La Quinta Colonna islamista di Gaza diretta da Golfo e occidente: Egitto e Siria

Boutros Hussein e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 14 aprile 2014

331724_US-Saudi-ArabiaSe si vuole vedere il vicolo cieco del radicalismo taqfirista, allora basta osservare il mantra di odio e discordia a Gaza, perché questa realtà estraniata dice tutto sulla realtà internazionale di tale forma d’Islam. L’islamismo taqfirista non si preoccupa dell’identità nazionale, pertanto uccidere connazionali fa parte dell’attuale distruzione delle rispettive civiltà. Tale realtà significa che nazioni come USA, Francia, Israele, Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Regno Unito possono dirigerli manipolando vari ordini del giorno. Il risultato è che i “jihadisti internazionali” possono essere manipolati subito, mentre i “jihadisti interni” diventano la quinta colonna, come si vede in Afghanistan, Egitto, Iraq, Libia, Nigeria, Pakistan e Siria. In Egitto e in Siria i militanti islamici interni uccidono egiziani e siriani con gioia, perché la loro visione del mondo schizofrenica segue l’indottrinamento taqfirista e dei fratelli musulmani. Sarebbe stato impensabile, in passato, che i palestinesi desiderassero la jihad contro Egitto e Siria, piuttosto che occuparsi della questione palestinese. Tuttavia, i petrodollari del Golfo e la diffusione dell’ideologia salafita hanno modificato il panorama religioso e politico. Naturalmente, gli islamisti di Gaza non sono abbastanza potenti da cambiare gli eventi in Egitto e Siria. Nonostante ciò, è chiaro che gli islamisti di Gaza possono provocare caos nel Sinai e in Siria grazie ai rifornimenti di armi e partecipando al terrorismo. Allo stesso modo, se gli islamisti rispettano la melodia dei nuovi pifferai magici, continueranno a seminare altre divisioni. Ahimè, nella moderna Siria vari gruppi terroristici islamici taqfiristi, nel 2014 si massacrano a vicenda e ciò viene replicato in Afghanistan e in altre nazioni dove tale virus è libero. I petrodollari del Golfo seminano la frantumazione dei sunniti autoctoni, creando destabilizzazione, diffondendo settarismo, suscitando il terrorismo contro le minoranze non musulmane. USA, Francia, Israele, Turchia e Regno Unito “cavalcano tale tigre islamista” destabilizzando le nazioni che vogliono schiacciare. Naturalmente, l’Afghanistan fu il trampolino di lancio negli anni ’80 e primi anni ’90, ma l’evoluzione e la diffusione del salafismo è molto più potente oggi.
In Libia era necessaria la forza della NATO per bombardare e, naturalmente, agenti segreti erano  sul terreno alleati delle varie milizie e gruppi affiliati di al-Qaida. Allo stesso modo, in Siria è chiaro che gli affiliati di al-Qaida, i vari gruppi terroristici salafiti, collaborano con le potenze del Golfo e della NATO. Pertanto, in Libia e Siria sono principalmente i fratelli mussulmani, assieme ai jihadisti internazionali, che lavorano per USA, Francia, Israele, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito. Il colonnello Gheddafi in Libia non poteva mai prevedere che i libici avrebbero apertamente collaborato con le forze della NATO e che i jihadisti internazionali l’avrebbero ritenuto  un apostata. Eppure, la Libia è stata schiacciata tramite la manipolazione del malcontento interno  da parte di nazioni estere, le potenze della NATO e del Golfo e dalla terza trinità, da jihadisti internazionali e predicatori salafiti che istigano all’odio. La Siria affronta la stessa trinità, nonostante gli eventi sul campo siano assai diversi grazie alla persistenza delle Forze Armate della Siria ed altri fattori importanti. E’ interessante notare che mentre il caos abbonda in molte nazioni della cosiddetta “primavera araba”, che in realtà dovrebbe essere chiamata “cooperazione occidentale e del Golfo”, Israele e Arabia Saudita ne sono uscite indenni, mentre i jihadisti internazionali e militanti in Siria sono impegnati a combattere e uccidere in nome di Allah; è evidente che non si preoccupano d’Israele a sud e di Turchia e NATO a nord. Infatti, in più occasioni Israele ha bombardato la Siria e ciò non ha suscitati vere manifestazioni di massa, né convulsioni politiche in Medio Oriente. Allo stesso modo, è evidente che i gruppi affiliati ad al-Qaida siano notevolmente forti nel nord della Siria, potendo utilizzare la NATO in Turchia per i rifornimenti di armi.
In un video diretto ai militanti di Gaza, l’islamista shayq Ahmad Uwayda istiga all’odio verso la Siria, affermando che “è il momento del sangue e della distruzione, dell’invasione e delle battaglie“. Altre osservazioni nel video, durante la manifestazione a Gaza, sono dirette contro Egitto e Siria. Improvvisamente, il ruolo di NATO e Israele appare assai distante e chiaramente per gli intermediari delle potenze del Golfo ed occidentali, ciò è un risultato notevole. Dopo tutto, indica che l’Islam militante può essere usato come “cavallo di Troia” nella destabilizzazione interna. Pertanto, al momento giusto i jihadisti internazionali lavorano per le potenze del Golfo e occidentali. Uwayda ha dichiarato che in Egitto la “lancia dell’Islam punta al petto della spregevole laicità… Sei la nostra speranza che la shariah ritorni a ciò che era prima“.
Il Programma di studio sul terrorismo riferisce che “Post sulle bacheche jihadiste suggeriscono che ora è il momento per i jihadisti di attaccare l’Egitto per vendicarsi dell’esercito egiziano“. “Non è più possibile chiudere un occhio sul fatto ovvio che laici e miscredenti idolatri siano ostili all’Islam e gli  muovano guerra e odio“, ha detto Abdullah Muhammad Mahmud del gruppo jihadista Fondazione per gli studi e la ricerca Dawat al-Haq, scrivendo in un forum jihadista, come ha riportato il Long War Journal. “Se la jihad non viene dichiarata oggi per difendere la religione, quando lo sarà?” continuava: “I musulmani aspetteranno fin quando non verrà vietateo pregare nelle moschee?! Potranno attendere fino a quando la barba diventerà un’accusa punita con la reclusione?! Potranno aspettare fin quando i loro figli saranno nelle carceri a decine di migliaia, torturati, passandovi decine di anni della loro vita?” “O musulmani d’Egitto, se non fate la jihad oggi, allora è solo colpa vostra“. L’Egitto è molto più complesso, perché mentre Golfo e potenze occidentali hanno tutti governi anti-siriani, non succede lo stesso per questa nazione. Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo (tranne il Qatar pro-fratelli musulmani e terrorismo) sostengono finanziariamente l’Egitto perché temono di perdere la loro base di potere interna. Infatti, l’Arabia Saudita è contro l’ordine del giorno pro-fratelli musulmani dell’amministrazione Obama che ha provocato lo scontro tra Riyadh e Washington. Tuttavia, la questione della diffusione del salafismo è un problema reale per l’Egitto e altri Paesi come la Tunisia. Pertanto, i petrodollari del Golfo non devono poter diffondere l’ideologia islamista. In altre parole, i religiosi musulmani indigeni devono tendere allo spirito. Le questioni relative ai fratelli Musulmani devono essere risolte, perché tale movimento islamico vuole imporre la sua ideologia al popolo d’Egitto. Al-Ahram Weekly ha riferito nel periodo cruciale dell’anno scorso che: “Muhammad Guma, specialista di questioni palestinesi del Centro di studi politici e strategici al-Ahram, dice che mentre il “rapporto organico” tra Hamas e Fratellanza musulmana è da tempo noto, Hamas rischia di perdere quei legami mentre la brigata al-Qasam attraversa Gaza. Vi sono, dice Guma, differenze all’interno di Hamas su come rispondere agli sviluppi in Egitto. Alcuni nel movimento sollecitano moderazione ed evitano una retorica che possa essere vista come provocazione dall’esercito egiziano. La comparsa di un convoglio di al-Qasam, sostiene, suggerisce che tali voci perdono davanti allo zelo pro-fratellanza musulmana del contingente. Il governo di Hamas vede il Sinai come suo cortile di casa“, dice Guma, “un corridoio di sicurezza per armi e altre esigenze strategiche. Questo è il motivo per cui il movimento sostiene gli attacchi contro le forze di sicurezza egiziane nel Sinai. E spiega perché così tanti elementi palestinesi siano apertamente per le operazioni contro l’esercito“.
Il governo siriano nel frattempo lotta per la sua sopravvivenza contro la trinità blasfema contro questa nazione. Allo stesso modo, l’Egitto affronta convulsioni politiche interne e la minaccia terroristica nel Sinai e in altre parti del Paese. La Libia ha ceduto alla trinità e chiaramente la Siria affronta la stessa combinazione di forze, nonostante le situazioni interne siano molto diverse. Dopo tutto la Libia è stata solo “abbandonata ai lupi”, ma diverse potenti nazioni sostengono la Siria, nonostante il loro sostegno sia insufficiente rispetto a quello dei nemici della Siria. In altre parole, se le potenze del Golfo e occidentali decidono collettivamente la destabilizzazione, chiaramente le nazioni di Nord Africa e Medio Oriente vi sono assai vulnerabili. La grazia salvifica dell’Egitto è che la maggior parte delle nazioni del Golfo si oppone all’amministrazione di Obama, quando si tratta di essa. Tuttavia, la Siria non è così fortunata perché questa nazione affronta la manipolazione estera e la trinità brutale che rifiuta di andarsene. Gli islamisti di Gaza apertamente celebrano l’assassinio dei siriani e istigano all’odio contro questa nazione laica. In nessun punto mostrano la stessa volontà di morire contro Israele o la NATO in Turchia. Allo stesso modo, i jihadisti palestinesi taqfiristi sono coinvolti nella diffusione di terrorismo e caos nel Sinai, e più recentemente gli sciiti in Libano sono aggrediti dalle stesse forze che hanno abbandonato la causa palestinese. Pertanto, la schizofrenia islamista salafita è un ottimo strumento di USA, Francia, Israele, Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Regno Unito nel breve termine, nazioni che condividono la stessa visione.
Gli islamisti a Gaza ora esprimono odio principalmente contro la Siria, ma anche contro l’Egitto. Il Long War Journal ha riportato, lo scorso anno: “nel mercato aperto della jihad in Siria, i giovani islamci arrivano da ogni dove per combattere” contro il regime di Assad. L’autore stesso s’è vantato che “convogli di mujahidin” di Gaza si recano in Siria per combattere e che alcuni vi sono morti“. In altre parole, l’Islam militante è uno comodo strumento della manipolazione delle nazioni estere che desiderano cambiare il panorama politico e militare. Naturalmente, se l’Afghanistan e la Libia vengono visti nel lungo termine, proprio come la destabilizzazione dell’Iraq e le politiche autodistruttive del Pakistan, allora il lungo termine sarà molto diverso, a meno che non si sostengano Stati falliti, terrorismo, settarismo, misoginia e frantumazione religiosa e culturale.
Gli islamisti di Gaza sono solo un pezzo di un puzzle molto complesso. Tuttavia, se possono abbandonare la loro patria per uccidere altri musulmani e arabi, perseguitare minoranze religiose e partecipare alle politiche antisciite in Siria, allora ciò evidenzia la nuova forza sostenuta dal Golfo e dai circoli occidentali. Infatti, le nazioni estere non hanno bisogno di una presenza sul terreno come in Afghanistan e in Iraq. Invece, la trinità può fare tutto da lontano e, se è necessario un sostegno extra, allora si potenzieranno le ratlines assieme all’ulteriore indottrinamento salafita.

26cnd-hamas.600Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA in allerta per un possibile attacco nucleare

Gordon Duff  PressTV  – Reseau International

MIDEAST-ISRAEL-60 YEARS-NAVYGli Stati Uniti sono in allerta e hanno schierato mezzi militari sulla costa atlantica da New York a Charleston, per un attacco con missili da crociera o aerei a bassa quota. Tali misure di sicurezza rafforzate sono iniziate con l’inasprimento delle minacce d’Israele all’Iran, ma sono aumentate dopo la misteriosa scomparsa del Volo 370 delle Malaysia Airlines. Fonti ai vertici delle forze armate e dell’intelligence USA citano la possibilità di un attacco terroristico che vedrebbe anche l’uso di armi nucleari lanciate da un sottomarino. Tuttavia, il piano di cui siamo stati informati dovrebbe riguardare un aereo dirottato da imputare agli iraniani, come Joel Rosenberg ha detto in un’intervista con Greta Van Susteren su Fox News il 18 marzo. Secondo lui, gli iraniani avrebbero dirottato l’aereo per attaccare Israele. Gli Stati Uniti, tuttavia, ritengono che altri che non l’Iran valutino un attacco contro Stati Uniti e non Israele, con l’intenzione di incolpare l’Iran.
Ieri, il reporter investigativo Chris Bollyn ha fatto una scoperta sorprendente: “Secondo i rapporti di osservatori aeronautici, Israele ha un Boeing identico a quello delle Malaysia Airlines. Il Boeing 777-200 è di stanza a Tel Aviv dal novembre 2013. La sola differenza visibile tra l’aereo scomparso e quello di Tel Aviv sarebbe il numero di serie. Cosa pianificano gli israeliani con tale doppione dell’aereo delle Malaysia Airlines? Utilizzando il gemello che hanno in deposito, i cervelli del terrorismo potrebbero aver programmato un piano sinistro in cui l’aereo scomparso riappare per un atroce attacco sotto falsa bandiera. Il fatto che il pubblico sappia dell’esistenza dell’aereo gemello di Tel Aviv potrebbe impedire che tale piano malvagio abbia successo“. Dopo la pubblicazione dell’articolo dettagliato e motivato di Bollyn, Tel Aviv ha lanciato un’offensiva mediatica su larga scala. Tuttavia, fonti statunitensi dicono che tale operazione si sia rivoltata contro gli israeliani, ciò significa che se il loro ruolo nel caso dell’aereo scomparso non era mai stato menzionato prima, ora lo è certamente. Una fonte di alto rango ha detto: “Alla luce degli sforzi israeliani per il rilascio di Jonathan Pollard, compreso un ricatto manifesto, il deterioramento delle relazioni tra Israele e l’amministrazione Obama ha creato una situazione molto pericolosa. Israele potrebbe fare qualsiasi cosa“.

L’avvertimento di Obama al vertice sul nucleare
Il 25 marzo 2014 il presidente Obama ha partecipato al Vertice sulla sicurezza nucleare a L’Aia, Paesi Bassi. 53 capi di Stato vi hanno partecipato. Il primo ministro d’Israele Netanyahu non era presente. Era il 3° Summit sulla sicurezza nucleare boicottato da Israele finora. Alla conferenza stampa di chiusura, il primo ministro olandese Mark Rutte aveva appena finito di congratularsi con l’Iran sulla cooperazione, lodando gli Stati Uniti per il loro successo diplomatico. Rutte fece il seguente annuncio accanto al presidente Obama: “...Si fanno progressi. Prendete l’Iran. Ho parlato con il Presidente Ruhani a Davos al World Economic Forum di gennaio. Ora abbiamo accordi provvisori. Potendo parlare con il Presidente Rouhani, sono il primo leader olandese, da oltre 30 anni, a poter discutere con il leader iraniano; è stato possibile solo grazie agli accordi interinali che sembrano reggere. Gli USA hanno la leadership anche qui“. Poi, il presidente Obama ha detto: “Quando si tratta della nostra sicurezza, continuo ad essere molto più preoccupato dalla prospettiva di un’arma nucleare fatta esplodere a Manhattan“. Normalmente, un tale avvertimento sembrerebbe meno inquietante, ma non viviamo in tempi normali.

Misure speciali
Il dispiegamento prevede velivoli AWACS (Airborne Warning and Control), sistemi di difesa missilistica navali AEGIS e sistemi per la difesa contro missili da crociera JLENS montati su aerostati. Non è inusuale che le navi AEGIS siano dispiegate al largo. È una procedura standard per usare gli AEGIS a difesa di New York e Washington fin dagli “errori procedurali” del NORAD durante l’11/9. Tuttavia, i sistemi AEGIS che furono assegnati a sostegno dell’”Iron Dome“, il famoso sistema di difesa missilistica di Israele, ora non lo sono più. Questo cambiamento indica una o più modifiche nella politica strategica degli Stati Uniti:
• La minaccia di un attacco preventivo contro Israele da parte dell’Iran è considerata inesistente.
• I ritiro dei sistemi dall’”Iron Dome” offre agli Stati Uniti la leva necessaria per rinnovare i colloqui con i palestinesi.
• Gli Stati Uniti riconoscono le relazioni pericolose esistenti tra le fazioni estremiste in Israele e negli Stati Uniti, capaci di azioni come il terrorismo nucleare contro le due nazioni.

Alcune teorie del complotto sulla chiusura delle ambasciate
Nel 2010, lo storico israeliano Martin van Creveld dichiarò che Israele era pronto ad usare armi nucleari contro le capitali del mondo, se “lo Stato ebraico” fosse minacciato. Creveld, che sostiene il ritiro d’Israele nei confini del 1967, è un professore rispettato e pragmatico, e non avrebbe fatti minacce. Avrebbe tentato, a suo modo, d’informare il mondo di una tale possibilità. Quattro giorni fa il ministero degli Esteri israeliano ha chiuso tutte le ambasciate a causa di una controversia salariale con un sindacato. Anche se questo può essere vero, altri “meno fiduciosi” citano la vecchia diceria che vuole Israele aver accumulato armi nucleari in tutte le sue ambasciate. Le armi nucleari tra le altre cose emettono fotoni ad alta energia, il SNM (materiale nucleare speciale) è rilevabile dai sensori satellitari, anche se depositato in un contenitore schermato. Le fonti dicono che “SNM” è stato rilevato in ambasciate e consolati israeliani. Si tratta in realtà di un piano di guerra che include attacchi simultanei ad ambasciate e consolati nel mondo della nazione obiettivo. Anche se nessuna specifica menzione d’Israele viene fatta, l’”opzione Sansone” è l’infame piano israeliano per “trascinare il mondo” in caso di minacce, facendo pensare alle dichiarazioni enigmatiche Creveld. Così, con la misteriosa chiusura degli impianti israeliani in tutto il mondo, i cospirazionisti credono che tali strutture contengano armi nucleari “apocalittiche”.
Altri fattori utilizzati per costruire un mosaico realistico della minaccia:
- La indiscriminate accuse d’Israele sul ruolo dell’Iran nel dirottamento del Volo 370 delle Malaysia Airlines
- Gli Stati Uniti adottano livelli DEFCON che non si vedevano dalla crisi dei missili di Cuba
- L’aumento delle minacce israeliane di attacco preventivo contro l’Iran
- la richiesta di alcuni parlamentari degli Stati Uniti per un attacco nucleare contro l’Iran
- La rimozione di oltre il 70% del personale del comando armamenti nucleari negli Stati Uniti, per “cattiva condotta”.

Il silenzio è d’oro
Assediato da tutte le parti, Israele aveva la possibilità di esercitare moderazione intelligente e diplomazia in risposta all’inaudita condanna globale senza. Tuttavia, ha scelto di usare ogni opzione immaginabile per aumentare non solo disprezzo ed isolamento, ma anche per farsi vedere come ostile ed irresponsabile il più possibile. Ci si può chiedere se tale politica sia volta ad unire gli ebrei dietro gli errori di tali suicidi israeliani piuttosto che per supportare lo “Stato ebraico”.

jlens-0713-deTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli amici fascisti del Mossad: l’Ucraina cade sotto il pugno dei bankster

Dean Henderson 4 marzo 20141620588Con i loro terroristi di al-Qaida sonoramente sconfitti dalle forze di Hezbollah in Siria, i bankster Illuminati della City di Londra guardano all’Ucraina ricca di risorse. Sapevano che il presidente russo Vladimir Putin sarebbe stato distratto dalle Olimpiadi di Sochi, insieme alla serie di minacce e propaganda lanciata dai demoniaci sion-fascisti e dai loro cagnetti mediatici occidentali. Con  tempo e denaro illimitato a disposizione, è il modus operandi dei bankster. Attaccano laddove vedono opportunità, si ritirano quando sconfitti, poi attaccano in un’altra regione del pianeta dopo pochi giorni cercando vulnerabilità e risorse. L’Ucraina ha dichiarato l’indipendenza dall’ex-Unione Sovietica nel 1991. Nel 2004-2005 le ONG occidentali aiutarono gli agenti di CIA/Mossad/MI6 ad inscenare la fasulla rivoluzione arancione. Victor Jushenko divenne primo ministro, ma fu avvelenato durante la campagna. I media occidentali incolparono i russi, ma probabilmente fu un’operazione del Mossad per sostituirlo con la più bankster-friendly miliardaria di destra Julija Tymoshenko. Tymoshenko aveva co-diretto la rivoluzione arancione ed era una delle persone più ricche dell’Ucraina. Nel 2005 Forbes la nominò la terza donna più potente del mondo. Nel 2007 si recò negli Stati Uniti per incontrare il vicepresidente Dick Cheney e la consigliera della sicurezza nazionale Condaleeza Rice per parlare di energia. Tymoshenko divenne ricca quando era dirigente di una società del gas. L’Ucraina venne infilata nell’Energy Policy Task Force di Cheney, che l’aprì al mondo non regolamentato dell’esplorazione di petrolio e gas, compreso il fracking. Tymoshenko privatizzò oltre 300 industrie statali durante il suo dominio, ma il popolo ucraino sentì puzza di ratto. Nel 2010 votò Primo ministro Viktor Janukovich con il 48% dei voti. Il suo Partito delle Regioni sconfisse di nuovo il partito Patria di Tymoshenko nelle elezioni parlamentari del 2012. Tymoshenko fu condannata per appropriazione indebita di fondi statali e abuso di potere. Ebbe una condanna di soli sette anni e una multa di 188 milioni di dollari per i crimini compiuti nell’industria  del gas. Due settimane fa Tymoshenko è stata scarcerata nell’ambito di un accordo trovato in una riunione segreta tra Janukovych e funzionari UE, NATO e russi, come segnalato da William Engdahl in un articolo per Veterans Today. Poco dopo il suo rilascio si scatenò l’inferno.

Gli amici fascisti del Mossad
Il 22 febbraio, dei cecchini aprirono il fuoco dai tetti sulla piazza di Kiev. Engdahl dice che tali cecchini erano membri di una cellula terroristica fascista denominata Assemblea nazionale ucraina- autodifesa del popolo ucraino (UNA-UNSO). Guidati da Andrej Shkil, il gruppo ha legami con il Partito nazionaldemocratico tedesco neo-nazista. Secondo fonti d’intelligence di Engdahl, UNA-UNSO è una cellula segreta di Gladio della NATO e fu coinvolta nei conflitti dalla Georgia al Kosovo alla Cecenia, nell’ambito della strategia della tensione contro la Russia. Shkil ha anche legami diretti con Tymoshenko, così come con l’appena insediato primo ministro Aleksandr Turchinov, predicatore battista ed ex-consigliere di Tymoshenko andato al potere dopo che Janukovich era fuggito in Russia per le minacce alla vita. Nel 2006 i pubblici ministeri aprirono un procedimento penale contro Turchinov, accusato di distruggere i dossier che provavano i legami di Tymoshenko con il capo della criminalità organizzata Semjon Mogilevich. Con Turchinov primo ministro, l’Ucraina è ora in pugno ai criminali fascisti organizzati noti come Fazione Destra.
Non è stata una sorpresa, quindi, quando Press TV ha riferito che sia Haaretz che Times of Israel si vantano apertamente di come un gruppo di “ex” soldati israeliani, conosciuti come i caschi blu di Maidan, avessero guidato i “manifestanti” della piazza di Kiev sotto la direzione di un uomo dal nome in codice Delta. Secondo Paul Craig Roberts tali “manifestanti” erano pagati da UE e USA. Un colpo di Stato del Mossad ha messo al potere Fazione Destra, eliminando le voci più moderate, finanziato e sostenuto dagli Stati Uniti, come rivelato nell’ormai famigerato video di YouTube che mostra l’assistente del segretario di Stato Victoria Nuland discutere con l’ambasciatore statunitense in Ucraina Geoffrey Pyatt (entrambi agenti israeliani nel dipartimento di Stato USA), mentre cercano d’installare un primo ministro ucraino una volta sbarazzatisi di Janukovich.

Rubare risorse
Come al solito questo putsch dei bankster di Rothschild riguarda le risorse. L’Ucraina è in una posizione geografica altamente strategica, tra il Mar Nero e il Mar d’Azov. L’Ucraina è il granaio dell’emisfero orientale. Nel 2011 fu il 3.zo maggiore esportatore di grano del mondo. E’ tra i primi 10 Paesi al mondo per terreni agricoli. L’Ucraina è la 2.nda maggiore potenza militare in Europa dopo la Russia e la NATO, strumento dei Rothschild, non vorrebbe niente di meglio che scacciare la Flotta russa del Mar Nero, da Sebastopoli, un simbolo della potenza navale russa fin dal 18.mo secolo. L’Ucraina ha vasti giacimenti di gas naturale, un’industria avanzata ed è un crocevia altamente strategico per gli oleodotti e gasdotti che collegano i giacimenti dei Quattro Cavalieri nel Mar Caspio ai consumatori europei. Nel 2009 una disputa tra Putin e Tymoshenko sulle forniture di gas trans-ucraine della Russia provò l’enorme picco dei prezzi del gas in Europa. Nell’ottobre 2013, il FMI incontrò i funzionari ucraini per discutere della presunta “crisi di bilancio” del Paese. Il braccio armato dei bankster chiese che l’Ucraina raddoppiasse i prezzi al consumo del gas e dell’energia elettrica, svalutasse la propria moneta, tagliasse i finanziamenti statali a scuole e anziani ed eliminasse il divieto di vendita dei suoi ricchi terreni agricoli agli stranieri. In cambio di ciò, l’Ucraina ebbe promessi 4 miseri miliardi di dollari. Janukovich disse al FMI di sparire e la Russia subito intervenne promettendo energia più economica e dichiarando che avrebbe comprato 15 miliardi di dollari in obbligazioni ucraine. Janukovich era ormai sulla lista nera dei bankster, e il resto è storia.
La Russia ha risposto al colpo di Stato ucraino inviando truppe in Crimea per proteggere la  popolazione russofona e la Flotta del Mar Nero. Fu qui che 160 anni fa Caterina la Grande lanciò la grande campagna per togliere la Crimea ai sultani ottomani. Durante la seconda guerra mondiale i tartari di Crimea collaborarono con Hitler nella breve occupazione della regione, prima che Stalin li sconfiggesse ed espellesse i separatisti tartari. Molti non fecero ritorno. In questo dramma, i media occidentali al servizio dei bankster cercavano di creare una qualche forma di “crisi umanitaria” che coinvolgesse i tartari, per aumentare i problemi in Crimea. Ma i russi hanno risposto rapidamente, così come i media alternativi. Non siamo ai bei vecchi tempi in cui i colpi dei bankster erano indiscussi e inosservati. Il popolo ucraino non sosterrà tali fascisti a lungo. Ha visto le vuote promesse avanzate dall’ultima “manifestazione” dei bankster, la rivoluzione arancione. Ne sa abbastanza della cosa. La demoniaca City di Londra dei bankster Illuminati può avere tempo e denaro illimitato. Ma le persone si svegliano. Lo spirito umano ha un potenziale illimitato. Siamo molto più vicini all’inizio di questa storia che alla fine.

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Siria: Nuovo piano di attacco contro Damasco?

Rafiq Nasrallah TV al-Itijah 19/02/2014 – Reseau International
Trascrizione e traduzione di Muna Alno-Naqal
1174903Con il titolo “I capi spioni si riuniscono per discutere della Siria” per la penna di David Ignatius [1], sul Washington Post del 19 febbraio, apprendiamo che i capi dei servizi segreti arabi e occidentali si sono incontrati a Washington, per due giorni di conclave la scorsa settimana, parallelamente alla convocazione della seconda sessione della Conferenza di Ginevra 2 per la pace in Siria… Non c’era che il bel mondo da Turchia, Qatar, Giordania e altre potenze regionali “che sostiene” i terroristi che massacrano la Siria e i siriani, ma che descrive, come si deve, quali “ribelli”! Ciò sotto i buoni auspici del principe Muhammad bin Nayaf, ministro degli Interni saudita, destinato a sostituire il principe Bandar bin Sultan nel coordinare “la politica contro il terrorismo nel regno“, operazione in stretto collegamento con la CIA ed altri servizi segreti occidentali. In breve, è il tentativo di rafforzare la debolezza della cosiddetta “opposizione moderata“, che perde terreno rispetto le forze lealiste e i “combattenti jihadisti vicini ad al-Qaida“. Di qui la necessità di un serio dibattito sull’opportunità di fornire altre armi moderne, come missili antiaerei, che i sauditi possiedono e sarebbero disposti ad inviare, con l’unica condizione di essere sostenuti dall’amministrazione Obama, che sarebbe riluttante…! Secondo Ignatius, è troppo presto per dire se le decisioni del conclave siano puramente “estetiche” o presagiscano cambiamenti reali sul campo di battaglia. In ogni caso, la CIA cerca di organizzare l’addestramento di tali cosiddetti combattenti “moderati”. Così nei campi di addestramento, principalmente in Giordania, da cui escono circa 250 combattenti al mese, più di 1000 combattenti hanno già beneficiato di tale programma… il Paese arabo ha esortato gli Stati Uniti a raddoppiare il numero di reclute, ma le autorità statunitensi vogliono assicurarsi che le “forze ribelli” possano assorbire ulteriori combattenti… Queste le informazioni fornite da Ignatius come “opinioni”. Ma si tratta di una semplice opinione o di certezza? Infatti, fonti attendibili continuano a dire che i Paesi della NATO e loro alleati, in preda alla disperazione, considerano la “soluzione militare”, nonostante ciò che dice John Kerry [2]. Qui riportiamo un’informazione divulgata direttamente da Rafiq Nasrallah, eminente giornalista e direttore del Media Training Center di Beirut, che ha più volte definito la Siria, dall’inizio della cosiddetta primavera araba, “ultimo baluardo contro il caos“[3]. Questo, in un programma televisivo dedicato all’odioso doppio attentato che ha insanguinato, quello stesso giorno, la regione di Bir Hassan [4] di Beirut. [NdT].

[...]
Rafiq Nasrallah: Vorrei cominciare da informazioni di estrema importanza sulla situazione in Siria. Se permettete, vorrei leggere i miei appunti. Spero che i fratelli siriani che mi ascoltano non credano che teorizzo, ed è probabile che le mie informazioni siano già in loro possesso. Comunque, sono molto precise e ruotano intorno a ciò che dovrebbe accadere dal nord della Giordania verso Damasco, argomento di cui ho parlato quasi ogni giorno per tre mesi!

Tawfiq Shuman: a chi interessa la cosa
Rafiq Nasrallah: Per chi è interessato all’argomento.

Tawfiq Shuman: Vada avanti, per favore
Rafiq Nasrallah: RM = Rihab Massud. Attualmente è il vicecapo dell’intelligence saudita dopo esser stato assegnato all’ambasciata (saudita) a Washington. Fu lui che ha seguito l’addestramento di 7000 mercenari che hanno raggiunto gli altri 5000 nel nord della Giordania, dopo essere stati muniti di blindati, già decorati con slogan delle varie brigate d’”opposizione”, per entrare a Damasco!

Tawfiq Shuman: Dalla provincia di Dara?
Rafiq Nasrallah: Sì … Quest’uomo è andato a Riyadh ieri ed ha informato le autorità competenti del momento (dell’attacco)… dell’ora H! Poi si decise che l’attacco avrebbe avuto luogo durante la seconda sessione di Ginevra 2, per porre la delegazione (della Repubblica araba) siriana davanti al fatto compiuto… Attacco che non si è verificato per motivi logistici. Non voglio dire l’ora esatta, anche se le mie informazioni sono molto accurate. Ma devo dire che tale attacco è imminente (termine esatto: l’ora è sul palmo della mano).

Tawfiq Shuman: infatti, ieri o il giorno prima, abbiamo sentito che l’”opposizione” era pronta ad assaltare Damasco.
Rafiq Nasrallah: Attenzione! L’attacco sarà effettuato dal confine sud-occidentale della regione: da Dara, al-Qunaytra e poi dal confine… Più precisamente da Sahm al-Julan e al-Nafia verso la provincia di Qunaytra e, da lì, una deviazione ad est per convergere sul punto dell’”avanzata terrestre” partita da sud-est, da al-Samad e Maniya. Non so se questi nomi siano corretti, perché non conosco la zona.

Tawfiq Shuman: Coloro che sono interessati, lo sapranno!
Rafiq Nasrallah: Sì… questo fino al “corso d’acqua” a est di Damasco, per poi tentare di irrompere nella capitale! In questa fase, chi li attenderà sul terreno? Quali cellule (dormienti)? Che sfrutteranno le riconciliazioni che hanno avuto luogo? Come? Non posso parlarne. Ma tale è la situazione. (I mercenari) hanno veicoli blindati, nuove armi, missili antiaerei, artiglieria, logistica e soprattutto l’”interferenza israeliana”. Infatti, l’apertura dei valichi tra il Golan occupato e la Siria dovrebbe far entrare i feriti da curare (in Israele), e il resto… beh abbiamo assistito al “test” di ieri! [5?]. E’ attraverso queste informazioni che ho voluto affrontare la questione, solo per la storia e la geografia!

Tawfiq Shuman: L’informazione certamente è arrivata… a chi è interessato! Ha detto Rihab Massud?
Rafiq Nasrallah: Sì… Rihab Massud. Non ho avuto queste informazioni da un qualsiasi servizio d’intelligence, ma da fonti specifiche dei Paesi del Golfo. Questo è l’ultimo attacco pianificato su Damasco. Dopo di che, la crisi siriana prenderà una direzione diversa (se l’attacco ha successo o fallisce). Se l’attacco fallisce, ci saranno le elezioni presidenziali… Ora è chiaro che i russi sono consapevoli di ciò, e dovreste puntare il vostro obiettivo sul “perché della tempistica” degli eventi in Ucraina, per distrarli e anche sulle riconciliazioni verificatesi ieri [6]. Si tratta di tempistica!  “Riconciliazioni trappole” di cui ci parlano i media in modo piuttosto ingenuo: un barbuto accanto ad un ufficiale dell’Esercito nazionale siriano! Certo, la riconciliazione è desiderabile per fermare il sangue che scorre, dato che prima o poi, gli inviati ritorneranno al tavolo (delle trattative) e trepideranno prima di apporre le loro firme sui documenti, mentre i martiri saranno morti… come in tutte le guerre!

Tawfiq Shuman: Le riconciliazioni di Babila… infatti, con una barba fino al petto!
Rafiq Nasrallah: Sì… Il tizio è lì come se nulla fosse accaduto, come se tutto fosse normale!

Tawfiq Shuman: E una foto dell’Agence France Presse…
Rafiq Nasrallah: ho detto che la riconciliazione deve avvenire, ma senza offendere i parenti delle vittime il cui sangue non si è ancora asciugato, o il cui corpo non è stato identificato… So che alcuni (siriani) saranno arrabbiati nel sentirmelo dire così. Ma lo dico perché ci tengo a loro!

Note:
[1] Spymasters gather to discuss Syria
[2] John Kerry sur la Syrie: “Il n’y a pas de solution militaire, nous sommes tous d’accord là-dessus”
[3] Syrie: Dernier rempart face au chaos?
[4] Beyrouth: Double attentat suicide contre le Centre culturel iranien
[5]PM Netanyahu Visits IDF Base Treating Wounded from Syria
[6] Photos de la réconciliation à Babillah en banlieue de Damas

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le priorità di Israele e Arabia Saudita in Siria. Militarismo coperto e “libanizzazione”

Phil Greaves Global Research, 18 febbraio 2014

1505520Gli attuali sviluppi sia all’interno che all’esterno della Siria mostrano che i principali mandanti della guerriglia estremista, cioè Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Arabia Saudita, Qatar, Quwayt, Israele e Turchia, non sono ancora pronti a gettare la spugna. Si poteva pensare che l’amministrazione Obama avese deciso di abbandonare la politica del cambio di regime a seguito del fallito tentativo d’incitare l’intervento, attraverso il casus belli delle armi chimiche di agosto. Ma la dura realtà resta che tale alleanza difatti continua il suo segreto sostegno militare alla rivolta, in una forma o nell’altra, nella piena consapevolezza che la stragrande maggioranza dei ribelli fondamentalisti ha  un’agenda settaria e si oppose con veemenza a qualsiasi forma di democrazia e pluralismo politico.  In primo luogo, il sostegno continuo è un prodotto della strategia globale della Full Spectrum Dominance dell’impero statunitense sulle regioni strategiche e ricche di risorse nel globo, attraverso  sovversione, aggressione economica e militare, politiche imposte in misura diversa ad ogni Stato disposto ad accettare la piena subordinazione agli Stati Uniti. Tale atteggiamento aggressivo degli Stati Uniti non è affatto esclusivo dei periodi di tensione o crisi accentuate, è permanente, portato al culmine delle violenze attraverso un opportunismo machiavellico. Nel caso della Siria, le rivolte arabe hanno dato a Stati Uniti ed alleati la copertura perfetta per avviare i piani sovversivi su cui  lavoravano almeno dal 2006. La possibilità di eliminare un governo ostile che rifiuta i diktat statunitensi/israeliani era semplicemente troppo bella per perderla. Di conseguenza, quasi subito, gli Stati Uniti hanno tentato di agevolare e sostenere gli elementi violenti in Siria, mentre i suoi media cercano di confonderli con i legittimi manifestanti locali.
Dato che gli Stati Uniti hanno preso la decisione sconsiderata di sostenere, ampliare e istigare i militanti, la politica è miseramente fallita. Chiaramente, dal tono usato da diplomatici e propagandisti occidentali dello slogan, spesso ripetuto, dei “giorni di Assad sono contati”, si aspettavano un cambio di regime rapido. Tali desideri in gran parte si basavano sull’arroganza e la speranza statunitensi che lo scenario della No Fly Zone in Libia avrebbe guidato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Contrariamente a tali desideri, l’irritazione di Russia e Cina per la distruzione della Libia e l’assassinio di Gheddafi per mano della NATO, ha fatto sì che simili decisioni sulla Siria affrontassero un veto immediato. A sua volta, ciò s’è dimostrato una svolta nel rapporto odierno tra i membri permanenti del consiglio di sicurezza, le cui conseguenze devono ancora materializzarsi. Inoltre, s’è rivelata una svolta nella crisi siriana, sapendo che Russia e Cina bloccavano eventuali tentativi di dare alla NATO una seconda possibilità di essere l’aeronautica di al-Qaida, gli Stati Uniti ancora una volta hanno scelto la politica del militarismo occulto, aumentando drasticamente i fondi e le armi ai ribelli, in parallelo alle campagne d’istigazione settarie abbracciate dai clericali salafiti-wahhabiti del Golfo, nella speranza che potessero rovesciare l’esercito siriano con il terrorismo e una brutale guerra settaria di logoramento. In conseguenza della mancata rimozione di Assad o della distruzione del governo siriano e del suo apparato, l’amministrazione Obama, riluttante e politicamente incapace d’impegnarsi in un’aperta aggressione, impiega la strategia della realpolitik, utilizzando principalmente il militarismo occulto per placare i desideri dei falchi neoconservatori del Congresso, e le zelanti influenze regionali di Riyadh e Tel Aviv, evitando la possibilità di essere trascinato in un altro intervento militare palese. A sua volta, tale strategia a doppio taglio alimenta la falsa idea pubblica sull’impero statunitense, che pseudo-pragmatici e propagandisti neoliberisti sono così ansiosi di sostenere, così fondamentale per l’impero USA; e cioè che sia una forza intrinsecamente altruista, un arbitro globale che a malincuore sovverte, invade, bombarda e interviene negli affari di nazioni sovrane per il bene dell’umanità. Finché tale falsa percezione viene confermata, l’ampio margine della farsa grottesca della realpolitik, del militarismo occulto e del terrorismo di Stato degli Stati Uniti non diminuirà. Chiaramente, l’impero degli Stati Uniti non ha alcun fretta di por termine allo spargimento di sangue in Siria, le sue priorità fin dall’inizio del 2011 sono rimuovere, o almeno indebolire gravemente, il governo e lo Stato siriani, a prescindere dalle conseguenze per la popolazione civile.
Utilizzando il controllo statale del flusso di armi e finanziamenti, e quindi la forza e capacità della rivolta nel complesso, l’amministrazione Obama ha impiegato inutilmente la tattica della carota e del bastone, nel tentativo di fare pressione sul governo siriano durante i negoziati in corso, affinchè aderisse alle pretese degli Stati Uniti e rinunciasse alla propria sovranità verso l’alleanza guidata dagli USA, sia sulla Siria che sui suoi primi alleati internazionali Russia e Iran, nella piena consapevolezza che i ribelli non hanno legittimità interna e la forza per cacciare Assad o sconfiggere l’esercito siriano. Recenti rapporti alludono al bastone democratico degli Stati Uniti, nella sua più recente forma di “nuove” e ampliate forniture di armi ai ribelli, compresi presumibilmente i MANPADS. Ciò avviene nei retroscena dei fallimentari colloqui di “pace” a Ginevra e può essere interpretato come risultato diretto del fallimento di Washington nel far valere i propri obiettivi: il bastone è la riserva infinita di terrorismo di Stato, la carota è il rubinetto aperto. Se i “nuovi” rifornimenti di armi effettivamente potenzieranno i ribelli danneggiando il governo siriano, resta da vedere, ed è assai improbabile in questa fase con l’esercito siriano che avanza nelle montagne del Qalamun liberando la città in mano ai ribelli di Yabrud, a sua volta garante del vitale traffico logistico dal Libano. L’esito probabile dell’aumento del flusso di armi ai ribelli nel sud, come dimostra sempre la militarizzazione istigata dagli USA, sarà la ripetizione degli stessi risultati devastanti: altri profughi, inasprendo la già critica crisi dei rifugiati, ulteriore distruzione delle infrastrutture civili da parte dei ribelli, ulteriori carenze di cibo e di servizi, e molte altre vite perdute.

“Libanizzazione”, sostituto del cambio di regime?
Come dimostra la situazione, se Stati Uniti e loro alleati potranno rimuovere il governo siriano tramite la forza degli ascari, senza l’intervento occidentale militare sempre più impopolare, e la posizione di Assad e il sostegno interno rimangono saldi, la strategia della libanizzazione potrebbe essere il sostituto “ottimale”, su cui Stati Uniti e alleati ora lavorano. Incoraggiare, istigare e incitare la divisione tra gli arabi è stata la strategia a lungo termine dell’entità sionista da quando i colonialisti usurparono la terra palestinese nel 1948, con un atto specifico volto a fomentare il conflitto settario. La strategia della divisione è diretta contro qualsiasi Stato o governo arabo che si rifiuti di rispettare le pretese sioniste. L’ormai famoso stratega israeliano Oded Yinon, con “Una strategia per Israele negli anni ’80“, il Piano Yinon, fornisce forse il resoconto più chiaro delle intenzioni d’Israele verso i suoi vicini arabi: “La disintegrazione totale del Libano in cinque regioni è il precedente per tutto il mondo arabo… La dissoluzione della Siria, e più tardi dell’Iraq, in distretti etnico-religiosi sull’esempio del Libano è il principale obiettivo a lungo termine d’Israele nel Vicino oriente. L’attuale indebolimento militare di questi Stati è l’obiettivo a corto termine. La Siria si disintegrerà in diversi Stati dalla struttura etnica e religiosa… Come risultato, ci saranno uno Stato sciita alawita, la regione di Aleppo sarà sunnita, quella di Damasco sarà un altro Stato ostile a quello settentrionale. I drusi, anche quelli del Golan, dovrebbero creare lo Stato di Hauran nel nord della Giordania… e il ricco in petrolio, ma molto travagliato internamente Iraq, sono certamente degli obiettivi per Israele… Ogni tipo di confronto inter-arabo… accelererà il raggiungimento dell’obiettivo supremo, disintegrare l’Iraq come la Siria e il Libano”.
In tale contesto, non può essere un caso che il segretario di Stato degli USA John Kerry stia disperatamente perseguendo un fatto compiuto con l’autorità palestinese (PA). Contrariamente alla nauseante rappresentazione mediatica degli Stati Uniti quali pacificatori imparziali, il desiderio di Kerry di perseguire un “accordo” in questo momento è diretta conseguenza del conflitto siriano, e delle divisioni nel campo delle resistenza che ha creato. Stati Uniti e Israele ora cercano d’imporre un “accordo di pace” pro-israeliano con la corrotta PA che inevitabilmente sarà fallimentare e contrario agli interessi palestinesi. Fedele alleata della resistenza palestinese, attualmente impantanata nella lotta ideologica di al-Qaida e a disinnescare le auto-bombe per Dahiyah, la Siria non può sostenere i palestinesi contro Israele nel momento del bisogno; e Stati Uniti e Israele ne approfittano per isolare la resistenza palestinese dai pochi Stati e attori arabi da cui riceve supporto.  Nel suo ultimo discorso, il segretario generale di Hezbollah Sayad Hasan Nasrallah ha ricordato ai suoi ascoltatori questo problema cruciale: “Il governo statunitense cerca, insieme all’amministrazione sionista di mettere fine alla causa palestinese, e ritiene che questo sia il momento migliore per farlo, perché il mondo arabo e islamico è assente oggi, e ogni Paese è occupato dai propri problemi“. In modo simile, gli Stati Uniti utilizzano il conflitto siriano come leva contro l’Iran nei negoziati nucleari, nei continui tentativi di Washington per pacificare e subordinare un Iran indipendente, che indubbiamente svolge un ruolo importante nella politica degli Stati Uniti sulla Siria, forse con ruolo di definizione. Di conseguenza, i contrasti palestinesi e iraniani con Israele e Stati Uniti ora, come sempre, rientrano in qualche misura nei calcoli degli Stati Uniti, indissolubilmente legati alla soluzione della crisi siriana.
In realtà, la gioia evidente d’Israele per la distruzione della Siria e la preferenza evidente per la rimozione di Assad e del governo siriano, con la devastazione che comporterebbe, si dimostrano difficili da nascondere. Promuovendo il punto, uno dei tanti esempi di collusione Israele-ribelli appare nel recente articolo di National (che falsamente presenta i ribelli che “raggiungono” Israele come apparentemente “moderati”) sull’invio di centinaia di ribelli a curarsi negli ospedali israeliani e poi rispediti in Siria con 1000 dollari. Israele ha compiuto ulteriori sforzi per consolidare i contatti con i ribelli nel sud, indipendentemente dal fondamentalismo, e collaborato con le fazioni ribelli nei bombardamenti israeliani su Lataqia e Damasco. Nel debole tentativo di mascherare tale collusione, i propagandisti israeliani diffondono attivamente disinformazione, secondo cui Israele aiuta la comunità drusa nel sud della Siria, ma la comunità drusa è saldamente alleata al governo siriano. In realtà, i tentativi israeliani di coltivare i rapporti con le comunità dei ribelli del sud, dovrebbero essere visti correttamente come tentativi di creare forze “confinarie” presso le alture occupate del Golan, a sostegno del furto di terre per le aspirazioni espansionistiche dei sionisti. Di conseguenza, la neutralità fraudolenta d’Israele viene completamente svelata dalla sua collusione con i ribelli, a proprio vantaggio, e nella palese aggressione contro l’esercito siriano. Vi sono molte altre indicazioni secondo cui fazioni prominenti dell’alleanza degli Stati Uniti preferiscono e incoraggiano tali divisioni, in particolare Israele, ma la semplice logica indica che l’Arabia Saudita, il maggiore partner strategico regionale d’Israele e l’attore nell’alleanza statunitense che possiede la maggiore influenza e volontà politica nel sostenere i fondamentalisti e il terrorismo, approverebbe la disintegrazione dello Stato siriano, vedendolo in primo luogo come un colpo all’”espansione sciita”. La fissazione saudita e del Golfo sul settarismo, maschera i conflitti essenzialmente politici, ed inoltre è volutamente costruita per intensificare la strategia della divisione delle società plurali religiose ed etniche, come evidenziato da quasi tutti gli ascari sguinzagliati dai Paesi fondamentalisti del Golfo, come recentemente in Libia. Eppure anche i sauditi hanno dei limiti di capacità e decisione, essendo in ultima analisi legati alla generosità militare e alla protezione degli Stati Uniti, e potendo contare sulle reti terroristiche nel momento critico. Quindi, i recenti tentativi sauditi di dissociarsi da al-Qaida e dai vari estremisti che combattono in Siria, potrebbero essere una cosmesi per il pubblico. In realtà, la leadership saudita vede al-Qaida e i suoi confratelli estremisti come malleabili ascari che non gli pongono alcuna reale minaccia, costituendo una componente fondamentale della politica estera e dell’aggressione occulta saudite.
Di assai maggiore importanza per i confluenti interessi regionali di Israele e Arabia Saudita, che  giocano un ruolo critico nei calcoli degli Stati Uniti, sono gli ascari fondamentalisti attualmente istigati a combattere l’Iran, la Siria, e Hezbollah. La disintegrazione dell’Asse della Resistenza è la massima priorità della politica statunitense in Medio Oriente, la presunta “minaccia” affrontata dagli ideologi fondamentalisti, originariamente creati e sostenuti da Stati Uniti e alleati, è solo un ripensamento. L’impero degli Stati Uniti, nei suoi sforzi per contenere, e quindi dominare e controllare una regione così strategica e ricca di risorse, è più che contento di consentire ai propri clienti reazionari e settari d’incitare il conflitto necessario a sovvertire, spezzare e dividere il potere inevitabile che un Medio Oriente unificato potrebbe pretendere: se solo le loro aspirazioni progressiste e l’unità non venissero ripetutamente “respinte” dall’occupazione sionista e dall’antagonismo artificiale.

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Phil Greaves, scrittore inglese di politica estera, soprattutto nel mondo arabo dalla seconda guerra mondiale.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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