Hezbollah combatte in Siria per difendere il Libano da un bagno di sangue

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 28 giugno 2013

Hezbollah-2I media tradizionali non riescono a ricordare che le forze antigovernative in Siria hanno giurato di uccidere tutti gli sciiti e d’invadere il Libano dopo la Siria. Sheikh Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, annunciava l’ingresso nel conflitto siriano del partito il 25 maggio 2013. La Coalizione nazionale siriana denunciava immediatamente Hezbollah mentre il dipartimento di Stato statunitense reagiva all’annuncio di Nasrallah, il 29 maggio, chiedendo l’immediato ritiro dei combattenti di Hezbollah dalla Siria. La patacca della Lega araba avrebbe alla fine, e molto prevedibilmente, condannato l’ingresso di Hezbollah nel conflitto siriano, ignorando il coinvolgimento di Arabia Saudita, Qatar e dei loro alleati.
Qusayr, situata sulla strada tra Damasco e le coste mediterranee della Siria, nella parte nord-occidentale del Governatorato siriano di Homs, sarebbe diventata il punto centrale del coinvolgimento di Hezbollah in Siria. Dopo la vittoria a Qusayr, il guerrafondaio Charles Krauthammer annunciava in modo imbarazzante che gli Stati Uniti esitavano troppo mentre Russia e Iran prendevano in mano la situazione in Siria assieme ad Hezbollah. Gli Stati Uniti non avevano esitato, in realtà, ma non sono riusciti a rovesciare il governo di Damasco. Molto probabilmente, spinto dalla pressione dei finanziatori sauditi e qatarioti, il governo dei Fratelli musulmani in Egitto avrebbe reagito alla vittoria di Qusayr rompendo le relazioni con la Siria, chiedendo la no-fly zone e attaccando Hezbollah per il suo coinvolgimento nel conflitto siriano. A indicare il fallimento del piano di cambiamento del regime, l’amministrazione Obama avrebbe fatto trapelare alla stampa che valutava anche la no-fly zone. Ironia della sorte, il presidente egiziano Morsi e molte delle persone che criticano Hezbollah, Iran e Russia per il loro coinvolgimento in Siria, si rifiutano di criticarne il coinvolgimento turco, saudita, qatariota, inglese, francese, giordano, israeliano e statunitense.

Hezbollah è un obiettivo del conflitto siriano
Indubbiamente Hezbollah ha discusso delle sue intenzioni di entrare nel conflitto siriano con i suoi sostenitori a Teheran e si è coordinato con l’Iran e, in misura minore, con la Russia, attraverso funzionari iraniani e consultazioni con Aleksandr Zasypkin, l’ambasciatore russo in Libano, e il Viceministro dgli Esteri russo Mikhail Bogdanov, durante la sua visita a Beirut nell’aprile 2013. Il coinvolgimento di Hezbollah in Siria, tuttavia, è puramente difensivo. Inoltre, Hezbollah è uno degli ultimi giocatori esterni ad entrare in Siria. Si tratta dello stesso tipo di articoli che sostengono costantemente una sostanziale presenza militare iraniana in Siria, ma non si potrà mai riuscire a dare una prova solida o una qualsiasi conferma delle loro pretese, che semplicisticamente de-contestualizzano il coinvolgimento di Hezbollah in Siria. Ad esempio, dei razzi furono lanciati su Dahiyah, sobborgo meridionale operaio di Beirut, roccaforte politica di Hezbollah nella capitale del Libano, e sulla città di Hermel, nella Beqaa, poche ore dopo che Nasrallah aveva annunciato che il suo partito sarebbe entrato nel conflitto siriano.
La maggior parte degli articoli al riguardo non sono riusciti a riconoscere la natura degli attacchi missilistici. Gli attacchi con i razzi sono stati più di un semplice avvertimento da parte delle forze antigovernative in Siria, e in realtà sono parte di una costante escalation deliberatamente volta ad allargare la guerra in Libano e a diffondere i fuochi della sedizione. Gli attacchi sono stati condotti contro aree abitate da sostenitori di Hezbollah, anche molto prima che Hezbollah intervenisse in Siria. Che sia intenzionale o meno, questo tipo d’informazione nasconde il fatto che Hezbollah è intervenuto in Siria principalmente per proteggere se stesso e la variegata popolazione del Libano, e non identifica i veri autori delle violenze. I media mainstream di posti come Stati Uniti e Regno Unito, inoltre, non parlano delle fratture importanti tra le forze antigovernative in Siria, che hanno giurato di uccidere tutti gli sciiti che cattureranno e d’invadere il Libano dopo la Siria.
Dall’inizio del conflitto siriano, Hezbollah riconosce che il popolo siriano dovrebbe avere le libertà democratiche di cui Hezbollah gode in Libano e che la Siria ha bisogno di riforme politiche. Il suo ingresso nel conflitto siriano è volto ad impedire agli squadroni della morte takfiristi, riunitisi in Siria, di marciare contro il Libano e di commettere lo stesso tipo di crimini, nelle città e nelle case del popolo libanese, che hanno commesso contro il popolo siriano. Poiché i takfiristi hanno annunciato che elimineranno dal Levante gli sciiti e tutti gli coloro che essi non accettano, il conflitto era inevitabile. Piuttosto che aspettare, Hezbollah ha scelto di intervenire in una guerra che le forze antigovernative in Siria hanno deliberatamente avviato contro Hezbollah con una serie di attacchi contro gli sciiti che vivono sul confine siriano-libanese. Come anteprima di ciò che è in serbo per gli sciiti, dopo la loro sconfitta a Qusayr, le milizie antigovernative hanno marciato su Hatla massacrando molti dei suoi abitanti, compresi anziani e bambini, tutti sgozzati. Un video del massacro dal titolo “Assalto e pulizia di Hatla” è stato diffuso, dove l’autore del video afferma che tutti gli sciiti avrebbero subito la stessa sorte. Ciò che è successo ad Hatla, tra stupri e mutilazioni, ha solo rafforzato il sostegno in Libano all’intervento di Hezbollah.

Hezbollah protegge il Libano e le minoranze del Levante
Il 14 giugno, Nasrallah apparve alla televisione libanese per dire che Hezbollah combatteva per difendere i popoli di Libano e Siria dagli abomini del “piano statunitense, israeliano e takfirista di distruggere non solo la Siria, ma l’intera regione.” Parlando ad al -Manar, ha detto ai suoi sostenitori e alleati che il mondo intero era in Siria a combattere, in un modo o in un altro, usando il denaro o inviando armi o impiegando la guerra mediatica. Era naturale per Hezbollah, uno dei principali obiettivi della guerra, mettersi in gioco. Aggiunse che il governo libanese purtroppo non era riuscito a proteggere i 30.000 cristiani e musulmani libanesi che sono stati attaccati dalle forze antigovernative al confine siriano. Hezbollah ha agito per proteggerli.
I sentimenti di Nasrallah sono ampiamente condivisi dentro e fuori il Libano. Secondo Mohsen Saleh, professore di filosofia politica all’Università libanese ed esperto di Hezbollah, la minaccia del “takfirismo” agisce per por fine ad ogni diversità nella regione, in combutta con Israele e Stati Uniti. I Fratelli musulmani sono legati a questo progetto, ma “ora collassano e degradano” secondo Saleh. “La Fratellanza è salita al potere con un secolo di ritardo“, mi ha detto. Mentre ero in visita nel suo ufficio, ha spiegato che tutte le diverse comunità libanesi hanno paura dei takfiristi, come testimoniano i loro crimini in Siria. Questo è il motivo per cui la Chiesa cattolica maronita e la moltitudine di confessioni cristiane in Libano, sono sempre al fianco di Hezbollah. É fiducioso nel fatto che tutte le diverse sette del Libano miglioreranno i loro rapporti con Hezbollah per via della comune minaccia che sono costrette ad affrontare. Quando ho chiesto a Saleh del Primo Ministro designato del Libano, legato ai rivali di Hezbollah in Libano, ha sottolineato che Tamman Saib Salam non è un burattino. Con un discreto gesto di sostegno, che l’ha distinto dal campo di Hariri, Tamman ha detto che Hezbollah rimane un gruppo della resistenza, non importa quel che succede per via del suo intervento in Siria.
La comunità drusa, che è il gruppo libanese più vulnerabile ad un attacco takfirista al Paese,  riconsidera il suo rapporto con Hezbollah. La comunità drusa non è contenta delle dichiarazioni di Walid Jumblatt, il suo principale leader, che sostiene le attività antigovernative in Siria. Cercando di compiacere il suo ufficiale pagatore saudita di Riyadh, Jumblatt s’è spinto fino a dire che sostiene personalmente il filo-saudita Jubhat al-Nusra. Ben consapevoli dei pericoli per la loro comunità, i drusi di Siria hanno ignorato Jumblatt e continuano a sostenere il governo siriano. Anche i funzionari russi inoltre sostengono la posizione di Hezbollah; Mosca vede la posizione di Hezbollah volta a proteggere le diverse genti di Libano e Siria. Mosca non vuole che le brigate takfirite entrino nel Caucaso del Nord o aggrediscano una delle repubbliche sorelle e alleate dell’Asia centrale. A differenza degli Stati Uniti e dei loro alleati, la politica estera russa in Medio Oriente promuove apertamente la diversità e la tutela dei cristiani e delle minoranze.

A differenza di Hezbollah, agli Stati Uniti non importa nulla dei cristiani arabi
Il Dr. Naji Hayek, cristiano libanese, riassume tutto affermando: “Hezbollah combatte per noi, per me“. L’ha detto dopo che abbiamo guardato Michel Aoun in diretta su Orange TV dichiarare che sostiene Hezbollah dopo i combattimenti scoppiati nella città libanese di Sidone. Se i takfiristi entrano in Libano, mi assicurava che avrebbe preso il fucile e combattuto. Hayek, un chirurgo, un professore della Lebanese American University e consigliere di Michel Aoun, leader del Movimento Patriottico Libero, il più grande partito politico cristiano in Libano, aveva steso la Syria Accountability and Lebanese Sovereignty Restoration Act e inviato rapporti dell’intelligence sulle attività siriane in Libano al Senato degli Stati Uniti. Una volta era membro del Partito liberale nazionale del Libano e un caro amico di Samir Geagea, lo straordinario signore della guerra cristiano alleato di Stati Uniti e Arabia Saudita. Hayek fu anche ferito mentre combatteva contro i siriani con Michel Aoun.
Le cose sono cambiate da allora e nuove alleanze si sono formate. La Siria non è più un nemico come Samir Geagea non è più un amico. Hayek mi ha detto con amarezza che gli Stati Uniti non hanno mai esitato a manipolare e poi a cedere i cristiani del Libano. Mi ha anche mostrato un teso scambio di email tra lui e Jeffrey Feltman, quando Feltman era in servizio come assistente del segretario del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, in cui Feltman, in riferimento a Hezbollah, accusava il Movimento Patriottico Libero di essersi allineato con il “male”. Con il senno del poi, Hayek si rende conto che gli Stati Uniti avevano motivazioni differenti quando redasse la Syria Accountability and Lebanese Sovereignty Restoration Act. Furiosamente ha parlato di “bambocci 25enni che lavorano presso l’Ufficio Libano nel dipartimento di Stato USA, con una laurea in Storia dell’arte!”, ignorando la realtà del Medio Oriente con cui hanno a che fare.
Io non sono un fan di Bashar al-Assad, ma lo sostengo al cento per cento perché l’alternativa in Siria è un governo estremista“, ha sottolineato Hayek. Se cadesse il governo siriano, la paura di Hayek è che la corrotta famiglia Hariri e l’Alleanza del 14 Marzo inviterebbero un governo dei Fratelli musulmani a Damasco ad invadere e occupare il Libano. Come interlocutore fondamentale tra Michel Aoun e Stati Uniti, ha spiegato che la famiglia Hariri non ebbe problemi con la presenza siriana in Libano e in realtà era contraria al ritiro siriano dal Libano e che avrebbe ostacolato la sua cooperazione con gli Stati Uniti. Ha spiegato che la ragione di ciò è che gli Hariri utilizzavano l’esercito siriano per imporre la loro egemonia in Libano. “Hariri ha danneggiato i siriani“, ha spiegato. Il clan Hariri avrebbe corrotto tutti gli alti ufficiali siriani in Libano, versandogli milioni di dollari. I problemi tra Hariri e la Siria iniziarono quando Bashar al-Assad volle porre fine alla corruzione in Siria e si rifiutò di lasciare gli Hariri continuare nel loro gioco.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su RT Op-Edge.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele combatte una guerra regionale in Siria

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 30 maggio 2013

110609-syrie-religion-9a1a6L’evoluzione della situazione interna in Siria mette in movimento una nuova serie di piani che coinvolgono l’aggressione israeliana contro la Siria. Non solo gli Stati Uniti e i loro alleati cercano di rinforzare militarmente le milizie anti-governative in ritirata, ma ora il loro obiettivo è creare una nuova fase del conflitto in cui gli Stati inizino ad agire contro la Siria al posto delle indebolite forze anti-governative. In altre parole, la pressione esterna viene applicata per sostituire la declinante pressione interna. L’ingresso delle truppe israeliane e del servizio di sicurezza Mossad in Siria con ripetuti attacchi aerei, in violazione dello spazio aereo libanese, all’impianto siriano di ricerca militare nella città di Jamraya chiarisce il ruolo d’Israele nel destabilizzare la Siria. Israele ha anche ammesso che “un’intensa attività d’intelligence” è stata attuata in Siria dalle forze israeliane e che pensa anche di occupare altro territorio siriano come nuova “zona cuscinetto”. Fox News, apertamente sbilanciata in favore di Israele, ha trasmesso un video di soldati israeliani che attraversano illegalmente la frontiera siriana. Notizie dalla Siria indicano che un veicolo militare israeliano è stato sequestrato durante i combattimenti contro le forze anti-governative nella città di Quseir, nel territorio siriano.

Epicentro di una guerra regionale?
Gli eventi che coinvolgono Israele sono parte della tendenza ad ampliare e internazionalizzare il conflitto siriano, creando ricadute violente. Secondo un quotidiano britannico: “Se qualcuno aveva dubbi che il raccapricciante [conflitto] in Siria stia già divenendo un più ampio conflitto in Medio Oriente, gli [attacchi israeliani] negli ultimi giorni dovrebbero dirgli di abbandonarli”. Turchia e Israele, come il Regno hashemita di Giordania, sono innegabilmente coinvolti nei combattimenti quali aggressori della Siria. La Turchia ha condotto le operazioni di ricognizione della NATO in Siria, ospita missili Patriot della NATO puntati contro la Siria (con la possibilità di schierarli contro l’Iran e la Russia) e favorisce apertamente le forze anti-governative. Israele è stato il più discreto dei due, ma ha inviato il Mossad in Siria e costruito strutture nelle alture del Golan per aiutare l’insurrezione. Entrambi i Paesi hanno continuamente minacciato la Siria e spinto per l’intervento della NATO e la no-fly zone. Per tutto il tempo, gli Stati Uniti hanno stimolato Ankara e Tel Aviv a proseguire le tensioni di guerra e hanno anche proposto la vendita alla Turchia di gas degli Stati Uniti per allontanare economicamente i turchi dagli alleati siriani Russia e l’Iran e dall’influenza che hanno sulla essa.
In realtà, la Siria è solo un fronte di una grande lotta egemonica che si estende dall’Afghanistan presidiato dalla NATO all’Iraq passando per il Libano e la Striscia di Gaza. La Repubblica libanese si presenta quale prossimo obiettivo della destabilizzazione nella grande lotta di cui la Siria è un fronte. Vi sono timori che ci possa essere un vuoto tra i parlamentari e il governo a Beirut, a causa della ricaduta della crisi in Siria che potrebbe essere capitalizzata per accendere un altro conflitto interno libanese. Le tensioni tra il filo-siriani guidati da Hezbollah dell’Alleanza 8 marzo e gli anti-siriani guidati da Hariri dell’Alleanza del 14 Marzo, si sono accumulate in seguito al conflitto in Siria. Entrambe le parti in Libano sono coinvolte nel conflitto siriano. Il Libano viene trascinato nel conflitto perché la Siria è utilizzata come arena per colpire e paralizzare Hezbollah e l’Alleanza 8 marzo, con l’obiettivo di trasformare il Libano in una colonia controllata da Washington e dai suoi alleati, che sarà governata dal corrotto Hariri alla guida dell’Alleanza del 14 Marzo. Hezbollah ha iniziato a combattere sul lato siriano del confine siro-libanese, mentre l’Alleanza del 14 Marzo ha iniziato l’invio di armi e finanziamenti agli insorti fin dall’inizio della sollevazione, nel 2011. Dopo mesi di menzogne, il ruolo di Hariri in Libano è stato scoperto nel novembre del 2012, quando furono fornite le prove che dimostrano che il membro del partito futuro di Hariri, Okab Sakr, era dietro l’invio di armi ai ribelli siriani in coordinamento con ufficiali dei servizi segreti turchi e qatarioti. Per quanto riguarda Hezbollah, i suoi membri cominciarono a lottare sul lato siriano del confine di propria iniziativa. Poi i ribelli in Siria hanno iniziato ad attaccare i villaggi sciiti su entrambi i lati del confine siro-libanese. Le forze anti-governative in Siria hanno iniziato a fare tutto il possibile per provocare Hezbollah ad azioni di rappresaglia, compreso il rapimento di pellegrini libanesi e, nel 2012, il deliberato attacco ai santuari sciiti in Siria. Dopo che la moschea in cui Hujr Adi ibn al-Kindi e suo figlio furono sepolti, in Siria, è stata profanata dagli insorti, Hezbollah e sciiti iracheni sono entrati ulteriormente nel conflitto siriano per proteggere la moschea di Sayyidah Zaynab. In Siria non solo sono stati attaccati i sacri edifici venerati dagli sciiti, ma leader sunniti sono stati uccisi e chiese cristiane sono state profanate. Leader spirituali cristiani sono stati aggrediti. I funzionari iraniani hanno accusato gli Stati Uniti, Israele e i sauditi per la profanazione di questi luoghi santi siriani e gli attacchi delle minoranze.
Mentre la maggior parte della popolazione araba sunnita di Siria sostiene il governo siriano contro i ribelli e i loro sostenitori stranieri, vi è una spinta reale per tracciare il conflitto in Siria lungo linee settarie tra arabi contro non-arabi, e sunniti contro alawiti e sciiti. Varie minoranze vengono sistematicamente aggredite. Drusi, cristiani maroniti cattolici, melchiti cristiani greco-cattolici, cristiani greco-ortodossi, armeni cristiani ortodossi, siriaci cristiani ortodossi, alawiti e duodecimani (jaffari) e sciiti vengono tutti aggrediti in quanto minoranze religiose. Armeni, assiri, curdi, e turcomanni vengono aggrediti in quanto minoranze etniche. L’Iraq conosce fin troppo bene l’incubo che la Siria sta affrontando. Molti ribelli in Siria provengono dall’Iraq e sono legati al movimento del Risveglio al-Anbar (o Figli del Movimento Iraq), collegato ad al-Qaida ed hanno cominciato a collaborare e ricevere finanziamenti dagli Stati Uniti durante la guerra contro l’occupazione anglo- statunitense. Se questi vincono in Siria, alla fine ritorneranno in Iraq per accendere la rivolta contro il governo federale di Baghdad. D’altra parte, il conflitto in Siria è il catalizzatore del rafforzamento russo in Medio Oriente e della costruzione di nuovi legami tra Hezbollah e Mosca. Nell’ottobre del 2011, Hezbollah ha inviato una delegazione in Russia per discutere dei combattimenti in Siria. E’ chiaro ormai che Mosca si coordina con l'”Asse della Resistenza” o Blocco della Resistenza guidata dagli iraniani che comprende Siria, Hezbollah, Michel Aoun e i palestinesi. Dopo colloqui sulla Siria a Teheran, durante la visita del viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov a Beirut il 26 aprile, in piena vacanza del governo formale libanese, è stata adottata questa cooperazione strategica. Il viaggio di Bogdanov in Libano è importante, perché è stato un chiaro indicatore del fatto che la Russia ha stretto legami strategici diretti con Hezbollah e che riconosce il Blocco della Resistenza come prolungamento della propria sicurezza.
Come Hezbollah, l’Iran è anche un obiettivo del conflitto in Siria. Questo è uno dei motivi per cui  Hassan Nasrallah, il segretario generale di Hezbollah, ha compiuto una visita a Teheran il 29 aprile (dopo l’incontro con Mikhail Bogdanov) per discutere di un fronte comune con gli iraniani. Lo stesso gruppo di Paesi che attaccano Siria e Hezbollah, hanno di mira l’Iran. E’ stato riportato che “Israele si prepara ad accettare un accordo di cooperazione di difesa con la Turchia e tre Stati arabi, volta ad istituire un sistema di allarme rapido per rilevare i missili balistici iraniani“. Uzi Mahnaimi ha spiegato che questa “proposta, a cui i diplomatici coinvolti si riferiscono come ‘4 +1′, potrebbe alla fine portare i tecnici di Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania a cooperare con gli israeliani nei centri di comando-e-controllo congiunti“. Proprio come Hezbollah ha confermato, è coinvolto nei combattimenti in Siria e ha promesso che i “veri amici” della Siria, cioè  Iran, Russia, Cina e l’Alleanza 8 marzo libanese, non lasceranno che la Siria cada nelle mani degli Stati Uniti e dei loro alleati, Teheran ha detto più volte a Washington e ai suoi alleati che la Siria è la ‘Linea Rossa’ degli iraniani. I comandanti iraniani hanno detto che la Siria è un’estensione dei perimetri di sicurezza dell’Iran. Inoltre, gli iraniani hanno ammesso apertamente che aiutano i loro alleati siriani e sono disposti a fornire addestramento ed assistenza a Damasco, come pure ad intervenire militarmente per aiutare la Siria se gli Stati Uniti e i loro alleati l’attaccano.

1150404024La Siria e il progetto per il “Nuovo Medio Oriente”
Ciò che accade in Siria avrà importanti ripercussioni regionali e globali. I tentativi di creare una guerra settaria fanno parte della logica del divide et impera. Ciò rientra nella strategia del “caos costruttivo” di Stati Uniti e Israele, per frammentare e ridisegnare l’intero Medio Oriente secondo il Piano Yinon e le sue versioni rimaneggiate. Il ministro degli Esteri iraniano Salehi ha avvertito che se il conflitto in Siria non finirà il risultato sarà la partizione della Siria e l’ampliamento del conflitto in tutto il Medio Oriente. Gli stessi avvertimenti riecheggiano da Russia, Siria e altri luoghi. Mentre i cinesi mantengono il silenzio, si rendono conto che l’assedio della Siria è parte del piano del Pentagono contro la Cina. Il giorno prima che Benjamin Netanyahu arrivasse a Pechino, la CNN aveva riferito che “il portavoce del ministero degli esteri cinese aveva suggerito che la linea dura di Netanyahu fosse un messaggio sgradito ai suoi ospiti cinesi“, per via degli attacchi israeliani a Jamraya.
La situazione in Siria è simile alla situazione che si è creata in Iraq durante l’occupazione anglo-statunitense. Si tratta della continuazione del medesimo processo di destabilizzazione che vuole distruggere il tessuto pluralistico delle antiche società del Medio Oriente. E’ il piano che ha scacciato i cristiani dall’Iraq e distrutto i quartieri misti sciiti e sunniti, arabi e curdi. Contemporaneamente l’Iraq soffre per la realizzazione virtuale sia del Piano Yinon che del Piano Biden, che vogliono che l’Iraq debba essere diviso in tre settori. Il governo regionale del Kurdistan, che opera apertamente contro la sovranità dell’Iraq ed è allineato a Turchia e Israele, è ai ferri corti con il governo federale di Baghdad e possiede de facto l’indipendenza. I corrotti leader del governo regionale del Kurdistan hanno impedito all’esercito iracheno di controllare alcuni valichi del confine iracheno-siriano nel nord, usati dai ribelli in Siria, ed hanno permesso agli israeliani di usare il Kurdistan iracheno come base delle operazioni contro la Siria e l’Iran. Come hanno fatto in Iraq durante il caos, gli Stati Uniti e i loro alleati usano soldi e settarismo. L’insurrezione in Siria è finanziata dagli Stati Uniti e dai membri della loro coalizione anti-siriana, come i sauditi e il Qatar.  Inoltre, i gruppi di opposizione al governo siriano sono stati finanziariamente cooptati dal ramo siriano della Fratellanza musulmana, grazie al finanziamento estero ricevuto per rovesciare il governo siriano. Un esponente dell’opposizione ha ammesso che i Fratelli musulmani “ci hanno chiesto di quanto avevamo bisogno, glielo abbiamo detto e loro ci hanno mandato immediatamente tale importo“. Inoltre, i fondi esteri non sono stati utilizzati solo per pagare ciò di cui avevano bisogno, ma i Fratelli musulmani dicevano ad attivisti e oppositori del governo che “dovrebbero prendere l’uno per cento dei finanziamenti per i loro stipendi personali“. Non ci dovrebbe essere alcun dubbio che i ribelli in Siria ed Israele siano dalla stessa parte. Le forze anti-governative in Siria hanno persino ringraziato Israele in diverse occasioni ed erano giubilanti per gli attacchi israeliani contro Jamraya. In conseguenza dell’imbarazzante attenzione che hanno ricevuto per essersi allineati con Israele, i ribelli in Siria hanno cambiato marcia e cercato di salvare la faccia  sostenendo ridicolmente che Israele è segretamente alleato con Bashar al-Assad, l’Iran e Hezbollah.
Ha qualcosa di significativo quando i funzionari israeliani dicono che non vedono il cambio di gestione di al-Qaida in Siria come una minaccia per Tel Aviv. Amos Gilad, ufficiale dell’esercito israeliano, ha dichiarato apertamente che al-Qaida non rappresenta alcuna preoccupazione per Israele e “anche se [i suoi] elementi ottengono un punto d’appoggio in Siria nel caos della guerra civile del paese, l’asse Siria-Iran-Hezbollah che affrontano [è] di gran lunga più pericoloso” per Israele. In realtà, i governi di Israele, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Regno Unito, Francia e Stati Uniti sono in combutta con i presunti terroristi che alcuni di loro dicono di contrastare o di combattere. Hanno utilizzato dei gruppi definiti dei rami di al-Qaida come truppe terrestri in Siria e in Libia. In caso di successo, alla fine si cercherà di utilizzare gli stessi militanti per accendere insurrezioni in luoghi come il Caucaso del Nord, Distretto Federale della Russia. Mentre Libano, Iran, Iraq e palestinesi vengono attaccati attraverso la destabilizzazione della Siria, i Paesi che aggrediscono la Siria preparano anche le fiamme che li bruceranno se il “Nuovo Medio Oriente” degli USA venisse inaugurato con un battesimo di fuoco e sangue. L’instabilità siriana e la possibile spartizione della Siria potrebbero innescare una guerra civile in Turchia e addirittura portare alla spartizione della Turchia stessa. Anche la Giordania sarà consumata dalle fiamme che bruciano la Siria. Se la Siria crolla, gli iraniani hanno espresso un avvertimento inequivocabile a re Abdullah II di Giordania sul suo futuro. Il messaggio di Teheran ad Abdullah II, un despota che arresta coloro che solo parlano negativamente di lui, ma che viene invitato alla Casa Bianca per parlare di democrazia in Siria, è semplice: “È necessario essere consapevoli del fatto che se gli Stati Uniti decidono di entrare in guerra con la Siria, il vostro regno vi sarà trascinato.” Né l’Arabia Saudita o il Qatar saranno risparmiati dalle fiamme che la Casa dei Saud e dei loro rivali al-Thani alimentano per conto dell’amministrazione Obama e d’Israele nei loro tentativi in Siria che potrebbero, infine, innescare una guerra totale in Medio Oriente e oltre.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su RT Op-Edge.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I russi avanzano

Dedefensa 14 maggio 2013

942740Osserviamo anzitutto che oggi Netanyahu è andato a presentare i suoi rispetti a Putin, a Sochi-Canossa, come abbiamo visto in altri tempi, quando per problemi di questa portata e di questo settore (la consegna o meno degli S-300 alla Siria dove si svolge una guerra che preoccupa la “comunità internazionale”) ci si rivolgeva agli Stati Uniti, e quando un primo ministro israeliano, se aveva qualcosa da dire a Mosca in questo campo, consultava prima gli USA facendovi affidamento. Ma oggi gli Stati Uniti sono, diciamo, nello spirito dell'”isolazionismo“. Così Netanyahu vedrà direttamente Putin. Putin… che dirige una potenza che diventa sempre più importante nel Medio Oriente. Alcuni possono pensare che la Russia stia cercando di ritrovare il suo posto nel Medio Oriente dei tempi della guerra fredda. Noi tendiamo ad andare oltre, vale a dire, basta considerare che i russi cercano di avere un ruolo di rilievo, mentre gli Stati Uniti scompaiono… Abbiamo dettagliato alcuni fatti che sembrano andare in questa direzione, a favore dei russi, direttamente o indirettamente.
• La flotta russa si è stabilita definitivamente nel Mediterraneo, tornando laddove schierava il 5° Squadrone Navale nel Mediterraneo, attivo dal 1967 fino al suo scioglimento nel 1992. La decisione di trasferire un’unità autonoma russa nel Mediterraneo è stata presa ad aprile e ora abbiamo dettagli sulla flotta permanente, che avrà il proprio stato maggiore e che disporrà possibilmente di sottomarini lanciamissili nucleari. (Novosti 12 maggio 2013.) “La Task Force Mediterraneo della Russia include 5-6 navi da guerra e può essere ampliata includendovi dei sottomarini nucleari, ha detto l’Ammiraglio Viktor Chirkov. “Nel complesso, già da quest’anno abbiamo in programma di disporre 5-6 navi da guerra e da trasporto [nel Mediterraneo], che saranno sostituite a rotazione da navi di ciascuna delle flotte del Mar Nero, del Baltico, del Nord e, in alcuni casi, anche della flotta del Pacifico. A seconda dello scopo e della complessità delle assegnazioni, il numero di navi da guerra della Task Force potrebbe aumentare”, ha detto Chirkov a RIA Novosti. “La marina russa ha detto il comandante, potrebbe anche schierare sottomarini nucleari nel Mediterraneo, se necessario.” “Forse, in prospettiva. I sottomarini erano già presenti all’epoca del 5° Squadrone. C’erano sia sottomarini nucleari che diesel. Tutto dipenderà dalle circostanze”, ha detto.”
• E’ chiaro che dopo gli attacchi israeliani contro la Siria, decisione della Russia di consegnare S-300 alla Siria rafforza i legami tra la Russia e la Siria. Lo stesso potrebbe accadere con l’Iran, se il vecchio accordo tra la Russia e l’Iran sulla consegna agli iraniani di S-300, che la Russia ha finora rifiutato di onorare su richiesta del blocco BAO, venga risolto nella stessa direzione (consegnando gli S-300 all’Iran). Allo stesso modo, i russi hanno intenzione di accelerare le consegne di armi all’Iraq dopo lo sblocco (27 aprile 2013), del grande contratto sulle armi russe ordinate dall’Iraq. Ben inteso, naturalmente, si tratta dell’alleanza Teheran-Baghdad-Damasco che segue una dinamica particolare, godendo del supporto materiale e attivo della Russia.
•… A ciò dobbiamo ora aggiungere Hezbollah. Le notizie sono riprese, commentate e arricchite da Jean Aziz, giornalista libanese del quotidiano al-Akhbar e della stazione OTV, su al-Monitor Pulse del Libano del 12 maggio 2013, sui recenti contatti tra la Russia ed Hezbollah, e le prospettive che si aprono per queste due parti, secondo una nuova dinamica della cooperazione. Si segnala la constatazione che le due parti parlano di equilibrio generale, in cui la Russia verrebbe ora chiamata a svolgere un ruolo di primo piano. “Per la seconda volta in nove giorni, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha compiuto un discorso televisivo, sapendo che le due apparizioni rientrano nello stesso contesto politico, già discusso in precedenza in queste pagine, indicando tre ragioni dietro la tempistica delle due apparizioni e discorsi. La sezione precedente ha dettagliato del primo motivo dietro l’apparizione di Nasrallah, confermando i principi religiosi e la giustificazione ideologica della presa di posizione di Hezbollah sulla situazione siriana. La seconda ragione era direttamente collegata agli sviluppi politici in Libano e nelle regioni vicine, a cominciare dalla visita del viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov a Beirut, il 26 e il 28 aprile. La visita del ministro russo nella capitale libanese dopo Teheran e Damasco non è priva di significato. Chiaramente Russia, Iran, Siria ed Hezbollah si coordinano ad un certo livello e affrontano gli sviluppi regionali e le posizioni, assunte al riguardo, da uno degli elementi di questo nuovo asse [...] Nel frattempo, fonti consapevoli dei risultati della visita di Bogdanov nella capitale libanese, hanno rivelato ad al-Monitor che la conversazione affrontava nettamente il ruolo della Russia nel proteggere le forze che le sono vicine nella regione, così come l’importanza di affrontare Washington e spostare a proprio favore l’equilibrio del sistema globale regionale, nel Medio Oriente almeno. Inoltre, i funzionari hanno commentato sia le prospettive che l’imposizione della delimitazione delle sfere di influenze internazionali in questa regione. In una conversazione netta e diretta hanno chiarito sia le divergenze che le convergenze ideologiche, economiche, geostrategiche e relative alla sicurezza degli interessi di Mosca e delle forze locali nel raggiungimento di tali obiettivi”.
• L’ultimo punto riguarda ciò che potrebbe essere la riconciliazione tra Arabia Saudita e Iran, una manovra che non dispiacerebbe alla Russia, che ha buoni rapporti con l’Iran e collegamenti decenti  con l’Arabia Saudita. La notizia viene riportata da DEBKAfiles (13 maggio 2013), che ora segue con particolare aggressività la sequenza di eventi che segnano il degrado della posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente. “L’Arabia Saudita ha deciso di esplorare un dialogo con il suo grande rivale regionale dell’Iran, per porre fine al conflitto siriano e garantendo il futuro politico del Libano, riportano le fonti dal Golfo di DEBKAfile. Hanno rinunciato alla politica degli Stati Uniti verso la Siria, vedendo l’inflessibile supporto russo e iraniano a Bashar Assad, le sue battaglie vinte con l’aiuto di Hezbollah e delle forze iraniane Basij, e l’inazione della Turchia dopo l’attentato terroristico di sabato nella città di Reyhanli vicino al confine siriano, che ha causato 46 morti. Il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal ha approfittato dell’Organizzazione della Conferenza Islamica-OCI, a Jeddah questa settimana sul conflitto in Mali, per incontrarsi il 13 maggio con il ministro degli Esteri iraniano Ali Akbar Salehi che vi partecipava. Le nostre fonti indicano che la prima priorità di Riyadh è stabilizzare il Libano attraverso un accordo tra Arabia Saudita e Iran sugli equilibri politici a Beirut. Sarebbero i sauditi i prossimi a cercare un accordo con Teheran sulle conseguenze del conflitto civile siriano. I governanti sauditi sono giunti alla conclusione, che l’occidente e Israele tardano a riconoscere, che poiché l’alleanza militare iraniano-siriano-Hezbollah progredisce nel conflitto siriano e raccoglie  vittorie, farebbero meglio a guardare ai loro interessi in Libano, dipendendo pesantemente dal clan sunnita guidato da Saad Hariri. Se aspettano che un Hezbollah vittorioso arrivi marciando prendendo il potere a Beirut, la salvaguardia della comunitaria sunnita del Libano sarebbe molto più difficile...”
Il testo fa riferimento al basso credito presso i sauditi del progetto della conferenza organizzata da Stati Uniti e Russia insieme, soprattutto alla luce della mancanza di entusiasmo dimostrata da Obama sulla cosa, sottolineata dai commenti di Obama nella conferenza stampa del 13 maggio con Cameron sul “persistente sospetto ereditato dalla guerra fredda, tra Russia e Stati Uniti“. Questa osservazione è molto strana, dal momento che questo sospetto non è uno stato persistente, ma ovviamente è una re-invenzione degli Stati Uniti, a colpi dei lobbies, di “attacchi soft”, di accuse umanitarie, ecc. contro la Russia, mentre la Russia ha invece a lungo respinto questo tipo di sospetto di cui Obama parla. La frase di Obama, che potrebbe sorprendere alcuni obamanofili, piuttosto evoca la paranoia persistente negli Stati Uniti, questa paranoia così naturale che non ha bisogno della memoria della guerra fredda per farsi sentire, e che piuttosto è alimentata da quella complessità psicologica di cui gli Stati Uniti non hanno bisogno di nessuno per farla suscitare nel loro capo… In tutti i casi, la frase evoca la luce meno amichevole dello “spirito dell’isolazionismo” di cui parla Stephen M. Walt, la luce del disincanto scoraggiato da ciò che è in realtà è molto più che un ritiro tattico degli Stati Uniti, ma una posizione sempre più costretta dal proprio declino e del crollo del proprio potere. In questo caso, allora è notevole vedere, nella prospettiva di un possibile fallimento del tentativo russo-statunitense della conferenza sulla Siria, un Paese come l’Arabia Saudita considerare di rivolgersi all’Iran, e quindi per semplice sequenza, in parte alla Russia, per trovare un modo per stabilizzare un pasticcio che sfugge sempre più al controllo degli attori esterni. Se si affermasse, questa dinamica certamente non lascerebbe né la Giordania, né l’Egitto insensibili… In tale interpretazione, c’è anche una considerazione alquanto amena sulla Turchia, le cui sfrenate manovre di destabilizzazione per quasi due anni, hanno portato alla situazione di stallo che affligge il proprio territorio, cosa rimproverata anche da Obama a Erdogan. (Gli Stati Uniti sono particolarmente preoccupati per i grandi progetti di riunificazione del Kurdistan turco, con le sue parti siriani e iracheni, a causa delle minacce che il progetto pone non solo all’Iraq, ma alla Turchia stessa. Ma Erdogan oppone a queste paure l’assicurazione impeccabile di se stesso e delle sue politiche.)
La conclusione è che, dati gli sviluppi in Siria, il campo costituito dal blocco BAO comincia a cedere alle tendenze della disintegrazione in tutte le direzioni, mentre la Russia gestisce la posizione centrale di una possibile mediazione che diventa sempre meno possibile, puntando sull’organizzazione di un nuovo raggruppamento in Medio Oriente definito dai suoi legami con Iran, Siria, Iraq ed Hezbollah, e forse altri che diserteranno il campo BAO. Tutto ciò avviene come se il disordine abbia cominciato a esaurire coloro che hanno contribuito a crearlo, con la dispersione di questa coalizione eterogenea, da cui la Russia necessariamente emergerà quale attore esterno chiave nel Medio Oriente. Questa sarebbe una ricompensa logica, e solo se lo si vuole, del ruolo che ha svolto. E per il momento non è nulla di più che un punto di vista, e il disordine è ben lungi dall’aver detto l’ultima parola, e senza dubbio avrà sempre voce in capitolo nel contesto della sequenze attuali. Ma la tendenza generale è sempre più chiara, e si afferma a partire dal carattere insopportabile del processo di autodistruzione del sistema, che respinge o colpisce tutti coloro che hanno scommesso sul sistema, con qualcuno che già adesso è alla ricerca di una via d’uscita dal gioco. In ogni caso, vi è ora la possibilità di un interessante rovesciamento che darebbe alla “primavera araba” un aspetto inatteso, e questa possibilità, se viene necessariamente caratterizzata dall’apparente caos mediorientale, lo sarà soprattutto in questo caso, dalla gerarchia di influenze esterne, con la Russia che ritorna con forza in questa regione, non essendo lontana dal poter  soppiantare gli USA sempre più amareggiati, impotenti nella loro incomprensione della situazione, più stanchi che dotati di spirito, infine. In questo contesto, è possibile che l’israeliano Netanyahu parli a Putin di qualcosa di molto diverso degli S-300, gli israeliani potrebbero anche valutare che la loro scelta di aver un esclusivo “padrino” americanista, sia diventata discutibile. Infatti, a parte questi eventi che hanno significati diversi e talvolta sorprendenti, compare il fenomeno dell’esaurimento, con conseguente spostamento della politica verso direzioni completamente inaspettate. Questo esaurimento psicologico è un fattore centrale della crisi del collasso del Sistema, mentre continuiamo a sottolinearne le radici storiche fondamentali. Non è che un apparente paradosso se questa stanchezza colpisce gli attori periferici della crisi siriana, più che gli attori diretti, perché questi attori periferici sono collegati direttamente alla crisi del collasso del sistema.  La forte posizione della Russia, che ovviamente tiene alla sua politica di principio, in realtà è basata sulla promozione e la tutela dei principi strutturali, ed è l’unico modo per sfuggire alla stanchezza causata dalle forze di destrutturazione e disintegrazione del Sistema.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ginevra 2013, le carte cambiano

Louis Denghien, InfoSyrie 11 gennaio 2013

481829Ginevra ospita oggi, ancora una volta, un vertice diplomatico sulla Siria. Rispetto a quello tenutosi alla fine di giugno 2012, il contesto e l’atmosfera sono molto più favorevoli alla Siria e al suo presidente.

Il trionfo della linea russa
Il vertice è più modesto rispetto al precedente: non vi partecipano che i russi, gli statunitensi e l’inviato delle Nazioni Unite Lakhdar Brahimi. E’ un livello più modesto, in quanto anche i due paesi sono rappresentati, da parte russa dal viceministro degli esteri Mikhail Bogdanov, e da parte degli Stati Uniti dal vicesegretario di Stato William Burns, rispetto a quando Sergej Lavrov e Hillary Clinton si incontrarono a Ginevra a giugno. Questa relativa “modestia” attesta il fatto che l’ordine del giorno degli Stati Uniti sulla questione siriana è meno importante o urgente di prima. In ogni caso, l’amministrazione Obama 2 in questi giorni ha cambiato vertici e probabilmente linea  diplomatica.
Usciti gli interventisti (e ultra-sionisti) Hillary Clinton (politica estera) e Leon Panetta (difesa), sono stati sostituiti rispettivamente da John Kerry e Chuck Hagel, il primo noto per la sua conoscenza della zona e di Bashar al-Assad, il secondo per la sua critica contro la guerra e la posizione di allineamento sistematico degli interessi nazionali a quelli israeliani. Da parte russa la linea è immutata: il portavoce del ministero degli esteri, Aleksandr Lukashevich, ha ribadito il 10 gennaio che “solo i siriani possono decidere il modello di sviluppo a lungo termine del loro paese“, e quindi scegliere i loro governanti. In una chiara allusione al primo di essi, Lukashevich ha anche affermato la necessità di creare le condizioni per un dialogo tra le autorità e l’opposizione “senza condizioni preliminari, secondo il comunicato di Ginevra“, adottato dopo il summit internazionale del 30 giugno 2012, che non chiedeva più l’allontanamento dal potere del presidente Bashar come condizione sine qua non per l’apertura dei negoziati inter-siriani. Nel dire ciò, il portavoce della diplomazia russa rispondeva nettamente alla sua controparte statunitense Victoria Nuland, che aveva detto il giorno prima ai giornalisti che Washington intende rinnovare a Ginevra le pressioni diplomatiche per allontanare Bashar: un obiettivo che sembra oggi ancora meno raggiungibile rispetto al 30 giugno. E che in ogni caso non è più la preoccupazione principale degli Stati Uniti nella regione.
La posizione russa è stata sostenuta, sempre il 10 gennaio, da una dichiarazione congiunta dei paesi BRICS, organizzazione della cooperazione tra Russia, Cina, India, Brasile e Sud Africa, presentata dal consigliere per la sicurezza nazionale indiana Shivshankar Menon. Una dichiarazione che sembra essere una replica di quella di Lukashevich: “I siriani soltanto possono decidere il loro futuro. Gli altri paesi non possono intervenire nei negoziati“. Menon stava parlando, si deve rilevare, alla fine dei colloqui sulle questioni internazionali con il suo omologo del Consiglio di sicurezza russo Nikolaj Patrushev. E questo fronte comune dei BRICS si basa su posizioni definite da mesi, riecevendo anche il sostegno di Iran ed Egitto: in una visita a Cairo, il ministro degli esteri iraniano Ali Akbar Salehi ha firmato con il suo collega egiziano Mohamed Kamel Amr la dichiarazione sulla Siria in favore di una soluzione politica e senza ingerenze esterne. Salehi ha anche inviato al presidente Morsi un formale invito di Mahmoud Ahamadinejab per visitare l’Iran, nel corso del riavvicinamento in via di definizione tra l’Egitto, paese sunnita diretto dai Fratelli musulmani e quindi ostile al governo siriano, e l’Iran, uno dei più saldi sostenitori regionali di Bashar al-Assad; ciò dopo la spettacolare presenza, lo scorso agosto, di Morsi al vertice dei Non Allineati a Teheran. È piuttosto l’Egitto che si avvicina alla posizione iraniana, in un cambiamento dalle ampie conseguenze in tutto il mondo arabo, e nella Lega araba.
Ma questa linea generale di sostegno a una soluzione politica negoziata tra i siriani, promossa da Mosca da mesi, è ovviamente una condanna implicita dell’opposizione radicale e dei suoi sostenitori occidentali e monarchici arabi. Perché è da questo lato che è stato chiesto più volte l’intervento straniero, mentre nel frattempo armavano apertamente i ribelli. L’interventismo è chiaramente dalla parte dell’opposizione in esilio ed islamista; per convincersene bisogna leggere le ultime dichiarazioni del ministro degli esteri britannico William Hague, che parla di nuovo di armare i suoi cari ribelli, rifiutandosi di contrattare, assieme al presidente della Coalizione nazionale dell’opposizione, lo sceicco al-Khatib, suo “ambasciatore” a Parigi, che ha detto al Nouvel Observateur che la soluzione in Siria può essere solo militare. E proprio queste posizioni estreme non sono più sostenute dal più potente degli sponsor dell’opposizione radicale siriana: Washington è preoccupata dall’avanzata politica, se non militare, dei salafiti filo-al-Qaida, nell’insurrezione che ha avviato le ostilità contro il regime baathista, alleato dell’Iran.
I nuovi vertici di Obama 2 dovrebbero promuovere una nuova linea sulla Siria, meno offensiva. E se gli statunitensi dovessero ritirarsi dalla partita, Qatar e Turchia si troveranno molto isolati. Una parola su Lakhdar Brahimi, molto attaccato dai media siriani dopo la sua ultima affermazione abbastanza sprezzante nei confronti di Bashar al-Assad. Si è scusato per le parole che ha usato verso il presidente siriano. Ma non ha ceduto sul fondo del suo intervento, che Bashar deve dimettersi. In ogni caso, questa posizione, tardiva e “qataro-compatibile”, avrà poco peso verso la determinazione russa (e il “passaggio” statunitense): ovviamente, Brahimi dovrebbe essere questo venerdì a Ginevra. Il prestigio di una pura comparsata.

Divorzio Qatar-Arabia Saudita?
Doha e Ankara rischiano di essere “ancora più isolati”, secondo un articolo pubblicato l’11 gennaio dal quotidiano libanese anti-Bashar L’Orient Le Jour, ci sarebbe acqua nel gas (o petrolio) tra il Qatar e il regno finora fratello dell’Arabia Saudita, in particolare sulla Siria. Infatti, secondo la giornalista Scarlett Haddad (che lavora anche per il quotidiano francofono libanese L’Express),  basandosi su confidenze dei “circoli diplomatici libanesi”, il regime siriano sfrutta non solo i vantaggi dei recenti successi militari a Damasco, Aleppo, Homs e Idlib, ma della “congiuntura in evoluzione nel mondo arabo”. E la congiuntura sarebbe la seguente: si è riallineato anche il capo della diplomazia saudita, il principe Saud al-Faisal, dopo un incontro con il suo omologo egiziano Amr (decisamente attivo) per una soluzione politica in Siria; abbandonando così la linea di armare le bande adottata in precedenza da Riyadh. Ma c’è di più, ha annunciato Scarlett Haddad: il figlio di re Abdullah, il principe ereditario Abdel Aziz ha incontrato “recentemente” ufficiali siriani in Giordania. Funzionari debitamente autorizzati da Damasco che hanno chiesto la fine degli aiuti sauditi all’opposizione armata. Scarlett Haddad ha detto che dopo questo incontro riservato, gli aiuti sauditi sono diminuiti drasticamente, ma senza fermarsi del tutto.
I diplomatici libanesi intervistatati dalla giornalista, notavano a questo proposito che, nel corso del suo recente intervento pubblico, Bashar non ha attaccato l’Arabia Saudita, finora uno dei suoi nemici regionali più aggressivi. Scarlett Haddad ha aggiunto che si sono avuti incontri tra funzionari dei servizi segreti militari siriani ed egiziani. E altri Stati del Golfo, come il Kuwait, l’Oman, gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania hanno parlato, in modo piuttosto pacato, a favore di una soluzione politica, e non militare-rivoluzionaria, in Siria. La ragione di questo cambiamento che lascia solo il Qatar? Beh, è la stessa ragione che spiega la nuova cautela statunitense: “Il Regno hashemita (Giordania) e gli Emirati Arabi Uniti, ha scritto Scarlett Haddad, hanno ancor più paura dell’ascesa degli islamisti e dei Fratelli musulmani, in particolare, che cominciano a metterli sotto pressione in patria.”

Chi è più isolato oggi? Bashar o l’emiro del Qatar?
Ciò è particolarmente vero in Giordania, dove i Fratelli sono la principale opposizione al regime filo-occidentale di re Abdullah. Si noti che se tutte le teste coronate arabe sono inquietate dai Fratelli musulmani, cosa penseranno dei jihadisti-salafiti che operano in Siria! In breve, i seminatori di vento fondamentalista si preoccupano ora della tempesta che stanno raccogliendo. Ancora una volta, è un giornale importante del Medio Oriente, che non è noto per la sua gentilezza verso la Siria di Bashar, che pubblica tali informazioni; sarebbe interessante sapere cosa ne pensano, per esempio, Le Monde o Libération.
A questo proposito, va ricordato che uno dei jingle dei nostri media, da un anno e mezzo, è che Bashar al-Assad è “sempre più isolato”. Da allora diciamo che si sono sbagliati o che hanno mentito. Lo ripetiamo ancora con forza maggiore, alla luce dei recenti sviluppi. E Scarlett Haddad lo dice per noi, ciò “suggerisce che la situazione attuale del presidente siriano sarebbe molto più favorevole rispetto a un paio di mesi fa”. “Questa è anche la ragione, dice, per  cui ha scelto di parlare in questo momento“. Anche se la giornalista conclude il suo articolo dicendo che, per ragioni di prestigio, in qualche modo, “la comunità occidentale, gli Stati Uniti in testa, non possono in nessun caso accettare di vedere Assad vincere lo scontro con l’opposizione“. Solo che, come abbiamo già detto in precedenza, gli Stati Uniti del 2013 non sono proprio quelli del 2012. E anche in circostanze obiettivamente più favorevoli, la coalizione occidentale non è riuscita a minacciare seriamente il governo siriano.
Così, oggi, Bashar è “sempre più isolato”? Non proprio. Al contrario, lo sono l’emiro del Qatar e François Hollande…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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