Egitto, i fratelli musulmani e la guerra degli USA alla Siria

Tony Cartalucci Global Research, 25 marzo 2014

cartina_egitto_bLa condanna a morte senza precedenti di oltre 500 membri dei fratelli musulmani, in Egitto, per il loro ruolo nell’attacco, tortura e omicidio di un poliziotto egiziano, è il culmine di un’illuminante e onnicomprensivo giro di vite della sicurezza nella centrale nazione araba del Nord Africa. La mossa ha creato un effetto raggelante che ha ammutolito le masse altrimenti violente dei fratelli musulmani e le strade, dove in genere seminano caos, tranquille e vuote. Il New York Times nel suo articolo, “Centinaia di egiziani condannati a morte per l’assassinio di un agente di polizia”, scrive che: “Una folla si è radunata davanti il tribunale della città di Matay, scoppiando in pianto e rabbia  quando un giudice ha condannato a morte 529 imputati solo nella seconda sessione del processo,  condannati per l’omicidio di un agente di polizia nella rabbia per l’estromissione del presidente islamista. Qui, a pochi chilometri di distanza dalla capitale provinciale, le scuole hanno chiuso in anticipo, e molti sono rimasti a casa temendo una rivolta, dicono i residenti. Ma la folla è andata a casa e ben presto le strade sono rimaste tranquille”. La mossa dei giudici egiziani ha attirato la condanna prevedibile del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. L’articolo del Washington PostTribunale egiziano condanna a morte 529 persone“, dichiara: “Gli Stati Uniti sono “profondamente preoccupati, e direi in realtà piuttosto scioccati”, per la condanna a morte di massa, ha detto Marie Harf, portavoce del dipartimento di Stato. “Sfida la logica” e “di certo non sembra possibile che un’autentica analisi di prove e testimonianze secondo gli standard internazionali”, possa essere stata effettuata in due giorni, ha detto”.
Mentre gli Stati Uniti continuano a fingere di sostenere il governo di Cairo, sono completamente dalla parte del regime della fratellanza musulmana guidata di Muhammad Mursi, delle sue folle in piazza e delle reti di ONG in Egitto che ne sostengono e difendono le attività. L’ultima di tali ONG ad apparire è l’Iniziativa egiziana per i diritti personali (EIPR) citata dal suddetto articolo del New York Times, che afferma: “Non abbiamo mai sentito parlare di nulla del genere prima, dentro o fuori dell’Egitto, che aveva un sistema giudiziario contrario all’esecuzione di massa“, ha detto Qarim Midhat al-Narah, ricercatore presso l’Iniziativa egiziana per i diritti personali specializzato in giustizia penale. “E’ ridicolo”, ha detto, sostenendo che sarebbe impossibile dimostrare che 500 persone abbaino ognuno avuto un ruolo significativo nell’assassinio di un solo agente di polizia, in particolare dopo appena uno o due brevi sessioni. Chiaramente è un tentativo di intimidire e terrorizzare l’opposizione, e in particolare l’opposizione islamista, ma il giudice è profondamente impegnato in politica fino a questo punto?” EIPR è finanziato tra gli altri dall’ambasciata d’Australia a Cairo, e svolge lo stesso noto ruolo che altre ONG finanziate dagli occidentali hanno avuto durante la “primavera araba” del 2011, coprendo violenze e atrocità dell’opposizione e usando i “diritti umani” per condannare le repressioni della sicurezza effettuati in risposta dallo Stato.

Come c’è arrivato qui l’Egitto
L’attuale crisi in Egitto è risultato diretto della cosiddetta “primavera araba” del 2011. Mentre  nazioni come la Libia sono in rovina avendo avuto la “rivoluzione” “successo”, dove il popolo libico è soggiogato dai fantocci filo-occidentali, e la Siria continua a combattere un grave conflitto da tre anni costato decine di migliaia di vite, l’Egitto ha preso una strada diversa. Quando i tumulti in Egitto cominciarono ad avvicinarsi alle violenze libiche e siriane, l’esercito egiziano, che fu il pilastro del potere in Egitto per decenni, si piegò ai venti del cambiamento. Hosni Mubaraq fu  estromesso e l’esercito tollerò l’ascesa al potere della fratellanza musulmana. Tuttavia prima  gettarono le basi per la sua rovina. La leadership militare attese il suo momento con pazienza, aspettando il momento giusto per spodestare la fratellanza e frantumare rapidamente le sue reti politiche e militari. Fu un colpo da maestro che finora ha salvato l’Egitto dalla stessa sorte subita dalle altre nazioni che bruciano ancora nel caos scatenato dalla “primavera araba”.

La crisi interna dell’Egitto è guidata da interessi esteri
Nel gennaio 2011 ci dissero che una rivolta “spontanea” e “indigena” spazzava il Nord Africa e il Medio Oriente in quella che fu chiamata “primavera araba”. Sarebbero passati mesi prima che i media occidentali ammettessero che gli Stati Uniti erano dietro le rivolte tutt’altro che “spontanee” o “indigene”. In un articolo dell’aprile 2011 pubblicato dal New York Times, intitolato “Gruppi degli Stati Uniti hanno allevato le rivolte arabe“, si afferma: “Un certo numero di gruppi e individui direttamente coinvolti nelle rivolte e riforme radicali della regione, tra cui il Movimento Giovanile 6 Aprile in Egitto, il Centro del Bahrain per i diritti umani e attivisti di base come Entsar Qadhi, un giovane leader nello Yemen, ricevettero formazione e finanziamento da gruppi come International Republican Institute, National Democratic Institute e Freedom House, un’organizzazione per i diritti umani senza scopo di lucro di Washington“. L’articolo aggiunse anche, sul National Endowment for Democracy (NED): “Gli istituti repubblicano e democratico sono liberamente affiliati ai partiti repubblicano e democratico. Furono creati dal Congresso e sono finanziati dal National Endowment for Democracy, istituito nel 1983 per convogliare borse di studio per promuovere la democrazia nei Paesi in via di sviluppo. Il National Endowment riceve circa 100 milioni di dollari all’anno dal Congresso. Freedom House ne ottiene la maggior parte dal governo statunitense, soprattutto dal dipartimento di Stato“. Lungi dal semplicemente capitalizzare o “cooptare” disordini genuini, i preparativi per la “primavera araba” iniziarono già nel 2008. Attivisti egiziani dall’ormai famigerato Movimento 6 Aprile erano a New York per la prima edizione del summit dell’Alleanza dei movimenti giovanili (AYM), noto anche come Movements.org. Lì ricevettero formazione, opportunità di collegarsi e il sostegno all’AYM da vari sponsor governativi e statunitensi, tra cui il dipartimento di Stato USA. Il rapporto del summit AYM 2008 (pagina 3 del .pdf) afferma che il sottosegretario di Stato per la diplomazia Pubblica e gli Affari Pubblici, James Glassman, vi partecipò assieme a Jared Cohen, che siede nello staff per la pianificazione della politica del segretario di Stato. Altri sei membri e consiglieri del dipartimento di Stato parteciparono al vertice assieme a un immenso numero di esponenti aziendali, mediatici e istituzionali. Poco dopo, 6 Aprile si recò in Serbia per allenarsi con CANVAS finanziato dagli USA, formalmente l’ONG finanziata dagli USA “Otpor” che contribuì a rovesciare il governo della Serbia nel 2000. Otpor, secondo il New York Times, è un “movimento ben oliato e sostenuto con diversi milioni di dollari dagli Stati Uniti”. Dopo il successo avrebbe cambiato il nome in CANVAS e cominciato ad addestrare attivisti da usare nelle operazioni di cambio di regime appoggiate dagli USA. Il Movimento 6 Aprile, dopo l’addestramento con CANVAS, tornò in Egitto nel 2010, insieme con il capo dell’AIEA Muhammad al-Baraday. I membri di 6 Aprile addirittura rimasero in attesa dell’arrivo di al-Baraday all’aeroporto di Cairo, a metà febbraio. Già, al-Baraday nel 2010 annunciò l’intenzione di concorrere alle elezioni presidenziali del 2011. Insieme a Wail Ghonim di Google del 6 Aprile e una coalizione di altri partiti d’opposizione, al-Baraday assemblò il suo “Fronte Nazionale per il Cambiamento” ed iniziò a preparare la prossima “primavera araba”. Chiaramente la “primavera araba” fu a lungo pianificata, e programmata dall’estero, con attivisti provenienti da Tunisia ed Egitto addestrati e supportati dall’occidente, in modo che ritornando seminassero disordini in una campagna coordinata regionalmente. Un articolo dell’aprile 2011 di AFP lo conferma, Michael Posner del dipartimento di Stato USA avrebbe ammesso che decine di milioni di dollari furono stanziati per attrezzare e addestrare gli attivisti due anni prima della “primavera araba”.
Il ruolo della fratellanza musulmana venne occultato. Mentre i media occidentali si concentravano sui più presentabili capi “pro-democratici” che aveva addestrato e messo a capo delle folle di piazza Tahrir, la grande adesione dei fratelli musulmani riempì il resto della piazza. Erano anche i responsabili degli attacchi armati in Egitto che costarono gli oltre 800 morti “della rivoluzione”. Gli egiziani subito diffidarono della leadership della protesta, soprattutto di al-Baraday i cui legami con gli interessi occidentali furono scoperti portando alla rapida fine della sua influenza. Il movimento di protesta non aveva una macchina politica per colmare il vuoto creatosi. Ancora una volta, l’occidente si voltò verso i fratelli musulmani e l’occidentale Muhammad Mursi, per avere dei risultati.

Resurrezione dei fratelli musulmani
La fratellanza musulmana è un movimento pseudo-teocratico settario, un movimento regionale che trascende i confini nazionali. Colpevole di seminare violenze per decenni non solo in Egitto ma in tutto il mondo arabo, rimane una grave minaccia per gli Stati laici e nazionalisti, dall’Algeria alla Siria. Oggi, la stampa occidentale denigra gli sforzi egiziani e siriani per frenare questi estremisti settari, in particolare in Siria, dove il governo è stato accusato di aver “massacrato” i militanti armati della Fratellanza ad Hama, nel 1982. Le costituzioni secolari delle nazioni arabe dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, tra cui la Costituzione siriana riscritta, hanno tentato di escludere i partiti confessionali, soprattutto le affiliazioni “regionali”, per evitare che i movimenti politici  collegati a Fratelli musulmani e al-Qaida non vadano mai al potere. E mentre lo spettro di estremisti settari che prendono il potere in Egitto o in Siria può sembrare una minaccia imminente per gli  interessi occidentali (israeliani compresi), in realtà è un enorme vantaggio. Mursi non è affatto un “estremista” o “islamista.” E’ un tecnocrate statunitense che si limita a porsi da “duro” per coltivare il sostegno fanatico della truppa della fratellanza. I figli di Mursi sono anche cittadini statunitensi.  Nonostante una lunga campagna di propaganda finto antisraeliana ed antiamericana, durante le presidenziali egiziane, la fratellanza musulmana aderì all’intervento “internazionale” di Stati Uniti, Europa e Israele contro la Siria. L’Egitto ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria, restaurate dopo che Mursi fu finalmente cacciato dal potere.

Il collegamento siriano
Gli affiliati siriani della Fratellanza musulmana inviano armi, denaro e combattenti stranieri in Siria per combattere la guerra per procura di Wall Street, London, Riyadh, Doha e Tel Aviv. L’articolo della Reuters del 6 maggio 2012 intitolato “L’ascesa dei fratelli musulmani dalle ceneri della Siria“, afferma: “Lavorando con calma, la fratellanza ha finanziato i disertori dell’esercito libero siriano in Turchia e inviato denaro e forniture in Siria, per far rinascere la sua base tra i piccoli contadini e la classe media sunniti, dicono fonti dell’opposizione“. I fratelli musulmani erano vicini all’estinzione in Siria, prima dei disordini, e mentre Reuters fallisce categoricamente nel spiegare il “retroscena” della resurrezione della fratellanza, svelata in un articolo del New Yorker del 2007 intitolato “The Redirection” di Seymour Hersh. La confraternita fu direttamente sostenuta da Stati Uniti e Israele che inviarono sostegno attraverso i sauditi in modo da non compromettere la “credibilità” del cosiddetto movimento “islamico”. Hersh ha rivelato che i membri della cricca libanese di Saad Hariri, allora guidato da Fuad Siniora, furono gli intermediari tra i pianificatori statunitensi e i fratelli musulmani siriani. Hersh riferisce che la fazione libanese di Hariri aveva incontrato Dick Cheney a Washington informandolo personalmente sull’importanza di usare i fratelli musulmani in Siria in qualsiasi azione contro il governo: “(Walid) Jumblat poi mi disse che aveva incontrato il vicepresidente Cheney a Washington, lo scorso autunno, per discutere, tra l’altro, la possibilità di minare Assad. Lui e i suoi colleghi avvisarono Cheney che se gli Stati Uniti avessero agito contro la Siria, i membri della Fratellanza musulmana siriana erano “coloro con cui parlare”, disse Jumblat“.
L’articolo continua spiegando come già nel 2007 Stati Uniti e Arabia Saudita iniziarono ad appoggiare la confraternita: “Ci sono prove che la strategia del reindirizzamento dell’amministrazione abbia già beneficiato la confraternita. Il Fronte di Salvezza Nazionale siriano è una coalizione di gruppi d’opposizione i cui membri principali sono una fazione guidata da Abdul Halim Qadam, ex-vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la fratellanza. Un ex-alto ufficiale della CIA mi disse: “Gli statunitensi hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi  prendono l’iniziativa del sostegno finanziario ma c’è il coinvolgimento statunitense”. Disse che Qadam, che ora vive a Parigi, riceveva denaro dall’Arabia Saudita con la consapevolezza della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione di membri del Fronte s’incontrò con funzionari del Consiglio di Sicurezza Nazionale, secondo la stampa). Un ex-funzionario della Casa Bianca mi disse che i sauditi avevano dato ai membri del Fronte documenti di viaggio. Jumblat disse di aver capito che la questione era sensibile per la Casa Bianca. “Ho detto a Cheney che ad alcune persone nel mondo arabo, soprattutto gli egiziani”, la cui leadership moderata sunnita combatté i fratelli musulmani egiziani per decenni, “non piacerà se gli Stati Uniti aiutassero la fratellanza. Ma se non prendono la Siria, affronteremo in Libano Hezbollah in una lunga lotta che non potremo vincere”.” Avvertì che tale supporto avrebbe giovato alla fratellanza nel suo complesso, non solo in Siria, e avrebbe influenzato l’opinione pubblica anche sull’Egitto, dove una lunga battaglia contro i fautori della linea dura venne combattuta per mantenere il governo secolare egiziano. Chiaramente la fratellanza non risorse spontaneamente in Siria, fu resuscitata da contanti, armi e direttive statunitensi, israeliani e sauditi. Similmente risorse in Egitto.

Il caos della Siria è un avvertimento sul possibile futuro dell’Egitto
Anche se il mondo comincia a raccogliere ciò che è stato seminato in Siria, mediante la risurrezione intenzionale dei fratelli musulmani da parte dell’occidente e delle fazioni estremiste che la fratellanza ha supportato, sembra che non sia stata appresa alcuna lezione dall’opinione pubblica, dove molti affermano essere “esperti geopolitici”. La stessa destabilizzazione, passo dopo passo, è in corso in Egitto e ancora una volta attraverso la fratellanza musulmana. Legioni di terroristi sono in attesa, nella regione egiziana del Sinai, che la fratellanza getti basi sufficientemente ampie tra la popolazione dell’Egitto, in modo che possano distruggerlo, proprio come in Siria. E dietro tutto ciò vi è l’occidente che cerca disperatamente di sloggiare l’esercito egiziano dal potere con una combinazione di carote sgradevoli e bastoni rotti. Il think tank strategici degli USA, finanziati dalle corporazioni, quali Carnegie Endowment for International Peace, hanno espresso il desiderio degli USA di vedere l’esercito egiziano ridotto ed escluso interamente dal potere politico, proprio come in Turchia. In realtà, l’occidente è così orgoglioso di quanto è stato realizzato in Turchia, che si riferisce alla rimozione di qualsiasi istituzione militare indipendente, nel mondo, e alla sua sostituzione con un regime di ascari facilmente manipolabili, come al “modello turco”.
Il post dell’Endowment intitolato “L’Egitto non può replicare il modello turco: ma può imparare da esso“, articola tale desiderio affermando: “In Egitto, un certo numero di giovani e islamici moderati ha sottolineato il governo in Turchia di Giustizia e Sviluppo (AKP) quale fonte d’ispirazione, citando la riforma giuridica, il successo della gestione economica e le vittorie elettorali come modelli da emulare. In alcuni ambienti politici, la Turchia viene anche presentata come modello globale per il mondo arabo, una caratterizzazione che deriva in gran parte dalla sua capacità apparentemente unica di accoppiare democrazia laica e società prevalentemente musulmana. Il partito non solo ha aumentato il suo sostegno tra imprese secolari e classi medie, ma ha anche reso l’idea di Stato onnipotente che comanda l’economia e la vita dei musulmani attraverso i principi islamici, obsoleta. Per lo più l’AKP ha mantenuto la struttura costituzionale e istituzionale di base dello Stato turco, ma ha approvato emendamenti costituzionali per l’armonizzazione con l’UE e ridurre il potere dei militari“. In altre parole, l’Islam e la democrazia sono diventati compatibili in Turchia sotto il neoliberismo. Al-Monitor dell’Arabia Saudita, agenzia politica occidentale, afferma chiaramente nel suo articolo, “La Seconda Rivoluzione dell’Egitto, un colpo alla Turchia”, che: “L’esercito egiziano considera Giustizia e Sviluppo della Turchia un rivale politico e un alleato dei fratelli musulmani. Inoltre, l’istituzione militare egiziana vede il modello turco di limitazione del potere della dirigenza militare della Turchia, per mezzo dell’alleanza con Washington, un modello che minaccia la presenza e gli interessi dell’esercito egiziano”.
Un altro think tank degli Stati Uniti finanziato da aziende, il Council on Foreign Relations (CFR), cita un altro, più vecchio “modello turco”, quello in cui l’esercito turco era al potere, prima di essere ridotto in dimensioni e influenza, accusato della caduta dei fratelli musulmani in Egitto. Nel suo post, “In Egitto, i militari adottano il modello turco per controllare Mursi“, Stephen Cook del CFR scrive: “Poco dopo la caduta di Mubaraq, il feldmaresciallo Tantawi chiese la traduzione della costituzione della Turchia del 1982, che dota gli ufficiali turchi di ampi poteri di polizia politica e limita il potere dei capi civili. Nel decreto del 17 giugno, i militari arginarono la vittoria di Mursi approssimandosi al ruolo tutelare dell’esercito turco di poco prima”. I think tank statunitensi di politica estera e gli editoriali confrontano continuamente Egitto e Turchia, e indicano come l’Egitto può trasformarsi, eliminando l’influenza politica dei militari, in uno Stato fantoccio come la Turchia, membro della NATO definitivamente piegato alla volontà di Wall Street, Londra ed Unione europea.
Quanto l’occidente sia disposto e possa fare in Egitto per avere un tale riordino e quale percorso farà è ancora difficile dirlo. Fino a che punto sia disposto ad andare, in generale, si può vedere nelle macerie disseminate nelle strade in fiamme e nelle città decimate della Siria. Aggiungendovi i fratelli musulmani, considerando il loro ruolo nella continua distruzione della Siria, il governo militare egiziano può essere accusato di uso eccessivo della forza, ma essendo l’Egitto molte volte più grande della Siria per popolazione e superficie, e considerando la devastazione e la perdita di vite umane avutesi in Siria, l’alternativa come accordo temporaneo, negazione o inerzia, è assolutamente inaccettabile.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Federazione russa ed Egitto rafforzano le relazioni sulla base del rispetto reciproco

Boutros Hussein e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times 16 febbraio 2014
putin-sisiLe nazioni come USA e Regno Unito sono spesso coinvolte nei torbidi giochi di potere in cui  minano gli ex-alleati, alla prima occasione. Sadam Husayn in Iraq e Hosni Mubaraq furono eliminati una volta che avevano fatto il loro dovere placando le potenze occidentali. Allo stesso modo, a differenza della Federazione Russa, che rispetta l’indipendenza degli Stati nazionali, è evidente che l’amministrazione Obama ed elementi del Regno Unito avevano sostenuto i Fratelli musulmani in Egitto e in diverse altre nazioni. Pertanto, è essenziale che l’Egitto diventi indipendente e si concentri sulle motivazioni geopolitiche interne piuttosto che sugli intrighi di Washington. Ciò non implica che l’Egitto debba snobbare gli USA, ma chiaramente i meccanismi del potere a Cairo non devono legarsi ad alcuna nazione. Più importante, le élite politiche in Egitto devono imparare a prendere le distanze dai cordoni della borsa di Washington perché, chiaramente, gli USA non sostengono le forze progressiste contro i draconiani Fratelli musulmani. Al contrario, la Fratellanza musulmana si allea ad Obama in base a criteri estranei agli USA, placando le sinistre forze islamiste in diverse nazioni.
Il Maresciallo Abdel-Fatah al-Sisi cerca di far avanzare l’Egitto una volta di più, rafforzando lo Stato centralizzato e affrontando i sediziosi movimenti islamisti come i Fratelli musulmani.  Naturalmente, nessuno può dire al cento per cento chi sarà il futuro leader dell’Egitto, ma è giusto dire che la piattaforma di al-Sisi è forte. Al-Sisi ha ascoltato le masse lontano dalla propaganda dei media, avvertendo chiaramente i leader dell’Egitto di dare ascolto alle masse o avrebbe dovuto prendere provvedimenti per proteggere “la volontà del popolo.” In altre parole, in un momento di grave crisi, al-Sisi ha coraggiosamente preso il toro per le corna al fine di tutelare lo Stato-nazione dell’Egitto. Non sorprende che al-Sisi abbia deciso di visitare la Federazione russa, come sua prima visita all’estero da quando sono scomparsi Muhammad Mursi e le forze oscure dei Fratelli musulmani. La visita di al-Sisi a Mosca ha una potente ragione sostanziale, mentre in silenzio mostra la propria disapprovazione verso i subdoli giochi di potere dell’amministrazione Obama.  Tuttavia, invece di una vuota retorica, è chiaro che al-Sisi mostra a tutta la regione che nuovi sviluppi si hanno in Egitto, indipendentemente dagli intrighi negativi di USA, Qatar e Turchia. Purtroppo, per troppo tempo Washington ha piazzato Israele sul fronte dei suoi giochi di potere con l’Egitto. Eppure, l’Egitto è una potenza a sé stante e se questa nazione adotta leader politici che si interessano alle riforme politiche, economiche e sociali genuine, le potenzialità di questa nazione saranno enormi. Pertanto, è essenziale che al-Sisi e altri in Egitto si concentrino sulla protezione dello Stato-nazione, mentre avviano fermamente questa nazione sulla strada della democrazia. Tuttavia, gli egiziani hanno bisogno di pazienza, perché le forze sinistre dei Fratelli musulmani e di altri gruppi islamisti, sono intente a sedizioni e settarismo, destabilizzando l’economia, e in altre realtà sinistre.
Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha chiaramente ricevuto al-Sisi con le braccia aperte. Ancora una volta, le élite di Mosca non sono interessate a gesti vuoti e giochi di potere estranei alla realtà, a differenza di Washington. Invece, le élite della Federazione russa desiderano rafforzare gli Stati nazionali in tutta la regione e arrestarvi l’ingerenza di forze estere. Naturalmente, le altre nazioni condividono il punto di vista di Mosca, ma attualmente solo la Federazione Russa  utilizza molti strumenti potenti a sua disposizione. Gli USA, nonostante il debito enorme, hanno chiaramente molti strumenti a disposizione nel campo della persuasione militare, manipolazione dei media, abuso del diritto internazionale, sabotaggio degli Stati-nazione e anche in aree positive  relative a commercio e sostegno economico. In altre parole, nonostante le élite di Washington si concentrino sempre più sull’Asia nord-orientale e l’Asia-Pacifico, è altrettanto chiaro che gli USA continueranno ad utilizzare molti potenti meccanismi a disposizione, nel Medio Oriente e Nord Africa. Pertanto, è chiaro che l’Egitto deve sempre tenerne conto, ma ciò non significa rispettare o seguire i capricci degli USA. Al contrario, è il momento di avere rapporti basati sul rispetto reciproco e la fiducia, ma chiaramente l’amministrazione Obama ha bisogno di riconquistare la fiducia del popolo egiziano dopo aver preso le parti dei Fratelli musulmani.
La BBC dice: “La Russia e l’Egitto parlano di rafforzare la cooperazione nella difesa e che potrebbero esservi anche grandi contratti sugli armamenti. Notizie della stampa russa parlano di un possibile accordo da 2 miliardi di dollari per la fornitura all’Egitto di velivoli avanzati, elicotteri e missili superficie-aria, in gran parte pagati da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, alleati dell’Egitto“. L’Egitto non ha bisogno di legarsi ad alcuna grande potenza. Inoltre, la Federazione Russa non è interessata a questo tipo di rapporto. Al contrario, le élite di Mosca desiderano rafforzare un mondo basato su blocchi potenti, riconoscendo l’indipendenza degli Stati nazionali, il mantenimento della stabilità, il rafforzamento del diritto internazionale e altre realtà positive. Tutto questo sarà sicuramente chiesto ad al-Sisi affinché lui e gli altri leader dell’Egitto si sforzino per  stabilizzare lo Stato-nazione e rilanciarne l’economia e le infrastrutture.
Nel complesso, al-Sisi è una persona molto saggia e la sua visita a Mosca delicatamente mostra agli USA che le dinamiche di potere regionali cambiano. Allo stesso modo, è il momento per Washington di diventare un vero e proprio mediatore onesto e riconoscere le dinamiche di potere dell’Egitto volte a schiacciare le sinistre forze della Fratellanza musulmana e islamiste. Analogamente, non è nell’interesse dell’Egitto voltare le spalle agli USA perché l’amministrazione Obama presto morderà la polvere. Una volta che accadrà, allora si spera che Egitto, USA e Federazione Russa adotteranno politiche volte a sviluppare legami economici basati sul rispetto reciproco. Ovviamente, Putin è già aperto ad un rapporto con l’Egitto fondato sul rispetto reciproco, pertanto è giunto il momento per gli USA di seguirne l’esempio e fermare l’ingerenza negli affari interni di questa nazione.

2998464Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Maresciallo al-Sisi vicino alla vittoria nella lotta per il futuro dell’Egitto

Dmitrij Minin, Strategic Culture Foundation, 12/02/2014

Egyptians-support-Sisi-minister-of-defenseIl 6 febbraio i media mondiali, citando la pubblicazione quwaytiana al-Sayasah, hanno riferito che l’uomo forte dell’Egitto, Comandante in Capo e neo-Maresciallo al-Sisi, annunciava la partecipazione alle presidenziali. La cosa importante è che il Consiglio Supremo delle Forze Armate dell’Egitto ha già nominato il ministro della Difesa candidato alla presidenza. E’ evidente a tutti che al-Sisi sarà il probabile vincitore delle elezioni presidenziali, che si terranno non oltre il 19 aprile. Ed è soprattutto da quest’uomo, che il popolo vede come “nuovo Nasser”, che dipenderà il futuro dell’Egitto… Allo stesso tempo, il prevedibile incremento del suo potere significherà il ripristino delle forme di governo tradizionali e chiaramente naturali del Paese. I cinque anni di disordine e confusione dal discorso del maggio 2009 del presidente degli Stati Uniti B. Obama, a Cairo, e della “primavera araba” istigata da Washington, che hanno causato al Paese solo perdite finanziarie e vittime, arrivano al termine. Il piano per la democratizzazione del “Grande Medio Oriente” è agli sgoccioli.
Abdel Fatah Said Husayn Qalil al-Sisi è nato il 19 novembre 1954 a Cairo da una famiglia religiosa.  Egli stesso è noto per la sua adesione alle tradizioni islamiche (spesso cita il Corano a memoria nelle conversazioni, e sua moglie indossa l’hijab), ma non è un fanatico ed è tollerante verso le altre fedi. Ha sempre mantenuto buoni rapporti con i copti ortodossi. Tenendo presente l’irritazione provocata nel Paese dal “vezzoso” comportamento della famiglia di H. Mubaraq, in particolare di suo figlio Gamal, tiene prudentemente la sua famiglia riservata. Ha tre figli e una figlia, di cui si sa poco. Ama l’ordine e la disciplina. Chi lo circonda fin dall’infanzia lo chiama “generale”. Nel 1977 si diplomò presso l’Accademia Militare. Successivamente ebbe ulteriore istruzione militare superiore in diversi istituti in Gran Bretagna e Stati Uniti. S’interessa di storia e diritto. Era il direttore del Dipartimento dell’intelligence militare e della ricognizione del Paese, di cui come rappresentante ha ricoperto il prestigioso incarico di addetto militare in Arabia Saudita. Ha buoni collegamenti con i vertici delle forze armate saudite e di numerosi altri Paesi arabi, in particolare  della Siria. In un momento difficile per l’Egitto, quando l’occidente gli ha voltato le spalle, al-Sisi, grazie alla sua autorità, ha potuto ottenere una generosa assistenza finanziaria dai Paesi del Golfo Persico. Quando entrò a far parte del Consiglio Supremo delle Forze Armate d’Egitto, ne era l’aderente più giovane. Il 12 agosto 2012 fu nominato Presidente del Consiglio e anche ministro della Difesa.
Dal 3 luglio 2013, quando l’esercito ha rimosso il presidente Muhammad Mursi, rappresentante dei Fratelli musulmani, al-Sisi, anche se formalmente solo viceprimo ministro, difatti divenne il leader occulto del Paese. Le prossime elezioni confermeranno e sanciranno la sua posizione reale. Tale percorso fu aperto dal riuscito referendum per l’approvazione della nuova costituzione, sostituendo quella adottata dalla Fratellanza musulmana. I critici hanno sottolineato che solo il 39% della popolazione ha votato al referendum, tuttavia, si sono dimenticati di dire che solo il 32% votò al referendum sulla costituzione precedente, e solo il 63,8% dei partecipanti del referendum votarono a favore, a differenza del 98% di questa volta. La crescita del sostegno nazionale è chiara. Vale la pena notare che, a parere degli esperti, sono in gran parte le donne ad essere dietro tale risultato, votando all’unanimità la nuova costituzione, ripristinando quei diritti che gli erano già stati presi. Il fatto che al-Sisi segua le tradizioni religiose l’ha messo in buona posizione illudendo i leader dei Fratelli musulmani, che scelsero preferendolo tra tutti i militari. In realtà, scoprirono che per al-Sisi gli interessi nazionali sono più importanti dell’Islam. O più precisamente, non crede che l’Islam debba sempre imporsi sulla vita moderna o le altre credenze religiose. Il suo credo è che “Siamo prima di tutto egiziani, e poi musulmani e cristiani”. Ritiene che una società democratica e pluralista sia pienamente compatibile con le norme musulmane, tuttavia, su ciò un percorso graduale dovrebbe essere seguito, a suo parere. Nel documento “La democrazia in Medio Oriente”, scritto da al-Sisi durante i suoi studi presso l’US Army War College in Pennsylvania, scrive che la democrazia sarà difficile da realizzare in Medio Oriente perché la forma di governo deve adattarsi alla situazione culturale e religiosa locale. In questo lavoro, al-Sisi è contro la teocrazia, ma  esprime la convinzione che la democrazia in Egitto debba basarsi sui valori islamici. Allo stesso tempo, ha sempre detto che l’esercito dovrebbe essere dalla parte del popolo, e di conseguenza di tutti i cittadini del Paese. Al-Sisi non propende al confronto continuo con i Fratelli musulmani, ma alla riconciliazione nazionale. Ad esempio, gli influenti copti egiziani, circa 8-10 milioni nel Paese, lo sostengono all’unanimità. Non è un caso che alla vigilia della promozione a maresciallo e dell’annuncio che i militari nominavano il Generale al-Sisi alla presidenza, il 26 gennaio di quest’anno, ricevette il patriarca della Chiesa ortodossa copta, Teodoro II, accompagnato da sei vescovi.
Il fatto che gli avversari di al-Sisi ricorrano al terrorismo sanguinoso, indica che non possono più  organizzare proteste di massa contro di lui, ricorrendo quindi a misure disperate. Con ogni attentato insensato la sua autorità diventa sempre più forte, in quanto la popolazione è sempre più convinta della necessità di una “mano ferma”. La fiducia popolare in lui, oggi è eccezionalmente alta. È sostenuto da ex-liberali filo-occidentali, piuttosto delusi dai loro patroni, dalle minoranze religiose, e dai funzionari di governo e militari, ma è supportato anche dalla maggioranza della gente comune dei musulmani devoti che vedono in al-Sisi la reincarnazione di Nasser, un uomo che impose la giustizia sociale nella società. La ex-élite è dalla sua parte. Ad esempio, l’ex presidente Hosni Mubaraq ha dichiarato, in un’intervista ad al-Arabiya, che il popolo egiziano sostiene al-Sisi. “Lo vedono come presidente, e lo sarà presto vincendo questa battaglia”, ha detto l’ex-presidente. Uno dei principali candidati alle elezioni precedenti, l’ex-segretario generale della Lega Araba Amir Musa, ha già invitato i cittadini a votare per al-Sisi. Non partecipandovi. La popolarità di al-Sisi a volte prende forme grottesche, ci sono manifesti con il suo ritratto ovunque, spesso insieme a Nasser e talvolta con V. Putin. Sulle numerose bancarelle di souvenir, la foto e le iniziali di al-Sisi sono estremamente popolari. Si vedono anche sui dolci. Ma tutto questo non va contro la cultura nazionale e non è dettato dall’alto. Sono i sentimenti del popolo.
Il possibile orientamento della politica estera di al-Sisi e le misure che intende adottare per ripristinare la precedente influenza dell’Egitto nella regione, sono anche oggetto di attenzione.  L’atteggiamento di al-Sisi verso la cooperazione con gli Stati Uniti è strettamente pragmatico. Dopo avervi trascorso una discreta quantità di tempo, conosce bene gli USA ma non ne è affatto accecato dalla grandezza, perché sa che ha un prezzo. Non è un caso che alcune fonti statunitensi lo definiscano “oscuro” ed “enigmatico”. Al-Sisi ha criticato la Casa Bianca sull’Iraq, e non l’ha nascosto neanche durante i suoi studi negli Stati Uniti, a volte ha incontrato la retorica irritata dei veterani statunitensi di ritorno dall’Iraq, cosa chiaramente impressa nella sua memoria. Quando Mursi fu rovesciato, al-Sisi, senza mezzi termini, in un’intervista al Washington Post, accusò il governo statunitense di azioni ostili verso il suo Paese: “Hanno abbandonato gli egiziani. Voltato le spalle agli egiziani che non dimenticheranno”. Il fatto che Cairo abbia respinto Robert Ford, l’attuale rappresentante statunitense in Siria, assai noto per i suoi stretti legami con l’opposizione islamista siriana, come futuro ambasciatore degli Stati Uniti è abbastanza degno di nota, per esempio. Ciò caratterizza anche l’atteggiamento di al-Sisi verso gli eventi in quel Paese, soprattutto considerando il fatto che è assai probabilmente per sua iniziativa che le relazioni ufficiali tra Cairo e Damasco, interrotte dai Fratelli musulmani, sono state ristabilite. Tuttavia, gli statunitensi, che annunciarono la sospensione degli aiuti militari annuali all’Egitto, del valore di 1,5 miliardi di dollari, dopo che l’esercito era salito al potere, sono stati costretti ad annunciare un ripensamento per motivi geopolitici.
Una delle ragioni per cui la Casa Bianca ha deciso di ristabilire il versamento degli aiuti era ovviamente la preoccupazione per la sicurezza d’Israele e la possibilità del passaggio di Cairo ad altre preferenze strategiche. Ad esempio, i media israeliani spaventarono l’occidente con la presunta ambizione di Mosca di creare basi per la marina militare in Egitto, indicando quattro potenziali luoghi, Alessandria, Port Said, Damietta e Rosetta, così come piani per grandi invii di armamenti russi destinati a sostituire completamente i modelli statunitensi. Ma dove la Russia avrebbe preso così tante navi, o dato così tanti soldi all’Egitto? Il punto di tali tattiche intimidatorie è abbastanza evidente. Israele non ha alcun interesse a che gli statunitensi si allontanino dall’Egitto, motivandoli a continuare ad abbracciarlo strettamente. Allo stesso tempo, il vettore russo della politica futura dell’Egitto ha infatti buone prospettive, ma sono il risultato non di  mitici preparativi militari, ma di fattori economici oggettivi. I tre pilastri della moderna economia egiziana sono turismo, ricavi del canale di Suez e sfruttamento del gas naturale. Riguardo Suez l’Egitto non dipende da nessuno, ma riguardo il gas e soprattutto il turismo, la cooperazione con la Russia potrebbe essere più stretta. I cittadini russi, difficilmente spaventabili da qualcosa, hanno letteralmente salvato l’industria del turismo nella piena crisi del 2013; 2,5 milioni di persone hanno visitato l’Egitto quell’anno. Da parte sua, l’Egitto, fortemente dipendente dalle importazioni alimentari, ha importato 3 miliardi di dollari di grano solo dalla Russia quello stesso anno, prendendo il primo posto in questo categoria di esportazioni della Russia. La prevista creazione di una zona di libero scambio tra l’Egitto e l’Unione doganale potrebbe dare ulteriore forte impulso allo sviluppo della cooperazione tra i due Paesi. Considerando che il famoso aiuto militare statunitense è in gran parte solo credito per la riduzione dei prezzi di armamenti obsoleti che potrebbero essere facilmente sostituiti con materiali provenienti da altri luoghi e a condizioni favorevoli, si scopre che Washington semplicemente non ha nulla da offrire al popolo egiziano di ciò di cui ha veramente bisogno.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il perno mediorientale di Mosca: opportunità e rischi

Rakesh Krishnan Simha RIR 9 febbraio 2014

L’era dell’egemonia occidentale in Medio Oriente svanisce e la Russia avanza nel vuoto. Tuttavia, riandando alla sua passata esperienza nel trattare con leader la cui lealtà è nota spostarsi con la sabbia del deserto, la parola d’ordine di Mosca dovrebbe essere cautela.
putinCairo26.7.13Quarantadue anni fa il presidente egiziano Anwar Sadat diede il benservito a più di 20000 consiglieri militari sovietici, e costrinse il suo Paese a un’alleanza impopolare con gli Stati Uniti. Grosso errore. Il matrimonio US-Egitto, organizzato e celebrato a Camp David, con Israele come testimone, fu considerato un tradimento dalla maggior parte degli egiziani e portò all’assassinio dello sfortunato Sadat. Il matrimonio ora mostra tutti i segni di un rapporto teso. Guardandole come un filmato accelerato, le rivoluzioni arabe spazzano via l’egemonia occidentale in Medio Oriente, in un arco di tempo notevolmente compresso. Dopo gli armeggi diplomatici in Egitto, la sconfitta politica in Siria e la confusione in Iraq, sembra che gli Stati Uniti non abbiano lo stomaco per restarsene. Tali fattori, combinati con il boom del gas shale in Nord America diminuiscono l’interesse strategico degli Stati Uniti per il Medio Oriente. Inoltre, una sempre più potente Cina  preoccupa i militari statunitensi in Asia-Pacifico. Nella porta girevole geopolitica, se una superpotenza va via ne appare un’altra. Nel novembre 2013, dimostrando sostegno alla Siria, la Russia ha inviato le sue più potenti navi da guerra, Varjag e Pjotr Velikj, note come killer di portaerei, nel Mediterraneo. Una settimana dopo gli Stati Uniti ritiravano la portaerei USS Nimitz dal Golfo Persico, insieme al cacciatorpediniere USS Graveley dal Mar Mediterraneo. Dopo aver dato agli Stati Uniti un assaggio della diplomazia delle cannoniere, i pezzi grossi del corpo diplomatico russo si facevano avanti. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov e il ministro della Difesa Sergej Shojgu si proiettavano in Egitto, offrendo armi  avanzate e cyber-tecnologia.

L’appello della piazza
La Russia avanzava ancora una volta in Medio Oriente. Dopo aver assistito alla difesa intransigente di Mosca della Siria, il brusio della piazza araba indica che l’equilibrio di potere svantaggia gli Stati Uniti. Il quotidiano egiziano al-Watan ha descritto la Russia come una “grande potenza militare”, aggiungendo in modo piuttosto bizzarro che le armi russe sono “più ecologiche”. Al contrario, c’è il  senso di tradimento dell’abbandono statunitense del dittatore egiziano Hosni Mubaraq, un cliente fedele agli Stati Uniti da decenni. Ciò è aggravato dal sostegno statunitense ai fondamentalisti  Fratelli musulmani. Mentre gli stretti alleati Arabia Saudita e Qatar sono atterriti dal ritiro statunitense sulla Siria, il membro della NATO Turchia è irritata perché bloccata con centinaia di terroristi ceceni che addestrava ma che, ora, non può infiltrare in Siria. La destra statunitense nota, con una punta di invidia indubbia, che il gioco di potere di Putin in Siria “ha trasformato Mosca nel nuovo centro d’influenza geopolitica regionale, la capitale mondiale in cui il Capo di Stato Maggiore generale egiziano, il capo dell’intelligence saudita, il Primo ministro israeliano e adesso l’opposizione siriana filo-USA sentono di dover visitare per concludere qualcosa“.

Perché il Medio Oriente
Il Medio Oriente esercita una forte influenza nel cortile di Mosca. La prima preoccupazione della Russia è che gli Stati Uniti utilizzino la regione come un trampolino di lancio per estendere la loro presenza in Asia Centrale. In secondo luogo, gli sceicchi carichi di petrodollari del Golfo esportano mullah ottusi in luoghi un tempo pacifici come Kirghizistan e Uzbekistan, al fine di piantare il ceppo virulento saudita del fondamentalismo wahabita. Dal punto di vista di Mosca, qualsiasi ricaduta dal Medio Oriente deve essere contenuta a livello locale. Parlando di fallout, la regione è  sull’orlo di una grande corsa agli armamenti e dell’escalation nucleare. In questo momento i sauditi gonfiano la prospettiva della bomba nucleare iraniana. Se i colloqui non riescono a convincere Teheran, possono chiedere la “bomba islamica” dal Pakistan. Non dimentichiamo che l’Arabia Saudita pagava il conto del programma nucleare clandestino del Pakistan. Poi c’è l’”Asse della Resistenza”, il termine usato da Siria e Iran, Hamas e Hezbollah per descrivere la loro alleanza. I quattro credono che solo loro hanno i ‘cojones’ per affrontare Israele. L’Asse probabilmente avrà un quinto membro presto. Con la partenza dell’ultimo soldato statunitense dall’Iraq, gli iraniani sono tenuti a intensificare l’armamento delle milizie sciite irachene, che non attendono che unirsi alla lotta. Ciò, insieme alla paura della bomba nucleare iraniana, potrebbe far schizzare l’Arabia Saudita e le altre monarchie sunnite del Golfo. La Russia sembra essere l’unico Paese con una certa influenza sul programma di armi nucleari dell’Iran. Se l’Iran ottiene il nucleare, tutte le scommesse sono chiuse in Medio Oriente.

Non è il solito affare
Si è sicuri che la regione non sia un caso chiuso. Con una popolazione giovane e in crescita, secondo il World Energy Outlook 2013, il Medio Oriente si afferma come importante centro di consumo. Dovrebbe essere il secondo maggiore consumatore di gas entro il 2020 e il terzo maggiore consumatore di petrolio entro il 2030. Ma sebbene si tratti di un mercato lucrativo, il problema è che sia anche volubile. Ad esempio, in Egitto. Gli egiziani mostrano vivo interesse per le avanzate armi russe, ma c’è la possibilità assai reale che gli egiziani usino Mosca come merce di scambio con gli Stati Uniti. Il legame tra i corrotti produttori di armi statunitensi e i generali egiziani altrettanto corrotti non è molto noto, ma è un elemento integrante del rapporto USA-Egitto. Una grossa fetta dei 1,3 miliardi di dollari di aiuti militari finiva direttamente nelle tasche dei generali. Ecco come Mubaraq e i suoi compari rimasero saldamente nel campo statunitense. Mentre l’Egitto è pronto ad assumere la leadership del mondo arabo, il Paese è ancora dominato dai militari. Se gli statunitensi aprono di nuovo il rubinetto degli aiuti, i generali potrebbero trovare gli Stati Uniti di nuovo gradevoli e trovarne le battute ancora divertenti.

La Russia non sarà faziosa
Agli occhi sovietici gli Stati arabi erano amici e il loro nemico, Israele, era per impostazione predefinita il nemico di Mosca. Per fortuna, il Cremlino non usa più quell’equazione a somma zero. La ragione di ciò non è solo che è mutata la visione del mondo della Russia, ma anche l’Aliyah, l’emigrazione ebraica. Tra il 1990 e il 2004 circa 1,4 milioni di ebrei si trasferirono da Russia e  repubbliche ex-sovietiche in Israele. Il russo è ora la terza lingua più parlata in Israele, dopo l’ebraico e l’arabo. Ciò complica il ruolo della Russia in Medio Oriente. Ad esempio, la diaspora ha un impegno attivo nel Paese di nascita, viaggiando tra la Russia e Israele. Le aziende fondate da questi ex-cittadini in Israele sono un’importante fonte di tecnologia avanzata per la Russia.

Vantaggi al limite per gli altri
Prima che l’occidente rovesciasse i regimi in Medio Oriente, le società non occidentali erano i principali operatori della regione. In Iraq, per esempio, prima della caduta del presidente Saddam Hussein, Baghdad era un posto pregiato per i dirigenti indiani. A causa del loro approccio sensato e della competenza in progetti di qualità e a basso costo, aziende come le ferrovie indiane e l’ONGC stipularono una serie di progetti ferroviari, stradali e ponti, petroliferi in Medio Oriente. L’invasione occidentale dell’Iraq e della Libia sabotò molti di questi progetti. ONGC, per esempio, fu costretta ad abbandonare le proprie concessioni in Libia, quando Muammar Gheddafi fu estromesso. Attualmente le aziende statunitensi e inglesi arraffano la maggior parte dei progetti più redditizi grazie ai governi fantoccio che hanno installato. Una spinta russa nella regione estrometterà  l’occidente, e ancora una volta ciò permetterà gare d’appalto favorevoli a Paesi come India e Cina.

Navigando nel nuovo Medio Oriente
Gli statunitensi in combutta con la Gran Bretagna hanno cercato di cambiare la mappa del Medio Oriente, fallendo in modo spettacolare. Il 23 ottobre 1983, la maggiore esplosione non nucleare mai avutasi uccise 243 marines e soldati statunitensi nelle loro baracche alla periferia di Beirut. Giorni dopo il presidente Ronald Reagan, che s’era vantato che gli Stati Uniti non si sarebbero mai ritirati dal Libano, si ritirò. Iraq e Libia sono la prova vivente che Washington e il suo compare non hanno imparato la lezione. D’altra parte, il vantaggio della Russia è che la piazza araba sa che non cerca di arraffargli le risorse e la terra come l’occidente. Le amichevoli relazioni di Mosca con i membri dell’Asse della Resistenza e la presenza di numerosi ex-cittadini russi in Israele, fanno leva su entrambi i lati della faglia arabo-israeliana. Putin ha svolto alcune mosse abili nella regione, ma ora affronta un nuovo Medio Oriente rinvigorito dal ritorno dell’Egitto. Se il presidente russo gestirà il compito apparentemente impossibile di far fare concessioni reciproche ad arabi ed israeliani, più di chiunque altro potrà cambiare il volto del Medio Oriente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Generale al-Sisi e il corretto percorso democratico dell’Egitto

Boutros Hussein e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 12 gennaio 2014
Abdel-Fatah-el-SissiIl Generale Abdel Fatah al-Sisi ha suggerito fortemente che concorrerebbe per la presidenza dell’Egitto su “richiesta del popolo”. Certo, al-Sisi è al vertice grazie a molti egiziani che numerosi guardano alla situazione in Iraq, Libia e Siria, e sanno bene che un caos notevolmente maggiore avrebbero lacerato l’Egitto. Pertanto, con una strada ancora irta di pericoli per via dei militanti della Fratellanza musulmana, è essenziale che tutte le grandi istituzioni si rafforzino in Egitto. Infatti, al-Sisi ha dichiarato, sul prossimo referendum per la Costituzione modificata, che il risultato “correggerà la via democratica per costruire uno Stato moderno, democratico a vantaggio di tutti gli egiziani”. In altre parole, al-Sisi si concentra sulla stabilizzazione dell’Egitto e sulle forze armate che devono schiacciare il terrorismo islamista nel Sinai e in altre parti del Paese, affrontando la grave questione dei Fratelli musulmani. Allo stesso tempo, al-Sisi vuole “costruire uno Stato moderno democratico“, mentre affronta molte questioni complesse che rischiano di riportare indietro l’orologio. Anche certi ultra-liberali mettendo in pericolo lo Stato, perché le loro richieste non sono realistiche nelle condizioni vigenti. Infatti, gli estremisti di tutto lo spettro politico devono rientrare nel quadro giuridico dell’Egitto. Naturalmente, gli ultra-liberali non sono una minaccia diretta alle forze armate dell’Egitto. Nonostante ciò, la nazione non può essere in ostaggio delle dimostrazioni di massa perenni che sfidano l’autorità centrale, lo stesso vale per gli obiettivi  politici contestati. Pertanto, al-Sisi cerca di porre le basi di un forte Stato centrale, mentre a poco a poco costruisce i meccanismi che porteranno ad una forte società civile basata sulla democrazia.
Al fine di raggiungere questo importante obiettivo, tutte le forze militanti terroriste e islamiste devono essere schiacciate. Accanto a ciò, gli intrighi di nazioni estere come Qatar e Turchia devono essere sventati e lo stesso vale per le bizzarre politiche degli USA. L’Egitto non vuole rapporti negativi con nessuna nazione, ma al-Sisi non può tollerare ingerenze dall’estero. Inoltre, il ruolo di Hamas deve essere affrontato perché chiaramente molte ratlines partono dalla Striscia di Gaza dirette verso il Sinai. Inoltre, Qatar e Turchia fanno sempre più leva sul campo dei Fratelli musulmani di Gaza e altrove. Ancora una volta, al-Sisi comprende pienamente che le forze della Fratellanza musulmana e forze esterne all’Egitto cercano di destabilizzare lo Stato-nazione. Tuttavia, quando le masse in Egitto si sono rivoltate contro la Fratellanza musulmana all’unisono con persone attente come al-Sisi, un futuro da incubo è stato evitato. Tale futuro da incubo veniva gradualmente introdotto in tutte le principali istituzioni dai Fratelli musulmani, che vogliono riportare indietro l’orologio. Allo stesso tempo, le forze interne ed esterne avevano programmato anche la distruzione dell’economia dell’Egitto, diffondendo settarismo, seminando divisioni nell’Egitto e innumerevoli attacchi terroristici, se non avessero raggiunto i loro obiettivi politici. Fortunatamente per l’Egitto, l’enorme caos che continua a incombere su Libia, Iraq, Siria e Yemen è stato evitato. Le ragioni per contenere tali forze sinistre si basano sulle difficili decisioni prese da al-Sisi e da altri dirigenti del corpo politico di questa nazione. Naturalmente, l’Egitto è ancora minacciato all’interno dai militanti dei Fratelli musulmani, e da una serie di gruppi terroristici e intrighi esteri. Eppure, chiaramente, l’Egitto ha evitato di divenire un altro Stato fallito grazie alle azioni delle masse e al ruolo fondamentale di persone come al-Sisi.
Ora, al-Sisi vuole “correggere il percorso democratico“, ma sa bene che può farlo solo proteggendo l’economia dal caos previsto dai Fratelli musulmani. Allo stesso modo, affinché una società civile  emerga in uno Stato democratico, tutti i movimenti pericolosi che si oppongono a un moderno Egitto devono essere schiacciati. Sempre, lo Stato nazione ha bisogno di preservare l’indipendenza dell’Egitto poiché Iraq, Libia, Siria e Yemen sono stati destabilizzati da forze estere. Al-Sisi ha detto: “Se concorro alla presidenza, sarà su richiesta del popolo e con mandato del mio esercito, lavorando in democrazia.” Ciò è a un milione di miglia di distanza dal tradimento dei Fratelli musulmani, perché tale movimento voleva usurpare lo Stato. Solo il tempo dirà ciò che gli egiziani decideranno per il loro futuro, ma chiaramente con al-Sisi numerosissimi egiziani sanno di avere una persona pronta a salvaguardare il futuro dell’Egitto. Dopo tutto, se al-Sisi non avesse protetto i desideri delle masse oggi, l’Egitto scivolerebbe in un oscuro periodo della storia grazie alla “politica da Anno Zero dei Fratelli musulmani.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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