L’Algeria è la vera vittima della guerra francese in Mali?

Mohamed Tahar Bensaada, Oumma 19 gennaio 2013

President Abdul Aziz Bouteflika

“Chi osa infastidire l’Algeria rischia di farsi mordere” (Ibrahim Boubacar Keita, ex Primo ministro del Mali)

Come previsto, l’esito della drammatica crisi degli ostaggi svoltasi nel sito gasifero di Amenas, dopo i sanguinosi assalti delle forze speciali algerine contro il gruppo terroristico, ha suscitato la reazione delle ambasciate e dei media occidentali, che non potevano perdere una tale opportunità per imporre la loro contro-verità in quella che appare già come una vera guerra psicologica contro l’Algeria. Nonostante il battage mediatico delle ultime 48 ore, diverse zone d’ombra continuano a circondare questa operazione. Motivo in più per rimanere vigili, trattandosi di esaminare un caso che non ha finito di rivelare tutte le sue carte. Molti fatti strani sono stati ignorati dai media mainstream. Vale la pena di tornarvi per illuminare meglio i problemi che cercano di nasconderci.
Innanzitutto, la prima cosa che colpisce dell’attacco terroristico che aveva come obiettivo il sito di Amenas è la sua natura spettacolare. Un gruppo terroristico multinazionale di 32 persone dalla varia origine (Algeria, Libia, Egitto, Tunisia, Mauritania, Niger, Francia e Canada), è entrato dalla vicina Libia. Centinaia gli ostaggi nel sito energetico, oltre che strategico, posizionato in una zona ben monitorata. Nei dieci anni di guerra sporca, durante il decennio nero, nessun incidente simile è accaduto nelle regioni gasifere e petrolifere del sud dell’Algeria, motore economico dell’Algeria, in quanto forniscono la maggior parte delle sue entrate in valuta estera. In questa operazione spettacolare, non si può escludere la possibilità della manipolazione di un servizio segreto impegnato in una spietata guerra speciale nella regione.
Come al solito, le accuse più contraddittorie che circolano sul web vengono alimentate dai molti fan della cospirazione. Ma in mancanza di prove convincenti e nell’attuale rischioso clima d’intossicazione mediatica, sarebbe meglio cercare di districare questo caso concentrandosi sulla domanda fondamentale: Quali sarebbero i dividendi geopolitici che potrebbero raccogliere i vari attori coinvolti in una guerra che ha avuto inizio molto prima dell’intervento francese in Mali?
Primo elemento in questa strana storia. L’intervento della Francia in Mali, così dichiarando guerra ai gruppi islamici, tra cui Ansar al-Din, che non ha mai commesso atti terroristici nel territorio del Mali o altrove. E cosa fa il gruppo scissionista dell’AQIM guidato da Moqtar Belmoqtar? Attacca in Algeria, vale a dire, l’unico Paese della regione che ha sempre espresso la sua opposizione alla guerra, da quando la Francia ha iniziato a preparare i suoi servi nei paesi africani, a rischio di apparire come la “madrina” di Ansar al-Din, come tendono a far credere siti specializzati nella propaganda anti-algerina. Nessuna azione è stata registrata contro i molti Stati ausiliari della Francia nel Sahel e nell’Africa occidentale, che hanno deciso d’inviare i loro battaglioni in Mali, eppure sono mille volte più vulnerabili dell’Algeria nell’affrontare questo tipo di azioni terroristiche.
Naturalmente, il fatto che Moqtar Belmoqtar si sia prestato al gioco del negoziato, in vista di una sua consegna ai servizi di sicurezza algerini, operazione di resa poi abortita qualche anno fa, non manca di suscitare il sospetto di alcuni analisti che lo vedono come un agente doppio. Altri arrivano al ridicolo implicandovi un’azione interna dei servizi algerini, senza preoccuparsi di spiegare, in questo caso, l’essenziale, ovvero il rifiuto dell’Algeria alla “cooperazione” proposta dalla NATO. Perché preoccuparsi di montare una simile operazione se si rifiuta anche ciò che si suppone possa essere un’eccellente vantaggio diplomatico? In realtà, in qualsiasi guerra speciale, tradimenti e rientri abbondano, questo è un altro motivo per evitare di cadere nelle storie poliziesche, di rischiare di abbandonare l’analisi geopolitica e strategica, le uniche che dovremmo tenere in conto.
Secondo elemento strano. L’attacco terroristico ha avuto luogo presso la base operativa gestita congiuntamente da tre società: algerina (Sonatrach), inglese (BP) e norvegese (Statoil). Mentre il gruppo terrorista rivendicava di voler affrontare l’intervento francese in Mali, perché fa pressione sulla Francia attaccando le compagnie petrolifere che sono di fatto le principali concorrenti della compagnia francese Total in Algeria? Ma la cosa più allarmante è la reazione di alcune ambasciate e dei media occidentali, le loro reazioni dopo gli omicidi nell’assalto delle forze speciali algerine. Se Washington ha osservato che Algeri non l’ha consultata senza ulteriori commenti, il primo ministro britannico David Cameron, ha criticato la gestione della crisi da parte delle autorità algerine. Queste ultime avrebbero deciso d’intervenire troppo in fretta senza chiedere il parere delle potenze in questione. Che audacia da parte di queste potenze nel chiedere all’Algeria di negoziare con i terroristi che avevano messo cariche esplosive addosso agli ostaggi e minacciato di farli saltare in aria, mentre la Francia interveniva in Mali con il rischio di mettere in pericolo la vita degli ostaggi algerini ed europei trattenuti da AQIM e Mujao!
Certo, se i leader algerini che hanno la grande responsabilità di aver dato l’ordine per l’assalto, avessero avuto la minima possibilità di salvare la vita degli ostaggi attraverso il negoziato con i rapitori, e non l’avessero fatto, avrebbero un’imperdonabile colpa morale e politica. Ma sapendo il rischio che correvano mettendosi dietro ai paesi occidentali, i cui cittadini avrebbero potuto perdere la vita durante l’attacco, non c’è dubbio che fossero quasi certi che una qualsiasi altra soluzione, diversa dall’assalto, sarebbe stata più costosa in termini umani, politici, diplomatici ed economici. Il cinismo dei media e degli pseudo-esperti invitati per l’occasione non ha limiti, quando la denuncia della “brutalità” delle forze speciali algerine proviene dalle stesse persone che hanno sempre trovato scuse per gli “errori” delle forze NATO in Afghanistan e in Iraq, che non hanno esitato a bombardare feste, matrimoni, funerali e altre manifestazioni pacifiche. Salutiamo di passaggio la coraggiosa presa di posizione di Robert Fisk, che ha sottolineato nella sua rubrica sul quotidiano The Independent, “che i media occidentali non avrebbero reagito in quel modo se tra gli ostaggi uccisi, non ci fossero stati biondi con gli occhi azzurri, ma solo algerini!
Al di là della dimensione umana della tragedia, costata la vita di tanti innocenti, e al di là del ruolo svolto da francesi e algerini, ci poniamo la domanda che conta di più, oggi: chi cerca i protagonisti principali di questa crisi? Per i francesi, l’unico problema rilevante, per cui vale la pena che la diplomazia francese tenga un basso profilo e faccia finta di avere una postura “comprensiva” verso l’attacco dell’esercito algerino, è evidentemente dovuta alla loro guerra sporca contro l’Algeria, sapendo che non potrebbero portare a compimento la battaglia in cui sono attualmente impegnati in Mali senza la collaborazione dell’esercito algerino.
Riprendendo ricercatori e esperti fasulli, come al solito, Libération ha cercato di dare una parvenza di giustificazione logica al cosiddetto “riavvicinamento franco-algerino” sulla questione del Mali. Il voltafaccia di Ansar al-Din, che ha tradito le sue promesse ad Algeri, lanciando le sue forze nel sud del Mali, avrebbe dovuto alla fine convincere il Presidente Boutefliqa a cambiare la sua disposizione, e a permettere agli aerei da combattimento francesi di sorvolare lo spazio aereo algerino. Ma questo voltafaccia è il preludio di un cambio di strategia algerina verso i gruppi islamici, ossia né più né meno che un ritorno alla linea dello sradicamento perseguita negli anni ’90 dallo stato maggiore dell’esercito algerino. Per William Lawrence: “il sorprendente assalto dei combattenti islamici nel sud del Mali, lo scorso fine settimana, alla fine ha fatto superare all’Algeria la sua riluttanza. Messo alle strette, Boutefliqa non era in grado di opporsi al sorvolo degli aerei francesi e a chiudere il confine con il Mali, anche irritando una popolazione sensibile ad ogni possibile manifestazione di “neocolonialismo” della Francia. La crisi degli ostaggi, senza precedenti nella sua ampiezza, dovrebbe avere costretto Algeri a rivedere la sua strategia contro gli islamisti.”
Il governo francese non può pretendere di meglio. Questa operazione per forzare Algeri “a rivedere la sua strategia contro gli islamisti”, rivedendo la propria politica di dialogo e riconciliazione nazionale che gli ha permesso di ricostruire il suo fronte interno, e ritornando alla politica di eradicazione a cui si richiamano i circoli più antipopolari nell’esercito e nella classe politica algerina, potrebbe causare un ritorno ai vecchi demoni della guerra civile, e quindi dare un buon pretesto all’intervento straniero nel giorno X. Ma i fatti sono testardi, e non è sicuro che i desideri di Libération si avverino presto. Anche se si confermasse che l’Algeria sia stata ingannata dai leader di Ansar al-Din, che in realtà hanno dato alla Francia un comodo pretesto per precipitare l’intervento in Mali, deve essere davvero stupido chi creda per un momento che la Francia abbia bisogno di un pretesto per scatenare una guerra, di cui tutto indicava che si stesse preparando per ragioni che hanno poco a che fare con l’avanzata dei nomadi.
Dall’inizio della crisi in Mali, l’Algeria è stata spinta incessantemente a partecipare a questa grande guerra, o per lo meno a non opporvisi attivamente. E’ posta sotto pressione dagli statunitensi, e per non perdere del tutto i contatti con i suoi vicini africani, perché purtroppo non è possibile scegliere i propri vicini, il governo algerino ha indubbiamente permesso il sorvolo del suo spazio aereo da parte degli aerei da combattimento francesi. Tuttavia, sia l’opinione pubblica che i leader algerini sono divisi sulla questione. Alcuni credono, a torto, che sia un male minore salvarsi dall’ira dello Zio Sam, in particolare, e che in questa guerra la Francia non solo è supportata dai suoi alleati della NATO, prevedibilmente guidati da Stati Uniti e Gran Bretagna, ma che ha anche il supporto,  sorprendentemente, di altri due membri del Consiglio di sicurezza, Russia e Cina. Ma altre voci, anche dall’interno del sistema algerino, giustamente avvertono contro gli effetti negativi di quello che potrebbe apparire come un allineamento alla crociata francese in Mali sulla coesione nazionale, in un contesto politico doppiamente indebolito dalle tensioni sociali e dalle lotte intestine che affliggono il contesto politico della guerra di successione al Presidente Boutefliqa. E’ quindi ragionevole pensare che l’operazione, che avrebbe dovuto rafforzare il clan pro-atlantista all’interno del sistema algerino, potrebbe portare al risultato opposto. Coloro che non hanno smesso di suonare l’allarme, mettendo in guardia contro le onde d’urto della guerra nella regione, vedranno rafforzata la loro posizione.
L’Algeria sta emergendo come prima vittima della guerra francese in Mali, cosa che non può che rafforzare gli oppositori alla politica bellica francese nel sistema algerino. E questo è forse ciò che spiega le reazioni abbastanza divise nelle capitali occidentali, a seguito dell’azione delle forze speciali algerine. Se non potevano che congratularsi con la neutralizzazione del gruppo terroristico, queste capitali non potevano ammettere di non essere state consultate dal governo algerino. È un indice che non sbaglia. Se gli “amici” dei circoli occidentali avessero avuto il controllo delle operazioni, sarebbe stato difficile immaginare un tale scenario. L’opinione pubblica algerina che per lo più rimane ostile all’interventismo occidentale, e in particolare francese, nei paesi arabi e musulmani, non si sbaglia. Salutando con sollievo e orgoglio le critiche occidentali, ne vede la prova che lo Stato algerino continua, nonostante tutto, ad essere attaccato a ciò che resta dell’indipendenza e della sovranità nazionale squassata dalle interferenze delle grandi potenze negli anni ’90, durante la selvaggia apertura economica imposta da FMI e Banca mondiale, e dall’ascesa di una borghesia compradora che si è sviluppata all’ombra della privatizzazione e dell’economia rentier, riuscendo a corrompere e ad indebolire grandi settori dello Stato.
Qualunque siano i retroscena di questa operazione terroristica, una cosa è certa. Tale operazione era volta oggettivamente ad influenzare l’esito della battaglia tra i sostenitori della deriva atlantista che con il pretesto dell’apparente isolamento diplomatico dell’Algeria, vogliono giungere alla “normalizzazione” accogliendo le richieste delle capitali occidentali, e i sostenitori della duramente conquistata indipendenza nazionale, ma che oggi è più che mai minacciata dalla globalizzazione, dalla dipendenza dall’economia del petrolio e dall’alleanza tra la borghesia compradora e i centri imperialisti.
Le voci di cosiddetti “esperti”, diffuse dai media algerini, saldate a quelle degli imprenditori vicini ai circoli neo-coloniali, criticano le incongruenze del governo algerino nella lotta contro gruppi armati islamici, quando non addirittura l’accusano di complicità in ciò che equivale a un osceno ricatto, ripetuto come un ritornello dai siti specializzati nella disinformazione: o fai fuori il musulmano o sei accusato di esserne complice o istigatore! L’operazione terroristica di Amenas si inserisce in questo quadro. E’ una tattica diversiva, per allontanare il centro dei combattimenti in Mali e allentare il cappio che strangola i loro accoliti nel Paese o, più seriamente, è una sorta di “prova generale” per un attacco maggiormente coerente, in fase di preparazione, contro uno degli ultimi ostacoli al ritorno dell’Impero nella regione? Il fatto che per la prima volta in 20 anni di crisi, un sito gasifero, anche perché è un sito che fornisce il 15% della produzione algerina, sia stato oggetto di un’operazione bellica, potrebbe nascondere altri oscuri disegni. Ricordiamoci le “indiscrezioni” di Sarkozy distillate dalla stampa, che dicevano che l’Algeria sarebbe la prossima nella lista dopo la Libia e la Siria.
Non c’è dubbio che la pressione internazionale aumenterà sull’Algeria per farle assumere il ruolo di gendarme nella regione del Sahel. In un movimento islamista soggetto alle più diverse infiltrazioni, ci saranno sempre “utili idioti” che si prestano alle potenze che cercano il minimo pretesto per intervenire in una regione ricca di petrolio e di minerali preziosi. Ma questo non è un argomento sufficiente per giustificare l’ingiustificabile collaborazione con la Francia, che osa giocare nel ruolo di pompiere, mentre è il vero piromane dell’incendio partito dalla Libia e dal Mali, e che oggi minaccia di raggiungere altri Paesi della regione?
Se l’Algeria venisse mal consigliata, rientrando in una “comunità franco-africana” logisticamente sostenuta dalla NATO e diplomaticamente dai suoi partner strategici Russia e Cina, non è detto che essa non abbia le risorse per prendere tempo, fino al momento, che non tarderebbe, in cui l’incendiario-pompiere francese e i suoi servi africani saranno impantanati nel deserto del Sahel-Sahara, rivelando la vera natura della loro guerra, i cui primi crimini commessi dall’esercito del Mali, che hanno iniziato ad inquietare le organizzazioni umanitarie internazionali, sono solo un presagio di ciò che attende il Mali: massacri e voltafaccia geopolitici in prospettiva. Oggi possono diventare alleati gli avversari di domani. I servi che ora applaudono l’intervento francese contro i loro fratelli del nord, l’impareranno a loro spese, prima di quanto pensano, che la Francia non è venuta per liberarli dei gruppi jihadisti, imponendogli il suo piano di un Azawad dall’ampia “autonomia”, per sfruttare al meglio il petrolio e l’uranio nel nord del Mali.
L’Algeria, che ha interesse a restare lontana dal conflitto e a difendere la propria sicurezza inviando messaggi forti come quello che ha inviato ad Amenas, non deve dimenticare il suo dovere di solidarietà con il popolo del Nord del Mali, che potrebbe vivere un indomani terribile in mano agli indisciplinati ed eccitati soldati africani, da cui ora è possibile temere dei terribili crimini di guerra sotto lo sguardo compiaciuto dei loro padroni francesi, che non sono alla loro prima atrocità in Africa, come tristemente ricorda il genocidio ruandese.
Come Stato, l’Algeria ha un margine molto ristretto di manovra contro la politica guerrafondaia della Francia e dei suoi alleati in Mali. Ma la Francia e i suoi alleati occidentali sono consapevoli del fatto che, se messa alle strette, l’Algeria ha risorse ancora sufficienti per ostacolarli in una zona in cui i fattori di resistenza al sistema di Françafrique sono molti di più di quanti si pensi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Egitto: i Fratelli e il Grande Muto

Ahmed Bensaada Reporters, 29 dicembre 2012

Mursi-sacks-Tan8618Quando lo scorso agosto Mohamed Morsi, il primo civile eletto presidente egiziano, ha attaccato l’esercito del suo paese, i titoli dei media “mainstream” applaudirono la sua “epica” impresa e l’esplosione di titoli ditirambici fu immediata: “Il Presidente egiziano colpisce il vertice dell’esercito”, “Il presidente Mohamed Morsi sfida l’esercito”, “Il Presidente Morsi assesta un colpo contro l’esercito,” ecc. Un “esperto” ha spinto il ragionamento facendo uso di espressioni tratte da un racconto africano, confrontando Morsi a una mangusta che attacca il cobra la cui “unica possibilità di sopravvivenza è mordere il temibile mammifero prima che l’afferri alla gola.” E conclude: “E’ così che il presidente islamista Mohamed Morsi affronta l’esercito” [1]: la vittoria straordinaria del Presidente-mangusta sul formidabile esercito-cobra, conferma l’onnipotenza della fratellanza dei Fratelli Musulmani (da cui proviene Morsi) e prova l’inesorabile marcia verso la democrazia, eliminando tutto ciò che trova nel suo percorso.

Morsi e lo SCAF
E’ vero che il presidente Morsi è stato (apparentemente) in grado di “spingere” alla pensione il maresciallo Hussein Tantawi (77 anni), immobile ministro della difesa per venti anni, e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il generale Sami Anan (64), il numero due del Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF),  compito non facile. Per dare sostanza all’atto, questa decisione presidenziale è stata anche accompagnata da voci di arresti domiciliari per i due nuovi “pensionati”, ma sono state subito smentite. Tuttavia, questi media sono stati meno verbosi circa il fatto che il nuovo rais non solo ha deciso di nominarli entrambi “consiglieri del Capo dello Stato”, ma li ha decorati due giorni dopo il loro cosiddetto licenziamento. Si noti, per inciso, che la cerimonia della decorazione è stata trasmessa dalla televisione nazionale, sottolineando l’importanza dell’evento.
Abbiamo visto un presidente profondersi in ringraziamenti verso Tantawi: “Data la vostra fedeltà e il vostro amore per la nazione, questo è un gesto di gratitudine del popolo d’Egitto, e non solo del suo presidente, verso un uomo che è stato fedele al suo popolo e al suo Paese. Dio vi doni il successo!“[2]. Il maresciallo ha ricevuto la “Collana del Nilo”, la più alta onorificenza del paese, mentre al generale è stata assegnata la “Medaglia della Repubblica.” Il maresciallo Hussein Tantawi è stato sostituito da Abdel Fattah al-Sissi, capo dell’intelligence militare. Questo generale si è fatto conoscere, nell’era post-Mubaraq, giustificando i “famosi” test di verginità cui i militari sottoposero le manifestanti egiziane. [3]
Anche se alcuni osservatori hanno interpretato la cerimonia della decorazione come il desiderio di Morsi di risparmiare l’esercito, sembra piuttosto che la decisione delle “dimissioni” sia stata presa in accordo con militari e lo SCAF [4]. Soprattutto, come sembra secondo fonti informate, che il generale Anan “goda di ottimi rapporti con i Fratelli musulmani” [5], come ci renderemo conto in seguito.

Morsi e le commemorazioni storiche
Ma il presidente Morsi non solo ha adempiuto alla cerimonia. Infatti, meno di due mesi dopo questo evento, ha approfittato della ricorrenza della “guerra dell’ottobre 1973″ per decorare, postumo, l’ex presidente Anwar Sadat. Una distinzione assegnata allo stesso maresciallo Tantawi è stata data al figlio del presidente. Ironia della sorte, è in questa stessa cerimonia che, 31 anni fa, quasi nello stesso giorno, venne assassinato Sadat da soldati appartenenti al movimento della Jihad islamica egiziana, fondata da ex membri dei Fratelli Musulmani. Tentando una spiegazione di questo gesto altamente politico, il quotidiano libanese “al-Safir” dice che l’azione del presidente islamista “illumina il rapporto interessante nato negli anni ’70 del secolo scorso, tra Sadat e i vertici islamisti, tra i più fondamentalisti, di cui liberò molti dei membri dalle carceri di Nasser, e che utilizzò in un modo o nell’altro per indebolire i suoi avversari politici nasseriani, i gruppi nazionalisti e di sinistra, ed altri, prima che gli islamici non gli si rivoltassero contro, fino al suo assassinio sul palco per la commemorazione della guerra di ottobre“[6]. Alcuni teorici della “mangusta” hanno avanzato la spiegazione che “mettendo da parte” i due alti ufficiali, il presidente Morsi porrebbe fine alla “generazione del 1973″, per far posto a militari più giovani. [7] Con la decorazione postuma di Sadat, il ciclo si sarebbe chiuso.
Va da sé che questa improvvisa frenesia del presidente nell’assegnare decorazioni militari, che non dimentichiamolo è un civile, è molto curiosa, soprattutto se si tiene conto del breve periodo trascorso dalla sua ascesa alla presidenza e il tormentato rapporto tra la Fratellanza e l’esercito egiziano negli ultimi decenni. Ma cosa più interessante in questo caso è che alcune persone che hanno segnato indelebilmente la storia dell’Egitto moderno, sono state deliberatamente oscurate dal presidente Morsi. A questo proposito, alcuni osservatori hanno notato che all’innegabile leader storico, il compianto Presidente Jamal Abdel Nasser, non è stato decorato (postumo) durante le celebrazioni del 60° anniversario della “rivoluzione del 23 luglio 1952.” Peggio ancora, il presidente dei Fratelli Musulmani ha semplicemente svolto un discorso televisivo in cui ha criticato in modo implicito ed esplicito Nasser. [8] Commentando quell’epoca, Neveen Ahmed ha scritto: “Nessuno può negare che questo periodo sia molto doloroso, nella mente di molti dei Fratelli musulmani, per le detenzioni e le torture nelle carceri. Vi è quindi una storica ostilità tra i fratelli e l’era di Nasser“. [9]
Con questa verità lapalissiana, possiamo solo chiederci, assieme ai sempre (più numerosi) critici del nuovo rais, se Morsi sia il presidente di tutti gli egiziani o solo dei Fratelli musulmani, come suggerito dalla sua selettiva memoria storica. Certo, Nasser è considerato dalla confraternita come il “distruttore” dell’islamismo, ma non è questo aspetto della politica nasseriana che giustifica tale “amnesia” selettiva. Infatti, è ben noto che sia l’esercito egiziano che il governo islamista al potere sono alleati del governo degli Stati Uniti. Il primo riceve una rendita generosa, mentre il secondo gode di un innegabile sostegno politico “post-primavera”. Piuttosto, Nasser e gli Stati Uniti si vedevano come nemici. Per illustrarlo, la cosa che potrebbe essere più eloquente è la famosa affermazione di Nasser: “Se vedete che gli Stati Uniti si compiacciono di me, allora saprete che sono sulla strada sbagliata“.
Se si crede a Bernard Lugan, l’esercito egiziano sarebbe diviso in tre gruppi distinti: “uno stato maggiore composto da vecchi sodali di Washington, una fazione islamista difficilmente quantificabile, e una maggioranza composta da ufficiali e sottufficiali nazionalisti che hanno per modello Nasser“. [10] In questo caso, tenendo conto del fatto che per una frangia significativa della popolazione e di intellettuali egiziani, Nasser non è solo il figlio prediletto dell’Egitto, ma anche un eroe del pan-arabismo, va da sé che Morsi corre il rischio di alienarsi una parte dell’esercito e dell’opinione pubblica, se non è in grado di migliorare la propria immagine di “presidente dei Fratelli.”

Morsi e lo Sceicco Cieco
Durante il suo discorso simbolico a Piazza Tahrir, pochi giorni dopo la sua elezione alla più alta carica dello Stato, Morsi fece una dichiarazione sottaciuta dalla stampa internazionale, ma che non passò inosservata negli Stati Uniti. Ha strombazzato ad alta voce: “Io farò tutto il possibile per la liberazione dei [...] prigionieri, tra cui lo sceicco Omar Abdel-Rahman” condannato nel 1995 all’ergastolo dai tribunali degli Stati Uniti per aver ideato l’attacco contro obiettivi a New York e l’assassinio dell’ex presidente Hosni Mubaraq. [11] Ma chi è questo sceicco di cui Morsi ha sentito l’obbligo  di citare in uno dei suoi primi discorsi presidenziali, come se si trattasse di una questione cruciale per il paese? In realtà, lo sceicco Omar Abdel-Rahman, noto come lo “Sceicco Cieco”, a causa della sua cecità contratta durante l’infanzia, è il leader spirituale della Jamaa al-Islamiya, organizzazione islamista egiziana che ha recuperato i resti della Jihad islamica egiziana ed è stata responsabile di diversi attacchi terroristici in Egitto e negli Stati Uniti. Condannato per il primo attacco contro il World Trade Center nel 1993, lo sceicco Abdel-Rahman sta attualmente scontando la pena negli Stati Uniti. [12]
La richiesta della “liberazione” dello sceicco da parte del neoeletto presidente, ha fatto arrabbiare molti politici statunitensi, come è possibile comprendere leggendo queste reazioni. Il senatore Charles Schumer ha dichiarato che “le offensive dichiarazioni del presidente Morsi sono un insulto alla memoria delle vittime dell’attentato al World Trade Center“, e lo sceicco Abdel-Rahman è “un terrorista che aveva pianificato l’assassinio di americani innocenti, non vi preoccupate, rimarrà al suo posto, in carcere per il resto della sua vita.” La senatrice Kirsten Gillibrand ha, nel frattempo, descritto la dichiarazione di Morsi “non solo scandalosa, ma che rappresenta una fonte di profonda preoccupazione per il rispetto di Mohammed Morsi per lo Stato di diritto e la democrazia“. [13]
Va notato che nel 2006, Ayman al-Zawahiri, da tempo numero due di al-Qaida, ed egli stesso ex-membro di spicco della Jihad islamica egiziana, aveva annunciato la fusione della Jamaa al-Islamiya con al-Qaida. [14] Uno dei motivi avanzati per  tale alleanza, era proprio l’incarcerazione dello sceicco Abdel-Rahman. Elemento interessante in questa storia: lo sceicco è stato incarcerato in seguito all’assassinio del presidente Sadat, accusato di aver emesso una fatwa che ne autorizza l’abbattimento [15] e per avere istigato l’attentato. A causa di mancanze di prove, lo sceicco è stato successivamente rilasciato ma deportato.
Così, è facile vedere l’ambivalenza politica del presidente Morsi: è in grado di decorare postumo un presidente assassinato e chiedere il rilascio della persona su cui pesa il grave sospetto di essere il mandante. Questo caso illustra il doppio gioco di Morsi: vuole essere “il presidente di tutti” onorando i suoi predecessori, ma non dimentica i suoi “compagni” islamisti, la prova della sua lealtà alla confraternita e alla sua “Mourchid” (guida suprema dei Fratelli musulmani).

Un matrimonio molto speciale
Il 31 agosto 2012, poco più di due settimane dopo il “pensionamento obbligatorio” del maresciallo Tantawi e del generale Sami Anan, l’hotel a cinque stelle “al-Masah” di Cairo ha ospitato un matrimonio elegante. L’eccitazione che ha colto l’edificio, di proprietà delle forze armate egiziane, era al culmine per la notorietà degli sposi, ma soprattutto di quella degli ospiti. Quel giorno, Mohamed Mamdouh Shahin convolava a nozze con Ithar Kamal al-Katatni. La coppia felice è formata dal figlio del generale Mamdouh Shahin, membro influente del SCAF e assistente del ministro della difesa responsabile per le questioni giuridiche e costituzionali. La bella moglie di 25 anni, è la figlia dell’ingegnere Kamal al-Katatni parente di Saad al-Katatni, ex presidente della disciolta Assemblea del popolo egiziano, membro del Consiglio direttivo della Fratellanza musulmana e attuale presidente del Partito per la Libertà e la Giustizia (la vetrina politica della Fratelli musulmani).
Ma al di là della vita mondana, il matrimonio tra i figli di un alto militare e di un membro della famiglia di un anziano islamista dei Fratelli musulmani, ha fatto i titoli dei giornali. In primo luogo, la presenza del generale Sami Anan seduto accanto a Saad al-Katatni non poteva passare inosservata. La prima apparizione pubblica del generale “licenziato” ha posto fine alle voci sui suoi arresti domiciliari. Anzi, Sami Anan era arrivato con la stessa auto di servizio che aveva durante lo svolgimento delle sue funzioni, ed era protetto da guardie del corpo. D’altra parte, il quotidiano “al-Youm al-Sabii” ha riferito che alla fine della cerimonia nuziale, il “generale Sami Anan era entrato in una sala VIP con il dottor Saad al-Katatni, e la porta della stanza si era chiusa dietro di loro“. [16] Lo stesso giornale ha pubblicato numerose fotografie dell’evento, tra cui personaggi che è difficile immaginare insieme: il Mufti della repubblica, personalità salafite, sufi o dei Fratelli musulmani, ex ministri, uomini d’affari, ecc. Questo gruppo eterogeneo mostrava come l’esercito e gli islamisti possano vivere in “perfetta armonia” e indicava come Sami Anan coltivi buoni rapporti con i Fratelli musulmani, come accennato in precedenza. Il suo pensionamento e quello del suo superiore, da parte del presidente islamista Morsi, non può essere interpretato come un “licenziamento”, ma piuttosto come un accordo tra le due istituzioni più grandi sulla scena egiziana: l’esercito egiziano e la fratellanza.

L’esercito soccorre Morsi
Contrariamente a ciò che dicono oggi, gli islamisti non sono “rivoluzionari” della prima ora. Erano molto scettici, all’inizio delle rivolte contro Mubaraq, e si sono uniti al movimento di protesta molto tardi. Inoltre, pochi mesi dopo la caduta del presidente deposto, hanno reso pubblico il loro desiderio di dividersi dal movimento pro-democrazia, nato in piazza Tahrir. Commentando questo periodo, il professor Stéphane Lacroix scrive: “Siaono stati alleati o no durante la rivoluzione, i giovani rivoluzionari e i Fratelli hanno rapidamente scelto percorsi diversi. I Fratelli prendono le distanze dalla piazza, preferendo investire nel gioco politico delle istituzioni. Fanno finta di mostrare la loro fiducia nel processo di “transizione” guidato dal Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF), con la quale, riprendendo le abitudini dell’era Mubaraq, non esitano a negoziare dietro le quinte“. [17] Da allora, i fratelli vengono regolarmente accusati di collusione con i militari. Già nel luglio 2011 (un anno prima del pensionamento dei due anziani membri del SCAF), Mohammed Badie, Mourchid dei Fratelli musulmani, mostrava il cammino ai membri della sua fratellanza. Dopo gli incidenti di piazza Abbassiya, che fecero quasi 300 feriti nelle file dei manifestanti pro-democrazia che volevano marciare sul Ministero della Difesa, ha detto: “Noi difenderemo sempre l’esercito e l’esercito ci difenderà” [18].
Con la promulgazione del decreto del 22 novembre 2012, Morsi si è dato dei poteri definiti “faraonici” dai suoi oppositori. Sono seguite battaglie campali tra gli islamisti e l’opposizione liberale che hanno lasciato sette morti e centinaia di feriti. I carri armati sono ricomparsi per le strade di Cairo e Morsi ha ordinato all’esercito di proteggere il paese. Gli ha dato il diritto di arrestare i civili, potere molto criticato dai “rivoluzionari” durante la transizione post-Mubaraq. Quindi, l’esercito è di nuovo sulla ribalta politica del paese, proteggendo gli islamisti su loro richiesta, come previsto più di un anno prima dal Mourchid, e per impedire al paese di scadere nel caos. Il Fronte di salvezza nazionale (NSF), è la principale coalizione dei movimenti di opposizione di sinistra, laici e liberali mobilitati contro l’autocratico presidente Morsi. La coalizione è fortemente contraria alla volontà del governo di forzare la riscrittura della costituzione, accelerata dagli islamisti, e d’indire assai rapidamente un referendum costituzionale. In considerazione della pericolosa polarizzazione della società egiziana, l’esercito egiziano ha chiesto al governo islamista e all’opposizione di dialogare. Il portavoce delle forze armate ha affermato che, senza dei colloqui, l’Egitto prenderà “un sentiero oscuro, che porterebbe a un disastro“, cosa che l’esercito “non può permettere“. [19]
Pertanto, contrariamente a quanto è stato trasmesso dai media “mainstream”, al momento dell’apparente “spiazzamento” di Tantawi e Anan, le forze militari del paese mostrano unilateralmente come l’esercito non sia sottoposto a un potere e rimanga al timone del paese. Anche se l’incontro tra le due parti infine non ha avuto luogo, si deve rilevare che l’esercito non ha abbandonato l’idea del vertice se non dopo essersi assicurato che il NSF abbia richiesto ai suoi di partecipazione al referendum costituzionale, riducendo notevolmente la tensione politica nel paese. In ultima analisi, tutto indica che l’esercito ha scelto di cooperare con il gruppo politico del paesaggio politico dell’Egitto più forte e più organizzato, vale a dire i Fratelli musulmani. Questa opzione è stata probabilmente “incoraggiata e consigliata” dal governo degli Stati Uniti [20], che ha stretti rapporti con entrambe le parti da decenni. Pertanto, la decisione di mandare in pensione il maresciallo Tantawi e il generale Anan sembra essere stata presa di comune accordo e consensualmente con l’esercito dal governo islamico Morsi. Secondo l’opposizione, la collusione tra le due istituzioni si riflette nell’articolo 197 della nuova costituzione del paese, in cui il bilancio militare non viene realmente posto sotto controllo, potendo così continuare a proteggere i privilegi goduti dall’esercito sotto Mubaraq. [21]
Il 22 dicembre, il giorno della seconda fase del referendum sulla costituzione, Anne Patterson, l’ambasciatrice statunitense a Cairo, ha visitato un certo numero di seggi elettorali nella capitale egiziana. Vedendo la diplomatica, gli elettori hanno iniziato a cantare “Islamiya, Islamiya” (islamico, islamico) [22], vedendo nella visita della signora Patterson un’interferenza degli Stati Uniti negli affari interni del loro paese. Questa animosità popolare ha costretto l’ambasciatrice a rientrare e ad evitare certi uffici “inospitali”. Un aneddoto che mostra come la diffidenza del “piccolo popolo” contro l’onnipresenza statunitense in Egitto (prima e dopo la caduta di Mubaraq), sia in netto contrasto con la qualità delle relazioni tra l’esercito egiziano e i Fratelli musulmani con l’amministrazione statunitense.
Nella mitologia dell’antico Egitto, il dio “Ra” si trasforma in un’enorme “ichneumon” (mangusta) per combattere “Apophis” (serpente gigante che personifica il male). In Egitto, oggi, la mangusta e il cobra più probabilmente danzano insieme al suono del flauto suonato da un incantatore dotato di grande destrezza. Ma gli spettatori non sembrano apprezzare la musica.

Ahmed Bensaada Montreal, 25 dicembre 2012
Questo articolo è stato pubblicato 29 dicembre 2012 dalle quotidiano algerino Reporters

Riferimenti
1 - Christophe Ayad, «Le président égyptien frappe l’armée à la tête», Le Monde, 13 agosto 2012
2 - AFP, «En Égypte, Mohamed Morsi décore les généraux qu’il a limogés», Le Monde, 14 agosto 2012
3 - AFP, «Un général égyptien justifie les “tests de virginité” sur des manifestantes», Le Point.fr, 26 giugno 2011
4 - Karim Kebir, «Morsi écarte l’armée du pouvoir», Liberté, 13 agosto 2012
5 - Maghreb Intelligence, «Le général Anan, au chevet de l’Égypte», 3 agosto 2012
6 - Essafir, «Morsi décore Sadate!», 4 ottobre 2012
7 – Alain Gresh, « Égypte, de la dictature militaire à la dictature religieuse?», Le Monde diplomatique, novembre 2012
8 – Essafir, Op.Cit.
9 - Névine Ahmed, «Entre Nasser et Morsi, des jeunes si semblables…si différents!», Le Progrès Égyptien, 24 luglio 2012
10 – Bernard Lugan, «Irak, Libye, Syrie, Égypte et demain Iran. La stratégie du chaos», Metamag, 14 dicembre 2012
11 – AFP, «Morsi promet d’agir pour faire libérer Omar Abdel-Rahman aux États-Unis», Romandie.com
12 – David D. Kirkpatrick, «Egypt’s New Leader Takes Oath, Promising to Work for Release of Jailed Terrorist», The New York Times, 29 giugno 2012
13 – Jonathan Dienst, «Area Pols Condemn Egypt’s Next President for Supporting ’93 WTC Terrorist», NBC New York, 29 giugno 2012
14 – Andrew Cochran, «New Al Qaeda Tape Announces “Merger” With Egyptian Islamic Group, a.k.a. Gamaa Islamiya», Counter Terrorism Blog, 5 agosto 2006
15 - Christophe Ayad, «Géopolitique de l’Égypte», Editions Complexe, Bruxelles, 2002, pp. 143
16 – Mohamed Ahmed Tantaoui, «En photos: Le général Anan assiste au mariage du fils du général Mamdouh Chahine et rencontre l’ancien chef de l’assemblée du peuple Saad el-Katatni», El-Youm el-Sabii, 31 août 2012
17 – Stéphane Lacroix, «L’Égypte, l’armée et les Frères», Le Monde, 25 juin 2012
18 - Alexandre Buccianti, «Égypte: les Frères musulmans confirment leur rapprochement avec l’armée contre les révolutionnaires», RFI, 25 luglio 2011
19 – AFP, «L’armée égyptienne somme pouvoir et opposition de dialoguer», Libération, 8 dicembre 2012
20 – Jacques Chastaing, «Égypte: la révolution et les islamistes», Culture & Révolution, 28 settembre 2012
21 - R.B., «Égypte: pourquoi le projet de Constitution inquiète» Le Parisien.fr. 23 dicembre 2012
22 - Bahjat Abou Deif, «Les électeurs scandent contre l’ambassadrice américaine “islamique … islamique”», El-Youm el-Sabii, 22 dicembre 2012

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria divide la sinistra araba

Nicolas Dot-Pouillard Le Monde Diplomatique 4.8.2012

Le violenze si approfondiscono e diffondono. Eppure, a differenza di Egitto e Tunisia, la rivolta siriana non ha avuto il sostegno unanime della sinistra araba. C’è una spaccatura tra coloro che simpatizzano con le richieste dei manifestanti e quelli che temono l’ingerenza straniera, sia politica che militare.
Lo scorso agosto il quotidiano della sinistra nazionalista libanese, al-Akhbar, ha attraversato la sua prima crisi dal suo lancio nell’estate del 2006 (1). Il caporedattore Khaled Saghieh lasciato il giornale che aveva contribuito a creare, a causa della sua copertura della crisi siriana. Saghieh ha denunciato la mancanza di sostegno da parte del giornale, alla rivolta popolare che ha avuto inizio nel marzo 2011. Al-Akhbar non ha mai negato le sue simpatie politiche verso Hezbollah, uno dei principali alleati di Bashar al-Assad nella regione, o nascosto il fatto che preferisce il dialogo tra il governo di Damasco e una sezione dell’opposizione, alla caduta del regime di Assad. Il giornale ha dato voce ad alcuni membri dell’opposizione siriana, tra cui Kaileh Salameh, un intellettuale marxista siriano-palestinese che è stato arrestato lo scorso aprile dai servizi di sicurezza.
Un articolo di giugno di Amal Saad-Ghorayeb (2) ha provocato tensioni all’interno della versione inglese del giornale online. Il commentatore libanese si è posizionato stabilmente con il regime di Damasco, e ha criticato i sostenitori di una “terza via”, quelli che denunciano il regime, mentre metteva in guardia contro l’intervento militare occidentale, sul modello libico. Lo stesso mese un altro giornalista di al-Akhbar, l’inglese Max Blumenthal, ha annunciato che stava rilasciando un articolo di critica verso gli “apologeti di Assad” nella redazione (3).
La crisi di al-Akhbar è sintomatica del dibattito che divide la sinistra araba, ideologicamente e strategicamente. Alcuni continuano a sostenere il regime siriano in nome della lotta contro Israele e la resistenza all’imperialismo. Altri stanno fermamente con l’opposizione, in nome della rivoluzione e della difesa dei diritti democratici. Altri ancora sostengono una via di mezzo tra la prova di solidarietà (a distanza) con le richieste dei manifestanti per la libertà, e il rifiuto dell’ingerenza straniera: sostengono una sorta di riconciliazione nazionale. Sembra che la crisi siriana stia gettando la sinistra araba – strettamente comunista, tendenzialmente marxista, nazionalista di sinistra, radicale o moderata - nel disordine.
C’è un piccolo sostegno inequivocabile per il clan Assad, e poche persone chiedono al regime di andare avanti così com’è, ma i sostenitori incondizionati della rivoluzione non sembrano essere in maggioranza. La maggior parte di loro sono all’estrema sinistra dello schieramento politico, di solito trotzkisti (Forum socialista in Libano, socialisti rivoluzionari in Egitto) o maoisti (Via democratica in Marocco). Hanno legami con sezioni dell’opposizione, come la Sinistra Rivoluzionaria siriano di Ghayath Naisse. Dalla primavera del 2011 hanno preso parte a manifestazioni occasionali davanti alle ambasciate e consolati siriani nei loro paesi. Ci sono anche alcuni intellettuali indipendenti di sinistra che appoggiano l’insurrezione, come lo storico libanese Fawwaz Traboulsi (4). Chiedono la caduta del regime, ed escludono il dialogo. Anche se difendono la pacifica protesta popolare, credono che i ribelli hanno il diritto di ricorrere alla forza delle armi. Sostenitori della rivoluzione dell’estrema sinistra si distanziano dal Consiglio Nazionale siriano (CNS)(5), una delle principali coalizioni di opposizione, perché credono che i suoi legami con paesi come il Qatar, la Turchia e l’Arabia Saudita, potrebbero compromettere l’indipendenza del movimento popolare.

A prudente distanza
Una parte della sinistra radicale, anche se denuncia il regime di Assad e chiede la sua caduta, è diffidente verso il supporto che le monarchie del Golfo stanno dando ai rivoluzionari siriani; allo stesso modo, non osano sottoscrivere pienamente il discorso anti-Assad della “comunità internazionale”, in particolare degli Stati Uniti. Ma questo riflesso anti-imperialista non ha la precedenza sul sostegno alla rivoluzione: ciò che conta è la situazione interna in Siria, e il principio di rivolta popolare, come fatto in Tunisia ed Egitto.
Ma la maggioranza della sinistra araba mantiene una prudente distanza dalla rivolta siriana. Condannano  la sua militarizzazione, che dicono vada a vantaggio dei gruppi radicali islamici e dei combattenti stranieri che si affollano in Siria. Criticano il settarismo del conflitto, che mettendo prima gli alawiti, e poi le minoranze cristiane davanti a una maggioranza sunnita radicalizzata dalla repressione, temono, porterà a una guerra civile senza fine. E si preoccupano per l’equilibrio regionale e internazionale del potere. Con l’Iran e la Siria contro le monarchie del Golfo, e la Russia e la Cina contro gli Stati Uniti, la Siria è in prima linea nel grande gioco della guerra internazionale. La sinistra tende a favorire l’Iran e la Siria, e la Russia e la Cina, piuttosto che quelli che vi si oppongono.
Una coalizione di sei partiti di sinistra e nazionalisti, tra comunisti e nazionalisti arabi, si è incontrata ad Amman il 4 aprile, in occasione del nono anniversario dell’invasione statunitense dell’Iraq. Ma era la crisi in Siria, non la caduta di Saddam Hussein, che ha dominato le discussioni. I relatori hanno denunciato con forza “l’intervento straniero” in Siria, e tracciato un parallelo tra l’operazione del 2003 contro l’Iraq e il sostegno delle principali potenze occidentali al CNS e all’opposizione armata in Siria.
Il potente Sindacato Generale dei Lavoratori Tunisini (UGTT, cui alcuni membri dell’esecutivo sono di estrema sinistra) ha emesso un comunicato il 17 maggio, ribadendo il suo sostegno alle esigenze democratiche del popolo siriano, ma mettendo in guardia contro un “complotto degli Stati arabi coloniali e reazionari“. Due mesi prima, il Partito Comunista dei Lavoratori tunisino (POCT) e gruppi nazionalisti arabi avevano indetto una manifestazione per protestare contro le “Amici della Siria” (un organizzazione che riunisce circa 60 rappresentanti internazionali e il CNS), quando ha tenuto una conferenza a Tunisi.
Il Partito Comunista Libanese ha assunto un atteggiamento particolarmente prudente. Anche se ha pubblicato articoli nel suo giornale dei leader dell’opposizione siriana come Michel Kilo, che non fa parte del CNS, è rimasto in diparte dalle manifestazioni che hanno avuto luogo nel corso dell’ultimo anno, di fronte all’ambasciata siriana a Beirut. Inoltre, il partito è finito sotto il fuoco della sinistra libanese, perché parte della sua leadership resta vicino al del Partito della volontà popolare di Qadri Jamil. Jamil è un membro dell’opposizione “ufficiale” siriana, e nel giugno Assad lo ha nominato viceprimo ministro per l’economia, nel governo di Riad Hijab.
Un’altra parte degli appelli della sinistra arabi per un approccio graduale e riformista al conflitto siriano, sostiene che la soluzione deve essere politica e non militare. Questa posizione ha trovato riscontro nel comunicato finale del Congresso nazionalista arabo, che ha riunito circa 200 delegati provenienti da gruppi nazionalisti arabi e di sinistra, e di alcuni islamisti, a Hammamet, Tunisia, a giugno (6). Il documento cercato di essere il più possibile consensuale. Pur riconoscendo il diritto del popolo siriano a “libertà, democrazia e alternanza pacifica del potere tra i partiti“, ha condannato la violenza da tutte le parti, criticando sia il regime cje l’opposizione armata, e chiedendo di impegnarsi in un dialogo sulla base del piano di pace di Kofi Annan, del marzo 2012.

Due facce
Mentre una parte della sinistra radicale araba crede ancora che la rivoluzione è in gioco, carte, una percentuale molto più grande l’ha abbandonata, dal momento che in realtà non vuole vedere un violento collasso del regime. La contraddizione si trova nella tacita guerra fredda non detto. Temono più un vuoto di potere e una Siria post-Assad riconciliata con gli Stati Uniti e i loro alleati degli Stati del Golfo, più che la prosecuzione del regime attuale.
Gli attivisti arabi di sinistra vedono la Siria come Giano bifronte. Pochi negano la sua natura autoritaria e repressiva, ma ancora oggi gli argomenti a difesa del regime, combinati con le sanzioni internazionali contro di esso, risuonano nella sinistra araba, profondamente radicata nella convinzione unitaria anti-imperialista e terzomondista. In alcuni, questi sentimenti sono temperati da un attaccamento alla natura popolare della rivolta, in altri sono amplificati dalla crescente internazionalizzazione del conflitto.
La primavera araba ha dato una spinta agli islamisti, portando al potere i partiti dalle origini nella Fratellanza Musulmana, in Marocco, Tunisia ed Egitto. Non c’è dubbio che questo ha spinto alcuni esponenti della sinistra a spostarsi da un’altra parte, temendo che le rivoluzioni arabe possano portare all’egemonia islamista. Il Movimento Ennahda in Tunisia, come la Fratellanza Musulmana in Egitto e Giordania, appaiono come ardenti sostenitrici dell’opposizione siriana. Quindi la posizione che gran parte della sinistra araba assume verso la Siria, riflette il suo scontro con l’Islam politico. Ecco perché i partiti che di solito pretendono di essere “rivoluzionari” e “progressisti”, anche se non sono necessariamente marxisti, paradossalmente sperano in una soluzione negoziata e nella transizione graduale in Siria, per paura di una delusione futura.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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