I terroristi ceceni e i neocon

Coleen Rowley, Open Mike, 20 Aprile 2013

Giuliani Discusses State Of U.S. Security 10 Years After 9/11 Terror AttacksStavo quasi soffocando con il mio caffè, ascoltando il neoconservatore Rudy Giuliani pretendere pomposamente, sulla TV nazionale, di essere sorpreso che eventuali ceceni siano responsabili dell’attentato alla maratona di Boston, perché non ha mai avuto alcun sentore che negli estremisti ceceni albergasse animosità verso gli Stati Uniti; Giuliani pensava fossero concentrati solo sulla Russia. Giuliani sa bene come i “terroristi” ceceni si siano dimostrati utili agli Stati Uniti per fare pressione sui russi, tanto quanto i mujahidin afghani sono stati utili nella guerra antisovietica in Afghanistan nel 1980-1989. In realtà, molti neocon si definiscono “amici” della Cecenia, tra cui l’ex direttore della CIA James Woolsey.
Per esempio, si veda questo articolo del 2004 del Guardian, dal titolo, “Gli amici americani dei ceceni: l’impegno alla guerra al terrore dei neocon di Washington evapora in Cecenia, la cui causa hanno fatto propria.” L’autore John Laughland ha scritto: “Il gruppo di testa, che perora la causa cecena, è il Comitato americano per la pace in Cecenia (CCAA). L’elenco dei sedicenti ‘distinti americani’ suoi membri è un appello dei neoconservatori più prominenti, che sostengono con entusiasmo la ‘guerra al terrore’. Tra loro Richard Perle, il famigerato consigliere del Pentagono, Elliott Abrams famoso per l’Iran-Contra, Kenneth Adelman, l’ex ambasciatore USA alle Nazioni Unite che ha istigato l’invasione dell’Iraq, predicendo che sarebbe stato ‘un gioco da ragazzi’; Midge Decter, biografo di Donald Rumsfeld e direttore della Heritage Foundation di estrema destra; Frank Gaffney del militarista Centro per la politica di sicurezza; Bruce Jackson, ex ufficiale dell’intelligence militare degli Stati Uniti ed ex vice-presidente della Lockheed Martin, ora presidente del Comitato statunitense sulla NATO; Michael Ledeen dell’American Enterprise Institute, un ammiratore del fascismo italiano e ora uno dei principali promotori di un cambiamento di regime in Iran; e James R. Woolsey, ex direttore della CIA, uno dei principali cheerleader dei piani di Bush per ri-modellare il mondo musulmano lungo linee pro-statunitensi“.
La CCAM ha poi sterilizzato “Cecenia” con “Caucaso” ribattezzandosi “Comitato americano per la pace nel Caucaso”. Naturalmente, anche Giuliani sembra solo essere uno dei diversi neocon e politici corrotti che hanno ricevuto centinaia di migliaia di dollari dal MEK, quando quel gruppo iraniano è stato indicato dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti quale organizzazione terroristica straniera (FTO). Il denaro è stato dato a questi politici statunitensi (illegalmente secondo il Patriot Act), e ai funzionari degli Stati Uniti, per fare uscire il MEK dalla lista FTO.

Giù, nella tana del coniglio
Alice nel Paese delle meraviglie è un eufemismo, se si capisce la piena realtà di ciò che sta succedendo. Ma se è possibile sprofondare nella tana del coniglio ancora di più, leggete della scoperta fatta dall’ex prominente giornalista del New York Times (e autore del libro La Commissione), Phil Shenon, sull’incredibile “terribile occasione mancata” di un paio di anni fa. La scoperta di Shenon riguarda le importanti informazioni che l’FBI e l’intera comunità “intelligence” hanno malgestito e coperto non solo prima dell’11 settembre, ma per il decennio seguente. Ed è anche esattamente correlata al mio “Memo del rivelatore” del 2002, che portò l’ispettore generale del dipartimento della Giustizia, nel dopo 11 settembre, a condurre un’inchiesta sugli errori dell’FBI, contribuendo anche in parte a lanciare l’indagine sulla Commissione sull’11 settembre. Ma ancora la piena verità non è venuta fuori, anche dopo la spettacolare scoperta di Shenon, nel 2011, della nota dell’aprile 2001 che collegava il principale leader ceceno Ibn al-Qattab ad Usama bin Ladin. L’appunto dell’aprile 2001, sepolto, era stato inviato al direttore dell’FBI Louis Freeh (un altro destinatario illegale dei fondi del MEK, tra l’altro!) E anche ad otto alti funzionari dell’antiterrorismo dell’FBI.
Memo simili devono essere stati ampiamente condivisi da tutta l’intelligence degli Stati Uniti nell’aprile 2001. Pochi giorni dopo l’arresto del sospetto terrorista Zaccaria Moussaoui in Minnesota, il 16 agosto 2001, l’intelligence francese confermò che Moussaoui era stato reclutato e aveva combattuto con Ibn al-Qattab, sollevando preoccupazioni per il suo addestramento al volo. Eppure funzionari del quartier generale dell’FBI rifiutarono di permettere una indagine sul suo computer portatile e su altri beni, rifiutandosi anche di riconoscere che: 1) i separatisti ceceni stessi sono un “gruppo terrorista” secondo il Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA) che si attiva  giuridicamente contro chi agisce “per conto di una potenza straniera“, e 2) che il legame di Moussaoui con Ibn al-Qattab intrinsecamente lo collegava al ben noto gruppo di bin Ladin, al-Qaida, secondo il FISA (il punto nel mio memo). Tutto questo si è verificato nello stesso momento in cui il direttore della CIA George Tenet e altri ufficiali dell’antiterrorismo, e non dimenticate che Tenet era al corrente delle informazioni circa l’arresto di Moussaoui intorno al 24 agosto 2001, ci dissero che erano “pienamente allertati” sulla prospettiva di un grande attacco terroristico e che “il sistema lampeggiava sul rosso.”
Le indagini post-11/9, avviate a seguito del mio “Memo del rivelatore” del 2002, ha concluso che un errore grave, senza il quale si sarebbe impedito o limitato l’11 settembre, fu il mancato riconoscimento dei combattenti ceceni di al-Qattab quale “gruppo terroristico” secondo il FISA. Per quanto ne so, i migliori funzionari dell’FBI, destinatari nominali del memo dell’intelligence dell’aprile 2001 intitolato “Bin Ladin/Ibn Qattab Threat Report“, stabiliva che i due leader erano “fortemente collegati”, l’hanno rimosso per lo più negando di aver letto la nota (il che spiega perché il memo doveva essere nascosto mentre tentavano di nascondere anche altre informazioni imbarazzanti). Ci sono altre teorie, naturalmente, secondo cui i funzionari statunitensi non riuscirono a capire o a cogliere questo “collegamento terroristico”. Ciò riguarda anche l’uso, da parte degli Stati Uniti, di “terroristi amichevoli”, forse anche dello stesso Qattab (e/o di chi gli stava attorno), opportunisticamente e per certi periodi di tempo, contro nazioni “nemiche”, vale a dire, l’Unione Sovietica e altri regimi che non ci piacciono.

Linee incerte
Ma i funzionari possono confondersi quando le loro stesse ex “attività” sotto copertura si trasformano in nemici. Questo è ciò che è successo con i jihadisti legati ad al-Qaida in Libia e in Siria, combattenti che il governo degli Stati Uniti ha favorito nei loro sforzi per rovesciare i regimi di Gheddafi e Assad, rispettivamente. Questi estremisti sono inclini a rivoltarsi contro i loro fornitori di armi e gestori statunitensi, una volta che il comune nemico è stato sconfitto. Un modus operandi di Stati Uniti e Israele che attualmente collaborano con i terroristi iraniani del MEK, che hanno commesso omicidi in Iran. Il governo degli Stati Uniti ha recentemente tolto i terroristi del MEK dalla lista dei terroristi “cattivi” per metterli in quella dei terroristi “buoni”, nell’ambito di una grande campagna volta a minare il governo iraniano. Per i dettagli, consultare la sezione “I nostri (nuovi) terroristi, il MEK: abbiamo già visto questo film?
Giuliani e la sua gente si impegnano, dietro le quinte, in tutte queste operazioni insidiose ma poi allegramente usano le telecamere per vomitare la loro propaganda ipocrita alimentando la controproducente “guerra al terrore” presso il pubblico, quando ciò serve ai loro interessi. Forse questo spiega lo stupore di Giuliani (o la finta ignoranza), dopo la scoperta che la famiglia dei presunti attentatori della maratona di Boston proveniva dalla Cecenia. Le mie osservazioni non sono destinate ad essere un commento diretto sulle motivazioni dei due sospetti dell’attentato di Boston, il cui pensiero non è ancora chiaro. E’ ancora assai prematuro e controproducente speculare sulle loro motivazioni. Ma le bugie e la disinformazione finiscono nella nozione confusa e sempre mutevole di “terrorismo” secondo il complesso militar-industriale statunitense (e del fratello minore, il “Complesso nazionale di sorveglianza e sicurezza”), e nel loro bisogno di controllare l’inquadratura sui media tradizionali della storia. Quindi, un mito narrativo semplicistico viene presentato per sostenere le guerre degli Stati Uniti. Di tanto in tanto, questi dettagli devono essere rielaborati e alcuni fatti “dimenticati” per mantenere la trama dei cattivi terroristi “che odiano gli Stati Uniti” quando, in realtà, il governo degli Stati Uniti può aver nutrito le stesse forze come “combattenti per la libertà” contro vari “nemici”.
La linea di fondo è non dimenticare mai che “la guerra di un popolo povero è terrorismo, mentre il terrorismo di un popolo ricco è guerra” e che a volte quelle linee vengono attraversare ai fini della politica di grande potenza. Guerra e terrorismo sembrano funzionare in sincronia in questo modo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Obama e Putin si spartiranno il Medio Oriente?

Thierry Meyssan Rete Voltaire Damasco (Siria) 22 febbraio 2013

pb-120618-obama-putin-01_photoblog900In un articolo pubblicato il 26 gennaio in Russia, Thierry Meyssan espone il nuovo piano di partizione del Medio Oriente su cui lavorano la Casa Bianca e il Cremlino. L’autore rivela i dati principali dei negoziati in corso, senza pregiudicare l’accordo finale o la sua attuazione. L’interesse dell’articolo è che permette di capire le posizioni ambigue di Washington, che spingono i suoi alleati in una situazione di stallo, imponendo un nuovo ordine nel prossimo futuro, pena l’esclusione.

Nel 1916, il Regno Unito e la Francia si divisero il Medio Oriente (accordo Sykes-Picot). Quasi un secolo dopo, gli Stati Uniti e la Russia stanno discutendo un nuovo piano di partizione che gli permetterebbe di sgomberare a loro profitto l’influenza franco-britannica. Il presidente Obama è in procinto di cambiare completamente la sua strategia internazionale, nonostante l’opposizione che il suo progetto genera nella propria amministrazione. I fatti sono semplici. Gli Stati Uniti stanno diventando indipendenti sul piano energetico, grazie al rapido sfruttamento del gas di scisto e delle sabbie bituminose. Pertanto la Dottrina Carter (1980) per garantirsi l’accesso al petrolio del Golfo è un imperativo della sicurezza nazionale finito. Come del resto l’accordo del Quincy (1945) secondo cui Washington si impegnava a proteggere la dinastia dei Saud se gli avesse garantito l’accesso al petrolio della penisola arabica.
I tempi sono maturi per un ritiro massiccio e per trasferire i GI in Estremo Oriente, a contenere l’influenza cinese. D’altra parte, tutto deve essere fatto per evitare un’alleanza militare sino-russa. Dovrebbero pertanto essere fornite delle opportunità alla Russia per allontanarsi dall’Estremo Oriente. Infine, Washington soffoca per le sue relazioni con Israele, troppo strette. Per gli Stati Uniti esse sono estremamente costose, ingiustificabili a livello internazionale, ritrovandosi contro tutte le popolazioni musulmane. Inoltre, dovrebbe essere chiaramente punita Tel Aviv, che ha interferito in modo sorprendente nella campagna elettorale presidenziale degli Stati Uniti, mettendosi sempre più contro il candidato che ha vinto. Questi sono i tre elementi che hanno portato Barack Obama e i suoi consiglieri a proporre un patto a Vladimir Putin, Washington implicitamente riconosce di aver fallito in Siria, ed è pronta a lasciare che la Russia s’installi in Medio Oriente senza contropartita, e di condividerne anche il controllo della regione.
E’ con questo spirito che è stato scritto da Kofi Annan, a Ginevra, il Comunicato del 30 giugno 2012. A quel tempo si trattava solo di trovare una soluzione alla questione siriana. Ma l’accordo è stato subito sabotato da elementi interni dell’amministrazione Obama. Lasciando che gli europei  facessero trapelare alla stampa diversi elementi della guerra segreta in Siria, tra cui l’esistenza di un ordine esecutivo presidenziale che impone alla CIA di schierare propri uomini e mercenari sul terreno. Incastrato, Kofi Annan si era dimesso dal suo incarico di mediatore. Da parte sua, la Casa Bianca ha tenuto un basso profilo per non manifestare le divisioni durante la campagna per la rielezione di Barack Obama. Nell’ombra, tre gruppi si opponevano al comunicato di Ginevra
• Gli agenti coinvolti nella guerra segreta;
• Le unità militari incaricate di contrastare la Russia
• I relè d’Israele.
Il giorno dopo la sua elezione, Barack Obama ha iniziato la Grande Purga. La prima vittima è stato il generale David Petraeus, pianificatore della guerra segreta in Siria. Cadendo in una trappola sessuale tesa da un ufficiale dei servizi segreti militari, il direttore della CIA è stato costretto a dimettersi. Poi una dozzina di ufficiali superiori sono stati posti sotto inchiesta per corruzione. Tra questi, il comandante supremo della NATO (l’ammiraglio James G. Stravidis) e il suo successore designato (general John R. Allen), così come il comandante della Missile Defense Agency, cioè lo “Scudo missile “, (generale Patrick J. O’Reilly). Infine, Susan Rice e Hillary Clinton sono state oggetto di attacchi feroci per l’occultamento al Congresso degli aspetti della morte di Chris Stevens l’ambasciatore ucciso a Bengasi da un gruppo islamico probabilmente sponsorizzato dal Mossad.
Dopo che le sue diverse opposizioni interne sono state disintegrate o paralizzate, Barack Obama ha annunciato un profondo rinnovamento della sua squadra. In primo luogo, John Kerry al dipartimento di Stato. Un sostenitore dichiarato della cooperazione con Mosca su temi d’interesse comune. E’ anche un amico personale di Bashar al-Assad. Poi Chuck Hagel al dipartimento della Difesa. È un sostenitore della NATO, ma un realista. Ha sempre denunciato la megalomania dei neoconservatori e il loro sogno sull’imperialismo globale. Si tratta di nostalgici della Guerra Fredda, quel periodo benedetto in cui Washington e Mosca condividevano il mondo a basso costo. Con il suo amico Kerry, Hagel ha organizzato nel 2008 un tentativo di negoziare la restituzione da Israele delle alture del Golan alla Siria. Infine, John Brennan alla CIA. Questo assassino a sangue freddo è convinto che il vero punto debole degli Stati Uniti è avere creato e sviluppato il jihadismo internazionale. La sua ossessione è eliminare il salafismo e l’Arabia Saudita così, in ultima analisi, alleviando il Nord del Caucaso russo.
Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha continuato i suoi negoziati con il Cremlino. Ciò che dovrebbe essere una soluzione semplice per la Siria è diventato un progetto molto più ampio di riorganizzazione e condivisione del Medio Oriente. Ricordiamo che nel 1916, dopo otto mesi di negoziati, il Regno Unito e la Francia si divisero in segreto il Medio Oriente (accordo Sykes-Picot). Il contenuto di questi accordi fu rivelato al mondo dai bolscevichi quando andarono al potere. Ma ha persistito per quasi un secolo. Ciò che l’amministrazione Obama sta prendendo in considerazione, è un rimodellamento del Medio Oriente per il XXI secolo, sotto l’egida degli Stati Uniti e della Russia.
Negli Stati Uniti, anche se Obama succede a se stesso, non può che gestire gli affari correnti. Non riprenderà le sue massime funzioni che al giuramento del 21 gennaio. Nei prossimi giorni, il Senato sentirà Hillary Clinton sul mistero dell’omicidio dell’ambasciatore in Libia (23 gennaio), poi sentirà John Kerry per confermarne la  nomina (24 gennaio). Subito dopo i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza si riuniranno a New York per discutere le proposte di Lavrov-Burns sulla Siria. Queste includono la condanna delle interferenze esterne, e il dispiegamento di una forza di pace delle Nazioni Unite, appellandosi a diversi giocatori, in modo tale da formare un governo di unità nazionale e pianificare le elezioni. La Francia dovrebbe opporsi, ma senza la minaccia di usare il veto contro il suo padrone degli Stati Uniti.
Il piano originale prevedeva che la forza delle Nazioni Unite dovrebbe essere composta principalmente da soldati dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Il presidente Bashar al-Assad rimane al potere. Negoziando subito una carta nazionale con i leader dell’opposizione non armata scelti con l’approvazione di Mosca e Washington, e che avrebbero adottato questa carta con un referendum sotto il controllo degli osservatori. Questo accordo è stato preparato molto tempo fa dal generale Hassan Tourkmani (assassinato il 18 luglio 2012) e Nikolaj Bordjuzha. Una dichiarazione comune dei ministri degli esteri della CSTO è stata firmata il 28 settembre 2012 e il protocollo è stato firmato dal dipartimento delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace e la CSTO, che adesso ha gli stessi poteri della NATO. Esercitazioni congiunte UN/CSTO si sono svolte in Kazakhstan sotto il titolo “Fratellanza Inviolabile” (dall’8 al 17 ottobre 2012). Infine, un piano di schieramento dei “colbacchi blu” è stato discusso al Comitato militare delle Nazioni Unite (8 dicembre).
Una volta stabilizzata la Siria, una conferenza internazionale si terrà a Mosca sulla pace globale tra Israele e i suoi vicini. Gli Stati Uniti ritengono che non sia possibile negoziare una pace separata tra Israele e Siria, con i siriani che esigono prima una soluzione della Palestina nel nome del panarabismo. Ma non è possibile negoziare una pace con i palestinesi, perché sono molto divisi, a meno che la Siria venga incaricata a costringerli a rispettare un accordo di maggioranza. Pertanto, i negoziati dovranno essere globali, sul modello della Conferenza di Madrid (1991). In questo caso, Israele si ritirerebbe il più possibile nei suoi confini del 1967. I Territori Palestinesi e la Giordania si fonderebbero per formare uno stato palestinese unico. Il suo governo verrebbe affidato ai Fratelli musulmani che renderebbero la soluzione accettabile agli attuali governi arabi. Poi, le alture del Golan sarebbero restituite alla Siria in cambio dell’abbandono del Mare di Galilea, lungo le linee previste una volta dai negoziati di Shepherdstown (1999). La Siria garantirebbe il rispetto dei trattati da parte giordano-palestinese.
Come in un domino, ci sarebbe poi la questione curda. L’Iraq verrebbe smantellato per dare vita a un Kurdistan indipendente e la Turchia sarebbe destinata a diventare uno Stato federale concedendo l’autonomia alla regione curda. Gli Stati Uniti, vorrebbero estendere il rimodellamento sacrificando l’Arabia Saudita, diventata inutile. Il paese sarebbe diviso in tre, mentre alcune province verrebbero riunite alla federazione giordano-palestinese o all’Iraq sciita, secondo un vecchio piano del Pentagono (“Taking Saudi out of Arabia“, 10 luglio 2002). Questa opzione permetterebbe a Washington di lasciare un ampio spazio all’influenza di Mosca, senza dover sacrificare parte della propria influenza. Lo stesso comportamento è stato osservato quando il FMI, a Washington, decise di aumentare i diritti di voto dei paesi BRICS. Gli Stati Uniti non fecero nulla, cedendo il loro potere e costringendo gli europei a rinunciare a parte dei loro voti in fare dei BRICS.
Questo accordo politico-militare verrebbe accompagnato da un accordo energetico-economico, sul vero problema della guerra contro la Siria, in cui la maggior parte dei giocatori cerca di conquistarne i giacimenti di gas. Grandi giacimenti, infatti, sono stati scoperti nel sud del Mediterraneo e in Siria. Posizionando le sue truppe nel Paese, Mosca si garantirebbe un controllo più ampio sul mercato del gas, nei prossimi anni. Il dono della nuova amministrazione Obama a Vladimir Putin raddoppia di valore. Non solo allontana dall’Estremo Oriente i russi, ma viene anche  usato per neutralizzare Israele. Se un milione di israeliani ha la doppia cittadinanza degli Stati Uniti, un altro milione è di lingua russa. Installatesi in Siria, le truppe russe dissuaderanno gli israeliani dall’attaccare gli arabi e gli arabi dall’attaccare Israele. Pertanto, gli Stati Uniti non avrebbero più bisogno di spendere ingenti somme per la sicurezza della colonia ebraica. Il nuovo accordo richiederebbe che gli Stati Uniti riconoscano, infine, il ruolo regionale dell’Iran. Tuttavia, Washington pretenderebbe che Teheran si ritiri dall’America Latina dove ha stabilito relazioni, tra cui il Venezuela. Ignoriamo la reazione iraniana a questo aspetto dell’accordo, ma Mahmoud Ahmadinejad è già ansioso di sapere se Barack Obama avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per aiutarlo a prendere le distanze da Tel Aviv.
I perdenti in questo piano sono, in primo luogo, la Francia e il Regno Unito, la cui influenza si affievolisce. Quindi Israele, privato dell’influenza negli Stati Uniti e restituito al giusto status di piccolo Stato. Infine, l’Iraq verrebbe smantellato. E forse l’Arabia Saudita, che ha lottato per settimane per venire a patti con gli uni e con gli altri per sfuggire al destino che gli è stato promesso. Vi sono anche dei vincitori. Prima di tutto Bashar al-Assad, ieri indicato quale criminale contro l’umanità dall’occidente, e domani glorificato come il vincitore sugli islamisti. E soprattutto Vladimir Putin, per la sua tenacia durante il conflitto, riuscendo a far uscire la Russia dal suo “contenimento”, riaprendola al Mediterraneo e al Medio Oriente, e riconoscendole la supremazia sul mercato del gas.

Thierry Meyssan

Fonte: Odnako (Federazione Russa) Settimanale informazioni generali. caporedattore: Mikhail Leontiev.
Articolo pubblicato il 26 gennaio 2013 sul settimanale russo Odnako (rivista vicino a Vladimir Putin)

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Libia: Fallimento della NATO in Libia e sconvolgimento dell’US Army

Horace G. Campbell, Pambazuka, 26/11/2012
PETRAEUS AFGHANISTAN

La relazione extraconiugale che avrebbe causato le dimissioni del capo della CIA, generale Petraeus, è insignificante in confronto all’appartenenza a una sezione delle forze armate e delle agenzie di intelligence degli Stati Uniti che persegue un complesso e completo programma di destra. E’ in questo contesto che i giornalisti e le università sono manipolati con la bella storia dell’AFRICOM, in particolare sulla Libia, diffusa negli Stati Uniti. Ma la morte dell’ambasciatore Stevens a Bengasi sfata questo mito.

Carter Ham è stato sollevato dal suo incarico a capo del Comando Africa degli Stati Uniti (AFRICOM). Petraeus si è dimesso dalla CIA il 9 novembre. Il 26 ottobre, il viceammiraglio Charles M. Gaouette è stato assegnato al comando del gruppo d’attacco dell’USS John Stennis. Questi tre cambiamenti nei vertici della dirigenza militare statunitense sono tutti collegati al fallimento della missione e dell’intervento della NATO in Nord Africa, con la successiva guerra e ondate di assassini effettuati dalle milizie in Libia, in particolare a Bengasi. Questi cambiamenti mostrano la nuova autonomia e capacità di combattere una guerra testata in circostanze in cui, la CIA e i capi delle strutture di comando militare, come il Comando Centrale (CENTCOM) o AFRICOM, perseguono politiche indipendenti dal potere esecutivo e dalla leadership civile. Questi esperimenti hanno fallito, con conseguenze devastanti per l’intero apparato militare, incastrando generali, speculatori finanziari e specialisti mediatici di questioni militari e politiche.
Il 18 ottobre 2012, il segretario della difesa, Leon Panetta, annunciava che il presidente Obama avrebbe nominato comandante di AFRICOM il generale David Rodriguez, in sostituzione di Carter Ham. Quest’ultimo ha preso il comando di Africom dal generale William “Kip” Ward l’8 marzo 2011, e si fece notare come responsabile dell’intervento internazionale della NATO in Libia, presumendo che sarebbe durato un mese. Questa guerra è durata più di un anno. Un anno più tardi, dopo che le forze NATO hanno annunciato il loro “successo” in Libia, gli scontri con le milizie dell’11 settembre 2012 portarono al decesso dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia Christopher Stevens, e di altre tre persone (uno specialista del dipartimento di stato e due agenti della CIA) nei “locali” statunitensi di Bengasi. La risposta all’indagine interna dell’US Army è stata la nomina del generale David Rodriguez a capo di AFRICOM. Se e quando il Senato confermerà la nomina di David Rodriguez, AFRICOM avrà avuto tre diversi comandanti in meno di quattro anni.
Il 9 novembre, due giorni dopo che Barack Obama è stato eletto presidente degli Stati Uniti, veniva annunciato che il generale a quattro stelle in pensione e direttore generale della Central Intelligence Agency (CIA) si era dimesso. David H. Petraeus, che aveva corteggiato la stampa e le università per crearsi la reputazione di soldato-studioso di successo, improvvisamente si dimetteva dopo che la sua relazione extraconiugale era stata rivelata al pubblico. Questa relazione extraconiugale, a Washington, con la sua biografa che ha scritto “Tutto: la formazione del generale David Petraeus“, non era un segreto per nessuno. Questo libro è stato pubblicato nel gennaio 2012. Quando Paula Broadwell apparve in televisione a gennaio per promuoverlo, fece un discorso era pieno di allusioni, e coloro che potevano leggere tra le righe avrebbero capito ciò che stava cercando di comunicare. I media hanno riferito che la relazione extraconiugale è stata scoperta dal Federal Bureau of Investigation (FBI) e che questo testimoniava “un giudizio discutibile” del generale. Tra il 18 ottobre, quando il comandante di AFRICOM è stato sollevato dal suo incarico, e il 9 novembre, quando il generale Petraeus si è dimesso, c’è stato un notevole sforzo per presentare le informazioni sugli eventi di Bengasi, allo scopo d’influenzare il risultato delle elezioni presidenziali del 6 novembre. In gergo militare, questo sforzo dei neo-conservatori di scaricare la caduta di Bengasi sulle spalle della Casa Bianca, sarebbe stata considerata un’operazione d’informazione militare.
La stretta relazione tra media statunitensi, mondo accademico e forze armate è stata perfezionata nella nuova guerra, volta a combattere secondo i metodi sperimentati dall’adozione del Patriot Act e dalla fusione di media, aziende high-tech e quelle armi letali, robotiche, senza equipaggio, chiamate droni. Nella guerra gestita con tali metodi, i giornalisti e gli accademici che servono gli interessi dei vari rami militari hanno cercato di nascondere quegli enormi fallimenti come il fiasco dell’Iraq o della massiccia guerra contro la droga in Afghanistan. Questi camuffamenti sono stati rafforzati da relazioni tendenziose sul ruolo dei vari generali. Il recente libro di Thomas Ricks: “Generali: il comando militare americano dalla seconda guerra mondiale ad oggi” è uno degli spettacoli della nuova alleanza tra settori dei media e della dirigenza  militare. In questo libro, molti generali vengono criticati per la loro incompetenza e mancanza di visione. Tom Ricks ha partecipato a un dibattito dicendo che molti generali erano da licenziare. Per quanto riguarda Petraeus, Tom Ricks ha avuto solo complimenti, notando che “ha dimostrato una vera indipendenza mentale… Si tratta di un generale che sa adattarsi.” In questo libro, Petraeus è la pietra di paragone, mentre altri, come Tommy Frank e Casey vengono paragonati a William Westmoreland, simbolo del fallimento in Vietnam. Il web è ormai invaso da storie di sesso, intrighi e corruzione ora svelati al Mondo, in modo che tutti possano vedere come dei generali, come John Allen comandante delle forze USA in Afghanistan, che si ritiene sia al centro della guerra, abbia avuto il tempo e lo spazio per inviare da 20 a 30000 pagine di e-mail a Jill Kelley, una donna che vive a Tampa (Florida) considerata una rivale dell’amante del generale Petraeus. I titoli dei media su “la comunicazione non appropriata” con Jill Kelly, può distrarre dalla realtà dell’attuale situazione di guerra e di insicurezza in Libia, che ha provocato più di 50.000 morti  dall’intervento della NATO e della sua “responsabilità di proteggere“.
Per il popolo libico, le Nazioni Unite e la comunità pacifista, la rivelazione dello scandalo Petraeus ha un interesse particolare a causa della stretta relazione tra compagnie petrolifere, agenzie militari e di intelligence occidentali e le milizie di predoni che terrorizzano la popolazione libica. Il fallimento della strategia di controinsurrezione in Iraq e in Afghanistan si svela in Libia. Tutto è qui. Quando le informazioni sull’attacco ai “locali” statunitensi a Bengasi furono date, ci fu confusione. Lo spazio attaccato è un “consolato”, un “locale” del Dipartimento di Stato, un rifugio della CIA o, addirittura, una prigione per i miliziani catturati? Questa confusione ha distolto l’attenzione dal fatto che gli elementi dell’esercito hanno formulato una politica di allineamento con alcune milizie nella parte orientale della Libia (a volte chiamati jihadisti), che in passato hanno avuto legami con gruppi che gli Stati Uniti indicavano come “organizzazioni terroristiche”. Francia, CIA e AFRICOM hanno avuto come alleati questi jihadisti, nel destabilizzare la Libia, congelare i miliardi di Gheddafi, assassinarlo e stringere un’alleanza con una Libia quale base per l’attuale spinta al cambio di regime in Siria. I repubblicani pensavano di poter approfittare della confusione e della disinformazione diffuse dai servizi d’intelligence e militari sulla vera causa della morte dell’ambasciatore statunitense a Bengasi. Le udienze si svolgono su richiesta dei repubblicani, nel Congresso dominato dai repubblicani. Il Dipartimento di Stato ha fatto dichiarazioni, e la CIA ha pubblicato un calendario degli eventi a Bengasi, nella notte dell’11 settembre.
I media conservatori tentano di politicizzare il caso cercando di presentare una tabella che dimostri l’incompetenza dell’amministrazione Obama. Dopo ogni nuova dichiarazione alla stampa e presentazione del calendario, spuntano nuove informazioni, che pongono nuove questioni circa il marciume e la corruzione nell’esercito degli Stati Uniti. Dopo le sue dimissioni, è stato riferito dalla stampa statunitense che il generale David Petraeus ha visitato la Libia a fine ottobre, per condurre una propria indagine (alcuni direbbero un cover-up). Dopo la pubblicazione di queste informazioni, è stato rivelato che la CIA deteneva  miliziani libici in un suo edificio a Bengasi. Queste informazioni, rilasciate da Paula Broadwell in un discorso all’Università di Denver il 26 ottobre, ha ulteriormente complicato il nodo libico. Petraeus è stato il comandante delle forze USA in Iraq e in Afghanistan, in un momento della storia degli Stati Uniti in cui le informazioni militari sono importanti quanto le armi. Secondo la dottrina militare degli Stati Uniti, in questa nuova forma di guerra c’è una lotta per il controllo della narrazione. L’esercito degli Stati Uniti non è mai stato in grado di controllare le storie sull’Africa perché la storia della supremazia e del sciovinismo bianco hanno impedito una chiara comprensione delle dinamiche dell’auto-determinazione in Africa. Nel corso degli ultimi dieci anni, di assoluto fallimento delle operazioni militari statunitensi in Iraq e in Afghanistan, lo sforzo per  controllare la narrazione ha comportato una massiccia campagna di disinformazione contro i cittadini statunitensi.
Nel caso specifico della Libia, i media hanno presentato la “fine della guerra” come la vittoria delle forze della NATO. La verità non è mai stata dichiarata. Non è mai stato detto che la lotta continua in Libia, con la recentissima battaglia di Bani Walid quale prova esplicita della continuazione della guerra. Il “successo” dell’intervento della NATO era la versione ufficiale, fino a che la morte dell’ambasciatore Stevens ha dimostrato la natura stratificata della guerra. Tra il licenziamento del generale Carter Ham e le dimissioni del generale Petraeus, vi è stata la sostituzione del viceammiraglio Charles M. Gaouette posto a capo del gruppo d’attacco dell’USS John C. Stennis. Mentre tutta la questione su Libia e Petraeus viene sezionata, questa settimana vogliamo esaminare in che modo le strutture come l’AFRICOM cercano di gestire il tutto, come se il comando fosse un governo parallelo con un proprio accesso a risorse contro l’AIDS, le società militari private, il gruppo di attacco della portaerei John Stennis… Siamo di fronte alla collusione tra l’esercito e i servizi di intelligence indipendenti dal potere esecutivo, che ne ha perso il controllo.

Carter Ham è stato scelto dai crociati dell’esercito degli Stati Uniti
Quando l’Africa Command degli Stati Uniti è stata fondata nell’ottobre del 2007, William E. “Kip” Ward, un generale statunitense a quattro stelle, vi prestò servizio come comandante dal 1° ottobre 2007 all’8 marzo 2011. Afro-americano, è stato degradato a generale a tre stelle e sarà presto in pensione. È stato ritirato dall’AFRICOM subito dopo l’adozione della risoluzione 1973, nel febbraio 2011, quando la NATO e le agenzie d’intelligence degli Stati Uniti erano a conoscenza del complotto contro il popolo libico, da eseguirsi mediante AFRICOM. Come afro-americano, Ward aveva instaurato stretti rapporti con generali e politici africani, anche quelli che avevano pubblicamente preso posizione contro AFRICOM. La retrocessione di Ward si basa sull’accusa di aver speso troppo denaro, consentendo ai membri della famiglia di viaggiare con gli aerei del governo. Ed ecco un ufficiale che viaggiava con moglie e famiglia, caduto in disgrazia dall’alto comando dell’esercito, in un momento in cui il generale Petraeus dimostrava “mancanza di giudizio” verso Paula Broadwell.
Nel novembre 2012, hanno tolto una stella al generale William  “Kip” Ward” per uso improprio dei fondi militari quando era capo di AFRICOM, e deve ancora risarcire 82 mila dollari. Nel novembre 2010, il Senato confermava la nomina del generale Carter Ham al comando AFRICOM, ma l’ondata rivoluzionaria in Tunisia e in Egitto accelerava mentre assumeva l’incarico e s’insediava l’8 marzo 2011. A quel tempo, le forze armate degli USA erano divise tra coloro che ho definito le rocce e i crociati (vedi “Le Forze armate statunitensi e Africom: tra le rocce e i crociati” Pambazuka News, 31 marzo 2011). In questo articolo, ho detto che il capo di AFRICOM è stato scelto dai crociati. I crociati è un termine di Seymour Hersh, che lo ha usato per un pubblico poco preoccupato dalla pace e dalla giustizia sociale, in un articolo sulla rivista Foreign Policy. In questo articolo, Hersh ha rivelato che una fazione all’interno delle forze armate degli Stati Uniti, nota come “i crociati”, ha preso il potere nell’esercito. Hersh ha sostenuto che i crociati erano determinati a intensificare la guerra contro l’Islam e a considerarsi i protettori del cristianesimo. Secondo questo articolo, Hersh sostiene che gli elementi neo-conservatori dominano le alte sfere delle forze armate statunitensi, tra cui figure come l’ex-comandante statunitense in Afghanistan, Stanley McChrystal e il viceammiraglio William McRaven. Hersh ha detto: “Quello che sto dicendo è che otto o nove neo-conservatori, dei radicali se si vuole, hanno rovesciato il governo americano e preso il potere.”
Nel maggio 2009, quattro mesi dopo l’arrivo al potere del presidente Barack Obama, Harper Magazine ha pubblicato un lungo articolo che poneva il generale David Petraeus al centro dei crociati. L’articolo dal titolo “Proselitismo evangelico ancora dilagante tra le forze armate degli Stati Uniti“, dettagliava  in modo notevole il ruolo dei crociati. L’articolo discuteva di un libro del tenente-colonnello William McCoy, il cui titolo è “Manuale spirituale per il personale militare“. Secondo l’articolo, il libro sottolineava le “tendenze anti-cristiane” negli Stati Uniti e tentava di contrastare queste tendenze difendendo “la necessità per i cristiani di avere un esercito che funzioni correttamente“. Il libro di McCoy è stato adottato dal generale David Petraeus, che ha detto: “Oltre alle bandiere, questo libro dovrebbe essere in ogni zaino oggi, in cui i soldati hanno bisogno di energia spirituale“.
La guerra in Libia ha fornito ai crociati la possibilità di distruggere una società stabile del Nord Africa e di devastarne la società con 1700 milizie. Non solo i crociati hanno permesso l’invasione della Libia, ma anche di crearvi il caos, generando un grande tensione in Africa. L’impatto ha creato instabilità in tutto il nord-ovest dell’Africa. Carter Ham ha preso il comando di AFRICOM dopo che il generale Stanley McChrystal era stato licenziato. Petraeus ha curato i media e il mondo accademico, e ora sappiamo che la sua arroganza e superbia gli garantivano una elevata tolleranza all’idea dell’eccezionalità e superiorità innata del cittadino statunitense di origine europea. AFRICOM ha approfondito il concetto del generale Petraeus di mobilitazione delle forze “oscure” per la guerra. Questo concetto si basa sulla mobilitazione di risorse finanziarie e di personale esterni alla struttura formale dell’US Army, e un grande uso della Central Intelligence Agency (CIA) e delle società militari private. Nick Turse ha documentato questo cambiamento della pianificazione e dei combattimenti dell’istituzione militare nel libro: “Il nuovo volto dell’impero: operazioni speciali, droni, spie, combattenti-fantoccio, basi segrete e guerra informatica“, Haymarket Book, 2012. All’inizio dell’anno, Turse aveva partecipato a un dibattito con il colonnello Davis dell’AFRICOM sulla crescita rapida della presenza militare degli Stati Uniti in Africa (Vedasi: La rapida crescente presenza militare degli Stati Uniti in Africa). La discussione con il direttore dell’Ufficio affari pubblici del Comando dettagliava grandemente una serie di questioni sollevate da Turse, ed ha mostrato come la burocrazia dell’AFRICOM sia diventata sensibile alle nuove forme di guerra, delegandola alle operazioni con i droni e le forze speciali. (cfr. Dibattito).
Petraeus ha trovato lo spazio ideale per creare una unità militare/intelligence per elaborare una politica alternativa, quando chiese il comando della CIA e di gestire la rete di corruzione e droga in Afghanistan, nel 2011. Secondo il New York Times, Petraeus ha offuscato il confine tra soldati e spie in missione segreta all’estero. “La nomina del generale Petraeus e del signor Panetta sono l’ultima prova di un mutamento significativo negli ultimi dieci anni, su come gli Stati Uniti combattano le loro battaglie, confondendo il confine tra soldati e spie in missione segreta all’estero… Petraeus ha gettato l’esercito nelle braccia della CIA, che si avvale di operazioni speciali militari e di agenzie di sicurezza private per condurre missioni di spionaggio. Come comandante del Comando Centrale degli USA, ha anche firmato nel settembre 2009 un ordine confidenziale che autorizza le truppe per operazioni speciali a raccogliere informazioni in Arabia Saudita, Giordania, Iran e in altri luoghi ancora, oltre alle zone di guerra tradizionali.” (Vedasi)

Carter Ham licenziato dopo Bengasi
Questa è l’alleanza dei crociati che ha occupato il Dipartimento di Stato e la diplomazia degli Stati Uniti nella guerra in Libia. L’ambasciatore Stevens è diventato un campione della collaborazione tra il Comando Operazioni Speciali e le società militari private. Christopher Stevens aveva lasciato il suo posto presso l’ambasciata a Tripoli, nel febbraio 2011, per coordinare questo tipo di guerra a Bengasi. Quando la NATO ha dichiarato la vittoria, nell’ottobre 2011, Christopher Stevens venne scelto come ambasciatore in Libia e nel maggio 2012 era di nuovo in Libia. Tuttavia, la base principale per le operazioni speciali e gli intrighi in favore della sicurezza privata a Bengasi, era laddove la CIA aveva una base per il reclutamento degli “estremisti” diretti in Siria. Stevens è stato intrappolato in uno scontro tra la milizia e la CIA. L’ambasciatore Christopher J. Stevens, il senior management delle informazioni Smith Sean e gli agenti della CIA Tyrone Woods e Glen Doherty sono stati uccisi in un attacco a Bengasi, durante la notte dell’11-12 settembre 2012. Quando giunse la notizia, venne inizialmente detto che Woods e Doherty erano stati identificati come contractor privati, al fine di distogliere l’attenzione sulla CIA nella battaglia di Bengasi. Sean Smith, il responsabile informazione del Dipartimento di Stato, era il simbolo di quei simpaticoni che si sono mobilitati per una nuova postura militare degli Stati Uniti. Dopo la sua morte, la comunità “trendy” era in lutto.
Secondo il New York Times: “Il signor Smith era un accanito giocatore online di un videogame multiplayer chiamato Eve Online, in cui centinaia di migliaia di partecipanti di tutto il mondo, agiscono come pirati o diplomatici in un ambiente fantascientifico. Smith, on-line era “topo vile”. La sua esperienza è indicativa di come l’esercito abbia mobilitato esperienze sia nel mondo reale che nel mondo virtuale. Messaggi in codice vennero scambiati nel mondo virtuale, per assecondare gli interessi dei servizi segreti militari che operano al di fuori del quadro politico del governo. Sean Smith era chiamato “Maven” dai suoi compagni di gioco che ne hanno pianto la morte. E’ nel libro di Malcolm Gladwell, “Tipping Point” (Punto di interruzione), che Smith viene accostato ai “Maven” o connettori, “specialisti dell’informazione” o “alla persona che riposa dopo averci dato nuove informazioni.” Questi esperti o connettori sono cruciali per la nuova forma di guerra dove il confine tra guerra virtuale e guerra reale svanisce. Sempre più spesso i giocatori pescano a piene mani da situazioni reali, al punto che molti videogiochi sono in realtà delle simulazioni di possibili scenari di guerra. I militaristi conservatori che progettano questo tipo di distrazioni macho, hanno appena pubblicato Call of Duty Black Ops II, dove si presenta un David Petraeus virtuale come Segretario della Difesa. Sean Smith ha tragicamente imparato che la vera guerra non è un gioco. Il libro di Bob Woodward ci dice che l’ex generale Jack Keane (ora membro del consiglio dell’Istituto per lo studio della guerra) è uno dei più forti sostenitori della dirigenza militare/intelligence di Petraeus.
Il fatto che Jack Keane era arrivato alla National Public Radio (NPR) come presentatore, per spiegare la tempistica degli eventi di Bengasi (dove Stevens e Smith sono morti), rivela l’importanza del coinvolgimento di Petraeus negli eventi della notte dell’11-12 settembre. E’ in questa intervista del 2 novembre, che Jack Keane ha detto al Mondo della decisione del generale Carter Ham di chiedere alla National Response Force Mission (NMRF) di schierarsi a Bengasi. La NMRF è un’unità segreta di base sulla costa orientale degli Stati Uniti, in allerta 24 ore su 24, 7 giorni su 7, è l’unità di intervento più veloce disponibile a recarsi in qualsiasi parte del Mondo. In questa intervista, Keane ha detto al pubblico statunitense: “Queste sono forze di terra. Non c’era altra forza disponibile e questo è il motivo per cui ha dovuto chiedere rinforzi fuori dall’AFRICOM. Il generale Ham ha cercato forze simili nel Comando Europeo, che ha un’altra forza segreta destinata alle operazioni speciali, ma si addestrava in Europa centrale; fu trasferita in una base, equipaggiata per il combattimento e inviata a Sigonella. Quando queste forze sono arrivate, furono informate che la sede della CIA era stata evacuata. Il problema che abbiamo è che AFRICOM non ha forze assegnate alla regione della Libia, quindi abbiamo dovuto dipenderne,… allertando le truppe provenienti dall’Europa e dal Nord America per venire a combattere.” Le informazioni sullo schieramento del comandante di AFRICOM erano velate, ma sufficienti per capire che Carter Ham è stato coinvolto in una battaglia per cui AFRICOM non è adibito. Quando il Pentagono indagò sui fatti di Bengasi, Carter Ham venne sollevato dal suo incarico di comandante di AFRICOM. Non vi aveva prestato servizio per i consueti tre anni. Petraeus visitò la Libia dopo la partenza di Carter Ham, nella speranza di salvare la sua reputazione e le forze di guerra e distruzione che aveva sviluppato.

Ascesa e caduta di Petraeus: Bengasi, snodo elettorale
Petraeus è un ufficiale ambizioso, che ha raggiunto fama internazionale perché sapeva corteggiare i media in modo da fargli un ritratto luminoso. Petraeus è noto come ufficiale ambizioso da quando era a West Point, dove si rese conto che sposando la figlia del sovrintendente dell’Accademia Militare di West Point, l’avrebbe aiutato nella sua carriera. Holly Knowlton proviene da una famiglia di tradizione militare. Suo padre, generale William A. Knowlton, era il capo dell’Accademia Militare di West Point quando Petraeus era ancora un cadetto. Petraeus si è laureato all’Accademia di West Point nel 1974, due mesi dopo aver sposato Holly. Petraeus si spaccia come studioso e soldato, così ha studiato a Princeton e ha scritto una tesi dal titolo “L’esercito americano e le lezioni del Vietnam“. Per soddisfare le sue ambizioni, Petraeus usò l’accademia, in particolare i sociologi, per soddisfare le sue “ambizioni”. E’ stato il rapporto con uno di questi scrittori che ha rivelato l’entità delle sue ambizioni manovriere. Nell’esercito, Petraeus era noto dagli ufficiali tradizionali come uno che avrebbe fatto qualsiasi cosa per avanzare di carriera. Il suo stretto rapporto con George W. Bush e il “successo” della rimonta delle truppe in Iraq, hanno contribuito alla sua reputazione. Petraeus è una figura controversa per la sua vicinanza ai neo-conservatori. Un ufficiale in pensione si pone la domanda: “Il generale Petraeus è un eroe, come suggerito dalle sue dichiarazioni alla stampa, o è una finzione creata, imballata e presentata al popolo americano dall’amministrazione Bush e dai suoi alleati neo-conservatori nei media e nel mondo accademico, come icona della contro-insurrezione?” (Cfr. Col. Douglas MacGregor, La saga di Petraeus: epitaffio per un quattro stelle)
La storia del generale Petraeus è ora di dominio pubblico. Ma ciò che è ignoto è come sia diventato un vero e proprio capolavoro di finzione creato, confezionato e raccomandato al pubblico statunitense. La maggioranza dei cittadini statunitensi non conosce le immense sofferenze inflitte al popolo iracheno dopo la rimonta delle truppe voluta dal generale Petraeus. Nell’esercito c’erano grandi differenze tra gli ufficiali nello sforzo di comprendere l’esperienza in Afghanistan e in Iraq. Ciò ha portato alla pubblicazione di importanti studi dal titolo “Decennio di guerra”. Lo studio delle guerre che seguirono l’11 settembre dello Stato Maggiore, rappresenta lo sforzo dell’esercito per capire perché l’esercito statunitense ha fallito e si è impantanato nella palude della corruzione, della guerra contro la droga in Afghanistan e in Iraq. Non mancano certamente scrittori che hanno esplorato in dettaglio come gli Stati Uniti hanno corrotto l’Afghanistan. Un articolista del Washington Post è stato esplicito quando ha scritto “La corruzione afgana e come gli Stati Uniti l’hanno favorita“: “E’ ora che noi americani – governo, media, analisti e intellettuali – guardiamo con occhio acuto alle cause della corruzione in Afghanistan; il fatto è che siamo tanto da biasimare per quello che è successo. Gli afgani e noi abbiamo fortemente ritardato ad ammettere i nostri sforzi o a correggerci“. Altri esperti militari noti, come Anthony Cordesman, hanno scritto ampiamente sul saccheggio e la devastazione dell’Afghanistan. Uno scrittore pacifista come Alfred McKoy ebbe a scrivere: “C’è qualcuno per pacificare lo stato numero uno stato delle droghe. Le guerre dell’oppio in Afghanistan?“.
Anche se il nome di Petraeus non è specificamente apparso in queste relazioni su droga e  corruzione, la sua posizione di comandante in Afghanistan e capo del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha inevitabilmente puntato i riflettori nella sua direzione. Da importante esperto nella presentazione delle informazioni sulle operazioni militari redatte per i media, Petraeus ha avuto cura della stampa. Una delle manifestazioni più evidenti si può trovare nel nuovo libro di Thomas Ricks: “Generali: il Comando militare americano dalla seconda guerra mondiale ad oggi“. In questo libro, generali come Tommy Franks sono vilipesi, mentre Petraeus viene esaltato. Petraeus riceveva lo stesso atteggiamento da sicofante nel suo rapporto con Paula Broadwell. Petraeus aveva conosciuto Broadwell nel 2006, quando operava tra la CIA e Harvard. Ma questo rapporto non è stato completo prima della morte del generale William A. Knwolton nel 2008.

Il generale Petraeus e la mancanza di rispetto per Barack Obama
Petraeus si è reso popolare tra i neo-conservatori e i fondamentalisti cristiani come un buon esempio del codice d’onore dei cadetti di West Point. Il codice d’onore è semplice. Disse: “Un cadetto non mente, non bara, non ruba e non tollera quelli che lo fanno.” A causa del suo sostegno a “Agli ordini: manuale spirituale per il personale militare” del tenente-colonnello William McCoy, Petraeus era sui radar della destra. Non è un caso che politici come George W. Bush hanno fatto appello a lui. Bob Woordward nel suo libro ‘Le guerre di Obama’, ha documentato la mancanza di rispetto di un settore militare (i crociati) verso Obama. E’ importante per il lettore comprendere la profonda arroganza di Petraeus verso Obama. La formulazione di Petraeus era particolarmente rivelatrice, quando ha cercato di “incastrare” il presidente sulla questione del dispiegamento di truppe in Afghanistan. Bob Woodward racconta il via vai tra Obama, Petraeus e il generale Stanley McChrystal. Stanley McChrystal aveva istigato la divulgazione di notizia sulla corruzione in Afghanistan facendo commenti espliciti sul presidente Obama, sapendo che sarebbe valsa la pena di restare fuori dalla guerra alla droga in Afghanistan. Immediatamente nominato comandante in Afghanistan da Barack Obama, Petraeus comprese il valore dell’eredità del generale, e per via del suo senso della storia, approvò il progetto di Paula Broadwell che voleva scrivere la sua biografia. Douglas MacGregor lo descrive in questo modo: “Petraeus e Broadwell sono semplicemente due persone con obiettivi che convergono“.
Tra la biografia della Broadwell e il libro di Thomas Ricks, Petraeus è convinto che i posteri ricorderanno il suo nome. Nell’esercito vi era un intenso dibattito nel corpo degli ufficiali, sulla questione se ufficiali come Petraeus dovessero rendere conto. Il tenente-colonnello Paul Yingling ha scritto un articolo ampiamente discusso sul Giornale delle forze armate: “Il fallimento dei generali”. Con la presa del potere dei crociati nel campo militare, gli ufficiali che seguono la linea di Petraeus sono considerati favorevolmente. Secondo un articolo del New York Times, “Petraeus è stato il militare americano più importante negli ultimi dieci anni, l’architetto della rimonta delle truppe in Iraq. Ha sostituito il Generale Colin L. Powell come volto dei militari, diventando un personaggio esaltato da entrambe i lati della “linea” di Washington. Il New York Times è pienamente consapevole della divisione tra le rocce e i crociati, e di come Obama ha usato Colin Powell per chiamare a raccolta le rocce per sconfiggere i crociati. Ora sappiamo che il team di Obama non era compiacente verso le attività del generale Petraeus, che venivano monitorate. L’amministrazione lo teneva d’occhio ed era pienamente consapevole delle ambizioni presidenziali di Petraeus. Aveva assicurato Rahm Emmanuel di non essere un candidato per le presidenziali del 2012. Nel profilo favorevole compilato dal New York Times, si apprende che “Broadwell è diventata una presenza permanente presso la sede della coalizione guidata dagli americani a Kabul, poco dopo che Petraeus ne ha assunto il comando nel giugno 2010. Era considerata un’ambiziosa che perseguiva lo scopo di essere ammessa nell’elite della sicurezza nazionale di Washington. Se ne risentì quando gli ufficiali fecero notare che lei approfittava del suo rapporto con il loro capo.” Sei mesi dopo che Petraeus prese ufficio a Kabul, servendo da mentore della sua biografa, l’amministrazione nominò Holly Knowlton Petraeus alla carica di vicedirettrice dell’US Consumer Financial Protection Bureau, il cui compito è difendere i militari e le loro famiglie. La storia rivelerà più tardi il grado di contatto tra Michelle Obama e Holly Knowlton, quando gli iniziati a Washington capirono perfettamente le insinuazioni di Paula Broadwell al Daily Show.

Bengasi e la Libia entrano nel gioco elettorale
Settimane dopo gli scontri tra le milizie concorrenti a Bengasi, che costarono la vita degli agenti CIA e dell’ambasciatore degli Stati Uniti, i media simpatizzanti con i crociati “s’impadronirono di una serie di agenzie conservatrici, per lanciare accuse incendiarie poco prima delle elezioni, affermando che quattro americani erano stati uccisi a causa della negligenza dell’amministrazione.” Petraeus non fece alcuna dichiarazione pubblica. Ma i rapporti dei media e il breve viaggio di Petraeus in Libia sono la prova che ci fosse un grande progetto per limitare i danni. Sezioni dei media conservatori erano così sicuri della storia, che hanno accusato l’amministrazione di negligenza. William Kristol, direttore del conservatore Weekly Standard, ha concluso che l’agenzia stava indicando la Casa Bianca, suggerendo che avrebbe rifiutato l’azione richiesta. “Petraeus getta Obama in pasto ai lupi” avrebbe dovuto essere intitolato l’articolo sul blog del Weekly Standard. Tra l’incidente a Bengasi, il blog di William Kristol e la storia di Jack Keane sulla National Public Radio, c’era solo una cosa che avrebbe protetto Petraeus da una rivelazione completa. Le elezioni del 6 novembre 2012.
Bengasi e la Libia non furono un problema durante le elezioni, come speravano conservatori e crociati. Le forze alleate per la pace e la giustizia hanno eletto Barack Obama il 6 novembre. Due giorni dopo la sua rielezione, Petraeus ha rassegnato le dimissioni. I media ci dicono che il presidente aveva sentito per la prima volta dell’indagine sul rapporto tra Paula Broadwell e David Petraeus, l’8 novembre, quando Petraeus ha presentato le sue dimissioni. Secondo i media, il procuratore generale Eric Holder era stato già informato nel corso dell’estate. E’ difficile credere che il presidente non sapesse che l’FBI indagava sul generale David Petraeus. “I funzionari della Casa Bianca hanno detto che erano stati informati  la sera di mercoledì, che Petraeus aveva in programma di dimettersi a causa della sua relazione extraconiugale. Giovedì mattina, poco prima di una riunione del personale alla Casa Bianca, il presidente veniva informato quello stesso pomeriggio: Petraeus era andato dal presidente per dirgli che pensava sul serio alle dimissioni, che il presidente non aveva accettato, ma venerdì chiamò Petraeus e accettò le sue dimissioni…
Gli storici militari capiscono perché il Presidente ha voluto aspettare prima di prendere la decisione di accettare le dimissioni del più famoso generale statunitense. Dopo tutto, l’influenza di Petraeus sui giornalisti e i crociati era ben nota. Petraeus è stato il comandante di Fort Leavenworth, Kansas e del Center of Combined Arms (CAC) che si trova anche lì. Come comandante del CAC, Petraeus ha supervisionato lo Stato e il Collegio Maggiore Generale e 17 altre scuole, centri e programmi di formazione, mentre lavorava allo sviluppo di manuali di dottrina dell’esercito, alla formazione degli ufficiali e alla supervisione dei centri dell’esercito per la raccolta e la diffusione delle lezioni apprese. Durante la sua permanenza al CAC, Petraeus e il tenente-generale dei marines James Mattis curarono congiuntamente la pubblicazione del Field Manual 3-24, la maggior parte del quale è stato scritto da un gruppo straordinariamente composito di ufficiali, intellettuali, dirittumanitirasti, giuristi e giornalisti.
L’autore di queste righe rimane scettico riguardo la decisione di Obama di rifiutare le dimissioni di Petraeus, che si sarebbe basata su un approccio graduale alle tattiche militari adottate dal 2009. L’autore si astiene dal giudicare la recente prolusione di lodi a Petraeus di Obama, durante la conferenza stampa del 14 novembre 2012. Ci sono molti generali al comando legati sul piano militare e sociale a Petraeus, e l’estensione della sua rete cominciano ad essere conosciute. Le informazioni che il comandante in Afghanistan, John Allen, ha avuto dalla “comunicazione inappropriata” di 20-30000 pagine di e-mail, ha suscitato l’interesse dei cittadini mentre la storia veniva svelata. La cosa importante è che John Allen ha seguito le dottrine militari di Petraeus in Iraq e in Afghanistan. Ancora più significativo è il fatto che Allen ha sostenuto la nuova forma di destabilizzazione, la contro-insurrezione che coinvolge compagnie militari private.

La guerra in Libia e la necessità di smantellare le compagnie militari private
Il caso Petraeus si concentra sui dettagli piccanti della relazione extraconiugale del generale Petraeus, lasciando da parte la questione più fondamentale delle forme di distruzione militare scatenate in Iraq, Afghanistan e ora Libia. C’è stato un acceso dibattito nella dirigenza militare se i generali debbano rispondere alla leadership civile. Le dimissioni del generale Petraeus, il licenziamento di Carter Ham dall’AFRICOM e la nuova assegnazione del viceammiraglio Charles M. Gaouette, hanno fatto rivivere la questione del controllo civile sulle forze armate. Nonostante il nuovo libro di Tom Ricks, che è stato scritto per salvaguardare la reputazione di Petraeus, e la biografia di Petraeus che dovrebbe metterlo sul piedistallo dei generali più famosi degli USA, la nuova forma di guerra incontrollata ha abbattuto gli ufficiali principali architetti della strategia COIN di Petraeus e dei crociati. Nel contesto di una società democratica, i militari sono tenuti a fornire consulenze ai capi militari, e gli ufficiali non dovrebbero inviare truppe a combattere assieme alle milizie e senza l’autorizzazione della leadership civile.
L’intervento della NATO in Libia e la successiva base della CIA a Bengasi, sono forme costose di sperimentazione di nuove forme di guerra, che hanno causato la morte di migliaia di persone e distruzioni. Le rivelazioni sui centri di detenzione della CIA durante la guerra in Iraq, hanno generato sdegno verso queste prigioni private. Ci sono cittadini in Libia che possono rivelarsi confermando la veridicità sull’accusa di Paula Broadwell: che la CIA detiene dei prigionieri nei suoi centri in Libia. Politici stranieri hanno resistito alle richieste di una parte del Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti che voleva rivedere le operazioni militari della NATO in Libia. Attraverso il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, c’è stato uno sforzo enorme da parte di attivisti per la pace dal Sud del mondo, affinché le società militari private siano messe sotto il controllo internazionale. Il Consiglio ha istituito un “Gruppo di lavoro intergovernativo indefinito, per esaminare la possibilità di sviluppare un quadro giuridico internazionale per la regolazione, il controllo e la supervisione delle attività delle compagnie militari e di sicurezza private“.
Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno guidato l’opposizione alla sorveglianza delle aziende militari. I comandanti di CENTCOM e AFRICOM si sono comportati, in questi ultimi anni, come se fossero un governo parallelo. La guerra contro il terrorismo ha generato un clima di terrorismo intellettuale e una logica burocratica del comando unificato, permettendo ai militari di diventare una fonte politica esecutiva indipendente. Non c’era controllo quando il bilancio militare metteva a disposizione dei comandanti militari fondi illimitati. Perché AFRICOM non scava pozzi in Africa orientale e distribuisce libri di scuola? Queste attività facevano parte di un approccio di pubbliche relazioni per diffondere l’idea che AFRICOM stesse compiendo del lavoro umanitario in Africa. L’audizione di conferma del generale Rodriguez dovrebbe fornire un’altra occasione per esporre il fallimento della CIA/AFRICOM in Libia. Gli intellettuali africani hanno scritto molto per dire che l’AFRICOM è stata costituita come forza ausiliaria per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi.
In questo gioco di protezione, vi sono settori dei vertici militari che si sono avventurati a dire che AFRICOM serve da contrappeso all’influenza della Cina in Africa. Petraeus ha gettato l’esercito sul terreno della CIA, che si avvale di agenzie militari per le operazioni speciali e di sicurezza private, svolgendo missioni di spionaggio e combattimento. Nella sua qualità di comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, ha perfezionato il trucco di combattere assieme a un gruppo contro cui poi si rivolge. Questo doppio gioco, in fase di attuazione in Libia, al fine ritarda la pace e la ricostruzione della Libia, in modo da farla diventare un’altra Somalia. Grazie ai milioni di dollari a disposizione per corrompere  giornalisti e accademici, la storia del successo di AFRICOM è stata ampiamente utilizzata negli Stati Uniti. E’ questo tentativo di controllare la storia che ha contribuito a sostenere l’idea che l’operazione della NATO e degli Stati Uniti in Libia, sia stata un successo. La morte dell’ambasciatore Stevens sfata questo mito. Il licenziamento di Carter Ham ha rivelato come la CIA e l’esercito abbiano preso decisioni politiche indipendentemente dalla leadership civile. Quando si connettono i punti finanziari tra le società di facciata della CIA, come l’IN-Q-Tel, le aziende e i produttori di petrolio, si vede che il capitale globale è anche partner del complesso militare-industriale, e la sua necessità di una guerra perpetua contro il terrorismo. Questo è il cerchio che deve essere spezzato da coloro che vogliono la pace.
Petraeus e i suoi sostenitori sono convinti che il ciclo della guerra e della distruzione continuerà per generazioni. Petraeus era sicuro che con l’aiuto dei media, il quadro completo della distruzione in Libia e dell’alleanza con le milizie rimanesse nell’ombra, lontano dal controllo pubblico. La storia completa si sta svelando. Le forze per la pace e la giustizia devono intensificare la loro richiesta per lo smantellamento di AFRICOM. L’Africa ha bisogno di cooperazione e sostegno per la ricostruzione. La Libia ha bisogno del sostegno della comunità internazionale per controllare le milizie e ricostruire la società. E’ tempo per il movimento per la pace di riorientarsi verso le attività reali del generale Petraeus e non sulla sua relazione extraconiugale. In effetti, alcuni commentatori europei dicono che in Europa alcuni generali inseriscono tali informazioni nel circuito dei pettegolezzi per aumentare il proprio prestigio. Le forze per la giustizia e la pace dovrebbero concentrarsi sui collegamenti tra le dimissioni di Carter Ham, Petraeus e del viceammiraglio Charles. Mr. Gaouette

Horace Campbell è professore di Studi afro-americani e Scienze politiche alla Syracuse University. E’ anche professore ospite alla Tsinghua University di Pechino. È autore del libro di prossima pubblicazione “La NATO globale e il suo fallimento catastrofico in Libia”

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

La macchina propagandistica NeoCon spinge per un “cambio di regime” in Siria

Un torrente di disinformazione 
Aisling Byrne Counterpunch 06-08 gennaio 2012

La guerra con l’Iran è già iniziata“, ha scritto di recente un autorevole commentatore israeliano, descrivendo “la combinazione di guerra invisibile e pressione internazionale” applicata sull’Iran. Anche se non detto, il “premio strategico” della prima fase di questa guerra contro l’Iran è la Siria; la prima campagna ampiamente basata sul potere settario. “Oltre al crollo della stessa Repubblica Islamica,” il re saudita Abdullah avrebbe detto, la scorsa estate, “nulla indebolirebbe l’Iran più della perdita della Siria“.
A dicembre, alti funzionari degli Stati Uniti erano espliciti circa la loro agenda sul cambio di regime in Siria: Tom Donilon, consigliere per la sicurezza nazionale degli USA, ha spiegato che “la fine del regime del [presidente Bashar al-] Assad costituirebbe la più grande battuta d’arresto dell’Iran nella regione – un colpo strategico che sposterebbe ulteriormente l’equilibrio di potere nella regione, a danno dell’Iran“. Poco prima, un funzionario chiave dell’attuazione di questa politica, il Sottosegretario di Stato per il Medio Oriente Jeffrey Feltman, aveva dichiarato, nel corso di un’audizione al Congresso che gli Stati Uniti, che avrebbe “inesorabilmente perseguito la nostra strategia a doppio binario di sostegno all’opposizione e di strangolamento diplomatico e finanziario del regime [siriano] fino a raggiungere il risultato“.
Quello che stiamo vedendo in Siria è una campagna deliberata e calcolata per far cadere il governo di Assad, in modo da sostituirlo con un regime “più compatibile” con gli interessi statunitensi nella regione. Il progetto per questo programma è essenzialmente una relazione del 2009 presentata dal neo-conservatore Brookings Institute per un cambio di regime in Iran. Il rapporto – “Quale via per la Persia?” – continua ad essere l’approccio generico strategico degli USA al cambio di regime nella regione. Una rilettura di esso, insieme al più recente “Verso una Siria post-Assad” (che adotta la stessa lingua e prospettiva, ma si concentra sulla Siria, ed è stata recentemente prodotta da due think-tank neo-conservatori statunitensi) illustra come gli sviluppi in Siria siano stati modellati secondo lo stesso approccio illustrato in dettaglio nella relazione “Quale via per la Persia?“, ma con lo stesso obiettivo: il cambiamento di regime. Gli autori di questi rapporti, tra gli altri, sono John Hannah e Martin Indyk, entrambi ex alti funzionari neo-conservatori dell’amministrazione George W. Bush/Dick Cheney, e sostenitori del cambiamento di regime in Siria. Non è la prima volta che vediamo una stretta alleanza tra neo-con anglo-statunitensi ed islamisti (inclusi, come delle relazioni dimostrano, alcuni con legami con al-Qaida) che lavorano insieme per attuare un cambio di regime in uno stato “nemico”.
Probabilmente, la componente più importante in questa lotta per il “premio strategico” è la deliberata costruzione di una narrazione, in gran parte falsa, che parla di manifestanti democratici disarmati uccisi a centinaia e migliaia mentre protestano pacificamente contro un regime oppressivo e violento, una “macchina assassina” guidata dal “mostro” Assad. Mentre in Libia, la North Atlantic Treaty Organization (NATO) sosteneva che avesse “rapporti non confermati di vittime civili” perché, come il New York Times ha scritto di recente, “l’alleanza aveva creato la propria definizione per ‘confermarlo’: solo una morte che la stessa NATO ha indagato e confermato può essere confermata tale”. “Ma poiché l’alleanza ha rifiutato di indagare sulle accuse“, scrive il Times,il numero di vittime per sua definizione, non riusciva a muoversi da zero“.
In Siria, vediamo l’esatto contrario: la maggior parte dei media occidentali tradizionali, insieme con i media degli alleati degli USA nella regione, in particolare i canali televisivi al-Jazeera e la saudita al-Arabiya,  effettivamente collaboravano con la narrativa e l’agenda del “cambiamento di regime“, senza quasi porsi domande o senza indagare sulle statistiche e informazioni avanzate dalle organizzazioni e dai media finanziati o di proprietà dell’alleanza Stati Uniti/Europa/Stati del Golfo, gli stessi paesi che istigano il cambiamento di regime in primo luogo.
Le accuse di “massacri”, “campagne di stupro contro le donne e le ragazze nelle città prevalentemente sunnite“, “torture” e persino “stupri di bambini“, sono riportate dalla stampa internazionale che si basa in gran parte su due fonti – l’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo con sede in Gran Bretagna ed i Locali comitati di coordinamento (LCC) – con il minimo di ulteriori controlli o verifiche.
Nascosto dietro la rubrica – “non siamo in grado di verificare queste statistiche” – la mancanza di integrità dei media mainstream occidentali nel riportare le notizie, è stata crudamente resa evidente dall’insorgere degli eventi in Siria. Un decennio dopo la guerra in Iraq, sembrerebbe che nessuna lezione dalla demonizzazione di Saddam Hussein e delle sue presunte armi di distruzione di massa, del 2003, sia stata tratta. Le tre principali fonti dei dati relativi al numero di manifestanti uccisi e di persone che manifestano, i pilastri della narrazione, fanno tutte parte dell’alleanza del “cambio di regime”. L’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo, in particolare, avrebbe ricevuto finanziamenti tramite un fondo a Dubai che raccoglie (in modo da essere negabile) denaro occidentale e del Golfo (la sola Arabia Saudita, secondo Elliot Abrams, ha assegnato 30 miliardi di dollari USA per “alleviare le masse” della primavera araba).
Quello che sembra essere un’anonima organizzazione con sede in Gran Bretagna, l’Osservatorio è stato fondamentale nel sostenere le affermazioni sull’uccisione di migliaia di manifestanti pacifici, gonfiando  cifre e “fatti”, e spesso esagerando i pretesi “massacri”, e perfino un più recente “genocidio”. Anche se afferma di fare base nella casa del suo direttore, l’Osservatorio è stato descritto come il “front office” di un grande media propagandistico gestito dall’opposizione siriana e dai suoi sostenitori. Il ministero degli esteri russo ha dichiarato crudamente: “L’ordine del giorno del Consiglio di transizione [siriano] [è] composto a Londra dall’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo … E’ anche da lì che le immagini ‘horror’ sulla Siria vengono fabbricate per fomentare l’odio verso il regime di Assad”. L’Osservatorio non è legalmente registrato né come azienda né come ente di beneficenza nel Regno Unito, ma opera in modo informale, non ha sede, né personale e il suo direttore riceve ricchi finanziamenti. Riceve le informazioni, si dice, da una rete di “attivisti” in Siria, il suo sito in lingua inglese è una pagina singola, mentre al-Jazeera, invece ospita un blog aggiornato minuto per minuto sin dall’inizio delle proteste.
Il secondo, la LCC, è la parte più evidente delle infrastrutture mediatiche dell’opposizione, e i loro dati e relazioni rientrano anch’essi solo nel contesto di questa narrazione principale: in un’analisi dei loro rapporti quotidiani, non riuscivo a trovare un unico riferimento a un qualsiasi insorto armato ucciso: i morti riportati erano “martiri”, “disertori”, persone uccise in “manifestazioni pacifiche” e descrizioni simili.
Il terzo è al-Jazeera, il cui biasimevole ruolo nel “segnalare” il Risveglio è stato ben documentato. Descritto da un analista dei media come il “sofisticato portavoce dello stato del Qatar e del suo ambizioso emiro“, al-Jazeera è parte integrante delle “aspirazioni in politica estera” del Qatar. Al-Jazeera ha, e continua, a fornire supporto tecnico, attrezzature, sostegno e “credibilità” agli attivisti e organizzazioni dell’opposizione siriana. I rapporti mostrano che, già nel marzo 2011, al-Jazeera stava fornendo supporto informativo e tecnico agli attivisti dell’opposizione siriana in esilio, che anche dal gennaio 2010 hanno coordinato le loro attività di comunicazione da Doha. Dopo quasi 10 mesi, tuttavia, e nonostante il quotidiano assalto dei media internazionali, il progetto non è andato esattamente come previsto: un sondaggio di YouGov commissionato dalla Qatar Foundation, ha mostrato la scorsa settimana che il 55 per cento dei siriani non vuole che Assad si dimetta e il 68 per cento dei siriani disapprova le sanzioni imposte della Lega Araba al loro paese. Secondo il sondaggio, il sostegno ad Assad effettivamente è aumentato dall’inizio degli eventi attuali – il 46 per cento dei siriani riteneva Assad un presidente “buono” per la Siria, prima delle manifestazioni nel paese – cosa che certamente non si adatta con la falsa narrativa che viene spacciata.
Sbandierandolo come un successo della loro campagna di propaganda, il sommario del sondaggio conclude: “La maggior parte degli arabi crede che il presidente siriano Bashar al-Assad dovrebbe dimettersi a causa dei brutali trattamenti dei manifestanti da parte del regime… l’81% degli arabi [desidera] che il Presidente Assad si dimetta. Credono che la Siria starebbe meglio se elezioni libere e democratiche si svolgessero sotto la supervisione di un governo di transizione“.
Resta da chiedersi verso chi Assad è esattamente responsabile, nei confronti del popolo siriano o del pubblico arabo? Una confusione di linee che potrebbe forse essere utile ai due principali gruppi di opposizione siriani, che hanno appena annunciato che, mentre sono contrari all’intervento militare straniero, non considerano “un intervento arabo” straniero. Non sorprende che non un solo grande giornale o notiziario mainstream abbia riportato i risultati del sondaggio di YouGov – non si adatta alla loro linea.
Nel Regno Unito, la volontaria Muslim News era l’unico giornale a riferire i risultati, eppure solo due settimane prima, nel periodo immediatamente successivo delle esplosioni dei kamikaze a Damasco, sia il Guardian, che altre fonti, poche ore dopo le esplosioni, pubblicarono articoli non confermati dei blogger, tra cui uno che era “certo che alcuni dei corpi … fossero quelli dei manifestanti”. “Hanno messo i corpi prima“, ha detto, “hanno preso dei morti da Dera’a [a sud] e hanno mostrato i corpi ai media a Jisr al-Shughour [vicino al confine turco.]
Articoli recenti hanno gettato seri dubbi sulla correttezza del falso scenario spacciato quotidianamente dalla stampa mainstream internazionale, in particolare le informazioni emesse dall’Osservatorio siriano per i diritti umani e dal LCC. A dicembre, il gruppo d’intelligence statunitense Stratfor aveva ammonito: “La maggior parte delle più gravi affermazioni dell’opposizione [siriana], si è rivelata essere grossolanamente esagerata o semplicemente falsa… rivelando molto di più i punti di debolezza dell’opposizione che il livello d’instabilità interna del regime siriano.” Durante i nove mesi di rivolta, Stratfor ha consigliato prudenza sulla precisione del resoconto generalizzato sulla Siria: a settembre ha commentato che “con le due parti di ogni guerra … la guerra delle percezioni in Siria non fa eccezione“. Le relazioni dell’Osservatorio siriano per i diritti umani e del LCC, “come quelli del regime, dovrebbero essere considerate con scetticismo“, sostiene Stratfor,l’opposizione capisce che ha bisogno del sostegno esterno, in particolare del sostegno finanziario, se vuole essere un movimento più robusto di ora. A tal fine, ha tutte le ragioni per presentare i fatti sul terreno in modo da ottenere l’appoggio straniero“.
Come il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov ha osservato: “E’ chiaro che lo scopo è provocare una catastrofe umanitaria, per avere un pretesto per invocare l’interferenza estera in questo conflitto“. Allo stesso modo, a metà dicembre, American Conservative ha riferito: “Gli analisti della CIA [Central Intelligence Agency] sono scettici per quanto riguarda la marcia verso la guerra. Lo spesso citato rapporto delle Nazioni Unite, secondo cui più di 3.500 civili sono stati uccisi dai soldati di Assad, si basa in gran parte su fonti dei ribelli e non è corroborata. L’Agenzia si è rifiutata di sostenere tali affermazioni. Allo stesso modo, i resoconti sulle defezioni di massa dall’esercito siriano e delle battaglie campali tra disertori e soldati sembrano essere falsi, con poche defezioni confermate in modo indipendente. Le affermazioni del governo siriano secondo cui viene assalito da ribelli armati, addestrati e finanziati dai governi stranieri sono più vere che false.” Recentemente, a novembre, l’esercito libero siriano ha detto che le sue forze sarebbero più numerose ma, come ha spiegato un analista, “consigliano i simpatizzanti di ritardare la loro defezione“, fino a quando le condizioni regionali miglioreranno.

Una guida per un cambiamento di regime
In relazione alla Siria, la sezione tre del rapporto la “Strada per la Persia” è particolarmente rilevante – è essenzialmente una guida dettagliata sulle opzioni per istigare e sostenere una rivolta popolare, ispirando una rivolta e/o istigando un colpo di stato. Il rapporto viene fornito completo di una sezione “Pro e Contro“: “Una rivolta è spesso più facile da istigare e sostenere dall’estero … le insurrezioni sono notoriamente facili da sostenere … il sostegno segreto a una insurrezione garantirebbe agli Stati Uniti una “negazione plausibile”… [con meno] gioco diplomatico e politico … anche se gli Stati Uniti dovessero avviare una azione militare diretta … Una volta che il regime soffre di qualche grave battuta d’arresto [questo] offrirà l’opportunità di agire“. L’azione militare, sostiene il rapporto, verrebbe presa solo una volta che le altre opzioni siano state attuate e abbiano dimostrato di aver fallito, mentre la “comunità internazionale“, poi, concluderebbe che un qualsiasi attacco al governo, “se lo sarebbe procurato da sé” rifiutando un buon accordo.
Gli aspetti chiave nell’istigare una rivolta popolare e la costruzione di una “vera e propria insurrezione” sono evidenti in relazione agli sviluppi in Siria. Questi includono:
Finanziamento ed organizzazione dei rivali interni del regime” tra cui l’uso “infelice” dei gruppi etnici;
Costruire la capacità di una ‘opposizione efficace’ con cui lavorare“, per “creare una leadership alternativa per la presa del potere“;
Fornitura di attrezzature e sostegno segreto ai gruppi, incluso armi – direttamente o indirettamente, così come “fax … accesso a internet, fondi” (sull’Iran il rapporto osserva che la “CIA potrebbe prendersi cura della maggior parte delle forniture e della formazione di questi gruppi, come è stato per decenni in tutto il mondo“);
Formazione e facilitazione delle comunicazioni degli attivisti dell’opposizione;
Costruire un racconto “con il sostegno dei media USA, per mettere in luce le carenze del regime e far altrimenti oscurare i critici più importanti” – “screditare il regime tra gli opinionisti chiave, è fondamentale per il suo crollo“;
La creazione di un budget finanziario di grandi dimensioni per finanziare una vasta gamma di iniziative promosse dalla società civile (il cosiddetto “fondo di 75 milioni di dollari” creato dall’ex segretaria di Stato Condoleezza Rice, per  finanziare i gruppi della società civile, tra cui “una manciata di think-tank e istituzioni periferiche [che] aveva annunciato un nuovo Iran“);
La necessità di un corridoio terrestre in un paese confinante “per sviluppare un’infrastruttura per supportare le operazioni“.
Oltre a ciò,” continua il rapporto, “la pressione economica degli Stati Uniti (e forse militare) può screditare il regime, spingendo la popolazione a favore della leadership rivale.” Gli Stati Uniti e i loro alleati, in particolare Gran Bretagna e Francia, hanno finanziato e aiutato la “formazione” dell’opposizione fin dall’inizio – la costruzione sia con i tentativi iniziati dagli Stati Uniti nel 2006, per costruire un fronte unitario contro il governo Assad, che il “successo” percepito del modello del Consiglio Nazionale di transizione libico.
Nonostante mesi di tentativi – principalmente da parte dell’Occidente – nel raggruppare i vari gruppi in uno solo, il movimento di opposizione principale rimase “un gruppo eterogeneo, che rappresenta la divisione ideologica, settaria e generazionale del paese”. “Non c’era o non c’è ora una tendenza naturale verso l’unità tra questi gruppi, dal momento che appartengono a contesti ideologici totalmente diversi ed hanno opinioni politiche antagoniste“, ha concluso un analista. In un recente incontro con il ministro degli esteri inglese, i diversi gruppi non avevano nemmeno voluto incontrare William Hague tutti insieme, invece lo hanno incontrato separatamente.
Tuttavia, nonostante la mancanza di coesione, credibilità e legittimità interna, l’opposizione, prevalentemente sotto l’egida del Consiglio nazionale siriano (SNC), è stata presentata in tale ruolo. Ciò ne include la capacità di realizzazione, come conferma l’ex ambasciatore siriano negli Stati Uniti, Rafiq Juajati, ora parte dell’opposizione. In una conferenza chiusa a Washington DC, a metà dicembre 2011, ha confermato che il Dipartimento di Stato degli USA e l’Istituto tedesco per gli Affari internazionali e la Sicurezza SWP (un think-tank che fornisce analisi sulla politica estera al governo tedesco) finanziano un progetto che viene gestito dall’Istituto per la Pace degli Stati Uniti e dalla SWP, lavorando in partnership con il CNS per prepararlo ad impadronirsi e a gestire la Siria.
In una recente intervista, il leader del CNS Burhan Ghaliyoun rivelò (in modo da “accelerare il processo” della caduta di Assad) le credenziali che ci si aspettava da lui: “Non ci sarà nessun rapporto speciale con l’Iran”, aveva detto. “Rompere il rapporto eccezionale significa rompere l’alleanza militare strategica“, aggiungendo che “dopo la caduta del regime siriano, [Hezbollah], non sarà più lo stesso.” Descritti sulla rivista Slate come “i più liberali e filo-occidentali delle rivolte della primavera araba“, i gruppi dell’opposizione siriana sono assimilabili alle loro controparti libiche prima della scomparsa di Muammar Gheddafi, che il New York Times ha descritto dalla “mentalità laico-professionale – avvocati, accademici, uomini d’affari – che parlano di democrazia, trasparenza, diritti umani e Stato di diritto“, finché in realtà non passarono con l’ex leader del Gruppo combattente islamico libico Abdulhakim Belhaj e i suoi alleati jihadisti. L’importazione di armi, attrezzature, manovalanza (in prevalenza dalla Libia) e l’addestramento da parte di governi e altri gruppi legati a Stati Uniti, NATO e loro alleati regionali, iniziò nell’aprile-maggio 2011, secondo vari rapporti, e fu coordinato dalla US Air Force Base di Incirlik, nel sud della Turchia. Da Incirlik, una divisione per la guerra delle informazioni dirige anche le comunicazioni verso la Siria per l’esercito libero siriano. Questo supporto segreto continua, come American Conservative ha riportato a metà dicembre: “Aerei senza contrassegni della NATO arrivano sulle basi militari turche, vicino ad Iskenderum, sul confine siriano, consegnando armi … e volontari del Consiglio nazionale di transizione libico… Iskenderum è anche la sede dell’esercito libero siriano, il braccio armato del Consiglio nazionale siriano. Le forze speciali francesi e inglesi addestrano le forze sul campo, assistendo i ribelli siriani, mentre la CIA e le Special Operations degli Stati Uniti forniscono sistemi di comunicazione e d’intelligence per aiutare la causa dei ribelli, permettendo ai combattenti di evitare le concentrazioni dei soldati siriani“.
Il Washington Post ha rivelato nell’aprile 2011 che WikiLeaks ha recentemente dimostrato che il Dipartimento di Stato sta fornendo milioni di dollari a diversi gruppi di esiliati siriani (compreso il Movimento per la Giustizia e lo Sviluppo di Londra, affiliato alla Fratellanza Musulmana) e a singoli individui, fin dal 2006, attraverso la sua “Middle Est Partnership Initiative“, gestita da una fondazione degli Stati Uniti, il Democracy Council. I cabli di Wikileaks confermano anche che nel 2010 questo finanziamento continuava, una tendenza che non solo continua ancora oggi, ma che si è ampliata alla luce del passaggio all’opzione del “soft power” volta a un cambio di regime in Siria. Mentre questa richiesta dei neo-con di cambio di regime in Siria, guadagna forza all’interno del governo degli Stati Uniti, tale politica è stata anche istituzionalizzata fra i principali think-tank di politica estera degli Stati Uniti, molti dei quali hanno “uffici sulla Siria” o “gruppi di lavoro sulla Siria” che collaborano strettamente con gruppi ed individui dell’opposizione siriana, (ad esempio, USIP e la Foundation for the Defense of Democracy) e che hanno pubblicato una serie di documenti politici a supporto del cambiamento di regime. Nel Regno Unito, la similare neo-con Henry Jackson Society (che “sostiene il mantenimento di un esercito forte da parte degli Stati Uniti, dei paesi dell’Unione europea e delle altre potenze democratiche, dotate di capacità di proiezione globale” e che ritiene che “solo i moderni stati liberal-democratici sono davvero legittimi“) sta anch’essa supportando il programma per il cambiamento di regime in Siria. E ciò in collaborazione con esponenti dell’opposizione siriana, tra cui Ausama Monajed, ex leader del gruppo dei siriani in esilio, il Movimento per la Giustizia e Sviluppo, legata ai Fratelli Musulmani, finanziato dal Dipartimento di Stato statunitense fin dal 2006, come sappiamo da WikiLeaks. Monajed, un membro del CNS, attualmente dirige una società di pubbliche relazioni recentemente creata a Londra, che tra l’altro fu la prima ad usare il termine “genocidio” in relazione agli eventi in Siria, in un recente comunicato stampa del CNS.
Sin dall’inizio, una forte pressione è stata esercitata sulla Turchia per creare un “corridoio umanitario” lungo il suo confine meridionale con la Siria.  L’obiettivo principale di questo, come afferma “Strada per la Persia“, è fornire una base da cui una rivolta appoggiata esternamente possa essere lanciata e  basata. L’obiettivo di questo “corridoio umanitario” è umanitario quanto le quattro settimane di bombardamenti NATO di Sirte, quando la NATO ha esercitato il suo mandato per la “responsabilità a proteggere“, approvato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU.
Tutto questo non vuol dire che non ci sia una vera e propria grande richiesta di cambiamento in Siria contro le infrastrutture dominate dalla sicurezza repressiva, che domina ogni aspetto della vita delle persone, né che delle pesanti violazioni dei diritti umani non siano state commesse, sia dalle forze di sicurezza siriane che dai ribelli armati dell’opposizione, così come dai misteriosi personaggi della terza forza, tra cui i ribelli jihadisti, che operano fin dall’inizio della crisi in Siria per lo più dall’Iraq e dal Libano, così come più recentemente dalla Libia, tra gli altri. Tali abusi sono inevitabili in un conflitto a bassa intensità. I principali critici di questo progetto di cambiamento di regime anglo-franco-statunitense-Golfo hanno, fin dall’inizio, richiesto la piena responsabilità e la punizione di qualsiasi funzionario di sicurezza o altro, “comunque responsabile“, che abbia commesso violazioni dei diritti umani.
Ibrahim al-Amin scrive che alcuni del regime hanno ammesso “che il rimedio della sicurezza era dannoso in molti casi e regioni [e] che tale risposta alle proteste popolari era sbagliata… sarebbe stato possibile contenere la situazione con chiare e ferme misure concrete – come arrestare i responsabili delle torture dei bambini di Deraa“. E sostiene che la domanda di pluralismo politico e fine della repressione onnicomprensiva sia indispensabile e urgente. Ma ciò che può aver iniziato le proteste popolari, inizialmente incentrate su questioni locali e incidenti (compreso il caso delle torture a dei ragazzi di Dera’a da parte delle forze di sicurezza) e che poi sono state rapidamente dirottate su questo più ampio piano strategico per il cambiamento di regime.  Cinque anni fa, ho lavorato nel nord della Siria con le Nazioni Unite per la gestione di un grande progetto di sviluppo delle comunità. Dopo le riunioni serali della comunità, non era raro trovare il Mukhabarat (servizi segreti militari) in attesa che liberavamo la stanza, in modo da poter eseguire la scansione delle lavagne sulle pareti. Quasi ogni aspetto della vita quotidiana della gente veniva regolato dalle sclerotiche e inefficienti burocrazia e sicurezza del partito Baath, privo di una qualsiasi ideologia a parte l’inevitabile corruzione e nepotismo che suscitano il potere autoritario, ciò era evidente in ogni aspetto della vita della gente.
Il 20 dicembre è stato indicato quale il “giorno più letale in nove mesi di rivolta [siriana]” con il “massacro organizzato” di una “massiccia defezione” di disertori dell’esercito, ampiamente riportato dalla stampa internazionale, a Idlib, nel nord della Siria. Affermando che aree della Siria sono ora “esposte a un grande genocidio“, con il CNS che aveva lamentato che “250 eroi erano caduti in 48 ore“, citando dati forniti dall’Osservatorio siriano per i diritti umani. Citando la stessa fonte, il Guardian ha riferito che l’esercito siriano: “... dava la caccia ai disertori … dopo che le truppe hanno ucciso quasi 150 uomini che erano fuggiti dalla loro base”. Emerse il quadro … di una defezione di massa … andata molto male … con le forze lealiste posizionate in modo da falciare un gran numero di disertori mentre fuggivano da una base militare. Coloro che sono riusciti a fuggire furono poi cacciati nei nascondigli nelle montagne vicine, più fonti hanno riferito. L’Osservatorio siriano per i diritti umani stima che 100 disertori siano stati assediati e poi uccisi o feriti. Truppe regolari presumibilmente avrebbero anche braccato i residenti che avevano dato rifugio ai disertori.
Il blog del Guardian citava AVAAZ, il gruppo di relazioni pubblico e sostenitore politico civico, che “sosteneva che 269 persone erano state uccise negli scontri“, e citava il numero preciso di vittime dato da AVAAZ: “163 rivoluzionari armati, 97 delle truppe governative e 9 civili“. Avevano rilevato che AVAAZ “non aveva fornito nulla per avvalorare l’affermazione.” Il Washington Post ha riferito solo che aveva parlato di “un attivista del gruppo AVAAZ [che] ha detto di aver parlato con attivisti locali e gruppi di medici che portano il numero dei morti, in quella zona, a 269.”
Il giorno dopo i primi rapporti del massacro dei disertori, tuttavia, la storia era cambiata. Il 23 dicembre, il Telegraph ha riferito: “In un primo momento si diceva fossero disertori dell’esercito che tentavano di penetrare in Turchia per aderire alla FSA [l'esercito libero siriano], ma ora hanno detto che erano civili disarmati e attivisti che tentavano di fuggire dall’esercito che cercava di mettere sotto controllo la provincia. Erano circondati da truppe e carri armati che li uccisero fino a che non ci furono sopravvissuti, secondo i rapporti.” Il New York Times il 21 dicembre aveva riferito che il “massacro”, citando l’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo, era stato commesso contro “civili e attivisti disarmati, senza che vi fossero disertori armati tra di loro, avevano detto i gruppi per i diritti.” Citando il capo dell’Osservatorio, che aveva parlato di “un massacro organizzato” e aveva detto che il suo resoconto era corroborato da quello di un testimone, Kfar Owaid: “Le forze di sicurezza avevano la liste dei nomi di coloro che avevano organizzato le massicce proteste anti-regime … le truppe quindi avevano aperto il fuoco con carri armati, razzi e mitragliatrici pesanti [e], bombe riempite di chiodi per aumentare il numero delle vittime.” Il LA Times aveva citato un attivista che  parlando via satellite che, dalla sua posizione “protetta nei boschi“, commentava: “la parola ‘Massacro’ non basta per descrivere quello che è successo“. Nel frattempo, il governo siriano ha riferito che il 19 e 20 dicembre aveva ucciso “decine” di membri delle “bande armate terroristiche” di Idlib ed Homs, e aveva arrestato molti altri ricercati.
La verità di questi due giorni “mortali” probabilmente non sarà mai conosciuta – le cifre citate (tra 10-163 insorti armati, 9-111 civili disarmati e 0-97  governativi) si differenziano in modo significativo nei numeri degli uccisi e su chi fossero, per poter stabilire la “verità”. In relazione ad un precedente presunto “massacro” ad Homs, un’indagine di Stratfor non ha trovato “alcun segno di un massacro“, concludendo che “le forze di opposizione hanno interesse nel riferire di un massacro imminente, sperando di riprodurre le condizioni che hanno spinto all’intervento militare straniero in Libia“. Tuttavia, il “massacro” del 19-20 dicembre a Idlib è stato segnalato come un fatto, ed è stato inciso nella narrazione sulla “macchina assassina” di Assad.
Sia la recente relazione del Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite che il recente articolo sui decessi, segnalati dai blog, nella “sanguinosa rivolta in Siria” del Guardian (pubblicato il 13 dicembre) – due esempi dei tentativi di stabilire la verità sul numero dei morti nel conflitto siriano – si basano quasi esclusivamente sui dati forniti dall’opposizione: interviste a 233 presunti “disertori dell’esercito” nel caso del rapporto delle Nazioni Unite, e sulle relazioni dell’Osservatorio siriane per i diritti umani, la LCC e al-Jazeera, nel caso del blog del Guardian.
The Guardian riporta un totale di 1.414,5 (sic) persone uccise – tra cui 144 addetti alla sicurezza siriana – tra gennaio e il 21 novembre 2011. Basata esclusivamente su notizie di stampa, la relazione contiene una serie di inesattezze di base (ad esempio fonti che non fanno corrispondere il numero dei morti con i luoghi citati nelle fonti originali): il totale comprende 23 siriani uccisi dall’esercito israeliano a giugno (2011), sulle alture del Golan, 25 persone indicate “ferite” incluse nel totale dei morti, come anche molte persone indicate come uccise da arma da fuoco. Il rapporto non fa alcun riferimento ad eventuali uccisioni di insorti armati per tutto il periodo di 10 mesi – tutte le vittime sono “contestatori”, “civili” o “gente del popolo” – a parte i 144 addetti alla sicurezza. Il settanta per cento delle fonti dei rapporti proviene dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, la LCC e gli “attivisti“, il 38 per cento dalle notizie di stampa provengono da al-Jazeera, il 3 per cento da Amnesty International e l’1,5 per cento da fonti ufficiali siriane.
In risposta alla relazione del Commissario delle Nazioni Unite, l’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite ha commentato: “Come dei disertori potrebbero dare testimonianze positive sul governo siriano? Certo che daranno testimonianze negative contro il governo siriano. Sono disertori“.
Nel tentativo di gonfiare il numero di vittime, il gruppo attivista di pubbliche relazioni AVAAZ ha costantemente superato persino l’ONU. AVAAZ ha dichiarato pubblicamente che si occupa “dell’esfiltrazione di attivisti dal paese“, della gestione di “case segrete per dare un sicuro riparo … agli attivisti dai mazzieri del regime” e un “giornalista civico di AVAAZ” ha “scoperto una fossa comune“. Afferma con orgoglio che la BBC e la CNN hanno riportato per il 30 per cento della loro copertura giornalistica della Siria, notizie fornite da AVAAZ. The Guardian ha riferito l’ultima affermazione di AVAAZ di avere le “prove” dell’uccisione di circa 6.200 persone (comprese forze di sicurezza e 400 bambini), sostenendo che 617 di loro sono morti sotto tortura – e la giustificazione di aver verificato ogni singola morte con la conferma di tre persone “incluso un parente e un chierico che ha curato il corpo” è estremamente improbabile.
L’uccisione di un brigadier generale e dei suoi figli,ad aprile dello scorso anno ad Homs, illustra come sia quasi impossibile, soprattutto durante un conflitto settario, verificare anche una sola uccisione – in questo caso, un uomo e i suoi figli: “Il generale, che si ritiene fosse Abdu Tallawi, è stato ucciso con i suoi figlio e nipote, mentre attraversava un quartiere in agitazione“. Ci sono due resoconti di quello che è successo a lui e alla sua famiglia, e si differenziano sulla setta della vittima. I lealisti dicono che è stato ucciso da takfiri – islamisti integralisti che accusano di apostasia gli altri musulmani – perché apparteneva alla setta alawita. I manifestanti insistono sul fatto che era un membro della famiglia Tallawi di Homs, e che è stato ucciso dalle forze di sicurezza per accusare l’opposizione e distruggerne la reputazione. Alcuni addirittura sostengono che gli hanno sparato perché si era rifiutato di sparare ai manifestanti. Il terzo resoconto viene ignorato a causa della estrema polarizzazione delle opinioni nella città [di Homs]. Il brigadiere-generale è stato ucciso perché era in un veicolo militare, anche se aveva con se figlio e nipote. Chi lo ha ucciso non era interessato alla sua setta, ma ad assestare un colpo al regime, provocando una repressione ancora più dura, che a sua volta, avrebbe trascinato il movimento di protesta in un ciclo di violenze contro lo Stato.

Aisling Byrne è coordinatore del Conflicts Forum e vive a Beirut. Questo articolo è stato pubblicato la prima volta su Asia Times.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il giornale di una guerra che non esiste

Léon Camus Geopolintel.fr 18 marzo 2012

L’8 marzo abbiamo sentito passare molto vicino il sibilo dei proiettili. L’attacco all’Iran era all’ordine del giorno e ci mancava poco… ma l’opposizione dei militari, sia a Tel Aviv che a Washington ha avuto ragione della virulenza dei “politici”, dei neoconservatori e di altri Likudniki, Netanyahu e Obama in testa. Amano e vogliono la guerra color che non la conoscono e non la praticano che dai loro uffici o sulla carta, scrivendo la storia con la loro penna intinta nel sangue degli altri.
Incapace di colpire l’Iran, l’esercito israeliano ha iniziato per dispetto a picchiare la Striscia di Gaza, una vendetta a sua misura. Gaza, da dove sono partiti i lanci dei razzi artigianali al-Qod-1, erroneamente chiamati “missili” da una stampa costantemente afflitta da un forte strabismo divergente. Gli abitanti di Gaza morti – 25 al 12 marzo – non valgono in effetti alcun commento. Mentre la stampa occidentale si diletta nel dare il bilancio quotidiano delle vittime siriane, non vedendo che cadaveri “fuori dal contesto” … i danni collaterali di una guerra di cui – la stampa ufficiale e zelante – si fa vettore, non distinguendo tra civili e militari, ribelli salafiti da innocenti collaterali, i mercenari dai lealisti … insomma prodigando lacrime e compassione per coloro che cercano di gettare il proprio Paese tra le fiamme della guerra civile! Una guerra intercomunitaria, ma in nome di che cosa e perché? La cosiddetta democrazia! In verità, l’odio confessionale (sunniti contro sciiti alawiti) e la sete di vendetta (vendicare la sconfitta del febbraio 1982 dei radicali musulmani a Hama da parte di Hafiz al-Assad, dopo il tentato assassinio del Rais a opera dei Fratelli Musulmani?), per l’appetito genetico alla pulizia etnica?
Una stampa che in questo caso si presenta come il campione della libertà e della democrazia, ma che in realtà agisce come una postazione avanzata di tiro per l’artiglieria pesante della guerra delle parole e delle immagini. La grande guerra del XXI secolo, quella in cui le persone finiscono per ignorare chi le dirige, credendo di essere in pace, mentre il loro paese è in una guerra costante, che riscrive la storia a beneficio esclusivo dei vincitori per meglio molestare i vinti e rendere docili i presunti vincitori, che hanno solo tirato le castagne dal fuoco in favore delle minoranze dominanti.
Resta che in Siria il rullo compressore occidentalista non sembra più potere o saper fare marcia indietro. Unico ostacolo, l’intransigenza del Cremlino che ha ben compreso che dopo Assad, Putin è il secondo della lista dei colpi di stato e dei “rovesci” futuri… coloro che non dicono il proprio nome e si nascondono dietro una chimerica pura volontà popolare prodotto da quelli che una volta i rivoluzionari marxisti denominavano “agitprop”. L’agitazione e la propaganda sproporzionatamente amplificate dal megafono elettronico delle reti sociali. La folla non è mai così ben controllata che quando pensa di essere libera!
A Mosca, l’opposizione si prepara alla battaglia, sostenuta sottobanco e incoraggiata dalla voce di un Occidente interessato e dai Globalisti falsari del bilancio greco. I governi agli ordini dei mediocrati e delle tecnostrutture, tutti applicati per soddisfare i compiti affidati dai Criptarchi – come dire le mafie tribali – che da Londra a Shanghai, da New York, a Francoforte via Tokyo e Parigi, intendono d’ora in poi mettere il pianeta sotto controllo… e i popoli al passo!

L’Iran non perde nulla attendendo
Così, per motivi certamente abbastanza lontani dalla pura filantropia, le classi dirigenti statunitensi e israeliane si stanno dimostrando molto divise sull’opportunità degli attacchi aerei sui siti nucleari iraniani… e anche sul rovesciamento del regime con la forza, almeno per ora.
L’8 marzo, il presidente della commissione difesa e affari esteri della Knesset, il tenente generale Shaul Mofaz, ex capo di Stato Maggiore e Ministro della Difesa di Israele, su Radio Israele reagiva al discorso di Benjamin Netanyahu a Washington, il 5 marzo (quindi alla vigilia del suo incontro al vertice con il presidente degli Stati Uniti), davanti a migliaia di sionisti fanatici dell’AIPAC, denunciando l’errore di presentare l’Iran e il suo programma nucleare come una minaccia imminente per Israele.
Lo stesso giorno, facendo eco al collega israeliano, dodici alti graduati della riserva dell’esercito e dell’intelligence mettevano in guardia, attraverso il trucco di un annuncio “pubblicitario” a piena pagina sul Washington Post, giudicando egualmente che l’“azione militare contro l’Iran allo stato attuale, non è solo inutile ma sarebbe persino pericoloso per gli Stati Uniti e per Israele … Chiediamo [a Obama] di resistere a qualsiasi pressione per una guerra preventiva contro l’Iran“, concludendo con queste parole: “l’esercito degli USA è la forza più formidabile esistente in questo mondo, ciò non toglie che tutte le sfide non sempre hanno una soluzione militare“!
Tra i firmatari della diffida vi erano il generale Martin Dempsey, Capo di Stato Maggiore della Difesa degli Stati Uniti dall’ottobre 2011 e l’ex segretario della Difesa Robert Gates, Paul Pillar, ex capo della stazione CIA in Medio Oriente, che a sua volta, non esita a ricondurre il punto, sempre lo stesso giorno, sul Washington Monthly, insistendo sul fatto che “nessuno può conoscere tutte le conseguenze di una guerra contro l’Iran, e questo è il problema principale che precede le eventuali proposte di uso della forza contro il programma nucleare iraniano. Tuttavia, ha assicurato che le conseguenze negative per gli interessi degli Stati Uniti saranno molto probabilmente gravi.”
Dal punto di vista condiviso da Pillar e Dempsey, politici e militari iraniani sono e restano fino a prova contraria, gli attori razionali il cui fine ultimo è certamente santuarizzare il loro territorio, in altre parole, sono fedeli a una logica puramente difensiva e deterrente – non per condurre una guerra all’estero con l’equilibrio di potere che gioca assolutamente contro di loro… “Un Iran con armi nucleari non sarebbe così pericoloso quanto si vuole credere o far credere“, rilevando inoltre che l’assenza di una “minaccia esistenziale iraniana” per Israele è comunemente accettata dalla maggior parte dei leader politici e militari dello Stato ebraico, ad eccezione di una manciata di esaltati, come negli USA, dove una “tale minaccia è così istericamente brandita da una fazione che comprende sia i neo-conservatori che i democratici, compreso il Presidente Obama.”
In un secondo articolo pubblicato il giorno successivo (lunedì 6 marzo, il giorno della riunione decisiva Netanyahu-Obama), su The National Interest, Pillar ha osservato in proposito che “le osservazioni del presidente [Obama] su come un qualsiasi governo israeliano non possa tollerare delle armi nucleari nelle mani dell’Iran, e sul suo riferimento al diritto sovrano di Israele a decidere con la sola propria autorità ciò che occorre per soddisfare i suoi bisogni di sicurezza, suona quasi come un invito [implicito] a Netanyahu a lanciare un attacco“. Insistendo pesantemente sull’aspetto controproducente dell’azione nel momento sbagliato: “Non è prudente in questo momento decidere un attacco contro l’Iran… Penso che sarebbe prematuro decidere unilateralmente che sia il momento di usare l’opzione militare… Degli attacchi ora avrebbero un effetto destabilizzante e non permetterebbero [ad Israele] di raggiungere i suoi obiettivi a lungo termine.”

In fondo Obama si è impegnato a deludere il signor Netanyahu
Di fronte a una tale levata di scudi e quindi non potendo, contro la sua volontà, soddisfare l’appetito di orco del suo interlocutore, il presidente degli Stati Uniti aveva offerto, durante il loro incontro a porte chiuse nell’Ufficio Ovale (ex teatro del tragico secondo exploit di Dom Juan Clinton), a mò di compensazione, di ampliare le riserve (in precedenza limitate a 30 unità) di bombe bunkerbuster GBU-28, che oggi sono a disposizione degli israeliani. Un organico largamente insufficiente per colpire i bersagli multipli individuati in Iran.
Un regalo che ne richiede un altro, il capo del governo israeliano ha dato al presidente degli Stati Uniti una versione bibliografica del libro di Ester che racconta in dettaglio l’episodio leggendario celebrato due giorni dopo la festa del Purim … la storia di questa “principessa ebrea che è riuscita a contrastare il piano di un persiano malfidato che ordiva un complotto contro gli sfortunati ebrei“…  Esther svela i piani di Haman, in occasione di una festa. Questi confuso, sarà impiccato dal sovrano follemente innamorato dell’ammaliante Esther. E’ chiaro che gli estremisti brulicanti tra i leader israeliani vedono nell’Iran di oggi il discendente dell’antico impero persiano, non dovremmo essere dei geni per decifrare il messaggio molto chiaro di un presente particolarmente simbolico e rivelatore di un progetto mortale ancora incompiuto.
Dato che, davanti gli USA, Israele rimarrà “padrone del proprio destino“, come dice Netanyahu – che tradotto in linguaggio comune significa che Tel Aviv non intende essere al rimorchio di Washington – riconoscendo il diritto di avviare un’offensiva contro l’Iran. Convenzionale o meno (vale a dire nucleare), Netanyahu si guarda bene dal precisarlo sapendo che in questo campo il bluff regna incontrastato e il non detto, come l’implicito, hanno più portata e significato di qualsiasi discorso verbale.
Fatti e dichiarazioni di intenti che è utile rimettere nel contesto della campagna presidenziale statunitense. Soprattutto quando si sa quanto l’attuale titolare della Casa Bianca è in privato totalmente preso dalle tesi e dalla dottrina Netanyahu e, inoltre, in vista della gara in cui s’impegnano i candidati presidenziali repubblicani… come Rick Santorum, che ha dichiarato pubblicamente più volte di essere a favore degli attacchi preventivi contro Teheran. Questo sulla scia dello sfidante di Obama nel 2008, John McCain, a cui piaceva cantare “bomb bomb bomb Iran“. Mirabile esempio di delirio in uno di quei pazzi che ci governano!
In questo contesto di equilibrio precario tra falchi – anche se compensato da militari pragmatici e realistici, se non umani – e moderati, “la grande incognita è ora il grado di psicopatia di cui sono afflitti i leader israeliani, … tara di cui sappiamo anche che una tendenza al suicidio fa parte“? Oligofrenia e paranoia, come molti disturbi mentali, sembrano essere condivisi da certi politici degli Stati Uniti ed europei, più o meno contaminati dalle ossessioni veterotestamentarie o preda di ambizioni patologiche.

“Vetrificare l’Iran”
La psicopatologia non è solo una formula standard o una forma retorica. In Francia, Jacques Kupfer co-presidente del partito Likud (del primo ministro israeliano), che si trova anche a essere un membro del comitato esecutivo della Organizzazione Sionista Mondiale, non crede nelle soluzioni negoziate, e neanche ai bombardamenti convenzionali delle infrastrutture nucleari iraniane, indicando che non sarebbero per “nulla la soluzione finale” (3). Portandolo a proporre un uso illimitato delle armi nucleari: “bombardare l’Iran sarebbe in linea con la distruzione giustificata di Amburgo e di Dresda in mano ai nazisti, la distruzione di Hiroshima e Nagasaki in mano agli alleati giapponesi del Reich“!
Lasciamolo parlare: “L’Iran è certamente il pericolo più minaccioso. Ora ha dimostrato la sua volontà, anche agli scettici, di acquisire armi nucleari, imponendo ad Israele e possibilmente al resto del mondo civilizzato, una azione difensiva e preventiva … tra l’Occidente e il blocco sovietico l’equilibrio creato dalle armi di distruzione di massa è stato un deterrente per entrambe le parti. Questa logica non si applica a un paese musulmano dove non c’è razionalità e dove la mente analitica è appannata da una religione-ideologia di conquista e di guerra … Dopo aver fatto saltare il baluardo rappresentato da Israele in difesa di un Occidente smidollato e incosciente, l’invasione dell’Islam segnerà il destino dell’Europa ex giudaico-cristiana”.
Discorso abile che oppone il campo della civiltà alla barbarie islamica presa come un blocco omogeneo. Se il signor Kupfer non fosse una così grande personalità, alcuni storici, studiosi o membri di associazioni che difendono i diritti dell’uomo, si arrischierebbero a rispondergli e a sfumare di riflesso la sua analisi? Ma è improbabile che ciò accada. Nella terra di Descartes, l’esame critico del mondo che ci circonda ormai non fa più parte dei programmi di questa gioia esagonale che ancora e sempre è, l’istruzione nazionale!
“… Non credere alle maledizioni dell’Adolf di Teheran, non ascoltare la traduzione del suo discorso, ignorare le sue promesse e minacce, dimenticare le folle plaudenti per le strade dell’Iran che gridano contro Israele e l’Occidente, ci può portare al disastro … Immaginate per un momento che Israele sia dotato di armi nucleari [ovviamente non ne è (dotata), questo è un segreto di Pulcinella]! E’ ovvio che l’uso di una bomba atomica sarebbe perfettamente fattibile se un pericolo mortale incombesse su Israele … [con il risultato che] la vetrificazione dell’Iran deve essere considerata e, se necessario per la nostra esistenza, deve essere eseguita. L’Occidente ha sempre dovuto scegliere tra un arabo fanatico e barbaro e un buon ebreo civile e saggio … Se solo lo Stato di Israele avesse una bomba nucleare … e dei leader in grado di sfruttarne l’esistenza!“. Kupfer sarà ascoltato, e i popoli di tutto il mondo sapranno la verità alla fine, con un sospiro forte: lo Stato ebraico ha ingannato per quarant’anni, Dimona non ha mai prodotto alcuna testata nucleare e sono gli statunitensi (e gli inglese) che spingono lo Stato ebraico a perseguire una guerra eterna per la difesa dell’occidente “ingrato ed egoista” (Jacques Attali dixit)!

Sul fronte siriano
Il 7 marzo, l’agenzia privata di intelligence Stratfor aveva confermato che (secondo Wikileaks che ha pubblicato una e-mail esplicita proveniente dall’entourage del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan) elementi delle forze speciali statunitensi, ma anche francesi, inglesi, turche e giordane, sarebbero presenti in Siria dal dicembre 2011 … Cipro è stata scelta anche come base principale da cui far partire i velivoli inglesi e francesi quando l’attacco aereo su Damasco e le altre postazioni in Siria saranno ordinate dal Pentagono.
L’AFP riferiva il 7 marzo 2012 che la stampa siriana – con un ampio potere discrezionale in materia, richiesta dalla contrattazione? – menzionava la scoperta di corpi di stranieri morti, di cui un europeo, tra le rovine dei quartieri disputati a Homs. Notizia che non ha nulla di sorprendente per i lettori di un settimanale satirico. Spesso fonte ben informata, Le Canard enchaîné [del 29 febbraio 2012] aveva infatti riferito che oltre alla “Conferenza degli Amici della Siria” che aveva riunito a Tunisi il 24 febbraio, i rappresentanti di sessanta paesi, tra cui la Segretaria di Stato statunitense, la signora Hillary e il signor Juppé, ex ministro degli affari esteri francese… costoro, ai margini della Conferenza, si sarebbero coordinati con i funzionari dei Servizi Speciali di Qatar, Turchia e Arabia Saudita per “montare un colpo di stato” in Siria, sul modello della Libia … soprattutto tramite il Qatar, che rifornisce i ribelli di armi, munizioni e di esperti che li addestrano alla guerriglia urbana.
Ma la stampa ha confermato dopo otto giorni ciò che ha mandato in fermento il Web nelle ultime tre settimane, vale a dire l’arresto di ufficiali francesi in Siria … diciannove dicono! Se questa notizia, ripresa a Londra, a Mosca e in Turchia, sarà confermata, ciò significherebbe che l’Occidente, senza dirlo, è  in guerra contro l’Asse del Male che collega Teheran, Damasco e Beirut, dove lo sciita Hezbollah detta la politica … e, di conseguenza, in guerra con coloro che li sostengono indefettibilmente, in una parola, Mosca e Pechino! Tutto un programma.

Note:
(1) Nome utilizzato dalla Jihad islamica, gruppo distinto da Hamas incaricato della gestione della Striscia, per i Qassam di tipo 1, 2 e 3. Particolarmente rustici, questi ordigni sono usati dal 2001 e i cui ultimi modelli hanno una lunghezza di 2 m contro i 0,79 degli originali, con un peso di 90Kg, contro i 5,5. Il governo israeliano gli attribuisce a oggi la morte – diretta o indiretta – di 14 persone. Siamo così di gran lunga, in un decennio, lontano dal bilancio terrificante suggerito dai media che descrivono i residenti locali di Gaza vivere nel terrore costante e assoluto.
(2) L’affare Monica Lewinsky che ha portato all’operazione “Desert Fox“, impreziosito da attacchi “sostanziali”, ossia il lancio di 415 missili da crociera il 16 dicembre 1998 – contro i 291 del febbraio 1991, durante l’operazione Desert Storm – su Baghdad … un diversivo utile, mentre si prevedeva una procedura di impeachment avviata contro la falsa testimonianza del Presidente. 200 aerei da combattimento, 25 navi da guerra e due portaerei (Enterprise e Carl Vinson) furono mobilitati per cancellare le scappatelle sessuali di un personaggio tutt’altro che brillante. Vedremo a questo proposito un film – “I colori della vittoria” di Mike Nichols Sori del marzo 1998 – la cronaca della campagna presidenziale del 1992 del suddetto Clinton, nel film interpretato brillantemente da John Travolta, più vero del vero. Bilancio ufficiale di Desert Fox: 650 sortite, 600 bombe, 415 missili lanciati contro un centinaio di obiettivi tra cui la raffineria di Bassora.
(3) “Vitrifier l’Iran” 29 febbraio 2012

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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