L’Algeria all’ombra della “primavera araba”

Djerrad Amar, Reflexion, 13 febbraio 2013 – Counterpsyops

610px-Flag_and_map_of_Algeria_svgPropaganda, sovversione e menzogne contro l’Algeria, che deve rimanere sotto il controllo dei predatori o, nel migliore dei casi, essere guidata da burattini. Chi può servire al meglio tra i suoi traditori? Quanti di loro, per frustrazione o vendetta, hanno scelto l’esilio criticando il proprio paese o servendo forze ostili, sotto l’etichetta di “oppositore”. Uno di loro all’estero, spinto dall’impotenza, arriva a dire “… per fortuna, il popolo algerino, grazie agli oppositori, sa che gli attuali leader della dittatura non sono algerini!” Niente di meno!
Questi servi, che si credono lungimiranti, arrivano a mentirci, dall’”estero”, su cose che viviamo qui. Avendo conosciuto, in maggioranza, il potere che li ha cacciati spesso per buone ragioni, si permettono di dettarci, con disprezzo, ciò che dobbiamo ricordare e fare. Capite: ”Ribellatevi!”, mentre costoro, con i loro seguaci, fanno affari. La vendetta brilla nei loro scritti che, più che altro, appaiono pieni di commenti sprezzanti, denigranti e di propositi spregevoli, piuttosto che di analisi obiettive!! Tutti sono uguali a se stessi nel strombazzare le tesi dei loro padroni. Il loro obiettivo rimane l’esercito e i suoi ufficiali, che sarebbero l’apice del male che ha frustrato le loro speranze di vendetta, non avendo strappato o mantenuto la sperata briciola di potere. In realtà, vogliono solo sostituirsi a questo potere, con l’aiuto di Stati noti per il loro passato immorale e il loro presente devastante, o da ricchi Stati lontani dai valori che sostengono di difendere.
La realtà, in contrasto con la loro propaganda, è che oggi ci sentiamo assai meglio e più sicuri di quanto lo fummo durante il “decennio nero” di fuoco e sangue, dove molti dei nostri “amici” stranieri incoraggiarono il disordine. Non sentiamo una repressione tale da spingerci a fuggire o a ribellarsi. Far credere che viviamo in un “regime dittatoriale e repressivo” è una menzogna. La libertà è reale e gli effetti della crisi globale ‘sono ben sopportati’.

Il ‘ciclone’, sperato per l’Algeria, è già passato 24 anni fa
L’Algeria ha abbastanza ricchezze. I programmi di sviluppo e costruzione sono in pieno svolgimento. Lo Stato investe nei grandi progetti. Il piano quinquennale 2010/2014 ha stanziato circa 286 miliardi dollari di investimenti in tutti i settori. 130 miliardi dollari per il completamento dei vecchi progetti (ferrovie, strade, acquedotti…) e 156 miliardi dollari per i nuovi progetti. Vi sono  ancora carenze, il problema della disoccupazione, di questa corruzione maledetta che non si “basa  sul dogma” come si suol dire. Resta anche questa ingiustizia nell’accesso ad alcune professioni, la persistenza della burocrazia in alcuni settori, i dettami degli speculatori, la carenza della qualità dei servizi, in particolare nella sanità, assicurazioni sociali e, soprattutto, l’abuso di ufficio. Servono coerenza del sistema di governo e una migliore distribuzione delle ricchezze, ecc. Tuttavia, “l’avena del mio Paese è migliore del grano dall’estero“, dice un vecchio saggio.
Riconosciamo che lo Stato ha saputo uscire dai torbidi, rafforzando le leggi e investendo nei grandi progetti, infrastrutture, edilizia popolare che resta ancora insufficiente rispetto alla capacità disponibile. Il ‘ciclone’, sperato per l’Algeria, è già passato 24 anni fa, quando abbiamo visto i mali dell’incompetenza, dell’interferenza e della falsità. Naturalmente non tutto è perfetto, come ovunque nel mondo, ma credere che avrebbero fatto meglio se ne avessero il potere, è un inganno. Le cose diventano più sottili e difficili quando si tratta di potere, e a maggior ragione, quando si è sponsorizzati dall’estero, come si può notare in Egitto, Tunisia e Libia. “Disegnare sembra facile se ti guarda papà!” si dice.
Nei cosiddetti Stati di “diritto”, non vi sono di questi difetti! Abbiamo visto tutti gli “scandali” sulle tangenti in cui alti funzionari di questi Paesi, di diritto, sarebbero coinvolti come in altri casi di corruzione e frode. Sappiamo dove portano, oggi, le loro teorie e ideologie. L’opposizione non è un “satellite” del potere come cercano di farci credere. La libertà di stampa e di critica sono reali, non agli “ordini” come si accusa intenzionalmente. La giustizia ha compiuto grandi sforzi. Conosciamo i nostri difetti e mancanze, le soluzioni richiedono pensiero, tattica, tempo e pazienza. Guardate invece come lavorano costantemente, per ingannare i nostri figli incoraggiandoli a ribellarsi e a realizzare le loro ambizioni sul “caos”; non si tratta di intelligenza o di politica, ma d’ipocrisia e di pettegolezzi.

Inganno!
Tutti questi “dissidenti all’estero” si spacciano per “antisionisti, anticolonialisti, ecc.”, peroranti gli interessi del popolo. L’impero colonialista e imperialista, hanno perfino detto, “difende la gente contro i suoi tiranni”, portando “libertà” e “democrazia”, come a palestinesi, libici, iracheni, afghani, ivoriani, somali, sudanesi, maliani e siriani. Inganno! L’impero è, nella sua essenza, un pericoloso predatore, anche si veste di stracci lodevoli.
Osservate: nei loro scritti e dichiarazioni  sostengono la stessa linea della NATO e dei sionisti. Sostengono la politica del Marocco, il suo colonialismo nel Sahara occidentale, incolpando il governo algerino di difendere il popolo Sahrawi, così come la volontà del Marocco di aprire le frontiere, mentre ne è la causa della loro chiusura. Inoltre l’accusano di non essersi allineato con l’occidente contro le “dittature” in Libia e Siria. Per questo mettono tutte le istituzioni agli “ordini dei militari”, compresi partiti, associazioni e giornali. La loro dissociazione psichica viene attribuita al Presidente, agli ufficiali dell’esercito e alla giustizia. Sapendo che sono i pilastri della stabilità del Paese, si comprende bene quali siano le loro intenzioni. In Libia hanno sostenuto gli “assassini” e il CNT, un gruppo di rinnegati (quasi tutti targati NED/CIA) che ha fatto appello alla NATO e al sostegno del sionista BHL. Oggi la Libia è insultata e lacerata, governata da una cricca di mafiosi dalle stravaganti ambizioni, dai vari tutori, composta da liberali, monarchici, islamisti vicini ai ”fratelli” jihadisti del Qatar e di al-Qaida, dove circolano oggi terroristi ed armi, e si stabiliscono reti d’intelligence dirette dall’estero.
In Siria sostengono la cospirazione USA-arabo-sionista che si sforza di cambiare il regime della resistenza, che si oppone  agli islamo-fascisti occidentali, per imporre una cricca simile a quella libica, affiancata da un’orda eterogenea di assassini mercenari “arabo-musulmani”. Un “CNS di ausiliari di Istanbul”, fallito e rapidamente sostituito da un’”Alleanza di Doha” con gli stessi criminali! Dopo 24 mesi di aggressione, la feroce resistenza siriana sembra, alla luce degli sviluppi politici e soprattutto militari, dirigersi verso la loro sconfitta.
Sul Mali, tergiversano sulla posizione di principio dell’Algeria, volendo intrappolare il Paese cercando di comprometterlo e indebolirlo. E’ l’operazione libica, guidata dalla Francia, che è all’origine della militarizzazione del Mali. Come è possibile che la Francia, che ha sempre giocato sul separatismo e il ricatto tuareg, ora passi a difendere “l’integrità territoriale” del Paese giocando sulle etnie, le religioni e i locali spaventapasseri islamisti? Se la Francia vuole oggi finalmente ‘spezzare’ il terrorismo in Mali, mentre lo sostiene in Siria assieme al Qatar, sono affari suoi. L’Algeria, che vi ha avuto a che fare per anni, se ne occuperà da sola, e solo se si avventureranno a casa sua!
Questi ostaggi? Si tratta da una parte di umiliare e intrappolare l’Algeria nei suoi principi, per farla percepire debole e incosciente, e dall’altra, vista la scelta degli ostaggi stranieri, spingere i loro Paesi a fare pressione sull’Algeria per farla cedere. La velocità e la fermezza con cui è stata risolta questa vicenda degli ostaggi, ha sconcertato i congiuranti. Si deve capire che, nella visione algerina, l’infame ricatto sugli ostaggi è un atto che deve essere affronto annientandolo, a qualunque prezzo! Quando la morte è percepita certa, in questo modo e senza risultati, i potenziali rapitori non ci proveranno di nuovo!

La prova di forza dell’ANP ad In Amenas è uno schiaffo al nemico!
L’Algeria può cooperare, senza essere coinvolta, in conformità alle decisioni delle Nazioni Unite. Per quanto riguarda la propaganda e la speculazione su questo complotto, rispondo con questo estratto di Aisha Lemsin: “La ‘strategia del segreto’ che circonda le operazioni militari, è una famosa tradizione algerina acquisita… dall’ALN e trasmessa di generazione in generazione all’ANP… Mentre i media internazionali, e alcuni Paesi occidentali, deploravano l’”opacità” delle Unità speciali d’assalto dell’ANP per liberare gli ostaggi… spacciando il falso per vero, o… dando prova della massima ipocrisia, e anche di complicità con i rapitori!… Inoltre, delle armi, non di “ribelli” o “attivisti” come li definivano improvvisamente alcuni farisei dei media francesi (BFM, TF1, ARTE, F24, ecc.), e altri dello stesso tipo, ma un vero e proprio arsenale… Infine, il fallimento della destabilizzazione dell’Algeria è uno schiaffo nazionale e patriottico ai suoi mandanti stranieri“.
Le reazioni degli stranieri sembrano, nel complesso, favorevoli. Non dicono niente del recupero delle rivolte in Tunisia ed Egitto da parte dei ‘fratelli’ supportati dalle stesse forze occidentali. Tacciono inoltre sulle rivolte in Bahrain e Arabia Saudita, dove pacificamente si rivendicano diritti legittimi. Sostengono la tesi dell’impero quando interferisce negli affari degli Stati. Mentre i media cosiddetti “mainstream” li sostengono. Si alleano con il diavolo, pur di soddisfare il loro egoismo. La loro propaganda mostra senza ambiguità le loro tendenze e le loro mire. Non abbiamo trovato in nessuno dei loro scritti una condanna “chiara” del terrorismo. Le loro affermazioni sono sempre suscitate dall’ambiguità dei loro mandanti, come “coloro che li chiamano terroristi“, quando sanno “chi uccide chi” e “chi protegge chi” in tutti quei Paesi in cui questi assassini vengono infiltrati. Le loro idee, posizioni e dichiarazioni sono agli antipodi di quelle della maggioranza del popolo, quindi come fidarsi di loro? Tutti questi re arabi, vassalli, vengono acquisiti alle tesi USA-sioniste. L’occidente si fa sonoramente beffe della libertà, della democrazia e dei diritti dell’uomo in queste terre utili. Che i nostri arabo-musulmani rimangano arcaici e oscurantisti non è una sua preoccupazione quanto la salvaguardia dei suoi interessi.
Tutti questi “oppositori” arabi sono sponsorizzati. Sono coloro che “aiutano” a rovesciare regimi non allineati e vengono messi al potere quali “legittimi rappresentanti”… fino a nuovo avviso. L’Egitto di Morsi ha detto di essere ora “pronto al dialogo con Israele” e al “ritorno degli ebrei egiziani”. Sarebbe bello dire “tutti gli ebrei nella loro patria d’origine.” Il sinistro sceicco qataro-egiziano Qaradawi, che emette fatwa sugli assassini, incoraggia a votare per la Costituzione “comprata dai dollari del Qatar”, ha detto recentemente: “dobbiamo porre fine a questi governi di ”famiglie”, ad eccezione delle monarchie.” In Tunisia, Ghannouchi si è recato a Washington per ricevere il premio di “grande intellettuale del 2011“, assegnato dalla rivista Foreign Policy. Ha partecipato alla cerimonia assieme a Dick Cheney, Condoleezza Rice, Hillary Clinton, Robert Gates, John McCain, Nicolas Sarkozy, RT Erdogan, il franco-sionista BH Levy. Ecco, al dunque, il potere sostenuto dalle monarchie del Golfo.
L’Islam di queste monarchie è strano. Si regola in base ai loro interessi, diventando uno strumento di guerre vere e proprie tra i “fratelli”. Per questo hanno usato tutti i mezzi finanziari e irreggimentato e indottrinato i media-religiosi, aiutando di colpo i critici dell’Islam giustificandone inaspettatamente i loro argomenti islamofobici”. Questi critici sostengono, ora, come prove le azioni di coloro che sono considerati “eminenze religiose”. Gli occidentali dicono, con arroganza e degrado della coscienza, di condurre “guerre umanitarie” per “il nostro bene”. Che altruismo! Questo è il motivo per cui hanno attaccato l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, il Sudan e hanno cercato di dividere la Siria, collocato il loro fantocci in Egitto, Tunisia e Yemen, e combattono per sconfiggere la rivolta in Bahrein e in Arabia Saudita. Sono quelli che i nostri “oppositori” sostengono quando dicono con soddisfazione che “… i regimi illegittimi e corrotti della nostra regione araba… stanno cadendo uno dopo l’altro“, quando sanno che è un’operazione attuata in conformità ai piani previsti nel cosiddetto “Nuovo Medio Oriente”, ideato dal piano sionista “Yinon”, che mira a dividere il mondo arabo in piccoli ”Stati” impotenti.  Insomma un Sykes-Picot 2.
Sono questi l’approccio e le tattiche seguite dai nostri “oppositori all’estero”, per indebolire lo Stato algerino, ripetendo all’infinito sempre gli stessi temi e le stesse menzogne, fino alla nausea, per anni. A loro si aggiungono gli zotici “autonomisti” convertitisi in politici di contrabbando, sostenendo le milizie dei nostalgici e che si infeudano a Tel Aviv. Hanno siti web e canali TV, ad esempio ‘Rashad TV’ o ‘al-Magharebia’, a Londra, e che supportano il Qatar. Anche se lo chiamano ‘Maghreb’, il 95% del programma è volto a colpire l’Algeria. È finanziato anche dal figlio di Abassi, un “uomo d’affari”, come dice il suo direttore, anche se lo nasconde, però (secondo algerie-dz.com ‘) “Salim Madani, figlio di Abassi Madani,… ha visitato il Marocco, incontrando… molti sceicchi salafiti e membri della famiglia reale, nonché funzionari del Makhzen… [gli] ha offerto il supporto della rete al-Magharebia che trasmette programmi… dell’opposizione in Algeria e… ricevendo una compensazione finanziaria, hanno detto fonti informate a “Numidianews”.
Ci accusano di non essere governati da chi avrebbero voluto loro, ammettendo, per ciò, il “caos”. Si accaniscono nel far passare le loro frustrazioni come le nostre, incoraggiando i nostri giovani alla rivolta, non essendo riusciti a realizzare le loro ambizioni. Le loro azioni sono così obsolete da non risultare efficaci. Nessuno prende sul serio la loro diarrea verbale e la loro arte del voltafaccia. Tutti sanno che non c’è nulla di coerente nella loro melma, che usano come loro argomentazione. Blaterano da anni, e senza prove, di ‘falsità’ e menzogne. La maggior parte di loro non ha mai fatto nulla di utile per il proprio Paese. Soltanto una volta ‘cacciati’ dal loro lungo bagno nel lusso e nell’inganno scoprono le virtù e la competenza… la devozione che usano come piedistallo per ingannare.

Il nostro esercito è un’istituzione coerente e stabile
Il nostro esercito è un’istituzione coerente e stabile. E’ popolare e quindi in armonia con i cittadini. Non è al servizio di una classe. Gli eserciti di tutto il mondo esistono solo per difendere il proprio Paese dalle aggressioni esterne, dalla sovversione e dal rischio del caos. In Algeria, questi elementi sono stati raggiunti e provati, il suo intervento era pertanto legittimo, giustificato, desiderato.
L’opposizione patriottica offre soluzioni reali ai problemi del suo Paese e non perché manipola i fatti e denigra le istituzioni al fine di destabilizzarle. Dovrebbe mirare, attraverso la critica costruttiva, ai servizi politici, economici e sociali, e non all’esercito, ai suoi quadri e ai suoi servizi di sicurezza. In caso contrario, si tratterebbe della volontà di sabotare. La nostra democrazia è sicuramente incompleta perché vi sono certi interessi e interferenze, ma il regime in Algeria è ben lungi dall’essere qualificato moribondo, paragonandolo, di proposito ad alcuni regimi arabi dispotici e nepotistici. Nessuno dei presidenti e dei governi che si sono succeduti, dopo l’indipendenza, è stato succube di nessuno, tanto meno dei sionisti, come vengono ingannevolmente accusati.
La maggior parte dei Paesi arabi condividono le idee supportate dall’occidente colonialista e imperialista, mentre l’Algeria è rimasta oggetto della loro cupidigia di destabilizzazione con tutti i mezzi. Sono incomparabili. La Francia nostalgica, rimane agli occhi degli algerini la più pericolosa. MY Bonnet, ex capo del DST, parla di una “lobby anti-algerina al Quai d’Orsay“. Sappiamo che comprende dei “sionisti” che dettano la politica estera della Francia. Ha aggiunto che la “primavera araba” non è “esente da manipolazioni esterne dovute a delle costanti, la storia, la geografia del Mediterraneo, e a un’altra costante che io chiamo interferenze. Sfido chiunque a dimostrarmi che l’interferenza sia stata utile… nella storia del genere umano.” Anche qui un passaggio del testo di Tony Cartalucci (tradotto da “resistenza 71”) “Tornando all’agosto 2011, Bruce Riedel, del think-tank della Brookings Institution, finanziato dal cartello dei monopoli, ha scritto ‘L’Algeria sarà la prossima a cadere, indicando che il sperato successo in Libia spingerà gli elementi radicali in Algeria, in particolare quelli dell’AQIM. Tra le violenze estremiste e l’anticipazione degli attacchi aerei francesi, Riedel sperava di vedere la caduta del governo algerino.” Quindi attenzione!

Lasciamoli quindi marcire e incanaglirsi, mentre l’Algeria progredisce
Come diffidare di questa impostura della “confessione del Generale X” adottata da diversi siti ‘on line’. Questo è in realtà parte della propaganda sovversiva finalizzata a creare un clima di sospetto, come preludio all’avvio di un piano per destabilizzare l’Algeria. Termini, citazioni, formulazioni,  errori, il francese dei ‘negri’ professionali suscita un forte sospetto su o due “oppositori” algerini sopraffatti, collassati. Per coincidenza, è apparsa subito dopo l’azione francese in Mali e 15 giorni prima dell’attacco del complesso gasifero di Tiguenturin. Un’altra bugia viene distillata, facendo credere che i nostri figli del “Servizio nazionale” verrebbero inviati a combattere in Mali.
Terminiamo la nostra riflessione con l’uscita, su una rete TV francese, di Ziad Takieddine, questo trafficante d’armi tra la Francia e alcuni Paesi arabi, in particolare. Uscita inaspettata che rivela la corruzione e la criminalità di cui sono colpevoli dei leader francesi, che mette la Francia, nuda, in una posizione più scomoda. Takieddine considera Sarkozy il principale responsabile della cospirazione contro la Libia e dell’uccisione di Gheddafi, quando dice: “…la guerra in Libia è stata una guerra fabbricata… che gli americani non volevano, e la Francia voleva con il Qatar… si doveva uccidere Gheddafi… perché se vinceva poteva andare al tribunale internazionale e dire un sacco di cose… incluse delle prove micidiali contro il governo in Francia… penso fortemente che i servizi speciali francesi l’abbiano ucciso… la corruzione in Francia ha causato l’attentato a Karachi… la guerra contro la Libia“. Secondo lui, i suoi “amici” francesi, che gli hanno affidato compiti e dato tangenti, l’hanno mollato poco prima dei suoi problemi giudiziari, fino a negare questa “amicizia” con lui. Da qui le rivelazioni (parziali) sulla corruzione e la criminalità in collaborazione con il Qatar. Ha detto che ha le prove di tutto ciò che dice.
Il mondo, che è fondato sul bene, è progettato in modo che le ingiustizie o le vittorie con la forza non durino mai più di un momento, indipendentemente dalla forza dell’oppressore o dalla potenza dell’aggressore. La preda può anche causare danni al felino, cosa che spesso si dimentica. Vale a dire che in questi ambienti, con cui i nostri oppositori “arabi” si acconciano, sono formati solo da banditi, falsari, corrotti, bugiardi, manipolatori e assassini infiltratisi con false pretese nella politica per arricchirsi ingannando tutti. Ma saranno sempre abbandonati una volta raggiunti gli obiettivi. La cosa più scioccante, è che i nostri sciocchi persistono nei loro sofismi inculcatigli, anche se la realtà li contraddice, anche se i manipolatori confessano le loro menzogne. Purtroppo, “la ragione e la logica non possono fare nulla contro la testardaggine e la stupidità“. (Sasha Guitry). Lasciamoli quindi marcire e incanaglirsi, mentre l’Algeria progredisce.

*Nota sulla sovversione
La sovversione è un’azione che riunisce i mezzi psicologici volti a screditare e indebolire il potere costituito sui territori politicamente o militarmente ambiti (Volkoff, 1986; Durandin, 1993). Ha lo scopo di stimolare un processo di degenerazione dell’autorità, mentre un gruppo è disposto a prendere il potere impegnandosi in una guerra “rivoluzionaria” (Mucchieli; Volkoff, 1986).
Uno Stato può utilizzare la sovversione per creare il caos in un Paese straniero. E’ la base del terrorismo e della guerriglia.
Gli obiettivi della sovversione sono i seguenti:
1 – demoralizzare la popolazione e disintegrare gruppi costituenti,
2 – screditare le autorità,
3 – neutralizzare le masse per evitare l’intervento generale a favore di un ordine costituito (Mucchieli; Volkoff, 1986).
La sovversione utilizza i mass media per manipolare l’opinione pubblica attraverso la “pubblicità” che le notizie concedono alle azioni spettacolari (Mucchieli; Volkoff, 1986). Questa pubblicità si verifica, spingendo l’ascoltatore a cambiare la percezione degli oppositori, sotto forma di identificazione con l’aggressore (Mucchieli; Volkoff, 1986).
Le autorità sono viste sempre più deboli e irresponsabili, mentre gli agenti della sovversione sembrano più potenti e più convinti della loro causa (Mucchieli; Volkoff, 1986). L’opinione pubblica vacillerà un giorno dalla parte degli agenti sovversivi. Senza contare che i gruppi sovversivi possono utilizzare la disinformazione e la propaganda sui loro giornali e le loro stazioni radio, rafforzando la manipolazione dell’opinione pubblica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Silenzio su Aleppo! La verità non va detta, soprattutto sui crimini del Sultano e l’intensificazione del terrorismo

Amin Hoteit, Global Research, 25 gennaio 2013

185682Niente sarà risparmiato alla città di Aleppo… Un proverbio locale dice: “Uccidono, poi si accodano  al carro funebre di chi hanno ucciso!“. E questo è ciò a cui indirettamente, volontariamente o involontariamente, invitano tutti gli istituti di istruzione superiore in Francia, con “un minuto di silenzio in solidarietà con l’Università di Aleppo, il 23 gennaio alle 12.00” [1]. Sebbene sia molto caritatevole dimostrare solidarietà agli studenti che, nonostante le ripetute minacce dei terroristi oscurantisti, hanno scelto di fare gli esami. Eppure non dovrebbero ucciderli di nuovo!
Voi sembrate, signore e signori rettori e piume d’accademia, assai ben informati sui risultati del bombardamento del 15 gennaio della “storica Università di Aleppo” che, secondo certa vostra stampa viene “presa di mira da tempo dalle forze del regime di al-Assad“, mentre altri si accontentano di esprimere “solidarietà al popolo siriano” senza contraddirsi con le vostre accuse di prima. [2] Eppure, le relazioni e gli articoli di stampa che denunciano i veri assassini sono innumerevoli. Ma perché leggere e apprendere quando, per definizione, il vostro compito è indirizzare e monitorare l’intera politica accademica come indicato dal ministro della pubblica istruzione e dell’istruzione superiore?
Sì, Aleppo ora ha il triste privilegio di apparire nella prima linea delle “città simbolo” per la loro resistenza, nonostante i morti negli attentati individuali o nelle stragi, nonostante la distruzione delle sue infrastrutture private e pubbliche, nonostante la profanazione dei suoi tesori archeologici… ma il nemico e gli assassini non sono quelli che voi indicate! Sì, Aleppo, crocevia di civiltà per millenni, è [forse dovremmo dire era?] una città bella ed è sempre stata un oggetto del desiderio. I suoi abitanti sanno che, anche in caso di vittoria, il gioco riparte. Questo è il loro destino, come ci ha detto il Generale Hoteit Amin nel suo articolo tradotto qui di seguito.
Sì, è sempre possibile tradurre gli articoli e le dichiarazioni di testimoni credibili e legittimi, ma come tradurre un’infamia? Come si fa a raccontare l’orrore indicibile, i cadaveri smembrati, gli attentati e le stragi, membra e teste mozzate di compatrioti vivi, gli innumerevoli stupri di ogni tipo? Come si fa a parlare del numero di aborti in ospedale risultante da questi stupri, denunciato da un  amico medico di Aleppo? Infamie che non contribuireste a coprire se vi prendeste la briga d’informarvi. Voi avete per scopo illuminare le generazioni future, e non fargli ingoiare le rozze menzogne della propaganda di guerra, elemento essenziale delle “guerre per procura” che precipitano popoli e nazioni nella sventura e nell’oscurantismo. Le università non sono state create per questo!
Attenzione però che questi terroristi, che il Quai d’Orsay definisce ammirevoli rivoluzionari “distruggono sempre più scuole siriane, a volte con i loro studenti e insegnanti dentro. Sappiate che mentre invitate a tacere sui veri assassini, 20.000 studenti e insegnanti hanno aderito alle “Forze di Difesa speciali” per difendere il proprio paese, il proprio esercito e le proprie autorità legittime guidati da un presidente diventato simbolo garante della loro indipendenza. Due brevi video saranno sufficienti a dimostrarlo [3] [4]. Non c’è bisogno di tradurre, nonostante gli esperti [5], i giornalisti [6], e molti orientalisti che continuano a ingannare con il pretesto di essere arabofoni.
[Nota di Mouna Alno-Nakhal].

I crimini immaginari e le illusioni del Sultano
E’ con la segreta speranza di accedere alla grandiosa carica di “governatore di una delle future province siriane del New American Empire“, vale a dire la provincia di Aleppo, che Erdogan si è gettato a capofitto nell’attuazione del progetto occidentale mirante alla distruzione dello Stato siriano, che avrebbe dovuto abbandonare ogni dignità e uscire dall’”asse della resistenza”, piegandosi alla servitù e alla dipendenza. È per il successo di questo progetto essenzialmente statunitense che Erdogan ha architettato il piano dell’”amicizia simulata” verso il popolo siriano, dopo aver ricevuto l’onore di esserne la punta di diamante, dimenticando che non era, in realtà, che un esecutore tra i tanti! Non avrebbe mai immaginato che l’attacco fallisse, e che i suoi deliri si sarebbero dissipati al vento, e che i suoi sogni si sarebbe frantumati ai piedi dei siriani. Ha vissuto nell’illusione per quasi 22 mesi, guidando, passo dopo passo, la sua “guerra” contro il popolo siriano.
All’inizio, mentre i canali diplomatici tra Ankara e Damasco furono spalancati dal presunto “rispetto reciproco” tra le due capitali, si acconciava a prodigare preziosi consigli da capo che vuole essere obbedito. In breve, le autorità siriane avrebbero fatto bene a “dare il potere a coloro che sono stati scelti per governare; questi fortunati erano ovviamente della Fratellanza musulmana!” La risposta, naturalmente, non si fece aspettare, significativamente, gentilmente e fermamente il popolo siriano è sovrano e solo esso ha il diritto di scegliere i propri leader, nonostante le gentilezze di un amico o di un alleato. La Siria rifiuta i dettami e accoglie dai consulenti ciò che non danneggia la sua sovranità e la sua indipendenza. Pertanto, guidato da delusione, vanità e paranoia, il presunto “amico e alleato strategico” si è improvvisamente trasformato in un nemico che minaccia ogni sorta di ritorsione, che non tarda ad attuare.
In effetti, il “sultano immaginario” si è precipitato a scatenare i suoi media contro il cosiddetto “vecchio amico” qual’era la Siria, e a fornire la sua cortese ospitalità ai siriani che condividono le sue illusioni perdute e la sua follia, per riunirli in un concilio che avrebbe diretto sotto il suo comando, con il titolo fuorviante di “Consiglio nazionale di transizione”. Poi si è affaccendato per tenere conferenze su conferenze dei cosiddetti “Amici della Siria”, o qualunque sia il nome che possiamo dargli oggi… In particolare, ben prima che i siriani fossero costretti a fuggire dal disastro che Erdogan aveva così ben programmato, fece istituire sul suolo turco i famosi “campi per i rifugiati siriani” per radunare i mercenari provenienti da tutto il mondo, e le occasionali famiglie dei combattenti siriani, ingannati o complici, incaricati del la realizzazione di ciò che s’era sognato… i campi dovrebbero permettergli di andare tranquillamente in guerra contro il proprio paese, ma sono stati rapidamente trasformati nei santuari della miseria, delle violenze e di ogni tipo di aggressioni contro le loro sfortunate famiglie.
Poi venne il momento, e con l’aiuto dei suoi collaboratori, fu in grado di trasformare il confine turco-siriano in un “passaggio per i terroristi”, dotati tutti di tutti i mezzi logistici immaginabili, per commettere i crimini più efferati contro il popolo siriano di cui pretendeva essere amico! Ed è proprio ad Aleppo [1] e nella sua regione che queste bande di falsi rivoluzionari, ladri, stupratori e assassini furono particolarmente feroci. Sotto la supervisione di “esperti in demolizioni” spediti sul posto, smantellarono la maggior parte degli impianti di tutta la regione, prima di trasferire il maggior numero di macchine e attrezzature in Turchia e, naturalmente, saccheggiarono tutto ciò che  potevano portarsi via.
Così Erdogan, motivato dal suo desiderio di porre fine a ogni concorrenza regionale e internazionale tra le esportazioni della Turchia e quelle di Aleppo, la città industriale per eccellenza della Siria, ha inflitto un colpo fatale alla sua vita economica e al suo popolo detestato semplicemente perché si rifiutava di rispettare i suoi ordini di lasciarsi vendere e di tradire! E ora il suo ego sproporzionato, non completamente soddisfatto dai crimini continui e dal suo insaziabile appetito colonialista, nonostante l’annessione del “Sangiaccato di Alessandretta” dopo la caduta dell’impero ottomano, vorrebbe diventare il “Sublime signore” della Siria attraverso la nomina di un oscuro “Wali” [governatore delle province ottomane ai tempi dei sultani] che continuerà ad ingannare chi è riuscito ad intrappolare nei campi dell’infelicità, creati presumibilmente per motivi umanisti e umanitari!
Erdogan persiste e firma, la sua vanità gli impedisce di rendersi conto delle nuove realtà sul terreno in Siria, a livello regionale e a livello internazionale. Non ha ancora accettato l’idea che l’aggressività “NATO-arabo-turco-sionista” non è riuscita a spezzare la resistenza della Siria e dei siriani. Se avesse avuto un minimo di buon senso, avrebbe cessato i suoi attacchi micidiali e quindi cessato di danneggiare il suo partito e il suo popolo; i missili “Patriot” che ha piatito dai suoi amici della NATO non possono essere utilizzati per proteggere la sua persona, o per sostenere la sua aggressione contro la Siria.
Per la Siria, nonostante tutto quello che ha vissuto per 22 lunghi mesi in orrore, devastazione e distruzione, nonostante gli omicidi, le sanzioni e le sofferenze inflitte al suo popolo, è riuscita a creare una situazione che non permette e né permetterà ad Erdogan di realizzare le sue ambizioni. Il popolo siriano ha preso la risoluzione indipendente di riporre fiducia nel suo Stato e nei suoi rappresentanti, eletti da esso stesso, e che non possono essere sostituiti che nelle urne delle prossime elezioni. La Siria continua la sua battaglia difensiva con fiducia e rifiuta qualsiasi intervento straniero, da qualsiasi parte provenga, qualsiasi cosa ne pensi il famoso Wali delegato da Erdogan, da tutti i nostalgici della “Sublime Porta” dell’impero ottomano e dagli installatori NATO-isti di “Patriot” alle sue frontiere. Coloro che, per irragionevolezza, sperano ostinatamente altrimenti devono capire che corrono dietro alle chimere.
In effetti, non è più possibile considerare un intervento militare straniero, come non è possibile pensare ad una soluzione pacifica se colui che l’offre spera sempre di strappare una parte di quel bottino che aveva motivato la sua coalizione con il campo degli aggressori. Ora la soluzione pacifica significa iniziare a scegliere tra siriani e non siriani, poi tra gli oppositori armati contro il governo siriano e coloro che non lo sono, e quindi la dipartita di tutti i combattenti stranieri; e, infine, dalla sospensione  del sostegno armato e logistico a tutti questi mercenari da parte delle potenze che ne coprono i crimini. In caso contrario, nessun dialogo è possibile ed è chiaramente irragionevole pensare che il “Diritto del cittadino siriano” ceda a qualche siriano armato o ad alcuni Paesi esteri, compresa la Turchia.
La Siria ha vinto, e il vincitore non consegna il bottino ai vinti! Inoltre, il vertice del campo degli aggressori è pienamente consapevole della situazione e ha iniziato a praticare “la politica dello sganciamento della zavorra”, perché sa che quel che potrebbe ottenere attraverso i negoziati, semplicemente non basterà a salvare faccia a tutti gli alleati. È per questo che ha incoraggiato la Francia ad impegnarsi in Mali, ha ispirato la Gran Bretagna a ritirarsi in silenzio e ha lasciato alla Germania la scelta di una via d’uscita. Rimane il fattore chiave corrispondente alla Turchia, il fattore che gli Stati Uniti vorrebbero esaurire un po’ di più, poiché resta totalmente asservito alla NATO, anche se questo dovrebbe essere fatto a scapito della dignità del suo popolo, perfino al prezzo del suo sangue, come è accaduto di recente, quando si trattò del suo rapporto con Israele.
Pertanto, Erdogan deve comprendere, nel proprio interesse, che è il momento di abbandonare i burattini che ospita, anche se ha chiuso gli occhi sui furti, omicidi e distruzione delle infrastrutture nel loro Paese e non ha trovato nulla da ridire sull’aggressione alla sua sovranità nominando un Wali turco per la regione settentrionale del Paese. Questi sono traditori per l’opinione pubblica araba siriana e non hanno posto in Siria!

I motivi per l’intensificazione del terrorismo
Chi osserva con obiettività gli scontri attualmente in corso sulla scena siriana, non può non vedere che i gruppi terroristici e i combattenti armati che sognavano di abbattere lo stato siriano con il fuoco e il sangue, secondo delle operazioni tutte denominate con nomi di tempeste o terremoti, non sono riusciti ad imporre la loro autorità, almeno nel vero senso del termine. Anche se sono entrati, usciti, e poi ritornati in varie parti del paese, non sono riusciti a mantenere le loro posizioni e non sono neanche stati più in grado di crearne di nuove, dove praticare a tutti i costi il loro terrorismo confessionale.
Oggi, vediamo che l’esercito arabo siriano è al contrattacco infliggendo pesanti perdite, e che il popolo siriano partecipa alla propria difesa attraverso i Comitati popolari e le forze speciali costituite da volontari di tutto il Paese. I terroristi, vedendosi alle strette e fallire, raddoppiano le violenze e tendono a praticare al massimo le stragi, con la mentalità del giocatore d’azzardo e la forza della disperazione. Ciò per quattro motivi:
1. Sollevare il morale delle proprie truppe.
2. Mantenere fiducia e sostegno dai loro “protettori”.
3. Vendicarsi del popolo siriano che li ha ignorati.
4. Fare pressione sulle parti coinvolte nei negoziati per salvasi, senza uscirne totalmente perdenti. In altre parole, sono in trappola.
La loro scommessa punta alle autobombe, agli attacchi suicidi, ai bombardamenti a distanza contro i civili, confermandone l’impotenza militare, mentre la scelta di giocare con la vita e il sangue dei siriani, e con tanta ferocia, gli smaschera e allontana coloro che sostenevano il loro governo e la loro esercito. Stiamo forse assistendo ai segni della vittoria della Siria? Qui dobbiamo dire che il destino della Siria è pagare un caro prezzo per la propria libertà e sovranità, un prezzo che rimane inferiore al prezzo pagato da coloro che l’avrebbero perse,  diventando schiavi degli stranieri, come nel caso di molti arabi e musulmani!

Dottor Amin Hoteit, 24/01/2013
Da  due articoli originali: Al-Tayyar/Cham Press

Articolo tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation.ca

Note:
[1] Un minuto di silenzio in solidarietà con l’Università di Aleppo, mercoledì 23 gennaio, ore 12.00
[2] Università di Aleppo (Siria) bombardata: un minuto di silenzio presso l’Università di Rennes 2
[3] Un minuto di silenzio e studenti siriani di tutte le università del paese ce manifestano per  affermare che il terrorismo non può impedirgli di perseguire il loro obiettivo di apprendere e capire. 
[4] Il giornalista tedesco Manuel Ochsenreiter su RT sul bombardamento dell’Università di Aleppo
[5] Aleppo assediata futura “città simbolo”? Del colonnello Jean-Louis Dufour
[6] Tweet di Jean-François Kahn – Aleppo, la carneficina che ci lascia freddi

Il dottor Amin Hoteit è un analista politico, esperto di strategia militare e Generale di brigata in pensione libanese.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Gheddafi e la decolonizzazione della Libia

Gheddafi rapidamente e in modo determinato riuscì ad espellere gli imperialisti. Liberazione significa espellere gli imperialisti bianchi, non invitarli a ritornare per bombardarvi e occuparvi
Sukant Chandan Sons of Malcolm 15 ottobre 2012

Il libro di Jonathan Bearman del 1986 sulla Libia, è il migliore sull’argomento che ho trovato. Tutti gli altri libri omettono fatti importanti, come ad esempio i lavori di Robert Bruce St. John (probabilmente ‘L’autorità occidentale sulla Libia’) ripuliscono il ruolo di USA, inglesi e francesi in Libia. C’è un battibecco sui libri sulla Libia più recenti, in particolare riguardo alla caduta della Jamahirya, è un peccato che il libro di Vijay Prasad sulla Libia sia anch’esso pieno di omissioni e distorsioni su ciò che è avvenuto in Libia, in particolare nel periodo di riavvicinamento (post 1999) e dal febbraio 2011; una vergogna da parte di qualcuno che ha basato gran parte della propria carriera su un libro, generalmente buono, sulla storia del Movimento dei Paesi Non Allineati e il movimento anti-imperialista dopo la seconda guerra mondiale. Mi sforzerò di rivedere il libro di Prasad nel prossimo periodo.
Il seguente estratto dal libro di Bearman dimostra come la rivoluzione libica dell’1 settembre 1969, guidata da Muammar Gheddafi, compisse dei concreti passi nei primi mesi, e a uno-due anni dalla rivoluzione, adempiendo alla missione del più grande patriota libico, Omar al-Muqtar, espellendo i colonialisti dalla Libia. Ciò venne ottenuto dalla leadership del Consiglio del comando rivoluzionario, il corpo principale della rivoluzione con Gheddafi al suo timone, dall’ideologia  nazionalista ‘terzomondisa’/internazionalista, nazionalista panaraba e di giustizia sociale; per molti aspetti strettamente alleato e protetto dal vicino egiziano Gamal Abdel Nasser, da cui Gheddafi ridenominava le basi aeree di al-Adem e Tobruk, dopo che questo grande leader africano e arabo aveva espulso gli inglesi dalle loro basi, che per inciso, furono le prime da cui le SAS operarono.
La SAS ritornarono in Libia nel febbraio 2011, grazie a tutti quegli agenti di MI6, CIA e servizi segreti francesi che addestrarono i loro squadroni della morte, erroneamente chiamati “ribelli”, con l’aiuto e il supporto di britannici, yankee, francesi e altre potenze della NATO che hanno trasformato la Libia dallo Stato più prospero, pacifico e sviluppato dell’Africa, in uno che tortura e lincia persone di colore e patrioti, distruggendo la pace tra le tribù, sotto Gheddafi, con una folla di 400 milizie. Sappiamo tutti che le SAS cooperavano con i ribelli fin dai primi giorni della ribellione, puntando a un piano da molto tempo studiato per il cambiamento di regime. L’estratto seguente mostra come le conquiste storiche della rivoluzione di Gheddafi di al-Fatah, del  1 settembre, sono state completamente sovvertite. Speriamo che i nordafricani e i libici rivedano l’esperienza della Rivoluzione, vedano i molti vantaggi avuti dal popolo libico e dai popoli oppressi che resistono in tutto il Mondo, e perseguano la via della riconquista di tale strategia, in nuove circostanze e sfide.
Oggi la città di Bani Walid resiste affrontando l’assalto totale di questi squadroni della morte e dei loro padroni della NATO, dimostrando al Mondo come un popolo fiero si opponga a testa alta in difesa delle proprie tribù, terra, famiglie e dignità. Coloro che scelgono di giustificare ciò che sta accadendo a loro e al popolo libico sono nemici dei popoli, nemici di Omar al-Muqtar. Dio e gli antenati faranno giustizia di loro.

‘La cacciata delle basi’
La Libia di Gheddafi, Jonathan Bearman, 1986, Zed Books, pagine 76-79

Per i clienti strategici della Libia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il discorso anti-coloniale intrapreso dalle nuove autorità ebbe un impatto immediato e devastante nell’eliminazione delle loro basi militari. Queste non erano di scarsa importanza. Le strutture militari inglesi e statunitensi in Libia aggiungevano un’ulteriore dimensione agli occidentali, alla NATO in particolare, riguardo possibili interventi nella regione. I campi di Wheelus e al-Adem non avevano rivali nell’offrire spazio per le esercitazioni militari. Mentre la RAF e l’USAF beneficiavano di condizioni quasi perfette per volare a bassa quota, usando proiettili veri, la Cirenaica concedeva ai britannici l’accesso a un terreno ideale per le grandi manovre. L’opposizione britannica e statunitense alle intenzioni dichiarate dal nuovo regime di espellere la presenza militare straniera, era prevista. Per gli Stati Uniti, in particolare, la chiusura della base Wheelus sarebbe stata una perdita strategica,  colpendone le capacità militare nella regione, in un momento in cui la presenza sovietica in Egitto stava crescendo.
La minaccia alle basi era la preoccupazione principale di Londra e Washington, dopo l’improvvisa  deposizione della monarchia. In effetti, inglesi e statunitensi, evitando un’azione precipitosa a sostegno del regime di Idris, avevano sperato di salvaguardare il futuro dei loro impianti con un nuovo accordo con le nuove autorità. Non c’era nessuna garanzia, la posizione ufficiale del RCC era chiara: nessuno dei due Paesi avrebbe avuto soddisfazione, senza ricorrere alla forza. Nonostante le smentite pro-forma del Foreign Office britannico, era noto nel mondo arabo che gli inglesi avevano un piano di emergenza per intervenire in Libia. Nell’ambito del trattato anglo-libico del 1953, un protocollo segreto prevedeva l’invasione della Libia in caso di emergenza. I dettagli del piano, nome in codice Operazione Radford, furono ottenuti dagli egiziani nel 1965 da un archivista del ministero della difesa britannico. Pubblicato su al-Ahram, il piano richiedeva lo spostamento di truppe britanniche da Germania, Malta e Cipro per difendere il re e ristabilire l’ordine. Secondo Mohammed Heikal, caporedattore di al-Ahram, il regime di emergenza era destinato proprio alla situazione che si era verificata in Libia. Ciò che scoraggiò gli inglesi fu la velocità e la decisione con cui i Liberi Ufficiali agirono. Se fosse seguita una lunga lotta, Gran Bretagna e Stati Uniti avrebbero inventato un pretesto per l’intervento.
Con Gheddafi, gli inglesi e gli statunitensi dovettero affrontare un nuovo leader che avrebbe agito  senza compromessi. Nel suo discorso a Tripoli del 16 ottobre, Gheddafi promise coraggiosamente che avrebbe trasformato il paese in un ‘campo di battaglia’ se gli inglesi e gli statunitensi non se ne fossero andati in “modo ragionevole”. Due settimane dopo, il 29 ottobre, l’RCC fece il suo approccio formale alla Gran Bretagna, a riguardo, chiedendo l’evacuazione rapida delle forze britanniche dal territorio libico. Gli inglesi, con il ministro della difesa Denis Healey, valutarono la situazione con attenzione. La perdita dei campi di addestramento in Cirenaica era considerata grave, ma non sembrava esserci alternativa all’accettazione. L’esperienza di Suez e della guerra civile algerina metteva in guardia contro ulteriori avventure coloniali. Il governo Wilson rispose con una richiesta di colloqui che durarono due sessioni, per un totale di sei ore. Al primo incontro, l’8 dicembre, l’ambasciatore britannico Donald Maitland fu incaricato di ammettere il principio di recesso. Dopo di che, fu semplicemente una questione di dettagli. Nella seconda sessione, una settimana più tardi, Maitland annunciava il termine della partenza per il 31 marzo 1970. Anche prima che i colloqui fossero iniziati, gli inglesi avevano ridotto la loro presenza ad al-Adem e Tobruk da 2.000 a 1.000 effettivi, tra ottobre e dicembre. Nel forzare la questione, i libici avevano abilmente disposto una serie di potenti scambi.
Più importante fu la loro capacità, particolarmente pregiudizievole per una potenza petrolifera in ascesa, di minacciare il ritiro dei loro depositi, intorno a 384 milioni di sterline. Se questo si fosse rivelato insufficiente, avrebbero potuto anche avviare l’annullamento dei contratti non indispensabili, e nazionalizzare gli interessi britannici della BP ed altri, in Libia. Gli inglesi, invece, si trovavano in una situazione di relativa debolezza, non potevano contrastare la Libia con la minaccia di sospendere il contratto per la fornitura di 200 carri armati Chieftain, ordinati dal regime precedente per aumentare la capacità terrestre delle forze armate libiche. Sarebbe stato un gesto di sfida inefficace. A quel tempo, l’impegno oltremare britannico veniva ampiamente rivisto, mentre il governo laburista iniziava il ritiro inglese da est di Suez. Gli inglesi erano semplicemente inclini ad accordarsi con un altro governo nazionalista. La missione di Maitland, per quanto riguardava Whitehall, doveva incitare i libici a un comunicato congiunto che sottolineava i vantaggi reciproci da una ulteriore cooperazione anglo-libica. Per Londra si trattava di limitare i danni, soprattutto per proteggere i vasti interessi economici britannici.
In seguito a tale successo, l’RCC rivolse la sua attenzione verso l’evacuazione della base aerea statunitense di Wheelus. I colloqui iniziarono a dicembre, subito dopo che gli inglesi avevano iniziato ad andarsene, ma non senza una grande inquietudine sulla prospettiva della gestione della sofisticata base, sede regionale dell’USAF, da parte di un ‘regime radicale arabo’. In effetti,  sembrando probabile che i libici consegnassero le strutture all’Unione Sovietica, l’amministrazione Nixon non avrebbe concesso il ritiro. Ma Gheddafi insisteva che i libici non avrebbero aperto le strutture ad altre potenze straniere. ‘La Libia rivoluzionaria non potrà mai sostituire uno straniero con un altro straniero o un intruso con un altro intruso’, avrebbe detto secondo il Lybian Mail del maggio 1970. In ogni caso, la decisione della Gran Bretagna di ritirarsi aveva già spiazzato gli statunitensi, così Washington accettò. Il 24 dicembre, il giorno dopo che i britannici avevano annunciato il loro ritiro, una dichiarazione congiunta libico-statunitense annunciava laconicamente che gli Stati Uniti avrebbero seguito l’esempio il 30 giugno. In effetti, l’evacuazione degli statunitensi, come degli inglesi, venne finalmente effettuato prima della scadenza, e con un minimo sforzo.
Gli inglesi finalmente lasciarono la Libia il 28 marzo, e gli statunitensi completarono il loro ritiro l’11 giugno. Fu un risultato storico. Celebrando la ‘vittoria contro l’imperialismo’, le autorità rivoluzionarie ridenominarono l’al-Adam Airbase, Gamal Abdul Nasser Airbase, e Field Wheelus, Okba bin Nafi Airbase, da un conquistatore arabo della Libia. Qualsiasi speranza che uno dei due Paesi avesse di mantenere una certa influenza militare in Libia, attraverso accordi di fornitura e addestramento, fu presto dissipata. Il 29 dicembre, dopo il suo successo iniziale, il RCC annullò il contratto del vecchio regime con la British Aircraft Corporation. A novembre, un primo tentativo di riavvicinamento venne fatto dal governo francese, come rifornitore alternativo di armi [...] I francesi vi videro un mezzo per estendere la loro influenza in Africa del Nord, a spese degli inglesi e degli statunitensi. Nel gennaio 1970, la conclusione della transazione fu annunciata: la Francia vendeva alla Libia i primi 50 aerei Mirage V, 15 da consegnare nel 1971. I libici volevano questi aerei da guerra francesi, molto ambiti, per ricostruire l’arsenale arabo dopo il confronto con Israele.
Nasser vide nella Libia una via di rifornimento di quelle armi che sarebbero state, invece, bloccate dall’embargo occidentale. Mentre la trattativa era ancora in corso, Gheddafi disse: “Se sarà possibile ottenere Phantoms o Mirages, si avrebbe una colossale  forza araba“. [L'accordo finale dei francesu con la Libia] del 31 gennaio, riguardava 110 aerei da guerra [...] Non vi erano condizioni allegate sul loro uso nel conflitto in Medio Oriente, tranne che essere ‘basati’ e ‘gestiti’ solo in Libia. Le uniche limitazioni reali applicate al loro uso, era evitare lo scontro con Stati clienti della Francia in Africa. L’accordo fu un altro trionfo delle autorità rivoluzionarie. Non solo l’RCC espulse le basi straniere, ma aveva drasticamente posto fine alla sua dipendenza militare da Gran Bretagna e Stati Uniti; la Gran Bretagna aveva perso la posizione di principale fornitore dell’esercito e della marina libici, e gli Stati Uniti vennero spodestati dal ruolo di primo contraente dell’aviazione libica. Avviando l’acquisto di armi dalla Francia, il RCC aveva un maggiore margine di manovra nel perseguire i propri obiettivi nazionalisti [...] Le autorità rivoluzionarie riuscirono nel loro obiettivo più importante: spezzare la morsa militare britannica e statunitense sulla Libia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Siria: segnali premonitori del crollo dell’occidente?

Amin Hoteit Global Research, 19 Settembre 2012

Le maschere sono cadute … ma l’Occidente non si è ancora deciso ad abbandonare la sua “Teoria del caos costruttivo”, nato nel cervello dei “neoconservatori” malati di arroganza, dell’illusione di poter sostenere la sua supremazia e di risolverne i problemi non solo materiali [energetici e finanziari], ma anche politici, morali e spirituali. Eppure questa famosa teoria si scontra con un’altra teoria, del “ritorno di fiamma” inevitabile; come siamo purtroppo costretti ad osservare l’Occidente ha seminato ovunque quel caos che presume lo risparmi: Libia, Tunisia, Egitto… drappeggiati nella loro presunta preoccupazione umanistica e umanitaria, i nostri leader non sono in grado di invertire il corso degli eventi, accanendosi a dimostrare il contrario. La negazione della realtà è oramai l’idea principale con cui addormentarci. L’associazione con i criminali, vale a dire i “terroristi takfiristi”, era l’arma con cui intendevano compiere il lavoro sporco, risparmiando le nostre coscienze e le nostre finanze. Esattamente come accade in Siria … Ma abbiamo la speranza, perché “la fine della speranza è l’inizio della morte”, come ha detto un certo Generale! [Nota di Mouna Alno-Nakhal].

Quando l’occidente ha lanciato la sua aggressione contro la Siria, non si aspettava di trovarsi in un vicolo cieco, più pericoloso di qualsiasi altro in cui si sia impegnato da quando il mondo è diventato unipolare e che gli Stati Uniti decisero di dominare. Scegliendo di condurre una guerra contro la Siria per salvarsi e vendicare l’”Asse della Resistenza” [Iran, Iraq, Siria, Libano, Palestina], l’unico a tenergli testa dalla fine della Guerra Fredda e a rifiutarsi di piegarsi ai diktat degli Stati Uniti, non si aspettava che la resistenza continuasse, e certo non che la Siria potesse emergerne vittoriosa annunciando un nuovo equilibrio mondiale.
L’occidente ha immaginato che cooperare con “quelli che indebitamente si richiamano all’Islam“, avrebbe potuto minare la forza e l’indipendenza dei veri musulmani, mentre gli Stati Uniti hanno usato la loro strategia del “soft power”, dopo aver cercato di ingannare i musulmani con il famoso discorso del Cairo [1] del loro nuovo presidente dalle radici africane e musulmane. Descritto come un discorso storico, inframmezzato di riferimenti lusinghieri, destinato a cancellare il sospetto creatosi con la crociata annunciata da George W. Bush e la sua “guerra contro il terrorismo“! Ha  deliberatamente confuso l’Islam con il terrorismo, così come ha equiparato l’”Asse della Resistenza” di liberazione con il terrorismo indiscriminato, la guerra contro la Siria non è che un passo tra gli altri.
Gli Stati Uniti hanno quindi utilizzato le organizzazioni, i partiti e i paesi che si richiamano all’Islam, ma che seguono dei precetti che gli sono estranei per combattere il vero Islam che resiste, che crede nell’uomo, nella sua libertà e nei suoi diritti, e ritiene gli uomini opera di un Creatore unico e fratelli nella fede, chiedendo il rispetto e il riconoscimento degli altri, consigliando il dialogo per gestire i disaccordi, per quanto gravi siano … Questa è la religione che hanno sfigurato ed emarginato per promuovere il “takfirismo” che può solo distruggere, togliere i beni, la vita e l’onore degli altri, considerando tutti coloro che non condividono la sua ideologia come apostati e, quindi, da eliminare con l’omicidio! Hanno reclutato questi deviati perché hanno trovato in loro quello che volevano: l’arma per combattere l’Islam resistente! Con l’uso e abuso di tale ideologia nemica dell’umanità, estranea alla storia e al diritto, gli Stati Uniti pensavano di uscire vittoriosi da una guerra universale che avrebbero condotto in tutto il mondo. E poiché il Medio Oriente è la via e il serbatoio dell’energia che avrebbe garantito la loro perpetua egemonia, l’hanno invaso e poi vi hanno sguinzagliato i fanatici del takfirismo, che rappresenta solo il 2% dei musulmani [i wahabiti non superano i quaranta milioni rispetto a un totale di circa un miliardo e mezzo], ma gli hanno permesso di mettere le mani su una formidabile ricchezza petrolifera, ricchezza che avrebbe dovuto andare a beneficio di tutti i credenti, che dovrebbero condividere “acqua, pascoli e fuoco”… Ma l’Occidente ha fatto sì che i wahabiti ne siano gli unici proprietari [2] e la benedizione si è trasformata in una maledizione, in quanto i suoi ricavi sono utilizzati per uccidere altri arabi e musulmani e distruggere le loro proprietà. E’ con questa strategia molto “soft”, che l’Occidente ha scelto di attaccare i musulmani con i musulmani e gli arabi con arabi, per annientarli tutti, ed è in questo spirito che ha condotto la guerra contro la Siria, sperando di raggiungere i suoi obiettivi nella regione. Ha usato i ricchi e potenti gruppi wanhabiti takfiristi per condurre il suo passaggio nel secolo: “a noi occidentali la potenza, a voi takfiristi il governo locale, a condizione che iniettiate i vostri soldi nelle nostre economie, affinché noi facciamo ciò che il vassallo può aspettarsi dal suo padrone!”.
Così le persone buone sono state ingannate, e alcuni regimi sono stati cambiati attraverso le urne, traducendo l’intesa esistente tra gli Stati Uniti e i governi occidentali, da un lato, e tra gli Stati Uniti e i cosiddetti musulmani dall’altro. I movimenti takfiristi operano sotto varie etichette, così che i pianificatori statunitensi-sionisti credevano che la Siria non potesse affrontare la loro intimidazione, il loro terrorismo e la loro demagogia, e che l’occidente avrebbe fatto tutto il necessario per demolirla, qualsiasi ne fosse stato il costo… Ma dopo diciotto mesi di terrore, distruzione e crimini contro il suo popolo, la Siria non è caduta… e gli aggressori hanno subito tali sconfitte che ora i loro slogan suscitano ilarità, e l’occidente, dopo una lunga esitazione, ha cominciato a esprimere dubbi, delusione, impotenza e un fallimento, i cui segnali di allarme sono:
1. La certezza che è ormai sia impossibile rovesciare il governo siriano del presidente Bashar al-Assad, dopo aver giocato tutte le carte contro di lui, viene espressa dall’ambasciatore francese in Libano, durante un simposio che si era svolto a Beirut la scorsa settimana [il 11/09/2012], quando ha detto, in sostanza: “Non sappiamo dove va la Siria. Non possiamo offrire nulla sul terreno, perché è impossibile stabilire zone di sicurezza, corridoi umanitari o no-fly zone. Noi crediamo che al-Assad deve lasciare il potere, ma non sappiamo come!” Una dichiarazione che dimostra chiaramente l’impotenza e il fallimento dell’occidente nella situazione. Poi è stata la volta del consigliere alla Casa Bianca a esporre diversi scenari, per concludere dicendo che è più probabile che il presidente al-Assad resti al potere … perché ne ha i mezzi! Un’altra affermazione che riflette certamente la delusione degli Stati Uniti, dopo aver erroneamente dichiarato la sua illegittimità e la sua caduta imminente, ora sono obbligati ad ammettere questa forte probabilità!
2. Il forte richiamo di Papa Benedetto XVI [3], la più alta autorità spirituale cristiana cattolica e autorità morale per eccellenza, a porre fine alle violenze, al traffico di armi, e lavorare per una soluzione pacifica in Siria con un vero e proprio dialogo tra tutti i componenti della società siriana, senza interferenze esterne. Un invito che il Papa non avrebbe mai pronunciato se non avesse preso atto della situazione esatta in Siria, e se pensava di non avere buone possibilità di essere ascoltato, in particolare da Francia e Unione europea, che ora dicono di “astenersi dell’armare l’opposizione siriana” [4]!
3. La disponibilità del nuovo inviato delle Nazioni Unite, Lakhdar Brahimi, a dichiararsi libero dalle pressioni “urbane” dei wahabiti, e di avere la volontà di divulgare quello che ha fatto sapere alla dirigenza del Qatar e al suo ministro degli esteri Hamad bin Jassem, riguardo al fatto che ora dovevano stare lontano dalla missione che dovrebbe porre in essere le basi per una soluzione pacifica, che essa e la sua Lega hanno sempre silurato. A questo si aggiunge la sensazione che l’occidente abbia bisogno di Brahimi per cercare di salvare la faccia. Per non parlare della sua posizione dopo l’incontro con il presidente siriano, che gli ha permesso di togliersi ogni dubbio sulla forza del governo siriano, mettendo in guardia coloro che indirettamente ostacolano la sua missione, e che le ricadute della crisi non si limiteranno ai confini della Siria, ma che “rappresentano una minaccia per il popolo siriano, la regione e il mondo“; il che suggerisce che Brahimi non sarà un Kofi Annan bis!
4. La messa in discussione delle strategie occidentali che sostengono il terrorismo, avanzata da molte parti interessate che, pubblicamente, dichiarano che il perseguimento di tale politica minaccia i propri interessi, in particolare in Europa e negli Stati Uniti [6]. E le reazioni agli estratti del film blasfemo [L'innocenza dei musulmani NdT] dovrebbe spingere gli Stati Uniti ad abbandonare la loro arroganza, per capire che è giunto il momento di smettere di manipolare i popoli [7], e rendersi conto che anche i nuovi governi nati dopo la transazione della “potenza mondiale contro le autorità locale“, non sono necessariamente suoi alleati! Non è senza un retropensiero che Obama abbia detto che l’Egitto “non è un alleato e né un nemico!”
Qualcuno potrebbe dire che, sul terreno, la realtà non rispecchia questo fallimento data la quantità enorme di armi consegnate sempre ai terroristi dal Libano o dalla Libia attraverso la Turchia … l’ultima consegna era di oltre 400 tonnellate [8]! Ma … questo non è in contrasto con il successo dell’esercito arabo siriano nella sua “strategia di accerchiamento prima di ripulire“, con cui ha schiacciato molti di questi terroristi, liberando una dopo l’altra le aree infestate da essi… Quindi, diciamo che la Siria è entrata in una nuova fase che possiamo riassumere come segue:
1. Il campo degli aggressori è alla ricerca di una via in uscita e, anche se alcuni hanno ancora voglia di raggiungere i propri obiettivi primari con minacce e terrorismo, sono costretti a prendere in considerazione il fatto che se innescano l’incendio, rischiano di danneggiare gli interessi dei paesi occidentali.
2. Il dialogo nazionale per una soluzione pacifica, esso solo è in grado di ripristinare la stabilità. Deve essere garantito dalle forze regionali e internazionali coinvolte nella crisi, senza dimenticare che la Siria, dopo aver resistito all’aggressione, è stata in grado di avviare la contro-offensiva.
3. Le maschere sono cadute, l’Occidente non può più ingannare nessuno… la distruttiva ideologia takfirista ha rivelato la sua devianza e quella dei suoi seguaci!

Dottor Amin Hoteit, 17/09/2012 Al-Thawra -  Articolo tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

Riferimenti [nota di Mouna Alno-Nakhal]
[1] Video: Discorso di Barack Obama al mondo musulmano dal Cairo, in Egitto
[2] Arabie saoudite: Le Pacte de Quincy, une relation spéciale, mais de vassalité. [René Naba]
[3] Benedetto XVI fa appello per la pace in Siria [Jean-Marie Guénois]
[4] Le Drian: pas de livraison d’armes à l’opposition syrienne
[5] Sur Brahimi et son approche du dossier syrien [Louis Denghien]
[6] Ron Paul: L’obsession des États-Unis pour la guerre (Iran,Syrie)
[7] La fonction du film islamophobe: provoquer une discorde entre chrétiens et musulmans [Ghaleb Kandil]  Estratto: “La volontà di causare scontri tra musulmani e cristiani si è avuta dopo il fallimento del piano per trasformare la discordia tra sunniti e sciiti, soprattutto con gli sviluppi in Siria che non vanno in questa direzione, nonostante tutto ciò che viene fatto lì, così come in Libano, dove i fuochi della fitna vengono spenti ogni volta che i suoi fautori li accedono. La diffusione di questo film mirava a far fallire la visita di Papa Benedetto XVI in Libano, che ha lo scopo di promuovere e rafforzare l’idea di amicizia e collaborazione tra cristiani e musulmani in Oriente. Il che, ovviamente, non si adatta alla logica degli stati religiosi (salafiti ebrei), i quali sostengono Israele, le monarchie del Golfo e il loro mentore statunitense.
[8] Syrian rebels squabble over weapons as biggest shipload arrives from Libya [Sheera Frenkel] Una nave libica che trasporta la partita di armi più grande in Siria dall’inizio della rivolta, è ancorata in Turchia e la maggior parte del carico viene inviato ai ribelli in prima linea, scrive il Times. Tra le oltre 400 tonnellate di carico che si trovava a bordo, vi erano dei missili superficie-aria SAM-7.

Il Dottor Amin Hoteit è analista politico, esperto di strategia militare e generale di brigata in pensione libanese. Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La cosiddetta “rivoluzione” siriana: una guerra imperialista contro la Siria

Fida Dakroub Mondialisation.ca 29 settembre 2011 – Le Grand Soir

A credere i leader delle potenze imperialiste, che si mostrano ingenui e innocenti, la Siria sarebbe stata negli ultimi mesi, l’arena dove si confrontano, da un lato le “forze del male” incarnate dal regime e dal suo alleato coadiuvanti iraniano, e dall’altro lato le “forze del bene” espresse dall’”anima immortale” del “popolo buono” per natura, purtroppo ridotto dal “tiranno di Damasco” a una semplice folla di schiavi.

Il ritorno del colonialismo
E’ certo che questo approccio superficiale alle violenze in Siria, che divide il mondo, o piuttosto la realtà con le sue molteplici dimensioni, in due forze opposte, quella del Bene (la cosiddetta “opposizione“) e del male (il regime), svolge un ruolo d’argumentum ad captandum vulgus, nella giustificazione delle ambizioni dell’imperialismo britannico e francese in Nord Africa e nel Levante, dove sono stati scacciati all’indomani della seconda guerra mondiale.
Notiamo l’ultima visita di Sarkozy e Cameron, gli appaltatori delle operazioni militari su delega del triumviratus (Sarkozy, Cameron e Obama) in Libia, una visita che ha preparato il tavolo per spezzettare e ritagliarsi il “post-Gheddafi“. A Tripoli, i due cospiratori sono andati a celebrarvi la loro vittoria, incorniciati dai loro gorilla locali del CNT e dai loro ciarlatani propagandisti, con i tamburi, trombe e cembali dei media occidentali “principali” e quelli arabi “subordinati“. [1]
A maggior ragione, era innegabile che le forze imperialiste si stessero preparando a mobilitare le loro artiglieria pesante contro la Siria e il suo regime, una volta che il cosiddetto “re dei re d’Africa“, Gheddafi, fosse detronizzato. Per fare ciò, un secondo triumviratus (Sarkozy, Erdogan e Obama) è nato. E i tre triumviri hanno urlato: “Carthago  delenga est! Dobbiamo sbarazzarci del tiranno di Damasco!“.

Il casus belli
Pertanto, la Siria è il bersaglio di una guerra sistematica (mediatica, diplomatica e anche militare) orchestrata secondo lo sviluppo degli eventi sul terreno. L’esempio più significativo di questa feroce campagna è fornito dal ministro degli esteri francese, Alain Juppé, che ha denunciato “i crimini contro l’umanità” in Siria: “Prendiamo atto che il regime siriano è coinvolto in crimini contro l’umanità“, ha detto a Mosca, il 7 settembre. [2]
Inoltre, migliaia di canali TV, radio, giornali, siti web e social network su internet, in qualsiasi parte del mondo, hanno avviato un bombardamento massiccio del regime siriano con aggettivi diabolizzanti, volti a ridurre la sua immagine nella strada araba, e di presentarlo come un semplice fenomeno selvaggio, e certamente spogliato di ogni qualità umana, quindi di ogni diritto di esistere. Ha aggiunto che gli Stati Uniti e l’Unione Europea non smettono di chiedere le dimissioni del presidente siriano Bashar al-Assad: “… è necessario che si dimetta“, ha detto Ashton; “Nell’interesse del popolo siriano, è giunto il momento per il presidente Assad di ritirarsi“, ha detto Obama; “Le gravi violazioni dei diritti umani in Siria contro i manifestanti, potrebbero rivelarsi dei crimini contro l’umanità“, dice il 17 Agosto, un rapporto dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. [3]

La propaganda imperialista
Va notato qui, che in ogni sconvolgimento politico serio, il meccanismo dei media egemonici imperiale vi mette il suo grano di sale. Ed è lo stesso, come con la “Grossa Bugia” di George Bush sulle armi di distruzione di massa in Iraq.  La prova è che più di dieci anni dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, le successive amministrazioni statunitensi non hanno fornito alcuna prova che questo paese avesse armi di distruzione di massa. Ciò che si può dire, è che le masse sono cadute vittima di un complotto della disinformazione. Va da sé che le recenti violenze, che sconvolgono le strade siriane, non sono esentate dalla stessa macchina della propaganda, delle bugie e di altri manipolazione mediatiche, tutt’altro.
Secondo i media dell’egemonia imperiale, attivisti per la pace e pacifici manifestanti hanno trascorso le giornate, per così dire, in meditazione trascendentale, e durante la notte, si sarebbero riuniti in luoghi pubblici, per accendere delle candele alle anime immortali dei “martiri della libertà“, mentre il “mostro di Damasco si vantava nel suo harem“. Tuttavia, lontano dalla caricatura ingenua che le macchine dell’egemonia mediatica creano, una questione s’impone: Chi sono questi “militanti della libertà“; Agni Dei lodati tre volte al giorno: all’alba, a mezzogiorno e prima di coricarsi? Che cosa succede allora?
Uno dei problemi per rivelare il paradosso siriano, è che vi è davvero una richiesta reale cambiamento interno. Nessuno nega questa realtà, né il regime siriano lo nega. Il ministro degli esteri siriano Walid al-Moualem, ha denunciato il 26 settembre l’ingerenza straniera nella gestione delle legittime aspirazioni del popolo siriano alla riforma politica, economica e sociale, in un discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York: “Le esigenze del popolo sono  usate come trampolino di lancio dai gruppi armati, per seminare discordia e indebolire la nostra sicurezza. La Siria ha esercitato la sua responsabilità a proteggere i suoi cittadini. Il governo ha agito per assicurare la loro sicurezza e la stabilità del paese“, ha dichiarato Moualem in riferimento a ciò che chiama interferenza straniera. [4]
Inoltre, la stragrande maggioranza dei siriani vuole le riforme. Il popolo siriano è indignato, da decenni, dalla corruzione e dai tentacoli pervasivi delle autorità di sicurezza.

La ribellione islamista armata
Tuttavia, questa diffusa domanda di una riforma è, come indicato dalla macchina imperialista dei media, fonte di violenze in Siria? Se è vero che ci sono manifestazioni in alcune città, ci sono morti, l’esercito è intervenuto, è anche vero che la Siria è diventata un campo di battaglia tra le forze armate siriane da un lato, e gli insorti sunniti armati, dall’altra parte, come i Fratelli musulmani, al-Qaida e altri gruppi salafiti e wahabiti.
Ciò che i  media agli ordini non dicono è che ci sia una ribellione armata sostenuta dall’estero, e che la Siria sta affrontando un Casus belli dichiarato dalla NATO e dagli emirati arabi e sultanati ‘subordinati’. Qui vale la pena ricordare che Dmitrij Rogozin, delegato della Federazione Russa presso la NATO, ha commentato il 5 agosto, sul quotidiano moscovita Izvestia, il crescente ruolo della NATO nelle violenza in Siria: “La NATO sta pianificando una campagna militare contro la Siria per rovesciare il regime del presidente Bashar al-Assad, con l’obiettivo a lungo termine di preparare una testa di ponte nella regione, per l’attacco contro l’Iran“. [5]
Inoltre, in un’intervista con la TV Euronews, Dimitrij Medvedev, il presidente russo, avverte dei pericoli reali che l’approccio “bianco e nero” potrebbe creare nella situazione in Siria: “i manifestanti anti-governativi in Siria non sono sostenitori di alcun raffinato modello di democrazia europea“. [6]
Per molti aspetti, gli eventi in Siria ricordano qui, una citazione di Lenin nel suo famoso Un passo avanti, due passi indietro, che trattava dei movimenti rivoluzionari in Russia: “… quando una lunga lotta, testarda e ardente continua, accade di solito un momento in cui i punti di contestazioni, centrali ed essenziali, iniziano a comparire, la cui soluzione determinerà l’esito finale della campagna, presso cui i più minimi ed insignificanti episodi della lotta, saranno sempre più allontanati sullo sfondo.” [7]
Senza alcun dubbio possibile, i conflitti sociali e politici nel Levante, diventano rapidamente conflitti religiosi e confessionali, e le rivendicazioni sociali sono ridotte, purtroppo, ad omicidi tribali. Questa amara realtà ci offre, almeno, una migliore lettura della cosiddetta “rivoluzione” siriana, una lettura che scaccia le fanfaronate dei furiosi della “primavera araba“, abbreviata, a tutta velocità, in un “inverno americano” assai funebre!
Prima di tutto, è fondamentale notare che il Levante è uno spazio eterogeneo attraversato da confini etnici, minoranze linguistiche e religiose diverse da quelle imposte dall’accordo Sykes-Picot (1916), all’indomani dello smembramento dell’Impero ottomano nel 1918. Inoltre, dovrebbe anche essere notato che queste frontiere si trasformerebbero rapidamente in zone di conflitto sanguinose, una volta che un governo centrale, in grado di mantenere la pace, fosse rovesciato.  Si consideri l’esempio dell’Iraq dopo l’invasione degli Stati Uniti.
Gli eventi in Siria nascondono, infatti, delle motivazioni religiose, piuttosto che sociali, prendendo in considerazione lo storico conflitto tra Islam ortodosso (sunnita) ed eterodossia dell’Islam (sciismo). In una testimonianza sulla violenze religiose in Siria, Hala Jaber ha avanzato la presenza di estremisti armati (e con la barba), agenti provocatori che stanno lavorando con grande capacità sufficiente a far degenerare le manifestazioni inizialmente pacifiche. Ha dato un resoconto dettagliato degli incidenti gravi che si sono verificati il 18 giugno a Ma’rrat al-Nu’man, una città del nord-ovest, “vediamo che i jihadisti hanno un regno del terrore, e hanno versato il sangue – quando l’esercito ha un profilo basso per evitare incidenti. La storia del rapimento di un oppositore moderato, Mohamed Salida Hamadah e delle torture e delle minacce subite da estremisti sunniti, è agghiacciante, e suggerisce quale potrebbe essere il clima della Siria se cadesse nelle loro mani!“[8]
E’ vero che ua volta scoppiate le violenze in Siria, le proteste presero, in termini di slogan usati (libertà, giustizia, democrazia, rivendicazioni sociali, ecc.) una forma  pacifica; e le richieste dei manifestanti erano ancora limitate alle richieste sociali. Tuttavia, queste proteste si sono trasformate, velocemente, in atti di violenza settaria mirati contro le minoranze religiose del Paese, come i musulmani eterodossi e i cristiani.

La cospirazione imperialista
Inoltre, gli slogan politici precipitano nella congestione dell’odio religioso. Anche se il regime politico in Siria è “contaminato” da decenni da una burocrazia corrotta e contagiosa, questo non giustifica gli atti di barbarie commessi da fanatici religiosi contro le minoranze e le istituzioni dello stato.
In questo senso, è pericoloso dimenticare che dietro le affermazioni di una parte del popolo siriano, legittime all’inizio, nascondono, infatti, l’interesse, per così dire, di veri complottisti: il bonapartismo caricaturale francese di Sarkozy, in primo luogo, la carcassa dell’imperialismo statunitense di Obama, l’”umanesimo” islamista del turco Erdogan e il wahhabismo “illuminato” saudita.
Da quanto è stato detto e in tali circostanze, è chiaro fin dall’inizio che la presunta “rivoluzione” è un complotto guidato da l’alfa e omega dei centri di potere imperialista, il cui obiettivo a breve termine è il rovesciamento del regime del presidente Bashar al-Assad, e a lungo termine, la rioccupazione del Medio Oriente e la ricostruzione della sua mappa geopolitica, un obiettivo che promette, disastrosamente, un futuro catastrofico per la regione.
A mò di conclusione, troviamo opportuno raccontare una piccola storia: “Non molto tempo fa, un uomo buono immaginava che se gli uomini annegavano, ciò accadeva solo perché erano posseduti dall’idea della gravità. Che si togliessero questa rappresentazione dalla testa, ed ecco che ora sono al sicuro dal rischio dell’annegamento.” Questo brav’uomo, è dello stesso tipo degli spacconi vanagloriosi della macchina mediatica imperialista e dei suoi subordinati arabi, che credono, purtroppo, che i problemi del mondo arabo, come lo sviluppo sociale ed economico, l’analfabetismo, i diritti umani, le libertà, la democrazia, l’occupazione, il settarismo, i diritti delle minoranze, i diritti delle donne, ecc. saranno risolti una volta che il regime siriano sarà rovesciato.

Fida Dakroub – Dottore Ricercatore francese

Note
[1] A nostro avviso, un  media subordinato è un mezzo della disinformazione posto sotto il controllo di un altro media della disinformazione principale. Il soggetto non è in grado di fornire un messaggio coerente al di fuori da questa dipendenza. Per esempio: i media dei petrodollari arabi entrano in rapporto di subordinazione con i più importanti media occidentali.
[2] L’Eexpress.fr
[3] Chitour, Chems Eddine Le Grand Soir
[4] People Daily
[5] Le Post.fr
[6] Russia Today
[7] Marxists
[8] Michel Collon

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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