In Egitto sostenete il colpo di Stato militare?

Thierry Meyssan  Rete Voltaire 8 luglio 2013

Thierry Meyssan risponde ai nostri lettori preoccupati per il suo sostegno al colpo di Stato militare in Egitto. Per lui, il golpe non ha messo fine alla democrazia, ma alla presa del potere da parte della setta dei Fratelli musulmani. Il golpe è quindi legittimo, ed è sostenuto da tutti gli altri partiti politici e leader religiosi, prima di essere celebrato per le piazze. Il problema non è l’intervento dell’esercito, ma la sua capacità di seguire la rotta verso la democrazia che ha negoziato con i leader politici e religiosi.

942150La pubblicazione di ieri sulla stampa e oggi sul nostro sito web, della mia cronaca di politica internazionale sulla crisi egiziana [1], ha lasciato alcuni dei miei lettori dubbiosi, come posso “sostenere il colpo di Stato militare contro un presidente democraticamente eletto?” mi scrivono. Ma dunque, dove avete visto questo presidente costituzionale “democraticamente eletto” che agiva in “modo democratico”? Le elezioni presidenziali del 17-18 giugno 2012 sono state caratterizzate dal record della bassa affluenza alle urne, il 65% degli elettori registrati, anche se a 2 milioni di egiziani, sotto le bandiere, viene negato il diritto di voto. In definitiva, Mohamed Morsi ha ricevuto meno di 12 milioni di voti su una popolazione, nell’età del diritto di voto, di 70 milioni di persone (tra cui i militari), cioè il 17% degli adulti egiziani. Dopo 80 anni di tentati colpi di Stato e di attività terroristiche in Egitto e altrove, per la prima volta i Fratelli musulmani andavano al potere legalmente.
Certo, la Costituzione non prevede un quorum per la validità delle elezioni, per cui non sono state contestate su questo aspetto, al momento. Tuttavia, resta che solo per poter apparire “democratico”, questo presidente doveva dimostrare un notevole talento nelle consultazioni e nel raggruppare. Doveva affermarsi come il presidente di tutti gli egiziani, non solo dei 12 milioni che lo hanno eletto. Tuttavia, è ovviamente avvenuto il contrario. Mohamed Morsi, semplice cinghia di trasmissione dei Fratelli musulmani, si è affrettato ad infiltrare l’amministrazione a loro vantaggio, fino alla nomina a governatore di Luxor del capo del commando che massacrò 60 persone nel 1997.  Ha lanciato un’ondata di privatizzazioni anche verso il Canale di Suez, simbolo dell’indipendenza nazionale per la vittoria di Gamal Abdel Nasser sulla coalizione imperialista anglo-franco-israeliana. Di fronte alle proteste nazionali, il presidente Morsi s’è permesso di sviluppare un fittizio movimento per l’indipendenza del Canale, completamente finanziato dal Qatar, che sembrava il “miglior candidato” all’acquisto del suddetto canale.
Invece di cercare un compromesso con l’esercito, che insisteva nel voler restare al di fuori del controllo dei civili, e il popolo che aveva boicottato le elezioni, il presidente Morsi si è presentato come l’uomo di una setta che serve interessi stranieri. In primo luogo, ovviamente, quelli del Qatar (che ha versato 8 miliardi di dollari in un anno a suo favore) e quelli della Turchia (che ne ha assicurato la comunicazione politica) e, infine, quelli degli anglo-sassoni (Stati Stati Uniti, Regno Unito e Israele). Se il popolo ha reagito al carattere settario e anti-nazionale dei Fratelli musulmani, l’esercito si è pronunciato sulle implicazioni militari di questa politica. Dal 15 giugno, i fratelli hanno cambiato i loro proclami chiamando “infedeli” i sostenitori del presidente siriano Bashar al-Assad, gli sciiti e i cristiani, circa il 15% della popolazione egiziana. In tal modo, la Fratellanza apriva la via alla guerra civile. In una conferenza stampa tenutasi lo stesso giorno, il presidente Mohamed Morsi, che non ha alcuna autorità sulle forze armate, ha fatto appello alla “jihad” contro gli “infedeli di Damasco.” Ricordiamo qui che l’Egitto e la Siria si unirono nel 1958-1961 nell’ambito  di un singolo Stato, la Repubblica Araba Unita. Anche se questo tentativo durò solo tre anni, i legami tra i due Paesi sono intensi.
Senza attendere, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Abdel Fatah al-Sisi, sollevò l’eccezione di irricevibilità, la funzione delle forze armate è difendere i confini del Paese, non la “guerra santa” ad altri Stati musulmani. Perciò, l’esercito ha permesso lo sviluppo del movimento Tamarod (“Ribellione”), che in pochi giorni ha raccolto 15 milioni di firme contro il presidente Morsi, preparandone la sua messa sotto accusa. La proposta presidenziale di andare in guerra contro la Siria si comprende come recupero delle posizioni turche. Dall’inizio di maggio, Ankara è parzialmente fuori gioco dal conflitto. I Fratelli musulmani hanno deciso che fratello Morsi avrebbe aiutato fratello Erdogan. Quando le manifestazioni anti-Morsi avevano raggiunto un livello critico, assai superiore ai voti ottenuti da Morsi (richiamando 17 milioni di manifestanti), l’esercito è intervenuto per mettere sotto accusa il presidente. Il generale al-Sisi s’è incontrato con il segretario alla Difesa degli Stati Uniti per assicurarsi che nulla sarebbe stato fatto dagli Stati Uniti per mantenerlo al potere, dato che Morsi è un cittadino degli Stati Uniti e un agente del Pentagono (che ha accesso al segretario dalla Difesa degli Stati Uniti). Sembra sia stato assicurato che l’iniziativa anti-siriana del presidente impegnasse i Fratelli musulmani e non Washington. Per precauzione, attese le 22.00 del 3 luglio per annunciare la decisione dei militari, ossia la chiusura delle attività a Washington (il 4 luglio è festa nazionale). L’annuncio è stato fatto in televisione dal generale al-Sisi, circondato dai principali leader civili e religiosi del Paese, ad eccezione dei Fratelli.
Vorrei sottolineare che non vi era altra soluzione possibile alla crisi egiziana che l’intervento dell’esercito, come dimostrano i 33 milioni di egiziani poi scesi in piazza per festeggiare il colpo di Stato. La scelta non è tra democrazia e golpe, ma tra un colpo di Stato e la guerra civile. Mi dispiace che l’esercito egiziano abbia concordato separatamente la pace con Israele a spese del popolo palestinese. Non sostengo la sua mossa perché si rifiutava d’impegnarsi in una guerra contro la Siria, ma perché cerca di salvare l’unità del Paese e la sua pace civile. La vivacità della mia reazione è certamente il risultato della mia esperienza: ho visto i crimini commessi dai Fratelli musulmani in Libia e Siria. Inoltre, lo scopo di questa mossa non è mettere l’esercito al potere, ma d’impedire la presa del potere da parte di una setta golpista. I leader dei partiti politici, il rettore di al-Azhar e il Papa copto, che circondavano il Capo di stato maggiore durante il suo annuncio, avevano precedentemente concordato una “road map” comune, specificando il tipo di regime che seguirà e i   passi per raggiungere questo obiettivo, un passo logico in un Paese dove da 4000 anni tutti i capi di stato, tranne Morsi, sono stati dei militari.
Tutti hanno accettato di riprendere l’esperienza democratica interrotta dai Fratelli musulmani, una volta che la minaccia della guerra civile sarà superata. Anzi, è il primo dovere di un governo, sia civile che militare, evitare la guerra civile, invece di causarla. È per questo che l’esercito ha organizzato l’arresto dei 300 leader chiave della Fratellanza, salvo il suo leader supremo. Poi hanno bloccato i tunnel dall’Egitto a Gaza. Si tratta, naturalmente, di evitare che i combattenti di Hamas, che hanno aderito alla strategia della Confraternita sotto la guida di Khalid Meshaal e il denaro del Qatar, di combattere in Siria, inquadrati dal Mossad, contro altri palestinesi, di giungere in aiuto ai loro fratelli egiziani. Tuttavia, la chiusura dei tunnel colpisce il popolo palestinese, mentre tiene a bada Hamas. Inoltre, il consiglio militare ha nominato e installato un presidente civile transitorio, Adly Mansour, presidente francofilo del Consiglio costituzionale. Così, sotto la pressione degli eventi, l’esercito ha violato l’ordine costituzionale per ripristinare una parte del potere nelle mani di colui che è responsabile di garantirla.
Agendo in emergenza, il Consiglio militare credeva di poter nominare come Primo ministro Mohamed al-Baradei, che ha la fiducia di Washington. Si trattava di garantirsi la continuazione dei sussidi statunitensi all’Egitto, circa 1,39 miliardi di dollari ogni anno. A fronte dell’opposizione del partito salafita al-Nur, l’esercito, fedele alla “tabella di marcia”, ha sospeso i tempi per una nuova trattativa. Il tempo ci dirà se il consiglio militare sarà in grado di mantenere l’unità nazionale contro la minaccia dei Fratelli musulmani, o se trascinato dal rumore delle armi, imporrà un’altra dittatura.

[1] “Le sort de Morsi préfigure t-il celui des Frères musulmans?“, Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 8 luglio 2013.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina si prepara ad una invasione su vasta scala!

Valentin Vasilescu Réseau International 5 luglio 2013

Questo materiale è un estratto di un grande lavoro di carattere riservato che avevo svolto e reso disponibile solo a livello strategico. Abbiamo selezionato per voi da questo piano strategico solo gli elementi la cui rilevanza e il significato sono accessibili a tutti.

SongsTutti sono rimasti sorpresi nel vedere che gli Stati Uniti non hanno dispiegato forze aeree per creare una “no fly zone” nello spazio aereo della Siria. In un precedente articolo, ho detto che per una eventuale no-fly zone sulla Siria, dovevano partecipare aerei militari di Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto. Nel frattempo, l’esercito egiziano, fedele alla memoria del colonnello Gamal Abdel Nasser, il vero artefice dell’indipendenza dall’Egitto e che fu per tre anni il presidente della Repubblica Araba Unita, cioè l’Egitto e la Siria, ha cacciato Mohamed Morsi, che aveva aderito alla politica dei sostenitori dei ribelli islamici in Siria. Fino alla fine della guerra civile in Siria, gli Stati Uniti non hanno schierato più di 1-2 squadriglie di aerei nella regione. Se mai l’avessero fatto, sarebbero caduti in una trappola enorme.
Il South China Morning Post di Hong Kong ha consultato il dossier dell’ex agente NSA Edward Snowden, evidenziando i mezzi tecnici dello spionaggio della NSA e le connessioni fatte per penetrare i sistemi di comunicazione della Cina. A seguito della penetrazione delle reti cinesi, due satelliti statunitensi MAGNUM (pesanti 2,7 t e con una antenna di ricezione dal diametro di 100 m), hanno potuto captare dalla loro orbita geostazionaria, il traffico telefonico, fax, radio militare e civile cinesi. I segnali vengono ritrasmessi dai satelliti a due delle 17 stazioni terrestri del sistema ECHELON, ovvero ai centri DST (sistema di inseguimento spaziale) per il monitoraggio dei satelliti, situati nelle basi militari statunitensi di Misawa e Torri (Okinawa) in Giappone. Le rivelazioni di Snowden hanno consentito alla Cina di svelare la tecnologia spionistica della NSA e a scollegare quasi totalmente le apparecchiature d’intercettazione statunitensi. Per effettuare una nuova infiltrazione, la NSA avrà bisogno di almeno un anno.
L’attuale strategia degli Stati Uniti è mantenere la supremazia aero-navale, che si manifesta con il rifiuto dell’accesso alle aree d’interesse economico e militare degli Stati membri all’aviazione e alla flotta cinese; il controllo delle comunicazioni cinesi gli permetteva manovre rapide e decisive. Ma gli Stati Uniti si trovano in una situazione che non vedevano dalla seconda guerra mondiale. Se la Cina decidesse di attaccare rapidamente ora, gli Stati Uniti essendo “ciechi” non sarebbero in grado di scoprire in tempo quali sarebbero i colpi che la Cina potrebbe infliggergli. La Cina ha pubblicato nel 2009 un nuovo concetto dottrinale, la “Blue Water Fleet” progettata per garantire il passaggio dalle operazioni difensive strettamente costiere alla strategia dell’accesso a spazi remoti situati a migliaia di chilometri di distanza dalla Cina. In queste circostanze, la Cina potrebbe effettuare lo sbarco e l’occupazione a sorpresa di un qualsiasi alleato regionale degli Stati Uniti.

Le forze militari della Cina
La Cina dispone di 26 cacciatorpediniere dotati di missili da crociera, 51 fregate, 132 corvette lanciamissili e 58 sottomarini, di cui cinque a propulsione nucleare della classe Jin (Tipo 094) che trasportano missili balistici intercontinentali e altri cinque polivalenti d’attacco nucleare della classe Han (Tipo 091). Questo è sufficiente alla Cina per stabilire una testa di ponte sulle coste, con 83 mezzi da sbarco, 3 navi d’assalto anfibio Tipo 071 della classe Yuzhao, ciascuno con un battaglione di fanteria (800 uomini) e 20 veicoli blindati anfibi. Il trasporto sulla spiaggia è affidato a quattro hovercraft Tipo 726 della classe Yuyi, in grado di trasportare 60 tonnellate. Una volta stabilita la testa di ponte, la Cina (la quarta al mondo per numero di navi mercantili) non può essere fermata dall’occupare completamente il Paese in questione, perché ha 2 milioni di soldati e 1.999 navi che possono trasportare truppe e materiale bellico. La società statale cinese COSCO (5° nel mondo) gestisce 600 navi di cui 160 portacontainer, 46 cisterne e gasiere e 100 minerarie, nonché navi  di linea (da 20.000 a 50.000 tonnellate).
Per proteggere le vie dei rifornimenti di petrolio che dal Golfo Persico, passando dall’Oceano Indiano, arrivano ai porti cinesi sul Mar Cinese Meridionale, attraversando lo Stretto di Malacca, la Cina ha creato la strategia del “filo di perle” creando, passo dopo passo, nuovi avamposti e basi per operazioni militari. Una “perla” inizia con l’uso di piste per il decollo e l’atterraggio, che richiede una difesa aerea e quindi una base navale e forze di spedizione marittima. La prima perla è l’isola di Hainan, nel Mar Cinese Meridionale, dove i cinesi hanno una grande base navale per la Flotta del Sud. Due dei cinque sottomarini a propulsione nucleare classe Jin (Tipo 094), dotati di missili balistici intercontinentali JL-2, hanno la loro base a Sanya. La Flotta della Cina meridionale ospita la 9° Divisione Aerea su sei basi aeree, tutte situate sull’isola di Hainan. Un secondo pezzo della collana di perle è Woody Island, nell’arcipelago Paracel, a 300 km a sud est di Hainan, amministrata dalla Cina. Al di fuori del porto militare, difeso da sistemi missilistici antinave HY-4, su questa isola c’è un aeroporto militare da cui operano i velivoli multiruolo Su-30MKK. Infrastrutture simili sono state costruita dai cinesi nel porto dell’isola di Sittwe, in Birmania (Myanmar), e a Chittagong (secondo porto più grande del Bangladesh), nel porto di Gwadar in Pakistan (che si trova a 50 km dal confine con l’ Iran e a 250 km dallo Stretto di Hormuz), a Marao nelle Maldive (900 km a sud-ovest dello Sri Lanka), nel porto di Hambantota nello Sri Lanka, e a Dar es Salaam, in Tanzania. In tutte queste basi, la Cina ha creato depositi di munizioni e armi pesanti. Ogni base ha un battaglione di forze per operazioni speciali, addestrati a combattere la guerriglia urbana, che possono addestrare gli insorti nei Paesi vicini aiutandoli a prendere il potere, secondo il modello delle rivoluzioni colorate della “primavera araba”, inventato dagli statunitensi.
La pletora di satelliti statunitensi tipo KH, dotati di telescopi ad alta risoluzione con un diametro dello specchio di 2,4 m e pesanti 19,6 t, posti in orbite a 253-528 km di quota, sono inutili se le loro aree di ricerche, a causa delle intercettazioni della NSA, si limitano alle informazioni sulle coordinate dei bersagli. Lo stesso vale per il satellite Lacrosse/Onyx, progettato per la ricognizione  radar e posto in orbita a 437-447 km di altezza, con un equipaggiamento SAR (Synthetic Aperture Radar) che permette di penetrare la copertura nuvolosa. Con brevissimo preavviso, gli Stati Uniti sono obbligati a cambiare strategia riguardo le responsabilità del Comando congiunto per il Pacifico (USPACOM), che si estende dalle coste occidentali degli Stati Uniti all’Asia orientale, tra cui anche l’Oceano Indiano orientale (260 milioni di kmq). Come accennato in un precedente articolo, la ricognizione è una forma di assicurazione nella lotta, rilevando con precisione la posizione dei mezzi bellici del nemico, le tecniche di combattimento e le manovre nello spazio e nel tempo che esegue. Attraverso la ricognizione possiamo evitare di essere sorpresi dal nemico. In considerazione di tale concetto, l’USPACOM ha bisogno di creare una nuova filosofia della ricognizione, riguardo lo spazio aereo e marittimo tra l’Indonesia e la penisola coreana, per monitorare e osservare costantemente i movimenti della flotta e dell’aviazione cinesi.

L’attuale schieramento degli Stati Uniti nel Pacifico
La Settima Flotta degli Stati Uniti è schierata permanentemente a Yokosuka, Giappone, ed è composta da diversi gruppi. Il 5° Gruppo d’attacco (Task Force 70): portaerei USS George Washington (7-8 squadroni a bordo con 90 velivoli: 4 squadroni di F-18D, 1 squadrone di E-2C AWACS, 2 squadroni di elicotteri, 1 squadrone di EA-18G da guerra elettronica), 2 incrociatori della classe Ticonderoga, 15 cacciatorpediniere (di cui sette classe Arleigh Burke). 15° Gruppo d’attacco:  portaerei USS Ronald Reagan, 23.mo Squadrone cacciatorpediniere (6 cacciatorpediniere  classe Arleigh Burke, tre fregate classe Oliver Hazard Perry) che può attivarsi rapidamente al largo  della Cina. Quattro sottomarini d’attacco a propulsione nucleare della classe Los Angeles appartenenti al 15° Squadrone sottomarini recentemente implementato nella base navale di Point Polaris, Guam. Gli squadroni 1, 3 e 7 con 18 sottomarini d’attacco classe Los Angeles e 3 sottomarini classe Virginia, sono la componente sottomarina della Settima Flotta a Pearl Harbor.
Il PACAF, basato a Pearl Harbor, sull’isola di Hickam, Hawaii, è la componente aerea delle forze dell’USPACOM, con 45.000 uomini suddivisi tra quattro divisioni aeree, 9 basi e 375 aerei. Un ostacolo si trova a nord del Giappone, nel Pacifico settentrionale, dove è dislocata la flotta russa del Pacifico e la flotta da ricognizione e bombardamento strategici dell’aviazione russa; in tal modo l’USPACOM non può ridistribuire a sud forze e mezzi dislocati in Alaska per contrastare la Russia.
L’11° Divisione aerea degli Stati Uniti, situata in Alaska, è composta dal 3° Reggimento aereo (2 squadroni di F-22, uno squadrone di E-3 AWACS, 2 squadroni di C-130, C-17 e C-12) basato presso Elmendorf; il 354° Reggimento aereo (2 squadroni di F-16C Aggressor, 1 squadrone di KC-135R della Guardia Nazionale) presso Eielson; il 61° Centro Operazioni Aerospaziali di Elmendorf con 17 radar balistici e tre radar guida per gli aerei. Un altro inconveniente è la profondità del dispositivo dell’USPACOM. La 13° Divisione aerea è dedicata alla difesa locale, ed è composta dal 15° Reggimento aereo (1 squadrone di F-22A, 1 squadrone di KC-135, 1 squadrone di C-17) basato a Hickam, Oahu, Hawaii; dal 36° Reggimento (senza aerei presso l’Andersen Air Base, Guam), il 613° Centro Operazioni Aerospaziali di Pearl Harbor-Hickam. In tale contesto, sarebbe stato l’ideale possedere la base navale di Subic Bay e quella aerea di Clark, nelle Filippine, che gli Stati Uniti abbandonarono nel 1991.

La nuova strategia degli Stati Uniti nel Pacifico
Dal punto di vista teorico, ci vogliono almeno quattro settori per sorvegliare la Cina:
Settore 1: accesso dalla Cina meridionale all’Oceano Indiano, attraverso lo Stretto di Malacca e di Sunda.
Settore 2: accesso dal Mar Cinese Meridionale all’Oceano Pacifico, attraverso il Mare di Sulu, il Mare di Celebes (a sud del Mare di Sulu) e il Canale di Babuyan (tra il nord delle Filippine e Taiwan).
Settore 3: accesso dal Mar Cinese orientale all’Oceano Pacifico passando a sud dell’area tra l’isola di Taiwan e l’arcipelago di Okinawa (Ryukyu) e a nord dell’area compresa tra le isole di Okinawa e Kyushu (la punta meridionale del Giappone). La distanza tra Okinawa e Kyushu è la stessa di quella che separa l’isola di Taiwan dall’arcipelago di Okinawa (600 km).
Settore 4: accesso dal Mar Cinese orientale attraverso l’area tra il Giappone e la Corea del sud.
Nel primo settore del coordinamento ricognizione e sorveglianza degli Stati Uniti, un ruolo chiave è assegnato a Singapore nel controllare lo Stretto di Malacca (l’arteria principale dei rifornimenti petroliferi della Cina dalle regioni del Golfo Persico). Gli Stati Uniti hanno firmato un accordo con Singapore, che gli permette l’uso della base navale di Sembawang e quella aerea di Paya Lebar. E’ probabile che gli Stati Uniti dovranno schierare sulla base aerea un’unità da ricognizione per monitorare il settore.
Nel secondo settore, il coordinamento delle missioni da ricognizione degli Stati Uniti sulle linee di comunicazione interne nel Mar Cinese Meridionale, può essere fornito dalla Andersen Air Force Base e dalla Base Navale di Guam (isola dell’arcipelago delle Marianne). Nel terzo settore, il Mar Cinese Orientale, la stessa missione è preoccupazione di Okinawa. E, infine, nel quarto settore, un dispositivo per la ricognizione sulla penisola di Shandong e le coste orientali della Cina, è già schierato da Corea del Sud e Giappone, in cooperazione con le truppe statunitensi dispiegate in entrambi i Paesi. Inoltre, le coppie Giappone – Stati Uniti e Corea del Sud – Stati Uniti, gestiscono nel settore i sistemi missilistici anti-balistici delle forze aeree e navali assegnate ai gruppi da combattimento misti. La 5° Divisione aerea degli Stati Uniti è schierata in Giappone e comprende: il 18° Reggimento aereo (4 squadroni di F-15C/D, KC-135R, E-3, HH-60G) sulla base aerea di Kadena a Okinawa, il 35° Reggimento aereo (2 squadroni di F-16 Block 50) sulla base di Misawa, il 37° Reggimento da trasporto (2 squadroni di C-130H, UH-1N, C-12) sulla base di Yokota e il 605° Centro Operazioni Aerospaziali di Yokota. La 7° Divisione aerea degli Stati Uniti è schierata in Corea del Sud e comprende il 51° Reggimento aereo (2 Squadroni di F-16 Block 40, A-10) che si trova nella base di Osan, l’8° Reggimento aereo (2 squadroni di F-16 Block 40) che si trova nella base di Kunsan e 607° Centro Operazioni Aerospaziali di Osan.
Il nuovo dispositivo di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) dell’USCOM comporta il dispiegamento in altri teatri della maggioranza degli aerei da ricognizione, bombardamento e guerra elettronica degli Stati Uniti.

Il dispiegamento da ricognizione nel Pacifico
L’esercito statunitense è dotato di 16 aerei da ricognizione strategica e d’intelligence E-8C. Il Radar imbarcato può coprire un territorio o zona mare di 50.000 kmq ed identificare 600 bersagli ad una distanza di 250 km. Attualmente, nessun aereo E-8C è impiegato nel Pacifico, tutti appartengono alla 461° Squadriglia da ricognizione aerea sulla base di Robins, in Georgia, fatta salva la 9° Divisione aerea responsabile della difesa delle coste orientali degli Stati Uniti. 31 velivoli RC-135, tutti da ricognizione strategica, appartengono al 55.mo Reggimento da ricognizione aerea. Uno dei tre squadroni di RC-135 è schierato nella Kadena Air Base in Giappone, dove la sua missione è la sorveglianza del settore 4 (l’accesso al Mar Cinese Orientale tra il Giappone e la Corea del Sud). L’RC-135 utilizza il MASINT (misurazione e intelligence dei segnali) e l’AEELS (sistema di localizzazione degli emettitori ELINT automatizzato), che scopre, identifica e localizza i segnali dello spettro elettromagnetico. Un secondo squadrone di RC-135 potrebbe essere assegnato alla sorveglianza del settore 2.
Tutti i 50 aerei da ricognizione (UAV) MQ-1C Grey Eagle, caratterizzati da bassa velocità (200 km/h), quota di volo media e raggio d’azione inferiore ai 500 km, sono suddivisi tra le brigate aeree della 1° Divisione di fanteria schierata in Afghanistan. Altri 360 MQ-1B Predator (con caratteristiche simili) sono schierati nel modo seguente: cinque squadroni componenti il 432° Reggimento da ricognizione basato a Creech, Nevada, tre squadroni basati a Holloman, New Mexico e uno squadrone della Guardia nazionale per ciascuno dei seguenti Stati, Texas, Florida, North Dakota, California e Arizona. I droni possono essere facilmente individuati e abbattuti dai missili antiaerei delle navi da guerra cinesi. 200 UAV di entrambe le versioni potrebbero essere schierati a Singapore, e assegnati alla sorveglianza dei settori 1, 3 e 4. I 77 velivoli senza pilota MQ-9 Reaper, con una velocità di 300 Km/h, 7.500 m di quota e un raggio di 900 km, sono assegnati a due squadroni del 432° Reggimento da ricognizione della base di Creech, Nevada, così come a uno squadrone da addestramento, due squadroni per operazioni speciali e uno della Guardia nazionale della base di Holloman, New Mexico. La maggior parte degli MQ-9 Reaper è schierata nell’Asia sud-occidentale e in Nord Africa. I 37 UAV a reazione RQ-4A/B Global Hawk, con una velocità di 575 chilometri all’ora, 12.000 m di quota e un raggio d’azione di 7000 km, sono assegnati al 9° Reggimento da ricognizione strategica di stanza a Beale, California. Svolgono operazioni da ricognizione giornaliere su una superficie di 100.000 kmq, quindi la maggior parte di essi sono destinati allo spionaggio del vasto territorio della Russia. L’USPACOM è stato obbligato a creare il nuovo sistema di sorveglianza marittima BAMS (Broad Area Maritime Surveillance), principalmente basato sull’RQ-4 Global Hawk. Si prevede che 18 RQ-4 Global Hawk saranno dispiegati nelle Hawaii, a Guam e in Giappone, destinati ai settori 2 e 3 per sorvegliare le basi estere cinesi appartenenti al “Filo di perle”.
Il 18 agosto 2009 è stata creata la 24° Divisione ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), con sede nella Lackland Air Force Base, in Texas. Un’unità subordinata è il 480° Reggimento di Langley, in Virginia. L’unità è composta da professionisti della CIA e della NSA ed è responsabile del coordinamento globale delle attività da ricognizione (raccolta, elaborazione, valorizzazione e diffusione delle informazioni su tutte le piattaforme ISR aeree: U- 2, RQ-4 Global Hawk, MQ-1 Predator, MQ-9 Reaper). Traducendosi in reali operazioni di decodifica in tempo reale. Un’altra unità subordinata, operativamente, alla 24° Divisione SRI è il 9° Reggimento da ricognizione aerea strategica di Beale, in California. Gli squadroni 5° e 99° sono dotati di 32 velivoli U-2 Dragonlady. Il Distaccamento 2 è stato schierato ad Osan, Corea del Sud, assegnato alla sorveglianza del settore 4. Si prevede che un distaccamento di 10 velivoli U-2 verrà schierato a Guam e assegnato a settori 1, 2 e 3 per sorvegliare le basi cinesi all’estero del “Filo di perle”. Infine, anche il 432° Reggimento UAV da ricognizione è subordinato alla 24° Divisione della Creech Air Force Base, Nevada. I più recenti droni militari degli Stati Uniti, 18 RQ-170 Sentinel, sono schierati presso il 30° Squadrone test del 432.mo Reggimento. Anche se invisibile ai radar, un RQ-170 Sentinel è stato catturato dall’Iran prendendone il controllo. Si prevede che un distaccamento di otto RQ-170 Sentinel sia inviato in Giappone per sorvegliare i settori 2 e 4, in particolare gli obiettivi interni alla Cina.
L’US Navy ha 130 aerei da pattugliamento marittimo e lotta antisommergibile P-3C Orion, con un raggio d’azione di 2.500 chilometri. Sono suddivisi in 15 squadriglie di otto aerei. Anche se il Giappone ha 100 aerei P-3C, quattro squadriglie statunitensi sono basate nelle Hawaii. Due squadriglie di P-3C Orion potrebbero essere schierate a Taiwan per il pattugliamento lungo la costa orientale delle Filippine, in collaborazione con i sottomarini d’attacco.

Il dispiegamento dei bombardieri pesanti
La flotta dei bombardieri pesanti degli Stati Uniti è composta da velivoli B-1, B-2 e B-52. Gli Stati Uniti hanno 66 bombardieri strategici supersonici B-1 Lancer, con un raggio d’azione di 10.000 km, suddivisi tra due squadroni del 7° Reggimento d’interdizione nella base di Dyess, in Texas, e due squadroni del 28° Reggimento bombardieri di base a Ellsworth nel Sud Dakota. 19 bombardieri strategici subsonici furtivi B-2A Spirit, formano due squadroni del 509° Reggimento bombardamento della base Whiteman in Missouri. 76 bombardieri strategici B-52H Stratofortress sono schierati dal 2° Reggimento bombardamento di base a Barksdale in Louisiana e il 5° Reggimento da bombardamento di base a Minot nel Nord Dakota. Dal momento che la Cina ha una flotta di 120 bombardieri pesanti subsonici Xian H-6E/F/H, con un raggio di 2000 km, può colpire obiettivi in Corea del Sud, Giappone, Filippine, Indonesia e Singapore, e si prevede che 30 aerei B-1 e 40 aerei B-52 verranno schierati in permanenza nella base di Anderson, Guam.

Dispiegamento dei sistemi di disturbo elettronico nel Pacifico
L’US Air Force è dotata di 14 aeromobili EC-130H Compass Call per l’interferenza delle comunicazioni radio, dei radar e dei sistemi di guida delle armi. Tutti gli aerei appartengono al 55°  Reggimento di Davis-Monthan, Arizona. 11 velivoli P-3 della Marina degli Stati Uniti sono stati modificati nella versione EP-3E Aries II, delle piattaforme di guerra elettronica. Sono di stanza a Whidbey Island, Washington. Sei di essi potrebbero essere schierati nelle basi aeree statunitensi in Corea del sud. Taiwan ha 12 aerei EP-3E Aries II e il Giappone 5. L’US Navy ha anche 96 velivoli da guerra elettronica EA-18G Growler su 13 squadroni. 10 squadroni sono schierati a bordo di 10 portaerei. Uno squadrone di EA-18G si trova presso l’Atsugi Air Base in Giappone, uno squadrone misto (EA-18G e EA-6B) ha sede a Mountain Home, Idaho e uno di EA-6B nella Andrews Air Force Base, Washington DC.

Modificare lo schieramento delle truppe terrestri nel Pacifico
In Corea del Sud sono stazionate la 2° Divisione di fanteria, la 35° Brigata difesa aerea, la 511° Brigata per le operazioni speciali, nell’ambito dell’8° Armata (1/4 di esso), con una forza di 19.700 soldati. I depositi dell’USPACOM per lo stoccaggio di attrezzature, munizioni, carburante e cibo per il resto dell’8° Armata si trovano in Giappone. La terza Forza di spedizione dei marines, strutturata attorno a tre Divisioni di marine (17.000 soldati) si limita ad alcune caserme nell’isola di Okinawa, in Giappone. Il contingente congiunto degli Stati Uniti in Giappone è di 35.000 uomini. A parte questo corpo di spedizione, l’USPACOM dispone anche della prima Forza di spedizione dei marines, basata a Camp Pendleton, in California. Si compone della 1° Divisione marines (quattro reggimenti marines, tre battaglioni da ricognizione, un battaglione anfibio, un battaglione carri armati e due battaglioni di genieri), il 3° Reggimento aereo (3 squadroni di F/A-18D, 4 squadroni di AV-8B, 4 squadriglie di V-22 Osprey e 4 squadroni di elicotteri CH-53) e tre reggimenti logistici. È possibile che le unità del Primo Corpo di spedizione, così come le altre unità terrestri statunitensi siano di stanza nelle Hawaii e a Guam per ridurre il tempo di risposta in caso d’intervento.

Conclusioni: Questa enorme manovra di forze e mezzi svilupperà lo schieramento aereo, marittimo e terrestre dell’USPACOM, che solo nel Pacifico occidentale conterà su una forza di oltre 500.000 uomini. La maggior parte di queste truppe è attualmente dispiegata presso il CENTCOM, responsabile del Medio Oriente e dell’Asia meridionale. Come sapete, per governare il mondo, gli Stati Uniti hanno suddiviso i continenti in aree di comando aero-terrestro-navali. Negli ultimi dieci anni l’USCENTCOM ha beneficiato del 70% di tutte le forze statunitensi per le operazioni militari in Iraq, Afghanistan e per la “primavera araba”. A causa della crescente minaccia rappresentata dalla Cina, sembra che le tensioni in Medio Oriente svaniranno.

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Valentin Vasilescu, pilota ed ex-vice comandante della base militare di Otopeni, laurea in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari a Bucarest, nel 1992.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La strategia islamista di Washington in crisi con Morsi rovesciato

La protesta dell’Egitto è diretta contro gli Stati Uniti
F.  William Engdahl, Global Research, 4 luglio 2013

1372857757347_cachedLa rapida azione dei militari egiziani che hanno arrestato Mohamed Morsi e i leader dell’organizzazione dei Fratelli musulmani, il 3 luglio, segna una battuta d’arresto importante per la strategia della “Primavera araba” di Washington, che utilizza l’Islam politico per diffondere il caos dalla Cina alla Russia attraverso il Medio Oriente petrolifero. Morsi ha respinto la richiesta del ministro della Difesa di dimettersi per evitare un bagno di sangue. Ha detto che rispettava la sua “dignità costituzionale” e ha chiesto il ritiro dell’ultimatum dell’esercito. Ciò potrebbe diventare il punto di svolta del declino degli USA quale unica superpotenza mondiale, come le future generazioni di storici vedranno tali eventi.
La setta dei Fratelli musulmani, un anno dopo aver preso il potere mettendo il proprio uomo, Mohammed Morsi, alla presidenza e dominando il Parlamento, i militari egiziani l’hanno deposta, in un contesto in cui milioni di persone protestano per le piazze contro l’imposizione di Morsi della rigorosa sharia, mentre non sapeva affrontare il collasso economico. Il colpo di Stato è guidato dal ministro della Difesa e capo dell’esercito, Generale Abdel Fattah al-Sisi. Significativamente, al-Sisi è stato definito da Morsi il generale più giovane e devoto musulmano, lo scorso anno. Si è anche addestrato ed è ben considerato a Washington, dalla leadership del Pentagono. Gli autori del colpo di Stato indicano la profondità del rifiuto verso la confraternita in Egitto. Al-Sisi aveva annunciato, la sera del 3 luglio, che il capo della Corte Costituzionale agirà da presidente provvisorio e formerà un governo ad interim di tecnocrati per governare il Paese fino alle prossime elezioni presidenziali e parlamentari. È stato affiancato dai leader dell’opposizione laica, cristiana e musulmana. Al-Sisi ha detto che l’esercito avrebbe fatto ogni sforzo per avviare il dialogo e la riconciliazione nazionale, accolti da tutte le fazioni ma respinti dal presidente Morsi e dalla sua Fratellanza musulmana.

Una rabbia contro gli USA
Forse l’aspetto più significativo della mobilitazione in massa dei manifestanti che, nelle ultime settimane, ha spinto i militari a decidere di prendere attivamente il controllo, era il chiaro carattere anti-Washington delle proteste di piazza. I manifestanti inalberavano manifesti rudimentali che denunciavano Obama e la sua ambasciatrice pro-Fratelli musulmani a Cairo, Anne Patterson. L’ambasciatrice a Cairo, in Egitto, Anne Patterson, è il bersaglio speciale delle proteste. Patterson, il 18 giugno, fece osservazioni per scoraggiare i manifestanti anti-Morsi. Disse che “Alcuni egiziani dicono che l’azione nelle piazze produrrà dei risultati migliori che non le elezioni. Ad essere onesti, il mio governo e io siamo profondamente scettici”. Poi in un’intervista ancora più esplicita con l’egiziano al-Ahram online, a maggio, la diplomatica statunitense si rifiutava di criticare Morsi e dichiarava: “Il fatto è che hanno partecipato a legittime elezioni ed hanno vinto. Certo è sempre difficile avere a che fare con un nuovo governo. Tuttavia, a livello istituzionale, ad esempio, siamo ancora in contatto con gli stessi funzionari militari e civili e, quindi, manteniamo le stesse vecchie relazioni“. [1]
L’azione dei militari s’è avuta anche contro l’intervento esplicito del presidente degli Stati Uniti Obama e del suo presidente degli Stati maggiori riuniti, Generale Martin Dempsey. Obama ha chiamato il presidente egiziano e Dempsey ha telefonato al Capo di stato maggiore Sadqi Sobhi, sperando di disinnescare la crisi tra il regime, l’esercito e il movimento di protesta. Ora Obama ha un altro grattacapo in più. [2] Significativamente, il re saudita Abdullah e il leader dei conservatori Emirati Arabi Uniti, con la notevole eccezione dell’emiro pro-Fratelli musulmani del Qatar, hanno apertamente salutato l’azione dei militari in Egitto. L’agenzia stampa statale saudita SPA ha riferito, “In nome del popolo dell’Arabia Saudita e da parte mia, ci congratuliamo con la leadership dell’Egitto, in questo momento critico della sua storia. Preghiamo Dio di aiutarvi a sopportare la responsabilità che poggia su di voi nel realizzare le ambizioni del nostro fraterno popolo d’Egitto“, comunicava ufficialmente il re. [3] Un blog notiziario che sarebbe vicino ai militari e ai circoli dell’intelligence israeliani, afferma che l’esercito egiziano ha agito con l’appoggio discreto dell’Arabia Saudita e di altre nazioni conservatrici del Golfo. Secondo questi rapporti, qualora l’amministrazione Obama sospendesse l’annuale assegnazione degli 1,3 miliardi di dollari di aiuti statunitensi ai militari dell’Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti compenserebbero il deficit del bilancio dei militari. Inoltre, afferma, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altre nazioni del Golfo, come il Bahrain e il Kuwait, “inizierebbero immediatamente ad inviare ingenti finanziamenti per mantenere attiva l’economia egiziana. Mostrando alle masse egiziane che in un’economia gestita correttamente, verrebbe garantito un livello minimo di vita senza dover morire di fame, come è successo a molti sotto il dominio dei Fratelli musulmani. Secondo le nostre fonti, i sauditi e gli Emirati Arabi Uniti si sono impegnati a corrispondere i fondi che il Qatar ha trasferito nelle casse della Fratellanza musulmana di Cairo lo scorso anno, pari alla notevole somma di 13 miliardi di dollari USA.” [4]
Che il presunto aiuto si materializzi o meno, l’intervento dei militari egiziani suscita onde d’urto in tutto il mondo islamico. Una settimana fa, mentre le proteste di massa in Egitto aumentavano, il Qatar apertamente filo-Fratelli musulmani dello sheikh Hamad al-Thani, sorprendentemente passava il dominio al figlio 33enne, che sarebbe un moderato. Il figlio ha licenziato immediatamente il Primo ministro pro-Fratellanza sheikh Hamad bin Jassim. Il Qatar aveva dato alla Fratellanza egiziana di Morsi qualcosa come 8 miliardi di dollari e il leader spirituale dei Fratelli musulmani, Yusuf al-Qaradawi, ha vissuto a Doha per decenni, usandolo come base per proiettare i suoi spesso controversi sermoni. Il canale governativo del Qatar, al-Jazeera, è stato anch’esso criticato per essere passato, negli ultimi anni, da rispettato notiziario arabo indipendente a voce faziosa dei Fratelli musulmani. [5] È significativo che uno dei primi atti dell’esercito egiziano sia stato chiudere lo studio di al-Jazeera a Cairo. La grande sconfitta della Fratellenza in Egitto causerà grandi onde d’urto anche in Turchia, sul partito pro-Fratellanza AKP del Primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Le grandi proteste sono state brutalmente represse dalla polizia di Erdogan, che ha usato gas lacrimogeni e potenti cannoni ad acqua. Erdogan aveva permesso che la Turchia venisse utilizzata come grande retrovia per inviare mercenari, finanziati in gran parte dal Qatar, in Siria, cercando di rovesciare il governo di Bashar al-Assad e sostituirlo con un regime dei Fratelli musulmani. Morsi, in Egitto, poco prima della caduta, ha invocato la Jihad per rovesciare Assad. La domanda cruciale, ora, sarà la risposta di Obama al collasso della Primavera araba di Washington. La primavera araba di ieri è appena diventata l’incubo dell’inverno siberiano di Washington.

BN3SUdaCUAA1_3A_jpg-large_lightboxNote:
[1] John Hudson, Knives Come Out for US Ambassador to Egypt Anne Patterson, Foreign Policy, 3 luglio 2013
[2] DebkaFile, Army deposes Morsi. In TV statement, army chief names judge provisional president. Tahrir Sq. jubilant, DEBKAfile Special Report, 3 luglio 2013.
[3] Reuters, Saudi king congratulates new Egyptian head of state, 4 luglio 2013
[4]  DebkaFile, Saudis, Gulf emirates actively aided Egypt’s military coup settling score for Mubarak ouster, DEBKAfile Exclusive Report, 4 luglio 2013
[5] Simeon Kerr, Fall of Egypt’s Mohamed Morsi is blow to Qatari leadership, Financial Times, 3 luglio 2013

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La caduta di Morsi e l’“estate araba” condannano la dottrina Obama

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 05.07.2013
994827La politica del presidente Barack Obama verso il mondo arabo e musulmano è nata ed è morta a Cairo. Il 4 giugno 2009, Obama tenne un discorso, dal titolo ‘Un nuovo inizio’, all’Università di Cairo. L’evento, destinato a rammendare l’araldo delle relazioni statunitensi con il mondo arabo e musulmano dopo otto anni di retorica anti-musulmana neo-conservatrice dell’amministrazione Bush, fu co-sponsorizzato dal famoso centro degli studi di teologia islamica di al-Azhar. Fu forse pensando a ciò che il capo di al-Azhar, il Grande Imam Ahmad al-Tayyeb, assieme all’ex candidato presidenziale egiziano e diplomatico dell’ONU Mohamed al-Baradei e al Papa copto Tawadros, oggi sostiene l’estromissione da parte dei militari egiziani del governo dei Fratelli musulmani del presidente Mohamed Morsi.
L’amministrazione Obama, che ha dato un forte sostegno a Morsi attraverso l’ambasciatrice statunitense a Cairo, Anne Patterson, che stranamente non chiede la sospensione del colpo di Stato dei militari contro Morsi e i suoi ministri. Una legge nota come Leahy Amendment, scritto dal senatore democratico Patrick Leahy del Vermont, impone agli Stati Uniti di interrompere gli aiuti militari a qualsiasi Paese che subisce un colpo di Stato. La legge Leahy richiede la cessazione degli 1,3 miliardi di dollari di aiuti militari che gli Stati Uniti forniscono all’Egitto ogni anno. Tuttavia, i repubblicani al Congresso, in particolare quelli che supportano incondizionatamente Israele, hanno sostenuto il colpo di Stato, fornendo ad Obama e al segretario di Stato John Kerry l’appoggio politico per disapplicare le disposizioni dell’emendamento Leahy. Alla fine i repubblicani si preoccupano solo dei profitti delle aziende belliche degli Stati Uniti e d’Israele, non è un problema che dei governi eletti democraticamente siano abbattuti da colpi di mano militari. “L’angoscia del processo” è il dominio della folla della “responsabilità di proteggere” (R2P) del nuovo Consigliere alla Sicurezza Nazionale Susan Rice, della sua sostituta come ambasciatrice all’ONU Samantha Power, del Viceconsigliere per la sicurezza nazionale Ben Rhodes e dello stormo di accoliti di George Soros nei ranghi medio-bassi del dipartimento di Stato e della Casa Bianca. L’opposizione alla folla R2P avviene principalmente tra gli attuali “guerrieri” del dipartimento della Difesa, tra cui il presidente del Joint Chiefs of Staff, Generale Martin Dempsey.  E’ chiaro che l’aiuto militare degli Stati Uniti all’Egitto dovrà continuare al fine di placare l’esercito egiziano, che vedendo il sostegno di Patterson alla nomina di Morsi a presidente dell’Egitto, diventato sempre più intrattabile mentre in Egitto affrontava la crescente opposizione al proprio governo. Gli appelli pubblici di Morsi agli egiziani di sostenere la Jihad salafita e wahabita contro il governo siriano del Presidente Bashar al-Assad in Siria, è stata la “linea rossa” dei militari egiziani. Patterson non è riuscita a riconoscere la forza e l’importanza dell’opposizione secolare in Egitto a Morsi e ha chiesto ai manifestanti di abbandonare le piazze e di cooperane sotto la Costituzione islamista. Patterson ha una lunga storia di sostegno a despoti e tiranni. Quando era ambasciatrice in Pakistan, non riuscì a sostenere il leader dell’opposizione Benazir Bhutto che fu infine assassinata da un amico di Patterson ad Islamabad, il Presidente Pervez Musharraf. Quando era ambasciatrice in Colombia, Patterson promosse il “Plan Colombia”, un programma di assistenza militare degli Stati Uniti che vedeva le forze paramilitari massacrare centinaia di civili colombiani. Il Washington Post, il sempre affidabile organo di propaganda del Pentagono e della CIA, definì Patterson la “mano salda” del dipartimento di Stato. Quando Morsi ha tagliato i rapporti con Damasco e ha dato il suo aperto sostegno ai ribelli jihadisti fu troppo per l’esercito egiziano. Patterson e altri grandi sostenitori nell’amministrazione Obama dei movimenti salafiti in Medio Oriente, come la Central Intelligence Agency (CIA) del direttore John O. Brennan, che avrebbe compiuto il pellegrinaggio alla Mecca, l’Hadj, mentre era capo della stazione CIA a Riyadh, per fare una cortesia del re saudita, chiaramente si leccano le ferite per la cacciata di Morsi. Morsi ha rappresentato un altro elemento centrale nella politica filo-saudita e filo-qatariota di Obama che ha visto leader arabi laici, seppur dispotici, estromessi con la forza in Tunisia, Egitto, Libia e Yemen.
Gli sciiti del Medio Oriente, rappresentati da Iran ed Hezbollah libanese, la minoranza alawita rappresentata dal governo di Assad e dal Partito popolare repubblicano (CHP) dell’opposizione laica in Turchia e dal suo leader alawita (Alevi) Kemal Kililcdaroglu, l’eredità cristiana della regione rappresentata dal presidente libanese Michel Suleiman e dai cristiani filo-Assad nel Gabinetto libanese, Armenia, Russia, Grecia e Vaticano hanno tutti visto nei tentativi dei salafiti, compresi i membri di al-Qaida, per conquistare la Siria, una “linea nella sabbia”. Dopo che Obama ha autorizzato l’invio di armi statunitensi ai ribelli siriani, costituiti principalmente da mujahidin stranieri appena usciti dai combattimenti in Afghanistan, Iraq, Libia, Somalia e Yemen, coloro che si sono rifiutati di assistere alla caduta del Medio Oriente sotto il dominio di un blocco sunnita- wahabita dominato da Qatar e Arabia Saudita che godevano del tacito appoggio di Israele e degli Stati Uniti, hanno agito. L’esercito egiziano è stato il primo ad agire. Naturalmente, la “dottrina Obama”, che richiede il sostegno politico e finanziario degli Stati Uniti per la cacciata dei regimi secolari eredi del socialismo pan-arabo, seguita dal supporto militare tramite terzi, come la NATO e le monarchie arabe wahabite del Consiglio di cooperazione del Golfo, è morta in piazza Tahrir, nel mezzo della rivoluzione dell’“estate araba” dell’Egitto. Molti egiziani celebranti la cacciata di Morsi hanno detto che sperano che Washington ritiri la sua ambasciatrice da Cairo. Patterson è stata definita “la ragazza di Morsi” da un certo numero di oppositori di Morsi. Sebbene Kililçdaroglu abbia condannato il colpo di Stato militare in Egitto, le sue parole erano sfumate e c’era un chiaro avvertimento rivolto non solo a Morsi e al governo spodestato dei Fratelli musulmani, ma anche al governo islamista della Turchia del Primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Il leader dell’opposizione turca, che ha criticato il sostegno di Erdogan ai ribelli siriani contro Assad e le maniere forti di Erdogan in patria, ha detto, “Non è accettabile che nel mondo di oggi si rimanga insensibili alle richieste, ignorandole dicendo ‘Ho la maggioranza dei voti e faccio quello che voglio’.” Anche se pochi in Turchia sospettano che Erdogan possa fare la fine di Morsi con un colpo di Stato militare, la Turchia ha una lunga tradizione di golpe ed interventi politici, per cui tale prospettiva non può essere esclusa del tutto. Tuttavia, la caduta di Morsi ha inferto un duro colpo agli sforzi di Erdogan, degli statunitensi e dei radicali sunniti per costringere Assad a lasciare il potere in Siria. Kililçdaroglu ha affrontato gli attacchi incessanti di Erdogan per l’inclinazione filo-Assad del CHP.
Parlando a Damasco, Assad è stato chiaramente incoraggiato dalla caduta di Morsi. Il presidente siriano ha detto ai media siriani, “Quello che accade in Egitto è la fine di ciò che è noto come Islam politico.” L’avanzata dell’“Islam politico” è il risultato diretto del discorso di Obama a Cairo e del suo via libero agli attivisti, ai tecnici del social networking, ai consulenti della democrazia, ai “giornalisti” e ad altri sabotatori professionali dell’“industria della democrazia americana”, ad attivarsi in Medio Oriente. Assad ha aggiunto, “Ovunque nel mondo, chi usa la religione per fini politici, o per avvantaggiare alcuni e non altri, cadrà… Non si può ingannare tutto il popolo tutto il tempo, e tanto meno il popolo egiziano che ha una civiltà di migliaia di anni, e che sposa un chiaro pensiero nazionalista arabo.” I commenti di Assad non erano diretti solo ai Fratelli musulmani nel proprio Paese, ma ai potentati del Golfo arabo che influenzano la Confraternita, in particolare al nuovo emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, membro dei Fratelli musulmani che ha finanziato i ribelli salafiti in Siria e altrove. Sebbene lo sceicco Tamim abbia inviato un cablo di congratulazioni al nuovo leader provvisorio dell’Egitto, Adli Mansur, una delle prime stazioni televisive ad essere chiuse dal nuovo governo egiziano è stata al-Jazeera di proprietà del Qatar, che portava acqua ai ribelli radicali sunniti in tutto il mondo. Sono state chiuse anche le stazioni televisive dei Fratelli musulmani e salafiti.
Il nuovo governo ad interim egiziano, un Assad incoraggiato, l’Hezbollah libanese e l’opposizione laica della Turchia hanno vinto la battaglia contro coloro che vorrebbero riportare il Medio Oriente al medioevo arabo. La dottrina Obama è stata calpestata in piazza Tahrir. Mentre gli USA celebrano la Giornata dell’Indipendenza, gli egiziani celebrano la propria indipendenza da un regime che era il prodotto dei centri di riflessione e di sessioni segrete di pianificazione che coinvolgevano i nomi più più maledetti in Medio Oriente oggi: Brennan, Rice, Power, Rhodes, Hillary Clinton e Patterson…

130701-obama-egypt-051La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Svolta in Egitto

Vladimir Simonov (Russia) Oriental Review 4 luglio 2013 – New Oriental Outlook

1000480Come previsto, l’esercito egiziano ha saputo evitare uno scontro feroce tra i sostenitori del presidente Morsi e l’opposizione, chiedendogli di andarsene. I militari hanno presentato a Morsi l’ultimatum di lasciare la carica entro 48 ore, rispondendo alla volontà di milioni di persone nelle piazze. L’ufficio del presidente svanisce di ora in ora, mentre sempre più persone lo mollano. Nel frattempo, il rappresentante della forze armate Ahmed Ali ha dichiarato che quest’ultimatum non può essere considerato un tentativo di colpo di Stato. Ha sottolineato che “l’ideologia e la cultura delle forze armate egiziane non permette un colpo di Stato militare“. Il rifiuto ad obbedire di Mohamed Morsi è arrivato subito. È stato reso pubblico dal rappresentante del suo ufficio. La dichiarazione proclama che uno Stato egiziano democratico è il valore massimo. Il governo ha già preso misure per promuovere la riconciliazione nazionale, presentate al pubblico dallo stesso presidente, in occasione del suo primo anno da capo di Stato. L’ufficio del presidente ha dichiarato che Morsi sapeva dell’ultimatum che l’esercito stava per avanzare, prima che lo facesse effettivamente. La dichiarazione, originariamente trasmessa da al-Jazeera, terminava con: “non possiamo ritirarci, in quanto il popolo egiziano ha sacrificato il proprio sangue per creare un nuovo Paese“. E’ simbolico che la risposta di Morsi all’esercito sia stata trasmessa dallo stesso canale del Qatar, che fece di tutto per inasprire il conflitto in Egitto nel maggio 2011. Da quando le cose vanno di male in peggio, al-Jazeera ha iniziato a difendere i “Fratelli musulmani”, accusando l’opposizione di essere composta da agenti del passato regime di Mubaraq o spie che lavorano per le alcune vaghe “forze straniere“.
La situazione in Egitto rimane abbastanza complicata, dal momento che l’opposizione insiste che o Morsi se ne va volontariamente oppure aumenterà la disobbedienza civile e il Paese porterà avanti lo sciopero nazionale. Il governo ha già perso dieci ministri e un certo numero di governatori ha deciso di dimettersi per buona volontà, prima che sia troppo tardi. L’attuale regime è sull’orlo del collasso ma Morsi rifiuta di cedere. Nella tarda notte del 1° luglio si è tenuta una riunione con i capi dei partiti islamici e i gruppi simpatizzanti dei “Fratelli musulmani”, il che significa che non ha intenzione di lasciare senza combattere. È pronto a scendere in guerra con l’opposizione, e anche con l’esercito, se decide di dichiarare la legge marziale. Khalid Dawud, portavoce del Fronte di salvezza nazionale che raduna politici liberali e di sinistra sotto la stessa bandiera, ha dichiarato che non ci possono essere trattative con Morsi dato che “non ha più legittimità“. Dawud ha detto che il fronte ha concordato il 1° luglio di delegare Mohamed al-Baradei, ex candidato alla presidenza egiziana, a rappresentarlo in tutte le trattative con l’esercito: “Le nostre richieste, che saranno proposte all’esercito, sono principalmente che il presidente Morsi si dimetta e il bisogno di un governo forte e di un presidente temporaneo, che suggeriamo debba essere il capo della Corte costituzionale”. E’ chiaro che è già troppo tardi per trattative di pace, dal momento che le due parti  sono “sui materassi” e la lotta difficilmente potrà essere evitata. Nessuno vuole cedere, quindi è solo questione di tempo, prima che le armi parlino. La coalizione islamica è pronta ad affrontare l’esercito, per non parlare dello scontro con l’opposizione. Ciò significa che gli islamisti sono pronti a darsi alla macchia e a condurre la guerriglia in ogni grande città egiziana. Ritengono che la resistenza armata sia possibile grazie ai gruppi armati creati dalla struttura dei Fratelli musulmani, insieme a simili altri gruppi nelle organizzazioni simpatizzanti dei Fratelli musulmani. Questi gruppi sono generalmente composti da jihadisti che non hanno altra scelta che combattere ferocemente fino alla fine. Una cosa che i Fratelli musulmani capiscono meglio di altro è che una volta che avranno perso il potere in Egitto, non potranno mai più ritornarvi. Non hanno quasi nessuna possibilità di sconfiggere le forze armate regolari dell’Egitto, ma sono ancora perfettamente in grado provocare migliaia e migliaia di vittime. Se questo scenario si avvererà, ne vedremo uno che ricorda la guerra tra l’esercito algerino e il Fronte di salvezza islamico, che durò per 12 anni, o a  ciò che è accaduto in Libia. L’unica differenza è che l’esercito egiziano è una forza di gran lunga più efficiente di quanto lo era l’esercito libico, anche se ci fosse un manipolo di soldati e sottufficiali egiziani simpatizzanti del movimento islamico. Ma la tragedia della situazione è che le vittime di questo confronto potrebbero non essere solo egiziane, potrebbero anche esservi vittime tra i turisti provenienti da diversi Paesi. Il turismo è il tallone di Achille dell’economia egiziana, già  gravemente compromessa.
È troppo presto per delle previsioni, lo scenario peggiore sembra essere il più probabile, ma non l’unico. Gli avversari possono anche bluffare, cercando di spaventarsi a vicenda con ultimatum e minacce, una pratica comune in Egitto. In cima a tutto non si possono dimenticare i fattori esterni, come ad esempio gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Quest’ultima è chiaramente contro il possibile cambio di potere, quando nel precedente era ancora esitante. Morsi ha telefonato alla Casa Bianca il 1° luglio, cercando sostegno dal presidente Obama, ma nessuno sa se lo ha ottenuto. Ma l’opposizione egiziana, proprio come l’esercito, ha molti amici nei vertici dell’amministrazione statunitensi, amici che non sembrano simpatizzare molto per la “Fratellanza musulmana”. Ma ai primi segni di una transizione verso la guerra civile, l’esercito non attenderà un secondo l’approvazione statunitense per avviare le operazioni. Questo è il motivo principale per cui è pronto a nuove proteste o a tentativi di colpo di Stato fin dal 3 giugno. I prossimi giorni dovrebbero essere decisivi, dal momento che il destino dell’Egitto è ora nelle mani delle forze armate. Il mondo intero trattiene il respiro in attesa del momento culminante del conflitto. Esploderà la guerra civile o la rivoluzione si diffonderà in tutto il territorio egiziano? L’esercito imporrà la legge marziale e sopprimerà la resistenza armata degli islamisti? Se l’opposizione dovesse prevalere, o se l’esercito dovesse prendere le redini del potere, gli islamisti saranno soppressi, l’era della “rivoluzione colorata” finirà in Egitto, e per sempre. Questo darà il segnale al governo siriano di sterminare i jihadisti, cambiando i rapporti di forza in tutta la regione. L’eventuale sconfitta degli islamisti in Egitto sarà il trionfo delle forze arabe che si basano sui principi secolari, sulla modernizzazione dell’economia e sui valori europei. Le monarchie conservatrici cederanno ai Paesi arabi moderni la guida dell’intera regione.
L’attesa è finita, l’Egitto è di fronte al mondo, il futuro è in procinto di nascere.

1013907Vladimir Simonov è un esperto russo sul Medio Oriente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La tragedia di Gaza ai tempi della “primavera araba”

Ahmed Bensaada, Global Research, 10 dicembre 2012

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Si tratta di un nuovo rito israeliano. Tra “il giorno delle elezioni” e il “giorno dell’inaugurazione”, date chiave della democrazia statunitense, Israele segna questo periodo e prepara le proprie elezioni bombardando spudoratamente Gaza e i suoi abitanti. Come un cacciatore che spara con un fucile dar caccia grossa contro qualsiasi cosa che si muove in una voliera, con la motivazione che il volatile l’ha inavvertitamente beccato, lo Stato ebraico stermina uomini, donne e bambini a Gaza, dopo aver volontariamente trasformato la terra palestinese in una prigione a cielo aperto. E questo non gli preclude di battersi il petto e di vantarsi delle proprie “gesta” sotto lo sguardo compiacente dei paesi occidentali, che non vedono, nell’uso di questi fuciloni, che l’equivalente dei colpi di becco.
Tuttavia, tra la mortale operazione israeliana “Piombo Fuso” (fine 2008-inizio 2009) e quella stranamente denominata “Pilastro della difesa” che ha avuto luogo di recente, il mondo arabo ha vissuto la sua “primavera”. E una domanda fondamentale si pone: questo sconvolgimento politico visto da alcuni come fondamentale, quale impatto ha avuto sulla situazione degli abitanti di Gaza, in particolare, e sulla causa palestinese in generale? Nell’elencare i protagonisti arabi o musulmani che hanno monopolizzato la scena mediatica e si sono impegnati a una possibile mediazione tra Hamas e Israele, è possibile avere una risposta. Da questo punto di vista, lo scompiglio nel cortiletto di Cairo registratosi il 17 novembre, è molto rivelatore. Quel giorno, il presidente egiziano Mohamed Morsi, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, l’emiro del Qatar Hamad bin Khalifa al-Thani e il leader di Hamas Khaled Meshaal si trovavano tutti insieme nella capitale egiziana. E quest'”allineamento dei pianeti” era tutt’altro che accidentale.

L’Egitto di Morsi
Dopo la sua elezione post-primaverile Mohamed Morsi, presidente islamista di “recupero” dopo l’ineleggibilità di Khairat al-Chater (eminenza grigia dei Fratelli musulmani), sa perfettamente che la sistemazione del dossier di Gaza è per lui di fondamentale importanza sotto diversi aspetti. In primo luogo, gli permetterebbe di guadagnare credibilità nella questione palestinese, credibilità colpita dalle ricorrenti chiusure del valico di Rafah, distruzione dei tunnel per il contrabbando tra i due Paesi (provocando l’ira dei palestinesi per la prima volta da quanto Morsi è al potere) e soprattutto dalla divulgazione delle lettere assai “amare” tra Morsi e il presidente israeliano Shimon Peres. In effetti, questo scambio di lettere apparentemente aneddotico ha scioccato gli egiziani che votano verso ciò che chiamano “entità sionista” un odio viscerale. E’ vero che frasi come “mio caro e grande amico” e “tuo amico fedele” [1] rivolte a Peres da Morsi hanno qualcosa di stupido, soprattutto quando si sa che sono scritte da un membro dei Fratelli musulmani, che ha sempre sostenuto la lotta contro l’occupante sionista. La reazione della strada egiziana è stata così forte che la presidenza ha sostenuto che si trattava di un falso [2], prima di riconoscere che le espressioni usate erano “formali” (sic) [3]. Le cortesie tra i due presidenti sono continuate in questi giorni: il presidente Peres ha detto di aver accolto con favore gli “sforzi” del Presidente Morsi “d’introdurre un cessate-il-fuoco” nel conflitto di Gaza [4].
Va notato che queste confidenze tra presidenti sono in netto contrasto con il comportamento naturale di certi personaggi egiziani incstrati, allo stesso tempo, in un programma tipo “candid camera” in cui gli viene fatto credere di essere intervistati da una rete israeliana. [5] Le reazioni degli ospiti erano sempre al di sopra delle righe, nervose e assai violentemente anti-israeliane, facendo infuriare la stampa dello Stato ebraico e suscitando accuse di antisemitismo inondanti la blogosfera. [6] Per quanto riguarda la distruzione, da parte dell’esercito egiziano, dei tunnel per il contrabbando al confine tra Egitto e Gaza, è stata decisa dal governo Morsi a seguito degli attentati mortali del 5 agosto 2012 da parte di un commando definito dalle autorità jihadista [7]. Tuttavia, i Fratelli musulmani del presidente Morsi hanno accusato il Mossad di essere dietro questi attacchi, a tale affermazione ha fatto eco ad Ismail Haniyeh, capo del governo di Hamas a Gaza. [8] Ciò è molto plausibile, in quanto la demolizione di tunnel è stata attuata principalmente per la sicurezza dello Stato d’Israele. Lo strano in questo caso, è la velocità con cui è stata presa la decisione di distruggere i tunnel. Da qui a pensare che ci fosse una collusione, non è difficile. Tanto più che le autorità israeliane hanno curiosamente accettato la presenza di truppe egiziane nella zona “C” del Sinai, solitamente autorizzata solo alla polizia egiziana, ma del tutto vietata all’esercito egiziano, secondo gli accordi di Camp David. [9] Ricordate che questa zona è una striscia di terra nella penisola del Sinai, lungo il confine israelo-egiziano fino al Golfo di Aqaba, che si estende da Rafah a Sharm el-Sheikh.
In secondo luogo, Morsi sa che un ben orchestrato atteggiamento nel conflitto israelo-palestinese lo libererebbe dall’immagine negativa di Presidente “ruota di scorta”, senza scopo e con poco carisma. [10] Per questo motivo, ad esempio, ha richiamato l’ambasciatore egiziano in Israele e inviato il suo primo ministro a Gaza, all’inizio dell’aggressione contro Gaza. Queste decisioni presentate come “eroiche” non spiegano perché ci sia voluto il bombardamento per inviare un dirigente egiziano nell’enclave palestinese. In effetti, data la vicinanza e l’affinità ideologica tra Hamas e la Fratellanza musulmana egiziana, e l’esultanza di Gaza per l’annuncio dell’elezione alla presidenza di Morsi, ci si sarebbe aspettati che il presidente egiziano si recasse a Gaza subito dopo la sua elezione. Ma Morsi non l’ha mai fatto, mentre l’emiro del Qatar vi ha recentemente compiuto una visita ufficiale. Tuttavia, dopo lo scontro di Hamas con i funzionari siriani, il governo egiziano ha autorizzato l’organizzazione palestinese a trasferire la sua sede principale da Damasco a Cairo. Questa disputa è dovuta al riconoscimento, da parte di Hamas, della coalizione ribelle siriana costituita prevalentemente da combattenti islamici. Anche se la decisione egiziana di offrire un ufficio a Hamas fa rabbrividire molti osservatori, è stata accolta con favore dalla Fratellanza musulmana egiziana. [11] Questi osservatori hanno visto un cambiamento importante nella politica egiziana, che riteneva l’OLP, (l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) unico rappresentante legittimo dei palestinesi. Ovviamente, non poteva essere altrimenti per la fratellanza. Non è utile ricordare che nella sua prima visita ufficiale da primo ministro di Hamas, Ismail Haniyeh si era recato dai Fratelli musulmani egiziani? E che questo stesso capo di governo aveva dichiarato che Hamas è un “movimento jihadista della Fratellanza dal volto palestinese” [12]?
Dobbiamo renderci conto che, nel contesto della “primavera” araba, la decisione di ospitare Hamas a Cairo è al tempo stesso, sia il desiderio di Morsi d’isolare il presidente Bashar al-Assad, sia il desiderio egiziano d’influenzare la futura strategia del governo del movimento islamico palestinese di Gaza, insieme ad altri attori influenti come il Qatar. In terzo luogo, il rais egiziano è ben consapevole che ottenendo un cessate il fuoco nel conflitto israelo-palestinese, otterrebbe anche l’effetto di ridare un ruolo centrale all’Egitto nella questione palestinese. Inoltre, permetterebbe alla sua diplomazia nel mondo arabo di migliorare la propria immagine dopo essere stata pesantemente emarginata negli ultimi anni, in favore di certe  monarchie del Golfo. Così, oltre al problema di Gaza, la riunione tripartita Egitto-Qatar-Turchia aveva certamente un altro punto all’ordine del giorno: la Siria. Infatti, due giorni dopo la riunione di Cairo si apprendeva che la nuova coalizione della rivolta siriana, a Doha, si sarebbe basata a Cairo [13], mentre il vecchio Consiglio nazionale siriano (CNS) aveva sede a Istanbul. Quattro giorni dopo, il Qatar ha annunciato la nomina di un suo ambasciatore presso la coalizione siriana, un’organizzazione composta da diversi gruppi di ribelli costretti, sotto la pressione degli Stati Uniti, ad unirsi [14]. Tra l’altro, con la notevole assenza all’incontro di Cairo, dell’Arabia Saudita, uno dei principali protagonisti dalla “primaverizzazione” della Siria. E questa assenza è tutt’altro che una coincidenza, se si considerano le differenza nella copertura mediatica dell’assalto israeliano a Gaza, tra il canale del Qatar al-Jazeera e quello saudita al-Arabiya, che implicitamente riflettono le differenze politiche tra i due paesi su Gaza. [15]
Mentre aveva più volte annunciato l’intenzione di rivedere gli accordi di Camp David, Morsi ha cambiato idea quando Israele ha sollevato un’eccezione di irricevibilità dell’idea. [16] Questo apparente “successo” di Morsi nella cessazione delle ostilità tra Israele e Hamas però, gli permette di giustificare il suo cambiamento di rotta, rafforzando così l’idea della necessità dell’Egitto d’essere l'”interlocutore ufficiale” credibile dello stato ebraico, grazie agli accordi sottoscritti tra i due Paesi. In questa campo, Morsi non è poi così diverso dal suo predecessore Mubaraq, spazzato via dalla sommossa. Ma questa mancanza di audacia politica del presidente islamista, non ha cambiato l’ardore di alcuni attivisti pro-democrazia, che hanno presentato al tribunale amministrativo di Cairo una richiesta di annullamento del trattato di Camp David, in modo che il loro paese possa godere della piena sovranità politica e militare sulla penisola del Sinai. Il 30 ottobre, il ricorso è stato respinto per motivi di “incompetenza in materia” del giudice, sostenendo che i campi della politica internazionale e della sovranità del paese sono di responsabilità del presidente della repubblica. [17] Morsi si degnerà uno giorno di mantenere la promessa, che è anche quella della confraternita da cui proviene? Nell’attuale contesto geopolitico, è dubbio.

Il Qatar e la “primaverizzazione” degli arabi
Il 23 ottobre 2012, esattamente tre settimane prima della selvaggia aggressione israeliana denominata “Pilastro della difesa,” l’emiro del Qatar effettuava una visita a Gaza. Questa breve visita, descritta “storica” da alcuni osservatori, essendo la prima di un capo di Stato dal 2007, anno della presa (democratica) del potere di Hamas a Gaza, non sarebbe mai stata possibile senza l’approvazione di Egitto e Israele in particolare. Ovviamente, questo viaggio dell’emiro è stato accompagnato dalla generosa distribuzione di petrodollari, ma è chiaro che il suo obiettivo non è solo la filantropia. Come spiegare altrimenti che la generosità del Qatar ha avvantaggiato solo il governo islamico di Hamas, ma non l’intera popolazione palestinese? E perché l’emiro del Qatar non ha colto l’occasione per visitare la Cisgiordania dell’autorità palestinese?
In effetti, su questo punto, il Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) non ha apprezzato la visita. “I paesi arabi non dovrebbero perseguire la politica volta a creare un’entità separata nella Striscia di Gaza, che favorisce fondamentalmente i piani israeliani”, aveva dichiarato [18]. Infatti, il comportamento del Qatar verso la Palestina è in perfetta armonia con la volontà d’onnipresenza di questo emirato nella “primaverizzazione” del mondo arabo, un’azione che si basa sul sostegno incrollabile degli islamisti nel mondo arabo e in particolare dei Fratelli musulmani. Questa politica si è vista in Egitto, Tunisia, Libia, Siria e ora a Gaza. D’altra parte, il Qatar ha strette relazioni con Stati Uniti e molti paesi occidentali (relazioni che non ha mai cercato di nascondere, anzi tutto il contrario), è ragionevole pensare che questa visita abbia un significato politico che potrebbe anche servire interessi diversi da quelli della Palestina. In tale ottica, Jean-Pierre Béjot pone le seguenti domande: “Gli statunitensi, che danno l’idea di gestire il Qatar, hanno dato il via libera a questa visita? Questa visita era volta ad isolare la Siria e l’Iran che fino ad oggi erano i principali partner di Hamas?”[19].
Rashid Barnat va anche oltre: “A meno che il suo ‘gioco’ [del Qatar] non rientri nella strategia degli Stati Uniti: 1 – neutralizzare gli estremisti ‘da dentro’, sottraendoli da un probabile recupero iraniano sciita! Cosa che ha fatto  l’emiro del Qatar recandosi nella Striscia di Gaza di Hamas, che ha flirtato con il regime degli ayatollah e ha sostenuto Assad, un altro “amico” dell’Iran. E 2 – consentire una ripresa del dialogo tra palestinesi e israeliani, affinché Obama [...] attui il suo bel programma del discorso d’insediamento: eliminare un problema che affligge le relazioni internazionali da oltre 60 anni!“[20]. A questo proposito, alcune fonti hanno riferito di una discussione estremamente interessante tra Hamad bin Khalifa al-Thani e Ismail Haniyeh, durante la visita dell’emiro a Gaza. Secondo esse, l’incontro si è concluso con un disaccordo  evidente perché il Qatar ha posto specifiche condizioni: a) rompere l’alleanza con l’Iran, b) l’apertura di negoziati con l’entità sionista senza precondizioni, c) il riconoscimento di Israele, d) il riconoscimento di Gerusalemme a capitale di Israele e abbandono del recupero della sua orientale, ed e) l’annuncio della fine della resistenza armata e l’avvio di negoziati quali unica soluzione [21].
In definitiva, sembra che la presenza del Qatar a Cairo come importante mediatore nella questione palestinese, sia collegato ad un doppio piano. Il primo riguarda la “primaverizzazione” della causa palestinese, promuovendo il predominio di Hamas rispetto ad altri gruppi rivali e marginalizzando de facto a Gaza l’Autorità palestinese di Cisgiordania. L’obiettivo finale sarebbe la creazione di un unico governo islamico guidato da Hamas in tutti i territori palestinesi? Il secondo è legato all’abbandono dell’ala militare di Hamas e il suo allontanamento dall'”Iran sciita”, che forniva le armi. Alla luce di tutto ciò, tutto sembra suggerire che i retroscena di queste manovre siano la negoziazione di una “pace” con lo Stato ebraico d’Israele con la benedizione degli USA. E l’emiro del Qatar detiene una carta importante per il successo del progetto: Khaled Meshaal, il leader di Hamas, che apertamente si è allineato  con la politica del Qatar nel riconoscere la ribellione siriana, rompendo con Bashar al-Assad (che l’ha sostenuto e finanziato per anni) e lasciando Damasco, dove ha vissuto, trasferendosi al Four Seasons Hotel di Doha, “sotto la protezione dei suoi ospiti del Qatar” [22].
L’emiro del Qatar non possiede l’arte di sedurre coloro che alla fine diventano i suoi scagnozzi? Meno di una settimana dopo la fine dell’operazione “pilastro della difesa”, il desiderio di Hamas di allontanarsi dall’Iran veniva confermato da Moussa Abu Marzouk, vicecapo dell’ufficio politico di Hamas. Dalla sua nuova sede di Cairo, ha dichiarato che “l’Iran dovrebbe riconsiderare il suo sostegno al regime siriano”. [23] Questo desiderio di emancipazione dall’Iran è stato formulato, con cautela, da Ziad Nakhal, il vicesegretario generale della Jihad islamica palestinese. Pur riconoscendo che “senza il sostegno militare dell’Iran, la resistenza palestinese non avrebbe combattuto da molti anni“, aggiunge che “se gli arabi vogliono sostituire l’Iran, saranno i benvenuti e ringrazeremo Iran“. [24] Questo invito è volto particolarmente al Qatar. Infatti, come è possibile che il ricco emirato del Golfo, che arma i ribelli islamici in tutti i paesi arabi in cerca di una possibile “primavera” e ne sostiene la lotta contro i governi arabi, una volta amici, possa chiedere agli attivisti di Hamas d’abbandonare la lotta armata contro lo Stato di Israele, uno stato canaglia, xenofobo e assassino? Perché, al contrario, non armare i combattenti di una giusta e sacra causa come quella della Palestina, anche per acquistare un effetto dissuasivo che gli permetterebbe di negoziare da una posizione di forza, come fa apertamente in Siria? Bashar al-Assad sarebbe un nemico e Netanyahu un amico? La risposta dell’emiro del Qatar è inequivocabile: durante la conferenza stampa tenutasi il 19 novembre 2012 (quando Israele bombardava Gaza), in occasione della visita a Doha di Mario Monti, primo ministro italiano, ha affermato che “il sostegno del Qatar a Gaza si limita agli aiuti umanitari e alla ricostruzione, ma esclude le armi” [25].

Le armi di Hamas e l’industria sudanese
La notte dopo la visita dell’emiro del Qatar a Gaza (23-24 Ottobre 2012), l’aviazione israeliana bombardava il complesso militare Yarmouk, in Sudan, a sud di Khartoum. L’attacco era durato solo pochi minuti, ma le esplosioni che seguirono durarono diverse ore, indicando che lo stock di munizioni che conteneva era considerevole. Foto satellitari scattate prima e dopo l’attacco israeliano mostrano la distruzione totale del sito [26]. Il ministro dell’informazione sudanese, Ahmed Bilal Osman, ha detto che quattro aerei erano  coinvolti nell’attacco e che prove fisiche (armi che non sono esplose) accusano direttamente Israele [27]. Anche se ha assicurato che il complesso produceva solo “armi convenzionali”, molti rapporti dicono che serviva da magazzino per i missili iraniani Shehab, ed era molto probabile che esperti iraniani fornissero l’assistenza tecnica per la fabbricazione di altri tipi di armi. Israele non ha mai riconosciuto l’attacco, ma i funzionari israeliani hanno accusato il Sudan di essere un punto di transito per l’invio di armi iraniane destinate ai combattenti di Hamas. [28] I missili iraniani, come il “Fajr-5″ che ha raggiunto Gerusalemme durante l’ultimo conflitto israelo-gazawi, vennero certamente inviati dall’Iran a Gaza attraverso il Sudan inizialmente, e successivamente introdotti nell’enclave palestinese attraverso i tunnel del Sinai. [29]
Così è facile capire l’interesse d’Israele nel coinvolgere l’Egitto nella chiusura dei passaggi illegali. Ma ciò che attira maggiormente l’attenzione in questo caso, è il fatto che gli aerei israeliani hanno volato in questa missione, per circa 3600 km (andata e ritorno), senza essere individuati dal Sudan o da paesi “amici” come il vicino Egitto, la Giordania e l’Arabia Saudita. In un articolo dettagliato sull’attacco al complesso sudanese pubblicato dal Sunday Times, Uzi Mahmaini e Flora Bagenal spiegano che gli aerei israeliani avevano volato lungo il Mar Rosso, bypassando il sistema di difesa aerea dell’Egitto [30]. Alcuni giornalisti egiziani hanno persino messo in dubbio che gli aerei abbiano attraversato lo spazio aereo del loro paese.
Nella sua rubrica intitolata “Morsi ha paura d’Israele“, Mohamed Dassouki Rashdi ha scritto: “Non metto in dubbio le capacità egiziana e non lo faccio, ma semplicemente affermo il diritto del popolo di sapere se il suo territorio o spazio aereo sono stati utilizzati per un attacco a un paese vicino, o no.” Aggiungendo: “Com’è possibile che Israele sia riuscito ad attuare la distruzione del complesso sudanese con tale precisione e silenzio, senza che l’Egitto se ne accorgesse o che vi fosse alcuna reazione delle autorità egiziane? Come è possibile che gli aerei potessero volare per quattro ore, per distruggere una parte di un paese fratello, senza che il sonno degli ufficiali egiziani venisse disturbato?“[31].  E’ la Presidenza della Repubblica che si è assunta la responsabilità di rispondere (rivelando la gravità del sospetto), negando l’uso dello spazio aereo egiziano agli aerei israeliani, ma senza smentire le informazioni relative al sorvolo suggerite dal Sunday Times. [32]
Se l’ipotesi avanzata dal quotidiano britannico è vera, è legittimo porsi dei seri interrogativi sulle capacità della difesa aerea egiziana, a meno che la terra dei faraoni sia stata volontariamente cieca di fronte al bombardamento del Sudan, per garantirsi che le armi accumulate in Sudan venissero distrutte e i nuovi missili iraniani non passassero i tunnel del Sinai. Un’altra ipotesi riguardante la rotta seguita dagli aerei israeliani è stata avanzata da Ali Akbar Salehi, il ministro degli esteri iraniano. Secondo le sue informazioni, la squadriglia ha sorvolato la Giordania, l’Arabia Saudita e l’Eritrea prima di bombardare il bersaglio sudanese, il che spiegherebbe il fatto che i testimoni sudanesi abbiano notato che gli aerei nemici provenissero da est [33]. Qualunque sia l’ipotesi, vi sono seri dubbi sul coinvolgimento di diversi paesi arabi nell’aggressione del Sudan, un paese “fratello” che è, inoltre, membro della Lega Araba. A meno che Israele abbia utilizzato direttamente le sue basi nell’arcipelago delle Dahlak eritree [34], ma questa possibilità non è stata avanzata da nessun osservatore.

La Turchia e il neo-ottomanesimo
La politica estera del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan e del suo ministro degli esteri Ahmet Davutoglu è più opportunismo che realpolitik. Originatasi dalla dottrina di “problemi zero” con i vicini, questa politica si è gradualmente evoluta dalla non ingerenza all’interferenza attiva mentre la “primavera” araba continuava a dilagare, da Cairo a Damasco. Così, anche se inizialmente dichiarava “che non ho intenzione di interferire negli affari interni dei paesi arabi” [35] Erdogan s’impegnava a favore del Consiglio nazionale di transizione (CNT) dei ribelli in Libia, dimenticando che solo pochi mesi prima aveva ricevuto, a Tripoli, il Premio Gheddafi 2010 per i diritti umani dal colonnello Gheddafi. [36] Ma la campana a morto della politica dei “zero problemi”, che dopo tutto era effimera, suonò quando è scoppiato il conflitto siriano.
Sotto la guida degli Stati Uniti, Erdogan ha tradito il presidente siriano, lo stesso che un tempo considerava un “amico”, dando alla Turchia un ruolo di primo piano nella sanguinosa guerra civile. Questa posizione aggressiva nei confronti di un paese con il quale la Turchia ha firmato accordi di libero scambio nel 2004, e abolito i visti nel 2009 (l’ultima volta Erdogan l’ha visitata il 17 gennaio 2011, su invito del suo “amico” Bashar Assad), non ha nulla a che fare con i principi morali dettati dall’introduzione di una qualsiasi democrazia in Siria. Il precedente libico è illuminante a tale proposito. La Turchia vuole piuttosto cavalcare l’onda dilagante dei governi islamici che hanno preso il potere nei paesi arabi “primaverizzati”, e vuole fare dell’AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi o Partito della giustizia e dello sviluppo) di Erdogan, un modello. Il neo-ottomanismo avanzato da Erdogan e Davutoglu viene definito come la volontà di reinventare, a livello diplomatico ed economico turchi, la sfera d’influenza ottomana. [37] Pertanto, l’attuazione di questa politica di conquista sfrutta l’ascesa al potere del sunnismo politico in molte repubbliche arabe, presentando la Turchia quale modello del successo economico ottenuto da un governo islamico. Insieme a ciò la Turchia ha costruito un notevole capitale di simpatia, presso il mondo arabo, optando per un profilo filo-palestinese e molto populista. Lo scontro suscitato da Erdogan a Davos, il 29 gennaio 2009, è un esempio molto esplicito [38] e la sua presenza alla riunione tripartita Egitto-Qatar-Turchia del 17 novembre 2012 a Cairo, rientra certamente in tale ambito. Ma va sottolineato che la Turchia, sebbene filo-palestinese, non s’impedisce in ogni caso di non essere anti-israeliana. E anche se le relazioni politiche tra la Turchia e Israele si sono raffreddate in modo significativo dall'”Operazione Piombo Fuso” e dal caso della Freedom Flotilla, nel campo militare o economico tutto continua secondo il “business as usual”. Ecco alcuni esempi.
Quasi un anno dopo l’incidente di Davos, Ehud Barak, il ministro della difesa israeliano, venne ricevuto ad Ankara con tutta la sua delegazione. Al termine della visita, il ministro della difesa turco dichiarò che: “Fino a quando avremo gli stessi interessi, lavoreremo insieme per risolvere i problemi comuni. Inoltre, siamo alleati, siamo alleati strategici, come i nostri interessi ci obbligano ad essere.” Da parte loro, i funzionari israeliani hanno commentato la visita affermando che “nonostante le tensioni diplomatiche [...], la loro impressione era che la visita sia stata un successo, e che i turchi sono interessati a mantenere buoni rapporti” [39]. Nel giugno 2011, il quotidiano israeliano Haaretz riportava di “colloqui diretti segreti Israele e Turchia per ridurre la frattura diplomatica.” Veniamo a sapere che “i funzionari turchi e israeliani hanno avuto colloqui diretti segreti per cercare di risolvere la crisi diplomatica tra i due paesi” e che “i negoziati hanno il sostegno statunitense” [40]. In un articolo significativamente intitolato “riparazioni d’Israele e consegna di quattro droni alla Turchia come possibile segno di riapertura delle relazioni“, pubblicato il 19 maggio 2012 dal “Times of Israel”, si leggeva che Erdogan avrebbe detto che “chi qui potesse avere problemi con persone e risentimenti, può astenersi dal meeting. Tutto questo è possibile, ma quando si tratta di accordi internazionali, vi è un’etica del commercio internazionale“. [41] Quindi, è chiaro che il neo-ottomanesimo della Turchia di Erdogan e Davutoglu non danneggia le relazioni turco-israeliane, anche se le apparenze mostrano un discorso rivendicativo contro lo stato ebraico, discorso destinato ai popoli arabi, per i quali la causa palestinese è un argomento molto delicato.

Obama e i suoi piccoli piaceri asiatici
L’aggressione israeliana contro Gaza è coincisa con un breve ma piacevole tour in Asia del presidente Obama. E tra alcuni sguardi e posture d’intesa dell’attraente premier thailandese Yingluck Shinawatra, e alcuni baci “rubati” con Aung San Suu Kyi dell’opposizione birmana [42], il presidente degli Stati Uniti ha apprezzato il suo soggiorno mentre le bombe israeliane distruggevano Gaza e gli abitanti di Gaza. Dobbiamo affrontare il fatto che i Nobel per la Pace non valgono molto di questi tempi. Come spiegare altrimenti la mancanza di compassione dei due vincitori di questo prestigioso premio, in questo caso Obama (2009) e Aung San Suu Kyi (1991), per le vittime di Gaza; nessun appello per la pace è stato lanciato di concerto da questa coppia di premi Nobel in cima ai gradini della residenza di Rangoon dell’ex dissidente birmana? Al contrario, Obama ha costantemente riaffermato “il diritto d’Israele a difendersi”, vale a dire bombardare con armi pesanti un popolo sotto assedio.
Devo ammettere che il sostegno incondizionato del presidente degli Stati Uniti allo stato ebraico è in completa contraddizione con il suo famoso discorso di Cairo, dove ha affermato che “per più di sessant’anni, [il popolo palestinese] ha sopportato il dolore dell’esilio. Molti attendono nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, una vita di pace e sicurezza che non hanno mai avuto il diritto di godersi. Sopportano umiliazioni quotidiane […], la situazione del popolo palestinese è intollerabile. L’America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, all’opportunità e a uno Stato proprio.” A proposito del famoso “diritto all’auto-difesa” di Israele, la giornalista israeliana Amira Hass la chiama la “grande vittoria della propaganda”, aggiungendo che “sostenendo l’offensiva israeliana su Gaza, i leader occidentali hanno dato carta bianca agli israeliani per fare quello che sanno fare meglio: sguazzare nel loro status di vittima e ignorare le sofferenze dei palestinesi”. [43]
Una settimana dopo il conflitto, Hillary Clinton si recava in Israele e in Egitto per discutere con i protagonisti. Il cessate il fuoco tra Hamas e Israele era stato proclamato il giorno del suo arrivo a Cairo e credito venne concesso al presidente Morsi. Strana consacrazione del presidente egiziano che aveva invano annunciato la fine delle ostilità, quel giorno, sebbene non fosse nemmeno stato in grado di fermare i bombardamenti di Gaza (anche se solo temporaneamente, e nonostante le promesse di Israele), mentre il suo primo ministro Hisham Kandil era in visita nell’enclave palestinese. [44] Il giorno dopo l’annuncio del cessate il fuoco, il New York Times pubblicava un articolo sui motivi reali dell’operazione “Pilastro della difesa.” Gli autori, David E. Sanger e Thom Shanker, spiegavano che “Il conflitto di Gaza è un test d’Israele rivolto contro l’Iran.” In effetti, secondo alcuni funzionari statunitensi e israeliani, l’operazione militare di una settimana è stata l’esercitazione per un possibile confronto futuro con l’Iran. [45] Queste esercitazioni servivano ad analizzare l’efficacia dei nuovi missili di fabbricazione iraniana in grado di raggiungere Gerusalemme, e testare l’affidabilità del sistema di difesa antimissile “Iron Dome“, messo a punto da Israele. Elemento molto interessante, l’articolo riporta anche che il bombardamento israeliano del complesso Yarmouk in Sudan, fosse solo la prima parte di un più generale indebolimento dell’Iran, proseguito con il conflitto di Gaza.
E’ chiaro che per Israele, i due attacchi hanno simili obiettivi strategici: i) la distruzione delle scorte di armi dei nemici, ii) l’addestramento delle truppe israeliane a un possibile conflitto armato diretto contro l’Iran. In effetti, la precisione e l’abilità con cui è stata condotta l’operazione contro il sito del Sudan (distanza, rifornimento di carburante, disturbo delle comunicazioni nemiche, attacchi chirurgici) dimostrano che lo Stato ebraico ha i mezzi tecnici per un attacco aereo ai siti nucleari iraniani, che si trovano a distanze minori o uguali a quelle tra Israele e Yarmouk. D’altra parte, la distruzione delle armi destinate o utilizzate (rispettivamente in Sudan e Gaza), dalla resistenza palestinese, riduceva al minimo il rischio di aprire ulteriori fronti di lotta, se la decisione di attaccare l’Iran dovesse essere presa. Se a ciò si aggiunge la partecipazione attiva dell’Egitto alla chiusura dei tunnel in Sinai e il coinvolgimento del Qatar nel convincere Hamas ad accettare un cambiamento del paradigma rivoluzionario, le condizioni di un attacco israeliano contro obiettivi iraniani diventano più favorevoli per Israele e, naturalmente, per gli Stati Uniti, il loro fedele alleato in questa “crociata”. Infatti, commentando l’articolo di David E. Sanger e Thom Shanker, Lucio Manisco ha scritto che “l’inchiesta del New York Times illumina la stretta collaborazione tra Washington e Gerusalemme nei preparativi per l’offensiva contro Gaza, e di quelli di più ampia portata previsti nei prossimi mesi contro l’Iran“. [46] C’è, invece, la forte evidenza della collaborazione tra i due paesi nell’attacco al complesso di Yarmouk. Così, il quotidiano arabo al-Hayat ha citato ufficiali sudanesi dire che gli Stati Uniti sapevano dell’attacco, avendo subito chiuso la loro ambasciata a Khartoum, per paura delle rappresaglie. [47]
Se si considera tutto questo, è facile la disinvoltura e la flemma del presidente Obama durante  il suo viaggio in Asia: ha aspettato pazientemente che la prevista esercitazione delle forze israelo-statunitense terminasse, per mandare la sua segretaria di Stato a chiedere un cessate il fuoco tra i belligeranti. Capiamo perché Israele, contrariamente al solito, non ha reagito all’attacco del 21 novembre 2012 a un autobus di Tel Aviv, né posticipato la data della fine delle ostilità.

Sunniti e sciiti: uno scisma politico
La riconfigurazione geopolitica del MENA (Medio Oriente e Nord Africa) a seguito della “primavera” araba, ha causato uno scisma politico sunnita-sciita. Questo scisma, che è diventato basilare nel conflitto siriano a causa della diversità dei culti in questo paese, ha un impatto diretto sulla causa palestinese. Due assi sono emersi nella regione: l’asse sunnita rappresentato, tra gli altri, da Egitto, Qatar e Turchia, e l’asse sciita formato da Iran, Siria e Hezbollah. Il primo asse ha ottimi rapporti con i paesi occidentali, mentre il secondo gruppo è attualmente l'”asse del male” per quei paesi. E’ chiaro che la riunione del 17 novembre a Cairo, costituito esclusivamente da paesi sunniti, e la presenza di Khaled Meshaal, fosse ovviamente destinato ad allontanare Hamas dagli sciiti (Iran in particolare), che la rifornivano di armi. E’ chiaro che statunitensi ed  europei giocano su questa divisione per isolare meglio e quindi indebolire l’asse sciita.
Lo scisma politico ha il suo contraltare religioso, meno insidioso ma altrettanto virulento. Così, la star televisiva di al-Jazeera, il telepredicatore del Qatar, lo sceicco al-Qaradawi, ha attaccato gli iraniani per il loro ruolo in Siria, dicendo che “hanno fallito nella loro missione e ora uccidono musulmani [cioè siriani sunniti] che non sono della loro stessa setta religiosa.” Ha poi chiamato tutti i pellegrini musulmani ad implorare Dio per punire l’Iran. [48] Si è ancora lontani dal momento in cui lo sceicco fustigava Israele, pregando Dio di dargli la possibilità, al tramonto della sua vita, “di sparare ai nemici di Allah, gli ebrei“. [49] La “primavera” araba è passata anche di lì, la sua alleanza con l’emiro del Qatar non gli permette di emettere condanne a morte che contro arabi o musulmani, in un allineamento esemplare tra politica e religione. È probabilmente per questa ragione, che non abbiamo quasi sentito alcuna condanna della selvaggia aggressione israeliana contro la popolazione di Gaza.
In conclusione, possiamo dire che la causa palestinese è senza dubbio influenzata dalla “primavera” araba. Il blocco sunnita rappresentato da Egitto, Qatar e Turchia (tutti e tre i paesi hanno ottimi rapporti con gli Stati Uniti), si prefigge di espellere Hamas dalla zona di influenza sciita iraniana, che la riforniva delle armi necessarie alla sua resistenza contro l’occupazione israeliana. La rottura di Khaled Meshaal con Bashar al-Assad, la sua alleanza con l’emiro del Qatar e il trasferimento della sede principale di Hamas da Damasco a Cairo, sono tutti segni che non ingannano. L’unica incognita in questo caso è la posizione della resistenza palestinese che opera a Gaza e che ha bisogno vitale delle armi per affermare la sua legittimità in conformità con l’ideologia del movimento. A meno che il Qatar non riesca a convincerli a rinunciare alle loro armi e ad optare per una via più pacifica, che potrebbe condurre a liberarsi della loro “organizzazione terroristica”, etichetta attribuitagli da molti paesi occidentali, e ad aderire al tavolo dei negoziati. Tuttavia, considerando gli scarsi risultati ottenuti dall’Autorità palestinese nell’adottare un tale approccio, ci si può aspettare che Hamas non avrà maggior  successo.
È sempre più chiara la dichiarazione di Leila Shahid, delegata generale dell’Autorità palestinese presso l’Unione europea: “La nostra strategia non violenta contro Israele è un fallimento [...] abbiamo fermato la lotta armata [...] e Israele ci ha dato uno schiaffo“. [50] Inoltre, e contrariamente alle apparenze i) il governo islamista di Morsi sembra mantenere rapporti privilegiati con lo Stato ebraico (corrispondenza affettuosa, la distruzione dei tunnel del Sinai, nessuna reazione all’attacco al complesso sudanese), ii) la politica neo-ottomanista della Turchia non danneggia le relazioni turco-israeliane che restano strategiche iii) le relazioni USA-Israele sono in buona forma e sulle questioni palestinese e iraniana, la collaborazione è esemplare. Mentre la Lega Araba, che un tempo aveva la questione palestinese al centro delle sue preoccupazioni, ora è completamente sottomessa agli interessi USA. Ciò che spinge alcuni a dire che questa istituzione non può davvero adottare che azioni che danneggino il mondo arabo! Infine, è interessante vedere l’oscillazione del pendolo che si svolge in Palestina: a Gaza, viene fatto di  tutto per rendere Hamas frequentabile per Israele e gli Stati Uniti, nella West Bank, l’Autorità palestinese provoca le ire di Tel Aviv e Washington, e nonostante le pressioni e le intimidazioni, ottiene lo status di osservatore presso le Nazioni Unite. Il che ci porta alla domanda esistenziale: prima di discutere del ruolo di paesi terzi, può esserci una soluzione al problema della Palestina senza una riunificazione politica dei due territori palestinesi?

Ahmed Bensaada, Montréal 6 dicembre 2012

Riferimenti
1- May Al-Maghrabi e Noha Ayman, “Morsi joue la realpolitik”, al-Ahram Hebdo, 24 ottobre 2012
2- Jonathan-Simon Sellem, “Égypte: “la lettre amicale de Morsi à Peres est une fausse””, JSSNews, 1 agosto 2012
3- al-Masry al-Youm, “Morsy’s letter to Peres not friendly, just protocol, say diplomats”, Egypt Independent, 18 ottobre 2012
4- L’Orient le jour, “Peres salue les “efforts” de Morsi pour une trêve”, 19 novembre 2012
5- E’ un programma televisivo egiziano intitolato “al-Hokm baad al-Moudawala”. È possibile vederne degli estratti delle puntate che hanno ottenuto un grande successo qui
6- Salma Abdelaziz, “Egyptian prank show exposes anti-Israeli sentiment”, CNN, 11 agosto 2012
7- Hélène Jaffiol, “Gaza: la fin des tunnels”, Slate.fr, 29 settembre 2012
8- AFP, “Égypte: selon les Frères musulmans, l’attaque du Sinaï peut être attribuée au Mossad”, Radio-Canada, 6 agosto 2012
9- Una eccellente carta interattiva del Sinai può essere consultata sul sito della FMO (Forza Multinazionale degli Osservatori in Sinai)
10- Ian Black, “Mohammed Morsi: Brotherhood’s backroom operator in the limelight”, The Guardian, 25 maggio 2012
11- Majdi Abou Eleil e Ahmed Tahar, “Le Hamas transfèrera au Caire son principal siège”, al-Watan News, 12 settembre 2012
12- Ramzy Baroud, “Hamas and the Brotherhood: Reanimating History”, Palestine Chronicle, 2 gennaio 2012
13- AFP, “La nouvelle Coalition syrienne basée en Égypte”, 24 Heures, 19 novembre 2012
14- Dedefensa.org, “Les dessous coquins de l’accord de Doha”, 14 novembre 2011
15- Amin Hamadé, “Comment Al-Jazira et sa rivale Al-Arabiya couvrent-elles la guerre à Gaza?”, Courrier International, 22 novembre 2012
16- Ria Novosti, “Égypte: aucune révision des accords de Camp David (officiel), 26 settembre 2012
17- Chimaa al-Karanchaoui, “Le tribunal administratif se déclare non compétent dans l’annulation ou la modification de “Camp David”, al-Masry al-Youm, 30 novembre 2012,
18- AFP, “Visite “historique” de l’émir du Qatar à Gaza”, Le Monde.fr, le 23 ottobre 2012
19- Jean-Pierre Bejot, “Qatar est-il le nouveau nom de “l’impérialisme”, de “la mondialisation”, de ”l’Internationale islamique”…? (3/4)”, La Dépêche diplomatique, 31 ottobre 2012
20- Rachid Barnat, “À quoi joue l’émir du Qatar?”, Kapitalis, 8 novembre 2012
21- al-Manar, “Hamad bin Khalifa à Haniyeh: rompez votre alliance avec l’Iran et…”, 17 novembre 2012
22- Georges Malbrunot, “L’émir du Qatar affiche son parti pris pro-Hamas à Gaza”, Le Figaro.fr, 23 ottobre 2012
23- AFP, “Hamas: L’Iran devrait reconsidérer sa position à l’égard du régime syrien”, al-Masry al-Youm, 26 novembre 2012,
24- Dichiarazione di Ziad Nakhal a Nile News, 27 novembre 2012.
25- Qatar Ministry of Foreign Affairs, “The joint press conference by HE Sheikh Hamad Bin Jassim Bin Jabr Al Thani, the Prime Minister and Minister of Foreign Affairs and Italian Prime Minister Mario Monti regarding the situation in Gaza”, 19 novembre 2012
26- Alain Rodier, “Israël-Soudan-Gaza: Frappe aérienne et riposte du Hamas”, Note d’actualité n°291, Centre Français de Recherche sur le Renseignement, Novembre 2012.
27- AFP, “Le Soudan accuse Israël de l’avoir bombardé”, Le Monde.fr, 24 ottobre 2012
28- AFP, “Le Soudan nie tout rôle de l’Iran dans son usine d’armes de Yarmouk”, Courrier International, 29 ottobre 2012
29- Global Security.org, “Hamas Rockets”, Novembre 2012
30- Uzi Mahmaini e Flora Bagenal, “Israeli Jets Bomb Sudan Missile Site in Dry Run for Iran Attack”, The Sunday Times, 28 ottobre 2012,
31- Mohamed Dassouki Rachdi, “Morsi at-il peur d’Israël?”, al-Youm al-Sabaa, 31 ottobre 2012
32- al-Mesryoon, “La présidence nie que l’aviation israélienne ait pénétré dans l’espace aérien égyptien”, 31 ottobre 2012
33- Gérard Fredj, “Bombardement israélien au Soudan – Des pays arabes auraient ouvert leur espace aérien aux avions israéliens”, Israël Infos, 6 novembre 2012
34- Muhammed Salahuddin, “Israel’s second largest base is on Eritrea’s Dahlak Islands”, Arab News, 31 agosto 2006,
35- Jean Marcoux, “L’expérience turque de transition politique, un modèle pour l’Égypte post-Moubarak?”, LeJMed.fr, 12 febbraio 2012
36- Ahmed Bensaada, “Le double jeu de Recep Tayyip Erdogan”, Mondialisation.ca, 7 dicembre 2011
37- Samia Medawar, “Les limites du «néo-ottomanisme» face aux ambitions de la diplomatie turque”, L’Orient le jour, 11 giugno 2012
38- Ahmed Bensaada, “La valse à quatre temps de Amr Moussa ou l’évanescence de l’arabité politique”, Le Quotidien d’Oran, 12 febbraio 2012
39- Amos Harel, “Barak lauds Turkey visit as successful, despite degraded ties”, Haaretz, 18 gennaio 2012
40- Barak Ravid, “Israel and Turkey holding secret direct talks to mend diplomatic rift”, Haaretz, 21 giugno 2012
41- Yifa Yaakov, “Israel fixes, returns four aerial drones to Turkey in possible sign of warming ties”, The Times of Israel, 19 maggio 2012
42- AP e Daily Mail Reporter, “The charmer-in-chief: Obama gets flirty as he schmoozes with Thai prime minister on first stop of historic Asia visit”, Daily Mail, 18-19 novembre 2012
43- Amira Hass, “Israel’s ‘right to self-defense’ – a tremendous propaganda victory”, Haaretz, 19 novembre 2012
44- AFP, “Israël viole la trêve et bombarde Gaza lors de la visite de Kandil”, al-Youm al-Sabaa, 16 novembre 2012
45- David E. Sanger e Thom Shanker, “For Israel, Gaza Conflict Is Test for an Iran Confrontation”, The New York Times, 22 novembre 2012
46- Lucio Manisco, “Bombardements aéronavals sur Gaza pour essayer les nouvelles armes israéliennes en vue de l’imminente guerre contre l’Iran”, Global Research, 24 novembre
47- Jonathan Schanzer, “Israël et les États-Unis viennent-ils juste de coopérer pour un Galop d’essai, en vue d’une Intervention en Iran?”, Israël Magazine, 2 novembre 2012
48- al-Quds al-Arabi, “al-Qardaoui: l’Iran, la Russie et la Chine sont les ennemis de la Nation et les pèlerins doivent implorer Dieu pour les punir”, 13 ottobre 2012
49- Youtube, “al-Qaradawi praising Hitler’s antisemitism”, Video inserito il 10 febbraio 2009
50- Leïla Shahid, “Notre stratégie non-violente face à Israël est un échec”, RTBF, 18 novembre 2012

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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