Dilma Rousseff e il suo sorriso ottimista

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 01/10/2014
Presidential candidate Dilma Rousseff of Workers Party waves to the crowd before she takes part in a TV debate in Sao PauloI media occidentali sono unanimi nel dire che Dilma Rousseff ha utilizzato il podio della 69.ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite per la campagna elettorale nella speranzosa corsa presidenziale. In realtà tutti i capi di Stato latinoamericani, come il presidente messicano Penha Nieto, dell’Hondurase Orlando Hernandez, del Guatemala Otto Pérez Molina, della Colombia Juan Manuel Santos, il venezuelano Nikolas Maduro e altri, sfruttano la possibilità di parlare dei successi dei loro Paesi. Dilma ha detto che secondo la FAO (l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura delle Nazioni Unite), il suo Paese ha sconfitto la fame, “Pochi giorni fa, la FAO ha annunciato che il Brasile non fa più parte della mappa della fame nel mondo“. La mancanza di prodotti alimentari è cosa del passato. Tale trasformazione è il risultato di politiche economiche che hanno generato 21 milioni di posti di lavoro e apprezzato il salario minimo, aumentandone il potere d’acquisto del 71%. Trentasei milioni di brasiliani sono usciti dalla povertà estrema per godersi una vita normale. Il gruppo dirigente del Brasile ha raggiunto risultati evidenti su istruzione, sanità e garanzie dei diritti delle minoranze. Il Brasile è passato da 13.ma a 7.ma economia mondiale, nella crisi economica globale. La Presidentessa attua una politica energetica coerente con la compagnia statale Petrobras nel ruolo chiave. Questi e altri risultati dovrebbero essere ricordati dai 142 milioni di elettori che definiranno la politica del Brasile per i prossimi quattro anni, ad ottobre. Parlando alle Nazioni Unite ha condannato l’operazione degli Stati Uniti in Iraq e Siria ed ha espresso solidarietà al popolo palestinese soggetto agli attacchi israeliani. Dilma Rousseff ritiene che tali interventi militari rappresentino una grave minaccia alla pace mondiale, “Ogni intervento militare non porta alla pace, ma al deterioramento dei conflitti. Siamo testimoni della tragica proliferazione del numero di vittime civili e catastrofi umanitarie. Non possiamo permettere che tali barbarie aumentino, danneggiando i nostri valori etici, morali e di civiltà“. Come esempio ha citato “la tragica destrutturazione nazionale dell’Iraq; la grave insicurezza in Libia; i conflitti nel Sahel e gli scontri in Ucraina“. I media ricordano sempre il suo discorso nel settembre 2013 alle Nazioni Unite quando criticò aspramente lo spionaggio totale degli USA, compresi quelli che gli USA considera suoi amici. Il giornalista statunitense Glenn Greewald ha descritto i dettagli delle operazioni d’intercettazione USA delle conversazioni di Dilma, dei parenti, dei membri del governo, delle strutture di potere e di altri funzionari di agenzie governative. Tali azioni definirono l’approccio negativo della Presidentessa brasiliano verso il modus operandi di Washington. Le politica estera del Brasile è in gran parte influenzata dalla sfiducia verso i funzionari addetti alla politica estera degli Stati Uniti.
Gli esperti di politica estera dell’America Latina ritengono che le avventure militari degli Stati Uniti e della NATO, volte a stabilire il nuovo ordine mondiale del blocco occidentale dall’indebolito potenziale finanziario ed economico, rappresentino una grave minaccia per la regione. La caotica politica internazionale statunitense prevede l’uso della forza e provoca gli Stati “ostili”, tra cui potenze nucleari, inevitabilmente suscitando preoccupazione tra i politici ragionevoli del continente latino-americano. Sotto Obama, gli Stati Uniti hanno tentato di far cadere governi legali in Venezuela, Ecuador e Bolivia. Capi di Stato considerati “populisti” da Washington, sono stati privati del potere in Honduras e Paraguay, sospettati di volersi liberare delle strutture militari USA sul loro suolo. Frustrata da Dilma Rousseff, la Casa Bianca cerca politici leali nel Paese, puntando su Marina Silva e il suo sponsor finanziario Maria “Neca” Setubal. Costei s’è laureata presso l’Università di San Paolo in sociologia e scienze politiche. Ha lavorato in organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale ed è stata ministra dell’istruzione. Neca è assai nota in Brasile, dove controlla la banca Itau ed appartiene alla una delle famiglie più ricche del Paese. Dal 2010 Neca finanzia l’elezione di Silva. Nel 2014 ha coordinato lo staff di Silva ed ha versato 2 milioni di dollari al suo fondo elettorale. Il vero sostegno agli sforzi elettorali del Silva da parte di industriali brasiliani e stranieri è assai più significativo. I servizi speciali statunitensi usano i loro fondi segreti per la propaganda in Brasile. Diffondono informazioni false per screditare la squadra di Dilma, il governo ed attivisti del Partito dei Lavoratori. E’ facile capire perché Setubal vuole che Silva vada al potere, è il modo migliore per porre fine al processo in cui la banca Itau è accusata di evasione fiscale per la somma di 18,7 milioni di real brasiliani. Sei anni fa banca Itau ed Unibanco si fusero, ma 11,8 miliardi di real non furono versati a titolo d’imposta sul reddito, così come 6,8 miliardi di interessi e risarcimenti per danni sociali e penali.
Durante il suo primo mandato Dilma Rousseff s’è dimostrata un’appassionata combattente contro la corruzione. Il secondo mandato le darà la possibilità di modernizzare il Paese, creare condizioni sociali e politiche favorevoli a milioni di brasiliani. La notizia della improvvisa ascesa di Marina Silva a candidata del Partito Socialista (invece di Eduardo Campos, morto in un incidente aereo verificatosi in circostanze più che sospette) perde effetto. È davvero difficile adempiere alla missione di fingere di essere una politica attenta al destino della gente comune. La pressione psicologica durante la corsa aumenta e Silva compie spesso errori, per esempio ha sminuito i poveri dicendo che dubita dell’opportunità di fornirgli sostegno governativo. Ciò è piuttosto scioccante visto che Marina Silva appartiene a coloro che sono passati dalle stalle alle stelle. Un sondaggio di Datafolha a una settimana dal 5 ottobre mostra che Dilma vanta il sostegno del 40% dei votanti, il 27% per Silva e il 18% per Aesio Neves, il candidato dei socialdemocratici. Dilma ha reali possibilità nel ballottaggio (26 ottobre), con il 47% pronto a votarla contro il 43% per Silva. Con un errore dell’1-2%, Dilma vincerà se gli Stati Uniti non inscenano una grave provocazione contro di lei. I giornalisti di New York cercavano di sapere cosa pensi Dilma delle sue chance elettorali. Ha evitato di rispondere dicendo che, come aveva già spiegato, non ha mai commentato le previsioni di un qualsiasi sondaggio. Un giornalista brasiliano ha fatto un ulteriore tentativo di farla parlare chiedendole se il suo umore era migliorato per gli ultimi sondaggi a lei favorevoli. Dilma ha detto sorridendo, “Caro, io continuo a sorridere, in caso contrario la vita non varrebbe niente. È d’accordo, no?”

A handout picture released by Dilma RousLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il miliziano rosso “Artjom”: “Non abbiamo scelto la guerra, è la guerra che è arrivata da noi!”

Intervista di Viktor Shapinov Histoire et Societé 19 agosto 2014

10277471Il miliziano dal pseudonimo “Artjom” è un vecchio amico di “Borotba“. Prima della guerra, organizzò la gioventù operaia del Donbas nella lotta contro fascismo e capitalismo istituendo una cellula locale dell’organizzazione. Quando la guerra è iniziata, non riuscì a starne lontano e aderì alla milizia. Oggi “Artjom” è in ospedale per un infortunio e ha potuto parlarci.

Compagno, dimmi come ti sei trovato nella milizia?
Fin dall’inizio degli eventi in Piazza Indipendenza, ho avuto la sensazione che questa volta la lotta tra le forze avrebbe raggiunto una fase pericolosa. Rispetto alla rivoluzione “arancione” nel 2004, nel 2014 vi era già molta più gioventù nazionalista organizzata e preparata dai grandi fondi. I gruppi ultras erano cresciuti e maturati, pertanto, c’era la sensazione che questa volta sarebbero andati fino in fondo e la guerra civile sarebbe scoppiata. La divisione della società già esisteva, ma era per così dire una guerra civile morale, adesso i nazionalisti avevano la reale opportunità di colpire, mutilare e uccidere i dissidenti, e di farlo con la scusa dello Stato. Quando ho visto morire dei civili inermi, soprattutto con l’approvazione dei quattro patrioti “filo-ucraini” del posto, mi sono reso conto che era tempo di scegliere, e che dipendesse solo da noi decidere come affrontare la situazione. In questa situazione, ho iniziato ad aiutare la milizia.

In quale formazione della milizia hai combattuto?
L’esercito degli Stati del sud-est.

Che tipo di compiti hai svolto?
Vari. Per il momento sono un segreto militare.

E’ stato difficile passare dalla vita pacifica di militante della sinistra al combattimento?
E’ stato difficile capire cosa accadesse e costruire un sistema che potesse spiegarmi la natura della guerra. Divenne assai facile quando a Lugansk ho incontrato i comunisti che si rifiutavano di obbedire al Partito e che coraggiosamente intrapresero la via della lotta e quando dai soldati ho sentito lo spirito del Donbas, che ha sempre avuto attrazione per la lotta ai ricchi ed aspirazioni al socialismo. A Lugansk è molto sensibile e la vita pacifica non era in realtà piuttosto tranquilla. Le minacce dei nazionalisti (tifosi “ultras”) che vagavano per le strade di Donetsk e Lugansk, suscitarono pensieri dolorosi, facendo aprire gli occhi alla gente sulla minaccia dell’introduzione del regime nazionalista. C’era già la guerra, o il suo prologo se si vuole. Avevo il tremendo desiderio di una vita decente, di prendere il nostro destino in mano creando un nuovo Paese.

Come sei stato ferito?
Durante il bombardamento dell’eroica città di Lugansk con l’artiglieria pesante. Il fatto è che la milizia non solo combatte in prima linea, ma è responsabile della protezione della popolazione civile, per quanto possibile durante i bombardamenti, anche a costo della propria vita. Le persone vi sono già ampiamente abituate, ma c’è ancora confusione, disorganizzazione. Già non pensavamo che i bombardamenti sulle zone residenziali fossero dovute al caso, ma ora non c’è alcun dubbio. Pertanto, il popolo di Lugansk è divenuto più disciplinato.

Come valuti le prospettive delle operazioni militari nel Donbas?
Se si guarda alla cronologia dei combattimenti fin dall’inizio, vediamo come s’è sviluppata e rafforzata la milizia. Tuttavia, le forze sono assai diseguali, ma abbiamo un alleato, non meno importante e pericoloso per il nemico. Un vero bolscevico ne comprende l’importanza. Questo alleato è l’agitazione tra i soldati ucraini contro la guerra, come la campagna dei bolscevichi contro la guerra imperialista, esattamente 100 anni fa. Se sempre più ucraini che si battono per gli interessi dei capitalisti ucraini e occidentali, cominciano a rifiutarsi di combattere ed organizzano comitati dei soldati contro la guerra, la questione è risolta. E questa tendenza esiste, ed è già evidente. Ci possono essere due prospettive: le truppe ucraine radono completamente il Donbas in un diluvio di sangue, o si avrà un cambio radicale, respingendo la spedizione punitiva dalle giovani repubbliche. Vedete, la pace non è più possibile nel Donbass sotto l’autorità della giunta, perché se la milizia viene sconfitta, si entrerà in un periodo di reazione, genocidio diretto e terrore contro la popolazione. E i “confidenti” locali in questo caso sarebbero molto utili. Potete immaginare la Jugoslavia come Stato unito dopo la guerra totale? E’ impossibile. Solo confrontandosi alla carneficina jugoslava, abbiamo l’odio contro una particolare nazione, come tra serbi, croati e bosniaci. Se la spedizione punitiva controllasse il Donbas, dovrà avere le unità militari  sempre pronte, dormendo con i fucili, perché non si tratta di una guerra contro gli ucraini, ma di una guerra civile dove la giunta combatte contro gli antifascisti.

L’esercito ucraino non era così debole all’inizio della guerra. Come la si vede dall'”interno”, la milizia saprà farvi fronte e le Repubbliche Popolari resisteranno?
La milizia risterà perché non solo i combattenti, ma tutto il popolo è la milizia. Inconsciamente, sono quasi tutti mobilitati. Ogni piccola cosa può essere di grande aiuto, ogni dettaglio, si tratta della lotta del popolo. Senza il sostegno popolare non sarebbe successo niente. La gente vuole vivere fino alla vecchiaia, vuole veramente pace e tranquillità, ma comincia a capire che il governo ucraino porterà terrore e povertà.

E’ possibile passare all’offensiva?
Ci sarà un contrattacco, ma non così rapidamente come tutti vorrebbero, come anche noi. La tattica difensiva è molto irritante, ma abbiamo bisogno di tempo.

Hai partecipato attivamente ad Antimajdan come aderente dell’organizzazione di sinistra “Borotba“, che in pratica è vietata dalle autorità ucraine nella città in cui hai vissuto con la tua famiglia, ora occupata dalle truppe della giunta di Kiev. Ciò mette in pericolo la tua famiglia e gli amici? Sono rimasti o se ne sono andati?
Certo, ho già fatto uscire i miei genitori.  Mio zio è rimasto e aiuta la lotta. Alcuni compagni sono andati, ma molti sono rimasti.

Nei media si afferma che il popolo del Donbas non è presente nella milizia, non lo supporti, che presumibilmente la maggior parte della milizia è formata da stranieri, russi, ceceni, osseti, ecc. Cosa ne pensi, è vero?
A tal proposito vorrei dare una risposta più dettagliata. Prima di tutto, nel popolo del Donbas c’è di tutto, è una guerra civile. La stragrande maggioranza, naturalmente, offre tutta l’assistenza possibile, anche solo passiva. Ad esempio, la risposta della popolazione alla comparsa di una colonna della RPL fu  un’ondata di applausi e parole di gratitudine, e così via. Molte nonne benedicono le milizie di passaggio. In generale, sentiamo l’unità con tutti, siamo tutti nella nostra terra. Ma c’è una piccola percentuale, coloro che attendono l’occasione per denunciare i vicini alla polizia segreta ucraina, come a Marjupol. C’è anche una piccola percentuale di coloro che se ne fregano totalmente, fin quando qualcuno non si scassina un bancomat. L’umore del popolo del Donbass s’è radicalizzato. Le persone vogliono sempre regolare i conti con i confidenti, ma la milizia ovviamente impedisce di farsi giustizia. A proposito degli “internazionalisti” nella milizia. Sì, ci sono diverse persone, osseti, ceceni, russi e ucraini. Siamo tutti internazionalisti e ne siamo orgogliosi, perché se, Dio non voglia, uno dei fratelli ha un problema a casa, anche in Russia, ucraini, serbi e osseti per esempio verrebbero ad aiutarlo. Questa è l’essenza dell’internazionalismo. La spina dorsale della milizia sono ragazzi e uomini del posto. Sempre se ne propongono, ma non tutti vengono presi, anche un nonno, un veterano della guerra, ha voluto unirsi a noi, è successo. Siamo sempre stati assai pacifici nel Donbas. Nel corso di questa guerra, molti sono diventati combattenti per difendere le proprie terra e idee. Pertanto, il Donbas non può essere sconfitto; anche se prendono le città la lotta non finirà fin quando il Donbas non avrà l’indipendenza. Sì, ci sono internazionalisti, non mercenari. Sono a casa e come mai? Chiedi tu. E’ molto semplice, il Donbas è un melting pot di popoli, vi sono molte nazionalità, i serbi qui hanno diversi insediamenti storici. Chiunque viene qui con spirito di pace troverà casa, dopo di che non potrà mai dimenticare il Donbas. Siamo tutti del Donbas. Come a volte si dice, siamo tutti diversi, siamo tutti rossi (sorride).

Cosa impedisce alle persone di unirsi in massa alla milizia del Donbas e proteggere la propria terra?
A mio parere manca una linea ideologica chiara che la gente capisca, c’è anche la paura di perdere una buona pinta di birra la sera o di morire sotto il fuoco dei “Grad”, ma se ci fosse una chiara idea, come i bolscevichi, per esempio, sarebbe diverso. E poi le persone sono abituate a vivere di elezione in elezioni, scegliendo tra gli oligarchi di oriente e occidente. Nessuno si aspettava la guerra, e non c’è comitato di organizzazione di lotta in ogni villaggio disposto ad affrontare una situazione del genere. Non viviamo nel ventesimo, ma nei primi anni del ventunesimo secolo. Pertanto, per rispondere alle sfide del tempo dobbiamo agire in modo diverso. E’ importante trovare una risposta, una buona risposta. Le recenti dichiarazioni di un “volontario comunista” affrontano pienamente molte domande e credo che riflettano l’opinione della maggioranza dei combattenti della milizia. Sì, fin dall’inizio combattiamo contro l'”ucrainismo rabbioso” e il neo-nazismo. Con il termine “ucrainismo rabbioso” intendo l’ideologia di una certa parte della popolazione manipolata da burattinai, e non i normali ucraini, nostri fratelli. Sono molti gli ucraini contrari alla giunta, ma hanno paura e non sono organizzati. Gli avvenimenti terribili di Odessa del 2 maggio, dove morirono molti miei compagni, hanno “aiutato” la giunta a sopprimere per una volta le manifestazioni al di fuori del Donbas. Concludo con le parole di un “volontario comunista”: “Se alziamo la bandiera rossa – vinceremo questa guerra”, e io aggiungerei aiuteremo i nostri fratelli ucraini a strangolare i parassiti fascisti e a ricostruire un’Ucraina senza fascismo. Comprendendo di poter lottare contro la macchina da guerra, capiamo non solo ciò contro cui combattiamo, ma anche per cosa. Questa è la chiave che aprirà le menti dei nostri connazionali che si leveranno per combattere, ne sono sicuro.

Come vedi il futuro dell’Ucraina e del Donbas in caso di vittoria?
Credo che l’Ucraina debba giungere al socialismo senza il Donbas. Possiamo essere dei forti alleati, ma gli ucraini sradicheranno il banderismo e trovereanno la via del socialismo quando smetteranno di vedere nel Donbas un “mostro sovietico” che “ha occupato il Paese”. L’isteria banderista ancora incita all’odio tra oriente e occidente. Senza il Donbas, il banderismo finirebbe rapidamente, perché non può fare nulla per la “prosperità della nazione” e non potrà incolparne nessuno, mentre l’Ucraina occidentale vedrà un movimento progressivo. Il diritto all’autodeterminazione è un diritto naturale del popolo, come il diritto di scegliere una qualunque città in cui vivere.

Molti dicono che RPD e RPL sono un progetto “bianco” dei monarchici e nazionalisti russi e simili. Da comunista e internazionalista, sostieni la Repubblica Popolare. Secondo te la sinistra ha ragione a sostenere la Novorossija? La sinistra è in buona posizione negli organi dirigenti della Repubblica popolare. C’è molta gente di sinistra tra i soldati e i comandanti della milizia?
Questo è probabilmente una questione centrale. In un primo momento difendevano le loro case e famiglie senza pensare seriamente all’ideologia. Inoltre, al momento riunire il popolo nella lotta per il potere sovietico era praticamente impossibile, anche se quasi tutte le persone, nel profondo, si sentono almeno socialiste. Voglio dire, si parla di un certo “ideale” presso la popolazione del Donbas, a livello di chiacchiera da bar. I combattenti della milizia che si considerano comunisti e internazionalisti sono molti. Rilevo anche il ruolo del “Fronte del lavoro di Lugansk” (ex-comitato regionale del partito comunista), i cui membri si sono rifiutati di obbedire alla “leadership ufficiale del partito” e hanno pienamente abbracciato la Repubblica. Da qui il cambio di nome. Vi sono gli anarco-comunisti per nulla contenti che i loro “fratelli” di Kiev concordino con i neonazisti iniziando con entusiasmo ad uccidere i nostri connazionali. Molti non aderiscono ad organizzazioni, ma semplicemente si presentano come comunisti e internazionalisti. Nella confusione nessuno chiede nulla dell’organizzazione d’appartenenza. E’ un comunista, e questo è tutto, non c’è  nazionalismo a Lugansk. I cosacchi del Don sono in pieno accordo con i comunisti; la maggior parte dei cosacchi che ho incontrato ricorda i cosacchi che combatterono per la Repubblica Sovietica del Don. Basti citare la bandiera tricolore russa con la scritta “Antifa” (sorride). Questo episodio spiega molto, chi si oppone alla minaccia del nazionalismo ucraino cerca alleati contro i gruppi armati radicali. La Russia è sempre stata una “madre” qui, comunque, quindi si solleva la bandiera della Russia, ma la scritta ‘antifascista’ simboleggia un secondo aspetto, l’essenza del popolo del Donbas contrario ad ogni forma di nazionalismo, per l’internazionalismo e l’antifascismo. A proposito di comandanti, nessuno di loro si dichiara apertamente comunista, ma tutti condividono convinzioni internazionaliste ed opinioni antifasciste. Ad esempio Aleksandr Mozgovoj, il comandante del battaglione “Prizrak“, ha più volte parlato della lotta contro gli oligarchi per gli interessi del popolo, e l’ha dimostrato con i fatti. Non ci sono piani “bianchi”, perché sarebbe assolutamente disastroso per il Donbas. Storicamente i lavoratori hanno combattuto i bianchi e sostenuto pienamente il potere sovietico, mentalmente sono tutti “rossi” e non “bianchi”. La guerra consolida il popolo risvegliandogli memoria storica e coscienza di classe. In conclusione, vorrei dire che non si tratta di bigottismo, ma di dialettica che aiuta gli internazionalisti a comprendere l’essenza della situazione, vedendo oltre le forme bizzarre il contenuto reale, facendo una scelta giusta anche se difficile. E aggiungo, miei concittadini e fratelli ricordate che i vostri antenati hanno versato il sangue su questa terra per la vittoria del proletariato, ricordate che il Donbas moderno fu costruitò dagli sforzi incredibili della classe operaia, dalla vittoria sui nazisti. Il Donbas è un vero e proprio monumento della costruzione socialista. Non dimenticate chi siete. Non diventate dei mutanti, ma restare voi stessi.
Gloria al Donbass e alla solidarietà internazionale dei lavoratori!

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24DA8E38-D85F-4ACE-A0A4-7AE45F626523_w974_n_s_sTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija, Kiev tra sconfitte e mandati di cattura

Alessandro Lattanzio, 22/6/2014
10013823Nella notte del 18-19 giugno, presso Krasnij Liman. un gruppo per operazioni speciali della milizia distruggeva un BTR di un colonna majdanista e la milizia assaltava il comando nemico nel quartiere Kombikormovij. La mattina del 19 giugno 2014, una colonna golpista dotata di 20 carri armati e 50 blindati per la fanteria motorizzata, sostenuta da due aerei d’attacco al suolo Su-25, una batteria di obici semoventi e una di lanciarazzi Grad, attaccava le postazioni del distaccamento della milizia di Krasnij Liman, presso Jampol. Il primo attacco veniva respinto, e un carro armato ucraino distrutto. Alle 11:00 i majdanisti ripresero l’attacco, perdendo 4 BMD e numerosi soldati, tra cui 300 feriti ricoverati a Izjum, ma accerchiavano Jampol e Zakhotnoe e occupavano il ponte sul fiume Severnij Donets. La colonna ucraina veniva fermata a Krivaja Luka. Contemporaneamente carri armati e fanteria motorizzata majdanista attaccavano la città di Seversk, impegnandosi in pesanti combattimenti con il Battaglione di Lisichansk. La compagnia di Kramatorsk assaltava le posizioni dei golpisti presso Markov (ad est di Kramatorsk), distruggendo un BMP e un BTR nemici. I reparti della milizia dell’autodifesa bombardavano con i mortai monte Karachun e le posizioni majdaniste di Vostochnij. Alle 23:00 le truppe della junta di Kiev si ritiravano da Jampol e Seversk. Un velivolo d’attacco al suolo Su-25 veniva abbattuto su Jampol.
Nella notte del 19-20 giugno il presidio di Slavjansk rompeva l’accerchiamento della regione di Jampol, scontrandosi con le forze golpiste composte da mercenari stranieri dotati di armi occidentali. I majdanisti bombardavano le posizioni della milizia presso Lisichansk. 4 civili uccisi e 21 feriti. L’unità d’intelligence del battaglione di Lisichansk recuperava un BMP ucraino abbandonato. Il ponte nel villaggio Zakhotnoe, sul fiume Severskij Donets, veniva fatto saltare mentre quello nel villaggio Krivaja Luka era sotto il controllo delle milizie di autodifesa. A Zakhotnoe, il battaglione di Lisichansk distruggeva l’avanguardia majdanista eliminando 2 BTR, mentre un’unità di mercenari inglesi veniva distrutta a Karpovka, a nord-est di Slavjansk. I majdanisti bombardavano Semjonovka e Cherevkovka, posizionando mine intorno alle città. Più di 80 guardie di frontiera ucraine si rifugiarono in Russia, presso i valichi di Dolzhanskij e Novoshakhtinsk, dopo aver subito un attacco dalle milizie dell’autodifesa. “Più di 80 guardie ucraine, due delle quali ferite, si sono rifugiate nel territorio della Russia durante gli scontri al checkpoint Izvarino sul territorio ucraino“. Presso Novoshakhtinsk, intanto, la Guardia di Frontiera della Russia respingeva i miliziani della guardia nazionale, che venivano circondati dalla milizia popolare di autodifesa. Una centuria di Pravjy Sektor inviata in soccorso veniva distrutta completamente dalla milizia.
BN-DB427_0603uk_G_20140603122921Il responsabile della sezione informazione del fronte sud-orientale, Konstantin Knirik, dichiarava che le milizie di autodifesa del Donetsk avevano catturato la base militare ucraina di Artemovsk con 221 carri armati, 228 BTR, 183 BMP, 24 cannoni semoventi e 18 lanciarazzi Grad. Il 18 giugno, a Donetsk numerosi rappresentanti dei collettivi operai  organizzavano la protesta dalla piazza centrale, dove migliaia di minatori sfilarono su diverse colonne per le vie principali concentrandosi in Piazza Lenin, per esprimere indignazione per quanto accade in Ucraina e nel Donbas. I rappresentanti dei lavoratori hanno chiesto alla autorità di Kiev di fermare la spedizione punitiva, “Non siamo né separatisti né terroristi: siamo la classe operaia, minatori, lavoratori del Donbass, vogliamo la pace e vogliamo essere ascoltati. Queste sono le nostre richieste. Invece, contro di noi inviano mercenari e assassini, lanciano carri armati e aerei. Chiediamo l’immediato cessate il fuoco, chiediamo il ritiro della spedizione punitiva dalla nostra terra! Basta ucciderci e distruggere le nostre case!“. La maggior parte dei manifestanti ritiene che Kiev attui un “genocidio silenzioso” del popolo del Donbas contrario alla junta majdanista. “Resisteremo fino alla fine, non ci sconfiggeranno. Il Donbass sopravviverà! Gloria al Donbass! Gloria ai minatori!“. Durante la manifestazione, si decideva di creare un’unità speciale di combattimento, la Divisione dei Minatori, composta da volontari reclutati tra i minatori e gli operai. “La formazione della divisione dei minatori che hanno deciso di difendere le loro case e famiglie, è iniziata a Donetsk oggi. Cinquecento persone sono già nei ranghi“, dichiarava il primo ministro della repubblica Aleksandr Borodaj.
Secondo l’ex-colonnello Anatolij Dergilev, i militari russi studierebbero un piano per creare corridoi umanitari per Donetsk e Lugansk, “Il piano non è volto allo scontro con l’esercito ucraino, ma ad assicurare la popolazione civile imponendo un ultimatum alla controparte a non usare le armi”. Il Presidente Vladimir Putin ordinava esercitazioni di prontezza operativa delle truppe del Distretto militare centrale del Volga, Urali e Siberia occidentale, coinvolgendo 65000 truppe, 5500 veicoli militari e pezzi di artiglieria, 180 aerei e 60 elicotteri. “Secondo l’ordinanza dalle 11.00, ora di Mosca, le truppe del Distretto militare centrale e tutti i gruppi e unità militari di stanza sul suo territorio sono posti in allerta totale da combattimento“. Nel contesto delle esercitazioni avviene il dispiegamento della 98.ma Divisione aerotrasportata di Ivanovo.
Il Comitato investigativo russo inserisce nella lista dei ricercati il ‘ministro’ degli Interni golpista ucraino Arsen Avakov e l’oligarca mafioso e governatore di Dnepropetrovsk Igor Kolomojskij, “per uso di mezzi e metodi di guerra vietati, strage, ostacolo all’attività dei giornalisti e rapimenti. La risoluzione è stata inviata dall’agenzia anticrimine del Ministero degli Interni russo. Avakov e Kolomojskij sono stati inseriti nella lista di ricercati internazionali, effettiva in tutti gli Stati membri dell’Interpol“. Il comitato investigativo, nel quadro delle indagini, vede “oltre 40 investigatori collaborare con persone provenienti dall’Ucraina soggette a crimini. 2400 testimoni sono stati interrogati e 1470 persone sono state riconosciute vittime, tra cui 208 minorenni. Più di 1000 persone hanno presentato domanda alla Corte penale internazionale e alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Gli investigatori avviano le indagini su comandanti e militari delle forze armate ucraine, della ‘Guardia nazionale ucraina’ e di Fazione destra coinvolti nell’operazione punitiva contro la popolazione nel sud-est dell’Ucraina, che ha ucciso molti civili“.

image107Fonti:
BNE
ITAR-TASS
ITAR-TASS
RBTH
RBTH
RIAN
RIAN
Vineyard Saker
Vineyard Saker
Vineyard Saker
VZ

Ucraina, logoramento e resistenza

Alessandro Lattanzio, 4/6/201410313581Il 31 maggio furono rinvenuti diversi missili antiaerei spalleggiabili Igla-S e sistemi antiaerei binati ZU-23 da 23mm abbandonati nel Donbas dalle milizie ucrainiste. A Ternopol, alcuni edifici governativi venivano occupati dalla popolazione e un altro edificio amministrativo incendiato. Le vittime della giunta di Kiev al 28 maggio erano 627, di cui 250 miliziani majdanisti, mentre l’esercito ucraino aveva subito oltre 700 feriti e almeno 1428 diserzioni al 28 maggio. Presso l’aeroporto di Donetsk un’unità della  giunta di Kiev sparava ai combattenti della Guardia nazionale/Fazione destra. 8 elicotteri Mi-8 atterravano sulla collina Karachun, che domina Slavjansk. Le autorità della Repubblica Popolare di Donetsk accusavano Kiev d’impiegare mercenari stranieri nelle operazioni contro l’Ucraina orientale, “Abbiamo rilevato comunicazioni radio in inglese. Abbiamo preso le liste delle truppe inviate nell’aeroporto di Donetsk, includono nomi anglosassoni. Non è chiaro se siano inglesi o statunitensi. Sono cecchini, a giudicare dal modo in cui operano e dalle armi straniere“, dichiarava il primo ministro della RPD Aleksandr Borodaj.
10406744 A Krasnij Liman, gli squadristi della Guardia nazionale ucraina assassinavano i feriti ricoverati presso l’ospedale, “La Guardia nazionale ha sparato ai feriti dell’ospedale Krasnolimanskij, non lasciando una sola persona viva“, dichiarava  Borodaj. I fascisti cercavano di prendere il controllo della strada da Kharkov per garantirsi l’arrivo dei rinforzi. A Krasnij Liman gli squadristi erano entrati nella periferia meridionale della città, conducendo rastrellamenti e lanciando dagli elicotteri volantini che chiedevano alle milizie della Repubblica Popolare di Donetsk di arrendersi minacciando in caso di rifiuto di aprire il fuoco sui civili. In precedenza, i golpisti avevano detto di aver già eliminato i “terroristi” dalla regione di Donetsk. La Guardia nazionale ucraina bombardava pesantemente Semjonovka utilizzando oltre 50 tra lanciarazzi BM-21 Grad e pezzi d’artiglieria semovente e trainata da 122 millimetri, 2-3 aerei e 6-7 elicotteri d’attacco, provocando 7 morti e 10 feriti. I majdanisti quindi assaltavano Semjonovka con carri armati, blindati e fanteria della Guardia nazionale, ma dopo un lungo e duro scontro furono costretti a ritirarsi avendo perso 2 BTR-4, un Hummer blindato e un carro armato T-64; un Mi-24 veniva danneggiato. Negli scontri vicino al villaggio di Semjonovka, sempre presso Slavjansk, le milizie del Donetsk eliminavano diversi blindati ucrainisti. “L’esercito ucraino concentra il fuoco sul villaggio di Semjonovka, dove i residenti non hanno elettricità dato che la linea di alimentazione è stata recisa. Il fuoco automatico s’è sentito in diverse parti della città. C’è una feroce battaglia in corso a nord-est di Slavjansk“. La milizia popolare di Slavjansk riusciva comunque ad abbattere un aereo Su-25, due elicotteri da combattimento ucraini e altri 4 mezzi blindati BTR. Almeno 60 guardie nazionali erano state abbattute e un BTR catturato. Sul Karachun arrivavano obici da 240 mm mentre altri cannoni da 130 mm venivano inviati verso Donetsk. La guardia nazionale schierava oltre 100 tra veicoli blindati, carri armati, mortai semoventi Tulip, obici semoventi Gvozdika e lanciarazzi multipli Grad presso Slavjansk, dove un aereo da trasporto An-30 veniva avvistato sorvolare ripetutamente la zona. I velivoli ucrainisti avevano attaccato diverse volte con razzi i villaggi di Semjonovka e Cherevkovka, ma dopo i combattimenti, “L’esercito ucraino s’è ritirato. Semjonovka rimane nelle nostre mani” dichiarava il sindaco di Slavjansk Ponomarjov. “Nessuno è entrato nella città. Sorvolano solo la periferia della città“. Il 4 giugno, a Slavjansk, la milizia dell’autodifesa abbatteva un elicottero ucraino nei pressi della fabbrica di mattoni.
A Kramatorsk veniva distrutto un BTR-80 della milizia majdanista. Il 2 giugno, la città di Severodonetsk veniva bombardata dall’artiglieria majdanista. Nei pesanti combattimenti tra Slavjansk e Kramatorsk, altri 3 veicoli trasporto truppe BTR-4E della giunta venivano distrutti. Intensi i combattimenti attorno l’aerodromo di Kramotorsk, mentre ignoti sparavano all’edificio dell’amministrazione regionale di Donetsk, che ospita il governo della Repubblica Popolare. “Secondo le prime informazioni (delle persone) spararono da un’auto di passaggio. Riteniamo anche la possibilità che il fuoco provenisse da una casa di fronte. Molto probabilmente è stato utilizzato un lanciagranate“. Formazioni federaliste occupavano la base di un’unità della guardia di frontiera a Lugansk, “Circa 100 uomini armati hanno circondato alle 00:30 la base dell’unità della guardia di frontiera di Lugansk. Il primo assalto con fucili d’assalto e lanciagranate iniziava alle 04:00 ora e durava circa 40 minuti. Dopo aver effettuato una manovra, gli assalitori hanno lanciato un nuovo assalto. Diverse guardie di frontiera sono rimasti ferite. Il numero totale di attaccanti era più di 200. Un jet da combattimento veniva inviato ad aiutare le guardie di frontiera“. Si trattava del velivolo che il 2 giugno bombardava il centro della città di Lugansk, uccidendo 8 civili, tra cui la ministra della salute pubblica della Repubblica Popolare di Lugansk Natalja Arkhipova. L’aereo ucraino aveva bombardato l’edificio dell’amministrazione regionale di Lugansk con bombe a grappolo. Kiev all’inizio negava qualsiasi responsabilità, ma in seguito il Ministero della Difesa ucraino affermava che il bombardamento di Lugansk aveva lo scopo di “sostenere le guardie di frontiera ucraine. Tutto sommato, per supportare le guardie di confine ucraine, gli aviatori dell’esercito hanno sparato più di 150 razzi, in tre sortite degli aviogetti e cinque degli elicotteri“. Infine, il 4 giugno, a Lugansk il Reggimento 3035 del ministero degli Interni ucraino si arrendeva e le milizie dell’autodifesa prendevano il controllo della relativa base di Lugansk. “Tutti i militari si sono arresi e attualmente sono prigionieri sulla piazza della base in attesa di decidere cosa farne“, ha detto un rappresentante della milizia. Molti soldati rimasero feriti. Vennero così confiscati dalla milizia popolare 31 fucili d’assalto AKS-74, una mitragliatrice leggera RPK-74, 8 autocarri Ural, 5 autocarri KAMAZ, 4 autocarri ZIL, quattro GAZ-66 e una UAZ. Infine l’aviazione ucraina tornava ad attaccare Lugansk, il 3 giugno, ma questa volta bombardava una propria base radar uccidendo 10 soldati ucraini, presso il villaggio di Aleksandrovka. Prima del bombardamento i militari avevano deposto le armi e lasciato il radar, ma gli ufficiali erano rimasti nella base. “In totale 181 persone sono state uccise e 293 ferite nelle regioni di Donetsk e Lugansk“, dichiarava il procuratore generale ucraino Oleg Makhnitskij, aggiungendo che le vittime comprendevano 59 militari ucraini. Le forze di autodifesa hanno eliminato 1200 miliziani di Kiev, 13 elicotteri, 5 BMP, 2 cannoni semoventi Nona, 12 BTR, 1 jet da combattimento Su-25, 2 carri armati e quattro camion KAMAZ, sono stati catturati 10 BTR, 1 carro armato T-34, 2 cannoni semoventi Nona-S e 5 BMD. Almeno 440 guardie nazionali sono state disarmate.
1401398898_b8 La NATO promuove l’operazione militare di Kiev nel sud-est dell’Ucraina, dichiarava il rappresentante permanente della Russia presso la NATO Aleksandr Grushko, “La NATO fornisce assistenza tecnica a Kiev che considera suo “partner per la pace”. Tale comportamento dell’Alleanza incoraggia le autorità ucraine a continuare le operazioni militari. Ne consegue che la NATO è responsabile dell’escalation delle tensioni e del fallimento del processo politico“. Aleksej Karpushev, primo segretario del Partito Comunista di Ucraina (PCU) di Gorlovka indicava che la Repubblica popolare deve nazionalizzare le aziende degli oligarchi nel Donetsk. “I comunisti del Donbas non sono con i golpisti di Kiev. Dobbiamo ripetere che sono dalla parte giusta della barricata. La Repubblica Popolare di Donetsk deve creare valide istituzioni amministrative e giuridiche. Deve affrontare numerose sfide visto che i fratelli russi non sembrano disposti ad intervenire per aiutare il popolo del Donbas. Le forze di Kiev sono una minaccia costante e la RPD deve creare un esercito per respingere i neonazisti (la pseudo-guardia nazionale) autori di massacri di civili. Per adempiere con successo a questa missione e ai doveri di uno Stato (pensioni, sussidi sociali…) dobbiamo tassare la ricchezza in questa regione posseduta dagli oligarchi, Rinat Akhmetov in particolare”. C’è un punto in comune tra il sindaco “popolare” di Slavjansk Vjacheslav Ponomarjov e il comunista Aleksej Karpushev. Sostengono che le grandi imprese, le proprietà degli oligarchi del “clan di Donetsk”, siano nazionalizzate e che il 100% dei loro profitti vadano direttamente ai lavoratori e al Tesoro. “Non è per gli oligarchi che il popolo del Donbas versa il sangue sulle barricate“, per Aleksej Karpushev “le persone che affrontano i proiettili della giunta di Kiev non combattono pre mantenere la “tavola imbandita” degli oligarchi. “La primavera russa non creerà imposte sui benefici che gli oligarchi possano pagare. Tali briciole non solleveranno il Donbas né normalizzeranno la vita. E’ necessario che il 100% delle aziende sia di proprietà nazionale, questo è il nostro obiettivo“. Presso Dnepropetrovsk, a Ternovka, città mineraria, gli abitanti scendevano in piazza armata quando oltre 50 squadristi armati di Pravyj Sektor occupavano la stazione di polizia e il municipio della città, accompagnati da una troupe della TV del locale oligarca Kolomojskij che riprendeva l’azione a “difesa della popolazione…” Migliaia di minatori reagivano subito assediando stazione e municipio, e strappando la bandiera fascista che vi era stata issata. “La popolazione ha imposto l’ultimatum ai cani fascisti di ritirarsi dalla città” e gli squadristi di Kolomojskij furono evacuati.
Il presidente russo Vladimir Putin istruiva lo staff presidenziale e il governo a fornire assistenza ai rifugiati provenienti dal sud-est dell’Ucraina, riferiva la Commissaria per i diritti umani russa Alla Pamfilova, “Secondo le mie informazioni, l’afflusso di persone provenienti dall’est dell’Ucraina, comincia a crescere e arriva non solo nelle regioni frontaliere della Russia, ma anche a Ekaterinburg. In alcuni luoghi le autorità locali danno una risposta rapida, in altri sono assolutamente indifferenti. Le persone aiutano, ma non esiste un sistema. Mi sembra che sia necessario un programma urgente per ricevere e sistemare queste persone, come impiegarle ecc“.

1043205Riferimenti:
Diario Octubre
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Il nazionalismo del Donbas

Leonid Savin  Open Revolt 30 maggio 2014
189340484Gli eventi nel sud-est dell’Ucraina indicano un fenomeno molto importante. Non si tratta solo di un indicatore del fronte della lotta geopolitica tra l’occidente e il club del mondo multipolare, è anche la frattura dello Stato ucraino, che negli ultimi tempi è un satellite e cliente di Washington e Bruxelles; la crescita della coscienza politica dei cittadini (nel senso dei cittadini che difendono i propri diritti e libertà con le armi, e non dei soggetti deboli dello Stato weberiano che non li difende dall’arbitrio degli avversari politici e non adempie agli obblighi sociali); e anche l’emergere di un nuovo nazionalismo, unico per caratteristiche e obiettivi. Il nazionalismo di molti popoli si caratterizza principalmente per la cultura, compresa la lingua (nella versione tedesca), o per la politica (nella versione francese). Tuttavia, il nazionalismo ha un’ampia gamma di attributi, che può includere etnia, solidarietà di gruppo, auto-rappresentazione e identificazione. Proprio in tal senso, si considerano i continui processi di disgregazione dello Stato ucraino segnati dal nazionalismo del Donbas. Il carattere politico del processo, abbastanza evidente a Lugansk, Donetsk, Slavjansk e altre città, da una chiara dimostrazione della soggettività politica. Questa soggettività è entrata nella fase attiva della formazione in periodo conflittuale, come in Abkhazia e Ossezia del Sud, dove il netto rifiuto della politica sciovinista del presidente georgiano Gamsakhurdia creò sacche di resistenza e indipendenza dalla Georgia. Aspirazioni simili, nel conseguire soggettività politica, possono essere osservate in altre regioni del mondo connesse al fattore etnico e ai diversi metodi di risoluzione. In Gran Bretagna ci sono il nazionalismo irlandese e scozzese, in Spagna quello basco e catalano. I sostenitori dell’unione e della creazione di una nazione ucraina unita, spesso volutamente lo dimenticano, anche se l’appello all’idea nazionale viene appunto citato quale esempio del movimento nazionalista europeo. E’ ovvio che l’Ucraina sia condannata dai diversi tipi di etno-nazionalismo, anche sul piano della geografia politica; in relazione agli altri Paesi europei, la repubblica ex-sovietica è troppo grande per essere omogenea, nel senso dell’omogeneizzazione massiccia di cultura nazionale, storia e pratiche socio-politiche. E’ chiaro che oltre all’artificiale, e in larga misura teorico, nazionalismo dei banderisti tracimante in Ucraina, ci sono altre forme d’identità, da quella rutena ad occidente a quella imperiale russa in Oriente.
Per tipologia, possiamo determinare che il nazionalismo del Donbas è di tipo misto, situazionale, cioè ha una specifica costruttivista indotta dall’azione della giunta Kiev. Insieme a questo è primordiale, cioè ha profonde radici storiche propriamente chiamate conoscenza tacita. L’inferiorità della politica liberal-galiziana ufficiale di Kiev, negli ultimi 10 anni, ha contribuito a far crescere e rafforzare l’embrionale nazionalismo del Donbass, ma in diversi aspetti affonda le radici in una piattaforma completa. Se la federalizzazione dell’Ucraina fosse stata attuta all’epoca, l’Ucraina avrebbe evitato la situazione attuale nel quadro di un nazionalismo di Stato nei vari livelli di lingue e culture; avremmo visto qualcosa di simile ai lander federali della Germania o ai cantoni svizzeri (consideriamo tali opzioni, date le frequenti dichiarazioni sulla scelta europea dell’Ucraina e la direzione delle diverse forze politiche negli ultimi 10-15 anni), ma questo non è accaduto. Sugli aspetti primordiali più comunemente posizionati a supporto dei vari movimenti nazionalisti (e di liberazione), è necessario considerare in dettaglio tutte le fasi storiche associate ad esso e il singolo strato di continuità compreso nelle nostra mitologia e memoria storica. La prima fase è associata alla proto-regione, senza una specifica condizione contemporanea chiaramente espressa ed associata al concetto di sovranità. Tuttavia, possiamo trovare tali elementi interessanti come gli alani (sarmati, sciti) giunti sul Don inferiore (Tanai nelle fonti greche e latine) e la riva superiore sinistra del Dnepr e nella riva settentrionale del Mare d’Azov. Proprio come la Crimea, questo contesto rientra nella zona del mondo ellenico, il Donbas diventa parte del circolo culturale alano-sarmato. La seconda fase, che risale all’epoca della grande migrazione, dimostra che molti popoli passarono e vissero nel territorio in esame. Oltre a slavi e turchi, vi furono peceneghi, torchi, kumani e berendi, spesso noti collettivamente come cappucci neri (Karakalpacchi). Il loro territorio era parte del khanato khazaro e più tardi entrò a far parte dell’Orda d’Oro. La terza fase si ebbe quando la regione era contigua alle periferie di diverse potenze, una sorta di terra nullius, campo selvatico senza uno Stato ma dove gli interessi degli Stati in conflitto e competizione (impero russo, regno di Polonia, khanato di Crimea e impero ottomano) erano in grado di scontrarsi militarmente. E’ sufficiente ricordare la lettera di Ivan il Terribile al khan di Crimea, dove dice che i cosacchi, che vivevano nel territorio turbando i tartari, non avevano rapporti con la Moscovia perché erano un popolo libero. Ma tali limes non possono esistere autonomamente a lungo, perché i grandi attori sono costretti a controllare terre, fiumi, mari e comunicazioni, e anche a creare una zona cuscinetto che protegga la metropoli da qualsiasi evento imprevisto. Fu cosi creata Novorossija, quando durante la guerra con l’impero ottomano, l’area del Mar Nero e regioni viciniori furono annesse. Si deve sottolineare che la regione del Donbas aveva suoi fattori culturali, anche se correlati alla generale identità cristiana ortodossa. Nelle attuali  regioni di Lugansk e Donetsk, alla metà del XVIII secolo, ci fu un’unità militare denominata Serbia slava, chiamata così per via dei serbi, montenegrini e valacchi trasferitisi durante l’avanzata dei turchi nei Balcani (un altra unità simile comparve nella regione di Kirovograd e si chiamava Nuova Serbia). Per inciso, un distaccamento di soldati montenegrini già apparve nel territorio slavo, collocandosi nella fortezza di Tor (sito creato nel 1637). Qui vediamo una connotazione molto interessante. Il famoso scienziato, viaggiatore ed esploratore norvegese Thor Heyerdahl, nel tentativo di trovare le origini della mitologia scandinava, arrivò alla conclusione che la divinità che dominava il pantheon pagano, Odino, fosse una persona storica, il capo di una tribù che giunse nel nord Europa proprio dal Don inferiore. Nel gruppo di Odino, come sappiamo, c’era Thor,  direttamente correlato alla guerra e alle pratiche militari. Thor sacrificò la propria mano in modo che gli Dei potessero ingannare il lupo Fenrir, l’incarnazione del male nella mitologia scandinava.  La fase successiva è l’unità politico-territoriale dell’impero russo conosciuta come terra delle forze del Don. Il fattore cosacco qui si mescola con quello religioso, dato che la maggior parte dei cosacchi non accettò le riforme del patriarca Nikon e aderì alla vecchia credenza. Seguì il periodo della Rivoluzione d’Ottobre e il tentativo di creare l’Esercito del Grande Don e la Repubblica di Donetsk-Krivoj Rog. Tuttavia, il territorio del Donbas fu annesso all’Ucraina. Poi venne l’epoca della modernizzazione di Stalin, dove nuovi flussi di popolazione vennero attratti ancora una volta, creando l’industria regionale. E’ evidente che il carattere del lavoro, le gesta eroiche dei minatori e metallurgici, le figure dell’opposizione, dei lavoratori, commercianti e politici (cripto-borghesia) ebbero importanza nel processo di comprensione della profondità dell’identità del Donbas. Questa fase si esplica organicamente nel tardo periodo sovietico, quando si può già sentire la frase “Noi siamo del Donbas” dalla bocca della gente, non vincolatasi all’Ucraina. Per inciso, il fattore minerario ha anche un significato definito nella formazione della concezione del mondo dei residenti del Donbas. Si tratta di una professione pericolosa che spesso porta alla morte, individuale o di gruppo, formando corrispondenti percezione ed atteggiamento verso la morte, assente nei residenti della Polesia o di Lvov. I nazionalisti di Lvov preferiscono sfuggire alla morte recandosi nell'”Europa illuminata” o cercando una nuova casa in Nord America, in Canada o a Chicago, come fecero i loro predecessori poi inclusi nella strategia generale della CIA per combattere l’Unione Sovietica. L’attuale resistenza del Donbass testimonia lo spirito fortemente appassionato degli abitanti di questa regione. Su appello del primo presidente ucraino Leonid Kravchuk, nel 1991, l’intellighenzia (compresa la diaspora) fu coinvolta nella formazione del nuovo edificio statale, della nazione ucraina dall’apparenza eccezionale e corrispondente alla mitopoiesi che parla dei grandi antenati degli ucraini, gli Ariani (Oryans nella versione di questi creatori di miti), puntando a gettare le basi primordiali dell’ideologia ucraina, più che altro dei grevi deliri e allucinazioni da malati di mente, e non una ricerca scientifica o un programma teorico per preparare l’élite del nuovo Stato e istruire allo spirito del patriottismo. Il nazionalismo banderista per sua natura ha un carattere esclusivo, e le contraddizioni nel nazionalismo ucraino, anche tra gli ideologi del XX secolo, hanno un carattere più ripugnante che interessante (contraddizioni simili sono di solito ben nascoste dai numerosi intellettuali nazionalisti, anche se la massa principale è lungi dal conoscere teoricamente le idee di Dontsov, Lipa, Stetsko, Mikhnovskij e altri apologeti del nazionalismo ucraino). Inoltre, deve essere ricordato che la regione del Donbas non ha subito l’espansione greco-cattolica di cui l’Ucraina occidentale ha sofferto e di conseguenza è la Chiesa ortodossa russa del Patriarcato di Mosca ad occupare una posizione dominante. Piccoli gruppi di eretici, che si definiscono seguaci del patriarca di Kiev (Filarete), successivamente passati alla chiesa uniate, insieme a varie denominazioni protestanti, non svolgono un ruolo significativo nella formazione della mentalità delle regioni di Lugansk e Donetsk, e i loro sostenitori e predicatori di solito sono respinti. Quindi, abbiamo la comparsa di un nuovo, unico e interessante evento, il nazionalismo del Donbas. Allo stesso tempo, è parte integrante del più ampio nazionalismo russo, poiché la sua struttura ha la stessa base del nazionalismo russo, agendo come fattore ombrello ed elemento di collegamento con la Russia, soprattutto nelle regioni meridionali storicamente associate al Donbass. Non dipende dall’esito dell’attuale battaglia geopolitica tra il Don e il Dnepr, perché è ovvio che il nazionalismo del Donbas rientra organicamente nel mondo russo dell’Eurasia.

100015751. Il Donbass è il nome del Sud-Est dell’Ucraina contemporaneo (formata da parti delle regioni di Dneptropetrovsk, Lugansk e Donetsk) e parte della regione russa di Rostov.

Ukraine-Map-1728x800_cTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ucraina, logoramento della NATO a Kiev

Alessandro Lattanzio, 31/5/2014donbas-miners-antifascist-strikeL’11 maggio, un aereo polacco atterrava all’aeroporto di Kiev nella massima segretezza, da cui furono sbarcati uniformi militari della NATO, 500 contenitori di anfetamine e altri di sostanze tossiche. Il carico era accompagnato dall’agente della CIA Michael Richard. A bordo dell’aereo c’erano anche elementi di Fazione destra e mercenari della Analizy Systemowe Bartlomiej Sienkiewicz (ASBS) Othago, creata alcuni anni fa dall’attuale ministro degli Interni polacco, B. Sienkiewicz. Nel settembre 2013 il ministro degli Esteri polacco R. Sikorski aveva invitato 86 membri di Fazione destra ad addestrarsi presso il centro di addestramento della polizia di Legionowo, a 23 km da Varsavia. I combattenti si addestrarono per un mese ad organizzare proteste di massa, erigere barricate, occupare edifici governativi, alle tattiche di combattimento urbano, al tiro anche con fucili di precisione. Inoltre, gli elicotteri con i simboli delle Nazioni Unite usati negli attacchi aerei su Kramatorsk erano pilotati da mercenari polacchi, visto che i piloti ucraini si erano rifiutati di utilizzare tali velivoli. Il ministero degli Esteri polacco aveva dichiarato, il 2 febbraio, “Sosteniamo la linea dura adottata da Fazione destra… Le azioni radicali di Fazione destra ed altri gruppi di manifestanti e il relativo uso della forza, sono giustificati… Fazione destra s’è assunta la piena responsabilità delle violenze nelle recenti proteste. È una posizione onesta che rispettiamo. L’unica opzione accettabile sono le azioni radicali di Fazione destra. Non c’è altra alternativa“.
Le unità della Repubblica Popolare del Donetsk (DPR) e l’esercito ucraino si scontravano presso il Sergej Prokofev International Airport di Donetsk, il 28 maggio, le “Forze di autodifesa della repubblica attualmente controllano quasi la metà dell’aeroporto“. Jet da combattimento ucraini pattugliavano lo spazio aereo sopra la città mentre un drone era stato notato nei pressi del dipartimento regionale del servizio di sicurezza dell’Ucraina. Il 29 maggio, 14 miliziani ucraini, tra cui il comandante della Guardia nazionale Sergej Kulchitskij, furono eliminati durante un’operazione speciale contro i sostenitori della federalizzazione nell’Ucraina orientale. Un altro elicottero era stato abbattuto dall’Autodifesa di Slavjansk. Circa 300 mercenari islamisti provenienti dalla Siria combattono nel sud-est dell’Ucraina al servizio delle forze golpiste ucraine. Dopo il ritorno dalla Siria, si sono uniti al battaglione di Fazione Destra che partecipa alla spedizione punitiva contro le regioni del sud-est del Paese. La maggior parte dei mercenari sono galiziani, tra cui cecchini e commando noti per la ferocia. Intanto 80 soldati ucraini asserragliatisi in una base militare di Lugansk si arrendevano alle forze di autodifesa che avevano assalto l’installazione militare della Guardia Nazionale ucraina. L’assalto era durato 10-15 minuti. Il comandante dell’autodifesa Gennadij Tsepkalo confermava che tutti i soldati si erano arresi e che gli avevano promesso che sarebbero stati rimandati a casa. In precedenza altri 10 soldati si erano arresi. Nella zona di Aleksandrovsk le forze di autodifesa catturavano altri 20 soldati di Kiev.
Il 29 maggio, le forze di autodifesa di Slavjansk dichiaravano di detenere 4 spie travestite da osservatori dell’OSCE. “Sono stati arrestati. Li avevamo avvertiti di non andare vicino alle posizioni della difesa, ma non ci hanno dato retta e abbiamo dovuto bloccarli. S’è scoperto che alcuni dei detenuti non appartenevano alla missione dell’OSCE. Saranno trattenuti fin quando tutte le circostanze saranno chiarite“. Secondo il sindaco di Slavjansk Vjacheslav Ponomarjov, circa 1200 soldati ucraini sono morti o feriti nell’operazione speciale contro Slavjansk, ed 8 elicotteri e 15 blindati sono stati distrutti. “Secondo le nostre informazioni, l’esercito ucraino ha subito le seguenti perdite: 1200-1300 effettivi, 8 elicotteri, 15 mezzi di trasporto blindati e 3 pezzi di artiglieria sono stati distrutti solo a Slavjansk“. Il sindaco ha anche osservato che Slavjansk ha avuto “circa 200 persone uccise e 300 ferite“. Diverse abitazioni sono state rase al suolo nei villaggi di Andreevka e Sergeevka, alla periferia della città. A Donetsk, i cecchini golpisti impediscono di evacuare i cadaveri dalla zona dell’aeroporto; in due giorni hanno ucciso sei persone che tentavano di farlo. Il Primo ministro di Donetsk ribellarsi, Aleksandr Borodaj, affermava che le operazioni dei golpisti contro la città erano costate la vita a circa 60 miliziani dell’autodifesa e a circa 200 civili. Aleksej Pushkov, il capo della commissione per gli affari esteri della Duma russa, aveva scritto che le autorità provvisorie di Kiev mentono quando affermano che le zone residenziali in Ucraina orientale non sono colpite dalle loro truppe.
10290632 Il 28 maggio, i minatori della regione di Donetsk entravano in sciopero ad oltranza per protestare contro l’aggressione dell’esercito ucraino e chiedendo la fine dell'”operazione antiterrorismo” nella regione; numerose miniere del Donbas partecipano agli scioperi che si allargano ad altre miniere. Diverse centinaia di minatori hanno dimostrato a Donetsk, sventolando la bandiera della Repubblica e scandendo lo slogan “No al fascismo nel Donbas!“. “Non vogliamo truppe qui. I nostri bambini hanno paura di andare per strada. Nostri concittadini sono stati uccisi e non possiamo semplicemente stare a guardare. Vogliamo la pace e poter lavorare. Vogliamo che i soldati occupanti se ne vadano, che ritornino dalla loro giunta a Kiev“. Il 29 maggio, negli scontri intorno Slavjansk le unità della Guardia nazionale subivano alcune perdite. Attività partigiana nell’oblast di Kharkov, con l’eliminazione di due squadristi di Fazione destra. Il Battaglione Vostok iniziava le operazioni di sicurezza intorno agli edifici amministrativi della Repubblica del Donetsk e presso l’aeroporto. 8 civili sono stati uccisi nel Donbas per mano degli squadristi di Majdan. Il 30 maggio, i golpisti ucraini bombardavano Slavjansk, causando numerose vittime civili, per vendicarsi dell’eliminazione del capo degli squadristi della Guardia nazionale majdanista. Un tentativo di evacuare i bambini da Slavjansk venne impedito delle unità della Guardia nazionale ucraina che bloccano la città. Un centro di accoglienza per rifugiati è stato istituito a Sebastopoli. Diverse centinaia di rifugiati sono arrivati nella Repubblica Autonoma di Crimea della Federazione Russa. Altri centri sono previsti a Simferopol e Kerch. 200 bambini di Slavjansk riuscivano ad essere evacuati nel campo di Artek in Crimea, e altri 300 a Svjatogorsk e altre città del Donetsk e nella regione di Odessa. Infine, il commissario per i diritti dell’infanzia russo indicava che “I territori di Belgorod, Voronezh e Kursk sono pronti ad accogliere i bambini. Siamo anche pronti a inviarli in Crimea“. Sempre in Crimea, gli agenti del Servizio di Sicurezza Federale (FSB) della Russia arrestavano 4 terroristi di Pravý Sektor che volevano perpetrare attentati in diverse città della penisola, “Il dipartimento di ricerca ha aperto procedimenti penali nei confronti di OS, SA, AC e AK, sospetti membri di un gruppo terroristico che intendeva far detonare esplosivi la notte dell’8-9 maggio nei pressi di siti commemorativi, come la fiamma eterna e il monumento a Lenin di Simferopol” per destabilizzare la penisola russa. Gli agenti della sicurezza hanno sequestrato esplosivi, armi da fuoco, munizioni, maschere antigas e distintivi neofascisti.
In tale situazione, il neoeletto presidente ucraino Poroshenko ha dichiarato, “Dobbiamo creare un nuovo trattato di sicurezza con gli USA. Dovremmo collaborare nell’assistenza tecnica militare e nella consulenza dell’assistenza. Siamo pronti a lottare per l’indipendenza, e dovremmo costruire le forze armate di Ucraina“. La Russia però non riconosce la legittimità di tali elezioni.  Poroshenko ha anche chiesto al presidente della Commissione europea, Jose Manuel Barroso, e al presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, di rinviare la firma della parte economica dell’accordo riguardante l’associazione dell’Ucraina con l’Unione europea, e per un periodo indeterminato. Poroshenko ha paura che, dopo la firma dell’accordo di associazione con l’Unione europea, la Russia possa imporre restrizioni all’importazione di beni ucraini, danneggiando  la situazione socio-economica dell’Ucraina, e anche gli interessi di Poroshenko, che possiede attività e proprietà in Russia. Inizialmente era prevista la firma della seconda parte dell’accordo di associazione il 27 giugno. La prima parte era stata firmata il 21 marzo, tra il golpista Arsenij Jatsenjuk e gli eurocrati Barroso e Van Rompuy. Intanto, la Russia ritirava tutte le truppe non coinvolte nelle manovre presso il confine con l’Ucraina, ma migliaia di soldati rimanevano concentrati al confine con l’Ucraina. Il 24 maggio, il Capo di Stato Maggiore Generale russo, Generale Valerij Gerasimov, dichiarava che il ritiro delle truppe dal confine sarebbe durato almeno 20 giorni. Una fonte dello Stato Maggiore affermava che questi piani sono stati rivisti dopo l’aggressione a Donetsk. La Russia lascerà 5000 soldati al confine con l’Ucraina. “Sarebbe del tutto illogico far ripiegare ora le truppe“, ha detto Aleksandr Perenzhev, dell’Associazione degli analisti militari russi. “Solo dopo la fine dei combattimenti nel sud-est sarà possibile ritirare completamente le truppe”.
Infine, i leader di Russia, Bielorussia e Kazakhstan firmavano ad Astana, il 29 maggio, il trattato sulla costituzione dell’Unione economica eurasiatica (UAE), basata sulla Comunità economica eurasiatica formata da Russia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan e Tagikistan. Il Viceministro degli Esteri del Kazakhstan, Ordabaev Samat, affermava “Abbiamo visto quanto è stato fatto per non permettere l’adesione dell’Ucraina al progetto eurasiatico. Ma tentiamo di stabilizzare la situazione, soprattutto nella regione dell’Asia centrale“.

10292532Riferimenti:
Dedefensa
ITAR-TASS
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Marxist
Nsnbc
RIAN
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L’esercito ucraino e il genocidio contro la popolazione dell’Ucraina

Valentin Vasilescu Reseau International 30 maggio 2014
tank-graveyard-6_2840058kL’interferenza di Washington nella politica della Difesa dell’Ucraina ha portato al genocidio  perpetrato dall’esercito ucraino nel Paese. L’incapacità dei militari d’impegnarsi in combattimento contro gli insorti armati ha portato a scegliere i civili come bersaglio, necessario agli scopi statunitensi, fornendo involontariamente un grande nucleo di soldati ben addestrati e motivati pronti a servire la causa della federalizzazione dell’Ucraina.
Il massacro di Odessa e l’assassinio di decine di civili in Ucraina orientale, applauditi con soddisfazione dall’occidente, sono stati attribuiti alle organizzazioni fasciste Svoboda e Fazione destra tollerate dalle autorità. Dopo l’elezione del presidente ucraino, l’esercito nazionale dirige il genocidio della minoranza russa in Ucraina orientale, sparando con i cannoni sui quartieri di Slavjansk, bombardando a Donetsk con aerei da combattimento Su-25 le auto sulle strade, provocando in un giorno oltre 50 vittime civili. Tali metodi mettono l’esercito ucraino fuori dal diritto internazionale sulle questioni umanitarie e la protezione dei civili nei conflitti armati, secondo le Convenzioni di Ginevra, e suscitando possibili sanzioni dalla comunità internazionale. Sono anche la prova che non c’è più un esercito nazionale al servizio del popolo ucraino, ma una banda di mercenari asserviti agli oligarchi sostenuti dall’occidente. Tale metamorfosi dell’esercito ucraino che massacra i civili, è dovuta all’incapacità già dimostrata di combattere ad armi pari contro le forze dell’autodifesa di Donetsk e Lugansk. Ad esempio, la mattina del 10 maggio, giorno del referendum a Donetsk e Lugansk, una colonna di sei blindati della 95.ma Brigata paracadutisti che eseguiva la cosiddetta “operazione antiterrorismo”, cadde in un’imboscata organizzata dai federalisti a 40 km da Slavjansk (nel nord della regione di Donetsk). I paracadutisti della brigata ucraina furono preparati da istruttori statunitensi del centro “John F. Kennedy” del Special Operations Command di Fort Bragg, per partecipare alle operazioni con le truppe statunitensi in Afghanistan. Ma il gruppo federalista, composto da 20 ufficiali della riserva che in passato comandarono le unità aviotrasportate ucraine, li neutralizzarono con lanciarazzi portatili MLI, colpendo testa e coda del convoglio. Una volta sbarcati dai loro blindati fuori uso sulla strada, i paracadutisti furono circondati e costretti ad arrendersi. Alla loro testa vi era un comandante di battaglione, un colonnello. In precedenza, un elicottero MI-17 con 13 sospetti mercenari occidentali a bordo, fu abbattuto a Kramatorsk (zona nel nord di Donetsk), senza lasciare sopravvissuti, e ciò dopo che era stato abbattuto un primo elicottero d’attacco ucraino Mi-24, incaricato di proteggerlo. Ciò ha il segno degli ufficiali di riserva, categoria di veri professionisti dell’esercito ucraino.
I generali ucraini che guidano la cosiddetta operazione “antiterrorismo” in Ucraina orientale hanno dimostrato vividamente di non aver alcuna idea dei principi fondamentali della lotta armata, cioè  coordinamento nel tempo e nello spazio tra diversi tipi di forze e armi comandate. Il 21 maggio, un punto di appoggio fu costituito da tre plotoni di paracadutisti dell’esercito ucraino, con blindati e mitragliatrici pesanti ZU-23, presso Volnovaga, città a sud di Donetsk. Quando il punto di appoggio fu attaccato con armi automatiche dai federalisti, i paracadutisti subirono perdite pesanti. L’agenzia ucraina Unian, citata dall’agenzia Agerpres, dice che vi furono 16 morti e 30 feriti tra i militari ucraini dopo l’intervento di due elicotteri d’attacco ucraini Mi-24. Gli equipaggi intervennero senza contatto radio con i loro commilitoni paracadutisti, e in assenza di qualsiasi agente presente nel dispositivo ad indicargli gli obiettivi. Così i piloti degli elicotteri spararono senza saperlo sui propri commilitoni, e il fuoco continuò dopo che il comandante della compagnia paracadutisti poté contattare il comando ucraino. Coloro che credono che l’esercito romeno sia guidato da generali migliori degli ucraini, sbagliano. Il 23 dicembre 1989, alle 10:30, l’elicottero IRA 330 n° 87 dell’UM01901 di Boteni, ebbe l’ordine di attaccare dei “terroristi” nei pressi del cimitero militare Ghencea, dove vi era la sede del Ministero delle Difesa Nazionale (DND). L’equipaggio non ebbe informazioni sulla posizione del dispositivo e distribuzione della difesa del DND, o della radiofrequenza con cui contattare le truppe a terra, e nessun agente ad indicare il bersaglio. Inoltre, i comandanti del comando centrale della difesa del DND non furono informati della missione dell’elicottero, provocandone l’abbattimento con munizioni da 12,7 millimetri sparate dai soldati del dispositivo a difesa del DND.
Come è possibile una tale mancanza di professionalità e di sentimento nazionale nell’esercito ucraino? Il 22 ottobre 1991, quando l’Ucraina divenne indipendente dall’URSS, il materiale bellico dell’esercito sovietico in Ucraina fu ceduto all’esercito ucraino. Erano i più moderni mezzi bellici delle riserve strategiche dell’URSS organizzate in Ucraina. Vi erano 4080 carri armati, 5050 veicoli blindati, 3095 veicoli leggeri, 4040 pezzi di artiglieria, 1090 aerei, 330 elicotteri e truppe con vasta esperienza. Tra la disintegrazione del Patto di Varsavia e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la NATO impose la firma del Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa di Parigi, ultimato nel novembre 1992 e massicciamente applicato nel 1995. Il trattato disarma gli ex-membri del Patto di Varsavia, per impedirgli di resistere all’annessione alla NATO e all’UE. Dopo 10 anni, nel 2005, dopo l’insediamento della coppia Jushenko-Timoshenko a Kiev, con il pretesto della compatibilità con le forze della NATO, il Pentagono impose all’Ucraina un cosiddetto “piano di modernizzazione e di sviluppo” con cui, entro 7-8 anni, l’esercito ucraino si sbarazzava di gran parte del suo equipaggiamento militare rimastogli dopo la prima epurazione attuata applicando il Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa, e a seguito di tale nuova ristrutturazione, l’equipaggiamento dell’esercito ucraino si ridusse; dei 600 aerei ed elicotteri sopravvissuti, ne rimasero non più di 200, e dei 2800 carri armati, veicoli corazzati e leggeri sopravvissuti, ne rimasero 1600 ad esempio. Nel 2006, l’ultimo squadrone ucraino dotato di bombardieri supersonici Tu- 22M3 venne privato dei 43 velivoli rimasti dalla dissoluzione dell’ex-URSS. La decisione del Pentagono non ha alcuna spiegazione se non minare le difese dell’Ucraina per soddisfare i propri interessi, cioè servirsene come forza di occupazione in Iraq e in Afghanistan, come l’esercito rumeno. Considerando che, se ci riferiamo solo ai velivoli Tu-22M3, Su-25, Su-27 e MiG-29 (con più della metà delle risorse impoverite), ne bastava l’aggiornamento. Questo potrebbe essere facilmente eseguito dalla rinomata industria aeronautica ucraina di Kiev Antonov. Il suo nuovo velivolo da trasporto pesante An-70 (realizzato in collaborazione con la Russia) lo dimostra. I comandi dell’An-70 sono elettronici, fly-by-wire, e i piloti utilizzano una cloche simile a quella montata sul pannello laterale della cabina degli F-16. La cabina è di tipo vetronico che utilizza schermi LCD a colori subordinati ai sistemi di controllo del volo. Il sistema di controllo di volo ha un’interfaccia uomo-macchina tipo FEP (protezione dell’inviluppo di volo) che calcola continuamente la sicurezza del volo e annulla gli ordini del pilota quando superano i limiti dell’evoluzione dell’angolo di attacco o i limiti strutturali del velivolo.
Durante il piano di riduzione degli armamenti, ancora nel 2005, il Pentagono pubblicò la lista di 3500 alti ufficiali della riserva ucraina. L’elenco conteneva il 95% di coloro che inquadrarono gli stati maggiori dell’esercito, dell’aeronautica e della marina dell’Ucraina. Inoltre, vi furono inseriti i comandanti dei distretti militari e delle grandi unità dell’esercito. Il Pentagono continuò senza ostacoli a ripulire l’esercito ucraino, anche dopo l’avvento al potere di Janukovich, così che fino al 2014 più di 41mila ufficiali erano stati rimossi e messi in riserva, e al loro posto fu messo personale civile, in parte proveniente da organizzazioni estremiste come Svoboda e Fazione destra, da altri ambiti o anche teppisti. L’esercito ucraino si renderà conto ben presto cosa sia la protezione degli Stati Uniti nel genocidio del proprio popolo. Sperando che i suoi crimini restino impuniti, come successe nel 1989 all’esercito romeno. Per trascinare la Romania nella condizione di colonia statunitense, l’esercito romeno uccise 1100 persone dopo la cacciata dal potere di Ceausescu, attribuendo le vittime a terroristi immaginari.

10357991Valentin Vasilescu, pilota ed ex-vicecomandante della base militare dell’aeroporto di Otopeni, laureato in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari di Bucarest nel 1992.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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