Uccidere la speranza: Laura Boldrini, Eritrea e Libia

Il rovesciamento della Jamahiriya Libica e l’assassinio del suo leader non avevano nulla a che fare con i diritti umani e altra spazzatura ideologica. “Chi oggi cerca di far credere ciò, dovrebbe essere accusato di apologia di crimini di guerra e complicità dalla Corte penale internazionale, se questa vuole ancora avere un minimo di credibilità.”

'Combattenti per la Libertà' in Siria, per i quali Laura Boldrini, come ha già fatto in occasione della distruzione della Libia, invoca il supporto della Comunità Internazionale (ovvero, l'intervento armato della NATO contro lo Stato e il Popolo siriani)

‘Combattenti per la Libertà’ in Siria, per i quali Laura Boldrini, come ha già fatto in occasione della distruzione della Libia, invoca il ‘supporto della Comunità Internazionale’ (ovvero, l’intervento armato della NATO contro lo Stato e il Popolo siriani)

Nell’estate del 2010, montò un’aspra campagna anti-libica, volta a sabotare gli accordi strategici tra Tripoli e Roma. In vista anche dell’assalto e della distruzione della Repubblica popolare socialista delle Masse (Jamahiriya) di Libia. La campagna propagandistica, attuata dai mass media di sinistra: l’Unità, Repubblica-L’espresso, Rai3/TG-3, ecc. verteva su una storia diffusa da alcune ONG e dal CIR (Consiglio Italiani  dei Rifugiati) che, basandosi sulle oramai oggi famose e fumose ‘anonime voci locali’, affermavano che il 30 giugno 2010, 247 ‘profughi’ eritrei e somali sarebbero stati “caricati a forza su tre container e, dopo un viaggio di 10 ore, portati a Saba (ma le stesse fonti poi parlano di  Misurata. NdR), nel mezzo del deserto del Sahara, come punizione per una rivolta e un tentativo di fuga dal centro di ‘detenzione’ di Misurata”.
A queste ‘notizie’, il PD, la sinistra e i verdi prontamente scattavano chiedendo l’intervento del premier Silvio Berlusconi, del ministro degli Esteri Franco Frattini e di quello degli Interni Roberto Maroni, affinché “l’Italia si faccia carico di queste persone”. In tale quadro, i Verdi, oramai in via di estinzione, nel tentativo di riguadagnare i galloni da campo agli occhi della dirigenza atlantista, scattavano a loro volta pretendendo “un’inchiesta internazionale immediata e ai massimi livelli“, mentre il loro presidente Angelo Bonelli insisteva “é materia da Tribunale penale internazionale, se le notizie che arrivano dai campi libici fossero confermate, avremmo una violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, con una implicita complicità dell’Italia, cosa che getterebbe vergogna e fango sulla storia della nostra democrazia“. I Verdi, come da tradizione, accorrevano ad oliare i fucili della NATO, assieme ad altri figuri, come il senatore dell’UDC Giampiero D’Alia che invitava il governo a “non mettere la testa sotto la sabbia e a dimostrare almeno una volta di non essere succube del colonnello Gheddafi“, mentre il deputato del PdL Enrico Pianetta, ex-presidente della Commissione Diritti Umani del Senato, si appellava a Frattini e Maroni “Per salvare i nostri 300 fratelli eritrei che hanno diritto ad avere asilo politico e non di essere trattati come bestie dalla Libia…” concludendo che era una cosa “più grande degli interessi geopolitici internazionali”. E difatti, un anno dopo, nel 2011, Frattini accoglieva l’appello strappalacrime mettendo davanti agli interessi nazionali ben altri interessi… Pianetta se ne sarà felicitato.
Infatti, la ben istruita Amnesty International avviava la sua ben rodata prassi di disinformazione e propaganda negativa contro i prossimi bersagli della NATO; Riccardo Noury di Amnesty International Italia collegava le due ‘feroci dittature’ libica ed eritrea, da sempre invise sia alla NATO che ai suoi petro-ascari arabi: “Il destino per chi viene rispedito in Eritrea è il carcere, torture e maltrattamenti per loro e i familiari. Chiediamo alla Libia il rispetto degli obblighi umanitari”, corredandole di accuse contro Asmara: leva militare permanente, mancanza di libertà di stampa, persecuzioni religiose, ecc. Al solito, tutto l’occorrente hollywoodiano per creare il fantoccio del nemico perfetto da bombardare in modalità ‘politically correct’.
Difatti, nel dicembre 2009, le Nazioni Unite imponevano le routinarie sanzioni all’Eritrea, compreso il congelamento dei beni e il divieto di espatrio dei membri del Governo. Le solite cose viste, regolarmente applicate ai nemici della NATO e delle istituzioni finanziarie internazionali, come le agenzie finanziarie di George Soros, bandito transnazionale, uso pagare ONG e guitteria dirittumanitarista affinché svolgano i richiesti servizi mirati di disinformazione strategica. Infatti, il governo libico, davanti alle operazioni di ingerenza interna imbastita guarda caso dall’Alto Commissariato dei Rifugiati delle Nazioni Unite, la cui portavoce era proprio Laura Boldrini, decideva di espellere dalla Libia l’UNCHR, per l’opera di destabilizzazione che stava svolgendo soprattutto, sempre un caso, a Misurata, futura roccaforte della sovversione salafita-atlantista del 2011.
Di fronte alla pronta reazione di Tripoli, scattavano la controffensiva mediatica delle varie guapperie del ‘politically correct’ viola o arancione che fossero. In sostanza le associazioni anti-razziste, pro-migranti, dirittumanitariste a senso unico, iniziavano il battage pubblicitario anti-libico, ottenendo il sostegno dei su ricordati pavidi ‘personaggi istituzionali’, nel mettere sotto pressione il governo italiano, affinché auto-sabotasse la propria iniziativa verso la Jamahiriya Libica. All’orizzonte, intanto, si profilava il golpe-insurrezionale anglo-franco-qatariota di Bengasi. Fonte principale di questa storia dei profughi eritrei picchiati e internati in Libia, erano le ONG Fortress Europe e Habesha, che da Roma raggiunsero agevolmente alcuni presunti ‘detenuti’ a Misurata. Resta da spiegare come fosse possibile che dei ‘detenuti vessati e picchiati’, potessero colloquiare tranquillamente al telefono con esponenti di note ONG eritree anti-governative e foraggiate da frazioni della dirigenza italiana e dal Vaticano. Ma nonostante tutto, la terribile repressione denunciata dall’ONG Habesha riguardava dei feriti e dei tentati suicidi “per evitare la compilazione dei moduli di identificazione”; una pratica normale in qualsiasi Paese.
Va ricordato che Habesha è un’agenzia diretta e gestita da elementi contrari al governo di Asmara, e che a sua volta rilanciava tali notizie presso l’UNCHR, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), il CIR, e gli immancabili Amnesty International e Human Rights Watch. Lo scopo come detto era sabotare un’intesa italo-libica, da sempre contrastata dai partiti di centro-sinistra e della destra filo-sionista, da sempre totalmente proni agli interessi statunitensi, inglesi, francesi e israeliani, come ben dimostra la carriera ONUsiana dell’attuale presidente della Camera Laura Boldrini. Anche lei direttamente coinvolta e partecipe in tali eventi dalle origini e modalità più che dubbie.
Esilarante, poi, quando quell’estate 2010 accade un evento che sebbene svoltosi sotto gli occhi di un pubblico di milioni telespettatori, sfuggì totalmente alla loro attenzione. Ebbene, il TG-3, il telegiornale di sinistra, gestito dal PD in base alla spartizione partitocratica (e privatistica) delle risorse pubbliche, trasmise per alcuni giorni la notizia allarmante sui migranti eritrei, lanciando l’allarme sulle brutali condizioni vigenti nei ‘campi di concentramento’ di Gheddafi, dove perfino un milione, dicevano, di africani veniva brutalizzato e perfino lasciato morire. I ‘migranti eritrei’ denunciavano al TG-3 i maltrattamenti subiti dalla polizia di Gheddafi: torture, bastonature, incatenamenti, isolamento, denutrizione, maltrattamenti, malattie e fame. Sembrava che tutte le storie horror delle varie agenzie antirazziste, oggi scopertesi al soldo della NATO, del social-colonialismo parigino e dei petro-emirati del Golfo Persico, venissero verificate e dimostrate. Ma la cosa strana, che ai giornalisti del TG-3 sfuggì, o che semplicemente ignorarono contando sulla dabbenaggine del telespettatore medio di ‘sinistra’, era dato dal fatto che i poveri migranti eritrei, ‘internati e torturati’ nei lager gheddafiani, potessero tranquillamente spargere questa disinformazione intervenendo in diretta, durante il telegiornale stesso, parlando con lo speaker del TG-3 che, candidamente, diceva al pubblico che i “migranti-prigionieri” intervenivano grazie alla disponibilità di un telefono satellitare. Ovviamente si guardarono bene dallo specificare come fosse possibile che dei ‘prigionieri’ incatenati in un lager, avessero a disposizione, e chissà grazie a chi, addirittura un telefono satellitare con cui poter screditare il sistema libico parlando in diretta con i giornalisti del TG-3.
Il TG 3 si era prestato ad un’operazione di disinformazione strategica e di preparazione all’aggressione bellica alla Jamahiriya Libica, e questo ben sei-sette mesi prima che si sentisse parlare di “Primavera Araba”, con ciò dimostrando che l’intervento contro la Libia Popolare era in preparazione da molto tempo, anni se non decenni prima del 2011. Come si vedrà, la presunta ‘Primavera Araba’ in Libia è sempre stata seguita, coccolata e protetta fin dal primo giorno della “rivolta” di Bengasi. Altrimenti, cosa ci facevano la Portaeromobili Garibaldi e la nave-spia Elettra della marina militare italiana, nelle acque al largo di Bengasi, proprio nei giorni dell’esplosione della rivolta contro Gheddafi? Senza parlare poi della nave da carico utilizzata dalla nota ONG Emergency per prestare soccorso ai golpisti islamisti di Misurata (e solo a loro), che veniva regolarmente utilizzata per trasportare armi, mercenari, terroristi e consulenti occidentali, addirittura dei droni canadesi, per supportare la sanguinaria rivolta islamista e atlantista contro la Libia socialista e popolare.


Assalto all’ambasciata jamhiriyana libica di Roma da parte delle forze politiche (sinistra italiana e islamisti nordafricani) di cui, oggi, è espressione la neo-eletta presidente della camera Laura Boldrini.

Come mai al centro di queste vicende si trovano dei profughi eritrei? E come mai la pronta sollecitudine di ONG eritree, o presunte tali, nel denunciare sia Tripoli che Asmara? Come scrive un intellettuale-gangster nemico di Gheddafi e di Afeworki: “Se si dovesse ricomporre una vecchia canzone eritrea per descrivere quante volte il Presidente eritreo ha visitato la Libia negli ultimi dieci anni, uno dei versi reciterebbe così: ‘L’aereo vola, vola, viaggiare da Asmara a Tripoli è diventato un divertimento’”.
Isaias Afeworki è il leader del Fronte Popolare di Liberazione Eritreo e  presidente dell’Eritrea. In un’intervista del presidente eritreo ai media libici, del 5 gennaio 2011, descrisse la relazione tra i due Paesi come speciale e storica. Aveva anche dichiarato di aver visitato la Libia durante le sanzioni delle Nazioni Unite imposte alla Jamahiriya Libica dal 1992 al 2003, sottolineando la forte opposizione della Libia quando sanzioni analoghe sono state inflitte Eritrea, nel 2007. L’ultimo viaggio del Presidente Isaias Afeworki in Libia avvenne il 9-12 ottobre 2010, mentre l’ultimo incontro tra i due leader libico ed eritreo, avvenne a N’djamena, in Chad, il 21 luglio e poi in Libia il 23 dello stesso mese. Aferworki si recava in Libia per avere supporto materiale e politico, per affrontare le cospirazioni organizzategli contro. Afeworki compì la sua prima visita in Libia il 3 febbraio 1998, stabilendo in quell’occasione le relazioni diplomatiche tra i due Paesi, che migliorarono notevolmente dopo la guerra eritreo-etiopica del maggio 1998, quando l’Eritrea ricevette il sostegno dalla Libia, che dopo di allora chiese di spostare la sede dell’OUA da Addis Abeba a Tripoli.
In tale quadro, il 4 febbraio 1998, la Jamahiriya Libica creò la Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara (CEN-SAD), con sede a Tripoli. La Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara è una delle Comunità economiche regionali del continente (CER) riconosciuti dall’Unione africana. L’Unione Africana riconosce attualmente otto CER, ognuna di esse ha un ruolo chiave nel processo d’integrazione africana. Al vertice di fondazione del CEN-SAD parteciparono Gheddafi, i capi di Stato di Mali, Chad, Niger, Sudan e un rappresentante del presidente del Burkina Faso (come non notare tra essi i diversi Paesi aggrediti negli ultimi anni, dalle forze atlantiste). Le relazioni tra i due Paesi divennero ancora più strette dopo che l’Eritrea aderì all’organizzazione nell’aprile 1999. Difatti, il CEN-SAD arrivò a riunire 23 Strati (circa il 43% di tutti i membri dell’Unione Africana) divenendo a sua volta una piccola Unione africana. In ultima analisi, in questo attivismo anti-coloniale della Libia, che ostacolava l’invadenza dell’Unione del Mediterraneo, sponsorizzata dalla Francia, e del Comando Africa degli USA (AFRICOM), sul continente africano, risiede la motivazione profonda dell’aggressione e della distruzione della Jamahiriya Libica. Aggressione e distruzione sponsorizzate da Laura Boldrini, che nel suo ruolo di esponente dell’UNCHR, ha condotto la campagna mediatica volta a promuovere il bombardamento umanitario della Libia, così come oggi, marzo 2013, la medesima Boldrini svolge una campagna mediatica per promuovere il bombardamento della Siria baathista.
Gheddafi, promuovendo la sua politica panafricana, avviò il CEN-SAD per conseguire i seguenti obiettivi:
- la creazione di un’unione economica basata sull’attuazione complessiva di un piano di sviluppo della comunità integrando e supportando i piani di sviluppo nazionali dei Paesi membri, comprendenti diverse aree di sviluppo economico e sociale come l’agricoltura, l’industria, l’energia, le iniziative sociali, culturali e sanitarie
- L’eliminazione di tutte le restrizioni che ostacolano:
• La libera circolazione delle persone, dei capitali e degli interessi dei cittadini degli Stati membri
• Le libertà di residenza, proprietà ed esercizio di attività economiche
• Le libertà di commercio e di circolazione di beni, prodotti e servizi degli Stati membri
• La promozione del commercio estero e di una politica di investimenti negli Stati membri
• Lo sviluppo dei trasporti tra gli Stati membri e di congiunti progetti per le comunicazioni terrestri, aerei e marittime
• Riconoscimento ai cittadini degli Stati membri degli stessi diritti e obblighi
• Armonizzazione dei sistemi di istruzione, educativi, scientifici e culturali Sempre più Stati africani s’interessavano ai piani di Gheddafi.
Nel 2009, all’ottavo vertice dell’organismo erano presenti 28 Stati: Libia, Burkina Faso, Mali, Chad, Sudan, Niger, Repubblica Centrafricana, Eritrea, Senegal, Gambia, Gibuti, Egitto, Marocco, Tunisia, Nigeria, Somalia, Togo, Benin, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Ghana Sierra, Leone, Guinea, Comore, Kenya, Mauritania, Sao Tome e Principe, Liberia. In conclusione: in meno di dieci anni l’organizzazione del CEN-SAD era riuscita a riunire 28 paesi con 350 milioni di abitanti, che si estendevano dall’Atlantico al Oceano Indiano, dal Mar Mediterraneo al Golfo di Guinea, cioè la metà settentrionale del continente. Il governo jamahiriyano libico copriva il 15 per cento dell’intero bilancio dell’Unione Africana, pagando le quote annuali degli stati africani più piccoli e poveri. Negli ultimi dieci anni, aveva donato miliardi di dollari in aiuti a vari Paesi africani, e aveva istituito un fondo di 1,5 miliardi dollari per l’Africa.
Fu questo imponente e rapido processo che spinse le potenze occidentali, soprattutto le vecchie potenze coloniali come Francia e Regno Unito, ad organizzare il sabotaggio di questo programma, con l’attivo supporto di frange dell’ONU e delle ONG finanziate o da Parigi/Londra, o dai loro nuovi alleati del Golfo Persico, gli oscurantisti regni petro-islamisti del Golfo Persico come Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Quwait e Oman. Gli USA a loro volta reagirono costituendo nel 2004 l’iniziativa antiterrorismo trans-sahariana e nel 2008 l’AFRICOM. Per poter giustificare la nuova ingerenza delle potenze della NATO, vennero ricreati e favoriti i locali ‘gruppi islamici terroristi’ come Ansar al-Din, MUJAO o l’AQMI, al-Qaida nel Maghreb Islamico, di cui fa parte il Gruppo islamico combattente in Libia (LIFG), armato e finanziato dalla NATO allo scopo di distruggere la Libia. Il LIFG é principale ispiratore della repressione degli immigrati africani e della minoranza libica-africana,la cittadina di Tarhouna, composta da 40000 abitanti discendenti degli schiavi africani, è stata rasa al suolo, sotto lo sguardo compiaciuto di Laura Boldrini e di quelle ONG dirittumanitariste e ‘antirazziste’ che per prima sparsero la voce che i 2,5 milioni di immigrati presenti nella Jamahiriya Libica fossero ‘mercenari di Gheddafi’. Menzogna diffusa per giustificare i veri crimini contro l’umanità commessi dai mercenari salafiti-taqfiriti arruolati dalla NATO e dal Qatar.
Gheddafi visitò l’Eritrea il 7-9 febbraio 2003, dove fu ricevuto a Massaua e ad Asmara da migliaia di eritrei. Fu proprio in quel periodo che l’agenzia para-governativa bzrezinskiana statunitense Human Rights Watch lanciò l’offensiva mediatica mondiale tesa a screditare l’Eritrea. Allo scopo sono stati fondati e finanziati ONG e Partiti di Opposizione che, come il Partito Nazionale Wufaq, che apertamente invoca la rivolta armata per rovesciare il governo eritreo, prendendo come esempio le ‘Primavera araba’. Il Partito Wufaq fa parte del Congresso nazionale per il cambio democratico (NCDC); più che un titolo un marchio di fabbrica che porta direttamente alle agenzie d’influenza e d’intelligence statunitensi, come il NED, l’IRI e la CIA. La sigla standard di ‘Congresso democratico’ è già stata ampiamente utilizzata dagli ascari delle forze d’opposizione siriane, irachene e iraniane, che hanno sempre fatto ricorso al terrorismo e hanno sempre invocato l’intervento armato della NATO contro i rispettivi Paesi. Ed è a questo tipo di forze che si richiama Laura Boldrini, quando parla di “richieste di pace e libertà” in Siria.
Ritornando al NCDC, non è una pura coincidenza che abbia sede ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, con cui l’Eritrea è in conflitto da decenni. Nel frattempo i cosiddetti Democratici ed attivisti dei diritti umani eritrei, radunati dalla Rete della Società Civile eritrea in Europa (NESC-Europe), dopo aver trovato “edificante vedere questa nuova ondata democratica che attraversa l’Africa, l’emergere dell”Africa in movimento’”, ovvero l’intervento della NATO in Costa d’Avorio, Libia, Repubblica centrafricana e Mali, i ‘democratici euro-eritrei’ chiedono all’Unione europea di saper cogliere “l’ora della resa dei conti” con il governo di Asmara, per “cambiamento strategico”. Cambiamento, l’attuale parola d’ordine degli ascari del Pentagono e di Wall Street risuona in continuazione in questi ultimissimi anni, in tutti gli angoli in cui vi siano interessi degli statunitensi e dei loro alleati. Infatti, la Rete NESC-Europa chiede all’UE supporto finanziario-politico; l’avvio di una campagna d’infiltrazione presso la ‘società civile’ eritrea, ovvero preparare l’ennesima rivoluzione colorata; il riconoscimento di unico rappresentante legittimo dell’Eritrea; ecc.
Insomma, il solito armamentario mieloso, che serve solo a nascondere i proiettili e le bombe dell’armamentario effettivo. Non a caso una copia di tale ‘appello’ era stata speranzosamente inviata a Nicolas Sarkozy, l’ex-presidente della Repubblica francese, primo responsabile della tragedia libica. E infatti, l’UE, e soprattutto Roma, ha prestato orecchio a tale commovente appello. L’Intergovernmental Authority on Development (IGAD) è un’ente regionale per lo sviluppo del Corno d’Africa, rifondato nel 1996, e che riunisce Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Uganda. Notare che nel 2007 l’Eritrea è stata sospesa, mentre l’inesistente Somalia, e lo Stato fantoccio Sud Sudan, prede di una inestinguibile guerra civile, continuano a farne parte, ricevendo i sostanziosi fondi elargiti dai ‘partner’ occidentali dell’IGAD, riuniti nel FPI (Forum dei Partner dell’IGAD), fondato a Roma nel gennaio 1998, dove si decise d’istituire il Comitato di attuazione del progetto, poi attivato nel novembre 1998. Il Presidente dell’IGAD è il Presidente del FPI, e il governo italiano è il primo co-presidente. Si noti che all’FPI fa parte anche la già accennata Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), coinvolta nella sovversione in Libia. In sostanza, l’Eritrea è stata sospesa dall’IGAD, e quindi esclusa da qualsiasi finanziamento per lo sviluppo dall’UE e dagli USA, e l’Italia in tale decisione ha avuto un ruolo determinate. Si ricordi che all’epoca era al governo in Italia il centro-sinistra, cui ideologicamente si richiama Laura Boldrini.
Le ONG eritree, soprattutto quelle che si occuperebbero di migranti e profughi, sono finanziate dai Paesi occidentali, dal Vaticano e dalle petro-monarchie, tutti nemici dichiarati del governo Afeworki. Quindi, non è una casualità che si sia colta l’occasione dei presunti abusi, probabilmente inventati, sugli immigrati eritrei in Libia. Si è cercato di colpire non solo i rapporti tra Roma e Tripoli, ma anche quelli tra Tripoli e Asmara. L’Eritrea, come visto, aveva un grande amico in Gheddafi, colpendo i legami tra Eritrea e Libia, quindi, si è cercato di destabilizzare anche Aferworki, giocando la carta di una presunta persecuzione dei migranti eritrei pur di suscitare una reazione tra la popolazione eritrea contro il governo in Patria.
Tale accanimento contro l’Eritrea è dettato soprattutto dall’importante posizione strategica che occupa, sul Mar Rosso, laddove passa la maggior parte del flusso petrolifero che va dal Golfo Persico al Mediterraneo-Europa occidentale. Asmara coltiva solidi rapporti con potenze eurasiatiche come l’Iran e la Cina popolare, Stati percepiti come avversari strategici dagli USA, e quindi dalla NATO, e dai loro petro-ascari delle monarchie oscurantiste arabe e delle varie fazioni terroristiche salafite che tormentano il Medio Oriente. E quindi non è un caso che, dopo la farsa del presunto ‘golpe’ del gennaio 2013, quando vi fu un’azione sconclusionata di alcuni squinternati in cerca di denaro, venne gonfiata e trasfigurata in una ‘rivoluzione’ dagli organi di disinformazione occidentali. Tra queste, in prima linea, la solita al-Jazeera, e quindi l’emiro del Qatar, che cercava di esportare la sua ‘democrazia’ anche in Eritrea. Giustamente il governo di Asmara ha adottato i provvedimenti necessariamente adeguati nei confronti delle spie e dei propagandisti del salafismo militante qatariota, espellendoli dal Paese. Difatti, anche in Eritrea il regime del Qatar ha dimostrato di cooperare con Israele.
Secondo il think tank statunitense Stratfor:Iran, Qatar, Arabia Saudita ed Egitto stanno diventando stretti alleati del piccolo Paese africano. L’Iran ha fornito armi e addestra i ribelli yemeniti al-Houthi sistemati sulle coste eritree. Ciò ha svegliato l’interesse dell’Arabia saudita per l’Eritrea, poiché Riyadh vuole contenere i ribelli. Il Qatar, che vuole aumentare la sua influenza in Africa orientale, ha mediato nella disputa di confine tra Eritrea e Gibuti”. D’accordo con il governo di Asmara, nel 2008 l’Iran ha attivato una piccola guarnigione militare a protezione della raffineria di Assab, e nel 2009 l’Export Development Bank of Iran ha investito nel paese 35 milioni di dollari. Secondo Stratfor, per l’Iran è importante la posizione strategica dell’Eritrea, che controlla lo stretto di Bab el-Mandeb, importante passaggio del traffico marittimo internazionale, soprattutto del trasporto di greggio.
Sempre secondo Stratfor,Israele ha una piccola ma significativa presenza” in Eritrea: una stazione di ascolto ad Amba Soira e un attracco nell’arcipelago delle isole Dahlak. “L’arrivo degli israeliani, secondo fonti dell’intelligence italiana, è stato mascherato da investimenti nel settore ittico, in particolare nella costruzione di progetti per l’allevamento intensivo dei gamberetti. La funzione di questa presenza sarebbe tenere sotto controllo i movimenti degli iraniani, senza però ledere le relazioni, importanti per la politica africana di Israele, con l’Etiopia. Secondo la stampa israeliana, l’attracco nelle isole Dahlak verrebbe utilizzato dai sottomarini israeliani nelle operazioni per contrastare il presunto traffico di armi dall’Iran verso Hamas ed Hezbollah, via Sudan.” E secondo l’intelligence italiana, nel Paese vi sarebbero anche i cinesi, che controbilanciano la presenza nella confinante Gibuti di statunitensi e francesi, tutte presenze che rientrano nelle missioni navali antipirateria di NATO, Russia India, Iran e Cina popolare, che pattugliano Bab el-Mandeb e le acque del Golfo di Aden.

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Fonti:
RAI-news24
Il Fattoquotidiano
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Il Fattoquotidiano
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Alessandro Lattanzio, 18/03/2012

La Cina è in grado di trasformare l’Africa: Dambisa Moyo

Sons of Malcolm 3 marzo 2013

Dambisa_Moyo2L’economista dello Zambia Dambisa Moyo è un’aperta critica degli aiuti internazionali, sostenendo da anni che la mano straniera soffoca lo sviluppo dell’Africa, perpetuando la corruzione e ostacolando la crescita del continente. Autrice di bestseller del Times New York, Moyo si è affermata al livello internazionale con il suo libro del 2009 “Aiuti mortali: Perché gli aiuti non aiutano e qual’è la via migliore per l’Africa.” Da allora ha scritto altri due libri, sul declino dell’occidente e gli effetti della corsa alle materie prime della Cina. In una nuova intervista con Robyn Curnow del  CNN, Moyo spiega perché è ottimista sul futuro dell’Africa. Guarda all’impatto positivo che la Cina può avere sul continente, e in dettaglio, ai fattori chiave che alimentano la crescita economica dell’Africa.

CNN: Il dibattito sugli aiuti è così diverso da prima…
Dambisa Moyo: Sono successe tante cose negli ultimi cinque anni, in Africa, Sud America e in Asia, dove nessuno parla più di aiuti. Gli stessi responsabili politici l’abbandonano e si dedicano ai debiti sul mercato. Il mio Paese, lo Zambia, ha un debito fantastico, 750 milioni dollari in 10 anni, lo scorso settembre. La discussione riguarda molto più la creazione di posti di lavoro e gli investimenti, una storia fantastica, ovviamente in parte legata al fatto che i donatori tradizionali hanno problemi finanziari, fiscali, per i loro bilanci. Semplicemente non hanno più tanto capitale liquido a disposizione come in passato.

CNN: La storia dei cinesi che si sono immischiati, ha cambiato il quadro?
DM: Sì, assolutamente, ma in un modo strano, è esattamente quello che ci serve in termini di significative crescita economica e riduzione della povertà. Abbiamo bisogno di posti di lavoro,  investimenti, commercio, investimenti esteri diretti, sia dal mercato interno, ma anche dall’estero. Non è una pillola magica, ma tutti sanno che questa è la formula e, infine, i cinesi dimostrano ancora una volta, non solo in Africa, ma in tutto il mondo, quell’elisir, quel mix di opportunità da trasformare in realtà in questi Paesi. Ricordate, il 70% delle popolazioni di questi luoghi ha un’età inferiore ai 24 anni. Non c’è scampo: dobbiamo creare posti di lavoro.

CNN: Molte persone sono critiche verso il “neo-colonialismo” cinese, ma lei sostiene che non è vero.
DM: Beh, non lo è, perché la Cina ha così tanti problemi economici. Sapete, ha una popolazione di 1,3 miliardi di persone, con 300 milioni di persone che vivono a livello occidentale. Così hanno un miliardo di persone da far uscire dalla povertà. L’idea che spenderebbero tempo a cercare di colonizzare altri luoghi è soltanto, francamente, assurda. Non sto dicendo che la Cina dovrebbe disporre di un tappeto rosso, di carta bianca, in Africa o addirittura in qualsiasi parte del mondo, per fare quello che vuole. Abbiamo bisogno di partecipazione, di creare posti di lavoro e di scambi effettivi in questi luoghi. Ma penso che ciò che sia veramente essenziale è concentrarsi su ciò che la Cina può fare per l’Africa, così come ciò che l’Africa può fare per la Cina. E penso che la discussione non sia più obiettiva di come dovrebbe essere. In ultima analisi, la responsabilità di come la Cina si impegna in Africa è davvero compito dei governi africani. Non saremmo preoccupati per i rischi di neo-colonialismo, o abuso ambientale e questioni del lavoro, se ci fidassimo del fatto che i governi africani facciano la cosa giusta.

CNN: Come vedete le tendenze dei prossimi decenni?
DM: Sono un’eterna ottimista. Probabilmente sono la persona sbagliata a cui chiedere, perché credo che il quadro strutturale e fondamentale d’Africa, in questo momento, sia pronto da soli pochi decenni. Se si guarda all’economia attraverso la lente del capitale, fondamentalmente di denaro, di lavoro, fondamentalmente quanti l’hanno e quali competenze hanno, e della produttività, ovvero dell’efficienza nell’uso di capitale e lavoro, la tendenza è chiaramente a favore dell’Africa. Abbiamo un andamento fiscale molto solido. Il debito e PIL in Africa, oggi a livello sovrano, non sono neanche lontanamente simili agli oneri che vediamo in Europa e negli Stati Uniti. L’andamento del lavoro è molto positivo, il 60-70% degli africani ha meno di 25 anni. Quindi, una popolazione giovane su cui si ha bisogno di far leva dinamicamente, sicuramente abbiamo bisogno di investire in competenze e istruzione per assicurarsi il meglio da questa popolazione giovane. E poi, in termini di produttività, questo continente è un grande ricettacolo di tecnologie e di tutto ciò che può aiutarci a diventare più efficienti. Pertanto, questi tre fattori chiave: capitale, lavoro e produttività, contribuiscono a stimolare la crescita economica. Ora avremo una navigazione tranquilla? Certo che no, ci sarà volatilità, ma credo che gli investitori reali in Africa saranno in grado di delimitare rischio e incertezza.

CNN: E si tratta anche di risorse di un Paese, giusto?
DM: Questa è una domanda geniale, perché in realtà la risposta è no. Penso che si tratti soltanto degli elementi strutturali che ho menzionato: capitale, lavoro, produttività. Perché dico questo? Diamo uno sguardo al mercato azionario africano. Ci sono circa 20 borse in Africa e circa 1.000 titoli commerciali, l’85% di essi non sono merci. Parliamo di banche, assicurazioni, vendita al dettaglio, beni di consumo, aziende di logistica, di telecomunicazioni, questi sono i titoli sul mercato azionario africano.

CNN: Sente della responsabilità nel rappresentare una storia africana di successo?
DM: Beh, suppongo che, io, senta la responsabilità di dire la verità. Questo è un grande continente. In questo continente sono andata alla scuola elementare, secondaria, all’università, ho lavorato in questo continente e penso che sia un pessimo servizio che, per qualsiasi motivo, le persone abbiano usurpato un’Africa immaginaria assolutamente sbagliata. Si concentrano su guerre, malattie,  corruzione e povertà. Ma l’Africa non è tutto questo e penso che sia davvero essenziale, se dobbiamo svoltare, avere bisogno di prenderci questa responsabilità, come governi, come cittadini, non solo africani, ma del mondo, dicendo “che in realtà, questo non è vero”. Ci sono più poveri in India che in Africa, più poveri in Cina che in Africa, ma in qualche modo c’è uno stigma decennale  associato al continente africano, del tutto ingiustificato, e che trovo discutibile.

Africa e America Latina: costruire l’unità e la solidarietà contro l’intervento occidentale
Abayomi Azikiwe, Global Research, 4 marzo 2013

540783Il 20-23 febbraio si è tenuto a Malabo, Guinea Equatoriale, il terzo vertice Africa-Sud America (ASA). L’evento segue altri due vertici avutisi in Nigeria nel 2006, e in Venezuela nel 2009. Questo evento ha visto la partecipazione di 63 governi di entrambi i continenti, tra cui 20 capi di Stato  africani e cinque latinoamericani. Il vertice aveva per tema: “Strategie e meccanismi per promuovere la cooperazione Sud-Sud.” Il vertice ha adottato la Dichiarazione di Malabo contenente una serie di risoluzioni volte a rafforzare la cooperazione tra i due continenti. Le deliberazioni hanno anche portato alla creazione di un comitato presidenziale che avrà il ruolo di organo decisionale tra i vertici triennali.
Il ministro degli Esteri della Repubblica dello Zimbabwe Simbarashe Mumbengegwi, membro della delegazione guidata dal Presidente Robert Mugabe, ha descritto il vertice come un grande successo. Dopo il ritorno da Malabo, all’aeroporto internazionale di Harare ha informato i giornalisti sugli sviluppi nel corso del vertice. Mumbengegwi ha detto “Come sapete il tema del vertice riguardava la cooperazione Sud-Sud. Il vertice ha discusso di strategie e meccanismi per promuovere la cooperazione Sud-Sud.” (Zimbabwe Sunday Mail, 24 febbraio). Ha continuato notando che “un segretariato permanente con sede in Venezuela, è stato approvato per il coordinamento quotidiano dell’attuazione della nostra collaborazione.” Circa 30 progetti comuni sono stati proposti in materia di istruzione, informazione, commercio e telecomunicazioni, tra altri settori. Secondo Mumbengegwi, “Finora l’America latina ha espresso interesse in 16 progetti. Tuttavia, l’implementazione non è stata avviata per mancanza di un quadro di attuazione.” Il funzionario dello Zimbabwe ha riconosciuto che questi progetti incarnano la possibilità di trarre enormi benefici economici, per entrambe le regioni. Il Brasile coopera con gli Stati africani in vari settori, tra cui l’agricoltura come strumento di rilancio della crescita economica.

Il presidente venezuelano rilascia una dichiarazione per il Vertice
Il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Hugo Chavez aveva inviato una lettera aperta al vertice ASA esortando entrambe le regioni ad unirsi per diventare un “vero polo di potere”. La lettera è stata letta dal ministro degli Esteri Elias Jaua a tutte le delegazioni, durante l’incontro. Chavez ha chiesto “un legame autentico e permanente nella cooperazione” tra l’Africa e il Sud America. “… possono salvare il pianeta dal caos cui è stato spinto [dal sistema capitalistaI nostri continenti, dove vi sono sufficienti risorse naturali, politiche e storiche... possono salvare il pianeta dal caos cui è stato spinto [dal sistema capitalista]“, ha detto. (Venezuelan Analysis, 22 febbraio)
Il leader venezuelano, ora sotto cure mediche, ha sottolineato che “in nessun modo si devono negare le nostre relazioni sovrane con le potenze occidentali, ma dobbiamo ricordare che non sono la soluzione completa e definitiva dei problemi dei nostri Paesi”. Chavez ha detto che per l’Africa e l’America Latina è essenziale sviluppare un ordine “multipolare” mondiale, al fine di fornire un’alternativa a livello internazionale al dominio degli Stati Uniti e dei loro alleati. Chavez ha chiesto un’escalation nella cooperazione in materia di energia, istruzione, agricoltura, finanza e  comunicazioni. Per facilitare questi obiettivi, Chavez ha suggerito lo sviluppo di una Università dei Popoli del Sud, una società petrolifera per collegare le risorse petrolifere dei due continenti e la creazione di una Banca del Sud. Il commercio tra l’Africa e l’America Latina è aumentato notevolmente negli ultimi dieci anni, dai 7,2 miliardi nel 2002 ai 39,4 miliardi di dollari US nel 2011. Con la creazione di un segretariato per coordinare meglio queste tendenze, si potrebbe avere una maggiore e più veloce cooperazione.
Il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patino ha discusso delle difficoltà nel rafforzare la cooperazione tra l’Africa e l’America latina. Ha detto che “non ci conosciamo bene, non abbiamo esperienza nel lavoro comune… ci sono tante cose che possiamo offrire l’un l’altro, e non solo in termini commerciali.” (Venezuelan Analysis, 22 febbraio) Patino ha detto che la difficoltà nella collaborazione è dovuta al retaggio del colonialismo europeo. Sebbene l’Africa e l’America Latina condividano la storia comune della forte presenza di popolazioni africane scaturita dalla tratta atlantica degli schiavi e del dominio economico e politico dell’imperialismo e del neo-colonialismo, il processo di decolonizzazione ha, in molti modi, ostacolato l’unità tra gli Stati in via di sviluppo.
Chavez nel suo discorso ha osservato che l’intervento militare dell’imperialismo ha ostacolato la cooperazione tra le regioni. Dal 2009, nell’ultimo Vertice ASA, dove il leader libico colonnello Muammar Gheddafi era presente come l’allora presidente dell’Unione africana, gli Stati Uniti hanno intensificato le proprie politiche di destabilizzazione nei confronti dell’Africa e dell’America latina. Il leader venezuelano ha affermato che “Non è per fortuna o per caso… [che] dopo il Vertice di Margarita (Venezuela), il continente africano sia stato vittima di interventi e attacchi multipli delle potenze occidentali.” Perciò, ha proseguito, il Venezuela “respinge totalmente l’interventismo NATO” in Africa e in altre parti del mondo.

L’Africa invoca l’unità Sud-Sud
Il viceprimo ministro della Repubblica di Namibia Marco Hausiku, alla guida di una delegazione di 13 funzionari, al vertice ASA ha sottolineato che “i popoli dell’America Latina e dell’Africa  condividono la comune storia di lotte per la libertà e l’autodeterminazione. Dobbiamo parlare con una sola voce promuovendo gli interessi comuni dei nostri popoli“. (Informante.web.na, 27 febbraio)
Il presidente della Commissione dell’Unione Africana, il dottor Nkosazana Dlamini-Zuma, in una dichiarazione ha detto che “gli africani non possono ignorare il patrimonio comune condiviso dalle nostre due regioni, forgiati da legami storici, nonché da circostanze di cui non  sempre siamo stati al timone. In effetti, non abbiamo altra scelta che prenderci le responsabilità dei nostri rispettivi destini con un approccio collettivo, come ci viene dettato dal nostro passato e dal presente, nonché dalla necessità di combattere con successo per un futuro brillante.” (African Executive, 1 marzo)
Il vertice ASA ha emesso un comunicato d’impegno verso il popolo palestinese. L’incontro ha riconosciuto che la questione palestinese è una delle sfide principali per la pace internazionale e la sicurezza nel mondo moderno. Per quanto riguarda la Siria, il vertice ha condannato le violenze in corso nel Paese e consigliato il dialogo a tutte le parti coinvolte.

La presidente brasiliana visita la Nigeria
Nel periodo immediatamente successivo al vertice ASA, la presidente brasiliana Dilma Rousseff ha visitato lo Stato dell’Africa occidentale della Nigeria. Questi due Stati hanno le più grandi popolazioni dei continenti di Africa e America Latina. Dopo un vertice a porte chiuse, il presidente della Repubblica Federale della Nigeria Jonathan Goodluck e la Presidente Rousseff hanno emesso un comunicato congiunto affermando che la riforma delle Nazioni Unite è uno sviluppo positivo. I due leader hanno preso atto degli sforzi compiuti dalla Nigeria per divenire membro non permanente del Consiglio di Sicurezza per il 2014-1015. Entrambi i leader hanno firmato un Memorandum of Understanding (MoU) su agricoltura e sicurezza alimentare, petrolio, energia, bio-carburante, commercio e investimenti, estrazione mineraria, l’istruzione, aviazione, infrastrutture,  finanza e cultura. Jonathan ha riferito che una commissione bi-nazionale sarà creata per l’attuazione del protocollo d’intesa.
I capi di Stato hanno preso atto della crescente collaborazione in ambito economico. Il protocollo d’intesa sarà utilizzato come “leva economica dal nostro popolo, migliorando la situazione dei giovani disoccupati e delle donne, facendo in modo che nigeriani e brasiliani siano persone felici.” Il protocollo d’intesa continua affermando che “I nostri scambi sono effettivamente cresciuti  significativamente dal 2009 al 2012, anni segnati dalla crisi. I nostri scambi commerciali sono cresciuti e per il 2012 si arriva a 9 miliardi di dollari US.”

Abayomi Azikiwe, caporedattore di Pan-African News Wire

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio –  SitoAurora

Libia: la Resistenza verde cresce

15 dicembre 2012

L’articolo seguente è stato originariamente pubblicato dal Partito Comunista di Gran Bretagna (marxista-leninista):
Ascesa della Jamahiriya Verde!
Libia: la resistenza verde avanza
Il popolo della Libia lotta per recuperare ciò che ha perso

libya-oil_1842982cNell’ottobre 2011 il leader della rivoluzione verde libica, il colonnello Gheddafi, è stato brutalmente assassinato dai tagliagola mercenari sostenuti dall’occidente, dopo otto mesi di bombardamenti della NATO che hanno devastato il paese. Un anno dopo la ‘vittoria’, l’imperialismo annaspa sempre più nel vuoto, con le marionette di Tripoli che a malapena riescono a mantenere un governo per una settimana, o esercitano l’autorità sul paese, e l’esercito fantoccio sempre più messo da parte dalle milizie rivali nella guerra.
Nel frattempo, la Resistenza verde, data per spacciata, si fa sentire in modo tale che i media si sforzano d’ignorarla, ma Washington non può osare farlo. La verità amara per l’imperialismo è che i ricordi in Libia di quattro decenni di progresso economico e sociale restano sempreverdi nella mente dei suoi milioni di cittadini, nonostante tutte le bugie pompate sul ‘mostro ‘Gheddafi’. Ciò significa che i combattenti della resistenza si sono riorganizzati e compiono attacchi, forti della consapevolezza della diffusa simpatia popolare per le loro azioni. La verità scomoda per l’occidente è che la resistenza, della quale le ultime orazioni sono state lette un anno fa, non è mai veramente scomparsa, e che ora torna per vendicarsi.

Bani Walid: l’eroica città della rivoluzione verde
Simbolo di fedeltà duratura e patriottismo della maggior parte libici, è il rifiuto dei cittadini della città settentrionale di Bani Walid di chinare la testa davanti al governo dei quisling di Tripoli, che invece mantengono la propria città come un baluardo dell’integrità, mentre gran parte del paese è dilaniata dalla sovversione imperialista e dai conflitti tribali. Quando la dirigenza legittima del paese è stata brutalmente estromessa dalla NATO, i cittadini hanno formato un Consiglio degli Anziani per gestire la città. Nel disperato tentativo di riaffermare la propria declinante autorità politica, le marionette hanno deciso di dare una lezione ai leali cittadini dell’inaccettabile Bani Walid.
Un pretesto, chiaramente creato per inviare una spedizione punitiva dell’esercito fantoccio contro i propri cittadini (la stessa azione di cui il colonnello Gheddafi è stato così falsamente accusato), è stata la morte di Omran Shaaban, il traditore che si era ‘vantato’ di aver arrestato il colonnello Gheddafi, consegnandolo ai suoi assassini psicopatici. Shaaban ha incontrato la sua meritatissima fine in circostanze controverse, dopo esser stato ferito per essersi rifiutato di fermarsi a un posto di blocco di Bani Walid. Anche se questo mercenario imperialista è opportunamente crepato in un letto d’ospedale parigino, il suo ‘martirio’ è stato ritenuto un pretesto sufficiente per le marionette per emettere un decreto, la Risoluzione 7, che dava all’esercito fantoccio pieni poteri eccezionali e di poter utilizzare tutti i mezzi necessari per prendere il pieno controllo della città. Perfino all’interno del Consiglio nazionale generale del (GNC) dei burattini, voci si sono levate per protestare contro tale decreto che dava carta bianca per un genocidio.
Invano il Consiglio degli Anziani di Bani Walid ha protestato che il decreto è illegittimo e incostituzionale. In effetti, uno dei membri del Consiglio stesso fu successivamente sequestrato dai ratti e trascinato nel loro covo a Misurata, ad affrontare un destino incerto. Per settimane l’esercito fantoccio, affiancato e spesso superato dalle milizie ‘ufficiose’, ha assaltato Bani Walid, insieme ai bombardamenti indiscriminati, rapimento, l’assassinio e massacro di civili, terrorizzando la popolazione e bloccando i rifornimenti di cibo, medicine e altre cose essenziali. I medici si lamentavano che le milizie fermavano i veicoli che trasportavano medicine, personale e ossigeno. Tuttavia, nonostante settimane di pesanti martellamenti dei mortai, integrati da bombe con gas e fosforo bianco, molti degli abitanti di Bani Walid si sono rifiutati di abbandonare le proprie case. Un testimone oculare ha detto a Russia Today che “molti gruppi armati sono arrivati all’ingresso principale di Bani Walid e hanno chiesto alle persone di uscire dalla città. Abbiamo deciso di non farlo perché vogliamo difendere i nostri diritti, le nostre case e le nostre famiglie.” (7 ottobre 2012)
Coloro che non potevano resistere oltre e furono costretti a fuggire, hanno poi ritrovato la via del ritorno bloccata dalle bande armate. Molte famiglie si sono ritrovate bloccate su strade deserte, senza cibo o protezione. Eppure Bani Walid combatte ancora.

Zio Sam esclude i mediatori
Non essendo riusciti il governo fantoccio e l’esercito ad attuare l’agenda imperialista, l’imperialismo fa sempre più affidamento direttamente alle milizie per fare il lavoro sporco. Va notato che una delle bande più importanti nella violenta milizia contro-rivoluzionaria, lo Scudo di Libia, è stata pubblicamente corteggiata dalla Casa Bianca, in quanto ha contribuito a salvare i sopravvissuti della missione degli Stati Uniti, quando fu attaccata a Bengasi.
The Independent ha riferito che una delegazione della CIA e dell’ambasciata “si è recata a Bengasi per incontrare e reclutare combattenti direttamente dallo Scudo libico, una potente organizzazione ombrello delle milizie”. Il ministro della difesa del governo fantoccio denunciava che “il suo ministero non ha il controllo delle forze dello Scudo libico di Misurata, che aveva sequestrato Bani Walid, una città già fedelissima a Gheddafi, e stavano impedendo ai residenti sfollati di ritornare “, è chiaro che Washington ha solo disprezzo per il governo e il suo esercito ‘ufficiale’, sperando invece di combattere le forze della resistenza con i mercenari”. (11 novembre 2012)
E’ altrettanto chiaro che, a dispetto di tutti i pii discorsi riguardo al superamento delle divisioni tribali e di esclusione delle armi dalla politica, gli Stati Uniti fanno tutto il possibile per sfruttare queste divisioni, sperando così di sopprimere le forze della resistenza patriottica. Quando la Russia ha cercato di avere un progetto di dichiarazione convocando le Nazioni Unite per una soluzione pacifica dell’assedio di Bani Walid, gli USA hanno bloccato il passo.
La speranza di Washington, che le armi della milizia mercenaria operassero meglio degli ‘ufficiali’ del governo-fantoccio, seppellendo la resistenza, è andata delusa. Nonostante il quasi totale blackout sui massicci crimini di guerra commessi quotidianamente a Bani Walid, e l’ennesimo annuncio trionfale della morte del figlio del colonnello Gheddafi, Khamis (di nuovo) e la cattura del suo ministro dell’informazione (di nuovo), non riesce a nascondere la confusione e il panico che ora affliggono l’imperialismo, mentre una nuova ‘facile’ avventura guerrafondaia va così tanto male. Se non si può gettare la piccola popolazione della Libia nel servilismo, il Pentagono deve essere angosciato: come diavolo può prevalere contro la Siria e l’Iran?

La Resistenza cresce
Durante l’estate, il numero degli attacchi che possono ragionevolmente essere attribuiti alle forze della resistenza si è moltiplicato, nonostante la severa repressione e le menzogne dei media che presentano le violenze come semplici battibecchi tribali (con il signore coloniale che è lì per ‘mantenere la pace’).
Il 10 agosto, otto combattenti della resistenza sono stati liberati dalla prigione di al-Fornaj a Tripoli, dopo un attacco coordinato, il terzo attacco di questo tipo dal rovesciamento di Gheddafi.
Il 18 agosto, la resistenza ha fatto esplodere un’autobomba davanti un albergo di Tripoli, puntando a un veicolo utilizzato da personale di sicurezza di Bengasi.
Il 19 agosto, un’altra auto-bomba a Tripoli prendeva di mira il ministero degli interni e un centro per gli interrogatori.
Il 23 agosto, in uno sviluppo che ricorda la crescente violenza che attualmente passa dal ‘verde al blu’  tra la soldataglia imperialista in Afghanistan, Abdelmenom al-Hur, portavoce del Comitato supremo per la sicurezza ha detto ai giornalisti, che la resistenza si è infiltrata tra diversi ufficiali delle unità della sicurezza e si è impossessata di una caserma piena di armamenti pesanti.
A settembre, l’aeroporto di Bengasi, che gli Stati Uniti usavano come base per i droni, ha dovuto chiudere dato che la resistenza continuava a sparare ai droni. Un sito web segnalava alcune attività più recenti, tra cui un tentativo di assassinio quasi riuscito contro il leader militare del cosiddetto ‘Consiglio di transizione della Cirenaica’, Hamid al-Hassi, un tentativo di fuga dal carcere Koufiya a Bengasi e un attacco con RPG al Comitato supremo per la sicurezza a Tripoli. (Libyaagainstsuperpowermedia.com 8 novembre 2012).
Maggiormente dannoso per il prestigio imperialista, finora è stato l’attacco alla missione degli Stati Uniti a Bengasi dell’11 settembre, dove l’ambasciatore Stevens e tre altri signori coloniali vi hanno perso la vita.
In un primo momento, la linea di Obama era che l’attacco fosse stata una protesta spontanea innescata dalla diffusione del film grossolanamente islamofobo l’Innocenza dei musulmani; una protesta che era sfuggita di mano! Tuttavia, è poi passata la linea che si trattasse di un attacco terroristico di al- Qaida. Questo sembrava, se non altro, ancora meno credibile, dato il ruolo di servizio svolto da questo gruppo, così di recente, nei confronti dell’imperialismo degli Stati Uniti attraverso la mobilitazione del Gruppo combattente islamico libico contro Gheddafi. Obiezioni analoghe potrebbero essere formulate contro la tesi dei salafiti, non meno ferventi oppositori della rivoluzione verde.
La spiegazione più semplice potrebbe rivelarsi anche la più autentica: l’attacco è stato effettuato dalla stessa resistenza. Sembra certamente un lavoro professionale. Un testimone oculare, ferito nell’attacco, ha riferito che circa 125 uomini hanno attaccato con mitragliatrici, armi antiaeree e lanciagranate, bombardando sistematicamente il complesso. E mentre Obama ha cercato di spacciare la sua storia al resto del mondo, le sventurate marionette hanno raccontato una storia più semplice. Il ‘presidente’ della Libia al-Magariaf, gli ambasciatori della Libia alle Nazioni Unite e a Washington, e l’allora ‘primo ministro’ Abdurrahim al-Qaib, hanno tutti accusato i lealisti di Gheddafi dell’attacco, e solo successivamente si sono confusamente allineati dietro la tesi della NATO.
Se la Resistenza può aggiungere quest’azione alla sua lista di eroici successi anti-imperialisti, o se si scoprisse che si tratta du un altro spettacolare autogol, il risultato finale è lo stesso: uno schiaffo all’imperialismo degli Stati Uniti, che lo lascia confuso, umiliato e sempre più diviso. Lo stesso vale per molte altre azioni anti-fantocci che non è possibile, in questa fase, attribuire con certezza alla Resistenza. Se i burattini dell’imperialismo sono preda delle caotiche divisioni tribali che i loro padroni hanno suscitate, allora così sia. Gli imperialisti, ancora una volta, hanno sollevato un masso per schiacciare i loro nemici, per poi farlo cadere sui propri piedi.

I ladri cadono
Quando il 26 ottobre, la ragazza del generale Petraeus ha scelto di intrattenere il pubblico con le gemme dal suo discorso del cuscino, il capo della CIA oramai era caduto in disgrazia, avendo preso a calci un vespaio, rivelando forti conflitti all’interno di circoli dirigenti imperialisti.
Ora, non so se molti di voi l’hanno sentito, ma la missione della CIA aveva effettivamente un paio di prigionieri, membri della milizia libica, e pensavano che l’attacco al consolato fosse un tentativo per liberare questi prigionieri, un aspetto ancora in fase di vaglio… I fatti venuti alla luce oggi, dicono che le forze presenti nella dependance della CIA, che non era il consolato, chiedevano rinforzi. Chiedevano – chiamando il CINC (Comandante in Capo) delle forze di pronta reazione – un gruppo di operatori della Delta Force, i nostri ragazzi di maggior talento militare che abbiamo sul campo. Avrebbero potuto venire e rafforzare il consolato e l’annesso della CIA che erano sotto attacco… E’ stata una tragedia perdere un ambasciatore e due altri funzionari del governo, c’era un guasto nel sistema perché non vi era la necessaria sicurezza aggiuntiva… E’ frustrante vedere l’aspetto politico di tutto ciò che sta succedendo con questa indagine… la sfida è la nebbia della guerra, e la sfida più grande è che siamo nella stagione di caccia politica, e così tutta questa faccenda è stata politicizzata.”
Appoggiando il suo uomo con una dichiarazione che il fidanzato avrebbe preferito non venisse detta, Paula Broadwell balbettò che la “cosa difficile” per Petraeus era dover tacere su quello che stava realmente accadendo: “Così sapeva tutto ciò, aveva corrispondenza con il capo della stazione della CIA in Libia in meno di 24 ore, sapevano quello che stava accadendo.”
Sì, deve essere un inferno dover gestire la CIA e raccontare storie sempre più incredibili per conto di un sistema di sfruttamento e dominio globale che sta così clamorosamente rovinando. L’innocente dichiarazione della Broadwell sulle calde relazioni fraterne tra l’Ufficio Ovale, il Pentagono e Foggy Bottom ci offre un chiaro esempio dello stress e delle tensioni presenti all’interno dei circoli dominanti, mentre l’imperialismo in crisi sprofonda sempre più in un’altra sua palude. Può affondare senza lasciare traccia.

Vittoria alla resistenza verde!
Morte ai ratti!
Morte al re dei ratti: l’imperialismo!

Red Ant Liberation Army

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Attacco a Bengasi, azione della Resistenza Jamahiryiana

L’eliminazione dell’ambasciatore statunitense non ha nulla a che fare con al-Qaida
Mark Robertson e Finian Cunningham Counterpsyops, 20 settembre 2012

Le potenze della NATO ed i burocrati installati in Libia vogliono far credere che 5.600.000 di libici sono felici che la NATO ed i suoi fantocci terroristi abbiano distrutto la Libia, un paese che con Gheddafi aveva il più alto standard di vita in Africa. Vogliono che si pensi che la NATO abbia portato “libertà e democrazia” in Libia, non caos e morte. Vogliono che si pensi che non ci sia nessuna resistenza jamahiriyana contro gli imperialisti della NATO e i suoi alleati islamisti di Bengasi. In realtà, la Resistenza è sempre più attiva, rispetto alla sua scarsa efficienza al momento dell’assassinio di Muammar Gheddafi, nell’ottobre 2011, come sarà illustrato di seguito. Colpisce qualsiasi obiettivo della NATO che può colpire, elimina quei dirigenti libici che hanno tradito Gheddafi e si sono schierati con la NATO. L’incidente di Bengasi è soltanto il suo ultimo colpo contro ciò che considera l’occupazione illegale della NATO della Libia.
Tutti sanno che in Libia c’è la Resistenza Verde, i cui membri sono chiamati ‘Tahloob’ (i “fedelissimi di Gheddafi”). Ciò viene negato solo all’estero, dalle potenze della NATO e dai servizievoli media occidentali. A causa di ciò, la maggior parte delle persone del mondo ha dimenticato la Libia, mentre internet è piena di congetture e pretese infondate, di ridicole rivendicazioni riguardo all’incidente di Bengasi della scorsa settimana, in cui l’ambasciatore degli Stati Uniti Christopher Stevens e almeno tre altri membri del suo personale sono stati uccisi. E la fabbrica della menzogna della NATO funziona a pieno regime.

Rivendicazioni e disinformazione
Il regime di Obama afferma che ciò è stata opera dei “manifestanti” infuriati contro un video antislamico.  I burocrati installati dalla NATO in Libia, dicono che è opera di “estremisti stranieri“. Il congresso degli Stati Uniti dice che è opera di “al-Qaida.” Così dice la CNN, così come il sito alternativo Prison Planet, che denuncia ogni riferimento alla Resistenza Verde come “assurdo”. (1) I media, come il britannico Guardian, affermano che è opera di “una rete terroristica.” Il governo turco dice “è stato il siriano Assad.” Israele dice “è stato Hezbollah.” I re sunniti del Consiglio di Cooperazione del Golfo dei petro-emirati dicono “è stato l’Iran.” Anche rinomati scrittori dei media alternativi e blogger progressisti hanno attribuito l’attacco “agli islamisti di Bengasi” e che questo sarebbe una “reazione all’imperialismo“. Wikileaks dice che l’attacco è avvenuto perché gli Stati Uniti hanno sostenuto la minaccia della Gran Bretagna di prendere d’assalto l’ambasciata ecuadoriana a Londra, e di rapire Julian Assange. (2)
Alcuni media sostengono che “al-Qaida” ha effettuato l’attacco per vendetta della presunta morte, in Pakistan (con l’attacco di un drone statunitense, il 4 giugno 2012), del libico Abu Yahya al-Libi (alias Hassan Muhammad Qaid) che era presumibilmente un braccio destro di Usama bin Ladin, ed era presumibilmente il “numero due” di al-Qaida. Questa affermazione non ha senso, dato che al-Qaida è un gruppo di mercenari alle dipendenze di Washington e Londra fin dal 1980. Il presidente Reagan li aveva definiti “eroi” e “combattenti per la libertà.” Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna inviarono i mercenari di al-Qaida nei Balcani, Libia, Siria, Cecenia, Somalia, Sudan e in altri luoghi che la NATO vuole infiltrare, destabilizzare o distruggere. La NATO ha comprato Ayman al-Zawahiri, il cosiddetto capo dei mercenari di al-Qaida, affinché producesse video e audio-cassette in supporto dell’imperialismo della NATO, e ne ha prodotte oltre 60 finora. Zawahiri ha invocato ripetutamente la morte di Gheddafi, e ora invoca ripetutamente la morte del presidente siriano Bashar al-Assad. Chiede ai pakistani di sostenere i taliban, al fine di far credere al mondo che i taliban esistono ancora. Registra qualche volta in inglese, e la sua vera identità e residenza sono un segreto della NATO. L’11 settembre 2012, in commemorazione del 9/11, ha pubblicato un video in cui elogiava Abu Yahya al-Libi, presumibilmente ucciso da un drone statunitense a giugno. Questo “elogio” non aveva niente a che fare con l’incidente di Bengasi, che è avvenuto dopo, la notte di martedì 11 settembre.
Alcuni salafiti sostengono di aver effettuato l’attacco mortale nella sede statunitense. Questo è ancor più assurdo, dal momento che i salafiti sono alleati della NATO. Salafiti e wahhabiti sono connotati da una lettura rigorista e puritana nel loro approccio all’Islam. Sono vicini principalmente alla visione feudale dell’Islam dell’Arabia Saudita, e tramite essa erano alleati della NATO contro Gheddafi. Ora sono alleati della NATO contro Assad, l’Iran, Hezbollah e gli sciiti in generale. Un esempio di salafiti in Libia è l’Ansar al-Sharia – un termine generico per le varie milizie che vogliono applicare la severa legge della sharia in Libia. I suoi membri sono filo-NATO e contro la di resistenza verde. Non avevano motivo di attaccare il sito del governo degli Stati Uniti a Bengasi, che era stato strumentale nel galvanizzare l’insurrezione islamista per rovesciare il governo di Gheddafi, a partire almeno dal marzo 2011, e sotto la supervisione del compianto Christopher Stevens. Stevens era l’uomo di punta di Washington a Bengasi, che aveva e coltivava dei noti forti legami con gli islamisti. In breve, non ha senso che tali contatti a Bengasi avrebbe voluto o sarebbero stati motivati ad uccidere il loro finanziatore statunitense.
La spiegazione più ovvia è che nel quadro della Resistenza Verde, i fedeli di Gheddafi e gli oppositori del regime della NATO hanno effettuato l’attacco. La NATO ed i suoi collaborazionisti libici non vogliono ammettere questa realtà sovversiva. Il fatto che esista la resistenza – una resistenza potente e in crescita – deve essere negato, cancellato dalla memoria.

I tempi
E’ stata una semplice coincidenza che l’attacco a Bengasi sia avvenuto l’undicesimo anniversario del 9/11. La Resistenza Verde era infuriata per il fatto che Abdullah al-Senussi (il capo dell’intelligence di Gheddafi) fosse stato arrestato al suo arrivo all’aeroporto di Nouakchott, in Mauritania, il 17 marzo 2012. Poi, sei giorni prima della attacco a Bengasi, la Mauritania ha estradato Senoussi in Libia per il processo da parte dei burocrati installati dalla NATO. Il giorno prima dell’attacco a Bengasi, i burattini della NATO misero sotto processo due fedelissimi di Gheddafi, accusandoli di aver sprecato denaro pubblico risarcendo con 2,7 miliardi di dollari le famiglie delle persone uccise nell’attentato del volo Pan Am 103, a Lockerbie, in Scozia. I due lealisti di Gheddafi sono Abdul Ati al-Obeidi (che era stato Primo Ministro, Ministro degli Esteri e Capo dello Stato di Gheddafi) e Mohammed Zwai (ex Segretario Generale del Congresso Generale del Popolo – il capo della legislatura di Gheddafi). Inoltre, Ali Baghdadi Mahmudi, era Segretario del Comitato Generale del Popolo (cioè, il primo ministro) con Gheddafi, ed era fuggito da Tripoli il 21 agosto 2011, quando i terroristi della NATO entrarono in città. Mahmudi è stato arrestato al confine della Tunisia per ingresso illegale e incarcerato per sei mesi, fino a quando le accuse vennero respinte in appello.
Il 24 giugno 2012, il primo ministro della Tunisia, Hamadi Jebali (agendo su ordine della NATO) fece improvvisamente arrestare Mahmudi, consegnandolo ai burattini della NATO a Tripoli, che subito l’imprigionarono. Il primo ministro della Tunisia, Hamadi Jebali, è pro-NATO e un amico dei senatori estremisti statunitensi McCain e Lieberman. Il nuovo arresto e l’estradizione di Mahmudi fecero arrabbiare il presidente tunisino Moncef Marzouki, che ha denunciato l’estradizione come illegale, e fece infuriare anche la Resistenza Verde libica. (3) L’ambasciatore statunitense Christopher Stevens aveva promosso la distruzione della Libia, ed era arrivato a Bengasi nell’aprile 2011 a tale scopo, rimandovi nei sette mesi di bombardamenti aerei della NATO sulla Libia. Il suo compito era coordinare i terroristi della NATO. Dopo che la Libia è stata distrutta, Stevens usò un hotel di Tripoli come base, dal momento che la Resistenza Verde avevano bruciato l’ambasciata statunitense a Tripoli.
Quando la Resistenza ha cercato di ucciderlo con un’autobomba, presso l’hotel, Stevens si trasferì a Bengasi, nella parte orientale del paese, i cui abitanti sarebbero pro-USA, e che da tempo è un focolaio di islamisti jihadisti. Molti di loro raggiunsero le fila dei mujahidin della NATO in Afghanistan nel 1980 e poi al-Qaida. (4) Ciò accadde più di un anno fa. (Formalmente Stevens è diventato ambasciatore di Obama in Libia nel maggio 2012.) Stevens usciva, sottovalutando la Resistenza Verde, per fare jogging per le strade di Bengasi, e altrove, in Libia. (5) Tutti sapevano dov’erano lui e il suo staff. Uno dei terroristi pro-NATO, Ahmed al-Abbar, dice di Stevens: “Era amato da tutti [a Bengasi].” (6) La popolarità di Stevens presso i traditori di Bengasi aggiunse rabbia alla furia della Resistenza Verde, che alla fine attaccò questo sito degli Stati Uniti a Bengasi. Quindi, contrariamente a quanto sostenuto da media occidentali come l’Independent, non c’erano “brecce nella sicurezza” e nessun “mistero” circa l’attacco. Tali affermazioni sono tutte false piste destinate a distrarre dalla realtà della Resistenza Verde.

All’inizio tutti hanno ammesso la verità
La mattina dopo l’attacco di Bengasi, il 12 settembre, i burattini della NATO involontariamente ammisero la verità sui ‘Tahloob’ (Resistenza Verde), e si lamentarono che la NATO non stasse facendo abbastanza per aiutarli a schiacciarli. Il Viceministro libico Sharif al-Wanis l’ammise in una conferenza stampa a Bengasi, che è stato poi stata trasmessa da al-Jazeera. (7) (8) (29) Anche il primo ministro della Libia Abdurrahim al-Keib l’ha ammesso, come ha fatto il presidente della Libia Mohammed al-Magarif, così come Ali Aujali, ambasciatore della Libia a Washington, e Ibrahim Dabbashi, ambasciatore della Libia alle Nazioni Unite. Tutti loro avevano detto che i fedelissimi di Gheddafi avevano attaccato il sito degli Stati Uniti a Bengasi. Avrebbero presto cambiato tono, sotto la pressione dei loro padroni della NATO.
Tornando al 24 agosto 2012, la rivista Time aveva notato che Gheddafi “riceve ancora una silenziosa ammirazione in molte parti della Libia.” Il documento citato dal presidente al-Magariaf diceva: “Sappiamo che i lealisti di Gheddafi sono dietro gli attacchi [dal rovesciamento di Gheddafi]. Negli ultimi mesi, i servizi di sicurezza hanno intensificato la loro campagna contro Bani Walid e Tarhuna.” (9) Bani Walid è una roccaforte lealista, la cui popolazione ha ricoperto posizioni chiave nei servizi di sicurezza di Gheddafi. E’ stata anche l’ultima città, oltre alla città natale di Gheddafi di Sirte, a cadere in mano ai terroristi della NATO, il 23 gennaio 2012. Magariaf è di Bengasi, e ha trascorso 30 anni negli Stati Uniti, venendo allevato per il momento in cui la NATO avrebbe distrutto la Libia. Il 9 agosto 2012, la NATO lo installava a capo della Libia dopo una “elezione“. Magariaf è alleato dei Fratelli Musulmani, che sono allineati alla NATO. L’ammissione iniziale della verità sulla Resistenza Verde fu fatta la mattina dopo l’attacco. In poche ore, tuttavia, tutti gli alti funzionari libici, che agiscono agli ordini della NATO, cambiarono avviso in sintonia, chiamando semplicemente gli aggressori “estremisti stranieri“. Magariaf, il presidente installato dalla NATO, era andato a Bengasi tre giorni dopo l’attacco, e aveva dichiarato che “è stata al-Qaida.” (10)
Un burocrate che non avrebbe accolto l’avviso della NATO è stato il primo ministro Abdurrahim al-Keib, che continuava a insistere che era opera dei fedelissimi di Gheddafi. Pertanto, la NATO lo ha fatto dimettere da primo ministro della Libia, e l’ha sostituito con Mustafa Abushagur Mittal, il giorno dopo l’incidente di Bengasi. Abushagur ha passato la maggior parte della sua vita negli Stati Uniti, ed è sempre stato un nemico di Gheddafi. Come tanti altri burocrati installati dagli USA, era ritornato a Bengasi nel maggio 2011, durante l’insurrezione istigata dalla NATO. Alcune agenzie di stampa alternative riconoscono la verità sulla Resistenza Verde; per esempio, l’Inter Press News Service, che è un’agenzia no-profit. L’IPS ha parlato con i lealisti dell’esercito di Gheddafi, che avevano promesso che avrebbero intensificato la loro lotta. Fonti governative affermano alternativamente che gli autori sono i lealisti di Gheddafi o sono islamisti. Ulteriore confusione nasce da un giro di vite del governo sulla diffusione delle informazioni sui media locali, e dalle forze di sicurezza libiche che impediscono ai giornalisti stranieri di seguire direttamente gli  attacchi o di scattare foto. (11) Il giro di vite dei burocrati libici sui media è comprensibile, dal momento che vogliono ostacolare la solidarietà alla Resistenza Verde.

Negazione massiccia
Riguardo l’incidente di Bengasi, la negazione massiccia comincia sui fatti di base. Per esempio, la maggior parte delle persone riferisce di un “consolato degli Stati Uniti“, quando in realtà il sito statunitense di Bengasi non era un’ambasciata o un consolato, e neanche un “compound”. Era un insieme di ville (con un solo cancello comune) di proprietà privata, di Mohammad al-Bishari, che ha affittato le ville al personale del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. (12) Collettivamente le ville erano ciò che il Dipartimento di Stato chiama “impianto intermedio“. Aveva un livello di sicurezza conosciuto come “semplice serratura e chiave,” il che significa che non ha aveva vetri antiproiettili, porte blindate, marines o altre caratteristiche comuni ad ambasciate e consolati. (In Messico, ad esempio, Washington ha un’ambasciata e 22 consolati; gli Stati Uniti in Libia avevano solo un’ambasciata a Tripoli e poi, dopo la micidiale campagna di bombardamento della NATO, hanno utilizzato le ville a Bengasi.) I media corporativi hanno falsamente usato il termine “consolato americano” per far credere che “i terroristi hanno attaccato questa zona di sovranità degli Stati Uniti.” Giustificando la “guerra al terrore“, oltre la distruzione della Libia. Inoltre, il regime  di  Obama  chiama il gruppo di ville private “compound”, in modo da far sembrare che gli (inesistenti) “manifestanti” avessero sfacciatamente preso d’assalto una fortezza simile al massiccio complesso dell’ambasciata USA di Baghdad.

Non c’erano manifestanti a Bengasi
La Casa Bianca ha affermato che dei manifestanti contrari al video anti-musulmano, avrebbero “spontaneamente” attaccato il cosiddetto “consolato.” In realtà non c’erano manifestanti a Bengasi, al momento dell’attacco. Quando Fox News ha intervistato su ciò i funzionari statunitensi, hanno ammesso la verità. (13)  Tuttavia, l’amministrazione Obama ha continuato a insistere sul fatto che “i manifestanti lo hanno fatto.” Questo non solo nasconde la Resistenza Verde, ma fa credere che tutti i musulmani siano irrazionali e sanguinari, giustificando così l’aggressione imperialista (cioè la “guerra al terrore“). L’assenza di manifestanti è stata confermata da uno degli otto libici a guardia del gruppo di ville private usate dall’ambasciatore Stevens e dal suo staff. Il testimone oculare, un 27enne, è in cura in un ospedale per le ferite da schegge in una gamba, e due ferite di proiettile all’altra. Ha chiesto l’anonimato, e che neanche venisse indicato l’ospedale, per paura che i “militanti” (cioè, la Resistenza Verde) lo rintracci e l’uccida. Delle otto guardie di sicurezza libiche, il testimone oculare e altri quattro erano stati assunti da una ditta inglese. Gli altri tre erano membri della Brigata 17 febbraio, un gruppo di terroristi pro-NATO formatosi all’inizio della campagna della NATO per distruggere Gheddafi e la società libica. In un’intervista con servizio di news McClatchy, del 13 settembre 2012, il testimone oculare ha detto che non c’era nessun manifestante.
Gli americani se ne sarebbero andati se ci fossero stati dei manifestanti, ma non c’era una sola formica. La zona era completamente tranquilla fino alle 21:35, quando 125 uomini armati con mitragliatrici, granate, RPG e armi antiaeree hanno attaccato. Hanno lanciato granate nelle case, ferendomi. Hanno poi fatto irruzione attraverso il cancello principale della struttura, passando di casa in casa.” La cosa non sembra una “protesta spontanea” contro un B-movie blasfemo apparso improvvisamente su internet, come la Casa Bianca e altri sostengono; invece, si trattava nettamente  di un attacco militare, eseguito dopo esser stato pianificato meticolosamente con largo anticipo. Il testimone oculare è riuscito a fuggire, raccontando agli aggressori che era solo un giardiniere del complesso. Il suo racconto è coerente con quello di Mohammad al-Bishari, proprietario delle ville che aveva affittato al governo degli Stati Uniti. Bishari ha dato un suo resoconto il 12 settembre, il giorno dopo l’attacco. (12)  L’ambasciatore Stevens fu sopraffatto da una “grave asfissia” (inalazione di fumo), ma era ancora vivo dopo l’attacco. Libici filo-USA di Bengasi lo portarono al Bengasi Medical Center, dove morì più tardi, nella notte. (14)

La Resistenza cresce
La NATO ha distrutto la Libia e ridotto il popolo alla povertà e alla violenza. Nel caos post-distruzione, ci sono faide familiari e rivalità inter-milizie. Ci sono annose controversie sul terreno, il lungo attrito tra arabi e berberi. Tuttavia, gli attacchi della resistenza si concentrano contro obiettivi della NATO, e l’eliminazione da parte della Resistenza libica di coloro che hanno tradito Gheddafi e si sono schierati con la NATO. I seguenti sono solo alcuni “dati”.
Il 18 marzo 2012, nel quartiere di Abu Salim di Tripoli (roccaforte pro-Gheddafi) membri locali della Resistenza Verde hanno avuto uno scontro a fuoco con una milizia di Zintan filo-NATO guidata da Mohammed al-Rebay. (Zintan è una provincia tra le montagne occidentali della Libia.) La Resistenza è riuscita a uccidere uno dei terroristi Zintan, che avevano trasformato una scuola di Tripoli nella loro base. (15)
Nell’aprile 2012, la Resistenza ha fatto esplodere una bomba vicino a un convoglio con a bordo Ian Martin, rappresentante speciale per la Libia del Segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon. (16)
Il 29 aprile 2012, il corpo senza vita di Shukri Ghanem, il ministro di Gheddafi per il  petrolio, viene  trovato galleggiante nel Danubio. Nel maggio 2011, Ghanem aveva aderito alla NATO, e se ne era andato a Londra, per poi risiedere a Vienna. (17)
Il 2 maggio 2012, la Resistenza Verde ha rivendicato l’assassinio del generale Albarrani Shkal, l’ex governatore militare di Tripoli che aveva congedato i 38000 uomini della sua guardia e aperto le porte di Tripoli alle truppe straniere, durante l’Operazione Mermaid Dawn, provocando il saccheggio di Tripoli iniziato il 20 agosto 2011. (Soprannome di Tripoli è “La Sirenetta“.) (18)
Il 15 maggio 2012, Khaled Abu Salah, un candidato per l’Assemblea costituente controllata dalla NATO, è stato assassinato vicino alla città dell’oasi di Ubari, nel sud-ovest della Libia. (19)
Il 22 maggio 2012, una granata colpiva la sede del Comitato internazionale della Croce Rossa a Bengasi, causando danni strutturali ai locali. La CICR ha sede a Ginevra, e le sue sedi estere sono spesso utilizzate come copertura dalle agenzie di intelligence occidentali, come l’MI6 o la CIA.
Il 26 maggio 2012, Mukhtar Fernana, capo del Consiglio militare della regione occidentale, scampava a un tentativo di assassinio.
Il 5 giugno 2012, una bomba veniva fatta esplodere dalla resistenza di fronte ad un edificio di Tripoli usato dagli USA, danneggiandone le porte.
L’11 giugno 2012, nel quartiere di Bengasi al-Rabha, la Resistenza lanciava un RPG contro un convoglio che trasportava l’ambasciatore britannico Dominic Asquith, ferendo due delle sue guardie del corpo. (20)
Nel luglio 2011, Abdel-Fattah Younis, ufficiale di Gheddafi divenuto comandante dei “ribelli”, veniva assassinato. Il 22 giugno 2012, veniva assassinato a Bengasi il giudice istruttore che indagava sulla morte di Younis.
Il 28 luglio 2012, Suleiman Buzraidah veniva ucciso in un sparatoria, mentre andava verso la moschea Bengasi. Buzraidah era stato un ufficiale dell’intelligence militare di Gheddafi, che tradì allo scopo di unirsi ai terroristi della NATO. (21)
Il 29 luglio 2012, Khalifa Belqasim Haftar a stento sopravvisse a un attentato. Era uno dei comandanti dell’esercito di Gheddafi che tradì nel 1988, e che ha vissuto per 23 anni sotto la protezione del governo degli Stati Uniti, vicino al quartier generale della CIA in Virginia. Tornò in Libia durante l’insurrezione della NATO, con la speranza che con la morte di Gheddafi, sarebbe stato nominato comandante in capo delle forze armate libiche (controllate dalla NATO). Tuttavia, si è dovuto accontentare del terzo posto, nella gerarchia, e aveva il grado di tenente-generale prima che la Resistenza lo raggiungesse.
In particolare, il mese scorso sono state le quattro settimane più attive dell’anno per la Resistenza. Edifici di sicurezza e hotel a Bengasi sono stati colpiti da attentati. Ambasciate straniere e personale diplomatico sono stati presi di mira. Il personale dell’ambasciata statunitense a Tripoli è sfuggito a un tentato furto d’auto.
Il 10 agosto 2012, otto membri della Resistenza fuggivano dal carcere di Tripoli al-Fornaj, grazie a un efficace attacco coordinato. Uomini armati in pick-up all’esterno del carcere avevano eliminato le guardie di sicurezza, mentre i prigionieri all’interno del carcere, appiccavano il fuoco e riuscivano a sopraffare un certo numero di guardie. Questo è stato il terzo attacco della Resistenza al carcere, dopo l’uccisione di Gheddafi. (22)
Il 18 agosto 2012, la Resistenza Verde faceva esplodere un’autobomba presso Hotel Four Seasons sulla Omar al-Mukhtar Street a Tripoli. L’obiettivo era un veicolo usato dai funzionari della sicurezza di Bengasi (installati dalla NATO) che erano nell’albergo. (22) In seguito, i burocrati installati dalla NATO inviarono dei soldati armati fino ai denti per evitare di essere fotografati, e impedire ai giornalisti di entrare nella zona, in modo che della Resistenza Verde non si sapesse nulla. Un funzionario del ministero degli interni libico aveva rifiutato di commentare. (22) Il giorno seguente, la Resistenza fece esplodere diverse bombe a Tripoli. Una bomba esplose presso gli uffici amministrativi del Ministero degli Interni (controllato dalla NATO). Due bombe esplosero alcuni minuti più tardi, perché nei pressi della sede vi era l’accademia di polizia femminile, che la NATO oggi usa per le detenzioni e gli interrogatori. (Le due bombe hanno ucciso due passanti.)
Il giorno dopo a Bengasi (20 agosto 2012), i membri della Resistenza gettavano una bomba nell’auto di Abdel Hamid Refaii, il primo segretario dell’ambasciata egiziana. Questo davanti alla casa di Refaii. Tuttavia, l’attentato era fallito. Il giorno dopo, l’allora primo ministro libico Abdurrahim al-Keib condannava la Resistenza verde in un discorso televisivo, dicendo: “Disperati e malvagi sostenitori del regime precedente, stanno cercando di creare tensioni, di ricacciare la Libia nelle violenze e di sabotare il processo politico del Paese.” (23) Il capo della sicurezza di Tripoli, colonnello Mahmoud Sherif disse che i lealisti di Gheddafi erano responsabili dell’ondata di attentati. Ordinò l’arresto di 32 sospetti membri della Resistenza, per  interrogarli. (24) Infatti, la polizia di Tripoli (che ora lavora per la NATO) passa il tempo costantemente a disinnescare le bombe piazzate dalla Resistenza. (25) Dopo il bombardamento da parte della Resistenza dell’ex accademia di polizia femminile, i burattini della NATO inviarono i soldati in una fattoria, dove si erano rifugiati dei membri della Resistenza. Molti dei fedelissimi di Gheddafi furono uccisi. Uno dei membri sopravvissuti è stato accusato di aver creato cellule dormienti in Libia e di aver attraversato il confine con la Tunisia, da dove alcuni compagni contrabbandano armi in Libia per la Resistenza. (26)
Il 23 agosto 2012, Abdelmenom al-Hur, portavoce ufficiale del Comitato Supremo per la sicurezza, installato dalla NATO, tenne una conferenza stampa in cui aveva ammesso che i lealisti di Gheddafi erano penetrati in molte unità di sicurezza. Ha detto che una caserma piena di armi pesanti era sotto il controllo di una cellula pro-Gheddafi, che chiamava Brigata Awfia. (I membri del gruppo si fanno chiamare “Brigata martire Gheddafi.”) La stessa brigata della Resistenza aveva brevemente occupato l’aeroporto internazionale di Tripoli, nel giugno 2012. Dopo l’attacco che ha ucciso l’ambasciatore Stevens, l’11 settembre 2012, la Resistenza è riuscita a far chiudere l’aeroporto di Bengasi Benina, che l’esercito statunitense usa come base per i droni. (27) Con la Resistenza che sparava ai droni statunitensi, l’aeroporto era diventato pericoloso. Un volo Turkish Afriqiyah Airlines con 121 persone a bordo, era stato costretto a rientrare a Istanbul. (28)

Conclusioni
Quanto sopra è solo un elenco parziale delle attività della Resistenza durante lo scorso anno, che è drasticamente aumentata negli ultimi tre mesi, raggiungendo un crescendo ad agosto, portando alla morte dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens la scorsa settimana. Le potenze della NATO avevano spostato la loro attenzione sulla distruzione della Siria, e continuato i loro preparativi per distruggere l’Iran, lasciando i loro burocrati di Tripoli ad affrontare la Resistenza Verde in Libia. Ora però le potenze della NATO si rendono conto che la Libia è tutt’altro che sottomessa, e dovranno affrontare seriamente il compito di schiacciare la resistenza, prima che raggiunga una massa critica. Marines, droni, navi da guerra sono stati inviati per annullare i fedelissimi di Gheddafi, ma come trovarli? Anche l’FBI ha declinato l’idea di “indagare” sull’ultimo attacco a Bengasi, rendendosi conto che sarebbe stato inutile.
La Libia rappresenta per Washington un altro incubo afgano, e forse peggiore. Se i droni USA iniziano a uccidere libici, e i militari degli Stati Uniti arrestano decine di migliaia di sospetti lealisti, allora la Resistenza diventerà più forte.  Dei 5,6 milioni di libici, solo uno su 10 (vale a dire, la popolazione della città di Bengasi), è soddisfatto della schiavitù della NATO e della distruzione del proprio paese. Nel frattempo, le potenze della NATO non vogliono che il pubblico occidentale sappia nulla di questa verità scomoda. Vogliono che pensi che tutti i libici siano felici della “liberazione” della NATO tramite i suoi fantocci terroristi islamisti. Circa 50.000 libici hanno perso la vita vita a causa dei bombardamenti e dell’invasione della NATO nel 2011. E per che cosa? Solo per vedere crescere la resistenza, illustrando al mondo che i libici hanno visto  il loro paese saccheggiato dalla NATO con una criminale guerra di aggressione.
Quanto più la forza della Resistenza Verde libica crescerà sfidando il regime imposto dalla NATO, più chiaro diventerà che i governi e i media occidentali hanno mentito, con il pretesto della loro “responsabilità di proteggere (R2P)” diritti umani e democrazia. Ricordiamo che questi furono i pretesti invocati dalle potenze della NATO per giustificare la creazione di No-Fly Zone sulla Libia, nel marzo 2011. (Gli stessi pretesti nuovamente ribaditi riguardo la Siria.) Come la crescente resistenza illustra, le potenze occidentali non hanno “liberato” la Libia, un paese sovrano che hanno invaso e massacrato per l’esecuzione della loro vera agenda criminale per il cambio di regime e il furto delle risorse petrolifere. Ora il popolo della Libia resiste alla conquista criminale. E tale schiacciante verità deve essere cancellata a tutti i costi. Prima dell’incidente di Bengasi, i media avevano di tanto in tanto menzionato i lealisti di Gheddafi. Dopo l’incidente, ogni menzione è cessata improvvisamente. I media dicono che degli “estremisti” hanno attaccato il sito statunitense di Bengasi. Oppure “al-Qaida” o gli “islamisti”, “terroristi” o “manifestanti”, chiunque, ma non la Resistenza. Non è vero. La Resistenza Verde vive ed è solo all’inizio.

Mark Robertson è un analista politico che vive a Città del Messico 
Finian Cunningham è un giornalista freelance che lavora in Africa orientale

Note:
(3) (5) (7) (8) (9) (11) (15) (18) (20) (21) (22) (24) (25) (26)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La rivoluzione libica e il processo di trasformazione sociale

J. Posadas QIP 20 aprile 1981

I problemi evidenziati dal processo in corso in Libia sono tra i più grandi della storia della lotta per il progresso umano. Il processo libico è una forma di espressione di processi globali. La Libia dimostra che i rapporti di forza globali, in fase di sviluppo, permettono a un paese molto indietro sotto ogni aspetto, di fare un balzo in avanti di diversi secoli. La Libia sta emergendo da una quasi totale mancanza di attività sportive, culturali, o scientifiche – prima della rivoluzione 1969 – per fare quello che fa ora.
La Libia non ha avuto la forza di farlo da sola. Dipendeva dal sistema capitalistico mondiale e non ha avuto la forza sociale – vale a dire, partiti e sindacati – per realizzare questo processo di trasformazione. In Libia c’era una oligarchia che si basa sull’esercito per governare il paese. I suoi legami con l’imperialismo inglese, italiano, e in misura minore francese, gli diede la forza di cui aveva bisogno per dominare. Questa oligarchia aveva un esercito per questo scopo. Non era stato incaricato di combattere una guerra contro i paesi vicini, ma contro il popolo. Non c’era alcuna tradizione di partito, sindacali, di idee, non vi erano praticamente libri e l’analfabetismo era quasi totale. Le donne non avevano diritti, nemmeno all’interno della famiglia e i mariti potevano avere fino a sette donne prima che Gheddafi andasse al potere.
Il progresso della Libia è stato possibile grazie al rapporto globale di forze, all’influenza dell’Unione Sovietica e di altri stati operai in Medio Oriente, soprattutto nel settore dei militari libici. Questa squadra ha fatto un colpo di stato militare e ha portato il paese verso posizioni nazionaliste. All’inizio della rivoluzione non  aveva ancora una direzione formata. Ci fu una lotta che durò diversi anni prima di arrivare a formare una direzione più omogenea sul piano programmatico, che cerca di sviluppare il paese utilizzando il petrolio – base dell’economia – per il progresso del paese.
Hanno fatto tutto ciò in alleanza con gli Stati operai, anche se non c’erano accordi firmati. L’alleanza era nel fatto che gli Stati operai, con la sola loro esistenza e presenza, ha dato la garanzia e la sicurezza di permettere alla Libia di fare ciò che ha fatto, perché l’imperialismo non aveva né la forza né la capacità di intervenire contro la rivoluzione libica.
La Libia è un paese arretrato, che ha fatto irruzione nella storia facendo un enorme balzo in avanti, grazie alla presenza degli stati operai. Nessuno storico analizza il processo della Libia in questo modo. Dicono che i soldati che hanno fatto il golpe, erano “uomini di valore.” Tutto questo è vero. Ma questo processo non dipende dal coraggio dei militari, ma dalle opportunità storiche e sociali, e questo non accade con il coraggio. Dipende dal rapporto delle forze sociali, non militari. Il rapporto delle forze sociali, cioè da idee, esperienza, capacità, necessità del progresso nella storia.
Prima, gli yankees non dicevano: “Noi romperemo le relazioni“, ma spezzavano il paese che insorgeva contro di essi, schiacciandolo sotto le bombe. Ora possono solo dire a Gheddafi: “Fuori di qui, ti darò cinque giorni di tempo per andartene!”(Riferimento alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Libia e Stati Uniti.). Si dice che Gheddafi abbia risposto a Reagan: “Non ci impressionate, siamo abituati ai pagliacci!“.
L’imperialismo dimostra tutta la sua impotenza contro la Libia. Ha rotto le relazioni diplomatiche con esso, per spingere gli altri paesi a non avere rapporti con la Libia, per intimidirli. Questo è il significato di questa rottura. Il risultato fu l’opposto di quello che si proponevano gli Stati Uniti, che volevano mostrarsi forti: i popoli lo vedono debole, incapace di agire contro i libici, non essendo in grado di dire a Gheddafi che: “Terrorista, vattene!
Il processo della Libia ha un significato più ampio di quello che gli yankees credono o concepiscono. Ciò significa che ogni piccolo paese vede nell’Unione Sovietica il centro di supporto di qualsiasi progresso, e quindi ne cercano il sostegno. La Libia non è un paese povero che ha bisogno di assistenza economica. Questo è uno dei paesi più ricchi del mondo in proporzione ai suoi abitanti. Ha un0immensa ricchezza e una bassa densità di popolazione. Ma la Libia sta utilizzando queste risorse per il progresso. I popoli vedono questo e dicono (a tutti coloro che criticano o denigrano la Libia), “Che Gheddafi sia tutto quello che volete, ma questo paese sta crescendo e il popolo ha lavoro, casa, di che mangiare. Hanno tutto, mentre prima non avevano nulla!”. Prima cera il re Idris, un degenerato, con un centinaio di mogli. Oggi, la Libia esiste e cresce grazie all’esistenza obiettiva dell’Unione Sovietica e perché cerca l’appoggio dell’URSS. L’Egitto, che ha rotto con l’Unione Sovietica e che cerca il sostegno degli yankees, arretra ed è guidata da una piccola cricca. L’Egitto scoppierà. É una questione di tempo! Non c’è un paese al mondo, dopo aver sperimentato un significativo passo in avanti, che sia ritornato al suo punto di partenza. Non ce n’è uno solo, neanche il Cile di Pinochet, o il Brasile di Castelo Branco (dopo il golpe del 1964).
Tra i progressi della rivoluzione in Libia, dobbiamo sottolineare la liberazione, anche se incompleta, della donna. Hanno iniziato a incorporare le donne nell’ambito della normale attività del paese. Non c’era niente di simile prima d’ora! Le donne hanno rimosso il velo, studiano, lavorano, possono camminare da sole per strada, mentre prima non potevano farlo. Possono partecipare alle attività economiche e di lavoro. Sole! E’ una rivoluzione nel mondo musulmano e non è Mohammed che lo ha fatto!
L’esempio del processo di liberazione della Libia è una dimostrazione dell’importanza delle relazioni di forza globali. L’imperialismo non è stato in grado di impedire questo processo. Voleva evitarlo, ma non ha trovato né i mezzi né la forza, e questo è dovuto all’esistenza  dell’URSS. I libici trovano la forza nella loro decisione, ma si basano allo stesso tempo su questo rapporto di forze globali che ha fatto si che, anche senza l’intervento o il sostegno diretto degli stati operai, la rivoluzione libica e tutte le altre rivoluzioni in Medio Oriente, si siano sviluppate. L’esistenza degli stati operai è la tutela del progresso della storia. È la vera base di ogni progresso della Libia.
Il programma di Gheddafi e il gruppo dirigente è stato ampliato e cresciuto nel corso della rivoluzione. Inizialmente, il programma non era chiaro, anche se conteneva anche considerazioni generali che si applicano a espropri e nazionalizzazioni. Questo programma è stato fatto e rifatto lungo la strada. Il punto di partenza era molto semplice: abolire la monarchia, espellere l’imperialismo e sviluppare il paese. Ci fu una lotta in quella direzione, ma non c’era una decisione programmatica. Tuttavia pochi mesi dopo l’acquisizione del potere del gruppo di Gheddafi, il programma è stato esposto e approfondito, sino all’adozione di alcune forme degli stati operai. Così la Libia è diventata uno stato rivoluzionario. Esistono tutte le condizioni per diventare uno stato operaio. Tutto è nazionalizzato! Non ci sono più importanti proprietà private, ciò che rimane nell’artigianato e nel commercio è ridotto. Il petrolio, la ricchezza principale, e gli altri minerali, sono nelle mani dello Stato. La leadership libica ha basato la sua programmazione economica e sociale sull’esperienza degli stati operai: questo è il vero cammino del progresso di tutti i paesi in Africa, Asia e America Latina.
L’Unione Sovietica non è un modello, ma un programma. Per uscire dalla penuria e svilupparsi è necessario nazionalizzare, pianificare l’economia e fare intervenire le masse. I libici l’hanno tuttavia fatto in modo limitato. Non hanno ancora un programma marxista, ma le basi esistono perché nasca in pochi anni, la necessità di averne uno coerente e quindi basato sul marxismo. La coerenza significa che la produzione deve essere pianificata e, per questo, nazionalizzata. Per programmare la produzione, c’è bisogno di una direzione che abbia comprensione di questo processo.
Bisogna considerare che questo progresso della Libia, anche se importante, riflette una limitazione della comprensione storica e politica della leadership politica e militare. Si deve ricordare che questa è una direzione di origine musulmana, limitata dalla sua concezione religiosa, sociale e umana. Lo stato operaio ha direttamente influenzato questa direzione. Libia mostra la via da seguire per l’Iran. In Libia, non hanno deciso come musulmani, ma come esseri umani. Sono convinto che tutto ciò che Maometto ha fatto era buono. Lo stesso Maometto ha detto: “Sì, questo è un bene!” Questo rapporto è il risultato del rapporto delle forze globali, e questo è un esempio per tutti i paesi arabi, così come per gli altri paesi musulmani (ad esempio, Afghanistan).
Né Mohammed né la concezione musulmana determinano il progresso della storia. Ciò che lo determina questa, è il programma, la politica e l’intervento della popolazione, sulla base del concetto scientifico di sviluppo della storia qual’è il marxismo. I libici non si dichiarano marxisti, ma non sono anti-marxisti, e tutto quello che hanno fatto corrisponde al marxismo. Non hanno fatto alcun attacco diretto contro il marxismo. Stabiliscono dei limiti al loro rapporto con il marxismo, ma non lo rifiutano.
Questo processo è fondamentale per il mondo islamico. Dimostra che è soprattutto necessario per il progresso della storia, dell’uomo, della società, risolvere il problema dello sviluppo economico.  Cosa fare della società? Cosa farne dello stato capitalista? La Libia mostra a tutti gli altri paesi arabi che ha compiuto un enorme passo avanti, seguendo lo stesso percorso dell’Unione Sovietica. Le masse arabe capiscono. Non possono dirlo, ma capiscono. Vedono che la Libia era nulla prima della rivoluzione, e ora il capitalismo ne ha una paura tremenda. Ha paura di “quel pazzo di Gheddafi” (come lo chiama). Teme che Gheddafi dica alle masse arabe: “Tutti devono fare quello che abbiamo fatto. Qui non ci sono i proprietari che affittano le loro case. Ognuno ha la sua casa, va a scuola, ha il lavoro, ha abbastanza da mangiare.” Prima, la gente non aveva niente! Ora, le donne stesse possono progredire.
Si tratta di un inizio dello sviluppo della necessità storica. La base di questo sviluppo è marxista.  Non hanno un programma marxista, ma la base del loro sviluppo è marxista. Quello che sta accadendo in Libia è un’esperienza fondamentale per tutti i paesi arabi. Si tratta di una conclusione che non è imposta dalla concezione musulmana, ma dalla necessità sociale, dall’esempio sociale, da parte dell’Unione Sovietica, di Cuba, Etiopia, Vietnam. Tutti i paesi come la Libia guardano verso Cuba, Algeria, Angola, Mozambico. Questo processo dimostra la tendenza della storia all’unificazione del progresso di tutti i paesi secondo le stesse linee dell’Unione Sovietica. Non solo la struttura economica e sociale, ma anche la risoluzione storica dell’Unione Sovietica, stimolano tutti questi piccoli paesi.
Tuttavia, dobbiamo anche considerare i limiti dello sviluppo della Libia, per mancanza di una direzione coerente. Si può fare molto di più. Non vanno più lontano ulteriormente a causa della limitazione di questa direzione. Ma la Libia dimostra, ancora una volta, che il mondo arabo non è chiuso al progresso marxista della storia. Non è assolutamente chiuso!
L’Etiopia è un altro esempio. Questo paese era ancora più arretrato della Libia e ha adottato il programma marxista per svilupparsi. Tutti i paesi arabi, le masse arabe, vedono questo processo. Non rimangono al Corano. Vedono e assimilano l’esperienza che si sviluppa in questi paesi che hanno iniziato un processo di trasformazione. Il progresso della società in Libia è più importante del carattere islamico che sussiste ancora.
In questo processo, una direzione è necessaria, come l’intervento degli Stati operai, per portare il Paese avanti. La debolezza dei partiti comunisti, la loro mancanza di decisione politica, di programma, capacità di leadership, non ha permesso di avere una maggiore influenza sui paesi arabi. La Libia non è il più piccolo di questi paesi, ma è stato uno di quelli più deboli. E’ stata dominata da una cricca di sceicchi, che aveva un profondo disprezzo per la vita umana.
L’attuale processo della Libia è uno degli aspetti del processo globale. Anche se importante, è ancora limitato. Si può fare molto di più! Un conflitto sta maturando all’interno del gruppo dirigente. Non è ancora esploso, ma ci sono differenze tra i diversi settori che non hanno la stessa capacità o lo stesso programma. Alcuni sono più a sinistra, più consapevoli, meno  musulmani e più vicini all’Unione Sovietica di altri. Ma per ora, c’è un accordo tra le diverse tendenze.
Il capitalismo esprime la sua mancanza di cultura nei suoi scritti sulla Libia. È costretto a riconoscere i progressi compiuti da questo paese, ma lo fa sembrare come dominato dall’oscurantismo religioso, minimizza gli aspetti progressivi come il fatto che ognuno abbia una casa, non ci sia la disoccupazione, né fame e povertà, che la parte essenziale dell’economia sia nazionalizzata, che la donna non porti più il velo. Nella società araba, in particolare in Libia, la donna era un oggetto sessuale, oltre ad essere la serva dell’uomo. Era lo stesso nella Cina antica. La nuova società creata dalla rivoluzione libica ha liquidato tutto ciò. La donna non è più un oggetto sessuale, né uno strumento dell’uomo: questo rappresenta un importante passo avanti in Libia. I giornalisti capitalisti dicono: “Hey! Le donne indossano i pantaloni!” Ma non dicono quali straordinari progressi sono stati compiuti dal paese in pochi anni, per arrivarci. Si tratta di un vero progresso. Il paese ha dovuto crescere culturalmente per accettare tale cambiamento.
Oggi, il bambino è parte della società libica. Prima, era considerato un mero oggetto. L’adulto si lamentava di occuparsene. I libici sono usciti da grandi limitazioni religiose (e non dall’Islam in quanto tale) per aprirsi alle idee. Sono le idee, e non le concezioni religiose che fanno agire i movimenti come quello della Libia. La concezione religiosa monopolizza il pensiero e riduce lo sviluppo degli esseri umani ad alcune regole dettate dalla divinità. Lo sviluppo sociale supera tutto questo: non distrugge, non inverte, non spara agli dei, ma semplicemente permette di superare questa concezione. L’uomo eleva la sua comprensione sociale e scientifico per mezzo dell’amore sociale umano, e supera la concezione religiosa. Non la rifiuta rimpiangendo di aver perso tanti anni credendo in Dio, ma ritiene piuttosto che si tratta di una fase della storia umana che ha avuto luogo in questo modo, a causa della proprietà privata.
Questo processo è in corso in Libia. Si prepara un’elevazione del pensiero islamico. Non propone di respingere l’Islam, ma di mantenere i concetti e le idee di progresso sociale, molto buone e giuste, come si trovano nell’Islam, e di superarlo. Alcuni principi dell’Islam sono molto alti, molto più che nella religione cattolica, che è stata utilizzata dalla classe che ha diretto il mondo capitalista. L’Islam contiene una serie di concetti di progresso, ma i sultani, i leader, l’hanno usato a loro favore.
La Libia non era nulla prima della rivoluzione. Se avesse chiesto a qualcuno delle notizie sulla Libia, ci avrebbe risposto: “A che vi serve?” La gente non sa nemmeno dove sia la Libia! Per contro, la Libia di oggi è Gheddafi, Gheddafi significa anti-imperialismo, sviluppo, supporto e amicizia con l’Unione Sovietica, sostegno alla rivoluzione. Tutto questo si sta sviluppando, mentre il sentimento musulmano rimane. La Libia non è il primo caso di questo processo. Fu l’Unione Sovietica che per prima permise un enorme progresso ai musulmani, che li ha inseriti nella rivoluzione. Non rinunciarono all’Islam. Erano prima sovietici e poi musulmani.
La Libia sta cercando di compiere un grande passo avanti. Prima era solo un harem! Quando si è scoperto il petrolio, la Libia ha cominciato ad avere qualche significato, ma prima, era solo deserto. Di conseguenza, non aveva forza. Dal deserto, una squadra di soldati, accompagnati dai civili – perché non c’erano solo militari – ha preso la decisione di fare questo sforzo, che fa parte della rivoluzione mondiale. Prima di loro, la Libia era niente! Non l’hanno fatto per se stessi o per l’Islam! Sviluppano le condizioni che preparano le basi per un balzo in avanti verso misure socialiste. I popoli si rendono conto, per propria esperienza, che questo è ciò che bisogna fare: programmazione, progettazione, sviluppo dell’industria, irrigazione, l’alleanza con gli Stati operai, sostegno incondizionato a tutte le rivoluzioni. Gheddafi l’ha fatto, nonostante alcune incongruenze dovute alla mancanza di un partito.

Dal nazionalismo arabo al socialismo
Il processo della Libia è uno dei più alti avvenimenti della storia. Esprime la forma con cui il progresso della rivoluzione è penetrato nel mondo arabo senza partiti comunisti. Non c’era un partito comunista in Libia. Hanno ucciso tutte le persone di sinistra. La rivoluzione è arrivata ad influenzare la Libia, anche senza il partito comunista, penetrando uno strato di soldati. Questo processo mostra la forma assunta dalla storia: i paesi più arretrati del mondo, acquisiscono le più alte forme di progresso, grazie al rapporto di forze globale. Quando si arriva a questo livello, è la necessità del progresso che si è già imposta. Ci sono già esempi di questo.
La Libia ha potuto passare, e rapidamente, dalla dittatura dei sultani allo Stato rivoluzionario. Questo processo si verifica anche in un paese caratterizzato da una concezione islamica. Questo dimostra qual è il rapporto di forze mondiali, e che l’Islam, in tutte le sue forme, non può impedire il progresso dell’intelligenza delle masse, che vedono i progressi attraverso le relazioni umane quotidiane. Le masse musulmane vedono il progresso dell’Unione Sovietica, dei paesi socialisti che hanno fatto come l’Unione Sovietica. L’esperienza del genere umano non dipende dai precetti di Maometto, ma dagli esempi delle relazioni sociali che esistono. Non supera l’Islam, ma l’adatta a questa necessità sociale della storia.
Il petrolio della Libia è considerato un “patrimonio” dal mondo capitalista. Potrebbe quindi essere utilizzato come fonte del progresso. Ma è il programma della rivoluzione che ha permesso questo. Questo processo della Libia è stato stimolato e influenzato dal colpo di stato compiuto in precedenza in Egitto, contro il re Farouk. Prima del 1952, l’Egitto aveva lo stesso regime della Libia prima della rivoluzione. Questi esperimenti dimostrano che il progresso rivoluzionario ha la capacità di superare le grandi difficoltà che la religione ha potuto imporre. La rivoluzione non significa un rifiuto della religione, ma migliora la comprensione che le persone hanno dell’insostituibile necessità delle relazioni economiche, sociali, umane. Così i popoli adattano la religione a questo processo. La rivoluzione non respinge né combatte la religione. La porta ad una progressiva scomparsa. La religione non trova punti di appoggio sul sentiero della rivoluzione, è a poco a poco superata dalla coscienza dei popoli. Senza abbandonare i loro progetti o le loro credenze religiose, i popoli le sottomettono alle necessità del progresso sociale.
La Libia mostra molto chiaramente come un piccolo paese povero, un sultanato, possa progredire verso forme di società molto alte. Lo stesso non si verifica in tutti i paesi arabi, perché non hanno tutti conosciuto questa combinazione di condizioni sociali e militari. Ma l’Egitto e l’Iraq hanno sperimentato un processo simile a quello della Libia. Entrambi i paesi si sono valsi dell’esempio dell’Algeria, che si è liberata in maniera esemplare dell’imperialismo francese. Ma si appoggiavano anche al fatto che l’Unione Sovietica ha sostenuto tutti i progressi delle lotte di liberazione. La volontà di combattere di questi compagni militari che hanno portato il movimento di liberazione in Libia, Egitto, Algeria, si è basata sul sostegno dell’Unione Sovietica, e sulla loro esperienza dell’incapacità storica del capitalismo ad impedire il progresso.
La diga di Assuan ha significato un grande impulso per tutto il mondo arabo. Ha mostrato come l’Unione Sovietica, a costo di sforzi e di un enorme investimento, ha contribuito al progresso della storia, mentre essa stessa si sviluppava. Per questo motivo, il capitalismo globale, guidato dai nordamericani e dagli inglese hanno fatto assassinare Nasser. Sadat ha ucciso Nasser per attuare il piano del capitalismo. Hanno ucciso Nasser in Egitto, ma altri Nasser nasceranno ben presto. La morte non è assoluta. La morte fa nascere altre vite!
La comprensione di questo processo è molto importante perché non c’è educazione del movimento comunista su questi temi. I sovietici tendono ad acquisire questa comprensione perché ne hanno bisogno oggettivamente per la propria esistenza. Hanno investito una quantità enorme di tempo e denaro in Egitto. Sadat non vuole più pagare niente adesso, e crede che continuerà a vivere? Sadat è un uomo morto, che cerca di vivere le sue ultime giornate. Questo è un degenerato che non ha la più pallida idea: ha la mentalità di un assassino contro il progresso della popolazione. Ma deve, per vivere, vietare la vita nel suo paese, deve dipendere da prestiti, investimenti e suggerimenti degli yankees. Nasser ha offerto il lusso di esportare la rivoluzione, mentre Sadat viene dominato dagli yankees che danno prestiti e gli vendono armi per milioni di dollari. E’ compromesso con gli Stati Uniti. Oggi, l’Egitto è usato come uno strumento per impedire il progresso rivoluzionario nel mondo arabo e altrove. Così l’Egitto capitola davanti Israele, mentre la Libia di Gheddafi da impulso alla rivoluzione in tutto il mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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