Giappone e Corea democratica devono costruire nuovi ponti fondati sulla comprensione reciproca

Ri Kuk-Chol e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times
1003728Giappone e Corea democratica hanno avuto rapporti gelidi per troppo tempo, pertanto si spera che i funzionari di entrambe le nazioni pongano la prima pietra per una vera svolta nel 2014. Certo, le aspettative non sono troppo alte per via degli innumerevoli ostacoli. Tuttavia, se i funzionari di Giappone e  Corea democratica supereranno le preoccupazioni genuine e almeno inizieranno a “camminare insieme”, anche se non in completo unisono, allora ciò sarà positivo. La Corea democratica deve capire che i rapporti negativi con il Giappone servono solo ai nemici di Pyongyang. Allo stesso modo, i leader politici in Giappone hanno recentemente assistito alla”svolta nazionalista” in Cina e Corea del Sud verso il Giappone. Pertanto, è chiaro che l’unico “grande amico” del Giappone nella regione sia Taiwan, ma essendo nell’orbita economica della Cina non può modificare questa realtà, in futuro. La Federazione russa è una nazione centrale nella realtà geopolitica del nord-est asiatico e in tutta l’Asia. Dopo tutto, le élite politiche a Mosca comprendono appieno l’importanza geopolitica dell’Asia centrale sviluppando forti legami con Cina e India. Allo stesso tempo, l’importanza geopolitica della Mongolia è pienamente compresa dalla Federazione Russa. Pertanto, il Giappone dovrebbe superare le sue piccole tendenze nazionaliste nei confronti di questa grande potenza e cercare una soluzione sulle zone contese che ostacolano una vera amicizia tra le due nazioni. Inoltre, il Giappone non dovrebbe seguire l’agenda del G-7 imposta contro la Federazione russa per la crisi in Ucraina.
Tornando ai recenti colloqui tra Giappone e Corea democratica, è evidente che entrambe le nazioni devono “spezzare le rispettive catene”. Il nuovo leader politico della Corea democratica (dove i leader politici che restano al potere per molto tempo) può dimostrare al mondo di esser aperto a cambiamenti geopolitici radicali, oltre a sostenere autentiche riforme economiche con l’aiuto di Cina e Federazione russa. Data questa realtà, Kim Jong-un può veramente cercare di raggiungere le masse seguendo le analoghe motivazioni di Deng Xiaoping in Cina. Pertanto, è imperativo che la questione dei rapimenti non sia manipolata, nonostante la gravità del problema. In altre parole, le élite politiche a Tokyo devono muoversi verso un approccio più ampio. Sicuramente, altre questioni più importanti come nucleare, preoccupazioni geopolitiche, manovre militari e ponti economici devono superare continui ostacoli, per via soprattutto della questione dei rapimenti. Una volta che altri sviluppi andranno avanti, naturalmente la Corea democratica sarà più disponibile. Il Giappone deve capire che milioni di coreani morirono difendendo il loro nazionalismo dall’imperialismo giapponese e poi contro l’aggressione statunitense durante la guerra di Corea. Dopo la brutale guerra di Corea gli Stati Uniti sostennero governi autoritari in Corea del Sud prima della democrazia in questa nazione. E’ troppo facile puntare il dito contro la Corea democratica, ma la realtà è che tutte le nazioni hanno la loro storia e forze esterne inocularono la mentalità da assedio a Pyongyang, ma tale mentalità non si basa su capricci, ma su fatti storici importanti  (gli USA sganciarono le bombe nucleari sul Giappone e l’agente chimico arancione su Vietnam e altre nazioni della regione senza che gli USA fossero nemmeno in guerra).
Giappone e Corea democratica devono rinunciare agli ostacoli storici e politici modificando radicalmente la situazione. In un altro articolo su Tokyo Modern Times sulle relazioni tra Giappone e Corea democratica è stato affermato che: “Alcuni analisti indicano che la Corea democratica è esclusa per via delle tensioni attuali tra il Giappone e altre nazioni regionali per questioni territoriali. Ad esempio, i commenti negativi spesso emessi dalla Corea del Sud verso il Giappone. Tuttavia, ciò è troppo cinico perché il nuovo leader della Corea democratica debba essere giudicato riguardo la sua leadership mentre chiaramente la vecchia guardia ha un’enorme potere“. Gli analisti in Giappone e Corea democratica attendono con ansia l’esito dei recenti colloqui. Allo stesso modo, le grandi potenze della regione osserveranno da vicino gli eventi. Si spera quindi che i leader politici in Giappone e Corea democratica vadano avanti, mostrando sincerità e reciproco rispetto.

Japan's PM Abe meets Russia's President Putin during a bilateral session on the sidelines of the APEC leaders summit in SydneyIl Giappone toglie parte delle sanzioni alla Corea democratica migliorando le relazioni
Christof Lehmann, Nsnbc 04/07/2014

Il primo ministro Shinzo Abe del governo giapponese ha deciso di revocare alcune sanzioni unilaterali del Giappone nei confronti della Repubblica popolare democratica di Corea (RPDC) nel  disgelo delle relazioni relativi ai sequestri che per lungo tempo hanno sottolineato le relazioni bilaterali.

south-korea-mapLa decisione dell’amministrazione Abe di togliere alcune sanzione relative alla questione è stata presa dopo gli accordi per avviare la nuova inchiesta sul problema da parte di squadre di esperti per giungere a conclusioni su ciò che realmente accadde nei presunti rapimenti negli anni ’70 e ’80. La questione è stata a lungo uno dei principali ostacoli al ristabilimento delle piene relazioni diplomatiche tra i due Paesi e l’accordo per avviare le indagini con le squadre di esperti è stata presa nel vertice nella capitale cinese Pechino. Il giorno dopo la riunione, la Corea democratica annunciava che l’inchiesta globale inizierà il giorno in cui il nuovo comitato speciale d’inchiesta sarà creato. Il Comitato avrà un mandato speciale dalla Commissione di Difesa Nazionale della Corea democratica, guidata dal capo di Stato Kim Jong-Un. Il Comitato è presieduto dal Consigliere della Commissione di Difesa Nazionale So Tae Ha. Tra i circa trenta elementi del Comitato vi è anche Pak Yonk Sik, direttore del Dipartimento del ministero della Sicurezza del Popolo.
Il Giappone, da parte sua, ha deciso che una parte delle sanzioni sarà tolta permettendo ai cittadini  e alle navi registrate nella Corea democratica di entrare in Giappone, da cui fu escluso per scopi umanitari il traghetto Mangyongbong-92. Il Giappone toglie anche il controllo e il consiglio di astenersi ai cittadini giapponesi dal visitare la Corea democratica. Il disgelo nelle relazioni bilaterali potrebbe indicare un passo verso l’eventuale ripresa dei colloqui a sei, anche se gli Stati Uniti hanno una decisiva influenza, non necessariamente positiva al riguardo.

Traduzioni di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le pipelines della Rosneft verso e attraverso la Mongolia

Mendee Jargalsaikhany, Eurasia Daily MonitorModern Tokyo Times

Mongolia-physical-mapGli eventi in Ucraina creano incertezze e opportunità per Ulaanbaatar. Gli equilibri del potere in Europa e legami più stretti tra le due potenze regionali, Russia e Cina, certamente creano nuove incertezze per la Mongolia. Con il destino “regionale” del loro Paese che dipenda dai due giganti, i politici a Ulan Bator sono cauti nelle loro osservazioni sugli eventi in Europa orientale, anche se chiaramente danno priorità alla stabilità politica. Anche l’ambasciatore degli Stati Uniti in Mongolia, che ha inviato sui social media i mongoli a sostenere l’Ucraina, non ha ispirato molta eccitazione in questo Paese asiatico senza sbocco sul mare. Ma sul lato economico, i mongoli si aspettano alcuni effetti vantaggiosi dalle maggiori attività economiche tra Russia e Cina, per via della spaccatura tra la Russia e i suoi partner europei. Mosca e Ulaanbaatar sono da anni attivamente impegnati nel dialogo bilaterale per incrementare commercio, investimenti e scambi culturali. Ma l’effettiva attuazione di eventuali grandi piani è stata lenta. L’importazione in Mongolia di combustibile dalla Russia rimane la più importante, anche se è una questione estremamente complessa nelle riunioni intergovernative di qualunque livello tra i due Stati confinanti. Eppure, presumibilmente con la recente visita in Mongolia di Igor Sechin, il presidente del colosso petrolifero russo Rosneft, i colloqui sull’energia potrebbero finalmente accelerare. Durante il suo soggiorno ad Ulaanbaatar il 17 marzo 2014, Sechin ha incontrato il Presidente Tsakhiagiin Elbegdorj, il Primo Ministro Norovyn Altankhuyag e il Ministro delle Miniere Davaajav Gankhuyag. Il Presidente della Rosneft ha informato i suoi ospiti della volontà della Russia di fornire a lungo termine petrolio alla Mongolia via pipeline, e ha anche discusso la possibilità di inviare greggio dalla Russia alla Cina attraverso il territorio mongolo. Nel 2013, la Mongolia ha importato 700000 tonnellate di greggio dalla Russia, pari al 54 per cento del suo consumo totale interno (news.mn 19 marzo).
Ci sono diverse ragioni chiare per cui il governo russo sia così prossimo alla Mongolia. Per primo, il Paese senza sbocco sul mare è ancora considerato un mercato piccolo ma crescente e affidabile per le esportazioni di petrolio dalla Russia, per via dell’aumento delle attività agricole e minerarie della Mongolia, in aggiunta al numero crescente di singoli consumatori (principalmente operatori di autoveicoli). In secondo luogo, tutti i governi precedenti della Mongolia hanno cercato di ridurre la dipendenza del Paese dalle importazioni di benzina e prodotti petroliferi russi; siglarono accordi  con Cina, Kazakistan e altre potenziali fonti per i bisogni energetici della Mongolia (Xinhua, 17 maggio 2013; news.mn, 6 gennaio, 2009). Inoltre sono in corso di esplorazione e ricerca nuove fonti di energia in Mongolia, come il petrolio di scisto. L’improvviso interesse della Russia verso la Mongolia è dunque probabilmente un riflesso della riluttanza a perdere una quota di mercato per le esportazioni di benzina russe. In terzo luogo, dopo lungo dibattito, la Mongolia ha finalmente iniziato a costruire la prima raffineria petrolifera del Paese a Darkhan City, che sarà  completata entro il 2015. La nuova raffineria produrrà 2 milioni di tonnellate di petrolio all’anno dal greggio del giacimento Tamsag nella Mongolia orientale. Questa nuova raffineria importerà anche greggio da Angarsk in Russia (english.news.mn 19 marzo). Al fine di mantenere la sua posizione dominante nel mercato dei carburanti mongolo, nel 2011 la Russia s’era offerta di creare 100 stazioni di benzina in Mongolia (vedi EDM, 11 novembre 2013). Ma la proposta innescò bruschi dibattiti protezionistici tra i politici, i distributori di carburante e il pubblico della Mongolia. Questa volta, la parte russa ha offerto di fornire prodotti petroliferi e petrolio greggio mediante gli oleodotti per via dell’inefficienza dei collegamenti ferroviari interstatali russo-mongoli. Oltre ad un oleodotto in Mongolia, la parte russa ha anche indicato di voler riconsiderare la rotta pianificata per il gasdotto dalla Russia alla Cina (infomongolia.com, 17 marzo). Al culmine degli sforzi congiunti dei governi russo e cinese nel ridurre gli interessi degli Stati Uniti in Asia centrale, nel 2005 Russia e Cina decisero di costruire un oleodotto che avrebbe bypassato la Mongolia, anche se il percorso mongolo è considerato più breve, più sicuro e, quindi, economicamente più efficiente degli oleodotti dall’Asia centrale o da Siberia/Manciuria. Negli anni questo è stato una delle ripetute richieste di Ulan Bator a Pechino e Mosca. L’accordo sul gasdotto dovrebbe essere concluso il prossimo maggio in occasione del vertice Cina-Russia.
Anche se la Mongolia è in molti modi geopoliticamente vincolata ai suoi potenti vicini, eventuali svolte, amichevoli od ostili, tra Cina e Russia presenterebbero sfide e opportunità per la Mongolia. Durante il periodo di relazioni amichevoli tra Mosca e Pechino, negli anni ’50, fu costruita la prima ferrovia trans-mongola, collegamento ferroviario tra Russia e Cina per il trasporto di merci e persone. D’altra parte, nel periodo di ostilità negli anni ’60 tra Mosca e Pechino, la Mongolia poté beneficiare degli aiuti sovietici e l’eredità di tale assistenza, la miniera di rame di Erdenet, continua a rappresentare una parte sostanziale del PIL della Mongolia (FMI Country Report No. 07/30-Mongolia: 2006, gennaio 2007). Oggi la Russia cerca urgentemente a est i mercati per le sue esportazioni di energia per via delle tensioni con l’occidente sull’Ucraina. Perciò, la Mongolia potrà probabilmente posizionarsi per ospitare il gasdotto petrolifero Russia-Cina.

Igor_Sechin_and_Norovyn_Altankhuyag_-_EDM_May_1__2014Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Vertici a Pechino

Konstantin Penzev New Oriental Outlook 01.11.2013

tpbje201310222a4_38845401Il primo ministro russo Dmitrij Medvedev ha visitato la Cina dal 22 al 24 ottobre. Le visite da parte della leadership russa nel Regno di Mezzo non sono eventi straordinari di per sé. Prestare maggiore attenzione a questa potenza è del tutto comprensibile. Eppure ci sono alcuni aspetti nell’ultima visita di Medvedev che ci spingono a prestare ancora più attenzione. Il 22 ottobre, mentre Medvedev era a Pechino, il primo ministro indiano Manmohan Singh compiva una visita di tre giorni, e altra curiosa coincidenza, anche il capo del governo della Mongolia, Norovyn Altankhuyag. Perchè questa casualità? Come Hua Yiwen del Quotidiano del Popolo suppone, la necessità si cela dietro la casualità. Sullo sfondo generale dei più recenti incontri a Pechino, si può affermare molto brevemente: prossimamente, l’India e la Cina diventeranno (la Cina lo è già) le principali regioni produttive dell’Eurasia e probabilmente del mondo. La loro domanda di energia ed elettricità a buon mercato cresce molto rapidamente. Quale peso ha la Russia in questo triangolo geopolitico emergente? Soprattutto un peso legato all’energia. Ma non è tutto. La Russia è forse l’unico Paese che ha più volte affrontato militarmente l’occidente senza mai esser stato sconfitto. La potenza militare è un argomento potente per la Russia nel grande gioco politico. Il Paese è anche leader mondiale nella progettazione e produzione di nuovi sistemi d’arma. Il “pivot in Asia” dell’amministrazione Obama impone a Pechino la necessità di potenziare il suo esercito e la sua forza navale. Cooperare con la Russia sarebbe molto utile per questa relazione.
Tutto ciò sono i cosiddetti “presupposti oggettivi” per ravvicinare i “tre eurasiatici”. Le economie di questi Paesi possono integrarsi e gli interessi sulla sicurezza potrebbero forzare i governi a cooperare più strettamente. Quali temi erano all’ordine del giorno nel vertice di Medvedev con i suoi colleghi cinesi? I media globali hanno seguito superficialmente l’agenda, concentrandosi invece sulle preferenze letterarie e sportive del primo ministro russo. Riguardo al Quotidiano del Popolo, Hua Yiwen ha osservato che i leader cinesi, durante un viaggio all’estero quest’anno, hanno suggerito l’idea di creare una “Zona economica della Via della Seta ” e una “Via della Seta marittima”, che comporterebbe enormi opportunità a Russia, Cina e Mongolia. Gli scambi commerciali tra la Russia e la Cina si avvicinano ai 100 miliardi di dollari. Come Medvedev ha detto: “Il premier Li Keqiang ed io dicemmo, in occasione del vertice, che questo non è il limite.  Tale cifra potrebbe salire a 150 miliardi di dollari, a 200 miliardi o più.” Inoltre, il passaggio delle merci cinesi dirette in Europa attraverso la Mongolia e la Russia, e il diretto rifornimento energetico russo della Cina promettono profitti considerevoli per tutti i Paesi coinvolti. Questa prospettiva  difficilmente susciterà sentimenti positivi a Washington, ma è così. Ahimè, le portaerei non possono controllare le vaste distese della Siberia. Alla luce delle affermazioni di Washington sulla sua esclusività, la rotta attraverso lo Stretto di Malacca non sembra più così attraente per la Cina. Il collo di bottiglia dello stretto inizia ad essere visto più come la via a una trappola. E’ ovvio che i cinesi vogliono diversificare non solo le fonti di petrolio e gas del Paese, ma anche le rotte che li collega ai partner commerciali.
Va notato che anche se il governo russo attribuisce particolare importanza alle relazioni con la Cina, il Presidente Vladimir Putin considera le relazioni Russia-India non meno significative. Il 21 ottobre, immediatamente prima della sua visita a Pechino, Singh ha visitato Mosca. In un incontro con il primo ministro indiano, Putin ha ricordato alcuni aspetti della cooperazione russo-indiana, in particolare l’aggiornamento della portaerei Vikramaditya, quasi pronta per essere consegnata all’India. Putin ha anche preso atto della partecipazione della Russia alla realizzazione dei futuri armamenti indiani. Purtroppo, il piccolo incremento commerciale tra l’India e la Russia lascia molto a desiderare, ma alcune modifiche vanno illustrate qui. L’India, ripetiamo, ha estremo bisogno di grandi quantità di energia. Nello Stato del Tamil Nadu, la Russia sta costruendo l’impianto nucleare di Kudankulam. Citando Putin: “A luglio, il primo blocco dei reattori della centrale di Kudankulam è stato attivato, collegandolo alla rete elettrica dell’India. Il secondo blocco dei reattori è in costruzione. I blocchi successivi sono già programmati, forse in più di quattro.” Tuttavia, non basta. Il lavoro è stato modificato, recentemente, per organizzare il rifornimento diretto di gas all’India, e si discute la possibilità di una rete di oleogasdotti che colleghi l’India e la Russia. Il ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid, nella recente intervista a La Voce della Russia, ha osservato che la Russia potrebbe diventare un partner importante nella costruzione del gasdotto TAPI che colleghi il Turkmenistan all’India via Afghanistan e Pakistan. “Tutto il gas russo ora va in Europa“, ha detto Khurshid. “Perché non inviarne nell’Asia del Sud?” La fornitura di gas attraverso il Pakistan e l’Afghanistan potrebbe stimolare lo sviluppo industriale di questi Paesi che, nel caso dell’Afghanistan, dovrebbe compiere una vera svolta verso il 21° secolo. Una parte considerevole della popolazione afgana partecipa alla produzione di oppio ed eroina per soddisfare le esigenze dei tossicodipendenti di tutto il mondo. La forza di spedizione statunitense controlla il territorio dell’Afghanistan. La costruzione di un gasdotto attraverso i campi di oppio potrebbe sembrare a Washington un’impresa vana e inutile, privando i lavoratori afghani dei loro mezzi di sussistenza. E’ un peccato che la Casa Bianca non aderisca alla strategia del “divide et impera“, come viene comunemente presentata dai media. E’ più attratta dalla possibilità di giocare sporco ovunque sia possibile.
Riguardo le relazioni tra l’India e la Cina, non sono semplici e sono appesantite dal fardello del passato recente: i conflitti di frontiera, il supporto ai separatisti tibetani e altri spiacevoli equivoci.  Questi devono essere affrontati. Ciò richiede volontà politica, qualcosa che i governi di India e Cina possiedono. Entrambi si concentrano sulla cooperazione, la questione principale. Secondo il Quotidiano del Popolo, durante la visita di Singh in Cina, le parti hanno convenuto nel rafforzare la cooperazione creando un corridoio economico che colleghi Cina, India, Bangladesh e Myanmar; realizzando progetti nel campo della cooperazione ferroviaria e dei parchi industriali. Questi progetti consentiranno inoltre alla Cina di bypassare lo stretto di Malacca e di facilitarne l’accesso al Golfo Persico. In sintesi, la conclusione da trarre è questa: la Cina continua a rafforzare la sua posizione economica, politica e soprattutto geopolitica grazie ai suoi buoni rapporti con la Russia, l’India e altri Paesi. Inoltre, il governo cinese è ovviamente preoccupato dal forte aumento dell’aggressività di Washington, ultimamente, e prende tutte le precauzioni per rafforzare la sicurezza del Paese. Peccato che gli Stati Uniti, subendo grandi difficoltà finanziarie, cerchino solo di risolverle a spese di altri Paesi.

Konstantin Penzev, scrittore, storico e editorialista della rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Shanghai Cooperation Organisation avverte contro la guerra alla Siria

John Chan WSWS 19 settembre 2013

Ñîâìåñòíûå ó÷åíèÿ ñòðàí Øàíõàéñêîé îðãàíèçàöèè ñîòðóäíè÷åñòâà "Ìèðíàÿ ìèññèÿ - 2010"L’ultimo vertice del raggruppamento dell’Asia centrale, a guida russa e cinese, l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO), tenutosi a Bishkek, capitale del Kirghizistan, il 13 settembre, è stata dominata dalle crescenti tensioni globali prodotte dai preparativi degli Stati Uniti per la guerra contro la Siria. Il presidente russo Vladimir Putin ha insistito sul fatto che “l’interferenza militare estera nel Paese, senza una sanzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è inammissibile.” La dichiarazione congiunta del vertice si oppone all’“intervento occidentale in Siria, così come all’allentamento della stabilità interna e regionale in Medio Oriente”. La SCO chiede una “conferenza internazionale di riconciliazione”, per consentire i negoziati tra il governo siriano e le forze di opposizione. Come aveva già fatto in occasione del recente vertice del G20 a San Pietroburgo, il presidente cinese Xi Jinping s’è allineato con la Russia contro qualsiasi attacco militare contro Damasco, temendo che ciò sarebbe il preludio a un attacco all’Iran, uno dei principali fornitori di petrolio della Cina.
Significativamente, il nuovo presidente dell’Iran Hassan Ruhani ha partecipato alla riunione, nonostante le voci che il suo governo avrebbe segnato il passaggio dall’ex-presidente Mahmud Ahmadinejad e dalla sua retorica anti-americana, nei precedenti vertici della SCO. Ruhani ha accolto la proposta della Russia di mettere le armi chimiche della Siria sotto il controllo internazionale, sostenendo che ciò “dava la speranza di poter evitare una nuova guerra nella regione.” La SCO sostiene esplicitamente il diritto dell’Iran a sviluppare il proprio programma nucleare. Putin ha ribadito, in un discorso, che “l’Iran, come qualsiasi altro Stato, ha il diritto di usare pacificamente l’energia atomica, comprese le operazioni di arricchimento (dell’uranio).” La dichiarazione della SCO ha avvertito, senza nominare gli Stati Uniti ed i loro alleati, che “la minaccia della forza militare e delle sanzioni unilaterali contro uno Stato indipendente (l’Iran) sono inaccettabili”. Un confronto contro l’Iran causerebbe “danni incalcolabili” nella regione e nel mondo in generale.
La dichiarazione della SCO critica anche la costruzione di Washington dei sistemi di difesa anti-missili balistici in Europa orientale e in Asia, volti a minare la capacità nucleari della Cina e della Russia. “Non si può provvedere alla propria sicurezza a scapito degli altri“, affermava la dichiarazione. Nonostante tale linguaggio critico, né Putin né Xi vogliono confrontarsi apertamente con Washington e i suoi alleati europei. Prima del vertice SCO, si è speculato sul fatto che Putin avrebbe consegnato gli avanzati sistemi missilistici terra-aria S-300 all’Iran e costruito un secondo reattore nucleare nel Paese. Funzionari russi infine hanno smentito. Russia e Cina si trovano ad affrontare la crescente pressione dell’imperialismo degli Stati Uniti, compresa la minaccia di usare la forza militare per dominare i giacimenti energetici chiave in Medio Oriente e Asia Centrale.
La SCO è stata fondata nel 2001, poco prima che gli Stati Uniti utilizzassero la “guerra al terrore” per  invadere l’Afghanistan. Sebbene l’obiettivo ufficiale della SCO è contrastare “tre mali”: separatismo, estremismo e terrorismo nella regione, essa è soprattutto un tentativo di assicurarsi che l’Eurasia non finisca completamente nell’orbita di Washington. A parte le quattro repubbliche dell’Asia centrale ex-sovietica, Kazakhstan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan, il gruppo comprende anche, come Stati osservatori, Mongolia, Iran, India, Pakistan e Afghanistan. I “partner del dialogo” sono Bielorussia, Sri Lanka e, in modo significativo, la Turchia, membro della NATO, che è stata aggiunta l’anno scorso.
Tuttavia, l’influenza degli Stati Uniti viene chiaramente esercitata sul raggruppamento. Prima del vertice, vi sono state segnalazioni sulla stampa pakistana che il Paese potrebbe essere accettato come pieno membro della SCO. La Russia ha invitato il nuovo Primo ministro Nawaz Sharif a partecipare. Tuttavia, Sharif ha inviato solo il suo consigliere per la sicurezza nazionale Sartaj Aziz, e l’adesione del Pakistan non è stata concessa. Mentre la SCO cerca di rafforzare il suo ruolo nel confinante del Pakistan, l’Afghanistan, dopo il ritiro programmato delle forze della NATO, Aziz ha detto che la politica del Pakistan è la “non interferenza e l’assenza di favoritismo.” Ha insistito sul fatto che il regime fantoccio di Kabul potrebbe avviare la “riconciliazione tra gli afghani”, se tutti i Paesi della regione resistono alla tentazione di “riempire il vuoto di potere.”
Cina e Russia sono anche profondamente preoccupate dal “perno in Asia” dagli Stati Uniti, per  minacciare militarmente la Cina e, in misura minore, l’Estremo Oriente della Russia, rafforzando le capacità e le alleanze militari di Washington con Paesi come il Giappone e la Corea del Sud. A  giugno, la Cina e la Russia hanno tenuto una grande esercitazione navale congiunta nel Mar del Giappone, e ad agosto hanno effettuato esercitazioni congiunte aero-terrestri in Russia, coinvolgendo carri armati, artiglieria pesante e aerei da guerra. Di fronte alle minacce degli Stati Uniti ai suoi interessi in Medio Oriente e nella regione Asia-Pacifico, la Cina intensifica i propri sforzi per acquisire forniture energetiche in Asia centrale. Per il Presidente Xi, il vertice SCO è stata l’ultima tappa di un viaggio di 10 giorni in Turkmenistan, Kazakhstan, Uzbekistan e Kirghizistan, dove ha firmato o inaugurato accordi multi-miliardi per progetti sul petrolio e il gas. Nella sua prima sosta, in Turkmenistan, Xi ha inaugurato un impianto per il trattamento del gas ed un grande nuovo giacimento al confine con l’Afghanistan. Pechino ha prestato al Turkmenistan 8 miliardi di dollari per il progetto, che triplicherà le forniture di gas alla Cina entro la fine di questo decennio. Il Paese è già il più grande fornitore di gas della Cina, grazie ad un gasdotto di 1.800 km che attraversa l’Uzbekistan e il Kazakhstan diretto in Cina. In Kazakhstan, dove Xi ha firmato un accordo per acquistare una quota di minoranza di un giacimento petrolifero off-shore per 5 miliardi di dollari, ha chiesto di sviluppare una nuova “Via della Seta economica”. Gli scambi commerciali tra la Cina e le cinque repubbliche dell’Asia centrale sono aumentati di quasi 100 volte dal 1992, e il Kazakhstan è oggi il terzo più grande destinatario degli investimenti esteri cinesi. Xi ha pronunciato un discorso dichiarando che Pechino non interferirà mai negli affari interni degli Stati dell’Asia centrale, e che non cercherà mai un ruolo dominante nella regione e di “coltivare una sfera d’influenza.” Questo messaggio cercava chiaramente di placare le preoccupazioni, anche in Russia, sulla crescente influenza della Cina nelle repubbliche ex-sovietiche.
Durante il vertice del G20, la China National Petroleum Corporation ha firmato un accordo “di base” con la russa Gazprom, per preparare un accordo che dovrebbe essere firmato il prossimo anno, in cui Gazprom fornirà almeno 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno alla Cina tramite un gasdotto, entro il 2018. Con così tanto in gioco, Wang Haiyun della Shanghai University ha dichiarato al Global Times che “mantenere la sicurezza del regime è diventata la massima preoccupazione per i membri della SCO nell’Asia centrale, tra cui anche la Russia.” Ha accusato gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali di istigare il “fermento democratico” e “le rivoluzioni colorate”, ed ha avvertito che se un membro della SCO “divenisse uno Stato filo-occidentale, ciò avrebbe conseguenze sull’esistenza stessa della SCO.” Se necessario, la Cina deve dimostrare “risolutezza e responsabilità” aiutando la Russia e gli altri membri a contenere le turbolenze, cioè a schiacciare militarmente qualsiasi “rivoluzione colorata” nella regione.
Le discussioni della riunione della SCO sono una chiara indicazione che la Russia e la Cina vedono i piani di guerra degli Stati Uniti contro la Siria e l’Iran quale parte di un grande disegno volto a minare la loro sicurezza, sottolineando il pericolo della temerarietà degli Stati Uniti nell’intervenire contro la Siria, che provocherebbe una assai ampia conflagrazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra in Oriente: come Khalkhin-Gol ha cambiato il corso della seconda guerra mondiale

Rakesh Krishnan Simha Indrus 7 maggio 2013

Nel 1939 un generale sconosciuto di nome Georgij Zhukov, sconfisse il Giappone nella battaglia di Khalkhin-Gol nelle steppe della Mongolia, spostando la traiettoria dell’espansionismo giapponese verso Pearl Harbour e le colonie asiatiche dell’Europa.

soldat_0Le ragioni delle spettacolari vittorie sovietiche in Europa durante la seconda guerra mondiale, possono essere ricondotte a una poco nota, ma significativa, battaglia che ebbe luogo in Asia ben due anni prima che Adolf Hitler invadesse l’Unione Sovietica. Nell’agosto del 1939, poche settimane prima che Hitler e Stalin invadessero la Polonia, l’Unione Sovietica e il Giappone combatterono una massiccia battaglia tra carri armati a Khalkhin-Gol, al confine con la Mongolia. Fu la più grande battaglia di carri armati nel mondo fino a quel momento. Khalkhin-Gol cambiò radicalmente il corso della seconda guerra mondiale, e quindi la Storia. Ossessionati dalla schiacciante sconfitta, i giapponesi strapparono i loro piani per annettersi l’Estremo Oriente russo e la Siberia. Invece decisero che sarebbe stato più facile espandersi verso il Pacifico e il Sud-Est asiatico. Il risultato: Pearl Harbor e l’invasione giapponese delle colonie asiatiche dell’Europa.

Offensive e contrattacchi
Se si avesse l’opportunità di viaggiare indietro nel tempo, si cerchi di evitare la Russia nel 1917.  Alcune cose davvero terribili stavano succedendo lì: la caduta dello zar, la rivoluzione bolscevica e una guerra civile intercontinentale. Tutto questo nel bel mezzo di una guerra mondiale durante la quale l’esercito tedesco arrivò a 500 km da St. Pietroburgo. (Sì, questo era prima che riapparissero nei paraggi durante la seconda guerra mondiale). Vedendo il vicino gigante in difficoltà, i giapponesi occuparono le sue province dell’Estremo Oriente e parti della Siberia nel 1918. Tuttavia, l’avventurismo giapponese non durò a lungo. Nel 1922, i comunisti poterono concentrare le loro forze e costrinsero Tokyo a ritirarsi da quei territori. Ma nel 1931 il Giappone ritornò occupando la Manciuria dove creò lo Stato fantoccio del Manchukuo. Ciò era abbastanza allarmante dal punto di vista dei russi, perché la Transiberiana, il loro unico legame con l’Estremo Oriente russo, adesso era  alla portata del territorio occupato dai giapponesi. Un altro temibile fattore fu il patto anti-comunista firmato nel 1936 tra la Germania e il Giappone, e successivamente raggiunto da altri Paesi, tra cui Italia, Spagna, Turchia, Croazia, Ungheria e Finlandia.

Motivazioni e paure del Giappone
GV8UG2aTTupiNDOYTZNOZHaV20kI giapponesi avevano validi motivi per espandersi in Asia. Uno, si era ancora nell’età degli imperi. Se i nazisti parlavano di Lebensraum (spazio vitale in più per i tedeschi dagli occhi azzurri) a occidente, dall’altra parte del globo il Giappone spacciava la sua Grande Asia Orientale-Sfera di coprosperità, un eufemismo per la propria versione di Lebensraum. Il secondo fattore furono le risorse naturali, tra cui il petrolio. L’Estremo Oriente della Russia, per esempio, essendo sotto-abitato, sotto-difeso e sovrabbondante di risorse, era semplicemente troppo allettante.
Essendo potenze sul Pacifico, Russia e Giappone erano rivali da decenni. Nella guerra russo-giapponese del 1905, il Giappone aveva affondato l’intera flotta russa che aveva imprudentemente circumnavigato il mondo dal Mar Baltico. Il Giappone aveva anche occupato Vladivostok durante la guerra civile russa. Ma dal 1930 la Russia risorse. Lo Stato Maggiore Generale Imperiale di Tokyo era particolarmente preoccupato per la minaccia dei sommergibili sovietici alle rotte giapponesi, e per la possibilità che i bombardieri sovietici di Vladivostok potessero colpire l’entroterra giapponese.
Il Giappone aveva due opzioni strategiche. Il Gruppo dei generali per l’Attacco a Nord dell’esercito giapponese voleva occupare la Siberia fino al Lago Bajkal, per via delle sue risorse. Il Gruppo per l’Attacco al Sud, sostenuto dalla Marina giapponese, cercava le ricche terre del sud-est asiatico, che erano sotto il dominio traballante di potenze europee come Gran Bretagna, Paesi Bassi e Francia.

Colpire in Cina e in Mongolia
Il Gruppo per l’Attacco a Nord prevalse. Nel 1937, i giapponesi, convinti che le purghe di Stalin del 1935-1937 avessero paralizzato il corpo degli ufficiali sovietici, entrarono in Cina. Il Paese era nel bel mezzo di una guerra civile e non avrebbe potuto reagire. L’invasione occupò rapidamente Shanghai e Nanchino, dove furono uccisi milioni di civili cinesi. I russi, temendo l’accerchiamento da parte del Giappone e della Germania, agirono rapidamente. Conclusero un trattato con la Cina, fornendo aiuti finanziari e militari; 450 piloti e tecnici e 225 aerei da guerra furono inviati in Cina nel 1937. Ma la vera posta in gioco venne puntata sulle steppe mongole. Nei mesi di luglio e agosto 1938, il Giappone e l’URSS si scontrarono ripetutamente al confine tra  Mongolia (alleato dei sovietici) e Manciuria. Dopo aspre battaglie aero-terrestri, i giapponesi infine decisero per lo scontro totale. Scelsero la zona remota del Khalkhin-Gol, il fiume tra la Mongolia e la Manciuria. Nel maggio 1939 i giapponesi occuparono la zona intorno al villaggio di Nomonhan, sperando di sfidare la Russia. L’esercito giapponese era fiducioso che la propria forza d’attacco avrebbe colpito il nemico “come la mannaia del macellaio smembra un pollo“.
Il comando delle forze sovietiche fu affidato a un generale relativamente sconosciuto, che era sfuggito alle sanguinose purghe di Stalin per puro caso. Questi era il 42enne Comandante di Corpo Georgij Zhukov. A metà agosto, Zhukov aveva raccolto 50.000 soldati, 216 pezzi di artiglieria e 498 veicoli blindati tra cui carri armati. Il supporto aereo era fornito da 581 velivoli. Alle 05:00 del 20 agosto 1939, Zhukov colpì. Iniziarono 200 bombardieri sovietici che martellarono le posizioni giapponesi. Quando i bombardieri si ritirarono, un massiccio sbarramento di artiglieria iniziò, durando quasi tre ore. Nel frattempo, gli aerei tornarono per un secondo bombardamento. Infine, Zhukov ordinò all’artiglieria un tiro di sbarramento di 15 minuti sui concentramenti delle truppe giapponesi. “I giapponesi erano rannicchiati nelle loro trincee sotto il bombardamento più pesante a cui qualsiasi unità giapponesi era mai stata sottoposta“, scrive Stuart D. Goldman in Nomonhan 1939: la vittoria dell’Armata Rossa che decise la seconda guerra mondiale. “L’artiglieria sparava 2-3 colpi al secondo. Terra e cielo pulsavano.”
Con la propria artiglieria eliminata, i giapponesi erano indifesi contro i carri armati dotati di lanciafiamme, che un ufficiale giapponese descrisse “sputare dardi rossi come lingue di serpenti“.  Un comandante d’artiglieria giapponese descrisse il bombardamento, riverberante come “i gong dell’inferno“. L’effetto, fisicamente e psicologicamente, fu sconvolgente. L’epilogo si ebbe quando i soldati giapponesi, traumatizzati, erano così a corto di acqua che per disperazione bevettero il liquido dei radiatori dei loro veicoli, immobilizzandoli. Ciò che seguì fu un assalto combinato. La fanteria sovietica attaccò il centro giapponese e i corazzati circondarono i fianchi giapponesi.  Nell’11.mo giorno della battaglia, la forza giapponese era decimata e circondata. Poche unità giapponesi riuscirono a rompere l’accerchiamento, ma coloro che rimasero furono finiti dagli attacchi aerei e dall’artiglieria. Il 16 settembre la guerra non dichiarata venne dichiarata finita.

Cambiare il corso della storia
Georgi-ZhukovKhalkhin-Gol ebbe due importanti risultati. Uno, assicurò le retrovie della Russia. I militaristi imperialisti del Giappone si resero conto di aver gravemente sottovalutato i sovietici. Non avrebbero mai più minacciato l’URSS. Ed infatti quando la Germania attaccò, i giapponesi, nonostante la tentazione e la pressione di Hitler, ne rimasero alla larga. Zhukov assicurò che la Germania e il Giappone non avessero mai la possibilità di collegare le loro aree conquistate attraverso la Russia. I militari sovietici, oberati, furono in grado di concentrare le proprie forze su un solo fronte. Poterono muovere 15 divisioni di fanteria, tre divisioni di cavalleria, 1.700 carri armati e 1.500 aerei dall’Estremo Oriente al fronte europeo. Questi rinforzi trasformarono l’andamento nella battaglia di Mosca nel 1941 (Ma non è vero! NdT). La battaglia catapultò Zhukov ai vertici militari sovietici. Molti dei suoi compagni di trincea a Khalkhin-Gol, in seguito, divennero importanti comandanti in tempo di guerra. S. I. Bogdanov, Capo di Stato Maggiore di Zhukov, continuò a comandare la Seconda Armata corazzata della Guardia, una delle formazioni meccanizzate d’élite che giocarono un ruolo importante nella sconfitta della Germania. Khalkhin-Gol dimostrò la fattibilità delle tattiche militari sovietiche. Un anno dopo aver contrattaccato respingendo i tedeschi da Mosca, Zhukov pianificò ed eseguì la sua offensiva nella battaglia di Stalingrado, utilizzando una tecnica simile a Khalkhin-Gol. In questa battaglia, le forze sovietiche mantennero il nemico al centro, costruendo una forza massiccia nelle zone inosservate, e lanciò un attacco a tenaglia intrappolando i tedeschi.
In secondo luogo, i pianificatori della guerra giapponesi cominciarono a guardare ai possedimenti coloniali inglesi, francesi e olandesi nel sud-est asiatico, che offrivano maggiori prospettive di espansione. Mentre gli eserciti europei venivano sonoramente battuti dalla Germania, il Gruppo per l’Attacco a Sud discese spazzando e occupando le loro colonie uno a uno, con la più spettacolare vittoria avutasi nella battaglia di Singapore, dove sconfissero 135.000 truppe inglesi. L’umiliazione degli ufficiali e dei soldati inglesi di fronte ai popoli asiatici assoggettati, giocò un ruolo enorme nel porre fine al colonialismo in Asia. La marcia d’inversione del Giappone, inoltre, lo gettò a capofitto nella guerra contro gli Stati Uniti, con il susseguente brillante, anche se in definitiva controproducente, attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941.
Il resto, come si dice, è storia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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