Russia sempre più visibile sulle coste caraibiche

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 21/03/2014

FidelPutin2La Russia intende assumere un ruolo più attivo sulla scena internazionale, anche nell’emisfero occidentale. Paesi di base della Russia nella regione sono Cuba e Nicaragua. Fin dai tempi dell’Unione Sovietica, i rapporti con questi Paesi furono considerati da Washington una minaccia da “neutralizzare” con qualsiasi mezzo. Dopo il crollo dell’URSS, molte ambasciate, missioni commerciali e uffici stampa russi in America Latina furono chiusi e centinaia di specialisti dell’America Latina rimasero senza lavoro. Negli ultimi dieci anni, il governo russo ha compiuto notevoli sforzi per ricostruire e rafforzare ulteriormente la posizione della Russia a Cuba e Nicaragua. Una solida finestra di dialogo politico con l’Avana fu stabilita ai vertici. Il precedente (dell’era URSS) livello di partnership strategica fu ricostruito. Un documento molto importante che apre prospettive di cooperazione è il programma intergovernativo di cooperazione commerciale ed economica e di ricerca e sviluppo per il 2020. La Russia attribuisce grande importanza nel stabilire contatti diretti tra operatori economici di entrambi i Paesi. Le riforme a Cuba attirano accordi e garantiscono grandi investimenti russi. Tra le aree più promettenti vi sono prodotti petrolchimici, medicina e farmaceutica, energia, in particolare costruzione di nuove unità ed invio di attrezzature per gli impianti di produzione energetica cubani. Specialisti russi continuano a dirigere le esplorazioni petrolifere sull’isola e sui suoi fondali marini. La scoperta di giacimenti di idrocarburi darà nuovo slancio alla cooperazione russo-cubana.
Russia e Nicaragua hanno rinnovato i legami economici e la cooperazione militare dopo il ritorno al potere di Daniel Ortega, il leader della rivoluzione sandinista… Nel 2008 Ortega incontrò il presidente russo alla conferenza dei Paesi dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America che ebbe luogo a Caracas. Diversi mesi dopo il Nicaragua riconobbe l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud, dando sostegno politico a Mosca dopo la guerra russo-georgiana. La Russia non lasciò il favore senza risposta. La repubblica centroamericana ricevette diverse migliaia di trattori e 50 mietitrebbiatrici, così come 100000 tonnellate di grano. Grazie all’aiuto della Russia, il governo Ortega poté mantenere bassi i prezzi dei prodotti da forno per la popolazione del Paese. Il Parlamento del Nicaragua ha ratificato l’accordo per l’apertura di un centro di scienza e cultura russa a Managua. I nicaraguensi potranno studiare la lingua russa. I migliori studenti riceveranno borse di studio per gli istituti di istruzione superiore russi. I Paesi sviluppano programmi comuni in agricoltura, energia e uso pacifico dello spazio. Un accordo prevede che gli utenti Internet nicaraguensi possano utilizzare i servizi del sistema globale di navigazione satellitare GLONASS, una volta attivato. Il sistema sarà un’alternativa al sistema GPS statunitense. Le relazioni bilaterali nella cooperazione sugli armamenti si sviluppano attivamente. La Russia riarma l’esercito nicaraguense e l’aiuta nell’addestramento dei suoi ufficiali. A questo scopo è stato creato il Centro di Addestramento Maresciallo G. Zhukov. Il Parlamento del Nicaragua ha ratificato la risoluzione del governo che consente alle divisioni navali e aeree russe di visitare la repubblica nella prima metà del 2014, per condividere esperienze e per l’addestramento del personale militare della repubblica centroamericana. Inoltre, il parlamento ha approvato la partecipazione  dal 1° gennaio al 30 giugno 2015 di personale militare russo nei pattugliamenti congiunti delle acque territoriali della repubblica sul Mar dei Caraibi e l’Oceano Pacifico. L’obiettivo principale di queste operazioni è combattere il traffico di droga.
Due anni fa, il Servizio federale del controllo sulla droga della Federazione Russa ha aperto dei corsi a Managua per addestrare la polizia antidroga. Nel maggio-giugno 2014 inizierà nei pressi della capitale la costruzione di un centro permanente per la formazione del personale antidroga. L’addestramento di operatori nei Paesi dell’America centrale è previsto in questo centro. Il segretario esecutivo del Consiglio per la Sicurezza e Difesa dell’Honduras, generale Julian Pacheco, ha dichiarato: “Consideriamo i contatti con la Russia sulla sicurezza molto utili e crediamo che questo Paese possa fornirci assistenza abbastanza sostanziale nello scambio di esperienze e nella lotta alla criminalità organizzata e al traffico di droga”. Il salvadoregno Hugo Martinez, Segretario Generale del Sistema di integrazione centroamericana (SICA), ha un’alta opinione dell’iniziativa della Russia per creare il centro di addestramento in Nicaragua. Ha anche affermato che SICA sostiene l’iniziativa per concedere alla Russia lo status di osservatore nell’organizzazione, che comprende El Salvador, Nicaragua, Honduras, Guatemala, Belize, Costa Rica, Panama e Repubblica Dominicana. I rappresentanti di questi Paesi ritengono che ci siano grandi prospettive di sviluppo delle relazioni tra la regione e la Russia.
Netti progressi sono stati compiuti nelle relazioni tra Russia e Guatemala. Nel novembre 2013 durante una visita ufficiale del ministro degli Esteri guatemalteco Luis Fernando Carrera alla Camera di Commercio e dell’Industria russa v’è stata la presentazione del potenziale economico e d’investimento della Repubblica del Guatemala. Un momento chiave di questo evento è stata la firma di un accordo sulla promozione e protezione reciproca degli investimenti di capitale. La repubblica ha percorso una strada difficile dalla dittatura militare (250000 uccisi e scomparsi) a una democrazia rappresentativa. Solo nel 1986 il Guatemala passò a un governo civile. Gli Stati Uniti continuano a controllare la politica e l’economia di questo Paese, ma parte della sua élite utilizza ogni opportunità per diversificare i collegamenti internazionali e indebolire la sua dipendenza da Washington. Il Guatemala è ricco di risorse per un’attività economica effettiva ed è ricco di minerali e materie prime di base, tra cui giacimenti di idrocarburi. Le relazioni russo-guatemalteche sono sempre più produttive. La Russia esporta concimi minerali e metalli laminati in cambio di caffè, cacao, zucchero, oli vegetali, ecc. Il volume di scambi commerciali è cresciuto da dati minimi ai 130 milioni di dollari di oggi. Imprenditori guatemaltechi mostrano interesse per i camion KamAZ e le automobili GAZ e VAZ russi. Il Guatemala ha interesse nel supporto della Russia per aumentare la capacità di produzione di energia elettrica costruendo centrali idroelettriche, geotermiche ed eoliche, nonché ad attirare investitori russi nei progetti di estrazione di petrolio e gas. Investitori russi intendono partecipare allo sviluppo dei giacimenti di nichel, cobalto, tungsteno, zinco, titanio, mercurio e antimonio guatemaltechi.
I risultati positivi della Russia in America Centrale e nei Caraibi sono ostacolati dai resti della guerra fredda e dal sabotaggio della “quinta colonna” mantenuti dai servizi segreti degli Stati Uniti. La politica di Washington verso l’“infiltrazione” della Russia della regione non è cambiata affatto nel corso degli anni. In tali circostanze, il Mercato comune centroamericano (MCCA), che comprende Guatemala, Costa Rica, Nicaragua, Honduras e El Salvador, auspica la creazione di una zona di libero scambio con l’Unione doganale di Russia, Kazakhstan e Bielorussia. L’ambasciatore guatemalteco Meneses Coronado ha parlato di questi piani in una riunione presso la Camera di Commercio e dell’Industria russa, ed ambasciatori e rappresentanti delle imprese dei Paesi MCAC l’hanno ripreso nelle conversazioni con funzionari e imprenditori di Russia e Bielorussia: “Per il progresso delle nostre economie, abbiamo bisogno di parità e cooperazione reciprocamente vantaggiosa con le potenze industrializzate. Proprio tale possibilità viene offerta dall’Unione doganale, i cui membri facilitano lo sviluppo complessivo di Cuba, Venezuela e Nicaragua”.
L’ex-”cortile” degli Stati Uniti non vuole restare loro appendice.

Nicaragua2La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il contrattacco degli Stati Uniti in America Centrale

Nil Nikandrov, Global Research, 14 febbraio 2014

el_salvador_mapDopo il recente vertice della Comunità degli Stati latino americani e caraibici (CELAC), dove gli Stati Uniti non erano presenti, Washington cerca di vendicarsi in America Centrale. Il 2 febbraio vi sono state le elezioni presidenziali e parlamentari in El Salvador e Costa Rica. La maggior parte delle previsioni indicavano la possibilità che i politici di sinistra andassero al potere in questi Paesi: in Costa Rica il leader del Fronte Ampio, Jose Maria Villalta, e in El Salvador, Salvador Sanchez Ceren, candidato della Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo Marti (FMLN). Non è stato escluso che ci potrebbe essere un secondo turno alle elezioni, in quanto in entrambi i Paesi vi sono numerosi candidati presidenziali, l’elettorato è diviso ed è difficile ottenere abbastanza voti per vincere. Questo è ciò che è avvenuto.
In Costa Rica, Villalta è stato inaspettatamente eliminato dalla corsa presidenziale, dopo aver preso il terzo posto tra i candidati. La campagna propagandistica condotta contro di lui dagli oligarchi locali e dall’intelligence degli Stati Uniti, che lo ritraevano come “agente bolivariano” finanziato dai Paesi “populisti”, ha svolto un ruolo. “I miei avversari non mi potevano accusare di corruzione, così mi hanno chiamato comunista” lamenta Villalta. Ora Araya Monge, candidato del Partito di Liberazione Nazionale, e Luis Solis Rivera del Partito d’azione dei cittadini, la cui piattaforma politica è descritta dai media come “di sinistra”, si batteranno per la vittoria. Tuttavia, non bisogna farsi illusioni. La “sinistra” di Solis Rivera è molto dubbia. Era sempre nell’ambasciata statunitense da quando studiava presso la Tulane University di New Orleans e presso l’Università del Michigan, alla Fulbright Scholar. Solis Rivera potrebbe essere definito seguace della politica di Oscar Arias, l’ex presidente del Costa Rica e agente d’influenza di Washington in America Centrale utilizzato per attaccare sempre i “regimi populisti”. Washington ha assicurato che manterrà il controllo del Costa Rica, indipendentemente da quale dei candidati rimanenti trionfi al secondo turno il 6 aprile. Gonzalo Gallegos, inviato in Costa Rica dal dipartimento di Stato nell’agosto 2013, è responsabile del risultato voluto dagli Stati Uniti. Conobbe l’ambiente locale 20 anni fa, durante il suo primo incarico all’estero, quando era direttore del Centro Culturale Costaricense-Nordamericano tradizionalmente usato come copertura dagli agenti della CIA. Maturò ulteriore esperienza presso gli Interessi degli Stati Uniti all’Avana e poi fu in Nicaragua, Colombia, e Trinidad e Tobago. La sua laurea in National Security Strategy del National War College testimonia la natura delle sue attività. Fu anche responsabile della cooperazione tra il dipartimento di Stato e il Pentagono. Tra i compiti di Gallegos durante il suo incarico in Costa Rica, vi è il rafforzamento dei legami militari e garantire l’uso del territorio del Costa Rica per il dispiegamento di navi dell’US Navy ed aerei dell’US Air Force. Gli Stati Uniti hanno ottenuto il via libera per espandere la propria presenza militare nel Paese nel 2010, quando Laura Chinchilla andò al potere. Era in sintonia con gli argomenti dell’ambasciata statunitense: il Costa Rica è un Paese attraverso cui la droga passa per gli Stati Uniti. Il Costa Rica non ha un proprio esercito, così è implicito che l’aiuto statunitense sia necessario nella lotta al traffico di droga. Chinchilla persuase facilmente il parlamento che tale collaborazione fosse necessaria. Inviò una nota sul tema dell’ambasciata degli Stati Uniti ai legislatori, senza tradurlo dall’inglese allo spagnolo. Secondo le agenzie stampa, i rappresentanti votarono quasi all’unanimità a favore. Forse è per questo che il Costa Rica è sempre più chiamato “protettorato degli Stati Uniti”. L’americanizzazione del Paese procede a un ritmo accelerato.
Nei momenti di picco della “guerra al traffico di droga” o degli “interventi umanitari”, vi sono  decine di navi nelle basi, dalle portaerei ai mezzi anfibi, aerei da combattimento e almeno tremila soldati, marines e agenti dei servizi segreti. Il Costa Rica è parte della zona strategica creata da Washington al fine di controllare un ampio territorio ricco di idrocarburi, risorse minerali e acqua.  Punti strategici di tale zona sono in Florida, Puerto Rico, Colombia, Honduras, Panama, Haiti e le isole di Curacao e Aruba… la collaborazione del Costa Rica nella militarizzazione statunitense della regione è percepita con allarme in Nicaragua, essendovi controversie territoriali irrisolte nelle relazioni bilaterali dei due Paesi, in particolare sul fiume San Juan. Il problema è reso più acuto dalla costruzione imminente del Canal Grande nicaraguense, nella zona adiacente. Si è teorizzato che Washington stia deliberatamente cercando di fomentare il conflitto tra Costa Rica e Nicaragua contro questo imponente progetto cinese-nicaraguense.
In El Salvador, il candidato FMLN Sanchez Ceren ha ricevuto quasi il 49% dei voti. Il suo principale rivale, Norman Quijano dall’Alleanza Repubblicana Nazionale (ARENA), ha ricevuto il  10% di voti in meno. Il secondo turno si terrà il 9 marzo. Sanchez Ceren ha dichiarato che in America Latina un tale divario nei risultati è praticamente una garanzia di vittoria, ma il suo partito farà il massimo sforzo per ottenere ulteriori voti, prima di tutto tra coloro che hanno votato per la coalizione Unità (Unidad), che ha avuto il terzo posto (oltre l’11% dei voti). Secondo Sanchez Ceren, dopo il primo turno Elias Antonio Saca, candidato della coalizione di Unity, l’ha chiamato per congratularsi del suo successo. Ceren ha sottolineato: “Non ho alcun dubbio che nel secondo turno coopereremo”. Ha anche esortato imprenditori, organizzazioni civili, donne, giovani, tutti i salvadoregni di tutte le forze politiche solidali a sostenere lui e il suo partito. Va detto che ideologicamente Unità è più vicina ad ARENA, ma i conflitti tra i loro leader hanno spinto questo partito a negoziare con il FMLN. Sanchez Ceren, un ex-comandante della guerriglia marxista, è diventato un politico socialdemocratico ed è quindi fondamentalmente accettabile per Unidad.  Sanchez Ceren fu vicepresidente nella prima amministrazione del FMLN (2009-2014), guidata dal politico indipendente Mauricio Funes. La sua incoerenza e la preferenza per i dogmi neoliberisti in economia, e contatti occulti con gli statunitensi, hanno più di una volta evocato la censura della leadership politica del FMLN. Così nelle elezioni attuali hanno rinunciato al piano di usare un candidato presidenziale “indipendente”.
A giudicare dai risultati del primo turno, l’elettorato non ha perso la fede nel partito. Tuttavia, l’ex comandante sarà gradito dall’amministrazione Obama come presidente? Anche senza di lui ci sarà un piantagrane in America Centrale, il Nicaragua di Daniel Ortega. Fonte di molti problemi, mantenendo legami con Russia, Cina, Iran, Cuba e altri Paesi dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana dei Popoli della Nostra America. Per questo motivo, si può assumere che ora, dietro le quinte della campagna elettorale in El Salvador, l’ambasciata degli Stati Uniti si sia attivata per creare un blocco ARENA-Unidad. In tale caso, Norman Quijano avrebbe la chance di vincere. Si ricordi che nella campagna elettorale è assistito da Juan Jose Rendon, specialista in eventi di questo tipo che vive in Florida. I media latino-americani hanno scritto molte volte della sua responsabilità nei confronti della CIA. Ha lavorato con i colombiani Alvaro Uribe e Manuel Santos, il messicano Enrique Pena Nieto e altri, facilitando notevolmente la loro ascesa al potere. L’El Salvador ha stretti legami politici ed economici con gli Stati Uniti dove, secondo i dati ufficiali, almeno 2,5 milioni di salvadoregni (su 6 milioni) risiedono. Nel 2013 le rimesse raggiunsero i 4 miliardi di dollari. Ai salvadoregni viene costantemente ricordato, in varie forme, che un presidente ostile agli Stati Uniti distruggerà la consolidata armonia dei rapporti, che non può non incidere sulla loro prosperità. Nel rafforzare la propria posizione in America Centrale, gli Stati Uniti devono bloccare sia il processo d’integrazione nel quadro della CELAC, sia sviluppare il proprio piano, l’Alleanza del Pacifico.

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA si trasformano nel retrocortile dell’America Latina

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 02/02/2014

CELAC-Cuba-2014-655x357Il secondo vertice della Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici (CELAC) del 28-29 gennaio ha suscitato grande interesse, prima di tutto perché questa organizzazione dei Paesi dell’emisfero occidentale non include Stati Uniti e Canada. La Comunità è stata creata dopo vari tentativi dei Paesi della regione di democratizzare l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS),  sotto stretto controllo degli Stati Uniti e che più di una volta è stata usata per reprimere i regimi indesiderati a Washington. I tentativi delle amministrazioni Bush e Obama di utilizzare l’OAS per “finire il regime di Castro”, “neutralizzare Hugo Chavez”, ecc. hanno totalmente compromesso tale strumento, una volta affidabile, dell’Impero. Fu Chavez che negli ultimi anni della sua vita lavorò alla riforma delle organizzazioni regionali e alla creazione di contrappesi agli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. Nella realizzazione di questo compito complesso fu assistito dai leader dell’Argentina Nestor Kirchner, del Brasile Inacio Lula da Silva, dell’Ecuador Rafael Correa, della Bolivia Evo Morales e da altri statisti dell’America Latina. Il primo forum del CELAC, cui parteciparono 33 paesi, si svolse a Caracas nel dicembre 2011 e Chavez, nel discorso di apertura, dichiarò chiaramente che questa alleanza politica era stata creata per “divenire il centro di  potere più influente del 21° secolo”. Fu sostenuto da molti presidenti. Il presidente nicaraguense Daniel Ortega parlò più decisamente, affermando che l’esistenza del CELAC è “la condanna a morte della Dottrina Monroe”.
Il dipartimento di Stato degli USA espresse la propria posizione sul CELAC nel 2011, affermando che continuava “a lavorare con l’OAS quale organizzazione multilaterale preminente dell’emisfero”. Washington cerca di compromettere la formazione di centri di potere concorrenti nella regione, usando tutti i mezzi a sua disposizione e puntando sulla strategia consolidata del “divide et impera”. C’è la “quinta colonna” dei presidenti conservatori utili agli interessi di oligarchi e monopoli, tenendo in mente i propri interessi personali, seguono Washington. Quando necessario, tali alleati degli Stati Uniti possono essere usati per bloccare qualsiasi decisione del CELAC, considerando il principio di unanimità redatto nei documenti fondativi. Raul Castro, presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri di Cuba, divenne presidente del CELAC nel 2013. Nel prendere le redini dal suo predecessore, il cileno Sebastian Pinera, Castro dichiarò che avrebbe lavorato per il bene della pace, della giustizia, dello sviluppo e della reciproca comprensione tra tutti i popoli del continente latino-americano. “Agiremo in piena conformità con le norme del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e dei principi di base delle relazioni interstatali”, disse Castro. I cubani hanno lavorato proficuamente nel preparare una trentina di documenti per il vertice dell’Avana.
Di grande importanza per il rafforzamento delle autorità del CELAC è la dichiarazione che afferma che l’America Latina e il bacino dei Caraibi restano una zona libera dalle armi nucleari. Il presente documento fu adottato in aggiunta al trattato di Tlatelolco (1967), che vieta le armi nucleari nella regione. Ciò perché il trattato fu sistematicamente violato da Stati Uniti e Regno Unito, i cui sottomarini atomici armati potrebbero ancorarsi al largo delle coste del continente. Le notizie su testate nucleari che potrebbero essere depositate presso la base militare inglese di Mount Pleasant delle Malvinas, con l’accordo del Pentagono, sono preoccupanti. Anche le 70 basi militari statunitensi situate nella regione sono una minaccia per la pace. Alcuni di esse operano a pieno regime (per esempio in Colombia e Honduras), mentre altre sono accantonate per il futuro. La base di Guantanamo, a Cuba, è da tempo diventata simbolo della “fascistizzazione” degli Stati Uniti. I prigionieri che vi sono detenuti senza processo, vengono sottoposti a torture fisiche e psicologiche. Molti hanno esortato l’amministrazione Obama a fermare tale pratica disumana, ma come sempre non vi è stata alcuna reazione. Al vertice è stato confermato che le controversie e i conflitti tra i Paesi membri del CELAC saranno risolti attraverso negoziati al fine di liberarsi definitivamente dell’uso della forza nelle regioni in cui vi sono vecchie dispute territoriali. Vi sono state anche discussioni, tradizionali nei convegni latinoamericani, su argomenti come la fame, gli scontri, la povertà, la disuguaglianza sociale e il traffico di droga. Qui vi sono stati cambiamenti positivi, prima di tutto nei Paesi dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana dei Popoli della Nostra America. La solidarietà con Cuba e la condanna del blocco economico degli Stati Uniti sono un altro tema costante dei forum latino-americani. Questa posizione fondamentale fu presa anche nei documenti del vertice. Diversi interventi hanno condannato lo spionaggio di massa degli Stati Uniti, in particolare della NSA. La sorveglianza era (ed è) condotta in tutti i Paesi della regione, senza eccezioni. Anche alleati apparentemente affidabili come Colombia, Messico, Guatemala e Costa Rica sono sotto la lente d’ingrandimento dell’intelligence degli Stati Uniti. La necessità di creare un sistema di comunicazione elettronico ben protetto da intrusioni esterne e una “Internet latino-americana” è stata discussa in particolare dal presidente ecuadoriano Rafael Correa.
La creazione di un forum Cina-CELAC è stata approvata. Il tema della Cina al vertice testimonia il grande successo della penetrazione economica e finanziaria della Cina nella regione. La scaletta dei  lavori di Pechino nel sabotare il predominio degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale è sensazionale. Praticamente tutti i Paesi del continente, dal Belize all’Uruguay e dal Messico al Cile, hanno spalancato le loro porte al capitale cinese. Sempre più spesso si sente dire che gli Stati Uniti sono un colosso dai piedi d’argilla. Pertanto, la posizione dei governi latino-americani di “destra” e “sinistra” sulla Cina è giustificata. I latino-americani usano abilmente per i propri interessi il confronto geopolitico tra vecchie decrepite e nuove superpotenze. La discussione al vertice sulla possibilità di concedere a Puerto Rico la piena adesione al CELAC, ha implicazioni negative per gli Stati Uniti. Ciò praticamente è una dichiarazione sulla necessità di concedere l’indipendenza a Puerto Rico. Il suo status semi-coloniale di “Stato libero associato” è un retaggio del passato. Le  forze patriottiche di Puerto Rico resistono ai dettami imperiali da decenni. Il supporto del CELAC fornisce ulteriori opportunità di sfatare le manipolazioni della guerra di propaganda che cercano di dimostrare che i cittadini di Porto Rico sono “in massa” a favore della trasformazione del loro Paese in un altro Stato degli USA.
L’amministrazione Obama ha organizzato un contro-summit a Miami con gli attivisti di estrema destra, al fine di distogliere l’attenzione da ciò che succede al forum dell’Avana. I promotori della manifestazione sono l’Istituto Internazionale Repubblicano (IRI) e il Centro per l’Apertura e lo Sviluppo dell’America Latina (Cadal), organizzazioni create dalla CIA per condurre operazioni sovversive. In questo caso particolare, persone da tempo note essere terroristi e agenti dell’intelligence degli Stati Uniti svolgono il lavoro sporco dell’impero, attaccando Cuba e i “populisti” dell’America Latina. Tra costoro Carlos Alberto Montaner, che si definisce  “pubblicista”. La sua carriera di “bombardiere” iniziò nei primi anni della rivoluzione cubana.  Molte persone nei cinema e centri commerciali dell’Avana morirono per mano sua. Ramon Saul Sanchez non è da meno, essendo un ex-membro del gruppo terrorista Omega 7 che organizzò un attentato contro il consolato cubano di Montreal e gettò esplosivi nell’auto dell’ambasciatore di Cuba presso l’ONU. Julio Rodriguez Salas, un ex-ufficiale venezuelano ed agente dei servizi segreti militari degli Stati Uniti, può vantare prodezze simili, partecipando al complotto per rovesciare Chavez nell’aprile 2002. Al forum di Miami hanno discusso della strategia per “promuovere la democrazia nel continente”. Tra i relatori erano rappresentante numerose ONG dell’America Latina che rispondono alla CIA. I loro discorsi sul “diritto alla rivolta” spiccavano. L’affermazione fondamentale di tale tema è: se un Paese ha un governo tirannico, il popolo ha il diritto di rovesciarlo. I relatori hanno menzionato esplicitamente i governi “indesiderabili” agli Stati Uniti: Cuba, Venezuela, Bolivia, ecc. Tuttavia, questi ed altri tentativi di Washington di provocare conflitti tra i partecipanti al Vertice non hanno avuto il sostegno dei Paesi della regione. E non potevano che  “mobilitare” piccoli gruppi di dissidenti che agiscono sotto la copertura della Sezione Interessi degli Stati Uniti che le stazioni CIA ha potuto racimolare per far “protestare” con forza.
Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez l’ha ben sottolineato, quando ha affermato che “il rientro” del suo Paese nell’America Latina era completo, e riguardo la strategia di Washington per isolare Cuba nell’emisfero occidentale, adesso è la politica degli Stati Uniti ad essere isolata. “Se gli Stati Uniti vogliono stabilire rapporti normali, più produttivi, fiduciosi e democratici con l’America Latina e i Paesi dei Caraibi”, ha dichiarato Rodriguez, “deve cambiare la sua politica nella regione”. Per farlo, gli Stati Uniti devono “avere normali relazioni con loro, basandosi sul rispetto della loro sovranità sulla base della parità”. L’America Latina deve essere vista da Washington come un partner alla pari e non come il “cortile di casa” degli Stati Uniti. Il secondo vertice del CELAC ha  consolidato le posizioni dei Paesi membri su molte questioni. L’obiettivo strategico è l’integrazione degli Stati latinoamericani. Il CELAC è apparso sulla scena internazionale come l’unico “rappresentante autorizzato” dei Paesi dell’America latina e dei Caraibi. Gli Stati Uniti dovranno  gradualmente superare il loro complesso di superiorità nell’emisfero occidentale, altrimenti i latinoamericani un giorno trasformeranno il territorio a nord del Rio Grande nel loro “cortile di casa”…

Bruno en el Centro Prensa  de la II Cumbre de la CELAC.La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Grande Canale del Nicaragua, rompicapo cinese per gli USA

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 23/01/2014

Canal-NicaraguaL’idea di costruire un canale interoceanico in Nicaragua, simile al Canale di Panama ma più profondo e ampio, ha ispirato i nicaraguensi per decenni. C’era una serie di ostacoli alla realizzazione di questa idea, ma l’ostacolo principale era il sabotaggio degli Stati Uniti, per i quali la realizzazione di grandi progetti in un Paese governato dai sandinisti è assolutamente inaccettabile.
La gestione del Canale di Panama, nonostante il formale trasferimento del controllo al Panama nel 2000, è saldamente legata agli interessi strategico-militari e geopolitici degli Stati Uniti. Negli ultimi anni, situazioni di crisi furono create in molte regioni del mondo dal Pentagono, e non vi è alcuna garanzia che tali eventi non avranno luogo anche in America Latina. Ciò è esattamente il motivo per cui le notizie riguardanti l’imminente costruzione del Grande Canale del Nicaragua (GNC), vengono accolte con tanto entusiasmo dai latinoamericani. Il percorso interoceanico alternativo, come si chiamava ai tempi, è un megaprogetto internazionale da 50 miliardi di dollari che potrebbe contenere le ambizioni imperiali degli Stati Uniti. La costruzione del canale dovrebbe iniziare a fine 2014-inizio 2015. Il presidente del Nicaragua Daniel Ortega ha accettato la scommessa di Cina, Russia e Brasile su questo progetto. Gli Stati Uniti, nel frattempo, restano in sottofondo, per questo Washington ha respinto ogni opportunità che società statunitensi partecipino alla costruzione del GNC. In realtà Managua non si aspettava altro dagli statunitensi, e la promozione del progetto è iniziata senza di loro.
Nel luglio 2012, l’Assemblea Nazionale del Nicaragua ha approvato una legge preparata dal governo “Sullo status giuridico del Grande Canale Interoceanico e la creazione della struttura di gestione”. Tale struttura (l’autorità del GNC) è autorizzata a costruire il canale, e sarà anche responsabile della sua futura manutenzione. E’ noto che l’investitore del progetto sia l’Empresa Desarrolladora de Grandes Infraestructuras SA (EDGISA). L’Autorità del Grande Canale interoceanico e EDGISA hanno firmato un contratto con la società cinese HK Nicaragua Canal Development Investment, che ha il compito di sviluppare il progetto. L’accordo contiene anche una clausola sulle funzioni speciali del gestore del progetto, che avrà la responsabilità di assicurare lo sviluppo delle infrastrutture e la gestione della costruzione, così come di trattare con gli azionisti.  L’azienda operatrice HKND Group Holdings Limited, registrata nelle Isole Cayman nel novembre 2012, è gestita dall’esperto uomo d’affari cinese Wang Jing, che gode del massimo sostegno statale…
Vi è una serie di questioni confidenziali sui piani di costruzione del GNC, come in tutti i maggiori progetti. Dare un senso a questa complessità è difficile anche per i più esperti analisti di terze parti. Un importante sostenitore regionale del GNC è il Venezuela, che aumenta il volume di forniture  petrolifere alla Cina. Ogni tanto, Rafael Ramírez, ministro dell’Energia del Venezuela, fa dichiarazioni politicamente corrette sul mantenimento del volume delle esportazioni petrolifere verso la Cina, mentre affermazioni che mettono Washington a disagio vengono pronunciate dai venezuelani: “Vendiamo petrolio alla Cina perché è la seconda più grande economia del mondo e presto sarà la più grande. Mentre Stati Uniti ed Europa sono in crisi, l’economia cinese continua a crescere”. Esperti petroliferi interpretano le parole di Ramirez così: la Cina finirà per diventare il principale importatore di petrolio venezuelano, petrolio greggio pesante e leggero. Per ciò ci si  prepara, come evidenzia il programma della Cina per la costruzione di petroliere di grande capacità per conto della compagnia petrolifera venezuelana PDVSA. La prima delle quattro petroliere VLCC classe “Carabobo” da 320000 tonnellate di stazza è stata varata nel settembre 2012. Le petroliere di questa classe possono trasportare fino a due milioni di barili di petrolio. Il Canale di Panama, progettato per navi da 130000 tonnellate di stazza lorda, non può far fronte all’intensità del moderno traffico interoceanico. Lavori sono in corso, a ritmo elevato, per ampliare il canale permettendo il passaggio di navi di stazza superiore. Ma ciò difficilmente darà una soluzione soddisfacente, tuttavia. La ricostruzione del canale attualmente in corso consentirà il passaggio di navi da 170000 tonnellate, ma vi sono già centinaia di navi, oggi, che non potrebbero utilizzarlo. In futuro, il numero di petroliere di grande capacità (fino a 250000 tonnellate ed oltre) aumenterà di dieci volte.
panamaIl Canale del Nicaragua promuoverà ulteriormente scambi e legami economici tra i Paesi dell’America Latina e i Paesi del gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Repubblica del Sud Africa). La realizzazione del megaprogetto nicaraguense sarà ancora un’ulteriore conferma che le posizioni di Washington in America Latina si indeboliscono, e che la regione è fortemente infiltrata da altre potenze che concorrono per neutralizzare le pretese egemoniche degli Stati Uniti. E questo non accade solo da qualche parte, ma in quei territori già considerati cortile dell’impero. L’amministrazione statunitense cerca di spezzare questa tendenza e di creare nuove alleanze, come l’Alleanza del Pacifico, per minare i processi d’integrazione latinoamericana. Promettendo anche  forme morbide di cooperazione con la NATO ai suoi alleati più stretti, come è successo con la Colombia. I vari metodi d’indebolimento, e a lungo termine di rimozione, del governo sandinista hanno fatto male i conti. Per risolvere tale problema, una delle più grandi ambasciate degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale è stata creata in Nicaragua. E’ diretto da Phyllis Powers, che ha  operato a Panama. Le questioni relative al GNC sono una priorità per l’ambasciata statunitense in Nicaragua. Gli obiettivi fissati sono completi: raccogliere informazioni sui principali organizzatori del progetto e le intenzioni della Cina sull’utilizzo del canale per scopi militari, compresa la creazione di basi navali, denunciare la corruzione e così via. Una notevole attenzione è rivolta allo sviluppo di raccomandazioni su come compromettere il progetto, preparare idee per l’introduzione di campagne di propaganda sulla sua mancanza di potenziale e scarsa redditività, e così via. Nel complesso, il governo di Daniel Ortega conosce tali piani ed intenzioni. Questo è forse il motivo per cui (a titolo preventivo) il ministero degli Esteri del Nicaragua ha pubblicato un elenco di tutte le missioni diplomatiche accreditate nel Paese. Di regola, ogni missione comprende da tre a dieci dipendenti, mentre l’ambasciata statunitense a Managua occupa non meno di un centinaio di statunitensi. Oltre a ciò, vi sono anche i Peace Corps, i dipendenti dell’Agenzia USAID e una decina di altre organizzazioni “caritatevoli” sospette che operano nel Paese. Il braccio destro dell’ambasciatrice Phyllis Powers è Charles Barclay, con 25 anni di esperienza nel dipartimento di Stato. Una delle sue missioni fu in Messico, dove Barclay era responsabile di una agenzia d’intelligence politica e divenne famoso per aver inviato regolarmente telegrammi criptati al quartier generale della CIA sull’allarmante penetrazione di mitici terroristi iraniani nel Paese degli aztechi. Il soggetto andava di moda e il residente si guadagnò i galloni. A Cuba, Barclay era responsabile dell’organizzazione di un gruppo di blogger dissidenti e del finanziamento delle loro attività. Ora in Nicaragua, le autorità sanno della vera missione di Barclay e della concentrazione pericolosamente critica di impiegati delle intelligence statunitensi nel Paese. Le autorità nicaraguensi sanno anche che una Task Force della NSA opera nell’ambasciata, effettuando la sorveglianza elettronica di agenzie governative, capi militari e agenzie di sicurezza. Le agenzie d’intelligence statunitensi nel Paese inoltre seguono l’attuazione progressiva di scenari per la destabilizzazione. Uno degli obiettivi principali è rivedere i dubbi sugli accordi del GNC con i cinesi, e quindi respingere il progetto con il pretesto di denunciare numerosi casi di corruzione. Nomi di persone vicina a Daniel Ortega che presumibilmente utilizzerebbero il progetto per  arricchimento personale, vengono già sbandierati sulla stampa.
È interessante notare che alla fine dello scorso anno, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti aveva criticato il governo del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale per la riforma costituzionale. Il dipartimento di Stato l’aveva definita “antidemocratica”. Se la riforma viene approvata, permetterà ad Ortega di concorrere per un quarto mandato alle elezioni del 2016. La battaglia per e contro il GNC è ancora in corso, e sembra che gli Stati Uniti pianifichino l’uso di tutto il loro arsenale per le guerre segrete, al fine di “ripulire” il Nicaragua da cinesi e sandinisti. il-canale-del-nicaragua-orig_mainLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Dottrina Monroe è storia, ma l’impero attacca ovunque

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 02/12/2013

20131104-125331Il segretario di Stato degli USA John Kerry ha annunciato la fine dell’“era della Dottrina Monroe”.  Il 18 novembre ha tenuto un discorso sul partenariato con l’America Latina presso la sede dell’Organizzazione degli Stati Americani di Washington. Per quasi 200 anni, la politica degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale s’è basata sulla dottrina denominata dal quinto presidente degli Stati Uniti, James Monroe, che dichiara che i Paesi dell’America Latina non dovrebbero essere considerati dalle potenze europee oggetti di una colonizzazione… “L’America agli americani”, gli Stati Uniti hanno usato questo slogan per mascherare l’essenza imperialista della dottrina, utilizzata negli anni della guerra fredda per contrastare “l’espansione sovietica”. La Dottrina Monroe fu usata per giustificare la soppressione delle rivoluzioni in Guatemala e Cile, l’eliminazione fisica di leader popolari e le operazioni militari contro la guerriglia a Cuba, Nicaragua e altri Paesi…
Il punto chiave del discorso di Kerry è stata l’affermazione che, nelle attuali condizioni storiche, gli Stati Uniti vedono i Paesi a sud del Rio Grande come “partner eguali” con cui dover “promuovere e tutelare… la democrazia”, “condividendo le responsabilità (e) collaborando sui problemi della sicurezza”. E’ difficile interpretare in modo chiaro queste formulazioni. Da un lato, Washington sembra affermare di non ricorrere all’intervento armato nella regione per difendere i suoi “interessi vitali”. Dall’altra parte, le dichiarazioni sulla “condivisione delle responsabilità” e la “cooperazione sulle questioni di sicurezza” sembrano abbastanza equivoche. Cooperare con chi, esattamente?  Contro chi? E a quali condizioni? Tuttavia, contro chi la “cooperazione sulle questioni di sicurezza” deve essere diretta, deriva dal discorso stesso. Kerry ha aggredito con critiche Venezuela e Cuba. A suo parere, “le istituzioni democratiche sono indebolite” in Venezuela. Molto probabilmente Washington è irritata dal fatto che l’Assemblea nazionale ha votato i poteri speciali al presidente Nicolas Maduro, che ha già iniziato ad usarli per bloccare la guerra economica in Venezuela (speculazione, accaparramento di beni di consumo e prodotti alimentari volti a minare il potere d’acquisto della moneta nazionale, il bolivar). I venezuelani approvano le misure adottate dal Presidente Maduro. L’autorità del leader bolivariano è cresciuta notevolmente. Su Cuba il capo del dipartimento di Stato è soddisfatto dal ritmo del processo democratico. Kerry ha affermato che gli Stati Uniti sperano che questi processi si accelerino, che “il governo cubano abbracci un più ampio programma di riforme politiche che permetta al suo popolo di determinare liberamente il proprio futuro”. E gli Stati Uniti promuoverebbero un processo di democratizzazione a Cuba, che prenda verosimilmente un carattere dissolutorio simile al processo che distrusse l’URSS.
Gli Stati Uniti hanno accantonato la Dottrina Monroe, ma non rinunciano ad esercitare pressioni sui Paesi latino-americani o ad effettuare operazioni complesse per destabilizzarli. Viene perseguita una propaganda mirata contro i leader indesiderati. Continue calunnie vengono riversate sul presidente boliviano Evo Morales, prima di tutto per gli “sforzi insufficienti” del suo governo nella lotta contro le piantagioni di coca illegali e il traffico di droga. E questo, quando i servizi segreti boliviani  combattono ferocemente i cartelli della droga finanziati, di regola, anche da banche controllate da imprenditori statunitensi e dalla Drug Enforcement Administration (DEA). Morales la dà per buona, fiducioso che la miglior difesa sia un buon attacco. Ha più di una volta sostenuto di voler consegnare Barack Obama a un “tribunale dei popoli” per processarlo per “crimini contro l’umanità”. Le sue accuse furono ancora più forti nel discorso alla sessione della 68.ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il presidente boliviano sosteneva che, al fine di mantenere una posizione dominante nel mondo, gli Stati Uniti si avvalgono dei metodi più criminali, organizzando continuamente complotti e tentativi di assassinio. Morales ha ridotto al minimo i contatti con i rappresentanti degli Stati Uniti, preferendo condurre affari con Cina, Paesi dell’Europa occidentale, Russia e Bielorussia. Il presidente della Bolivia ha minacciato: “Se dobbiamo, chiuderemo l’ambasciata statunitense”.
Washington non ha mai cessato le sue attività ostili contro l’Ecuador. Dopo il fallimento del tentativo della CIA di sbarazzarsi del presidente Rafael Correa mediante agenti nella polizia ecuadoriana, l’ambasciata degli Stati Uniti non risparmia sforzi per “riformarlo”. Adam Namm, l’ambasciatore statunitense a Quito, ha criticato il Presidente Rafael Correa per aver coltivato relazioni assai strette con l’Iran e la Bielorussia. La risposta è stata immediata: “Non sono sorpreso dalle sue dichiarazioni, poiché il diplomatico è nuovo a questi problemi. L’Ecuador non chiede il permesso a nessuno nel mantenere relazioni sovrane con qualunque Paese desideri. E’ sufficiente notare come molti Paesi in cui non si tengono assolutamente elezioni, hanno relazioni privilegiate con gli Stati Uniti. Le monarchie assolute! Ecco, questo basta! Non siamo la colonia di nessuno. Finché sarò il presidente di questo Paese, non ci sarà neocolonialismo!” Gli aspri commenti di Correa sulle dichiarazioni di Obama sull’“eccezionalità del popolo americano” perché  presumibilmente si occupa di tutelare gli interessi di “tutta l’umanità”, sono notevoli. Il presidente ecuadoriano ha confrontato queste affermazioni con la “politica nazista” del Terzo Reich. Ad  ottobre Correa ha visitato la Russia, dove ha discusso, tra le altre cose, di cooperazione e invio di armamenti russi in Ecuador, in particolare dei sistemi di difesa aerea, nonché di elicotteri da trasporto Mi-171E. La Russia è interessata a realizzare diversi grandi progetti su petrolio e gas in Ecuador. Gli ecuadoriani discutono della prospettiva d’intensificare la cooperazione militare con la Cina; è stato proposto il reclutamento di specialisti cinesi per la costruzione di una raffineria di petrolio (Refineria del Pacifico) da completare nel 2017. Anche oggi vi sono 60 aziende cinesi che operano in Ecuador nel settore minerario e nella costruzione di infrastrutture stradali. Tutto ciò  causa grande preoccupazione a Washington, motivo per cui le attività di spionaggio delle agenzie d’intelligence statunitensi si sono intensificate in Ecuador. Secondo il sito Contrainjerencia.com, nel 2012-2013 il personale della CIA presso la stazione ecuadoriana è raddoppiato. Agenti con esperienza nelle operazioni sovversive in America Latina sono stati inviati in Ecuador: U. Mozdierz, M. Haeger, D. Robb, H. Bronke Fulton, D. Hernandez, N. Weber, A. Saunders, D. Sims, C. Buzzard, ?. Kendrick e altri.
I problemi che Washington ha con il Brasile e l’Argentina a causa delle rivelazioni scandalose riguardo le intercettazioni dei presidenti di questi Paesi, Dilma Rousseff e Cristina Fernandez de Kirchner, devono ancora essere risolti in modo soddisfacente. Gli statunitensi non hanno ancora veramente chiesto scusa per lo spionaggio totale in questi Paesi. E lo spionaggio non solo non s’è fermato, è diventato più sottile, costringendo le agenzie d’intelligence nazionali a sviluppare operazioni comuni per contrastare le operazioni di CIA, NSA ed intelligence militare statunitense. Al tempo stesso, sono state adottate misure per creare un sistema di controspionaggio elettronico nel quadro dell’Unione delle nazioni sudamericane (UNASUR). In Messico e nei Paesi dell’America Centrale e dei Caraibi, l’intelligence statunitense non incontra quasi nessuna interferenza, a meno che non si contino Cuba e Nicaragua, le cui agenzie di controspionaggio occasionalmente infliggono dolorosi colpi alla rete di agenti della CIA. Oggi il compito più importante per le agenzie militari e di intelligence statunitensi è avere il controllo dell’Honduras, spesso chiamato la “portaerei inaffondabile degli Stati Uniti” in America Centrale. Vi sono già basi militari statunitensi sul territorio dell’Honduras, ma il Pentagono programma di costruire nuove basi aeree e navali. La cinica interferenza di Washington nella campagna elettorale che s’è appena svolta in Honduras, è ancora un altro segnale dell’amministrazione Obama in America Latina: proteggeremo i nostri interessi ad ogni costo, nessun altro risultato è accettabile per noi. “L’uomo degli USA” nelle elezioni in Honduras è Juan Orlando Hernandez, candidato conservatore Partito Nazionale. Per oltre tre anni ha diretto il Congresso Nazionale e ha contribuito notevolmente al consolidamento delle forze politiche ostili all’ex-Presidente Manuel Zelaya e a sua moglie Xiomara Castro. È lei era il suo principale concorrente alle elezioni, candidata di Libertà e Rifondazione (LIBRE) di centro-sinistra. Hernandez sostenne nel 2009 il colpo di Stato che rovesciò Zelaya, e mantiene stretti legami con i militari, facilitando l’espansione delle funzioni per la “sicurezza” dei militari, compresa la lotta contro il narcotraffico. Per l’ambasciata degli Stati Uniti, non permettere a Xiomara Castro di andare al potere è una questione di principio. I prossimi eventi mostreranno quanto sarà risoluta. In un’intervista radiofonica con Radio Globo, Manuel Zelaya ha dichiarato, “Xiomara ha vinto la lotta per la carica di presidente della repubblica. (La Corte Supremo Elettorale dell’Honduras) usurpa la vittoria di Xiomara Castro. Il conteggio della Corte non regge a un’analisi statistica. Non riconosciamo questo risultato, lo respingiamo”.
Lisa Kubiske, l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Honduras, ha interferito attivamente nel processo elettorale al fine di garantire la vittoria di Hernandez. In sostanza, è lei la principale rivale di Xiomara Castro. Se l’ambasciata degli Stati Uniti potrà garantire che Hernandez arrivi al potere, si vedrà nel prossimo futuro. Ma vi sono già informazioni dei media internazionali che, nel conteggio dei voti, è in testa con ampio margine.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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