La guerra India-Pakistan del 1971: il ruolo di URSS, Cina, USA e Gran Bretagna

Sanskar Shrivastava The World Reporter 30 ottobre 2011

Nel 1971, i due rivali asiatici del sud si dichiararono guerra, causando notevoli perdite di vite e proprietà, e di territorio nel caso del Pakistan. Se il tema suona controverso, prima d’iniziare vorremmo dire che ogni informazione in questo articolo ha una provenienza. L’articolo è stato scritto dopo una particolare analisi delle varie fonti. Tutte le fonti rilevanti e immediate sono elencati alla fine dell’articolo.

1971_1Prima del 1971, il Bangladesh era parte del Pakistan come Pakistan orientale. Secondo Najam Sethi, giornalista molto rispettato e onorato in Pakistan, il Pakistan orientale si era sempre lamentato di ricevere meno fondi e meno attenzione dal governo del Pakistan occidentale (punjabi). I bengalesi del Pakistan orientale si opposero anche all’adozione dell’urdu come lingua di Stato. Le entrate delle esportazioni, il cotone del Pakistan Occidentale e la iuta del Pakistan orientale, erano gestite principalmente dal Pakistan occidentale. Infine, l’elezione di qualche mese prima della guerra, fu vinta dal leader pakistano orientale ma non ebbe potere, alimentando in tal modo la secessione del Pakistan orientale. L’esercito pakistano iniziò le attività nel Pakistan orientale per contenere il movimento e la rabbia dei bengalesi. L’esercito fu coinvolto in stragi e stupri di massa. L’India ne era consapevole e aspettava solo la scusa per avviare la guerra. L’India accolse un enorme numero di rifugiati, divenuti ingestibili, spingendola ad intervenire. La situazione presto attrasse l’attenzione di molti altri Paesi. Così la guerra non fu solo tra India e Pakistan, ma molti Paesi vennero coinvolti, direttamente o indirettamente. A maggio, Indira Gandhi scrisse a Nixon della ‘strage nel Bengala orientale‘ e del flusso di rifugiati che gravava sull’India. Dopo che LK Jha (ambasciatore indiano negli Stati Uniti) avvertì Kissinger che l’India avrebbe rispedito parte dei rifugiati come guerriglieri, Nixon commentò: ‘Per Dio, taglieremo gli aiuti economici (all’India).’ Pochi giorni dopo, quando il presidente degli Stati Uniti disse che ‘i maledetti indiani’ si preparavano a un’altra guerra, Kissinger rispose ‘sono le persone più dannatamente aggressive in giro‘.

I legami tra Stati Uniti e Cina, un fatto poco noto
(Estratti e fonti dalle 929 pagine dell’XI volume sulle relazioni estere degli Stati Uniti)
Gli USA compiangevano il Pakistan per vari motivi, tra cui due: primo, il Pakistan aderiva ai patti militari degli USA CENTO e SEATO; secondo, gli Stati Uniti credevamo che la vittoria dell’India potasse all’espansione dell’influenza sovietica nelle parti acquisite dall’India, essendo ritenuta una nazione filo-sovietica, anche se non erano alleate. In un telegramma inviato al segretario di Stato statunitense Will Roger, il 28 marzo 1971, il personale del consolato degli Stati Uniti a Dhaka si lamentava, ‘Il nostro governo non è riuscito a denunciare la soppressione della democrazia. Il nostro governo non è riuscito a denunciare le atrocità. Il nostro governo non ha adottato misure energiche per proteggere i propri cittadini, mentre si fa in quattro per placare il governo del Pakistan occidentale… come dipendenti pubblici professionali esprimiamo il nostro dissenso verso la politica attuale e speriamo che i nostri veri e duraturi interessi qui, possano essere definiti e le nostre politiche reindirizzati salvando la posizione della nostra nazione come leader morale del mondo libero‘. Così entrava la Cina. Gli USA avevano bisogno dell’aiuto della Cina e il messaggero fu il Pakistan. Si avvicinarono alla Cina segretamente a riguardo, contenta di ciò credendo che le relazioni con gli Stati Uniti potessero migliorare da allora in poi. Nella seconda settimana di luglio 1971, Kissinger giunse a Pechino, dove ascoltò il primo ministro cinese Zhu Enlai: ‘A nostro parere, se l’India continua il suo corso attuale in violazione dell’opinione del mondo, agirà incautamente. Noi, invece, sosteniamo la posizione del Pakistan, com’è noto a tutti. Se (gli indiani) sono giunti a provocare una situazione del genere, allora non possiamo stare a guardare.’ Kissinger rispose che la Cina doveva sapere che gli Stati Uniti appoggiavano il Pakistan su tale tema. Indira Gandhi, la prima ministra indiana, decise di visitare la maggior parte delle capitali occidentali per dimostrare le ragioni indiane ed avere sostegno e simpatia per i bengalesi del Pakistan orientale. Il 4 e 5 novembre incontrò Nixon a Washington. Nixon le disse direttamente che una nuova guerra nel subcontinente era fuori questione. Il giorno dopo, Nixon e Kissinger valutarono la situazione. Kissinger disse a Nixon: ‘Gli indiani sono dei bastardi comunque. Tramano la guerra‘. La pressione aumentò nel Pakistan orientale, attirando l’attenzione degli indiani che si preparavano alla guerra concentrandosi sul fronte orientale. Per deviare la pressione, il 3 dicembre, nella notte, prima ancora che l’India attaccasse il Pakistan orientale, il Pakistan aprì il fronte occidentale e compì attacchi aerei su sei basi aeree indiane in Kashmir e Punjab. La CIA riferì al presidente degli Stati Uniti che la prima ministra indiana riteneva che i cinesi non sarebbero intervenuti nel nord dell’India e quindi ogni azione cinese sarebbe stata una sorpresa per l’India, e che i militari indiani potevano crollare in una situazione tesa dovuta a combattimenti su tre diversi fronti (est, nord e ovest). Sentendo ciò, il 9 dicembre, Nixon decise d’inviare la portaerei USS Enterprise nel Golfo del Bengala, a minacciare l’India. Il piano era circondare l’India e costringerla a ritirarsi dal Pakistan orientale. Il 10 dicembre, Nixon incaricò Kissinger di chiedere ai cinesi d’inviare truppe verso la frontiera indiana. ‘Minacciano di muovere forze o spostarle, Henry, è quello che devono fare adesso.‘ La Cina temeva che una qualsiasi azione sull’India potesse avviare l’aggressione sovietica. Così, venne assicurato alla Cina che qualsiasi azione intrapresa dall’Unione Sovietica sarebbe stata neutralizzata dagli Stati Uniti, proteggendo la Cina. L’esercito pakistano aveva in qualche modo mantenuto le posizioni e resistito all’avanzata indiana. Credeva che la Cina si preparasse ad aprire il fronte nord, rallentando o fermando l’avanzata indiana. In realtà, il mito delle attività cinesi fu comunicato all’esercito del Pakistan per sollevarne il morale e mantenere la volontà di combattere e sperare. Il tenente-generale AAK Niazi, comandante dell’esercito pakistano a Dhaka, fu informato: “Il fronte della NEFA è attivato dai cinesi, anche se gli indiani, per ovvi motivi, non l’hanno annunciato.” Ma Pechino non fece mai nulla. A Washington, Nixon analizzò la situazione così: ‘Se i russi riescono a sconfiggere i cinesi e gli indiani i pakistani… potremmo vederci puntare la canna del fucile.’ Nixon non era sicuro della Cina; aveva davvero intenzione di avviare un’azione militare contro l’India?

nixon-chou-en-lai-1972Il ruolo dell’Unione Sovietica nella guerra indo-pakistana del 1971
Mentre l’India aveva deciso di continuare con la guerra, e Indira Gandhi, avuto sostegno e simpatia statunitensi per i bengalesi torturati nel Pakistan orientale, fece una mossa efficace e il 9 agosto firmò un trattato di amicizia e cooperazione con l’Unione Sovietica. Lo storico del dipartimento di Stato dice, ‘nella prospettiva di Washington, la crisi divenne più pericolosa, India e Unione Sovietica firmarono un trattato di amicizia e cooperazione‘. Fu uno shock per gli USA, perché era ciò che temevano, l’espansione dell’influenza sovietica in Asia meridionale. Temevano che il coinvolgimento dell’Unione Sovietica potesse sabotare il loro piano. Il 4 dicembre, il giorno dopo che il Pakistan aveva attaccato gli aeroporti indiani in Kashmir e Punjab dichiarando guerra all’India, il coinvolgimento degli USA nella guerra apparve chiaro. Pensando che l’Unione Sovietica potesse entrare in guerra, e una volta venuto a saperlo, causare notevoli danni al Pakistan e al materiale statunitense consegnatogli, l’ambasciatore degli USA alle Nazioni Unite, George HW Bush, (poi 41.mo presidente degli Stati Uniti e padre di George Bush) presentò una risoluzione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, chiedendo il cessate il fuoco e il ritiro delle forze armate di India e Pakistan. Credendo che l’India potesse vincere la guerra e Indira Gandhi fosse decisa a proteggere gli interessi dei bengalesi, l’Unione Sovietica pose il veto alla risoluzione, permettendo così all’India di lottare per la causa. Nixon e Kissinger fecero notevoli pressioni sui sovietici, ma la fortuna non li aiutò. Il 3 dicembre 1971, il mondo fu scosso da un’altra guerra tra India e Pakistan. L’aviazione pachistana colpì città e piste di atterraggio indiani. La premier indiana Indira Gandhi pose lo Stato di emergenza e ordinò all’esercito indiano di respingere l’aggressione. Feroci operazioni militari si ebbero a terra, aria e mare.
Documento storico: “Confidenziale, 10 dicembre 1971, Mosca. Al Maresciallo DM Andrej Grechko. Secondo le informazioni dal nostro ambasciatore a Delhi, nel primo giorno del conflitto il cacciatorpediniere indiano ‘Rajput’ aveva affondato un sottomarino pakistano con bombe di profondità. Il 4 e 9 dicembre, le motomissilistiche indiane avevano distrutto e danneggiato 10 navi da guerra pakistane usando i missili antinave sovietici P-15. Oltre 12 depositi di petrolio pakistani erano stati incendiati.”

Il confronto anglo-sovietico
Confidenziale. Al Comandante del Servizio d’Intelligence Militare Generale Pjotr Ivashutin. “L’intelligence sovietica ha riferito che le attività operative inglesi si avvicinano alle acque territoriali dell’India, guidate dalla portaerei Eagle (10 dicembre). Per aiutare l’amica India, il governo sovietico invia un gruppo di navi al comando del contrammiraglio V. Krugljakov“. Vladimir Krugljakov, l’ex-comandante del 10° Gruppo operativo da combattimento della Flotta del Pacifico (1970-1975) ricorda: “Mi fu ordinato dal Comandante in capo di monitorare l’avanzata della flotta inglese, posizionando le nostre navi da guerra nel Golfo del Bengala e sorvegliando la portaerei inglese Eagle”. Ma l’Unione Sovietica non aveva abbastanza forze per resistere, se incontravano la portaerei inglese. Pertanto, per sostenere la flotta sovietica nel Golfo del Bengala, incrociatori, cacciatorpediniere e sottomarini nucleari sovietici, dotati di missili antinave, furono inviati da Vladivostok. In reazione, la flotta inglese si ritirò a sud del Madagascar. Ben presto arrivò la notizia che la portaerei Enterprise e l’USS Tripoli statunitensi si dirigevano verso le acque indiane. V. Krugljakov, “Avevo ricevuto l’ordine dal Comandante in capo di non consentire l’arrivo della flotta statunitense presso le basi militari indiane. Li circondammo e puntammo i missili sull’Enterprise. Avevamo bloccato la loro rotta impedendogli di dirigersi da alcuna parte, né Karachi, né Chittagong o Dhaka“. Le navi sovietiche avevano missili a corta gittata (solo 300 km). Pertanto, per tenere l’avversario sotto tiro, i comandanti corsero il rischio di avvicinarsi al nemico il più possibile. “Il Comandante in capo mi aveva ordinato di far emergere i sottomarini, in modo che venissero notati dai satelliti-spia statunitensi o avvistati dalla marina militare statunitense!” per dimostrare che avevamo tutti i mezzi necessari nell’Oceano Indiano, compresi sottomarini nucleari. Li avevo fatti emergere e li riconobbero, quindi intercettammo le comunicazioni statunitensi. Il comandante del Battle Group Carrier, contrammiraglio Dimon Gordon, inviò una relazione al comandante della 7° flotta: ‘Signore, è troppo tardi. Ci sono sottomarini nucleari e numerose navi da guerra dei sovietici‘. Gli statunitensi rientrarono senza poter fare nulla. L’Unione Sovietica minacciò anche la Cina che, se mai avesse aperto un fronte contro l’India, avrebbe ricevuto una dura risposta da Nord.

3499673667_Indira-gandhiIl ruolo dello Sri Lanka
L’alto commissario pakistano a Colombo, Seema Ilahi Baloch disse nel suo discorso al consiglio d’affari pakistano-singalese a Colombo, nel giugno 2011, che il Pakistan non dimenticherà mai l’aiuto che lo Sri Lanka gli offrì durante la guerra del 1971. “Non possiamo in Pakistan dimenticare il supporto logistico e politico che lo Sri Lanka ci concesse nel 1971, quando ci aprì i suoi impianti di rifornimento“, ha detto. Gli aerei pakistani diretti nel Pakistan orientale volavano aggirando l’India via Sri Lanka, dato che non potevano volare nei cieli indiani. Ciò costrinse il Pakistan a far rifornire i propri aerei per strada. Lo Sri Lanka aiutò il Pakistan permettendo agli aerei pakistani di rifornirsi nell’aeroporto Bandaranaike. La guerra si concluse con la resa dell’esercito pakistano, avendo perso l’aiuto statunitense grazie all’azione sovietica che bloccò USA e Cina dall’impedire l’avanzata del’India. Così un nuovo Paese, il Bangladesh, fu creato e riconosciuto da tutto il mondo e dal Pakistan l’anno successivo, con l’accordo di Shimla.


Video tradotto da: Ella Salomatina, The World Reporter.

Fonti:
Guerra del 1971: Come gli Stati Uniti cercarono di accaparrarsi l’India
Volume XI delle relazioni estere del dipartimento di Stato degli Stati Uniti
Dicembre 1971: il conflitto indo-pakistano in mare – IV
“Nuove contorsioni della propaganda ‘Schiaccia l’India'”
Il Palistan ringrazia lo Sri Lanka per l’aiuto nella guerra del 1971

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia nell’odissea nello spazio dell’India

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 27 settembre 2014

1420Il successo della Mars Orbiter Mission ha messo l’India sulla scena mondiale come potenza spaziale. E’ l’unico Paese asiatico che ha effettuato con successo una missione su Marte, e l’unico Paese al mondo che riesce in tale missione nel primo tentativo. Il successo dello sviluppo della tecnologia nazionale e il suo uso nell’esplorazione spaziale, negli ultimi anni, sono davvero sorprendenti. Quest’anno è anche il trentesimo anniversario del volo dell’unico astronauta indiano, Rakesh Sharma, sulla stazione spaziale sovietica Saljut-7 dal cosmodromo di Bajkonur. La storia della cooperazione spaziale indo-russa (sovietica) effettivamente iniziò molto prima. L’Unione Sovietica fu il primo Paese non solo ad inviare un astronauta indiano nello spazio, ma anche a lanciarne i satelliti, come Aryabhatta nel 1970. Il crollo dell’Unione Sovietica incise sulle relazioni bilaterali, anche nella cooperazione spaziale. La controversia sulla tecnologia criogenica ne fu una questione. Tuttavia, la cooperazione spaziale fu ripresa gradualmente. Nel 2004, entrambi i Paesi firmarono un accordo per l’esplorazione pacifica dello spazio e un altro per lo sviluppo del sistema di navigazione satellitare GLONASS e il lancio di veicoli spaziali russi con missili indiani. Vi furono anche discussioni sullo sviluppo congiunto di apparecchiature per le sonde solari, la costruzione dell’osservatorio spaziale solare per studiare la radiazione a raggi X, e la ricerca sui motori elettrici per veicoli spaziali. Nel 2005 fu firmato un accordo sulla tecnologia di sicurezza, e uno per l’attuazione della cooperazione a lungo termine sullo sviluppo congiunto, operatività ed uso del sistema GLONASS. Tale accordo prevede il lancio di satelliti GLONASS usando il vettore indiano GSLV, e a sua volta la Russia fornisce l’accesso al sistema GLONASS agli indiani. E’ inoltre previsto lo sviluppo congiunto di apparecchiature per lo sfruttamento dei segnali per scopi commerciali. L’accordo apre la strada all’attuazione di un accordo del 2004 sulla progettazione congiunta e il lancio dei satelliti per comunicazione GLONASS, utilizzabili da entrambi i Paesi per scopi civili e militari. Fu firmato un accordo di cooperazione nel campo della fisica solare e le relazioni terrestri-solari nell’ambito del progetto Coronas-Photon, del 2005. Il progetto era volto alla ricerca nel campo della fisica solare e delle relazioni terrestri solari. L’accordo inoltre permise l’integrazione dei carichi indiani RT-2 sulla sonda Coronas-Photon e l’esperimento spaziale congiunto utilizzando le attrezzature RT-2. L’accordo fece rivivere il progetto sovietico Coronas-Photon con cui sei strumenti fabbricati presso l’Istituto Tata di ricerca fondamentale dell’India, furono installati sul satellite russo Photon. Nel 2007, l’agenzia spaziale dell’India ISRO e l’agenzia spaziale russa Roscosmos firmarono un accordo per lo sviluppo congiunto della missione indiana Chandrayana-2. Il veicolo spaziale venne lanciato nel 2013. Nel 2008, entrambi i Paesi firmarono un memorandum d’intesa sul programma di volo spaziale umano. La lista è infatti lunga, indicando il desiderio di entrambi i Paesi di voler sviluppare congiuntamente programmi spaziali con reciproco vantaggio.

2014: anno promettente
00-glo-3russia-india-flag-glonass.3 Quest’anno s’è dimostrato promettente per la cooperazione spaziale bilaterale. Nel febbraio 2014, il viceprimo ministro della Russia, e anche co-presidente della Commissione inter-governativa russo-indiana per la cooperazione culturale commerciale, economica, scientifica e tecnica, Dmitrij Rogozin, durante la sua visita in India ha ricordato la passata cooperazione spaziale ed ha sostenuto che v’è un ‘enorme potenziale’ per la cooperazione bilaterale spaziale, rivelando anche un nuovo accordo: “Abbiamo concordato una serie di consultazioni tra le nostre agenzie spaziali per coinvolgere i nostri partner indiani nei piani e progetti intrapresi dall’United Rocket and Space Corporation“. Nell’aprile 2014, il capo dell’agenzia spaziale russa Oleg Ostapenko ha ribadito l’interesse della Russia a sviluppare la cooperazione spaziale con India e Cina. Recentemente, la Russia ha annunciato una serie di programmi spaziali da miliardi di dollari. L’India può essere interessata a partecipare ad alcuni di questi programmi. Ciò rafforzerà la cooperazione bilaterale, fornendo all’India la tecnologia spaziale necessaria e alla Russia il capitale, rafforzandone la cooperazione spaziale. Oltre alla cooperazione tra governi, è anche fondamentale promuovere la cooperazione pubblico-privato e tra privati nel settore spaziale. Già vi sono esempi come la Sistema Shyam Teleservices Ltd. Anche se alcuni problemi sono emersi a causa di una truffa in India, i funzionari di entrambi i Paesi li maneggiano con destrezza. A luglio la società indiana Aniara ha firmato un accordo per la progettazione e produzione di satelliti per telecomunicazioni con la società russa Dauria Aerospace. Il progetto vale 210 milioni di dollari. Insieme a un’altra società, Dauria attuerà il progetto, responsabile per l’analisi del volo e controllo a terra della missione. La cooperazione congiunta si allargherà alla commercializzazione di Aniara, consentendole di entrare nei mercati della radiotelediffusione e comunicazione via satellite di altri Paesi. E’ necessario che i partenariati pubblici e privati siano incoraggiati. I milionari in India aumentano, e i nuovi ricchi indiani possono svolgere un ruolo chiave nel dare impulso alla cooperazione spaziale bilaterale.

Andare avanti
Le agenzie spaziali indiane e russe, tuttavia, devono risolvere le differenze in modo reciprocamente vantaggioso. Le differenze su progetti come Chandrayana-2 o il programma di volo spaziale umano avrebbero potuto essere meglio affrontate. Lo scorso ottobre, il capo dell’agenzia spaziale indiana ha espresso insoddisfazione per la lentezza degli sviluppi del programma e dichiarato l’intenzione dell’India di continuare da sola. Forse i problemi riguardanti il programma avrebbero potuto essere meglio gestiti se i funzionari che si occupano del programma avessero resistito alla tentazione di rendere pubbliche i dettagli delle differenze, tentando di risolverle nei forum bilaterali. Potrebbe essere possibile che il programma sia sviluppato congiuntamente e lanciato entro il 2016 o 2017, con la Russia che fornisce il lander e l’India che costruisce rover e orbiter. L’Odissea nello spazio dell’India non sarebbe stata possibile senza la cooperazione russa (sovietica). Sebbene i rapidi progressi spaziali dell’India non sarebbero stati possibili senza la cooperazione russa, non è utile aver nostalgia del passato, ignorando il presente. Entrambi i Paesi devono sinergizzarsi tenendo presenti le dinamiche mutevoli. E’ possibile che il prossimo Forum dell’Innovazione a Mosca, ad ottobre, sia testimone di alcuni sviluppi positivi nella cooperazione spaziale bilaterale.

sat6-IRNSSTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone guarda ancora all’Oceano Indiano

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 20/09/2014

Modi-AbeUno dei segnali che indicano la continua evoluzione nel processo di “normalizzazione” del Giappone è l’espansione delle proprie aree d’interesse politico. La geografia di tale spazio è determinata dalla necessità di risolvere due problemi sostanzialmente interconnessi e vitali per il Giappone. Il primo è garantirsi l’accesso alle risorse energetiche del Golfo Persico, così come il loro transito sicuro ai porti giapponesi. Il secondo, non ufficializzato ma abbastanza evidente, deriva dalla trasformazione della Cina in potenza globale, percepita come principale minaccia agli interessi nazionali e alla sicurezza del Giappone. Poiché la Cina “ricambia” con la propria valutazione del processo di “normalizzazione” giapponese, le relazioni tra questi due importanti Paesi asiatici sullo spazio politico globale sembrano sempre più seguire la “marcatura” tra due calciatori avversari durante la partita. La strategia attuata da entrambe le “squadre” inizia a svilupparsi in tutte le regioni del mondo, ma è particolarmente evidente nell’area della rotta che si estende attraverso Oceano Indiano, Stretto di Malacca e Mar Cinese Meridionale, terminando nei porti di Cina, Taiwan, Corea del Sud e Giappone.
Da quando è salito al potere alla fine del 2012, l’attenzione del primo ministro giapponese Shinzo Abe si è concentrata sulla crescente presenza giapponese nel Mar Cinese Meridionale e nello Stretto di Malacca. Il premier e i suoi ministri chiave hanno compiuto il maggior numero di visite nei Paesi del sud-est asiatico che circondano lo stretto. E’ importante notare che nelle visite e trattative con gli omologhi di questi Paesi, assieme all’uso del tradizionale strumento economico della politica estera del Giappone, l’aspetto militare e tecnico della cooperazione del Paese diventa sempre più importante. Ciò è fortemente incoraggiato dai Paesi del sudest asiatico per ragioni abbastanza ovvie. Va notato che i segnali che indicano il rinnovato interesse del Giappone per la regione dell’Oceano Indiano, ben evidente nelle due guerre mondiali, s’è già manifestato nel primo mandato di Shinzo Abe, nel 2006-2007, con la sua visita in India nel 2007, formulando il concetto di “arco d’instabilità”. Come notato dagli analisti, “con strana coincidenza”, l’arco si sovrappone alla suddetta vitale rotta per il Giappone. Nell’estate 2011, il Giappone aprì la sua prima base militare estera dal dopoguerra, dopo aver affittato dei terreni a Gibuti, nell’estremità occidentale della rotta di fondamentale importanza, per combattere i “pirati somali”, che sarebbero stati creati se non esistessero. Per inciso, per sopprimere la “minaccia dei pirati”, anche la Cina ha firmato un accordo con Gibuti per costruire una propria base militare all’inizio del 2013. Tuttavia, navi e aerei militari dei principali attori regionali da tempo pattugliano l’acceso al Golfo Persico.
La prova della nuova fase della politica attiva del Giappone nella regione dell’Oceano Indiano s’è avuta con i negoziati tra Shinzo Abe e il nuovo premier indiano Narendra Modi, durante la visita di quest’ultimo in Giappone all’inizio di settembre e il successivo tour asiatico del premier giapponese con soste in Bangladesh e Sri Lanka. Tuttavia, la nuova fase dei rinnovati interessi giapponesi nell’Oceano Indiano, forse iniziò nel maggio 2013 quando, in un altro tour nei Paesi del sudest asiatico, il premier giapponese si fermò anche in Myanmar. È un fatto che il Myanmar colleghi geograficamente le regioni dell’Oceano Indiano e del Sud-Est asiatico. Perciò la lotta per il controllo del suo territorio accelera nel gioco che si dispiega tra i protagonisti dello spazio circostante i bacini degli oceani Indiano e Pacifico. Nel viaggio in Giappone di Modi, gli analisti notarono subito che era il primo Paese visitato nei suoi tanti viaggi all’estero. La ragione principale di ciò è il consolidato rispetto di Modi per il Giappone e personalmente il suo attuale premier. Sebbene le foto delle agenzie di stampa delle riunioni bilaterali dimostrano tali sentimenti meglio di ogni parola. Il nuovo premier indiano prosegue sulla via di più stretti legami politici con il Giappone, come deciso dai suoi predecessori. Anche se il volume commerciale indiano con la Cina è di un ordine di grandezza maggiore di quello con il Giappone, la Cina è sempre più vista come un avversario geopolitico, mentre il Giappone come principale potenziale alleato politico dell’India. Quindi, sembra che con “gelosia” evidente la Cina abbia visto il viaggio di Modi in Giappone. I commenti della stampa cinese possono essere riassunti: “è meglio per l’India essere nostra amica” (vedasi: Modi sa che le relazioni con la Cina sono più importanti nel lungo periodo, di Liu Zongyi, Global Times). La stessa argomentazione “cinese” era presente nei commenti sulla visita di Abe in Bangladesh e Sri Lanka. Avviando le discussioni sulla proverbiale strategia del “filo di perle” che si suppone perseguita dalla Cina nel sud-est asiatico in generale e in India in particolare. Vi è anche l’ipotesi secondo cui il Giappone intende creare un proprio “filo di perle” nel sud-est asiatico, una rete di basi militari nello spazio tra Gibuti e lo Stretto di Malacca. Tuttavia, queste sono attualmente solo speculazioni e si può solo attendere per vedere come il gioco tra le nazioni leader regionali si svolge.
I prossimi eventi che meritano particolare attenzione saranno la visita del presidente cinese Xi Jinping in India e il successivo viaggio di Modi per la sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove ha in programma d’incontrare il presidente degli USA Barack Obama. Il secondo evento è particolarmente interessante perché, fino alla fine dello scorso anno, quando il Bharatiya Janata Party vinse le elezioni parlamentari, Modi era bandito dal suolo statunitense. Tuttavia, ora Modi è praticamente l’ospite più atteso dell’amministrazione statunitense, ed è abbastanza evidente perché.

l2014083056190Vladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro per gli studi asiatici e del Medio Oriente dell’Istituto di ricerca strategica russo, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mistral e Rafale sotto lo sguardo dell’India

Dedefensa 17 settembre 2014akerfrance520Il 24 luglio 2014, Jean-Paul Baquiast aveva correttamente paragonato la consegna della portaelicotteri francese Mistral alla Russia ai 126 Rafale francesi ordinati dall’India, osservando che l’eventuale fallimento del primo minacciava il conseguimento del secondo. Tale legame s’è ulteriormente rafforzato quando s’è potuta distinguere una somiglianza, dato l’ultimo episodio (4 settembre 2014) del pero-presidente francese che annuncia la “sospensione” dell’attuazione della prima parte del contratto (consegna del primo esemplare) fino a novembre, dipendendo (la consegna della Mistral) dalla situazione in Ucraina. È ragionevole vedere nella nostra sfera di cristallo che qualcosa, un grave incidente, un attacco ai gentili, la distruzione di una aereo con pensionati occidentali o immigrati nordafricani nello spazio aereo violato dell’Ucraina, l'”invasione” di “omini verdi” su camion umanitari “tutti bianchi”, “qualcosa” che si dice accada in Ucraina orientale, verso la fine di ottobre, con cui accusare indignati i russi e da confermare alla corte della comunità internazionale, con la testimonianza-pera della mancata consegna della Mistral. A cosa acquisita (la mancata consegna), il presidente Obama s’è congratulato con il presidente Hollande. Infine, prendendola per ciò che vale, la nostra sfera di cristallo s’è dimostra inaffidabile, incapace di sviluppare una narrazione che abbia un senso. Tuttavia, possiamo concludere a favore della sfera di cristallo, se non è vero… L’ipotesi… della cosa (la relazione incestuosa tra due contratti) è in gran parte confermata da un articolo di Aleksandr Korablinov su RIR (Russia and India Report), rivista interessata a relazioni e iniziative tra Russia e India, riflettendo le opinioni dei commentatori indiani e russi sugli eventi internazionali.
Il 5 settembre 2014, Korablinov presentava una notiziola tratta da varie fonti, alimentando l’idea della triste e netta possibilità di un ripensamento dell’India sulla prospettiva di completare l’ordine dei Rafale. Un esperto francese dell’IRIS, parlando al sito russo Delovoj Peterburg, sarebbe stato citato, così come fonti indiane, su una dichiarazione del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare indiana all’Hindustan Times del 3 settembre 2014. Parlando del rifiuto di consegnare la Mistral francese, Korablinov osservava: “…La maggiore ripercussione sarebbe la perdita di reputazione della Francia come fornitrice affidabile, ha detto Arnaud Dubien, ricercatore presso l’Institut de Relations Internationales et Strategiques. “I funzionari del ministero della Difesa francese, in conversazioni private riconoscono che se non consegnano la Mistral alla Russia, la Francia perderà i contratti per la fornitura di 126 aerei da combattimento all’India”, ha detto Dubien. Dubien ritiene che la decisione del presidente francese Francois Hollande di sospendere la consegna della Mistral non è definitiva, ed è stata presa sotto la tremenda pressione di Stati Uniti e Germania. Ha aggiunto che una decisione definitiva sarà presa entro novembre, e molto dipenderà da come la situazione in Ucraina evolverà. Una fonte del ministero della Difesa indiano ha detto che l’India “guarda da vicino gli sviluppi”. La fonte ha aggiunto che è troppo presto per dire se ciò influenzerà il governo nella firma del contratto. “Quando dopo notevoli somme di denaro, un fornitore fa geopolitica ritardando o sospendendo le consegne, disturba” ha detto la fonte, che non era autorizzata a parlare ai media. Non è stato possibile raggiungere Ministero della Difesa indiano per un commento ufficiale. [...] il maresciallo dell’Aria indiano Arup Raha ha detto ad Hindustan Times che un accordo sul Rafale “sarà stipulato presto”. Gli osservatori del settore a Delhi però, dicono che ci sarà una crescente pressione a riconsiderare la Francia, dato il voltafaccia di questa settimana, riguardo la fornitura delle Mistral alla Russia”.
Questi piccoli e interessanti dettagli sul sentimento degli indiani verso Francia, Mistral e Rafale ci è data, attraverso un debito collegamento, da un altro autore di RIR, l’esperto indiano Rakesh Krishnan Simha, con un articolo del 13 settembre 2014. Simha analizza la logica delle sanzioni antirusse e soprattutto i loro effetti negativi sui “sanzionatori”; assai negativi. Il testo è anche interessante per riecheggiare i possibili sentimenti indiani in tal senso. Una sezione è dedicata agli affari militari con una constatazione sull’incomprensibilità del comportamento francese (e tedesco), come se la Francia cessi di essere un fornitore di armi indipendente, principale se non unica alternativa agli USA (anglosassoni) nel blocco BAO, per coloro che vogliono acquisire armi avanzate… Ma comunque, la Francia ha almeno il “matrimonio per tutti”!
Indica lo scarso pensiero strategico di Francia e Germania, così facilmente influenzati da USA-UK nel sabotare contratti militari già firmati con la Russia. Sanzioni a parte, la violazione del contratto mette in allarme altri acquirenti. Se Germania e Francia hanno in programma di cacciare i loro clienti, fanno un buon lavoro. Ma vediamola così: forse è proprio ciò che Stati Uniti e Regno Unito pianificano attirando gli acquirenti delusi. Nella sua modernizzazione militare, la Russia aveva chiesto alla Rheinmetall tedesca di costruire una moderna struttura di addestramento militare. Ma sotto la pressione degli Stati Uniti, la Germania ha annullato il contratto da 134 milioni di dollari. Strategy Page dice che la Russia può volgersi alla Cina per costruire il centro di addestramento, avendo la Cina ottenuto, o meglio trafugato, la tecnologia e costruito il proprio. “La crescente lista delle sanzioni contro la Russia ha colpito l’industria delle armi russe in modo particolarmente duro, perché le nuove armi russe dipendono dai fornitori occidentali per alcuni componenti di alta tecnologia”, dice Strategy Page. “La Cina ne approfitta facendo notare di essere un importante produttore di componenti elettronici e meccanici di fascia alta, e probabilmente sostituirà i fornitori occidentali per via delle sanzioni. Mentre la Russia non compra armi straniere compra componenti high-tech (soprattutto elettronici) dall’occidente. Molti di tali elementi sono prodotti a duplice uso che Cina e altri Paesi dell’Asia orientale fabbricano. La Cina sostiene i russi (sull’Ucraina) ed è ostile alle sanzioni (cui è stata sottoposta per decenni). Pechino ritiene di poter sostituire numerosi fornitori occidentali in Russia, creando circa 1 miliardo di dollari all’anno di attività aggiuntive per le imprese cinesi”. Inoltre, l’India guarda, tra divertimento e sgomento, la Francia piegarsi agli Stati Uniti abbandonando l’accordo da 1,6 miliardi di dollari sulle Mistral alla Russia. La Francia era un fornitore affidabile di sistemi di combattimento di qualità e non aveva mai stracciato un accordo con l’India. Tuttavia, ciò in passato, quando la Francia aveva scelto di non aderire alla NATO. Con Parigi che sincronizza la propria politica estera con i signori della guerra di Washington, i militari indiani saranno cauti verso la tecnologia ‘Made in France’…
rafale_omnirole Ciò che è notevole in questo articolo, è che l’esperto indiano ripete, nella rivista rivolta ad un pubblico internazionale, sopratutto in Russia e India naturalmente, nell'”internazionalizzazione” del pubblico, il grande timore espresso da alcuni esperti francesi sulle conseguenze per le esportazioni di armi francesi del comportamento della Francia sul caso delle Mistral. In qualche modo, si può dedurre, inciso sul piano cronologico, che il danno è già fatto con la “reputazione” della Francia appannata se non decisamente minata dal comportamento del presidente francese. La decisione di sospendere la decisione sulla consegna (delle Mistral), proprio per il vertice della NATO, è stata ampiamente apprezzata dagli ambienti interessati nei Paesi interessati, cioè dai clienti tradizionali e potenziali della Francia dalla politica nazionale indipendente, segno che la politica francese non ha nulla d’indipendente, e di come è ridotta, sul caso delle Mistral, a manovre vergognose da garzone beccato con le mani nel sacco. Anche se le Mistral saranno consegnate, la reputazione francese è già offuscata completamente, e ci vorrà un ampio cambio politico (qualcosa come l’uscita della NATO) per invertire tale devastante giudizio. La posizione indiana è alquanto delicata. È in procinto di completare il contratto sui Rafale, e tecnicamente e operativamente la scelta dell’aereo francese è parte essenziale della riconversione in termini tecnici, militari e industriali. Sul versante politico, la posizione è assai imprecisa, in quanto il Rafale ha due avversari su entrambi i lati: da una parte, non è una novità, i concorrenti anglosassoni principalmente, se non esclusivamente, vogliono sabotare il contratto, ben inteso facendo pressioni; se la pressione fallisce sul piano diretto, sarà un pessimo elemento perpetuo, soprattutto se la Francia avrà difficoltà politiche per la perduta reputazione d’indipendenza, come in tale caso… Dall’altro lato, vi sono circoli politici indiani che riflettono la nuova politica del Primo ministro Modi, che vuole una linea più indipendente per l’India, cioè in uscita dalle norme del Sistema (a preponderanza statunitense). Il paradosso inestinguibile è che tale linea favorisce chiaramente la Francia tradizionale nota gli indiani, cioè la Francia gollista; non questa straordinaria caricatura di Hollande illustratasi agli occhi di tutti facendo pensare che la Francia sia percepita totalmente sottomessa agli Stati Uniti. Se ciò è coerente con la vera situazione o meno, non importa dato che l’essenziale è la percezione degli osservatori. L’articolo di Simha in questo senso ne è un segno tangibile.
Concretamente, dove porre la verità reale della situazione, dal lato indiano e dell’ordine dei Rafale? E’ difficile dire se tra l’abbandono dell’ordine o la sua firma. Forse qualcosa in mezzo, secondo fonti indipendenti indiane. Questa l’ipotesi: l’India richiederebbe straordinarie clausole politiche di garanzia, mettendo a grave repentaglio (se non offensiva, per coloro che ricordano ciò che fu il Paese) certa politica francese, reale o virtuale; anche alludendo al precedente delle Mistral, e con l’incognita degli indiani che aspettano di vedere se i francesi le consegneranno; alludendo anche alla questione dei vecchi legami con la Russia. Qualcuno potrebbe pensare che alcune di tali condizioni potrebbero imbarazzare gravemente la Francia verso gli Stati Uniti da un punto di vista strettamente politico; Stati Uniti non più politicamente imbarazzati dall’intervenire senza resistenze negli affari francesi e, quindi, ritenendo di non poter vendere armi senza i requisiti politici pretesi dell’acquirente, immaginandosi quali e con quali condizioni. Tali condizioni potrebbero imbarazzare la Francia, pur ponendo il Paese davanti la necessità di una possibile scelta politica visibile e pubblica verso l’alleanza con gli Stati Uniti, che sarebbe portata a negare e denunciare se desiderosa di stipulare il contratto sui Rafale… Ma sembra che tali azioni possano essere, al momento, un pio desiderio; scritto ciò pensando che, oggi, le cose vanno molto, molto veloci.

mmrca-finalTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

India e Giappone devono sostenere il colosso eurasiatico

Atul Bhardwaj (India)  Oriental Review 31 agosto 2014
iron_silk_roadLa rottura dell’alleanza ideologica sino-sovietica fu il brusco taglio di Kissinger alla Guerra Fredda. Un forte consolidamento socialista avrebbe potuto sfidare vigorosamente l’egemonia transatlantica. Non solo Kissinger inflisse lo scisma ai ranghi comunisti, ma fece anche in modo che India e Giappone, giganti asiatici disincantati dall’occidente, fossero lontani dalla probabile formazione eurasiatica. La morte di Stalin e le élite giapponese ed indiana che aderivano alla guerra anticomunista degli USA, fecero sentire la Cina isolata e vulnerabile. Nei primi anni ’70 la Cina abbandonò formalmente il blocco comunista per diventare partner degli USA capitalisti. 25 anni dopo la fine della guerra fredda, lo spettro dell’alleanza sino-russa ancora una volta inquieta gli USA, chiaramente preoccupati dall’alleanza post-guerra fredda tra Russia e Cina, non basata su ‘un rinnovato amore’ per l’ideologia. I nuovi legami eurasiatici sono costruiti su solide fondamenta, potere economico e finanziario cinese combinato con risolutezza e potere militare russo, costruiti nella convinzione comune che l'”unipolarità è perniciosa” debba essere contestata. La formazione della banca BRICS, la proposta della Cina della nuova “Via della Seta economica” che colleghi Germania, Russia e Cina e l’annuncio del ministro della Difesa russo Sergei Shojgu sulla prospettiva d’estendere la linea ferroviaria dalla Siberia e Mongolia occidentale ad Urumxi in Cina, e poi in Pakistan e India, non solo sono audaci, ma sono passi innovativi.
Il 2014 diventa rapidamente l’anno del passaggio al cambio del corso valutario e dei corridoi di collegamento. Né la Via della Seta, né le idee sul currency swap sono nuove. Tuttavia, le attuali aperture diplomatiche ed economiche cinesi acquisiscono maggiore rilevanza grazie al fatto che la Russia, con un’esportazione di idrocarburi da circa un trilione di dollari l’anno, abbandona il “petro-dollaro” quale unità di negoziazione per le operazioni su petrolio e gas. Assieme a questi sviluppi, la Cina, seconda maggiore economia del mondo ed primo importatore di petrolio, si avvicina sempre più alla Russia e sinceramente “cerca accordi commerciali petroliferi con i suoi principali fornitori, Russia, Arabia Saudita, Iran e Venezuela basati sulle valute nazionali.” Si dice che entro il 2018, la Russia invierà in Cina 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno, le cui “operazioni saranno valutate in rublo, yuan ed eventualmente oro“. Questi sviluppi hanno già causato nervosismo nei mercati azionari statunitensi e crescente scetticismo globale sul futuro del dollaro come valuta di riserva. Le tensioni montano anche nel Mar Nero, dove è stato recentemente riferito che una nave da guerra statunitense ha inutilmente indugiato sperando di minacciare il Presidente Putin. La Russia sa affrontare l’inutile diplomazia delle cannoniere statunitense. Tali manovre in alto mare erano comuni durante la Guerra Fredda, quando navi da guerra sovietiche e statunitensi, vincolate dalle regole d’ingaggio, s’impegnavano in duelli tranquilli solo per molestarsi vicenda, dimostrando la capacità di guidare una nave o l’addestramento sui missili.
La domanda è: i mutamenti globali economici e politici comporteranno l’aumento delle dimostrazioni di forza nella diplomazia delle cannoniere dagli Stati Uniti, o il crollo del dollaro inaugurerà la nuova era dell’autentico multipolarismo nell’ordine internazionale. Tuttavia, prima di passare oltre, si deve chiarire che il declino degli Stati Uniti nel 21° secolo non è assoluto. E’ solo relativo alla notevole crescita della Cina. Ciò che accade oggi non è la liquidazione dell’impero degli Stati Uniti, ma il vacillare delle sue basi? L’ascesa della Cina dalla povertà e della Russia dalla passività strategica, riaprono l’ordine internazionale offrendo opportunità ad economie emergenti come l’India. Questa volta, l’India non deve cadere nella trappola statunitense e tradire i BRICS e l’emergente formzione eurasiatica. Si tratta probabilmente della migliore occasione di domare l’egemonia occidentale. India e Giappone non dovrebbero rigettare questa opportunità solo per le piccole isole Senkaku e il feticcio di Shinzo Abe di trasformare Tokyo in una base militare. E’ giunto il momento che la proposta della nuova “via della seta marittima” non sia vista come uno stratagemma cinese, un piano ambiguo per ingannare la regione e imporre l’egemonia, ma come grande strategia per migliorare i legami dell’Asia, offrendo un nuovo modello per catapultare la regione via dalla trappola territoriale. I piccoli passi russo-cinesi sono o volti ad uscire dal sistema di dominio del dollaro statunitense e dall’insicurezza perpetua nel tracciare il nuovo ordine mondiale.

map19L’autore è membro del Consiglio indiano di Ricerche Sociali dell’Istituto di Studi Cinesi. È un alunno del College Reale di Londra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché le sanzioni di Obama contro la Russia sono condannate

MK Bhadrakumar, 30 luglio 2014
1901277La nuova guerra fredda era l’ultima cosa nella mente del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama nel crepuscolo del 22 ottobre 2012 presso il campus Lynn University in Florida. La notte dei lunghi coltelli del famoso dibattito in politica estera per la campagna presidenziale, durante cui Obama umiliò il suo avversario repubblicano Mitt Romney ridicolizzando la tesi che la Russia costituisse la maggiore minaccia geopolitica degli Stati Uniti nel 21° secolo. Così Obama inflisse quel famoso affronto a Romney: “Governatore, sono contento riconosca al-Qaida quale minaccia, se pochi mesi fa, quando le fu chiesto quale fosse la maggiore minaccia geopolitica dell’America, lei disse la Russia e non al-Qaida. E dagli anni ’80 che non si chiede nulla di loro in politica estera perché, si sa, la guerra fredda è finita da più di 20 anni. Ma il governatore, quando si tratta della nostra politica estera, sembra voler riportarla agli anni ’80” (qui).  Nel corso della sua rielezione, Obama indicò il ‘reset’ degli USA nelle relazioni con la Russia come il più brillante successo della politica estera del suo primo mandato allo Studio Ovale. Orgoglioso dell’accordo START sul disarmo con la Russia; del prezioso aiuto della Russia nel creare la rete di transito nota come Rete di Dispiegamento del Nord e in altre aree relative alla guerra in Afghanistan; del taglio russo delle vendite militari all’Iran e della volontà di muoversi in tandem nelle sanzioni statunitensi contro l’Iran, ed altro, quali vantaggi sostanziali della sua politica estera. Non sappiamo esattamente quando Obama ha cambiato idea e deciso di diventare un seguace di Romney. Obama attribuisce la sua metamorfosi interamente agli sviluppi in Ucraina, a 4 mesi dall’annessione alla Russia della Crimea. Ma in questo breve periodo Obama ha oscillato da un estremo all’altro, e come nel suo intervento, qui, sulle ultime sanzioni contro la Russia, testimonia, gode nel “far indietreggiare di decenni l’autentico progresso” della Russia ed “indebolire ancor di più la debole economia russa“.
Obama esulta per “le proiezioni sulla crescita economica russa scese quasi a zero”. Tradendo  rancore e malvagità che macchiano l’immagine degli USA presso la comunità mondiale. Senza dubbio, c’è un mondo intero oltre il Nord America e l’Europa occidentale, che vede le bizzarrie di Obama con incredulità ed esasperazione. Quella grossa parte della comunità internazionale, la maggioranza silenziosa, avrebbe anche un paio di cose da chiedere a Obama. Primo, come può arrogarsi la prerogativa d’interpretare il diritto internazionale sempre nel modo che gli fa comodo su un dato punto? Come spiegare l’aggressione degli Stati Uniti a Iraq e Libia con la conseguente distruzione di questi Paesi e la palese interferenza in Siria? Chi è realmente responsabile dei disordini in Ucraina dell’anno scorso? Ahimè, Obama non si rende conto che segna un auto-goal svendendo la credibilità politica degli Stati Uniti, subendo un effetto strano. Prendiamo per esempio la seducente retorica del segretario di Stato John Kerry, qui, sperando di dare il tono giusto alla sua imminente visita a Delhi, due giorni dopo. Ma ignorato dalle orecchie indiane. Infatti, il portavoce del ministero degli Esteri a Delhi ha chiarito, confermando che il ministro indiano prevede di riprendere con Kerry la stupefacente notizia dell’ex-dipendente della CIA Edward Snowden sullo spionaggio della NSA in India. Ha detto: “Siete anche consapevoli del fatto che vi è notevole inquietudine in India sulle autorizzazioni alle agenzie statunitensi nel violare la privacy di persone, entità e governo indiani. Quindi, ovviamente se vi è notevole inquietudine, questi problemi dovrebbero essere comprensibili senza ulteriori dettagliate spiegazioni“. I giornali indiani hanno generalmente interpretato la missione di Kerry come grossolano istinto filisteo, volto a vendere altre armi all’India e rimuovere gli impedimenti all’esportazione dei reattori nucleari statunitensi sul mercato indiano. Kerry assomiglia ad un sudato venditore porta a porta del dramma di Arthur Miller.
Perché ciò accade? L’India era un Paese perdutamente innamorato del predecessore di Obama, George W. Bush. Ma in qualche modo e da qualche parte, s’è formata nella coscienza indiana l’impressione, ora difficile da cancellare, che Obama sia un cinico ed egocentrico opportunista  singolarmente privo di convinzioni radicate, e perciò altamente inaffidabile. Come nell’ultimo colpo di scena nella politica verso la Russia, che danneggerà gli interessi degli Stati Uniti. Basti dire che l’India non vorrà avere a che fare con la strategia degli Stati Uniti del riequilibrio in Asia. Obama non comprende che il mondo non è interessato ad isolare la Russia o a distruggerne l’economia quando l’economia mondiale ha un disperato bisogno di centri di crescita, soprattutto al di fuori del mondo occidentale. Quindi, se l’Europa vuole solo il gas russo e vieterà il petrolio russo, tanto meglio per le economie in rapida crescita di India, Cina e Vietnam. Se l’Europa non vuole acquistare più armi russe, tanto meglio per India, Iraq, Egitto, Venezuela, Brasile, ecc., che avranno ancora più armi dalla Russia. Certamente, BRICS e Shanghai Cooperation Organization non scompariranno. Obama non capisce che gli strumenti della guerra fredda non sono più utili. E’ chiaramente arrogante da parte sua illudersi di essere una sorta di pifferaio magico che il resto del mondo semplicemente seguirà. Perché il mondo dovrebbe combattere la guerra statunitense per salvare lo status incontaminato del dollaro conservando l’egemonia globale degli USA, pur essendo una potenza inesorabilmente in declino?
La banca dei BRICS, destinata a rivaleggiare con la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, indica “la fine del predominio occidentale sul piano finanziario ed economico globale” per citare, qui, un esperto strategico di primo piano a capo del consiglio consultivo del Consiglio di Sicurezza Nazionale indiano, è già un fatto immutabile della vita. India, Brasile e Cina non si spaventano delle restrizioni occidentali alle banche russe.

10360610Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA fuggono dalla Libia

MK Bhadrakumar, 27 luglio 2014

13-modi-smileLa chiusura dell’ambasciata statunitense in Libia avviene probabilmente in ritardo, da quando tale Paese è disceso nell’anarchia. La ruota ha girato completamente dall’invasione occidentale della Libia, tre anni fa, sotto la bandiera della NATO a sostegno dell’agenda del ‘cambio di regime’. Da ovunque si veda, il defunto dittatore libico Muammar Gheddafi deve guardare con gioia gli europei e gli statunitensi che l’hanno braccato ora fuggire in preda al panico, temendo la prospettiva del massacro e della morte improvvisa, mentre la NATO non può più essere di alcuna utilità. In ogni caso, la NATO ha le mani occupate, impegnata nella mobilitazione nel Mar Nero e negli Stati baltici. Ma nella valanga mediatica sull’evacuazione degli statunitensi da Tripoli, ciò che attrae e costringe a pensare è il chiaro servizio di ABC News che spiega dall’interno come l’evacuazione ha avuto effettivamente luogo. Certo, non dal tetto dell’ambasciata statunitense a Tripoli in elicottero, ma comunque con assai alta drammaticità e dispiegamento di aerei da combattimento F-16, droni,  cacciatorpediniere e forza di reazione rapida. Non si sa se ridere o piangere in questi momenti dai sentimenti contrastanti. Certamente il servizio di ABC non trasmette un’immagine elegante della superpotenza in ritirata. Certo, tale spettacolo ferirà politicamente il presidente Barack Obama  divenendo bersaglio della politica mondiale, in particolare nella sicurezza internazionale. Non sorprende che Obama, o il suo vice Joe Biden, non si siano visti o sentiti e che il segretario di Stato John Kerry sia rimasto con la scatola dei vermi. Forse è una decisione prudente dalla Casa Bianca, attentamente presa. E Kerry si spertica annunciando che non ci sarà una ritirata “permanente” dalla Libia. Di certo, non sarà una ritirata permanente. Ovunque ci sia petrolio nella sabbia del Medio Oriente, ci saranno gli USA. Ma il vero sofisma è altrove, nella rivendicazione di Kerry che gli statunitensi in quanto tali non sono obiettivo della milizia libica scatenata. Ora, ciò è una mera bugia, dimentica l’uccisione grottesca dell’ambasciatore Christopher Stevens nel 2012, nell’attacco a Bengasi alla stazione CIA da parte degli assassini che aveva addestrato ad uccidere?
In realtà, l’amministrazione Obama si assicura che l’attacco di Bengasi, che tormenta ancora il futuro politico di Hillary Clinton e a oscura l’attesa avanzata di Susan Rice nel gabinetto di Obama al momento, non si ripeta. In teoria, la Libia potrebbe riapparire sulla via alle elezioni presidenziali del 2016 negli Stati Uniti. Ma poi, sarà più roba da polemiche e protagonismi dei politici statunitensi. La grande domanda è perché le esperienze brucianti in Iraq, Libia e Afghanistan non convincono a un ripensamento all’ABC delle politiche regionali che sostengono l’ordine del giorno degli Stati Uniti del cambio di regime nei Paesi stranieri. Gli Stati Uniti dovrebbero avere una seria introspezione. La Siria è stata distrutta e presto potrebbe essere la volta dell’Ucraina, e in entrambi i casi è l’interferenza degli Stati Uniti in tali Paesi, in bilico tra delicate dinamiche interne, per freddi calcoli geopolitici e interessi personali, anche se camuffati da altro, a suscitare rivolte sanguinose. La Libia diventa particolarmente importante, perché gli islamisti pregustano la vittoria e sono potenzialmente parte del piano del califfato globale. Non sarà il sangue degli occidentali ad arrossare le sabbie libiche, ma sangue umano comunque, e il grido della ‘jihad’ in Libia risuonerà in tutto il Medio Oriente, e oltre. Basti dire che le politiche occidentali sono terreno fertile per il ‘jihadismo’ di oggi. Ovunque gli statunitensi vadano nel mondo musulmano a stabilire la loro egemonia, sono seguiti dai ‘jihadisti’. Il punto è, i demoni che USA-NATO hanno scatenato in Libia distruggendo il regime di Gheddafi, punteranno agli statunitensi, ora. E’ il tipico replay di Afghanistan e Iraq. Una seconda questione riguarda il ruolo della NATO come organizzazione della sicurezza globale, che Washington promuove. L’alleanza occidentale era euforico per la ‘vittoria’ in Libia nel 2011. Ed il modo in cui la NATO ha gestito la guerra l’ha proiettata quale “nuovo modello” (qui). Col senno del poi, la NATO ha così tanto sangue sulle mani che gli utili propagandati restano assai discutibili, per non dire altro. Mentre la NATO si prepara al vertice di settembre in Galles, la Libia si presenta come un ‘stimolante’ ripensamento per gli statisti occidentali sul futuro dell’alleanza. Ma possono far fronte a una sfida morale quanto intellettuale?
Tuttavia, una domanda molto più grande si pone. La ritirata diplomatica statunitense dalla Libia è  estremamente simbolica. Presenta l’immagine di una superpotenza allo sbando, ritirandosi tra paura e trepidazione. Certo, i taliban non dovranno guardare lontano per sapere cosa fare se sul serio scacceranno le basi militari statunitensi dal loro Paese, semplicemente lanciare uno o due razzi nel compound dell’ambasciata statunitense a Kabul. Inoltre, tale spettacolo indecoroso dai deserti libici dove uomini e donne di Obama battono in ritirata, non aiuterà il perno in Asia degli Stati Uniti ad essere una convincente strategia agli occhi scettici dei Paesi dell’Asia-Pacifico. Pregate, perché dovrebbe mai il primo ministro indiano Narendra Modi prendere sul serio l’invito sontuoso, esteso al suo governo la scorsa settimana, dal vicesegretario di Stato degli Stati Uniti Nisha Desai Biswal. di far svolgere all’India un “ruolo vitale” nel riequilibrio in Asia dell’amministrazione di Obama; o anche prendere sul serio ciò che ha lodato retoricamente come “scommessa strategica sul ruolo conseguente dei 4,3 miliardi di asiatici nel 21° secolo” di Washington? (qui). La cosa ottima dal punto di vista indiano, è che la ritirata libica dell’amministrazione Obama avviene pochi giorni prima del dialogo strategico USA-India a Delhi. Non può sfuggire ai politici di Delhi che l’autonomia strategica dell’India e la sua capacità di seguire un corso indipendente nel mondo contemporaneo, mantenendo le proprie priorità di sviluppo nazionali in piena prospettiva, non sia più una discutibile politica estera ideale, ma un’attuale necessità impellente.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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