La CIA orchestra la campagna pre-elettorale in Paraguay

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation, 08/02/ 2013

Franco-Alegre-y-Filizzola-e1355776709290-655x399Il netto aumento dei membri dell’ambasciata statunitense ad Asunción, nel corso dell’ultimo anno, è stato reso necessario dalla volontà di mantenere il controllo sul governo del Paraguay. La campagna pre-elettorale è in pieno svolgimento e, al fine di “gestirla direttamente”, l’apparato d’intelligence che opera sotto il tetto dell’ambasciata degli Stati Uniti ha avuto bisogno di personale di rinforzo. Alle forze politiche potenzialmente ostili agli interessi degli Stati Uniti non deve essere permesso di arrivare al potere. Federico Franco, il presidente in carica del Paraguay che, nel giugno 2012 ha assicurato la “rimozione costituzionale” sceneggiata dalla CIA del presidente legittimamente eletto, Fernando Lugo, ha compiuto la sua missione. Il suo successore deve essere altrettanto affidabile e gestibile. L’incidente dell’elicottero Robinson 44 che ha ucciso Lino Oviedo, uno dei candidati alla presidenza del Paraguay, ha fatto brevemente sensazione nel mondo…
L’incidente è accaduto nella notte tra il 2 e il 3 febbraio di quest’anno, mentre Oviedo tornava ad Asunción dopo diversi incontri con gli elettori nel nord del Paese. Il percorso nella sua interezza non superava i 200 chilometri e l’elicottero era pilotato da un ex pilota militare, esperto in voli notturni. La terza persona a bordo era la guardia del corpo di Oviedo, completamente di fiducia del generale in pensione e leader del partito Unione Nazionale dei Cittadini Etici (UNACE). L’elicottero è decollato in condizioni meteo favorevoli, con un fronte nuvoloso appena visibile sull’orizzonte.
La prima fase del volo si era svolta normalmente e il percorso dell’elicottero era monitorato dal centro di controllo dell’aeroporto di Asunción, che ha controllato il collegamento radio più volte. Improvvisamente, la radio è divenuta silenziosa. I tentativi di ristabilire i contatti con l’elicottero si rivelarono inutili. Un gruppo di soccorso venne inviato nelle prime ore del mattino per cercare Oviedo e i suoi compagni di viaggio. Un radiofaro montato sull’elicottero ha fatto sì che il luogo dell’incidente venisse individuato rapidamente. Corpi mutilati e frammenti dell’elicottero furono  scoperti in un palmeto, e i soccorritori furono sorpresi nel trovare i resti sparsi a ventaglio a 100-150 metri dalla zona in cui la cabina dell’elicottero e il motore si erano interrati al suolo. Questa circostanza ha dato luogo all’idea che Oviedo sia stato vittima di un attentato con un ordigno esplosivo.
Nel primo rapporto ufficiale, piuttosto prudente, sulla morte di Oviedo, l’idea che si trattasse di un atto di terrorismo non è stata esclusa. Il dinamico e aggressivo politico, spesso definito come l’ultimo caudillo paraguayano, aveva molti nemici. Militare di carriera, Oviedo ha fatto irruzione nella vita politica del Paese nel febbraio 1989, come uno dei protagonisti del rovesciamento del dittatore Stroessner. Dal 1993 fino al 1996, Oviedo è stato responsabile dello Stato Maggiore delle Forze Armate. Secondo i suoi nemici è stato durante questo periodo che ha posto le basi per la sua prosperità finanziaria, fornendo coperture ai contrabbandieri e ai cartelli della droga. I suoi tentativi di convertire la sua popolarità tra la gente in una presidenza, non ebbero successo. I rivali trionfarono e non perdonarono mai Oviedo per i suoi metodi di lotta occulti, i suoi tentativi di organizzare colpi di stato, mentre usava violenza contro gli avversari. Di conseguenza, cercò asilo politico in Brasile e poi in Argentina, e poi passò dieci anni di carcere in una prigione del Paraguay, che non scontò per intero per “buona condotta”.
Oviedo, che avrebbe compiuto 69 quest’anno, disse che la sua partecipazione alle elezioni del 2013 era il suo ultimo tentativo di diventare presidente. Era al terzo posto nella classifica della popolarità tra gli elettori, e stava facendo tutto il possibile per invertire la tendenza a suo favore. Gli sforzi  pre-elettorali di Oviedo furono colpiti dalla reazione ostile dei suoi principali rivali, che etichettava con la parola “mafia”. In primo luogo Oviedo si riferiva al Partito Colorado, che era al potere durante la dittatura di Stroessner. Oviedo stesso, nel corso degli anni ’80, apparteneva a un movimento di “tradizionalisti” del partito, interessati alla teoria della “terza via” auspicata dal presidente argentino Juan Perón, alla fine degli anni ’40. Nel 2002, Oviedo creò il suo partito UNACE, venendo raggiunto da molti ex membri del Partito Colorado. Horacio Cartes, candidato presidenziale del Partito Colorado, ritiene che il potenziale di Oviedo nell’attrarre gli elettori con visioni moderatamente conservatrici, era estremamente pericolosa, in quanto questi sono gli elettori tradizionalmente ricercati dal Partito Colorado. Di qui la ragione per cui la ferocia dello scontro tra Cartes e Oviedo fosse in aumento, nel periodo che precede le elezioni del 21 aprile 2013.
Parlando delle sue possibilità di vittoria, Oviedo aveva continuamente detto che sarebbe diventato presidente, finché non sarebbe stato ucciso dalla “mafia”. In realtà, Oviedo aveva accennato alle origini mafiose dei miliardi di Horatio Cartes, che gli avevano permesso di “comprarsi” il Partito Colorado al fine di realizzare le sue ambizioni presidenziali. Oviedo parlò di questo nella sua ultima intervista, data alla stazione radiofonica Campana Guyra, poche ore prima della sua morte. La cosa interessante è che la “mafiosità” di Cartes non ha sollevato dubbi presso l’agenzia d’intelligence statunitense. Vi sono molte informazioni nei documenti di Wikileaks sulle operazioni illegali di  Cartes per il riciclaggio di denaro della droga, finanziamento dell’invio di droga in America, Brasile e Argentina, così come del contrabbando di alcool e tabacco.
Nel corso di un incontro regionale tra i rappresentanti della CIA e della Drug Enforcement Agency (DEA), dettagli specifici sono stati discussi riguardo una complessa operazione per avere informazioni incriminanti Cartes. Che queste informazioni siano state ottenute è fuor di dubbio. Le agenzie d’intelligence statunitensi inscenano i loro spettacoli sul continente proprio come fanno a casa. Ma esattamente come è stata usata questa prova? Se dobbiamo credere alle dichiarazioni del milionario, non ha mai avuto problema di visto negli USA, sia per questioni di lavoro o per una vacanza. Così un “accordo di compromesso” è stato sicuramente raggiunto, e non è difficile indovinarne il contenuto. Nonostante tutti i suoi milioni, Cartes è appeso a un amo.
Va ricordato che l’ambasciata statunitense non ha mai avuto “lealtà” per Lino Oviedo. Cosa dicevano di lui i funzionari dei servizi segreti statunitensi presso la loro sede e il dipartimento di Stato? Ecco alcuni estratti dei dispacci inviati al dipartimento di Stato nell’aprile 2008: “È un leader forte, incline al messianismo. È noto per la sua instabilità mentale, le sue tendenze antidemocratiche e violente, e la sua capacità di ingannare e manipolare. È un pragmatico che crede che il rapporto con gli Stati Uniti sia un male necessario. Oviedo mantiene un atteggiamento anti-americano, anche se cerca la benedizione degli Stati Uniti (per la risoluzione dei suoi problemi personali). E’ un populista ed è più in sintonia con le forze autoritarie di destra piuttosto che con la sinistra. È estremamente ambizioso e anela al potere. E’ ingestibile”. La parola chiave qui è “ingestibile”.
Nel dossier della CIA su Oviedo, che è stato trasmesso alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività dei cartelli della droga in Brasile, c’erano informazioni sul coinvolgimento del Paraguay nel commercio illegale di droga, armi e operazioni di contrabbando. Ha inoltre affermato che Oviedo era riuscito a racimolare capitale per un miliardo di dollari. Il dossier sottolineava in particolare il fatto che ha avuto un’influenza negativa su imprenditori brasiliani, corrotti con denaro facile. La credibilità di questo tipo di informazioni richiede un controllo. Le agenzie d’intelligence statunitensi usano spesso delle discutibili, così come delle deliberatamente falsificate, informazioni al fine di “giustificare” la persecuzione degli indesiderabili. Indesiderabili come Oviedo. E’ possibile supporre che la CIA abbia consegnato il dossier al Brasile per attuare un’azione mirata, volta a compromettere Oviedo agli occhi dei politici e membri delle forze armate brasiliani. Sin dall’inizio della sua attività, ha preferito concentrarsi sul Brasile, principale avversario strategico degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale, in modo tale che gli agenti della CIA si preoccupassero che non avesse alcun tipo di trattamento favorevole.
Il candidato presidenziale Efrain Alegre e il candidato vice-presidenziale Rafael Filizolla prendono parte alla campagna elettorale come coppia del Partito Liberale Radicale Autentico (PLRA). Sono entrambi ex-ministri dal governo di Fernando Lugo. Alegre ha affrontato le questioni su costruzioni e comunicazioni, mentre Filizolla si occupava di politica interna. L’ambasciata degli Stati Uniti con loro non ha avuto problemi di natura ideologica o legale, il che spiega la loro tranquilla partecipazione al processo elettorale. I partiti della sinistra accusano Alegre e Filizolla di collaborare con le strutture di “dominio statunitense” in Paraguay. Nessun politico si è azzardato a smentire pienamente queste pesanti accuse: c’è motivo di attirare l’attenzione degli elettori su un tema così delicato?
Tuttavia, è possibile parlare della carriera politica di Filizolla più dettagliatamente. In primo luogo finì sotto l’attenzione dell’ambasciata degli Stati Uniti nel 2005. Filizolla aveva preso parte a un seminario dedicato al rafforzamento dei rapporti tra Paraguay e Venezuela. Parlò in modo molto critico delle politiche di Washington, ma approvava il governo di Chávez e le attività di “populisti”, come Lula, Kirchner e altri leader latinoamericani di sinistra. “Nonostante isolati attacchi immaturi”, Felizolla come “giovane, promettente politico” ha cominciato ad essere invitato ai ricevimenti presso l’ambasciata degli Stati Uniti. Prima della sua nomina a ministro degli Interni, Fernando Lugo “ricevette pareri” dall’ambasciatore degli Stati Uniti. E all’improvviso Filizolla è diventato uno dei ministri più popolari del governo Lugo. E’ stato grazie a lui che gli statunitensi hanno riformato le agenzie politiche e di intelligence del Paese, infiltrandovi i propri agenti, effettuando operazioni speciali contro i “terroristi arabi” nell’Area dei Tre confini, e affrontando il “movimento guerrigliero marxista” in Paraguay, così come l’influenza dirompente di “emissari di Chavez, Ortega e altri”.
La vittoria del Partito Liberale Radicale Autentico alle elezioni presidenziali è una possibilità. Ne hanno la possibilità, se si considera che senza neanche aspettare il funerale del marito, la vedova di Lino Oviedo aveva già annunciato che il suo partito UNACE sosterrà la “coppia Alegre-Filizolla”. Tenendo tutto questo in mente, Washington non può perdere. I favoriti nella corsa alle elezioni sono stati lavorati e le necessarie garanzie sono state ottenute, non ci sarà alcuna sorpresa inaspettata.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

L’Ecuador e la falsa tranquillità degli Stati Uniti

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 28/01/2013

Correa-e-Morales-si-contendono-la-leadership-dellAlba-640x430Ho deciso di non perdere tempo a guardare un paio di video clip su YouTube dedicati alle attività dell’ambasciata degli USA in Ecuador. Secondo i diplomatici, la «rabbia» di Washington verso il governo dell’Ecuador guidato da Rafael Correa non è durata molto, dopo che l’ambasciatrice statunitense Heather Hodges è stata dichiarata «persona non grata» ad aprile.
Gli statunitensi fanno un punto nel mostrare efficienza e disinteresse nella cooperazione bilaterale con le autorità ecuadoriane. I diplomatici statunitensi sono onnipresenti in ogni attività di qualsiasi natura: fondi assegnati alla lotta contro l’AIDS, creazione di infrastrutture militari nei pressi di Columbia, curare la rara e intrigante fauna selvatica delle isole Galapagos, fare la lista dei vincitori del premio Fulbright e così via; l’elenco potrebbe continuare. Parlando in TV, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Ecuador, Adam Namm e Ronald Packowtz, console degli Stati Uniti a Guayaquil, hanno sottolineato che gli Stati Uniti sono interessati al progresso della democrazia e sono pronti a collaborare con i partiti politici e la società civile. Hanno sottolineato che la CIA non è coinvolta in nessuna attività sovversiva nel Paese, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) è coinvolta solo nelle attività cui è assegnata e nient’altro. I diplomatici ripetono costantemente che circa 2 milioni di ecuadoriani vivono negli Stati Uniti e 30 mila cittadini statunitensi, soprattutto pensionati, risiedono in Ecuador. Almeno 250 mila turisti statunitensi visitano il paese ogni anno. Le esportazioni degli Stati Uniti verso l’Ecuador assommano a circa 6-7 miliardi di dollari all’anno, mentre le importazioni statunitensi dall’Ecuador sono più di 10 miliardi. I rappresentanti degli Stati Uniti sottolineano la stretta e intensa cooperazione economica, e che una qualsiasi destabilizzazione sarebbe dolorosamente dannosa per l’Ecuador e i suoi cittadini.
Il governo dell’Ecuador ha espulso l’ambasciatrice degli Stati Uniti, Heather M. Hodges, oltre che per i commenti fatti su un cablo diplomatico, pubblicato da Wikileaks, in cui la signora Hodges parlava della corruzione dei vertici del governo e della polizia in Ecuador e della possibile conoscenza di ciò del Presidente. E che presumibilmente questo permettesse al Presidente Correa di manipolare più facilmente coloro che vengono assegnati in quelle posizioni. Ci si può immaginare la reazione di Correa che si è visto ritratto come un piccolo laido Machiavelli dei tropici. Naturalmente, Hodges non poteva immaginare che i rapporti che aveva scritto con sicurezza, sarebbero emersi e resi pubblici. Washington vede Rafael Vicente Correa come un politico «ostile». La ragione di ciò è lampante. Per la prima volta in decine di anni un presidente indipendente, risoluto, patriottico e con un’istruzione di primo rango, governa l’Ecuador. In nessun modo gli si può gettare fumo negli occhi raccontando storie che lodano il modello di sviluppo neo-liberale come il migliore e insostituibile, imponendo il punto di vista che il libero mercato, sotto l’egida degli Stati Uniti, sia la cosa migliore, senza alternative, che la scelta socialista non ha prospettive per il futuro, o che il mantenimento della presenza del Pentagono sia necessario…
Washington diffonde surrettiziamente l’idea che il presidente ecuadoriano sia inaccettabile. Che ci sia qualcun altro, ma non lui! Il dipartimento di Stato e i servizi speciali vedono Correa come probabile successore politico e ideologico nel continente del presidente venezuelano Chavez. L’ambasciatore Adam Namm sa bene che Correa distacca di molto i suoi avversari nei sondaggi pre-elettorali. Secondo i recenti sondaggi è in testa con il 61%. E’ ampiamente accettata l’idea che Correa abbia la possibilità di vincere al primo turno. Ciò significa che l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra America), o ALBA si rafforzerà e continuerà a resistere alle politiche imperiali di Washington. La tetraggine regna nei media della destra conservatrice: non ci sono in programma intrighi nella campagna che precede le elezioni del 17 febbraio. Tuttavia, l’opposizione può prepararsi a una lotta per i seggi dell’Assemblea Nazionale, le cariche dei governatori e la rappresentanza nel parlamento andino. Questo è ciò su cui il dipartimento di Stato e i servizi speciali degli Stati Uniti sembrano contare.
Non importa se ci sono stati conflitti con le autorità, in passato, la Drug Enforcement Administration (DEA) e gli attaché militari (fino a 50 servizi segreti) preservano la loro presenza nel Paese. I funzionari della DEA fanno del loro meglio per utilizzare le vecchie ed efficaci tattiche per provare a coinvolgere funzionari governativi, militari, agenti di polizia e anche diplomatici nel traffico di droga, per screditare il regime di Correa (come è accaduto nel recente «caso della valigia»). I diplomatici del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti reclutano talpe per le azioni future, soprattutto offrendo incentivi materiali. Non c’è dubbio che gli istruttori del Pentagono abbiano ottenuto grandi risultati nel «lavaggio del cervello» della popolazione locale, così come nell’insegnare l’arte dell’interrogatorio di «terzo grado». Ciò di cui l’Ecuador non ha bisogno di sicuro è questo tipo di esperti della difesa, di potenziali cospiratori. Questo è il motivo per cui il presidente Correa ha preso la decisione di por fine all’addestramento di personale militare  ecuadoriano nelle scuole militari statunitensi. Trova che le strutture addestrative dell’ALBA siano più adatte allo scopo. Il Presidente ha suggerito che l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) dovrebbe avere una propria accademia militare «basata sui principi dei diritti umani, l’onore e la sovranità, con cui ai cadetti saranno insegnate le discipline militari, invece delle competenze da agente di polizia (per soddisfare gli obiettivi repressivi degli Stati Uniti»).
Gli sforzi del Pentagono volti alla militarizzazione dell’America latina sono visti dal governo ecuadoriano come una minaccia alla sovranità e all’indipendenza dei Paesi della regione. Amanda Davila, il ministro delle comunicazioni dell’Ecuador, ha recentemente condannato fermamente l’infiltrazione illegale di un gruppo di militari statunitensi nel territorio nazionale, con il pretesto di «esperimenti medici». Non vi è alcuna differenza tra i regimi di Evo Morales in Bolivia e Rafael Correa in Ecuador, per il Comando Sud degli Stati Uniti (US Southern Command) ma come sempre non li distingue mai nelle sue dichiarazioni pubbliche. Il generale Douglas Fraser, comandante del Comando Sud degli USA ha detto che gli Stati Uniti avevano legami militari molto buoni con l’Ecuador e con gli altri Paesi dell’America Latina, esclusi Cuba, Venezuela e Bolivia (che sono i membri principali di ALBA). Questo approccio dovrebbe allertare il governo dell’Ecuador. Che combina Washington?
La cosa principale è preservare la sostanziale presenza militare statunitense nel Paese. Centinaia di agenti svolgono il loro servizio in Ecuador per introdursi nel potenziale teatro di guerra. Il considerevole numero di diplomatici e consiglieri facilita notevolmente le attività d’intelligence umana (HumInt) all’interno delle forze armate dell’Ecuador. Il controspionaggio dell’Ecuador non è abbastanza forte per tenere sotto controllo tutti gli ufficiali dei servizi segreti della difesa degli Stati Uniti che operano nel Paese. Il presidente Correa e il suo entourage sanno bene quali minacce possono sorgere e cercano di osservare la correttezza politica. L’ex ministro della Difesa Javier Ponce ha definito l’approccio dell’Ecuador al problema. Secondo lui, l’Ecuador aveva legami normali con il Comando Sud degli Stati Uniti. Ciò significa che le azioni del SOUTHCOM nella parte settentrionale del paese (al confine con la Colombia) vengono accettate senza ulteriori laccioli. L’Ecuador sarà contrariato dalla sproporzionata e invadente presenza degli Stati Uniti nella zona di frontiera. Il Paese riuscirà ad addestrare il personale per l’intelligence militare e per le operazioni di contrasto delle formazioni armate illegali senza l’assistenza degli Stati Uniti. L’Ecuador perciò ricorre a Spagna, Cile, Argentina e Russia per migliorare l’operatività della propria sicurezza.
Lo scrittore guatemalteco Francisco Alvarado Godoy dice che l’Ecuador e la tranquilla rivoluzione dei suoi cittadini sono in pericolo. Nel suo articolo sui piani della CIA contro il presidente Correa  fornisce diversi fatti che confermano che vi sono dei piani volti alla destabilizzazione accendendo dei conflitti interni. I partiti che non hanno speranza di successo nelle elezioni e le varie agenzie non governative devono essere utilizzati per condurre un’ostile campagna di propaganda anti-governativa contro Correa e il movimento di sinistra Alianza Pais. In realtà tutti gli avversari di Correa ricevono sostegno finanziario dagli Stati Uniti, per esempio: l’ex banchiere Guillermo Lasso, il re delle banane Alvaro Noboa, e Lucio Gutierrez definito il Chavez dell’Ecuador all’inizio della sua carriera politica, ma che preferì il vergognoso ruolo di agente della CIA, di divulgatore di falsi diffamatori contro Correa e gli altri leader di ALBA.
Alvaro Godoy afferma che l’ambasciata statunitense e la residenza dell’ambasciatore vengono utilizzati come centri di controllo operativo per destabilizzare l’Ecuador prima delle elezioni. Ed è qui che provengono le istruzioni ai candidati controllati. Insegnano gli sporchi trucchi della propaganda e come intensificare gli attacchi contro il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE). Le accuse espresse contro il Consiglio sono sempre le stesse: i risultati delle elezioni potrebbero essere falsificate in favore di Correa, che accusano di mettere sotto controllo tutti gli organi amministrativi imitando Chavez. Così gli elettori devono svegliarsi e fare la scelta giusta, perché l’Ecuador è sul punto di diventare una dittatura. Il presidente del CNE Domingo Paredes ha espresso allarme: l’ente governativo responsabile principale per le elezioni è sotto attacco allo scopo di destabilizzare il processo elettorale legale. Secondo Paredes, alcune organizzazioni e personalità politiche hanno intenzione di creare strutture parallele al Consiglio Nazionale Elettorale. Il loro compito principale è fornire le prove delle elezioni truccate. Sono gli stessi metodi per frustrare e screditare le elezioni utilizzate dagli agenti dei servizi segreti degli Stati Uniti in Bolivia, Nicaragua e Venezuela in particolare. L’Ecuador è il prossimo.
L’ambasciatore Namm e la sua squadra di provocatori potrebbero essere al centro di tali eventi. Domingo Paredes non ha fatto i nomi di coloro che sono dietro le azioni sovversive volte a tentare di frustrare le elezioni. Ma l’Ecuador non è una specie di pupo manovrato. Namm dovrebbe tenersi pronto ad eventi inaspettati.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti preparano un’azione militare in Bolivia

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation 22/01/2013

boliviaLo scandalo del ‘team scientifico degli Stati Uniti’ è scoppiato, nonostante i tentativi dell’ambasciata degli Stati Uniti in Bolivia per metterlo a tacere. Nel giugno 2012, un team di circa 50 specialisti era arrivato nel Paese apparentemente per studiare gli effetti negativi dell’alta quota sugli esseri umani e sulla loro possibilità di un rapido recupero delle capacità di combattimento. Per evitare di attirare l’attenzione, gli statunitensi avevano dei visti turistici e attraversarono in piccoli gruppi il controllo delle frontiere. Un gruppo di questi specialisti si recò nella zona di Yungas, e un altro gruppo alle pendici del monte Chacaltaya. Delle escursioni ‘turistiche’ furono compiute nelle zone di confine con il Perù e il Cile.
Le attività della spedizione continuarono per alcuni mesi. Solo dopo una serie di articoli nei media statunitensi le autorità boliviane iniziarono ad indagare. Il Vicepresidente Alvaro Garcia aveva dichiarato che le attività degli ‘studiosi’ statunitensi nel Paese erano assai dubbie. Inizialmente, assicurarono che indagavano sui problemi di adattamento umano alle alte quote. Poi  annunciarono che gli esperimenti venivano effettuati nell’interesse delle truppe degli Stati Uniti/NATO in Afghanistan. Ecco, più di dieci anni di guerra contro i talebani, con i termini per il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan che si avvicinano, e il Pentagono si ricorda improvvisamente del problema ‘delle alte quote’! Naturalmente, dopo queste spiegazioni confuse, si fece l’ipotesi che non tutti questi statunitensi fossero scienziati.
Ufficialmente, la spedizione era guidata da Robert Roach dell’Università del Colorado, ma in realtà, il ‘gruppo di ricerca’ era subordinato a ufficiali dei servizi segreti militari statunitensi (Defense Intelligence Agency – DIA) … In Bolivia, il loro lavoro era coordinato dall’attaché militare dell’ambasciata degli Stati Uniti. Il col. Mathes Patrick e il suo personale fornirono la copertura operativa. 4 milioni di dollari di fondi furono stanziati dalla DIA del Pentagono per le spedizioni scientifiche e le attività di intelligence. Effettuare simili operazioni senza l’autorizzazione formale del paese ospitante è una aperta sfida per dimostrare disprezzo per le leggi della Bolivia e la sua leadership.
Secondo il Vicepresidente Garcia, si tratta di un “aggressione alla sovranità del Paese, e della preparazione di un attacco militare contro la Bolivia.” Tale dichiarazione ha un fondamento. Al primo segnale dello scandalo, Mathes ha lasciato la Bolivia e il colonnello Dennis Fiemeyer è divenuto l’attaché militare. E’ considerato uno dei maggiori esperti del Pentagono sul Sud America. In precedenza ha lavorato in Paraguay e Perù, ed è consapevole dell’equilibrio di potere nella regione, della strategia della Bolivia per avere l’accesso all’Oceano Pacifico, dello stato attuale delle forze armate boliviane e delle loro capacità di difesa. L’esercito statunitense attribuisce importanza nel monitorare costantemente i sentimenti nell’esercito, nel reclutare agenti ed utilizzare ‘dissidenti’ per destabilizzare e rovesciare ‘il regime di Morales’. “Il governo degli Stati Uniti ha abusato della nostra fiducia e generosità“, ha detto il Vicepresidente della Bolivia. “Questo è un segnale molto negativo, sullo sfondo dei tentativi di ripristinare delle piene relazioni diplomatiche tra i due paesi. Non possiamo restare indifferenti di fronte a questa aggressione. Abbiamo il diritto di adottare misure per evitare che una cosa del genere accada di nuovo. L’esecutivo intende mantenere sotto costante sorveglianza tutte le azioni dei rappresentanti del Nord America in Bolivia”.
L’ambasciata degli Stati Uniti è ostile fin dall’inizio al presidente indiano Evo Morales, e ha cercato di impedirne l’ascesa al potere nel 2006 e la rielezione alla presidenza nel 2010. Per sbarazzarsi di Morales, e rimettere la Bolivia sotto il controllo di Washington, i servizi segreti degli Stati Uniti hanno usato ogni opportunità per condurre una ‘guerra segreta indiscriminata’ tra cui la direzione di gruppi terroristici. I terroristi superstiti e i loro complici sono poi fuggiti dalla Bolivia negli Stati Uniti. Lungo i confini con la Bolivia, il Comando Sud degli Stati Uniti ha stabilito basi militari a Iquitos (Perù), Concon (Cile) e Mariscal Estigarribia (Paraguay). L’attuale presidente del Paraguay Federico Franco, salito al potere con un complotto sostenuto dagli USA, coopera con il Pentagono e agisce da nemico coerente del processo d’integrazione del continente perseguito dai paesi dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana per i popoli dell’America Latina.
Il Paraguay è considerato dal Pentagono una base importante da cui avviare la destabilizzazione della Bolivia. Per questo motivo, una campagna di informazione e propaganda è stata lanciata in Paraguay “per allertare contro l’esportazione della rivoluzione bolivariana” in Paraguay. Gli analisti politici non escludono che la ‘risposta adeguata’ del regime fantoccio del Paraguay agli ‘atti ostili di Morales’ possano portare all’attuazione ‘dello scenario siriano’. La Bolivia è considerata dagli analisti dei servizi segreti degli Stati Uniti un punto debole del blocco per l’integrazione ALBA.
Tendenze separatiste nelle regioni pianeggianti della Bolivia persistono. L’insoddisfazione delle élites tradizionali  diventa sempre più radicale, perché scontente che il Paese a maggioranza indiana sia governato da ‘marxisti’ che imitano le esperienze di Cuba e del Venezuela. Gli episodi di corruzione che hanno coinvolto funzionari governativi sono stati gonfiati dai media, compromettendo gli aspetti positivi che Evo Morales e i suoi collaboratori hanno ottenuto durante la presidenza. Il conflitto nelle relazioni tra gli indiani e le popolazioni bianche rimane e viene usato dai servizi segreti degli Stati Uniti per rafforzare le posizioni dell’opposizione. Washington esprime sempre le stesse lamentele su Morales:  mantenimento di relazioni amichevoli con l’Iran, rafforzamento dei legami, anche militari, con la Cina, e non aver fatto abbastanza nella lotta contro i cartelli della droga.
Dopo quattro anni di assenza dell’ambasciatore statunitense da La Paz, un raggio di speranza era finalmente spuntato diretto alla normalizzazione delle relazioni bilaterali. Washington aveva annunciato la sua intenzione di inviare il diplomatico James Nealon in Bolivia, che ha trenta anni di esperienza di lavoro nel dipartimento di Stato. L’ultimo ambasciatore degli Stati Uniti era Philip Goldberg, che nel settembre 2008 fu dichiarato persona non gradita dal Ministero degli Esteri boliviano, per aver avuto contatti con i separatisti e per il finanziamento delle attività sovversive delle organizzazioni non governative. Goldberg ha cospirato quasi apertamente, confidando nel fatto che la leadership boliviana non avrebbe osato toccarlo. Ma ha dovuto fare i bagagli in fretta. Anche perché Goldberg, quando parlava ad alcuni colleghi occidentali del corpo diplomatico, si scatenava in insulti razzisti contro Morales. I boliviani hanno imparato da quell’evento.
Prima di arrivare in Bolivia, Goldberg aveva la reputazione di specialista nel ‘rovesciamento di regimi ostili’, che non aveva smentito. La Paz ora intende condurre uno studio approfondito della vita diplomatica di Nealon, per eventuali ‘contraddizioni’ e per vedere se ci sono prove del suo coinvolgimento in operazioni sovversive in America Latina. La decisione sarà presa sulla base dei risultati dell’inchiesta. Al momento, l’unico materiale che comprometterebbe lo statunitense è una pubblicazione su WikiLeaks: in un documento di analisi inviato al dipartimento di Stato da Lima, Nealon definisce  Evo Morales presidente anti-sistema e prevedeva un impatto negativo della sua politica radicale sul progresso economico del Perù e la popolazione indiana di quel paese. Nealon ha anche osservato che Morales ‘adottava misure’ per destabilizzare il governo leale agli Stati Uniti del presidente peruviano Alan Garcia, cercando il sostegno dei ‘regimi radicali’ di Venezuela ed Ecuador. Quindi, in termini di interessi nazionali statunitensi, l’interpretazione di Nealon è che Morales sia un personaggio estremamente pericoloso. Che tipo di obiettività ci si può aspettare da questo statunitense, se dovesse arrivare a La Paz? Tra l’altro, risultano pochi dati relativi a Nealon su Wikileaks. È un diplomatico esperto che ha lavorato in Cile, Uruguay, Perù e Canada, ma non viene menzionato in corrispondenza regolare con il dipartimento di Stato. Ciò suggerisce una conclusione: Nealon ha lavorato per un altro ufficio, la CIA.
L’impressione è che la leadership boliviana non sia troppo interessata alla presenza dell’ambasciatore degli Stati Uniti a La Paz. I timori di Morales e della sua squadra sono comprensibili. La Bolivia è sottoposta a complessi attacchi destabilizzanti nei fronti interni ed esterni. Nel paese una ‘quinta colonna’ si è di recente consolidata. Il governo ha annunciato l’intenzione di verificare la legittimità delle operazioni di 22 organizzazioni non governative, la fonte delle loro finanze e la conformità delle loro vere attività con i rispettivi statuti. L’opposizione mostra apertamente i suoi rapporti con l’ambasciata degli Stati Uniti. Al recente congresso del partito “Movimento senza paura” (MSM), Geoffrey Schadrack, il capo della CIA nel paese e consigliere politico all’ambasciata degli Stati Uniti, era stato invitato. Il MSM si presenta quale partito della destra conservatrice che si oppone al governo del MAS.
La Bolivia ha difficoltà nelle sue relazioni con i paesi vicini, Paraguay, Perù e Cile. Rivendicazioni concorrenti, situazioni di conflitto e accuse di ‘gioco sporco’ persistono. Washington con coerenza e competenza pone un cuneo conflittuale nella regione. Particolare attenzione viene rivolta alla questione indiana e all”incitamento’ della Bolivia nei tentativi di ‘rivoluzionare’ i movimenti indiani di questo paese. Ciò crea le condizioni per un futuro conflitto. L’imputato principale è già noto.

É gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

La dimensione continentale delle elezioni in Venezuela

André Maltais, Mondialisation, 28 settembre 2012

Le elezioni presidenziali del 7 ottobre in Venezuela sono, come raramente accade per una elezione, di una terribile importanza. Non solo, dice il fondatore del canale Telesur Aram Aharonian, i venezuelani si chiedono se il processo bolivariano continuerà, ma sia i latinoamericani che i centri di potere statunitensi sanno che da questo processo dipende, in buona misura, il futuro dell’integrazione dell’America Latina e dei Caraibi. Per il sindacalista venezuelano residente in Argentina, Modesto Emilio Guerrero, “una sconfitta del movimento del presidente Chavez causerebbe dei mutamenti politici nelle Americhe, poiché vi sono concentrate, in Venezuela, tante importanti conquiste politiche dell’ultimo decennio Latinamericano.” Migus Romain, un giornalista francese che soggiorna in Venezuela, ritiene che tale risultato riporterebbe il continente latino-americano “nell’abisso sociale degli anni ’90.”
La sconfitta di Chavez è improbabile, comunque. Dei 124 sondaggi condotti finora in Venezuela, sia dal governo che da privati, 122 prevedono che l’attuale presidente vincerà con un margine compreso tra 8 e 22 punti percentuali sul suo avversario diretto, il governatore dello stato di Miranda, Henrique Capriles Radonski. Ma il piano B dell’opposizione preoccupa seriamente. Il 25 agosto, pochi giorni dopo una dichiarazione della società di sondaggi Datanalisis, secondo cui solo un evento eccezionale, come un disastro, potrebbe impedire l’elezione di Chavez, un violento incendio uccideva 41 persone nella raffineria di Amuay, una delle più importanti paese. Datanalisis è stata fondata da Luis Vicente Leon, uno degli organizzatori del fallito colpo di stato dell’aprile 2002 contro il presidente Chavez. In precedenza, dopo lo straripamento del fiume, l’importante ponte di Cupira che collega la capitale all’est, era misteriosamente crollato. Questi due “eventi eccezionali“, come la presunta strage di indigeni amazzonici, sono attualmente sotto inchiesta. Cercando di accusare il governo per questi eventi, la destra e i media commerciali sperano di ridurre il divario tra i candidati e, quindi, giustificare una presunta frode elettorale, che annunciano da diverse settimane conducendo una furiosa campagna contro l’affidabilità del sistema venezuelano elettorale e contro la Commissione elettorale nazionale (CNE), accusata di essere il “braccio elettorale del chavismo“.
In Cile, l’ex ministro della pianificazione del governo di Carlos Andrés Pérez e consigliere di Capriles Radonski, Ricardo Haussman, vantava che la sera del 7 ottobre l’opposizione comunicherà al mondo i risultati dell’elezione, possibilmente prima della stessa CNE! Radonski, ricorda Modesto Emilio Guerrero, proviene da ‘Giustizia In primo luogo’, un movimento che ha partecipato attivamente al colpo di stato dell’aprile 2002. Il candidato dell’opposizione aveva  assaltato l’ambasciata di Cuba a Caracas, scavalcando il muro, danneggiando i veicoli, tagliando acqua, elettricità e cibo ai residenti. La consigliera statunitense Eva Golinder, ritiene che i milioni di dollari inviati in dieci anni dalle agenzie degli Stati Uniti ai gruppi anti-Chavez potrebbero ‘erodere’ Chavez, e ciò non più tardi delle elezioni provinciali e comunali dell’aprile 2013. Nel frattempo, ha detto, un clima propizio agli scontri post-elettorali per le strade, potrebbe far perdere a Chavez più della metà delle province e oltre il 60% dei comuni. Sarebbe allora possibile, aggiunge Guerrero, costruire una corrente reazionaria istituzionale “rispettosa della democrazia“, come quella che abbiamo visto all’opera in Paraguay, e che sembra essere un modello per ciò che è previsto per il Venezuela.
Il tempo sta per scadere per gli Stati Uniti. Nel suo rapporto del maggio 2012, la Bank of America analizza le conseguenze a lungo termine delle elezioni che si terranno nel paese, da dove arriva il 27% del petrolio che muove l’economia degli Stati Uniti, e raccomanda di risolvere “il caso del signor Chavez”. Secondo la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), la somma delle attività economiche in Asia Pacifico e America Latina rappresenta oggi il 60% della crescita economica globale. Per far fronte alla crisi nel proprio paese, il presidente Obama ha ridotto le importazioni di petrolio degli Stati Uniti da 9,3 a 8,9 milioni di barili al giorno. Quindi, avverte Victor Flores Alvarez sul portale Internet America Latina en movimiento, se sfruttate al ritmo attuale dall’amministrazione Obama, le riserve statunitensi non dovrebbero durare più di undici anni. Nel frattempo, il Venezuela non solo è pieno di oro nero, ma il suo governo con le sue principali entità commerciali, economiche, militari, culturali e diplomatiche dipendenti o associate, per dieci anni ha strutturato la “nuova America Latina“, allontanandosi da Washington. La recente adesione del Venezuela al Mercosur non può far piacere per nulla agli Stati Uniti, poiché con questa unione, le due entità che preoccupano la Casa Bianca si rafforzano a vicenda.
Il Venezuela, ha detto Isabel Delgado, membro della Commissione presidenziale per il Mercosur, porta al blocco commerciale “una forte e strutturata dimensione energetica, la cui assenza è fondamentale per l’attuale crisi dell’Unione europea.” Con il Venezuela, il Mercosur ospiterà il 70% della popolazione del Sud America e il suo PIL coprirà l’83,2% di quello del sub-continente. Il suo territorio occupa la maggior parte della costa atlantica e si proietta sul mare dei Caraibi. E’ anche evidente che il blocco regionale rafforza il Venezuela, un paese fino ad allora vulnerabile alla scarsità di cibo, dandogli l’accesso a uno dei più grandi mercati alimentari del mondo. Cosa più importante, il blocco spezza l’isolamento in cui gli Stati Uniti cercano di confinare Caracas e la protegge contro possibili blocchi economici. Con il Mercosur e l’ALBA, il Venezuela è posizionato più che mai nella dimensione storica orientata all’integrazione Bolivariana dell’America Latina, e non c’è dubbio che con esso, i paesi del Mercosur si rivolgeranno maggiormente verso i BRICS emergenti, come Cina, India e Russia. Il premier cinese Wen Jiabao lo ha capito, e solo tre giorni dopo che il Mercosur ha sospeso il Paraguay, (uno dei pochi paesi al mondo che non intrattengono relazioni diplomatiche con la Cina), proponeva una vasta alleanza strategica tra il suo paese e il blocco commerciale del Sud America. L’offerta cinese è allettante, dice Victor Flores Alvarez.
Il CEPAL stima che nel 2030 i due terzi della classe media globale vivranno nella regione Asia-Pacifico, contro il 20% in Nord America e in Europa insieme. La classe media asiatica sarà un mercato chiave per prodotti alimentari, beni di lusso, turismo di qualità, servizi medici e prodotti di consumo. All’America Latina viene offerta l’opportunità non solo di prolungare il ciclo commerciale favorevole con l’Asia, che mantiene dal 2003, ma anche di diversificare le proprie esportazioni e aumentarne il valore aggiunto. Flores Alvarez ha aggiunto che l’offerta cinese permette all’America Latina anche di contemplare una alleanza anti-invasione e anti-aggressione con una grande potenza che equilibra il pianeta. Pertanto, conclude Eva Golinder, “gli insaziabili che vogliono il potere nel paese che detiene le maggiori riserve di petrolio del mondo, non tollereranno un fallimento. Il paese è in pericolo e deve prevalere“.

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Golpe in Paraguay: organizzato con cura ed assistito da cecchini non identificati

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation 27.06.2012

L’operazione lanciata dal Dipartimento di Stato statunitense e dalla CIA con l’obiettivo di abbattere il primo presidente di sinistra del Paraguay Fernando Lugo, è entrata nella fase finale il 16 giugno, quando le forze di polizia furono inviate per sfrattare gli occupanti della fattoria Morumbi, nel distretto di Curuguaty, vicino al confine con il Brasile. Il terreno occupato è noto essere di proprietà dell’imprenditore e politico paraguaiano Riquelme Blas. All’arrivo, la polizia finiva improvvisamente sotto il fuoco professionale di fucili dal calibro sufficientemente elevato da perforare i giubbotti antiproiettile. Il capo di una unità speciale della polizia (GEO) e il suo vice furono uccisi, e la polizia, le cui istruzioni indicavano di evitare di usare la forza, non ebbe altra scelta che rispondere al fuoco. Di conseguenza undici civili furono falciati e decine feriti.
L’episodio sanguinoso di Curuguaty suscitò la risposta da parte della legislatura del Paraguay, con  parlamentari e senatori, per lo più rappresentanti dei partiti di centro-destra, che accusavano il presidente Lugo di aver perso il controllo della situazione, e di non essere in grado di governare il paese. Anche il partito liberale che aveva sostenuto la candidatura di Lugo nelle elezioni del 2008, ha preso le distanze dal suo ex pupillo. Nel complesso, Lugo affronta un impeachment che ha descritto come il “chiaro golpe” del parlamento.
I consulenti legali di Lugo non hanno avuto praticamente tempo per preparare la sua difesa nei confronti del parlamento ma, in realtà, era chiaro che i critici del presidente non avevano alcuna intenzione di immergersi nei dettagli e che il verdetto del Senato era una conclusione annunciata.  L’intera operazione che ha portato alle dimissioni di Lugo è stata accuratamente progettata in modo da escludere un’inchiesta parlamentare imparziale, ed è stata implementata come una rapida offensiva. Senza dubbio, parte della motivazione dietro la mossa per esautorare Lugo, era attuarlo prima che gli associati del Paraguay all’UNASUR, la potessero convocare per consultazioni e decidere su una serie di misure in suo sostegno.
La vittoria deve essere stata facile per i coordinatori del complotto dell’ambasciata degli Stati Uniti di Asunción. E’ vero che la presidenza di Lugo era abbastanza nominale, mentre parlamento, polizia ed esercito in Paraguay erano dalla parte dell’opposizione. Dopo aver prosperato sul finanziamento dell’USAID per decenni, un gruppo di ONG era pronto a orchestrare le proteste di massa se il piano anti-Lugo fosse finito in fase di stallo, ma non è accaduto e, a parte i morti di Curuguaty, il rovesciamento del legittimo presidente del Paraguay merita di essere indicato come un caso da manuale della comunità dell’intelligence statunitense.
Un team di inviati di UNASUR, guidato dal segretario generale dell’organizzazione, il venezuelano Alí Rodríguez Araque, si è recato in Paraguay, incontrando Lugo e una delegazione parlamentare, e visionato la procedura di impeachment, ma non era in grado di reindirizzare gli sviluppi. I senatori del Paraguay hanno mostrato poco riguardo per i visitatori, per non dire che erano apertamente ostili. Lugo, si deve ricordare, ha mostrato una totale mancanza di volontà di sfida, in contrasto con il suo impegno iniziale a difendersi alle audizioni parlamentari, li ha semplicemente guardato in TV dalla sua residenza. Citando il suo giuramento, il presidente viene espulso illegalmente accettando la sentenza d’impeachment (a cui solo quattro senatori hanno detto di no). L’inazione di Lugo può essere in gran parte attribuita all’assenza di una leva, in quelle circostanze: nel corso dei tre anni della sua presidenza, non è riuscito a costruire una base di sostegno popolare e, quando la pressione ha raggiunto il picco, non aveva ancora un proprio partito o movimento populista a sostenerlo. Proteste di piazza che dimostravano supporto per Lugo, scoppiavano in modo incoerente il giorno dell’impeachment, ma sono state disperse dalla polizia che ha usato idranti, gas lacrimogeni e proiettili di gomma contro la folla.
Il vicepresidente del Paraguay Federico Franco, che ha prestato giuramento senza indugio, appena Lugo è stato dimesso, rimane in carica fino al termine del presidente deposto, che scade nell’agosto, 2013. Le elezioni saranno quello stesso mese, e Washington favorisce apertamente il leader del partito Colorado Horacio Cartes, uomo d’affari che, secondo la ABC Color, la DEA degli USA ha brevemente sospettato di riciclaggio di denaro e complicità con i cartelli della droga. La torsione della reputazione di Cartes si riflette in alcuni cabli rivelati da Wikileaks, e vi è la probabilità che le agenzie statunitensi abbiano assemblato una tale riserva di rapporti che accusano Cartes, che Washington non dovrebbe avere alcuna difficoltà nel tenerlo, come un bel po’ di presidenti latino-americani, sotto stretto controllo.
Mentre il mandato incompiuto di Lugo è stato segnato dalla lenta deriva del Paraguay verso i regimi populisti dell’America Latina, l’avvento della destra conservatrice promette un paese che sarà pienamente sottoposto al diktat degli Stati Uniti. L’ordine del giorno che si profila all’orizzonte,  probabilmente comprende gli sforzi per destabilizzare UNASUR, formando all’interno dell’alleanza un blocco dissidente per bilanciare l’influenza di Brasile, Venezuela ed Ecuador. Si può prevedere anche che ciò darà nuova vita ad un altro progetto di Washington, la costituzione di una sorta di  unione tra Cile, Perù, Colombia e Messico, al fine di indebolire a livello internazionale il Brasile.
Il segretario generale dell’UNAUR, Alí Rodríguez Araque, ha detto che le dimissioni di Lugo erano incostituzionali ed equivalgono a un colpo di stato mascherato, e ha inoltre sottolineato che molti dei governi latino-americani negheranno il riconoscimento a Franco. La presidente brasiliana Dilma Rouseff citando lo statuto di UNASUR e del MECOSUR suggerisce di espellere il Paraguay dai gruppi per violazione delle norme democratiche. L’Argentina di Cristina Kirchner ha anche opinato che le sanzioni contro il Paraguay sarebbero opportune. Ha descritto gli sviluppi nel paese come un colpo di stato, menzionandolo nel contesto dei tentativi di colpo di stato contro R. Correa e E. Morales, e del putsch con cui M. Zelaya era stato deposto in Honduras. La leader argentina ha dichiarato con fermezza che tali fenomeni non democratici sono inaccettabili per la regione, e che tale azione sarebbe stata presa in linea con le decisioni che verranno presentate dal MECOSUR. Il presidente ecuadoriano R. Correa ha espresso sostegno all’appello di D. Rousseff per attuare le disposizioni della Carta dell’UNASUR che giustificano varie forme di pressione; il mancato riconoscimento dei governi aderenti, l’esclusione dall’alleanza dei paesi colpevoli di condotta antidemocratica e chiusura delle frontiere, come punizione dei golpisti. Il Venezuela di Hugo Chavez e il Nicaragua di Daniel Ortega hanno contribuito alla questione con affermazioni simili.
Le prospettive per una seria indagine della sparatoria in Paraguay non appaiono rosee. Lo spargimento di sangue ha aiutato gli oppositori di F. Lugo, aggiungendo credibilità al loro elenco di rimostranze, mentre la maggioranza degli osservatori latino-americani nota parallelismi tra il recente dramma del Paraguay e le riprese sul ponte Llaguno, a Caracas, dell’aprile 2002. In quest’ultimo caso, tiratori scelti spararono a casaccio contro manifestanti anti-Chavez, sostenitori di Chavez e chiunque si trovasse a passare. L’incidente venne imputato alle forze sotto il comando di Chavez, ma delle circostanze curiose emersero in seguito: ad esempio, un corrispondente della CNN era riuscito a registrare un colloquio con degli ufficiali dell’esercito oppositori di Chavez che, come emerse, erano a conoscenza del previsto attacco del cecchino e degli imminenti incidenti mortali.
Diverse versioni della sparatoria di Curuguaty si trovano sul web. Una possibile spiegazione è che la responsabilità punta a Blas Riquelme, che aveva assunto dei cecchini grazie ai suoi legami con i militari, ma allora, tuttavia, non era chiaro perché i cecchini sparassero contro la polizia. Una versione alternativa è che l’episodio fosse una provocazione inscenata dall’Esercito popolare del Paraguay, un gruppo ombra presumibilmente creato dalla polizia per combattere gli estremisti. Questa ipotetica origine potrebbe essere il motivo per cui l’esercito continua a esistere nonostante l’intenso lavoro svolto in Paraguay da Stati Uniti e Colombia, che vi hanno invitato degli esperti dell’antiterrorismo.
Alvarado Godoy ha scritto sul sito Descubriendo Verdades (rivelando la verità) che l’intero episodio era stato “fabbricato”, in sostanza, come spettacolo che segue un certo progetto. Egli sostiene di avere informazioni secondo cui l’operazione ha coinvolto gli US Navy Seals che avevano soggiornato in Paraguay per addestrare i marines del paese (Fusna). La trama non suona strana, considerando quanto spesso dei cittadini statunitensi armati di fucili da cecchino sono stati catturati in tutta l’America Latina, come recentemente in Argentina e Bolivia. La CIA, la DEA e l’US Defense Intelligence Agency regolarmente assumono contractor per condurre operazioni segrete impiegando armi da fuoco.
La previsione immediata è che il modello sperimentato con successo dagli Stati Uniti in Honduras e Paraguay, le pseudo-costituzionali dimissioni di leader ribelli, sarà ampiamente replicato in America Latina nei prossimi anni. Eppure, Washington sarebbe ingenua nel credere che la violenza che le accompagna possa essere contenuta. In Honduras, il governo fantoccio di P. Lobo si aggrappa al potere a costo di condurre una campagna di terrore che ha già fatto centinaia di vittime tra politici progressisti, giornalisti, attivisti sindacali, studenti e capi indiani, e che quasi certamente sarà ciò che il futuro riserva per il Paraguay. 
 
È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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