Le milizie appoggiate dalla CIA collegate all’attacco a Bengasi, in Libia

Patrick Martin WSWS 30 dicembre 2013
130507Feature2Photo1-650_429Un lungo reportage in prima pagina sul New York Times fornisce un’ulteriore conferma che l’attacco a un complesso statunitense a Bengasi, in Libia, nel settembre 2012 sia stato il risultato dell’impiego da parte dell’amministrazione Obama dei terroristi islamisti nella guerra contro il regime libico di Muammar Gheddafi. L’articolo del Times, basato su decine di interviste a Bengasi, afferma che l’attentato che uccise quattro statunitensi, tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens, fu effettuato da libici già alleati del governo degli Stati Uniti nella guerra del 2011 che rovesciò e uccise Gheddafi. Il corrispondente del Times David D. Kirkpatrick, scrive che l’attacco non fu organizzato da al-Qaida o da qualche altro gruppo esterno alla Libia, ma “da combattenti che avevano beneficiato direttamente della potenza aerea e del supporto logistico della NATO durante la rivolta contro il Colonnello Gheddafi.”
La principale base statunitense a Bengasi non era il piccolo edificio della missione in cui Stevens e  un suo aiutante morirono, ma un complesso più ampio definito “la filiale” e che ospitava almeno 20 agenti dalla CIA. Due guardie di sicurezza di questo edificio furono uccise da una colpo di mortaio, otto ore dopo l’attentato che uccise Stevens. La disparità di personale tra la sede della CIA e l’avamposto diplomatico, dice che la missione principale del governo degli Stati Uniti a Bengasi era l’operazione della CIA, che aveva guidato la campagna contro Gheddafi nel 2011, ma che nel 2012 era dedita a una diversa e ancor più sanguinosa operazione: il reclutamento di mercenari e l’invio di armi per la guerriglia islamista contro il regime siriano di Bashar al-Assad. Come il World Socialist Web Site ha riferito, nei giorni degli omicidi di Bengasi: “Ci sono tutte le ragioni per credere che la robusta presenza della CIA a Bengasi, dopo la caduta di Gheddafi, riguardi ben più che la semplice sorveglianza. Gli islamisti libici costituiscono la maggiore componente dei “combattenti stranieri” che svolgono un ruolo sempre più dominante nella guerra settaria sostenuta dagli USA in Siria, con l’obiettivo di rovesciare il governo del Presidente Bashar al-Assad. Secondo alcune stime, si afferma che da 1200 a 1500 dei 3500 combattenti infiltrati in Siria provengono da Cecenia e Pakistan.”
L’articolo del Times individua un leader della milizia, Ahmad Abu Qatala, quale figura principale nell’attacco Bengasi, anche se Qatala ha ammesso di essere stato all’esterno dell’edificio, al momento. Fa anche il nome di un altro leader della milizia, Abdul Salam Bargathi, capo della brigata di sicurezza preventiva, indicato come colui che disse alle guardie libiche dell’impianto statunitense di fuggire al momento dell’attacco. Questi individui, e molti altri nominati nel pezzo del Times, collaborarono strettamente con la CIA e lo stesso Stevens durante i sei mesi di bombardamenti della NATO e di lotta altalenante culminata nel rovesciamento del governo libico e nell’omicidio di Gheddafi. Tali islamisti erano spesso veterani della guerriglia in Afghanistan, sia quella sostenuta dagli USA nella guerra contro l’esercito sovietico, negli anni ’80, che nella guerra in corso contro il regime di occupazione USA-NATO creato nel 2001. Avevano combattuto sia a favore che contro il governo degli Stati Uniti, ed erano in procinto di cambiare nuovamente lato.
Un importante obiettivo del articolo del Times è rafforzare l’amministrazione Obama nel suo continuo conflitto con i repubblicani al Congresso, che cercarono di sfruttare il fiasco di Bengasi sostenendo che i funzionari dell’amministrazione mentirono sugli eventi per evitare danni alla campagna per la rielezione di Obama. L’ultima sezione di questo articolo è una virtuale puntuale confutazione delle affermazioni dei leader repubblicani, come il presidente del Comitato sull’intelligence del Congresso Mike Rogers e di quello di vigilanza sul governo Darrell Issa, secondo cui Bengasi fu una grande operazione di al-Qaida pianificata con largo anticipo. Tale disputa tra democratici e repubblicani è un baraccone politico architettato per nascondere le questioni fondamentali degli eventi di Bengasi, e in particolare la connessione con l’attuale sovversione degli Stati Uniti in Siria. L’attacco alla missione degli Stati Uniti è stato un classico caso di “ritorno di fiamma”. La CIA aveva mobilitato i fondamentalisti islamici, tra cui veterani di al-Qaida e dei taliban della guerra in Afghanistan, per combattere Gheddafi, e che recluta anche per la nuova guerra contro Assad. A un certo punto, alcuni di questi islamisti litigarono con i loro finanziatori imperialisti. Potrebbe anche essere stato esattamente questo, una disputa sul denaro in cui gli islamisti si sentirono disprezzati e discriminati, l’anno dopo il rovesciamento di Gheddafi.
L’articolo del Times inizia con un aneddoto suggestivo, descrivendo una riunione del 9 settembre 2012 tra un funzionario statunitense e i leader delle milizie di Bengasi. I leader delle milizie mostrarono ostilità e dissero allo statunitense che Bengasi non era sicura e che doveva lasciarla al più presto possibile, scrive Kirkpatrick. “Eppure, mentre i miliziani facevano uno spuntino con merendine assieme ai loro ospiti statunitensi, espressero gratitudine per il sostegno del presidente Obama alla loro rivolta contro il colonnello Muammar Gheddafi, sottolineando di voler costruire un partenariato con gli Stati Uniti, in particolare con maggiori investimenti. Chiesero specificamente per Bengasi dei punti vendita per McDonald e KFC. Il funzionario statunitense riassunse le loro opinioni affermando che volevano che l’amministrazione Obama facesse maggiori ‘pressioni’ sulle imprese statunitensi affinché investissero a Bengasi.
L’articolo del Times tocca anche un altro dubbio incidente nel torbido intervento degli Stati Uniti in Libia: l’omicidio del generale Abdul Fatah Yunis, nel luglio 2011, quando il comandante principale delle forze ribelli appoggiate dagli USA era a Bengasi. Yunis, ex-ministro degli interni di Gheddafi, che aveva disertato per unirsi ai ribelli, era odiato dai fondamentalisti islamici. Secondo il Times, Yunis fu sequestrato dagli islamisti e detenuto la notte nella sede della milizia comandata da Abu Qatala. Il giorno dopo, i corpi crivellati di pallottole di Yunis e di due suoi aiutanti furono trovati in una strada presso la città. Non ci fu alcuna seria indagine su circostanze e motivazioni di tale assassinio, sia da parte dei “ribelli” libici che dei loro sponsor USA-NATO.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nuovi documenti rivelano che il Venezuela è al centro dello spionaggio USA

Tamara Pearson, Venezuelanalysis, 6 novembre 2013

CBD5BD70E18CD2129969E79B45B631Secondo documenti della NSA degli Stati Uniti fatti trapelati da Edward Snowden e pubblicati di recente dal New York Times, il Venezuela è stato uno degli obiettivi principali dell’Agenzia di spionaggio. Gli Stati Uniti sembravano particolarmente interessati all’influenza regionale del Venezuela. Il New York Times (NYT) ha pubblicato un documento ufficiale dell’NSA, il 2 novembre, che riassume le priorità dell’agenzia nel 2007 per i successivi 12-18 mesi riguardo la signal intelligence (SIGINT) o le intercettazioni.
Il documento o “Lista delle missioni strategiche” dettaglia le 16 priorità “tematiche” come  terrorismo, sicurezza nazionale e armi di distruzione di massa, oltre a sei “obiettivi duraturi“. Gli obiettivi duraturi sono sei Paesi che secondo la NSA bisognava “indirizzarsi in modo olistico per la loro importanza strategica”. Il  Venezuela era menzionato come uno dei sei “obiettivi duraturi“, così come in molte delle 16 aree tematiche. L’obiettivo della NSA verso il Venezuela, nel 2007, quale “obiettivo duraturo” era “impedire politicamente (sic) al Venezuela di raggiungere l’obiettivo della leadership regionale e di perseguire politiche che influiscano negativamente sugli interessi globali degli Stati Uniti“. La NSA si focalizzava nel fornire dati SIGINT “ai decisori degli Stati Uniti per una prospettiva olistica delle tendenze e degli sviluppi regionali, con una valutazione/previsione su direzione, piani, intenzioni e capacità strategici che colpissero gli interessi degli Stati Uniti“.
La NSA s’è, in generale, incentrata sulla potenza regionale del Venezuela e “sul progresso di (Hugo) Chavez nelle sue iniziative volte a perseguire obiettivi regionali di politica energetica, economica ed ideologica“. La NSA quell’anno decise anche di concentrarsi sulla valutazione della “stabilità del regime, in particolare nel settore energetico” del Venezuela e sulla “profondità e ampiezza” dei suoi rapporti con Iran, Cuba, Cina e Russia. Gli altri Paesi scelti quali “obiettivi duraturi” furono Cina,  Corea democratica, Iran, Iraq e Russia. Il Venezuela è stato anche uno dei principali Paesi nelle 16 aree tematiche. Nell’area stabilità statale/politica, l’obiettivo della NSA era fornire “l’avvertimento dell’imminente instabilità dello Stato“, in Venezuela e Bolivia, e “gli sviluppi latinoamericani bolivariani” furono una priorità nel monitoraggio delle “attività politiche interne che potrebbero sfociare in una crisi“. Allo stesso modo, il documento elencava il Venezuela come uno dei settori in cui la NSA “monitorava le tensioni regionali che potrebbero degenerare in conflitto/crisi“, notando la preoccupazione su come una tale crisi, in Venezuela, potesse “avere un impatto sulla regione circostante”. Nel topic “Information Operations“, è chiaro che la NSA era impegnata in “inganno militare” (MILDEC), “operazioni psicologiche” (PSYOP) e “comunicazioni strategiche inter-agenzia… per influenzare il comportamento e le attività dei bersagli“, al fine d’indurre in errore i cosiddetti avversari in Venezuela, Iran, Corea democratica e Cina. Il Venezuela era anche nella lista della NSA dei Paesi in cui “viene assicurato il vantaggio diplomatico nella politica estera degli Stati Uniti” attraverso il monitoraggio delle comunicazioni diplomatiche.
Nel suo articolo sui documenti trapelati, il NYT ha descritto una presentazione PowerPoint dell’agosto 2010 sullo “Sviluppo della missione economica venezuelana“. Secondo il New York Times, “l’NSA monitorava il flusso di miliardi di dollari tra Caracas e Cina (sistemi radar e  perforazione petrolifera), Russia (aerei da combattimento MiG e missili spallegiabili) e Iran (fabbrica per la produzione di droni)”. Il giornale afferma anche che la NSA sorvegliò il Ministero delle Finanze e della Pianificazione del Venezuela, controllando la posta elettronica governativa e dei primi 10 funzionari economici venezuelani. “Un ufficiale della NSA in Texas, in altre parole, veniva pagato per esaminare ogni giorno i messaggi privati di oscuri burocrati venezuelani, a caccia di curiosità (sic) che potessero offrire un qualche misero vantaggio politico“, dichiarava il New York Times.

La reazione del governo venezuelano
Ieri il ministro degli Esteri del Venezuela Elias Jaua ha reagito alla nuova fuga. “E’ inaccettabile spiarci… e anche qualsiasi altro governo”, ha detto. “Non è una sorpresa, lo sapevamo, e proprio (queste cose) hanno fatto sì che il rapporto tra Venezuela e Stati Uniti siano al livello attuale“. Venezuela e  Stati Uniti non hanno ambasciatori dal 2010. Nell’ottobre di quest’anno il Venezuela ha anche espulso tre diplomatici statunitensi, tra cui il suo incaricato d’affari, accusandoli di complottare per destabilizzarlo. Il giorno dopo gli Stati Uniti espulsero tre diplomatici venezuelani, tra cui l’incaricato d’affari Calixto Ortega. Rodrigo Cabezas, ex-ministro delle finanze nel 2007 e quindi probabilmente uno dei dieci funzionari spiati, ha detto: “Per noi è chiaro che il sistema di spionaggio nordamericano viola l’articolo 12 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani… ogni Paese dell’America Latina e dei Caraibi… dovrebbe prendere precauzioni per garantirsi che… le multinazionali che gestiscono le informazioni non si prestino a spiare i cittadini e i loro governi“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I terroristi di al-Qaida infiltrati in Siria dalle forze speciali statunitensi e dalla CIA

Tony Cartalucci, Land Destroyer 1 novembre 2013

1150898Un recente articolo del Daily Telegraph rivela che l’esercito terrorista di al-Qaida usa un membro della NATO, la Turchia, come trampolino di lancio per l’invasione della vicina Siria. La NATO  dirige la cosiddetta “guerra al terrore” iniziata nel 2001, dopo che terroristi di al-Qaida avrebbero diretto quattro aerei di linea contro vari obiettivi sulla costa orientale degli Stati Uniti, come le torri del World Trade e il Pentagono. Quasi 3.000 persone morirono in un solo giorno. L’invasione dell’Afghanistan, prontamente seguita, si basava sulla finzione del voler “scovare” i membri di al-Qaida. L’invasione e la quasi decennale occupazione dell’Iraq, seguirono poco dopo. Eppure, nonostante tutto ciò, la Turchia, membro della NATO dai primi anni ’50, sembra essere colpevole del grave crimine che avrebbe causato l’invasione dell’Afghanistan e la sua attuale occupazione, cioè ospitare i terroristi di al-Qaida. L’esercito di al-Qaida (da quasi 3 anni) usa la Turchia meridionale come santuario da cui avviare l’invasione della Siria, che viene maliziosamente ritratta dai media occidentali come “guerra civile”. Peggio, questi terroristi, che letteralmente portano la bandiera di al-Qaida in battaglia, passano dagli avamposti della CIA, dai campi di addestramento per le operazioni speciali statunitensi, inglesi e francesi, e dai campi profughi finanziati dagli occidentali, per poi commettere vaste atrocità in Siria.
Ciò sfida ogni spiegazione, tranne una, la “Guerra al Terrore” è una frode e gli stessi terroristi che hanno ucciso migliaia di soldati occidentali inseguendoli in tutto il pianeta, sono armati, finanziati, addestrati, appoggiati e ricostituiti dall’occidente stesso, per avere la scusa per continuare l’aggressione perpetua, l’occupazione globale e  guerre dagli immensi profitti finanziari e  geopolitici. Il Daily Telegraph, nel suo articolo, “Le reclute di al-Qaida entrano in Siria dai  nascondigli in Turchia“, ha recentemente riportato: “Centinaia di reclute di al-Qaida vengono accolte nei santuari nel sud della Turchia, prima d’infiltrasi oltre confine per condurre “jihad” in Siria, ha appreso il Daily Telegraph. La rete di nascondigli permette il costante flusso di combattenti stranieri, tra cui inglesi, nella guerra civile nel Paese, secondo alcuni volontari. Questi jihadisti stranieri hanno grandemente eclissato l’ala “moderata” dei ribelli dell’esercito libero siriano sostenuto dall’occidente. La capacità di al-Qaida di utilizzare il territorio turco solleva interrogativi sul ruolo che il membro della NATO gioca nella guerra civile in Siria. La Turchia ha sostenuto i ribelli sin dall’inizio, e il suo governo è stato costretto a condividere le preoccupazioni dell’occidente su al-Qaida. Ma gli esperti dicono che vi è la crescente paura che le autorità turche possano aver perso il controllo sulle nuove reclute del movimento di al-Qaida, o forse anche chiuso un occhio”.
Naturalmente, il Telegraph inganna i suoi lettori. L’utilizzo di al-Qaida quale ascaro contro la Siria non è un caso imprevedibile e sfortunato del conflitto siriano, ma rientra invece nel ben documentato piano occidentale, svelato già nel 2007 dal giornalista vincitore del Pulitzer, Seymour Hersh, nel suo articolo “Il reindirizzamento“, dove afferma: “Per minare l’Iran, prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine volte ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e l’alleata Siria. Un sottoprodotto di queste attività è il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e vicini ad al-Qaida.” Chiaramente, l’unica cosa di cui NATO, Turchia e stampa occidentale hanno “perso il controllo” è la favola usata per ingannare il pubblico.

La CIA non solo supervisiona al-Qaida, ma l’arma
Il New York Times, nel suo articolo del marzo 2013: “Il ponte aereo per armare i ribelli in Siria si espande, con l’aiuto della CIA“, ammette che: “Con l’aiuto della CIA, i governi arabi e turco hanno fortemente aumentato il loro supporto militare ai combattenti dell’opposizione in Siria, negli ultimi mesi, espandendo il ponte aereo segreto per armare e attrezzare la rivolta contro il Presidente Bashar al-Assad, secondo dati del traffico aereo, interviste a funzionari di diversi Paesi e resoconti dei comandanti ribelli. Il ponte aereo, iniziato su piccola scala nei primi mesi del 2012 e proseguito ad intermittenza fino allo scorso autunno, s’è ampliato in un costante e grande flusso alla fine dello scorso anno, indicano i dati. E’ cresciuto fino a più di 160 voli dei cargo militari giordani, sauditi e qatarioti che atterrano a Esenboga vicino Ankara e, in misura minore, in altri aeroporti turchi e giordani”. Il pezzo del New York Times tenta di ridurre il ruolo degli USA nell’armamento dei militanti in Siria. Il Times continua affermando: “Il governo statunitense era coinvolto, ha detto un ex-funzionario, in parte perché c’era la sensazione che altri Stati avrebbero armato i ribelli comunque. Il ruolo della CIA nelle spedizioni, ha detto, ha permesso agli Stati Uniti una certa influenza sul processo, compreso il tentativo di allontanare le armi dai gruppi islamici e di convincere i donatori a trattenere i missili antiaerei portatili che potrebbero essere usati in futuri attacchi terroristici contro aeromobili civili”. Proprio come il Telegraph, il Times mente apertamente ai lettori. I cosiddetti “islamisti” costituiscono il grosso dell’aggressione armata contro il governo siriano, come specificamente delineato dai piani esposti da Hersh nel 2007, oggi attuati dalla CIA nel territorio del membro della NATO Turchia, lungo il confine turco-siriano.

Le forze speciali occidentali addestrano i terroristi di al-Qaida
Oltre alla CIA, le forze speciali occidentali cooperano insieme in Siria. Nel giugno 2013 l’articolo del LA Times intitolato “Gli USA hanno addestrato e armato segretamente i ribelli in Siria fin dal 2012“, ammetteva: “Agenti della CIA e truppe per le operazioni speciali hanno addestrato i ribelli sulle armi anticarro e antiaereo in Giordania e in Turchia”. Il LA Times proseguiva: “Agenti della CIA e truppe speciali degli USA hanno segretamente addestrato i ribelli siriani sulle armi anticarro e antiaeree dalla fine dell’anno scorso, mesi prima che il presidente Obama approvasse l’intenzione di armarli direttamente, secondo funzionari statunitensi e comandanti ribelli. L’addestramento segreto  degli Stati Uniti presso le basi in Giordania e in Turchia, con la decisione di Obama di questo mese d’inviare armi e munizioni ai ribelli, ha risollevato le speranze dell’opposizione siriana assediata, secondo cui infine Washington avrebbe inviato anche armi pesanti. Finora i ribelli dicono di non avere le armi di cui hanno bisogno per riprendere l’offensiva nell’aspra guerra civile nel Paese”.
Il fronte al-Nusra di al-Qaida s’è affermato sui campi di battaglia della Siria presumibilmente grazie alle sue capacità marziali, in contrasto con i maldestri “moderati” presumibilmente addestrati dalle forze speciali statunitensi. Come è possibile che l’occidente e i suoi partner regionali come Arabia Saudita e Qatar, armino, finanzino e certamente addestrino gli eserciti dei “moderati”, mentre al-Qaida riesce a prevalere? Chi l’arma, la finanzia e l’addestra? La risposta è semplice, non ci sono mai stati “moderati”, nonostante le manipolazioni dei media occidentali che insistono sul contrario, è l’occidente che aiuta intenzionalmente al-Qaida, proprio come previsto nel 2007. Migliaia di soldati occidentali sono morti e continuano a morire nella cosiddetta “guerra al terrore”. Molti di più sono stati mutilati e/o psicologicamente segnati. L’evidenza suggerisce che non vi sia stata soluzione di continuità tra l’appoggio degli USA ad al-Qaida nell’Afghanistan degli anni ’80 ed oggi, e che anche se le truppe USA hanno combattuto in Iraq, l’occidente e i suoi partner Arabia Saudita, Qatar e Israele armano e inviano terroristi nel Paese per alimentarne la violenza settaria volta specificamente ad avviare le attività strategiche necessarie per una guerra segreta/per procura contro Iran, Siria e Libano.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La disintegrazione della Libia

Polina Lavrenteva, Rete Voltaire, Mosca (Russia), 9 ottobre 2013

Nel 2011, Thierry Meyssan assicurava che non vi era alcuna primavera araba in Libia, che la popolazione non si era rivoltata contro Muammar Gheddafi, ma che gli occidentali usavano il movimento separatista della Cirenaica. Due anni dopo, il gioco è fatto: Tripoli ha perso il controllo di Cirenaica e Fezzan, come hanno osservato gli inviati speciali delle Nazioni Unite. La ricchezza del Paese è ora solo nelle mani delle bande e delle multinazionali statunitensi.

Ali Zaydan, Premier della Libia e fantoccio di Obama, assieme al segretario di Stato USA John Kerry.

Ali Zaydan, Premier della Libia e fantoccio di Obama, assieme al segretario di Stato USA John Kerry.

Non si può fermare il processo di disintegrazione della Libia iniziato dall’assassinio di Muammar Gheddafi. Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite dice: sullo sfondo della separazione della province della Libia “liberata dal dittatore”, avvengono esecuzioni affrettate, una massiccia oppressione politica e torture. Secondo la relazione congiunta della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) [1] e dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, circa 27 persone sono morte in carcere nel Paese solo alla fine del 2011 [2]. 8000 persone sono detenute nelle carceri del Paese. Sono state definite, nel 2011, “partigiani di Gheddafi”. La maggior parte di loro non è stata nemmeno formalmente indagata e nessuno sa per quanto tempo rimarranno in carcere, perché il sistema giudiziario non funziona quasi più.
Il New York Times suggerisce che le persone siano state arrestate per motivi religiosi o etnici, o perché sospettate di non essere fedeli alla “democrazia”. I detenuti con cui gli ispettori delle Nazioni Unite hanno potuto parlare, hanno riferito di essere picchiati e torturati dal fuoco e dalla fame, nelle carceri. Nell’aprile di quest’anno, è stata approvata una legge in Libia per impedire la tortura e condannare i rapimenti. Ma non viene applicata. Questa è solo una parte del quadro della disintegrazione dello Stato libico. Le regioni si ritirano gradualmente, come ci aspettavamo due anni fa su queste pagine. E questo non accade senza spargimento di sangue. Il 27 settembre, il Fezzan ha dichiarato l’indipendenza, o almeno la sua piena autonomia, [3] i leader tribali hanno deciso così “per via dello scarso lavoro del Congresso.” A giugno, è stata la regione (ricca di petrolio) della Cirenaica [4] che s’è ripresa la sua libertà. Delle tre regioni storiche della Libia, solo la tripolitania ne fa ancora parte. Per ora, non c’è forza in grado di riunire questi tre Stati storici che formavano la Libia dal 1951.

Fonte: Odnako (Federazione Russa) settimanale d’Informazione generale. Caporedattore: Mikhail Leontev.

[1] Sito della MANUL
[2] “Tortura e morte nelle carceri della Libia“, relazione Unismil, ottobre 2013
[3] “La ‘nuova Libia’: la regione del Fezzan dichiara la sua indipendenza“, Irib, 27 settembre 2013
[4] “Ливии официально больше нет.  Восток объявил “нефтяное государство” “(la Libia è ufficialmente finita, l’oriente si dichiara petro-Stato) Odnako, 7 marzo 2012

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Libia: il primo ministro di Obama preso dai filo-Gheddafi
Jean-Paul Pougala 10/10/2013

Laurent Gbagbo, Presidente della Costa d'Avorio, sequestrato all'Aia dalla Corte penale internazionale della NATO

Laurent Gbagbo, Presidente della Costa d’Avorio, sequestrato all’Aia dalla Corte penale internazionale della NATO

Se qualcuno si autodefinisce primo ministro e vive in un albergo e non nella residenza del primo ministro perché ha paura, e se inoltre viene rapito non potendo proteggere se stesso, chi dunque in tutta la Libia può sentirsi al sicuro con questo governo che Obama ha installato con Sarkozy? Si è riusciti a destabilizzare il continente africano, ma per cosa? Quali benefici nel breve e medio periodo la Francia trae dalla distruzione completa della Libia? Paracadutare a capo della Libia due primi ministri con passaporto statunitense, con il risultato catastrofico che si sa, non è la prova del dilettantismo dell’amministrazione Obama sul piano internazionale? Se la Russia non avesse mostrato i muscoli, la Siria ora sarebbe nello stesso caos. Ma nel caso della Siria, mi stupisce ancora come Obama sia in grado di finanziare i gruppi terroristici jihadisti che traumatizzano cacciando dai loro villaggi le comunità cristiane di Siria, terra che occupavano prima della nascita dell’Islam?
In Libia, dopo l’assassinio a Bengasi dell’ambasciatore degli Stati Uniti, dopo il rapimento della  figlia 24enne del ministro della Difesa, dopo il botto di questa mattina del rapimento del primo ministro in persona, ci aspettiamo che Obama tiri fuori il Joker che tiene nella manica per ripristinare l’ordine in Libia, quando ne uccise il Presidente. Il presidente statunitense ci dice che oggi vende il petrolio libico; a chi e come? Dove va il denaro della vendita? Dove sono i 30 miliardi di dollari dei libici sequestrati e i vari progetti per la federazione africana? O pensa che la priorità per noi è ricevere il suo inviato speciale Kofi Annan, che gira l’Africa per convincere i capi di Stato africani a non abbandonare in massa la Corte penale internazionale accusata di razzismo, ma che esiste solo per umiliare gli africani. Gli schiavi di corte, come Annan, come sappiamo da ben documentati libri di Storia, non saranno mai nel cuore del popolo africano, ma in posti ben lontani.
Il presidente Obama, inviando Kofi Annan ad elogiare la Corte penale internazionale, ritiene che gli africani di dimentichino del Presidente Gbagbo ancora sotto sequestro? Pensa che si siano guarite le profonde ferite dell’umiliazione che ci ha inflitto in Costa d’Avorio tramite Sarkozy? Il rapimento del capo di Stato africano dalla sua residenza, come un bandito comune, sarà per sempre radicato nella nostra memoria sotto la firma di Obama.
Quindi, è sorprendente che dopo aver completato questo quadretto, non si possa nemmeno proteggere il proprio primo ministro insediato in Libia. C’è differenza tra il rapimento di questa mattina del primo ministro di Obama della Libia e il sequestro del presidente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo ad opera di Obama? Io non la vedo, tranne che il secondo è stato scelto dal suo popolo a guidare il suo Paese, mentre il primo è stato insediato al potere da Obama.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Attività della CIA in Siria: gli USA compiono sempre gli stessi errori

Andrej Akulov, Strategic Culture Foundation, 05.10.2013

1376478Secondo il Washington Post (La CIA amplia il programma segreto di addestramento dei ribelli siriani moderati, 3 ottobre), la CIA espande l’operazione clandestina per addestrare i combattenti dell’opposizione in Siria, come hanno detto funzionari statunitensi. Il giornale riporta che la missione della CIA è stata definita dalla volontà della Casa Bianca di cercare una soluzione politica, basandosi sullo scenario di un’eventuale stallo tra le fazioni in guerra, piuttosto che di un netto vincitore. Di conseguenza, funzionari statunitensi hanno detto che i limiti all’autorità dell’agenzia le consentono di fornire il sostegno sufficiente per contribuire a garantire che le milizie politicamente moderate, supportate degli USA, non perdano, ma non abbastanza da vincere. Il Washington Post informa che i funzionari degli Stati Uniti, parlando in condizione di anonimato, avevano detto che l’agenzia ha inviato ulteriori squadre paramilitari in basi segrete in Giordania, nelle ultime settimane, nell’offensiva per raddoppiare il numero di combattenti ribelli addestrati e armati dalla CIA, prima di essere rispediti in Siria. Lo sforzo condotto dalla CIA è stato descritto come il tentativo urgente di sostenere le milizie siriane moderate per poter sfidare seriamente Assad. La CIA “allarga e amplia la sua operazione”, ha detto un funzionario USA a conoscenza delle operazioni in Siria, perché “è chiaro che l’opposizione sta perdendo, e non solo tatticamente ma  anche strategicamente”…
Tornando allo schieramento a giugno dei sistemi di difesa aerea Patriot e dei jet da combattimento F-16 degli Stati Uniti in Giordania, nell’ambito dell’esercitazione militare annuale chiamata “Eager Lion”, erano rimasti 700 truppe attrezzate e 200 consiglieri militari in Giordania per assistere, con una pianificazione a lungo termine, le forze giordane in caso di crisi sulle armi chimiche o di una grande missione di soccorso umanitario. Poi gli Stati Uniti annunciarono che avrebbero inviato armi leggere ai ribelli. A settembre il New York Times pubblicava un interessante articolo, Il presidente ottiene l’appoggio di McCain nell’attacco alla Siria, che diceva, “I funzionari hanno detto che nella stessa conversazione, assieme al senatore repubblicano della Carolina del Sud Lindsey Graham, Obama ha indicato che un’operazione segreta degli Stati Uniti per armare e addestrare i ribelli siriani, cominciava a dare risultati: la prima cellula di 50 combattenti, addestrati dalla CIA, si era intrufolata in Siria.” A maggio vi furono notizie che questo programma fosse già in corso da qualche tempo, e il LA Times, a giugno, rivelava che il programma era iniziato almeno dal novembre 2012, nelle basi degli USA in Giordania e in Turchia. Il 23 agosto, il francese Le Figaro aveva riferito che i ribelli addestrati dalla CIA avevano attraversato il confine con la Siria della Giordania. Erano stati addestrati per diversi mesi in un campo al confine giordano-siriano, da agenti della CIA nonché da commando giordani e israeliani, dice il giornale. Il primo gruppo di 300 soldati dell’esercito libero siriano aveva attraversato il confine il 17 agosto, nella regione di Daraa, e un secondo gruppo era stato inviato il 19 agosto, riferiva il giornale. Il giornale citava un ricercatore, dell’Istituto per l’analisi strategica francese, dire che il gruppo dei ribelli addestrati passava da Ghuta, sulla strada per Damasco.

Le attività della CIA oggi
L’addestramento della CIA è incentrato in Giordania. Il programma è volto a consolidare la capacità di combattimento delle unità del Consiglio supremo militare, l’organizzazione guidata dal generale Idris, destinatario principale del sostegno degli Stati Uniti. L’addestramento è guidato da piccole squadre di operatori provenienti dalla Divisione Attività Speciali della CIA, il ramo paramilitare che impiega molti contractor ed ex-membri delle forze speciali USA. I funzionari hanno detto che l’istruzione è rudimentale e in genere dura quattro-sei settimane. L’amministrazione Obama ha esplorato l’idea di usare l’esercito statunitense per espandere il programma di addestramento in ciò  che alcuni funzionari hanno descritto “forza industriale”. Non è chiaro se la Giordania sia favorevole a una tale presenza militare degli Stati Uniti, il che significherebbe la conversione di un programma segreto in uno ufficialmente riconosciuto dagli Stati Uniti. Vi sono anche ostacoli giuridici, tra cui una misura nota come legge Leahy che richiederebbe la determinazione che i destinatari dell’assistenza militare degli Stati Uniti non abbiano commesso violazioni dei diritti umani. I funzionari hanno detto che l’agenzia aveva inviato altre squadre paramilitari nelle basi segrete in Giordania, nelle ultime settimane, per lo sforzo di raddoppiare il numero di combattenti ribelli addestrati e armati dalla CIA, prima di essere rimandati in Siria. La CIA “allarga e amplia la sua operazione”, ha detto un funzionario degli USA a conoscenza delle operazioni in Siria, perché “è chiaro che l’opposizione sta perdendo, e non solo tatticamente ma anche a livello strategico“. La CIA ha rifiutato di commentare. L’ultima battuta d’arresto s’è avuta il mese scorso, quando le più grandi fazioni armate in Siria, tra cui alcune sostenute dagli Stati Uniti, hanno annunciato la formazione di un’alleanza con l’obiettivo di creare uno Stato islamico.

Tendenze nelle fila dell’opposizione siriana
Il 24 settembre 2013 è suonata la campana a morto per l’opposizione armata filo-occidentale in Siria. 13 principali organizzazioni dell’opposizione armata in Siria hanno deciso di unire i loro sforzi sotto la bandiera islamista jihadista dell”Alleanza islamista’, che pretende di rappresentare oltre il 75 per cento dei ribelli che combattono l’amministrazione Assad. L’alleanza vuole diffondere la sharia in tutta la Siria, respingendo formalmente la Coalizione nazionale siriana (Cns) filo-occidentale quale legittimo rappresentante. Significativamente, il gruppo include alcuni dei più grandi elementi dell’ELS ostentatamente moderati così come organizzazioni affiliate ad al-Qaida. Il supremo leader di al-Qaida ha calorosamente approvato la nuova alleanza, con uno speciale comunicato. “Un gruppo di potenti unità mujahidin ha rifiutato l’autorità della leadership filo-occidentale dell’opposizione siriana all’estero e ha chiesto di riorganizzarsi sotto un quadro islamico”. Non è solo una grave battuta d’arresto, ma piuttosto il fallimento totale e assoluto degli Stati Uniti e dell’occidente in generale nell’influenzare l’opposizione, così come di tutta la politica in Siria e nel presentare all’opinione pubblica la maggioranza dell’opposizione siriana come liberale e moderata, come aveva detto il segretario di Stato degli USA John Kerry. I funzionari dell’amministrazione degli Stati Uniti hanno fuorviato l’opinione pubblica e il Congresso sulla composizione delle forze ribelli siriane, minimizzando volutamente il ruolo dei gruppi islamici nell’opposizione.
L’unificazione dei radicali è diventata una tendenza chiara. L’Esercito dell’Islam è divenuto un altro attore islamista. Le brigate ribelli che operano dentro e attorno a Damasco hanno annunciato alla fine di settembre, di aver unito sotto un unico comando 50 gruppi con migliaia di combattenti. La formazione dell’Esercito dell’Islam rafforza i jihadisti salafiti, influenzati dell’Arabia Saudita, di un altro gruppo radicale, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL), un ramo di al-Qaida che nelle ultime settimane ha sottratto il controllo del territorio di altre forze islamiste nel nord e nell’est della Siria. Tutti questi gruppi riconoscono formalmente la sharia come “unica fonte di legislazione”. In sostanza, sono sempre stati tutti islamisti. Qualcosa su cui la Russia aveva più volte messo in guardia l’occidente. La miope politica occidentale in Siria ha portato l’islam radicale ad avere il sopravvento nell’opposizione in Siria, mettendo in pericolo l’Europa e l’intero Medio Oriente. Un nuovo santuario per i jihadisti di al-Qaida e i radicali locali, viene istituito nel nord e nell’est della Siria minacciando il vicino Iraq. L’obiettivo è un emirato sunnita sul Mediterraneo e al confine con la Turchia. I veterani un giorno ritorneranno nei Paesi dell’Europa occidentale o nello spazio ex-sovietico. In Iraq cercano di far rivivere la guerra civile tra sunniti e sciiti, con un’ondata di attentati suicidi, qualcosa che è diventata una notizia banale in TV. Suscitano anche tensioni nei Paesi limitrofi, tra cui il Libano, la Giordania e la Turchia. Questo è un problema universale, una minaccia per Stati Uniti, NATO, Unione europea, Russia e molti altri Stati. E in ciò è coinvolta la CIA, in attività volte a fare della Siria un santuario e una base di al-Qaida, che piaccia o no, ma è una realtà. Il governo del Presidente Assad ora è l’unica forza in grado di resistere all’offensiva dei radicali in Siria. Russia e Stati Uniti discuteranno la questione al massimo livello a margine del vertice Asia-Pacifico, la prossima settimana a Bali. Hanno molto di cui parlare. Mi chiedo se il segretario di Stato degli Stati Uniti dirà se, date le sue precedenti affermazioni dell’opposizione siriana, le attività della CIA migliorano le capacità dell’opposizione moderata o degli islamisti.
C’è anche un altro problema da discutere, ancora una minaccia all’attività delle Nazioni Unite sullo sfondo delle rivelazioni su ciò che la CIA fa. Il 3 ottobre, l’inviato del presidente russo in Medio Oriente, Mikhail Bogdanov, ha detto che la Russia teme che l’opposizione radicale in Siria prepari delle provocazioni sul programma per eliminare le armi chimiche. “Obiettivamente questo non può essere escluso, e non abbiamo certo la comprensione dei nostri partner occidentali in questo aspetto, in cui vi sono rischi reali e diversi tipi di provocazioni, perché i terroristi e gli estremisti non sono interessati a una soluzione pacifica della crisi siriana e potrebbero piazzare diversi ostacoli, piuttosto gravi, nel processo per eliminare le armi chimiche”, ha detto Bogdanov, viceministro degli Esteri. Ha spiegato che, “si possono avere depositi controllati dal governo in regioni controllate dall’opposizione”. “È per questo che si pone la questione su come attraversare queste regioni e garantire la sicurezza degli esperti dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche che vi lavoreranno”, ha aggiunto Bogdanov. La CIA aiuta coloro che pongono tale minaccia.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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