Libia: la Resistenza verde cresce

15 dicembre 2012

L’articolo seguente è stato originariamente pubblicato dal Partito Comunista di Gran Bretagna (marxista-leninista):
Ascesa della Jamahiriya Verde!
Libia: la resistenza verde avanza
Il popolo della Libia lotta per recuperare ciò che ha perso

libya-oil_1842982cNell’ottobre 2011 il leader della rivoluzione verde libica, il colonnello Gheddafi, è stato brutalmente assassinato dai tagliagola mercenari sostenuti dall’occidente, dopo otto mesi di bombardamenti della NATO che hanno devastato il paese. Un anno dopo la ‘vittoria’, l’imperialismo annaspa sempre più nel vuoto, con le marionette di Tripoli che a malapena riescono a mantenere un governo per una settimana, o esercitano l’autorità sul paese, e l’esercito fantoccio sempre più messo da parte dalle milizie rivali nella guerra.
Nel frattempo, la Resistenza verde, data per spacciata, si fa sentire in modo tale che i media si sforzano d’ignorarla, ma Washington non può osare farlo. La verità amara per l’imperialismo è che i ricordi in Libia di quattro decenni di progresso economico e sociale restano sempreverdi nella mente dei suoi milioni di cittadini, nonostante tutte le bugie pompate sul ‘mostro ‘Gheddafi’. Ciò significa che i combattenti della resistenza si sono riorganizzati e compiono attacchi, forti della consapevolezza della diffusa simpatia popolare per le loro azioni. La verità scomoda per l’occidente è che la resistenza, della quale le ultime orazioni sono state lette un anno fa, non è mai veramente scomparsa, e che ora torna per vendicarsi.

Bani Walid: l’eroica città della rivoluzione verde
Simbolo di fedeltà duratura e patriottismo della maggior parte libici, è il rifiuto dei cittadini della città settentrionale di Bani Walid di chinare la testa davanti al governo dei quisling di Tripoli, che invece mantengono la propria città come un baluardo dell’integrità, mentre gran parte del paese è dilaniata dalla sovversione imperialista e dai conflitti tribali. Quando la dirigenza legittima del paese è stata brutalmente estromessa dalla NATO, i cittadini hanno formato un Consiglio degli Anziani per gestire la città. Nel disperato tentativo di riaffermare la propria declinante autorità politica, le marionette hanno deciso di dare una lezione ai leali cittadini dell’inaccettabile Bani Walid.
Un pretesto, chiaramente creato per inviare una spedizione punitiva dell’esercito fantoccio contro i propri cittadini (la stessa azione di cui il colonnello Gheddafi è stato così falsamente accusato), è stata la morte di Omran Shaaban, il traditore che si era ‘vantato’ di aver arrestato il colonnello Gheddafi, consegnandolo ai suoi assassini psicopatici. Shaaban ha incontrato la sua meritatissima fine in circostanze controverse, dopo esser stato ferito per essersi rifiutato di fermarsi a un posto di blocco di Bani Walid. Anche se questo mercenario imperialista è opportunamente crepato in un letto d’ospedale parigino, il suo ‘martirio’ è stato ritenuto un pretesto sufficiente per le marionette per emettere un decreto, la Risoluzione 7, che dava all’esercito fantoccio pieni poteri eccezionali e di poter utilizzare tutti i mezzi necessari per prendere il pieno controllo della città. Perfino all’interno del Consiglio nazionale generale del (GNC) dei burattini, voci si sono levate per protestare contro tale decreto che dava carta bianca per un genocidio.
Invano il Consiglio degli Anziani di Bani Walid ha protestato che il decreto è illegittimo e incostituzionale. In effetti, uno dei membri del Consiglio stesso fu successivamente sequestrato dai ratti e trascinato nel loro covo a Misurata, ad affrontare un destino incerto. Per settimane l’esercito fantoccio, affiancato e spesso superato dalle milizie ‘ufficiose’, ha assaltato Bani Walid, insieme ai bombardamenti indiscriminati, rapimento, l’assassinio e massacro di civili, terrorizzando la popolazione e bloccando i rifornimenti di cibo, medicine e altre cose essenziali. I medici si lamentavano che le milizie fermavano i veicoli che trasportavano medicine, personale e ossigeno. Tuttavia, nonostante settimane di pesanti martellamenti dei mortai, integrati da bombe con gas e fosforo bianco, molti degli abitanti di Bani Walid si sono rifiutati di abbandonare le proprie case. Un testimone oculare ha detto a Russia Today che “molti gruppi armati sono arrivati all’ingresso principale di Bani Walid e hanno chiesto alle persone di uscire dalla città. Abbiamo deciso di non farlo perché vogliamo difendere i nostri diritti, le nostre case e le nostre famiglie.” (7 ottobre 2012)
Coloro che non potevano resistere oltre e furono costretti a fuggire, hanno poi ritrovato la via del ritorno bloccata dalle bande armate. Molte famiglie si sono ritrovate bloccate su strade deserte, senza cibo o protezione. Eppure Bani Walid combatte ancora.

Zio Sam esclude i mediatori
Non essendo riusciti il governo fantoccio e l’esercito ad attuare l’agenda imperialista, l’imperialismo fa sempre più affidamento direttamente alle milizie per fare il lavoro sporco. Va notato che una delle bande più importanti nella violenta milizia contro-rivoluzionaria, lo Scudo di Libia, è stata pubblicamente corteggiata dalla Casa Bianca, in quanto ha contribuito a salvare i sopravvissuti della missione degli Stati Uniti, quando fu attaccata a Bengasi.
The Independent ha riferito che una delegazione della CIA e dell’ambasciata “si è recata a Bengasi per incontrare e reclutare combattenti direttamente dallo Scudo libico, una potente organizzazione ombrello delle milizie”. Il ministro della difesa del governo fantoccio denunciava che “il suo ministero non ha il controllo delle forze dello Scudo libico di Misurata, che aveva sequestrato Bani Walid, una città già fedelissima a Gheddafi, e stavano impedendo ai residenti sfollati di ritornare “, è chiaro che Washington ha solo disprezzo per il governo e il suo esercito ‘ufficiale’, sperando invece di combattere le forze della resistenza con i mercenari”. (11 novembre 2012)
E’ altrettanto chiaro che, a dispetto di tutti i pii discorsi riguardo al superamento delle divisioni tribali e di esclusione delle armi dalla politica, gli Stati Uniti fanno tutto il possibile per sfruttare queste divisioni, sperando così di sopprimere le forze della resistenza patriottica. Quando la Russia ha cercato di avere un progetto di dichiarazione convocando le Nazioni Unite per una soluzione pacifica dell’assedio di Bani Walid, gli USA hanno bloccato il passo.
La speranza di Washington, che le armi della milizia mercenaria operassero meglio degli ‘ufficiali’ del governo-fantoccio, seppellendo la resistenza, è andata delusa. Nonostante il quasi totale blackout sui massicci crimini di guerra commessi quotidianamente a Bani Walid, e l’ennesimo annuncio trionfale della morte del figlio del colonnello Gheddafi, Khamis (di nuovo) e la cattura del suo ministro dell’informazione (di nuovo), non riesce a nascondere la confusione e il panico che ora affliggono l’imperialismo, mentre una nuova ‘facile’ avventura guerrafondaia va così tanto male. Se non si può gettare la piccola popolazione della Libia nel servilismo, il Pentagono deve essere angosciato: come diavolo può prevalere contro la Siria e l’Iran?

La Resistenza cresce
Durante l’estate, il numero degli attacchi che possono ragionevolmente essere attribuiti alle forze della resistenza si è moltiplicato, nonostante la severa repressione e le menzogne dei media che presentano le violenze come semplici battibecchi tribali (con il signore coloniale che è lì per ‘mantenere la pace’).
Il 10 agosto, otto combattenti della resistenza sono stati liberati dalla prigione di al-Fornaj a Tripoli, dopo un attacco coordinato, il terzo attacco di questo tipo dal rovesciamento di Gheddafi.
Il 18 agosto, la resistenza ha fatto esplodere un’autobomba davanti un albergo di Tripoli, puntando a un veicolo utilizzato da personale di sicurezza di Bengasi.
Il 19 agosto, un’altra auto-bomba a Tripoli prendeva di mira il ministero degli interni e un centro per gli interrogatori.
Il 23 agosto, in uno sviluppo che ricorda la crescente violenza che attualmente passa dal ‘verde al blu’  tra la soldataglia imperialista in Afghanistan, Abdelmenom al-Hur, portavoce del Comitato supremo per la sicurezza ha detto ai giornalisti, che la resistenza si è infiltrata tra diversi ufficiali delle unità della sicurezza e si è impossessata di una caserma piena di armamenti pesanti.
A settembre, l’aeroporto di Bengasi, che gli Stati Uniti usavano come base per i droni, ha dovuto chiudere dato che la resistenza continuava a sparare ai droni. Un sito web segnalava alcune attività più recenti, tra cui un tentativo di assassinio quasi riuscito contro il leader militare del cosiddetto ‘Consiglio di transizione della Cirenaica’, Hamid al-Hassi, un tentativo di fuga dal carcere Koufiya a Bengasi e un attacco con RPG al Comitato supremo per la sicurezza a Tripoli. (Libyaagainstsuperpowermedia.com 8 novembre 2012).
Maggiormente dannoso per il prestigio imperialista, finora è stato l’attacco alla missione degli Stati Uniti a Bengasi dell’11 settembre, dove l’ambasciatore Stevens e tre altri signori coloniali vi hanno perso la vita.
In un primo momento, la linea di Obama era che l’attacco fosse stata una protesta spontanea innescata dalla diffusione del film grossolanamente islamofobo l’Innocenza dei musulmani; una protesta che era sfuggita di mano! Tuttavia, è poi passata la linea che si trattasse di un attacco terroristico di al- Qaida. Questo sembrava, se non altro, ancora meno credibile, dato il ruolo di servizio svolto da questo gruppo, così di recente, nei confronti dell’imperialismo degli Stati Uniti attraverso la mobilitazione del Gruppo combattente islamico libico contro Gheddafi. Obiezioni analoghe potrebbero essere formulate contro la tesi dei salafiti, non meno ferventi oppositori della rivoluzione verde.
La spiegazione più semplice potrebbe rivelarsi anche la più autentica: l’attacco è stato effettuato dalla stessa resistenza. Sembra certamente un lavoro professionale. Un testimone oculare, ferito nell’attacco, ha riferito che circa 125 uomini hanno attaccato con mitragliatrici, armi antiaeree e lanciagranate, bombardando sistematicamente il complesso. E mentre Obama ha cercato di spacciare la sua storia al resto del mondo, le sventurate marionette hanno raccontato una storia più semplice. Il ‘presidente’ della Libia al-Magariaf, gli ambasciatori della Libia alle Nazioni Unite e a Washington, e l’allora ‘primo ministro’ Abdurrahim al-Qaib, hanno tutti accusato i lealisti di Gheddafi dell’attacco, e solo successivamente si sono confusamente allineati dietro la tesi della NATO.
Se la Resistenza può aggiungere quest’azione alla sua lista di eroici successi anti-imperialisti, o se si scoprisse che si tratta du un altro spettacolare autogol, il risultato finale è lo stesso: uno schiaffo all’imperialismo degli Stati Uniti, che lo lascia confuso, umiliato e sempre più diviso. Lo stesso vale per molte altre azioni anti-fantocci che non è possibile, in questa fase, attribuire con certezza alla Resistenza. Se i burattini dell’imperialismo sono preda delle caotiche divisioni tribali che i loro padroni hanno suscitate, allora così sia. Gli imperialisti, ancora una volta, hanno sollevato un masso per schiacciare i loro nemici, per poi farlo cadere sui propri piedi.

I ladri cadono
Quando il 26 ottobre, la ragazza del generale Petraeus ha scelto di intrattenere il pubblico con le gemme dal suo discorso del cuscino, il capo della CIA oramai era caduto in disgrazia, avendo preso a calci un vespaio, rivelando forti conflitti all’interno di circoli dirigenti imperialisti.
Ora, non so se molti di voi l’hanno sentito, ma la missione della CIA aveva effettivamente un paio di prigionieri, membri della milizia libica, e pensavano che l’attacco al consolato fosse un tentativo per liberare questi prigionieri, un aspetto ancora in fase di vaglio… I fatti venuti alla luce oggi, dicono che le forze presenti nella dependance della CIA, che non era il consolato, chiedevano rinforzi. Chiedevano – chiamando il CINC (Comandante in Capo) delle forze di pronta reazione – un gruppo di operatori della Delta Force, i nostri ragazzi di maggior talento militare che abbiamo sul campo. Avrebbero potuto venire e rafforzare il consolato e l’annesso della CIA che erano sotto attacco… E’ stata una tragedia perdere un ambasciatore e due altri funzionari del governo, c’era un guasto nel sistema perché non vi era la necessaria sicurezza aggiuntiva… E’ frustrante vedere l’aspetto politico di tutto ciò che sta succedendo con questa indagine… la sfida è la nebbia della guerra, e la sfida più grande è che siamo nella stagione di caccia politica, e così tutta questa faccenda è stata politicizzata.”
Appoggiando il suo uomo con una dichiarazione che il fidanzato avrebbe preferito non venisse detta, Paula Broadwell balbettò che la “cosa difficile” per Petraeus era dover tacere su quello che stava realmente accadendo: “Così sapeva tutto ciò, aveva corrispondenza con il capo della stazione della CIA in Libia in meno di 24 ore, sapevano quello che stava accadendo.”
Sì, deve essere un inferno dover gestire la CIA e raccontare storie sempre più incredibili per conto di un sistema di sfruttamento e dominio globale che sta così clamorosamente rovinando. L’innocente dichiarazione della Broadwell sulle calde relazioni fraterne tra l’Ufficio Ovale, il Pentagono e Foggy Bottom ci offre un chiaro esempio dello stress e delle tensioni presenti all’interno dei circoli dominanti, mentre l’imperialismo in crisi sprofonda sempre più in un’altra sua palude. Può affondare senza lasciare traccia.

Vittoria alla resistenza verde!
Morte ai ratti!
Morte al re dei ratti: l’imperialismo!

Red Ant Liberation Army

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’assassinio di Muammar Gheddafi: un’operazione della NATO dalla A alla Z

Martin Iqbal Empire Strikes Black 22 Ottobre 2011

Muammar Gheddafi – leader rivoluzionario della Jamahiriya araba libica – è stato assassinato il 20 ottobre 2011, nella città libica di Sirte. Le circostanze precise della sua morte sono offuscate dal mistero e da contraddizioni, ma i media sostengono è che i tirapiedi della NATO, i ‘ribelli’, l’abbiano catturato e ucciso. Questo ha dato al governo d’occupazione del CNT, non eletto e universalmente disprezzato, una vittoria decisiva nella guerra di propaganda sulla Libia. Tuttavia, sta emergendo un quadro sulle effettive circostanze della sua morte, che mette le forze speciali della NATO – probabilmente le SAS britanniche – nel centro della vicenda.

Le squadre SAS davano la caccia a Gheddafi da settimane
Forze speciali della NATO, tra cui le SAS britanniche, erano sul terreno in Libia fin da febbraio, molto prima dell’inizio dell’orwelliana ‘no-fly zone’.  Queste forze si sono installate in Libia, dove hanno addestrato e diretto il mal addestrati mercenari ‘ribelli’, utilizzati come pedine per rovesciare Gheddafi.  La guerra in Libia non sarebbe stata possibile senza la presenza di queste forze speciali. Gli attacchi aerei della NATO sono stati coordinati da questi operativi sul terreno. Oltre a questo, gli incredibilmente inetti ‘ribelli’ si sono dimostrati del tutto incapaci di ottenere una sola vittoria militare o strategica contro la travolgente e amplissima Resistenza Verde libica. Operazione Alba della Sirena, coordinata e apertamente effettuato dalle forze speciali occidentali, indicava la totale inettitudine dei terroristi ed estremisti tribali, in lotta per contro della NATO quali ‘ribelli libici’.
Dopo l’Operazione Alba della Sirena, ad agosto, i soldati delle SAS britanniche, vestiti con abiti civili arabi e portando le stesse armi dei ‘ribelli’, riorientarono i loro sforzi verso la caccia a Muammar Gheddafi. Inoltre, i media britannici erano piena di notizie su questa attività delle forze speciali in territorio libico .
Questione di qualche giorni fa, 20 Ottobre 2011, la guerra della NATO sulla Libia culminava con l’assassinio di Muammar Gheddafi. Come era prevedibile, in questa guerra doppiata da una sfacciata guerra psicologica, la storia ‘ufficiale’ diceva che le forze ‘ribelli’ avevano catturato Gheddafi rannicchiato in un tubo fognario, ed è poi morto sotto la loro custodia. Questa storia è stata tradita dal fatto che la NATO ha ammesso il bombardamento del convoglio del leader rivoluzionario mentre era in viaggio nella zona di Sirte, quel mattino. Funzionari statunitensi hanno confermato che un drone statunitense Predator aveva sparato sul convoglio, così come degli aerei francesi. In realtà, non è giustificabile rivendicare la vittoria dei ‘ribelli’ qui, quando le bombe della NATO sono state fondamentali per la cattura di Gheddafi, come lo sono state per tutta la guerra.
Sapendo che la NATO aveva al mirato convoglio di Gheddafi, e sapendo che i SAS britannici gli davano la caccia da settimane, una persona logico dedurrebbe che la NATO stava monitoraggio il convoglio durante e dopo l’attacco, e una squadra delle SAS sia stata rapidamente inviata sulla posizione.
Questa teoria è sostenuta da un recente rapporto dal sito DEBKAfile, ben collegato con l’intelligence israeliana. In un rapporto dal titolo ‘Dopo aver aiutato a uccidere Gheddafi, la NATO si prepara a por termine alla missione in Libia’, Debka rivela che le sue fonti militari indicavano che Gheddafi era stato catturato e ucciso dalle forze speciali della NATO:
“Le fonti militari di DEBKAfile riferiscono di sempre più evidenti indicazioni che una unità delle forze speciali della NATO – anche se la nazione è sconosciuta – aveva trovato e catturato Muammar Gheddafi nella zona di Sirte. Apparentemente hanno sparato alle gambe per impedirgli la fuga e informarono una milizia di Misurata dove si trovava, sapendo che l’avrebbero ucciso. in vista della resa dei conti della città con l’ex dittatore libico. La NATO è stata guidata da due considerazioni: in primo luogo di non rendere nota la presenza di truppe di terra dell’alleanza nella zona di guerra, in violazione del mandato delle Nazioni Unite, e la seconda, per dare ai ribelli libici una vittoria psicologica, soprattutto dopo aver fallito nella battaglia per catturare la casa di Gheddafi, la città di Sirte“.
Le forze speciali del Qatar sono note per avere una lunga relazione con le SAS britanniche, almeno da 20 anni. Le forze speciali del Qatar erano coinvolte nell’Operazione Alba della Sirena. L’inclusione nella NATO delle forze del Qatar, permette alle forze di occupazione di: a) minimizzare il rischio di vittime occidentali e le conseguenti ricadute politiche, e b) impersonare più facilmente il ruolo di locali combattenti libici.
Alla luce del coinvolgimento delle SAS nel coordinare gli attacchi aerei e la caccia a Gheddafi, oltre alle notizie di Debka, è altamente probabile che forze speciali britanniche (o del Qatar guidate dai britannici) abbiano catturati Gheddafi e l’abbiano consegnato alle forze d’occupazione ‘ribelli’, dopo avergli sparato senza pietà, per evitare la fuga e garantirne la morte.
Il consenso dei media, dipinge invece un quadro del tutto falso di una vittoria ‘ribelle’. Questi tirapiedi dell’occupazione non sono stati in grado di tenere una singola città, senza che le bombe, i proiettili e i missili Hellfire della NATO distruggessero tutto quello che era sul loro cammino. Ogni singolo evento decisivo, nella guerra alla Libia, è stato ottenuto dalla NATO, pur essendo fraudolentemente attribuito a questo gruppo di sciocchi ratti assetati di potere. Anche l’ultima ‘vittoria’, la cattura e l’assassinio di Muammar Gheddafi, gli è stata consegnata su un piatto dalle forze straniere, il vero volto dietro la cosiddetta ‘rivolta’ libica.

Aggiornamento del 24 ottobre 2011
Un rapporto del Telegraph aggiunge ulteriore peso alla teoria che l’operazione di assassinio di Gheddafi sia stata effettuata dalla NATO e dalle sue forze speciali a terra. Il 20 ottobre, un report intitolato ‘Il Colonnello Gheddafi ucciso: convoglio bombardato da drone pilotato da un pilota a Las Vegas’ rivela una serie di fatti chiave. In sintesi:
Le forze SAS britanniche e forze speciali statunitensi stavano perlustrando la zona di Sirte a caccia di Gheddafi, ma non riuscivano a trovarlo;
Circa una settimana prima che fosse assassinato, la NATO aveva individuato la posizione di Gheddafi, dopo una svolta dell’intelligence;
Anticipando i movimenti di Gheddafi, la NATO teneva Sirte sotto stretta sorveglianza audio e il video dall’aria e con le forze di terra;
Il Telegraph confermava anche il fatto che un drone statunitense Predator aveva sparato per primo sul convoglio, seguito dagli aerei francesi. Questo pone attenzione alle affermazioni palesemente false della NATO, di non sapere che Gheddafi era nel convoglio quando fu colpito.

Il Col Gheddafi ucciso: il convoglio bombardato da un drone pilotato da Las Vegas
Gheddafi era sotto sorveglianza delle forze della Nato dalla settimana scorsa, dopo una svolta dell’intelligence che le ha permesso di individuare la sua posizione. Un drone statunitense e una flotta di bombardatutto della NATO si erano addestrati sulla sua roccaforte di Sirte, per assicurarsi che non potesse sfuggire.
Fonti dell’intelligence hanno suggerito che nei suoi ultimi giorni, Gheddafi aveva interrotto la sua rigida regola del silenzio, ed era stato sentito telefonicamente, mentre utilizzava un telefono cellulare o satellitare. La tecnologia di riconoscimento vocale avrebbe immediatamente ripreso ogni chiamata che aveva fatto. Agenti dell’MI6 e ufficiali della CIA sul terreno, stavano anche fornendo informazioni e si ritiene che a Gheddafi sia stato dato un nome in codice, nello stesso modo in cui le forze statunitensi usarono il nome Geronimo durante l’operazione per uccidere Usama bin Ladin.
Dopo la caduta di Tripoli in agosto, i servizi segreti hanno cercato Gheddafi in Libia e oltre, utilizzando agenti, forze speciali e apparecchiature di intercettazione. Forze speciali britanniche e statunitensi avevano cercato nell’ex roccaforte del deserto di Gheddafi, intorno Sirte, e nel sud della Libia, senza trovarlo. “I Predators degli Stati Uniti e i droni francesi hanno martellato il centro di Sirte per diverse settimane, cercando di monitorare quello che succedeva sul campo di battaglia“, ha detto una fonte dell’intelligence.
Hanno costruito un modello di immagine di vita normale, in modo che quando qualcosa di insolito è accaduto quella mattina, come un folto gruppo di veicoli che si raccoglieva, si sono imbattuti in un’attività altamente insolita, e si è deciso di seguirli ed attaccarli.”
Aerei da guerra elettronica, un Rivet Joint statunitense, o un C-160 Gabriel francese, hanno anche ripreso i movimenti di di Gheddafi mentre tentava di fuggire.

Il drone Predator, che volava dalla Sicilia ed era controllato via satellite da una base nei pressi di Las Vegas, ha colpito il convoglio con una serie di missili anticarro Hellfire. Pochi istanti dopo, un jet francese, probabilmente un Rafale, ha puntato e spazzato via le vetture con delle bombe Paveway da 227 kg o con munizioni AASM ad alta precisione da 600.000 sterline.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’elite politica della nuova Libia

A. A. Bystrov IIMES 14/10/2011

A quanto pare, i leader del Consiglio nazionale di transizione (CNT) della Libia, fino a poco tempo fa, non avevano una posizione consolidata sui colloqui con Muammar Gheddafi. La frattura definitiva si è verificata su questa situazione, solo il 28 luglio di quest’anno durante le riunioni dei comandanti e dei funzionari chiave dei ribelli presso l’hotel “Tibesti“, in Tunisia. Il fatto che questo storico incontro ha avuto luogo in Tunisia non è casuale. A quel tempo il governo tunisino aveva già deciso la sua posizione a sostegno dei ribelli, con rispetto formale della neutralità, ma in realtà fornendogli un’assistenza completa.
In particolare, il Capo di Stato Maggiore Generale delle forze armate tunisine, Rachid Ammar, si era incaricato di inviare armi e munizioni ai ribelli libici in territorio tunisino, durante la tarda primavera e per tutta l’estate. Hanno usato le capacità logistiche dell’esercito della Tunisia e lo stesso governo ha finto di non sapere nulla. È interessante notare che queste operazioni sono state possibili dopo i colloqui tra R. Ammar e il principe ereditario del Qatar Tamim Bin Hamad al-Thani, a Doha. Sembra che il problema sia ancora più di carattere finanziario, piuttosto che puramente politico, anche se vi è molta simpatia per Gheddafi in Tunisia, in generale. Contemporaneamente al trasferimento di armi sul territorio tunisino, con il tacito consenso delle autorità, vi è stato un ampio flusso di carburante di contrabbando e di cibo ai sostenitori del colonnello.
In generale, a parte il Qatar, la nuova leadership tunisina è molto sensibile, e ascolta, il parere della Francia. In particolare, Parigi ha dettato il corso seguito dalla leadership tunisina, attraverso una serie di figure molto importanti della élite politica francese. Come il fratello del presidente Nicolas Sarkozy, Guillaume, Francois Perot (BPCE), Dominique Devillepin. Ma torniamo alla storica riunione della leadership del CNT a Tunisi.
E’ interessante, per noi, la disposizione futura del sistema politico della Libia, che si è appena formato. Questo allineamento è ben caratterizzato dalla questione dei negoziati con Gheddafi, e divide l’opposizione tra i sostenitori della linea di comportamento “dura” e “morbida“. Tra i principali sostenitori di quest’ultima, deve esservi attribuito il presidente del CNT Abdul Jalil, che ha costantemente sostenuto i colloqui con il passato regime. Ha autorità assoluta sul popolo, ma per sua natura, moderato e non pronto ai passi difficili che sono necessari in politica. Soprattutto nella realtà attuale libica. Inoltre, la sua linea di compromesso è fallita. Importante è il fatto che non gode della fedeltà diretta delle forze armate.
Una linea di azione più radicale è seguita da una figura relativamente nuova nella politica interna libica, Ramadan Saleh Bin Amer, che attualmente ha fondato il primo partito politico “Nuova Libia“. Questo imprenditore emigrato e prominente, ha sponsorizzato la rivolta contro il regime di Gheddafi nelle regioni orientali. Nato a Bengasi, si è formato presso l’Università della California. Ha vissuto a lungo negli Emirati Arabi Uniti, dove ha diretto l’agenzia Alpha Beta Publishers and Media Consultants e pubblicato il quotidiano Al-Ain Times, che attualmente non è più diffuso. Bin Amer è strettamente legato alla famiglia regnante negli Emirati Arabi Uniti, e ha agito come un “ponte” tra essa e i ribelli. Ha inoltre curato la raccolta dei fondi per il finanziamento degli insorti tra gli emigrati. La seconda persona nel nuovo partito libico è Radzhad Mabrouk, che proviene dal Texas dove ha vissuto a lungo in esilio. Secondo alcuni rapporti, “Nuova Libia” potrebbe diventare un canale degli interessi in Libia degli statunitensi.
Tra le creature del Qatar va assolutamente incluso il responsabile dell’informazione e la propaganda del CNT M. al-Shaman (membro del consiglio di “al-Jazeera“) e del responsabile per le questioni giuridiche del CNT M. al-Allaki. Ma data la guerra, un peso speciale hanno avuto i comandanti di Bengasi, che per molto tempo incideranno seriamente sull’equilibrio delle forze politiche.
Dovrebbero esservi inclusi A. Shmat, che ora dirige il cosiddetto “Movimento di Difesa 17 febbraio” e due ben noti “pesi massimi” che lo sostengono, M. Fanuhi e A. Tunsi. Anche questo gruppo è nell’orbita del Qatar. E, infine, il comandante delle forze armate del CNT, A. Belhadj, i cui collegamenti con “al-Qaida” sono fortemente avvertiti dagli statunitensi. Proveniente da Misurata, è strettamente legato (almeno per ora) agli inglesi, che hanno addestrato le sue truppe. E’ difficile dire quanto durerà questa amicizia, ma il radicalismo e il desiderio di svolgere un ruolo indipendente è evidente in Belhadj. Alcuni esperti ritengono che presto si sposterà verso Ankara (molte persone native di Misurata, hanno radici turche), o in direzione del Qatar, che in questo momento è lo sponsor principale dei circoli radicali in Libia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: chi tira le fila sono i qatarioti

Atlantico, 11 ottobre 2011

La situazione in Libia, al limite dell’anarchia completa, tra le ambizioni di tribù rivali e un consiglio di transizione abbandonato, senza governo né un vero capo … Gerard de Villiers racconta il suo viaggio nel cuore del caos. 

Atlantico: Voi ritornate da un viaggio in Libia. Qual’è la situazione?
Gerard de Villiers: La situazione in Libia è a un punto morto, perché la caduta di Gheddafi non è andata così bene come avrebbe dovuto, laddove le città  resistono. Non sappiamo per quanto tempo durerà. Il problema è soprattutto che è nella natura, e probabilmente nella zona dei tre confini – vale a dire, Algeria, Niger e Libia – con la capacità di muoversi molto rapidamente in questi paesi, protetti dai Tuareg, che sono sempre stati i loro alleati, e quindi negli agguato.
Il processo è stato che la Francia, come l’Inghilterra, si sono unite a una parte del mondo occidentale, attorno al CNT (Consiglio Nazionale di Transizione), guidato da Abdul Jalil, un uomo cirenaico, ex ministro della giustizia di Gheddafi, ma che non ha truppe in Tripolitania. Si è combattuto a Bengasi, a Brega, a Ras Lanouf, tutte in Oriente. Ma lo sforzo principale è stato vinto dalle truppe, almeno a Tripoli, che sono guidate da Belhadj e dal suo gruppo di islamisti libici anti-Gheddafi, che controllano gran parte di Tripoli. Si tratta di un grande gruppo, una grande Katiba (unità di tra 50 e 5000 persone!). Poi ci sono tutti i berberi del Jebel Nefoussa (a sud di Tripoli), già armati dai francesi e ostili ai cirenaici, e quindi perseguono le loro lotte personali. Gli abitanti di Misratah sono coloro che più hanno combattuto: sono piuttosto particolari, perché sono discendenti dei coloni turchi dal tempo dell’Impero Ottomano. Queste persone sono molto ben organizzate, hanno continuato i combattimenti intorno a Sirte. Infine, ci sono gruppi di Zintan. In realtà ci sono poche Katiba della Cirenaica.

E’ del tutto irrealistico aspettarsi che un giorno si raggiungerà l’unità?
Il CNT, che è un addobbo degli occidentali, ha due svantaggi: i suoi membri provengono dalla Cirenaica, ed inoltre non hanno truppe, non controllano le katiba più importanti. Ma gli occidentali, ho capito parlando con gli statunitensi lì, non hanno visto il ruolo del Qatar. L’emiro del Qatar ha fornito molte armi, denaro e prestato il suo sostegno a gruppi come il gruppo Salabi, il cui fratello Ali Salabi è un consigliere dell’emiro del Qatar. Oggi il Qatar ha istruttori presso queste Katibe, nel cosiddetto Esercito di liberazione nazionale, che non è davvero un esercito, ma una milizia con pick-up, armi antiaeree, lanciarazzi … All’interno del CNT, si sono resi conto che se non federavano un esercito che tenesse la linea, avrebbero perduto. Perciò il presidente del CNT ha reclutato l’ex ministro degli interni di Gheddafi, il Generale Younis. E’ stato incaricato di unificare tutti questi gruppi disparati (una quarantina di katibe), in una parvenza di esercito. Ora, il Generale Younis è stato ucciso il 27 luglio in circostanze  estremamente confuse, e tutte le indicazioni dicono che i suoi assassini sono islamisti, in parte perché era coinvolto nella repressione contro gli islamisti al tempo di Gheddafi, e d’altra parte, perché voleva provare a mettere sotto il suo controllo le grandi katibe islamiste. Tutti i ministri si sono dimessi dal CNT. Il CNT non è vincolato che dal suo presidente, mentre anche il numero due ha mollato. La CNT oggi è un’organizzazione fantasma, che ha il riconoscimento dell’occidente ma è tutto. Quindi, avete sentito parlare della dichiarazione dell’islamista Belhadj, che si è autoproclamato comandante militare di Tripoli. Belhadj, è un vecchio combattente islamista, era in Afghanistan, ed è molto vicino ad al-Qaida. E’ un vero radicale. Ha chiamato la stazione televisiva al-Jazeera e ha detto “Io sono il comandante militare di Tripoli“. Unico problema, il CNT non lo sapeva, e quando il CNT voleva che facesse ritorno nei ranghi, si è rifiutato. Pertanto, avete a Tripoli Belhadj, il più potente, ma anche una dozzina di katibe, e ognuna controlla un quartiere.

E’ plausibile prevedere la nascita di numerosi capetti, come Belhadj a Tripoli?
Questo è soprattutto il rischio dell’emersione degli islamisti, sostenuti dal Qatar e che si sostengono a vicenda. Per arginare questo fenomeno, lo scopo del CNT, spinto dai ministri occidentali, è  quello di creare un governo. E da  agosto, ogni settimana, il CNT annuncia che creerà un governo… Perché lì non c’è? Perché c’è una tale anarchia … Ogni tribù, e le tribù hanno una reale importanza come la tribù al-Obeidi da cui il generale Younis proveniva, vuole la sua fetta di torta. Tutti vogliono avere un membro nel governo, un rappresentante. Ogni città anche: le persone di Misurata, Tripoli anche vogliono dei rappresentanti … per soddisfare tutti, ci dovrebbe essere un governo di 80 ministri!
E cosa è successo? La scorsa settimana, Abdel Jalil ha detto che si farà un governo quando il paese sarà interamente liberato. Vale a dire, alle calende greche! Si dovrebbe essere ancora a conoscenza di una cosa: oggi, tutto proviene dal Qatar (il petrolio, ad esempio…).

Si può dire che il Qatar è il futuro della Libia?
È effettivamente il Qatar, che attualmente detiene l’intero futuro della Libia. Non sono gli europei. Fondamentalmente la Libia è un paese estremamente islamico che pratica la sharia. Non proprio fondamentalista, ma molto religioso e tradizionalista. Non praticano la sharia feroce dei tagli delle mani dei ladri, ma la sharia in tutta la vita sociale, politica, nei diritti delle donne, nel matrimonio… Così alla fine, i duri islamisti come Belhadj o Ismail Salabi, che sono degli estremisti, avranno problemi a convincere i libici medi. Per loro, ciò non ha quasi alcun effetto: la democrazia non è mai esistita, è un paese profondamente islamico, e rimarrà tale, ma penso che saremo testimoni, e già lo siamo, vi è un progressivo annullamento del CNT, che non ha potere militare o politico, ma che è stato riconosciuto con una certa imprudenza dal mondo occidentale, dagli Stati Uniti e dal Regno Unito sotto l’influenza principalmente della Francia. Ed attualmente, si è in una fase di stallo.

La missione perseguita dal CNT è condannata?
Sì. Non hanno forza, non hanno alcun potere. Non dimenticate che la Libia è un paese tribale.

Dalla vostra descrizione della situazione attuale, il futuro della Libia si riassume che a un tiranno che ha governato per 50 anni, contro un migliaio di tiranni che lacerano il paese?
Non sono dei tiranni, ma persone che governano delle tribù, una città, che non significa necessariamente farsi la guerra tra di loro. Si assiste “solo” alla frammentazione del paese, a una divisione estrema. Sappiamo già cosa accadrà entro la fine dell’anno. In particolare: riusciranno a conquistare completamente Sirte, Bani Walid, e gli ultimi punti di ancoraggio di Gheddafi? Questo è il primo punto importante, perché blocca tutto. Non dimentichiamo che oggi non possiamo andare da Bengasi a Tripoli su strada, perché è bloccato all’altezza di Sirte. Secondo punto, si eliminerà Gheddafi? Penso che nessuno abbia veramente voglia di farlo, o almeno non vivo, perché può parlare. potrebbe dire molte cose. Per esempio, ero a Bengasi presso persone molto ricche, che non hanno fatto fortuna da febbraio e con la rivoluzione! Ora Gheddafi è in una zona di accesso molto difficile, da Ghadames, ed è a un’ora di cammello dal Niger. E lì, mantiene la capacità di colpire attraverso il suo relè in Siria, dove fa un po’ quello che bin Ladin faceva, registrare dei messaggi … cosa che spaventa tutti! E la Libia non può continuare ad essere senza un governo! Il CNT era un Consiglio di transizione. Tuttavia non si vede la fine della transizione, dato che lo stesso CNT sta cercando di svelarsi. Gli statunitensi sono molto infastiditi, si sentono traditi dal Qatar, che non ha cercato di proteggere i loro interessi, ma piuttosto di fare della Libia un paese estremista islamico, per nulla filo-occidentale. E’ il caos assoluto. Non dimenticate che la Libia era composta inizialmente da tre diverse regioni: Cirenaica, Tripolitania e Fezzan. Allo stesso modo di Saddam Hussein, che usava il pugno di ferro su sciiti, sunniti e curdi. Gheddafi aggregava dei gruppi che non si sono mai aiutati.

Ciò significa che questo paese, basato su un insieme tribù ostili le une alle altre, deve essere guidato con pugno di ferro?
Naturalmente, non c’è altro modo. In caso contrario, guardate l’esempio della Jugoslavia in Europa. La sua unità era tenuta dalla forza e dalla personalità di Tito. In Libia, non hanno nessuno ora che possa unire e controllare i gruppi. Non hanno un De Gaulle, come la Francia aveva nel 1945…

Traduzione Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia – Benvenuti nella “Somalia di Sarkozy”!

Geostrategie 3 octobre 2011

Scaveremo pozzi dappertutto! (la scritta sulla tuta: Total)

D – La NATO e i suoi alleati non hanno dichiarato vittoria troppo presto dopo la caduta di Tripoli?
Jacques Borde – Certamente. E’ ovvio! Questo soprattutto dopo che Tripoli è stata presa, e se la maggior parte delle città si sta ora spostando verso il campo dei ribelli filo-occidentali, questo controllo è, ancora oggi, solo parziale. Nulla ci dice, inoltre, che possa essere, nel breve e medio termine, qualcos’altro! Alcuni siti sono anche ritornati per un po’ sotto il controllo della Resistenza gheddafista. Come nel caso di Ras-Lanouf e Brega. Ma ovviamente non è così che si ci riempie meglio le tasche! Di conseguenza, dal lato dei taglieggiatori (occidentali) della Libia, e nonostante le apparenze, il morale non è roseo. Lontano da ciò. Ma non sono io che parlo al meglio, ma uno dei più violenti interventisti su questo tema. Ho nominato il controverso – e del tutto fuori luogo – ministro della difesa francese, Gérard Longuet.

D – Un “po’ fuori luogo”, volete dire poco competente?
Jacques Borde – Sì. Per non dire superato. L’ex dell’Occident (1), emerso da un armadio di Nicolas Sarkozy ha – nelle sue parole sempre più vuote, nella sua mancanza di una visione a lungo termine, nella sua scarsa conoscenza di cose militari – dimostrato che non aveva nulla a che fare con un ministero della forza, come dicevano i sovietici, tanto importante quanto la difesa.

D – Militarmente parlando, la situazione non è stabilizzata?
Jacques Borde – tutto dipende da cosa si intende per stabilizzazione. Naturalmente, se – come a Kabul – il controllo di una parte del paese è abbastanza per le vostre ambizioni, sì! Naturalmente, se volete rilanciare l’economia libica, per riempirvi le tasche, poi, no!

D – Perché?
Jacques Borde – Perché, territorialmente parlando, il nuovo governo non controlla granché. E anche male. Fino al punto – è Allain Jules che lo riprende da lavoixdelalibye.com – che un capo di Stato, parte del conflitto, avrebbe detto agli insorti filo-occidentali: “Se uccidete tutti i libici, ritenete di governare gli alberi (…)? Il tempo della pace è venuto e avete la responsabilità di portare la pace nel vostro paese, invece di contare sulle armi“. Contrariamente alle affermazioni del CNT, Khamis al-Gheddafi è, infatti, vivo. Ha anche dato al CNT, in aggiunta alle sue interviste regolari ai media arabi, l’ultimatum per lasciare Tripoli…! Ovviamente, questo è soprattutto guerra psicologica. Ma immaginare l’effetto su una popolazione a cui non si è mai cessato di proclamarne la morte, ogni due o tre giorni!

D – Quali sono gli scontri sul campo?
Jacques Borde – Nella capitale ci sono stati attacchi agli uffici, informali, della NATO e della CIA, e del CNT. Tutto questo non rende molto serie le autorità che chiedono che gli siano affidati i miliardi confiscati alla Libia. Peggio ancora, a Misurata, se ci sono degli scontri, si svolgono tra le fazioni ribelli. Per non parlare dell’azione, oramai, della resistenza lealista. A Bengasi, non è nemmeno certo che vi sia Moustapha Abdeljalil, permanentemente, laddove dice di essere. Resta inteso: una fatwa contro di lui è stata emessa. Finirà probabilmente come Karzai a Kabul: permettersi, naturalmente se l’Occidente gli dà i mezzi, una guardia pretoriana. Dei contractors che dovrà probabilmente pagare in contanti sull’unghia. La privatizzazione della guerra è soprattutto un business!

D – Ma Bengasi è controllata dal CNT, giusto?
Jacques Borde – Per una parte soltanto. I più pessimisti – ma sono i più pessimisti, ovviamente – diciamo il 50% della parte della città sfugge agli insorti filo-occidentali. Che, comunque, sono in disaccordo l’uno con l’altro. E’ Beirut degli anni 70-80! In alcuni quartieri, la bandiera verde è stata di nuovo alzata. Senza sapere, ovviamente, se queste sono manifestazioni vere e proprie o semplici provocazioni. Beirut, vi dico! A Zawiya, il deposito di armi e munizioni installato dalla NATO, mal gestito dagli insorti filo-occidentali, è stato “visitato” (sic) da lealisti che hanno recuperato numerose armi. Infatti, nella regione, l’unica zona veramente controllata dai ribelli è l’aeroporto di Tripoli. In qualche modo, tutto questo ricorda vagamente il Libano (degli anni ’80) dove i vari campi usavano felicemente il magazzino dell’esercito libanese messo a disposizione dagli Stati Uniti. Ma, come a Baghdad dove, tempo fa, le uniche zone sotto il controllo effettivo degli occupanti, erano l’aeroporto e la Zona Verde. Punto e basta!

D. – Quale pensate sia il problema più grande per il nuovo governo?
Jacques Borde – i militari, volete dire? Il problema degli effettivi. Gli insorti non sono mai stati veramente delle forze regolari. Se volete, tutto questo ricorda – in modo relativo naturalmente – la Vandea, dove degli irregolari, certamente motivati, presero le armi, ma che andavano a casa quando volevano. Ci sono molti combattenti. Ma non vi é nessuna unità regolare e irreggimentata. O troppo poco. Per quanto riguarda l’esperienza! … a differenza della Vandea, non ci sono capi militari degni di questo nome. Un esempio significativo vi aiuterà a capire meglio. Circa 1.000 combattenti del CNT sono ancora dispersi a Sirte e a Bani Walid. Questi non sono uccisi o feriti, per la maggior parte. Neanche sono dei disertori, ma degli ascari che temporaneamente abbandonano i ranghi delle unità militari tradizionali dalle missioni e dagli effettivi ben definiti. Ma è gente che doveva andarsene, e che semplicemente è andata a casa! Normale dopo OTTO mesi di conflitto (marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre). Consapevole della cosa, il CNT vorrebbe reclutare dei …. mercenari. Ma lì, è inutile! E’ Washington che decide il coinvolgimento delle compagnie militari private (PMC)!

D – E Sirte?
Jacques Borde – L’interessante, a Sirte, è che la NATO commette quelle atrocità che sosteneva – parlo della ragione ufficiale per l’attacco alla Libia, ovviamente – volesse impedire a Bengasi. Vale a dire, la pulizia etnica e politica della città. Anche l’ospedale della città avrebbe visto il suo approvvigionamento di acqua tagliato, in seguito alla Guernica delle forze aeree occidentali.

D – E Gheddafi?
Jacques Borde – Dopo aver affermato che Gheddafi è stato, senza ulteriori precisazioni, a Gadhames, trincerato nella moschea della città, il CNT ha chiesto alla NATO di bombardare il sito! La NATO l’ha ovviamente negato! Temendo, soprattutto, che i lealisti scegliessero poi di andare in Tunisia e/o in Algeria, molto vicine…

D – Se no, cosa ha poi detto Longuet sulla Libia?
Jacques Borde – Poche cose sensate in verità. Ma con disarmante semplicità, ci ha, suo malgrado, fornito un rapporto più rivelatore, della recente riunione dei ministri della difesa dell’Unione europea a Wroclaw (Polonia), dove si ritiene che l’atmosfera fosse “un po’ pesante” (2). Infatti, alla fine della cena, Gerard Longuet, si confidò con qualche giornalista, tra cui Bruxelles2.eu. Secondo lui, l’incontro ha avuto un aspetto abbastanza surreale. “Sembrava, a sentire l’ordine del giorno, che non fosse successo niente” (3).

D – Diavolo, non è successo niente in Libia! Constatarlo è amaro?
Jacques Borde – amaro, ma non così falso come potrebbe sembrare. Anzi, che ci racconta il Longuet dalla faccia triste? Che “La maggior parte dei paesi non ha avuto un ruolo in Libia. E ognuno fissava le proprie scarpe – ad eccezione di Francia, Gran Bretagna, Belgio … Olanda – che si dicevano che erano passati, per una volta, accanto alla storia, chiedendosi come avrebbero potuto fare ora, senza realmente sapere come farlo” (4). Passiamo alla frase “passati (…) accanto alla storia“, che non è che una forma di masturbazione geopolitica peggiorata, lasciamo la piena responsabilità a coloro che vi si prestano. Alcuni hanno, naturalmente, rivisitato l’aggressione della NATO alla Libia come un’opportunità per rivivere, in senso inverso, le fantasie più rancide dell’avventura algerina. Ahimè, che dirgli? Che quella di Libia nel 2011 ha poco a che fare con quella che era la guerra (detta) di Algeria. Ma cosa ci ricordano le parole di Longuet? Solo l’ovvio:
1. Dal punto di vista di coloro che si sono gettati un po’ avventatamente sulla preda libica, infatti, “non è successo niente“! O, almeno non è successo niente come previsto. Nella misura in cui nulla è regolato in Libia. Al punto che la NATO ha dovuto estendere la propria attività per un trimestre supplementare. Non è detto che questo trimestre chiuderà il caso della Libia al meglio, per i suoi aggressori. Sì. Da questo punto di vista, “non è successo niente” in Libia …
2. Dal lato degli ospiti alla festa di Wroclaw, l’atmosfera aveva davvero qualcosa di cui essere “pesante”; privati com’erano sia del loro piatto principale che del dessert: petrolio, gas e acqua libici. E per coloro che hanno aderito (piuttosto avventatamente) all’assalto, la prospettiva di continuare le operazioni militari piuttosto dubbie, a vantaggio dei ribelli filo-occidentali che tornano a casa – chi a Bengasi, chi a Misurata – per il fatto che i lealisti gli tendono imboscate costose. Naturalmente, quando delle parole chiave tornano di nuovo sul tappeto, “impantanato” o “pantano“, l’ospite ha poco spirito festaiolo…
3. “La maggior parte dei paesi ha avuto un ruolo in Libia”. Il vantaggio degli incapaci è che, spesso, sono anche candidi. E qui, ci leviamo il cappello davanti a Gerard Longuet! Oh, sì! Grazie per averci ricordato che la guerra in Libia non è quella dell’Europa nel suo complesso, ma solo di una manciata di Stati (meno di cinque su 27), cui si aggiungono le due monarchie – che sono tutto tranne che delle democrazie – del Qatar ed degli Emirati Arabi Uniti (o UAE). Il Canada (5) non è una potenza europea, salvo movimento tettonico su larga scala. Ma qui, ne avremmo sentito parlare!
4. E Longuet, per non mancare di aggiungere che, dobbiamo essere consapevoli che la “sicurezza e la difesa europea non è uscita al meglio da questa prova.” Grazie, Signor Ministro per togliermi le parole di bocca: “Si può dire che l’iniziativa bilaterale, per attuare la risoluzione delle Nazioni Unite, sia una vera e propria consacrazione della politica europea di difesa”. Che altro dire, anzi?

D – Dobbiamo riportare il vertice della cena di Wroclaw solo su questi aspetti?
Jacques Borde – Sì e no, ho paura. Per il futuro, la montagna di eurolandia ha partorito un topolino, per di più magrolino! Detto questo, è senz’altro interessante ascoltare Longuet. In effetti, che cosa ci ha ancora detto il ministro francese della difesa, circa la Libia? Che “Per fare emergere uno stato di diritto, durevole, è un’altra questione. E non è il ruolo della NATO.” Mi piacerebbe soffermarmi su questa frase, che è sicuramente una delle più importanti mai pronunciate sull’aggressione occidentale alla Libia dall’inizio delle operazioni! Perché se non è il ruolo della NATO “fare emergere uno stato di diritto, durevole – e, ancora, non è meno da meno che lo dica Candide Longuet, e in modo aperto:
1. A cosa punta allora l’Alleanza atlantica in Libia, dato che chiaramente la protezione delle popolazioni civili in città come Bengasi, Misurata, ecc. (causa del suo coinvolgimento in Libia, ricordiamocelo) non è più l’obiettivo, essendo stato sostituito già da alcune settimane, da attacchi in massa indiscriminati contro popolazioni che non minacciano nessuno, che per lo più allineate al regime, non presero le armi (contro chiunque, per altro)?
2. Più importante ancora, cosa  cerca di “fare emergere” se non c’è uno “stato di diritto completo, e durevole“? Una monarchia? Un Emirato islamico? Una clericocrazia al soldo della talassocrazia USA? Uno stato d’illegalità, allora? Modellato sulle periferie francesi, dove la polizia non osa entrare, se non mobilitando centinaia di uomini? I cittadini delle potenze coinvolte nell’azione contro la Libia hanno, tutte, il diritto di sapere che stiamo facendo lì, se non c’è nemmeno il fine di gettare le basi per uno “stato di diritto“. No? Un’altra cosa da notare: la festa indigeribile di Wroclaw, sarebbe stata indetta per la nuova missione europea in Libia, immaginata da alcuni. A quanto pare, il soggetto non sarà più il tema scottante di cui hanno parlato alcuni. Ora se per Longuet, “Dobbiamo sostenere la Libia, nella misura richiesta, in conformità con la piena responsabilità del CNT, che appartiene ai suoi obiettivi,” il ministro “non sentiva il bisogno del CNT di vedere chiunque ingerirsi nella sua autorità. Non vuole nemmeno delle forze di  polizia”. Risultato: “Resta un pio desiderio“, perché, dixit Longuet, “l’UE non è un giocatore dalla complicità immediata col nuovo governo“. È curioso, ma è una impressione che molte persone hanno avuto!

D – Ma in realtà, sul dossier della Libia, tutti sembrano tirarsi a sé a coperta?
Jacques Borde – è del tutto esatto. E lì, senza quartiere, si tratta, in primo luogo, pensare a se stessi. E solo a sé. Così, il Globe & Mail non ha mancato di notare che il presidente USA, Barack H. Obama, Obama, riferendosi alla guerra delle Nazioni Unite alla Libia, non ha mancato di elogiare i suoi alleati nella NATO e “in particolare Gran Bretagna, Francia, Danimarca e Norvegia” (6), omettendo – assieme ai leader del CNT  della Libia – di citare il ruolo del Canada. Questo mentre l’intervento della NATO è stata sotto la direzione di un alto ufficiale canadese, il tenente-generale Charles Bouchard, e i CF-18 con la foglia d’acero sono stati responsabili dell’8% delle missioni d’attacco. Errore un po’ grossolano, direte! Certamente. Tranne che offrire il vantaggio di limitare il ruolo dei nordamericani in questa guerra, ai soli Stati Uniti. Sempre meglio di niente!

D – Perché questo comportamento?
Jacques Borde – ma semplicemente perché piazzarsi sarà costoso, nella nuova Libia, qualunque sia la sua faccia! Tenete a mente che questa guerra non è stato fatto per i libici, per il loro benessere, le loro aspirazioni. Ma per le loro ricchezze! In particolare, quelli del sottosuolo. Ecco perché Barack H. Obama è pronto a dimenticare il ruolo dei canadesi. Non c’è bisogno di fare nulla per i libici, avendo gli occhi fissi sul paese che al mondo – con la Francia – ha le migliori competenze nella gestione delle risorse idriche, la terza ricchezza libica, non dimentichiamolo. Sappiamo già, che i ribelli – visibilmente più “cicale” che “formiche” – hanno in qualche modo danneggiato le strutture del Grande Fiume, il progetto per eccellenza di Gheddafi! Ma, dopo tutto, non possono che incolpare che se stessi. Nulla obbligava i canadesi a questo ruolo di ascari dell’egemonia degli Stati Uniti…

D – Per quanto riguarda gli appetiti degli Stati Uniti, poiché ci siamo, c’è una differenza tra democratici e repubblicani?
Jacques Borde – Lo spessore di un foglio di carta da sigarette. E anzi! Contrariamente alle (false) idee che alimentano il minchionismo salottiero verso l’attuale presidente degli Stati Uniti, Barack H. Obama – in relazione al suo predecessore, George W. Bush, intendo dire – l’approccio geopolitico di qualsiasi inquilino della Casa Bianca sarà sempre la difesa più tenace degli interessi statunitensi, come sono definite sulle rive del Potomac. E non altro, al contrario di quello che alcuni teorici della cospirazione credono. Inoltre, gli Stati Uniti di solito non fanno retromarcia. La progressione egemonica è costante: Reagan era più brutale di Carter, William J. Clinton più tenace di Bush padre, George W. Bush più bugiardo di Clinton e Obama sarà più intrattabile di quanto avrebbero potuto essere i suoi predecessori rispetto al problema della Libia. Questa è la marcia in avanti (di sempre) dell’egemone.

D – Qual’è il ruolo di Hillary Clinton?
Jacques Borde – Di colei che è stata assegnata alla divisione del lavoro con Barack H. Obama. Non proprio il ruolo di un orsetto del cuore. In realtà, più che altro di un pitbull femmina. Lo so, degli analisti male informati sfumerebbero probabilmente il ritratto della Segretaria di Stato USA (ministra degli esteri), la senatrice Hillary D. Rodham Clinton. Ma non inganniamoci. Quando si tratta di preservare le conquiste degli Stati Uniti in Libia – che, contrariamente a quanto molti credono, non sono cominciati ieri – Lady Hillary non mollerà nulla. I suoi ammiratori devono riflettere sulle parole dell’ex vicepresidente degli Stati Uniti Richard Cheney, che parlando ai microfoni di Fox News Sunday 7, si è lamentato del fatto che Hillary Clinton non è il presidente degli Stati Uniti, invece di Barack Obama! Inoltre, siamo chiari sul personaggio. Ha i denti lunghi quanto i neo-cons, di cui condivide una parte significativa delle convinzioni. Un piccolo esempio, se volete, che vi illuminerà sul suo carattere: chi Erik Prince, il capo della Blackwater (Xe, ora) – comparendo davanti al House Oversight & Government Reform Committee presieduto da Henry Waxman Arnold, nel 2007 – prese per assisterlo? La BKSH, la società di consulenza politica guidato da Mark Penn? Questo nome non significa niente per voi? Peccato! Mark Penn era il principale stratega di Hillary Clinton. Alcuni esperti lo chiamano il “Rove di Hillary” (8). Penn, anche se clintoniano puro, ha difeso la Blackwater, la più grande società privata militari (PMC) del tempo, negli Stati Uniti, in un brutto caso di massacro di civili iracheni (il caso di Piazza Nissouri). Scommettiamo che quando si tratta di scatenare ancor più i cani della guerra delle SMP degli Stati Uniti in Libia, per assicurarsi la maggior parte delle ricchezze, la Segretaria di Stato USA Hillary D. Rodham Clinton non sarà molto emotiva. Né troppo da frugare nella sua rubrica degli indirizzi! …

D – Cosa circa la ricostruzione della Libia, allora?
Jacques Borde – Tra le fate cattive che guardano sulla Libia, tutti fanno finta di dimenticare un attore-chiave: il FMI. Certo, l’attenzione è stata, in parte, dirottata sui capricci sessuali (e primaverili) del suo ex direttore generale Dominique Strauss-Khan, e anzi. Ma ci sono pochi dubbi: il Fondo monetario internazionale, farà in modo che la Libia adotti le misure necessarie alla sua riduzione in schiavitù, vale a dire:
1. Aprire le sue porte alle multinazionali, preferibilmente degli Stati Uniti;
2. Privatizzare le imprese pubbliche più redditizie;
3. Indebitare un paese che non lo era dalla (reale) rivoluzione degli Ufficiali Liberi e la salita al potere del più emblematico di loro, Muammar Gheddafi;
4. Mettere fine al welfare che assicurava l’educazione, la salute e l’occupazione dei libici lambda.

D – Non offuscate il quadro?
Jacques Borde – No. Niente affatto. Prendete la Nigeria. Una spugna di petrolio. Ma anche, uno dei paesi più poveri del mondo. Ciò che attende i libici, temo, avrà la stessa parabola. Un saccheggio sistematico, piani strutturali imposti dal FMI. Minestra alla gramigna – ovvero: niente zuppa per tutti – per la popolazione.

D – Lei ha brevemente accennato alla questione dell’acqua…
Jacques Borde – Assolutamente. Ma permettetemi di citare ciò che è stato detto da Manlio Dinucci, “Oltre all’oro nero, le multinazionali europee e americane vogliono l’oro bianco della Libia: le enormi riserve di acqua fossile del bacino nubiano (circa 150.000 km3), che si estende tra Libia, Egitto, Sudan e Ciad. Le opportunità di sviluppo che offre sono state dimostrate dalla Libia, che ha costruito un sistema idrico di 4.000 km di lunghezza (che è costato 25 miliardi di dollari) per portare l’acqua, estratta in profondità da 1300 pozzi nel deserto, alle città costiere (Bengasi è stata uno ad essere stata servita per prima) e l’oasi di Kufra, fertilizzando i terreni del deserto. Non è un caso che a luglio, la NATO ha bombardato l’acquedotto e distrutto la fabbrica, nei pressi di Brega, che produceva i tubi per la sua riparazione” (9).

D – Ma perché distruggerli?
Jacques Borde – Ma, come in Iraq, per ricostruire meglio (facendo pagare un alto prezzo) ciò che è stato distrutto! Ed: “è su queste riserve d’acqua, in prospettiva ancora più preziose del petrolio, vogliono mettere le mani attraverso le privatizzazioni promosse dal FMI – le compagnie multinazionali dell’acqua, soprattutto francesi (Suez, Veolia e altre), che controllano quasi la metà del mercato globale dell’acqua privatizzata. E per riparare l’acquedotto e le infrastrutture, le multinazionali statunitensi come Kellogg Brown & Root, specializzate nella ricostruzione di ciò che le bombe USA/NATO distruggono, sono pronte a trattare con essi: in Iraq e Afghanistan hanno ricevuto due contratti di durata annuale, del valore di circa 10 miliardi di dollari.” (10)

D – Chi pagherà?
Jacques Borde – libici, naturalmente! Con i fondi sovrani libici, per prima cosa. Manlio Dinucci li stima a “circa 70 miliardi di dollari in più rispetto agli altri investimenti esteri, per un totale di 150 miliardi di dollari.” (11) Una volta “scongelati” e con i nuovi guadagni dall’esportazione di petrolio (circa 30 miliardi di dollari ogni anno, prima della guerra), saranno gestiti dalla nuova Banca centrale della Libia, che con l’aiuto del FMI sarà trasformata in una filiale della HSBC (Londra), Goldman Sachs (New York) e di altre banche di investimento multinazionali. Possono entrare in questo modo anche in Africa, dove questi fondi sono investiti in oltre 25 paesi, e minare le istituzioni finanziarie indipendenti dell’Unione africana – la Banca Centrale, la Banca degli investimenti e il Fondo monetario – nate grazie soprattutto agli della Libia.

D – Ma i libici saranno senza dubbio d’accordo?
Jacques Borde – Ma, come fate a pensare che qualcuno possa chiedere il loro parere! In primo luogo, i fondi sovrani libici sono già sotto la tutela occidentale. Pertanto, in realtà, saranno restituiti subito in una sola volta e a seconda dei contratti siglati. Un tipico scenario: X (la PMC di Prince, difeso da un ex stretto collaboratore di Hillary D. Rodham Clinton, ve lo ricordo) “ottiene” (sic) la sicurezza della presidenza libica. Una torta, diciamo di 250 milioni USD! Miracolo! Il pseudo stato vedrà presto più o meno una somma equivalenti, tornare nel suo portafoglio… In secondo luogo, a chi pensi sarà affidata l’economia libica, se non ha obblighi con Washington? Ricordiamoci ancora Manlio Dinucci? Che “la sana gestione delle finanze pubbliche“, che il FMI promette di realizzare, sarà garantita dal nuovo ministro delle Finanze e del petrolio, Tarhouni Ali, un ex insegnante della Business School dell’University of Washington, cioè nominato dalla Casa Bianca” (12).
Il resto, credetemi, è la schiuma del giorno. E niente altro …

D – E il terrorismo, non se ne parla più?
Jacques Borde – Per ora, no. Si noti, tuttavia, che secondo le stime dei servizi segreti, ben 10 mila missili suolo-aria a cortissimo raggio (SATCP) – sono spariti dai depositi dell’esercito libico! Ma mi sembra che ne avevo già parlato. Mi ricordo che a suo tempo, un diplomatico statunitense sotto anonimato, aveva dichiarato, in sostanza, con queste parole: “Vi è piaciuta Beirut? Amerete Baghdad”! Se lo desiderate, plagiamolo per concludere: “Vi è piaciuto l’Afghanistan? Amerete la Somalia di Sarkozy”! La Libia, voglio dire…

Note
[1] Gruppuscolo scissionista di destra, nato dalle macerie dell’OAS, ferocemente anticomunista e ostile all’indipendenza dell’Algeria.
[2] Bruxelles2.eu.
[3] Bruxelles2.eu.
[4] Bruxelles2.eu.
[5] E le cui forze armate sono, per statuto a causa dei legami ancora esistenti con la graziosa Sua Maestà, “Reali”. Sembrerà più evidente quando vi citerò questa altra specialità canadese: la RCMP, che significa Royal Canadian Mounted Police, ovvero Gendarmeria a Cavallo Reale Canadese.
[6] Globe & Mail 21 settembre 2011.
[7] Fox News Sunday 4 settembre 2011.
[8] Karl Rove è l’ex consigliere capo di George W. Bush. Ha dovuto dimissionare per il caso Plame. Chiamato anche caso Plame-Wilson. Karl Rove avrebbe rivelato l’identità di un agente della CIA, Valerie Plame, anche moglie di un ambasciatore degli Stati Uniti, Joseph Wilson, che aveva negato la vendita di uranio dal Niger all’Iraq, mettendo nei guai George W. Bush.
[9] Il Manifesto 13 settembre 2011.
[10] Il Manifesto 13 settembre 2011.
[11] Il Manifesto 13 settembre 2011.
[12] Il Manifesto 13 settembre 2011.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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