Il telegramma Zimmermann: la vera ragione che spinse gli USA ad entrare in guerra nel 1917

zimmtransViene spesso, fin troppo spesso, affermato che la causa dell’entrata in guerra di Washington, nella Prima Guerra mondiale, sia stato l’affondamento da parte di un sommergibile tedesco del transatlantico inglese Lusitania, che trascinò con se 123 cittadini statunitensi. (1) In realtà la nave fu affondata nel 1915, mentre gli USA entrarono in guerra nel 1917. Infatti, entrarono in guerra in reazione alla faccenda del “telegramma Zimmermann”.
Il 16 gennaio 1917, Arthur Zimmermann, segretario agli Esteri della Germania imperiale, inviò un telegramma cifrato all’ambasciatore tedesco a Washington, utilizzando il nuovo codice 7500 che gli inglesi non avevano potuto decifrare, ma l’ambasciatore a Washington ritrasmise il telegramma nel vecchio codice 103040, noto agli inglesi, all’ambasciatore tedesco in Messico.
Il testo del telegramma affermava: “Abbiamo intenzione di cominciare la guerra sottomarina senza restrizioni il primo di febbraio. Ci adopereremo, nonostante ciò, a mantenere gli Stati Uniti neutrali. Nel caso non succeda, faremo al Messico una proposta di alleanza sulla seguente base: combattere insieme, fare la pace insieme, un generoso sostegno finanziario e la comprensione da parte nostra del diritto del Messico a riprendersi i territori perduti di Texas, New Mexico e Arizona. I dettagli sono lasciati a voi. Potrete informare il presidente (del Messico) di quanto sopra secretato non appena lo scoppio della guerra contro gli Stati Uniti è certo, e aggiungerei il suggerimento che avrebbe dovuto, di propria iniziativa, invitare il Giappone ad aderirvi immediatamente e anche a mediare tra il Giappone e noi. Si prega di richiamare l’attenzione del presidente sul fatto che l’impiego illimitato dei nostri sottomarini offre ora la prospettiva di convincere l’Inghilterra a fare la pace entro pochi mesi. Accusate ricevuta. Zimmermann
In realtà, il telegramma venne concepito da un funzionario del ministero degli esteri tedesco, Hans Arthur von Kemnitz, che ne scrisse una prima bozza che Zimmermann firmò quasi senza leggere, probabilmente perché impegnato a redigere il testo diplomatico che giustificava l’annuncio della “guerra sottomarina senza restrizioni” contro il traffico navale diretto nel Regno Unito. Quando un altro funzionario seppe del telegramma, esclamò: “Kemnitz, quel fantastico idiota, ha fatto questo!?
Berlino dovette criptare il telegramma perché la Germania era consapevole che gli alleati intercettavano tutte le comunicazioni transatlantiche, una conseguenza della prima azione offensiva della Gran Bretagna nella guerra. All’alba del primo giorno della Prima guerra mondiale, la nave inglese Telconia si avvicinò alle coste tedesche e tranciò i cavi sottomarini transatlantici che collegavano la Germania con il resto del mondo. Questo atto di sabotaggio costrinse i tedeschi ad inviare i messaggi tramite collegamenti radio poco sicuri o cavi sottomarini di proprietà estera. Zimmermann fu costretto a trasmettere il suo telegramma cifrato attraverso la Danimarca e la Svezia con un cavo sottomarino statunitense che passava anche per il Regno Unito. Va ricordato, inoltre, che uno stretto collaboratore del presidente statunitense Woodrow Wilson, il colonnello Edward House, fece si che il dipartimento di Stato degli USA consentisse ai tedeschi la trasmissione di messaggi cifrati diplomatici tra Washington, Londra, Copenhagen e Berlino.
Il telegramma di Zimmermann ben presto venne intercettato ed analizzato dalla Sala 40 dell’Ammiragliato inglese, l’ufficio dell’intelligence elettronica inglese. Winston Churchill, Primo lord dell’Ammiragliato inlgese, ordinò la creazione della sezione intercettazione e decodificazione dei messaggi criptati tedeschi, appunto la Sala 40, divenuta di vitale importanza per gli Alleati. La Sala 40 era formata da linguisti e criptoanalisti. Il telegramma Zimmermann, decifrato parzialmente da Nigel de Grey e dal reverendo William Montgomery, affermava che la Germania voleva istigare il Messico ad attaccare gli USA, un’informazione che avrebbe spinto il presidente degli USA Woodrow Wilson ad abbandonare la neutralità degli Stati Uniti, perciò Montgomery e de Grey lo passarono subito all’ammiraglio Reginald Hall, direttore della Naval Intelligence, aspettandosi che lo trasmettesse agli statunitensi. Ma l’ammiraglio lo ripose nella sua cassaforte, incoraggiando i criptoanalisti a completare il lavoro. Infatti, il 5 febbraio 1917, Hall non ebbe il nulla osta dal Foreign Office affinché consegnasse agli statunitensi tali informazioni. Ma Hall convocò un ufficiale dell’intelligence statunitense a Londra e gli diede lo stesso il telegramma. “In altre parole, il direttore dell’intelligence navale aveva unilateralmente preso la decisione di condividere un’informazione altamente sensibile con una potenza straniera, senza l’autorizzazione del proprio governo“.
Hall pensava che se gli statunitensi venivano a conoscenza del telegramma Zimmermann, i tedeschi avrebbero potuto concludere che il loro nuovo sistema di cifratura 7500 era stato spezzato, spingendoli a sviluppare un nuovo sistema di cifratura, bloccando così l’intelligence inglese. Inoltre “Hall era consapevole che la guerra totale degli U-boat sarebbe iniziata entro due settimane, e che essa avrebbe indotto il presidente Wilson a dichiarare guerra alla Germania imperiale, senza bisogno di compromettere la preziosa fonte dell’intelligence inglese”. Ma il 3 febbraio 1917, sebbene la Germania avesse avviato la guerra sottomarina senza restrizioni, il Congresso statunitense e il presidente Wilson annunciarono la prosecuzione della neutralità. D’altra parte, negli USA era diffuso un notevole sentimento anti-inglese, in particolare tra i cittadini di origini tedesche ed irlandesi, questi ultimi infuriati per la brutale repressione della Rivolta di Pasqua del 1916 a Dublino e, inoltre, presso la stampa statunitense Gran Bretagna e Francia non godevano di maggiore simpatia della Germania. Tutto ciò spinse gli inglesi a sfruttare il telegramma Zimmermann. All’improvviso, e in sole due settimane, Montgomery e de Grey completarono la decifrazione del telegramma. Inoltre, gli inglesi si resero conto che von Bernstorff, l’ambasciatore tedesco a Washington, trasmise il messaggio a von Eckhardt, l’ambasciatore tedesco in Messico, utilizzando il vecchio sistema di cifratura 103040 e “dopo aver fatto alcune piccole modifiche al testo” che poi von Eckhardt avrebbe presentato al presidente messicano Carranza. Se Hall avesse potuto avere la versione “messicana” del telegramma Zimmermann, i tedeschi avrebbero supposto che fosse stato reso pubblico dal governo messicano, e che non era stato intercettato dagli inglesi. Hall contattò un agente inglese in Messico, il signor H., che a sua volta s’infiltrò nell’ufficio telegrafico messicano. Il signor H. poté ottenere così la versione messicana del telegramma di Zimmermann. Hall consegnò tale versione del telegramma ad Arthur Balfour, il segretario agli Esteri inglese, che il 23 febbraio convocò l’ambasciatore statunitense a Londra Walter Page per consegnargli il telegramma di Zimmermann. Il 25 febbraio, il presidente Wilson ebbe la ‘prova eloquente’, come disse, che la Germania incoraggiava un’aggressione agli USA. Il telegramma, in realtà, affermava che il Messico avrebbe dichiarato guerra agli USA solo se questi avessero dichiarato guerra alla Germania. Ciò avrebbe giustificato l’intervento degli USA nella Prima guerra mondiale? Infatti il telegramma di Zimmermann viene citato come il casus belli della guerra tra USA e Germania imperiale. Ma, infine, il Messico sarebbe mai stato un serio nemico per gli Stati Uniti? Il Messico era preda da anni di una feroce guerra civile, non poteva costituire una qualsiasi seria minaccia per gli USA, e Berlino avrebbe dovuto saperlo. Il presidente messicano Venustiano Carranza assegnò a un generale il compito di valutare la fattibilità di un’aggressione agli USA, ma il generale concluse che non sarebbe stato possibile per i seguenti motivi:
- gli Stati Uniti erano militarmente molto più forti del Messico.
- le promesse della Germania erano ritenute appunto soltanto tali. Il Messico non poteva utilizzare alcun “generoso sostegno finanziario” per acquistare armi e munizioni, per la semplice ragione che poteva comprarli solo negli Stati Uniti, mentre la Germania non poteva inviare alcunché in Messico dato che la Royal Navy, ed eventualmente l’US Navy, controllava le rotte atlantiche.
- infine, il Messico aveva adottato una politica di cooperazione con Argentina, Brasile e Cile per evitare un qualsiasi contrasto con gli Stati Uniti e migliorare le relazioni regionali.
Comunque il telegramma fu reso pubblico, ma stampa e parte del governo degli Stati Uniti lo ritennero una bufala ideata dagli inglesi per coinvolgere gli USA nella guerra. Tuttavia, Zimmermann, in modo sbalorditivo, ne ammise pubblicamente la paternità, dicendo a una conferenza stampa a Berlino che semplicemente “non posso negarlo. E’ vero”. La Germania poteva benissimo dire che il “telegramma Zimmermann” era un falso, approfondendo così i gravi dubbi sulla faccenda espressi negli USA, dove l’opinione pubblica era poco restia a partecipare alla Grande Guerra. Perché allora Zimmerman confessò di averlo inviato?
Nell’ottobre 2005, venne scoperto il presunto dattiloscritto originale della decifratura del telegramma Zimmermann, “scoperto da uno storico rimasto ignoto” che lavorava su un testo ufficiale della storia del Government Communications Headquarters (GCHQ), il servizio segreto elettronico inglese. Si riteneva che tale documento sia il telegramma mostrato all’ambasciatore Page nel 1917. Molti documenti segreti relativi a tale incidente furono distrutti su ordine dell’ammiraglio Reginald Hall. Certo, tutto ciò suscita un sospetto: in realtà si sa cosa ha scritto Zimmermann (Kemnitz), ma non è noto cosa avessero di certo mostrato gli inglesi ai diplomatici e al presidente degli USA.
In Germania, le indagini su come gli statunitensi avessero ottenuto il telegramma Zimmermann portarono a credere che fosse stato violato in Messico, proprio come previsto dall’intelligence inglese. Quindi il presidente Wilson, che nel gennaio 1917 aveva detto che sarebbe stato un “crimine contro la civiltà” trascinare il suo popolo in guerra, il 2 aprile dello stesso 1917 affermò: “Consiglio che il Congresso dichiari che il recente corso del governo imperiale non sia in realtà nient’altro che una guerra contro il governo e il popolo degli Stati Uniti, e di accettare formalmente lo status di belligerante cui siamo stati così spinti”.
La diplomazia inglese (così come la sua propaganda nera) cercarono ostinatamente di convincere il presidente Wilson ad abbandonare la promessa di neutralità fatta nella sua campagna elettorale per le presidenziali del 1916, e di entrare in guerra a fianco degli Alleati, ma come affermò la storica statunitense Barbara Tuchman, “Una sola mossa della Sala 40 era riuscita laddove tre anni d’intensa diplomazia avevano fallito”.Unit7_map_Zimmerman_300g80Alessandro Lattanzio, 3/1/2014

Note:
1) “Gli inglesi contarono 1198 vittime, tra cui 123 statunitensi, mentre in realtà i morti furono 1201; vennero infatti omessi i corpi dei tre tedeschi inviati sul Lusitania dall’attaché militare tedesco a Washington di allora, von Papen, per fotografare eventuali materiali sospetti. I tre furono scoperti e tenuti a bordo come prigionieri. In seguito, il segretario personale del presidente Wilson, Joseph Tumulty, fece credere a Washington che le spie fossero in possesso di un ordigno esplosivo, mentre invece si trattava della macchina fotografica”.

Fonti:
The Telegram that brought US into Great War is found, Ben Fenton
The Zimmermann Telegram, Joseph C. Goulden
The Zimmermann Telegram, Barbara Tuchman

Come la NSA spia le telecomunicazioni dell’America Latina

Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation, 26.10.2013

NSA_CHIEF_AP-thumb-570x321-123773Grazie ai documenti forniti dall’informatore della National Security Agency (NSA) Edward Snowden, le attività di un ramo poco noto della comunità d’intelligence degli Stati Uniti, il Servizio di Raccolta Speciale (SCS), diventano sempre più note. Un’organizzazione ibrida composta per lo più personale della NSA, ma anche della Central Intelligence Agency (CIA), il SCS, noto come F6 nella NSA, ha sede a Beltsville, Maryland. La sede del SCS, in un edificio per uffici con le iniziali “CSSG”, è adiacente al Servizio Diplomatico delle Telecomunicazioni del dipartimento di Stato (DTS). Un cavo sotterraneo corre tra i due edifici, permettendo al SCS di comunicare in sicurezza con le postazioni di ascolto clandestine della NSA, create nelle ambasciate USA in tutto il mondo. Queste “stazioni estere” della NSA, note anche come “Elementi di raccolta speciale” e “Unità di raccolta speciali” si trovano nelle ambasciate USA da Brasilia a Città del Messico, da New Delhi a Tokyo… Come sappiamo dai documenti di Snowden, il SCS inoltre è riuscito a infiltrare le comunicazioni via Internet e cellulare, e le infrastrutture delle telecomunicazioni su rete fissa di un certo numero di nazioni, specialmente quelle dell’America Latina. Collabora con il SCS è il Communications Security Establishment del Canada (CSEC), il “Quinto Occhio” dell’agenzia partner della NSA, nell’intercettazione di obiettivi particolari, come ad esempio il ministero delle Miniere e dell’Energia del Brasile. Per molti anni, nell’ambito di un’operazione denominata Pilgrim, il CSEC teneva sotto controllo le reti delle telecomunicazioni di Caraibi-America Latina con le stazioni estere nelle ambasciate e nelle alte commissioni canadesi dell’emisfero occidentale. Queste strutture avevano nomi in codice come Cornflower per Città del Messico, Artichoke per Caracas, ed Egret per Kingston, Giamaica.
La capillare raccolta della NSA di dati digitali dalle linee in fibra ottica, dagli Internet Service Provider, dagli switch delle rete per telecomunicazioni aziendali e dai sistemi cellulari in America Latina, non sarebbe stata possibile senza la presenza di agenti dell’intelligence nelle società per  telecomunicazioni e altri fornitori di servizi di rete. Tra i Cinque Occhi della Signals Intelligence (SIGINT) di Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Canada e Nuova Zelanda tale cooperazione nella  condivisione con le aziende commerciali era relativamente facile. Cooperando con le rispettive agenzie SIGINT delle loro nazioni, favorirono vantaggi ed evitarono rappresaglie da parte dei rispettivi governi. Negli Stati Uniti, la NSA gode della collaborazione di Microsoft, AT&T, Yahoo, Google, Facebook, Twitter, Apple, Verizon ed altri nell’analizzare la massa di metadati raccolta dal programma PRISM. Il Government Communications Headquarters della Gran Bretagna (GCHQ) ha assicurato la collaborazione di British Telecom, Vodafone e Verizon. Il CSEC del Canada ha rapporti con aziende come Rogers Wireless e Bell Aliant, mentre il Defense Signals Directorate dell’Australia (DSD), può contare su un flusso costante di dati provenienti da aziende come Macquarie Telecom e Optus. E’ inconcepibile che la raccolta di 70 milioni di intercettazioni delle comunicazioni della NSA, tra telefonate e messaggi di testo francesi, in un solo mese, sia stata possibile senza avere proprie agenti collocati negli staff tecnici delle due società di telecomunicazioni francesi prese di mira: l’Internet Service Provider Wanadoo e la ditta per telecomunicazioni Alcatel-Lucent. È anche improbabile che l’intelligence francese non fosse a conoscenza delle attività della NSA e del SCS in Francia. Allo stesso modo, è improbabile che l’intercettazione della NSA delle reti di telecomunicazioni tedesche non fosse nota alle autorità tedesche, soprattutto da quando il Bundesnachrichtendiesnt (BND), il Servizio federale dell’intelligence della Germania aveva fornito i due programmi per l’intercettazione delle telecomunicazioni Veras e Mira-4 e i dati raccolti, in cambio dell’accesso del BND alle intercettazioni SIGINT delle comunicazioni tedesche contenute nel database della NSA noto come Xkeyscore. NSA e BND ancor più certamente hanno agenti inseriti nella società di telecomunicazioni tedesca Deutsche Telekom. Dati classificati del GCHQ confermano l’uso di prodotti e personale di supporto nell’infiltrare la rete BELGACOM in Belgio. Una pagina sul piano d’infiltrazione Merion Zeta della rete classificata descrive il funzionamento del GCHQ: “L’accesso all’Internal CNE (Network Certified Engineer) continua a espandersi, avvicinandosi nell’accedere al fondamentale router GRX (General Radio Packet Services (GPRS) Roaming Exchange), attualmente su host con accesso”. Un’altra pagina rivela l’obiettivo dell’infiltrazione del router centrale di BELGACOM: “puntare sul roaming che utilizza smart phones”.
Nei Paesi in cui la NSA e i suoi partner non hanno un’alleanza formale con le autorità nazionali d’intelligence, elementi della Fonte per Operazioni Speciali della NSA (SSO) e unità per le Operazioni di Accesso Mirate (TAO) operano per il SCS e i suoi partner della CIA infiltrando agenti negli staff tecnici delle aziende di telecomunicazioni o facendoli reclutare come lavoratori dipendenti, in particolare quando si tratta di amministratori di sistema, assumendoli come consulenti o acquisendo dei dipendenti con denaro o altri favori, o ricattandoli con imbarazzanti informazioni personali. Le informazioni personali che possono essere utilizzate nei ricatti, vengono raccolte dalla NSA e dai suoi partner con messaggi di testo, ricerche web, visite ai siti web, rubriche ed elenchi di webmail, ed altre comunicazioni mirate. Le operazioni SIGINT del SCS s’incontrano con l’HUMINT, o “intelligence umana”. In alcuni Paesi come l’Afghanistan, la penetrazione della rete cellulare GSM Roshan è facilitata dalla grande presenza di militari e servizi segreti di Stati Uniti ed alleati. In Paesi come gli Emirati Arabi Uniti, l’infiltrazione della rete mobile satellitare Thuraya è facilitata dal fatto che la grande azienda della difesa degli Stati Uniti, Boeing, ha installato la rete.  Boeing è anche un’importante azienda della NSA. Quest’interfaccia SIGINT/HUMINT è apparsa  con i dispositivi d’intercettazione clandestini immessi su fax e computer di varie missioni diplomatiche a New York e Washington DC. Invece di irrompere nelle strutture diplomatiche sotto la copertura delle tenebre, il metodo utilizzato dalle squadre operative dalla “borsa nera” del SCS  ottiene assai facilmente l’ingresso a tali impianti, con il di supporto tecnico del personale delle telecomunicazioni o di appaltatori a contratto. Il SCS ha collocato con successo dispositivi di intercettazione nei servizi dai seguenti nomi in codice: missione europea delle Nazioni Unite (Perdido/Apalachee); l’ambasciata italiana a Washington (Bruneau/Hemlock); la missione francese all’ONU (Blackfoot), la missione greca alle nazioni unite (Powell); l’ambasciata francese a Washington DC (Wabash/Magothy); l’ambasciata greca a Washington DC (Klondyke); la missione brasiliana all’ONU (Pocomoke) e l’ambasciata brasiliana a Washington DC (Kateel).
Il Designatore per la Signals Intelligence “US3273” Silverzephyr della NSA, è l’unità di raccolta del SCS situata nell’ambasciata statunitense a Brasilia, capitale del Brasile. Oltre a sorvegliare le reti di telecomunicazioni del Brasile, Silverzephyr può anche monitorare via satellite (FORNSAT) le trasmissioni dell’ambasciata e possibilmente altre unità clandestine operanti al di fuori della copertura diplomatica ufficiale su territorio brasiliano. Un tale punto di accesso alla rete clandestina si trova nei documenti forniti da Snowden, il cui nome in codice è Steelknight. Vi sono circa 62 simili unità del SCS che operano da altre ambasciate e missioni degli Stati Uniti in tutto il mondo, tra cui New Delhi, Pechino, Mosca, Nairobi, Cairo, Baghdad, Kabul, Caracas, Bogotà, San Jose, Città del Messico e Bangkok. E’ attraverso l’infiltrazione clandestina delle reti del Brasile, utilizzando una combinazione di mezzi tecnici SIGINT e HUMINT, che la NSA poteva ascoltare e leggere le comunicazioni della Presidentessa Dilma Rousseff e dei suoi consiglieri e ministri del Governo, tra cui il ministro delle Miniere e dell’Energia. Le operazioni d’intercettazione nei confronti di questi ultimi sono state delegate al CSEC, progetto Olympia era il nome in codice per l’infiltrazione del ministero delle Miniere e dell’Energia, così come della compagnia petrolifera di Stato Petrobras.
Le operazioni della NSA Rampart, Dishfire e Scimitar si rivolgevano specificamente alle comunicazioni personali dei capi di governo e di Stato come Rousseff, il presidente russo Vladimir Putin, il presidente cinese Xi Jinping, il presidente ecuadoriano Rafael Correa, il presidente iraniano Hasan Rouhani, il presidente boliviano Evo Morales, il primo ministro Turco Recep Tayyip Erdogan, il primo ministro indiano Manmohan Singh, il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta e il presidente venezuelano Nicolas Maduro, tra gli altri. Un’unità speciale SIGINT della NSA, il “Mexico Leadership Team”, ha in modo simile infiltrato la Telmex e la Satmex del Messico per poter condurre la sorveglianza delle comunicazioni private dell’attuale presidente Enrique Peña Nieto e del suo predecessore Felipe Calderon, nell’operazione dal nome in codice Flatliquid. La sorveglianza della NSA della Segreteria della pubblica sicurezza messicana aveva il nome in codice Whitetamale, e doveva utilizzare collaboratori interni, in considerazione del fatto che a un certo livello, i funzionari della sicurezza messicana usano metodi di comunicazione criptati. Il SCS certamente richiede insider ben piazzati per monitorare le comunicazioni delle reti cellulari messicane, nel piano segreto dal nome in codice Eveningeasel. Mentre vi è un certo numero di correzioni tecniche e contromisure che possono contrastare la NSA e i Cinque Occhi nelle sorveglianza delle comunicazioni governative e aziendali, la semplice valutazione della minaccia e della vulnerabilità che si concentra sul personale e sulla sicurezza fisica, sono la prima linea di difesa contro le orecchie e gli occhi intrusivi del “Grande Fratello” USA.

nsa_the_world_by_kelevra2k9-650x406La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rosneft diventa la prima società petrolifera mondiale

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire, Città del Messico (Messico) 12 novembre 2012

Dopo aver acquistato la maggior parte di Jukos ed essere entrata in una joint venture con Exxon-Mobil per l’estrazione di petrolio nel Mar Nero, la Rosneft ha assorbito la TNK-BP. In tal modo, la Russia, che controlla la Gazprom, la prima società gasifera del mondo, acquisisce anche la prima azienda petrolifera del mondo. L’analista Alfredo Jalife-Rahme confronta la strategia nazionale di Vladimir Putin con la logica mercantile liberale che prevale nel suo paese, il Messico, un parallelo che è un esempio.

Il petrolio resta sempre la materia prima geostrategica per eccellenza del pianeta, e sarebbe un grave errore analizzare la sua acquisizione da parte dello Stato in una prospettiva puramente mercantilista: ciò che è in gioco è la sicurezza energetica dei paesi produttori. Se gli Stati Uniti, i principali acquirenti di petrolio messicano, ammettono che il petrolio è strategico, è inconcepibile che i paesi venditori non prendano in considerazione ciò. Eppure è qui che è stato commesso il peccato mortale dei dirigenti formatisi all’ITAM (Istituto Tecnologico Autonomo del Messico) in Messico, dimostrando una patetica ignoranza geopolitica; la questione non è privatizzare o nazionalizzare, termini variabili che hanno un significato spesso superficiale, sia negli Stati Uniti che in Messico, ma di concentrarsi su chi controlla le materie prime di importanza geostrategica in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, le aziende private degli idrocarburi, come Exxon-Mobil, fanno parte dell’ampio sistema di sicurezza nazionale ed internazionale, in Messico non vi è alcuna garanzia a questo proposito, nel caso delle imprese private a capitale straniero o nazionale operanti in Messico e spesso soggetti al credito di Wall Street, che trucca ai dadi e mette a repentaglio la sicurezza nazionale, dal momento che nessun controllo effettivo può essere esercitato su di essi: nel quadro della deregolamentazione finanziaria generale, il loro finanziamento diventa casuale. [1]
Il Messico neoliberista “educato” dall’ITAM è l’eccezione, dal momento che le grandi potenze recuperano le loro risorse petrolifere perse con una vasta ri-nazionalizzazione e de-privatizzazione: come nel caso della riorganizzazione del portfolio della Rosneft in Russia, subito dopo quella della leggendaria BP inglese, simbolo dell’indipendenza inglese. Il sito geopolitico StratRisks della Florida, ha detto che Rosneft ha sostituito Exxon-Mobil al primo posto della produzione mondiale, dopo l’acquisizione della TNK-BP (joint venture costituita da oligarchi russi e britannici, condensata nell’azienda AAR). TNK-BP era tra le prime 10 compagnie petrolifere private più grandi al mondo, e nel 2010 ha prodotto 1,74 milioni di barili al giorno dai suoi siti attivi in Russia e Ucraina. Putin ritiene che l’operazione, dalla portata senza precedenti, consentirà la produzione di più di 4 milioni di barili al giorno. Parlando delle tribolazioni della TNK-BP, già una volta una multinazionale privata, il suo riscatto dalla Rosneft è stata una ri-nazionalizzazione e de-privatizzazione in due fasi: in primo luogo la “Rosneft acquisisce il 50% di TNK-BP con un’alleanza strategica (joint venture) con la BP, in cambio di contanti e azioni della Rosneft per un importo di 27 milioni di dollari, assegnando il 19,75% di BP alla Rosneft“. In una seconda fase, “gli oligarchi dell’AAR otterrebbero 28 miliardi dollari (in contanti) per la metà della co-proprietà della TNK-BP, anche se l’accordo non è stato ancora concluso.” E l’impresa statala (sic) Rosneft erogherà 55 miliardi dollari per averne la maggioranza, con una minoranza della BP, società privata (sic) la cui posizione è di molto ridotta: si tratta proprio di una de-privatizzazione, concomitante con la ri-nazionalizzazione della Rosneft.
Per StratRisks, si tratta realmente di una nazionalizzazione: Putin ha saputo creare un gigante petrolifero nazionale che gli permetterà di attuare il suo piano per rafforzare l’influenza russa nel mondo attraverso il controllo dei fabbisogni energetici degli altri paesi. In questo nuovo quadro, Rosneft sarà in grado di estrarre quasi la metà del petrolio prodotto in Russia, un cifra enorme se confrontata con l’Arabia Saudita: la Russia è una superpotenza energetica e nazionalizzando gradualmente le risorse, Putin rafforza il controllo sul fabbisogno europeo. Rimane un problema: la Russia non ha sufficiente know-how tecnologico nel settore degli idrocarburi, motivo per cui ha assicurato la permanenza della BP come azionista di minoranza, per non commettere l’errore dell’Arabia Saudita che aveva nazionalizzato il settore petrolifero nel 1980, quando produceva più di 10 milioni di barili al giorno, e che in cinque anni con l’Aramco (di proprietà statale) ha visto diminuire la sua produzione del 60%. Putin ritiene che la sua influenza a livello internazionale aumenterà dopo l’operazione della Rosneft. La sua mossa strategica aumenterà il prezzo del petrolio e porterà a un incredibile incremento del mercato dell’energia.
A mio parere, con le sue testate nucleari, Putin gioca scaltramente la sua carta petrolifera, mentre in Messico, la kakistrocrazia (“il governo del peggio”) dell’ITAM ha perso completamente la visione geostrategica del presidente Lázaro Cárdenas (che aveva espropriato e nazionalizzato tutte le risorse del sottosuolo, nel 1938). Quest’ultimo, un buon generale, aveva già  capito, 74 anni fa, il significato geostrategico degli idrocarburi. Si tratta si sapere, in ultima analisi, chi ha il controllo del petrolio messicano, in una prospettiva multidimensionale, e chi ne garantisce la disponibilità, quando lo Stato si allontanerà: ciò si chiama Sicurezza Nazionale. Cerchiamo di creare l’equivalente di una Televisa (conglomerato multimediale del Messico, il più grande in America Latina e nel mondo ispanico) con il petrolio messicano, che ci consegnerà ai suoi interessi totalitari? In Messico, il petrolio era nelle mani degli inglesi, con i risultati catastrofici che conosciamo, oltre al danno ambientale che abbiamo ereditato [dopo la marea nera causata dalla piattaforma petrolifera BP Deepwater Horizon nel 2010, il gruppo petrolifero del Regno Unito è in avanzate trattative con gli Stati Uniti per cedere i giacimenti petroliferi nel Golfo del Messico per 7 miliardi di dollari, scrive il Wall Street Journal. Ma altri gruppi hanno espresso interesse per le attività della BP, e un altro acquirente potrebbe emergere, afferma il giornale finanziario. Fonte: Le Figaro, 20 settembre 2012].
Il sito StratRisks sottolinea che l’Europa dipende dal petrolio e dal gas russo, e che la manovra di Putin rafforza questa dipendenza, così come il potere della Russia; e ciò va dalla costruzione degli oleodotti fino a controllare il 40% della capacità di arricchimento dell’uranio complessiva. L’acquisizione delle due metà della TNK-BP da parte della Rosneft, una società statale, ne farà un Golia nel settore petrolifero globale, in modo che la Russia possa asfissiare controllando l’offerta, se decide un aumento dei prezzi. Secondo  StratRisks, con una eventuale adesione della Russia all’OPEC, il cartello petrolifero controllerebbe più della metà e la maggior parte delle riserve potenziali del mondo, e con tale influenza i paesi dell’OPEC potrebbero decidere a loro discrezione i prezzi che il resto del mondo dovrebbe semplicemente pagare. Non è così facile, ciò potrebbe portare a una guerra mondiale, ma non è neanche impossibile. In sintesi, secondo StratRisks, la Gazprom, la società gasifera russa, già controlla il gas europeo e la Rosneft il petrolio, potendo così strangolare la supremazia occidentale e aprendo la via ad un nuovo ordine mondiale guidato dalla Russia. Si tratta di geopolitica, ben lungi dall’animo da pezzente decorato dalla paccottiglia modernista che caratterizza il governo neoliberista messicano, che pretende di consegnare ad altri, e a occhi chiusi, il petrolio messicano, dimenticando che il petrolio e il potere, foneticamente simili, vanno profondamente assieme.

Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada (Messico)

[1] Cfr. La vulnerabilità finanziaria di Petrobras e la sua dipendenza da Wall Street e dalla City, nel nostro articolo su La Jornada del 24 ottobre 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio -  SitoAurora

USAID: destabilizzazione e spionaggio, pilastri della guerra globale

Un miliardo di dollari investiti annualmente in operazioni d’interferenza di USAID/CIA
Jean-Guy Allard, Mondialisation, 2 ottobre 2012, michelcollon.info

Gli Stati Uniti investono un miliardo di dollari, ogni anno, in operazioni “umanitarie” in America Latina e nei Caraibi attraverso la sua Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID), ha rivelato Mark Feierstein, direttore dell’agenzia dello stato nordamericano accusata di essere una facciata della dirigenza nordamericana. Feierstein, un impiegato federale con un passato legato alle attività d’interferenza, ha detto a Miami che Haiti, dove l’USAID ha compiuto attività controverse – Colombia, Messico, America Centrale e Perù sono nella “lista delle priorità” dell’organizzazione.

In un momento di eccessiva gioia celebrativa del “successo” di questa società controllata del Dipartimento di Stato, Feierstein ha apertamente dichiarato che “cinque milioni” saranno destinati  per la “democrazia” in Venezuela, quest’anno. Tuttavia, l’USAID si è ritirata dal paese per paura della legge per la difesa della sovranità e l’autodeterminazione politica nazionale. Questa legge vieta, dalla fine del 2010, i finanziamenti esteri ai partiti politici. Un “settore molto importante di questa agenzia è legato alla democrazia e ai programmi sviluppati per rafforzare le istituzioni nella maggior parte dei paesi della regione“, si giustifica, senza riferirsi alla violazione della legge. Nel caso del Venezuela, cinque milioni di dollari saranno stanziati all’assistenza tecnica per la “promozione e tutela della democrazia e dei diritti umani“, ha insistito Feierstein.

“Stratega” di un candidato assassino
Nel 2002, il capo regionale dell’USAID, specialista in interferenze, è stato lo stratega della campagna dell’ex presidente boliviano Gonzalo “Goni” Sánchez de Lozada e del suo Movimento rivoluzionario nazionalista (MNR). “Goni” è colui che ordinò un massacro durante la famosa “guerra del gas” nell’ottobre 2003. Risultato: 67 morti e 400 feriti, per lo più civili. Latitante fuggito dalla giustizia boliviana, ora vive negli Stati Uniti. Gli ideali di Feierstein sono così umanitari che è stato successivamente nominato, negli anni ’90, “Project Manager” in Nicaragua, nell’operazione del National Endowment for Democracy (NED), filiale dell’USAID; direttore per l’America Latina e i Caraibi del National Democratic Institute, un altro strumento di interferenza imperiale finanziato dall’USAID; e Consigliere speciale dell’ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS).
Lo stesso giorno della conferenza stampa dell’ufficiale statunitense, il presidente boliviano Evo Morales ha denunciato gli Stati Uniti che, attraverso l’USAID, spiano “la Bolivia e altri paesi dell’America Latina“. “Sono convinto che alcune ONG, in particolare quelle finanziate dall’USAID, siano la quinta colonna dello spionaggio, non solo in Bolivia, ma in tutta l’America Latina“, ha accusato Evo Morales nel corso di una conferenza stampa ad Oruro.

In Messico, il potenziale impatto sugli Stati Uniti
Per quanto riguarda Colombia e Messico, Feierstein ammette che la sua organizzazione “fornisce assistenza su questioni di sicurezza”, senza esplicitare. “In Messico, dice, la battaglia è contro il traffico di droga“, mentre in Colomba cerca “di consolidare i progressi in termini di sicurezza.” “Questi problemi sono diventati prioritari per l’USAID“, ha confessato Feierstein. In Messico, l’organismo degli Stati Uniti moltiplica le attività, “perché il potenziale impatto può essere importante per gli Stati Uniti, in caso di instabilità dovuta alle violenze criminali“. Non ha menzionato l’onnipresenza, nel paese azteco, confermata da queste stesse agenzie di sicurezza, di FBI, DEA e CIA… l’USAID destina circa 180 milioni dollari in Colombia e 50-60 milioni in Perù, Messico, Honduras e Guatemala, secondo il funzionario. “Siamo molto soddisfatti” per i progressi compiuti ad Haiti, ha detto, affermando che “nel campo della produzione agricola, l’USAID ha lavorato con gli agricoltori” (sic). L’USAID “potrebbe raddoppiare o addirittura triplicare la produzione degli ultimi due anni.” Ha mostrato grande entusiasmo per un parco industriale che sarà avviato nel nord di Haiti da società statunitensi. Tuttavia, evita di ricordare che l’USAID, prima e dopo il terremoto, ha organizzato, diretto e finanziato diverse organizzazioni politiche del paese, in coordinamento con il Dipartimento di Stato e in parallelo alla presenza di 10000 uomini del Comando Sul del Pentagono.  L’USAID ha anche giocato un ruolo chiave nel rovesciamento del presidente Jean-Bertrand Aristide, nel 2004.
A Cuba, dove l’USAID spende i suoi milioni in operazioni di destabilizzazione che affida ad imprenditori, i fondi sono distribuiti da Mark Lopes, vice amministratore e “rappresentante personale” del senatore cubano-statunitense Bob Menendez, degno esponente della mafia cubano-americana del Campidoglio di Washington, complice di tutte le “iniziative” legislative ostili a Cuba e Venezuela. Negli ultimi anni è stata segnalata, nell’America Latina, la presenza dell’USAID in Bolivia, Brasile, Colombia, Cuba, Ecuador, Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama, Perù, Repubblica Dominicana e Venezuela. In molte occasioni, è stato dimostrato che l’USAID oltre a fornire una copertura ai funzionari della CIA, ha reclutato, addestrato e finanziato elementi che si sono poi dimostrati agenti al servizio degli interessi degli Stati Uniti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio –  SitoAurora

Un G-20 in via di balcanizzazione

Alfredo Jalife-Rahme Réseau Voltaire, Città del Messico (Messico) 23 giugno 2012

Gli incontri continuano ad alta velocità, per i leader mondiali. Dopo il vertice della NATO e del G8 a Chicago e poco prima del Vertice della Terra di Rio, poi il vertice UE a Bruxelles a fine mese, Alfredo Jalife analizza la riunione del G20 che ha appena avuto luogo in Messico. Secondo lui il 2012 è un anno di transizione e le contraddizioni che attraversano questo governo economico mondiale sono troppo grandi per aspettarsi delle decisioni spettacolari. All’ombra delle piramidi messicane, è sugli incontri bilaterali che ci invita a volgere il nostro sguardo.
 
Ecco i programmi elettorali degli Stati Uniti e della Cina fronteggiare la crisi dell’area dell’euro, che diffonde l’infezione fino al cuore della riunione del G20 a Los Cabos. Obama, la cui rielezione è incerta, è paralizzato e non può prendere decisioni forti al G20, che soffre di acefalia cronica, tanto più che lo stesso ospite, il Messico, non ha più peso, né locale, né regionale né globale.
Per il presidente uscente Hu Jintao, il vertice è solo una formalità, e sarà il suo successore designato Xi Jinping, che adotterà le decisioni pertinenti al prossimo vertice del G-20, l’anno prossimo a Mosca. Non sarà la Cina che salverà dalla loro grave situazione finanziaria gli Stati Uniti e l’Europa. Delle tre superpotenze, l’unico che ha le mani libere è il presidente russo Vladimir Putin. La Francia ha definito la sua nuova direzione con il socialista François Hollande e il suo accattivante slogan “crescita senza austerità”, mentre la cancelliera Angela Merkel sta cercando, contro ogni previsione, di mantenere la disciplina fiscale e l’austerità, da cui si allontana perfino il presidente Obama.
Il G-20 è il gruppo eteroclito dei primi 20 PIL del mondo, con due eccezioni eclatanti, Spagna e Iran; si tratta, da un punto di vista economico, di combinare il G-7, in declino e paralizzato dai debiti, con i paesi BRIC, dai risparmi elevati e poco indebitati. In termini geopolitici, il G-20 sarebbe un “G-12″ fratturato (G-7 + i cinque BRICS), cui si aggiungono i loro rispettivi alleati. Solo tre paesi latino-americani vi sono inclusi: Brasile, Messico e Argentina.
La posizione violentemente ostile del presidente Calderon, che a quanto pare voleva diventare il direttore della compagnia petrolifera spagnola Repsol, alla nazionalizzazione della medesima compagnia petrolifera predatrice in Argentina, ha evidenziato la sottomissione del suo paese verso gli Stati Uniti, all’unisono con il suo antagonismo dichiarato verso i BRICS. L’ombra delle fratture perseguita Calderon a tutti i livelli. Qui ci sono altre fratture che interessano l’anatomia del G-20: tra il G-7 e i BRICS, i cui interessi si scontrano in Siria e Iran, tra il Sud America (Argentina e Brasile) e il Messico di Calderon, docile verso la Spagna e Stati Uniti.
I media occidentali sono piuttosto scettici circa i risultati di questo vertice, la cui agenda è stata disturbata dalla crisi in Europa, con Angela Merkel che si è ritrovata sotto la pressione congiunta di Stati Uniti, Gran Bretagna e della nuova presidenza socialista della Francia. Questa crisi non è priva d’importanza per il resto del mondo, ma è comunque una questione interna all’eurocentrismo di uno o dell’altro; e tutti sanno oramai del verdetto greco sul dra(c)mma del suo destino.
Non c’è coesione nell’area dell’euro, e Angela Merkel ha criticato la linea economica francese con un insolito attacco verbale verso Francois Hollande [1]. Il governo francese ha smentito la creazione di un fronte comune con l’Italia e la Spagna contro la Germania, ma ciò che ha infastidito Angela Merkel al massimo, è l’incontro del presidente francese con l’opposizione tedesca di centro-sinistra, piuttosto tentata dal progetto della “crescita senza austerità”.
La Cina è stata avvertita sulla possibilità di una uscita dall’area dell’euro della Grecia [2]. Il G-20 si trova in stato catatonico, nel migliore dei casi, o peggiore, si catapulta nella balcanizzazione fatale. In ogni caso, la cosa più importante, credo, è il successo sul piano bilaterale, a margine del vertice: gli scambi tra Obama e Putin, e tra Obama e Hu Jintao.
L’agenzia Xinhua (06/15/12) ha rivelato che Putin aveva programmato di incontrare Obama: è stato il primo incontro da quando Putin è tornato al Cremlino il mese scorso, ed “è probabile che firmerà degli accordi importanti“. Infatti, The Economist (16/6/12), che soffre di Putinofobia ed è il portavoce dei globalisti neoliberali, è assai critico verso questo incontro. Si potrebbe pensare che vorrebbero una guerra mondiale, apparentemente per ripulire le loro finanze. Questo incontro è stato il culmine del vertice. Nonostante la grave collisione tra Stati Uniti e Russia sul conflitto interno siriano, la disputa nucleare iraniana e il dispiegamento di una presunta “difesa missilistica” ai confini della Russia, non è improbabile che entrambi i paesi delineino le rispettive sfere di influenza nel Grande Medio Oriente. Oggi vediamo la NATO (che include il G-7, tranne il Giappone) e il gruppo di Shanghai lottare per definire le loro nuove frontiere vicino-orientali.
La Germania è sulla difensiva di fronte alle pressioni degli Stati Uniti, e secondo Xinhua, voleva che il vertice “andasse oltre la questione del debito europeo, e considerasse il problema del recupero e della crescita economica su scala globale“, il che significa porre rimedio al “triste stato della finanza degli Stati Uniti“. Gli Stati Uniti cercano di imporre il tema della crisi europea, forse per evitare di essere pubblicamente svergognati per la mancata attuazione della riforma finanziaria globale che la Russia difende, e che era stata decisa al precedente vertice di Cannes.
La presidentessa del Brasile Dilma Rousseff ha avvertito che “il mondo non deve aspettarsi che le economie emergenti regolino da sole il problema della crisi globale.” Riuscirà a convincere Calderon?
Uno degli architetti del “modello G-20″, l’ex Primo Ministro britannico Gordon Brown, sostiene che “la crisi europea non è di uno solo, ma è la crisi di tutti” [3] e aggiunge che se il G-20 non riesce a coordinare presto un piano d’azione globale concertato, “saremo di fronte a un rallentamento globale, che avrà un impatto sulle elezioni presidenziali americane e sulla transizione verso un ruolo di leadership mondiale della Cina“. Concludendo: “questa è l’ultima possibilità“. Certo, una crisi globale farebbe male a Obama, ma sembra esagerato menzionare la Cina in questo contesto, a meno che la perfida Albione non abbia un asso turbolento nella manica. Gordon Brown riteneva che non fosse necessario ai membri del G-20 “lasciare il Messico senza accettare di sostenere un grande progetto per salvare l’Europa, e per fermare il contagio.” La drammaticità delle sue dichiarazioni è dovuta soprattutto alla delicata situazione in Gran Bretagna, perché nella sua semiotica decostruttiva, “salvataggio” del mondo significa probabilmente semplicemente quello della Gran Bretagna. Infatti, David Cameron soffre di una grave infezione, causata dai suoi osceni legami con il pestilenziale oligarca Murdoch, e ne è talmente scosso che ha dimenticato la sua bambina di otto anni in un bar.
Quindi l’anglosfera insolvente drammatizza. James Haley, direttore del programma di economia globale CIGI (un think tank del Canada) rincara, dicendo che le sfide a breve termine del G-20 sono immense, e che bisogna “preservare il sistema del commercio internazionale e dei pagamenti degli ultimi 65 anni“. La situazione è così tragica? Questo è il momento peggiore, e il posto peggiore, per un vertice del G-20: il giorno dopo le elezioni greche, con Obama in uno stato catatonico e un paese ospite impotente. Quali decisioni possono essere prese con una tale frattura all’interno del G-20?
China Daily (16/6/12) riassume la situazione così: “si tratta di spegnere le fiamme dell’economia globale“. Il problema è che alcuni (seguite il mio sguardo), nel G-20 sono più piromani che vigili del fuoco.

[1] Reuters/Global Times, 16/6/12
[2] ChinaDaily, 15/6/12
[3] Reuters, 15/6/12

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 281 follower