L’accordo sul nucleare iraniano potrebbe cambiare l’equilibrio di potere in Medio Oriente

Andrej Iljashenko, RIR, 27 novembre 2013
reporters-visit-Bushehr-Nuclear-Plant1Nel vertice a Ginevra, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania (noto come P5+1) hanno raggiunto un accordo con l’Iran, secondo cui la Repubblica islamica ferma l’arricchimento dell’uranio oltre il 5 per cento di purezza e cede le sue scorte di uranio arricchito al 20 percento, diluendolo a meno del 5 per cento. Inoltre, gli impianti nucleari del Paese di Fordo e Natanz saranno sotto il controllo dell’AIEA, mentre la costruzione di un reattore ad acqua pesante presso Arak, in grado di produrre plutonio, verrà interrotta. In cambio, il gruppo P5+1, o per essere più precisi, gli Stati Uniti e l’Unione europea, hanno deciso di eliminare parte delle sanzioni contro l’Iran. Questo permetterà all’Iran di riprendere limitate relazioni commerciali con gli Stati Uniti nei settori del petrolio e del gas, petrolchimico e automobilistico, nonché nel commercio di oro e metalli preziosi. Il beneficio risultante per l’Iran ammonterà a 5-7 miliardi di dollari di dollari. Tuttavia, questo accordo non è solo una questione di soldi. Il gruppo P5+1 ha presentato la richiesta che l’Iran spenga e smantelli le centrifughe già operative. Questa ed altre disposizioni dell’accordo permettono all’Iran di affermare che la sua richiesta principale, il riconoscimento del diritto di arricchire l’uranio, è stata accolta. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha dato la seguente chiara sintesi dell’essenza del compromesso: “Questo patto significa che siamo d’accordo che sia necessario riconoscere il diritto dell’Iran all’atomo pacifico, compreso il diritto all’arricchimento, a condizione che le questioni che rimangono sul programma nucleare iraniano e il programma stesso vengano sottoposti allo stretto controllo dell’AIEA. Questo è l’obiettivo finale, ma è già stato impostato nel documento di oggi“.
Gli oppositori all’accordo insistono sul fatto che l’Iran così mantiene il potenziale per creare un’arma nucleare. Tutta la sua infrastruttura di arricchimento dell’uranio rimane intatta. Un deluso primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha detto: “Sottolineo: l’accordo non prevede l’eliminazione di una singola centrifuga“. Molti esperti hanno già osservato che una grande infrastruttura nucleare come quella dell’Iran, che consiste in circa 17000 centrifughe per l’arricchimento, è necessaria a un Paese con 12-15 centrali nucleari operative da rifornire con barre di combustibile. Tuttavia, finora l’Iran ha una sola centrale nucleare, a Bushehr, che riceve il combustibile dalla Russia. Gli iraniani attraversano un momento difficile cercando di spiegare perché abbiano bisogno di tante centrifughe, ma sono pronti a qualsiasi forma di controllo, tra cui videocamere, rivelatori e ispezioni improvvise. Anche la volontà degli Stati Uniti di accettare l’accordo richiede qualche spiegazione. Perché l’atteggiamento del Paese sul programma nucleare iraniano ha subito un cambiamento così repentino? Perché i diplomatici statunitensi erano impegnati in colloqui segreti con l’Iran da quasi un anno? Dopo più di 30 anni di ostilità, perché Washington ha deciso di cedere su alcune richieste? Certo, Mahmud Ahmadinejad è stato sostituito da Hassan Ruhani, ma il presidente iraniano in effetti non è altro che il capo del governo. Tutte le questioni di principio sono decise dall’Ayatollah Khamenei, leader spirituale e supremo dell’Iran, e là, nulla è cambiato. La risposta può avere più a che fare con la politica interna statunitense che con l’Iran.
Nei primi anni ’70, gli Stati Uniti subirono una sconfitta devastante in Vietnam. Poi lo scandalo Watergate costrinse il presidente Richard Nixon a dimettersi sotto la minaccia dell’impeachment. Fu  in quel momento, mettendo da parte tutti i sentimentalismi, che gli Stati Uniti compirono un avvicinamento senza precedenti nei rapporti con la Cina comunista. Oggi, gli Stati Uniti subiscono fallimenti in Iraq e Afghanistan e affrontano la sfida della primavera araba ed alleati che vorrebbero trascinarli nelle operazioni militari in Libia e Siria, obiettivi che sarebbero difficili da comunicare ai cittadini statunitensi. Il momento può essere giusto per un impegno degli Stati Uniti con l’Iran,  pronto a combattere per la leadership in Medio Oriente contro le monarchie petrolifere del Golfo. Tale mossa potrebbe riportare l’equilibrio di potere in Medio Oriente nella situazione precedente la rivoluzione del 1979, quando l’Iran faceva da contrappeso all’Arabia Saudita.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Grande Gioco sul Gas della Siria

Gulshan Dietl IDSA 9 settembre 2013
pers2_13_gasAnche se molto è stato scritto sugli attori regionali e globali che perseguono i loro spietati obiettivi in Siria, un sotto-complotto nel dramma è rimasto relativamente inesplorato. Si tratta del gas e delle sue rotte, dalla produzione al mercato. Gli ultimi cinque anni hanno visto la scoperta di immensi giacimenti energetici nel Mediterraneo orientale; nel bacino del Levante lungo le rive di Siria, Libano, Israele, Gaza e Cipro e il bacino del Nilo, nel nord dell’Egitto. Secondo le indagini geologiche preliminari, il Levante contiene 3.500 miliardi di metri cubi (tcm) di gas e 1,7 miliardi di barili (bb) di petrolio. Il bacino del Nilo contiene 6 tcm di gas e 1,8 bb di petrolio. La miniera d’oro energetica ha prevedibilmente istigato l’assalto della competizione per le risorse e il loro trasporto verso i clienti favoriti. Dopo tutto, il controllo e l’accesso alle risorse naturali sono fattori fondamentali di gran parte della geopolitica. Strade, ferrovie, porti come anche oleodotti e gasdotti, sono gli ambiti oggetti dei potenti. Il petrolio e il gas hanno meriti di tre tipi: come bene interno, come possessori e come trasportatori di quel bene.
Solo la Siria avrebbe scoperto giacimenti di gas accertati per 284 miliardi di metri cubi, di petrolio per 2,5 bb e di scisto per 50 miliardi di tonnellate, con la possibilità di altre scoperte. I livelli di produzione sono, tuttavia, drasticamente in calo. Il livello pre-insurrezionale di estrazione del petrolio era di 380.000 barili al giorno (bd), scesi a solo 20.000 bd, con un calo di circa il 95%. Secondo alcune stime, la produzione di gas naturale s’è dimezzata, arrivando a 15 milioni di metri cubi (mcm). Molto gas viene utilizzato per la reiniezione nei campi petroliferi, per migliorarne il recupero. La rivolta ha sconvolto non solo la produzione, ma ha anche provocato il ritiro di produttori e finanziatori stranieri. Quasi tutto il petrolio siriano veniva esportato verso l’Unione europea (UE). Le vendite sono giunte a un punto morto dopo che l’Unione Europea (UE) ha imposto l’embargo sul petrolio siriano nel dicembre 2011. Infatti, nell’aprile di quest’anno, l’UE ha consentito le importazioni dalle zone controllate dai ribelli, purché fossero approvate dalla Coalizione nazionale siriana. Nel Paese non vi è stato alcun investimento in raffinerie, oleodotti o altre infrastrutture. Inoltre, vi è la costante paura dei sabotaggi da parte dei ribelli. Dato che il gasolio nel Paese è sovvenzionato a un prezzo inferiore a quello regionale, c’è sempre stato il contrabbando di petrolio, i cui livelli aumentano in modo allarmante.
Il 25 giugno 2011, un memorandum d’intesa è stato firmato nella città iraniana di Bushehr, per costruire un gasdotto dal giacimento di gas iraniano di Assaluyeh che, attraverso l’Iraq, arriva in Siria. Sarà costruito ad un costo di 10 miliardi di dollari, e la sua capacità prevista di 110 milioni di metri cubi al giorno è stata provvisoriamente allocata tra Iraq, Siria e Libano. E’ stato proposto di estenderlo alla Grecia attraverso una linea sottomarina e, da lì, ai mercati europei. Chiamata “Pipeline islamica”, doveva essere completata per l’esportazione di gas naturale liquefatto (GNL) dai porti siriani sul Mediterraneo. Latakia e Tartus sono due grandi porti siriani. La Russia ha affittato Tartus e vi ha costruito una base navale. In termini più realistici, il progetto non è ancora nato. Anche se il percorso siriano ha senso in una situazione normale, le circostanze politiche sono totalmente sfavorevoli al momento. Siria e Iran sono sotto sanzioni, che eliminano la possibilità di finanziamenti esterni. La guerra civile in Siria esclude la costruzione della pipeline per un lungo tratto e per molti anni.
Il Qatar ha il terzo più grande giacimento di gas dopo Russia e Iran. Ne avrebbe 25 tcm, la maggior parte delle sue esportazioni di gas avviene sotto forma di GNL. La produzione di gas di scisto negli Stati Uniti avrà un impatto sulla vendita di GNL del Qatar, pertanto il Qatar cerca di assicurarsi contratti a lungo termine sui gasdotti per i Paesi europei. L’UE si è assicurata le importazioni di energia fino al 2030, ed è alla ricerca di investimenti infrastrutturali sicuri per il futuro. Il progetto del gasdotto Nabucco, dalla Turchia orientale all’Austria, è in fase di stallo a causa della scarsità di gas disponibile. E’ in questo contesto che è stato proposto un nuovo gasdotto dal Qatar. Nel 2009, durante la visita dell’emiro del Qatar sheikh Hamad bin al-Thani in Turchia, si era deciso di costruire un oleodotto e collegarlo con il Nabucco in Turchia. Partirebbe dal Qatar e attraverso l’Arabia Saudita, la Giordania e la Siria, raggiungerebbe la Turchia. I mercati europei avrebbero condiviso la risorsa con una Turchia insaziabile.
La Siria è uno snodo fondamentale in entrambi i rivali progetti di gasdotto, quello dall’Iran e quello dal Qatar. Se il regime di Assad sopravvive o subisce un cambiamento di regime, determinerebbe ampiamente il sistema mondiale del gas. Il Qatar non sarà l’unico beneficiario del gasdotto. Ci sono tre distinti calcoli sul trasporto di gas del Qatar. Sarebbe la leva con cui la Turchia scioglierebbe la sua dipendenza dalle forniture iraniane, ridurrebbe grandemente  il quasi monopolio russo come fornitore di gas per l’Europa e faciliterebbe l’esportazione di gas da Israele all’Europa. Vi sono molte teorie del complotto interessanti su questo gasdotto. Vi si vede una chiara connessione nella tempistica tra la firma del memorandum sul gasdotto Iran-Iraq-Siria e l’inizio della violenta rivolta in Siria. Le altre coincidenze sono tra i luoghi in Siria dei più feroci combattimenti e l’itinerario sul suo territorio del proposto gasdotto del Qatar. Ancora, spiega anche il sostegno del Qatar ai Fratelli musulmani, tra i ribelli siriani e non solo nella regione, in questo contesto.  Dopo tutto, il Qatar ha gettato tre miliardi di dollari nella guerra civile siriana. Una piccola somma per la ricchezza del Qatar, ma grande in confronto alle spese occidentali per i ribelli. Un’ulteriore considerazione potrebbe essere che il Qatar condivide il suo giacimento di gas, che si chiama Cupola del Nord, con l’Iran, che lo chiama South Pars. È il più grande giacimento di gas al mondo. Le controversie del passato possono divampare in futuro sui confini e i diritti di estrazione nel giacimento di gas.
La Russia ha puntato molto sugli sviluppi siriani. La sua presenza nel porto di Tartus è uno delle più importanti. Il suo monito alle potenze occidentali contro qualsiasi intervento militare in Siria, e l’imminente arrivo della portaerei russa Admiral Kuznetsov a Tartus, testimonia l’impegno della Russia a garantirsi l’attuale presenza militare e il futuro punto di transito del gas. Anche l’occidente vi ha puntato un’alta posta e non solo per contenere la Russia.  L’Europa lotta per liberarsi dal quasi monopolio russo sulle sue forniture di gas. L’Azerbaigian è emerso come partner di riferimento nell’ambizioso “corridoio energetico meridionale”, che avrebbe dovuto trasportare dieci miliardi di metri cubi di gas dai giacimenti di gas azero, recentemente avviati, all’Europa attraverso la Turchia. I giacimenti di gas azero sono limitati. La redditività commerciale del corridoio dipenderà dell’alimentazione con gas aggiuntivo nella rete dei rifornimenti. Il gas del Qatar è una componente indispensabile per il successo dell’iniziativa, il gas che dovrebbe però attraversare Qatar-Arabia Saudita-Giordania-Siria e Turchia. Il principe Bandar dell’Arabia Saudita è stato l’ambasciatore del Paese negli Stati Uniti 1983-2005. Dal luglio 2012, è il direttore generale dell’agenzia d’intelligence saudita. Il 31 luglio di quest’anno, il principe Bandar ha fatto una veloce visita al Cremlino. Avrebbe perorato la sua iniziativa per il cambio di regime in Siria ed offerto alcuni incentivi a Putin, come 15 miliardi di dollari in contratti per armamenti, la garanzia contro attacchi terroristici ceceni, finanziati dai sauditi, durante i giochi olimpici invernali del prossimo anno, da svolgersi a Sochi, e altro ancora. Avrebbe anche offerto la garanzia che, qualsiasi sia il regime successivo ad Assad, i sauditi non avrebbero firmato alcun contratto che danneggiasse gli interessi russi, permettendo ai Paesi del Golfo di trasportare il loro gas attraverso la Siria in Europa. Un’altra teoria del complotto? Chi lo sa.

Le opinioni espresse sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni dell’IDSA o del Governo dell’India.
Copyright © 2005 – 2013 IDSA. Tutti i diritti riservati.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Bay’ah del Qatar dal re saudita

Vijay Prashad Counterpunch 7 agosto 2013

947165Le cose non vanno bene per il Qatar del nuovo emiro, lo sceicco 33enne Tamim bin Hamad al-Thani. Questo fine settimana, un volo della Qatar Airways da Doha (Qatar) a Tripoli (Libia) ha dovuto deviare su Alessandria (Egitto) e ritornare a Doha. Uomini armati hanno sequestrato la torre di controllo dell’aeroporto di Mitiga, le cui piste sono state poi chiuse a questo volo da Doha. Il giorno prima, uomini armati erano entrati nell’ufficio della Qatar Airways presso l’aeroporto e minacciato di fare quello che hanno fatto il giorno successivo. Dissero anche che avevano in programma di scacciare la Qatar Airways dagli uffici delle Tripoli Towers. Questa non è la prima indicazione di una violenta reazione anti-Qatar in Libia. A metà giugno, la Qatar Airways sospese i voli per l’aeroporto di Bengasi-Benina, quando uomini armati di quella città turbolenta ne impedirono il transito. Si dice che gli uomini armati provenissero dalla brigata al-Zadin al-Waqwaq, che si risentirebbe per l’influenza del Qatar nella politica e nella società libiche. Tutto questo segue le manifestazioni anti-Qatar in Tunisia e in Libia, in cui i manifestanti hanno detto che vi è armonia tra Qatar e Israele nella loro politica verso la Siria. La dimostrazione davanti al Tibesti Hotel di Bengasi è stata particolarmente grintosa. La rabbia per la politica del Qatar in Siria era accompagnata dalla rabbia per il sostegno del Qatar ai jihadisti in Libia (così come dalle accuse di acquisto di terreni in Libia del Qatar).
Il Qatar aveva dato la sua benedizione e i suoi riyal ai Fratelli musulmani e satelliti in tutto il Nord Africa e l’Asia occidentale. Al-Nahda in Tunisia è stata finanziata da Doha, il cui denaro ha permesso al movimento islamico in esilio di spostare i propri uffici da un vicolo a un edificio del centro, una volta di proprietà di Tunisie Telecom. Le scadenti politiche sociali di al-Nahda assieme all’assassinio di due leader popolari (Shuqri Belaid e Muhammad Brahmi) hanno evocato lo spettro del Qatar ai tunisini. In Egitto, la cacciata di Muhammad Mursi dei Fratelli musulmani da parte dei militari e di una classe politica che includeva il partito filo-saudita al-Nur, ha preso in contropiede il Qatar. Il ministro degli Esteri del Qatar Khalid al-Attiyah è stato inviato ad incontrare il capo della Fratellanza Qairat al-Shatar nel carcere di Tora di Cairo, che ha però rifiutato di vederlo (e anche i rappresentanti degli Stati Uniti e degli Emirati Arabi Uniti nella delegazione). Nel regno dell’ex- emiro, al-Attiyah fu il Vice-ministro degli esteri agli ordini del vecchio cavallo di battaglia, sceicco Hamad bin Jassam al-Thani, uno degli architetti della politica estera assertiva del Qatar durante la primavera araba. Ma al-Attiyah non ha il peso del suo predecessore, né la sua astuzia. È la sua attesa a Cairo è il simbolo della paralisi della politica estera del Qatar.
Se i miliardi del Qatar non hanno seminato radici profonde in Tunisia e in Egitto, le cose vanno  peggio in Siria. I funzionari del Qatar dicono che non porranno fine alla loro politica di armare i ribelli siriani, né faranno marcia indietro nella loro diplomazia aggressiva presso la Lega Araba e l’Organizzazione della Conferenza islamica. Tra i gruppi di ribelli siriani che preoccupano gli USA per i potenziali legami con al-Qaida o almeno il jihadismo estremo, c’è la brigata Ahfad al-Rasul, sconvenientemente finanziata dal Qatar. E qualcuno accusa Doha per il suo sostegno a Jabhat al-Nusra. L’ambasciatore della Coalizione nazionale siriana a Doha, Nizar al-Haraqi, ha incontrato il nuovo emiro ed è rimasto soddisfatto del fatto che la politica del Qatar non cambierà, ma non ha voluto parlare dei finanziamenti del Qatar per le armi (che secondo alcuni non sono tanti quanto  richiesti e che altri dicono probabilmente diminuiranno). Ciò è un flash tra le politiche del vecchio e del nuovo emiro.
L’ultima volta che ho passeggiato tra i baraccamenti diplomatici di Doha, l’entusiasmo per la politica del Qatar verso il mondo musulmano era continuo. Il CNS aveva appena aperto la sua nuova sede presso Onaiza Street, nella zona della baia occidentale. I taliban erano pronti ad aprire il loro ufficio. Il Nord Africa era sul palmo dell’emiro e una delle strade principali di Doha è stata ribattezzata Omar al-Muqtar Street per onorare il grande anticolonialista libico e la battaglia del Qatar nel 2011 per rovesciare il regime di Gheddafi in Libia. Le cose sono meno certe adesso. Le discussioni tra Kabul e Islamabad sono al punto di spostare il processo da Doha a Istanbul o Dubai, lontano dallo sguardo di al-Thani. E a dimostrazione del declino precoce dell’indipendenza del Qatar, il nuovo emiro compie il suo primo viaggio all’estero in Arabia Saudita. L’emiro ha incontrato il re saudita Abdullah e il principe ereditario Salman alla Mecca. Non molto è stato rivelato in merito alla riunione. Ciò che è importante è il suo simbolismo, un gesto che il vecchio emiro non avrebbe mai permesso. La sua antipatia per i re di Riyadh è ben nota. Suo figlio è pragmatico non per temperamento (essendo molto simile al padre), ma per disperazione. Washington ritiene che un modo di emarginare la Fratellanza siriana e le sue propaggini jihadiste è sgonfiare le ambizioni del Qatar nella regione. Questo è anche un desiderio saudita. Non è dunque fortuito che il re saudita abbia nominato il principe Bandar bin Sultan, il capo dell’intelligence generale saudita, a sorvegliare gli interessi USA-sauditi in Siria. E’ certo che l’emiro del Qatar ha saputo dai sauditi di questo nuovo sviluppo. Un Qatar oberato dovrà fare i conti con ciò, per ora. Gli Stati Uniti si sono rivolti al loro alleato storico e fedele, per ripetere la loro avventura afghana in Siria, dalla cui strategia deriva un contraccolpo spaventoso.
Il marchio Qatar ne esce ammaccato, la compagnia aerea deve affrontare problemi in Libia, i ribelli affrontano problemi in Siria, e il suo braccio propagandistico al-Jazeera perde spettatori in tutto il mondo arabo. Il nuovo emiro sarà lieto di rivolgere le sue attenzioni al proprio Paese. E poi, la storia ci dimostra che, nonostante le loro divergenze, i sultani d’Arabia sempre compongono e serrano le fila. Non per niente hanno governato per secoli, che per la durata della vita umana sembra un’eternità: Bahrain (gli al-Khalifa dal 1783), Qatar (gli al-Thani dal 1825) e il parvenu dell’Arabia Saudita (gli al-Saud dal 1932).

L’ultimo libro di Vijay Prashad è The Poorer Nations: A Possible History of the Global South (Verso, 2013).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qatar1

Vedasi: Qatar – L’assolutismo del XXI.mo secolo

I perni della politica statunitense in Medio Oriente: Qatar, Arabia Saudita e salafismo wahhabita

Zayd Alisa, Global Research, 1 agosto 2013

saudi-iraq-shia-sunni-cartoon

Non badate a me… è solo un piccolo aiuto della carità sunnita

L’esercito egiziano ha emesso un ultimatum il 1° luglio 2013, apparentemente un duro avvertimento a Mursi, primo presidente democraticamente eletto in Egitto, rappresentante della Fratellanza musulmana (FM), e al movimento Tamarod e al Fronte di salvezza nazionale, una coalizione di partiti laici. Tuttavia, in realtà, era a dir poco una minaccia appena velata a Mursi, sottolineando che, a meno che cedesse una parte significativa dei suoi poteri entro 48 ore, l’esercito l’avrebbe cacciato. Anche se l’esercito ha rovesciato Mursi il 3 luglio, tuttavia la sua spietata repressione, che ha causato la morte di oltre 100 seguaci della fratellanza al 27 luglio, ha rafforzato la FM che ha  drammaticamente intensificato le sue proteste sempre più insolenti.
Mentre è incontestabile che il Qatar, guidato dal suo ex-emiro Hamad bin Khalifa al-Thani e dal suo primo ministro e ministro degli Esteri Hamad bin Jassim, è stato in prima linea nel suo inequivocabile sostegno alle rivolte popolari che hanno sferzato la regione, tuttavia la maggior parte del suo sostegno è andato a puntellare la FM. Il regime saudita, al contrario, ha dato il suo sostegno ai regimi tirannici di Tunisia, Egitto, Yemen e Bahrein. Il re saudita ha compiuto sforzi frenetici per impedire la diffusione della rivolta in Arabia Saudita, offrendo miliardi di dollari in aiuti e vietando rigorosamente le proteste, premiando la dirigenza religiosa wahabita salafita e, assai minacciosamente, istruendo l’esercito saudita a invadere e occupare il Bahrain. Ciò che è indiscutibile è il ruolo fondamentale svolto dalla dirigenza religiosa wahabita salafita, radicale e regressiva, nell’offrire legittimità religiosa al regime saudita, che a sua volta fornisce i finanziamenti fondamentali nel diffondere ed esportare la sua violenta ideologia. Secondo l’ideologia wahhabita, è severamente vietato opporsi al sovrano. Così, agli occhi del regime saudita l’esplicito avallo dell’Islam politico della FM, che sottolinea esplicitamente che la legittimità a governare deriva solo dalle elezioni democratiche, è senza dubbio una minaccia esistenziale alla legittimità del potere assoluto del re saudita. Peggiorando le cose ulteriormente, il Qatar ha abbracciato con entusiasmo e persino offerto cittadinanza all’influente e molto controverso leader spirituale della FM, Yusuf al-Qaradawi.
Mentre la protesta in Siria si è sempre più militarizzata, il Qatar ha ampliato il suo pieno sostegno  al dominio della FM. Tuttavia, il regime saudita, che ha sempre considerato il regime siriano, dall’epoca di Hafiz al-Assad, padre di Bashar, una grande spina nel suo fianco e un alleato strategico insostituibile del suo principale avversario, l’Iran, si è mosso rapidamente a puntellare gli insorti armati, utilizzando la sua intelligence, il cui ruolo determinante nel creare e finanziare Jabhat al-Nusra (JN) è stato evidenziato in una rassegna d’intelligence on-line, pubblicata a Parigi nel gennaio 2013, influenzando enormemente non solo i leader tribali sunniti nell’Iraq occidentale, ma anche i membri sauditi di al-Qaida in Iraq (AQI), che secondo un rapporto della NBC del giugno 2005, formavano la maggioranza (55%) degli attentatori suicidi e dei combattenti stranieri convenuti in Iraq, e convincendo AQI che il suo principale campo di battaglia doveva essere la Siria e il suo obiettivo finale deporre il regime alawita di Bashar al-Assad, dato che la sua caduta avrebbe spezzato la spina dorsale del governo sciita iracheno e, inevitabilmente, allentato la presa iraniana sull’Iraq. La creazione di un nuovo ramo di al-Qaida in Siria, sotto la nuova etichetta del JN, non ancora designato organizzazione terroristica, è stata non solo un’ancora di salvezza necessaria per l’AQI, che era in ritirata nel 2011, ma ha anche fornito ad Arabia Saudita e Qatar l’opportunità di sostenere AQI e JN con il pretesto perfetto di sostenere la democrazia in Siria, destabilizzando entrambi i Paesi. Così l’AQI s’è affrettata ad inviare Abu Muhammad al-Julani, nel luglio 2011, a formare il JN, mentre, Ayman al-Zawahri, il leader globale di al-Qaida, ha incaricato tutti i suoi combattenti nel febbraio 2012 a convergere in Siria. Il New York Times ha riferito il 14 ottobre  2012, che la maggior parte delle armi spedite da Arabia Saudita e Qatar andava agli estremisti jihadisti in Siria. Così spiegando come il JN sia rapidamente divenuto il miglior gruppo armato in Siria. È stato inoltre riferito, il 29 febbraio 2013, che l’Arabia Saudita ha drammaticamente intensificato il supporto ai ribelli, finanziando l’acquisto di una grande partita di armi dalla Croazia.  Tuttavia, il suo articolo del 27 aprile 2013 era, anche se indirettamente, molto più caustico verso l’armamento e i finanziamenti sauditi e qatarioti, affermando minacciosamente che in nessuna zona  controllata dai ribelli in Siria ci fosse una forza combattente laica.
The Guardian, nel frattempo, riferiva il 22 giugno 2012 che l’Arabia Saudita era in procinto di pagare gli stipendi ai ribelli siriani. Ma, in una rara ammissione da una fonte ben informata, in un articolo del 13 aprile 2013 di al-Arabia, una fonte del regime saudita confermava l’acquisto e l’invio di armi croate ai ribelli siriani, riconoscendo che la nomina di Bandar bin Sultan, nel luglio 2012, a capo dei servizi segreti fosse un balzo negli sforzi continui dell’Arabia Saudita in Siria. Ancora più rivelatrice, tuttavia, era l’affermazione che Bandar fosse saldamente alla guida, e che così al Qatar deve essere stato detto di restarsene sul sedile posteriore. In sostanza, tali finanziamento, armamento e stipendio dei militanti da parte di Arabia Saudita e Qatar non solo verso il JN, che secondo la dichiarazione di Abu Baqir al-Baghdadi, capo di AQI, nell’aprile 2013, non è che una semplice estensione del gruppo salafita wahhabita AQI, la forza più spietata e potente tra i gruppi dell’opposizione, ma che ha anche notevolmente rinvigorito l’AQI. Senza dubbio, la riconquista della città strategica di Qusayr, nel giugno 2013 da parte dell’esercito siriano sostenuto dai suoi alleati libanesi di Hezbollah, ha segnato il punto di svolta nel conflitto siriano, spingendo Obama alla decisione sorprendente del 13 giugno 2013 di armare i ribelli. A ciò è seguito minacciosamente l’improvviso ritorno del re dell’Arabia Saudita dalle sue vacanze. L’ultima volta tornò per invadere e occupare il Bahrain. Questa volta, è tornato per assumere il suo nuovo ruolo di leader indiscusso del mondo arabo dopo il verdetto degli Stati Uniti: l’Arabia Saudita e non il Qatar deve guidare il mondo arabo. Così, l’emiro del Qatar è stato spinto dagli Stati Uniti ad abdicare il 25 giugno 2013 in favore del figlio Tamim bin Hamad. E in netto contrasto con ciò che molti esperti hanno predetto, la nuova politica estera del Qatar sempre più volge a seguire la linea saudita o a mantenere un basso profilo. Ciò s’è manifestato in primo luogo quando il nuovo emiro del Qatar ha reso esplicitamente chiaro, nel suo primo discorso, che il Qatar avrebbe rispettato tutte le dirigenze politiche e fieramente respinto i settarismi. In secondo luogo, la notevole assenza di qualsiasi accenno alla crisi siriana. In terzo luogo, e di gran lunga più significativo, al posto di Hamad bin Jassim, ex-primo ministro e ministro degli Esteri viene nominato Abdallah bin Nasser bin Khalifa a Premier e ministro degli Interni, riflettendo una svolta politica verso l’interno. In quarto luogo, la nomina di Khalid al-Atiyah, che ha assai meno peso, dato che non è membro della famiglia reale. In quinto luogo, il nuovo emiro si è rapidamente congratulato con il presidente egiziano ad interim Adly Mansur, nominato dall’esercito egiziano. Ciò in netto contrasto con la fatwa emessa il 6 luglio 2013 da al-Qaradawi che invita apertamente il popolo egiziano a sfidare l’esercito e a sostenere Mursi. Anche se in Egitto la FM è stata la prima vittima dell’incontrastata leadership dell’Arabia Saudita sul mondo arabo, comunque subito dopo vi è stata la drammatica assunzione della dirigenza della Coalizione nazionale siriana, dove il Qatar aveva combattuto ferocemente per conservarla, da parte del candidato saudita Ahmad Jarba, il 6 luglio 2013, subito seguita dalle dimissioni del Primo ministro ad interim sostenuto dal Qatar, Gassan Hitto. Poco dopo arrivava la chiusura dell’ufficio politico dei taliban a Doha. E più di recente, proteste sono scoppiate in Tunisia contro il partito al-Nadha, cioè la FM della Tunisia MB, accusato di aver assassinato un importante politico laico.
Le ragioni principali dietro la decisione degli Stati Uniti sono le seguenti: In primo luogo, l’alto grado di confusione tra i suoi alleati in Medio Oriente, che ha dato respiro al regime siriano. In secondo luogo, l’arroganza e la sregolatezza della leadership del Qatar. In terzo luogo, la speranza che i sauditi imparassero dalla lezione data al Qatar. In quarto luogo, avendo posto il Qatar nel sedile posteriore, gli Stati Uniti avrebbero avuto una leva sui sauditi. Quinto, spingendo l’emiro del Qatar ad abdicare inviano un messaggio inequivocabile al re saudita. In sesto luogo, la crescente preoccupazione degli Stati Uniti per l’indebolimento del fronte interno dell’Arabia Saudita, in particolare dopo che il suo mito palesemente ingannevole di essere il custode dell’Islam sunnita è decaduto, in gran parte grazie al conclamato sostegno del regime saudita a regimi tirannici contrari ai sunniti in questi Paesi. Settimo, dando agli Stati Uniti l’occasione d’oro di accusare la precedente dirigenza del Qatar se un nuovo 11/9, come l’attacco terroristico al consolato statunitense a Bengasi, ha avuto luogo, senza biasimare l’Arabia Saudita o addirittura se stessi per aver permesso ai sauditi di inviare missili antiaerei ai ribelli siriani.
Nell’ambito degli strenui tentativi del regime saudita di evitare una rivolta interna, ha inesorabilmente cercato di innescare una guerra settaria regionale per dimostrare al proprio popolo, sempre più privo di diritti, di essere fortemente impegnato nella lotta contro la minaccia esistenziale sciita, cioè l’Iran. Ma, con i sauditi leader del mondo arabo, il rischio di una guerra del genere non è mai stato così alto. In effetti, se scoppia una guerra del genere, entrambi i lati della divisione settaria certamente ne incolperebbero gli Stati Uniti. E’ quindi giunto il momento per gli Stati Uniti di riconoscere prontamente che il loro sostegno incrollabile all’Arabia Saudita, da dove proveniva la stragrande maggioranza (15 su 19) degli attentatori suicidi dell’11 settembre, a dispetto del capo Usama bin Ladin, ha svolto un ruolo importante nel trasformare la guerra al terrorismo nell’impresa inconfutabilmente di maggior successo di promuovere e supervalutare al-Qaida in numerosi altri Paesi. Quindi è imperativo per gli Stati Uniti, se si sforzano realmente di fermare la minacciosa valanga della rapida diffusione dell’ideologia estremista wahabita salafita e di evitare il confronto con un mondo islamico sempre più radicalizzato, impedire l’esportazione implacabile dall’Arabia Saudita della sua ideologia estremista salafita wahhabita e dei suoi combattenti estremisti jihadisti, facendo enorme pressione sui sauditi, per spingerli a passare dalla protezione del petrolio a una riforma politica concreta e a un cambiamento democratico.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria e l’esaurimento psicologico washingtoniano

Dedefensa, 30 aprile 2013

603046L’articolo di Ben Hubbard, sul New York Times del 28 aprile 2013, ha causato scalpore. Tutti trattengono il fiato e continuano a rimbombargli  nella testa la frase centrale e simbolica del testo: “Da nessuna parte, nelle zone controllate dai ribelli, vi è una fazione combattente laica degna di questo nome”. Ciò significa che i ribelli che combattono Assad, in Siria, oggi non sono in generale che gruppi estremisti islamici, compresi quelli che i pianificatori washingtoniani riconoscono essere molto più pericolosi dello stesso Assad. Lo spettacolo descritto da Hubbard agghiaccia gli editorialisti del Sistema, e noi crediamo che sia stato scritto con questo intento…
Nella seconda città più grande della Siria, Aleppo, i ribelli allineatisi con al-Qaida controllano la centrale elettrica, i panifici e una corte che applica la legge islamica. Altrove, hanno occupato giacimenti di petrolio del governo, che potrebbero riattivare subito beneficiando del greggio che producono. In tutta la Siria, aree controllate dai ribelli sono punteggiate da tribunali islamici gestiti da avvocati e chierici, e da brigate combattenti guidate da estremisti. Anche il Consiglio supremo militare, l’organizzazione ombrello delle formazioni ribelli, con cui l’occidente sperava di emarginare i gruppi radicali, è pieno di comandanti che vogliono imporre la legge islamica con un futuro governo siriano. In nessuna parte controllata dai ribelli in Siria c’è una forza combattente secolare di cui parlare. Questo è il paesaggio che il Presidente Obama affronta mentre pensa a come rispondere alla crescente evidenza che ufficiali siriani hanno usato armi chimiche, attraversando la “linea rossa” che aveva tracciata. Più di due anni di violenze hanno radicalizzato l’opposizione armata che combatte il governo del Presidente Bashar al-Assad, lasciando pochi gruppi che condividono la visione politica degli Stati Uniti e che hanno la forza militare per andare avanti.”
Due giorni dopo, il 30 aprile 2013, il pomposo e maestoso quotidiano di riferimento giunge al culmine con un editoriale che simbolicamente afferma la posizione del giornale, dettagliando senza necessariamente voler essere appariscente, ma in modo particolare, le contraddizioni della posizione degli Stati Uniti (e del blocco BAO) in Siria, e quindi la paralisi che ne risulta. Considerando per lo meno contraddittorio e irresponsabile la posizione dei falchi al Congresso, tra cui i due amigos inevitabili Graham e McCain, l’editoriale nota che BHO ha agito con cautela, finora, ma che è intrappolato dalla visualizzazione della “linea rossa” per un intervento più deciso degli Stati Uniti, nel caso di uso di armi chimiche; e che se si scoprisse che vi è stato uso di queste armi, bisognerebbe agire per BHO; e questo sarebbe necessariamente a favore dei ribelli, ma ciò potrebbe essere catastrofico, perché è ormai chiaro, come abbiamo visto, che i “ribelli combattenti” islamisti sono più pericolosi di Assad…
A differenza di McCain e Graham, che hanno accusato il presidente Obama perfino del ritiro delle truppe dall’Iraq e che hanno cercato di indurlo ad un atteggiamento più militarista contro l’Iran, il presidente cerca di districare gli Stati Uniti dai conflitti d’oltremare e, di conseguenza, è stato molto cauto sul coinvolgimento militare in Siria. Ma potrebbe cambiare idea, ora che le forze di Assad vengono accusate di usare armi chimiche. Lo stesso Obama si è messo con le spalle al muro quando ha avvertito il leader siriano che l’uso di armi chimiche costituirebbero una “linea rossa” e un “punto di svolta”, suggerendo fortemente, forse incautamente, che attraversando quella riga scatterebbe qualche tipo di azione statunitense. L’incapacità di agire ora potrebbe essere fraintesa da Assad, come dai leader di Iran e Corea del Nord, i cui programmi nucleari sono sul radar degli Stati Uniti.  Obama deve agire solo se ha una documentazione convincente che il gas sarin sia stato utilizzato in un attacco da parte delle forze siriane, e che non sia il risultato di un incidente o di fertilizzanti. Il Financial Times ha riferito che la prova si basa su due distinti campioni prelevati dalle vittime degli attacchi. Con la guerra civile in Siria, che ora entra nel terzo anno e il bilancio delle vittime a oltre 70.000, la posizione è peggiorata. Assad resta al potere, le divisioni settarie si sono intensificate e i rifugiati nei Paesi limitrofi sono destabilizzanti. Ancor più preoccupante, i jihadisti legati ad al-Qaida sono diventati la forza di combattimento dominante e, come Ben Hubbard ha riportato su The Times, ci sono pochi gruppi di ribelli che condividono la visione politica degli Stati Uniti e che hanno la forza militare per andare avanti. Non ci sono mai stati facili opzioni per gli Stati Uniti in Siria, che non sono migliorate nel tempo. E la Russia e l’Iran che supportano Assad, meritano una particolare condanna. Senza il loro sostegno Assad non sarebbe durato così a lungo. Eppure, il Paese è importante per la stabilità regionale. Obama deve presto chiarire come ha intenzione di usare l’influenza americana nel trattare la minaccia jihadista e il finale di partita in Siria“.
In precedenza, un altro articolo sullo stesso giornale del 28 aprile 2013, attaccava le posizioni dei “consulenti [che] non sono pagatori“, di vari parlamentari e di altri che raccomandano “una forte azione” in Siria, sulla base di informazioni sull’uso di armi chimiche di cui è nota la poetica verità, ma che ognuno si sente in dovere di darvi un qualche credito. Si tratta, in questo caso, soprattutto per i falchi del Congresso come Graham-McCain e pochi altri, di avere come risultato un pasticcio enorme.
“...Domenica scorsa, molti repubblicani, tra cui i senatori Lindsey Graham del South Carolina e John McCain dell’Arizona, entrambi membri del Comitato per i Servizi Armati, che fanno le loro usuali apparizioni nei talk show televisivi avvertendo che l’assenza di un intervento in Siria favorirebbe nazioni come l’Iran e la Corea del Nord. “Se manteniamo questo approccio inattivo verso la Siria, con l’attuale indecisione verso la Siria, con questa sorta di azione senza scopo, inizieremmo una guerra con l’Iran perché l’Iran considererà la nostra inazione in Siria come una nostra mancanza di serietà sul loro programma di armi nucleari”, ha detto Graham al programma della CBS “Face the Nation”. Graham ha aggiunto: “Non c’è niente che si può fare in Siria senza rischi, il rischio maggiore è uno Stato fallito le cui armi chimiche cadano nelle mani degli islamisti radicali, che si stanno riversando in Siria.[...] Il senatore Saxby Chambliss, repubblicano della Georgia, anch’egli nel Comitato di servizi armati, ha detto a “Face the Nation” che aveva parlato la settimana prima con il re Abdullah II di Giordania di una no-fly zone, mentre il rappresentante Mike Rogers, repubblicano del Michigan e presidente del Comitato per l’Intelligence della Camera, ha detto che i deputati hanno ricevuto informazioni classificate che suggeriscono che il governo di Assad abbia usato armi chimiche negli ultimi due anni. “Il problema è, come si sa, che il presidente ha tracciato la linea,” ha detto Rogers al programma dell’ABC “This Week. “E non può essere una linea tratteggiata. Non può essere altro che una linea rossa. E più che la Siria, è l’Iran presta attenzione a ciò. La Corea del Nord presta attenzione a ciò”. I repubblicani convengono che gli Stati Uniti non dovrebbero mandare le truppe di terra. “La cosa peggiore che gli Stati Uniti potrebbero fare in questo momento è inviare truppe sul terreno in Siria”, ha detto  McCain al programma della NBC “Meet the Press”. “Cosa che metterebbe il popolo contro di noi”. I democratici, tra cui la senatrice Claire McCaskill del Missouri e il deputato Keith Ellison del Minnesota, sembrano meno propensi ad intensificare gli aiuti militari e ad aspettare che venga fornita assistenza umanitaria ai siriani che hanno abbandonato la lotta“.
Certamente non pretendiamo, con queste varie citazioni e i commenti che li accompagnano, di apportare nulla di nuovo a fatti ed eventi, come abbiamo visto altrove non sono che materiale sfuggente e improbabile per una guerra delle comunicazioni di cui nessuno controlla il senso e ne comprende davvero gli obiettivi. Piuttosto, si misura l’evoluzione del clima di Washington, che diffonde la sua schizofrenia indiscriminatamente, indubbiamente perché non è più possibile nascondere l’impotenza che ha portato questo stato. Il New York Times non esita più a descrivere la verità catastrofica della situazione sul terreno, e a scrivere editoriali dove ciò che viene scritto viene contraddetto, in successione, chiedendo di fare qualcosa in Siria ma che è impossibile fare qualcosa in Siria. Anche un’illuminata esaltata come Lindsay Graham, non si è nemmeno presa la briga di rimuovere o anche ridurre gli argomenti che contraddicono immediatamente la sua tesi guerrafondaia, citandoli subito dopo. Così dice che è necessario intervenire in modo netto in Siria (l'”utilizzazione” di armi chimiche) se no, Assad, Kim della Corea del Nord ed i mullah iraniani potranno facilmente schernire il potere americanista, aggiungendo subito che il peggior disastro (“il rischio peggiore“) è che i ribelli islamici catturino le armi chimiche (e non Assad che rimane al potere?), cosa che accadrebbe indubbiamente se gli USA saranno coinvolti “nettamente” in Siria, cioè aiutando i ribelli contro Assad, dal momento che gli unici ribelli combattenti, dice il New York Times, sono gli islamisti.
Ciò che è notevole non è il regno del sofismo, come abbiamo già descritto: si sapeva, naturalmente, e lo sapevamo. (Potremmo chiamarlo “sofisma siriano”, non avendo lo spirito di parlare di “sofismo libico” quando le stesse circostanze si manifestarono in Libia.) Ciò che è notevole è che Washington non prova nemmeno a rimuovere l’uno o l’altro dei suoi termini per argomentare meglio il suo caso, ma sembra abbandonare ogni speranza di contenere questa ondata di contraddizioni che alimenta proprio i sofismi in cui sono immersi gli USA (blocco BAO), dopo due anni di attività del tutto irresponsabili, o meglio infraresponsabili, intorno la Siria. Questo clima speciale che  miscela un’eruttazione belligeranza, ma usurata, e di paura alquanto esaurita dalle conseguenze di questo bellicismo, viene evidenziato con particolare forza dall’affermazione di McCain che gli Stati Uniti non invieranno nessuna truppa sul terreno in Siria (“La cosa peggiore che gli Stati Uniti potrebbero fare in questo momento, è inviare truppe sul terreno in Siria“). Questo è, però, un’opzione già ampiamente discussa dagli estremisti del Partito della Guerra di cui McCain è una delle fonti d’ispirazione più forte. (Per aggiungere la solita ciliegina sulla torta, necessaria e inevitabile quando si parla di Siria, riportiamo il giudizio di Shamus Cooke su Antiwar.com del 30 aprile 2013, secondo cui Obama, ancora molto misurato nelle sue opzioni interventiste, viene ampiamente superato “a sinistra” dai militari che sono più che mai contrari a qualsiasi intervento.) Questa specie di decomposizione delle trincee dialettiche e consolidate di Washington, che si è avuta finora, sembra indicare un interessante avanzamento del processo di dissoluzione, se non di entropizzazione dei giudizi sulla situazione in Siria e sulle opzioni politiche degli Stati Uniti. La psicologia dei leader americanisti comincia a sembrare seriamente infettata dai fattori dissolventi della “guerra siriana.” Ed alla luce dell’allarme “vero-falso” sull’uso, manipolato o meno, delle armi chimiche, in un momento in cui si misura l’intensa fatica psicologica di questi vari figuranti del Sistema, permettendo all’infezione di penetrare facilmente; questa intensa stanchezza, prossima all’esaurimento psicologico, grazie a una crisi che non giunge a determinare un parossismo che interessa il sistema, ma che s’impantana e l’impantana (“pantano critico”), in una sorta di amorfismo per loro incomprensibile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 334 follower