La storia afgana soppressa: Il socialismo, al-Qaida e la Chevron

Dean Henderson, Left Hook, Counterpsyops 19 ottobre 2012

Alla metà degli anni ’80, l’ONU ha tentato di negoziare un accordo di pace in Afghanistan, richiedendo il completo ritiro sovietico in cambio della fine del supporto ai ribelli afghani da Stati Uniti e Gulf Cooperation Council (GCC). L’amministrazione Reagan aveva rifiutato l’accordo delle Nazioni Unite. Voleva “dare ai sovietici il loro Vietnam” nell’ambito dell’enorme impresa per distruggere l’Unione Sovietica. Inoltre, voleva che il governo socialista di Karmal andasse via da Kabul. Nel 1986, gli aiuti militari degli USA ai mujahidin aumentarono schizzando a 1 miliardo di dollari all’anno.
Nel 1988 gli Stati Uniti e i sovietici firmarono gli accordi di Ginevra, che imponevano l’embargo sulle armi in Afghanistan. Entrambi i paesi ignorarono l’accordo e continuarono lo scontro. I mujahidin torturavano e mutilavano sistematicamente i soldati russi e afghani catturati, spesso in presenza dei consiglieri statunitensi.[1] Nel 1989 i sovietici si ritirarono dall’Afghanistan. Il primo ministro da loro imposto, Babrak Karmal, era stato sostituito dal democraticamente eletto Mohammad Najibullah Ahmadzai, nel 1986. Ma Najibullah era anche un socialista e la democrazia non è mai stata una priorità del Dipartimento di Stato degli USA. Rappresentava la frazione comunista Parcham del Partito democratico del popolo dell’Afghanistan.
Anche se i sovietici non c’erano più, gli Stati Uniti continuarono il finanziamento della guerriglia contro il governo regolarmente eletto di Kabul. Nel 1992 Najibullah fu rovesciato. Una delle sette fazioni in lotta dei mujaheddin, guidata da Burhaddin Rabbani, prese il potere. Sei dei sette gruppi ribelli deposero le armi e seguirono Rabbani. Quello che non lo fece era il favorito della CIA, l’Hezbi-i Islami di Gulbuddin Hekmatyar, che immerse le strade di Kabul in un altro bagno di sangue. Anche se le Nazioni Unite avevano riconosciuto la fazione guidata da Rabbani come governo legittimo dell’Afghanistan, la CIA riteneva Rabbani essere troppo di sinistra.
Hekmatyar, infine, occupò Kabul. Rabbani e il suo governo fuggirono a nord, nella regione di Mazar-i-Sharif in cui, sotto il comando del capo militare Sheik Ahmed Shah Massoud, le fazioni mujahidin estromesse si ricostituirono come Alleanza del Nord. Nel 1995, l’Hezbi-i Islami improvvisamente decadde, cedendo Kabul alla nuova creazione dell’Inter-Services Intelligence (ISI) del Pakistan, già presente a Kandahar, i taliban. Più di due milioni di afghani sono morti nella decennale guerra della CIA, la sua più grande operazione segreta dai tempi del Vietnam. I contribuenti statunitensi spesero 3,8 miliardi dollari per attuare un genocidio. La Casa dei Saud raddoppiò tale importo e anche gli altri monarchi del CCG vi contribuirono. Gli Stati Uniti non fecero nulla per aiutare a ricostruire l’Afghanistan e le forze create dalla CIA per combattere la sua guerra per procura, volsero sempre più la loro rabbia contro l’Occidente.
Un colpo di stato, nell’ottobre 1999, portò il generale Pervez Musharraf al potere in Pakistan. Musharraf aveva sostenuto l’ascesa del fondamentalismo islamico. Ha fatto parte del consiglio dell’Unione dei Rabita per la riabilitazione dei fuoriusciti pakistani: un fronte per la raccolta fondi di Usama bin Ladin. Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti, l’amministrazione Bush diede a Musharraf 36 ore per dimettersi dall’Unione dei Rabita. Quando si rifiutò, il Dipartimento di Stato semplicemente rimosse i Rabita dalla lista dei gruppi che sponsorizzavano il terrorismo. [2]
Gulbuddin Hekmatyar si unì a molti altri leader mujahidin nell’esprimere rabbia e disprezzo verso gli Stati Uniti, per averli abbandonati. Durante la Guerra del Golfo diversi ex comandanti mujahidin supportarono l’Iraq. Dopo la guerra, il riccone saudita Usama bin Ladin, che era stato l’emissario dei Saud nel reclutamento dei combattenti arabi per l’Afghanistan, quando usò la sua esperienza nelle costruzioni per la realizzazione a Khost, in Afghanistan, dei campi di addestramento dei mujahidin della CIA, nel 1986, invocava la jihad contro l’”alleanza crociato-sionista“. [3] Molti dei suoi compagni ex-mujahidin ascoltarono il suo appello ed al-Qaida emerse come il più brutto Frankenstein mai visto.
Nel 1993 gli estremisti di al-Qaida guidati da Ramzi Yousef, tentarono di far saltare in aria il World Trade Center con una bomba posta in un garage sotto le torri. Sei persone morirono. Una settimana prima del bombardamento, un fax venne ricevuto a Cairo, avvisava di un attacco imminente agli interessi degli Stati Uniti. Il fax era stato opportunamente inviato da Peshawar, dove prima la CIA reclutava mujahidin. Era firmato da al-Gamaa al-Islamiya (Gruppo islamico), una fazione dei mujahidin.
Nel marzo 1993, un ex-membro dei mujahidin si avvicinò al controllo di sicurezza del quartier generale della CIA, a Langley, e aprì il fuoco uccidendo due agenti. Nel marzo del 1995, due agenti della CIA che lavoravano presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Karachi, vennero freddati da un altro veterano mujahid. Entrambi gli assalitori utilizzarono dei fucili d’assalto AK-47 pagati dal governo saudita e forniti dalla CIA. Il surplus bellico della CIA, in dotazione ai mujahidin, compresi i missili Stinger, era anche finito in Iran e in Qatar. Nel 1996 gli operativi di bin Ladin bombardarono la caserma militare delle Khobar Towers di una base USA in Arabia Saudita. L’azienda di costruzioni di Bin Ladin aveva costruito le strutture. Nel 1997, due giorni dopo che un tribunale statunitense aveva condannato il responsabile pakistano dell’attacco al quartier generale della CIA, quattro impiegati della Società Texas Union Oil furono freddati a Karachi.
Nel 1998 i seguaci di bin Ladin fecero saltare in aria le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania, a pochi minuti l’una dall’altra. Centinaia i morti. Nel 2000, al-Qaida lanciò un’imbarcazione carica di esplosivi contro una fiancata del cacciatorpediniere USS Cole, mentre era ancorato nello Yemen, luogo di origine della famiglia bin Ladin. Ventisei marinai statunitensi morirono.
Gli Stati Uniti, infine, furono costretti ad esercitare pressioni pubbliche sul governo pakistano, che ospitava il Frankenstein della CIA. Il direttore della CIA di Clinton, James Woolsey, disse che il Pakistan era vicino a essere inserito nella lista del Dipartimento di Stato degli stati che sponsorizzano il terrorismo. Questa pressione pubblica aveva ulteriormente irritato il popolo pakistano, che aveva osservato come la CIA avesse creato e allevato questi narco-terroristi per un decennio, usando il loro paese come campo di addestramento. Ora gli Stati Uniti volevano scaricare le loro colpe sul popolo pakistano. I mujahidin erano furiosi. Il mujahid giordano Abu Taha la mise in questo modo, “Gli Stati Uniti sono una sanguisuga… e il Pakistan è il burattino dell’America.” Un altro mujahid veterano, Abu Saman, aveva dichiarato: “non eravamo terroristi finché noi e gli americani avevamo la stessa causa, sconfiggere una superpotenza. Ora non rispondiamo più agli interessi americani e occidentali, quindi siamo seganti come terroristi“. [4]
Nel 1994 i taliban uscirono dalle scuole religiose, note come madrasse, nel nord-ovest del Pakistan. Le scuole erano gestite dal Jamiat-Ulema-i-Islami, un gruppo fondamentalista islamico con stretti legami con l’ISI pakistano e finanziato dal governo saudita. I taliban lanciarono incursioni dal suolo pakistano, proprio come avevano fatto i mujahidin, ottenendo notorietà quando liberarono un convoglio militare pakistano catturato in Afghanistan. Nel giro di un anno, controllavano un terzo dell’Afghanistan, istituendo un governo provvisorio a Kandahar. Il governo Rabbani venne estromesso a Kabul dall’Hezbi-i Islami di Hekmatyar. Nel 1995 le forze taliban avanzarono su Kabul e le truppe di Hekmatyar consegnarono Kabul ai taliban. Un diplomatico occidentale disse dei taliban, “Chiaramente i pakistani stanno giocando un loro ruolo“. [5]
Quando i taliban presero il potere nel 1996, dicendo che avrebbero stabilito un “emirato islamico”, degli aerei atterrarono a Kabul trasportando i leader taliban e sette alti ufficiali pakistani. [6] il Pakistan, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti riconobbero immediatamente i taliban.
I Quattro Cavalieri (Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP Amoco e Royal Dutch/Shell) presero in simpatia i taliban, considerati una “forza stabilizzatrice nella regione”. Erano ansiosi di convincere i feudatari dell’importanza della costruzione di un gasdotto che attraverso l’Afghanistan andasse dall’Oceano Indiano ai vasti giacimenti di gas naturale del Turkmenistan, che confina con l’Afghanistan a nord. Il governo Rabbani aveva negoziato con un consorzio argentino chiamato Bridas, la costruzione del gasdotto. Questo fece arrabbiare i Quattro Cavalieri, che appoggiarono la Unocal nel consorzio noto come Centgas. Nel 2005 la Unocal divenne una sezione della Chevron. Molti cittadini di Kabul erano convinti che la CIA avesse portato al potere i taliban, nel nome di Big Oil. [7]
I Quattro Cavalieri erano occupati a sfruttare i loro nuovi giacimenti di petrolio e gas del Mar Caspio e delle nuove repubbliche dell’Asia centrale, a nord dell’Afghanistan. Azerbaigian e Kazakistan possiedono vaste riserve di greggio stimate in oltre 200 miliardi di barili. Il vicino Turkmenistan è una virtuale repubblica del gas, ospitante alcuni dei più grandi giacimenti di gas naturale sulla terra. Il giacimento di gas più grande si trova a Dauletabad, nel sud-est del paese, vicino al confine con l’Afghanistan. In tutto ci sono circa 6.600 miliardi di metri cubi di gas naturale nella regione del Mar Caspio. Il consorzio Centgas aveva anche previsto la costruzione di un oleodotto che colleghi i campi petroliferi di Chardzhan, in Turkmenistan, ai giacimenti petroliferi siberiani più a nord. [8] Il Turkmenistan ha anche vasti giacimenti di petrolio, rame, carbone, tungsteno, zinco, uranio e oro.
Con Rabbani fuori dal quadro, la Centgas iniziò a negoziare sul serio con i taliban per i diritti di costruzione del gasdotto da Dauletbad, attraverso l’Afghanistan, al porto di Karachi in Pakistan, dove l’US Navy gestiva una base di 100-acri, misteriosamente consegnatale dal Sultano Qabus dell’Oman. I Quattro Cavalieri si portarono in Asia centrale alcuni fedeli partner commerciali sauditi. Il miliardario saudita sceicco Khalid bin Mahfouz, proprietario della BCCI e della Banca commerciale nazionale, ed entusiasta sostenitore dei mujahidin, abbracciò i taliban. Bin Mahfouz, il cui patrimonio netto va oltre i 2 miliardi di dollari, controllava la Nimir Petroleum, un partner della Chevron-Texaco nello sviluppo di un giacimento petrolifero da 1,5 miliardi di barili del Kazakistan. Un’indagine del governo saudita scoprì che la Banca commerciale nazionale di bin Mahfouz aveva trasferito oltre 3 milioni di dollari in beneficenza ad Usama bin Ladin, nel 1999. [9]
La saudita Delta Oil è una partner della Amerada Hess nelle imprese petrolifere dell’Azerbaijan. Delta-Hess fa parte della Bechtel, che guida il gruppo di costruzione dell’oleodotto trans-turco da 2,4 miliardi dollari del Caspian Pipeline Consortium, che arriva al porto russo sul Mar Nero di Novorossisk. Delta Oil è anche un partner nella Centgas.
Secondo lo scrittore francese Olivier Roy, “Quando i taliban presero il potere in Afghanistan, la cosa fu in gran parte orchestrata dai servizi segreti pakistani (ISI) e dalla compagnia petrolifera Unocal assieme alla sua alleata, la saudita Delta“. [10] Nel gennaio 1998 Centgas accettava di pagare al governo taliban 100 milioni di dollari all’anno, per gestire il suo gasdotto in Afghanistan. La Centgas organizzò riunioni ad alto livello a Washington, tra funzionari taliban e il Dipartimento di Stato. A rappresentare Unocal vi era Zalmay Khalilzad, sottosegretario alla difesa di Bush senior e che aveva lavorato per la Cambridge Energy Research Associates, prima di lavorare per Unocal. Khalilzad è nato a Mazar-i-Sharif, da ricchi aristocratici afghani. Suo padre era un assistente del re Zahir Shah. Khalilzad ha anche lavorato per la Rand Corporation, quando era nella CIA. [11] Khalilzad ha lasciato il suo posto all’Unocal per aderire al Consiglio di sicurezza nazionale di Bush Jr. [12] Nel 2002 Bush ha nominato Khalilzad primo inviato degli Stati Uniti in Afghanistan dopo più 20 anni. Il primo punto del suo ordine del giorno era rilanciare i colloqui sulla costruzione del gasdotto Centgas.
Bin Mahfouz era ora sotto inchiesta per il finanziamento della rete terroristica al-Qaida di Usama bin Ladin. Era rappresentato negli Stati Uniti dallo studio legale di Washington Akin, Gump, Strauss, Hauer & Feld. Lo studio rappresenta la Casa dei Saud e la più grande società di carità del mondo islamico, la Holy Land Foundation per lo sviluppo e il soccorso dell’Arabia Saudita. Entro tre mesi dagli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, il Tesoro aveva congelato i beni della fondazione saudita. Akin-Gump difese con successo bin Mahfouz, quando scoppiò lo scandalo della BCCI. Tre partner dello studio sono buoni amici del presidente George W. Bush. James C. Langdon è uno dei più cari amici di Bush. George Salem era stato coinvolto nella raccolta di fondi per la campagna di Bush. Barnett “Sandy” Cress è stato nominato da Bush alla guida di un’iniziativa per l’istruzione sponsorizzata dalla Casa Bianca. [13]
Secondo l’analista d’intelligence francese Jean-Charles Brisard, il presidente degli Stati Uniti Bush Jr. aveva bloccato le indagini dei servizi segreti statunitensi sulle cellule dormienti di al-Qaida, mentre continuava a negoziare segretamente con i funzionari taliban. L’ultimo incontro avvenne nell’agosto 2001, appena cinque settimane prima dell’11 settembre. Bush voleva che i taliban consegnassero bin Ladin in cambio di aiuti economici dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita e del sostegno ai taliban. [14]
Il vicedirettore dell’FBI, John O’Neill, si dimise nel luglio 2001 per protestare contro l’amministrazione Bush, che si stava ingraziando i taliban. Brisard dice che O’Neill gli ha detto, “i principali ostacoli all’indagine sul terrorismo islamico sono gli interessi delle società americane e il ruolo svolto dall’Arabia Saudita.” O’Neill divenne il nuovo capo della sicurezza presso il World Trade Center di New York, ed è stato ucciso durante gli attacchi dell’11 settembre 2001. [15]
Secondo il quotidiano francese Le Figaro, la CIA ha incontrato bin Ladin più volte nel corso dei mesi precedenti l’11 settembre. Secondo il Washington Post, la CIA ha incontrato l’inviato del leader talib Mullah Mohammed Omar, Rahmattullah Hashami, nel luglio 2001. Hashami si offrì di trattenere bin Ladin fin quando la CIA avesse potuto catturarlo ma, secondo il Village Voice, l’amministrazione Bush rifiutò l’offerta. Nello stesso mese, la CIA aveva incontrato il capo di Jamiaat-i-Islami, Qazi Hussein Ahmed.
Il governo degli Stati Uniti diede 43 milioni di dollari di aiuti ai taliban nel 2000 e 132 milioni nel 2001. Ai taliban fu detto dalla Casa Bianca di Bush di assumere una ditta di pubbliche relazioni di Washington, per far ripulire la loro immagine. L’azienda era guidata da Laila Helms, nipote dell’ex direttore della CIA e amico intimo della BCCI, Richard Helms. I rappresentanti di Big Oil erano presenti ai negoziati Bush-taliban, in cui un funzionario disse ai taliban, in una riunione dell’agosto di quell’anno, “O accettate la nostra offerta di un tappeto d’oro, o vi seppelliamo sotto un tappeto di bombe“. [16]
Anche dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, il presidente Bush omise i nomi di due organizzazioni finanziate dalla Casa dei Saud, l’International Islamic Relief Organization e la Lega Musulmana Mondiale, che finanziavano al-Qaida, da un elenco dei gruppi i cui beni sarebbero stati congelati dal Tesoro degli Stati Uniti. [17] Come l’analista dell’intelligence francese Brisard ha osservato, “La dipendenza americana dal petrolio e dal denaro sauditi rischia di minare la sicurezza nazionale in Occidente“.

Note:
[1] “War Criminals, Real and Imagined”. Gregory Elich. Covert Action Quarterly. Winter 2001. p.23
[2] “Handbook for the New War”. Evan Thomas. Newsweek. 10-8-01
[3] “The Mesmerizer”. Rod Nordland and Jeffrey Bartholet. Newsweek. 9-24-01. p.45
[4] “Terror Sweep Drives Arabs from Pakistan”. AP. Arkansas Democrat Gazette. 4-13-93. p.1
[5] “The Rise of the Taliban”. Emily MacFarquhar. US News & World Report. 3-6-95. p.64
[6] “The World Today”. BBC Radio. 9-24-96
[7] “Morning Edition”. National Public Radio. 10-2-96
[8] “The Roving Eye: Pipelineistan, Part I: The Rules of the Game”. Pepe Escobar. Asia Times Online. 1-25-02
[9] “The White House Connection: Saudi Agents and Close Bush Friends”. Maggie Mulvihill, Jonathan Wells and Jack Meyers. Boston Herald Online Edition. 12-10-01
[10] “al-Qaeda, US Oil Companies and Central Asia”. Peter Dale Scott. Nexus. May-June, 2006. p.11-15
[11] Escobar
[12] “US Ties to Saudi Elite May be Hurting War on Terrorism”. Jonathan Wells, Jack Meyers and Maggie Mulvihill. Boston Herald Online. 12-10-01
[13] Mulvihill, Wells and Meyers
[14] Bin Laden: The Forbidden Truth. Jean-Charles Brisard and Guillaume Dasquie. Paris. 2001
[15] Ibid
[16] Ibid
[17] Nordland and Bartholet. p.45

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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