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Nel mondo di oggi tutta la cultura, la letteratura e l’arte appartengono alle classi definite e sono orientate su linee politiche definite. Non c’è infatti una cosa come l’arte per l’arte, l’arte che si erge sopra le classi, l’arte distaccata o indipendente dalla politica. La letteratura e l’arte proletarie sono parte della causa rivoluzionaria del proletariato, sono, come diceva Lenin, ingranaggi e ruote della macchina rivoluzionaria“.

Mao Zedong

PanzerGirls, Streghe Ucroniche e Ragazze Celesti

GIRLS-und-PANZER_2Davanti allo strapotere mediatico hollywoodiano-disneyano non vi sono forze abbastanza potenti che possano confrontarvisi. Non la Cina, che ha un potente cinema, ma che sul piano internazionale è inesistente nella produzione video. L’URSS e Paesi del Blocco socialista, che avevano oltre a un cinema dalle grandissimi tradizioni una cinema d’animazione all’avanguardia e sviluppato, sono stati emarginati e nullificati con la democratizzazione, (Chi se la ricorda la famiglia Mézil?), mentre autori come Csupo e Tatarkovsky sono emigrati negli USA per rivivificare un’industria d’animazione preda della famiglia Simpson. L’Unione Europea ha una cinematografia piatta e squallida, incentrata sulla contemplazione di orifizi corporali (esclusa qualche eccezione come il film ‘The International’); non citiamo i prodotti TV, quasi sempre grottesche scimmiottature della produzione statunitense… degli anni ’80 (Squadra Speciale Cobra 11 e paccottiglia simile). La produzione europea di animazioni è sottovalutata e confinata alle fasce d’età dei più piccoli, sostanzialmente si segue una politica commerciale vile, superata e volta a non disturbare le gozzoviglie mercantili della famiglia Simpson e del tracotante imperialismo della Disney.
Nel campo dell’animazione, quindi, solo Canada e Giappone dimostrano di avere la volontà e i mezzi per affrontare l’impero hollywoodiano-disneyano e la sua egemonia culturale o pseudo-tale. Un piccolo studio di animazione grafica di Toronto è riuscito a colonizzare il colosso televisivo mondiale statunitense Cartoon Network in pochi anni; la maggior parte dei prodotti che trasmette provengono dal Canada, altro segno del declino dell’egemonia statunitense. A sua volta, il Giappone con la sua sterminata produzione di ‘anime‘ è riuscito a far concorrenza a Hollywood-Disney perfino sul piano dell’influenza culturale, imponendo all’attenzione di un pubblico giovanile sempre più ampio i modelli propri della storico-culturali giapponesi, quindi non solo una grafica e dei modelli artistici e mediatici (anche musicali) della produzione nipponica, ma perfino un’attenzione verso la lingua e la letteratura giapponese (che non si limita certo a Banana Yoshimoto o a Yukio Mishima). La produzione di film e serie televisive dell’animazione giapponese risale ai primi anni ’60. Il primo cartone animato TV prodotto in serie fu ‘Astroboy‘, nel 1962, e dall’allora furono creati più di 6000 serie animate, di cui ne arrivò in occidente e in Italia specificatamente, solo una esigua percentuale, soprattutto prodotti orientati alle fasce infantili e pre-adolescenziali, anche se l’ignoranza sulla sterminata produzione di anime giapponese comportò degli errori; come l’acquisto e la trasmissione di prodotti mirato a giovani quasi adulti ritenendo, in Italia, che i cartoni animati, come insegna la Disney, siano roba da bambini e basta, e come se tutta l’industria dell’animazione si risolvesse nel riprodurre infinite varianti di Topolino & Pluto, o peggio, del tristissimo draghetto Grisù o peggio l’orrore grafico di Peppa Pig, volto a limitare la visione del mondo ai bambini, presentandogli dei personaggi graficamente squallidi: sfoggio di un’ideologia dell’appiattimento e del miserismo. In compenso, gli anime nella TV italiana subirono la censura, per via di del suaccennato errore di interpretazione sui prodotti scelti dalle TV italiane, così giungendo al blocco quasi totale del loro acquisto tra gli anni ’80 e ’90. (Ecco perché Canale 5 riprodusse come miniserie TV il già brutto cartone animato ‘Kiss Me Lycia‘, partorendo un prodotto ancor più abominevole dell’originale).
La crisi che colpì il Giappone nel 1990, rallentò anche la produzione animata fino alla metà degli anni ’90. Ma la crisi fu salutare per quel settore industriale; infatti si decise di riorganizzarsi, non più produzioni chilometriche, come i 245 episodi di Astroboy o i 195 di Urusei Yatsura, ma di produrre serie da 12/25 episodi ciascuna, con ampio ricorso agli OVA, gli ‘Original Video Anime‘ pubblicati esclusivamente per il mercato delle cassette video. Ciò permise di produrre, dal 1995, oltre la metà degli anime pubblicati in Giappone dal 1962.

Miporin, la protagonista di Girls und Panzer, e la 'fascista' Anchovy.

Miho, la protagonista di Girls und Panzer, e la ‘fascista’ Anchovy.

Come detto, gli anime giapponesi, come i loro corrispettivi su carta, i manga, non si limitano a un pubblico infantile, ma coprono gli interessi di un pubblico di tutte le fasce di età, quindi esistono vari tipi di soggetti e varie formule narrative; i cosiddetti generi e sottogeneri suddivisi per età, sesso, interessi. Non si può affrontare qui l’insieme di queste varianti, anche perché aldilà di ciò che può sembrare, il mondo degli anime/manga è estremamente complesso, riflettendo la complessità della cultura giapponese; quindi si ci concentrerà sulla produzione che più interessa in questo testo, gli anime di carattere storico e ucronico, un genere apparso piuttosto recentemente in connessione con la sempre diffusa passione dei giapponesi con il modellismo, ma anche con la recente esplosione dell’interesse verso la storia contemporanea, trattata spesso, per motivi anche narrativi, tramite la lente performante dell’Ucronia, ovvero della Storia dei ‘se’, del ‘Come sarebbe stato se…’. I soggetti trattati in questi particolari tipi di anime sono sovente di carattere tecnico-militare, argomento saliente delle narrazioni qui affrontate. Affrontate, perché spesso è anche oggettivamente difficile descrivere tali tipo di anime, trattandosi di storie e narrazioni abbastanza peculiari e sui generis.

Un esempio è l’anime della serie Upotte! (rovescio della parola Teppu, arma da fuoco), i cui personaggi sono dei fucili d’assalto antropomorfizzati in studentesse liceali. Un argomento apparentemente astruso, eppure nella cultura giapponese, shintoista e quindi dalla radice animista, all’oggetto inanimato viene attribuito un carattere umano (e in fondo, come insegna Marx, non è nella produzione, nel controllo del proprio lavoro, che l’uomo si auto-forma e si auto-realizza?) una proiezione sostantivante del lavoro umano, una soggettivazione dell’oggetto prodotto dal soggetto, l’uomo stesso che si riflette nel risultato del proprio lavoro. E l’animismo non può essere una forma di filosofia del primo comunismo? Un modo che certe società hanno trovato, come appunto quella giapponese, di scacciare il fantasma dell’alienazione.
Comunque, il filone di Upotte, non proprio ucronico, anzi ben saldo nella contemporaneità della storia e della tecnologia, è di più recente affermazione, in parallelo con il processo di rielaborazione della storia contemporanea e anche della diplomazia del Giappone in quanto Stato-nazione. Le tematiche internazionali, l’ascesa della Cina, la dinamicizzazione dei rapporti con le potenze USA e Russia, il riaccendersi delle dispute storiche, mai sopite, con le due Coree, influenzano, e non poteva essere altrimenti, anche un settore, un sottogenere degli anime; evento inevitabile apparsa con la realizzazione dell’anime sciovinistico ‘Itsuki Koizumi‘, che vede come protagonista l’ex-premier neoconservatore nipponico Junichiro Koizumi duellare con le prime figure della scena internazionale: i Bush, Kim padre e figlio, Putin, Timoshenko, Hu Jintao e Li Peng. Un’ulteriore evoluzione in tale direzione, è la riuscitissima serie Girls und Panzer, dove con un ulteriore passo verso l’universo ucronico, le ragazze liceali studiano, tra le altre cose, anche l”arte’ del saper combattere battaglie tra veicoli corazzati, specialità eminentemente femminile in questo universo para-ucronico, dove i licei sono ospitati a bordo di gigantesche portaerei, “costruite per salvare dalla crisi finanziaria le industrie pesanti, le acciaierie e i cantieri navali” e in cui si insegnano materie come storia, geografia (geopolitica?), matematica, scienze, ingegneria, arte della navigazione e altre bazzecole da far trasecolare i benemeriti professorucoli che anche negli asili vogliono istituire i corsi per omosessualità indotta.

Questi licei per panzergirls si distinguono tra loro richiamandosi a modelli, simboli e divise di un determinato esercito protagonista della Seconda Guerra Mondiale (ad esempio, il liceo Gloriana riprende l’esercito inglese, il liceo Kuromorimine la Wehrmacht, il liceo Saunders l’US Army e il liceo Pravda ovviamente l’Armata Rossa, e non mancherà il liceo ‘Anzio’, le cui studentesse non si vergognano di esibire orbace, camice nere e saluti romani). E proprio qui scatta l’interesse storico-tecnico tipico di quegli sfegatati appassionati di modellismo quali sono i giapponesi medi. Infatti, non solo nell’anime i mezzi corazzati vengono riprodotti con fedeltà fotografica, ma le protagoniste sfoggiano una competenza tecnica e storica da far accapponare la pelle a qualsiasi bonzo dell’ARCI, professorucolo arcobalenico o studente militante di sinistra, perfino se svizzero. Ogni liceo presenta una sua squadra ‘artistica‘, ovvero un battaglione corazzato che partecipa a giochi di guerra la cui posta in palio è un premio: il finanziamento extra per il liceo rappresentato. Negli episodi vengono spiegati le modalità e le tecniche dei combattimenti tra carri, anche con notevoli citazioni storiche. Una visione altamente sconsigliabile agli smidollati che galleggiano nella melensa ipocrisia degli interventi ‘umanitari’ e degli spot del pacifinto hollywoodiano Clouney.

Spostandosi verso un piano più prossimo alla fantascienza che all’ucronia, ci si imbatte in alcune animazioni notevoli come Stratos 4, Sky Girls e Infinite Stratos. Sul piano tecnico vi è il serioso ‘Stratos 4‘, dove i mezzi utilizzati dalle protagoniste, delle pilotesse, sono una collezione di mezzi aerospaziali realmente esistiti ed esistenti, come i caccia-intercettori MiG-31 e Jak-28, per l’addestramento, accanto a velivoli mai prodotti in serie, come il cacciabombardiere inglese TSR o il bombardiere supersonico statunitense XB-70 Valkirye. Tutti mezzi utilizzati per distruggere i frammenti dei meteoriti disintegrati nello spazio da un primo anello difensivo anti-meteoriti, costituito anche qui da mezzi aerospaziali realmente esistiti o progettati. In sostanza, il più ‘filosovietico’ degli anime finora visti, dalla narrazione e sceneggiatura tutt’altro che banali, anche se lasciate in sospeso, probabilmente nella versione manga vi è un prosieguo, ma la serie anime termina senza concludersi. ‘Sky Girls‘ è un bella serie, che in Italia non è stata neanche sottotitolata in italiano, si trova solo in francese o inglese (Gli anime qui indicati sono tutti sottotitolati, poiché come detto, fortunatamente non sono stati acquistati da alcun network in Italia, quindi non c’è possibilità, per ora, di vederle sul digitale terrestre, ma su internet sì; e questo proprio grazie all’assenza di diritti di distribuzione). Tra ucronia e fantascienza, le eroine difendono un mondo devastato e in via di lenta ripresa. Il nemico è un’eredità del progresso umano, un virus informatico che è riuscito ad autoriprodursi per poter perseguire gli obiettivi degenerati rientranti nel programma nel proprio software: trattare gli agenti inquinanti, come gli idrocarburi, arrivando a scatenare l’assalto mondiale contro i centri di produzione energetici come raffinerie e centrali elettronucleari, facendo detonare una guerra globale devastante. Le eroine, in questo mondo post-bellico, operano eliminando le ultime tracce del micidiale virus ecologico. Un virus che sarebbe oggetto di brama dei sostenitori della burla del ‘picco del petrolio’ e dello scherzo macabro sulla ‘riduzione della popolazione mondiale’. Ma siamo ancora nel campo della fantascienza, forse.
Infinite Stratos in realtà è abbastanza leggero come soggetto che riprende vari aspetti, stilemmi e moduli apparsi nelle serie anzidette. La grafico e l’animazione sono di qualità elevata, e di certo il contesto, un’enorme scuola militare femminile che vede le avventure del protagonista, l’unico maschile nell’harem di guerriere-fidanzatine, rende abbastanza gradevole la serie. Consigliabile la visione agli alunni sottoposti ai corsi di omosessualità indotti dai suddetti professorucoli arcobalenici, onde evitargli danni permanenti.

Infine, si arriva sul piano propriamente ucronico con le serie Strike Witches e Sora no Woto. Le Strike Witches, o streghe combattenti, sono delle unità d’élites delle aviazioni delle varie potenze di un pianeta che non ha vissuto la prima guerra mondiale e ciò che ne è conseguito, a causa dell’invasione di torme di droni cosmici, avvenuta nel 1914. Le eroine sono giovani streghe che utilizzano le loro capacità sovrannaturali per poter usare motori aeronautici e armamenti per contrastare l’invasione delle oscure entità spaziali. Forti i richiami storici, poiché le varie protagoniste si richiamano, nel nome e nella nazionalità, ai maggiori assi delle aeronautiche militari della seconda guerra mondiale, oltre a un certo gusto anche per la storia navale della seconda guerra mondiale, che nella serie ha un suo posto d’onore. Anche qui l’aspetto storico-tecnico della vicenda narrata ha una forte rilevanza, combinandosi in modo fluente con gli aspetti sovrannaturali tipici della favola folklorica o della leggenda popolare. In questa anime, come in Girls und Panzer, il recupero delle vicende storiche, attraverso l’analisi, la rappresentazione e la raffigurazione soprattutto dei mezzi bellici usati nella seconda guerra mondiale, indicano il ritorno dell’interesse, a livello sociale e di opinione pubblica, a condizioni storico-politiche-internazionali del passato che però ricordano quelle attuali: la frattura del quadro internazionale tra varie e diverse grandi potenze, parzialmente composte entro gigantesche alleanze. Un indiretto riconoscimento, a livello mediatico-narrativo, della fine dell’egemonia statunitense e del suo mondo unipolare. E negli anime giapponesi traspare un certo sollievo in ciò, espresso anche tramite una certa dose di filo-sovietismo (si, proprio filo-URSS), soprattutto in alcune scene di Stratos 4 e di Girls und Panzer, dove il liceo Pravda appare il vero concorrente delle eroine in questione, sebbene il liceo di carriste più forte sia quello del ‘Picco della foresta nera’ (Kuromorimine), ovvero la trasposizione in minigonna della Wehrmacht.

Terminiamo l’excursus tutt’altro che risolutivo con l’anime Saro no Woto (Canto del Cielo), uno dei più belli e profondi, realizzato con estrema cura e attenzione nei particolari. Anime ucronico puro, si basa chiaramente sul racconto di Buzzati “Il Deserto dei Tartari”, dove il deserto vegliato con ansia dalle soldatine del regno ispano-nippo-francese Helvetia, è un immenso territorio devastato e reso radioattivo da una guerra che ha fatto fare all’umanità un balzo all’indietro di 100 anni, riportandola alla tecnologia da piena era industriale, pre-seconda guerra mondiale, senza computer e senza televisione. L’incombente ombra di Hiroshima e Nagasaki sull’animo giapponese.

Tutte questi anime hanno in comune vari aspetti, ad esempio sul piano tecnico, oltre a un’ottima animazione, inarrivabile in confronto alle animazioni stilizzate e scarne della produzione statunitense, (altro segno del declino tecnico-culturale degli USA); un supporto sonoro sempre originale, le tracklist utilizzate per queste sono sempre opere originali e specificamente prodotte per ogni determinato anime, senza ricorrere all’orrida pratica di sovvenzionare con le royalties le major pseudo-musicali anglosassoni, che ogni giorno sfornano crimini incisi su cd/dvd. Sovranità musicale del Giappone. Infine, la presenza di una narrativa che riesce a tenere un discorso anche complesso e prolungato senza ricorrere allo splatterismo diffuso, pervasivo e maniacale tipico della produzione televisiva statunitense. Gli USA non riescono più raccontarsi senza autorappresentarsi come una specie di immenso obitorio, non che sia sbagliato affrontare la tematica della violenza nella società, ma roba come NCIS e CSI sono l’apoteosi del sado-masochismo più efferato. Non c’è altro negli USA oltre a tribunali e sale per autopsia? Nei prodotti nipponici, anche quelli per un pubblico adulto, la violenza è rara. Questione di civiltà, che apparirà paradossalmente noiosa per quel ceto semi-incolto, sinistro e pacifinto, occidentale in generale e italiano in particolare, per cui la produzione hollywoodiana resta la summa artistico-culturale dell’umanità. Nulla di più lontano dalla verità.
Infine, il messaggio unico supportato e trasmesso da tali realizzazioni. Come indica la consapevolezza della Storia che emerge, questa tipologia di produzioni è dettata dal riconoscimento del mutamento storico e geopolitico a cui il mondo assiste, trattandosi forse perfino di un capovolgimento epocale, del passaggio del motore degli eventi dall’occidente all’oriente, dall’Atlantico all’Eurasia e all’Asia; un mutamento sentito dai giapponesi, nonostante occupino l’idealtipo del Rimland, il margine eurasiatico affacciato sull’immenso vuoto oceanico del Pacifico. Di fronte a tali mutamenti, e al timore che essi suscitano, emerge il sentimento della solidarietà, intima, quella che inizia dalla propria famiglia, comunità, popolo, nazione nel senso più nobile, che i giapponesi sentono ancora in profondità e con forza, aldilà delle schizofrenie e delle bizzarie che luccicano sulla superficie della società contemporanea del Giappone. E ciò si riflette in questi anime, profondamente ottimisti nonostante gli argomenti a volte apocalittici narrati, trasmettendo un messaggio preciso; davanti l’incombenza del pericolo, delle necessità e degli ostacoli, bisogna rispondere con dedizione e serietà, integrità, rispetto e solidarietà tra simili, perché è così che si affrontano le intemperie degli eventi, si abbattono i pericoli e si superano le tragedie. Aspetti derisi e denunciati come fascistoidi o soffocanti da un certo culturame (sì culturame) di stampo libertino, non libertario, ed edonista, non anarchico, costruitosi in occidente negli ultimi decenni, e ben espresso dalla figura massmediaticamente proposta in occidente dell’opportunista massimalista convertitosi nello yuppies arrivista prima e poi nell’ameba sociale vigente, dalla violenza amorfa e camaleontica e sempre pronta ad adattarsi e mai ad affrontare. Ciò si riflette nell’anomia dell’attuale produzione massmediatica occidentale. Violenta se statunitense, tediosa se europea, vacua se italiana.
Al suo confronto, sebbene sempre prodotto capitalistico, l’anime giapponese cerca ancora di rappresentare al meglio le intelligenze che li esprime. La loro narrazione resta legata alla consapevolezza del mondo, perché è anche consapevolezza delle proprie radici.

Ps. Non dimentichiamo il lavoraccio svolto dagli anonimi traduttori che passano ore e ore a sottotitolare decine di serie di anime resi disponibili online. So cosa significhi sottotitolare già due minuti di video. Un lavoro senza il quale la fruizione di anime in Italia sarebbe prossima allo zero.

Qualche sito:
Anime-ultime (francese)
Bleach Anime-Manga
Animehere (inglese)
Animestreamingita
Animetube – Guerra e politica

Alessandro Lattanzio

Marina and the Diamonds programmata da Monarch?

Sold my soul’, ha venduto la sua anima al diavolo. ‘Changed beyond recognition’ si riferisce al Project Monarch. ‘Sold out too’,  ha ‘venduto la sua anima’, ma ha anche venduto molti dischi, e ha ottenuto ricchezza e fama.
I lived a lot of different lives, Been different people many times.” “Ho vissuto parecchie vite diverse, Conosci diverse persone molte volte.” (Personalità multiple / Ciascuno stato alterato contiene memorie diverse, vite assai diverse).
Electra Heart è il nome del suo blog, e lei descrive “Fear and Loathing” (Paura e delirio) come il Cuore di Elettra. ‘Electra’ potrebbe riferirsi all’elettroshock, l’importanza del suo essere stata ‘electroshocked’.  Per i fan, che dicono che il suo nome deriva da quello della figlia di re Agamennone, avrebbe molto a che fare con l’occulto. Una ricerca su “Electra Heart” dice che sia “un veicolo per ritrarre una parte del sogno americano, con elementi della tragedia greca.” Sta bene.  Ha postato le foto sul suo blog con etichette come “Electra-cute me” (Elettroshock), “Fake Real” (Falsa realtà programmata). Le 3 stesse immagini di se stessa in un collage etichettato come “Electra heart complex“, cioè la la complessità delle sue alterità (torna su “Elettra” la principessa Argiva, la più sconvolgente di tutte: Farmaci/pillole fanno riferimento ai farmaci di Mk-Ultra con l’etichetta: “Slip inside a Snow White sleep” “Scivolare nel sonno di Biancaneve.” Biancaneve è un film della Disney utilizzato nella programmazione Mk-Ultra, e con “sonno di Biancaneve” si intende uno stato di trance (sonno/trance programmata). E’ palese nella sua storia di programmata Monarch, in particolare la parrucca e ‘Paura e delirio‘ (Fear and Loating) che apre “Electra Heart” (Electroshocked Alter), insieme con l’etichetta”Fake Real” che simboleggia la sua falsa programmazione.

Ha anche ammesso il fatto che ha avuto successo, dopo la sua intervista con Pop Justice.
Ho lavorato con il dottor Luke, Stargate, e ho imparato così tanto. E ho fatto un album – beh, è quasi fatto – è così eccitante e si sente come un vero e proprio album. – Per saperne di più

La star ha lavorato con Dr. Luke, che lavora con altri artisti che hanno dato l’anima, come Katy Perry.
Nella sua canzone “Oh No“, la cantante dice: “Se non state molto attenti, i vostri beni vi possiederanno, la TV mi ha insegnato come sentirmi, ora la vita reale non ha senso.”
Questa frase ha un grave significato, perché la maggior parte delle società è catturata dall’illusione che una celebrità  mondiale crea, è dipendenta dalla TV e la confonde con la realtà. Può essere direttamente sotto controllo mentale, ma il resto del pubblico non è molto diverso, dal momento che siamo tutti bersagli dei messaggi subliminali. Si può diventare dipendenti fisicamente dalla TV, e il nostro subconscio è sempre a rischio.

Ha postato questa foto sul suo blog dicendo: “Utilizzo le bugie per rivelare la verità.” Le bugie sono la sua programmazione, ed eccola con la parrucca dai capelli d’argento, che rappresenta la Programmazione Mirror.

Ha descritto questa foto dell’occhio che tutto vede con “I am Electra Heart“, che suona come un alter ego con riferimento alla sua programmazione.
Ora, su Fear And Loathing Part 1, di  Marina and the Diamonds i testi raccontano tutto, il video è anche simbolico. Chiama questa canzone “Electra Heart: The Start; Fear and Loathing“, e sembra l’inizio di questo alter ego, e l’inizio della paura e del disgusto causati dalla programmazione. Si guarda allo specchio (Programmazione Mirror) mentre si taglia i capelli, trasformandosi in una nuova se stessa.

I lived a lot of different lives, Been different people many times.” Ho vissuto molte vite diverse, divenendo diverse persone molte volte. (Personalità multiple) Non tutti sono così fuori come svitati. Non voglio vivere nella paura e nel disgusto. Voglio sentirmi galleggiare (dissociazione). Ho diverse persone nella mia testa. Mi chiedo quale piace di più. (Significa diverse alterità nella sua testa, e che uno dei suoi alter ego la controlla meglio). E quando il momento arriva, e le luci si spengono, so quando la luce si brucerà; quando mi faranno esplodere. (La menzione del futuro sacrificio o ‘esplosione’ significa conquistare / prendere il pieno controllo di lei, quando le luci sono spente ‘i suoi sentimenti / personalità‘ la usano)

E’ piuttosto evidente che Marina soffre di disturbo della personalità multipla. “Diamonds” significa anche programmazione Jewel, e i moduli di Monarch.

•Electroshock “Electra-cute me
•Personalità Multiple
•Alter ego: “Electra Heart
•Parrucche
•Pillole “sonno di Biancaneve“; Trance di programmazione al 100%
•Programmazione  Mirror
•Venduto la sua anima
Ha inoltre etichettato una delle sue immagini come:
Ha detto che le ragazze come me valgono una dozzina di diamanti.” * Il suo gestore l’ha scelta e le ha detto che valeva qualcosa del genere. (Nella Programmazione Jewel, si sceglie un gioiello, vi dicono di diventare come quel gioiello che alla fine ricevete)

Nella sua canzone “Hermit the Frog“, lo dice nel testo:

They say you used to be so kind – Dicono che sei solito essere così gentile
I never knew you had such a dirty mind – Non ho mai saputo che aveva una mente malata
Well, I went to the doctors believing – Beh, sono andata dai medici credendo
The devil had control over me – Il diavolo aveva il controllo su di me

Accenna anche questo nella canzone:

I can’t help the devil likes to make my heart a double bed – Non posso aiutare il diavolo a fare del mio cuore un letto matrimoniale
And I can’t help he sometimes like to come and rest his little head – E io non posso aiutarlo quando  ha voglia di venire e di riposare la sua piccola testa

Zebra = Personalità Dissociata / Dualità

BETA Leopard

Mostra la sua fedeltà all’occulto dopo aver venduto la sua anima:

L’Occhio che tutto vede  (Occhio di Horus / Lucifero) e simbolo del Drago/Baphomet con le due dita.

Programmazione All Seeing Eye e Jewel Status

Simbolismo dell’Occhio che tutto vede. 

In un tweet più recente, ha ammesso tutto dicendo:

Media-Exposed

Divertente ‘recensione'; eppure Marina è una delle più belle voci nate in questi ultimi anni, e i testi delle sue canzoni, come dimostra tale ‘recensione’ di stampo ickiano (anche se nel forum di Icke la trattano abbastanza bene), sono tutt’altro che delle banali e trite canzoncine su cuori infranti e amorazzi ‘mocciosi’ che tanto piacciono al cantantume medio italidiota (e annesso pubblico di scimmiette, vascorossiane o meno, et similia).
Ora, Marina, che ha lavorato come modella, è riuscita a farsi notare come cantante, e il nuovo album (Electra Heart, appunto) è così ben fatto e fluente, che ci si può domandare quanto di ciò sia dovuto al suo talento di musicista (che è notevole) e quanto al produttore. E’ una bella ragazza con una gran voce, in grado di scrivere melodie decenti. Ancora più interessante è che i testi delle copertina del CD non corrispondono sempre a quelle delle canzoni.
Segmenti cantati mancano nella copertina, contengono dei messaggi occulti? cosa non inusuale nell’industria musicale.
Molti testi descrivono sensazioni di intorpidimento, ossessioni, esclusione, disperazione nel poter essere coinvolti nel ben mondo di Hollywood, l’idea di essere controllati e dell’inutilità del sacrificio.
Si tratta di programmazione? O è qualcosa di più profondo? Chiaramente, sembra una sensazione assai diffusa, ma la cosa più scioccante è come facile scoprirvi una cospirazione grazie a un atteggiamento da detective dilettante.

A cura di Alessandro Lattanzio

Morta a 27 Anni Amy Winehouse

Robert Stevens WSWS 29 luglio 2011

Con la morte, il 23 luglio, della cantautrice britannica Amy Winehouse, a soli 27 anni, il mondo ha perduto un talento genuino e originale.
Possedendo notevoli capacità vocali, Winehouse era una rarità in un ambiente musicale popolare sempre più monopolizzato da musiche artificiali e insignificanti, in quanto era anche una cantautrice di un certo rilievo.
La sua carriera musicale è durata  solo dal 2003 al 2007, durante cui ha registrato due album e diversi altri brani. Essi comprendono una serie di memorabili e, per la gran parte, opere autobiografiche. Aveva una vasta gamma di influenze musicali ed era aperta a vari generi musicali, in particolare jazz dove anche parlava del suo amore per il soul degli anni 1960, il Motown e l’hip-hop.
Winehouse è morta nella sua casa di Camden, a nord di Londra. I test tossicologici e istologici sono attualmente in corso. Martedì scorso, Winehouse si è tenuto il servizio funebre, alla presenza della sua famiglia e di diverse centinaia di altri persone. Suo padre ha dichiarato che di recente aveva ricuperato la sua salute.
La salute di Winehouse è stata scarsa per anni, in conseguenza della sua dipendenza da varie droghe e dal forte consumo di alcol.
Non c’è dubbio che alla fine della sua vita, Winehouse ha sofferto un grande dolore, fisicamente ed emotivamente. Dal viso fresco di una giovane donna che aveva registrato due degli album più venduti, a 23 anni, al terribile declino della sua salute e benessere mentale, che l’aveva portata ad essere regolarmente incapace di cantare. Durante il “tour di ritorno” frettolosamente interrotto, organizzato solo il mese scorso, la Winehouse era visibilmente ubriaca e ha subito l’umiliazione di essere fischiato dietro le quinte.
Fin dalla tenera età, era affascinata dai grandi del jazz che suo padre tassista, Mitchell, aveva suonato. Che spesso cantava alla giovane Amy. Sua madre, Janis, una farmacista, avrebbe in seguito ricordato, “Lui le cantava [Frank] Sinatra e poiché cantava sempre, anche lei cantava sempre, anche a scuola. I suoi insegnanti hanno dovuto dirle di smetterla durante le lezioni“.
Quando aveva nove anni i suoi genitori si separarono.
Citando queste influenze negli anni successivi, la Winehouse ha parlato del suo amore per molti artisti, tra cui Sinatra, Sarah Vaughan, Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Dinah Washington, James Moody, Carole King e Minnie Ripperton.
Il suo primo album, Frank, è stato pubblicato nel 2003. Il titolo allude a un tentativo di ritrarre la sua vita e il sui amore, in quel momento. E’ stata acclamata dalla critica e ha avuto successo commerciale, vendendo due milioni di copie, tra cui più di 300.000 copie negli Stati Uniti. Winehouse ha scritto o co-scritto 11 delle 13 canzoni dell’album e ha vinto un Ivor Novello Award.
La maggior parte delle canzoni hanno un nervosismo accattivante, con testi che catturano il flusso e riflusso delle sue relazioni, come “Put It In The Box“. Altri commentano l’ossessione per lo stile di vita banale delle “celebrità” e dell’industria musicale. Uno standout è la sua interpretazione del jazz standard, “There Is No Greater Love“. L’album include anche una cover di James Moody, “Moody’s Mood For Love“, con un ritmo reggae dub.
Nell’ottobre 2006 ha pubblicato il suo secondo album, Back to Black, che l’ha portata alla fama mondiale. Nel 2007 è stata la numero uno degli album venduti nel Regno Unito, con 1,5 milioni di copie vendute. Un’edizione “deluxe” è uscita dopo, nel giugno 2008, i due album combinati hanno accumulato un totale di 90 settimane nella classifica inglese. Negli Stati Uniti, si stima siano state vendute 2,3 milioni di copie. L’album avrebbe venduto 11 milioni di copie dal settembre 2008.
Back to Black è il più oscuro nel contenuto di Frank, e ritrae le esperienze più tristi, tra cui relazioni fallite. Un recensore ha commentato: “Winehouse è sincera: questo matrimonio particolare tra parole e musica rispecchia la dicotomia agrodolce che a volte s’incastra nelle relazioni reali“.
L’album ha vinto numerosi premi. E’ degno di nota per il suo suono ricco e pieno di sentimento, con la produzione di Mark Ronson che fornisce una piattaforma per far risaltare la voce da contralto di Winehouse, con testi penetranti e melodie che restano nella mente. Il titolo del track, scritto da Winehouse e Ronson, include il ritornello sincero: “We only said goodbye with words/I died a hundred times/You go back to her/And I go back to black
E’ cantata con una vera angoscia.
Altre canzoni degne di nota sono le ballate “Love Is a Losing Game” e “Tears Dry on Their Own”.
Rehab” e il famoso documento del suo rifiuto di frequentare una clinica di riabilitazione per affrontare la crescente assunzione di alcol.
Winehouse appare anche in un secondo album di studio di Ronson nel 2007, cantando “Valerie“, originariamente scritto dai The Zutons.
La sua vita poi ha iniziato una spirale che l’ha portata rapidamente verso la sua tragica fine. Fu nel 2007 che venne apparentemente introdotta alle droghe più pesanti, tra cui cocaina, crack ed eroina. Il suo aspetto ha iniziato a cambiare drammaticamente. Non c’era più la figura intera del periodo di Frank.  Perse peso, divenendo sottile, e poi emaciata, con il suo elaborato “alveare” in stato di disordine. Parlava nelle sue interviste di disturbi alimentari e autolesionismo.
Winehouse apparentemente aveva una predisposizione verso la dipendenza, qualunque cosa potesse essere la fonte emotiva o fisiologica di ciò. Il suo modo di cercare di superare questi problemi era attraverso la musica. Nel suo iniziale rifiuto di andare in riabilitazione aveva detto: “Preferisco suonare la chitarra da qualche parte. La musica sarà sempre la mia via d’uscita“.
In “Rehab”, canta, “I’d rather be at home with Ray [Charles]/I ain’t got seventy days/Cos there’s nothing, nothing you can teach me/That I can’t learn from Mr [Donny] Hathaway”.
Dopo la sua morte, i bonzi dei media hanno espresso “shock” e “tristezza“. In molti casi, tuttavia, c’è qualcosa di terribilmente falso in questo rammarico. Negli ultimi cinque anni, il declino fisico della Winehouse e il più piccolo dettaglio della sua vita privata erano stati inesorabilmente e graficamente esposti quotidianamente dalla stampa e dalla televisione. La sua caduta è stata ritratta come un freak show che evocava disprezzo e cinismo, e un fascino laido, dove la preoccupazione e la compassione sarebbero state una risposta sana.
Eppure, questa copertura sembra essere stata ben accolta dalla sua casa discografica. Nelle parole di Hassan Choudry, del Universal Music International, all’inizio del 2008, “Non si può respingere il fatto che la copertura mediatica ha mantenuto il profilo di Amy Winehouse al più alto livello. Tutti [all'etichetta] erano estremamente felici per la quantità di dischi che abbiamo venduto e un sacco di ciò è dovuto ad alcune stupefacenti opportunità del marketing nel mercato, quando l’artista non era disponibile“. L’artista “non era disponibile” perché era in una situazione disperata.
Alla sua morte, i media si accodati nel riferire che Winehouse aveva aderito al cosiddetto “Club 27“, l’età in cui una serie di importanti musicisti popolari sono morti, in circostanze diverse, tra cui Jimi Hendrix, Janis Joplin, Brian Jones, Jim Morrison e Kurt Cobain. Il sottinteso evidente è che la sua morte prematura era più o meno inevitabile. Molti commentatori hanno fatto eco alle conclusioni del Daily Mirror, secondo cui era “un talento perseguitato dall’autodistruzione“.
Tuttavia, attribuire questa morte semplicemente a carenze individuali o apparentemente inevitabile naufragio cui un grande talento musicale si è trascinato, sembra altamente discutibile. Winehouse potrebbe avere avuto gravi difficoltà psicologiche, ma è difficile immaginare che il peggioramento e il carattere, in ultima analisi, letale di questi problemi, non avessero nulla a che fare con l’intensa, e per lo più vulnerabile, e forse insopportabili, pressioni generate dalla pubblicità, dal business della musica affamata di profitti, che mastica il suo materiale umano con la quasi altrettanta continuità con cui sputa nuovi “prodotti“.
Per lo meno, si immagina che i problemi emotivi della cantante avrebbero potuto essere affrontati in modo più calmo e razionale se i media e l’industria non si fossero fissate sulla sua situazione. Interesse e critica, quindi, dovrebbero essere incentrati su questo tema e il problema generale della musica e dell’arte all’interno del sistema del profitto, e non sulle speculazioni delle sue decisioni individuali e  motivazioni. Allo stesso modo, nessuno nei media Nordamericani o britannici, in particolare, potrà mai spiegare perché una grande popolarità da sola dovrebbe portare alla tragedia e alla morte.
Certamente sembra ragionevole chiedersi perché, quando la sua salute e il suo stato mentale erano chiaramente così fragili, che alla Winehouse non hanno neppure permesso di esibirsi il mese scorso a Belgrado, la prima data di un previsto tour di 12 città. La manifestazione di Belgrado si è svolta il 18 giugno,  meno di un mese dopo essere entrata nella Clinica Priorato per la riabilitazione, il 25 maggio, dove è rimasta una settimana. Dopo il “concerto“, in cui la Winehouse a stento si reggeva in piedi, un osservatore ha dichiarato che era stata costretta a salire sul palco. Secondo Ana Zoe Kida, che si è esibita al festival con la sua band Zemlja Gruva, “Quattro guardie del corpo inglesi l’hanno semplicemente spinta sul palco. Lei non voleva e stava facendo una scena cercando di sfuggire da loro. E’ stato angosciante vederla, aveva ovviamente bisogno di aiuto“.
Amy Winehouse possedeva un talento straordinario. Russell Brand, comico, attore e amico della Winehouse, con commozione ha ricordato la prima volta che l’ha vista sul palco: “Entrando ho visto Amy sul palco con [Paul] Weller e la sua band, e poi lo stupore. Il timore che avvolge quando si è in presenza di un genio. Dalla sua presenza stranamente delicate quella voce, una voce che sembrava non venire da lei, ma da qualche parte al di là, perfino da Billie e Ella, dalla fonte di ogni grandezza“.
Parlando con il critico musicale Neil McCormick nel marzo di quest’anno, durante la registrazione di un duetto con un altro dei suoi idoli, Tony Bennett, la Winehouse ha detto di avere piani per il futuro:
Mi piacerebbe studiare chitarra o tromba. Posso suonare parecchi strumenti in modo decente, ma niente veramente bene. Se sai suonare uno strumento, sarai un cantante migliore. Più suoni, meglio canti, più canti, meglio sai suonare“.
Non è chiaro quanto del suo previsto terzo album era stato completato prima della sua morte.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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