La Russia e il tiro alla fune multipolare sulla ‘Jugoslavia araba’

Andrew Korybko (USA) 14 agosto 2014

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L’Egitto è il maggiore Paese del mondo arabo e di conseguenza è sempre stato uno dei pesi massimi negli affari regionali. Per quasi mezzo secolo, nel 1974-2013, il Paese fu saldamente comandato dagli Stati Uniti, ostacolandone la possibilità di crearsi una politica estera indipendente. Dalla caduta di Mursi, tuttavia, al-Sisi ha guidato il Paese sulla via della diversificazione nella politica estera, anche coltivando legami con la Russia. E’ attraverso questa ristabilita amicizia russo-egiziana che esiste una delle finestre più significative per la positiva trasformazione regionale, e la Russia può sottrarre l’Egitto alla stretta degli Stati Uniti abbracciando il mondo multipolare, dove il Paese assumerebbe il ruolo di ‘Jugoslavia araba’.

I nuovi amici sono d’argento e i vecchi d’oro
Al-Jazeera riporta che l’Unione Sovietica era “alleata” dell’Egitto governato da Nasser, dal 1956 al 1970 questo rapporto fu incarnato da legami culturali, militari ed economici, e la diga di Assuan, che fornisce metà dell’energia elettrica all’Egitto, fu costruita con l’assistenza sovietica, creando un solido monumento fisico all’amicizia storica tra i due Paesi. Nonostante ciò, il corteggiamento degli Stati Uniti di Sadat, successore di Nasser, capovolse l’equazione geopolitica regionale, trasformando l’Egitto da alleato sovietico ad ansioso Stato cliente degli USA. Essendo basata sul denaro, non era un vera alleanza ed era destinata a essere rovesciata, in un modo o nell’altro. Ironia della sorte, fu proprio la folle politica estera degli Stati Uniti che respinse l’Egitto da tale relazione politica neo-coloniale verso il sistema multipolare.

Il maggiore tradimento
L’amicizia d’argento degli USA con l’Egitto apparve nel 2011, con gli eventi della primavera araba.  In realtà, fu una rivoluzione colorata a livello di teatro, progettata da Washington per mantenere l’egemonia sulla regione. La maggior parte dei leader invecchiava ed era al potere da secoli, il che significa che erano pronti a scomparire o essere rimossi. Ciò era vero soprattutto per Mubaraq, insultato da un forte segmento della popolazione che poteva essere facilmente rinchiusa in organizzazione pubblica a lui contraria, se l’infrastruttura sociale fosse stata correttamente schierata. Gli Stati Uniti decisero di prendere l’iniziativa e avviare la trasformazione regionale da soli, per controllare il processo di transizione della leadership. Cercarono di utilizzare la transnazionale dei Fratelli musulmani come l’Unione Sovietica utilizzò il partito comunista, per portare al potere una cricca sotto il loro dominio, e questa missione richiese molto tempo per affermarsi. Il tradimento degli Stati Uniti di Mubaraq, equivalse pertanto a uno dei più rischiosi azzardi della politica estera della Guerra Fredda, e non sorprende che non sia riuscito quando il popolo d’Egitto si ribellò e rovesciò Mursi nel luglio 2013.

Sogni jugoslavi
L’anno scorso, la politica estera dell’Egitto subì colpi di scena e cambiamenti interessanti. Anche se sembrava irregolare ad un occhio inesperto, se esaminato nel contesto multipolare, si poteva vedere che l’Egitto iniziava a recuperare un elemento della precedente politica indipendente, provando a darsi un posizionamento politico nel sistema globale. Se visto dalla conclusione prevista, tale tentativo indica che al-Sisi immagina il suo Paese come la Jugoslavia del 21° secolo in Medio Oriente.

Il riallineamento russo
Operare con la potenza regionale Arabia Saudita e anche cercare di mediare un cessate il fuoco tra Israele e Palestina è una cosa, ma una volta che l’Egitto ha iniziato a contattare la Russia, grande potenza in ascesa, i suoi piani di orientamento multipolare divennero seri ed extra-regionali. Dopo tutto, sauditi, israeliani e statunitensi operavano sottobanco in Medio Oriente, quindi non c’è molta differenza tra le loro manovre di patronaggio che cercano di sfruttare posizioni vantaggiose (che, però, non possono essere sottovalutate nel caso dell’Egitto). A novembre, il ministro degli Esteri egiziano visitò Mosca, dove affermò che il suo Paese voleva ritornare a legami “dello stesso alto livello esistenti con l’Unione Sovietica”. Che un tale riorientamento intenso si verifichi o meno nella misura dichiarata, il fatto che un tale obiettivo sia stato esplicitato è estremamente simbolico. L’Egitto, come è stato rilevato precedentemente, era relativamente caduto in disgrazia presso gli Stati Uniti, dal colpo di Stato contro Morsi, quindi ciò dimostrava che Cairo imparava a manovrare nel mondo multipolare per avere assistenza da Stati non-occidentali o filo-occidentali (del Golfo). Al-Sisi fece il suo primo viaggio all’estero in Russia, dimostrandosi serio nel giocare la sua mano in tale gioco jugoslavo.

Armi agli amici:
Uno degli sviluppi più interessanti ad apparire sono Russia ed Egitto che concludono un accordo da 3 miliardi di dollari in armamenti (per lo più per la potenza aerea) che sarà finanziato da sauditi ed emirati. Ciò mostra le profondità della complessa politica dell’Egitto alleatosi agli Stati del Golfo, e alcuni analisti sospettano che agisca da tramite diplomatico tra Mosca e il Golfo. Può essere visto in tal senso che Russia ed Egitto, indipendentemente da chi paga, vogliono elevare l’amicizia ad un livello tecnico-militare superiore. La Russia vede il commercio di armi con l’Egitto come primo passo ufficiale per ricostruire l’amicizia ostacolata durante la Guerra Fredda, e l’Egitto è d’accordo su ciò.

Il giubbotto di salvataggio turistico:
I seguaci casuali della diplomazia russa in Medio Oriente, in genere non sanno che i turisti russi contribuiscono in modo significativo all’economia egiziana, e in alcuni casi anche come giubbotto di salvataggio economico durante disordini civili. Perciò, i turisti russi sono un prezioso capitale diplomatico ed economico umano, che può essere sfruttata da Mosca per aumentare ulteriormente i legami con Cairo. È un dato di fatto, si prevede che 3 milioni di turisti russi potranno visitare l’Egitto entro la fine dell’anno, continuando a mostrare il valore di questo tipo di diplomazia umana, anche se i protagonisti non sono consapevoli del grande ruolo che svolgono negli affari politici. Questo legame economico è ciò che teneva vivi i rapporti tra Russia e Egitto negli anni 2000, funzionando anche da giubbotto di salvataggio diplomatico ed infine ponendo le basi per l’interesse inter-civiltà e la cooperazione culturale futura.

Il filtro delle sanzioni:
Con le relazioni tra Russia e occidente al minimo, l’Egitto ha ora la possibilità di giocare una parte tra i tanti sanzionati dagli occidentali che possono entrare nel mercato russo. Ciò testimonierebbe impegno nella politica multipolare ignorando gli Stati Uniti. Colloqui sono già in corso per aumentare del 30% le esportazioni agricole egiziane in Russia. Il grande quadro è che le contro-sanzioni russe all’occidente abbiano lo scopo di stimolare lo sviluppo macroeconomico del Paese, allontanandosi dall’occidente e puntando ai centri di potere multipolari emergenti, con Cina, Turchia e America Latina che corrono a riempire il vuoto prodotto dall’occidente, ad esempio. L’Egitto aderendo alla corsa, invia l’ennesimo forte segnale all’occidente sull’indipendenza della propria politica estera.

Verso un’unione perfetta:
Proseguendo nella visione economica non-occidentale della Russia, l’Egitto è in trattative con l’Unione eurasiatica per creare una zona di libero scambio. Sarebbe lo schiaffo simbolico allo Zio Sam, se mai ve ne sia stato uno, soprattutto considerando i miliardi di aiuti dati al Paese, ma è improbabile che i sauditi l’accettino gentilmente, dato che il loro obiettivo a lungo termine è portare il Paese nel GCC. Indipendentemente da ciò, solo il fatto che Egitto ed Unione Eurasiatica prendano in considerazione la cooperazione, e che al-Sisi e Putin ne parlino a Mosca e pubblicamente, dimostra che vi è più di quanto si veda. Può far parte del nuovo perno jugoslavo dell’Egitto, cercando di mettere i grandi benefattori gli uni contro gli altri per maggiori vantaggi, ma è dubbio che Putin, l’uomo più potente del mondo, sprechi tempo prezioso per qualcuno o qualcosa che non costituisca un vantaggio tangibile.

Pensieri conclusivi
L’ultima visita di al-Sisi a Mosca dimostra che il rapporto egiziano-russo si sviluppa nuovamente e che Cairo gioca le sue carte multipolari. Anche se ancora ha una posizione privilegiata con i militari degli Stati Uniti e ha ricevuto 20 miliardi di dollari di aiuti dai regni del Golfo, l’Egitto si volge rapidamente verso la Russia creando un equilibrio triangolare tra questi tre attori. Se si confronta l’attuale stato di cose al 2010 di Mubaraq, gli Stati Uniti hanno chiaramente perso il monopolio dell’influenza sull’Egitto. Così al-Sisi si sforza davvero di diventare il Tito del 21° scolo, muovendosi abilmente tra Washington, Riyadh e Mosca, mettendo il suo Paese nella migliore posizione possibile. Se l’Egitto continuerà la sua trasformazione nella ‘Jugoslavia araba’, le prospettive di un mondo veramente multipolare aumenteranno sorprendentemente, e la cooperazione russa è il combustibile per accelerare questa evoluzione.

RUSSIA-EGYPT-POLITICSAndrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Al-Sisi evita lo spazio aereo turco
Hurriyet 13/8/2014

n_70406_1L’aereo del presidente egiziano Abdelfatah al-Sisi ha seguito una rotta inusuale rientrando dalla Russia, evitando di sorvolare lo spazio aereo turco, segnalava il 13 agosto il sito airporthaber.com.
Dopo l’incontro con il suo omologo Vladimir Putin a Sochi, al-Sisi era salito a bordo dell’Airbus 340-200 del governo egiziano che avrebbe dovuto volare verso Cairo. Dopo la decisione di evitare lo spazio aereo turco, il pilota ha dovuto anche evitare lo spazio aereo ucraino, per via degli scontri in corso che videro il volo MH17 delle Malaysia Airlines abbattuto sull’Ucraina orientale. Di conseguenza, l’aereo ha sorvolato Bielorussia, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Grecia, rientrando in Egitto. Come  in Ucraina, gli spazi aerei iracheno e siriano non sono considerati sicuri per via dei conflitti in corso in entrambi i Paesi. Tuttavia, si è evitato lo spazio aereo turco probabilmente per la crisi diplomatica tra Cairo e Ankara.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Al-Sisi, gli USA hanno tradito l’Egitto

Christof Lehmann (Nsnbc) 1187000Le false notizie diffuse da al-Jazeera, secondo cui polizia e militari egiziani hanno sparato ai manifestanti, si diffondono a macchia d’olio sui principali media internazionali. Nel frattempo,  violenza settaria e massacri di manifestanti, commessi dai Fratelli musulmani, vengono omessi.  Allo stesso modo vengono omessi gli assalti con granate contro stazioni di polizia e la morte di 43 poliziotti e soldati. Media occidentali e del Golfo Persico capovolgono la verità. Coprifuoco e stato d’emergenza sono imposti mentre gli islamisti minacciano ulteriori violenze armate. Il comandante militare egiziano al-Sisi sfida gli Stati Uniti, affermando che il popolo egiziano è consapevole che gli Stati Uniti hanno pugnalato alle spalle l’Egitto grazie a Morsi e i Fratelli musulmani. L’Egitto assiste alla nascita di un nuovo Nasser?
Al-Jazeera in un’altra guerra di propaganda. Dopo la Libia e la Siria, il suo nuovo obiettivo è l’Egitto. Giovedì sera il ministero della Sanità egiziano ha riferito di 578 morti e 4201 feriti nelle violenze, finora. Gli scontri sono scoppiati quando la polizia egiziana, sostenuta dai militari, ha sgomberato i campi dei manifestanti pro-Mursi di Rabia al-Adawiya e al-Nahda. Contrariamente alle false notizie di al-Jazeera e altri media del Golfo e filo-occidentali, la polizia non ha usato proiettili veri contro i manifestanti. Il governo egiziano confuta con veemenza tali affermazioni, che si sono diffuse a macchia d’olio presso i media internazionali dopo le prime falsità di al-Jazeera. La notte scorsa, Nsnbc International ha parlato con innumerevoli testimoni oculari che confermano le dichiarazioni del governo, e il fatto che membri armati della Fratellanza musulmana hanno deliberatamente preso di mira manifestanti disarmati e provocato un bagno di sangue con l’intento esplicito di suscitare violenze e la guerra civile. I testimoni oculari che hanno parlato con Nsnbc direttamente dall’Egitto, nel corso della scorsa notte, hanno corroborato i precedenti rapporti di Nsnbc Internazional.
Assalti alle stazioni di polizia, 43 morti e 211 feriti tra le forze di sicurezza. I media mainstream occidentali e del Golfo, in genere omettono o distorcono il fatto che 43 morti e 211 feriti siano  poliziotti e militari. Secondo le dichiarazioni del ministro degli Interni egiziano, Ibrahim, le proteste hanno finora provocato la morte di 43 membri delle forze di sicurezza del Paese. 18 poliziotti e 25 soldati sono stati uccisi, mentre 2011 sono stati feriti. Molti di loro gravemente. Granate sparate contro la stazione della polizia di Kerdasa. La stazione di polizia di Kerdaza a Giza è stata attaccata con lanciagranate. Due agenti della polizia sono stati uccisi durante l’attacco. Il ministro degli Interni ha detto: “Molti manifestanti hanno sparato sulle forze di sicurezza dai tetti di al-Rabaa, a Nasr City. Le forze di sicurezza hanno utilizzato esclusivamente gas lacrimogeni per disperdere le proteste“. Anche questa affermazione è stata confermata dai testimoni oculari che hanno chiamato Nsnbc International. Molti testimoni oculari hanno dichiarato che inizialmente sembrava che la polizia sparasse ai manifestanti proiettili veri dai tetti, ma una più attenta analisi ha rivelato che si trattava di gas lacrimogeni lanciati dalla polizia, anche dall’interno del ministero. Un testimone oculare ha detto che l’unica ragione che poteva avere la polizia nell’usare proiettili veri, sarebbe stato rispondere ai cecchini che sparavano contro i manifestanti che volevano andarsene.
La verità capovolta dell’informazione occidentale, del Golfo arabo e dei Fratelli musulmani. La violenza settaria e il comportamento violento e provocatorio degli islamisti aumentavano nelle ultime due settimane. Numerosi cristiani del Sinai sono stati uccisi quando le loro case sono state assaltate e date alle fiamme, e le chiese sono state vandalizzate. Testimoni oculari confermano ampiamente che i media degli emirati ed occidentali capovolgono la verità, come se la violenza sia  causata dalla dispersione dei manifestanti. A quanto pare, è accaduto l’opposto, si era reso necessario por fine alle proteste di un mese, a causa dell’incremento quotidiano delle violenze. Il ministro degli Interni ha descritto i manifestanti pro-Mursi come “una banda armata” dicendo che decine di armi sono state confiscate durante la dispersione, tra cui granate, pistole, munizioni e giubbotti antiproiettile. Ibrahim ha aggiunto che almeno sette chiese sono state date alle fiamme dagli islamisti.
Coprifuoco in 12 governatorati. Nuovi sit-in e proteste saranno dispersi in conformità con la legge egiziana. Alla domanda sui nuovi sit-in dei Fratelli Musulmani, il ministro dell’Interno ha detto che  altri assembramenti saranno dispersi in conformità con la legge. Il Primo ministro ad interim dell’Egitto, al-Beblawy, ha ribadito che il coprifuoco è stato imposto e che durerà per il prossimo mese, o fino a nuovo avviso, nei governatorati di Cairo, Giza, Alessandria, Banif Suef, Minya, Assiut, Sohag, Behira, Sud Sinai, Nord Sinai, Suez e Ismailia. Al-Beblawy ha sottolineato che chiunque violi il coprifuoco, imposto dalle 19:00 alle 06:00, sarà arrestato. Al-Beblawy difende la decisione di disperdere i manifestanti. Una decisione difficile ma necessaria. Il Primo ministro ad Interim egiziano, Hazim al-Beblawy, ha difeso l’intervento dello Stato nel por termine ai sit-in pro-Mursi, dicendo che era necessario per ripristinare la sicurezza. Mercoledì sera, al-Beblawy si era rivolto alla nazione dalla TV, in quelle che ha definito “parole dettate dal cuore” ammetteva che la decisione di disperdere i manifestanti era stata difficile. Al-Beblawy ha detto: “Come governo, rispettiamo il diritto alla protesta pacifica. Ma in tutti i Paesi del mondo, i diritti sono rispettati finché vi è il rispetto per i diritti altrui, e questo si ottiene attraverso lo Stato di diritto. Come Stato, siamo in una situazione in cui non possiamo accettare tale metodo di protesta. Inoltre, abbiamo dato la possibilità di una riconciliazione, anche con una mediazione internazionale, al fine di avere la democrazia in futuro. Ma non c’è stato alcun rispetto per il diritto di protesta pacifica. Abbiamo rispettato i sentimenti degli egiziani per il Ramadan e l’Eid, ma poi lo Stato è dovuto intervenire per ripristinare la sicurezza degli egiziani. La dispersione del sit-in doveva applicarsi”.
Al-Beblawy ha sottolineato che l’autorizzazione a disperdere le proteste era stata data molto tempo prima, ma che si era cercato di dare una chance ai negoziati. Ha anche sottolineato il crescente livello di violenza nel Paese. Infine, al-Beblawy ha elogiato il ministero degli Interni, dicendo: “Abbiamo chiesto alla polizia di trattenersi il più possibile. La prima fase è adempiuta, ma con il caos attuale lo Stato deve intervenire con procedure eccezionali“. Ritorno alla democrazia, uno Stato egiziano né religioso né militare. Per quanto riguarda il ritorno a un governo democraticamente eletto, al-Beblawy ha detto che il governo ad interim porta avanti la tabella di marcia e desidera stilare una nuoca costituzione che porti ad uno Stato che non sia né religioso né militare.
Al-Baradai si dimette e al-Sisi paragonato a Nasser. Il Vicepresidente per gli Affari Internazionali, al-Baradai, che secondo molti analisti era stato nominato per placare l’amministrazione degli Stati Uniti, si è dimesso dicendo che si sarebbe potuto ancora trovare una soluzione politica, invece di disperdere i manifestanti. Molti analisti ed esperti in affari egiziani ritengono che l’addio di al-Baradai sia dovuto al suo licenziamento da parte di al-Sisi, piuttosto che dalle sue dimissioni. Il comandante delle Forze Armate dell’Egitto, Abdel Fatah al-Sisi, è sempre più percepito come un nuovo Nasser. Al-Sisi è un nazionalista e sostiene un Egitto che supporta l’indipendenza e la giustizia sociale. Inoltre, al-Sisi è ben consapevole del fatto che il “problema dei Fratelli musulmani” in Egitto e il loro tentativo di stabilire una dittatura di fatto in Egitto, abbiano avuto piena benedizione e sostegno dagli Stati Uniti. In un’intervista con Larry Wayman, al-Sisi ha sottolineato che il popolo egiziano è consapevole del fatto che gli Stati Uniti hanno pugnalato alla schiena l’Egitto tramite i Fratelli Musulmani e Mursi. Secondo molti analisti, al-Sisi potrebbe essere, se giocasse le sue carte con saggezza, l’uomo che passando dalla carriera militare a una  politica unirebbe la nazione e la ri-orientarebbe verso una più stretta alleanza con la Russia e la Cina. In tal caso, l’Egitto potrebbe diventare il sesto membro dei BRICS e potrebbe anche evitare di divenire una pedina geopolitica dei globalisti occidentali e del FMI, che verrebbe utilizzata in avventure militari contro l’Etiopia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’imperialismo degli Stati Uniti e il colpo di Stato in Egitto

Necessità di una leadership rivoluzionaria
Mazda Majidi LiberationNews 20 luglio 2013

7629556208_93c6e37b02_zLe rivoluzione incompiuta in Egitto subisce un rapido sviluppo. Una vertiginosa serie di forze di classe è impegnata in una lotta il cui esito determinerà il destino del Paese. La rimozione ad opera dei militari di Muhammad Mursi, dopo giorni di proteste in massa per chiedergli di dimettersi dalla presidenza. Le enormi proteste, con milioni di manifestanti, erano secondo alcuni resoconti, anche più grandi di quelle che portarono al rovesciamento del cliente degli USA Hosni Mubaraq nel 2011. Il 3 luglio, il comandante in capo dell’esercito, Generale Abdul Fatah Said al-Sisi, ha rimosso dal potere Mursi e nominato Hazim al-Bablawi Primo ministro ad interim. Bablawi da allora ha formato un gabinetto che rimarrà in carica fino alle prossime elezioni. Ha promosso anche al-Sisi a primo Viceprimo ministro oltre a tenerlo al suo posto di ministro della Difesa. Tra gli altri membri degni di nota del gabinetto di Bablawi vi è Muhammad al-Baradej, ex capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che servirà con il Presidente ad interim Adly Mansur. Data la lunga storia di invasioni, occupazioni e altre forme di intervento statunitensi nella regione, ci si deve chiedere se questo sia stato un colpo di Stato ingegnerizzato. Per rispondere a questa domanda, è utile dare un ampio sguardo alle variazioni, nel corso del tempo, della forza d’influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente e Nord Africa.

Il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente e Nord Africa
Nel periodo immediatamente successivo alla caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, l’imperialismo degli Stati Uniti ha visto la sua strada al dominio globale senza ostacoli. Dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni ’70, molti Paesi ex colonizzati in tutto il mondo avevano ottenuto l’indipendenza attraverso i movimenti di liberazione nazionale, spesso con il sostegno significativo del blocco socialista. Ora, gli strateghi imperialisti statunitensi pensavano che non c’era nulla che fermasse gli Stati Uniti nel trascinare quei Paesi di nuovo nella loro sfera d’influenza. Ma la guerra in Iraq ha mostrato i limiti della potenza degli Stati Uniti, anche dopo che l’Unione Sovietica aveva cessato di esistere. Ciò che per Washington doveva essere un “gioco da ragazzi”, nell’occupazione dell’Iraq nel 2003, si trasformò in una guerra di otto anni, avendo come risultato tutto tranne che  una clamorosa vittoria degli Stati Uniti che ne evitasse la catastrofica sconfitta; gli Stati Uniti furono costretti a stringere accordi e alleanze con le forze che avevano combattuto contro la loro occupazione. E il risultato finale è stato assai diverso da ciò che l’imperialismo aveva sperato: un regime cliente simile alle monarchie del Golfo. Oggi, il governo iracheno svolge un ruolo significativo nel sostenere il governo di Assad in Siria, in opposizione ai ribelli appoggiati dagli USA. Baghdad inoltre firma grandi contratti petroliferi con la Cina, non accettando le mega-offerte di Exxon-Mobil e altri giganti del petrolio. Questo non è ciò che il governo degli Stati Uniti aveva immaginato per l’Iraq post-occupazione.
Dopo 12 anni di occupazione, la posizione degli Stati Uniti in Afghanistan non è certo quella di un vincitore sicuro che ha schiacciato la resistenza di un Paese povero e dalle risorse limitate. In Afghanistan, come in Iraq, gli Stati Uniti non sono alla ricerca di una vittoria assoluta, fuori portata, ma evitano di apparire sconfitti. Le ripetute aperture a ciò che gli Stati Uniti sperano siano gli elementi più concilianti dei taliban, sono la prova della sfida agli Stati Uniti. Le guerre in Iraq e in Afghanistan hanno ancora una volta infranto il mito che l’impero statunitense sia invincibile. E questo ha avuto ripercussioni ben oltre la regione. Anche gli Stati clienti sulla cui lealtà Washington poteva contare una volta, ora sono più disposti a percorrere una propria strada autonoma. Pur non recidendo i legami di asservimento agli Stati Uniti, alcuni di questi Stati clienti manovrano per avere influenza regionale, in competizione con altri Stati. A volte sono fuori sincrono con gli Stati Uniti, non vedendo alcuna ragione per allineare perfettamente le proprie politiche a quelle dell’imperialismo statunitense. Se gli Stati Uniti seguano la propria, oggi, è in questione, ma senza una conclusione scontata. Quindi, vediamo la Turchia, membro della NATO, disposta a scontrarsi  con Israele nel tentativo di recuperare un po’ dell’influenza perduta dai giorni dell’impero ottomano. Allo stesso modo, vediamo le monarchie reazionarie del Golfo, Arabia Saudita e Qatar, in competizione per l’influenza sull’Egitto e sull’opposizione di destra in Siria. La recente elezione di Ahmad Assi Jarba a leader del Consiglio nazionale siriano dell’opposizione, per esempio, è vista come una vittoria dell’Arabia Saudita e una sconfitta del Qatar, mentre l’Arabia Saudita e il Qatar sono entrambi clienti degli Stati Uniti. E’ in questo contesto che dobbiamo analizzare il ruolo degli Stati Uniti in Egitto. Contrariamente a quanto si è detto, non vi è alcuna indicazione che il colpo di Stato militare del 3 luglio in Egitto sia stata un’iniziativa degli Stati Uniti. Contatti telefonici segnalati tra l’alto comandante militare egiziano, Generale al-Sisi, e il segretario della Difesa Chuck Hagel, nella settimana precedente il colpo di Stato, probabilmente vedevano Sisi rassicurare Hagel di aver sotto controllo i militari, piuttosto che uno scambio di piani operativi.

Mursi e gli Stati Uniti
Non vi è alcun dubbio che, nel suo unico anno al potere da presidente, Muhammad Mursi abbia collaborato con gli Stati Uniti, giocando un ruolo chiave nel mediare una tregua tra Israele e Hamas, alla fine del 2012, quando Israele e gli Stati Uniti avevano un disperato bisogno di uscire in modo aggraziato dal conflitto, dopo la loro ultima strage di palestinesi a Gaza. Nel conflitto in Siria, Mursi e i Fratelli musulmani appoggiavano solidamente il tentativo degli Stati Uniti di rovesciare lo Stato siriano. Oltre a fare dichiarazioni come: “Il popolo e l’esercito egiziani sostengono la rivolta siriana“, il 15 giugno, Mursi ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria e chiuse l’ambasciata siriana a Cairo. Mursi aveva anche incoraggiato gli egiziani ad andare in Siria a farsi martirizzare nella lotta contro le truppe siriane.
Per quanto riguarda la politica interna, l’unico atto decisivo della Fratellanza è stato passare una costituzione fortemente osteggiata da tutte le forze laiche. La costituzione calpestava i diritti delle donne e poneva le basi per l’oppressione delle minoranze religiose, il 10 per cento della popolazione egiziana di 85 milioni, è cristiana. Lungi dal creare un consenso nell’ampia gamma di forze che ha rovesciato la dittatura di Hosni Mubaraq, i Fratelli hanno codificato le proprie politiche sociali reazionarie nella costituzione. E Mursi non ha fatto nulla per contestare o destabilizzare l’economia capitalista dell’Egitto e la morsa delle istituzioni finanziarie internazionali su di essa. Così Washington non avrebbe avuto alcun incentivo per orchestrare un colpo di Stato militare per rovesciare i Fratelli musulmani. Tutto indica che la rimozione di Mursi sia stata un’iniziativa dei militari egiziani, che hanno visto la possibilità di sfruttare la rivolta di massa contro Mursi per promuovere la propria agenda. Washington potrebbe convivere con Mursi, ma ha ovviamente problemi con i militari dell’Egitto, che ha puntellato con almeno 1,3 miliardi dollari l’anno.
Secondo tutti gli osservatori della rivoluzione egiziana, da sinistra e destra, gli Stati Uniti non possono prevedere il futuro, dato il processo dinamico della lotta di classe in atto in Egitto. Ma gli sviluppi successivi al 3 luglio sono stati promettenti per gli Stati Uniti, sebbene preoccupati dai rivoluzionari. Le speranze degli Stati Uniti, come per i generali egiziani, è che la rimozione di Mursi introduca un periodo di ristabilimento del controllo, puntando alla repressione del movimento di massa. Dato che l’esercito ha rimosso dal potere l’aderente alla Fratellanza musulmana Mursi, il 3 luglio, i suoi sostenitori hanno inscenato proteste e sit-in in molte città in tutto l’Egitto. Il 16 luglio, sette sostenitori del deposto presidente Mursi sono stati uccisi dalla polizia. Una settimana prima, il 9 luglio, 1.000 persone hanno protestato davanti alla sede della Guardia Repubblicana, e più di 50 manifestanti furono uccisi dalle forze di sicurezza. Si stima che circa 99 sostenitori della Fratellanza siano stati uccisi fino ad oggi. La Fratellanza ha invocato la rivolta contro i militari. La sanguinosa repressione militare dei sostenitori della Fratellanza deve essere fortemente condannata da tutte le forze progressiste. La repressione oggi viene rivolta direttamente contro la Fratellanza, ma la violenta repressione potrebbe espandersi a molte altre forze nei mesi a venire. Non c’è dubbio che l’esercito non vorrebbe altro che schiacciare il movimento di massa in tutte le sue manifestazioni, mandare la gente a casa e tornare ai giorni del regime di Mubaraq, anche se senza Mubaraq e con alcune riforme superficiali.

La reazione internazionale
La reazione dei vari Stati alla rimozione militare di Morsi è stata varia e confusa. Gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno espresso preoccupazione chiedendo e favorendo formalmente il rapido ritorno alla democrazia, mentre si rifiutano di parlare di colpo di Stato o di condannare la repressione. Linguaggio diplomatico a parte, sono essenzialmente favorevoli ai militari egiziani. L’Arabia Saudita e la maggior parte delle monarchie del Golfo sono altrettanto favorevoli. Il presidente siriano, Bashar Assad, è entusiasticamente favorevole al rovesciamento della Confraternita, dato l’aperto sostegno di Mursi ai ribelli siriani e al fatto che la Fratellanza della Siria è una delle principali forze che riceve sostegno occidentale (e dal Golfo arabo). Su questo tema, la Siria indipendente e uno dei finanziatori chiave dei suoi ribelli dell’opposizione, l’Arabia Saudita, hanno la stessa posizione. Diversamente dall’Arabia Saudita e altri, il Qatar, altra monarchia reazionaria del Golfo, che ha stretti legami con i Fratelli musulmani in Egitto e in Siria, ha condannato il colpo di Stato. La Turchia ha preso la posizione più forte condannando il “golpe inaccettabile”. Nelle sue dichiarazioni del 19 luglio, il Primo ministro turco Tayyip Erdogan ha rimproverato l’occidente: “Da coloro che esaltano la democrazia quando si incontrano con noi, dicendo: ‘non si deve rinunciare alla democrazia’, vogliamo vedere la spina dorsale.” Il partito Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdogan ha una storia ben distinta da quella dei Fratelli musulmani ed è priva di un’ideologia dalle aspirazioni islamiche regionali. Tuttavia, come la Fratellanza, l’AKP svolge il ruolo di classe fornendo una facciata pseudo-indipendente e religiosa ad uno Stato cliente capitalista, ma qui senza l’appoggio dei militari.

Se non è stato ideato dagli USA, cosa ha motivato il colpo di Stato?
Non è che l’esercito vuole governare direttamente. Ciò che al-Sisi e altri comandanti militari vogliono fare è incanalare le proteste di massa in una direzione sicura per il sistema. La leadership di persone come al-Baradej, l’ex capo dell’AIEA e personaggio di rilievo internazionale, è un’alternativa accettabile per i militari, come nel caso dei vari altri politici e tecnocrati “democratici”. Ma il fatto è che un politico capitalista non sarà in grado di risolvere i problemi fondamentali della società. Il debito dell’Egitto è a uno sbalorditivo 88 per cento del PIL, cioè l’88 per cento il valore di tutti i beni e servizi prodotti nel Paese in un anno. Il problema non è che Mursi ha gestito male l’economia. Il regime di Mubaraq era già profondamente in debito e l’economia già in difficoltà. Con il crollo dei ricavi del turismo e la significativa fuga di capitali nel corso degli ultimi due anni, non è una buona gestione che può risolvere i problemi della società e della classe operaia. Ci vorrà un percorso rivoluzionario, guidato dai socialisti, per risolvere le contraddizioni che la società deve affrontare. Si potrebbe iniziare ad affrontare i problemi economici rifiutandosi di pagare le istituzioni finanziarie internazionali ed espropriando il capitale a beneficio della classe operaia egiziana. E non è qualcosa che la persona “giusta” eletta alle cariche possa fare. I grandi prestiti da Arabia Saudita e altre monarchie del Golfo, non cambieranno radicalmente lo stato delle cose.
Ci sono diverse possibilità per gli sviluppi futuri. E’ possibile che la crisi della classe dominante continui. Le elezioni potranno tenersi e qualsiasi candidato capitalista venga eletto non sarà in grado di soddisfare le richieste del popolo, non importa quanto democratiche siano le elezioni e quanti diritti politici goda la popolazione. E le masse potrebbero essere di nuovo nelle piazze. Ciò, da una prospettiva rivoluzionaria, è la migliore possibilità, perché lascia aperta l’opportunità che una rivoluzione avanzi ulteriormente. Vi è anche la possibilità che l’esercito e la vecchia classe dirigente possano ristabilire il vecchio ordine e reprimere il movimento. Per esempio, se i Fratelli musulmani s’impegnano in una lunga, intensa lotta contro i militari, la guerra civile prolungata potrebbe essere possibile. Un lungo confronto con i militari da un lato e i sostenitori dei Fratelli dall’altro, potrebbe produrre una situazione in cui le persone in piazza in questo momento, saranno messe da parte. E, naturalmente, ci sono molti altri possibili sviluppi futuri, essendo la lotta di classe un processo dinamico.

Le lezioni della lotta in Egitto
I socialisti rivoluzionari, che lottano per fare della classe operaia la classe dirigente, devono sempre imparare le lezioni da ogni movimento rivoluzionario, nella vittoria e nella sconfitta. Possiamo apprendere molte lezioni dalla rivoluzione egiziana. Ma la lezione chiave è che dobbiamo sforzarci di fare in modo che il partito dell’avanguardia già esista al momento della situazione rivoluzionaria. Il partito dell’avanguardia, un partito abile e cosciente può esercitare la sua leadership, deve essersi già formato attraverso la lotta perché al momento in cui si verifica una situazione rivoluzionaria, non vi è di solito abbastanza tempo. Costruire un partito operaio rivoluzionario è il compito dei socialisti rivoluzionari non solo durante i periodi rivoluzionari, ma durante i più critici periodi non-rivoluzionari.
In Egitto, l’estrema repressione durante la dittatura di Mubaraq ha reso la formazione di un partito dell’avanguardia rivoluzionaria estremamente difficile, se non impossibile. Tuttavia, l’Egitto ora ha attraversato più di due anni di sconvolgimenti rivoluzionari, con la possibilità che questo periodo si estenda in futuro. La continuazione del periodo rivoluzionario potrebbe rendere possibile la forgiatura di un partito rivoluzionario che riunirà la lotta delle masse con il programma della classe operaia. E’ possibile che alternative rivoluzionarie possano formarsi nei ranghi inferiori dell’esercito, nei ranghi inferiori del corpo ufficiali o della truppa, o entrambi. Vi sono stati molti esempi nella storia, nessuno più rilevante del Movimento dei liberi ufficiali nell’Egitto stesso. I Liberi Ufficiali presero il potere nel 1952, avviando la rivoluzione nazionalista che divenne un faro di speranza per i popoli oppressi di tutto il mondo e che, sotto la guida di Gamal Abdel Nasser, nazionalizzò il canale di Suez. Finché le masse egiziane rimangono attive nelle piazze, le possibilità del successo rivoluzionario sono infinite.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Egitto: i Fratelli e il Grande Muto

Ahmed Bensaada Reporters, 29 dicembre 2012

Mursi-sacks-Tan8618Quando lo scorso agosto Mohamed Morsi, il primo civile eletto presidente egiziano, ha attaccato l’esercito del suo paese, i titoli dei media “mainstream” applaudirono la sua “epica” impresa e l’esplosione di titoli ditirambici fu immediata: “Il Presidente egiziano colpisce il vertice dell’esercito”, “Il presidente Mohamed Morsi sfida l’esercito”, “Il Presidente Morsi assesta un colpo contro l’esercito,” ecc. Un “esperto” ha spinto il ragionamento facendo uso di espressioni tratte da un racconto africano, confrontando Morsi a una mangusta che attacca il cobra la cui “unica possibilità di sopravvivenza è mordere il temibile mammifero prima che l’afferri alla gola.” E conclude: “E’ così che il presidente islamista Mohamed Morsi affronta l’esercito” [1]: la vittoria straordinaria del Presidente-mangusta sul formidabile esercito-cobra, conferma l’onnipotenza della fratellanza dei Fratelli Musulmani (da cui proviene Morsi) e prova l’inesorabile marcia verso la democrazia, eliminando tutto ciò che trova nel suo percorso.

Morsi e lo SCAF
E’ vero che il presidente Morsi è stato (apparentemente) in grado di “spingere” alla pensione il maresciallo Hussein Tantawi (77 anni), immobile ministro della difesa per venti anni, e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il generale Sami Anan (64), il numero due del Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF),  compito non facile. Per dare sostanza all’atto, questa decisione presidenziale è stata anche accompagnata da voci di arresti domiciliari per i due nuovi “pensionati”, ma sono state subito smentite. Tuttavia, questi media sono stati meno verbosi circa il fatto che il nuovo rais non solo ha deciso di nominarli entrambi “consiglieri del Capo dello Stato”, ma li ha decorati due giorni dopo il loro cosiddetto licenziamento. Si noti, per inciso, che la cerimonia della decorazione è stata trasmessa dalla televisione nazionale, sottolineando l’importanza dell’evento.
Abbiamo visto un presidente profondersi in ringraziamenti verso Tantawi: “Data la vostra fedeltà e il vostro amore per la nazione, questo è un gesto di gratitudine del popolo d’Egitto, e non solo del suo presidente, verso un uomo che è stato fedele al suo popolo e al suo Paese. Dio vi doni il successo!“[2]. Il maresciallo ha ricevuto la “Collana del Nilo”, la più alta onorificenza del paese, mentre al generale è stata assegnata la “Medaglia della Repubblica.” Il maresciallo Hussein Tantawi è stato sostituito da Abdel Fattah al-Sissi, capo dell’intelligence militare. Questo generale si è fatto conoscere, nell’era post-Mubaraq, giustificando i “famosi” test di verginità cui i militari sottoposero le manifestanti egiziane. [3]
Anche se alcuni osservatori hanno interpretato la cerimonia della decorazione come il desiderio di Morsi di risparmiare l’esercito, sembra piuttosto che la decisione delle “dimissioni” sia stata presa in accordo con militari e lo SCAF [4]. Soprattutto, come sembra secondo fonti informate, che il generale Anan “goda di ottimi rapporti con i Fratelli musulmani” [5], come ci renderemo conto in seguito.

Morsi e le commemorazioni storiche
Ma il presidente Morsi non solo ha adempiuto alla cerimonia. Infatti, meno di due mesi dopo questo evento, ha approfittato della ricorrenza della “guerra dell’ottobre 1973″ per decorare, postumo, l’ex presidente Anwar Sadat. Una distinzione assegnata allo stesso maresciallo Tantawi è stata data al figlio del presidente. Ironia della sorte, è in questa stessa cerimonia che, 31 anni fa, quasi nello stesso giorno, venne assassinato Sadat da soldati appartenenti al movimento della Jihad islamica egiziana, fondata da ex membri dei Fratelli Musulmani. Tentando una spiegazione di questo gesto altamente politico, il quotidiano libanese “al-Safir” dice che l’azione del presidente islamista “illumina il rapporto interessante nato negli anni ’70 del secolo scorso, tra Sadat e i vertici islamisti, tra i più fondamentalisti, di cui liberò molti dei membri dalle carceri di Nasser, e che utilizzò in un modo o nell’altro per indebolire i suoi avversari politici nasseriani, i gruppi nazionalisti e di sinistra, ed altri, prima che gli islamici non gli si rivoltassero contro, fino al suo assassinio sul palco per la commemorazione della guerra di ottobre“[6]. Alcuni teorici della “mangusta” hanno avanzato la spiegazione che “mettendo da parte” i due alti ufficiali, il presidente Morsi porrebbe fine alla “generazione del 1973″, per far posto a militari più giovani. [7] Con la decorazione postuma di Sadat, il ciclo si sarebbe chiuso.
Va da sé che questa improvvisa frenesia del presidente nell’assegnare decorazioni militari, che non dimentichiamolo è un civile, è molto curiosa, soprattutto se si tiene conto del breve periodo trascorso dalla sua ascesa alla presidenza e il tormentato rapporto tra la Fratellanza e l’esercito egiziano negli ultimi decenni. Ma cosa più interessante in questo caso è che alcune persone che hanno segnato indelebilmente la storia dell’Egitto moderno, sono state deliberatamente oscurate dal presidente Morsi. A questo proposito, alcuni osservatori hanno notato che all’innegabile leader storico, il compianto Presidente Jamal Abdel Nasser, non è stato decorato (postumo) durante le celebrazioni del 60° anniversario della “rivoluzione del 23 luglio 1952.” Peggio ancora, il presidente dei Fratelli Musulmani ha semplicemente svolto un discorso televisivo in cui ha criticato in modo implicito ed esplicito Nasser. [8] Commentando quell’epoca, Neveen Ahmed ha scritto: “Nessuno può negare che questo periodo sia molto doloroso, nella mente di molti dei Fratelli musulmani, per le detenzioni e le torture nelle carceri. Vi è quindi una storica ostilità tra i fratelli e l’era di Nasser“. [9]
Con questa verità lapalissiana, possiamo solo chiederci, assieme ai sempre (più numerosi) critici del nuovo rais, se Morsi sia il presidente di tutti gli egiziani o solo dei Fratelli musulmani, come suggerito dalla sua selettiva memoria storica. Certo, Nasser è considerato dalla confraternita come il “distruttore” dell’islamismo, ma non è questo aspetto della politica nasseriana che giustifica tale “amnesia” selettiva. Infatti, è ben noto che sia l’esercito egiziano che il governo islamista al potere sono alleati del governo degli Stati Uniti. Il primo riceve una rendita generosa, mentre il secondo gode di un innegabile sostegno politico “post-primavera”. Piuttosto, Nasser e gli Stati Uniti si vedevano come nemici. Per illustrarlo, la cosa che potrebbe essere più eloquente è la famosa affermazione di Nasser: “Se vedete che gli Stati Uniti si compiacciono di me, allora saprete che sono sulla strada sbagliata“.
Se si crede a Bernard Lugan, l’esercito egiziano sarebbe diviso in tre gruppi distinti: “uno stato maggiore composto da vecchi sodali di Washington, una fazione islamista difficilmente quantificabile, e una maggioranza composta da ufficiali e sottufficiali nazionalisti che hanno per modello Nasser“. [10] In questo caso, tenendo conto del fatto che per una frangia significativa della popolazione e di intellettuali egiziani, Nasser non è solo il figlio prediletto dell’Egitto, ma anche un eroe del pan-arabismo, va da sé che Morsi corre il rischio di alienarsi una parte dell’esercito e dell’opinione pubblica, se non è in grado di migliorare la propria immagine di “presidente dei Fratelli.”

Morsi e lo Sceicco Cieco
Durante il suo discorso simbolico a Piazza Tahrir, pochi giorni dopo la sua elezione alla più alta carica dello Stato, Morsi fece una dichiarazione sottaciuta dalla stampa internazionale, ma che non passò inosservata negli Stati Uniti. Ha strombazzato ad alta voce: “Io farò tutto il possibile per la liberazione dei [...] prigionieri, tra cui lo sceicco Omar Abdel-Rahman” condannato nel 1995 all’ergastolo dai tribunali degli Stati Uniti per aver ideato l’attacco contro obiettivi a New York e l’assassinio dell’ex presidente Hosni Mubaraq. [11] Ma chi è questo sceicco di cui Morsi ha sentito l’obbligo  di citare in uno dei suoi primi discorsi presidenziali, come se si trattasse di una questione cruciale per il paese? In realtà, lo sceicco Omar Abdel-Rahman, noto come lo “Sceicco Cieco”, a causa della sua cecità contratta durante l’infanzia, è il leader spirituale della Jamaa al-Islamiya, organizzazione islamista egiziana che ha recuperato i resti della Jihad islamica egiziana ed è stata responsabile di diversi attacchi terroristici in Egitto e negli Stati Uniti. Condannato per il primo attacco contro il World Trade Center nel 1993, lo sceicco Abdel-Rahman sta attualmente scontando la pena negli Stati Uniti. [12]
La richiesta della “liberazione” dello sceicco da parte del neoeletto presidente, ha fatto arrabbiare molti politici statunitensi, come è possibile comprendere leggendo queste reazioni. Il senatore Charles Schumer ha dichiarato che “le offensive dichiarazioni del presidente Morsi sono un insulto alla memoria delle vittime dell’attentato al World Trade Center“, e lo sceicco Abdel-Rahman è “un terrorista che aveva pianificato l’assassinio di americani innocenti, non vi preoccupate, rimarrà al suo posto, in carcere per il resto della sua vita.” La senatrice Kirsten Gillibrand ha, nel frattempo, descritto la dichiarazione di Morsi “non solo scandalosa, ma che rappresenta una fonte di profonda preoccupazione per il rispetto di Mohammed Morsi per lo Stato di diritto e la democrazia“. [13]
Va notato che nel 2006, Ayman al-Zawahiri, da tempo numero due di al-Qaida, ed egli stesso ex-membro di spicco della Jihad islamica egiziana, aveva annunciato la fusione della Jamaa al-Islamiya con al-Qaida. [14] Uno dei motivi avanzati per  tale alleanza, era proprio l’incarcerazione dello sceicco Abdel-Rahman. Elemento interessante in questa storia: lo sceicco è stato incarcerato in seguito all’assassinio del presidente Sadat, accusato di aver emesso una fatwa che ne autorizza l’abbattimento [15] e per avere istigato l’attentato. A causa di mancanze di prove, lo sceicco è stato successivamente rilasciato ma deportato.
Così, è facile vedere l’ambivalenza politica del presidente Morsi: è in grado di decorare postumo un presidente assassinato e chiedere il rilascio della persona su cui pesa il grave sospetto di essere il mandante. Questo caso illustra il doppio gioco di Morsi: vuole essere “il presidente di tutti” onorando i suoi predecessori, ma non dimentica i suoi “compagni” islamisti, la prova della sua lealtà alla confraternita e alla sua “Mourchid” (guida suprema dei Fratelli musulmani).

Un matrimonio molto speciale
Il 31 agosto 2012, poco più di due settimane dopo il “pensionamento obbligatorio” del maresciallo Tantawi e del generale Sami Anan, l’hotel a cinque stelle “al-Masah” di Cairo ha ospitato un matrimonio elegante. L’eccitazione che ha colto l’edificio, di proprietà delle forze armate egiziane, era al culmine per la notorietà degli sposi, ma soprattutto di quella degli ospiti. Quel giorno, Mohamed Mamdouh Shahin convolava a nozze con Ithar Kamal al-Katatni. La coppia felice è formata dal figlio del generale Mamdouh Shahin, membro influente del SCAF e assistente del ministro della difesa responsabile per le questioni giuridiche e costituzionali. La bella moglie di 25 anni, è la figlia dell’ingegnere Kamal al-Katatni parente di Saad al-Katatni, ex presidente della disciolta Assemblea del popolo egiziano, membro del Consiglio direttivo della Fratellanza musulmana e attuale presidente del Partito per la Libertà e la Giustizia (la vetrina politica della Fratelli musulmani).
Ma al di là della vita mondana, il matrimonio tra i figli di un alto militare e di un membro della famiglia di un anziano islamista dei Fratelli musulmani, ha fatto i titoli dei giornali. In primo luogo, la presenza del generale Sami Anan seduto accanto a Saad al-Katatni non poteva passare inosservata. La prima apparizione pubblica del generale “licenziato” ha posto fine alle voci sui suoi arresti domiciliari. Anzi, Sami Anan era arrivato con la stessa auto di servizio che aveva durante lo svolgimento delle sue funzioni, ed era protetto da guardie del corpo. D’altra parte, il quotidiano “al-Youm al-Sabii” ha riferito che alla fine della cerimonia nuziale, il “generale Sami Anan era entrato in una sala VIP con il dottor Saad al-Katatni, e la porta della stanza si era chiusa dietro di loro“. [16] Lo stesso giornale ha pubblicato numerose fotografie dell’evento, tra cui personaggi che è difficile immaginare insieme: il Mufti della repubblica, personalità salafite, sufi o dei Fratelli musulmani, ex ministri, uomini d’affari, ecc. Questo gruppo eterogeneo mostrava come l’esercito e gli islamisti possano vivere in “perfetta armonia” e indicava come Sami Anan coltivi buoni rapporti con i Fratelli musulmani, come accennato in precedenza. Il suo pensionamento e quello del suo superiore, da parte del presidente islamista Morsi, non può essere interpretato come un “licenziamento”, ma piuttosto come un accordo tra le due istituzioni più grandi sulla scena egiziana: l’esercito egiziano e la fratellanza.

L’esercito soccorre Morsi
Contrariamente a ciò che dicono oggi, gli islamisti non sono “rivoluzionari” della prima ora. Erano molto scettici, all’inizio delle rivolte contro Mubaraq, e si sono uniti al movimento di protesta molto tardi. Inoltre, pochi mesi dopo la caduta del presidente deposto, hanno reso pubblico il loro desiderio di dividersi dal movimento pro-democrazia, nato in piazza Tahrir. Commentando questo periodo, il professor Stéphane Lacroix scrive: “Siaono stati alleati o no durante la rivoluzione, i giovani rivoluzionari e i Fratelli hanno rapidamente scelto percorsi diversi. I Fratelli prendono le distanze dalla piazza, preferendo investire nel gioco politico delle istituzioni. Fanno finta di mostrare la loro fiducia nel processo di “transizione” guidato dal Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF), con la quale, riprendendo le abitudini dell’era Mubaraq, non esitano a negoziare dietro le quinte“. [17] Da allora, i fratelli vengono regolarmente accusati di collusione con i militari. Già nel luglio 2011 (un anno prima del pensionamento dei due anziani membri del SCAF), Mohammed Badie, Mourchid dei Fratelli musulmani, mostrava il cammino ai membri della sua fratellanza. Dopo gli incidenti di piazza Abbassiya, che fecero quasi 300 feriti nelle file dei manifestanti pro-democrazia che volevano marciare sul Ministero della Difesa, ha detto: “Noi difenderemo sempre l’esercito e l’esercito ci difenderà” [18].
Con la promulgazione del decreto del 22 novembre 2012, Morsi si è dato dei poteri definiti “faraonici” dai suoi oppositori. Sono seguite battaglie campali tra gli islamisti e l’opposizione liberale che hanno lasciato sette morti e centinaia di feriti. I carri armati sono ricomparsi per le strade di Cairo e Morsi ha ordinato all’esercito di proteggere il paese. Gli ha dato il diritto di arrestare i civili, potere molto criticato dai “rivoluzionari” durante la transizione post-Mubaraq. Quindi, l’esercito è di nuovo sulla ribalta politica del paese, proteggendo gli islamisti su loro richiesta, come previsto più di un anno prima dal Mourchid, e per impedire al paese di scadere nel caos. Il Fronte di salvezza nazionale (NSF), è la principale coalizione dei movimenti di opposizione di sinistra, laici e liberali mobilitati contro l’autocratico presidente Morsi. La coalizione è fortemente contraria alla volontà del governo di forzare la riscrittura della costituzione, accelerata dagli islamisti, e d’indire assai rapidamente un referendum costituzionale. In considerazione della pericolosa polarizzazione della società egiziana, l’esercito egiziano ha chiesto al governo islamista e all’opposizione di dialogare. Il portavoce delle forze armate ha affermato che, senza dei colloqui, l’Egitto prenderà “un sentiero oscuro, che porterebbe a un disastro“, cosa che l’esercito “non può permettere“. [19]
Pertanto, contrariamente a quanto è stato trasmesso dai media “mainstream”, al momento dell’apparente “spiazzamento” di Tantawi e Anan, le forze militari del paese mostrano unilateralmente come l’esercito non sia sottoposto a un potere e rimanga al timone del paese. Anche se l’incontro tra le due parti infine non ha avuto luogo, si deve rilevare che l’esercito non ha abbandonato l’idea del vertice se non dopo essersi assicurato che il NSF abbia richiesto ai suoi di partecipazione al referendum costituzionale, riducendo notevolmente la tensione politica nel paese. In ultima analisi, tutto indica che l’esercito ha scelto di cooperare con il gruppo politico del paesaggio politico dell’Egitto più forte e più organizzato, vale a dire i Fratelli musulmani. Questa opzione è stata probabilmente “incoraggiata e consigliata” dal governo degli Stati Uniti [20], che ha stretti rapporti con entrambe le parti da decenni. Pertanto, la decisione di mandare in pensione il maresciallo Tantawi e il generale Anan sembra essere stata presa di comune accordo e consensualmente con l’esercito dal governo islamico Morsi. Secondo l’opposizione, la collusione tra le due istituzioni si riflette nell’articolo 197 della nuova costituzione del paese, in cui il bilancio militare non viene realmente posto sotto controllo, potendo così continuare a proteggere i privilegi goduti dall’esercito sotto Mubaraq. [21]
Il 22 dicembre, il giorno della seconda fase del referendum sulla costituzione, Anne Patterson, l’ambasciatrice statunitense a Cairo, ha visitato un certo numero di seggi elettorali nella capitale egiziana. Vedendo la diplomatica, gli elettori hanno iniziato a cantare “Islamiya, Islamiya” (islamico, islamico) [22], vedendo nella visita della signora Patterson un’interferenza degli Stati Uniti negli affari interni del loro paese. Questa animosità popolare ha costretto l’ambasciatrice a rientrare e ad evitare certi uffici “inospitali”. Un aneddoto che mostra come la diffidenza del “piccolo popolo” contro l’onnipresenza statunitense in Egitto (prima e dopo la caduta di Mubaraq), sia in netto contrasto con la qualità delle relazioni tra l’esercito egiziano e i Fratelli musulmani con l’amministrazione statunitense.
Nella mitologia dell’antico Egitto, il dio “Ra” si trasforma in un’enorme “ichneumon” (mangusta) per combattere “Apophis” (serpente gigante che personifica il male). In Egitto, oggi, la mangusta e il cobra più probabilmente danzano insieme al suono del flauto suonato da un incantatore dotato di grande destrezza. Ma gli spettatori non sembrano apprezzare la musica.

Ahmed Bensaada Montreal, 25 dicembre 2012
Questo articolo è stato pubblicato 29 dicembre 2012 dalle quotidiano algerino Reporters

Riferimenti
1 – Christophe Ayad, «Le président égyptien frappe l’armée à la tête», Le Monde, 13 agosto 2012
2 – AFP, «En Égypte, Mohamed Morsi décore les généraux qu’il a limogés», Le Monde, 14 agosto 2012
3 – AFP, «Un général égyptien justifie les “tests de virginité” sur des manifestantes», Le Point.fr, 26 giugno 2011
4 – Karim Kebir, «Morsi écarte l’armée du pouvoir», Liberté, 13 agosto 2012
5 – Maghreb Intelligence, «Le général Anan, au chevet de l’Égypte», 3 agosto 2012
6 – Essafir, «Morsi décore Sadate!», 4 ottobre 2012
7 – Alain Gresh, « Égypte, de la dictature militaire à la dictature religieuse?», Le Monde diplomatique, novembre 2012
8 – Essafir, Op.Cit.
9 – Névine Ahmed, «Entre Nasser et Morsi, des jeunes si semblables…si différents!», Le Progrès Égyptien, 24 luglio 2012
10 – Bernard Lugan, «Irak, Libye, Syrie, Égypte et demain Iran. La stratégie du chaos», Metamag, 14 dicembre 2012
11 – AFP, «Morsi promet d’agir pour faire libérer Omar Abdel-Rahman aux États-Unis», Romandie.com
12 – David D. Kirkpatrick, «Egypt’s New Leader Takes Oath, Promising to Work for Release of Jailed Terrorist», The New York Times, 29 giugno 2012
13 – Jonathan Dienst, «Area Pols Condemn Egypt’s Next President for Supporting ’93 WTC Terrorist», NBC New York, 29 giugno 2012
14 – Andrew Cochran, «New Al Qaeda Tape Announces “Merger” With Egyptian Islamic Group, a.k.a. Gamaa Islamiya», Counter Terrorism Blog, 5 agosto 2006
15 – Christophe Ayad, «Géopolitique de l’Égypte», Editions Complexe, Bruxelles, 2002, pp. 143
16 – Mohamed Ahmed Tantaoui, «En photos: Le général Anan assiste au mariage du fils du général Mamdouh Chahine et rencontre l’ancien chef de l’assemblée du peuple Saad el-Katatni», El-Youm el-Sabii, 31 août 2012
17 – Stéphane Lacroix, «L’Égypte, l’armée et les Frères», Le Monde, 25 juin 2012
18 – Alexandre Buccianti, «Égypte: les Frères musulmans confirment leur rapprochement avec l’armée contre les révolutionnaires», RFI, 25 luglio 2011
19 – AFP, «L’armée égyptienne somme pouvoir et opposition de dialoguer», Libération, 8 dicembre 2012
20 – Jacques Chastaing, «Égypte: la révolution et les islamistes», Culture & Révolution, 28 settembre 2012
21 – R.B., «Égypte: pourquoi le projet de Constitution inquiète» Le Parisien.fr. 23 dicembre 2012
22 – Bahjat Abou Deif, «Les électeurs scandent contre l’ambassadrice américaine “islamique … islamique”», El-Youm el-Sabii, 22 dicembre 2012

Copyright © 2013 Reporters

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La rivoluzione libica e il processo di trasformazione sociale

J. Posadas QIP 20 aprile 1981

I problemi evidenziati dal processo in corso in Libia sono tra i più grandi della storia della lotta per il progresso umano. Il processo libico è una forma di espressione di processi globali. La Libia dimostra che i rapporti di forza globali, in fase di sviluppo, permettono a un paese molto indietro sotto ogni aspetto, di fare un balzo in avanti di diversi secoli. La Libia sta emergendo da una quasi totale mancanza di attività sportive, culturali, o scientifiche – prima della rivoluzione 1969 – per fare quello che fa ora.
La Libia non ha avuto la forza di farlo da sola. Dipendeva dal sistema capitalistico mondiale e non ha avuto la forza sociale – vale a dire, partiti e sindacati – per realizzare questo processo di trasformazione. In Libia c’era una oligarchia che si basa sull’esercito per governare il paese. I suoi legami con l’imperialismo inglese, italiano, e in misura minore francese, gli diede la forza di cui aveva bisogno per dominare. Questa oligarchia aveva un esercito per questo scopo. Non era stato incaricato di combattere una guerra contro i paesi vicini, ma contro il popolo. Non c’era alcuna tradizione di partito, sindacali, di idee, non vi erano praticamente libri e l’analfabetismo era quasi totale. Le donne non avevano diritti, nemmeno all’interno della famiglia e i mariti potevano avere fino a sette donne prima che Gheddafi andasse al potere.
Il progresso della Libia è stato possibile grazie al rapporto globale di forze, all’influenza dell’Unione Sovietica e di altri stati operai in Medio Oriente, soprattutto nel settore dei militari libici. Questa squadra ha fatto un colpo di stato militare e ha portato il paese verso posizioni nazionaliste. All’inizio della rivoluzione non  aveva ancora una direzione formata. Ci fu una lotta che durò diversi anni prima di arrivare a formare una direzione più omogenea sul piano programmatico, che cerca di sviluppare il paese utilizzando il petrolio – base dell’economia – per il progresso del paese.
Hanno fatto tutto ciò in alleanza con gli Stati operai, anche se non c’erano accordi firmati. L’alleanza era nel fatto che gli Stati operai, con la sola loro esistenza e presenza, ha dato la garanzia e la sicurezza di permettere alla Libia di fare ciò che ha fatto, perché l’imperialismo non aveva né la forza né la capacità di intervenire contro la rivoluzione libica.
La Libia è un paese arretrato, che ha fatto irruzione nella storia facendo un enorme balzo in avanti, grazie alla presenza degli stati operai. Nessuno storico analizza il processo della Libia in questo modo. Dicono che i soldati che hanno fatto il golpe, erano “uomini di valore.” Tutto questo è vero. Ma questo processo non dipende dal coraggio dei militari, ma dalle opportunità storiche e sociali, e questo non accade con il coraggio. Dipende dal rapporto delle forze sociali, non militari. Il rapporto delle forze sociali, cioè da idee, esperienza, capacità, necessità del progresso nella storia.
Prima, gli yankees non dicevano: “Noi romperemo le relazioni“, ma spezzavano il paese che insorgeva contro di essi, schiacciandolo sotto le bombe. Ora possono solo dire a Gheddafi: “Fuori di qui, ti darò cinque giorni di tempo per andartene!”(Riferimento alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Libia e Stati Uniti.). Si dice che Gheddafi abbia risposto a Reagan: “Non ci impressionate, siamo abituati ai pagliacci!“.
L’imperialismo dimostra tutta la sua impotenza contro la Libia. Ha rotto le relazioni diplomatiche con esso, per spingere gli altri paesi a non avere rapporti con la Libia, per intimidirli. Questo è il significato di questa rottura. Il risultato fu l’opposto di quello che si proponevano gli Stati Uniti, che volevano mostrarsi forti: i popoli lo vedono debole, incapace di agire contro i libici, non essendo in grado di dire a Gheddafi che: “Terrorista, vattene!
Il processo della Libia ha un significato più ampio di quello che gli yankees credono o concepiscono. Ciò significa che ogni piccolo paese vede nell’Unione Sovietica il centro di supporto di qualsiasi progresso, e quindi ne cercano il sostegno. La Libia non è un paese povero che ha bisogno di assistenza economica. Questo è uno dei paesi più ricchi del mondo in proporzione ai suoi abitanti. Ha un0immensa ricchezza e una bassa densità di popolazione. Ma la Libia sta utilizzando queste risorse per il progresso. I popoli vedono questo e dicono (a tutti coloro che criticano o denigrano la Libia), “Che Gheddafi sia tutto quello che volete, ma questo paese sta crescendo e il popolo ha lavoro, casa, di che mangiare. Hanno tutto, mentre prima non avevano nulla!”. Prima cera il re Idris, un degenerato, con un centinaio di mogli. Oggi, la Libia esiste e cresce grazie all’esistenza obiettiva dell’Unione Sovietica e perché cerca l’appoggio dell’URSS. L’Egitto, che ha rotto con l’Unione Sovietica e che cerca il sostegno degli yankees, arretra ed è guidata da una piccola cricca. L’Egitto scoppierà. É una questione di tempo! Non c’è un paese al mondo, dopo aver sperimentato un significativo passo in avanti, che sia ritornato al suo punto di partenza. Non ce n’è uno solo, neanche il Cile di Pinochet, o il Brasile di Castelo Branco (dopo il golpe del 1964).
Tra i progressi della rivoluzione in Libia, dobbiamo sottolineare la liberazione, anche se incompleta, della donna. Hanno iniziato a incorporare le donne nell’ambito della normale attività del paese. Non c’era niente di simile prima d’ora! Le donne hanno rimosso il velo, studiano, lavorano, possono camminare da sole per strada, mentre prima non potevano farlo. Possono partecipare alle attività economiche e di lavoro. Sole! E’ una rivoluzione nel mondo musulmano e non è Mohammed che lo ha fatto!
L’esempio del processo di liberazione della Libia è una dimostrazione dell’importanza delle relazioni di forza globali. L’imperialismo non è stato in grado di impedire questo processo. Voleva evitarlo, ma non ha trovato né i mezzi né la forza, e questo è dovuto all’esistenza  dell’URSS. I libici trovano la forza nella loro decisione, ma si basano allo stesso tempo su questo rapporto di forze globali che ha fatto si che, anche senza l’intervento o il sostegno diretto degli stati operai, la rivoluzione libica e tutte le altre rivoluzioni in Medio Oriente, si siano sviluppate. L’esistenza degli stati operai è la tutela del progresso della storia. È la vera base di ogni progresso della Libia.
Il programma di Gheddafi e il gruppo dirigente è stato ampliato e cresciuto nel corso della rivoluzione. Inizialmente, il programma non era chiaro, anche se conteneva anche considerazioni generali che si applicano a espropri e nazionalizzazioni. Questo programma è stato fatto e rifatto lungo la strada. Il punto di partenza era molto semplice: abolire la monarchia, espellere l’imperialismo e sviluppare il paese. Ci fu una lotta in quella direzione, ma non c’era una decisione programmatica. Tuttavia pochi mesi dopo l’acquisizione del potere del gruppo di Gheddafi, il programma è stato esposto e approfondito, sino all’adozione di alcune forme degli stati operai. Così la Libia è diventata uno stato rivoluzionario. Esistono tutte le condizioni per diventare uno stato operaio. Tutto è nazionalizzato! Non ci sono più importanti proprietà private, ciò che rimane nell’artigianato e nel commercio è ridotto. Il petrolio, la ricchezza principale, e gli altri minerali, sono nelle mani dello Stato. La leadership libica ha basato la sua programmazione economica e sociale sull’esperienza degli stati operai: questo è il vero cammino del progresso di tutti i paesi in Africa, Asia e America Latina.
L’Unione Sovietica non è un modello, ma un programma. Per uscire dalla penuria e svilupparsi è necessario nazionalizzare, pianificare l’economia e fare intervenire le masse. I libici l’hanno tuttavia fatto in modo limitato. Non hanno ancora un programma marxista, ma le basi esistono perché nasca in pochi anni, la necessità di averne uno coerente e quindi basato sul marxismo. La coerenza significa che la produzione deve essere pianificata e, per questo, nazionalizzata. Per programmare la produzione, c’è bisogno di una direzione che abbia comprensione di questo processo.
Bisogna considerare che questo progresso della Libia, anche se importante, riflette una limitazione della comprensione storica e politica della leadership politica e militare. Si deve ricordare che questa è una direzione di origine musulmana, limitata dalla sua concezione religiosa, sociale e umana. Lo stato operaio ha direttamente influenzato questa direzione. Libia mostra la via da seguire per l’Iran. In Libia, non hanno deciso come musulmani, ma come esseri umani. Sono convinto che tutto ciò che Maometto ha fatto era buono. Lo stesso Maometto ha detto: “Sì, questo è un bene!” Questo rapporto è il risultato del rapporto delle forze globali, e questo è un esempio per tutti i paesi arabi, così come per gli altri paesi musulmani (ad esempio, Afghanistan).
Né Mohammed né la concezione musulmana determinano il progresso della storia. Ciò che lo determina questa, è il programma, la politica e l’intervento della popolazione, sulla base del concetto scientifico di sviluppo della storia qual’è il marxismo. I libici non si dichiarano marxisti, ma non sono anti-marxisti, e tutto quello che hanno fatto corrisponde al marxismo. Non hanno fatto alcun attacco diretto contro il marxismo. Stabiliscono dei limiti al loro rapporto con il marxismo, ma non lo rifiutano.
Questo processo è fondamentale per il mondo islamico. Dimostra che è soprattutto necessario per il progresso della storia, dell’uomo, della società, risolvere il problema dello sviluppo economico.  Cosa fare della società? Cosa farne dello stato capitalista? La Libia mostra a tutti gli altri paesi arabi che ha compiuto un enorme passo avanti, seguendo lo stesso percorso dell’Unione Sovietica. Le masse arabe capiscono. Non possono dirlo, ma capiscono. Vedono che la Libia era nulla prima della rivoluzione, e ora il capitalismo ne ha una paura tremenda. Ha paura di “quel pazzo di Gheddafi” (come lo chiama). Teme che Gheddafi dica alle masse arabe: “Tutti devono fare quello che abbiamo fatto. Qui non ci sono i proprietari che affittano le loro case. Ognuno ha la sua casa, va a scuola, ha il lavoro, ha abbastanza da mangiare.” Prima, la gente non aveva niente! Ora, le donne stesse possono progredire.
Si tratta di un inizio dello sviluppo della necessità storica. La base di questo sviluppo è marxista.  Non hanno un programma marxista, ma la base del loro sviluppo è marxista. Quello che sta accadendo in Libia è un’esperienza fondamentale per tutti i paesi arabi. Si tratta di una conclusione che non è imposta dalla concezione musulmana, ma dalla necessità sociale, dall’esempio sociale, da parte dell’Unione Sovietica, di Cuba, Etiopia, Vietnam. Tutti i paesi come la Libia guardano verso Cuba, Algeria, Angola, Mozambico. Questo processo dimostra la tendenza della storia all’unificazione del progresso di tutti i paesi secondo le stesse linee dell’Unione Sovietica. Non solo la struttura economica e sociale, ma anche la risoluzione storica dell’Unione Sovietica, stimolano tutti questi piccoli paesi.
Tuttavia, dobbiamo anche considerare i limiti dello sviluppo della Libia, per mancanza di una direzione coerente. Si può fare molto di più. Non vanno più lontano ulteriormente a causa della limitazione di questa direzione. Ma la Libia dimostra, ancora una volta, che il mondo arabo non è chiuso al progresso marxista della storia. Non è assolutamente chiuso!
L’Etiopia è un altro esempio. Questo paese era ancora più arretrato della Libia e ha adottato il programma marxista per svilupparsi. Tutti i paesi arabi, le masse arabe, vedono questo processo. Non rimangono al Corano. Vedono e assimilano l’esperienza che si sviluppa in questi paesi che hanno iniziato un processo di trasformazione. Il progresso della società in Libia è più importante del carattere islamico che sussiste ancora.
In questo processo, una direzione è necessaria, come l’intervento degli Stati operai, per portare il Paese avanti. La debolezza dei partiti comunisti, la loro mancanza di decisione politica, di programma, capacità di leadership, non ha permesso di avere una maggiore influenza sui paesi arabi. La Libia non è il più piccolo di questi paesi, ma è stato uno di quelli più deboli. E’ stata dominata da una cricca di sceicchi, che aveva un profondo disprezzo per la vita umana.
L’attuale processo della Libia è uno degli aspetti del processo globale. Anche se importante, è ancora limitato. Si può fare molto di più! Un conflitto sta maturando all’interno del gruppo dirigente. Non è ancora esploso, ma ci sono differenze tra i diversi settori che non hanno la stessa capacità o lo stesso programma. Alcuni sono più a sinistra, più consapevoli, meno  musulmani e più vicini all’Unione Sovietica di altri. Ma per ora, c’è un accordo tra le diverse tendenze.
Il capitalismo esprime la sua mancanza di cultura nei suoi scritti sulla Libia. È costretto a riconoscere i progressi compiuti da questo paese, ma lo fa sembrare come dominato dall’oscurantismo religioso, minimizza gli aspetti progressivi come il fatto che ognuno abbia una casa, non ci sia la disoccupazione, né fame e povertà, che la parte essenziale dell’economia sia nazionalizzata, che la donna non porti più il velo. Nella società araba, in particolare in Libia, la donna era un oggetto sessuale, oltre ad essere la serva dell’uomo. Era lo stesso nella Cina antica. La nuova società creata dalla rivoluzione libica ha liquidato tutto ciò. La donna non è più un oggetto sessuale, né uno strumento dell’uomo: questo rappresenta un importante passo avanti in Libia. I giornalisti capitalisti dicono: “Hey! Le donne indossano i pantaloni!” Ma non dicono quali straordinari progressi sono stati compiuti dal paese in pochi anni, per arrivarci. Si tratta di un vero progresso. Il paese ha dovuto crescere culturalmente per accettare tale cambiamento.
Oggi, il bambino è parte della società libica. Prima, era considerato un mero oggetto. L’adulto si lamentava di occuparsene. I libici sono usciti da grandi limitazioni religiose (e non dall’Islam in quanto tale) per aprirsi alle idee. Sono le idee, e non le concezioni religiose che fanno agire i movimenti come quello della Libia. La concezione religiosa monopolizza il pensiero e riduce lo sviluppo degli esseri umani ad alcune regole dettate dalla divinità. Lo sviluppo sociale supera tutto questo: non distrugge, non inverte, non spara agli dei, ma semplicemente permette di superare questa concezione. L’uomo eleva la sua comprensione sociale e scientifico per mezzo dell’amore sociale umano, e supera la concezione religiosa. Non la rifiuta rimpiangendo di aver perso tanti anni credendo in Dio, ma ritiene piuttosto che si tratta di una fase della storia umana che ha avuto luogo in questo modo, a causa della proprietà privata.
Questo processo è in corso in Libia. Si prepara un’elevazione del pensiero islamico. Non propone di respingere l’Islam, ma di mantenere i concetti e le idee di progresso sociale, molto buone e giuste, come si trovano nell’Islam, e di superarlo. Alcuni principi dell’Islam sono molto alti, molto più che nella religione cattolica, che è stata utilizzata dalla classe che ha diretto il mondo capitalista. L’Islam contiene una serie di concetti di progresso, ma i sultani, i leader, l’hanno usato a loro favore.
La Libia non era nulla prima della rivoluzione. Se avesse chiesto a qualcuno delle notizie sulla Libia, ci avrebbe risposto: “A che vi serve?” La gente non sa nemmeno dove sia la Libia! Per contro, la Libia di oggi è Gheddafi, Gheddafi significa anti-imperialismo, sviluppo, supporto e amicizia con l’Unione Sovietica, sostegno alla rivoluzione. Tutto questo si sta sviluppando, mentre il sentimento musulmano rimane. La Libia non è il primo caso di questo processo. Fu l’Unione Sovietica che per prima permise un enorme progresso ai musulmani, che li ha inseriti nella rivoluzione. Non rinunciarono all’Islam. Erano prima sovietici e poi musulmani.
La Libia sta cercando di compiere un grande passo avanti. Prima era solo un harem! Quando si è scoperto il petrolio, la Libia ha cominciato ad avere qualche significato, ma prima, era solo deserto. Di conseguenza, non aveva forza. Dal deserto, una squadra di soldati, accompagnati dai civili – perché non c’erano solo militari – ha preso la decisione di fare questo sforzo, che fa parte della rivoluzione mondiale. Prima di loro, la Libia era niente! Non l’hanno fatto per se stessi o per l’Islam! Sviluppano le condizioni che preparano le basi per un balzo in avanti verso misure socialiste. I popoli si rendono conto, per propria esperienza, che questo è ciò che bisogna fare: programmazione, progettazione, sviluppo dell’industria, irrigazione, l’alleanza con gli Stati operai, sostegno incondizionato a tutte le rivoluzioni. Gheddafi l’ha fatto, nonostante alcune incongruenze dovute alla mancanza di un partito.

Dal nazionalismo arabo al socialismo
Il processo della Libia è uno dei più alti avvenimenti della storia. Esprime la forma con cui il progresso della rivoluzione è penetrato nel mondo arabo senza partiti comunisti. Non c’era un partito comunista in Libia. Hanno ucciso tutte le persone di sinistra. La rivoluzione è arrivata ad influenzare la Libia, anche senza il partito comunista, penetrando uno strato di soldati. Questo processo mostra la forma assunta dalla storia: i paesi più arretrati del mondo, acquisiscono le più alte forme di progresso, grazie al rapporto di forze globale. Quando si arriva a questo livello, è la necessità del progresso che si è già imposta. Ci sono già esempi di questo.
La Libia ha potuto passare, e rapidamente, dalla dittatura dei sultani allo Stato rivoluzionario. Questo processo si verifica anche in un paese caratterizzato da una concezione islamica. Questo dimostra qual è il rapporto di forze mondiali, e che l’Islam, in tutte le sue forme, non può impedire il progresso dell’intelligenza delle masse, che vedono i progressi attraverso le relazioni umane quotidiane. Le masse musulmane vedono il progresso dell’Unione Sovietica, dei paesi socialisti che hanno fatto come l’Unione Sovietica. L’esperienza del genere umano non dipende dai precetti di Maometto, ma dagli esempi delle relazioni sociali che esistono. Non supera l’Islam, ma l’adatta a questa necessità sociale della storia.
Il petrolio della Libia è considerato un “patrimonio” dal mondo capitalista. Potrebbe quindi essere utilizzato come fonte del progresso. Ma è il programma della rivoluzione che ha permesso questo. Questo processo della Libia è stato stimolato e influenzato dal colpo di stato compiuto in precedenza in Egitto, contro il re Farouk. Prima del 1952, l’Egitto aveva lo stesso regime della Libia prima della rivoluzione. Questi esperimenti dimostrano che il progresso rivoluzionario ha la capacità di superare le grandi difficoltà che la religione ha potuto imporre. La rivoluzione non significa un rifiuto della religione, ma migliora la comprensione che le persone hanno dell’insostituibile necessità delle relazioni economiche, sociali, umane. Così i popoli adattano la religione a questo processo. La rivoluzione non respinge né combatte la religione. La porta ad una progressiva scomparsa. La religione non trova punti di appoggio sul sentiero della rivoluzione, è a poco a poco superata dalla coscienza dei popoli. Senza abbandonare i loro progetti o le loro credenze religiose, i popoli le sottomettono alle necessità del progresso sociale.
La Libia mostra molto chiaramente come un piccolo paese povero, un sultanato, possa progredire verso forme di società molto alte. Lo stesso non si verifica in tutti i paesi arabi, perché non hanno tutti conosciuto questa combinazione di condizioni sociali e militari. Ma l’Egitto e l’Iraq hanno sperimentato un processo simile a quello della Libia. Entrambi i paesi si sono valsi dell’esempio dell’Algeria, che si è liberata in maniera esemplare dell’imperialismo francese. Ma si appoggiavano anche al fatto che l’Unione Sovietica ha sostenuto tutti i progressi delle lotte di liberazione. La volontà di combattere di questi compagni militari che hanno portato il movimento di liberazione in Libia, Egitto, Algeria, si è basata sul sostegno dell’Unione Sovietica, e sulla loro esperienza dell’incapacità storica del capitalismo ad impedire il progresso.
La diga di Assuan ha significato un grande impulso per tutto il mondo arabo. Ha mostrato come l’Unione Sovietica, a costo di sforzi e di un enorme investimento, ha contribuito al progresso della storia, mentre essa stessa si sviluppava. Per questo motivo, il capitalismo globale, guidato dai nordamericani e dagli inglese hanno fatto assassinare Nasser. Sadat ha ucciso Nasser per attuare il piano del capitalismo. Hanno ucciso Nasser in Egitto, ma altri Nasser nasceranno ben presto. La morte non è assoluta. La morte fa nascere altre vite!
La comprensione di questo processo è molto importante perché non c’è educazione del movimento comunista su questi temi. I sovietici tendono ad acquisire questa comprensione perché ne hanno bisogno oggettivamente per la propria esistenza. Hanno investito una quantità enorme di tempo e denaro in Egitto. Sadat non vuole più pagare niente adesso, e crede che continuerà a vivere? Sadat è un uomo morto, che cerca di vivere le sue ultime giornate. Questo è un degenerato che non ha la più pallida idea: ha la mentalità di un assassino contro il progresso della popolazione. Ma deve, per vivere, vietare la vita nel suo paese, deve dipendere da prestiti, investimenti e suggerimenti degli yankees. Nasser ha offerto il lusso di esportare la rivoluzione, mentre Sadat viene dominato dagli yankees che danno prestiti e gli vendono armi per milioni di dollari. E’ compromesso con gli Stati Uniti. Oggi, l’Egitto è usato come uno strumento per impedire il progresso rivoluzionario nel mondo arabo e altrove. Così l’Egitto capitola davanti Israele, mentre la Libia di Gheddafi da impulso alla rivoluzione in tutto il mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Al-Qaida in Siria: Le ambizioni “imperiali” dell’emirato del Qatar

Fida Dakroub  Mondialisation 15 gennaio 2012

La democrazia, la democrazia delle potenze imperialiste e colonialiste, che ci schiacciano e sfruttano, la democrazia proclamata dall’Impero, scritto in lettere maiuscole sulla fronte dell’occidente, in ogni carcere di Guantanamo e su ogni missile Tomahawk o Cruise, la sua vera, autentica, prosaica espressione è il caos costruttivo, le guerre civili, i conflitti religiosi, etnici e tribali nelle forme più spaventose, nelle guerre in Medio Oriente.
La Democrazia! Tale era il grido di battaglia di Cesare George W. Bush. La Democrazia! Gridava Barack Obama, il giorno in cui Sirte è diventata cenere, in grazia della “missione umanitaria” della NATO in Libia. La Democrazia! Gridava Hamad, il despota assoluto del Qatar, eco brutale delle monarchie assolute e decadenti del Golfo Arabico. La Democrazia! Rimproverò l’esplosione terroristica a Damasco lacerando il corpo del popolo siriano.  

Al-Qaida in Siria
In un video che segnava il decimo anniversario degli attacchi dell’11 settembre, il nuovo leader di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, esortava i siriani a “continuare la loro resistenza” al presidente Bashar al-Assad: “Il tiranno sembra vacillare. Continuate la pressione su di lui fino al prossimo autunno“, prometteva. [1]
Non sarebbe stato difficile a un osservatore alle prime armi, che mostrasse una certa curiosità – innata o acquisita – nei conflitti in Medio Oriente, sottolineare che una certa somiglianza raccoglieva, in un unico cestino, i recenti attacchi terroristici che hanno colpito la capitale siriana, Damasco, e quelli che avevano colpito l’Iraq dopo l’invasione delle legioni dell’Impero statunitense; da notare, quindi, che il “cervello” che ha ordinato gli attacchi di Damasco aveva anche diretto il terrore in tutto il mondo, dagli attentati alle ambasciate statunitensi in Africa [2] all’ultimo attacco contro i civili in Iraq, che ha lasciato almeno 68 morti [3]; e di trovare, inoltre, che tutti questi attacchi, del passato e del presente – ma anche quelli che potrebbero aversi nel prossimo futuro – provengono dalla stessa ideologia, basata sulla eliminazione dell’Altro, ossia il salafismo wahhabita; dato che 1) il metodo utilizzato – attentatori suicidi, autobombe – 2) la vittima mirata – le istituzioni governative e i  luoghi civile – specialmente in Iraq – e 3) la giustificazione ideologica – una ideologia islamista salafita takfirista che chiede la morte degli “infedeli” e anche dell’Altro religioso.
Nel frattempo, non sarebbe stato così difficile – questa volta per un osservatore avvertito – notare che dopo il ritiro delle legioni dall’Iraq, l’Impero statunitense “rovescia il tavolo” sulla testa del giocatore iraniano, e ciò per stabilire un nuovo ordine regionale che manterrebbe il Medio Oriente sotto il suo controllo. Ma la Bastiglia non è ancora stata presa. Il trionfo momentaneo dei gruppi terroristici nel colpire il cuore della capitale siriana viene pagato con l’annientamento di tutte le illusioni e le fantasie che camuffano la presunta “rivoluzione” siriana, dalla disintegrazione di ogni discorso “filantropico” delle potenze imperialiste, dalla scissione della Lega araba in tre campi: i paesi resistenti all’Impero, i paesi obbedienti all’Impero e quelli che si tengono fuori.  
Nacquero così le ambizioni imperiali dell’Emirato del Qatar.

Taliban in Qatar: il nemico di ieri, l’amico oggi
Ricordiamo tutti i discorsi patriottici del Cesare George W. Bush la sera dell’11 settembre, dalla Casa Bianca. Durante quella notte molto buia, Bush si rivolse alla nazione parlando con una certa gravità, che evocava in noi la memoria dei grandi patriarchi biblici:
“Stasera vi chiedo di pregare per tutti coloro che sono afflitti, per i bambini il cui mondo è in frantumi, per tutti coloro il cui senso di sicurezza è stato minacciato. E prego che siano alleviati dal potere più grande di cui ci parla il Salmo 23: “Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, non temerei alcun male perché tu sei con me” [4].
Quella sera, dopo il suo discorso alla nazione, due angeli sarebbero scesi sulla Casa Bianca e avrebbero preso Cesare George W. Bush per mano, sussurrando al suo orecchio: “Vai dunque, conduci il popolo dove ti ho detto: Ecco, il mio angelo camminerà davanti a te, ma il giorno della mia vendetta, io li punirò per il loro peccato“. [5].
Pochi giorni dopo, Giovedi, 20 settembre, Cesare George W. Bush pronunciava un discorso a entrambe le Camere del Congresso. Tra i punti salienti del suo discorso, si legge:
Consegnare alle autorità americane tutti i leader di al-Qaida che si nascondono nella vostra terra“. [6] “Queste richieste non sono aperti ai negoziati o discussioni. I taliban devono agire e agire subito. Consegnino i terroristi o condivideranno il loro destino” [7]. “La nostra guerra contro il terrore inizia contro al-Qaida, ma non finisce qui. Non finirà fino a quando ogni gruppo terroristico che può colpire in qualsiasi parte del mondo sarà trovato, fermato e sconfitto” [8].
A dispetto dello Spirito Santo, che ha soffiato l’audacia nella bocca di Cesare, queste affermazioni sono diventate subito copyright della storia. Infatti, tutti gli ostacoli sembrano oggi eliminati affinché i negoziati possano iniziare tra i nemici di ieri, e amici di oggi.
A partire dall’estate 2011, si sente sussurrare nei corridoi delle potenze imperialiste, dell’apertura di un ufficio di rappresentanza dei taliban in Qatar, come simbolo del processo di pace con il principale gruppo di ribelli in guerra contro La NATO e il governo di Kabul. [9]
Certo, questa iniziativa onorevole dell’emiro del Qatar, non avrebbe potuto vedere la luce senza la benedizione dell’Impero. Così, solo gli inviati degli Stati Uniti hanno incontrato “una dozzina di volte” i rappresentanti dei Taliban. [10]
Tuttavia, questo evento non è in alcun senso un incidente isolato. Invece, è parte di un flusso di messaggi d’amore tra i gruppi islamici salafiti – Taliban e i Fratelli musulmani – da un lato, e l’impero statunitense – attraverso il suo concessionario in Medio Oriente, l’emirato del Qatar – dall’altro. Le prime luci della nuova alba sono apparse nel marzo 2009, dopo che l’amministrazione Obama aveva abbandonato la “guerra contro il terrorismo“, termine adottato dal suo predecessore Bush [11].
A un altro livello, i funzionari statunitensi hanno iniziato di recente dei colloqui con il governo di Kabul per trasferire alle autorità afgane dei funzionari di alto rango dei taliban, imprigionati nel Gulag dell’Impero, a Guantanamo, dopo l’invasione Afghanistan, e questo nella speranza di raggiungere una tregua tra Washington e gli insorti. I funzionari degli Stati Uniti hanno già espresso la loro approvazione a mandare via da Guantanamo i detenuti taliban [12].
Inoltre, fonti della amministrazione Obama hanno indicato che i prigionieri taliban saranno liberati una volta che i ribelli avranno accettato di aprire un ufficio in Qatar e avviato i colloqui con gli statunitensi [13]. Da parte loro, i taliban si sono detti disposti a portare avanti i colloqui.
Si noti che tali scambi romantici di tipo epistolare tra l’Impero e gli insorti avvengono dopo dieci anni di guerra atroce. [14]  
Lontano dalle condizioni tremende di nemici di ieri, e di amici di oggi, nel corso di un ricevimento della delegazione della Lega araba, tra cui lo sceicco Hamad, a Damasco, il 26 ottobre scorso, il ministro degli esteri siriano Walid Moallem, secondo quanto riferito, aveva “lottato” per modificare alcuni articoli del testo dell’iniziativa araba, come l’articolo sul “ritiro dell’esercito siriano“, un articolo considerato il più pericoloso dalle autorità siriane, che ritiene impossibile considerare il ritiro dell’esercito dalle zone oramai diventate teatro di una guerra civile, come Homs. Ma lo sceicco Hamad ha chiesto il ritiro: “E’ imperativo rimuovere l’esercito e smettere di uccidere i manifestanti!” Diceva. Ciò che il presidente siriano ha dichiarato: “L’esercito non uccide i manifestanti, ma persegue piuttosto i terroristi armati. Se aveste una soluzione per finirla con questi ultimi, sarebbe la benvenuta!” [15]. Tuttavia, lo sceicco Hamad persisteva a voler fare credere ai suoi ospiti che respingeva qualsiasi uso del termine “terrorismo” ed ha anche mancato di ricusare ogni menzione delle bande nelle città [16].
Una domanda s’impone: perché questo anelito verso i gruppi armati islamisti – i nemici di ieri – da parte dell’Impero e del suo concessionario in Medio Oriente?

Il nuovo ruolo riservato al Qatar: la cornacchia che vuole imitare l’aquila
E’ chiaro fin dal principio che il ruolo svolto dal Qatar sul palcoscenico degli eventi regionali, dagli accordi di Doha nel 2008 [17] cerca di imporre questo piccolo emirato con una popolazione che non supera il milione e qualche centinaia di migliaia di assoggettati [18], come protagonista del conflitto in Medio Oriente.
Allo stesso modo, dal momento della sua precipitazione teatrale sulla scena degli eventi della presunta Primavera araba, l’Emiro del Qatar, Sheikh Hamad, insiste nel voler apparire nei costumi del despota illuminato. [19] Per farlo, si veste come Federico II di Prussia, detto Federico il Grande [20], e frequenta i Voltaire dell’imperialismo francese, come Bernard-Henri Lévy, e quelli dell’oscurantismo arabo, come Youssef al-Qaradawi [21].
Per contro, è vero che Hegel osservava da qualche parte che “tutti i principali eventi e personaggi storici si ripetono, per così dire due volte.” Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa [22].
Inoltre, lo sceicco Hamad – che si fa chiamare anche emiro – si è incontrato il 4 gennaio con il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, per coinvolgere l’ONU nella missione della Lega Araba di Siria, in modo di avvalersi dell'”esperienza” della organizzazione internazionale in fatto di missioni di pace e di interposizione [23].
Questo passaggio dalla emiro mira a raggiungere due obiettivi: primo, facilitare e legittimare un intervento della NATO nella crisi siriana – non è più un segreto che tra i recenti “esperimenti” delle Nazioni Unite, figura il via libero alla NATO per la distruzione della Libia – e in secondo luogo, contrastare il potere della Lega Araba e ridurne il ruolo, come organizzazione che rappresenta gli interessi del mondo arabo, a una sorta di Loya Jirga [24], rappresentando soltanto gli emiri e sultani delle famiglie reali del Golfo.
E’ lo stesso per l’emirato del Qatar, che ha un esercito di 1500 mercenari, ma che contiene, per contro, la più grande base militare statunitense nella regione, e mira a svolgere un ruolo internazionale, tanto grande quanto l’enormità della presenza di truppe straniere sul suo territorio.
Così, alle prime luci della cosiddetta primavera araba, il Qatar, che è diventato uno strumento mediatico nel mondo arabo nelle mani delle potenze imperialiste, accorse sul luogo degli eventi. Sottolineiamo a questo proposito il ruolo del canale al-Jazeera, il cui scopo è distorcere i dati effettivi della guerra imperialista contro la Siria, promuovendo un discorso di odio e di risentimento contro i gruppi delle minoranze religiose nel mondo arabo. Anche il Qatar, allineandosi alle posizioni che suggeriscono addirittura l’intervento straniero in Siria, è andato oltre la questione delle sanzioni contro la Siria, che hanno lasciato degli effetti negativi diretta sul tenore di vita, il cibo e le medicine del popolo siriano.
Noi condividiamo la stessa opinione del politologo russo Vjacheslav Matuzov, che ha sottolineato che il Qatar ha un ruolo negativo nella Lega araba, aggiungendo che “gli Stati Uniti vogliono la rovina e la distruzione della Siria come Stato arabo indipendente (…) L’Occidente ha una sola richiesta per la missione degli osservatori arabi, e cioè una presa di posizione in solidarietà con l’opposizione radicale, senza alcuna preoccupazione per gli eventi reali sul campo“, ha detto l’analista russo, in un’intervista alla TV “Russia Today” [25].
Vale la pena ricordare che l’interferenza ostile del Qatar negli affari interni della Siria avvengono quando due potenze si confrontano in una specie di guerra fredda nella regione del Golfo Persico: quella dell’aquila calva [26] statunitense e quella del Derafsh Kaviani [27] iraniano. La presenza della prima potenza è in declino nella regione, soprattutto dopo il ritiro delle legioni dell’Impero dall’Iraq, quella della seconda potenza sta crescendo. Tra queste due grandi potenze belligeranti – Iran e l’Impero USA – le ambizioni “imperiali” del Qatar evocano in noi la favola di La Fontaine, la cornacchia che voleva imitare l’Aquila [28].  

Il Qatar sequestra la Lega Araba
Durante tutti i periodi precedenti la presunta primavera araba, l’Egitto giocava un ruolo centrale nella Lega permittendogli di guidare il mondo arabo, soprattutto nell’era del presidente Nasser (1956 – 1970) e dell’ascesa dell’ideologia nasseriana [29].
Dalla sua nascita nel 1945, la Lega Araba era sempre divisa in due campi, dagli scopi politici opposti. In primo luogo, negli anni Quaranta e Cinquanta, l’accordo tra l’Egitto e l’Arabia favorevole all’indipendenza si opponeva ai progetti dell’asse hashemita giordano-iracheno, più incline a cooperare con la potenza britannica, ancora padrona di molti protettorati e mandati (Sudan, Palestina, Emirati Arabi, ecc.). Successivamente, nel contesto dell’anti-colonialismo e della Guerra Fredda, la divisione ha assunto una nuova linea tra Stati socialisti vicini all’URSS (Libia, Siria, Algeria, Egitto di Nasser, Iraq, Yemen del Nord) e Stati vicini agli Stati Uniti (gli emirati e sultanati arabi del Golfo) [30]. Infine, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la Lega araba era ancora divisa in due campi: da un lato, i paesi che resistevano ai piani di dominio degli USA (in particolare Siria e Libano), d’altra parte i paesi docili all’Impero (sempre gli emirati e i sultanati del Golfo arabo, l’Egitto di Mubarak).
Dopo la caduta dell’ultimo faraone, Mubarak, nel 2011, l’Egitto è occupato dai suoi problemi interni, che gli impediscono di continuare a svolgere un ruolo di primo piano nel mondo arabo, anche se il segretario generale della Lega continua a privilegiare l’Egitto. Non è più un segreto che l’assenza “transitoria” dell’Egitto come leader del mondo arabo ha ridotto il ruolo della Lega. Oltre l’Egitto, nessun paese è in grado di guidare il mondo arabo. Egitto rimane l’unico paese “in grado” di svolgere questo ruolo, dato il suo peso demografico [31], economico e culturale. Su un altro livello, l’Arabia Saudita non è più in una posizione che gli consenta di riempire il vuoto lasciato dal blocco dell’Egitto nei propri problemi e crisi interni, data la fragilità e l’instabilità interna – minaccia sciita nell’est del regno – e il terremoto politico alle porte del regno – la rivoluzione in Bahrain e la guerra civile in Yemen. Nel contempo, i paesi del Maghreb non sono in grado di guidare il mondo arabo, data la loro posizione geografica, all’estremo del mondo arabo, e in secondo luogo dalla natura demografica di quei paesi che non costituiscono in realtà degli agglomerati di masse, come l’Egitto e il Levante, ma piuttosto sono dei centri urbani sparsi lungo la costa mediterranea del Nord Africa. Allo stesso modo, la Tunisia rimane nella scia della sua rivoluzione dei gelsomini, instabile politicamente, e la Libia è rovinata dalla grazia della “missione umanitaria” della NATO.  
Pertanto, il ritiro temporaneo dell’Egitto dalla scena degli eventi ha creato un vuoto, politico e diplomatico. Accoppiato con il ritiro delle legioni dell’Impero dall’Iraq, che ha aperto le porte alla potenza iraniana in ascesa. Per “contenere” l’espansione dell’Iran, solo il Qatar sembra in grado di svolgere questo ruolo a livello politico e diplomatico, i quanto concessionario e commerciante dell’Impero – piuttosto che negoziatore -, per la semplice ragione che dal punto di vista militare, il Qatar è in realtà solo una base militare statunitense nella regione.
Per contrastare il ruolo della Lega Araba, le interferenze ostili del Qatar nella crisi siriana e il suo pieno impegno nella cospirazione imperialista volta, in primo luogo, a creare divisioni tra i suoi membri, sulla base della sensibilità religiosa – sunniti contro sciiti – ed etnica – arabi contro persiani – e in secondo luogo, trasformare la Lega in una sorta di Loya Jirga, degli emirati e dei sultanati arabi del Golfo, in cui le monarchie siano giustificate da una ideologia wahhabita islamista, la stessa dei taliban. Più tardi, il nuovo blocco sunnita wahhabita, che include gli emirati e sultanati arabi del Golfo, i taliban dell’Afghanistan e i Fratelli Musulmani dell’Egitto e della Siria – che beneficiano dell’enorme sostegno delle potenze imperialiste – cerca di smembrare l’arco sciita che si estende dall’Iran al Libano, mentre passa attraverso l’Iraq e la Siria, sovvertendo il regime siriano, in primo luogo, e poi isolando l’Iraq filo-iraniano di Maliki, in secondo luogo.  Pertanto, Hezbollah in Libano verrebbe totalmente isolato dalla sua retrovia, l’Iran, che faciliterebbe, in una fase successiva, l’invasione dell’Iran.
In breve, l’apertura di un ufficio dei taliban in Qatar mette fine, ufficialmente, alla guerra degli statunitensi contro il terrorismo; e i nemici di ieri diventano gli amici di oggi. Vale a dire che i recenti attacchi terroristici nel cuore della capitale siriana esprimono l’applicazione pratica delle nuove Liaisons dangereuses [32] che sono emerse recentemente tra il vero padrone – l’impero statunitense – rappresentato dal suo concessionario arabo – il Qatar – da una parte e i taliban dall’altra parte – e dietro di loro al-Qaida, naturalmente.

La risposta siriana e il declino della Lega araba
Un diplomatico arabo al Cairo ha riferito che durante il ricevimento della delegazione della Lega araba a Damasco, il 26 ottobre, 2011, il presidente siriano Bashar al-Assad aveva accusato il primo ministro del Qatar, Hamad, di essere l’esecutore dei “diktat americani” e gli disse: “Io proteggo la mia gente, con l’aiuto del mio esercito, ma tu hai il tuo per proteggere le basi americane stabilite sulla tua terra (…) Se venite qui come Delegazione della Lega Araba, siete i benvenuti. Tuttavia, se siete i delegati degli americani, sarebbe meglio se smettessimo ogni discussione” [33].
Tuttavia, lo sceicco del Qatar ha dovuto attendere il 10 gennaio per ascoltare il presidente siriano dare la sua risposta finale all’interferenza del Qatar negli affari interni del suo paese. Lo stesso giorno, l’ambasciatore siriano alla Lega Araba, il signor Youssef Ahmed, aveva chiesto allo sceicco del Qatar di dire chi gli aveva dato il mandato di parlare a nome della Siria: “Deve tacere ed evitare ogni ingerenza negli affari siriani“, aveva detto. [34]
In un discorso all’anfiteatro dell’Università di Damasco, il presidente siriano Bashar al-Assad, schierò la sua artiglieria pesante e ha dichiarato l’inizio di una nuova fase della guerra imperialista contro la Siria, quella della contro-offensiva siriana: “Avevamo mostrato pazienza e resistenza in una battaglia senza precedenti nella storia moderna della Siria, e questo ci ha reso più forti, e benché questa lotta comporti grandi rischi e sfide fatalo, la vittoria è vicina se siamo in grado di resistere, di sfruttare i nostri  molti punti di forza e di conoscere i punti deboli dei nostri avversari, che sono molti di più”[35], aveva detto.
Durante il suo discorso, il presidente Assad ha attaccato la Lega Araba in diverse occasioni. L’ha accusata di aver accettato di diventare una sorta di vetrina diplomatica, dietro la quale nascondere i veri cospiratori, le potenze imperialiste: “Dopo il fallimento di questi paesi al Consiglio di Sicurezza nel  convincere il mondo delle loro menzogne, è stato necessario utilizzare una copertura araba, che diventata una base per esse” [36], ha sottolineato il presidente Assad.
Il presidente Assad ha voluto “inviare” messaggi multipli a più destinatari. Possiamo riassumere questi messaggi in tre punti:
In primo luogo, la Siria non ha paura di una sospensione dalla Lega Araba. Le conseguenze di una siffatta sospensione, appaiono prive di enormi effetti sulla Siria. Per contro, la Siria sarà “libera” dalle pretese della Lega, soprattutto ora che il Qatar ha dirottato il suo ruolo, e che tutte le risoluzioni della Lega sono preparate dietro le quinte dalle potenze imperialiste.  
In secondo luogo, senza la Siria, la Lega perde la sua legittimità e validità, mentre il mondo arabo come entità culturale, non può esistere – né in teoria né in pratica – senza la Siria, la culla della cultura e della civiltà arabo-musulmana. A maggior ragione, all’alba della brillante civiltà musulmana della Siria omayyade (661-750). Nelle arti, letteratura, lingua, scienze, storia, memoria collettiva e religioni, la Siria rimane il “cuore” del mondo arabo. Dal punto di vista geografico, senza la Siria, il mondo arabo non può esistere come entità politica, al contrario, sarà lacerato in diverse aree geografiche separate: la penisola arabica, la Valle del Nilo e il Nord Africa. Va notato qui che la Siria, come entità culturale e geografica, va oltre i confini della Repubblica araba siriana, imposti dal colonialismo franco-britannico a seguito dello smembramento dell’Impero Ottomano nel 1918. Stiamo parlando qui della Siria naturale. Il presidente Assad è stato chiaro su questo punto quando ha detto che “se alcuni paesi arabi hanno lavorato per sospendere la nostra arabità dalla Lega, diciamo che avrebbe sospeso piuttosto l’arabismo della Lega, o, senza la Siria, è l’arabismo della Lega che viene sospeso. Mentre alcuni credono di poter far uscire dalla Lega la Siria, non possono far uscire dalla Siria l’identità araba, perché l’arabismo non è una decisione politica, ma un patrimonio e una storia” [37], aveva continuato.
In terzo luogo, la Siria non sarà mai in ginocchio davanti alle potenze imperialiste. Le sanzioni imposte dalle potenze imperialiste e quelle imposte dalle monarchie assolute arabe potrebbero probabilmente avere un impatto negativo sull’economia della Siria. Tuttavia, nel mondo, ci sono altre potenze economiche in ascesa, esterne al sistema di subordinazione verso l’Occidente, come Russia, Cina, India, Iran, vale a dire l’Oriente. Il presidente Assad ha notato che la Siria si sta muovendo verso l’Oriente, e questo l’aveva fatto per anni: “L’Occidente è importante per noi, non possiamo negare questa verità, ma l’Occidente oggi non è quello che è stato un decennio prima (…) I rapporti della maggioranza del mondo con la Siria sono buoni nonostante le circostanze attuali e la pressione occidentale” [38], ha indicato, notando che l’embargo imposto alla Siria e le circostanze politiche e di sicurezza hanno un impatto, ma “potremmo ottenere degli obiettivi riducendo le perdite” [39], aveva precisato.

Cosa significa avere ambizioni
In conclusione, riteniamo utile passare rapidamente alle ambizioni “imperiali” dell’emirato del Qatar.
Approfittando della presenza militare delle legioni dell’Impero nel territorio del suo feudo, l’Emiro del Qatar, Hamad, sembra convinto che la seconda resurrezione del Regno di Prussia, per così dire, diventi ogni giorno inevitabile; questa volta non sulle rive della Vistola e per mano degli Hohenzollern, ma lungo il Golfo Persico e per mano degli al-Thani, la famiglia reale del Qatar.
Resta da aggiungere che è vero che il Qatar punta a giocare un ruolo nella regione superiore alla sua reale “dimensione”, è vero che la cornacchia che voleva un giorno emulare l’aquila, non poté ritirarsi. Il pastore viene, lo prende e l’ingabbia bellamente, dandola ai suoi figli per passatempo. [40]

Note
[2] Gli attentati di Nairobi e Dar es Salaam del 7 agosto 1998.
[5] Esodo 32:34.
[12] RussiaToday
[13] RussiaToday
[14] RussiaToday
[15] Algeria Watch
[16] Algeria Watch
[17] L’accordo di Doha è un accordo politico temporaneo per la sistemazione economica, in una situazione di necessità e senza cambiamento costituzionale, tra l’opposizione libanese pro-siriana e il governo libanese, allora pro-saudita, dopo gli avvenimenti dell’8 maggio 2008, che portarono alla caduta totale della capitale Beirut nelle mani dei combattenti dell’opposizione.  
[18] La popolazione totale del Qatar è 1.699.435 persone.
[19] Il dispotismo illuminato è una variante del dispotismo che si è sviluppato nella metà del XVIII secolo, il potere è esercitato col diritto divino dei monarchi, le cui decisioni sono guidate dalla ragione e presentandosi come i primi servi dello Stato. I principali despoti illuminati così mantennero una costante corrispondenza con i filosofi dell’Illuminismo.
[20] Federico II di Prussia ha fatto entrare il suo paese nella corte delle grandi potenze europee. Dopo aver un tempo frequentato Voltaire, è diventato famoso per essere uno dei sostenitori dell’idea del principe dell’illuminismo, quale “despota illuminato”.
[21] Le Grand Soir
[22] Marx, Karl. Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte.  
[23] Info Syrie
[24] La Loya Jirga (Grande Assemblea o riunione di grandi dimensioni), è un termine d’origine Pashto che designa una riunione convocata per prendere decisioni importanti per il popolo afghano.
[25] Sana
[26] L’aquila calva è il simbolo ufficiale del Gran Sigillo degli Stati Uniti d’America.
Derafsh Kaviani è la leggendaria bandiera dell’impero persiano, che indica la Gloriosa bandiera dell’Iran.
[28] Le Favole di La Fontaine, libro II, favola 16.
[29] IL nasserismo è una ideologia pan-araba rivoluzionaria, combinato con un socialismo arabo, ma  contrario alle idee marxiste.
[30] Jean-Christophe Victor, «Mondes arabes», Le Dessous des cartes, 10 settembre 2011.
[31] L’Egitto è il paese più popoloso del mondo arabo e del Medio Oriente, con una popolazione di 82 milioni. 
[32] Les Liaisons dangereuses è il titolo di un romanzo epistolare scritto da Pierre Choderlos de Laclos, e pubblicato nel 1782.
[33] Algeria Watch
[35] Sana
[36] Sana
[37] Sana
[38] Sana
[39] Sana
[40] Le Favole di La Fontaine. La Cornacchia che volle imitare l’Aquila, libro II, favola 16.

Ricercatrice in Studi francesi (UWO, 2010), Fida Dakroub è membro del “Gruppo di ricerche e studi sulle letterature e le culture del mondo francofono” (GRELCEF) presso la University of Western Ontario. Elle est l’auteur de E’ autrice di “L’Orient d’Amin Maalouf, Écriture et construction identitaire dans les romans historiques d’Amin Maalouf” (2011).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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