Presidente Vladimir Putin: “Scenari per destabilizzare l’attuale ordine mondiale” e minacciare la sovranità della Russia

Vladimir Putin ha presieduto una riunione del Consiglio di Sicurezza al Cremlino. La discussione era incentrata sul mantenimento della sovranità e dell’integrità territoriale della Russia.
Presidente Vladimir Putin Global Research, 23 luglio 2014

kaletsky-putinDiscorso di apertura in occasione della riunione del Consiglio di Sicurezza
Vladimir Putin: Buon pomeriggio, colleghi.
Oggi prenderemo in considerazione le questioni fondamentali del mantenimento dell’integrità territoriale e della sovranità di questo Paese. Vi annettiamo tutti gli aspetti politici, etnici, giuridiche, sociali, economici ed altri che l’argomento comprende. La sovranità e l’integrità territoriale sono valori fondamentali, come ho già detto. Ci riferiamo al mantenimento dell’indipendenza e dell’unità del nostro Stato, alla protezione efficace del nostro territorio, del nostro sistema costituzionale e della neutralizzazione tempestiva delle minacce interne ed esterne, di cui molte presenti nel mondo di oggi. Vorrei chiarire fin dall’inizio che, ovviamente, non vi è alcuna minaccia militare diretta all’integrità territoriale e alla sovranità di questo paese. In primo luogo, l’equilibrio strategico delle forze mondiali lo garantisce. Noi, da parte nostra, siamo rigorosamente conformi alle norme del diritto internazionale e agli impegni con i nostri partner, e ci aspettiamo che altri Paesi, unioni di Stati e alleanze politico-militari facciano lo stesso, mentre la Russia non è fortunatamente membro di una qualche alleanza. Ciò è anche garanzia della nostra sovranità.
Ogni nazione che faccia parte di un’alleanza cede parte della sovranità. Ciò non sempre soddisfa gli interessi nazionali di un dato Paese, ma è una decisione sovrana. Ci aspettiamo che i nostri legittimi interessi nazionali siano rispettati, mentre eventuali controversie, sempre presenti, siano risolte solo attraverso sforzi diplomatici, per mezzo dei negoziati. Nessuno dovrebbe interferire nei nostri affari interni. Tuttavia, sempre più spesso, oggi, sentiamo parlare di ultimatum e sanzioni. La stessa nozione di sovranità dello Stato viene cancellata. Regimi indesiderati, Paesi che hanno una politica indipendente o che semplicemente si frappongono degli interessi di qualcuno vengono destabilizzati. Gli strumenti utilizzati a tale scopo sono le cosiddette rivoluzioni colorate o, in termini semplici, rivolte istigate e finanziate dall’estero. L’obiettivo naturalmente sono i problemi interni. Ogni Paese ha sempre molti problemi, soprattutto gli Stati più instabili o con un regime complicato. I problemi esistono, ma ancora non è chiaro perché dovrebbero essere utilizzati per destabilizzare e abbattere un Paese, come vediamo piuttosto di frequente in varie parti del mondo. Spesso le forze utilizzate sono radicali, nazionaliste, spesso anche forze fondamentalmente neo-fasciste, com’è avvenuto, purtroppo, in molti Stati post-sovietici, come in Ucraina oggi. Ciò che vediamo è praticamente la stessa cosa. Gente va al potere attraverso l’uso della forza armata e con mezzi incostituzionali. È vero, hanno avuto le elezioni dopo l’avvento al potere, tuttavia, per qualche strana ragione, il potere finisce nuovamente nelle mani di coloro che o finanziano o dirigono tale presa del potere. Nel frattempo, senza alcun tentativo di negoziato, cercano di reprimere con la forza quella parte della popolazione che non è d’accordo con tale piega degli eventi. Allo stesso tempo, presentano alla Russia un ultimatum: o ci lasciate distruggere la parte di popolazione etnicamente, culturalmente e storicamente vicina alla Russia, o introduciamo sanzioni contro di voi. Questa è una logica strana, assolutamente inaccettabile, naturalmente.
Sulla terribile tragedia avvenuta nei cieli di Donetsk, vogliamo ancora una volta esprimere il nostro cordoglio alle famiglie delle vittime; è una terribile tragedia. La Russia farà tutto quanto in suo potere per garantire una corretta un’indagine completa e trasparente. Ci viene chiesto d’influenzare la milizia nel sud-est. Come ho detto, faremo tutto quanto in nostro potere, ma questo è assolutamente insufficiente. Ieri, quando le milizie consegnavano le cosiddette scatole nere, le forze armate ucraine hanno lanciato un attacco corazzato sulla città di Donetsk. I carri armati combatterono fino alla stazione ferroviaria aprendovi il fuoco. Gli esperti internazionali giuntivi per studiare il luogo del disastro, non hanno potuto recarvisi. Chiaramente non erano le milizie a sparare. Dovremmo infine chiedere alle autorità di Kiev di rispettare le norme elementari della decenza umana e introdurre un cessate il fuoco almeno per un breve periodo, per rendere possibile l’indagine. Faremo ovviamente tutto quanto in nostro potere per assicurarci che l’indagine sia approfondita. Questo è esattamente il motivo per cui la Russia ha appoggiato la risoluzione del Consiglio di sicurezza (delle Nazioni Unite) proposta dall’Australia. Continueremo a collaborare con tutti i nostri partner per garantire un’indagine completa ed esauriente. Tuttavia, se torniamo su tali scenari, in generale, come ho detto, sono assolutamente inaccettabili e controproducenti. Destabilizzano l’ordine mondiale esistente.
Indubbiamente, tali metodi non funzionano con la Russia. Le ricette utilizzate per indebolire gli Stati con i conflitti interni, non funzioneranno con noi. Il nostro popolo, i cittadini della Russia, non permetteranno che ciò accada e non potranno mai accettarlo. Tuttavia, tentativi vengono chiaramente fatti per destabilizzare la situazione sociale ed economica, per indebolire la Russia in un modo o nell’altro o per colpire i nostri punti deboli, e continueranno renderci soprattutto più gradevole risolvere le questioni internazionali. I cosiddetti meccanismi internazionali sulla concorrenza vengono utilizzati pure (questo vale per la politica e l’economia); a tale scopo vengono utilizzati i servizi speciali, insieme alle moderne tecnologie dell’informazione e della comunicazione e alle organizzazioni non governative dipendenti, marionette dei cosiddetti meccanismi del potere morbido. Ciò ovviamente è il modo con cui certi Paesi percepiscono la democrazia. Dobbiamo dare una risposta adeguata a tali sfide e, soprattutto, continuare a lavorare in modo sistematico nel risolvere i problemi che comportano un rischio potenziale all’unità del nostro Paese e della nostra società. Negli ultimi anni abbiamo rafforzato le nostre istituzioni statali e pubbliche, le basi del federalismo russo, e abbiamo fatto progressi nello sviluppo regionale, nella risoluzione di compiti economici e sociali. Le nostre forze di polizia e dei servizi speciali sono più efficienti nella lotta al terrorismo e all’estremismo; formiamo la base moderna della nostra politica etnica, regolando approcci all’istruzione; lottiamo costantemente contro la corruzione, tutto ciò ci  garantiscono sicurezza e sovranità. Allo stesso tempo, dobbiamo tenere a mente questi problemi. Se necessario, dobbiamo sviluppare rapidamente e attuare misure aggiuntive. Dobbiamo avere un piano a lungo termine per agire in questi settori, documenti e risoluzioni strategici. A questo proposito, vorrei richiamare l’attenzione su alcune sfide prioritarie.
La prima è lavorare costantemente per rafforzare l’armonia interetnica, garantire una politica d’immigrazione competente e reagire rigorosamente ad omissioni e crimini dei funzionari che possono attivare conflitti interetnici. Tali sfide riguardano ogni livello governativo, dal federale al comunale. E naturalmente è estremamente importante per la nostra società civile prendere una posizione attiva e reagire alle violazioni dei diritti umani e delle libertà, evitando radicalismo ed estremismo. Facciamo particolare affidamento all’aiuto efficace della società civile nel migliorare il sistema di governo statale in politica etnica e per educare i giovani allo spirito del patriottismo e della responsabilità per la sorte della Patria, cosa particolarmente importante. Ne abbiamo discusso dettagliatamente nell’ultima riunione del Consiglio per le relazioni interetniche. A proposito, voglio affermare con chiarezza che, anche con l’aiuto della società civile, non riusciremo mai a far pensare di migliorare il nostro lavoro in questi settori solo tramite dei giri di vite, per così dire. Non lo faremo in nessun caso; ci affideremo alla società civile, in primo luogo.
La nostra seconda importante sfida è proteggere l’ordine costituzionale. La supremazia costituzionale e l’unità economica e giuridica devono essere assicurate in tutta la Russia. Le norme federali definite dalla Costituzione sono inviolabili e nessuno ha il diritto di violare la legge e i diritti dei cittadini. E’ importante per tutti i russi, indipendentemente da dove vivano, avere pari diritti e pari opportunità. Questo è il fondamento di un sistema democratico. Dobbiamo rispettare rigorosamente tali principi costituzionali, e per farlo dobbiamo costruire un chiaro sistema di potere statale, cercando di assicurarci che tutti i suoi componenti operino in modo unitario, preciso e sistematico; ciò dovrebbe includere il crescente ruolo delle autorità locali nell’ambito del meccanismo complessivo governativo della Russia. Naturalmente, rafforzando l’efficacia del lavoro del sistema giudiziario, dei procuratori e delle autorità di regolamentazione e vigilanza, si rafforzerà la sovranità della Russia.
La terza sfida è un sostenibile sviluppo economico e sociale equilibrato. Allo stesso tempo, è di fondamentale importanza tener conto dei fattori territoriali e regionali. Voglio dire che dobbiamo garantire lo sviluppo prioritario delle regioni strategicamente importanti, come Estremo Oriente ed altre; dobbiamo ridurre drasticamente e contemporaneamente i divari tra le regioni in termini economici e di tenore di vita. Tutto questo deve essere preso in considerazione nello sviluppo dei programmi federali e industriali, nel miglioramento delle relazioni tra bilanci e piani per lo sviluppo delle infrastrutture, nella scelta dei siti per i nuovi impianti e la creazione di posti di lavoro moderni. Ritengo inoltre che dobbiamo pensare ad ulteriori misure per ridurre la dipendenza dell’economia nazionale e del sistema finanziario da fattori esterni negativi. Non mi riferisco solo all’instabilità dei mercati globali, ma anche a possibili rischi politici.
La quarta sfida, le nostre Forze Armate restano il garante supremo della sovranità e integrità territoriale della Russia. Reagiremo in modo adeguato e proporzionato all’espandersi delle infrastrutture militari della NATO verso i nostri confini, e non mancheremo di notare l’espansione dei sistemi di difesa missilistica globale e l’incremento delle riserve strategiche di armi di precisione non nucleari. Ci viene spesso detto che il sistema ABM è un sistema di difesa. Non è così. Si tratta di un sistema offensivo; fa parte del sistema offensivo periferico degli Stati Uniti. Indipendentemente da ciò che dicono i nostri colleghi stranieri, vediamo chiaramente ciò che accade realmente. Truppe della NATO chiaramente si rafforzano negli Stati dell’Europa orientale, anche nei mari Nero e Baltico. E scala ed intensità delle manovre operative e di combattimento crescono. A tale proposito, è indispensabile attuare tutte le misure previste per rafforzare la capacità della nostra difesa nazionale, pienamente e nei tempi previsti, tra cui ovviamente in Crimea e Sebastopoli, dove in sostanza abbiamo bisogno di ricreare una completa infrastruttura militare.

russia-s-president22 luglio 2014, 15:40 Cremlino, Mosca
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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Storia rivoluzionaria dell’Iraq

Dean Henderson 20 maggio 2014

Ieri è stato annunciato che la coalizione guidata dal partito della Legge di Stato del Primo ministro Nuri al-Maliqi è emerso vittorioso nelle tormentate elezioni parlamentari del mese scorso in Iraq. Mentre militanti sauditi dello Stato islamico in Iraq e Levante (SIIL) controllano Falluja e parte di Ramadi, oltre 3500 persone sono già state uccise nelle violenze settarie quest’anno. L’occupazione statunitense dell’Iraq ha portato con sé l’insediamento di una classe dirigente esiliata da decenni. Questa cricca monarchica tenta di trasformare il Paese da Stato arabo egualitario a bastione del capitalismo selvaggio occidentale. Anni di lotta rivoluzionaria avevano liberato l’Iraq dall’egemonia bancaria internazionale guidata dai Rothschild. Tale lotta non sarà abbandonata senza combattere.

iraqNel 1776 la British East India Company stabilì il quartier generale in quello che oggi è il Quwayt. Quando i membri del clan quwaitiano al-Sabah aiutò i turchi ottomani a sedare le rivolte nel sud dell’Iraq, lo shayq della tribù dei Muntafiq diede agli al-Sabah boschetti di datteri presso Fao e Sufiyah nel sud dell’Iraq. Il Quwayt fu considerato altamente strategico dagli inglesi nella protezione delle rotte marittime dell’Oceano Indiano. Nel 1900 gli inglesi siglarono un accordo con Mubaraq al-Sabah, separando il Quwayt dall’Iraq e facendone un protettorato inglese. La stragrande maggioranza delle persone che vi abitava s’oppose al piano britannico, volendo continuare a far parte dell’Iraq da sempre considerando il Quwayt parte della provincia di Bassora dell’Iraq. [1] Per decenni i leader iracheni contestarono la legittimità dell’accordo Sykes-Picot del 1920, attraverso cui francesi e inglesi fecero del Quwayt un protettorato inglese. Gli iracheni non furono mai  consultati quando fu firmato il “gentlemans agreement”. Il Quwayt divenne un importante fornitore di petrolio per l’occidente e di petrodollari per i banchieri dell’economia mondiale. L’ex-ministro degli Esteri inglese Selwyn Lloyd dichiarò che i soldi del petrolio kuwaitiano puntellano la sterlina inglese. Una battuta di Wall Street dice: “Perché gli Stati Uniti e il Quwayt hanno bisogno l’uno dell’altro?” La risposta “Il Quwayt è un sistema bancario senza patria. Gli Stati Uniti un Paese senza sistema bancario“.
Nel 1937 e di nuovo nel 1946 il Partito Comunista Iracheno indisse scioperi presso l’Iraq Petroleum Company (IPC), a Kirkuk. Da quando la BP divenne l’importante proprietario dell’IPC, gli inglesi  inviarono truppe per sedare gli scioperi. Mezzo milione di acri di terra nella provincia di Qut fu rilevato dai fratelli al-Yasin, lacchè degli inglesi. Nel 1958, l’1% dei proprietari terrieri in Iraq controllava il 55% dei terreni. [2] Nel 1950 l’IPC fu al centro del boom del petrolio in Iraq. I suoi numerosi tentacoli includevano Bassora Petroleum e Mosul Petroleum. Chevron, Texaco, Exxon, Mobil, Gulf e RD/Shell furono esclusi dall’IPC dopo che tali predecessori dei Quattro Cavalieri firmarono l’accordo della Linea Rossa. La rivoluzione in Egitto del 1952, che depose la monarchia di Faruq e portò al potere il leader nazionalista Gamal Abdal Nasser, ispirò una serie di rivolte in Iraq contro l’IPC e la monarchia irachena. Nel 1958 re Faysal fu assassinato insieme a numerosi membri della famiglia reale. La monarchia irachena, da tempo marionetta dell’impero inglese, fu deposta. Gli Stati Uniti e gli inglesi agirono rapidamente per garantirsi l’installazione di un altro burattino nel generale Nuri al-Sayd. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna convinsero al-Sayd a firmare il Patto di Baghdad, di cui una parte chiedeva il riconoscimento ufficiale del Quwayt. Un’altra parte dell’accordo autorizzava l’invio di forze irachene in Libano per sostenere il governo filo-occidentale e impopolare di Camille Chamoun. [3] Nel 1958 al-Sayd fu deposto da un colpo di Stato guidato da ufficiali nazionalisti dell’esercito fedeli a Abdul Qarim Qasim. Il settimanale parigino L’Express riferì, “Il colpo di Stato iracheno è stato ispirato dalla CIA per placare i nazionalisti. La CIA ha visto Qasim come contenibile e preferibile agli elementi più radicali che rapidamente guadagnano consensi tra il popolo iracheno“. Inizialmente i membri del Partito comunista furono banditi dal governo Qasim. Ma sotto la pressione della potente sinistra irachena, Qasim subito sciolse la monarchia irachena e coltivò legami con l’Unione Sovietica e la Cina. Si ritirò dal Patto di Baghdad e chiese l’annessione del Quwayt alla provincia di Bassora. Tolse il divieto del Partito Comunista Iracheno che divenne una forza importante nel suo governo. Creò l‘Iraqi National Oil Company statale (INOC), facendo dell’Iraq il primo Paese del Medio Oriente a nazionalizzare le attività dei Quattro Cavalieri. Nel 1961 Qasim approvò la legge 80 che recuperava il 99,5% dei terreni inesplorati dell’IPC e chiese l’annessione del Quwayt. Big Oil e le sue otto famiglie proprietarie ne ebbero abbastanza. Nel 1960 Sydney Gottlieb della Divisione Servizi Tecnici della CIA ordì un piano per assassinare il Presidente Qasim. [4] Una campagna terroristica a bassa intensità fu organizzata dalla CIA con i partiti nazionalista e baathista che attaccavano il Partito Comunista Iracheno, il partito di sinistra più formidabile della regione. La CIA diede ai suoi sgherri gli elenchi dei leader di sinistra da colpire. Nel 1961 il Quwayt dichiarò l’indipendenza, prendendosi lo sbocco del solo porto dell’Iraq, Bassora. Le truppe statunitensi sbarcarono in Libano e quelle inglesi in Giordania. [5]
abdul_karim_kassemNel 1963 l’agente della CIA Bruce Odell organizzò un ponte aereo per armare la cellula di destra del partito Baath di Baghdad. Gli operatori del Baath scatenarono un’ondata di terrorismo segnata da innumerevoli massacri di civili. L’uomo di punta della CIA, la cui fazione di destra nel Baath emerse vittoriosa dopo l’assassinio Qasim nel 1963, fu Sadam Husayn. [6] Secondo un articolo del 17 aprile 2003 dell’Indo-Asian News Service, la CIA fece uscire Sadam dall’Iraq dopo l’assassinio e lo piazzò in un hotel di Cairo per qualche notte. Adb al-Salam al-Arif fu nominato presidente. Il suo primo decreto abrogò la legge 80. I Quattro Cavalieri erano di nuovo in sella all’IPC. Nel 1967 l’IPC perforò diversi pozzi con un potenziale di 50000 barili al giorno. Si nascosero questi risultati al governo iracheno. Quando la notizia trapelò il popolo iracheno ne fu indignato. Arif ne seguì l’esempio. Nazionalizzò banche e compagnie di assicurazione, insieme a trentadue altre grandi imprese. L’Iraq approvò le leggi 97 e 123 che diedero all’INOC statale un ruolo maggiore nell’industria petrolifera irachena, tra cui il diritto esclusivo di sviluppare il giacimento petrolifero di Rumayla Nord, presso il Quwayt. La Brown & Root di Houston aveva costruito il terminal petrolifero dell’IPC di Fao che serviva Rumayla Nord, mentre la società tedesca Mannesman costruì la pipeline Kirkuk-Dortyol dell’IPC. [7] Ora le multinazionali corsero ai ripari mentre un Iraq irritato ruppe le relazioni con gli Stati Uniti. L’anno dopo il presidente di sinistra Hasan al-Baqr combatteva l’Unione Patriottica del Kurdistan sostenuta dalla CIA e guidata da Jalal Talabani, mentre le truppe lealiste curde di Mustafa Barzani attaccarono le strutture del’IPC nei pressi di Kirkuk. Il decreto del governo iracheno dell’11 marzo 1970 premiò i curdi di Barzani con l’autonomia delle province settentrionali di Kirkuk e Dohuk. Nel 1971 l’Iraq ruppe i rapporti con l’Iran dopo che lo Shah fu scoperto aiutare la fazione di Talabani per conto della CIA. Nel 1972 al-Baqr nazionalizzò l’IPC. Nel 1973 la Bassora Petroleum fu nazionalizzata. Entro dicembre 1975 tutte le aziende straniere in Iraq erano state nazionalizzate. [8] Non dovrebbe sorprendere che il flessibile Jalal Talabani sia il presidente dell’Iraq occupato dagli USA.
La Siria guidava i Paesi della regione seguendo l’esempio iracheno. La nazionalizzazione dell’IPC fu molto popolare e fu sostenuta dal governo di al-Baqr, che costituì l’Iraqi Company for Oil Operations (ICOO) per commercializzare all’estero il petrolio dell’INOC. ICOO siglò accordi di fornitura con Giappone, India, Brasile, Grecia e molte nazioni del Patto di Varsavia. Nel 1973-1978 i proventi del petrolio iracheno passarono da 1,8 miliardi di dollari a 23,6 miliardi dollari all’anno. [9] L’Iraq implementò controlli valutari rigorosi per evitare che i banchieri internazionali sabotassero il dinaro. Introdussero restrizioni alle importazioni di valuta estera, affinché non venisse sprecata in beni di lusso frivoli. L’Iraq divenne un leader rispettato della fazione dei falchi dei prezzi dell’OPEC. Fu un esempio mondiale del tentativo di liberarsi dalla schiavitù della otto famiglie della mafia bancaria che voleva la testa di al-Baqr. Dopo un fallito tentativo di colpo di stato nel 1975 contro al-Baqr, la polizia irachena scoprì i dollari in possesso dei golpisti. [10]
Nel corso di quattro decenni, i Quattro Cavalieri e i loro scagnozzi della CIA cercarono di sedare il  nazionalismo del popolo iracheno. Il successo fu minimo e i loro regimi fantoccio di breve durata. Il regime di Sadam Husayn sembrava promettente ai banchieri internazionali. Un giro di vite sui partiti nazionalisti uccise e deportò gli elementi più radicali. Invase l’Iran rivoluzionario con una gomitata del tirapiedi dei Rockefeller Zbigniew Brzezinski. Aprì l’economia irachena alle multinazionali occidentali. Ma quando sauditi e kuwaitiani iniziarono a pretendere da Sadam il rimborso di 120 miliardi di dollari in prestiti per la guerra all’Iran, che avevano originariamente chiamato “sovvenzioni”, Sadam esplose. Gli Stati Uniti dissero ai monarchi al-Sabah d’insistere, spingendo Sadam sulla nota via socialista del popolo iracheno. Presto si trovò nel mirino dei suoi ex-sponsor. Una volta ritiratisi completamente gli Stati Uniti dall’attuale multimiliardario incubo neo-coloniale, gli iracheni sembrano destinati a continuare sul familiare percorso rivoluzionario socialista. Non è facile abrogare la storia di un popolo, a dispetto dell’arroganza e della ricchezza del propagandista.

531655_Note
[1] Beyond the Storm: A Gulf Crisis Reader. Phyllis Bennis and Michel Monshabeck. Olive Branch Press. Brooklyn, NY. 1991. p.39
[2] Iraq Since 1958: From Revolution to Dictatorship. Marion Farouk-Sluglett and Peter Sluglett. I.B. Tauros & Company, Ltd. New York. 1990.
[3] Diplomacy in the Near and Middle East: A Documentary Record: 1914-1956. J.C. Hurewitz. D. Van Nostrand Company, Inc. Princeton, NJ. 1956. p.236
[4] Iraq and Kuwait: A History Suppressed. Ralph Schoenman. Veritas Press. Santa Barbara, CA. 1990. p.14
[5] Ibid
[6] Ibid. p.14
[7] Ibid
[8] Sluglett and Sluglett. p.120
[9] Bennis and Monshabeck. p.31
[10] Schoenman. p.20

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel.  Potete seguirlo su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ucraina: verso la repubblica nazi-atlantista del Banderastan

Alessandro Lattanzio 8/4/2014

Non credo che alla Russia importi se un’Ucraina sfasciata si unisce alla NATO, chiamandosi “Repubblica Nazista del Banderastan”. La Russia ci guadagnerà se si riprende di nuovo tutto ciò che ha ceduto dagli anni ’20, annettendosi uno Stato con metà popolazione e l’80% dell’industria del Banderastan. Nel frattempo, l’UE avrà preso a bordo il caso disperato di un’economia gestita da gente che farà fare all’ungherese Jobbik la figura del liberaldemocratico. La NATO avrà acquisito carne da cannone e un fronte con una Russia risorgente; ma anche uno Stato fallito che la Russia conosce bene e può gestire, parlando d’intelligence, a volontà. Ci vorrà del tempo alla CIA per fornire parrucche e corsi di lingua ucraina ai suoi agenti, ne sono sicuro”.

3349151Migliaia di persone sventolando bandiere russe sono scese nelle piazze delle città dell’Ucraina orientale di Donetsk, Lugansk, e Kharkov occupando gli uffici governativi. Il 6 aprile, oltre 2000 manifestanti russofoni occupavano i locali del governo provinciale della città di Donetsk, nell’oriente dell’Ucraina. I manifestanti issarono la bandiera russa sul palazzo governativo e inalberavano cartelli con gli slogan “Donetsk, città russa”, “referendum sull’indipendenza e l’unificazione con la Russia”, “I Berkut hanno salvato l’Ucraina”, “Svegliati, popolo ucraino”, “Che sia un’unione dei popoli fratelli” e “fuori la NATO”. La milizia popolare occupava anche l’edificio del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina. A Lugansk venivano occupate la filiale della Banca Nazionale e l’edificio della Direzione Provinciale del Servizio di Sicurezza. La milizia popolare chiede all’amministrazione regionale di Lugansk di “non riconoscere il governo a Kiev” e di “assumere il controllo politico della regione“. Le persone radunatesi a Piazza Lenin, a Donetsk, presentarono una petizione in favore degli agenti di Berkut, falsamente accusati di aver sparato ai rivoltosi di Majdan. I manifestanti chiedono che la “giunta illegale a Kiev” ponga fine a repressioni e persecuzioni politiche e non molesti l’esercizio del diritto all’autodeterminazione, perseguendo l’esempio della Crimea. I manifestanti chiedono ai funzionari una sessione speciale sul referendum, altrimenti organizzeranno l’iniziativa per risolvere la questione. I manifestanti non riconoscono le cosiddette autorità a Kiev e chiedono anche la liberazione del ‘governatore popolare’ Aleksandr Kharitonov, incarcerato da metà marzo, e di altri 15 attivisti filo-russi. Così sei attivisti anti-Majdan furono rilasciati. A Kharkov 10000 manifestanti russofoni si sono scontrati con elementi neonazisti e circa 1500 attivisti pro-russi occupavano la sede dell’amministrazione regionale di Kharkov. Gli organizzatori delle proteste invitarono i partecipanti “a sostenere Donetsk e Lugansk, dove sono stati occupati edifici governativi“. Il 7 aprile, nella sessione del Consiglio del popolo del Donbass, a Donetsk, veniva dichiarata l’autonomia da Kiev proclamando la Repubblica Popolare di Donetsk. Polizia e servizi di sicurezza ucraini non interferivano nonostante le minacce dei golpisti a Kiev. Il Consiglio si proclamava unico organo legittimato della regione fino al referendum generale da tenersi non oltre l’11 maggio. “La Repubblica Popolare del Donetsk costruirà le sue relazioni in linea con il diritto internazionale e sulla base dell’uguaglianza e dei vantaggi reciproci. Il territorio della repubblica rientra nei confini amministrativi riconosciuti della regione di Donetsk ed è indivisibile e inviolabile. Questa decisione entrerà in vigore dopo il referendum“. Inoltre il Consiglio di Donetsk s’è indirizzato al presidente russo Vladimir Putin, chiedendo l’invio di una forza di pace nella regione. “Senza il vostro sostegno sarà difficile resistere alla giunta di Kiev. Lo chiediamo al Presidente Putin perché possiamo affidare la nostra sicurezza solo alla Russia“. Una manifestazione contro la repressione politica in Ucraina si svolgeva anche nella città meridionale di Odessa.
Il ‘presidente’ golpista Aleksandr Turchinov ha minacciato misure antiterrorismo contro coloro che si ribellano alle ‘autorità’ di Kiev, “Quello che è successo ieri è la seconda fase dell’operazione speciale della Federazione russa contro l’Ucraina” perciò un “comando anti-crisi è stato istituito ieri sera. Abbiamo intensificato le misure di sicurezza al confine orientale del Paese, considerando la passività delle forze dell’ordine locali, che saranno rafforzate con personale di altre regioni”. A sua volta il ‘ministro’ degli Esteri ad interim ucraino Andrej Deshitsa annunciava che il governo golpista a Kiev prenderà misure “molto dure” contro i manifestanti russofoni. Quindi i golpisti a Kiev pianificano un'”operazione di pulizia” in Ucraina orientale, mentre Turchinov ha cancellato la visita alla Conferenza dei presidenti dei parlamenti dell’Unione europea in Lituania. Il ‘ministro’ degli interni ucraino, il golpista Arsen Avakov, conferma che “Queste unità speciali sono pronte a risolvere compiti immediati senza prestare attenzione alle peculiarità locali. Invito tutte le teste calde ad astenersi da critiche e panico ed aiutare la polizia a prendere la situazione sotto controllo“. Le ‘autorità’ a Kiev hanno già aperto più di 20 procedimenti penali contro i manifestanti anti-Majdan. Agenti della sicurezza in Crimea avevano sventato un attacco presso la città di Saki, la notte del 6 aprile. Un gruppo di 10 individui aveva attaccato un checkpoint e occupato un edificio nelle sue vicinanze. Quando la polizia è arrivata sul posto fu aggredita da cinque soggetti che cercarono di rubare le armi degli agenti. “Durante lo scontro uno degli aggressori è stato arrestato e un altro è morto, gli altri tre sono fuggiti. Dopo essere stato ferito, un militare s’è difeso uccidendo un ufficiale dell’esercito ucraino, Stanislav Karachevskij“.
Intanto il rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), Daniel B. Baer, ha dichiarato che qualsiasi referendum in Ucraina sarà considerato illegale da Washington. Il ministero degli Esteri russo invece esorta Kiev a bloccare i preparativi volti ad istigare la guerra civile. L’Ucraina starebbe inviando unità speciali della polizia nelle regioni del sud-est, nel tentativo di contrastare le proteste antigovernative. “Secondo le nostre informazioni, unità delle truppe interne e della guardia nazionale, nonché militanti armati della formazione illegale ‘Fazione Destra’, si avviano verso il sud-est dell’Ucraina e la città di Donetsk“, ha detto il ministero. “Siamo particolarmente preoccupati dal coinvolgimento dei 150 mercenari statunitensi della società privata Greystone Ltd., vestiti con l’uniforme delle unità speciali della polizia ucraina Sokol. Gli organizzatori di tale istigazione hanno una gravissima responsabilità minacciando diritti, libertà e vita dei cittadini ucraini, così come la stabilità dell’Ucraina“. Secondo Lavrov i golpisti di Kiev non sono “In grado di stabilizzare la situazione in Ucraina se ignorano gli interessi delle regioni meridionali e orientali. Il rifiuto del dialogo indica che se non si prendono cura dei loro diritti, nessuno si curerà di loro“.
Il direttore dell’FSB russo Aleksandr Bortnikov ha riferito che il capo di al-Qaida nel Caucaso, Doku Umarov, è stato neutralizzato con un’operazione militare chirurgica nel primo trimestre del 2014, mentre centinaia di terroristi sono stati arrestati. I servizi di sicurezza russi hanno effettuato 33 operazioni antiterrorismo nei primi tre mesi del 2014, eliminando 13 capi islamisti e 65 terroristi, arrestandone altri 240. Già a gennaio, il Presidente della Repubblica autonoma russa della Cecenia, Ramzan Kadyrov, annunciò che Umarov era stato ucciso. Alla fine di dicembre 2013, un braccio destro di Doku Umarov, Islam Atev, era stato eliminato durante uno scontro a fuoco con la polizia russa nella regione di Khasavjurt, nel Daghestan. L’emirato del Caucaso guidato da Umarov, e altri gruppi terroristici islamici nel Caucaso, vengono finanziati dall’Arabia Saudita ed operano in collegamento con le intelligence occidentali e degli Stati Uniti. La conferma dell’eliminazione di Doku Umarov arriva un mese dopo che il capo di Fazione Destra ucraina, Dmitrij Jarosh, ricercato per terrorismo dalla Russia e dall’Interpol, e collaboratore di Umarov nella guerra in Cecenia, aveva istigato al-Qaida a sostenere il movimento Euro-Majdan a Kiev compiendo attentati in Russia. 10153065Fonti:
ITAR-TASS
Moon of Alabama
Nsnbc
RussiaToday
RussiaToday
RussiaToday
RussiaToday
RTL
TeleSurTV
Voice of Russia

Il futuro della Transnistria nel contesto della crisi ucraina

Ari Rusila (Finlandia) Balkan BlogOriental Review 2 aprile 2014

La domanda per l’indipendenza della Transnistria incontra un certo grado di simpatia e comprensione da alcuni esperti occidentali. A titolo di esempio può essere indicato l’analista politico e blogger finlandese Ari Rusila, che di solito presenta la statualità della Transnistria sotto una luce positiva, ammettendo che “la Transnistria ha attratto la mia attenzione per via dei suoi elementi do statualità abbastanza pronta al riconoscimento estero, essendo le circostanze mutate nel diritto internazionale, dopo la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo e, in terzo luogo, perché avevo previsto che la Trandnistria potrebbe essere la prossima polveriera del separatismo dopo il conflitto georgiano e i problemi in Ucraina”. Ritiene che la Transnistria, in confronto al Kosovo, ha in realtà molte più ragioni per essere riconosciuta internazionalmente. La citazione di sopra è tratto dal documento sul conflitto in Transnistria: Stato degli affari e prospettive di accordo, preparato per la conferenza internazionale “Conflitti congelati in Europa” (1° settembre 2012, Bled, Slovenia) di Natalia Belitser e le citazioni si basano sui miei articoli pubblicati nel 2008.

moldova_map_v2La Transnistria prossima Crimea?
Mentre la crisi in Ucraina continua a cuocere a fuoco lento, tensioni nella vicina Moldova iniziano a  salire. Cercando di capitalizzare il desiderio del Presidente Putin di utilizzare la protezione delle popolazioni russofone nella regione come pretesto per espandere le rivendicazioni territoriali, i membri delle due enclavi separate della Moldova cercano la protezione di Mosca. Ora, dopo la rivolta e il colpo di Stato in Ucraina e la riunificazione della Crimea con la Russia, le tensioni sono cresciute fino a coinvolgere la confinante Moldova, che come l’Ucraina si sforza d’integrarsi ulteriormente con l’occidente. La Moldova ha firmato accordi di associazione e libero scambio con l’UE al vertice di novembre 2013 a Vilnius, nel corso del quale l’ex-presidente ucraino Viktor Janukovich respinse l’offerta. Il governo moldavo ha inoltre sostenuto la rivolta filo-occidentale in Ucraina. Esperti occidentali temono che la prossima “Crimea” sia la regione separatista della Transnistria. Molti abitanti non condividono tale paura, e l’ultimo referendum ha visto una larga maggioranza auspicare l’annessione russa. La Transnistria (Pridnestrovie) è un nuovo ed emergente Paese del Sud-Est Europa, posto tra la Moldova e l’Ucraina. La lingua ufficiale della Transnistria è il russo, non il moldavo, mentre la stragrande maggioranza delle scuole insegnano l’alfabeto cirillico invece dell’alfabeto latino usato nel resto del Paese. Recentemente la Transnistria ha adottato la legislazione russa, un chiaro segnale della preferenza della regione per l’adesione all’Unione doganale di Mosca. Più di recente, le esercitazioni militari russe svoltesi il 25 marzo sul territorio secessionista della Moldova di Transnistria hanno alimentato le tensioni. Da parte sua il parlamento della Transnistria ha inviato una proposta alla Duma di Stato russa per chiedere una legislazione russa per l’adesione della repubblica separatista alla Russia. Il documento è una risposta al nuovo progetto di legge della Russia per facilitare l’adesione di nuovi soggetti alla Federazione Russa. I colloqui nell’ambito 5+2 (Russia, Moldavia, Transnistria, Ucraina, OSCE e osservatori di UE e USA) sono in programma per il 10-11 aprile 2014. Transnistria e Gagauzia aderiscono al club di Abkhazia e Ossezia del Sud degli Stati di fatto, ovvero entità politiche che hanno raggiunto una duratura ‘sovranità interna’, ma prive di ‘sovranità esterna’ nel sistema internazionale. Con la Crimea che aderisce alla Russia questi altri “Stati” potranno unirsi alla Russia o continuare come Stati di fatto, e questo sviluppo crea un corridoio, zona cuscinetto o frontiera sul Mar Nero settentrionale.

La cooperazione Moldavia-Transnistria dal 2009 e le elezioni del 2011
Nuove prospettive per la risoluzione del conflitto sono apparse dopo le elezioni parlamentari del 2009 nella Repubblica di Moldova. La nuova squadra filo-occidentale, l’Alleanza per l’Integrazione Europea (AEI), che ha sostituito il Partito comunista al potere nel Paese dal 2001, s’è dimostrata molto più pragmatica e pronta ad affrontare la regione separatista rispetto ai predecessori, che perseguivano invece una politica isolazionista. Nelle elezioni presidenziali del 2011, il Presidente Igor Smirnov, al potere in Transnistria dall’indipendenza nel 1990, non è riuscito ad essere rieletto, ed è stato sostituito dal deputato dell’opposizione, il più giovane leader del movimento ‘Revival’ ed ex-presidente del Consiglio supremo Evgenij Shevchuk. Questi cambiamenti politici hanno suscitato la speranzea che il processo di risoluzione avesse un momento positivo. I mutamenti di potere in Transnistria hanno dato impulso al processo di pace: il negoziato ufficiale è ripreso dopo sei anni d’interruzione, nel novembre 2011 a Vilnius, in Lituania, seguito da un incontro nel febbraio 2012 a Dublino, Irlanda e nell’aprile 2012. Infine, il documento su principi e procedure e l’agenda dei negoziati furono concordati a Vienna, mentre nel luglio 2012 fu firmato questo documento. I temi sono libertà di movimento di passeggeri e merci, traffico ferroviario, l’istruzione, ecc. Un nuovo approccio (iniziativa congiunta di Russia e Germania, a Meseburg, nel 2010) di UE e Russia per risolvere il conflitto, fu la creazione di un Comitato congiunto politico e di sicurezza (EU-R-PSC) a livello di ministri. In relazione alla sicurezza è stato affermato che l’UE e la Russia collaboreranno alla risoluzione del conflitto in Transnistria, al fine di ottenere progressi tangibili nell’ambito del 5+2 (Russia, Ucraina, Moldova, Transnistria, OSCE, UE, USA). La cooperazione potrebbe comprendere un impegno congiunto UE-Russia che garantirebbe una transizione graduale della situazione attuale ad una fase finale.
L’approccio principale nella ripresa dei negoziati e al processo di risoluzione, in generale, si concentra su misure di fiducia (CBM). Ciò significa che gli aspetti politici della risoluzione, ad esempio uno status reciprocamente accettato della Transnistria, non sono ancora toccati. Invece non vi sono stati tentativi di compiere passi concreti sui problemi cui le parti in conflitto sono interessate. Queste iniziative sono:
– Coinvolgere le parti nel dialogo diretto;
– Costituzione di gruppi congiunti di lavoro/esperti sulle misure volte a rafforzare la fiducia;
– Riunioni a livello superiore (ad esempio, tra il primo ministro della RM Vlad Filat e il leader della Transnistria Evgenij Shevchuk, anche tra i ministri degli Esteri Eugen Carpov e Nina Shtanskij);
– Elaborazione ed attuazione di piani nazionali ed internazionali di sviluppo sociale ed economico, ecc;
Il dialogo diretto ai vertici è in chiaro contrasto con la precedente annosa assenza di dialogo. C’era  una dozzina di gruppi di lavoro, ad esempio, su economia, agricoltura e ambiente, trasporti, ferrovie, stato civile, assistenza sociale e umanitaria, salute, istruzione, lotta contro la criminalità organizzata ed emergenze, telecomunicazioni e costumi, mentre il gruppo di lavoro sulla smilitarizzazione e la sicurezza è non ancora operativo. La crescente controversia tra le parti è iniziata con azioni unilaterali da entrambe le parti, durante la primavera 2013. Per primo la Moldova ha istituito il controllo della migrazione dei cittadini in sei posti di blocco, poi la Transnistria ha cominciato a segnare il confine nella zona di sicurezza, o linea di demarcazione della guerra del 1992.

Gli strumenti contro la Transnistria di Chisinau e Kiev
L’arsenale di strumenti, con il supporto “ideologico-politico” occidentale, su cui possono contare  Chisinau e Kiev potrebbe essere il seguente:
– ulteriori inasprimenti sul traffico di frontiera per i residenti della Transnistria, l’introduzione di un divieto totale di passaggio delle frontiere di gruppi sociali e cittadini (da notare a tale proposito che l’ammissione di cittadini stranieri sul territorio della Moldova è liberalizzato; funzionari ucraini dovrebbero esaminare le statistiche su vantaggi e perdite finanziari sul lato moldavo per le società ucraine, ad esempio le compagnie aeree);
– il blocco delle operazioni di import-export della Transnistria, transito di merci della Transnistria,  nell’ambito dei soggetti comuni “europei” nell’integrazione europea, con la domanda del pieno regime delle regole economiche tra Moldova e Transnistria;
– divieto di attraversamento delle frontiere dei veicoli con targa della Transnistria;
– rifiuto di rilasciare permessi per il trasporto di passeggeri della Transnistria;
– legge moldava sui punti di controllo ucraini con pieno accesso a tutti i dati e d’azione legislativa amministrativa, ecc.

La Russia è pronta se necessario
La NATO avverte che l’enclave russofona della Moldova potrebbe essere il prossimo obiettivo di Mosca dopo la Crimea. Ilcomandante supremo della NATO in Europa, Philip Breedlove, ha detto il 23 marzo 2014 che la Russia ha una grande forza sul confine orientale dell’Ucraina ed è preoccupato che possa minacciare la regione separatista della Moldova di Transnistria. La Russia ha avviato una nuova esercitazione militare con 8500 artiglieri presso il confine con l’Ucraina, 10 giorni fa. Breedlove ha detto che la tattica russa dovrebbe portare l’alleanza militare occidentale a ripensare posizionamento e prontezza delle sue forze in Europa orientale, in modo che siano pronte a neutralizzare le azioni di Mosca. Se le forze russe arrivassero, essendo la Transnistria senza sbocco sul mare, dovrebbero attraversare sopratutto la parte occidentale dell’Ucraina. Tuttavia, le forze russe basate nella parte orientale del Mar Nero e in Crimea, concettualmente potrebbero organizzare un ponte aereo. Dalla breve guerra separatista esplosa in Moldavia nel 1991, la Transnistria ospita un presidio di “peacekeeping” di circa 1000 truppe russe. Una possibilità è che la Russia comprenda Odessa nella “cintura di sicurezza” che presumibilmente si estenderà dalla Crimea alla Transnistria. In Moldova l’appetito per l’integrazione europea tra i 3,5 milioni di abitanti s’è indebolito anche prima della crisi in Ucraina, e le elezioni parlamentari di fine anno potrebbero riportare al potere il partito comunista filo-russo, costretto a cederlo nel 2009. La Moldova rientra nella politica di vicinato dell’UE, priva dell’esplicita promessa di adesione, simile a quelle fatte ai Paesi dei Balcani occidentali.

Anche la Gagauzia ha avuto un referendum
A seguito della dichiarazione d’indipendenza del 1991, Comrat (capitale della Gagauzia) ha accettato di far parte della Moldavia, dopo che Chisinau aveva accettato di concedere alla regione lo status giuridico di “zona autonoma speciale”. Il controllo di Chisinau è contestato dal febbraio 2014, quando la Gagauzia ha avuto un referendum per l’adesione all’Unione doganale euroasiatica della Russia. Il referendum seguiva la decisione di Chisinau di entrare nell’accordo di libero scambio con l’Unione europea, nel novembre 2013, lo stesso accordo che l’ex-presidente ucraino Victor Janukovich ha snobbato optando per l’unione doganale con Mosca. La Gagauzia ha una popolazione di circa 155000 persone, per lo più di etnica gagauza, cristiani ortodossi di lingua turca. Molti abitanti temono che l’UE e la sua integrazione mascherino l’intenzione di Chisinau d’unire la Moldavia alla vicina Romania. La stragrande maggioranza dei votanti al referendum, con un’affluenza di oltre il 70% nella regione moldava autonoma della Gagauzia, votò per l’integrazione con l’Unione doganale della Russia: il 98,4 per cento dei votanti scelse relazioni più strette con essa.  Su una domanda separata, il 97,2 per cento era contro una maggiore integrazione europea. Inoltre, il 98,9 per cento degli elettori ha sostenuto il diritto della Gagauzia di dichiarare l’indipendenza se la Moldova perdesse o cedesse la propria indipendenza. Il governo moldavo sostiene che il referendum in Gagauzia è incostituzionale e non ha legittimazione giuridica. Anche se la situazione della sicurezza in Gagauzia rimane calma, il 26 marzo il comitato esecutivo di Comrat ha annunciato la decisione di istituire stazioni di polizia indipendenti a Comrat e nelle città settentrionale e meridionale di Briceni e Cahul. Mosca supporta la Gagauzia sul referendum. Il governatore della regione, Mihail Formuzal, ha visitato Mosca nel marzo 2014 e ha avuto l’impressione che la Russia sia pronta ad espandere la partnership con la Gagauzia e a “fornire il supporto necessario”. Nonostante l’embargo contro il vino prodotto in Moldova, la Russia l’importa dalla Gagauzia, probabilmente per incoraggiare la buona volontà del suo benefattore.

Linea di fondo
E’ facile dire che l’integrazione della Transnistria, come di Gagauzia, Abkhazia, Ossezia del Sud e Crimea alla Russia (e del Nagorno-Karabakh all’Armenia) sia contro il diritto internazionale (qualunque esso sia) o certi accordi internazionali. Anche se la Russia avvicinasse l’Ucraina orientale sarebbe per l’occidente un’invasione-occupazione-annessione. Tuttavia a mio parere queste azioni sono più che legittime e giustificate di espansionismo, guerre segrete e interventi mondiali degli USA.
Gli altri possibili scenari dell’unificazione con la Russia per la Transnistria sono ad esempio:
– Status quo mantenuto o persistenza del “conflitto congelato“;
– Re-integrazione nella Repubblica di Moldavia a condizione di creare una confederazione tra Moldova, Transnistria e Gaugazia, potrebbe essere un’opzione pragmatica anche per l’Ucraina;
– La Transnistria ottiene indipendenza e sovranità riconosciute internazionalmente;
– La partecipazione dell’Ucraina, quale opzione dopo il colpo di Stato a Kiev, sembra l’opzione più improbabile per me.
A mio parere, anche senza riconoscimento internazionale, la Transnistria soddisfa i requisiti di statualità sovrana del diritto internazionale, in quanto ha un territorio definito, una popolazione e un’autorità eletta, e la capacità di avere relazioni internazionali. Attualmente si chiede il riconoscimento internazionale della sua indipendenza e statualità fattive. Finché lo status della Transnistria è irrisolto, sarà un serio ostacolo politico per l’adesione della Moldavia all’UE, che non vuole tra le mani un altro “stato diviso” come Cipro.

723819c6b55d2574a7bd264f49c0728fTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Egitto, i fratelli musulmani e la guerra degli USA alla Siria

Tony Cartalucci Global Research, 25 marzo 2014

cartina_egitto_bLa condanna a morte senza precedenti di oltre 500 membri dei fratelli musulmani, in Egitto, per il loro ruolo nell’attacco, tortura e omicidio di un poliziotto egiziano, è il culmine di un’illuminante e onnicomprensivo giro di vite della sicurezza nella centrale nazione araba del Nord Africa. La mossa ha creato un effetto raggelante che ha ammutolito le masse altrimenti violente dei fratelli musulmani e le strade, dove in genere seminano caos, tranquille e vuote. Il New York Times nel suo articolo, “Centinaia di egiziani condannati a morte per l’assassinio di un agente di polizia”, scrive che: “Una folla si è radunata davanti il tribunale della città di Matay, scoppiando in pianto e rabbia  quando un giudice ha condannato a morte 529 imputati solo nella seconda sessione del processo,  condannati per l’omicidio di un agente di polizia nella rabbia per l’estromissione del presidente islamista. Qui, a pochi chilometri di distanza dalla capitale provinciale, le scuole hanno chiuso in anticipo, e molti sono rimasti a casa temendo una rivolta, dicono i residenti. Ma la folla è andata a casa e ben presto le strade sono rimaste tranquille”. La mossa dei giudici egiziani ha attirato la condanna prevedibile del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. L’articolo del Washington PostTribunale egiziano condanna a morte 529 persone“, dichiara: “Gli Stati Uniti sono “profondamente preoccupati, e direi in realtà piuttosto scioccati”, per la condanna a morte di massa, ha detto Marie Harf, portavoce del dipartimento di Stato. “Sfida la logica” e “di certo non sembra possibile che un’autentica analisi di prove e testimonianze secondo gli standard internazionali”, possa essere stata effettuata in due giorni, ha detto”.
Mentre gli Stati Uniti continuano a fingere di sostenere il governo di Cairo, sono completamente dalla parte del regime della fratellanza musulmana guidata di Muhammad Mursi, delle sue folle in piazza e delle reti di ONG in Egitto che ne sostengono e difendono le attività. L’ultima di tali ONG ad apparire è l’Iniziativa egiziana per i diritti personali (EIPR) citata dal suddetto articolo del New York Times, che afferma: “Non abbiamo mai sentito parlare di nulla del genere prima, dentro o fuori dell’Egitto, che aveva un sistema giudiziario contrario all’esecuzione di massa“, ha detto Qarim Midhat al-Narah, ricercatore presso l’Iniziativa egiziana per i diritti personali specializzato in giustizia penale. “E’ ridicolo”, ha detto, sostenendo che sarebbe impossibile dimostrare che 500 persone abbaino ognuno avuto un ruolo significativo nell’assassinio di un solo agente di polizia, in particolare dopo appena uno o due brevi sessioni. Chiaramente è un tentativo di intimidire e terrorizzare l’opposizione, e in particolare l’opposizione islamista, ma il giudice è profondamente impegnato in politica fino a questo punto?” EIPR è finanziato tra gli altri dall’ambasciata d’Australia a Cairo, e svolge lo stesso noto ruolo che altre ONG finanziate dagli occidentali hanno avuto durante la “primavera araba” del 2011, coprendo violenze e atrocità dell’opposizione e usando i “diritti umani” per condannare le repressioni della sicurezza effettuati in risposta dallo Stato.

Come c’è arrivato qui l’Egitto
L’attuale crisi in Egitto è risultato diretto della cosiddetta “primavera araba” del 2011. Mentre  nazioni come la Libia sono in rovina avendo avuto la “rivoluzione” “successo”, dove il popolo libico è soggiogato dai fantocci filo-occidentali, e la Siria continua a combattere un grave conflitto da tre anni costato decine di migliaia di vite, l’Egitto ha preso una strada diversa. Quando i tumulti in Egitto cominciarono ad avvicinarsi alle violenze libiche e siriane, l’esercito egiziano, che fu il pilastro del potere in Egitto per decenni, si piegò ai venti del cambiamento. Hosni Mubaraq fu  estromesso e l’esercito tollerò l’ascesa al potere della fratellanza musulmana. Tuttavia prima  gettarono le basi per la sua rovina. La leadership militare attese il suo momento con pazienza, aspettando il momento giusto per spodestare la fratellanza e frantumare rapidamente le sue reti politiche e militari. Fu un colpo da maestro che finora ha salvato l’Egitto dalla stessa sorte subita dalle altre nazioni che bruciano ancora nel caos scatenato dalla “primavera araba”.

La crisi interna dell’Egitto è guidata da interessi esteri
Nel gennaio 2011 ci dissero che una rivolta “spontanea” e “indigena” spazzava il Nord Africa e il Medio Oriente in quella che fu chiamata “primavera araba”. Sarebbero passati mesi prima che i media occidentali ammettessero che gli Stati Uniti erano dietro le rivolte tutt’altro che “spontanee” o “indigene”. In un articolo dell’aprile 2011 pubblicato dal New York Times, intitolato “Gruppi degli Stati Uniti hanno allevato le rivolte arabe“, si afferma: “Un certo numero di gruppi e individui direttamente coinvolti nelle rivolte e riforme radicali della regione, tra cui il Movimento Giovanile 6 Aprile in Egitto, il Centro del Bahrain per i diritti umani e attivisti di base come Entsar Qadhi, un giovane leader nello Yemen, ricevettero formazione e finanziamento da gruppi come International Republican Institute, National Democratic Institute e Freedom House, un’organizzazione per i diritti umani senza scopo di lucro di Washington“. L’articolo aggiunse anche, sul National Endowment for Democracy (NED): “Gli istituti repubblicano e democratico sono liberamente affiliati ai partiti repubblicano e democratico. Furono creati dal Congresso e sono finanziati dal National Endowment for Democracy, istituito nel 1983 per convogliare borse di studio per promuovere la democrazia nei Paesi in via di sviluppo. Il National Endowment riceve circa 100 milioni di dollari all’anno dal Congresso. Freedom House ne ottiene la maggior parte dal governo statunitense, soprattutto dal dipartimento di Stato“. Lungi dal semplicemente capitalizzare o “cooptare” disordini genuini, i preparativi per la “primavera araba” iniziarono già nel 2008. Attivisti egiziani dall’ormai famigerato Movimento 6 Aprile erano a New York per la prima edizione del summit dell’Alleanza dei movimenti giovanili (AYM), noto anche come Movements.org. Lì ricevettero formazione, opportunità di collegarsi e il sostegno all’AYM da vari sponsor governativi e statunitensi, tra cui il dipartimento di Stato USA. Il rapporto del summit AYM 2008 (pagina 3 del .pdf) afferma che il sottosegretario di Stato per la diplomazia Pubblica e gli Affari Pubblici, James Glassman, vi partecipò assieme a Jared Cohen, che siede nello staff per la pianificazione della politica del segretario di Stato. Altri sei membri e consiglieri del dipartimento di Stato parteciparono al vertice assieme a un immenso numero di esponenti aziendali, mediatici e istituzionali. Poco dopo, 6 Aprile si recò in Serbia per allenarsi con CANVAS finanziato dagli USA, formalmente l’ONG finanziata dagli USA “Otpor” che contribuì a rovesciare il governo della Serbia nel 2000. Otpor, secondo il New York Times, è un “movimento ben oliato e sostenuto con diversi milioni di dollari dagli Stati Uniti”. Dopo il successo avrebbe cambiato il nome in CANVAS e cominciato ad addestrare attivisti da usare nelle operazioni di cambio di regime appoggiate dagli USA. Il Movimento 6 Aprile, dopo l’addestramento con CANVAS, tornò in Egitto nel 2010, insieme con il capo dell’AIEA Muhammad al-Baraday. I membri di 6 Aprile addirittura rimasero in attesa dell’arrivo di al-Baraday all’aeroporto di Cairo, a metà febbraio. Già, al-Baraday nel 2010 annunciò l’intenzione di concorrere alle elezioni presidenziali del 2011. Insieme a Wail Ghonim di Google del 6 Aprile e una coalizione di altri partiti d’opposizione, al-Baraday assemblò il suo “Fronte Nazionale per il Cambiamento” ed iniziò a preparare la prossima “primavera araba”. Chiaramente la “primavera araba” fu a lungo pianificata, e programmata dall’estero, con attivisti provenienti da Tunisia ed Egitto addestrati e supportati dall’occidente, in modo che ritornando seminassero disordini in una campagna coordinata regionalmente. Un articolo dell’aprile 2011 di AFP lo conferma, Michael Posner del dipartimento di Stato USA avrebbe ammesso che decine di milioni di dollari furono stanziati per attrezzare e addestrare gli attivisti due anni prima della “primavera araba”.
Il ruolo della fratellanza musulmana venne occultato. Mentre i media occidentali si concentravano sui più presentabili capi “pro-democratici” che aveva addestrato e messo a capo delle folle di piazza Tahrir, la grande adesione dei fratelli musulmani riempì il resto della piazza. Erano anche i responsabili degli attacchi armati in Egitto che costarono gli oltre 800 morti “della rivoluzione”. Gli egiziani subito diffidarono della leadership della protesta, soprattutto di al-Baraday i cui legami con gli interessi occidentali furono scoperti portando alla rapida fine della sua influenza. Il movimento di protesta non aveva una macchina politica per colmare il vuoto creatosi. Ancora una volta, l’occidente si voltò verso i fratelli musulmani e l’occidentale Muhammad Mursi, per avere dei risultati.

Resurrezione dei fratelli musulmani
La fratellanza musulmana è un movimento pseudo-teocratico settario, un movimento regionale che trascende i confini nazionali. Colpevole di seminare violenze per decenni non solo in Egitto ma in tutto il mondo arabo, rimane una grave minaccia per gli Stati laici e nazionalisti, dall’Algeria alla Siria. Oggi, la stampa occidentale denigra gli sforzi egiziani e siriani per frenare questi estremisti settari, in particolare in Siria, dove il governo è stato accusato di aver “massacrato” i militanti armati della Fratellanza ad Hama, nel 1982. Le costituzioni secolari delle nazioni arabe dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, tra cui la Costituzione siriana riscritta, hanno tentato di escludere i partiti confessionali, soprattutto le affiliazioni “regionali”, per evitare che i movimenti politici  collegati a Fratelli musulmani e al-Qaida non vadano mai al potere. E mentre lo spettro di estremisti settari che prendono il potere in Egitto o in Siria può sembrare una minaccia imminente per gli  interessi occidentali (israeliani compresi), in realtà è un enorme vantaggio. Mursi non è affatto un “estremista” o “islamista.” E’ un tecnocrate statunitense che si limita a porsi da “duro” per coltivare il sostegno fanatico della truppa della fratellanza. I figli di Mursi sono anche cittadini statunitensi.  Nonostante una lunga campagna di propaganda finto antisraeliana ed antiamericana, durante le presidenziali egiziane, la fratellanza musulmana aderì all’intervento “internazionale” di Stati Uniti, Europa e Israele contro la Siria. L’Egitto ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria, restaurate dopo che Mursi fu finalmente cacciato dal potere.

Il collegamento siriano
Gli affiliati siriani della Fratellanza musulmana inviano armi, denaro e combattenti stranieri in Siria per combattere la guerra per procura di Wall Street, London, Riyadh, Doha e Tel Aviv. L’articolo della Reuters del 6 maggio 2012 intitolato “L’ascesa dei fratelli musulmani dalle ceneri della Siria“, afferma: “Lavorando con calma, la fratellanza ha finanziato i disertori dell’esercito libero siriano in Turchia e inviato denaro e forniture in Siria, per far rinascere la sua base tra i piccoli contadini e la classe media sunniti, dicono fonti dell’opposizione“. I fratelli musulmani erano vicini all’estinzione in Siria, prima dei disordini, e mentre Reuters fallisce categoricamente nel spiegare il “retroscena” della resurrezione della fratellanza, svelata in un articolo del New Yorker del 2007 intitolato “The Redirection” di Seymour Hersh. La confraternita fu direttamente sostenuta da Stati Uniti e Israele che inviarono sostegno attraverso i sauditi in modo da non compromettere la “credibilità” del cosiddetto movimento “islamico”. Hersh ha rivelato che i membri della cricca libanese di Saad Hariri, allora guidato da Fuad Siniora, furono gli intermediari tra i pianificatori statunitensi e i fratelli musulmani siriani. Hersh riferisce che la fazione libanese di Hariri aveva incontrato Dick Cheney a Washington informandolo personalmente sull’importanza di usare i fratelli musulmani in Siria in qualsiasi azione contro il governo: “(Walid) Jumblat poi mi disse che aveva incontrato il vicepresidente Cheney a Washington, lo scorso autunno, per discutere, tra l’altro, la possibilità di minare Assad. Lui e i suoi colleghi avvisarono Cheney che se gli Stati Uniti avessero agito contro la Siria, i membri della Fratellanza musulmana siriana erano “coloro con cui parlare”, disse Jumblat“.
L’articolo continua spiegando come già nel 2007 Stati Uniti e Arabia Saudita iniziarono ad appoggiare la confraternita: “Ci sono prove che la strategia del reindirizzamento dell’amministrazione abbia già beneficiato la confraternita. Il Fronte di Salvezza Nazionale siriano è una coalizione di gruppi d’opposizione i cui membri principali sono una fazione guidata da Abdul Halim Qadam, ex-vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la fratellanza. Un ex-alto ufficiale della CIA mi disse: “Gli statunitensi hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi  prendono l’iniziativa del sostegno finanziario ma c’è il coinvolgimento statunitense”. Disse che Qadam, che ora vive a Parigi, riceveva denaro dall’Arabia Saudita con la consapevolezza della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione di membri del Fronte s’incontrò con funzionari del Consiglio di Sicurezza Nazionale, secondo la stampa). Un ex-funzionario della Casa Bianca mi disse che i sauditi avevano dato ai membri del Fronte documenti di viaggio. Jumblat disse di aver capito che la questione era sensibile per la Casa Bianca. “Ho detto a Cheney che ad alcune persone nel mondo arabo, soprattutto gli egiziani”, la cui leadership moderata sunnita combatté i fratelli musulmani egiziani per decenni, “non piacerà se gli Stati Uniti aiutassero la fratellanza. Ma se non prendono la Siria, affronteremo in Libano Hezbollah in una lunga lotta che non potremo vincere”.” Avvertì che tale supporto avrebbe giovato alla fratellanza nel suo complesso, non solo in Siria, e avrebbe influenzato l’opinione pubblica anche sull’Egitto, dove una lunga battaglia contro i fautori della linea dura venne combattuta per mantenere il governo secolare egiziano. Chiaramente la fratellanza non risorse spontaneamente in Siria, fu resuscitata da contanti, armi e direttive statunitensi, israeliani e sauditi. Similmente risorse in Egitto.

Il caos della Siria è un avvertimento sul possibile futuro dell’Egitto
Anche se il mondo comincia a raccogliere ciò che è stato seminato in Siria, mediante la risurrezione intenzionale dei fratelli musulmani da parte dell’occidente e delle fazioni estremiste che la fratellanza ha supportato, sembra che non sia stata appresa alcuna lezione dall’opinione pubblica, dove molti affermano essere “esperti geopolitici”. La stessa destabilizzazione, passo dopo passo, è in corso in Egitto e ancora una volta attraverso la fratellanza musulmana. Legioni di terroristi sono in attesa, nella regione egiziana del Sinai, che la fratellanza getti basi sufficientemente ampie tra la popolazione dell’Egitto, in modo che possano distruggerlo, proprio come in Siria. E dietro tutto ciò vi è l’occidente che cerca disperatamente di sloggiare l’esercito egiziano dal potere con una combinazione di carote sgradevoli e bastoni rotti. Il think tank strategici degli USA, finanziati dalle corporazioni, quali Carnegie Endowment for International Peace, hanno espresso il desiderio degli USA di vedere l’esercito egiziano ridotto ed escluso interamente dal potere politico, proprio come in Turchia. In realtà, l’occidente è così orgoglioso di quanto è stato realizzato in Turchia, che si riferisce alla rimozione di qualsiasi istituzione militare indipendente, nel mondo, e alla sua sostituzione con un regime di ascari facilmente manipolabili, come al “modello turco”.
Il post dell’Endowment intitolato “L’Egitto non può replicare il modello turco: ma può imparare da esso“, articola tale desiderio affermando: “In Egitto, un certo numero di giovani e islamici moderati ha sottolineato il governo in Turchia di Giustizia e Sviluppo (AKP) quale fonte d’ispirazione, citando la riforma giuridica, il successo della gestione economica e le vittorie elettorali come modelli da emulare. In alcuni ambienti politici, la Turchia viene anche presentata come modello globale per il mondo arabo, una caratterizzazione che deriva in gran parte dalla sua capacità apparentemente unica di accoppiare democrazia laica e società prevalentemente musulmana. Il partito non solo ha aumentato il suo sostegno tra imprese secolari e classi medie, ma ha anche reso l’idea di Stato onnipotente che comanda l’economia e la vita dei musulmani attraverso i principi islamici, obsoleta. Per lo più l’AKP ha mantenuto la struttura costituzionale e istituzionale di base dello Stato turco, ma ha approvato emendamenti costituzionali per l’armonizzazione con l’UE e ridurre il potere dei militari“. In altre parole, l’Islam e la democrazia sono diventati compatibili in Turchia sotto il neoliberismo. Al-Monitor dell’Arabia Saudita, agenzia politica occidentale, afferma chiaramente nel suo articolo, “La Seconda Rivoluzione dell’Egitto, un colpo alla Turchia”, che: “L’esercito egiziano considera Giustizia e Sviluppo della Turchia un rivale politico e un alleato dei fratelli musulmani. Inoltre, l’istituzione militare egiziana vede il modello turco di limitazione del potere della dirigenza militare della Turchia, per mezzo dell’alleanza con Washington, un modello che minaccia la presenza e gli interessi dell’esercito egiziano”.
Un altro think tank degli Stati Uniti finanziato da aziende, il Council on Foreign Relations (CFR), cita un altro, più vecchio “modello turco”, quello in cui l’esercito turco era al potere, prima di essere ridotto in dimensioni e influenza, accusato della caduta dei fratelli musulmani in Egitto. Nel suo post, “In Egitto, i militari adottano il modello turco per controllare Mursi“, Stephen Cook del CFR scrive: “Poco dopo la caduta di Mubaraq, il feldmaresciallo Tantawi chiese la traduzione della costituzione della Turchia del 1982, che dota gli ufficiali turchi di ampi poteri di polizia politica e limita il potere dei capi civili. Nel decreto del 17 giugno, i militari arginarono la vittoria di Mursi approssimandosi al ruolo tutelare dell’esercito turco di poco prima”. I think tank statunitensi di politica estera e gli editoriali confrontano continuamente Egitto e Turchia, e indicano come l’Egitto può trasformarsi, eliminando l’influenza politica dei militari, in uno Stato fantoccio come la Turchia, membro della NATO definitivamente piegato alla volontà di Wall Street, Londra ed Unione europea.
Quanto l’occidente sia disposto e possa fare in Egitto per avere un tale riordino e quale percorso farà è ancora difficile dirlo. Fino a che punto sia disposto ad andare, in generale, si può vedere nelle macerie disseminate nelle strade in fiamme e nelle città decimate della Siria. Aggiungendovi i fratelli musulmani, considerando il loro ruolo nella continua distruzione della Siria, il governo militare egiziano può essere accusato di uso eccessivo della forza, ma essendo l’Egitto molte volte più grande della Siria per popolazione e superficie, e considerando la devastazione e la perdita di vite umane avutesi in Siria, l’alternativa come accordo temporaneo, negazione o inerzia, è assolutamente inaccettabile.

cp5Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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