sì, senza dubbio l’”argomento siriano” non era assolutamente presente, ufficialmente parlando, nella filosofia delle mosse russa, ma era chiaramente nella mente dei loro colleghi sudamericani, soprattutto brasiliani, e i russi non ignoravano di non aver bisogno di farne un argomento per la loro causa. Figurava come obiettivo dato strategico nei vertici e nei negoziati, in particolare proprio con i brasiliani. (Una valutazione informale è che i brasiliani sono stati particolarmente colpiti dal modo spettacolare con cui gli Stati Uniti hanno ignorato il diritto internazionale nella crisi in Siria. Tale atteggiamento degli statunitensi è stato effettivamente estrapolato, anche da un punto di vista operativo militare, dai brasiliani riguardo il proprio caso. L’accordo al vertice per la fornitura di armi antiaeree russe a corto raggio, tra cui il Pantsir-S1, suscita una considerazione tra le due delegazioni e l’iniziativa brasiliana sulla possibilità di un mercato delle armi dello stesso tipo, ma a lungo raggio (tipo gli S-300), impiegabili contro gli attacchi aerei strategici, simili all’attacco che gli Stati Uniti avevano minacciato contro la Siria.)
La descrizione della semantica e dell’approccio intellettuale dei russi cui, in modo davvero ironico, fa riferimento questo breve estratto da un’intervista con il ministro Shojgu a Voce della Russia e ripresa da Strategic-Culture.org il 19 ottobre 2013. La colorita descrizione di Shojgu del comportamento statunitense sarà apprezzata sulla puntata siriana, evidenziandolo bene e senza fronzoli, ma infine rispettando l’eccezionalità nel comportamento americanista, l’affascinante facilità con cui l’enorme compressore americanista tratta i membri della comunità internazionale,  demonizzandoli a seconda dei casi e delle opportunità di mercato, “à la carte”, in un certo senso…  (“Hanno brandito un martello sulla testa di qualcuno annunciando ‘Vi punirò domani’, poi annunciando ‘No, vi puniremo dopodomani’, e poi ‘No, aspettate ancora un po’, dopotutto certi tizi devono votare per decidere se punirvi o meno…‘)
Il fatto che la Russia stia intensificando la cooperazione militare-tecnologica diretta con il proprio partner sudamericano non ha alcuna relazione con gli eventi in Siria, dice il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu. “Non vorrei collegare questo direttamente agli eventi in Siria”, ha detto Shojgu rispondendo alle domande dei giornalisti. Gli eventi in Siria hanno causato gravi problemi non solo in alcuni Paesi del Sud America, ma nel mondo, ha detto Shojgu. “Naturalmente, un po’ di apprensione è apparsa soprattutto quando brandivano un martello sulla testa di tutti, dicendo: ‘Li puniremo domani’, e poi dicendo: ‘Li puniremo dopo domani’, e infine: ‘No, dovremo aspettare un po’ mentre certi tizi dovranno votare se punirli o no’”, continuava Shojgu, chiaramente riferendosi ai piani iniziali degli USA di attaccare la Siria, che furono poi rivisti. Gli ultimi eventi sulla Siria hanno spinto la comunità internazionale a ripensare al ruolo dell’ONU in questo processo, ha detto Shojgu. “Ora, dopo le azioni del nostro Presidente e i passi diplomatici della Russia, si è capito dopo tutto che è ancora l’ONU che dovrebbe svolgere un ruolo di primo piano”, ha detto.”
Prima, in illo tempore non suspecto (a tutti), l’argomento della “politica degli armamenti” come alternativa al dominio del mercato da parte degli Stati Uniti, era quello della sovranità nazionale difesa contro la costante pressione americanista. (Vorremmo aggiungere, nei casi marginali, la denuncia, accanto all’attivismo americanista, della pressione dell’industria pesante sovietica esercitata in nome dell’ideologia dell’utilità, che fu anche la stessa in illo tempore, quello della guerra fredda, quando la pesante URSS non era ancora ridiventata l’agile Russia, e anche quella tendenza del principio gollista che conosciamo oggi.) La grande epopea gollista non fu meno una “politica per le esportazioni di armamenti”, cui i moralisti del momento spacciavano il loro disprezzo per conto del mercantilismo dei trafficanti di armi. (Gli stessi, da cui abbiamo capito di che partito fossero, non utilizzarono tale dialettica per descrivere il comportamento degli Stati Uniti nel settore. La virtù già vegliava.) Oggi, che la Francia è diventata quella che è, e non è più “quella che era”, uscendo dalla via tracciata dal generale della “Francia è quella che è”, la Russia ha ripreso quella logica del principio per suo conto. L’argomento, si comprende, è di una potenza ed efficienza irresistibili, semplicemente perché “è quella che è”, vale a dire la forza del principio (sovranità, legittimità, ecc).
Così Shojgu ha ragione e torto allo stesso tempo, ha ragione quando dice che l’offensiva russa sugli  armamenti in Sud America (così come in altre zone) non ha nulla a che fare con la Siria, dato che la politica si basa sul “principio di efficienza”; sbaglia “quando dice che l’offensiva russa (…) non ha nulla a che fare con la Siria“, perché l’esempio della Siria, incluso il comportamento americanista, è l’esempio più grottesco e convincente del caos creato dalla sistematica violazione dei principi , rappresentata dalla politica della forza bruta dell’americanismo. Ovviamente, come ciò che Shojgu descrive in modo colorito, i russi non hanno nemmeno bisogno di avanzare la tesi del principio del rispetto dei principi, della sovranità, ecc. Sembrando l’esempio siriano effettivamente essere nella mente di tutti. L’effetto della politica degli Stati Uniti, tra il 21 agosto e il 10 settembre, con il suo comportamento irregolare minacciando un attacco illegale, varia nella tempistica e nella modalità con le vicende interne della crisi di Washington, e questo effetto è terribilmente potente in molti Paesi. Ciò è vero soprattutto in America Latina, oggi impegnata in una lotta mortale contro l’americanismo, soprattutto da quando in Brasile le forze della NSA puntano al campo degli attivisti.
Questa è l’idea del progetto congiunto con il Brasile del T-50, che potrebbe aprire opportunità sia nel settore degli equipaggiamenti militari che nella politica. I russi sono dotati di un programma aerospaziale che può pretendere il titolo di “caccia di quinta generazione” (artificio della comunicazione, ma è importante comportando un vantaggio alla proposta russa), con un Paese che non ha mai fatto parte della sua zona di influenza o della sua zona di esportazione di armamenti (a differenza dell’India, che appare nel programma T-50). Nelle attuali circostanze, un programma del genere inaugurerebbe una nuova situazione, se perseguita come cooperazione con il Brasile: naturalmente acquisire lo status di concorrente-avversario del JSF. L’aereo da combattimento degli Stati Uniti che finora non ha mai goduto di una posizione comunicativa esclusiva e terroristica, con il quasi pavloviano onere di acquisirlo presso i Paesi del blocco BAO; invece i Paesi periferici e fuori dal BAO sono stati lasciati in attesa e sono molto più aperti alle sollecitazioni dell’esportazione russa. Anche se in difficoltà tecniche, come tutti i velivoli da combattimento sviluppatisi dalla filosofia americanista della cosiddetta “quinta generazione”, il T-50 sembra essere in una posizione assai migliore, rispetto al JSF, per divenire un modello operativo, diciamo un caccia “reale”. (Questo non è troppo difficile, il JSF promette tassi di disponibilità operativa tra il 10% e lo 0% (3 ottobre 2013), segnando un progresso sull’F-22, che ha dieci anni di vantaggio ed è soggetto a un tasso di disponibilità, già senza precedenti nella storia degli aerei da combattimento della sua categoria, pari al 32%). Una tale operazione, comunicativa e strategica, ma ancor più comunicativa a seconda delle circostanze, ha un notevole potenziale per la Russia. Questa dell’”operatività” sarebbe un vantaggio che la Russia strappa agli Stati Uniti nella fase parossistica del 21 agosto – 10 settembre della crisi siriana. Nella sequenza in corso, in questo tipo di campi, apparentemente secondari o collaterali, possono essere resi operativi i benefici diplomatici, nella misura in cui tali prestazioni non possono esserlo direttamente nel campo diplomatico delle relazioni internazionali. Questo campo diplomatico è bloccato dagli imperativi del sistema di comunicazione, alla luce del necessario equilibrio apparente che deve essere mantenuto dai leader degli Stati Uniti, in tutti i casi il punto di vista della Russia non cerca in alcun modo di destabilizzare questa leadership politica degli Stati Uniti, per paura delle conseguenze sull’equilibrio complessivo dei rapporti internazionali, e quindi astenendosi dal concretizzare le vittorie diplomatiche (nella crisi siriana) in una superiorità diplomatica strutturale.
Va notato, naturalmente, che questo ruolo doveva essere mantenuto e perseguito a lungo con il Rafale, che poteva effettivamente, con la copertura politica necessaria, essere visto come il principale concorrente strategico del JSF. (La questione delle “generazioni” è propaganda della comunicazione, che potrebbe facilmente trasformarsi in un vantaggio del velivolo francese secondo tecniche di gestione da sviluppare, anche rivendicate dagli EAU, quando la vendita a questo emirato al momento ne mostrava la strada, secondo l’esperienza operativa dell’aeromobile, quindi secondo la copertura politica principale di cui godeva). Questa era la direzione che il Rafale avrebbe potuto prendere nel settembre 2009, quando la vendita al Brasile di 36 esemplari era quasi fatta, e che poteva essere seguita da un altro più grande ordine, quello a cui i russi puntano offrendo il loro T-50, e il programma con cui il Brasile avrebbe commercializzato il velivolo francese nel continente sudamericano. Tutto questo fu irrimediabilmente rovinato dalla sgangherata politica etichettata Sarkhollande (24 maggio 2011). Ma la Francia “è quello che è ora”, basandosi sulla filosofia del pollo della formula Sarkhollande, giungendo dai saloni di Parigi al cuore della questione, all’essenza della crisi mondiale: devono tenersi o espellere Leonarda? La Francia ha abbandonato i principi ai mugiki arretrati, carcerieri delle Pussy Riots e barbari sostenitori del principio della sovranità nazionale nella crisi siriana.

1235058Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stati Uniti contro Brasile: dallo spionaggio alla destabilizzazione

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation, 20.09.2013

41d3f7fe263524ab656aLo scandalo spionistico scoppiato dopo le rivelazioni del dipendente della NSA Edward Snowden, che ha reso tesi i rapporti tra il Brasile e gli Stati Uniti, progredisce. Sempre più dettagli emergono sullo spionaggio elettronico degli Stati Uniti verso la presidentessa brasiliana Dilma Rousseff e coloro che la circondano, compresi parenti e dirigenti del ministero degli Esteri, della Difesa e delle agenzie di intelligence. Rousseff è particolarmente indignata dal fatto che la NSA e la CIA abbiano spiato tutti i suoi telefoni, nell’ufficio presidenziale e nella sua residenza. È emerso anche il fatto che la NSA abbia illegalmente infiltrato le banche dati informatiche della società petrolifera brasiliana Petrobras, e monitorato l’attività e la corrispondenza del suo personale ventiquattro ore su ventiquattro.
Al fine di prendere una decisione ben ponderata sullo scandalo spionistico, Rousseff ha inviato il ministro delle Relazioni esterne, Luiz Alberto Figueiredo, negli Stati Uniti, dove ha avuto una serie di incontri con i funzionari dell’amministrazione Obama, tra cui la consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti Susan Rice. Questo problema era stato discusso in precedenza, quando Rousseff ha personalmente incontrato Obama a San Pietroburgo, al forum del G20. Il presidente degli Stati Uniti aveva promesso di vedere la questione e di fornire al Brasile una spiegazione approfondita. Tuttavia, Figueiredo è tornato da Washington a mani vuote. Gli statunitensi, ancora una volta, hanno scelto il loro schema preferito: stallo, procrastinare e promettere di spiegare tutto tra un giorno o due. Obama ha usato la stessa tattica quando ha chiamato Dilma Rousseff per convincerla a non annullare la visita di Stato, ancora una volta limitandosi a promesse indistinte. Le giuste richieste della presidentessa brasiliana a non ritardare la spiegazione e a consegnarle in forma scritta, vengono ignorate dalla Casa Bianca… Obama non vuole scoprirsi le spalle con prove compromettenti che i suoi avversari nel Congresso e i giornalisti possono interpretare come “debolezza”, nel regolare un conflitto con un Paese del “terzo mondo”. I tentativi da parte dell’amministrazione Obama di far sì che i brasiliani accettino di discutere del conflitto a porte chiuse, per via diplomatica o altro, come è stato fatto molte volte con altri Paesi, non hanno avuto successo. La situazione s’è ulteriormente aggravata con l’avvicinarsi della data della visita di Dilma Rousseff a Washington, il 23 ottobre. La leadership brasiliana ha tenuto la sua linea fino alla fine: Rousseff ha annunciato la cancellazione della sua visita a Washington e ha spiegato le ragioni di questo passo.
Il Brasile si prepara alla spiegazione pubblica ed intransigente di tutte le circostanze relative allo spionaggio condotto dagli Stati Uniti. I primi risultati di questo conflitto sono già apparsi, dopo che l’ambasciatore statunitense Thomas Shannon è stato chiamato due volte al ministero degli Esteri brasiliano per fornire una spiegazione, il dipartimento di Stato ne ha affrettato la partenza dal Paese.  Il Brasile è molto dispiaciuto del fatto che le spiegazioni dei suoi partner nordamericani restino vaghe, superficiali e, in sostanza, beffarde. Le vuote promesse di Obama, Kerry e altri alti funzionari dell’amministrazione degli Stati Uniti, di “esaminare la questione” e “normalizzare” le attività delle agenzie di intelligence, hanno avuto l’effetto opposto questa volta. Dilma Rousseff è abbastanza decisa a dimostrare a Washington che può tutelare gli interessi del proprio Paese, specialmente nel campo della sicurezza dello Stato… Tra le azioni esaminate dalle autorità brasiliane riguardo l’intelligence statunitense operante sul territorio del Brasile, vi è l’inasprimento del controllo del personale dell’intelligence statunitense individuato, con l’obiettivo di documentare gli aspetti illegali delle sue attività e, successivamente, la deportazione dal Brasile. Le autorità brasiliane sono sempre più preoccupate dai segnali che operatori di CIA, dell’intelligence militare degli Stati Uniti e della DEA siano coinvolti nella creazione di “gruppi di protesta giovanili”, già utilizzati e che potrebbero essere utilizzati in futuro per aggravare una situazione di crisi nel Paese.
Il problema dello spionaggio elettronico degli Stati Uniti è stato discusso in occasione della prima riunione dei leader del Mercosur e dagli esperti in materia di sicurezza informatica e delle telecomunicazioni. I rappresentanti di Brasile, Venezuela, Bolivia, Argentina e Uruguay hanno suggerito misure urgenti per fermare “lo spionaggio dell’impero e rafforzare l’indipendenza tecnologica e la sovranità dei Paesi del raggruppamento.” Il ministro degli Esteri venezuelano Elias Jaua ha supportato il Brasile in tutti i punti all’ordine del giorno. La decisione di creare un gruppo di lavoro per lo sviluppo di una strategia unitaria, volta a contrastare “l’interferenza imperialista” e “le operazioni di spionaggio degli Stati Uniti che causano danni a governi, imprese e cittadini“, è stato approvato. Una riunione dei ministri della Difesa di Brasile e Argentina si è tenuto, dove i  ministri hanno firmato un accordo per la creazione di un gruppo bilaterale con l’obiettivo di “raggiungere un livello ottimale nello sviluppo della cyber-protezione ela riduzione al minimo della vulnerabilità agli attacchi informatici“.
In un’intervista al quotidiano argentino Pagina 12, il ministro della Difesa brasiliano Celso Amorim ha parlato delle crescenti capacità operative del Centro per la Protezione cibernetica. Il ministro ha toccato solo di passaggio il tema dello spionaggio elettronico verso la Presidentessa Rousseff e il suo entourage, ma ha sottolineato in particolare che tutti i fatti a loro disposizione indicano la necessità di sviluppare le capacità difensive del Brasile. Celso Amorim ha parlato, con franchezza inusuale per un dirigente di un ente militare, dei piani a medio termine per rafforzare le forze armate del Brasile. Tra queste, la costruzione di un sottomarino nucleare per il pattugliamento nelle acque territoriali e la protezione dei giacimenti petroliferi dei fondali, lo sviluppo del settore aerospaziale e l’avvio della produzione dell’aereo da trasporto pesante KC-390, che in futuro potrebbe sostituire l’Hercules made in USA in servizio nella forza aerea brasiliana. Secondo dati provenienti da fonti indipendenti, lo scandalo sullo spionaggio globale degli Stati Uniti in Brasile, potrebbe causare il rifiuto del Brasile di chiudere l’accordo per l’acquisto di 36 aerei da combattimento F-18 Hornet.Non possiamo“, dicono gli analisti brasiliani, “firmare contratti di tali dimensioni con un Paese di cui non ci fidiamo“.
Il Brasile intende seguire l’esempio della Russia e della Cina creando un proprio sistema Internet, una significativa misura che garantirà la sicurezza dei suoi utenti e ostacolerà l’infiltrazione degli “specialisti” della NSA. Tra i piani del Brasile vi è la posa di propri cavi di comunicazione verso l’Europa e l’Africa. I canali di comunicazione esistenti, che passano attraverso il territorio degli Stati Uniti, sono totalmente controllati dalla NSA. Una delegazione di membri del parlamento brasiliano prepara un viaggio in Russia per incontrare Edward Snowden e avere ulteriori informazioni sulla reale portata dello spionaggio elettronico statunitense in Brasile, tra cui l’uso di satelliti spia. Un modernizzato centro di intercettazioni radio, che non fu chiuso nel 2002 come i media assicuravano, opera a pieno regime presso l’ambasciata degli Stati Uniti. Ora è evidente alla leadership brasiliana che l’argomento utilizzato dal governo degli Stati Uniti, della guerra al terrorismo, sia solo una copertura per svolgere operazioni di tutt’altro tipo. Nell’emisfero occidentale, si tratta dell’infiltrazione delle banche dati e delle reti informatiche dei Paesi latinoamericani, in primo luogo di tutti coloro che cercano di condurre una politica indipendente e di concentrarsi nell’integrazione attraverso Unasur, ALBA, Petrocaribe, ecc. Si ritiene che l’acquisizione di informazioni preliminari circa viaggi, percorsi e residenze dei leader latinoamericani “ostili” a Washington, come Nestor Kirchner, Inacio Lula da Silva, Hugo Chavez e altri, abbia aiutato l’attuazione di operazioni speciali contro di loro, alcuni dei quali, come è noto, sono stati mortali. Quest’anno la celebrazione del Giorno dell’Indipendenza, il 7 settembre, nella capitale brasiliana, così come a Rio de Janeiro, San Paolo e Porto Alegre, è stata accompagnata da disordini di massa ben organizzati. Gli istigatori hanno pronunciato slogan contro il governo gridando accuse contro Dilma Rousseff, chiamandola “traditrice degli interessi nazionali”. Diverse decine di persone sono rimaste ferite, e oltre 300 manifestanti sono stati arrestati. La polizia indaga sui legami occulti tra i detenuti ed organismi “non-profit” finanziati dagli Stati Uniti. Alcuni blogger brasiliani hanno interpretato questi tumulti come un “avvertimento” dell’intelligence degli Stati Uniti a Dilma Rousseff.
Il personale dell’intelligence degli Stati Uniti in Brasile potrebbe operare in condizioni molto più complesse nel prossimo futuro. L’agenzia d’intelligence brasiliana (Abin) cerca di riabilitarsi agli occhi della presidentessa e dell’opinione pubblica. I leader dell’Abin, che non poterono rilevare in tempo le fughe di informazioni strategiche verso gli Stati Uniti, causando enormi perdite politiche e materiale al Paese, hanno ricevuto nuove istruzioni sui parametri per ulteriori collaborazioni con partner provenienti dagli Stati Uniti. Come si dice, uno tira l’altro.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 281 follower