Libia, una nuova guerra per liberarsi degli islamisti

Alessandro Lattanzio, 20/5/2014
685656-libya-photo-collection.8191917_stdSecondo l’ex-capo dei golpisti del CNT, Mahmud Jibril, “Gli Stati Uniti hanno perseguito una politica di doppiezza in Libia. Il loro obiettivo principale era mettere al potere i fratelli musulmani in Egitto, Libia e Tunisia per contenere il terrorismo, affidando il programma ai suoi alleati regionale Turchia e Qatar. La caduta di Mubaraq contribuì al successo del piano degli Stati Uniti. Ma il Generale Abdalfatah al-Sisi, il ministro della Difesa egiziano che ha tolto di mezzo il presidente egiziano islamista Muhammad Mursi, ha inferto un duro colpo al piano. Il Qatar supportò la rivolta anti-Gheddafi, imponendo l’emiro del Gruppo islamico combattente libico in Afghanistan (LIFG), Abdalhaqim Belhadj, a capo dei rivoluzionari libici. L’emiro del Qatar, Hamad bin Qalifa, rifiutò di disarmare le milizie e di recuperare le armi fornite dal Qatar, su raccomandazione della Francia, che gli islamisti ricevevano all’aeroporto di Bengasi sotto la supervisione di ufficiali dei servizi segreti del Qatar. Perciò ci siamo rivolti al Sudan per avere le armi. Per le sue operazioni, il Qatar assieme a Mustafa Abdaljalil, presidente del CNT, aveva deciso che sarei stato sollevato dalla carica di ministro degli Interni e della Difesa. Mustafa Abdaljalil aveva già “giurato fedeltà al Qatar, nutrendo simpatie per fratelli musulmani. Con mia grande sorpresa, appresi che Abdalhaqim Belhadj fu presentato ai capi di Stato Maggiore della NATO in una riunione della coalizione a Doha, nell’agosto 2011, dove ebbe un briefing sulla situazione militare in Libia, in vista dell’offensiva contro Tripoli. Il comando operativo fu poi trasferito dall’isola di Djarba in Tunisia, sotto l’autorità del partito islamista al-Nahda di Rashid Ghannuchi, uomo del Qatar, a Zintan nel Jabal al-Nafusa, nella Libia occidentale. Infine, l’assalto contro Tripoli fu ritardato di diverse settimane a causa del fatto che il Qatar aveva invocato l’opposizione della NATO a tale operazione quale scusa per l’incapacità nel distruggere le difese della capitale. Quando arrivammo a Tripoli, scoprimmo che 24 dei 28 obiettivi cruciali per paralizzare le difese della capitale furono distrutti. Il Qatar sfruttò il pretesto dell’opposizione della NATO per permettere a Belhadj di entrare per primo”.
Il 24 marzo 2014, la petroliera Morning Glory veniva sequestrata a largo di Cipro da un commando di 24 Navy SEAL imbarcati sui natanti veloci di un incrociatore lanciamissili di scorta alla portaerei USS Roosevelt. L’equipaggio di 21 persone della petroliera venne trasbordato sulla portaerei statunitense per essere poi processato per “acquisto illegale di petrolio” in Libia. “L’equipaggio sarà deferito alle autorità giudiziarie competenti“, secondo il tenente-colonnello Salim al-Shawirf. “L’equipaggio della petroliera è ora sotto la mia autorità ed è indagato“, aveva detto il procuratore neo-coloniale libico Abdalqadir Radwan, sebbene senza l’intervento delle forze speciali e della marina atatunitensi la nave non sarebbe mai stata presa. La petroliera era di proprietà di una società degli Emirati Arabi Uniti, ed era noleggiata da una società saudita, batteva la bandiera della Corea democratica, ma Pyongyang l’aveva radiata dal suo registro navale in quanto violava la legge “sul registro e i contratti marittimi che vietano il trasporto di merci di contrabbando“.
A metà aprile, esplosero proteste a Zawiya, pochi giorni dopo che il governo aveva ceduto il controllo di due porti petroliferi all’esercito per porre fine alla crisi e alle controversie tra le autorità regionali cirenaiche e quelle centrali. L’esercito aveva preso il controllo dei porti di Zuaytina e Mars al-Hariga. Però l’11 aprile i manifestanti riuscirono ad occupare la raffineria di Zawiya chiudendone la produzione di 120000 barili al giorno. Il 13 aprile, i “ribelli” della regione autonoma della Cirenaica si accordarono per consegnare al governo centrale i terminali petroliferi dei porti di Ras Lanuf e Sidra, occupati dal luglio 2013. La disputa ha ridotto le esportazioni di petrolio della Libia di 1,25 milioni di barili al giorno, con la conseguente perdita di circa 14 miliardi di dollari di entrate.
Nel giugno 2013, un comandante di al-Qaida, Ibrahim Ali Abu Baqr al-Tantush, prendeva il controllo di una base segreta creata dalle forze speciali statunitensi sulla costa libica: Campo 27. Nell’estate del 2012, i Berretti Verdi statunitensi ristrutturarono la base militare a 27 chilometri ad ovest di Tripoli, per ospitare e addestrare i combattenti per le operazioni speciali antiterrorismo della Libia. Ma due anni dopo, il campo di addestramento veniva utilizzato da al-Qaida fomentando il caos nella Libia post-Jamahiriya. “Un funzionario della Difesa degli Stati Uniti affermava che il campo oggi viene considerato ‘zona negata’ o luogo in cui le forze USA dovrebbero aprirsi la strada per accedervi“. Seth Jones, esperto di al-Qaida della Rand Corporation, aveva detto che la Libia è oggi un rifugio di al-Qaida nordafricana. “V’è una serie di campi di addestramento di al-Qaida e dei vari gruppi jihadisti emersi nel sud-ovest della Libia, intorno a Tripoli, e nel nord-est della Libia, intorno a Bengasi”. Nel marzo 2014, il generale David Rodriguez, a capo dell’US Africa Command, affermò al Comitato dei Servizi Armati del Senato che un paio di migliaia di combattenti stranieri era transitato dal nord Africa alla Siria e che al-Qaida ne coordinava le attività. Ed ora questi militanti avevano una base presso Tripoli, oltre a una serie di dispositivi tattici avanzati. “La sfida più grande sono munizioni, armi ed esplosivi che dalla Libia continuano a fluire in tutta la regione del nord-ovest dell’Africa“. Alla domanda se tali armi rafforzassero al-Qaida in Africa, Rodriguez rispose: “Li rafforza in tutto il nord-ovest dell’Africa“.
Nel frattempo, il Congresso Nazionale Generale della Libia non riusciva a nominare un nuovo primo ministro, avendo il candidato Ahmad Mitiq ottenuto solo 113 dei 120 voti necessari. La Libia era senza premier da quando Ali Zaydan era scappato in Europa a marzo e il primo ministro ad interim Abdullah al-Thini rimaneva in carica fino alla nomina di un successore. Al-Thini aveva annunciato a metà aprile che si sarebbe dimesso, spaventato da uno scontro a fuoco in una zona residenziale che lo vide oggetto. Il primo vicepresidente del Congresso, Az al-Din al-Awami dichiarava chiuso un primo procedimento per eleggere il nuovo premier; ma esso venne illegalmente riaperto dal secondo vicepresidente, Salah Maqzum, dove Mitiq riceveva 121 voti. Infine la situazione venne risolta dal presidente del Congresso Nuri Abu Sahmayn che nominava Mitiq nuovo primo ministro. Il portavoce del primo ministro al-Thini, Ahmad Lamin, affermava che una volta raggiunto l’accordo, al-Thini sarebbe rimasto in carica finché Mitiq avesse stilato il nuovo governo e il Congresso l’avesse approvato. Ma proprio ci si avviava verso l’adempimento di tale processo, esplosero nuovi scontri a Bengasi. Secondo il quotidiano algerino al-Qabar del 12 maggio, il Feldmaresciallo egiziano Abdalfatah al-Sisi avrebbe deciso di estirpare il terrorismo islamista in Egitto intervenendo militarmente contro le relative basi in Libia. Il direttore dell’intelligence egiziana Muhammad Farid al-Tuhamy avrebbe visitato Washington per spiegare al governo degli Stati Uniti le minacce poste da al-Qaida all’Egitto dalla Libia, affermando che i combattenti dallo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL) provengono dall’Egitto e che il nuovo governo di Cario li combatte. Il 10 maggio al-Qabar aveva pubblicato un articolo che avvertiva dell’imminente guerra in Libia, che avrebbe potuto propagarsi anche in Tunisia. Gli Emirati Arabi Uniti avrebbero sostenuto l’azione contro la Libia per stabilizzarvi la situazione e por fine alle minacce poste dagli islamisti. Lo sceicco Muhammad bin Zayid bin Sultan al-Nuhayan, principe ereditario di Abu Dhabi, sosterrebbe l’Egitto nella repressione dei gruppi islamisti che minacciano la stabilità regionale.
general-khalifa-haftar-attends-news-conference-abyar-small-town-east-benghaziLa mattina del 16 maggio, l’ambasciatore d’Algeria a Tripoli, Abdalhamid Buzhar, subiva un tentativo di rapimento da parte di uomini armati, presso la sua residenza a Qarqas, Tripoli. Ma la scorta del personale diplomatico algerino riusciva ad evacuare l’ambasciatore presso l’aeroporto di Tripoli e da lì ad Algeri. Il resto del personale della rappresentanza diplomatica venne evacuato il giorno dopo e l’ambasciata venne chiusa. Questo tentato rapimento era l’ultimo di una serie di attacchi alle missioni diplomatiche in Libia. Un diplomatico tunisino e l’ambasciatore giordano furono rapiti e poi rilasciati. A Bengasi, sempre il 16 maggio, esplosero scontri armati tra l”esercito nazionale libico’ dell’ex-generale golpista Qalifa Haftar e le milizie islamiste, causando 79 morti e oltre 140 feriti. A Tripoli, un comunicato del presidente del Congresso nazionale generale, Nuri Abu Sahmayn, accusava Haftar di essere “al di fuori della legittimità dello Stato” e di compiere un vero e proprio “colpo di Stato”. Il generale negava, “L’operazione lanciata venerdì e battezzata ‘Restaurare la dignità della Libia’ mira a ripulire il Paese dai terroristi. Abbiamo cominciato questa battaglia e continueremo fino a raggiungere il nostro scopo. Il popolo libico è con noi”. L”esercito nazionale’ guidato da Qalifa Haftar, ex-capo dei golpisti che nel 2011 rovesciarono Muammar Gheddafi, aveva il sostegno di un aereo da guerra e di elicotteri che bombardarono la caserma occupata dalla milizia islamista “Brigata 17 febbraio”, mentre i miliziani attaccarono la base del gruppo islamista Rafallah al-Sahati. I combattimenti si svolgevano nella zona di Sidi al-Fradj, a sud di Bengasi. Il Capo di stato maggiore dell’esercito libico, Abdalsalam Jadallah al-Ubaydi, “nega che le forze armate siano coinvolte negli scontri a Bengasi“. “In una dichiarazione alla televisione nazionale, al-Ubaydi ha chiesto all’esercito e ai rivoluzionari di opporsi a qualsiasi gruppo armato che cerchi di controllare Bengasi con la forza”. Invece molti soldati aderivano all”esercito nazionale’ dopo i numerosi attacchi compiuti dalle milizie legate ad al-Qaida fin dall’invasione USA-NATO. Al-Ubaydi vietava inoltre alle forze armate di entrare a Bengasi per sostenere Haftar. Per al-Ubaydi l’azione di Haftar era un “colpo di Stato”. Il primo ministro ad interim Abdullah al-Thini affermava che solo un aviogetto aveva attaccato i gruppi islamisti e senza il permesso del governo, “E’ il tentativo di sfruttare l’attuale insicurezza contro la rivoluzione”. Muhammad al-Hijazi, portavoce dell”esercito nazionale’, dichiarava alla TV libica al-Ahrar che unità dell’esercito regolare si erano unite alle forze di Haftar nella lotta agli islamisti, tra cui forze aeree e forze speciali. Gli “scontri non si fermeranno fin quando l’operazione raggiungerà i suoi obiettivi“. Sempre secondo al-Hijazi anche i militari dell’aeroporto di Bengasi, Benina, avevano aderito all’azione di Haftar. Reuters riferiva che le autorità libiche avevano chiuso l’aeroporto di Bengasi, “Abbiamo chiuso l’aeroporto per la sicurezza dei passeggeri, ci sono scontri in città. L’aeroporto sarà riaperto a seconda della situazione della sicurezza”. L’agenzia LANA citava Milad al-Zuwi, portavoce delle forze speciali, che negava il coinvolgimento delle sue truppe. Il portavoce dell”esercito libico nazionale’ Muhammad al-Hijazi riferiva che i combattenti al comando di Haftar “hanno bombardato le basi appartenenti ad Ansar al-Sharia e ad altri gruppi islamisti a Bengasi“. Quindi alcuni elicotteri e un caccia MIG-21 bombardarono le basi bengasine di Ansar al-Sharia, Rafallah al-Sahati e battaglione ’17 Febbraio’. A Tripoli, le milizie di Zintan attaccarono una base dei miliziani filo-governativi. Il 17 maggio, velivoli libici bombardavano la stazione radio di Ansar al-Sharia di Bengasi. Le operazioni proseguirono il 18 maggio a Tripoli, con l’assalto al parlamento, causando 2 morti e decine di feriti, e a cui parteciparono le brigate di Zintan al-Qaqa, al-Sawaiq e al-Madani che, insieme ad unità dell’esercito libico, assaltarono anche diverse basi islamiste, tra cui quella della 27ª brigata di Misurata comandata da Buqa, capo della milizia islamista governativa ‘Scudo della Libia‘. Il 19 maggio, il Capo di Stato Maggiore generale al-Ubaydi ordinava alle milizie islamiste filo-governative di proteggere le sedi governative di Tripoli, mentre l’ex-premier al-Thini confermava che 120 mezzi dell’esercito governativo erano passati con Haftar nell’offensiva contro gli islamisti di Bengasi. Il generale Haftar ribadiva che il suo obiettivo era la “liberazione della Libia dal governo islamista che ha consegnato il Paese ai terroristi”. Un ex-comandante delle forze armate libiche, colonnello Adan al-Jarushi, affermava che anche le forze armate prendevano parte all’azione contro i taqfiriti di Bengasi. Al-Jarushi si appellava ai soldati ad unirsi all’operazione e ordinava a tutte le basi aeree di bombardare le posizioni dei terroristi.
L”esercito nazionale libico’ (ENL) di Haftar è formato da circa 6000 tra miliziani irregolari e soldati dell’esercito, e dalle forze speciali di stanza a Bengasi guidate dal colonnello Abu Qamada. Inoltre l’ENL controlla le basi aeree di Bengasi e Tobruq e 200 tra blindati, carri armati e pickup armati di mitragliatrici, lanciarazzi o mortai. L’offensiva sembra godere di un certo sostegno popolare e di alcune milizie tribali in cerca di vendetta per i crimini commessi dagli islamisti. Bengasi subisce da tre anni assassini e attentati perpetrati dalle stesse milizie islamiste che il CNT aveva nominato ‘forze di sicurezza’. Il capo dei Fratelli musulmani in Libia, Bashir al-Qabti, aveva dichiarato: “Il sangue libico versato è responsabilità del governo debole mentre dita straniere giocano con il destino e il sangue dei libici per schiacciare la rivoluzione del 17 febbraio, nell’ambito di una guerra programmata contro la primavera araba“. Anche il portavoce del governo libico affermava che potenze estere tentavano di conferire legittimità alle azioni di elementi fuorilegge dell’esercito. “Vengono presentati da certi media come dei patrioti, anche se non sono altro che dei ribelli, secondo la convenzione militare“, insisteva Ahmad al-Amin, portavoce delle autorità-fantoccio della NATO e del Qatar in Libia. L’Algeria intanto schierava 10000 militari lungo i 6000 km di confine con la Libia ed alzava il livello di allerta delle forze di sicurezza algerine, per preparale ad affrontare una possibile intrusione libica sul territorio nazionale. Anche la Tunisia rafforzava i presidi al confine con la Libia, mentre già dal 13 maggio gli statunitensi avevano inviato a Sigonella 250 marines e 8 convertiplani V-22 Osprey. Il portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren, “ha sottolineato che mentre i marines sono “senza dubbio” dediti alla protezione delle ambasciate, non ha escluso la possibilità che possano essere chiamati per una missione diversa“. Ai marines statunitensi verrebbe ordinato di proteggere i giacimenti petroliferi. La portavoce del dipartimento di Stato USA Jen Psaki affermava “Ribadiamo il nostro invito a tutte le parti ad astenersi dalle violenze e a cercare una soluzione con mezzi pacifici“. Reuters riferiva che il giacimento al-Fil era stato chiuso per le proteste e quello di al-Sharara rimaneva chiuso, riducendo la produzione petrolifera nazionale libica a circa 200000 barili al giorno, lontani dagli 1,4 milioni di barili al giorno pompati nel 2013.
Come già detto, il 18 maggio la milizia di Haftar attaccava il parlamento libico, che veniva evacuato. Poco prima, il nuovo premier Ahmad Mitiq aveva formato il nuovo governo che attendeva la fiducia del parlamento. I miliziani di Haftar assaltarono il parlamento chiedendone la sospensione e il passaggio dei poteri ad un organismo di 60 elementi eletti per redigere la nuova costituzione del Paese nordafricano. Il Congresso Nazionale Generale (GNC) veniva incendiato dopo che i miliziani avevano sequestrando dieci deputati, prima di ritirarsi. Sparatorie esplosero in tutta Tripoli. “Annunciamo il congelamento del GNC“, affermava il colonnello Muqtar Firnana, ex-ufficiale della polizia militare di Zintan, su al-Ahrar TV a nome dell”esercito libico nazionale’ di Haftar. Secondo fonti, gli assalitori, forse miliziani di Zintan, arrivarono a bordo di blindati provenendo dalla strada che collega la capitale all’aeroporto. Le brigate di Zintan detengono Sayf al-Islam Gheddafi, ma si sono sempre rifiutate di consegnarlo a Tripoli.

Libyan_soldiers_with_Palmaria_artillery_gun_at_the_west_gate_of_town_Ajdabiyah_March_16_2011_001Fonti:
WSWS
Secret Difa3
RID
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Moon of Alabama
Mondialisation
Jeune Independant
Global Research

L’amministrazione Obama ha pianificato la distruzione della Libia e la morte di Gheddafi

Le rivelazioni del contrammiraglio degli Stati Uniti Charles R. Kubic
Reseau International 27 aprile 2014

Reuters_VP-lybia(1)Secondo il contrammiraglio dell’US Navy Charles R. Kubic, subito dopo i bombardamenti della NATO nel marzo 2011 per punire il regime libico, Muammar Gheddafi era “pronto a dimettersi“. “Era pronto ad andare in esilio e a mettere fine alle ostilità“. Secondo Kubic, l’amministrazione Obama scelse di continuare la guerra senza consentire ai negoziati di pace di andare avanti. Kubic esige che un’inchiesta sia condotta dal Congresso.
Il 19 marzo 2011, la segretaria di Stato Hillary Clinton fece un annuncio drammatico da Parigi a nome della “comunità internazionale”, chiedendo che Gheddafi, alleato degli Stati Uniti dall’11 settembre contro il terrorismo di al-Qaida, rispettasse il cessate il fuoco della risoluzione ONU. Lo stesso giorno, le forze aeree e navali della NATO iniziarono la guerra contro Gheddafi che combatteva contro al-Qaida, per sostenere e far poi vincere i ribelli di al-Qaida contrari al regime di Gheddafi. Zio Sam aderì alla jihad in Libia.
Secondo Kubic, Gheddafi voleva discutere della propria abdicazione in modo accettabile con gli Stati Uniti. Il giorno successivo, 20 marzo 2011, Kubic inoltrò la richiesta di colloquio di Gheddafi presso il comando dell’US AFRICOM, che sarebbe stato favorevole ai negoziati. L’AFRICOM rispose rapidamente con interesse e stabilì le comunicazioni tra i militari degli Stati Uniti e della Libia. Il 22 marzo, Gheddafi iniziò a ritirare le sue truppe dalle città ribelli di Bengasi e Misurata. Il cessate-il-fuoco chiesto da Hillary Clinton sembrava essere a portata di mano, con la cessione del potere e il possibile esilio di Gheddafi. Poi, secondo Diana West, nel suo ultimo libro “American Betrayal“, Kubic ebbe l’ordine di “ritirarsi” dall’AFRICOM, un ordine dell’amministrazione Obama.
La domanda posta da Diana West è perché l’amministrazione Obama sabotò i colloqui sulla tregua che avrebbero portato ad un cambio di potere senza spargimento di sangue e probabilmente impedito la distruzione della Libia da parte delle forze NATO?
Ma la domanda in ultima analisi, al di là dell’articolo di Diane West, è fino a che punto il piano atlantista non mirava a distruggere e indebolire la Libia, indebolendo tutta la sub-regione per garantirsene il controllo militare e politico?

G8: AL VIA ULTIMA GIORNATATraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

La menzogna libica

Dean Henderson 7 aprile 2014

G8: AL VIA ULTIMA GIORNATAIl golpe del 2011 in Libia sarà ricordato in due modi. In primo luogo, ha segnato l’usurpazione e l’infiltrazione della primavera araba da parte delle agenzie d’intelligence occidentali e del Consiglio di cooperazione del Golfo. In secondo luogo, e peggio, rappresenta la distruzione della nazione più moderna e riuscita dell’Africa, nota dal 1977 al suo popolo come Jamahiriya Araba Socialista del Popolo Libico. Mentre ancora la propaganda degli illuminati si crogiola tra notizie fasulle che fanno rivivere la caricatura del “pazzo Gheddafi”, i loro giornalisti rigurgitato le psyops della CIA, i noti falsi sui “massacri e bombardamenti”. L’elemento più significativo del loro misero repertorio erano le bandiere rosse, verdi e nere tirate fuori dai “ribelli” di Bengasi, la bandiera della monarchia di re Idris. Ben presto nacque anche una banca centrale privata. La Libia era una colonia italiana dal 1911 fino al 1951, quando re Idris fu messo sul trono dagli inglesi. Firmò trattati con Gran Bretagna (1953), Stati Uniti (1954) e Italia (1956) permettendo a questi Paesi di stabilire basi militari, come la base aerea Wheelus nei pressi di Tripoli. Subito Exxon Mobil, British Petroleum e Agip ebbero enormi concessioni petrolifere. Re Idris era assai impopolare tra i libici poiché vendeva il loro Paese alle compagnie petrolifere estere. Le proteste furono represse assai brutalmente e la rivolta sotterranea crescente incluse molti delle forze armate. Nel 1969 un incruento colpo di Stato fu effettuato da poche decine di ufficiali che si facevano chiamare “ufficiali liberi”, sull’esempio di Gamal Nasser in Egitto. Nasser aveva guidato la ribellione che depose il re egiziano Faruq nel 1952. L’architetto del colpo di Stato libico del 1969 che pose fine alla monarchia di re Idris era un capitano dell’esercito di nome Muammar Gheddafi.
La nuova Repubblica della Libia adottò la bandiera verde, che simboleggia il ‘Libro Verde’ di Gheddafi, che scrisse per spiegare il modello economico unico dell’anarco-sindacalismo libico. E’ un libro molto premuroso di cui raccomando la lettura. Nel 1970 Gheddafi costrinse le forze statunitensi ed inglesi ad evacuare le loro basi militari. L’anno seguente nazionalizzò le proprietà della British Petroleum e costrinse le altre compagnie a versare allo Stato libico una quota molto più alta dei loro profitti. Inoltre nazionalizzò la banca centrale della Libia. La Libia era uno dei soli cinque Paesi al mondo la cui banca centrale non era controllata dalle otto famiglie del sindacato bancario guidato dai Rothschild. A causa della drastica uscita dall’usura coloniale, la Libia ebbe uno dei più alti standard di vita di tutta l’Africa. Il reddito medio pro-capite era di 14000 dollari all’anno. I lavoratori non solo avevano le proprietà delle fabbriche in cui lavoravano, ma decidevano cosa produrre. Le donne godevano di pari diritti. Mentre i media degli illuminati ritraggono lo Stato libico come altamente centralizzato e onnipotente, niente era più lontano dalla verità. L’idea dell’anarco-sindacalismo è che lo Stato alla fine sparisce. E fu così. Quando Gheddafi diceva che non aveva molto a che fare con la gestione quotidiana degli affari della nazione, intendeva ciò. Il popolo gestiva quegli affari e il potere era assai disperso. Gheddafi accusò la rivolta libica di essere opera di al-Qaida e delle nazioni occidentali. Si riferiva al Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS), affiliato ad al-Qaida, che a lungo operò dalle basi in Ciad tentando di rovesciare Gheddafi. Gli estremisti del NFS erano finanziati dall’Arabia Saudita ed erano guidati dai loro gestori di CIA/MI6/Mossad. I giornalisti occidentali ricevevano notizie fresche dai capi del NFS. Il Ciad fu a lungo il Paese nordafricano più importante nel sistema di produzione petrolifero della Exxon. Nel 1990, a seguito di un contro-colpo di Stato filo-libico contro il governo del Ciad che dava rifugio al NFS, gli Stati Uniti evacuarono in Kenya 350 elementi del NFS con il finanziamento saudita. Negli anni ’80 il pazzo Reagan bombardò la casa di Gheddafi uccidendo molti suoi parenti dopo che l’intelligence occidentale falsamente gli attribuì un attentato ad una discoteca tedesca.

La menzogna di Lockerbie
lockerbieIl volo Pan Am 103 del 21 dicembre 1988 fu fatto esplodere su Lockerbie, in Scozia. Quando il presidente Bush prestò giuramento il mese dopo, accusò dell’attentato terroristico due libici, Abdal Basat Ali al-Magrahi e Lamin Qalifa Fimah. Bush impose le sanzioni alla Libia. Il presidente Bill Clinton poi chiese il boicottaggio internazionale del petrolio libico. Nel 2000 i libici furono condannati da un tribunale scozzese istituito a L’Aia. Le prove erano inconsistenti. Numerose indagini indipendenti sull’incidente dipingono un quadro molto diverso. Interfor, una società d’intelligence aziendale di New York City, assunta dalla compagnia assicurativa della Pan Am, scoprì che una cellula della CIA a Francoforte, Germania, proteggeva un’operazione di contrabbando di eroina mediorientale, che usava il deposito di Francoforte della Pan Am come punto di trasbordo del suo traffico. Interfor individuò nel siriano Manzar al-Qasar il capo dell’operazione di contrabbando. Un’indagine della rivista Time giunse alla stessa identica conclusione. Andò oltre scoprendo che al-Qasar era anche parte di una cellula super-segreta della CIA dal nome in codice COREA. Un altro gruppo di agenti della CIA che lavorava per liberare i cinque ostaggi della CIA, detenuti dagli aguzzini dell’Hezbollah di William Buckley, scoprì che al-Qasar poté continuare il contrabbando di eroina, nonostante i vertici della CIA sapessero delle sue attività. Il team sugli ostaggi a Beirut aveva scritto e chiamato il quartier generale della CIA a Langley per denunciare la rete di al-Qasar. Non ebbe alcuna risposta. Così decisero di andare negli Stati Uniti e informare di persona i loro capi della CIA. Tutti e sei gli agenti erano sul Pan Am 103 quando fu fatto esplodere. Dopo un’ora dall’attentato, agenti della CIA indossanti le uniformi della Pan Am giunsero sul luogo dello schianto. Gli agenti rimossero una valigia che apparteneva a uno degli agenti morto insieme agli altri 269. La valigia molto probabilmente conteneva prove incriminanti sul coinvolgimento di al-Qasar e dell’unità COREA della CIA nella rete del narcotraffico siriana. Forse conteneva anche una videocassetta sulle confessioni del capo stazione della CIA a Beirut, William Buckley, ai suoi torturatori di Hezbollah, che avrebbe potuto ulteriormente svelare il coinvolgimento della CIA nel narcotraffico in Medio Oriente.
L’ex-investigatore dell’US Air Force Gene Wheaton pensò che il colonnello Charles McKee e gli altri cinque agenti della CIA fossero gli obiettivi primari dell’attentato. Wheaton dichiarò: “Un paio di miei vecchi compagni del Pentagono ritengono che gli attentatori del Pan Am mirassero alla squadra di soccorso degli ostaggi di McKee“. Wheaton sospetta il coinvolgimento della CIA in un altro incidente aereo verificatosi poco dopo l’attentato della Pan Am. In quell’incidente, 248 soldati statunitensi di ritorno dal servizio in Europa rimasero uccisi quando un aereo da trasporto militare Arrow Air si schiantò nei pressi di Gander, Terranova. Wheaton ritiene che l’Arrow Air fosse una compagnia aerea della CIA e che l’incidente fosse collegato a un “accordo su operazioni segrete andate male” tra la CIA e la BCCI. Il giorno in cui Arrow Air si schiantò, due uomini in borghese arrivarono sul posto portandosi via una sacca da viaggio di 70 chili. Wheaton pensa che la borsa fosse zeppa di denaro che la BCCI aveva fornito alla CIA per un’operazione segreta. Pensa che la CIA avesse causato l’incidente per far sembrare che il denaro della BCCI fosse bruciato per poi arrivare sul posto e rubarlo, dopo averlo avvolto con materiale ignifugo. La CIA poté quindi andare dalla BCCI e riscuoterne altro. Poco dopo, le relazioni BCCI/CIA s’inasprirono. La CIA si preparò ad abbandonare la nave della BCCI che affondava e ad attaccare i poveri del Terzo Mondo con la chiusura della Bank of England dei Rothschild.
La Polizia Federale Tedesca (BKA) fece irruzione nella casa di un sospetto terrorista, due mesi prima l’attentato di Lockerbie. Trovò una bomba identica a quella utilizzata sul Volo 103. Tutti, tranne uno degli arrestati nel raid, furono misteriosamente rilasciati. Il giorno dell’attentato un agente di sorveglianza della BKA assegnato al controllo del bagaglio, notò un diverso tipo di valigia per la droga utilizzata dalla gente di al-Qasar. Informò i suoi superiori che trasmise le informazioni a un’unità della CIA di Francoforte. Al-Qasar contattò la stessa unità della CIA per farle sapere che McKee e gli altri cinque agenti stavano rientrando negli USA quel giorno. La risposta del gruppo della CIA di Francoforte al rapporto della BKA fu: “Non vi preoccupare. Non fermatelo. Lasciatelo perdere”. L’ambasciata degli Stati Uniti in Finlandia ricevette l’avvertimento di un possibile attentato aereo quel giorno. Si strinse nelle spalle, nonostante un altro avvertimento della FAA. Un’indagine di PBS Frontline scoprì la prova che la bomba era stata effettivamente piazzata sul Volo 103 quando si fermò a Heathrow, Londra. Una valigia appartenente all’agente della CIA Matthew Gannon, uno degli altri cinque della squadra del colonnello McKee, fu scambiata con una valigia a Heathrow. Frontline ritiene che la valigia di Gannon contenesse informazioni che collegavano la cellula COREA della CIA di Damasco con la narcorete di al-Qasar, così la valigia fu rubata e sostituita da una contenente la bomba. Secondo il settimanale tedesco Stern, un funzionario della sicurezza Pan Am a Francoforte fu sorpreso a retrodatare l’allerta che la FAA aveva emesso. La Pan Am fu multata per 600000 dollari dalla FAA dopo l’attentato. L’agenzia accusò il lassismo della sicurezza nelle operazioni di movimentazione dei bagagli della Pan Am. Secondo l’indagine d’Interfor queste operazioni con i bagagli furono più che inette. Furono seguite da al-Qasar. Nel giugno 2007 la polizia spagnola arrestò al-Qasar per traffico di armi. Pan Am ha vecchie relazioni con la CIA. Il suo consiglio consultivo internazionale è il “chi è” dei trafficanti di droga e armi dei Caraibi. Tra costoro Ronald Joseph Stark, il piduista collegato agli spacciatori di LSD della Brotherhood of Eternal Love; Sol Linowitz della Carl Lindner United Brands; il segretario di Stato di Carter Cyrus Vance della Gulf & Western Corporation, controllata dalla Lindner, e Walter Sterling Surrey, agente dell’OSS in Cina che contribuì a lanciare la Cartaya World Finance Corporation di Guillermo Hernandez.
Stati Uniti e Gran Bretagna si impegnarono ad insabbiare i fatti. L’editorialista Jack Anderson registrò una conversazione telefonica tra il presidente Bush Sr. e il primo ministro inglese Margaret Thatcher, dopo l’attentato entrambi decisero che l’indagine doveva essere limitata, per non danneggiare l’intelligence delle due nazioni. Paul Hudson, avvocato di Albany, NY, che dirige il gruppo “Famiglie di Pan Am 103/Lockerbie“, perse la figlia 16enne nello schianto. “Sembra che il governo sappia i fatti e li copra, o non conosce tutti i fatti e non vuole sapere“, spiega Hudson.  Nell’aprile 1990, l’omologo inglese del gruppo “familiari inglesi del Volo 103″ inviò lettere aspre a Bush e Thatcher, citando “resoconti pubblici interamente credibili…avete deciso di minimizzare deliberatamente le prove e ridurre le indagini fino a liquidare il caso come storia vecchia“. Abdel Basat Ali al-Magrahi, uno dei libici capro espiatorio dell’attentato, fece appello nel febbraio 2002. L’argomento centrale dell’avvocato era la nuova prova secondo cui il reparto bagagli di Heathrow, a Londra, era stato violato la notte prima dell’attentato. Nel 2010 i libici furono improvvisamente liberati. Alcune voci insistettero che il loro rilascio fosse parte di un accordo petrolifero della BP con la Libia. Gheddafi fece altre aperture verso l’occidente, ma fu tutto inutile. Quando hai a che fare con i dei pazzi veri, come lo sono senza dubbio i banchieri illuminati, le concessioni sono raramente efficaci. Il popolo libico ha perso la bandiera verde che simboleggiava la fuga rivoluzionaria dalla trappola dei bankster, tornando a vivere sotto colonialismo, feudalesimo e monarchia.

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Potete seguirlo gratuitamente su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dichiarazione del Movimento nazionale popolare di Libia

Eventi politico-militari in Libia nel gennaio 2014
1620570Il 9 gennaio elementi armati della tribù Tubu di Murzuq avevano assaltato la stazione di polizia di Tragan, a 140 km a sud di Sabha, per scovare e uccidere il capo della brigata al-Haq, Mansur al-Aswad, vicecomandante militare di Sabha, in rappresaglia per i crimini commessi dalla sua milizia, Abu Sayf, negli scontri del 2012, sempre a Sabha. Il 18 gennaio, un gruppo della Resistenza  aveva occupato la base aerea di Taminhant, a 30 km ad est di Sabha, lasciandola poi alle truppe Tubu del Consiglio militare di Murzuq, guidato dal colonnello Barqa Warduqo, per poi riconsegnarla alle unità della Resistenza. Il 16 gennaio precedente, elementi della 25.ma Brigata, composta da Tubu e che controllava la centrale elettrica di Sarir, nell’oasi di Jalu, Massala e gli impianti petroliferi al-Shula nella Libia orientale, subivano un agguato dove tre soldati furono uccisi. Il comandante Muhammad Salah riteneva che gli aggressori fossero gli stessi che nel dicembre 2013 tentarono di assaltare Sarir, in cui cinque di loro furono uccisi. Gli operai della centrale di Sarir smisero di recarsi al lavoro, causando blackout a Tripoli e a Bengasi. Presso Agheila, sulla costa nord-occidentale della Libia, la milizia di Zawiya si scontrava con la tribù Warshafana. Gli islamisti di Misurata e i miliziani di Zintan intervenivano in supporto dei miliziani di Zawiya, il 20 gennaio, ma dovettero ritirarsi il 21 gennaio dopo aver subito 18 morti ad opera della guerriglia dei Warshafana filo-Jamahiriya. Scontri per il controllo dell’oasi di Qufra, tra Tubu e i Zuwaya del CNT, si ebbero sempre il 20 gennaio. Altri scontri venivano registrati anche a Zintan, Jamil, Raqdalin, Surman, Misurata, Abu Isa, Harish, Zahra, Tarhuna, Bani Walid, Sirte, Aghedabia, Marsa al-Briga, Ras Lanuf, Bin Jawad, al-Uqaylat, Saluq, Tobruq e nei quartieri di Abu Salim e Ain Zara a Tripoli. Scontri a fuoco a Bengasi, presso il palazzo di giustizia, mentre l’incendio nella centrale elettrica di Muzdawzha provocava dei blackout. L’ambasciata libica a Cairo alzava la bandiera della Jamahiriya e il personale riconosceva il sostegno alla Resistenza e chiedeva aiuto alle autorità di sicurezza egiziane.
I combattimenti a Sabha e nel regione di Warshafana avevano causato 154 morti e 463 feriti, mentre a Bengasi vi furono due esplosioni contro una scuola coranica e un edificio militare. Tutto il sud veniva ripulito dalla presenza dei mercenari del CNT, e tutti gli enti, come l’aeroporto e le basi militari di Sabha, erano sotto il controllo della Resistenza. Decine di mercenari del CNT furono catturati e giustiziati sul posto, mentre il comando della Resistenza ordinava la distribuzione di cibo e medicinali agli abitanti. I comandanti del battaglione del CNT ‘Faras Sahara’ furono fucilati e i soldati detenuti nello stadio di Sabha. Isa Abd al-Majid Mansur, leader del Fronte Tubu per la Salvezza della Libia, affermava che “Questa non è una guerra tribale… le milizie islamiste sostenute dal CNT vogliono sbarazzarsi di noi. Gli organismi internazionali che verranno ad indagare, vedranno le vittime e con quali armi e in quali condizioni sono state uccise. Sapranno che persone inermi sono state rapite e fucilate con armi da 14,5 millimetri“. Isa Abd al-Majid affermava che Sabha era diventata il quartier generale di al-Qaida nel Maghreb.
Il 25 gennaio 2014, il personale dell’ambasciata egiziana di Tripoli veniva ritirato, dopo che elementi armati avevano sequestrato l’addetto culturale e quello commerciale, assieme ad altri tre dipendenti, in reazione all’arresto ad Alessandria d’Egitto di Shaban Hadiya (Abu Ubayda), capo della Sala delle operazioni rivoluzionarie libica.
Il 29 gennaio 2014, mentre il ministro della Giustizia Salah Margani veniva rapito da sconosciuti, il viceprimo ministro e ministro degli Interni libico Aldulqarim Sadiq subiva un attentato a Tripoli, quando la sua limousine cadde in un’imboscata, tesa nell’ambito della lotta sul controllo del petrolio del Paese. Il 19 gennaio, il Capo di stato maggiore, generale Muhammad Qarah fu ucciso con un colpo di pistola alla testa, durante un’operazione contro le milizie a sud della capitale. La settimana prima fu il viceministro dell’Industria Hassan al-Drui ad essere ucciso, a Sirte, da killer non identificati. Tali omicidi, oltre 100, vengono attribuiti ai sostenitori della Jamahiriya. Infatti si tratta soprattutto di ex-ufficiali disertori e traditori che nel 2011 passarono agli islamo-golpisti sostenuti dalla NATO. Il Gruppo Inkerman, società di contractors inglesi, aveva contato 81 omicidi tra Bengasi e Derna, entro l’ottobre 2013.
A Misurata Sahmayn Abu Misuratayn concordava i termini di un accordo con il governo del CNT di Zaydan, ottenendo le cariche di viceprimo ministro e i ministeri dell’elettricità, del petrolio e delle finanze, e le milizie di Misurata ottenevano il riconoscimento formale quale forza armata governativa del CNT. Inoltre, alcuni ministeri sarebbero stati trasferiti a Misurata.
A Qufra, dopo gli scontri tra tubu e CNT, le milizie governative si ritiravano da tutta l’area, avendo subito molte perdite e abbandonato materiale bellico. Il valico di frontiera di Ras Jadir, tra Tunisia e Libia, veniva ripreso dalla Resistenza dopo un scontro con i miliziani del CNT che fuggirono in territorio tunisino. Presso Sabha, gli aerei della NATO bombardavano per errore una colonna delle milizie misuratine, diretta verso la base di Taminhant, uccidendo il comandante del battaglione del CNT ‘Ghepardo‘ Ali Triqi. A Sabha, la ricostituita 6.ta Brigata di fanteria libica respingeva le forze attaccanti misuratine, che perdevano 120 autoveicoli, 90 prigionieri e 470 caduti, di cui 13 sudanesi, 20 egiziani, 5 afghani e 3 siriani. Ad Agheila, un comandante del CNT veniva eliminato in uno scontro a fuoco e a Ryan le forze della Resistenza eliminavano Ahmad Muhammad Isa al-Ajirab, capo del locale consiglio militare, e prendevano il controllo della cittadina. A Bani Walid veniva costituita la brigata al-Rusifa della tribù Warfala, i cui capi chiedevano a tutti i membri della tribù che avevano prestato servizio nell’esercito libico di unirsi alla neonata unità, posta sotto il comando del Consiglio di Bani Walid, cui rispondono tutti i warfala.
Gli scontri tra le forze delle Resistenza e le milizie ribelli hanno spinto l’ammiraglio francese Edouard Guillard a richiedere un nuovo intervento in Libia per impedire qualsiasi evoluzione nelle regioni meridionali della Libia, “che potrebbe portare a una minaccia terroristica”. Guillard ha detto che qualsiasi intervento richiederebbe il consenso del regime del CNT di Tripoli guidato dal primo ministro Ali Zaydan. Oltre a Sabha, gli scontri riguardano Agheila, Zawiyah e Zahra. In relazioni a tali eventi, è stata emanata una nuova legge che vieta alle reti televisive di trasmettere notizie e commenti su Gheddafi. AllAfrica.com riferiva che “il decreto 5/2014 sulla cessazione e il divieto di trasmissione di alcune TV satellitari approvata dal Congresso Nazionale Generale (GNC) della Libia il 22 gennaio, istruisce i ministeri degli Esteri e delle Comunicazioni a prendere ‘le misure necessarie per fermare la trasmissione di tutti i canali televisivi satellitari ostili alla rivoluzione del 17 febbraio e il cui scopo è destabilizzare il Paese e creare divisioni tra i libici’, incaricando il governo a ‘prendere tutte le misure contro gli Stati o territori da cui tali TV vengono trasmesse, se non ne bloccano la trasmissione’.” Si tratta di una legge che mira a bloccare le stazioni satellitari filo-Jamahiriya, quali sono al-Qadra e al-Jamahiriya. Sempre AllAfrica.com osservava che “il governo libico ha adottato la risoluzione 13/2014 del 24 gennaio che sospende le borse di studio agli studenti che studiano all’estero e gli stipendi e bonus ai dipendenti della Libia che hanno ‘partecipato ad attività contrarie alla rivoluzione del 17 febbraio’. Le ambasciate libiche sono invitate a stilarne gli elenchi e a farne riferimento al procuratore generale per processarli.

20110902090908Dichiarazione del Movimento nazionale popolare di Libia
Primo, supportiamo la rivolta delle tribù libiche che riteniamo la strada giusta per la liberazione oggi, e chiediamo che le aree libere debbano costituire un sistema di consigli delle organizzazioni sociali, lasciando ai rispettivi comitati esecutivi delle forze armate e di sicurezza la direzione della rivolta, il coordinamento degli sforzi e del supporto delle tribù alla preservazione della vita dei cittadini e delle loro proprietà, la tutela dalle azioni degli aggressori, la rinuncia alle violenze e alla vendetta, il perdono per tutti coloro che si pentono, respingere l’abominevole Consiglio di febbraio, di tener conto al Consiglio di tutte le tribù di tutte le aree libiche, senza esclusioni o emarginazioni o sfiducia, che le regole nazionali sono competenza e integrità, e di perseguire tutti l’obiettivo di liberare la Patria e abolire il sistema imposto in Libia con la rivoluzione di febbraio da NATO e fantocci, sotto tutte le sue denominazioni.
Secondo, il mondo vede i crimini commessi in Libia dalle milizie della NATO, le carceri piene di migliaia di uomini liberi, l’assassinio di centinaia di onorevoli libici, la partecipazione dei giovani libici in battaglie utili al nemico sionista, saccheggio, corruzione e milioni di profughi… Tutto ciò  senza aver mosso un dito, ed è chiaro che il mondo non ascolta la voce della ragione, se non gli interessi materiali delle imprese multinazionali monopolistiche; la maggior parte degli Stati ha contribuito a tale tragedia. Dipende dai bravi libici sostenere il popolo e liberarlo dal dominio dell’oscurantismo blasfemo e dal debito commerciale. Ci aspettiamo il riconoscimento internazionale della legittimità della rivoluzione del Popolo, la comprensione della necessità della rivoluzione contro lo status quo, e la riparazione dell’errore compiuto in conseguenza della disinformazione, e il compimento della responsabilità etica e legale di ciò che è accaduto e accade in Libia, sperando di adottare consigli popolari controllati dai rappresentanti del Popolo libico, basati sulle relazioni durature tra i popoli. Ci appelliamo anche alla coscienza di media, giornalisti, intellettuali, scrittori e difensori dei diritti umani nel compiere il loro dovere verso la rivoluzione popolare in Libia e verso le tattiche fallimentari del regime fantoccio presso le opinioni pubbliche nazionale e internazionale, smentendo le posizioni tenute dai media oscurati.
Terzo, informiamo il mondo che è crollata la menzogna che permise l’invasione, secondo cui Gheddafi uccise il popolo usando mercenari e soldati che stupravano le donne, sfruttando tali invenzioni per bombardare il nostro Paese per 193 giorni, con 24040 sortite, 8975 attacchi aerei ed inviare 15000 truppe straniere per invaderlo, senza che il mondo alzasse un dito contro i bombardamenti sui civili e l’impiego di mercenari di Turchia, Qatar, Sudan e altri Paesi.
Quarto, la scintilla della rivolta del popolo libico è scoppiata nelle città in risposta all’ingiustizia della schiavitù e del feudalesimo, per la volontà delle famiglie di tornare allo Stato del Popolo e delle tribù, distrutto con l’arrivo degli invasori. Una rivolta contro l’occupazione e il tradimento, l’oppressione e l’ingiustizia di coloro che sognano di tornare agli anni cinquanta, dimenticando che il popolo libico è consapevole dai tempi della rivoluzione che non si può tornare al dominio feudale inutile  ed autoritario, alla dittatura tribale o del singolo.
Quinto, l’esperienza ha dimostrato che la rivoluzione popolare è la rivoluzione di domani, e che prevarrà inevitabilmente nonostante i sacrifici, il tempo e la dimensione del conflitto; il popolo è disposto a sopportare un lungo periodo di lotta, determinato a vincere e a tornare alla Libia progettata dal Popolo vero su tutto il suolo della Patria; anche se in parte ha scelto la non-violenza, tutte le aree comuni create fin dall’inizio saranno parte inestimabile del sistema.
Sesto, notiamo che il nostro popolo è cosciente della cospirazione per trasformare la Libia in centro del terrorismo per finanziarlo ed addestrarlo, e dei piani per il dominio internazionale dei terroristi della Fratellanza e dei gruppi religiosi estremisti ed opprimenti alleati, perseguito nella regione molestando l’Egitto e colpendo al cuore la Tunisia e gli Stati dell’Africa sahariana, con il sostegno dei mandanti del terrorismo in Qatar, Turchia e altri Paesi che non combattono il terrorismo, ma lo supportano promuovendone la diffusione e l’incendio che oggi affliggono la regione.
Settimo, annunciamo al mondo che i mujahidin delle tribù libiche libere si ribellano stanchi della manipolazione della Patria e dei cittadini, determinati a completare la liberazione, sottolineando il dovere etico di non compiere atrocità e di rispettare gli stranieri, secondo la nostra religione ed etica islamiche, ma determinati a liberare la Libia dalla giunta di qarijiti corrotti e taqfiri oppressori, restaurare la Jamahiriya, ottenendo proiettili, razzi, bombe ed aerei nelle loro ispirate vittorie, sicuri della vittoria e smascherando ai popoli della Terra tale cospirazione, mentre i fantocci perdono la battaglia e i saggi riconoscono la lezione storica del diritto del popolo libico alla difesa, garantito dal diritto internazionale. Un popolo aggredito da bande di ladri sostenute da Paesi che promuovono il terrorismo internazionale.
(…)

Viva una libera, indipendente ed unita Libia. Viva il grande popolo libico!
Viva la Resistenza Popolare. Vittoria ai combattenti per la libertà!

Fonti:
Libya Against Superpower Media
Libya Against Superpower Media
Libya Against Superpower Media
Libya Against Superpower Media
Modern Tokyo Times
Resistencia Libia
Space War

Alessandro Lattanzio, 1/2/2014

La guerra segreta in Libia

Eric Draitser Global Research, 22 gennaio 2014

1146544Le battaglie che attualmente infuriano nel sud della Libia non sono semplici scontri tribali. Invece,  rappresentano la possibile nascente alleanza tra gruppi etnici neri libici e forze pro-Gheddafi intente a liberare il Paese dal governo neocoloniale installato dalla NATO. Il 18 gennaio, un gruppo di combattenti pesantemente armati ha preso d’assalto una base aerea presso la città di Sabha nella Libia meridionale, espellendo le forze fedeli al “governo” del primo ministro Ali Zaydan e occupando la base. Allo stesso tempo, iniziano a filtrare notizie dal Paese secondo cui la bandiera verde della Gran Giamahiria Araba Libica Socialista Popolare sventola su un certo numero di città nel Paese. Nonostante la scarsità di informazioni verificabili, il governo di Tripoli ha fornito solo  dettagli vaghi e non confermati, una cosa è certa: la guerra in Libia continua.

Sul campo
Il primo ministro libico Ali Zaydan ha chiesto una sessione d’emergenza del Congresso generale nazionale per dichiarare lo stato di allerta nel Paese dopo la notizia della caduta della base aerea. Il primo ministro ha annunciato di aver ordinato alle truppe di sedare la ribellione nel sud, dicendo ai giornalisti che “Questo scontro continua, ma tra poche ore sarà risolto.” Un portavoce del ministero della Difesa in seguito ha affermato che il governo centrale aveva recuperato il controllo della base aerea, affermando che “Una forza è stata approntata, quindi dei velivoli sono decollati per attaccare gli obiettivi… La situazione nel sud ha dato una possibilità ad alcuni criminali… fedeli al regime di Gheddafi di sfruttarla attaccando la base aerea di Tamahind… Noi proteggeremo la rivoluzione e il popolo libico“. Oltre all’assalto alla base aerea, vi sono stati altri attacchi contro singoli membri del governo a Tripoli. L’incidente di più alto profilo è stato il recente assassinio del viceministro dell’Industria Hasan al-Drui nella città di Sirte. Anche se non è ancora chiaro se sia stato ucciso dalle forze islamiste o da combattenti della resistenza verde, il fatto inequivocabile è che il governo centrale è sotto attacco e non è in grado di esercitare una vera autorità o fornire sicurezza al Paese. Molti hanno cominciato a speculare sulla sua uccisione, secondo cui piuttosto che essere un caso isolato, è un assassinio mirato nell’ambito della resistenza in crescita in cui i combattenti verdi pro-Gheddafi sono in prima fila.
L’avanzata delle forze della resistenza verde a Sabha e altrove è solo parte di un grande e complesso piano politico e militare nel Sud, dove un certo numero di tribù e vari gruppi etnici si sono uniti contro ciò che correttamente percepiscono come loro emarginazione sociale, politica ed economica.  Gruppi come le minoranze etniche Tawargha e Tubu, gruppi africani neri, hanno subito attacchi feroci dalle milizie arabe e alcun sostegno dal governo centrale. Non solo questi e altri gruppi sono vittime della pulizia etnica, ma sono sistematicamente esclusi dalla partecipazione alla vita politica ed economica della Libia. Le tensioni sono venute al pettine all’inizio del mese, quando il capo ribelle di una tribù araba, Sulayman Awlad, è stato ucciso. Invece di un’indagine ufficiale o un processo legale, le tribù Awlad hanno attaccato i loro vicini neri Tubu, accusandoli dell’omicidio.  Gli scontri risultati da allora hanno ucciso decine di persone, dimostrando ancora una volta che i gruppi arabi dominanti vedono ancora i loro vicini neri come qualcosa di diverso da dei connazionali. Indubbiamente, ciò ha portato alla riorganizzazione delle alleanze nella regione, con Tubu, Tuareg ed altri gruppi minoritari neri che abitano tra sud della Libia, nord del Ciad e del Niger, ad avvicinarsi alle forze pro-Gheddafi. Se queste alleanze sono formali o meno, non  è ancora chiaro, tuttavia è evidente che molti gruppi in Libia sono consapevoli che il governo della NATO non mantiene le promesse, e che qualcosa deve essere fatto.

La corsa politica in Libia
Nonostante la raffinata retorica degli interventisti occidentali su “democrazia” e “libertà” in Libia, la realtà ne è lontana, soprattutto per i libici africani che vedono il loro status socio-economico e politico ridotto con la fine della Jamahiriya di Muammar Gheddafi. Mentre questi popoli godevano di un’ampia uguaglianza politica e protezione legale nella Libia di Gheddafi, l’era post-Gheddafi li ha visti spogliati di tutti i loro diritti. Invece di essere integrati in un nuovo Stato democratico, i gruppi libici neri ne sono stati sistematicamente esclusi. Infatti, anche Human Rights Watch, un’organizzazione che ha molto contribuito a giustificare la guerra della NATO sostenendo falsamente che le forze di Gheddafi usassero lo stupro come arma e si stessero preparando a un “genocidio imminente”, ha riferito che “Il crimine contro l’umanità della pulizia etnica continua, mentre le milizie provenienti soprattutto da Misurata hanno impedito a 40000 persone della città di Tawergha di ritornare nelle loro case, da cui erano stati espulsi nel 2011.” Questo fatto, assieme a storie terribili e immagini di linciaggi, stupri e altri crimini contro l’umanità, dipinge un quadro molto cupo della vita in Libia per questi gruppi.
Nel suo rapporto 2011, Amnesty International ha documentato una serie di flagranti crimini di guerra commessi dai cosiddetti “combattenti per la libertà” in Libia che, pur essendo salutati dai media occidentali come “liberatori”, hanno colto l’occasione della guerra per massacrare libici neri così come clan e gruppi etnici rivali. Questo è naturalmente in netto contrasto con il trattamento dei libici neri sotto il governo della Jamahiriya di Gheddafi, elogiato dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite nel suo rapporto del 2011, dove osservava che Gheddafi aveva fatto di tutto per garantire lo sviluppo economico e sociale, oltre a fornire specificamente opportunità economiche e protezioni politiche ai libici neri e ai lavoratori migranti provenienti dai Paesi africani confinanti.  Con ciò in mente, non c’è da meravigliarsi che nel settembre 2011 al-Jazeera abbia citato un combattente pro-Gheddafi Tuareg dire, “combattere per Gheddafi è come un figlio che combatte per il padre … [saremo] pronti a combattere per lui fino all’ultima goccia di sangue“. Mentre i Tubu e gli altri gruppi etnici neri si scontrano con le milizie arabe, la loro lotta dev’essere intesa nel contesto di una lotta continua per la pace e l’uguaglianza. Inoltre, il fatto che devono impegnarsi in questa forma di lotta armata, illustra ancora una volta un punto che molti osservatori internazionali hanno indicato fin dall’inizio della guerra: l’aggressione della NATO non aveva nulla a che fare con la protezione dei civili e dei diritti umani, ma piuttosto era un cambio di regime per interessi economici e geopolitici. Che la maggioranza della popolazione, comprese le minoranze etniche nere, stia peggio oggi che quando era sotto Gheddafi è un fatto che viene nascosto attivamente.

Neri, Verdi e la lotta per la Libia
Sarebbe presuntuoso pensare che le vittorie militari della resistenza verde pro-Gheddafi di questi ultimi giorni siano durevoli o che rappresentino un cambio irreversibile nel panorama politico e militare del Paese. Anche se decisamente instabile, il governo fantoccio neocoloniale di Tripoli è sostenuto economicamente e militarmente da alcuni degli interessi più potenti del mondo, rendendo difficile rovesciarlo semplicemente con vittorie secondarie. Tuttavia, questi sviluppi indicano un interessante cambio sul terreno. Indubbiamente vi è una confluenza tra minoranze etniche nere e combattenti verdi, come riconoscono i loro nemici delle milizie tribali che parteciparono al rovesciamento di Gheddafi, così come il governo centrale di Tripoli. Se un’alleanza formale ne emergerà, resta da vedere. Se una tale alleanza si sviluppasse però, sarebbe la svolta nella continua guerra per la Libia. Come i combattenti della resistenza verde hanno dimostrato a Sabha, possono organizzarsi nel sud del Paese dove godono di un ampio sostegno popolare. Si potrebbe immaginare un’alleanza nel sud che potrebbe controllare il territorio e possibilmente consolidare il potere in tutta la parte meridionale della Libia, creando uno Stato indipendente de facto. Naturalmente, il grido della NATO e dei suoi apologeti sarebbe che sarebbe antidemocratico e controrivoluzionario. Ciò  sarebbe comprensibile in quanto il loro obiettivo di una Libia unificata asservita al capitale e il cui petrolio finanzi gli interessi internazionali diverrebbe irraggiungibile.
Bisogna stare attenti a non fare troppe ipotesi sulla situazione in Libia oggi, i dati affidabili sono difficili da trovare. Più precisamente, i media occidentali tentano di sopprimere completamente il fatto che la resistenza verde esiste, per non dire attiva e vittoriosa. Tutto ciò dimostra semplicemente, inoltre, che la guerra di Libia infuria, che il mondo l’ammetta o meno.1609820Eric Draitser è fondatore di StopImperialism.com. È un analista geopolitico indipendente di New York City. Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 326 follower