Agenti della destabilizzazione in Venezuela: la sporca mano del National Endowment for Democracy

Eva Golinger Global Research, 26 aprile 2014

imagesLe proteste antigovernative in Venezuela volte al cambio di regime sono guidate da diverse persone e organizzazioni strettamente legate al governo degli Stati Uniti. Leopoldo Lopez e Maria Corina Machado, due dei capi pubblici dietro le violente proteste iniziate a febbraio, hanno una lunga storia da collaborazionisti e agenti di Washington. Il National Endowment for Democracy (NED) e l’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) hanno inviato diversi milioni di dollari in finanziamenti ai partiti di Lopez, Primero Justicia e Voluntad Popular, e all’ONG Sumate e alle campagne elettorali di Machado. Queste agenzie di Washington hanno inviato più di 14 milioni di dollari ai gruppi d’opposizione in Venezuela, tra il 2013 e il 2014, anche finanziamenti per le campagne politiche nel 2013 e le proteste antigovernative in corso nel 2014. Tale finanziamento da parte del governo degli Stati Uniti ai gruppi anti-Chavez in Venezuela, continua dal 2001, quando milioni di dollari furono dati alle organizzazioni della cosiddetta “società civile” per attuare il colpo di Stato contro il Presidente Chavez nell’aprile del 2002. Dopo il loro fallimento, l’USAID aprì un Ufficio per le Iniziative per la Transizione (OTI) a Caracas, insieme alla NED, iniettando più di 100 milioni dollari negli sforzi per minare il governo Chavez e rafforzare l’opposizione nei successivi otto anni. All’inizio del 2011, dopo essere stato pubblicamente denunciato per le gravi violazioni del diritto e della sovranità venezuelana, l’OTI ha chiuso i battenti in Venezuela e le sue operazioni furono trasferite agli uffici dell’USAID negli Stati Uniti. Il flusso di denaro ai gruppi antigovernativi non si è fermato, nonostante la promulgazione da parte dell’Assemblea Nazionale del Venezuela della Legge sulla sovranità politica e l’auto-determinazione nazionale alla fine del 2010, che vieta totalmente finanziamenti esteri ai gruppi politici del Paese. Le agenzie degli Stati Uniti e i gruppi venezuelani che ricevono i soldi continuano a violare la legge impunemente. Nelle spese per le operazioni estere dell’amministrazione Obama dal 2012, 5-6 milioni di dollari sono stati inclusi per finanziare i gruppi di opposizione in Venezuela attraverso l’USAID.
Il NED, una “fondazione” creata dal Congresso nel 1983 sostanzialmente per svolgere apertamente il lavoro della CIA, è uno dei principali finanziatori della destabilizzazione in Venezuela, contro l’amministrazione Chavez e ora contro il Presidente Maduro. Secondo il rapporto annuale 2013 del NED, l’agenzia ha inviato più di 2,3 milioni dollari a gruppi e programmi dell’opposizione venezuelana. Di tale cifra, 1,787 milioni di dollari andarono direttamente ai gruppi antigovernativi, mentre altri 590mila dollari furono distribuiti alle organizzazioni regionali che lavorano e sono finanziate dall’opposizione venezuelana. Più di 300mila dollari andarono agli sforzi per allevare una nuova generazione di giovani capi dell’opposizione al governo Maduro. Uno dei gruppi finanziati dal NED per lavorare specificatamente con i giovani è FORMA, un’organizzazione guidata da Cesar Bricenho, legato al banchiere venezuelano Oscar Garcia Mendoza. Garcia Mendoza gestisce il Banco Venezolano de Credito, una banca che filtra il flusso di dollari da NED e USAID ai gruppi d’opposizione in Venezuela, tra cui Sumate, CEDICE, Sin Mordaza, Observatorio Venezolano de Prisiones e FORMA, tra gli altri. Un’altra parte significativa dei fondi del NED in Venezuela, nel 2013-2014, è andata a gruppi e iniziative che operano nei media e gestiscono la campagna per screditare il governo del Presidente Maduro. Alcune delle organizzazioni mediatiche più attive che si oppongono apertamente a Maduro e ricevono fondi dal NED sono Espacio Publico, Instituto Prensa y Sociedad (IPYS), Sin Mordaza e GALI. L’anno precedente, una guerra mediatica senza precedenti è stata condotta direttamente contro il governo venezuelano e il Presidente Maduro, intensificatasi con le proteste degli ultimi mesi.
In diretta violazione della legge venezuelana, il NED ha anche finanziato la coalizione d’opposizione Democratic Unity Table (MUD), tramite l‘International Republican Institute (IRI) statunitense, con 100mila dollari per “condividere le lezioni apprese con (i gruppi antigovernativi) in Nicaragua, Argentina e Bolivia… e consentire l’adattamento dell’esperienza venezuelana in questi Paesi“. Su tale iniziativa, la relazione annuale 2013 del NED afferma esplicitamente il suo obiettivo: “Sviluppare la capacità degli attori politici e della società civile di Nicaragua, Argentina e Bolivia a lavorare alle agende nazionali nei rispettivi Paesi utilizzando le lezioni apprese e le prassi riuscite delle controparti venezuelane. L’Istituto faciliterà lo scambio di esperienze tra la Democratic Unity Table venezuelana e le controparti di Bolivia, Nicaragua e Argentina. L’IRI riunirà questi attori in una serie di attività conformi permettendo l’adattamento dell’esperienza venezuelana in tali Paesi“. L’IRI ha contribuito a costruire i partiti d’opposizione di destra Primero Justicia e Voluntad Popular, e ha collaborato con la coalizione antigovernativa in Venezuela da prima del colpo di Stato contro Chavez del 2002. In realtà, il presidente dell’IRI dell’epoca, George Folsom, salutò apertamente il colpo di Stato e celebrò il ruolo dell’IRI in un comunicato stampa affermando: “L’Istituto ha fatto da ponte tra i partiti del Paese e tutti i gruppi della società civile, aiutando i venezuelani a forgiare una nuova democrazia futura…” Un dettagliato rapporto pubblicato dall’Istituto Spagnolo FRIDE, nel 2010, indica che le agenzie internazionali che finanziano l’opposizione venezuelana violano le leggi sul controllo della valuta inviando i loro dollari ai destinatari. Viene confermato nella relazione del FRIDE anche il fatto che la maggior parte delle agenzie internazionali, con l’eccezione della Commissione Europea, inviano valute estere cambiate sul mercato nero, in chiara violazione della legge venezuelana. In alcuni casi, secondo le analisi del FRIDE, le agenzie hanno aperto conti bancari all’estero per i gruppi venezuelani o importano contanti. L’ambasciata statunitense a Caracas userebbe anche la valigia diplomatica per importare grandi quantità di dollari e di euro nel Paese per  consegnarli illegalmente ai gruppi antigovernativi in Venezuela.
Ciò che è chiaro è che il governo degli Stati Uniti continua ad alimentare gli sforzi per destabilizzare il Venezuela, in chiara violazione della legge. Misure giuridiche ed esecutive forti  saranno necessarie per garantire la sovranità e la difesa della democrazia del Venezuela.

otpor02Eva Golinger è autrice de Il Codice Chavez. Può essere raggiunta sul suo blog.
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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Egitto, i fratelli musulmani e la guerra degli USA alla Siria

Tony Cartalucci Global Research, 25 marzo 2014

cartina_egitto_bLa condanna a morte senza precedenti di oltre 500 membri dei fratelli musulmani, in Egitto, per il loro ruolo nell’attacco, tortura e omicidio di un poliziotto egiziano, è il culmine di un’illuminante e onnicomprensivo giro di vite della sicurezza nella centrale nazione araba del Nord Africa. La mossa ha creato un effetto raggelante che ha ammutolito le masse altrimenti violente dei fratelli musulmani e le strade, dove in genere seminano caos, tranquille e vuote. Il New York Times nel suo articolo, “Centinaia di egiziani condannati a morte per l’assassinio di un agente di polizia”, scrive che: “Una folla si è radunata davanti il tribunale della città di Matay, scoppiando in pianto e rabbia  quando un giudice ha condannato a morte 529 imputati solo nella seconda sessione del processo,  condannati per l’omicidio di un agente di polizia nella rabbia per l’estromissione del presidente islamista. Qui, a pochi chilometri di distanza dalla capitale provinciale, le scuole hanno chiuso in anticipo, e molti sono rimasti a casa temendo una rivolta, dicono i residenti. Ma la folla è andata a casa e ben presto le strade sono rimaste tranquille”. La mossa dei giudici egiziani ha attirato la condanna prevedibile del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. L’articolo del Washington PostTribunale egiziano condanna a morte 529 persone“, dichiara: “Gli Stati Uniti sono “profondamente preoccupati, e direi in realtà piuttosto scioccati”, per la condanna a morte di massa, ha detto Marie Harf, portavoce del dipartimento di Stato. “Sfida la logica” e “di certo non sembra possibile che un’autentica analisi di prove e testimonianze secondo gli standard internazionali”, possa essere stata effettuata in due giorni, ha detto”.
Mentre gli Stati Uniti continuano a fingere di sostenere il governo di Cairo, sono completamente dalla parte del regime della fratellanza musulmana guidata di Muhammad Mursi, delle sue folle in piazza e delle reti di ONG in Egitto che ne sostengono e difendono le attività. L’ultima di tali ONG ad apparire è l’Iniziativa egiziana per i diritti personali (EIPR) citata dal suddetto articolo del New York Times, che afferma: “Non abbiamo mai sentito parlare di nulla del genere prima, dentro o fuori dell’Egitto, che aveva un sistema giudiziario contrario all’esecuzione di massa“, ha detto Qarim Midhat al-Narah, ricercatore presso l’Iniziativa egiziana per i diritti personali specializzato in giustizia penale. “E’ ridicolo”, ha detto, sostenendo che sarebbe impossibile dimostrare che 500 persone abbaino ognuno avuto un ruolo significativo nell’assassinio di un solo agente di polizia, in particolare dopo appena uno o due brevi sessioni. Chiaramente è un tentativo di intimidire e terrorizzare l’opposizione, e in particolare l’opposizione islamista, ma il giudice è profondamente impegnato in politica fino a questo punto?” EIPR è finanziato tra gli altri dall’ambasciata d’Australia a Cairo, e svolge lo stesso noto ruolo che altre ONG finanziate dagli occidentali hanno avuto durante la “primavera araba” del 2011, coprendo violenze e atrocità dell’opposizione e usando i “diritti umani” per condannare le repressioni della sicurezza effettuati in risposta dallo Stato.

Come c’è arrivato qui l’Egitto
L’attuale crisi in Egitto è risultato diretto della cosiddetta “primavera araba” del 2011. Mentre  nazioni come la Libia sono in rovina avendo avuto la “rivoluzione” “successo”, dove il popolo libico è soggiogato dai fantocci filo-occidentali, e la Siria continua a combattere un grave conflitto da tre anni costato decine di migliaia di vite, l’Egitto ha preso una strada diversa. Quando i tumulti in Egitto cominciarono ad avvicinarsi alle violenze libiche e siriane, l’esercito egiziano, che fu il pilastro del potere in Egitto per decenni, si piegò ai venti del cambiamento. Hosni Mubaraq fu  estromesso e l’esercito tollerò l’ascesa al potere della fratellanza musulmana. Tuttavia prima  gettarono le basi per la sua rovina. La leadership militare attese il suo momento con pazienza, aspettando il momento giusto per spodestare la fratellanza e frantumare rapidamente le sue reti politiche e militari. Fu un colpo da maestro che finora ha salvato l’Egitto dalla stessa sorte subita dalle altre nazioni che bruciano ancora nel caos scatenato dalla “primavera araba”.

La crisi interna dell’Egitto è guidata da interessi esteri
Nel gennaio 2011 ci dissero che una rivolta “spontanea” e “indigena” spazzava il Nord Africa e il Medio Oriente in quella che fu chiamata “primavera araba”. Sarebbero passati mesi prima che i media occidentali ammettessero che gli Stati Uniti erano dietro le rivolte tutt’altro che “spontanee” o “indigene”. In un articolo dell’aprile 2011 pubblicato dal New York Times, intitolato “Gruppi degli Stati Uniti hanno allevato le rivolte arabe“, si afferma: “Un certo numero di gruppi e individui direttamente coinvolti nelle rivolte e riforme radicali della regione, tra cui il Movimento Giovanile 6 Aprile in Egitto, il Centro del Bahrain per i diritti umani e attivisti di base come Entsar Qadhi, un giovane leader nello Yemen, ricevettero formazione e finanziamento da gruppi come International Republican Institute, National Democratic Institute e Freedom House, un’organizzazione per i diritti umani senza scopo di lucro di Washington“. L’articolo aggiunse anche, sul National Endowment for Democracy (NED): “Gli istituti repubblicano e democratico sono liberamente affiliati ai partiti repubblicano e democratico. Furono creati dal Congresso e sono finanziati dal National Endowment for Democracy, istituito nel 1983 per convogliare borse di studio per promuovere la democrazia nei Paesi in via di sviluppo. Il National Endowment riceve circa 100 milioni di dollari all’anno dal Congresso. Freedom House ne ottiene la maggior parte dal governo statunitense, soprattutto dal dipartimento di Stato“. Lungi dal semplicemente capitalizzare o “cooptare” disordini genuini, i preparativi per la “primavera araba” iniziarono già nel 2008. Attivisti egiziani dall’ormai famigerato Movimento 6 Aprile erano a New York per la prima edizione del summit dell’Alleanza dei movimenti giovanili (AYM), noto anche come Movements.org. Lì ricevettero formazione, opportunità di collegarsi e il sostegno all’AYM da vari sponsor governativi e statunitensi, tra cui il dipartimento di Stato USA. Il rapporto del summit AYM 2008 (pagina 3 del .pdf) afferma che il sottosegretario di Stato per la diplomazia Pubblica e gli Affari Pubblici, James Glassman, vi partecipò assieme a Jared Cohen, che siede nello staff per la pianificazione della politica del segretario di Stato. Altri sei membri e consiglieri del dipartimento di Stato parteciparono al vertice assieme a un immenso numero di esponenti aziendali, mediatici e istituzionali. Poco dopo, 6 Aprile si recò in Serbia per allenarsi con CANVAS finanziato dagli USA, formalmente l’ONG finanziata dagli USA “Otpor” che contribuì a rovesciare il governo della Serbia nel 2000. Otpor, secondo il New York Times, è un “movimento ben oliato e sostenuto con diversi milioni di dollari dagli Stati Uniti”. Dopo il successo avrebbe cambiato il nome in CANVAS e cominciato ad addestrare attivisti da usare nelle operazioni di cambio di regime appoggiate dagli USA. Il Movimento 6 Aprile, dopo l’addestramento con CANVAS, tornò in Egitto nel 2010, insieme con il capo dell’AIEA Muhammad al-Baraday. I membri di 6 Aprile addirittura rimasero in attesa dell’arrivo di al-Baraday all’aeroporto di Cairo, a metà febbraio. Già, al-Baraday nel 2010 annunciò l’intenzione di concorrere alle elezioni presidenziali del 2011. Insieme a Wail Ghonim di Google del 6 Aprile e una coalizione di altri partiti d’opposizione, al-Baraday assemblò il suo “Fronte Nazionale per il Cambiamento” ed iniziò a preparare la prossima “primavera araba”. Chiaramente la “primavera araba” fu a lungo pianificata, e programmata dall’estero, con attivisti provenienti da Tunisia ed Egitto addestrati e supportati dall’occidente, in modo che ritornando seminassero disordini in una campagna coordinata regionalmente. Un articolo dell’aprile 2011 di AFP lo conferma, Michael Posner del dipartimento di Stato USA avrebbe ammesso che decine di milioni di dollari furono stanziati per attrezzare e addestrare gli attivisti due anni prima della “primavera araba”.
Il ruolo della fratellanza musulmana venne occultato. Mentre i media occidentali si concentravano sui più presentabili capi “pro-democratici” che aveva addestrato e messo a capo delle folle di piazza Tahrir, la grande adesione dei fratelli musulmani riempì il resto della piazza. Erano anche i responsabili degli attacchi armati in Egitto che costarono gli oltre 800 morti “della rivoluzione”. Gli egiziani subito diffidarono della leadership della protesta, soprattutto di al-Baraday i cui legami con gli interessi occidentali furono scoperti portando alla rapida fine della sua influenza. Il movimento di protesta non aveva una macchina politica per colmare il vuoto creatosi. Ancora una volta, l’occidente si voltò verso i fratelli musulmani e l’occidentale Muhammad Mursi, per avere dei risultati.

Resurrezione dei fratelli musulmani
La fratellanza musulmana è un movimento pseudo-teocratico settario, un movimento regionale che trascende i confini nazionali. Colpevole di seminare violenze per decenni non solo in Egitto ma in tutto il mondo arabo, rimane una grave minaccia per gli Stati laici e nazionalisti, dall’Algeria alla Siria. Oggi, la stampa occidentale denigra gli sforzi egiziani e siriani per frenare questi estremisti settari, in particolare in Siria, dove il governo è stato accusato di aver “massacrato” i militanti armati della Fratellanza ad Hama, nel 1982. Le costituzioni secolari delle nazioni arabe dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, tra cui la Costituzione siriana riscritta, hanno tentato di escludere i partiti confessionali, soprattutto le affiliazioni “regionali”, per evitare che i movimenti politici  collegati a Fratelli musulmani e al-Qaida non vadano mai al potere. E mentre lo spettro di estremisti settari che prendono il potere in Egitto o in Siria può sembrare una minaccia imminente per gli  interessi occidentali (israeliani compresi), in realtà è un enorme vantaggio. Mursi non è affatto un “estremista” o “islamista.” E’ un tecnocrate statunitense che si limita a porsi da “duro” per coltivare il sostegno fanatico della truppa della fratellanza. I figli di Mursi sono anche cittadini statunitensi.  Nonostante una lunga campagna di propaganda finto antisraeliana ed antiamericana, durante le presidenziali egiziane, la fratellanza musulmana aderì all’intervento “internazionale” di Stati Uniti, Europa e Israele contro la Siria. L’Egitto ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria, restaurate dopo che Mursi fu finalmente cacciato dal potere.

Il collegamento siriano
Gli affiliati siriani della Fratellanza musulmana inviano armi, denaro e combattenti stranieri in Siria per combattere la guerra per procura di Wall Street, London, Riyadh, Doha e Tel Aviv. L’articolo della Reuters del 6 maggio 2012 intitolato “L’ascesa dei fratelli musulmani dalle ceneri della Siria“, afferma: “Lavorando con calma, la fratellanza ha finanziato i disertori dell’esercito libero siriano in Turchia e inviato denaro e forniture in Siria, per far rinascere la sua base tra i piccoli contadini e la classe media sunniti, dicono fonti dell’opposizione“. I fratelli musulmani erano vicini all’estinzione in Siria, prima dei disordini, e mentre Reuters fallisce categoricamente nel spiegare il “retroscena” della resurrezione della fratellanza, svelata in un articolo del New Yorker del 2007 intitolato “The Redirection” di Seymour Hersh. La confraternita fu direttamente sostenuta da Stati Uniti e Israele che inviarono sostegno attraverso i sauditi in modo da non compromettere la “credibilità” del cosiddetto movimento “islamico”. Hersh ha rivelato che i membri della cricca libanese di Saad Hariri, allora guidato da Fuad Siniora, furono gli intermediari tra i pianificatori statunitensi e i fratelli musulmani siriani. Hersh riferisce che la fazione libanese di Hariri aveva incontrato Dick Cheney a Washington informandolo personalmente sull’importanza di usare i fratelli musulmani in Siria in qualsiasi azione contro il governo: “(Walid) Jumblat poi mi disse che aveva incontrato il vicepresidente Cheney a Washington, lo scorso autunno, per discutere, tra l’altro, la possibilità di minare Assad. Lui e i suoi colleghi avvisarono Cheney che se gli Stati Uniti avessero agito contro la Siria, i membri della Fratellanza musulmana siriana erano “coloro con cui parlare”, disse Jumblat“.
L’articolo continua spiegando come già nel 2007 Stati Uniti e Arabia Saudita iniziarono ad appoggiare la confraternita: “Ci sono prove che la strategia del reindirizzamento dell’amministrazione abbia già beneficiato la confraternita. Il Fronte di Salvezza Nazionale siriano è una coalizione di gruppi d’opposizione i cui membri principali sono una fazione guidata da Abdul Halim Qadam, ex-vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la fratellanza. Un ex-alto ufficiale della CIA mi disse: “Gli statunitensi hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi  prendono l’iniziativa del sostegno finanziario ma c’è il coinvolgimento statunitense”. Disse che Qadam, che ora vive a Parigi, riceveva denaro dall’Arabia Saudita con la consapevolezza della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione di membri del Fronte s’incontrò con funzionari del Consiglio di Sicurezza Nazionale, secondo la stampa). Un ex-funzionario della Casa Bianca mi disse che i sauditi avevano dato ai membri del Fronte documenti di viaggio. Jumblat disse di aver capito che la questione era sensibile per la Casa Bianca. “Ho detto a Cheney che ad alcune persone nel mondo arabo, soprattutto gli egiziani”, la cui leadership moderata sunnita combatté i fratelli musulmani egiziani per decenni, “non piacerà se gli Stati Uniti aiutassero la fratellanza. Ma se non prendono la Siria, affronteremo in Libano Hezbollah in una lunga lotta che non potremo vincere”.” Avvertì che tale supporto avrebbe giovato alla fratellanza nel suo complesso, non solo in Siria, e avrebbe influenzato l’opinione pubblica anche sull’Egitto, dove una lunga battaglia contro i fautori della linea dura venne combattuta per mantenere il governo secolare egiziano. Chiaramente la fratellanza non risorse spontaneamente in Siria, fu resuscitata da contanti, armi e direttive statunitensi, israeliani e sauditi. Similmente risorse in Egitto.

Il caos della Siria è un avvertimento sul possibile futuro dell’Egitto
Anche se il mondo comincia a raccogliere ciò che è stato seminato in Siria, mediante la risurrezione intenzionale dei fratelli musulmani da parte dell’occidente e delle fazioni estremiste che la fratellanza ha supportato, sembra che non sia stata appresa alcuna lezione dall’opinione pubblica, dove molti affermano essere “esperti geopolitici”. La stessa destabilizzazione, passo dopo passo, è in corso in Egitto e ancora una volta attraverso la fratellanza musulmana. Legioni di terroristi sono in attesa, nella regione egiziana del Sinai, che la fratellanza getti basi sufficientemente ampie tra la popolazione dell’Egitto, in modo che possano distruggerlo, proprio come in Siria. E dietro tutto ciò vi è l’occidente che cerca disperatamente di sloggiare l’esercito egiziano dal potere con una combinazione di carote sgradevoli e bastoni rotti. Il think tank strategici degli USA, finanziati dalle corporazioni, quali Carnegie Endowment for International Peace, hanno espresso il desiderio degli USA di vedere l’esercito egiziano ridotto ed escluso interamente dal potere politico, proprio come in Turchia. In realtà, l’occidente è così orgoglioso di quanto è stato realizzato in Turchia, che si riferisce alla rimozione di qualsiasi istituzione militare indipendente, nel mondo, e alla sua sostituzione con un regime di ascari facilmente manipolabili, come al “modello turco”.
Il post dell’Endowment intitolato “L’Egitto non può replicare il modello turco: ma può imparare da esso“, articola tale desiderio affermando: “In Egitto, un certo numero di giovani e islamici moderati ha sottolineato il governo in Turchia di Giustizia e Sviluppo (AKP) quale fonte d’ispirazione, citando la riforma giuridica, il successo della gestione economica e le vittorie elettorali come modelli da emulare. In alcuni ambienti politici, la Turchia viene anche presentata come modello globale per il mondo arabo, una caratterizzazione che deriva in gran parte dalla sua capacità apparentemente unica di accoppiare democrazia laica e società prevalentemente musulmana. Il partito non solo ha aumentato il suo sostegno tra imprese secolari e classi medie, ma ha anche reso l’idea di Stato onnipotente che comanda l’economia e la vita dei musulmani attraverso i principi islamici, obsoleta. Per lo più l’AKP ha mantenuto la struttura costituzionale e istituzionale di base dello Stato turco, ma ha approvato emendamenti costituzionali per l’armonizzazione con l’UE e ridurre il potere dei militari“. In altre parole, l’Islam e la democrazia sono diventati compatibili in Turchia sotto il neoliberismo. Al-Monitor dell’Arabia Saudita, agenzia politica occidentale, afferma chiaramente nel suo articolo, “La Seconda Rivoluzione dell’Egitto, un colpo alla Turchia”, che: “L’esercito egiziano considera Giustizia e Sviluppo della Turchia un rivale politico e un alleato dei fratelli musulmani. Inoltre, l’istituzione militare egiziana vede il modello turco di limitazione del potere della dirigenza militare della Turchia, per mezzo dell’alleanza con Washington, un modello che minaccia la presenza e gli interessi dell’esercito egiziano”.
Un altro think tank degli Stati Uniti finanziato da aziende, il Council on Foreign Relations (CFR), cita un altro, più vecchio “modello turco”, quello in cui l’esercito turco era al potere, prima di essere ridotto in dimensioni e influenza, accusato della caduta dei fratelli musulmani in Egitto. Nel suo post, “In Egitto, i militari adottano il modello turco per controllare Mursi“, Stephen Cook del CFR scrive: “Poco dopo la caduta di Mubaraq, il feldmaresciallo Tantawi chiese la traduzione della costituzione della Turchia del 1982, che dota gli ufficiali turchi di ampi poteri di polizia politica e limita il potere dei capi civili. Nel decreto del 17 giugno, i militari arginarono la vittoria di Mursi approssimandosi al ruolo tutelare dell’esercito turco di poco prima”. I think tank statunitensi di politica estera e gli editoriali confrontano continuamente Egitto e Turchia, e indicano come l’Egitto può trasformarsi, eliminando l’influenza politica dei militari, in uno Stato fantoccio come la Turchia, membro della NATO definitivamente piegato alla volontà di Wall Street, Londra ed Unione europea.
Quanto l’occidente sia disposto e possa fare in Egitto per avere un tale riordino e quale percorso farà è ancora difficile dirlo. Fino a che punto sia disposto ad andare, in generale, si può vedere nelle macerie disseminate nelle strade in fiamme e nelle città decimate della Siria. Aggiungendovi i fratelli musulmani, considerando il loro ruolo nella continua distruzione della Siria, il governo militare egiziano può essere accusato di uso eccessivo della forza, ma essendo l’Egitto molte volte più grande della Siria per popolazione e superficie, e considerando la devastazione e la perdita di vite umane avutesi in Siria, l’alternativa come accordo temporaneo, negazione o inerzia, è assolutamente inaccettabile.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli interessi aziendali dietro il golpe in Ucraina

JP Sottile ConsortiumNews 16 marzo 2014

Dietro il colpo di Stato sostenuto dagli USA che ha spodestato il presidente democraticamente eletto dell’Ucraina vi sono gli interessi economici delle multinazionali, da Cargill a Chevron, che vedono il Paese come potenziale “miniera d’oro” di profitti nello sfruttamento agricolo ed energetico, afferma JP Sottile.
0,,17488968_303,00Il 12 gennaio si disse che 50000 ucraini “pro-occidentali” scesero in piazza Indipendenza a Kiev per protestare contro il governo del Presidente Viktor Janukovich. Alimentato in parte da un attacco al capo dell’opposizione Jurij Lutsenko, la protesta segnava l’inizio della fine del governo di Janukovich. Quello stesso giorno, il Financial Times riportava un importante accordo del gigante agroalimentare statunitense Cargill. Nonostante le turbolenze della politica ucraina, dopo che Janukovich aveva respinto l’importante accordo commerciale con l’Unione europea, appena sette settimane prima, Cargill era abbastanza fiduciosa sul futuro da sborsare 200 milioni di dollari per acquistare una partecipazione nell’UkrLandFarming dell’Ucraina. Secondo il Financial Times, UkrLandFarming è l’ottavo maggiore coltivatore di terra del mondo e secondo produttore di uova.  E quelle non sono le uniche uova nel sempre più ampio cesto della Cargill. Il 13 dicembre, Cargill annunciava l’acquisto della partecipazione di un porto del Mar Nero. Il porto di Cargill a Novorossijsk, ad est della strategicamente e storicamente importante base navale in Crimea della Russia, fornisce un importante punto di accesso ai mercati russi e aggiungendosi alla lista delle aziende Big Ag che investono nei porti del Mar Nero, in Russia e Ucraina. Cargill per oltre due decenni in Ucraina ha investito in silo e acquisito un’importante società di mangimi ucraina nel 2011. E in base al suo investimento nell’UkrLandFarming, Cargill era decisamente fiduciosa nel  caos post-accordo UE. E’ un accostamento stridente con l’allarme suonato dai media statunitensi, dai politici bellicosi di Capitol Hill e dai politici perplessi della Casa Bianca. E’ ancora più netto rispetto all’ansia espressa da Morgan Williams, Presidente e CEO dell’USA-Ukraine Business Council, che “promuove i rapporti commerciali USA-Ucraina dal 1995”. Secondo il suo sito Williams, intervistato dall’International Business Times il 13 marzo, nonostante la buona volontà dimostrata di Cargill, disse: “L’instabilità ha costretto le imprese a seguire solo le attività quotidiane e a non fare progetti per futuri investimenti, espansione e assunzione di altri dipendenti”. In realtà, Williams, che è anche direttore degli affari governativi della società di private equity SigmaBleyzer, ha affermato: “I business plan sono a un punto morto“. A quanto pare non sapeva degli investimenti di Cargill, il che è strano dato che avrebbe potuto semplicemente chiamare Van A. Yeutter, vicepresidente per gli Affari Societari di Cargill, e chiedergli dell’assai attivo business plan della sua azienda. Non c’è dubbio che Williams ne abbia il numero di telefono, perché Yuetter fa parte del Comitato Esecutivo dell’USA-Ukraine Business Council. Un piuttosto accogliente club per investimenti. Secondo il suo profilo sul sito di SigmaBleyzer, Williams “ha iniziato a lavorare sull’Ucraina nel 1992” e da allora ha comunicato che gli agro-alimentari statunitensi “investono nell’ex-Unione Sovietica“. Da esperto agente di Big Ag, deve essere abbastanza vicino a suoi CdA.

I luminari di Big Ag
E il comitato è il vero e proprio gotha di Big Ag. Tra i luminari che lavorano instancabilmente e senza dubbio disinteressatamente per una migliore e più libera Ucraina, vi sono:
– Melissa Agustin, Direttrice, International Government Affairs & Trade di Monsanto
– Brigitte Dias Ferreira, Consigliere, International Affairs per John Deere
– Steven Nadherny, Direttore, Institutional Relations for agriculture equipment-maker CNH Industrial
– Jeff Rowe, Direttore regionale per DuPont Pioneer
– John F. Steele, Direttore Affari Internazionali di Eli Lilly & Company
E naturalmente Van A. Yeutter della Cargill. Ma Cargill non è il solo ad avere caldi sentimenti verso l’Ucraina. Come Reuters ha riferito nel maggio 2013, Monsanto, la maggiore azienda di sementi al mondo, progetta di costruire un impianto di sementi di mais “non-GM (non geneticamente modificati) in Ucraina”  da 140 milioni dollari. E subito dopo l’accordo commerciale dell’UE, Jesus Madrazo, Vicepresidente per la Corporate Engagement della Monsanto ha ribadito “l’impegno verso  l’Ucraina” della sua azienda e “l’importanza nel creare un ambiente favorevole che incoraggi l’innovazione e favorisca il continuo sviluppo dell’agricoltura“. La strategia di Monsanto comprende anche pubbliche relazioni per “cuori e menti”. Sulla scia delle affermazioni di Madrazo, la Monsanto ha annunciato “un programma di sviluppo sociale dal titolo “Grain Basket of the Future” per aiutare gli abitanti dei villaggi rurali del Paese a migliorare la loro qualità di vita“. L’iniziativa elargisce sovvenzioni per 25000 dollari per sviluppare programmi che offrano “opportunità d’istruzione, rafforzamento della comunità e sviluppo delle piccole imprese“. Il ben congegnato nome “Grain Basket of the Future” dice perché, una volta, l’Ucraina fosse nota come “il granaio” dell’Unione Sovietica. La CIA indicava, durante l’era sovietica, che l’Ucraina era seconda solo alla Madre Russia come “componente economicamente più importante dell’ex-Unione Sovietica“.
In molti modi, i terreni agricoli dell’Ucraina furono la spina dorsale dell’URSS. La sua “terra nera fertile” generava più di un quarto dell’agricoltura dell’URSS. Esportava “notevoli quantità” di cibo nelle altre repubbliche e le sue aziende erano quattro volte più produttive della “repubblica prima in classifica”. Sebbene la produzione agricola dell’Ucraina sia crollata nel primo decennio dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il settore agricolo è cresciuto in modo spettacolare negli ultimi anni. Mentre l’Europa lotta per scrollarsi dalla Grande Recessione, il settore agricolo dell’Ucraina è cresciuto del 13,7% nel 2013. L’economia agricola dell’Ucraina è attiva. Quella della Russia no.  Ostacolata dagli effetti del cambiamento climatico e da 25 milioni di ettari di terreno agricolo incolto, la Russia è in ritardo rispetto il suo antico granaio. Secondo il Centro per gli Studi Orientali, le esportazioni agricole ucraine sono aumentate da 4,3 miliardi di dollari nel 2005 a 17,9 miliardi nel 2012 e come nell’apogeo dell’URSS, l’agricoltura rappresenta attualmente il 25 per cento del totale delle esportazioni. L’Ucraina è anche il terzo maggiore esportatore mondiale di grano e mais. E il mais non è solo cibo. E’ anche etanolo.

Nutrire l’Europa
1207Ma la gente deve mangiare, in particolare in Europa. Come Frank Holmes dell’US Global Investors ha stimato nel 2011, l’Ucraina è pronta a diventare la macelleria dell’Europa. La carne è difficile da spedire, ma l’Ucraina è in posizione perfetta per sfamare l’Europa. Appena due giorni dopo che la Cargill ha acquistato l’UkrLandFarming, Global Meat News (sì, “Global Meat News” esiste) ha riferito di un possibile enorme picco in “tutte” le esportazioni di carne ucraina, con un incremento dell’8,1% complessivo e un sconcertante picco del 71,4% nelle esportazioni di carne di maiale. Non c’è da stupirsi che Eli Lilly sia rappresentata nel Comitato Esecutivo dell’US-Ukraine Business Council. La sua unità Elanco Animal Health è un importante produttore di integratori alimentari. Ed è anche noto che l’impianto dei semi previsto da Monsanto sia non-OGM, forse anticipando l’emergente mercato europeo no-OGM e il crescente appetito dell’Europa per gli alimenti biologici. Quando si parla del futuro redditizio di Big Ag in Europa, la posta in gioco non potrebbe essere più alta. Per la Russia e la sua economia agricola ostacolata, è un’altra di una lunga serie di perdite dovute all’invasione degli Stati Uniti, dall’espansione della NATO verso l’Europa orientale alla presenza militare degli Stati Uniti nel sud e all’importante accordo di sviluppo del gas di scisto recentemente firmato dalla Chevron in Ucraina.
Quindi, perché Big Ag è così fiduciosa sull’Ucraina, anche di fronte a tanta incertezza e alla prevedibile reazione della Russia? La risposta è che i semi della svolta dell’Ucraina dalla Russia furono piantati negli ultimi due decenni dalla persistente alleanza da guerra fredda tra aziende e politica estera. Si tratta di una versione dello “Stato profondo”, di solito associata alle industrie del petrolio e della difesa, ma esiste anche nell’altro settore fortemente sovvenzionato degli USA, l’agricoltura. Morgan Williams è il nesso dell’alleanza tra Big Ag e la politica estera degli Stati Uniti. Cioè, l’agente di SigmaBleyzer Williams collabora con “varie agenzie del governo degli Stati Uniti, membri del Congresso, commissioni del Congresso, l’ambasciata dell’Ucraina negli Stati Uniti, istituzioni finanziarie internazionali, think tank e altre organizzazioni US-Ucraina dedite a imprese, commercio, investimenti e sviluppo economico“. In qualità di presidente dell’USA-Ukraine Business Council, Williams ha accesso al cortigiano del Consiglio David Kramer, presidente di Freedom House. Ufficialmente organizzazione non governativa, è palesemente collegata ai segreti tentativi “democratici” in luoghi dove la porta non è aperta agli interessi statunitensi, cioè alle aziende statunitensi.
Freedom House, National Endowment for Democracy e National Democratic Institute finanziarono e sostennero la “rivoluzione arancione” ucraina nel 2004. Freedom House è finanziata direttamente dal governo degli Stati Uniti tramite National Endowment for Democracy e dipartimento di Stato USA. David Kramer è un ex-vicesegretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici e, secondo la sua pagina web di Freedom House, “ex-senior fellow presso il Progetto per il Nuovo Secolo Americano”.

Il ruolo della Nuland
Ciò mette Kramer e, a una certa distanza, l’agente di Big Ag Morgan Williams in compagnia del co-fondatore del PNAC Robert Kagan, che casualmente è sposato con Victoria “Fottiti UE” Nuland, l’assistente dell’attuale segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici. Curiosamente Nuland parlò alla Fondazione USA-Ucraina il 13 dicembre esaltando le virtù del movimento Euromajdan quale incarnazione dei “principi e valori capisaldi di tutte le democrazie libere“. Nuland ha anche detto al gruppo che gli Stati Uniti avevano investito oltre 5 miliardi di dollari a sostegno delle “aspirazioni europee” dell’Ucraina, cioè nel sottrarre l’Ucraina alla Russia. Commentava da una pedana dallo sfondo decorato dal logo della Chevron. Inoltre, il suo collega e compare di telefonata, l’ambasciatore USA in Ucraina Geoffrey Pyatt ha aiutato Chevron a stipulare l’accordo 50.ennale sul gas shale proprio nel cortile della Russia. Anche se Chevron ha sponsorizzato l’evento, non è indicato quale sostenitore della fondazione. Ma la fondazione indica Coca-Cola Company, ExxonMobil e Raytheon come suoi sponsor principali. E per chiudere il cerchio dell’influenza, l’USA-Ukraine Business Council è anche elencata come sostenitrice.

Cosa porta la storia dell’agente Big Ag Morgan Williams
Anche se era cupo sullo stato attuale degli investimenti in Ucraina, sfuma nel roseo quando guarda al futuro, quando dice ad International Business Times che “Il potenziale per agricoltura/agroalimentare è incredibile… la produzione potrebbe raddoppiare. Il mondo ha bisogno del cibo che l’Ucraina potrebbe produrre in futuro. L’agricoltura dell’Ucraina potrebbe essere una vera miniera d’oro“. Naturalmente la sua priorità è garantire che il pane delle imprese ben ammanicate sia generosamente imburrato nell’ex-granaio della Russia. E niente è meglio ammanicato nel gruppo collegato alle società interessate all’Ucraina che l’agroalimentare statunitense. Data l’entità del coinvolgimento ufficiale degli Stati Uniti nella politica ucraina, tra cui il fatto interessante che l’ambasciatore Pyatt abbia promesso l’assistenza degli Stati Uniti al nuovo governo nelle indagini per sradicare la corruzione, la strategia degli investimenti apparentemente rischiosa di Cargill, probabilmente non lo è dopo tutto.

004JP Sottile è un giornalista freelance, co-conduttore radio, documentarista ed ex-produttore di notiziari di Washington, DC. Il suo show settimanale, Inside the Headlines w/The Newsvandal, co-ospitato da James Moore, va in onda ogni venerdì su Kruu-FM a Fairfield, Iowa ed è disponibile online. Il suo blog è Newsvandal.com e lo si può seguire su Twitter.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ritorno del golpismo della CIA nel mondo

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 19/02/2014

1236548La maggiore raccolta di entusiasti dello status quo si troverebbe presso la sede della CIA a Langley, in Virginia. Mentre le nazioni di tutto il mondo cercano di prendere le distanze dalla presa finanziaria, militare e politica di Washington, la CIA riprende il suo vecchio manuale su come trattare i governi ribelli. Dopo aver fomentato una ribellione politica in Ucraina contro il governo democraticamente eletto del Presidente Viktor Janukovich, l’apparato della propaganda di Washington, incentrato su National Endowment for Democracy (NED), Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e Open Society Institute (OSI) di George Soros, punta sul Venezuela. Il Venezuela ha scovato tre funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti a Caracas incontrarsi con i manifestanti dell’opposizione, contribuendo a pianificare le rivolte antigovernative nel Paese. I tre “funzionari consolari” degli Stati Uniti, Breann Marie McCusker, Jeffrey Gordon Elsen e Kristopher Lee Clark, hanno avuto l’ordine d’espulsione dal governo venezuelano. Lo scorso ottobre, il Venezuela espulse altri tre diplomatici statunitensi, i chargé d’affaires Kelly Keiderling, David Moo e Elizabeth Hoffman, per il loro coinvolgimento nel fomentare disordini interni. I sei cosiddetti diplomatici erano coinvolti in attività associate a “coperture ufficiali” di agenti della CIA. Proprio come è avvenuto con l’ambasciatore statunitense a Kiev, Geoffrey Pyatt, e la visita  dell’assistente del segretario di Stato per gli affari europei, Victoria Nuland, poi sboccata nella riunione con i leader dell’opposizione ucraina per pianificare le proteste antigovernative, i diplomatici statunitensi a Caracas sono accusati d’incontrarsi con l’opposizione fedele a Leopoldo Lopez, l’agente di Harvard addestrato a servire gli interessi corporativi degli Stati Uniti. Il governo venezuelano ha accusato Lopez, come l’altro leader dell’opposizione venezuelana, Henrique Capriles Radonski, di ricevere finanziamenti segreti dalla CIA attraverso organizzazioni come  NED e USAID, per pianificare le proteste e lanciare il sabotaggio economico del Venezuela.  Legami furono stabiliti tra il partito Volontà Popolare di Lopez e le organizzazioni di facciata del narco-terrorista e filo-israeliano ex-presidente di destra colombiano Alvaro Uribe. Denaro evidentemente di CIA e narco-terroristi è stato fornito al partito di Lopez dalle facciate del fantoccio di Soros Uribe, come il Centro per il pensiero, la fondazione Colombia soprattutto e la Fondazione internazionalismo democratico, nei mesi precedenti l’esplosione delle violenze in Venezuela.
L’ambasciata degli Stati Uniti a Caracas, come nel caso delle sue controparti a Kiev e Mosca, è il centro operativo virtuale della pianificazione delle proteste dell’opposizione finanziata dagli USA in Venezuela. L’unica cosa che i leader dell’opposizione ucraina Arsenij Jatsenjuk, Vitalij Klishko e Oleg Tjagnybok, dell’opposizione russa di Aleksej Navalnij e Garry Kasparov, e i leader dell’opposizione venezuelana Lopez, Capriles, e Maria Corina Machado hanno in comune è il pass gratuito per accedere alle rispettive ambasciate degli Stati Uniti nelle loro capitali, in qualsiasi momento e a loro piacimento, potendosi portare via tutti i soldi che vogliono. Ciò che unisce le campagne di destabilizzazione della CIA in Ucraina e Venezuela è l’uso dei fascisti locali per rinforzare le forze antigovernative… In Venezuela, i sostenitori reazionari degli ultimi regimi oligarchici fascisti sono alleati disponibili degli Stati Uniti, mentre in Ucraina fascisti come Tjagnybok rappresentano il continuo collegamento di Stati Uniti e Israele con l’opposizione ucraina. Un rapporto della CIA, declassificato, del 4 aprile 1973 afferma che, anche durante il periodo della Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina, i leader del Partito comunista chiesero “vigilanza contro il nazionalismo ucraino e il sionismo”, minacce gemelle in Ucraina all’epoca. Oggi, non è cambiato molto nell’orientamento e nella natura dell’opposizione ucraina. Mentre puntellano i leader dell’opposizione del Venezuela con i dollari, gli Stati Uniti e loro banchieri hanno attaccato senza pietà la moneta e l’economia venezuelane usando i media aziendali per diffondere falsità su carenze di beni primari in Venezuela, come carta igienica, sale e zucchero. Questo è un vecchio trucco della CIA, a lungo utilizzato contro il governo di Cuba e di altre nazioni che si oppongono all’imperialismo USA. La stessa tattica intimidatoria della scarsità dilagante di merci viene utilizzata dalla CIA per indebolire il governo del primo ministro thailandese, supportato dalle camicie rosse, Yingluck Shinawatra, usando voci alimentate dagli USA su penuria di riso tailandese nel Paese perché il regime lo venderebbe alla Cina. La campagna della CIA contro Yingluck ha comportato accuse contro il Premier da parte della tipica “società civile” artificiale di Soros, la Commissione Nazionale Contro la Corruzione, ideata dai monarchici delle camice gialle e da falsi “riformisti” costituzionali come l’ottuagenario Amorn Chantarasomboon.
Proprio come nel fallito colpo di Stato della CIA contro il Presidente Hugo Chavez nell’aprile 2002, la CIA e i suoi notabili locali hanno lanciato attacchi propagandistici contro la PDVSA, la compagnia petrolifera venezuelana statale che possiede la CITGO negli Stati Uniti. Gli organi della propaganda della CIA  diffondono la litania che la PDVSA sia corrotta e moribonda e che il Venezuela sia costretto ad importare benzina dagli Stati Uniti. La storia è palesemente falsa, ma i media aziendali, inclusi quelli gestiti o influenzati dalla rete dei propagandisti globali di Soros, riprendono volentieri tali falsità come dati di fatto. I media corporativi, specialmente The Miami Herald, che punta tanto ai capricci e alle fantasie degli oligarchi del Venezuela in esilio nel sud della Florida, quanto alla destra cubana e ai sionisti del suo prescelto pubblico di lettori, ha anche falsamente affermato che il Venezuela subisce una massiccia ondata di criminalità, perché il governo del Presidente Nicolas Maduro non può garantire la sicurezza della popolazione. Anche questo è un vecchio trucco della CIA utilizzato per minare la stabilità politica dei governi nel mondo, come Iraq, Pakistan e Afghanistan, aiutando i terroristi interni e le organizzazioni criminali nel compiere attacchi contro la popolazione civile. La CIA ha usato lo stesso piano per fomentare il sabotaggio economico contro il governo del presidente socialista cileno Salvador Allende. In Venezuela, la CIA attacca l’industria petrolifera. In Cile, la CIA ha usato l’industria del rame per attuare il sabotaggio contro l’economia cilena prima di lanciare il sanguinoso colpo di Stato dell’11 settembre 1973 che vide l’assassinio di Allende e il successivo massacro dei suoi sostenitori politici da parte degli squadroni della morte addestrati dagli USA. Altre nazioni dell’America Latina prendono atto dell’aggressione occulta degli USA contro il Venezuela. Gli Stati Uniti hanno formalmente sospeso gli aiuti economici alla Bolivia dopo che il suo governo ha espulso l’USAID per aver fomentato la ribellione in quel Paese. Il presidente dell’Ecuador Rafael Correa ha formalmente annunciato che la sua nazione si ritira dal trattato Inter-Americano di Assistenza Reciproca, un congegno del Pentagono che ha permesso agli Stati Uniti d’imporre le sue forze militari nelle nazioni latinoamericane. Ma la CIA vede la situazione degli Stati Uniti in America Latina, reversibile. Rovesciando il governo del Venezuela con una cricca di destra spera di invertire la tendenza a sinistra negli altri Paesi. Il 29 dicembre 1975 il memorandum della CIA “L’America Latina modifica le relazioni estere”, ebbe la speranza che il sanguinoso colpo di Stato contro Allende nel 1973 avrebbe dato dei benefici agli USA. La CIA vide la scomparsa di Allende come ostacolo al “terzomondismo” e alla “demagogia” del presidente messicano Luis Echeverria e al sostegno delle politiche petrolifere dell’Organizzazione per Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) di Ecuador e Venezuela. La CIA sbagliò come al solito le sue valutazioni sull’America Latina. Non solo Messico, Ecuador e Venezuela resistettero alle pressioni statunitensi (gli ultimi due puniti con l’esclusione dalla riduzione delle tariffe nell’ambito dell’US Reform Trade Act del 1974), ma il governo fascista del Cile sfidò gli USA votando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite una risoluzione che equiparava il sionismo con il razzismo.
La sottile incombente pressione della CIA contro l’America Latina a metà degli anni ’70 non funzionò, e la CIA ricorse a metodi comprovati per mettere a tacere i suoi oppositori latinoamericani. Gli assassini via aerea del leader panamense Omar Torrijos e del presidente ecuadoriano Jaime Roldos, noti per le loro politiche anti-statunitensi, dimostrarono al mondo che gli USA ricorrono volentieri agli omicidi quando non possono imporsi. Oggi il presidente Obama  dimostra che non è diverso dai passati presidenti statunitensi autorizzando operazioni segrete mortali per eliminare la leadership delle nazioni che si oppongono all’egemonia degli Stati Uniti.

usaid2La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le FEMEN legate all’estrema destra ucraina e ai think tank degli USA

Joe Lecorbeau 22 gennaio 2014

femen cavalleTale articolo è una bomba per tutti gli appassionati e sostenitori del controverso movimento delle FEMEN. In primo luogo, Joelecorbeau.com loda il lavoro eccezionale di Olivier Pechter che ha contribuito ad evidenziare il passato “nauseante” (riprendendo i mass media) di tali attiviste femministe. Lavoro che presenteremo con informazioni aggiuntive.

image002Inizio comunista
Come abbiamo visto nella prima parte del suo articolo “la faccia nascosta delle FEMEN”, queste attiviste sono delle note transfughe, passate dai movimenti giovanili comunisti a quelli ultranazionalisti, ma anche come “tecnologia politica: una manipolazione politica estrema. Gli strumenti sono familiari: narrazione, disinformazione, e interpolazione...” marketing ed organizzazione dei media sarebbe il termine oggi appropriato. Tra costoro troviamo Oksana Chashko (co-fondatrice delle FEMEN), Anna Hutsol (co-fondatrice delle FEMEN) e Viktor Svjatskij (l’uomo presentato come uno dei burattinai nell’ombra del movimento FEMEN ).

Il passaggio alla Grande Ucraina
In seguito ai risultati catastrofici del Partito comunista ucraino nel 2006, Anna Hutsol e Viktor Svjatskij, che crearono nel frattempo “due movimenti studenteschi alla fine del 2005, il Centro per le prospettive della gioventù (un sindacato) e Nuova Etica, prefigurando l’organizzazione delle FEMEN (che sarà guidata da Sasha Shevchenko, altra co-fondatrice delle FEMEN), si avvicinarono al partito della Grande Ucraina di Igor BerkutLa “Grande Ucraina” è un partito social-patriottico e vagamente di sinistra, quindi appartenente come il Partito Comunista al campo filo-russo. Il suo supporto deciso alla pena di morte gli valsero la mediatizzazione, e le proposte anti-immigrati (comprendenti il posizionamento al confine di “circoli militari-patriottico”) interessarono i forum di destra. Nel 2010, si dichiarò (sul serio) per una “buona dittatura democratica”.”

24103_3_image002-33741Viktor Svjatskij (Centro di prospettiva/Grande Ucraina), Sasha Shevchenko (che poi diresse Nuova Etica, e futura co-fondatrice delle FEMEN) e Igor Berkut (Grande Ucraina) ottobre 2007.

Quando le FEMEN furono avviate a Kiev, nella primavera 2008, Andrej Kolomets (“Andrew Kolomyjec”), uno dei quadri di Grande Ucraina (movimento rosso-bruno da cui provengono le FEMEN) entrò subito nel consiglio d’amministrazione. Sarà uno dei più “costanti sostegni finanziari” delle attiviste. “Al fine di garantirne l’indipendenza”, disse molto seriamente … aggiungendo che il movimento “non era mai scaduto nel razzismo”. Vedasi Mickael Orlyuk un altro quadro del partito, e anche partecipe delle proteste delle FEMEN.
Un certo numero di tesi della Grande Ucraina viene ripreso delle FEMEN. Immigrazione: l’esenzione dei visti per i cittadini europei che visitano l’Ucraina è un disastro, dovrebbero chiudere le frontiere. La Grande Ucraina denuncia le “centinaia di migliaia di immigrati clandestini (che) ci minacciano”. Le FEMEN si ponevano al suo fianco, con l’aiuto dell’influenza aviaria “all’ingresso di stranieri nel nostro Paese.” “Xenofobia? Forse”, rispose Anna Hutsol. Sull’esempio della Grande Ucraina, le FEMEN sostengono la pena di morte per i ‘sadici’.” Infine, ci sono i turchi contro cui Igor Berkut (leader di Grande Ucraina) ritiene che la guerra sia inevitabile. Le FEMEN, da parte loro, li hanno avuti a lungo come primi nemici, in nome della lotta al turismo sessuale.”

Il riavvicinamento con l’estrema destra ucraina
Tra le reclute del movimento FEMEN, troviamo Darija Stepanenko, membro del gruppo identitario  Confraternita di San Luca, che sostiene “la rivoluzione nel mondo ortodosso”, ramo del partito Bratstvo (“Fratellanza”).

24103_11-19962Inna e Sasha Shevchenko tengono per mano Darija Stepanenko, altra figura pubblicizzata dalla confraternita.

Le FEMEN appaiono accanto a Bogdan Titskij, capo del Comitato Nero, organizzazione di estrema destra ucraina i cui membri furono condannati per l’incendio doloso “di un ostello per studenti africani e per aver attaccato un centro della comunità ebraica“.

24103_13-e3d2aDa sinistra a destra: l’ultra-destra Anna Sinkova (a capo della Confraternita di San Luca), Sasha Shevchenko, Anna Hutsol, un’attivista delle FEMEN e Bogdan Titskij (responsabile del Comitato Nero), all’uscita da un interrogatorio della polizia (agosto 2013)

Le FEMEN sostengono un poster del partito di estrema destra Svoboda, fondato come Partito Nazionalsocialista d’Ucraina (in riferimento ai nazisti.) Il partito ottenne 36 seggi nelle elezioni parlamentari del 2012, divenendo il quarto del Paese. Membro del Fronte Nazionale Europeo che comprende, tra gli altri, l’NDP (Nationaldemokratische Partei Deutschlands), un partito neo-nazista  tedesco.

24103_14-ff16f“Viva la Bielorussia indipendente! Viva la libera Ucraina!” “No al terrore rosso!”

Le FEMEN manifestano soprattutto con l’UNA-UNSO o Assemblea Nazionale ucraina – Autodifesa ucraina, il maggiore partito di destra, difensore della Chiesa ortodossa in Ucraina (Patriarcato di Kiev). Conoscendo l’odio delle FEMEN verso la religione, non c’è una contraddizione?

24103_15-d411cInna e Sasha Shevchenko, sullo sfondo Viktor Svjatskij

Concludiamo questa lista sui collegamenti tra FEMEN e le organizzazioni di estrema più radicali osservandone le connessioni trans-atlantiche.

24103_8-65ebdCollegamento con l’Open World Leadership Center
Il movimento delle FEMEN avrebbe ricevuto sostegno estero (soprattutto da Washington) per sviluppare il movimento? L’articolo di Olivier Pechter indica la strada. “Anna Hutsol (fondatrice delle FEMEN) fu infatti invitata negli Stati Uniti da un’agenzia del Congresso degli Stati Uniti, l’Open World Leadership Institute, che descrisse come “una studentessa”.” Nel report del 2008, Anna Hutsol viene chiaramente menzionata sulla settima pagina (link PDF):
Coordinate del centro:
The Library of Congress, 101 Independence Avenue., SE Camera LM 611, Washington DC, 20540-1026, USA Tel: (202) 707-8943 Fax: (202) 252-3464 E-mail: RLP@loc.gov, sito http://www.openworld.gov

Qual è l’obiettivo del centro?
L’Open World Leadership Center è descritto come: “Il programma Open World permette ai leader russi di sperimentare la democrazia e la libera impresa in azione nelle comunità degli Stati Uniti in una visita di 10 giorni. I partecipanti al World Open studiano ruoli e relazioni tra i tre diversi livelli e rami del governo degli Stati Uniti. Esaminano anche in che modo il settore privato e no-profit negli Stati Uniti contribuiscano a soddisfare le esigenze sociali e civiche.”

Billington-2A pagina 3 del report del 2008, trovate il discorso del presidente del consiglio d’amministrazione dell’Open World Leadership Center, l'”onorevole” James H.  Billington. Chi è costui? Secondo  Wikipedia, James Hadley Billington è un accademico e bibliotecario statunitense, fu membro del consiglio del comitato di redazione della rivista Foreign Affairs. Un bimestrale internazionale, pubblicato a New York dal Council on Foreign Relations, che appartiene a David Rockefeller! Ecco, trovato il think tank statunitense dietro le FEMEN. Poche righe dopo, gli ultimi dubbi scompaiono quando viene confermato che James Hadley Billington è membro del Council on Foreign Relations!

James H. BillingtonIl presidente George W. Bush consegna la Presidential Citizen Medal a James H Billington. Questa decorazione viene assegnata a qualsiasi cittadino degli Stati Uniti “che ha compiuto un servizio esemplare per il Paese o i cittadini di questo Paese.”

Associated Press, una seconda connessione?
Il 24 febbraio 2013, durante le elezioni presidenziali in Italia, tre membri delle FEMEN avviarono un’operazione mediatica per colpire, senza successo, Silvio Berlusconi mentre andava a votare a Milano. L’operazione mediatica riuscì potendosi avvicinare a Berlusconi con lo slogan sul petto “Basta Berlusconi”. Tuttavia, come poterono le FEMEN arrivare così vicino al loro obiettivo?
Le FEMEN avevano documenti contraffatti dell’agenzia di stampa statunitense Associated Press. Legalmente dovrebbero essere perseguite per falsificazione e uso di falsi. Tuttavia, nessuna inchiesta preliminare è stata aperta. Perché Associated Press non ha presentato una denuncia contro tale usurpazione? Forse la risposta è nel nome del proprietario di tale agenzia? In un articolo pubblicato nel maggio 2011, Fox News rivelava che l’Associated Press è di proprietà del miliardario George Soros! George Soros, oltre che per le speculazioni nelle valute estere è noto come il burattinaio delle rivoluzioni colorate in Serbia nel 2000, in Georgia nel 2003, Kirghizistan nel 2005 e anche in Ucraina nel 2004, passata al campo russo nel 2010 con la vittoria di Viktor Janukovich alle elezioni presidenziali.
Il ruolo dell’Open Society Institute di Soros è determinante nel passaggio degli ex-satelliti dell’URSS al campo atlantista. Vedasi il documentario: Gli USA alla conquista dell’Est. Open Society Institute finanzia Reporters Sans Frontières di Robert Ménard. Leggasi il libro di Maxime Vivas “La face cachée de Reporters sans frontières : de la CIA aux faucons du Pentagone

george_soros_4_13_2012George Soros, specialista in sovversioni e interferenze. Le FEMEN furono appoggiate dall’Associated Press di George Soros? Resta da determinare. Ma i primi tesserini (della stampa) furono gettati via.

In conclusione
E’ ormai chiaro che le FEMEN sono agenti delle sovversione per imporre l’ideale liberal-libertario anti-religioso e anti-tradizionale. Ideale nel servire interessi stranieri, se non atlantisti. Un servizio per la sovversione e la destabilizzazione invocando diritti umani, democrazia e libertà in Paesi come la filo-russa Ucraina e la Russia di Vladimir Putin, nell’ambito della partita geopolitica statunitense contro questi Paesi, grandi principi che portarono alla “guerra contro il terrorismo” e all’attacco all’Iraq nel 2003, con il risultato che tutti conosciamo.
Abbiamo sintetizzato il lavoro di Olivier Pechter combinandolo con le informazioni di Joelecorbeau.com, indicando il passato di transfughi ed estremisti delle FEMEN che, misteriosamente, non viene affrontato nel documentario di Foufou (Caroline Fourest): “I nostri seni, le nostre armi”, dove dice di ospitare Inna Shevchenko, la leader più estremista del movimento, Fufu s’è bruciata! Manuel Valls ha vietato lo spettacolo di Dieudonné in nome della dignità umana, mentre concede asilo politico alle FEMEN, gruppo affiliato all’estrema destra ucraina! Dire che i merdia hanno fatto tutto un gran baccano sul presunto antisemitismo e razzismo di Dieudonné, mentre puntano i riflettori sulle FEMEN, dimostra dove sia l’odio. Amici, non esitate a inviare queste informazioni a tutti coloro che sostengono le FEMEN. Tale organizzazione deve smetterla di danneggiare il nostro Paese e il mondo. Facciamo presente il loro passato “nauseante”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le “rivoluzioni colorate” sono spontanee?

Vladimir Platov New Oriental Outlook 23/01/2014

1017542Per oltre 3 anni, i Paesi del mondo arabo hanno vissuto sotto l’influenza delle “rivoluzioni” che hanno scosso le fondamenta politiche di numerosi Stati regionali, determinando il cambio della classe dirigente e la nascita di nuovi partiti e movimenti politici. Nei media locali, ed esteri, si discute instancabilmente della domanda fondamentale: chi ha avvantaggiato tali “rivoluzioni” e chi ne è il vero istigatore? Queste domande vengono poste dai giornalisti seguendo la nascita e lo sviluppo delle “rivoluzioni colorate” in altre regioni del mondo, in particolare in Ucraina, che vede una recrudescenza ultimamente. Gli esperti sono particolarmente perplessi di fronte alle azioni dei politici europei e statunitensi, che chiedono all’opposizione ucraina maggiori azioni contro il governo legalmente eletto del Paese, con il quale, per inciso, l’Unione europea e i mandatari degli Stati Uniti hanno relazioni diplomatiche, come ufficialmente attestato dai governanti di Kiev. La questione non si limita solo agli appelli del senatore John McCain degli Stati Uniti, & company, a rovesciare il regime ucraino attuale, ma si estende anche al sostegno finanziario organizzato per i singoli “leader” dell’opposizione, che indubbiamente sono ospitati negli Stati Uniti e nei Paesi dell’UE, “per servizi rivoluzionari”.
Un primo esempio di ciò è il “leader” dell’opposizione ucraina Klischko, che ha la residenza negli Stati Uniti e in Germania. In tale contesto, le conclusioni degli esperti del noto Centro francese per la ricerca sull’Intelligence (CF2R) possono rivelarsi particolarmente interessanti: domandandosi se le “rivoluzioni colorate” siano spontanee o il risultato di operazioni coordinate. Gli esperti francesi ritengono che gli attivisti rivoluzionari nei Paesi dell’Europa orientale e del mondo arabo, in particolare il movimento giovanile 6 aprile che spodestò il presidente egiziano Hosni Mubaraq, e persino in Sud America, furono istruiti nei seminari sulla strategia della “rivoluzione nonviolenta”, tenuti in Serbia dalla celebre organizzazione CANVAS (Centre for Applied Nonviolent Action and Strategies), nata nel 2001 dal soggetto politico serbo Otpor!, diventando un centro di formazione per l'”azione nonviolenta” dopo l’abbattimento del regime di Slobodan Milosevic. Gli esperti del  CF2R hanno rintracciato le attività dei “consiglieri” di CANVAS nel preparare la rivoluzione delle rose in Georgia e la rivoluzione arancione in Ucraina, così come i loro stretti legami con l’organizzazione bielorussa Zubr (“Bisonte“) fondata nel 2001 con l’obiettivo di rovesciare il regime di Aleksandr Lukashenko. Hanno anche scoperto i legami di CANVAS con l’opposizione venezuelana.
Durante l’inverno del 2011 le bandiere con gli emblemi di CANVAS, ereditate da Otpor!, furono sventolate dagli studenti egiziani del movimento giovanile 6 aprile, giocando un ruolo attivo nelle manifestazioni per le strade del Cairo. CF2R presta particolare attenzione alle fonti del finanziamento dichiarato da CANVAS, dato che le attività di questa struttura necessitano di un sostegno finanziario sostanziale. Secondo il direttore di CANVAS, Srda Popovic, l’organizzazione opera “esclusivamente con donazioni private”. Gli autori dello studio, tuttavia, dipingono un quadro abbastanza diverso. Secondo fonti francesi informate, due organizzazioni statunitensi finanziano attivamente CANVAS, l’International Republican Institute (IRI) e Freedom House. L’International Republican Institute è un’organizzazione politica associata al Partito Repubblicano degli Stati Uniti, fondata nel 1983 dopo il discorso del presidente statunitense Ronald Reagan al parlamento inglese  a Westminster, dove offrì a partiti politici e organizzazioni estere aiuto nel creare “infrastrutture per la democrazia”. E’ ben noto che l’IRI sia finanziato dal governo degli Stati Uniti (in particolare, da dipartimento di Stato, Agenzia per lo sviluppo internazionale – USAID e National Endowment for Democracy). Le sue attività comprendono “fornire ampia assistenza ai partiti politici e formazione dei loro attivisti”. Gli esperti francesi, tuttavia, indicano chiaramente che l’International Republican Institute, infatti, non sia altro che una copertura della CIA. In tali circostanze, vale la pena notare che il famoso attivista di Euromaidan a Kiev, il senatore statunitense John McCain, non è solo un rappresentante del Partito Repubblicano degli Stati Uniti, ma anche un campione dell’IRI. Alla  domanda su chi possa guidare le sue azioni, le informazioni rispondono da sé.
Riguardo la Freedom House, la sua attività principale è l'”esportazione dei valori americani”. Tale  organizzazione non governativa fu fondata nel 1941 e svolge attività di ricerca sullo stato delle libertà politiche e civili in diversi Paesi. Tra il 60 e il 80 per cento del suo bilancio è costituito da sovvenzioni del governo degli Stati Uniti (principalmente dipartimento di Stato e USAID). Fino al 2005 il suo direttore era l’ex capo della CIA James Woolsey indicando chiaramente, secondo il parere degli esperti di CF2R, il coinvolgimento dell’intelligence USA nelle attività di Freedom House. Un fatto molto notevole, trovato dai francesi, è l’invito di Freedom House al famoso blogger egiziano Abdel Fatah Isra, co-fondatore del movimento giovanile 6 aprile, a partecipare a un evento organizzato dall’organizzazione, dove seguì un programma di addestramento alle “riforme politiche e sociali”. Tutte le attività erano finanziate da USAID.
La partecipazione finanziaria di IRI e Freedom House, così come delle forze speciali statunitensi dietro di esse, può essere rintracciata nelle “attività rivoluzionarie” non solo in Egitto, ma anche in Tunisia, Libia, Siria e altri Stati del Medio Oriente. Come notato dai francesi, è estremamente difficile in tali condizioni non notare il ruolo degli Stati Uniti e la loro manipolazione degli eventi in Medio Oriente in questi ultimi anni, anche in mancanza di riferimenti diretti in tali attività dell’amministrazione Obama. Ancora più sorprendente è il fatto che la stampa occidentale sia stata e continui ad essere assai discreta sul tema (con rare eccezioni), e taccia sul rapporto tra gli eventi in corso nel mondo arabo e i “consiglieri” degli Stati Uniti. “Anche coloro che di solito sono prossimi alle “teorie del complotto”, restano stranamente silenziose“, rilevano gli esperti francesi. Dato che le attività di IRI, Freedom House, l’USAID e le altre organizzazioni fortemente utilizzate da Washington nelle “riforme politiche”, continuano ad essere sfruttate (e non solo in Medio Oriente), non possiamo aspettarci un rapido declino dei movimenti “rivoluzionari” nel mondo, neanche in Medio Oriente, Ucraina e altrove.

Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti hanno davvero svolto un ruolo nella rivoluzione tunisina?

Abdelaziz Belkhodja, Tunisie Secret 26 dicembre 2013

Tre anni dopo la calamità che ha colpito la Tunisia e parte del mondo arabo, Abdelaziz Belkhodja torna sulla questione tunisina. Conoscendo ora la risposta, non c’è bisogno di essere un esperto per sapere che in geopolitica non solo gli statunitensi hanno svolto un ruolo di primo piano nella destabilizzazione della Tunisia, ma hanno scelto l’anello debole per realizzare il loro piano sionista del Grande Medio Oriente, iniziato con l’invasione e la partizione dell’Iraq nel 2003. Questa cospirazione contro la Tunisia non sarebbe stata possibile senza l’aiuto dei cyber-collaborazionisti. di cui l’autore di questo articolo non indica che il movimento Taqriz. E tuttavia, non menziona i nomi dei fondatori di Taqriz, “due giovani anonimi tunisini”. L’opinione pubblica tunisina ha il diritto di sapere chi sono: Riadh Didan (Foetus), di Ben Arus e che vive a New York, e Qasim Marzuqi (Waterman), commercialista che vive nella regione di Lione. Presto pubblicheremo i nomi e le foto di tutti i cyber-collaborazionisti di cui abbiamo potuto ricostruire l’elenco completo.

april_6_youth_movementOggi, mentre i fatti cominciano a datarsi, le teorie di un complotto estero abbondano. E’ chiaro che la dittatura di Ben Ali aveva critici all’interno e all’estero. Questi critici stranieri avrebbero svolto un ruolo nella rivolta? Quale? Molto fu fatto dai blogger. Che fossero solitari od organizzati in gruppi, come Taqriz, effettivamente agirono. Ma quale fu il peso reale di tale azione? Tornando all’inizio: creato nel 1998 da due giovani anonimi tunisini, Taqriz [1] (ma anche e-MAG) fu un tenace oppositore del regime. Un terzo membro chiave, soprannominato Ettounsi, entrò nel gruppo nel 2000. Quest’ultimo, responsabile di Publinet [2], fu identificato e arrestato nel 2002. Il suo nome era Zuhayr Yahyawi [3]. Torturato per mesi, secondo Amnesty e Human Rights Watch, fu condannato ad una pena detentiva. Nel 2005, a seguito del rapido deterioramento della salute, morì. Taqriz subito si silenziò. Tre anni dopo, nel 2008, il gruppo risorse usando metodi simili a quelli del potente movimento nato nel 1998 in Serbia [4]: Otpor (Resistenza). Tale movimento fu rapidamente recuperato dalle ONG [5] legate a potenti lobby che indirizzavano i blogger verso la resistenza “non violenta”. Dopo il successo delle rivoluzioni [6], dei “corsi” furono organizzati apertamente nelle ambasciate USA in Tunisia, Egitto e Siria, dopo dei soggiorni negli Stati Uniti e in Marocco. Durante queste visite, corsi di formazione furono preparati per i dissidenti. Dal 14 gennaio, diversi blogger tunisini dichiararono di avervi partecipato.
Fino al 2008, le autorità tunisine, che controllavano perfettamente internet, non credevano ad una minaccia specifica dalle reti sociali [7], ma era troppo tardi: qualche dissidente e oppositore finanziato dal NED ottenne un po’ di reputazione sul web. Alcuni adottarono gli intelligenti metodi della “non-violenza” [8] studiati nei corsi seguiti. Tra questi metodi, la destabilizzazione delle forze dell’ordine tramite la provocazione non violenta [9] o la disinformazione. Ad esempio realizzando foto o video fasulli, pubblicando notizie false o documenti ufficiali falsificati, ecc. Sui video, i tunisini furono particolarmente scioccati nel vedere le dolorose sequenze della repressione e di civili uccisi, alcuni di questi video, anche se pochi, furono fabbricati [10] per scioccare. Inoltre, dopo la redazione della lista ufficiale [11] delle vittime, sappiamo che tra il 25 dicembre 2010 e il 7 gennaio 2011 non vi fu alcuna vittima da arma da fuoco. Eppure i video mostrano morti e testimonianze di molti omicidi, in quei giorni. Tali metodi furono notati anche in Siria, Egitto e Libia. L’addestramento pubblico a tali metodi è ormai parte integrante di un avanzato programma specializzato in scienza politica presso l’Università di Belgrado. [12] Secondo un libro di testo, troviamo tra l’altro queste tattiche non violente:
– l’organizzazione di un finto funerale. [13]
– l’uso di veri funerali di massa per protestare [14]
– la gestione di campagne politiche riflesse
– l’organizzazione di scioperi strategici, per bloccare un sistema economico.
Tutto ciò riguarda le azioni non violente. Restano le azioni violente. Qui è molto più difficile agire.  Si tratta di trovare un altro tipo di militante, capace di rischiare la vita in scontri molto pericolosi. Qui, forse, serve cercare dei collegamenti con le tifoserie. Tali gruppi, ben organizzati, cresciuti nell’anonimato imparando ad affrontare la polizia in modo organizzato (battaglie) e lanciando campagne diffamatorie, contribuiscono a creare e rafforzare tra i giovanissimi uno spirito di resistenza alla polizia. In Tunisia, tali gruppi furono a lungo potenziati, fino ad attrarre dal 2006 l’attenzione della polizia che li ha perseguiti impedendogli di organizzare manifestazioni [15] negli stadi e poi reprimendoli direttamente. Gli stadi e il web [17]: in tal modo le strutture dell’intelligence tunisine [16] furono costrette, nell’emergenza, ad adattarsi ai due nuovi campi di battaglia correlati. Tali gruppi di tifosi, che mantenevano da anni l’odio per l'”Haqim” [18], giocarono un ruolo nelle manifestazioni organizzate pubblicamente su facebook? Giocarono un ruolo negli attacchi contro la polizia? Diversi testimoni oculari confermarono che organizzarono degli assalti con le molotov, ma ciò non costituisce una prova. Il numero di attacchi fu così grande (il 14 gennaio si registrò la distruzione di 126 commissariati e di 260 edifici pubblici), spesso firmate dalle tifoserie, tanto da far pensare a gruppi organizzati che partecipavano o istigavano al saccheggio di edifici pubblici. Va notato, andando in questa direzione, che il gruppo Taqriz era il più vicino a determinate tifoserie, e gli internauti videro foto e video delle loro imprese pubblicati dagli  amministratori di Taqriz: irruzioni nelle serate organizzate dal RCD, la firma ACAB (“tutti i poliziotti sono bastardi”), e varie provocazioni e attacchi organizzati negli stadi, nel 2010. Oltre all’appello alla violenza, il gruppo [19] pubblicava anche manuali d’istruzione per fabbricare maschere anti-lacrimogeni e bombe molotov. Casi simili furono osservati durante la rivoluzione egiziana. A piazza Tahrir, gli “ultras” del famoso club al-Ahly organizzarono la resistenza per contrastare alcuni attacchi, come quello dei cammellieri inviati a disperdere la folla. Si noti inoltre che uno dei blogger egiziani disse di aver frequentato dei corsi in Serbia. [20]
In breve, sindacalisti, associazioni, insegnanti, giornalisti, partiti politici, Taqriz, blogger, gruppi di tifosi e semplici cittadini poterono, ciascuno a suo modo, attivarsi per far cadere il regime di Ben Ali, con l’ardente desiderio di finirlo. Si noti che altri blogger e migliaia di internauti normali, che non ricevettero un addestramento, contribuirono enormemente a divulgare informazioni “sensibili”,  correndo rischi e subendo minacce, clandestinità o il carcere del ministero degli Interni. Se il ruolo degli Stati Uniti passò attraverso le ONG [21], si trattò del supporto classico agli oppositori e del finanziamento dei cyber-dissidenti, poi lasciati liberi di agire. Tale tipo di sostegno è esistito per anni in decine di Paesi, è per questo motivo che non fu per nulla decisivo.

Note
[1] – “Collera” in tunisino.
[2] – All’epoca Publinet, libero ritrovo per i giovani, vero incubo della DSE (comunemente nota come polizia politica), erano assai controllato.
[3] – Parente del giudice Zuhayr Yahyawi e della blogger Amira Yahyawi (Mira404).
[4] – Movimento creato da Srdja Popovic e da diversi studenti nel 1998. Questo gruppo operò per la caduta di Milosevic nel 2000 e di altri regimi ex-sovietici in seguito.
[5] – National Endowment for Democracy (NED): associazione il cui obiettivo ufficiale è l’istruzione e la formazione per la democrazia in tutto il mondo. Freedom House organizzazione che indaga ufficialmente sull’estensione della democrazia nel mondo. “Braccio armato” dell’associazione americana contro il comunismo. La loro principale fonte di finanziamento proviene dal dipartimento di Stato USA. Queste ONG sono virulente verso certi regimi “non democratici”, ma sono molto più morbide verso le petromonarchie.
[6] – In Georgia, Eduard Shevardnadze fu rovesciato nel novembre 2003 dalla Rivoluzione delle Rose. In Ucraina: l’elezione che vide vincitore l’autocrate Victor Janukovich, nel novembre 2004, fu cancellata sotto la pressione della rivoluzione arancione. In Kirghizistan: Askar Akaev fu rovesciato nel marzo 2005 dalla Rivoluzione dei Tulipani.
[7] – I cinesi furono più attivi ed immediatamente bloccarono l’accesso a Facebook, Twitter, Dailymotion, YouTube, certi blog, ecc.
[8] – La nonviolenza è una tecnica di azione politica e di disobbedienza civile intelligente nella guerra non convenzionale adottata dalla CIA nel rovesciare governi inflessibili, senza provocare un’indignazione internazionale.
[9] – Proprio come accade negli stadi o nel giorno di “Nhar 3ala Ammar“.
[10] – In alcuni video non si vedeva nulla, ma si sentivano commenti o altro, e si mostravano finti morti o feriti con il mercurio cromo. Salim Amamu stesso disse che agenzie straniere fornirono apparecchiature video ai giovani tunisini, incoraggiandoli ad utilizzare tali metodi.
[11] – Lista compilata dopo l’indagine approfondita della Commissione per l’accertamento dei fatti.
[12] – Centre for Applied Nonviolent Action and Strategies [CANVAS]. Fondatori e docenti provengono da Otpor, come Srdja Propovic.
[13] – “La lotta non-violenta in 50 punti”, Popovic, p. 159, Centre for Applied Nonviolent Action and Strategies (CANVAS), Belgrado, 2007. Fonte affidabile, l’incendio dell’ipermercato Géant fu causato dopo un finto funerale, non essendoci alcun cimitero nelle vicinanze. La polizia tunisina sequestrò varie bare vuote durante queste sceneggiate.
[14] – Il funerale di “al-Hansha”, giovane ucciso il 14 gennaio, alle 15:00, su Avenue Bourguiba, suscitò un panico indescrivibile seguito dal lancio di gas lacrimogeni e cariche della polizia.
[15] – “Daqla”, letteralmente “l’entrata”, una manifestazione 5-10 minuti prima delle partite che coinvolgeva migliaia di tifosi. La scenografia, a volte molto elaborata, si basava su fiamme, fumo, canzoni e cartelloni colorati.
[16] – Nel 2008, la Direzione Generale Speciale e la Direzione Generale dei Servizi Tecnici crearono delle strutture comuni per l’infiltrazione e l’intelligence. Centinaia di giovani informatici, giornalisti, cameraman, blogger e tifosi furono reclutati per l’infiltrazione.
[17] – Il 30% della popolazione tunisina fu contattata su facebook (2012).
[18] – Si chiama “Haqim” in Tunisia qualsiasi autorità.
[19] – Diversificato in diversi sottogruppi regionali.
[20] – Muhammad Adil, giovane blogger egiziano di 22 anni, ad al-Jazeera: “Ero in Serbia e mi sono addestrato nell’organizzazione di manifestazioni pacifiche, il mezzo migliore per contrastare la brutalità della polizia”.
[21] – Nel 2009, la NED finanziò programmi per l’addestramento di attivisti, associazioni e media in tutta la regione MENA, per fare “conoscere le regole fondamentali dei diritti umani e del dialogo sull’Islam moderato“. I fondi stanziati per la Tunisia ammontavano a meno di 200.000 dollari. I  funzionari della sicurezza tunisini ai tempi di Ben Ali, confermano che tali attività erano note e legali, anche se incompatibili con il regime.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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