Rosneft diventa la prima società petrolifera mondiale

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire, Città del Messico (Messico) 12 novembre 2012

Dopo aver acquistato la maggior parte di Jukos ed essere entrata in una joint venture con Exxon-Mobil per l’estrazione di petrolio nel Mar Nero, la Rosneft ha assorbito la TNK-BP. In tal modo, la Russia, che controlla la Gazprom, la prima società gasifera del mondo, acquisisce anche la prima azienda petrolifera del mondo. L’analista Alfredo Jalife-Rahme confronta la strategia nazionale di Vladimir Putin con la logica mercantile liberale che prevale nel suo paese, il Messico, un parallelo che è un esempio.

Il petrolio resta sempre la materia prima geostrategica per eccellenza del pianeta, e sarebbe un grave errore analizzare la sua acquisizione da parte dello Stato in una prospettiva puramente mercantilista: ciò che è in gioco è la sicurezza energetica dei paesi produttori. Se gli Stati Uniti, i principali acquirenti di petrolio messicano, ammettono che il petrolio è strategico, è inconcepibile che i paesi venditori non prendano in considerazione ciò. Eppure è qui che è stato commesso il peccato mortale dei dirigenti formatisi all’ITAM (Istituto Tecnologico Autonomo del Messico) in Messico, dimostrando una patetica ignoranza geopolitica; la questione non è privatizzare o nazionalizzare, termini variabili che hanno un significato spesso superficiale, sia negli Stati Uniti che in Messico, ma di concentrarsi su chi controlla le materie prime di importanza geostrategica in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, le aziende private degli idrocarburi, come Exxon-Mobil, fanno parte dell’ampio sistema di sicurezza nazionale ed internazionale, in Messico non vi è alcuna garanzia a questo proposito, nel caso delle imprese private a capitale straniero o nazionale operanti in Messico e spesso soggetti al credito di Wall Street, che trucca ai dadi e mette a repentaglio la sicurezza nazionale, dal momento che nessun controllo effettivo può essere esercitato su di essi: nel quadro della deregolamentazione finanziaria generale, il loro finanziamento diventa casuale. [1]
Il Messico neoliberista “educato” dall’ITAM è l’eccezione, dal momento che le grandi potenze recuperano le loro risorse petrolifere perse con una vasta ri-nazionalizzazione e de-privatizzazione: come nel caso della riorganizzazione del portfolio della Rosneft in Russia, subito dopo quella della leggendaria BP inglese, simbolo dell’indipendenza inglese. Il sito geopolitico StratRisks della Florida, ha detto che Rosneft ha sostituito Exxon-Mobil al primo posto della produzione mondiale, dopo l’acquisizione della TNK-BP (joint venture costituita da oligarchi russi e britannici, condensata nell’azienda AAR). TNK-BP era tra le prime 10 compagnie petrolifere private più grandi al mondo, e nel 2010 ha prodotto 1,74 milioni di barili al giorno dai suoi siti attivi in Russia e Ucraina. Putin ritiene che l’operazione, dalla portata senza precedenti, consentirà la produzione di più di 4 milioni di barili al giorno. Parlando delle tribolazioni della TNK-BP, già una volta una multinazionale privata, il suo riscatto dalla Rosneft è stata una ri-nazionalizzazione e de-privatizzazione in due fasi: in primo luogo la “Rosneft acquisisce il 50% di TNK-BP con un’alleanza strategica (joint venture) con la BP, in cambio di contanti e azioni della Rosneft per un importo di 27 milioni di dollari, assegnando il 19,75% di BP alla Rosneft“. In una seconda fase, “gli oligarchi dell’AAR otterrebbero 28 miliardi dollari (in contanti) per la metà della co-proprietà della TNK-BP, anche se l’accordo non è stato ancora concluso.” E l’impresa statala (sic) Rosneft erogherà 55 miliardi dollari per averne la maggioranza, con una minoranza della BP, società privata (sic) la cui posizione è di molto ridotta: si tratta proprio di una de-privatizzazione, concomitante con la ri-nazionalizzazione della Rosneft.
Per StratRisks, si tratta realmente di una nazionalizzazione: Putin ha saputo creare un gigante petrolifero nazionale che gli permetterà di attuare il suo piano per rafforzare l’influenza russa nel mondo attraverso il controllo dei fabbisogni energetici degli altri paesi. In questo nuovo quadro, Rosneft sarà in grado di estrarre quasi la metà del petrolio prodotto in Russia, un cifra enorme se confrontata con l’Arabia Saudita: la Russia è una superpotenza energetica e nazionalizzando gradualmente le risorse, Putin rafforza il controllo sul fabbisogno europeo. Rimane un problema: la Russia non ha sufficiente know-how tecnologico nel settore degli idrocarburi, motivo per cui ha assicurato la permanenza della BP come azionista di minoranza, per non commettere l’errore dell’Arabia Saudita che aveva nazionalizzato il settore petrolifero nel 1980, quando produceva più di 10 milioni di barili al giorno, e che in cinque anni con l’Aramco (di proprietà statale) ha visto diminuire la sua produzione del 60%. Putin ritiene che la sua influenza a livello internazionale aumenterà dopo l’operazione della Rosneft. La sua mossa strategica aumenterà il prezzo del petrolio e porterà a un incredibile incremento del mercato dell’energia.
A mio parere, con le sue testate nucleari, Putin gioca scaltramente la sua carta petrolifera, mentre in Messico, la kakistrocrazia (“il governo del peggio”) dell’ITAM ha perso completamente la visione geostrategica del presidente Lázaro Cárdenas (che aveva espropriato e nazionalizzato tutte le risorse del sottosuolo, nel 1938). Quest’ultimo, un buon generale, aveva già  capito, 74 anni fa, il significato geostrategico degli idrocarburi. Si tratta si sapere, in ultima analisi, chi ha il controllo del petrolio messicano, in una prospettiva multidimensionale, e chi ne garantisce la disponibilità, quando lo Stato si allontanerà: ciò si chiama Sicurezza Nazionale. Cerchiamo di creare l’equivalente di una Televisa (conglomerato multimediale del Messico, il più grande in America Latina e nel mondo ispanico) con il petrolio messicano, che ci consegnerà ai suoi interessi totalitari? In Messico, il petrolio era nelle mani degli inglesi, con i risultati catastrofici che conosciamo, oltre al danno ambientale che abbiamo ereditato [dopo la marea nera causata dalla piattaforma petrolifera BP Deepwater Horizon nel 2010, il gruppo petrolifero del Regno Unito è in avanzate trattative con gli Stati Uniti per cedere i giacimenti petroliferi nel Golfo del Messico per 7 miliardi di dollari, scrive il Wall Street Journal. Ma altri gruppi hanno espresso interesse per le attività della BP, e un altro acquirente potrebbe emergere, afferma il giornale finanziario. Fonte: Le Figaro, 20 settembre 2012].
Il sito StratRisks sottolinea che l’Europa dipende dal petrolio e dal gas russo, e che la manovra di Putin rafforza questa dipendenza, così come il potere della Russia; e ciò va dalla costruzione degli oleodotti fino a controllare il 40% della capacità di arricchimento dell’uranio complessiva. L’acquisizione delle due metà della TNK-BP da parte della Rosneft, una società statale, ne farà un Golia nel settore petrolifero globale, in modo che la Russia possa asfissiare controllando l’offerta, se decide un aumento dei prezzi. Secondo  StratRisks, con una eventuale adesione della Russia all’OPEC, il cartello petrolifero controllerebbe più della metà e la maggior parte delle riserve potenziali del mondo, e con tale influenza i paesi dell’OPEC potrebbero decidere a loro discrezione i prezzi che il resto del mondo dovrebbe semplicemente pagare. Non è così facile, ciò potrebbe portare a una guerra mondiale, ma non è neanche impossibile. In sintesi, secondo StratRisks, la Gazprom, la società gasifera russa, già controlla il gas europeo e la Rosneft il petrolio, potendo così strangolare la supremazia occidentale e aprendo la via ad un nuovo ordine mondiale guidato dalla Russia. Si tratta di geopolitica, ben lungi dall’animo da pezzente decorato dalla paccottiglia modernista che caratterizza il governo neoliberista messicano, che pretende di consegnare ad altri, e a occhi chiusi, il petrolio messicano, dimenticando che il petrolio e il potere, foneticamente simili, vanno profondamente assieme.

Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada (Messico)

[1] Cfr. La vulnerabilità finanziaria di Petrobras e la sua dipendenza da Wall Street e dalla City, nel nostro articolo su La Jornada del 24 ottobre 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio -  SitoAurora

USAID: destabilizzazione e spionaggio, pilastri della guerra globale

Un miliardo di dollari investiti annualmente in operazioni d’interferenza di USAID/CIA
Jean-Guy Allard, Mondialisation, 2 ottobre 2012, michelcollon.info

Gli Stati Uniti investono un miliardo di dollari, ogni anno, in operazioni “umanitarie” in America Latina e nei Caraibi attraverso la sua Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID), ha rivelato Mark Feierstein, direttore dell’agenzia dello stato nordamericano accusata di essere una facciata della dirigenza nordamericana. Feierstein, un impiegato federale con un passato legato alle attività d’interferenza, ha detto a Miami che Haiti, dove l’USAID ha compiuto attività controverse – Colombia, Messico, America Centrale e Perù sono nella “lista delle priorità” dell’organizzazione.

In un momento di eccessiva gioia celebrativa del “successo” di questa società controllata del Dipartimento di Stato, Feierstein ha apertamente dichiarato che “cinque milioni” saranno destinati  per la “democrazia” in Venezuela, quest’anno. Tuttavia, l’USAID si è ritirata dal paese per paura della legge per la difesa della sovranità e l’autodeterminazione politica nazionale. Questa legge vieta, dalla fine del 2010, i finanziamenti esteri ai partiti politici. Un “settore molto importante di questa agenzia è legato alla democrazia e ai programmi sviluppati per rafforzare le istituzioni nella maggior parte dei paesi della regione“, si giustifica, senza riferirsi alla violazione della legge. Nel caso del Venezuela, cinque milioni di dollari saranno stanziati all’assistenza tecnica per la “promozione e tutela della democrazia e dei diritti umani“, ha insistito Feierstein.

“Stratega” di un candidato assassino
Nel 2002, il capo regionale dell’USAID, specialista in interferenze, è stato lo stratega della campagna dell’ex presidente boliviano Gonzalo “Goni” Sánchez de Lozada e del suo Movimento rivoluzionario nazionalista (MNR). “Goni” è colui che ordinò un massacro durante la famosa “guerra del gas” nell’ottobre 2003. Risultato: 67 morti e 400 feriti, per lo più civili. Latitante fuggito dalla giustizia boliviana, ora vive negli Stati Uniti. Gli ideali di Feierstein sono così umanitari che è stato successivamente nominato, negli anni ’90, “Project Manager” in Nicaragua, nell’operazione del National Endowment for Democracy (NED), filiale dell’USAID; direttore per l’America Latina e i Caraibi del National Democratic Institute, un altro strumento di interferenza imperiale finanziato dall’USAID; e Consigliere speciale dell’ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS).
Lo stesso giorno della conferenza stampa dell’ufficiale statunitense, il presidente boliviano Evo Morales ha denunciato gli Stati Uniti che, attraverso l’USAID, spiano “la Bolivia e altri paesi dell’America Latina“. “Sono convinto che alcune ONG, in particolare quelle finanziate dall’USAID, siano la quinta colonna dello spionaggio, non solo in Bolivia, ma in tutta l’America Latina“, ha accusato Evo Morales nel corso di una conferenza stampa ad Oruro.

In Messico, il potenziale impatto sugli Stati Uniti
Per quanto riguarda Colombia e Messico, Feierstein ammette che la sua organizzazione “fornisce assistenza su questioni di sicurezza”, senza esplicitare. “In Messico, dice, la battaglia è contro il traffico di droga“, mentre in Colomba cerca “di consolidare i progressi in termini di sicurezza.” “Questi problemi sono diventati prioritari per l’USAID“, ha confessato Feierstein. In Messico, l’organismo degli Stati Uniti moltiplica le attività, “perché il potenziale impatto può essere importante per gli Stati Uniti, in caso di instabilità dovuta alle violenze criminali“. Non ha menzionato l’onnipresenza, nel paese azteco, confermata da queste stesse agenzie di sicurezza, di FBI, DEA e CIA… l’USAID destina circa 180 milioni dollari in Colombia e 50-60 milioni in Perù, Messico, Honduras e Guatemala, secondo il funzionario. “Siamo molto soddisfatti” per i progressi compiuti ad Haiti, ha detto, affermando che “nel campo della produzione agricola, l’USAID ha lavorato con gli agricoltori” (sic). L’USAID “potrebbe raddoppiare o addirittura triplicare la produzione degli ultimi due anni.” Ha mostrato grande entusiasmo per un parco industriale che sarà avviato nel nord di Haiti da società statunitensi. Tuttavia, evita di ricordare che l’USAID, prima e dopo il terremoto, ha organizzato, diretto e finanziato diverse organizzazioni politiche del paese, in coordinamento con il Dipartimento di Stato e in parallelo alla presenza di 10000 uomini del Comando Sul del Pentagono.  L’USAID ha anche giocato un ruolo chiave nel rovesciamento del presidente Jean-Bertrand Aristide, nel 2004.
A Cuba, dove l’USAID spende i suoi milioni in operazioni di destabilizzazione che affida ad imprenditori, i fondi sono distribuiti da Mark Lopes, vice amministratore e “rappresentante personale” del senatore cubano-statunitense Bob Menendez, degno esponente della mafia cubano-americana del Campidoglio di Washington, complice di tutte le “iniziative” legislative ostili a Cuba e Venezuela. Negli ultimi anni è stata segnalata, nell’America Latina, la presenza dell’USAID in Bolivia, Brasile, Colombia, Cuba, Ecuador, Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama, Perù, Repubblica Dominicana e Venezuela. In molte occasioni, è stato dimostrato che l’USAID oltre a fornire una copertura ai funzionari della CIA, ha reclutato, addestrato e finanziato elementi che si sono poi dimostrati agenti al servizio degli interessi degli Stati Uniti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio –  SitoAurora

Un G-20 in via di balcanizzazione

Alfredo Jalife-Rahme Réseau Voltaire, Città del Messico (Messico) 23 giugno 2012

Gli incontri continuano ad alta velocità, per i leader mondiali. Dopo il vertice della NATO e del G8 a Chicago e poco prima del Vertice della Terra di Rio, poi il vertice UE a Bruxelles a fine mese, Alfredo Jalife analizza la riunione del G20 che ha appena avuto luogo in Messico. Secondo lui il 2012 è un anno di transizione e le contraddizioni che attraversano questo governo economico mondiale sono troppo grandi per aspettarsi delle decisioni spettacolari. All’ombra delle piramidi messicane, è sugli incontri bilaterali che ci invita a volgere il nostro sguardo.
 
Ecco i programmi elettorali degli Stati Uniti e della Cina fronteggiare la crisi dell’area dell’euro, che diffonde l’infezione fino al cuore della riunione del G20 a Los Cabos. Obama, la cui rielezione è incerta, è paralizzato e non può prendere decisioni forti al G20, che soffre di acefalia cronica, tanto più che lo stesso ospite, il Messico, non ha più peso, né locale, né regionale né globale.
Per il presidente uscente Hu Jintao, il vertice è solo una formalità, e sarà il suo successore designato Xi Jinping, che adotterà le decisioni pertinenti al prossimo vertice del G-20, l’anno prossimo a Mosca. Non sarà la Cina che salverà dalla loro grave situazione finanziaria gli Stati Uniti e l’Europa. Delle tre superpotenze, l’unico che ha le mani libere è il presidente russo Vladimir Putin. La Francia ha definito la sua nuova direzione con il socialista François Hollande e il suo accattivante slogan “crescita senza austerità”, mentre la cancelliera Angela Merkel sta cercando, contro ogni previsione, di mantenere la disciplina fiscale e l’austerità, da cui si allontana perfino il presidente Obama.
Il G-20 è il gruppo eteroclito dei primi 20 PIL del mondo, con due eccezioni eclatanti, Spagna e Iran; si tratta, da un punto di vista economico, di combinare il G-7, in declino e paralizzato dai debiti, con i paesi BRIC, dai risparmi elevati e poco indebitati. In termini geopolitici, il G-20 sarebbe un “G-12″ fratturato (G-7 + i cinque BRICS), cui si aggiungono i loro rispettivi alleati. Solo tre paesi latino-americani vi sono inclusi: Brasile, Messico e Argentina.
La posizione violentemente ostile del presidente Calderon, che a quanto pare voleva diventare il direttore della compagnia petrolifera spagnola Repsol, alla nazionalizzazione della medesima compagnia petrolifera predatrice in Argentina, ha evidenziato la sottomissione del suo paese verso gli Stati Uniti, all’unisono con il suo antagonismo dichiarato verso i BRICS. L’ombra delle fratture perseguita Calderon a tutti i livelli. Qui ci sono altre fratture che interessano l’anatomia del G-20: tra il G-7 e i BRICS, i cui interessi si scontrano in Siria e Iran, tra il Sud America (Argentina e Brasile) e il Messico di Calderon, docile verso la Spagna e Stati Uniti.
I media occidentali sono piuttosto scettici circa i risultati di questo vertice, la cui agenda è stata disturbata dalla crisi in Europa, con Angela Merkel che si è ritrovata sotto la pressione congiunta di Stati Uniti, Gran Bretagna e della nuova presidenza socialista della Francia. Questa crisi non è priva d’importanza per il resto del mondo, ma è comunque una questione interna all’eurocentrismo di uno o dell’altro; e tutti sanno oramai del verdetto greco sul dra(c)mma del suo destino.
Non c’è coesione nell’area dell’euro, e Angela Merkel ha criticato la linea economica francese con un insolito attacco verbale verso Francois Hollande [1]. Il governo francese ha smentito la creazione di un fronte comune con l’Italia e la Spagna contro la Germania, ma ciò che ha infastidito Angela Merkel al massimo, è l’incontro del presidente francese con l’opposizione tedesca di centro-sinistra, piuttosto tentata dal progetto della “crescita senza austerità”.
La Cina è stata avvertita sulla possibilità di una uscita dall’area dell’euro della Grecia [2]. Il G-20 si trova in stato catatonico, nel migliore dei casi, o peggiore, si catapulta nella balcanizzazione fatale. In ogni caso, la cosa più importante, credo, è il successo sul piano bilaterale, a margine del vertice: gli scambi tra Obama e Putin, e tra Obama e Hu Jintao.
L’agenzia Xinhua (06/15/12) ha rivelato che Putin aveva programmato di incontrare Obama: è stato il primo incontro da quando Putin è tornato al Cremlino il mese scorso, ed “è probabile che firmerà degli accordi importanti“. Infatti, The Economist (16/6/12), che soffre di Putinofobia ed è il portavoce dei globalisti neoliberali, è assai critico verso questo incontro. Si potrebbe pensare che vorrebbero una guerra mondiale, apparentemente per ripulire le loro finanze. Questo incontro è stato il culmine del vertice. Nonostante la grave collisione tra Stati Uniti e Russia sul conflitto interno siriano, la disputa nucleare iraniana e il dispiegamento di una presunta “difesa missilistica” ai confini della Russia, non è improbabile che entrambi i paesi delineino le rispettive sfere di influenza nel Grande Medio Oriente. Oggi vediamo la NATO (che include il G-7, tranne il Giappone) e il gruppo di Shanghai lottare per definire le loro nuove frontiere vicino-orientali.
La Germania è sulla difensiva di fronte alle pressioni degli Stati Uniti, e secondo Xinhua, voleva che il vertice “andasse oltre la questione del debito europeo, e considerasse il problema del recupero e della crescita economica su scala globale“, il che significa porre rimedio al “triste stato della finanza degli Stati Uniti“. Gli Stati Uniti cercano di imporre il tema della crisi europea, forse per evitare di essere pubblicamente svergognati per la mancata attuazione della riforma finanziaria globale che la Russia difende, e che era stata decisa al precedente vertice di Cannes.
La presidentessa del Brasile Dilma Rousseff ha avvertito che “il mondo non deve aspettarsi che le economie emergenti regolino da sole il problema della crisi globale.” Riuscirà a convincere Calderon?
Uno degli architetti del “modello G-20″, l’ex Primo Ministro britannico Gordon Brown, sostiene che “la crisi europea non è di uno solo, ma è la crisi di tutti” [3] e aggiunge che se il G-20 non riesce a coordinare presto un piano d’azione globale concertato, “saremo di fronte a un rallentamento globale, che avrà un impatto sulle elezioni presidenziali americane e sulla transizione verso un ruolo di leadership mondiale della Cina“. Concludendo: “questa è l’ultima possibilità“. Certo, una crisi globale farebbe male a Obama, ma sembra esagerato menzionare la Cina in questo contesto, a meno che la perfida Albione non abbia un asso turbolento nella manica. Gordon Brown riteneva che non fosse necessario ai membri del G-20 “lasciare il Messico senza accettare di sostenere un grande progetto per salvare l’Europa, e per fermare il contagio.” La drammaticità delle sue dichiarazioni è dovuta soprattutto alla delicata situazione in Gran Bretagna, perché nella sua semiotica decostruttiva, “salvataggio” del mondo significa probabilmente semplicemente quello della Gran Bretagna. Infatti, David Cameron soffre di una grave infezione, causata dai suoi osceni legami con il pestilenziale oligarca Murdoch, e ne è talmente scosso che ha dimenticato la sua bambina di otto anni in un bar.
Quindi l’anglosfera insolvente drammatizza. James Haley, direttore del programma di economia globale CIGI (un think tank del Canada) rincara, dicendo che le sfide a breve termine del G-20 sono immense, e che bisogna “preservare il sistema del commercio internazionale e dei pagamenti degli ultimi 65 anni“. La situazione è così tragica? Questo è il momento peggiore, e il posto peggiore, per un vertice del G-20: il giorno dopo le elezioni greche, con Obama in uno stato catatonico e un paese ospite impotente. Quali decisioni possono essere prese con una tale frattura all’interno del G-20?
China Daily (16/6/12) riassume la situazione così: “si tratta di spegnere le fiamme dell’economia globale“. Il problema è che alcuni (seguite il mio sguardo), nel G-20 sono più piromani che vigili del fuoco.

[1] Reuters/Global Times, 16/6/12
[2] ChinaDaily, 15/6/12
[3] Reuters, 15/6/12

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il gangsterismo degli USA rafforza l’Unità latino-americana

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation 06.12.2011


A giudicare dalla copertura offerta dai media occidentali, soprattutto negli Stati Uniti, si aveva l’impressione che l’istituzione della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) sia classificata essenzialmente come una notizia di sfondo. I servizi da Caracas, dove un forum di 33 presidenti e primi ministri dei paesi della regione si sono riuniti il 2-3 dicembre, sono stati volutamente minimalisti, con emozioni superficiali solo in connessione con i problemi di salute del leader venezuelano H. Chavez, che ha ospitato il vertice. Infatti, ha messo in chiaro un certo numero di volte, che aveva lo aveva affrontati ed era pronto a farsene carico per paio di decenni a venire, ma l’Impero, con la sua permanente campagna di disinformazione, non sembra sentirlo.
Tuttavia, il vertice non ha lasciato alcuna possibilità alla nota dottrina Monroe, che solo di recente ha promesso di vivere finché gli Stati Uniti resteranno al loro posto. Già nel 2008, Chavez ha chiesto all’amministrazione statunitense di rottamare la dottrina Monroe, introdotta dal quinto presidente degli Stati Uniti J. Monroe, che implicava che gli Stati Uniti non avrebbero interferito nelle colonie europee, ma in cambio chiedeva d’isolare l’emisfero occidentale dai tentativi di colonizzazione europea. Chavez ribadisce in ogni contatto con i media statunitensi, che Washington dovrebbe abbandonare la dottrina e cita la dichiarazione del terzo presidente statunitense T. Jefferson, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero assorbito una ad una tutte le repubbliche a sud di essi, provando la natura imperiale degli Stati Uniti.
Una più stretta integrazione dell’America Latina, voluta dal liberatore del continente Simon Bolivar, è stata un tema ricorrente durante il forum di Caracas. Bolivar aveva detto nel 1828 che, paradossalmente, gli Stati Uniti erano destinati a seminare la povertà in America Latina, in nome della libertà.  I leader di destra, sinistra e centristi latino-americani, allo stesso modo, hanno fatto spesso riferimento al concetto di Caracas. L’aggressiva politica  estera di Washington evoca spiegabili preoccupazioni nei paesi a sud del Rio Grande. L’Impero usa costantemente la potenza pura per attuare i suoi disegni strategici e geopolitici, immischiandosi con pretesti falsi negli affari degli stati sovrani, e organizzando regolarmente trame con lo scopo di uccidere i politici che lo sfidano. Ora che il Pentagono si è impantanò in Asia e Africa, potrebbero accrescersi le illusioni che l’Impero perda interesse per l’America Latina, anche se mai in realtà, negli Stati Uniti, le attività sovversive contro di essa si sono arrestate. Gli sforzi più seri di Washington, si sono concentrati sull’identificazione di obiettivi strategici in Brasile, Venezuela e Cuba, ma gli alleati degli Stati Uniti come la Colombia, Cile e Messico non devono sentirsi immuni. Gli alleati di oggi possono essere i nemici di domani, e sono anch’essi soggetti a sorveglianza e controllo.
Raul Castro ha esortato i partecipanti al forum ad essere più decisi nel contrastare i tentativi esterni di destabilizzare la situazione nella regione. Ha sottolineato che a Washington non sarebbe stato più permesso di trattare l’America Latina come in passato, quando impose ai popoli del continente modelli di sviluppo sleali e li sottomesse. Castro ha parlato degli ultimi decenni dello spietato blocco economico degli Stati Uniti contro Cuba, che ha descritto come uno dei peggiori crimini contro l’umanità nella storia. Ha detto che, analogamente, le campagne degli Stati Uniti in Libia e altri paesi sono dei crimini internazionali che, peraltro, rischiano di diventare una norma, data la vergognosa inazione delle Nazioni Unite.
Subito, un paio di osservatori hanno interpretato la creazione del CELAC come la “vendetta storica” dei paesi latino-americani. Dal 1948, tutti essi erano membri della Organizzazione degli Stati Americani, ideata dagli USA, che l’Impero abitualmente governava tramite repressioni, torture e stragi – verso i paesi sfidanti come Guatemala, Nicaragua, Grenada, Panama o Cile. I programmi di tortura messi insieme nella Scuola delle Americhe, sono ancora in uso nei paesi politicamente allineati con gli Stati Uniti.
Vale la pena notare che l’elenco dei presidenti “puniti” da Washington include politici sia di destra che di sinistra. La lista degli assassinati di sinistra – J. Gaitan, in Colimbia, S. Allende in Cile, O. Torrijos a Panama – è quasi infinita. M. Noriega a Panama, però, era senza dubbio di destra ma è stato fatto fuori bruscamente da Washington. Ha lealmente contribuito a fornire le armi degli Stati Uniti ai contras dell’America centrale, ma è stato messo dietro le sbarre da Washington per il business della cocaina, una volta non più necessario. Noriega aveva reso difficile alla DEA  monopolizzare l’invio di cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti, via Panama. L’ex presidente colombiano A. Uribe è un potenziale prossimo bersaglio. Uribe è stato fondamentale per organizzare le formazioni paramilitari che hanno lanciato raid sanguinari contro gli insorti. Cercando di rimanere utile ai suoi protettori statunitensi, in seguito ha promosso campagne contro i regimi populisti, inoltrando le invettive di Washington contro H. Chavez, C. Correa e E. Morales. Come tante volte prima, scommettendo sulla gratitudine degli Stati Uniti per “il suo figlio di puttana”, ha dimostrato una malintesa tattica nel caso di Uribe.
Washington abbastanza spesso preme per sanzioni contro i regimi sfidanti nell’Organizzazione degli Stati Americani. Non c’è dubbio che Chavez abbia attirato l’ira di Washington più di ogni altra figura politica latinoamericana nel recente passato. Il leader venezuelano ha guidato la riforma dell’OPEC che ha fissato dei prezzi dell’energia più giusti, e quindi non poteva non far arrabbiare gli Stati Uniti, ha fermamente avanzato l’integrazione latino-americana e, con il sostegno della Russia e della Cina, ha avviato il riarmo delle forze armate venezuelane. Chavez rimprovera l’Organizzazione degli Stati americani – una formazione obsoleta, inefficiente e ostile, nelle sue parole – per il suo orientamento pro-USA e sostegno de facto al blocco imposto a Cuba. Chavez e i suoi alleati del Nicaragua, ecuadoriani e boliviani, mettono in discussione la capacità dell’Organizzazione degli Stati americani a sostenere una riforma sensata, e a ritenere che un ritiro dall’alleanza malandata potrebbe essere la soluzione ottimale.
E’ chiaro che la sicurezza regionale farà salire più in alto nell’agenda il CELAC. In privato, i leader latino-americani discutono da lungo tempo del potenziale impatto che possa avere l’instabilità socio-economica degli Stati Uniti, soprattutto nelle più ampie implicazioni dell’attuale crisi globale. Ad oggi, le guerre condotte da Washington sono di tipo apertamente gangsteristico, l’obiettivo palese è quello di minare completamente la configurazione globale esistente, nell’interesse della Pax Americana. Di conseguenza, la priorità strategica dell’impero è neutralizzare al massimo i centri alternativi di potere. Chavez sostiene che, in assenza di una stato di guerra permanente, le possibilità dell’Impero di rimanere a galla sono poche: l’economia statunitense si troverà ad affrontare una crisi ancora più profonda, a meno che il saturo complesso militare-industriale del paese perpetui un completo carico di lavoro. Il recente attacco degli USA contro un checkpoint del Pakistan  nucleare, invia al mondo un minaccioso messaggio, le cui motivazioni degli strateghi del Pentagono sono rimaste oscure. Chavez ritiene che Washington affronti un dilemma, scegliere tra una guerra nucleare e una evaporazione totale del suo potere globale, alla metà del secolo XXI.
E’ impossibile al momento, prevedere quale forma esattamente prenderà lo smantellamento dell’Impero, ma la sua politica interna sembra già essere pronta a far esplodere le proteste. In particolare, le elite degli Stati Uniti hanno paura delle migliaia di veterani delle campagne irachene e afghane. I media abbondano di rapporti di suicidi tra i veterani, ma non dicono nulla circa la disponibilità di molte di queste persone a cercare vendetta per gli anni persi della loro vita, per la morte dei loro coetanei e per il crollo dei loro ideali.  Questo nuovo tipo di minaccia terroristica sta fermentando nel suburbio svantaggiato degli USA, in attesa di essere sbloccato dalla crisi. Le elite degli Stati Uniti sperano di fronteggiare la sfida, basandosi sul mito di un nuovo pericolo di origine esterna. Il ruolo  attribuito ad al-Qaida, mentre il nemico degli Stati Uniti di oggi è la Siria, dove l’amministrazione reprime proteste che sono in realtà azioni dagli agenti della CIA e dei servizi segreti israeliani, britannici e francesi, e inoltre l’Iran, il paese coperto di denunce di voler costruire un arsenale nucleare per poter far scattare un attacco contro l’Occidente.
La poetessa cilena e, vincitrice del Premio Nobel del 1945, Gabriela Mistral ha detto che, assieme alla loro bellissima lingua, i latino-americani sono, più di qualsiasi altra cosa, uniti dall’odio per gli Stati Uniti. Indipendentemente da quante cose siano cambiate dall’epoca in cui ha coniato tale frase, l’odio è ancora lì ed è sempre più forte, uno dei motivi che rendono il CELAC solido come una roccia.

É gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line del Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ‘complotto iraniano’ è statunitense?

Thierry Meyssan Réseau Voltaire Beirut (Libano) 18 ottobre 2011

L’amministrazione Obama ha lanciato una nuova accusa contro l’Iran. Questa volta Teheran avrebbe ordinato un piano per uccidere l’ambasciatore saudita a Washington. Nonostante i dettagli forniti alla stampa, le cancellerie si mostrano riservate. Il tempo in cui gli alleati si sentivano obbligati ad aderire pienamente alle bugie statunitensi sembra finita.

La mediatizzazione del caso è stata organizzata con cura. L’amministrazione Obama ha chiaramente lo scopo di sfruttarla al meglio. Martedì 11 ottobre 2011, il Segretario alla Giustizia (Attorney General) Eric Holder, affiancato dal direttore dell’FBI Robert Mueller, ha annunciato l’incriminazione di due statunitensi di nazionalità iraniana, per aver richiesto a un cartello della droga messicano l’assassinio dell’ambasciatore saudita a Washington.  In questo comunicato stampa, il  Segretario Holder afferma che l’imputato, Manssor Arbabsiar, ha riconosciuto i fatti. Ha ammesso di lavorare per conto di un ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran, Gholan Shakur, che ha già inviato circa 100000 dollari agli assassini come acconto di un contratto stimato a 1,5 milioni di dollari. Holder ha detto che gli Stati Uniti considerano l’Iran responsabile della cospirazione.
Da parte sua, il vice segretario al Tesoro, responsabile del terrorismo e dell’intelligence finanziaria, David S. Cohen, annuncia delle sanzioni contro cinque persone coinvolte nel complotto: Manssor Arbabsiar, Qasem Soleimani (Comandante delle Guardie Rivoluzionarie), Hamed Abdollahi (ufficiale della Guardia rivoluzionaria), Shahla Abdul Reza (“il cugino”) e Gholam Ali Shakur (“ufficiale di collegamento”). Da notare che solo due dei cinque nomi figurano sull’atto d’accusa, gli altri tre sono stati aggiunti dall’intelligence, e non si sa su quali prove si basa [1]. Quindici minuti dopo queste dichiarazioni, l’imputato è presentato alla Corte di New York e l’accusa è distribuita ai giornalisti [2]. Apprendiamo che Arbabsiar Manssor sarebbe andato il 24 maggio, 23 giugno e 14 Luglio 2011, a Città del Messico, per incontrare un rappresentante del cartello e chiedergli di assassinare l’ambasciatore. Ma l’interlocutore era un informatore pagato che si è affrettato ad avvertire le autorità USA.
Entrambi gli appuntamenti del suo ultimo viaggio sarebbero stati registrati dall’informatore, all’insaputa del convenuto, e così anche due conversazioni telefoniche. Durante la sua detenzione, l’iraniano avrebbe  autenticato le registrazioni e avrebbe confessato. Secondo le trascrizioni, Manssor Arbabsiar avrebbe riferito di lavorare per conto di suo cugino, un generale della Forza al-Quds delle Guardie Rivoluzionarie, che è ricercato negli Stati Uniti probabilmente per gli attacchi in Iraq. Il generale l’avrebbe reclutato a causa dei suoi frequenti viaggi di lavoro in Messico, con l’intenzione originaria di rapire l’ambasciatore piuttosto che ucciderlo. Il messicano avrebbe detto di disporre di quattro uomini per eseguire il contratto e di aver effettuato una ricognizione. Avrebbe descritto poi gli orari, le abitudini e il dispositivo di sicurezza dell’ambasciatore. In definitiva, avrebbe deciso di porre dell’esplosivo C4 in un ristorante di lusso frequentato dall’ambasciatore e fdi farlo esplodere durante il pasto, anche se il ristorante era frequentato da 100-150 clienti, tra cui dei Senatori degli Stati Uniti, col rischio di una carneficina. Il generale avrebbe inviato negli Stati Uniti un funzionario di collegamento, probabilmente un colonnello, di nome Gholam Shakur, per effettuare i versamenti di denaro liquido.
In definitiva, l’attentato avrebbe dovuto avvenire a fine settembre. Manssor Arbabsiar intendeva andare in Messico per assicurarsi dell’operazione e pagarla una volta realizzata. Tuttavia, gli è stato negato l’accesso al territorio messicano il 28 settembre ed è tornato negli Stati Uniti, dove è stato arrestato all’arrivo all’aeroporto JFK di New York. Durante la sua custodia, Manssor Arbabsiar ha accettato di fare diverse telefonate a Teheran per contattare Gholam Shakur. Ha fatto capire che il ritardo era dovuto alle nuove esigenze finanziarie degli assassini. Il “Colonnello”, in un primo momento, ha rifiutato di prendere in considerazione un aumento citando possibili contratti futuri, e ha dichiarato di voler contattare i superiori al fine di valutare il da farsi. In questo modo, gli investigatori hanno ritenuto che il contratto sia stato effettivamente promosso dalle Guardie Rivoluzionarie.
Altri elementi sono apparsi sulla stampa e che non sono elencati nell’atto di accusa. Il New York Times ha citato una fonte anonima ufficiale secondo cui si tratterebbe del cartello messicano Los Zetas. I congiurati avrebbero anche progettato di far saltare in aria l’ambasciata israeliana a Washington e le ambasciate di Israele e Arabia Saudita a Buenos Aires. La stessa fonte cita la consegna di tonnellate di oppio dagli iraniani al cartello [3]. Secondo l’Associated Press, il generale Abdul Reza Shahla che l’amministrazione Bush reputa responsabile di un attentato a Kerbala (Iraq), il 20 gennaio 2007, in cui sono stati uccisi cinque soldati statunitensi e altri tre feriti [4]. Infine, il Washington Post pensa di avere identificato il ristorante, sarebbe il Café Milano, dove d’abitudine si reca l’ambasciatore [5].
Il caso sembra chiaro. Eppure, contro ogni previsione, l’avvocato dell’imputato, Sabrina Shroff, in una dichiarazione al Palazzo di Giustizia, afferma Bloomberg News, che il suo cliente si dichiara innocente [6]. Secondo la CNN [7], Manssor Arbabsiar, un venditore di auto usate, non sembra avere alcuna idea politica. La sua fedina penale mostra che è stato condannato a 90 giorni di carcere per mancato soccorso nel 1987, e fu di nuovo condannato nel 2004 per guida senza patente, e nel 2007 per eccesso di velocità. E’ stato discolpato, nel 2001, dall’accusa di furto, segnala KIII-TV. Quindi un profilo poco coerente con il rigore delle Guardie rivoluzionarie. Un amico ha detto all’Associated Press che Manssor non può essere il cervello di una simile operazione, perché è troppo pigro per esserlo [8].

L’escalation
Seguendo un piano di comunicazione altamente organizzato, i funzionari statunitensi intervengono a raffica per commentare e amplificare le parole del Segretario alla giustizia.
Mercoledì 12 mattina, il vice presidente Joe Biden è onnipresente in tv a rullare il tamburo: commenta il “complotto iraniano” su ABC (Good Morning America), CBS (The Early Show) e NBC (Today). Ovunque, insiste sul fatto che gli iraniani hanno attraversato la linea, che violano il diritto internazionale e saranno ritenuti responsabili. Tuttavia, non riesce a accusare direttamente l’ayatollah Khamenei e Ahmadinejad, lasciando qualche dubbio su eventuali crepe nel “regime”.
Il servizio stampa della Casa Bianca dice che il presidente Obama ha raggiunto per telefono re Abdullah dell’Arabia Saudita. “Il presidente e il re sono d’accordo che questo complotto rappresenta una grave violazione delle norme fondamentali internazionali, dell’etica e del diritto. Hanno inoltre elogiato il lavoro delle agenzie di intelligence e delle forze dell’ordine che hanno fermato questo complotto, e hanno ribadito l’impegno congiunto di Stati Uniti e Arabia Saudita a dare una risposta internazionale forte e unitaria affinché i responsabili di questa cospirazione, rispondano delle loro azioni“. [9] [10] Allo stesso tempo, funzionari di FBI, NCTC, CIA, del Tesoro e del Dipartimento di Stato, hanno presentato a porte chiuse, informazioni più dettagliate ai membri della Commissione del Senato sull’Intelligence. Lasciando la riunione, il Presidente della Commissione, Dianne Feinstein, non faceva che imprecare contro l’Iran. In particolare la senatrice ha ripetuto due volte piuttosto che che questo complotto non può essere isolato e dovrebbe essere studiato per scoprire altre trame in altri paesi [11].
Si apprezzerà l’eleganza del metodo: l’incontro è stato a porte chiuse, ma le reazioni sono pubbliche. Presentano informazioni segrete, impossibili da valutare e verificare. la senatrice Feinstein può dire qualsiasi cosa senza timore di essere smentita. In questo caso, l’essenziale è chiaramente a preoccupare l’estero per mobilitare gli alleati.
La segretaria di Stato Hillary Clinton, parlando a una conferenza al Center for American Progress afferma: “Questo complotto, fortunatamente sventato dall’eccellente lavoro della nostra polizia e dai nostri professionisti dell’intelligence, è stata una violazione flagrante del diritto internazionale e degli Stati Uniti, e una pericolosa escalation nell’uso inveterato del governo iraniano della violenza politica e della sponsorizzazione del terrorismo. Non si tratta solo, tuttavia, dell’Iran e degli Stati Uniti, o anche dell’Arabia Saudita. Prendere di mira un ambasciatore viola la Convenzione sulla protezione e la repressione dei reati contro le persone che godono della protezione internazionale che, certamente, comprende i diplomatici. L’Iran è firmatario di questa convenzione. L’Iran è anche tenuto dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza a farle rispettare. Questo tipo di atto sconsiderato mina le norme internazionali e il sistema internazionale. L’Iran deve esserne ritenuto responsabile. In aggiunta alle misure annunciate dal Procuratore Generale, ieri, gli Stati Uniti hanno aumentato le nostre sanzioni contro individui del governo iraniano che sono coinvolti in questa cospirazione e nel supporto al terrorismo dell’Iran. Lavoreremo a stretto contatto con i nostri partner internazionali per aumentare l’isolamento dell’Iran e la pressione sul suo governo, e chiamare altri paesi ad unirsi a noi nel condannare questa minaccia contro la pace e la sicurezza” [12] [13].
Al briefing quotidiano alla Casa Bianca, Jay Carney, il portavoce, ha ripetuto lo slogan “Si tratta di una pericolosa escalation nell’uso inveterato della violenza da parte del governo iraniano. E riteniamo che un tentativo di assassinare un diplomatico negli Stati Uniti costituisca una violazione flagrante del diritto internazionale” [14] [15].
Il senatore democratico Carl Levin, presidente della Commissione del Senato sulle forze armate, drammatizza un po’ di più. Descrive il “complotto iraniano” come un “atto di guerra” contro gli Stati Uniti d’America [16]. Diversi membri repubblicani lo seguono facendo a gara, come Michael McCaul, Mark Kirk e Peter King.
Presso il Dipartimento di Stato, la portavoce Victoria Nuland ha annunciato che Hillary Clinton e il suo aggiunto William Burns hanno aumentato i contatti telefonici non solo con la loro controparte saudita e gli amici messicani, ma con le grandi cancellerie, per mobilitarle contro l’Iran. [17] Sul suo account Twitter, la rappresentante permanente degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, Sussan Rice, annuncia: “Con un team di esperti degli Stati Uniti, ho contattato uno a uno ormai i membro del Consiglio di Sicurezza sul complotto smantellato dell’Iran” [18].
Giovedì 13, la cose camminavano a dovere, una audizione era in programma da lungo tempo, alla commissione del Senato per le banche sul tema: “Protezione contro le possibili minacce iraniane: le prospettive per l’amministrazione di implementare nuove sanzioni, un anno dopo” [19]. Wendy Sherman, ex assistente di Madeleine Albright è diventata Sottosegretaria di Stato per le relazioni col Congresso (Sottosegretario di Stato per gli affari politici), aggiorna sulle sanzioni in atto contro l’Iran per dissuaderlo dal sviluppare un programma nucleare militare e spiegare il nuovo sforzo degli Stati Uniti. Indica che importanti funzionari del Dipartimento di Stato si sono mobilitati per convincere tutti i partner del mondo a vietare i movimenti delle Guardie rivoluzionarie e le loro attività all’estero. Ecco, questo è in gioco in tutta questo affare: evitare che l’Iran esporti la sua rivoluzione.

Il movente introvabile
Quando era intervenuto a fianco del Segretario alla Giustizia, il direttore dell’FBI aveva paragonato il caso a “una sceneggiatura di Hollywood.” Questo parallelo colpisce tutti i commentatori. Infatti, i film d’azione non sono sempre coerenti, ma con una buona suspense e gli inseguimenti, lo spettatore non ha il tempo di pensare. Questa volta l’accusa contro l’Iran è troppo grande per non essere controllata. Per cominciare, qual è il movente?
Interrogato dal Washington Post, lo specialista dell’Iran alla Rand Corporation, Alireza Nader, ha espresso scetticismo. Ha detto che lo scenario di questo caso non corrisponde a nulla. Soprattutto, “Perché l’Iran dovrebbe assassinare l’ambasciatore saudita a Washington?” [20]. E’ davvero assurdo, l’ambasciatore Adel A. al-Jubeir è un confidente del re Abdullah con il quale l’Iran sta lavorando per mantenere le migliori relazioni possibili. Un tale attentato indebolirebbe inevitabilmente la monarchia a favore del clan Sudairi, acerrimi nemici di Teheran. In breve, per l’Iran, sponsorizzare il suo omicidio sarebbe come sparandosi in un piede.
Stessa storia con un altro esperto della Rand, il professor Rasool Nafisi della Strayer University, intervistato da The New York Times. Secondo lui in nessun modo la Guardia Rivoluzionaria opera sul suolo statunitense. E poi, osserva, l’ultima operazione attribuita all’Iran dagli Stati Uniti, risale al travagliato periodo della rivoluzione nel 1980 con l’assassinio di un oppositore.
Sulla CNN, i professori Jamsheed K. e Carol EB Choksy spiegano questa contraddizione. Riferendosi ad una fonte anonima degli Stati Uniti, gli esperti indicano che le Guardie Rivoluzionarie avrebbero agito per conto proprio per sabotare il riavvicinamento Iran-USA voluto dal presidente Mahmoud Ahmadinejad e dal suo nuovo ministro degli Esteri, Ali Akbar Salehi, e annunciato da loro a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il complotto sarebbe stato sponsorizzato dai generali Qassem Soleimani e Ali Jafari, comandanti delle Guardie Rivoluzionarie, dal generale Rostam Ghasemi, ministro del petrolio, tutti e tre fedeli seguaci di Ali Khamenei [21].
Questo tipo di commento rileva la scelta per la propaganda di guerra o per la frode intellettuale in ciò che sembra saggio, ma non è in alcun modo motivato.  Indipendentemente da ciò, piace ai media e convince gli spettatori distratti. Seguendo la serie dei talk show durante cui degli esperti s’ingolfano sulle orme di Eric Holder e Joe Biden: l’incoerenza del complotto non attesta che si tratta di una montatura, ma di una guerra tra i leader iraniano. Immediatamente, le differenze di opinione e di rivalità tra le figure politiche iraniano devono essere presentata e sovra-interpretate in modo americanocentrico, come se si basassero sulla pace e sulla guerra tra Washington e Teheran. Questi commenti inducono l’idea che alcuni elementi canaglia iraniani, desiderino lo scontro armato e che, in queste condizioni, gli Stati Uniti devono agire senza aspettare che questi elementi siano pronti.

Una sceneggiatura hollywoodiana? Ovviamente, ma per un B-movie
Nonostante tutti questi sforzi, la messa in scena del “complotto iraniano” si sgonfia. Certo, il principe Saud al-Faisal, Ministro degli Affari Esteri saudita, ha denunciato le ingerenze iraniane nel mondo. Il primo ministro britannico David Cameron, i ministri degli esteri francese, olandese e del Kosovo, hanno espresso la loro profonda preoccupazione. Poi più nulla. Solo il silenzio imbarazzato di molte cancellerie stanche degli spettacoli americani. Per la CNN, l’ex capo del dossier iraniano del Consiglio di sicurezza nazionale, Gary Sick ha osservato, “l’Iran non ha effettuato – o apparentemente anche cercato – un assassinio o un attacco negli Stati Uniti, ed è difficile credere che si baserebbe su una banda non-islamica, per compiere questa missione, tra le più sensibili possibili. In questo caso, avrebbero assunto  un dilettante e un cartello della droga messicano, conosciuto per essere infiltrati dalle intelligence ufficiali messicana e statunitense” [22] [23]. Infatti, Los Zetas è formato da ex militari messicani, alcuni dei quali erano noti per essersi formati negli Stati Uniti, presso la Scuola delle Americhe.
Ancor più banalmente, l’ex agente della CIA Robert Baer, habitué dei media, si fa beffe presso il Time Magazine di questo scenario grottesco. Come può l’amministrazione Obama sperare di far credere che un gruppo elitario come la forza al-Quds abbia dato in appalto questa operazione a un venditore di auto e a una organizzazione criminale messicana? Questo sembro per lo più  disinformazione dei Mujahedeen e-Khalq [24], di cui hanno fatto una specialità e che Washington sostiene con entusiasmo [25].
Se ognuno capisce che l’amministrazione Obama inventa o recupera false accuse per indurire il tono nei confronti di Teheran, ci rendiamo anche conto che la sua politica è di contenimento, non di guerra. Paradossalmente, questa febbre improvvisa mostra che gli Stati Uniti non hanno la capacità di confrontarsi con l’Iran e preferiscono arringare i loro partner affinché rinuncino a un qualsiasi rapporto con l’Iran.
In breve, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha concluso su al-Jazeera: “In passato, l’amministrazione americana ha detto che vi erano armi di distruzione di massa in Iraq. Loro [gli americani] l’hanno detto con grande forza, hanno presentato dei documenti e tutti dicevano: ‘Sì, noi ci crediamo, siamo d’accordo (…) E se oggi gli si chiedesse se queste affermazioni sono vere? Hanno trovato armi di distruzione di massa in Iraq? Hanno fabbricato una manciata di carte. E’ difficile da fare? La verità [circa il presunto complotto] finirà per scoppierà e tutto andrà bene per noi, in quel momento.”

Documenti allegati
Atto d’accusa. Gli Stati Uniti d’America contro Manssor Arbabsiar e Gholam Ali Shakur (11 ottobre 2011) (PDF – 2,5 MB)

Note
[1] “Treasury Sanctions Five Individuals Tied to Iranian Plot to Assassinate the Saudi Arabian Ambassador to the United States”, US Department of Treasury, 11 ottobre 2011.
[2] Cfr. documento scaricabile in fondo a questa pagina.
[3] “US Accuses Iranians of Plotting to Kill Saudi Envoy”, Charlie Savage e Scott Shane, The New York Times, 11 ottobre 2011.
[4] “How an alleged plot to assassinate Saudi ambassador was discovered along the Mexican border”, Associated Press, 12 ottobre 2011.
[5] “Iranian plot may have involved ambassador’s favorite restaurant. Cafe Milano?”, Roxanne Roberts e Amy Argetsinger, The Reliable Source, The Washington Post, 11 ottobre 2011.
[6] “Iran behind alleged terrorist plot, US says”, Jerry Markon e Karen DeYoung, The Washington Post, 11 ottobre 2011.
[7] “Friend: Man accused in Saudi assassination plot likes to be called ‘Jack’”,  Ed Payne, CNN, 12 ottobre 2011.
[8] “Friend: Suspect in ambassador plot ‘no mastermind’”, Associated Press, 12  Ottobre 2011.
[9] “The President and the King agreed that this plot represents a flagrant violation of fundamental international norms, ethics, and law. They also praised the work of intelligence and law enforcement agencies that led to the disruption of this plot, and reiterated the joint commitment on the part of the United States and Saudi Arabia to pursue a strong and unified international response that holds those responsible accountable for their actions“.
[10] “Summary of Obama’s Call with King Abdullah of Saudi Arabia”, Casa Bianca, 12 ottobre 2011.
[11] “Sen. Dianne Feinstein on Iranian Plot: ‘There May Be a Chain of These Things’”, Sunlen Miller, ABC News, 12 ottobre 2011.
[12] “This plot, very fortunately disrupted by the excellent work of our law enforcement and intelligence professionals, was a flagrant violation of international and US law, and a dangerous escalation of the Iranian Government’s longstanding use of political violence and sponsorship of terrorism. This is not just, however, about Iran and the United States or even just about Saudi Arabia. Targeting an ambassador violates the Convention on the Protection and Punishment of Crimes against Internationally Protected Persons, which, of course, includes diplomats. Iran is also in agreement with the Security Council resolutions to implement it. This kind of reckless act undermines international norms and the international system. QIran must be held accountable for its actions. In addition to the steps announced by the attorney general yesterday, the United States has increased our sanctions on individuals within the Iranian Government who are associated with this plot and Iran’s support for terrorism. We will work closely with our international partners to increase Iran’s isolation and the pressure on its government, and we call upon other nations to join us in condemning this threat to international peace and security“.
[13] “American Global Leadership at the Center for American Progress”, Hillary Rodham Clinton, US Department of State, 12 ottobre 2011.
[14] “It’s a dangerous escalation of the Iranian government’s longstanding use of violence. And we consider an effort to assassinate a diplomat in the United States to be a flagrant violation of international law“.
[15] “White House Press Briefing”, Jay Carney, 12 ottobre 2011.
[16] “A top Senate Dem says Iran plot may be act of war”, Associated Press, 12 ottobre 2011.
[17] “Daily Press Briefing”, Victoria Nuland, Département d’État, 12 ottobre 2011.
[18] “Together with a team of US experts, I’m briefing individual members of the #UN Security Council today on the disrupted #Iran plot
[19] “Addressing Potential Threats from Iran: Administration Perspectives on Implementing New Economic Sanctions One Year Later”, Banking Senate Commitee, 13  ottobre 2011.
[20] Washington Post, op cit.
[21] “Terror plot aids Iran hardliners, fuels enmity with US”, Jamsheed K. Jamsheed Choksy e Carol EB Choksy, CNN. 12 ottobre 2011.
[22] “Iran has never conducted — or apparently even attempted — an assassination or a bombing inside the US And it is difficult to believe that they would rely on a non-Islamic criminal gang to carry out this most sensitive of all possible missions. In this instance, they allegedly relied on at least one amateur and a Mexican criminal drug gang that is known to be riddled with both Mexican and US intelligence agents“.
[23] “Did Iran launch a plot against the US?”, CNN, 12 ottobre 2011.
[24] Cfr. il nostro file sui Mujahidin-e Khalq.
[25] “Washington Bombing Plot Is Out of Character for Iran’s Professional Killers”, Robert Baer, Time Magazine, 12 ottobre 2011.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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