La Siria e l’esaurimento psicologico washingtoniano

Dedefensa, 30 aprile 2013

603046L’articolo di Ben Hubbard, sul New York Times del 28 aprile 2013, ha causato scalpore. Tutti trattengono il fiato e continuano a rimbombargli  nella testa la frase centrale e simbolica del testo: “Da nessuna parte, nelle zone controllate dai ribelli, vi è una fazione combattente laica degna di questo nome”. Ciò significa che i ribelli che combattono Assad, in Siria, oggi non sono in generale che gruppi estremisti islamici, compresi quelli che i pianificatori washingtoniani riconoscono essere molto più pericolosi dello stesso Assad. Lo spettacolo descritto da Hubbard agghiaccia gli editorialisti del Sistema, e noi crediamo che sia stato scritto con questo intento…
Nella seconda città più grande della Siria, Aleppo, i ribelli allineatisi con al-Qaida controllano la centrale elettrica, i panifici e una corte che applica la legge islamica. Altrove, hanno occupato giacimenti di petrolio del governo, che potrebbero riattivare subito beneficiando del greggio che producono. In tutta la Siria, aree controllate dai ribelli sono punteggiate da tribunali islamici gestiti da avvocati e chierici, e da brigate combattenti guidate da estremisti. Anche il Consiglio supremo militare, l’organizzazione ombrello delle formazioni ribelli, con cui l’occidente sperava di emarginare i gruppi radicali, è pieno di comandanti che vogliono imporre la legge islamica con un futuro governo siriano. In nessuna parte controllata dai ribelli in Siria c’è una forza combattente secolare di cui parlare. Questo è il paesaggio che il Presidente Obama affronta mentre pensa a come rispondere alla crescente evidenza che ufficiali siriani hanno usato armi chimiche, attraversando la “linea rossa” che aveva tracciata. Più di due anni di violenze hanno radicalizzato l’opposizione armata che combatte il governo del Presidente Bashar al-Assad, lasciando pochi gruppi che condividono la visione politica degli Stati Uniti e che hanno la forza militare per andare avanti.”
Due giorni dopo, il 30 aprile 2013, il pomposo e maestoso quotidiano di riferimento giunge al culmine con un editoriale che simbolicamente afferma la posizione del giornale, dettagliando senza necessariamente voler essere appariscente, ma in modo particolare, le contraddizioni della posizione degli Stati Uniti (e del blocco BAO) in Siria, e quindi la paralisi che ne risulta. Considerando per lo meno contraddittorio e irresponsabile la posizione dei falchi al Congresso, tra cui i due amigos inevitabili Graham e McCain, l’editoriale nota che BHO ha agito con cautela, finora, ma che è intrappolato dalla visualizzazione della “linea rossa” per un intervento più deciso degli Stati Uniti, nel caso di uso di armi chimiche; e che se si scoprisse che vi è stato uso di queste armi, bisognerebbe agire per BHO; e questo sarebbe necessariamente a favore dei ribelli, ma ciò potrebbe essere catastrofico, perché è ormai chiaro, come abbiamo visto, che i “ribelli combattenti” islamisti sono più pericolosi di Assad…
A differenza di McCain e Graham, che hanno accusato il presidente Obama perfino del ritiro delle truppe dall’Iraq e che hanno cercato di indurlo ad un atteggiamento più militarista contro l’Iran, il presidente cerca di districare gli Stati Uniti dai conflitti d’oltremare e, di conseguenza, è stato molto cauto sul coinvolgimento militare in Siria. Ma potrebbe cambiare idea, ora che le forze di Assad vengono accusate di usare armi chimiche. Lo stesso Obama si è messo con le spalle al muro quando ha avvertito il leader siriano che l’uso di armi chimiche costituirebbero una “linea rossa” e un “punto di svolta”, suggerendo fortemente, forse incautamente, che attraversando quella riga scatterebbe qualche tipo di azione statunitense. L’incapacità di agire ora potrebbe essere fraintesa da Assad, come dai leader di Iran e Corea del Nord, i cui programmi nucleari sono sul radar degli Stati Uniti.  Obama deve agire solo se ha una documentazione convincente che il gas sarin sia stato utilizzato in un attacco da parte delle forze siriane, e che non sia il risultato di un incidente o di fertilizzanti. Il Financial Times ha riferito che la prova si basa su due distinti campioni prelevati dalle vittime degli attacchi. Con la guerra civile in Siria, che ora entra nel terzo anno e il bilancio delle vittime a oltre 70.000, la posizione è peggiorata. Assad resta al potere, le divisioni settarie si sono intensificate e i rifugiati nei Paesi limitrofi sono destabilizzanti. Ancor più preoccupante, i jihadisti legati ad al-Qaida sono diventati la forza di combattimento dominante e, come Ben Hubbard ha riportato su The Times, ci sono pochi gruppi di ribelli che condividono la visione politica degli Stati Uniti e che hanno la forza militare per andare avanti. Non ci sono mai stati facili opzioni per gli Stati Uniti in Siria, che non sono migliorate nel tempo. E la Russia e l’Iran che supportano Assad, meritano una particolare condanna. Senza il loro sostegno Assad non sarebbe durato così a lungo. Eppure, il Paese è importante per la stabilità regionale. Obama deve presto chiarire come ha intenzione di usare l’influenza americana nel trattare la minaccia jihadista e il finale di partita in Siria“.
In precedenza, un altro articolo sullo stesso giornale del 28 aprile 2013, attaccava le posizioni dei “consulenti [che] non sono pagatori“, di vari parlamentari e di altri che raccomandano “una forte azione” in Siria, sulla base di informazioni sull’uso di armi chimiche di cui è nota la poetica verità, ma che ognuno si sente in dovere di darvi un qualche credito. Si tratta, in questo caso, soprattutto per i falchi del Congresso come Graham-McCain e pochi altri, di avere come risultato un pasticcio enorme.
“...Domenica scorsa, molti repubblicani, tra cui i senatori Lindsey Graham del South Carolina e John McCain dell’Arizona, entrambi membri del Comitato per i Servizi Armati, che fanno le loro usuali apparizioni nei talk show televisivi avvertendo che l’assenza di un intervento in Siria favorirebbe nazioni come l’Iran e la Corea del Nord. “Se manteniamo questo approccio inattivo verso la Siria, con l’attuale indecisione verso la Siria, con questa sorta di azione senza scopo, inizieremmo una guerra con l’Iran perché l’Iran considererà la nostra inazione in Siria come una nostra mancanza di serietà sul loro programma di armi nucleari”, ha detto Graham al programma della CBS “Face the Nation”. Graham ha aggiunto: “Non c’è niente che si può fare in Siria senza rischi, il rischio maggiore è uno Stato fallito le cui armi chimiche cadano nelle mani degli islamisti radicali, che si stanno riversando in Siria.[...] Il senatore Saxby Chambliss, repubblicano della Georgia, anch’egli nel Comitato di servizi armati, ha detto a “Face the Nation” che aveva parlato la settimana prima con il re Abdullah II di Giordania di una no-fly zone, mentre il rappresentante Mike Rogers, repubblicano del Michigan e presidente del Comitato per l’Intelligence della Camera, ha detto che i deputati hanno ricevuto informazioni classificate che suggeriscono che il governo di Assad abbia usato armi chimiche negli ultimi due anni. “Il problema è, come si sa, che il presidente ha tracciato la linea,” ha detto Rogers al programma dell’ABC “This Week. “E non può essere una linea tratteggiata. Non può essere altro che una linea rossa. E più che la Siria, è l’Iran presta attenzione a ciò. La Corea del Nord presta attenzione a ciò”. I repubblicani convengono che gli Stati Uniti non dovrebbero mandare le truppe di terra. “La cosa peggiore che gli Stati Uniti potrebbero fare in questo momento è inviare truppe sul terreno in Siria”, ha detto  McCain al programma della NBC “Meet the Press”. “Cosa che metterebbe il popolo contro di noi”. I democratici, tra cui la senatrice Claire McCaskill del Missouri e il deputato Keith Ellison del Minnesota, sembrano meno propensi ad intensificare gli aiuti militari e ad aspettare che venga fornita assistenza umanitaria ai siriani che hanno abbandonato la lotta“.
Certamente non pretendiamo, con queste varie citazioni e i commenti che li accompagnano, di apportare nulla di nuovo a fatti ed eventi, come abbiamo visto altrove non sono che materiale sfuggente e improbabile per una guerra delle comunicazioni di cui nessuno controlla il senso e ne comprende davvero gli obiettivi. Piuttosto, si misura l’evoluzione del clima di Washington, che diffonde la sua schizofrenia indiscriminatamente, indubbiamente perché non è più possibile nascondere l’impotenza che ha portato questo stato. Il New York Times non esita più a descrivere la verità catastrofica della situazione sul terreno, e a scrivere editoriali dove ciò che viene scritto viene contraddetto, in successione, chiedendo di fare qualcosa in Siria ma che è impossibile fare qualcosa in Siria. Anche un’illuminata esaltata come Lindsay Graham, non si è nemmeno presa la briga di rimuovere o anche ridurre gli argomenti che contraddicono immediatamente la sua tesi guerrafondaia, citandoli subito dopo. Così dice che è necessario intervenire in modo netto in Siria (l’”utilizzazione” di armi chimiche) se no, Assad, Kim della Corea del Nord ed i mullah iraniani potranno facilmente schernire il potere americanista, aggiungendo subito che il peggior disastro (“il rischio peggiore“) è che i ribelli islamici catturino le armi chimiche (e non Assad che rimane al potere?), cosa che accadrebbe indubbiamente se gli USA saranno coinvolti “nettamente” in Siria, cioè aiutando i ribelli contro Assad, dal momento che gli unici ribelli combattenti, dice il New York Times, sono gli islamisti.
Ciò che è notevole non è il regno del sofismo, come abbiamo già descritto: si sapeva, naturalmente, e lo sapevamo. (Potremmo chiamarlo “sofisma siriano”, non avendo lo spirito di parlare di “sofismo libico” quando le stesse circostanze si manifestarono in Libia.) Ciò che è notevole è che Washington non prova nemmeno a rimuovere l’uno o l’altro dei suoi termini per argomentare meglio il suo caso, ma sembra abbandonare ogni speranza di contenere questa ondata di contraddizioni che alimenta proprio i sofismi in cui sono immersi gli USA (blocco BAO), dopo due anni di attività del tutto irresponsabili, o meglio infraresponsabili, intorno la Siria. Questo clima speciale che  miscela un’eruttazione belligeranza, ma usurata, e di paura alquanto esaurita dalle conseguenze di questo bellicismo, viene evidenziato con particolare forza dall’affermazione di McCain che gli Stati Uniti non invieranno nessuna truppa sul terreno in Siria (“La cosa peggiore che gli Stati Uniti potrebbero fare in questo momento, è inviare truppe sul terreno in Siria“). Questo è, però, un’opzione già ampiamente discussa dagli estremisti del Partito della Guerra di cui McCain è una delle fonti d’ispirazione più forte. (Per aggiungere la solita ciliegina sulla torta, necessaria e inevitabile quando si parla di Siria, riportiamo il giudizio di Shamus Cooke su Antiwar.com del 30 aprile 2013, secondo cui Obama, ancora molto misurato nelle sue opzioni interventiste, viene ampiamente superato “a sinistra” dai militari che sono più che mai contrari a qualsiasi intervento.) Questa specie di decomposizione delle trincee dialettiche e consolidate di Washington, che si è avuta finora, sembra indicare un interessante avanzamento del processo di dissoluzione, se non di entropizzazione dei giudizi sulla situazione in Siria e sulle opzioni politiche degli Stati Uniti. La psicologia dei leader americanisti comincia a sembrare seriamente infettata dai fattori dissolventi della “guerra siriana.” Ed alla luce dell’allarme “vero-falso” sull’uso, manipolato o meno, delle armi chimiche, in un momento in cui si misura l’intensa fatica psicologica di questi vari figuranti del Sistema, permettendo all’infezione di penetrare facilmente; questa intensa stanchezza, prossima all’esaurimento psicologico, grazie a una crisi che non giunge a determinare un parossismo che interessa il sistema, ma che s’impantana e l’impantana (“pantano critico”), in una sorta di amorfismo per loro incomprensibile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qatar, campione di bugie e di occultamenti

Majed Nehme Le Grand Soir 29 aprile 2013

xin_0620306302006968138266AFRICA-ASIA: Senza sponsor e in piena indipendenza, controcorrente rispetto ai libri attualmente ordinati e recentemente pubblicati in Francia sul Qatar, Nicolas Beau e Jacques-Marie Bourget* hanno indagato su questo piccolo Stato tribale, oscurantista e ricco, che a colpi di milioni di dollari e di false promesse sulla democrazia, vuole giocare nel cortile dei grandi imponendo a tutto il mondo la sua interpretazione fondamentalista del Corano. Un lavoro rigoroso e appassionante sulla dittatura morbida, di cui ci parla Jacques-Marie Bourget. Scrittore ed ex giornalista nell’editoria francese, Jacques-Marie Bourget ha seguito molte guerre: Vietnam, Libano, El Salvador, la Guerra del Golfo, la Serbia e il Kosovo, Palestina… a Ramallah un proiettile israeliano lo ferì gravemente. Conoscitore del mondo arabo e di quello occulto, ha pubblicato lo scorso settembre, con il fotografo Marc Simon, Sabra e Shatila nel cuore (Erick Bonnier Publishing, vedasi Africa-Asia ottobre 2012). Nicolas Beau è stato a lungo giornalista investigativo di Libération, Le Monde e Canard Enchainé prima di fondare e dirigere il sito satirico francese Bakchich.info. Ha scritto libri d’inchiesta su Marocco, Tunisia e Bernard-Henri Lévy.

Cosa ti ha portato a scrivere un libro sul Qatar?
Il caso e la necessità. Ho visitato il Paese diverse volte e sono tornato impressionato dal vuoto che emerge a Doha. Si ha l’impressione di stare in un Paese virtuale, una sorta di video globale. Mi sono interessato a capire come un tale piccolo Stato artificiale possa avere, grazie ai dollari e alla religione, un posto del genere nella storia che viviamo. D’altra parte, all’altra estremità della catena, con l’indagine nelle periferie francesi fatta dal mio co-autore Nicolas Beau, ci siamo subito convinti che vi sia una strategia affinché il Qatar diventi finalmente il padrone dell’Islam anche in Francia e in tutto il Medio Oriente e l’Africa. Imponendo la propria interpretazione del Corano, il wahhabismo, quindi essenzialmente una interpretazione salafita, fondamentalista, degli scritti del Profeta. L’esternalizzazione dell’educazione religiosa in Francia agli imam musulmani nominati dal Qatar sembrava incompatibile con l’idea e i principi della Repubblica. Immaginate il Vaticano che diventa improvvisamente produttore di gas, usare i suoi miliardi per congelare il mondo cattolico nelle idee fondamentaliste di Mons. Lefebvre, questi gruppuscoli fondamentalisti che dimostrano violentemente contro il “matrimonio per tutti” in Francia. La nostra società diventerebbe insopportabile, l’oscurantismo e il fondamentalismo sono i peggiori nemici della libertà.
In questo piccolo Paese, abbiamo iniziato pubblicando un dossier per una rivista. Ma l’abbiamo subito trasformato in un libro. Il paradosso del Qatar, che predica la democrazia, senza applicarne un grammo a casa sua, ci ha colpiti. Il nostro libro verrà certamente definito animato da malafede, il pamphlet che colpisce il Qatar… ciò è sbagliato. In questo ambito non abbiamo né controllo, né incontrato amici e sponsor. Per svolgere questo lavoro, è stato sufficiente leggere e osservare. Osservando il Qatar per quel che è: un micro-impero controllato da un satrapo, una dittatura sorridente.

Negli ultimi anni, questo piccolo petro-emirato geopoliticamente insignificante è diventato, almeno mediaticamente, un attore politico che vuole giocare ai grandi e influenzare la storia del mondo musulmano. È megalomania? Il Qatar segue un progetto che lo trascende?
C’è un delirio di grandezza, che viene incoraggiato dai consiglieri e cortigiani che sono riusciti a convincere l’emiro che è sia uno zar che il comandante dei fedeli. Ma è marginale. L’altra verità è, secondo noi, che per paura del suo vicino e potente nemico Arabia Saudita, imita la rana. Senza avere centinaia di migliaia di chilometri quadrati nel Golfo, il Qatar occupa una superficie politico-mediatica, un impero di carta. Doha ritiene che questa espansione sia un mezzo di protezione e sopravvivenza. Infine, vi è la religione. Un profondo sogno messianico cresce a Doha, la conquista di anime e territori. Qui si può confrontarlo con il piccolo Vaticano, che nel XIX.mo secolo inviava missionari in ogni continente. L’emiro è convinto di poter nutrire e far crescere la rinascita dell’Umma, la comunità dei credenti. Questa strategia ha due facce, quella di un possibile incidente, e l’ambizione di portare i sogni del Qatar troppo lontano dalla realtà. Da non dimenticare, inoltre, che Doha occupa un posto vuoto, a suo tempo lasciato dall’Arabia Saudita coinvolta negli attentati dell’11 settembre e costretta ad essere più discreta verso jihad e wahhabismo. Lo scandaloso via libera di cui gode il Qatar nell’aderire alla Francofonia, contribuisce all’obiettivo della “wahhabizzazione” dell’Africa, dove le istituzioni che promuovono la lingua francese possono essere trasformate in scuole islamiche, e Voltaire e Hugo essere sostituiti dal Corano.

Questa megalomania può rivoltarsi contro l’attuale emiro? Soprattutto se guardiamo la breve storia di questo emirato, creato nel 1970 dagli inglesi, scandito da colpi di Stato e rivoluzioni di palazzo.
Megalomania e ambizione dell’emiro Al-Thani sono, è vero, tranquillamente criticati dai “vecchi amici” del Qatar. Alcuni sostengono che il sovrano è un re malato, spingendo l’ascesa al trono del figlio designato come erede, il principe Tamim. Una volta al potere, il nuovo padrone ridurrebbe le ambizioni, tra cui il sostegno di Doha ai jihadisti, come nel caso di Libia, Mali e la Siria. Questa opzione è assai ben considerata dai diplomatici statunitensi, preoccupati da questo nuovo radicalismo islamista nel mondo. Quindi, va ricordato, il Qatar è innanzitutto uno strumento della politica di Washington, con cui è legato da un patto d’acciaio. Detto questo, promuovere Tamim non è semplice in quanto l’emiro, che scacciò il padre con un colpo di Stato nel 1995, non ha annunciato il suo ritiro. Inoltre, il primo ministro Jassim, cugino dell’emiro, l’onnipotente e ricco “HBJ”, non ha intenzione di lasciare un centimetro del suo potere. Meglio: se necessario, gli Stati Uniti sono disposti a sacrificare l’emiro e il figlio per insediarvi “HBJ”, devoto anima e corpo a Washington e Israele. Nonostante l’opulenza che mostra, l’emirato non è così stabile come sembra. Sul fronte economico, il Qatar è indebitato a tassi “europei” e lo sfruttamento del gas di scisto è una dura concorrenza, a partire dagli Stati Uniti.

La presenza della più grande base statunitense al di fuori degli Stati Uniti, sul suolo del Qatar, può essere considerata come una polizza di assicurazione per la sopravvivenza del regime o piuttosto è una spada di Damocle che sarà fatale nel prossimo futuro?
La presenza della grande base al-Udai è un’immediata assicurazione sulla vita per Doha. Gli USA hanno qui un luogo ideale per monitorare, proteggere o attaccare a volontà la regione. Proteggere l’Arabia Saudita e Israele dagli attacchi dell’Iran. La Mecca ebbe le sue rivolte, l’ultima repressa dal capitano Barril e dalla logistica francese. Ma Doha potrebbe conoscere una rivolta guidata da pazzi di Allah scontenti della presenza del “Grande Satana” nella terra wahhabita.

Questo regime, dall’aspetto moderno, è fondamentalmente tribale e oscurantista nella realtà. Perché così poche informazioni sulla sua vera natura?
A rischio di essere noioso, finalmente il pubblico deve sapere che il Qatar è il campione del mondo della doppia morale: quella della menzogna e della dissimulazione come filosofia politica. Ad esempio, da Doha partono aerei per bombardare i taliban in Afghanistan, mentre questi guerriglieri religiosi hanno un ufficio di coordinamento a Doha, a pochi chilometri dalla base da cui decollano i caccia che li uccidono. Questo si applica in tutti i settori, anche nel caso della politica interna di questo piccolo Paese. Guardate quello che sta succedendo in questo angolo di deserto. Le libertà sono assenti, si praticano punizioni corporali, la lettre de cachet, ovvero l’incarcerazione senza accusa, è una pratica comune. Il voto non esiste che per eleggere alcuni consiglieri, così come associazioni e partiti politici sono vietati, come anche la stampa indipendente… Una costituzione redatta dall’emiro e dal suo clan, non viene nemmeno applicata in tutti i suoi articoli. Un milione e mezzo di lavoratori stranieri impiegati in Qatar, la sua colonna vertebrale, sono sottoposti a ciò che le associazioni dei diritti umani chiamano “schiavitù”. Questi sfortunati, privati dei loro passaporti e pagati con una miseria, sopravvivono in odiosi campi senza il diritto di lasciare il Paese. Molti di loro, aggrappandosi al cemento dei grattacieli che costruiscono, muoiono d’infarto o precipitando (diverse centinaia di morti ogni anno).
La “giustizia” a Doha viene amministrata direttamente dal palazzo dell’emiro, attraverso giudici che sono spesso dei mercenari provenienti dal Sudan. Sono coloro che hanno condannato il poeta al-Ajami all’ergastolo, perché ha pubblicato su internet una battuta su al-Thani. Osserviamo una doppia morale: poiché questo letterato non è Solzhenitsyn, nessuno pensa di marciare a Parigi per difendere il martire della libertà. Con un aneddoto, quest’anno, poiché il suo insegnamento non era “islamico”, una scuola francese a Doha è stata semplicemente tolta dalla lista delle istituzioni gestite da Parigi.

Fermiamoci qui, perché la situazione dei diritti in Qatar è un attentato permanente ai diritti.
Eppure si cade sul famoso paradosso, Doha non esita, fuori del suo territorio, a predicare la democrazia. Il miglior forum annuale su questo tema viene organizzato nella capitale. Il suo titolo, “Democrazia nuova o restaurata“, mentre in Qatar non c’è democrazia che sia “nuova” o “restaurata”… Secondo la classifica di The Economist, solo in termini di democrazia, il Qatar è il 136.mo su 157 Stati, classificatosi dietro la Bielorussia. Stranamente, mentre tutte le anime belle evitano il dittatore baffuto Lukashenko, non provano vergogna o rabbia a stringere la mano ad al-Thani. E l’inferno del Qatar non impedisce ai grandi difensori dei diritti umani, tra cui gli ospiti francesi, di venire a prendersi il sole di Doha: Segolene Royal, Najat Belkacem-Vallaud, Dominique de Villepin, Bertrand Delanoë.

Come può un Paese che è essenzialmente antidemocratico presentarsi quale promotore della primavera araba e della libertà di espressione?
Alla luce della “primavera araba” il Qatar ha un ruolo fondamentale, si osservano due fasi. In un primo momento, Doha urla assieme alla gente giustamente indignata. Questo si chiama “democrazia e libertà”. Abbattuti i dittatori, il potere viene preso dai Fratelli musulmani, che sono i veri alleati di Doha. E dimenticano le parole d’ordine di ieri. Come indicato nei supermercati, “libertà e democrazia” sono solo prodotti di grido, sono solo “com” (propaganda). Se il coinvolgimento del Qatar nella “primavera” è apparso sorprendente, è la strategia di Doha che resta discreta. Da anni l’emirato ha rapporti molto stretti con i militanti islamici perseguitati dai potentati arabi, ma anche con gruppi di giovani blogger e utenti di Internet cui offrono corsi sulla “rivolta nella rete.” La politica dell’emiro è duplice. In primo luogo, spediscono avanti la “facciata” dei giovani con i loro Facebook e blogger, ma a mani nude davanti ai fucili della polizia e dei militari. Sconfitti questi, sgomberato il campo, giunge il momento di spiattellare questi islamisti tenuti al caldo e in riserva, sacralizzati dalle saghe eroiche ingigantite da al-Jazeera.

Come si spiega il coinvolgimento diretto del Qatar prima in Tunisia e Libia, e ora in Egitto, nel Sahel e in Siria?
In Libia, come dimostriamo nel nostro libro, l’obiettivo era sia di ripristinare il regno islamico di Idriss che tentare di prendere il controllo di 165 miliardi, l’ammontare del risparmio nascosto da Gheddafi. Nel caso della Tunisia e dell’Egitto, vi è l’applicazione della strategia fredda per “ridisegnare il Medio Oriente”, degno dei “neocon” statunitensi. Ma, ancora una volta, non fu solo  il Qatar che ha rovesciato Ben Ali e Mubaraq, la loro caduta è stata inizialmente il risultato della loro corruzione e della loro politica tirannica e cieca. Nel Sahel, i missionari del Qatar sono presenti da cinque anni. Con le reti delle moschee, l’applicazione sapiente della zaqat, la beneficenza islamica, il Qatar si è ritagliato nel Niger e in Senegal un territorio dipendente dal seno dorato di Doha. Inoltre, in Niger, come in altri Paesi poveri nel mondo, il Qatar ha acquistato centinaia di migliaia di ettari trasformando dei poveri affamati in “contadini senza terra”. Alla fine del 2012, quando i jihadisti presero il controllo del nord del Mali, fu osservato che i membri della mezzaluna rossa del Qatar si recavano a Gao per aiutare i terribili killer del MUJAO…
La Siria è un’estensione del campo della lotta con, in aggiunta, una esagerazione: mostrare concorrenza perfino con il nemico saudita nel sostegno alla jihad. Ecco, è difficile leggere chiaramente lo scopo politico dei due migliori amici del Qatar, gli Stati Uniti e Israele, poiché Doha sembra giocare con il fuoco dell’Islam radicale…

Fatah accusa il Qatar di seminare discordia e divisione tra i palestinesi sostenendo pienamente Hamas, che fa parte della nebulosa della Fratellanza musulmana. Per molti osservatori, questa strategia avvantaggia solo Israele.  Sei d’accordo con questa analisi?
Quando si vuole discutere del volto politico del Qatar verso i palestinesi, dobbiamo attenerci alle immagini. Tzipi Livni, che con Ehud Barak fu il perno dell’Operazione Piombo Fuso a Gaza, nel 2009, che fece 1.500 morti, fa regolarmente shopping nei centri commerciali di Doha. Ne approfitta quando viaggia per salutare l’emiro. Un sovrano che, durante una visita segreta, si recò a Gerusalemme per visitare la signora Livni… Ricordiamoci del patto firmato da un lato da HBJ e dal sovrano al-Thani e dall’altro dagli Stati Stati: la priorità è aiutare la politica di Israele. Quando il “re” di Doha arrivò a Gaza, promise milioni, un modo di coinvolgere Hamas nel clan dei Fratelli musulmani, spezzando al meglio l’unità palestinese. Si tratta di una politica patetica. Ora, Mishaal, capo di Hamas, vive a Doha nel palmo della mano dell’emiro. Il suo sogno, avendo Hamas abbandonato ogni idea di lotta, è mettere Mishaal alla guida della Palestina annessa alla Giordania, una volta abbattuto re Abdullah. Israele potrebbe quindi estendersi in Cisgiordania. Interessante fantapolitica.

Il Qatar ha “comprato” l’organizzazione della Coppa del Mondo di calcio nel 2022?
Un grande e vecchio amico del Qatar ha detto: “Il loro dramma è che riescono sempre a farsi dire che “ancora una volta, hanno pagato””. Certo, vi sono dei sospetti. Si noti che le federazioni sportive sono così sensibili alla corruzione che con il denaro, l’acquisto di una gara è possibile. Lo abbiamo visto con le Olimpiadi stranamente attribuite a degli outsider…

Nella disputa di confine tra Qatar e Bahrain, si è scoperto che uno dei giudici della Corte internazionale di giustizia dell’Aja è stato comprato dal Qatar. Il caso può essere rivisto alla luce di queste rivelazioni?
Un libro, uno serio, recentemente pubblicato suggerisce una possibile manipolazione del Qatar durante il giudizio arbitrale che ha risolto la controversia di confine tra il Qatar e il Bahrain. La posta in gioco è alta, perché sotto il mare e le isole, c’è il gas. Un esperto mi ha detto che questa rivelazione potrebbe essere utilizzata per riaprire il caso davanti alla Corte dell’Aja…

I legami pericolosi tra il francese Sarkozy e il Qatar continuano con François Hollande. Come si spiega questa continuità?
Parlando del Qatar, si parla di Sarkozy e viceversa. Dal 2007 al 2012, diplomatici e spie francesi ne sono testimoni, è l’emiro che ha impostato la “politica araba” della Francia. E’ divertente sapere oggi che Bashar al-Assad è stato l’uomo che ha introdotto i “Sarkozi” presso l’allora suo migliore amico, l’emiro del Qatar. Non vi è alcuna buona commedia senza traditori. Gheddafi è stato un altro grande amico di al-Thani, è l’emiro che ha facilitato il divertente soggiorno del colonnello e della sua tenda a Parigi. Senza menzionare casi incidenti come l’epopea del rilascio delle infermiere bulgare. Il rapporto tra il Qatar e Sarkozy è sempre stato sostenuto da prospettive finanziarie. Doha oggi ha promesso d’investire 500 milioni di euro in un fondo d’investimento che dovrebbe essere lanciato dall’ex presidente francese a Londra. Lo scambio di buone pratiche avviene con la propaganda o la mediazione di avventure, come quelle sportive, in Qatar.
François Hollande, in rapporto al Qatar, è in bilico. Un giorno il Qatar è il “partner indispensabile” che ha salvato, nella sua roccaforte di Tulle, la fabbrica di borse Tanner, il giorno dopo, bisogna stare in guardia dai suoi amici jihadisti. Nessuna politica è saldamente disegnata, e i diplomatici del Quai d’Orsay nominati da Sarkozy, continuano a giocare la partita di una Doha che deve rimanere l’amica numero uno. In tempi di crisi, gli ambiti miliardi di al-Thani comportano, inoltre, una qualche forma di amicizia nel nome di uno slogan falso e ridicolo secondo cui il Qatar “può salvare l’economia francese”… La realtà è meno entusiasmante: tutti gli investimenti industriali di Doha in Francia sono fallimentari… resta solo l’investimento nel mattone, la vecchia calza di ogni ricchezza. Notiamo ancora un’altra patetica spaccatura: Hollande ha mandato il suo ministro della difesa a Doha per cercare di compensare i costi dell’operazione militare francese in Mali, condotta contro i jihadisti ben visti dall’emiro.

*Le Vilain Petit Qatar – Cet ami qui nous veut du mal, Jacques-Marie Bourget e Nicolas Beau, ed.  Fayard, 300 p., 19 euro

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Vedasi: Qatar – L’assolutismo del XXI.mo secolo

Guerra Valutaria: Quali sono i veri obiettivi dell’embargo petrolifero dell’UE contro l’Iran?

Mahdi Darius Nazemroaya Strategic Culture Foundation 31.01.2012

Contro chi è in realtà volto, il cosiddetto “embargo petrolifero contro l’Iran” dell’Unione europea? Si tratta di una importante questione geo-strategica. Oltre a rifiutare le nuove misure dell’UE contro l’Iran come controproducenti, Teheran ha messo in guardia gli Stati membri dell’Unione Europea che l’embargo petrolifero contro l’Iran danneggerà loro e le loro economie, molto più che l’Iran. Teheran ha così avvertito i leader dei paesi dell’Unione europea che le nuove sanzioni sono stolte e contrarie ai loro interessi nazionali e di blocco, ma ciò è corretto? Alla fine, chi beneficerà della catena di eventi che vengono messi in moto?

L’embargo petrolifero contro l’Iran è nuovo?
L’embargo del petrolio contro l’Iran non è una cosa nuova. Nel 1951, l’amministrazione del primo ministro iraniano Mohammed Mossadegh, con il sostegno del parlamento iraniano, nazionalizzò l’industria petrolifera iraniana. In risposta al programma di nazionalizzazione del Dr. Mossadegh, gli inglesi bloccarono militarmente  le acque territoriali e i porti nazionali dell’Iran con la Royal Navy inglese, e impedirono all’Iran di esportare il suo petrolio. Inoltre impedirono militarmente il commercio iraniano. Londra congelò anche beni iraniani e iniziò una campagna per isolare l’Iran con le sanzioni. Il governo del Dr. Mossadegh era democratico e non poteva essere facilmente diffamato internamente dagli inglesi, così cominciarono a ritrarre Mossadegh come una pedina dell’Unione Sovietica che avrebbe trasformato l’Iran in un paese comunista con i suoi alleati politici marxista.
L’embargo illegale navale internazionale britannico fu seguito da un cambio di regime a Teheran, attraverso un colpo di stato progettato dagli anglo-statunitensi nel 1953. Il colpo di stato del 1953 trasformò lo Scià di Persia da figura costituzionale a monarca assoluto e in un dittatore, come i sovrani di Giordania, Arabia Saudita, Bahrain e Qatar. L’Iran fu trasformato in una notte da monarchia costituzionale democratica in dittatura.
Oggi, un embargo petrolifero imposto militarmente contro l’Iran non è possibile, come lo fu nei primi anni ’50. Invece Londra e Washington usano il linguaggio della giustizia e si nascondono dietro i falsi pretesti sulle armi nucleari iraniane. Come negli anni ’50, l’embargo sul petrolio contro l’Iran è legato al cambio di regime. Eppure, ci sono anche più ampi obiettivi che vanno oltre i confini dell’Iran, legati al progetto di Washington d’imporre un embargo petrolifero contro gli iraniani.

L’Unione europea e la vendita del petrolio iraniano
Il principale cliente del petrolio iraniano è la Repubblica popolare cinese. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) di Parigi, che fu creata dopo l’embargo petrolifero arabo del 1973 come ala strategica del Blocco occidentale dell’organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE), l’Iran esporta 543.000 barili di petrolio al giorno verso la Cina. Gli altri clienti di grandi dimensioni dell’Iran sono India, Turchia, Giappone e Corea del Sud. L’India importa 341.000 barili al giorno dall’Iran, la Turchia 370.000 barili al giorno, il Giappone 251.000 barili e la Corea del Sud 239.000 barili al giorno.
Secondo il ministero iraniano del Petrolio, l’Unione europea rappresenta solo il 18% delle esportazioni di petrolio iraniano, il che significa meno di un quinto delle vendite di petrolio iraniano. Solo “collettivamente” l’Unione europea è il secondo cliente più grande dell’Iran. In tutto i paesi dell’UE importano 510.000 barili al giorno dall’Iran. La posizione collettiva che tutti i paesi dell’UE importatori di petrolio iraniano hanno, è stato evidenziato da coloro che vogliono sottolineare l’efficacia dell’embargo petrolifero dell’Unione europea contro l’Iran.
L’Iran può sostituire le vendite di petrolio verso l’Unione europea attraverso nuovi acquirenti o incrementando le vendite ai clienti esistenti, come Cina e India. Un accordo iraniano per cooperare con la Cina per lo stoccaggio delle riserve strategiche cinesi, riempirebbe gran parte del vuoto lasciato dall’Unione europea. Così, l’embargo del petrolio contro l’Iran avrà minimi effetti diretti contro l’Iran. Piuttosto, è più probabile che uno qualsiasi degli effetti che l’economia iraniana subirà, sarà legato alle conseguenze globali dell’embargo petrolifero contro l’Iran.

L’Iran e la guerra globale delle valute
Secondo il Fondo monetario internazionale (FMI), sia il dollaro che l’euro costituiscono insieme l’84,4% delle riserve valutarie mondiali scambiate alla fine del 2011. Il dollaro statunitense da solo, compone il 61,7% di questo dato, costituendo la maggior parte delle riserve valutarie mondiali scambiate nel 2011. La vendita di energia è una parte importante di questa equazione, perché il dollaro statunitense è legato al commercio del petrolio. Così, il commercio di petrolio attraverso quello che viene chiamato petro-dollaro, aiuta a sostenere il prestigio internazionale del dollaro statunitense. I paesi di tutto il mondo sono stati praticamente costretti a utilizzare il dollaro statunitense per mantenere le loro esigenze commerciali e le loro transazioni energetiche.
Per evidenziare l’importanza del commercio internazionale del petrolio per gli Stati Uniti, tutti i membri del Gulf Cooperation Council (GCC) – Arabia Saudita, Bahrain, Qatar, Kuwait, Oman ed Emirati Arabi Uniti – hanno le loro valute nazionali ancorate al dollaro statunitense e sostengono il petro-dollaro col commercio petrolifero in dollari statunitensi. Inoltre, le valute di Libano, Giordania, Eritrea, Gibuti, Belize e di diverse isole tropicali nel Mar dei Caraibi, sono anch’esse tutte ancorato al dollaro statunitense. A parte i territori d’oltremare degli Stati Uniti, anche El Salvador, Ecuador e Panama ufficialmente utilizzano il dollaro statunitense come moneta nazionale.
L’euro invece è contemporaneamente sia un rivale del dollaro statunitense che una valuta alleati. Entrambe le valute lavorano insieme contro le altre valute, in molti casi, e sembrano essere sempre più controllati da centri di potere finanziario in fusione. A parte i diciassette membri dell’Unione europea, che utilizzano l’euro come moneta propria, il Principato di Monaco, San Marino e Città del Vaticano hanno la concessione di diritti e anche il Montenegro e la provincia serba a maggioranza albanese del Kosovo usano l’euro come valuta nazionale. Al di fuori dell’area dell’euro (zona euro), le valute di Bosnia, Bulgaria, Danimarca, Lettonia, Lituania, in Europa, e le valute di Capo Verde, Comore, Marocco, Repubblica democratica di São Tomé e Príncipe e le due zone CFA in Africa, e le valute di diverse colonie occidentali extraeuropee, come la Groenlandia, sono tutte ancorate all’euro.
Diverse zone monetarie sono direttamente legate all’euro. In Oceania, il franco Comptoirs Français du Pacifique (PCP), chiamato semplicemente Franco del Pacifico (franc pacifique), utilizzato in un’unione monetaria alle dipendenze francesi di Polinesia francese, Nuova Caledonia e Territorio delle Isole Wallis e Futuna è ancorato all’euro. Come accennato in precedenza, le zone CFA in Africa sono anch’esse ancorate all’euro. Così, sia il franco della Comunità Finanziaria dell’Africa (Communauté financière d’Afrique, CFA) o franco CFA dell’Africa occidentale, viene utilizzato da Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo – che il franco della Cooperazione Finanziaria dell’Africa centrale (Coopération financière en Afrique centrale, CFA) o franco CFA dell’Africa centrale – viene utilizzato da Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica del Congo (Congo-Brazzaville), Guinea Equatoriale e Gabon -, hanno il loro destino legato al valore monetario dell’euro.
L’Iran non è alla ricerca di un confronto militare tra le crescenti ostilità con gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Nonostante la narrazione deformata che viene presentata, Teheran ha detto che chiuderebbe lo Stretto di Hormuz come ultima risorsa. Gli iraniani hanno anche detto che non lasceranno che le navi degli Stati Uniti o nemiche, attraversino le acque territoriali iraniane, loro diritto legale, e che invece le navi ostili possono attraverso le acque territoriali dell’Oman nello Stretto di Hormuz. Come nota a margine, tra l’altro, il problema per gli Stati Uniti e gli altri avversari dell’Iran, è che le acque dell’Oman nello Stretto di Hormuz sono troppo basse.
Invece di un confronto militare, Teheran sta reagendo  economicamente in diversi modi. Il primo passo, iniziato prima del 2012, sono stati la diversificazione della vendita e degli scambi internazionali del petrolio iraniano, riguardo le rispettive valute di transazione. Questo fa parte di una mossa calcolata dall’Iran per abbandonare l’utilizzo del dollaro statunitense, proprio come Saddam Hussein in Iraq fece nel 2000, come mezzo per combattere contro le sanzioni imposte all’Iraq. In questo contesto, l’Iran ha creato una borsa internazionale dell’energia in competizione con il New York Mercantile Exchange (NYMEX) e l’International Petroleum Exchange (IPE) di Londra, che operano entrambe con il dollaro statunitense per le transazioni. Questa borsa dell’energia, chiamata Kish Oil Bourse, è stata ufficialmente inaugurata nell’agosto del 2011 sull’isola di Kish nel Golfo Persico. Le sue prime operazioni sono state effettuate utilizzando l’euro e il dirhem degli Emirati.
Nel contesto delle rivalità tra di euro e dollaro statunitense, gli iraniani in origine volevano mettere l’euro in un sistema di petro-euro, con la speranza che la competizione tra il dollaro statunitense e l’euro potesse rendere l’Unione europea un alleato dell’Iran e scollegare l’Unione europea dagli Stati Uniti. Con le tensioni politiche crescenti con l’UE, il petro-euro è diventato sempre meno allettante per Teheran. L’Iran ha capito che l’Unione europea è sottomessa agli interessi degli Stati Uniti ed è guidata da capi corrotti. Così, in misura minore, l’Iran ha anche cercato di allontanarsi dall’euro.
Inoltre, l’Iran ha ampliato il proprio abbandono dell’uso del dollaro statunitense e dell’euro, come politica nelle relazioni commerciali bilaterali. Iran e India discutono di pagamenti in oro per il petrolio iraniano. Il commercio iraniano-russo viene condotto in rial iraniani e rubli russi, mentre il commercio iraniano con la Cina e altri paesi asiatici, viene effettuato utilizzando il renminbi cinese, Rial iraniano, yen giapponese e altre valute che non siano il dollaro e l’euro.
Mentre l’euro avrebbe potuto essere il grande vincitore in un sistema di petro-euro, le azioni dell’Unione europea hanno lavorato contro ciò. L’embargo petrolifero dell’Unione europea contro l’Iran ha solo piantato i chiodi nella bara. A livello globale, la matrice emergente del commercio e delle transazioni eurasiatici e internazionali al di fuori degli ombrelli del dollaro statunitense e dell’euro, sta indebolendo entrambe queste valute. Il Parlamento iraniano ha appena passato una legge che tagliare le esportazioni di petrolio ai membri dell’Unione europea che faranno parte del regime di sanzioni, fino alla revoca delle sanzioni petrolifere all’Iran. La mossa iraniana sarà un duro colpo per l’euro, soprattutto perché l’Unione europea non avrà il tempo di prepararsi per i tagli energetici iraniani.
Ci sono diverse possibilità che possono emergere. Uno di queste è che ciò potrebbe essere parte di quello che Washington vuole, e che potrebbe essere giocata contro l’Unione europea. Un altro è che gli Stati Uniti e specifici Stati membri dell’UE, stanno lavorando insieme contro i rivali strategici economici e altri mercati.

Chi se ne avvantaggia? Gli obiettivi economici non sono l’Iran…
La fine delle esportazioni di petrolio iraniano verso l’Unione europea e il declino dell’euro vanno direttamente a beneficio degli Stati Uniti e del loro dollaro. Ciò che l’Unione europea sta facendo è semplicemente indebolire se stessa e consentire al dollaro statunitense di avere il sopravvento nella sua rivalità nei confronti dell’euro. Inoltre, qualora vi fosse il crollo dell’euro, il dollaro statunitense riempirà rapidamente gran parte del vuoto. Nonostante il fatto che la Russia possa beneficiare dei prezzi del petrolio e di una maggiore leva sulla sicurezza energetica dell’Unione europea come fornitrice, il Cremlino ha anche messo in guardia l’Unione europea che sta lavorando contro i propri interessi, subordinandosi a Washington.
Molte importanti questioni sono in gioco, circa le conseguenze economiche dell’aumento dei prezzi del petrolio. L’Unione europea sarà in grado di resistere alla tempesta economica o al collasso della valuta? Ciò che l’embargo petrolifero dell’Unione europea contro l’Iran farà sarà destabilizzare l’euro e creare una valanga globale, danneggiando le economie extra-UE. A questo proposito, Teheran ha avvertito che gli Stati Uniti mirano a danneggiare le economie concorrenti mediante l’adozione delle sanzioni petrolifere dell’UE contro l’Iran. All’interno di questa linea di pensiero, questa è la ragione per cui gli Stati Uniti stanno cercando di costringere Cina, India, Corea del Sud e Giappone in Asia, a ridurre o tagliare le importazioni di petrolio iraniano.
Nell’Unione europea, saranno le economie dei membri più fragili e in lotta, come la Grecia e la Spagna, che saranno ferite dall’embargo  petrolifero dell’UE contro l’Iran. Le raffinerie di petrolio nei paesi dell’Unione europea che importano petrolio iraniano, dovranno trovare nuovi venditori come fonti e saranno costrette ad adeguare le loro operazioni. Piero De Simone, uno dei leader dell’Unione Petrolifera d’Italia, ha avvertito che circa settanta  raffinerie di petrolio dell’UE potrebbero essere chiuse e che i paesi asiatici potrebbero iniziare a vendere petrolio raffinato iraniano all’Unione europea a scapito delle raffinerie locali e della locale industria petrolifera. Nonostante le rivendicazioni politiche in sostegno all’embargo petrolifero contro l’Iran, l’Arabia Saudita non sarà in grado di colmare il vuoto delle esportazioni petrolifere iraniane verso l’Unione europea o altri mercati. Una carenza di forniture di petrolio e i cambiamenti della produzione potrebbero avere effetti a spirale nell’Unione europea e sui costi di produzione industriale, dei trasporti e sui prezzi di mercato. La previsione è che che l’UE effettivamente aggraverà la crisi nella zona euro o eurozona.
Inoltre, l’aumento continuo dei prezzi, che vanno dal cibo ai trasporti, non sarà limitato all’Unione europea, ma avrà ramificazioni globali. Coll’aumentare dei prezzi su scala globale, le economie in America Latina, Caraibi, Africa, Medio Oriente, Asia e Pacifico si troveranno ad affrontare nuove difficoltà, mentre il settore finanziario negli Stati Uniti e di molti dei suoi partner – tra cui i membri dell’Unione europea – potrebbe capitalizzare attraverso l’acquisizione di alcuni settori e mercati. Il FMI e la Banca Mondiale, in rappresentanza di Bretton Woods a Wall Street, potrebbero gettarsi nella mischie e imporre altri programmi di privatizzazione a vantaggio dei settori finanziari degli Stati Uniti e dei loro principali partner. Inoltre, come l’Iran decide di vendere il 18% del petrolio e di smettere di vendere ai membri dell’UE, sarà inoltre un fattore di mediazione.

I fantasmi della embargo petrolifero arabo del 1973: la Libia e l’Agenzia internazionale dell’energia
Mentre i paesi in Africa o del Pacifico non hanno riserve strategiche di petrolio e saranno alla mercé degli aumenti dei prezzi mondiali, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno lavorato strategicamente cercando di isolarsi da questi scenari. Questo è dove l’International Energy Agency (IEA) di  Parigi entra in scena. Le riserve di petrolio libico sono anch’esse un fattore delle ostilità e della petro-politica che coinvolgono l’Iran.
L’AIE è stata creata dopo l’embargo petrolifero arabo del 1973. Come accennato in precedenza, si tratta dell’”ala strategica Blocco occidentale dell’organizzazione di Cooperazione e Sviluppo Economico (OCSE).” L’OCSE è un club di paesi che comprende Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Italia, Belgio, Danimarca, Giappone, Canada, Corea del Sud, Turchia, Australia, Israele e Nuova Zelanda. Si basa essenzialmente sui contorni del blocco occidentale, che è composto da alleati e satelliti degli USA. A parte Israele, Cile, Estonia, Islanda, Slovenia, e Messico, tutti i membri dell’OCSE, sono membri dell’AIE.
Dalla sua creazione nel 1974, uno dei compiti dell’IEA è quello di stoccare riserve strategiche di petrolio per i paesi OCSE. Durante la guerra della NATO contro la Libia, l’AIE in realtà ha aperto le sue riserve strategiche di petrolio per compensare il vuoto lasciato dalla mancanza di esportazioni di petrolio libico. Le uniche altre due volte cui questo è accaduto, fu nel 1991, quando Washington ha guidato la coalizione militare nella sua prima guerra contro l’Iraq, e nel 2005, quando l’uragano Katrina ha devastato gli Stati Uniti.
La guerra in Libia aveva molti scopi. I fini perseguiti sono stati i seguenti: (1) impedire l’unità africana, (2) scacciare la Cina fuori dall’Africa, (3) controllare le riserve strategiche energetiche più importanti, e (4) preservare le forniture di petrolio nello scenario di conflitti degli USA contro la Siria e l’Iran. Ciò che la guerra della NATO alla Libia aveva come scopo, era assicurarsi la produzione petrolifera dalla Libia, perché c’era la possibilità che la Libia del Colonnello Muammar Gheddafi potesse sospendere le vendite di petrolio all’Unione europea, a sostegno della Siria o dell’Iran in possibili conflitti con gli Stati Uniti, la NATO e Israele. E’ anche interessante notare che una delle figure libiche nelle Nazioni Unite, che hanno contribuito a permettere la guerra contro la Libia, vi è Sliman Bouchuiguir, il capo della Lega libica per i diritti umani (LLHR) e attuale ambasciatore libico in Svizzera, che ha lavorato a formulare una strategia per impedire che il petrolio venisse usato come arma strategica, per assicurarsi che la crisi petrolifera del 1973 si ripeta mai per gli Stati Uniti e i loro alleati.
A parte l’Iran, i siriani sono stati una fonte di importazioni di petrolio per l’Unione europea. Come l’Iran, l’UE ha anche bloccato il petrolio siriano attraverso un regime di sanzioni progettato dal governo statunitense. Con il petrolio iraniano e siriano escluso dall’UE, il valore strategico del petrolio libico aumenta. A questo proposito, le relazioni circa il dispiegamento di migliaia di soldati degli Stati Uniti nei giacimenti di petrolio libici, possono essere analizzate come coordinato o collegato alla crescente ostilità degli Stati Uniti e dell’Unione europea verso la Siria e l’Iran. Dirottare l’invio di petrolio libico verso l’UE prima destinato alla Cina, può anche essere parte di tale strategia.

La guerra psicologica
In realtà, il regime di sanzioni progettato dal governo statunitense contro l’Iran è andato fin dove può andare. Tutti gli interventi sull’isolamento iraniani sono bravate e sono lontane dalla realtà delle attuali relazioni e commercio internazionali. Brasile, Russia, Cina, India, Iraq, Kazakistan, Venezuela e altri paesi dello spazio post-sovietico, Asia, Africa e America Latina, hanno tutti rifiutato di aderire alle sanzioni contro l’economia iraniana.
L’embargo petrolifero dell’Unione europea, insieme alle più ampie sanzioni contro l’Iran, ha un aspetto più ampiamente psicologico. L’Iran e il suo alleato siriano, affrontano una guerra multi-dimensionale che ha scopi economici, occulti, diplomatici e psicologici. La guerra psicologica, che coinvolge i media mainstream come strumento di politica estera e di guerra, è un’opzione molto economica per gli Stati Uniti, a causa del suo costo molto basso. Maggiore enfasi viene inoltre data ad essa, nel contesto dell’attuale situazione economica del mondo.
Eppure, la guerra psicologica può essere combattuta su entrambi i lati. Gran parte del potere degli Stati Uniti è psicologico e legato alla paura. Come la geografia del Golfo Persico, il tempo è dalla parte dell’Iran e lavora contro gli Stati Uniti. Se l’Iran continua il suo corso attuale e resterà insensibile alle sanzioni, questo l’aiuterà a spezzare la soglia psicologica che scoraggia globalmente i paesi ad opporsi agli Stati Uniti. Nel caso in cui molti altri paesi continuino a rifiutarsi ad inchinarsi all’amministrazione Obamam, nell’imporre sanzioni contro l’Iran, questo sarà anche un duro colpo per il prestigio e il potere degli Stati Uniti, che si tradurrà nei campi economico e finanziario.
Inoltre, alla fine l’embargo petrolifero dell’UE colpirà l’UE invece dell’Iran. Nel lungo termine potrebbe anche danneggiare gli Stati Uniti. Strutturalmente, gli effetti dell’embargo dell’UE sul petrolio radicherà ulteriormente l’Unione europea nell’orbita di Washington, ma questi effetti catalizzeranno una crescente opposizione sociale a Washington, che alla fine si manifesteranno in ambito politico ed economico.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’enigma del Qatar: un gigante del gas dalla spada nana

Chems Eddine Chitour Mondialisation 22 novembre 2011

Perché guardi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello, e non noti la trave nel tuo occhio?”
Vangelo di Luca, 6, 41

Questa parabola di Cristo ci aiuterà ad articolare la nostra tesi circa la cattiva condotta, immorale, di una famiglia che ha dirottato una nazione, vale a dire che il Qatar. Il mondo ha certamente concetti e valori che si pensava scolpiti nella pietra, come un buon lavoro, il sacrificio, il sudore, che vengono superati dalla ricchezza acquisita in modo improprio, non col frutto del proprio sudore, ma col prestito del denaro e lo scandalo della speculazione finanziaria costruita sul vento e sull’ingannare dell’altro, da divorare se perde il passo, ciò che il linguaggio neoliberista definisce OPA. Sia da una rendita immeritata, come nel caso dei paesi petroliferi arabi, bloccati nei tempi morti, e che prendono in ostaggio il loro popolo, condannandoli a guardare correre a piena velocità il treno del progresso, mentre rimuginano sul marciapiede della stazione sulla loro frustrazione. Si può capire il disprezzo in cui sono tenuti questi potenti, grossi, grassi e ben nutriti, mentre la povertà sembra essere la calamità più ampiamente condivisa da centinaia di milioni, addirittura da miliardi, di bisognosi, indipendentemente dalla latitudine. No, gli arabi non sono così! C’è stato un tempo in cui rappresentavano la speranza dell’umanità.
 
Il Qatar: un epifenomeno o un fastidio permanente?
Mi va di raccontare di un enigma, un piccolo paese per superficie, ma dalla attuale enorme capacità di fare danni, che è sorto dal nulla, allo stesso modo in cui petrolio e gas sgorgano dal sottosuolo consegnandogli una malvagia rendita immeritata. Il Qatar è un emirato del Medio Oriente con una superficie di 11427 kmq per 300000 indigeni e un milione di stranieri che hanno uno status poco invidiabile, soprattutto se non sono occidentali. Piccolo produttore di petrolio, è anche il terzo produttore di gas naturale nel mondo, dopo l’Iran e la Russia. Dopo la dominazione dai Persiani per migliaia di anni sul Bahrein, poi gli ottomani o ancora gli inglesi, il Qatar è diventato uno Stato indipendente il 3 settembre 1971. E’ diretto con pugno di ferro dalla famiglia al-Thani da quaranta anni, come il regno di Gheddafi. L’attuale emiro ha rovesciato – c’è da meravigliarsi di queste abitudini per le lusinghe del potere? – suo padre nel 1995. Il governo del Qatar mantiene le restrizioni alla libertà di espressione e i movimenti per l’uguaglianza. La famiglia sovrana al-Thani continua a detenere un potere esclusivo. La nuova Costituzione non autorizza la formazione di partiti politici e questo da 40 anni. Dove è la libertà di espressione e l’alternanza al potere? La stazione televisiva al-Jazeera ha acquisito notorietà come fonte di informazioni non censurate, riguardo gli altri paesi arabi, provocando le ire di questi ultimi.
I giornalisti, piuttosto ordinari, provenienti da altri paesi arabi, sono attratti dal miraggio dei soldi e non dalla libertà di espressione, si sono eretti a censori aggressivi nei loro programmi, dove demonizzano al massimo gli altri regimi arabi. A nostro avviso vi sono due tabù, la famiglia dell’emirato e paesi occidentali venerati nella più pura tradizione del vassallaggio, quasi … Inoltre, nella guerra contro l’Iraq, il paese ha agito da base dello stato maggiore statunitense. L’11 dicembre 2002, ha firmato con gli Stati Uniti un accordo sull’uso della base aerea di al-Eideid. Siamo consapevoli che il Qatar è intoccabile. Si stimava che le riserve di petrolio del paese arrivino a 26,8 miliardi di barili, alla fine del 2009. Il Qatar ha attualmente la terza riserve di gas (25,37 miliardi di metri cubi nel 2009) dopo la Russia e l’Iran. Il Qatar è anche il più grande emettitore di CO2 pro capite, con emissioni pro capite tre volte superiore a quelle degli Stati Uniti, ossia 60 tonnellate di CO2/abitante/anno. È una fortuna per il mondo che i qatarioti non siano numerosi. Nel frattempo, un arabo somalo “fratello”, ne emette mezza tonnellata/anno. Chiaramente, quest’ultimo consuma in un anno ciò che un qatariota spreca in tre giorni! Ecco lo sviluppo sostenibile auspicato da questo emirato. Il PIL del Qatar ha raggiunto 52,7 miliardi dollari di dollari nel 2006. Il PIL pro capite ha raggiunto i 78.260 di dollari nel 2009, superiore a quello degli europei e degli statunitensi. Quest’ultimo è il risultato di una lunga tradizione scientifica, tecnologica e culturale, non uno spreco di multidimensionale di denaro immeritato, generata dalle stesse frustrazioni legittime o dal disprezzo di coloro che si barcamenano.
Per Hassan Moala: “Il Qatar non è, ovviamente, frequentabile per la sua “democrazia” contenuta all’interno degli studi di al-Jazeera. Questo emirato possiede il più grande fondo sovrano al mondo, il Qatar Investment Authority, il cui patrimonio è stimato in circa 700 miliardi di dollari! E’ qui che sta la grande forza di questo piccolo … gigante. Tanto più che il Qatar è a disposizione dei padroni del mondo per finanziare e rifornire delle spedizioni militari, come è avvenuto in Libia. Sarebbe stato più glorificante vedere l’emirato sul tetto del mondo, se si trattasse di un modello di democrazia. (…) Essi sono quasi d’accordo con Stati Uniti, Francia e Regno Unito in merito ai conflitti nel mondo, anche quando si trattava di ‘spezzare’ gli arabi. Sostengono la causa palestinese non esitando a ricevere i leader israeliani. (…) In questo paese, la preoccupazione esistenziale permette ogni tipo di alleanze, comprese quelle contro natura. I soldati della base militare statunitense vegliano. Per quanto tempo ancora?“(1)

Degli occhi più grandi del ventre
Olivier da Lage definisce la diplomazia del Qatar con l’espressione “Gli occhi più grandi dello stomaco“.
Dire, scrive, che il Qatar infastidisce i suoi vicini nella penisola arabica è un eufemismo. Fino ai primi anni novanta, il Qatar ha adottato un basso profilo, in politica estera. (…) La sfida del Qatar alla sovranità del Bahrein, sugli isolotti di Fasht al-Dibel, sembrava essere la sua unica priorità estera.(…) Quando depose il padre, lo sceicco Hamad decise di affermare l’originalità del Qatar in tutti i campi, anche urtando altri monarchi. Questi ultimi, come si può  immaginare, non hanno apprezzato il pessimo precedente che può rappresentare un principe ereditario che rovescia il padre. Da dove viene questa assicurazione che permette al Qatar, un piccolo paese di circa 400.000 abitanti, di cui circa 150.000 nazionali, di resistere ai suoi vicini e, a sua volta, di intromettersi nella maggior parte dei paesi arabi? Non si insisterà mai abbastanza si fatto che gli Stati Uniti sono il primo paese a riconoscere il potere di Sheikh Hamad .(…) Allo stesso modo, l’accordo di mutua difesa che lega Washington e Doha, nel giugno 1992, è una realtà.” (2)
Oggi, continua Da Lage, il Qatar ospita il più grande deposito di armi degli Stati Uniti nel mondo, al di fuori del territorio degli Stati Uniti. (…)  (…) Eppure, ciò che è stato a volte visto come una eccentricità della politica estera dell’emirato, ha continuato a beneficiare dell’indulgenza statunitense.  Per quanto riguarda l’Iran, il collegamento tra Doha e Teheran non è che politicamente motivato. La sacca del gas del North Dome, il cui sfruttamento  rappresenta tutta la futura ricchezza del Qatar, si estende nel Golfo oltre il confine con l’Iran. Sheikh Hamad bin Jassem (…) ha incontrato a New York Shimon Peres, poi al vertice economico di Amman, nell’ottobre 1995, ci fu la firma di un memorandum con Israele per la fornitura di gas naturale dal Qatar.  Un ufficio commerciale israeliano fu aperto a Doha, inaugurato nel settembre 1996. Il pieno sostegno degli Stati Uniti spiega, in gran parte, la sicurezza che il piccolo emirato ha mostrato di fronte alle critiche dei suoi vicini. (…) al-Jazeera appare come un braccio non ufficiale della diplomazia di Doha, e la verve della sua scrittura si esercita raramente contro la politica ufficiale del Qatar“, spiega Malbrunot, riguardo l’atmosfera in Qatar e perché non c’è una ribellione.
Il Qatar,  scrive, si distingue non solo per l’attivismo della sua diplomazia conciliante o per la ricchezza quasi insolente.” E’ anche l’unico stato della regione ad essere  risparmiata, finora, dall’ondata di proteste che ha scosso il resto del mondo arabo. “Qui la manna viene distribuita solo a 200.000 cittadini del Qatar, che non hanno alcuna vera ragione di lamentarsi“, dice un diplomatico occidentale. “Francamente, non abbiamo bisogno di avere la Coppa del Mondo,” critica a mezza voce Hassan al-Ansari, capo redattore del Qatar Tribune. “Perché spendere 55 miliardi dollari per delle strutture da rimuovere il mese dopo?” dice un altro funzionario. Inondati dalle informazioni sulle rivolte arabe da al-Jazeera, i suoi abitanti, però, non hanno nulla da mettere in bocca quando guardano il canale del Qatar, muto sulle notizie locali. Tuttavia, “abbiamo anche richieste politiche, spiega il professor al-Misser. Per ora, esiste solo una Majlis al-Shura, ma i membri di questa Assemblea sono nominati dal governo e  hanno solo un ruolo consultivo.”(3)

Un ruolo diabolico
Se le persone sono state ingannate dalla pseudo-rivoluzione libica, supportato dai ben noti “rivoluzionari” Nicolas Sarkozy, Bernard-Botul-Henri Lévy e David Cameron, ecco chi potrebbe aprirgli gli occhi … Per la prima volta, il Qatar dichiara di aver partecipato alle operazioni sul campo, insieme ai ribelli libici. (…) Tre giorni dopo la proclamazione da parte del CNT della “liberazione” totale della Libia, i capi di stato maggiore dei paesi coinvolti militarmente in Libia si riuniscono per un incontro a Doha, in Qatar. In questa occasione, il Capo di Stato Maggiore del Qatar, il generale Hamad bin Ali al-Attiya, ha rivelato che centinaia di soldati del Qatar hanno partecipato alle operazioni militari a fianco dei ribelli in Libia. Apprendiamo che anche il presidente Omar al-Bashir del Sudan, ha fornito armi in quantità ai cosiddetti “ribelli” (4).
Sembra anche, scrive Ian Black, che sia il Qatar a guidare gli sforzi internazionali per addestrare l’esercito libico, raccogliendo le armi e integrando le unità ribelli, spesso autonome, nel nuovo esercito e nelle nuove istituzioni di sicurezza (…) e durante l’assalto finale contro il quartier generale di Gheddafi a Tripoli, alla fine di agosto, le forze speciali del Qatar erano in prima linea. Il Qatar ha anche fornito 400 milioni dollari ai ribelli, li ha aiutati ad esportare petrolio da Bengasi e a creare una stazione televisiva a Doha. (…) Per alcuni, la strategia dell’emiro è  sostenere selettivamente le forze democratiche nel mondo arabo, in parte per migliorare la reputazione internazionale del paese, mentre distoglie l’attenzione dal Golfo dove le proteste anti-regime erano schiacciate in Bahrein e comprate in Arabia Saudita.”
Parlando della “manipolazione della Lega Araba“, Robert Fisk spiega come il Qatar stia cercando di riprodurre lo scenario libico:
La Lega Araba – una delle organizzazioni più stupide, più impotenti e assurde nella storia del mondo arabo – improvvisamente si è trasformata da topo a leone, ruggendo che la Siria sarà sospesa mercoledì, a meno che non metterà fine alle violenze contro i manifestanti, ritira l’esercito delle città, non rilascia i prigionieri politici e comincia a parlare con l’opposizione. Damasco ha ruggito in risposta, che la Siria aveva già attuato il piano di pace della Lega – si può dubitare – che la decisione era “illegale e una violazione della Carta della Lega” (forse vero) e che l’eventuale sospensione della Siria, è stato un tentativo di “provocare l’intervento straniero in Siria, come è stato fatto in Libia.” Il Qatar – che è, con la sua al-Jazeera, il nemico attuale della Siria – era dietro il voto, promettendo e supplicando e, si dice, comprando alla grande quelli che potevano avere dei dubbi. La potenza del Qatar nel mondo arabo, ha cominciato a prendere una piega marcatamente imperiale. Con i suoi soldi e i suoi raid aerei, ha contribuito a far cadere il regime di Gheddafi. Ora, il Qatar è l’avanguardia della Lega araba contro la Siria. (…) E senza che un solo arabo voglia una guerra civile come quella della Libia, incendia la Siria. Inoltre, Leon Panetta, il capo della CIA, ha già escluso un coinvolgimento militare degli Stati Uniti.”(6)

Opportunismo
La diplomazia del dollaro influisce anche sulla cultura. Il denaro non ha odore, sulla base dell’assegno si può dire tutto e il suo contrario. Il Qatar rimarrà nella storia come una perversione, un generatore di corruzione a cui è apparentemente difficile resistere. Lena Lutaud ce ne dà un esempio:
Sua Eccellenza Mohamed al-Kuwari ha decorato i designer Jean Plantu e Amirouche Laidi, presidente del club Averroè, col premio “Doha Capitale Culturale Araba”. Stasera, l’Ambasciatore decorerà i poeti André Miquel, Bernard Noel e Adonis. Da Jack Lang a Jean Daniel, passando per Dominique Baudis, Edmonde Charles-Roux, Renaud Donnedieu de Vabres e Anne Roumanoff, un totale di 66 personaggi della cultura francese è stato premiato dal Qatar nel 2010. Tutti sono ripartiti con un assegno di 10.000 euro”. (7) Non si vede che il mondo bello. Si va oltre, con prestigiose istituzioni decentrare e l’aura scientifica che si esporta. Questo è il caso della Sorbona. Robert de Sorbon si rivolterebbe nella tomba! C’è anche un Louvre delocalizzato in Medio Oriente. I qatarioti possono guardare tra sbuffi di narghilè e il resto, i pezzi migliori, frutto della rapina che seguivano le spedizioni coloniali per portare la civiltà nei paesi barbari. Non c’è dubbio che l’Occidente, per i momento, punta su un Qatar seduto pigramente su un giacimento di gas, di cui ha bisogno. Ma arriverà un momento, quando  fischierà la fine della ricreazione per tutti questi non-stati, che si accaparrerà, senza scrupoli, l’energia di cui ha bisogno. Per non aver puntato sulla conoscenza, per non mettere in pratica la democrazia alternata, gli arabi diventeranno una scoria della storia. Tra un migliaio di anni verrà ricordato, malgrado tutto, che Gheddafi aveva, con il suo credo “Zenga, Zenga“, una certa idea della “cha’ama“, la dignità che manca ai potentati scrocconi assisi sui tempi morti.
La parabola di Cristo dovrebbe essere spiegata all’emiro del Qatar…

Note
1. Hassan Moali, La puissance surfaite du Qatar, El Watan, 15.11.11
2. Olivier Da Lage
3. Georges Malbrunot: Le Qatar, le contrepied du printemps arabe Le Figaro, 04 2011 
4. Mathaba
5. Ian Black
6. Robert Fisk: Ligue arabe: comment le Qatar tire les ficelles, The Independent, 17.11.2011 
7. Lena Lutaud: L’offensive culturelle du Qatar, Le Figaro, 20.12.2010

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qual è la capitale della Libia libera? Doha

Il Qatar, la Turchia e la Libia del CNT

Il ruolo del Qatar nel golpe contro la Libia crea una frattura nella leadership del CNT.  L’ex capo  del Consiglio Nazionale di Transizione, Mahmoud Jibril, accusa il Qatar di giocare un ruolo troppo grande negli affari interni della Libia e di sostenere determinate fazioni. “Il Qatar ha dato molto alla rivoluzione libica all’inizio, e ha veramente svolto un ruolo che non può essere dimenticato“, ha detto Jibril alla TV al-Arabiya di Dubai. “Ma ora penso che il Qatar stia cercando di svolgere un ruolo che è più grande del suo potenziale reale. Il ruolo del Qatar in Libia, se soddisfa gli interessi del popolo libico, è il benvenuto. Ma quando il Qatar appoggia una fazione o un gruppo contro il resto del popolo libico, allora questo non può essere favorevole al popolo libico…” Ha anche dichiarato che una ‘forza straniera ha ordinato l’esecuzione di Gheddafi’, riferendosi sempre al Qatar.
Pochi giorni prima anche l’ex ministro degli esteri e attuale ambasciatore del CNT alle Nazioni Unite, Abdurrahman Shalgham, aveva accusato il Qatar di cercare di dominare gli affari libici. “E’ scandaloso. Siamo sorpresi e non lo capiamo. Il (Qatar) assegna finanziamenti ad alcuni partiti, ai partiti islamisti. Danno soldi e armi e cercano di intromettersi in questioni che non li riguardano, cosa che noi rifiutiamo. Il Qatar vuole dominare la Libia. Il leader del CNT e la sua delegazione, che hanno visitato il Qatar di recente, hanno accettato ciò che è stato dettato da Doha, senza avere una esperienza politica e una conoscenza approfondita“, ha detto Shalgam a Maa al-Hadat, programma in arabo del canale satellitare tedesco Deutsche Welle. Shalgham accusa il Qatar di non essere imparziale con tutte le parti della Libia, e respinge la leadership del Qatar sulle forze della coalizione internazionale in Libia. Un altro leader del CNT aveva detto ad Arab News, che una delegazione si era recata a Doha per avvertirla di non interferire più in futuro.
Una fonte diplomatica occidentale affermava che Mahmoud Jibril avrebbe chiesto agli Stati Uniti di appoggiare la sua campagna contro le ingerenze del Qatar. Difatti, molti diplomatici occidentali si lamentano, in privato, di ciò che definiscono le ‘manovre machiavelliche’ del Qatar, la cui presenza a Tripoli è sentita nelle lobby degli hotel, dove i nuovi leader e i comandanti della Libia e gli inviati stranieri si scambiano consigli sul nuovo governo. Un diplomatico ha confessato che non capiva per quali scopi il Qatar abbia inviato armi e finanziamenti ai gruppi islamisti, e anche apparentemente ad alcune figure liberali del CNT, come Mahmoud Shammam: “Qual è la capitale della Libia libera? Doha. La Libia è il loro progetto. Ma qual è lo scopo del gioco? Non lo so, ma sono onnipresenti.”  Un diplomatico mediorientale aveva detto che i liberali libici dovrebbe rendersi conto che i soldi del Qatar seguiranno il probabile risultato delle elezioni libiche, piuttosto che il contrario. “Si dovrebbero chiedere perché il Qatar, come dicono, li ha traditi? E’ perché possono vedere ciò che i libici vogliono”, ha detto il diplomatico. “Questi tizi che ritornano dall’estero, non sono in contatto con la gente. Il Qatar può vedere chi andrà a governare questo paese, e vogliono un ritorno per il loro investimento”. Vi sono pochi dubbi sul fatto che i seguaci di al-Salabi e i potenziali alleati dei Fratelli Musulmani sembrino essere in grado di battere le figure liberali, quando si terranno le elezioni.
Nel frattempo, l’Alleanza 17 febbraio esprimeva il 7 novembre la sua più profonda gratitudine “per tutto quello che il Qatar ha fatto per giungere alla vittoria e per proteggere il popolo libico“. La dichiarazione descrive il sostegno morale, finanziario e logistico del Qatar ai rivoluzionari, come “il migliore sul terreno” e ne loda il ruolo di collegamento tra i ribelli e l’alleanza internazionale (NATO), respingendo le critiche fatte dai leader del CNT e saluta il Qatar alla guida dell’Alleanza degli Amici della Libia. “Siamo molto grati al Qatar, ma non ha alcun diritto di interferire nei nostri affari interni“, avvertiva invece Abdullah Naqir, un comandante delle milizie di Tripoli, “Non accetteremo la dominazione da parte del Qatar o da chiunque altro“.
In effetti, il 2 novembre Mustafa Abdul Jalil annunciava che le imprese turche avrebbero ricostruito le infrastrutture della Libia, mentre riceveva il ministro dell’economia turco Zafer Caglayan, e ringraziava la Turchia per il suo sostegno al CNT. “Il popolo libico assegna molta importanza alle relazioni con la Turchia, in particolare nell’economia e nella ricostruzione“. Abdul Jalil affermava che la Turchia aveva compiuto con successo un notevole sviluppo economico e che le società turche  avevano intrapreso dei grandi progetti in Libia. “Le aziende turche sono famose per il loro alto livello di qualificazione“. Il presidente del CNT avanzava la speranza che le relazioni turco-libiche migliorino la stabilità e il progresso della Turchia, quindi Caglayan ha incontrato il ministro dell’economia del CNT Abdullah Shamiya. Dopo l’incontro, Caglayan dichiarava che i servizi di consulenza e contrattazione sono di grande importanza per la ricostruzione della Libia, e che perciò era stato allocato un budget di 50 milioni di dollari a vantaggio delle società di consulenza e costruzione turche, affermando che queste società si sarebbero prese carico dei progetti in Libia.
Intanto, proliferano i partitini e i gruppetti organizzati da qualche ricco ex-esiliato, fenomeno da qualcuno presentato come la ‘rinascita democratica’ della Libia. Uno dei primi partiti ad emergere, a luglio, è stato il Partito Democratico di Bengasi, formato da uomini d’affari che hanno vissuto negli Stati Uniti, seguito dal Partito Nazionale e dal Partito della Nuova Libia, tutti inconsistenti sul piano quantitativo. Infine vi è il Raduno Nazionale per la Libertà, la Giustizia e lo Sviluppo, di Bengasi. S’ispira al partito guidato da Recep Tayyip Erdogan, anche se in realtà è la versione libica dei Fratelli Musulmani d’Egitto. E’ guidato dallo sceicco Ali al-Salabi, appoggiato da numerosi membri del CNT e che vuole imporre la legge della Sharia. È sostenuto dalla Turchia e dal Qatar, dove ha vissuto negli ultimi anni. A settembre, su al-Jazeera ha attaccato l’ex capo del CNT Mahmoud Jibril, etichettandolo “laicista estremista“, provocando manifestazioni a lui contrarie, in particolare di donne. “Non sarebbe nulla senza al-Jazeera“, ha detto un funzionario del CNT di Tripoli. Salabi paragona il suo partito al partito islamista Ennahda della Tunisia, che avrebbe vinto le elezioni di ottobre, e con cui ha stretti legami. Il suo partito è nazionalista, dice, non islamista. Il capo del CNT, Mustafa Abdul Jalil, aveva detto che la Libia avrebbe vietato le pratiche bancarie non islamiche. Salabi avrebbe risposto che “Questa è la sua opinione, nient’altro, la Libia dovrebbe mantenere il sistema bancario occidentale”. Anche Abdel Hakim Belhaj, capo del Consiglio militare di Tripoli, un ledaer islamista jihadista, ha deciso di aderire al nuovo partito di Salabi.
Un altro gruppo organizzato basato a Bengasi, rivale del partito di Salabi, è il Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia (NFSL), fondato nel 1981 da Muhammad Yusuf al-Magariaf, ex-ambasciatore libico in India. È stato il principale gruppo di opposizione libico, operando soprattutto all’estero, organizzando  diversi attentati, tra cui uno fallito contro la caserma di Bab al-Aziziya, nel maggio 1984, a Tripoli. L’attuale capo del partito è lo statunitense Ibrahim Sahad, ma è guidato localmente da Mohamed Ali Abdullah. Il primo ministro libico Abdulrahim al-Qyb ne era membro, ma l’aveva lasciato nel 1993. “Sarà una grande forza politica in Libia per via della sua posizione in passato“, afferma Jalal Abdul-Mutalib, ex diplomatico libico e dissidente durante l’era Gheddafi. Il NSFL chiede elezioni entro la fine di marzo per eleggere una assemblea costituente che dovrebbe redigere una nuova costituzione, e quindi elezioni per i nuovi organi legislativi ed esecutivi, da indire entro aprile 2013. Nel frattempo, invoca un congresso nazionale di 200 membri con cui sostituire il CNT.
Un altro partito è il National Congress Party, che fu il principale partito politico durante la monarchia, mentre il Partito Democratico Sociale è totalmente nuovo.
A Misurata, invece, i ribelli locali vanno formando un proprio partito che supporta il mercato libero, e a Tripoli nasce il partito islamista Sahwa (risveglio), il cui fondatore è Hussam Najjar, un immigrato libico-irlandese, quindi si tratta di uno dei mercenari reclutati per l’assalto a Tripoli di agosto, guidati da Mahdi al-Harati. I partiti amazigh delle montagne Nafusa e quello di Misurata supportano la frammentazione del paese. “Dobbiamo avere un sistema federale come gli Stati Uniti“, affermava su Arab News Mahmoud Issa, un miliziano di Bengasi che guidava le proteste per i mancati pagamenti ai ribelli. Infatti, con una serie di dimostrazioni, le milizie di Bengasi chiedevano con insistenza di avocarsi il governo statale. “No a Tripoli“, gridavano.
Nel frattempo, i vari ‘vincitori’ della guerra alla Libia si propongono per smerciare i loro prodotti più rinomati: Stati Uniti, Francia e Turchia starebbero ognuno tentando, di vendere aerei da combattimento alla Libya Air Force (LAF); gli USA propongono gli F-16 Fighting Falcon, la Francia i Dassault Mirage e la Turchia una versione modernizzata del vecchio cacciabombardiere statunitense McDonnell F-4 Phantom. Anche in questo caso il Qatar avrebbe un suo ruolo.

Alessandro Lattanzio, 19/11/2011
SitoAurora

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