USAID: destabilizzazione e spionaggio, pilastri della guerra globale

Un miliardo di dollari investiti annualmente in operazioni d’interferenza di USAID/CIA
Jean-Guy Allard, Mondialisation, 2 ottobre 2012, michelcollon.info

Gli Stati Uniti investono un miliardo di dollari, ogni anno, in operazioni “umanitarie” in America Latina e nei Caraibi attraverso la sua Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID), ha rivelato Mark Feierstein, direttore dell’agenzia dello stato nordamericano accusata di essere una facciata della dirigenza nordamericana. Feierstein, un impiegato federale con un passato legato alle attività d’interferenza, ha detto a Miami che Haiti, dove l’USAID ha compiuto attività controverse – Colombia, Messico, America Centrale e Perù sono nella “lista delle priorità” dell’organizzazione.

In un momento di eccessiva gioia celebrativa del “successo” di questa società controllata del Dipartimento di Stato, Feierstein ha apertamente dichiarato che “cinque milioni” saranno destinati  per la “democrazia” in Venezuela, quest’anno. Tuttavia, l’USAID si è ritirata dal paese per paura della legge per la difesa della sovranità e l’autodeterminazione politica nazionale. Questa legge vieta, dalla fine del 2010, i finanziamenti esteri ai partiti politici. Un “settore molto importante di questa agenzia è legato alla democrazia e ai programmi sviluppati per rafforzare le istituzioni nella maggior parte dei paesi della regione“, si giustifica, senza riferirsi alla violazione della legge. Nel caso del Venezuela, cinque milioni di dollari saranno stanziati all’assistenza tecnica per la “promozione e tutela della democrazia e dei diritti umani“, ha insistito Feierstein.

“Stratega” di un candidato assassino
Nel 2002, il capo regionale dell’USAID, specialista in interferenze, è stato lo stratega della campagna dell’ex presidente boliviano Gonzalo “Goni” Sánchez de Lozada e del suo Movimento rivoluzionario nazionalista (MNR). “Goni” è colui che ordinò un massacro durante la famosa “guerra del gas” nell’ottobre 2003. Risultato: 67 morti e 400 feriti, per lo più civili. Latitante fuggito dalla giustizia boliviana, ora vive negli Stati Uniti. Gli ideali di Feierstein sono così umanitari che è stato successivamente nominato, negli anni ’90, “Project Manager” in Nicaragua, nell’operazione del National Endowment for Democracy (NED), filiale dell’USAID; direttore per l’America Latina e i Caraibi del National Democratic Institute, un altro strumento di interferenza imperiale finanziato dall’USAID; e Consigliere speciale dell’ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS).
Lo stesso giorno della conferenza stampa dell’ufficiale statunitense, il presidente boliviano Evo Morales ha denunciato gli Stati Uniti che, attraverso l’USAID, spiano “la Bolivia e altri paesi dell’America Latina“. “Sono convinto che alcune ONG, in particolare quelle finanziate dall’USAID, siano la quinta colonna dello spionaggio, non solo in Bolivia, ma in tutta l’America Latina“, ha accusato Evo Morales nel corso di una conferenza stampa ad Oruro.

In Messico, il potenziale impatto sugli Stati Uniti
Per quanto riguarda Colombia e Messico, Feierstein ammette che la sua organizzazione “fornisce assistenza su questioni di sicurezza”, senza esplicitare. “In Messico, dice, la battaglia è contro il traffico di droga“, mentre in Colomba cerca “di consolidare i progressi in termini di sicurezza.” “Questi problemi sono diventati prioritari per l’USAID“, ha confessato Feierstein. In Messico, l’organismo degli Stati Uniti moltiplica le attività, “perché il potenziale impatto può essere importante per gli Stati Uniti, in caso di instabilità dovuta alle violenze criminali“. Non ha menzionato l’onnipresenza, nel paese azteco, confermata da queste stesse agenzie di sicurezza, di FBI, DEA e CIA… l’USAID destina circa 180 milioni dollari in Colombia e 50-60 milioni in Perù, Messico, Honduras e Guatemala, secondo il funzionario. “Siamo molto soddisfatti” per i progressi compiuti ad Haiti, ha detto, affermando che “nel campo della produzione agricola, l’USAID ha lavorato con gli agricoltori” (sic). L’USAID “potrebbe raddoppiare o addirittura triplicare la produzione degli ultimi due anni.” Ha mostrato grande entusiasmo per un parco industriale che sarà avviato nel nord di Haiti da società statunitensi. Tuttavia, evita di ricordare che l’USAID, prima e dopo il terremoto, ha organizzato, diretto e finanziato diverse organizzazioni politiche del paese, in coordinamento con il Dipartimento di Stato e in parallelo alla presenza di 10000 uomini del Comando Sul del Pentagono.  L’USAID ha anche giocato un ruolo chiave nel rovesciamento del presidente Jean-Bertrand Aristide, nel 2004.
A Cuba, dove l’USAID spende i suoi milioni in operazioni di destabilizzazione che affida ad imprenditori, i fondi sono distribuiti da Mark Lopes, vice amministratore e “rappresentante personale” del senatore cubano-statunitense Bob Menendez, degno esponente della mafia cubano-americana del Campidoglio di Washington, complice di tutte le “iniziative” legislative ostili a Cuba e Venezuela. Negli ultimi anni è stata segnalata, nell’America Latina, la presenza dell’USAID in Bolivia, Brasile, Colombia, Cuba, Ecuador, Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama, Perù, Repubblica Dominicana e Venezuela. In molte occasioni, è stato dimostrato che l’USAID oltre a fornire una copertura ai funzionari della CIA, ha reclutato, addestrato e finanziato elementi che si sono poi dimostrati agenti al servizio degli interessi degli Stati Uniti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio –  SitoAurora

La fine della rete spionistica dell’USAID in America Latina

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 26/09/2012

L’espulsione dell’USAID dalla Russia era uno sviluppo a lungo atteso e gradito. Mosca ha ripetutamente messo in guardia i suoi partner statunitensi, attraverso una serie di canali, che la tendenza dell’USAID ad interferire negli affari interni della Russia era inaccettabile e che, in particolare, il radicalismo delle sue ONG presenti nel Caucaso non sarebbe stato tollerato. Quando il 1° ottobre, la decisione presa dalla leadership russa avrà effetto, il personale dell’USAID di Mosca, che aveva ostinatamente ignorato tali segnali, dovrà fare le valigie e trasferirsi in altri paesi accusati di avere un regime autoritario…
In America Latina, l’USAID ha da tempo la reputazione di organizzazione nei cui uffici ospita, difatti, i centri di intelligence che progettano l’indebolimento dei governi legittimi di un certo numero di paesi del continente. La verità è che l’USAID quale ospite di operativi della CIA e delle agenzie di intelligence della difesa degli Stati Uniti, non è poi così ignota, così come quello di aver avuto un ruolo in ogni colpo di stato in America Latina, così come nel sostegno finanziario, tecnico e ideologico delle rispettive opposizioni. L’USAID cerca anche, in genere, d’infiltrare le forze armate e le forze dell’ordine locali, reclutandovi degli agenti pronti a dare una mano all’opposizione, quando ce ne sia l’occasione.
In diversa misura, tutti i leader populisti latinoamericani sentono la pressione dell’USAID. Senza dubbio, il Venezuela di H. Chavez è l’obiettivo numero uno della lista dei nemici dell’USAID. Il supporto agli oppositori del regime del paese si è ridotto notevolmente, a partire dalle enormi proteste del 2002-2004, mentre la nazione ha visto il governo concentrarsi sui problemi socio-economici, l’assistenza sanitaria, l’edilizia residenziale e le politiche giovanili. L’opposizione ha dovuto iniziare a fare affidamento sempre più sulle campagne nei media, circa l’80% dei quali sono gestiti dal campo anti-Chavez.
Stimolando il panico con voci su imminenti interruzioni dell’approvvigionamento alimentare, con relazioni che esagerano il livello di criminalità in Venezuela (dove, in realtà, c’è meno criminalità che nella maggior parte dei paesi amici degli Stati Uniti), e con accuse di incompetenza del governo nel rispondere alle catastrofi tecniche, divenute sospettosamente frequenti mentre le elezioni si avvicinano, che poi vengono diffuse presso il pubblico nell’ambito di uno scenario sovversivo che coinvolge la rete di organizzazioni non governative venezuelane. In alcuni casi, l’appartenenza a queste ultime si limita a 3-4 persone, ma assieme al forte sostegno dei media, l’opposizione è in grado di dimostrare di essere una forza inquietante. I commentatori pro-Chavez temono che gli agenti dell’USAID contenderanno l’esito della votazione e, in modo sincronico, gruppi paramilitari trascineranno le città venezuelane nel caos, per dare agli Stati Uniti un pretesto per l’intervento militare.
L’USAID è nota per aver contribuito al recente fallito colpo di Stato in Ecuador, nel corso del quale il presidente R. Correa era scampato a un attentato. Le forze di elite della polizia, fortemente sponsorizzate dagli Stati Uniti e dai media che hanno strumentalizzato la legislazione liberale sulla libertà di espressione siglata da Correa, sono stati gli attori chiave della sollevazione. Successivamente, ci sono voluti i seri sforzi di Correa per fare approvare in parlamento un codice multimediale riveduto, contrastando le pressioni delle lobby dell’USAID.
Diversi tentativi per rovesciare il governo di Evo Morales, hanno chiaramente utilizzato il potenziale operativo dell’USAID in Bolivia. Secondo la giornalista e autrice Eva Golinger, l’USAID ha speso almeno 85 mioni di dollari per destabilizzare il regime del paese. Inizialmente, gli Stati Uniti speravano di ottenere il risultato desiderato sollevando i separatisti, in prevalenza bianchi, della provincia di Santa Cruz. Quando il piano fallì, l’USAID passò a corteggiare le comunità indigene con cui le ONG didattico-ambientaliste avevano iniziato a mettersi in contatto, alcuni anni prima. Resoconti disorientanti furono forniti agli indiani, secondo cui la costruzione di una superstrada nella loro regione avrebbe lasciato le loro comunità senza terra, e le conseguenti marce di protesta indiane nella capitale, erosero la posizione pubblica di Morales. Ma poco dopo emerse che molte di quelle marce, tra cui quelle inscenate dal gruppo TIPNIS, erano state coordinate dall’ambasciata degli Stati Uniti. Il lavoro era stato svolto da un funzionario dell’ambasciata, Eliseo Abelo, un elemento dell’USAID che si occupava della popolazione indigena boliviana. Le sue conversazioni telefoniche con i leader della marcia furono intercettate dall’agenzia del controspionaggio boliviana e furono rese pubbliche, così dovette fuggire dal paese, mentre l’inviato diplomatico statunitense in Bolivia si lamentava delle intercettazioni telefoniche.
Nel giugno 2012, i ministri degli esteri dei paesi del blocco ALBA hanno approvato una risoluzione sull’USAID, che dice: “Citando la pianificazione e il coordinamento degli aiuti stranieri come pretesto, l’USAID s’intromette apertamente negli affari interni di paesi sovrani, sponsorizzando le ONG e le attività di protesta volte a destabilizzare quei governi legittimi che non sono amichevoli dal punto di vista di Washington. I documenti resi pubblici dagli archivi del Dipartimento di Stato, sono la prova che il sostegno finanziario veniva fornito ai partiti e gruppi di opposizione nei paesi dell’ALBA, una pratica equivalente ad aperte e audaci interferenze per conto degli Stati Uniti. Nella maggior parte dei paesi dell’ALBA, l’USAID opera attraverso le sue estese reti di ONG, che gestisce al di fuori del quadro normativo, e anche finanziando in modo illecito media e gruppi politici. Siamo convinti che i nostri paesi non hanno bisogno del sostegno finanziario esterno per mantenere la democrazia stabilita dagli Stati latino-americani e caraibici, o di organizzazioni guidate esternamente che tentano di indebolire o mettere da parte le nostre istituzioni governative”. I ministri hanno chiesto alla leadership di ALBA di espellere immediatamente i rappresentanti dell’USAID, poiché minacciano la sovranità e la stabilità politica dei paesi in cui operano. La risoluzione è stata firmata da Bolivia, Cuba, Ecuador, Repubblica Dominicana, Nicaragua e Venezuela.
Lo scorso maggio Paul J. Bonicelli è stato confermato, dal Senato degli Stati Uniti, assistente amministratore dell’USAID per l’America Latina e i Caraibi. L’ex capo della USAID, Mark Feuerstein, acquisì una tale notorietà, in America Latina, come cervello dietro i golpe contro i legittimi capi di Stato di Honduras e Paraguay, che i politici del continente hanno semplicemente dovuto imparare a evitarlo. La credibilità dell’USAID si riduce sempre più, ed è improbabile che Bonicelli, un ricercatore e un conservatore, sarà in grado di invertirne la tendenza. Il suo curriculum comprende la guida di diverse divisioni dell’USAID e la ‘promozione della democrazia’ di concerto con il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. La visione di Bonicelli si riflette nelle pagine della rivista Foreign Policy. Per Bonicelli, Chavez non è un democratico, ma un capo ansioso di sbarazzarsi di tutti i suoi avversari. Il nuovo capo dell’USAID sostiene che, a parte la minaccia della droga, la visione di Chavez ispira i suoi seguaci populisti in Ecuador, Bolivia e Nicaragua, ponendo la più grande sfida agli interessi degli Stati Uniti in America Latina. Bonicelli esorta, pertanto, gli Stati Uniti a sostenere l’opposizione venezuelana in ogni modo possibile, fornendole supporto materiale e addestramento, in modo che possa  prendere parte a pieno alle elezioni e alle attività civili. Un altro articolo di Bonicelli ritrae l’attuale evoluzione della Russia come una cupa regressione e uno scivolamento verso il ‘neo-zarismo’. Sulla base di tale percezione, Bonicelli sostiene che l’occidente dovrebbe ritenere la Russia e i suoi dirigenti responsabili di tutto ciò che riguarda la libertà e la democrazia, anche se la libertà nel paese è importante solo per una manciata di persone, e cita il caso della Polonia, dove gli Stati Uniti supportarono Lech Walesa.
Sono scarse le probabilità che una riforma della USAID possa ripristinarne la credibilità in America Latina. Attenendosi a una ristretta lista di priorità, l’USAID punta su pochi programmi secondari e chiude i suoi uffici in Cile, Argentina, Uruguay, Costa Rica, Panama e prossimamente Brasile. L’USAID ritiene che questi paesi abbiano già una forma ragionevole di democrazia, e che non hanno più bisogno di assistenza, in modo che l’agenzia possa scagliare tutta la sua forza contro i suoi nemici principali: i populisti e Cuba, e fare del suo meglio per far abbattere i politici ostili a Washington in tutto l’emisfero occidentale. Il bilancio dichiarato dell’USAID per l’America Latina è di circa 750 milioni di dollari, ma le stime indicano che la parte segreta dei finanziamenti, che viene sfruttata dalla CIA, potrebbe arrivare a due volte tale importo.

É gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Come la NATO e le ONG difendono i Narcos

Il caso Jason Puracal
Jorge Capelan, Global Research, 29 agosto 2012 – Tortilla con sal

Cosa c’è dietro la campagna per Jason Puracal?
Campioni del mondo nella detenzione arbitraria, gli Stati Uniti e l’Unione europea adesso appoggiano una campagna per liberare una persona condannata per traffico di droga in Nicaragua. Gli Stati Uniti sono noti per le loro prigioni di Guantanamo e Abu Ghraib e la loro rete globale di centri di detenzione segreti. La sua complice d’oltreatlantico, l’Unione europea, è anch’essa nota per aver collaborato alla creazione di questa rete, così come per i suoi centri di detenzione in cui decine di migliaia di immigrati privi di documenti languono. Il loro sostegno alla campagna Puracal è solo uno altro stratagemma politico, un altro chiaro esempio del tandem USA-UE al lavoro per cooptare e corrompere l’intero sistema internazionale dei diritti umani.

“Fuga di Mezzanotte” in America Centrale
Il primo agosto 2011, il cittadino statunitense Jason Puracal Zachary è stato condannato da un tribunale nicaraguense a 22 anni di carcere per traffico di droga e riciclaggio di denaro, insieme a 10 nicaraguensi, anche loro condannati a lunghe pene detentive. Nove mesi prima, la casa e l’ufficio di Puracal erano stati perquisiti dalle autorità nicaraguensi, senza un mandato, una procedura straordinaria consentita dal codice penale del paese per i casi gravi, in cui vi sia il sospetto che le indagini siano a rischio con la distruzione o l’occultamento delle prove. Utilizzando una tecnologia avanzata (fornita, tra l’altro, dagli Stati Uniti), tracce di stupefacenti sono state trovate nel veicolo di Puracal, assieme a una ampia documentazione che supportava le indagini, che secondo le autorità nicaraguensi giudiziarie giustificavano le accuse contro di lui e gli altri membri della rete a cui aderiva. Da cittadino degli Stati Uniti, Puracal ha fatto appello ed ha seguito le audizioni iniziate questa settimana, nella Corte d’appello distrettuale di Granada.
Jason Puracal è un ex volontario del Corpo della pace degli Stati Uniti in Nicaragua. Dopo aver incontrato e sposato una nicaraguense, ha deciso di rimanere nel paese, comprando un franchising immobiliare dopo che il suo lavoro di volontariato era terminato. Il suo arresto ha suscitato una campagna internazionale senza precedenti, sotto forma di petizione organizzata in favore della sua liberazione, che ha raccolto oltre 90 mila firme su Internet.
Il sentimento è comprensibile data la facilità con cui la situazione può essere trasformata, in parallelo al famoso film Fuga di Mezzanotte (1978), di Alan Parker, e sceneggiatura di Oliver Stone. Nel film, un trafficante di droga statunitense viene condannato a 30 anni in una prigione turca. Nel corso dei decenni il film, basato su una storia vera, è diventato un classico dell’islamofobia, con tutti i luoghi comuni che ritraggono i paesi della “periferia” non-occidentale come luoghi senza legge, in cui i bianchi sono esposti a ogni tipo di tortura, compresa la violenza sessuale, per mano di locali corrotti, spietati e imprevedibili. Dopo anni di sopportazione di condizioni disumane e aver abbandonato ogni speranza di aiuto dal governo degli Stati Uniti, Billy Hayes, il protagonista del film, decide di fuggire dal carcere per conto suo.
Il caso Puracal è sostenuto da gruppi, negli Stati Uniti, come Innocence Project, e ha ricevuto il sostegno di persone influenti come l’ex direttore dell’US Drug Enforcement Agency (DEA) Tom Cash (che ha contribuito a perseguire il narco-boss colombiano Pablo Escobar) e Irwin Cotler, l’ex ministro della Giustizia e procuratore generale canadese. Cotler ha scritto una lettera infuocata al presidente del Nicaragua Daniel Ortega, riferendosi al caso Puracal come a una “detenzione arbitraria” e “un grave abuso della giustizia“, secondo il Nicaragua Dispatch. Anche il presunto prestigioso gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie, consiglia di “rilasciare immediatamente” Jason Puracal.
Secondo la versione dei fatti presentati dai difensori di Puracal, i suoi diritti sono stati violati dalle autorità nicaraguensi, per la loro incapacità di produrre un mandato di perquisizione, quando entrarono a casa sua e nel suo ufficio. Sostengono anche che gli sia stato negato il diritto ad un’adeguata difesa, e che la sua pena detentiva sia più lunga di quanto la legge nicaraguense consenta. Infine, sostengono che è stato costretto a vivere con sette altri detenuti nella stessa cella, e che a un certo punto ha subito ustioni da un bollitore d’acqua, utilizzato nella prigione.
Tutte queste accuse sono state respinte, a titolo definitivo, dal Presidente della Corte d’Appello, il dottor Norman Miranda Castillo, che a sua volta ha accusato l’ambasciata degli Stati Uniti, a Managua, di interferire nella giustizia nicaraguense.

“Responsabilità di proteggere” i Narcos
Lo scorso 24 maggio, il segretario per il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie, Miguel De La Lama, ha inviato una lettera in risposta a una richiesta di Jared Genser, a nome della “non-profit” Perseo Strategies LLC. Nella lettera, Lama informa Genser che il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria, nella sua sessantatreesima sessione, ha emesso un “testo di opinione“, numero 10/2012, su Puracal. Il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria è stato istituita sulla base della risoluzione 1991/42 dell’oramai cessata Commissione ONU per i diritti umani, tra le altre cose, per indagare sui casi di detenzione arbitraria non coerenti con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani; un compito che, secondo le Nazioni Unite, dovrebbe essere effettuato “con discrezione, obiettività e indipendenza“.
Il “testo di opinione“, inviato dal Gruppo delle Nazioni Unite al governo del Nicaragua, chiarisce che l’ente per i diritti umani non può commentare le accuse contro Puracal, né le prove presentate contro di lui dallo Stato del Nicaragua. Tuttavia, dato che il governo del Nicaragua non ha risposto alle accuse formulate dal gruppo entro il termine previsto di due mesi, il Consiglio ha raccomandato il rilascio immediato di Puracal, e di indire un nuovo processo se ritenuto necessario, oltre ad un indennizzo a Puracal per il presunto danno alla sua persona. Chiaramente, questa lettera dall’ente delle Nazioni Unite è diventata immediatamente una potente arma mediatica.
I membri del gruppo di lavoro sono Malick al-Hadji Sow del Senegal, Shaheen Sardar Ali del Pakistan, Roberto Garreton del Cile, Mads Andenas della Norvegia e Vladimir Tochilovsky, dell’Ucraina. Non è difficile scorgere l’influenza prevalente dell’Unione europea e della NATO in questo gruppo di lavoro dell’ONU. Il presidente del gruppo di lavoro Malick Sow, è un giudice della Corte Suprema in Senegal, un forte alleato regionale della Francia e un paese lodato come “democrazia forte e stabile” dall’Unione europea. Il Senegal è al 155.mo posto, su 169 paesi che compongono l’indice di sviluppo umano, ed è fortemente dipendente dagli aiuti dell’UE, che superano il 10% del bilancio nazionale. Nel frattempo, il vice-presidente pakistano del gruppo di lavoro è in realtà un professore di diritto presso l’Università di Warwick, in Inghilterra, e presso l’Università di Oslo, in Norvegia. E’ quasi impossibile aspettarsi azioni divergenti dalla linea ufficiale da un rappresentante cileno che, anche se noto difensore dei diritti umani durante l’era Pinochet, rappresenta oggi uno stato che pratica la detenzione arbitraria degli indigeni Mapuche di ogni età, come se fosse uno sport. Né ci si può aspettare un’azione indipendente da un avvocato ucraino, coinvolto nelle prime fasi dell’organizzazione della Corte penale internazionale, ampiamente criticata per il suo pregiudizio contro un capo di stato identificato da Washington come un nemico, e per la sua riluttanza a indagare sui crimini degli alleati della Casa Bianca. Infine, il norvegese Andenas è, come il pakistano Shaheen Ali, docente presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Oslo, ma è stato anche membro del consiglio di un’organizzazione molto esclusiva, l’Associazione degli Istituti dei diritti umani (AHRI) dell’Unione europea. Questo gruppo, finanziato dall’organizzazione della Cooperazione europea nel settore della scienza e della tecnica (COST), riunisce circa 41 università europee per condurre una ricerca in materia di diritti umani. Nel dicembre 2010, con il finanziamento di COST, AHRI ha gestito  il seminario sulla “Corte penale internazionale e della responsabilità di proteggere – Sinergie e tensioni“. Uno dei temi del seminario, dal nome suggestivo di “La via davanti“, una discussione sui modi con cui la “comunità internazionale potrebbe coordinare le su azioni future” per attuare la dottrina nota come R2P.
La responsabilità di proteggere, o R2P, è un idea che i paesi della NATO hanno promosso per diversi anni nell’ambito delle Nazioni Unite. Il concetto di base dell’R2P è che quando uno stato non protegge la propria popolazione, deliberatamente o non essendone in grado, è responsabilità della “comunità internazionale” intervenire, anche quando questo è in contraddizione con uno dei principi fondamentali delle Nazioni Unite: non interferenza negli affari interni degli altri Stati. In occasione del vertice mondiale delle Nazioni Unite del settembre 2005, la maggior parte degli Stati membri, sotto la pressione dei paesi della NATO, ha accettato in linea di principio l’idea di R2P, ma ha raccomandato una più ampia discussione del tema. Poco più di cinque anni dopo, la dottrina veniva messa in pratica dalle forze della NATO in una guerra di aggressione contro il popolo libico. Nello spazio di un paio di giorni, nel marzo 2011, Soliman Bouchuiguir della Lega libica per i diritti umani (LLHR) rilasciava una dichiarazione a un’assemblea di più di 70 organizzazioni non governative, nella 15.ma sessione speciale del Consiglio sui Diritti Umani delle Nazioni Unite, iniziata il 25 febbraio 2011. La sessione, per la prima volta nella sua storia, decise di espellere uno Stato membro, la Libia, per presunti attentati contro la propria popolazione. Poche settimane più tardi, avrebbe segnato l’inizio del massacro della NATO contro il paese nordafricano.
Le cifre con cui Bouchuiguir convinse gli altri membri del Consiglio, erano scioccanti: 17 marzo 2011, segnalati 6000 morti, 12000 feriti, 500 dispersi, 700 stupri e 75000 rifugiati. Solo due settimane più tardi, Bouchuiguir aveva parlato di 18000 morti, 46000 feriti, 28000 dispersi, 1600 aggressioni sessuali. Questi dati furono utilizzati per giustificare la “no fly zone” e i bombardamenti della NATO che hanno provocato un vero e proprio massacro. Tutte questi dati erano stati inventati.
Ricordate che il 2 marzo, il capo di stato maggiore degli Stati Uniti, Mike Mullen, aveva testimoniato davanti al Congresso: “Non abbiamo potuto confermare se gli aerei libici avessero aperto il fuoco contro la propria popolazione“. Nello stesso tempo, il Capo di Stato Maggiore russo riferiva che il controllo via satellite sul territorio libico, dal principio della crisi a metà febbraio, non era riuscito a rilevare un qualsiasi tipo di bombardamento. “Non c’è modo di farlo“, ha risposto Bouchuiguir alla domanda di Teil riguardo come controllare se i dati che aveva dato all’ONU fossero veri. “Il governo libico mai, mai, ha fornito informazioni sui diritti umani (…) così si aveva una stima“, ha detto. “… Le sue informazioni (sul numero di vittime civili in Libia) non le ho ricevute da uno qualsiasi. Le ho ricevute dal primo ministro libico, d’altra parte“, ha aggiunto Bouchuiguir riferendosi al Consiglio nazionale di transizione (NTC), promosso dai cosiddetti “ribelli”, a loro volta sostenuti dalla NATO. “E’ stato il signor Mahmoud… della tribù Warfallah. Fu lui che mi ha dato queste cifre. Le ho usate, anche se con una certa cautela“, aggiunge. Bouchuiguir si riferiva a Mahmoud Jibril, il “primo ministro” dei “ribelli libici” designati dalla NATO e dalla CIA. Ali Zeidan, presentato ai primi di marzo come il portavoce della LLHR, sarebbe diventato anche portavoce del CNT. Più tardi, pressato da Teil, Bouchuiguir ha riconosciuto che diversi membri del CNT erano anche membri delle suddette organizzazioni dei “diritti umani”. “Sapete, queste persone nel governo (CNT), sono tutte parte dello stesso gruppo! Sono membri della Lega libica per i diritti umani! Il ministro dell’Informazione, per esempio, il ministro della Pubblica istruzione, il ministro del Petrolio, il ministro delle Finanze, tutti membri della nostra lega!… Nessuno occupa posti di responsabilità, ma sono membri della nostra lega“, spiega. La vera portata del massacro commesso contro il popolo libico, un  giorno potrà essere conosciuta. Per ora, però, attraverso alcuni dati fortemente impreziositi dalla stessa NATO, dettagliano l’utilizzo di 7.700 missili e bombe in più di 10.000 voli, si potrebbe avere un’idea molto probabilmente pallida davanti all’orrore della realtà. Fino a quando i responsabili del compito di contare i corpi sul terreno, continuano a mostrare lo stesso comportamento individuale non etico, come Bouchuiguir Soliman e i funzionari delle 70 ONG per i “diritti umani”, che senza nemmeno pensarci hanno votato in modo che altri attuassero la loro “responsabilità di bombardare” il popolo libico, la verità non si saprà mai, semplicemente perché ci sono interessi da garantire che lo impediranno per sempre.
Tutto questo fa sorgere una domanda: se questo tipo di burocrati umanitari non esita a inventarsi un genocidio, in modo da sancire il loro genocidio, in accordo con gli interessi delle potenze occidentali, perché avrebbero dovuto astenersi dal chiedere la liberazione di un trafficante di droga condannato, come Jason Puracal?
Molti altri casi importanti attendono l’attenzione del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle Detenzioni arbitrarie, come la legge recentemente approvata dal Presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, alla fine del 2011, che consente la detenzione a tempo indeterminato e senza accuse, e la detenzione senza processo, a fianco dei casi ampiamente riportati di Abu Ghraib, Guantanamo e delle molte altre prigioni segrete della CIA nel mondo. Oppure c’è il caso dei 7.000 bambini palestinesi che Israele ha messo dietro le sbarre dal 2000, o il caso di più di 200 centri di detenzione per immigrati, in cui l’Unione europea oggi detiene decine di migliaia di persone che non hanno commesso alcun reato, e così via. Quali sono le probabilità che il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite si occupi seriamente questi problemi? Assolutamente nessuna, perché i suoi membri sono pienamente solidali con i paesi noti come violatori dei diritti umani. Il maggiore beneficiario, Israele, probabilmente il più stretto alleato degli Stati Uniti e maggior beneficiario dei loro aiuti militari, è anche un membro de facto dell’Unione Europea nell’ambito del commercio internazionale e in altri accordi di cooperazione e di associazione.

Stelle ascendenti

Jared Genser

Nulla accade spontaneamente nel mondo corrotto dei “diritti umani” istituzionali, controllato dalla NATO. Ad esempio, ci si dovrebbe chiedere, chi è la persona incaricata di richiedere al Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite d’indagare sul caso di Jason Puracal? Jared Genser, nominato dal National Law Journal come una delle “40 stelle nascenti, sotto i 40anni, di Washington“, è il responsabile delle Perseus Strategies LLC e fondatore di Freedom Now, un’organizzazione “non-profit” “indipendente” dedita alla difesa di presunti prigionieri di coscienza in tutto il mondo. Genser ha lavorato per lo studio legale DLA Piper LLP e la famosa società di consulenza McKinsey & Company, tra i cui clienti vi sono varie multinazionali e governi con le loro forze armate. Un dettaglio della carriera di questa stella luminosa: nel 2006-2007 è stato visiting professor presso il National Endowment for Democracy (NED), uno dei cui fondatori, Allen Weinstein, ha dichiarato nel 1991 “molto di quello che facciamo oggi è ciò che la CIA faceva di nascosto 25 anni fa.” Un altro dettaglio: tra i suoi clienti ufficiali vi sono l’ex presidente ceco Vaclav Havel, Aung San Suu Kyi del Myanmar, il premio Nobel cinese Liu Xiaobo, il vescovo sudafricano Desmond Tutu e l’ungherese-ebreo premio Nobel Elie Wiesel. Genser è laureato presso prestigiose università come Cornell, Harvard e Michigan. Né si dovrebbe omettere dal suo curriculum, un anno passato come Raoul Wallenberg Scholar presso l’Università Ebraica di Gerusalemme.
Genser è anche l’autore della “Guida rivisitata e pratica” del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria (che sarà pubblicata nel 2013) e co-editore di un altro lavoro sulla dottrina R2P: “La responsabilità di proteggere: La promessa di por fine alle atrocità di massa nel nostro tempo” (Oxford University Press, 2012). Chi è il prefatore del libro? Niente meno che l’ex ministro della giustizia canadese, che ha inviato la lettera infuocata al presidente Daniel Ortega, per chiedere in primo luogo la liberazione immediata del narcotrafficante Jason Puracal: Irwin Cotler. Con un tale contesto, non sorprende che il governo del Nicaragua non abbia prestato molta attenzione alla campagna per Puracal, e non abbia risposto alla lettera del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria. Quando un gruppo di alleati influenti, con stretti contatti nei circoli più potenti dell’impero, iniziano una campagna di lettere e dichiarazioni ai media, non si ha che fare con un movimento sociale, ma con una cospirazione.
Uno dei partner di Genser nella Perseus Strategies LLC, è Chris Fletcher, più un agente della CIA che un avvocato idealista. Fletcher è un esperto di diritti umani e di responsabilità sociale delle imprese, con esperienza presso gli uffici delle Nazioni Unite, ha partecipato al processo ai Khmer Rossi in Cambogia e ha lavorato per l’ONG Oxfam negli Stati Uniti, tra le altre organizzazioni. Inoltre, Fletcher è coinvolto nel “Tibet Forum, governance e pratica“, presso l’Università della Virginia. Questa università è un noto terreno di reclutamento della CIA, con docenti attivi per decenni nei circoli della sicurezza nazionale e d’intelligence, come Frederick P. Hitz, alla facoltà di legge dell’università. Altri incarichi temporanei, Chris Fletcher li ha avuti al Dipartimento di Stato e alla Banca mondiale.
La Strategie Perseus LLC, è una società dedita alla fornitura di servizi di consulenza legale a grandi ONG, multinazionali e governi, nei campi dei diritti umani, della responsabilità sociale delle imprese e dell’attuazione di R2P. Le loro attività spesso includono la promozione di interessi degli Stati Uniti in diversi paesi, e la preparazione di vari documenti per giustificare l’applicazione dell’aggressione imperialista con il pretesto della R2P contro il paese bersagliato, come nel caso della Corea del Nord.
In parallelo, o addirittura come divisione speciale all’interno dell’organizzazione, Genser e Fletcher gestiscono un “movimento sociale” sui generis, Freedom Now. Questa organizzazione lavora per liberare i “prigionieri di coscienza” in tutto il mondo, dando loro assistenza legale “pro bono”. Non è una sorpresa che la lista degli imputati di Freedom Now non includa casi come il cittadino cubano-americano René González e i suoi quattro compagni cubani ingiustamente reclusi nelle prigioni di massima sicurezza, per aver ottenuto informazioni al fine di impedire atti terroristici contro Cuba da Miami. Per inciso, questo 13 agosto, a tre giorni dall’appello di Puracal in Nicaragua, René González ha compiuto 56 anni da qualche parte negli Stati Uniti, senza poter essere con la sua famiglia che vive ancora a Cuba. Questi casi sono di poco o nessun interesse o preoccupazione per il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite, per Genser o per Fletcher e altra gente come loro. Sono interessati solo a casi che promuovono gli interessi del governo degli Stati Uniti: per ora questi includono dissidenti cinesi, “attivisti” iraniani, forse alcuni giornalisti in qualche regione oscura del Terzo Mondo, o trafficanti di droga statunitensi condannati in paesi come il Nicaragua, o altre nazioni nel mirino delle campagne diffamatorie della Casa Bianca.
Genser è solo un membro del Freedom Now. Un altro, il presidente di Freedom Now, è l’avvocato Jeremy Zucker, un ex legale della Corte penale internazionale e membro influente del Consiglio per le Relazioni Estere, dove l’elite del potere statunitense, sia democratica che repubblicana, decide la politica estera degli Stati Uniti e degli alleati. In Norvegia, la cubana-americana Teresita Alvarez-Bjelland, lavora come specialista consulente “non-profit” con i dirigenti della Norwegian-American Association, posizionata in modo da esercitare una pressione sul Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite tramite la loro forte influenza sui norvegesi. Peter Magyar, l’avvocato incaricato di ampliare l’attività di Freedom Now in Europa, è un influente avvocato nelle privatizzazioni e nei mercati internazionali dei capitali.
Freedom Now non difende chiunque. Il suo lavoro è volto “strategicamente” al fine di promuovere cambiamenti politici nei paesi di cui si sono selezionati gli imputati. E il loro operato non si limita agli organi giudiziari, ma è anche dedito allo sviluppo di relazioni pubbliche e campagne di propaganda con una vasta gamma di agenti e attori. Freedom Now dice che difende solo i prigionieri di coscienza. Ma nel caso di Jason Puracal, condannato per traffico di droga, è difficile, se non impossibile, usare tale argomento. In breve, la loro attività è semplicemente un altro modo, con il pretesto delle campagne per i diritti umani, d’intervenire con motivazioni politiche dei paesi bersaglio degli Stati Uniti.

Innocenza? Quale innocenza?
Una delle organizzazioni più influenti che sponsorizzano la campagna per Puracal è il gruppo chiamato Innocence Project, la cui missione è tutelare i diritti dei cittadini statunitensi ingiustamente detenuti dentro e fuori dagli Stati Uniti. Oltre al supporto dei media, l’organizzazione ha dato a Puracal supporto legale attraverso la sua rete di avvocati negli Stati Uniti. Questa organizzazione, nel 2011, ha ricevuto una sovvenzione di 400.000 dollari per due anni di spese generali, da parte della fondazione statunitense finanziata dal magnate George Soros, l’”Open Society Foundations“, appartenente al suo Open Society Institute.
Secondo l’investigatrice Eva Golinger, l’Open Society Institute è coinvolto nella destabilizzazione dei governi che hanno resistito all’offensiva delle rivoluzioni colorate post-sovietiche. L’Open Society Institute è stata attiva in Jugoslavia, Ucraina e Georgia, lavorando a stretto contatto con la Freedom House e l’Albert Einstein Institution (AEI) per rovesciare i governi finanziando i media e i gruppi di opposizione. Mentre l’area di maggior interesse per l’Open Society Institute è l’Europa orientale e il Caucaso, è anche molto attivo in Africa e in America Latina.
Secondo Barry C. Scheck, sul New York Times della fine dell’anno scorso, il nuovo direttore dell’”impero filantropico” di Soros, Christopher Stone “ha la passione di voler cambiare le cose, una grande visione e di voler comprendere come costruire istituzioni e riprogettarle per restare“. Scheck, co-direttore di Innocence Project, è noto come avvocato di OJ Simpson, nel caso altamente pubblicizzato del 1995. L’Organizzazione di Scheck è solo un’altra delle decine di ONG e altri gruppi che Soros ha cooptato, in tutto il mondo, per attuare l’agenda imperiale, con i suoi milioni; solo l’anno scorso 860 di essi. Esperto nel distruggere le banche centrali di tutto il mondo tramite attacchi speculativi contro le vulnerabili valute nazionali, Soros critica gli eccessi del sistema finanziario ed è favorevole alle regolamentazioni ma, dice, “non un eccesso di regolamentazione. I regolatori sono esseri umani fallibili e sono anche dei burocrati che prendono decisioni lentamente e sono soggetti a influenze politiche.” Il discorso di Soros sulle società aperte, il libero mercato e le sue critiche a Bush, lo hanno reso popolare tra i democratici, ma non è in alcun modo un progressista. Per quanto riguarda la strategia dell’impero, Soros è un attore di primo piano dell’élite del potere globale. È membro di Council on Foreign Relations, Bilderberg, International Crisis Group e Human Rights Watch, tutte organizzazioni che lavorano per raggiungere gli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti, spesso con i “diritti umani” come pretesto per gli interventi degli Stati Uniti e della NATO.

Gli stracci bianchi della DEA
La “raccomandazione” del Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria si è rivelata un costrutto politico dei più alti livelli dell’opportunista, politicizzata, corrotta rete dei “diritti umani” del governo statunitense. L’ex ministro della giustizia canadese, che così duramente ha criticato il Comandante Daniel Ortega, si rivela essere un vecchio amico di Jared Genser, orchestratore della rete. Soros finanzia “Innocence”, ben lontana dall’essere una innocente organizzazione internazionale dei diritti umani. Allo stesso modo, spicca di più all’occhio l’ex capo della DEA Tom Cash, riguardo il suo sostegno a Puracal. Thomas V. Cash è uno degli uomini che hanno contribuito a perseguire Pablo Escobar. Quando ha lasciato la DEA, Cash ha lavorato per la società di consulenza informazioni e intelligence, Kroll Inc., diventando capo dell’ufficio di Miami. Tra i suoi servizi, Kroll offre consulenza ai governi dei vari paesi  paradisi fiscali su come migliorare la propria immagine e farsi rimuovere dagli elenchi anti-riciclaggio di denaro dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico.
Kroll assume ex funzionari dell’intelligence quando lasciano la carica pubblica per entrare nel settore privato. Kroll ha assegnato Cash per imbiancare il paradiso fiscale di Antigua, fornendogli un lifting finanziario e creando scappatoie attraverso le quali i compari di Pablo Escobar potessero continuare a riciclare i ricavi della droga. Ciò che ha messo fuori dalla grazia Tom Cash, tuttavia, fu una questione diversa. Lo scorso giugno, il truffatore R. Allen Stanford è stato condannato a 110 anni di carcere. Un’indagine sul suo schema Ponzi ha scoperto che in 20 anni ha rubato 7 miliardi di dollari a 30000 depositanti, promettendo tassi di interesse favolosi sui loro depositi presso la Banca Internazionale di Stanford, ad Antigua. Il primo caso esplose tre anni fa, nel 2009, quando le autorità federali fecero irruzione negli uffici del Gruppo Stanford, per le indagini sulle frodi. A luglio di quell’anno, Cash lasciò la sua posizione nella Kroll. Il motivo? Come consulente che lavorava per la Kroll, Cash ha dato il via libera agli inquirenti per indagare sulla Stanford, ma non si è mai preso la briga di riferire che la sua azienda, una volta, l’aveva “assunto e pagato” come consulente di Stanford. Un’organizzazione di elettricisti che ha perso più di 6 milioni di dollari nello schema Ponzi, ha poi denunciato Cash. Cash non ha mai detto agli elettricisti che Stanford era stato sanzionato dalla Financial Industry Regulatory Authority. Né li informò che un ex dipendente di Stanford aveva citato in giudizio la società, con l’accusa che lo schema era tutta una truffa.
Tra le credenziali di Cash, secondo il New York Post, vi è l’aver prestato servizio come presidente della Associazione Internazionale dei Banchieri in Lotta contro le Frodi della Florida. Il giornale aggiunge che i legami tra Cash e la polizia di stato erano così grandi, che un giudice assegnato alla causa degli elettricisti contro la Kroll, ha dovuto abbandonare il caso perché era stato un amico personale di Cash per molti anni.

Palese interferenza
Il 16 agosto l’udienza d’appello inizia in Nicaragua, nel caso di Jason Puracal. La corte distrettuale di appello di Granada deciderà se ci sono o meno elementi sufficienti per dichiarare l’annullamento del processo originale che si concluse con la sua condanna a 22 anni, in base alle procedure della Costituzione e del Codice penale del Nicaragua. Anche così, attraverso le loro reti di interferenza politica, falsi gruppi per i diritti umani hanno utilizzato il caso Puracal per condurre una palese propaganda anti-Nicaragua. Ciò, a sua volta, non aiuta molto la difesa di Puracal.
La campagna per la liberazione di Jason Puracal, condannato per narcotraffico, illustra perfettamente, ancora una volta, il grado di corrotta manipolazione dei diritti umani da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati in tutto il mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “guerra all’umanità” dell’occidente

La libertà è schiavitù, il sostegno popolare è autoritarismo
La neolingua del Washington Post
Lizzie Phelan Information Clearing House 26 luglio 2012

Un recente articolo sul Washington Post di Juan Forero, intitolato ‘I nuovi autoritari dell’America Latina‘, è solo l’ultimo esempio di come la macchina mediatica degli imperialisti sia costantemente impegnata nella guerra mediatica contro le nazioni sovrane nel Sud, al fine di fertilizzare il terreno per una nuova o maggiore aggressività economica e militare contro di esse. Tali campagne di psy-op cercano anche d’influenzare gli eventi sul campo nei paesi presi di mira, in questo caso nel Venezuela in vista delle elezioni di ottobre, in cui tutti i segni puntano a un’altra clamorosa vittoria dell’attuale presidente Hugo Chávez Frías.
L’articolo fa parte dell’ala psicologica di ciò che il sito web nicaraguense ‘Tortilla con sal’ definisce “guerra all’umanità” dell’Occidente, al fine di convincere il mondo della superiorità morale di una minoranza (l’élite occidentale/imperialista) sulla maggioranza, in modo da ridurre al minimo la minaccia di uno sforzo di massa organizzato per contestare i tentativi della minoranza, sempre più volti a raggiungere una totale egemonia globale.
Nella sua morale, la minoranza sostiene attraverso la sua vasta rete di propaganda, che mentre bombarda la maggioranza, è superiore in quanto universale e quindi deve difendersi e vincere a qualsiasi costo, compresa la distruzione di intere nazioni, per non parlare dei milioni e milioni di vite, i cui governi si mettono di traverso, come il caso della Libia ha dimostrato ultimamente. Fatti scomodi, come l’impareggiabile record di crimini delle potenze  NATO/imperialiste che sostengono la loro superiorità morale, deve inesorabilmente essere legittimato attraverso i media imperialisti (compreso il Washington Post) e la rappresentazione dello spettacolo dei crimini della NATO come atti di libertà, mentre gli atti di resistenza e l’autodifesa dei loro avversari che mettono a repentaglio le pretese sulla superiorità morale e l’obiettivo dell’egemonia totale, sono presentati come crimini contro l’umanità. E così guardando attraverso la lente di Forero, le nazioni sovrane dell’America Latina, che stanno consolidando la loro libertà dal dominio occidentale attraverso l’unificazione crescente del continente, sono il male emergente contro cui il governo degli Stati Uniti dovrebbe fare qualcosa.
Il suo gancio è il recente assalto di Human Rights Watch contro il Venezuela nella sua relazione intitolata “Tightening the Grip” che, come urla il titolo, è un documento che sostiene che Chavez sia diventato più autoritario che mai. E in un colpo solo Forero trascina tutti i leader eletti dal popolo delle nazioni sovrane e progressiste del continente nella relazione su Chavez, focalizzandosi su coloro con il sostegno più grande: Rafael Correa in Ecuador e il nicaraguense Daniel Ortega.

Forero/HRW e il malvagio uomo di paglia della magistratura venezuelana
In Venezuela il punto cruciale del velenoso articolo, in linea con il rapporto di HRW, è puntato contro il sistema giudiziario del paese. Né l’articolo né la relazione menzionano che il governo venezuelano ha recentemente pubblicato un piano, per i prossimi sei anni, di cui una sezione è interamente dedicata al sistema giudiziario, che ribadisce l’intenzione del governo di affrontare questo sistema dal “carattere razzista e classista … e l’impunità“. In Occidente, tali omissioni avvengono dopo lunghe, fasulle e costose inchieste pubbliche. Questi governi non si sognerebbero mai di riconoscere il razzismo, il classismo e l’impunità diffusa in modo palese nei propri sistemi, senza, ad esempio, le decine di imbarazzanti omicidi razzisti e una sostenuta pressione dell’opinione pubblica da parte delle famiglie delle vittime, come è accaduto quando una pubblica inchiesta ha “scoperto” che la polizia britannica era istituzionalmente razzista, sulla scia dello scandaloso processo agli assassini di Stephen Lawrence.
Nel suo caso Forero cita due ex giudici che hanno accusato il governo venezuelano di dirottare il sistema giudiziario. Alti funzionari del governo, dice, avrebbero chiesto all’ex-magistrato Eladio Aponte, che nel frattempo ha cercato asilo negli Stati Uniti, dei “favori”. Forero evita convenientemente d’informare il lettore che Aponte è stato licenziato perché accusato di accettare denaro da trafficanti di droga e di fornire all’infame barone della droga, ora in carcere, Walid Makled, una carta d’identità. Durante il processo, Makled asseriva che aveva dato circa 70.000 dollari ad Aponte. Né l’articolo ricorda che Aponte prima era fuggito in Costa Rica, per eludere il processo, da dove si è recato negli Stati Uniti su un aereo dell’US Drug Enforcement Administration, niente di meno. Aponte ha negato le accuse, ma non ha fornito prove a sostegno della sua smentita. Le autorità venezuelane hanno detto che presenteranno le prove delle loro accuse contro Aponte.
Forero dedica una sola frase per ricordare che l’ex giudice Maria Lourdes Afiuni è sotto processo dopo aver “fatto infuriare Chavez con una delle sue decisioni“. Se più di 23 parole sono state dedicate al caso di Afiuni, è forse perché alcuni fatti avrebbero avuto il senso di una buona storia, come dice il vecchio adagio. Perché Afiuni, dopo aver emesso una sentenza in cui non erano presenti i procuratori (in contrasto con la legge) con cui Eligio Cedeño, un finanziere che è stato accusato di essersi appropriato di milioni di dollari e di aver avuto un ruolo in altri enormi casi di corruzione, veniva liberato, per poi subito dopo scortarlo fuori dall’aula e vedergli prendere una motocicletta su cui ha iniziato la sua fuga che, infine, l’ha portato a Miami. Indipendentemente dalla legittimità della sentenza, Afiuni ha violato unilateralmente la normale procedura di invio alla parte convenuta al centro di detenzione della corte, mentre le procedure amministrative, per quanto riguarda il suo rilascio venivano completate. E’ questo scandalo di proporzioni così gravi che fece infuriare l’opinione pubblica venezuelana e il governo, ed è per questo che Afiuni è sotto processo.
Il Washington Post comprende un paragrafo liberatorio che ammette che i leader “filo-americani“, come in Colombia, hanno “indebolito la governance democratica“. Così la Colombia è una democrazia debole, ma Venezuela, Nicaragua ed Ecuador sono regimi autoritari? Questa è un altra inversione totale della realtà. La Colombia, destinatario principale degli aiuti militari statunitensi del continente (e uno del mondo) che vanta sette basi militari statunitensi, detiene attualmente circa 5.700 prigionieri politici e ha una vista annebbiata sui 3,6 milioni di profughi interni. Tale situazione desolante è totalmente incomparabile con la realtà negli stati non-clienti degli USA, come quelli su cui Washington Post e HRW hanno concentrato la loro ira.
E in effetti il quadro più abissale globalmente, in termini di abuso interno del sistema giudiziario, è nelle mani del regime degli Stati Uniti. A differenza di Venezuela, Nicaragua ed Ecuador, negli Stati Uniti si può essere detenuti a tempo indeterminato senza accusa. Uno ogni 48 uomini in età lavorativa, si trova dietro le sbarre e la cifra non comprende le decine di migliaia di immigrati che affrontano la deportazione e le persone in attesa di condanna. Gli Stati Uniti imprigionano cinque volte più persone del Venezuela, sei volte del Nicaragua e otto volte dell’Ecuador. Mentre gli Stati Uniti sono in cima alla lista globale della popolazione carceraria, gli altri tre sono molto indietro, rispettivamente 98, 122 e 160.mo posto.
Le condizioni nelle carceri degli Stati Uniti non hanno eguali, soprattutto considerando che circa 2,3 milioni di persone vi languono. I tassi di abuso sessuale sono impressionanti e le aziende utilizzano i detenuti a buon mercato, come fonti gratuite di lavoro. Questo è il 21° secolo della schiavitù sistematica del mondo “sviluppato”, e tale fenomeno pericoloso significa che vi è in realtà un enorme incentivo monetario per l’elite aziendale, che tira le fila del sistema politico degli Stati Uniti, per incarcerare sempre di più.
Mentre il Venezuela si è impegnato ad affrontare il carattere razzista del suo sistema giudiziario, e ha sostenuto la creazione di una serie di gruppi di origine africana, che fungeranno da gruppi di pressione per garantire la lotta contro il razzismo, gli Stati Uniti hanno storicamente compiuto un giro di vite contro le organizzazioni afro-americane che lottano veramente per tali progressi. Non c’è posto in questo pianeta dove il trattamento dei neri sia peggiore, che non nel regime statunitense, come esemplificato dal fatto che dei 2,3 milioni di detenuti degli Stati Uniti, il 46 per cento sia nero, nonostante che i neri costituiscono appena il 13 per cento della popolazione degli Stati Uniti.
Ma né il Washington Post, né HRW dedicano un rapporto per scrutare lo stato dei diritti umani negli Stati Uniti, come fanno con il loro rapporto dal titolo sexy “Tightening the Grip” per il Venezuela, e la menzione sugli abusi interni negli Stati Uniti restano sepolti nelle loro relazioni annuali mondiali. Così sono i cinesi a farlo ogni anno.
Mentre HRW si adopera per propagandare la caduta del governo siriano, basandosi su una serie di traballanti video di YouTube, che pretendono di mostrare le forze di sicurezza siriane usare armi contro dei manifestanti pacifici, al riguardo il capo della Commissione ONU per i diritti umani che indaga sulla Siria, Paulo Pinheiro, ha detto: “YouTube non è un mezzo affidabile di indagine … C’è la manipolazione dei media.”, non ci sarebbe modo di montare una campagna per un cambiamento di regime negli Stati Uniti sulla base di quei video molto reali, e che dicono molto al riguardo, sulla polizia degli Stati Uniti che apre il fuoco sui manifestanti disarmati nella città della California di Anaheim.

Leader popolare o autoritario repressivo?
Continuando con questa corsa per distogliere l’attenzione su chi siano i più grandi nemici dell’umanità, il sottotono dell’articolo di Forero è che le masse venezuelane che appoggiano Chavez non sono, in qualche modo, nel pieno controllo delle propri capacità mentali, e questo è quindi un altro segno di come il governo venezuelano affamato di potere inganni il suo popolo. E così cita un giudice venezuelano che parla della sua fedeltà alla Rivoluzione Bolivariana del Venezuela e a Chavez, come esempio di come i sostenitori di Chavez siano ovunque, anche nelle istituzioni più importanti del paese. La logica ridicola sembra essere che la popolarità è pericolosa perché, con persone in tutto il mondo che sostengono il governo, ci saranno meno persone che seguiranno il suo ordine del giorno, indipendentemente dal fatto che tale ordine del giorno sia migliorare il destino di tutti i venezuelani, come ha dimostrato finora di avere fatto.
Forero ritrae con condiscendenza le masse di poveri venezuelani come pecore sotto l’incantesimo di un “accattivante leader messianico”, come se  sostenessero Chavez per nessun altro motivo se non il lavaggio del cervello del suo carisma. Ancora più aberrante, è l’uso dell’accademico Javier Corrales, autore di un libro su Chavez con il titolo apertamente razzista di Dragon in the Tropics, come fonte per aggiungere le stridule voci che sostengono che Chavez stia abusando della sua popolarità.
Non importa allora che la popolarità sia una conseguenza diretta del fatto che, da quando Chavez ha vinto la sua prima elezione nel 1999, il paese che aveva uno dei più ampi squilibri al mondo tra ricchi e poveri, abbia visto la povertà  ridursi di oltre il 50 per cento, l’analfabetismo sradicato, decine di milioni di persone ormai in grado di accedere all’assistenza sanitaria gratuita, altri milioni di persone entrare nell’istruzione superiore, cui partecipano gratuitamente, la creazione di decine di migliaia di consigli comunali che danno alla popolazione l’opportunità di partecipare al sistema politico, l’emergere di 200.000 cooperative, l’emergere di una serie di organizzazioni di donne, indigeni, di già indicati discendenti africani, e molto altro ancora. Queste sono le ragioni per le quali, come per il presidente del Nicaragua Daniel Ortega, Chavez, quando parla alle piazze, cosa che gli imperialisti non avrebbero mai il coraggio di sognare, milioni di persone accorrono per sentirli parlare. Questo è il motivo per cui, nuovamente, giunsero a milioni per difenderlo dal fallito colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti nel 2002, ed è per questo che l’hanno ripetutamente votato a milioni.
Lontani dal potere consolidato in poche mani, sia il Nicaragua che il Venezuela sono in costante movimento per rafforzare e ampliare gli organi di democrazia diretta. I consigli comunali del Venezuela sono stati citati sopra, mentre in Nicaragua, il modello di potere del cittadino continua a migliorare i modi in cui le comunità locali possono decidere come il denaro pubblico venga speso nei loro comuni. Il collegamento tra questo modello e le recenti statistiche che hanno mostrato l’FSLN riuscire a dimezzare la povertà estrema nel secondo paese più povero delle Americhe, dopo Haiti, è chiaro. E’ la gente del posto che conosce al meglio le esigenze della propria comunità e, come tali, sono loro che decidono dove gli investimenti pubblici dovrebbero avere la priorità, per uno sviluppo infrastrutturale enorme, vale a dire strade, case, tetti e lo sviluppo di energia elettrica, e le iniziative sociali che sono state rivolte, in particolare, a consentire alle donne più povere del Nicaragua a diventare autosufficienti. Il partito al governo dell’FSLN ha inoltre ampliato il numero dei rappresentanti dei governi locali, pur non aumentando il budget per i loro stipendi. Questa è una mossa che garantisce una rappresentanza più equilibrata e taglierà lo stipendio dei dipendenti pubblici, per migliorare il servizio di incentivazione monetaria/sociale di tale posizione a favore di questi ultimi.
Rivolgersi ai bisogni materiali e spirituali della maggioranza povera e degli emarginati, come le nazioni insultate da Forero hanno fatto e stanno facendo, è la chiave per garantire che godano delle condizioni che gli consentano di partecipare alla costruzione della democrazia. Nel frattempo, negli Stati Uniti e in Inghilterra per esempio, l’idea che i cittadini dovrebbero poter avere più voce in capitolo sulle politiche che riguardano le loro comunità locali, al di là di scegliere ogni tre o quattro anni, tra due o tre partiti che rappresentano tutti gli stessi interessi corporativi, che per davvero hanno voce in capitolo, è inaudito.
In Libia, lo stile preferito dall’Occidente di “democrazia” è arrivato in groppa al fosforo bianco e ai missili da crociera Tomahawk, a spese del sistema di democrazia diretta che vi si stava costruendo, per non parlare delle decine di migliaia di vite, di milioni esistenze, di una stabilità e un livello di sviluppo che avevano portato il popolo libico al più alto standard di vita in Africa.

Smascherare il missionario
Ma HRW ha una preferenza per la propaganda a favore della distruzione tali progressi nei paesi in cui, l’equilibrio di potere, non è a favore delle potenze della NATO. Dalla sua fondazione nel 1978 come Helsinki Watch, ad opera della Fondazione Ford, HRW ha costantemente promosso l’intervento umanitario nei paesi considerati avversari dall’Occidente. Più di recente in Libia, HRW è stato uno dei firmatari del documento che ha portato alla sospensione della Libia dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, in violazione delle procedure delle Nazioni Unite, e alle successive risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che hanno portato a nove mesi di attacchi aerei supportati da circa 40 paesi della NATO.
Nella sua lunga e sporca storia, HRW nel 2010 annunciò che avrebbe accettato 100 milioni dollari da George Soros, che è il vaso di miele dietro cui vi sono alcune dei più potenti think-tank, gruppi di pressione e ONG degli Stati Uniti, e che perciò gode di un peso notevole nell’influenzare la politica estera imperialista degli Stati Uniti. Nella lunga lista di malvagi sostenitori di HRW  vi è la Fondazione Sandler, che ha dato circa 30 milioni di dollari al gruppo. La fondazione è una creatura di Herb e Marion Sandler, che sono stati i donatori principali dei democratici e che hanno contribuito a fondare una serie di think-tank e gruppi di pressione, tra cui il Center for American Progress, anch’esso finanziato da Soros e guidato da John Podesta, il capo di stato maggiore della Casa Bianca sotto la presidenza Clinton. Non sorprende perciò che la fondazione abbia costantemente promosso l’ingerenza degli Stati Uniti nel sud, compreso il sostegno alla saga KONY2012 che faceva appello a un intervento militare in Uganda con un pretesto completamente fasullo.
In breve, se si segue il denaro dei paesi della NATO nella vasta rete di think-tank, lobbisti, ONG, giornali, siti web, canali di notizie, musica e industria del cinema, Washington Post e HRW inclusi, quasi sempre può essere riconducibile a una élite aziendale o “filantropica”, che ha interesse nel promuovere l’agenda dell’egemonia globale dei paesi della NATO.
Ho notato una certa sorpresa da parte di persone che scoprono il ruolo delle organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International. Il discorso dell’intervento umanitario, tuttavia, è forse uno dei più vecchi trucchi nel libro dell’impero occidentale, ma si è solo evoluto il suo travestimento. Questo articolo di Global Research ha fatto bene a chiamare le ONG occidentali moderni “Missionari dell’Impero” o come Black Agenda Report ha etichettato HRW, “Guerrieri dei diritti umani per l’impero“. I resoconti della prima presenza inglese in Africa, come quelli indicati in Things Fall Apart di Chinua Achebe, mostrano il modo insidioso con cui i missionari, in seguito alla prima spartizione dell’Africa alla Conferenza di Berlino, s’infiltrarono nelle comunità africane e usarono alcuni punti di tensione come opportunità per promuovere l’idea, a sezioni delle minoranze di quelle comunità, che le loro rimostranze verso la loro comunità erano esempi di grave sofferenza, la cui causa era l’arretratezza morale della loro società e che poteva essere risolta abbracciando l’unico percorso morale corretto, la chiesa inglese. Questa scissione della comunità ha fatto sì che, sul momento, le conseguenze disastrose divenissero chiare a tutti, mentre le assai più gravi sofferenze venissero sentite quando era troppo tardi.
Le ONG operano più o meno allo stesso modo oggi, facilitando i disegni imperiali che portano solo a guerra, instabilità e miseria alla maggioranza dei popoli del Sud, dietro la maschera delle persone dei “diritti umani“. E’ una maschera, tuttavia, che viene strappata, prima con l’appello di ALBA ai paesi membri a espellere l’USAID e i suoi rappresentanti, e poi questa settimana con il presidente russo Vladimir Putin che firma un disegno di legge che obbligherà tutte le ONG che ricevono finanziamenti esteri, a registrarsi come agenti stranieri, e più recentemente con Chavez che ha espulso dal Venezuela l’Inter-American Human Rights Court dell’OSA. L’OSA è naturalmente un altro strumento di dominio occidentale sulla regione, un corpo che dovrebbe promuovere la democrazia che è di per sé antidemocratico e continua a violare la volontà della maggioranza dei suoi membri di porre fine al blocco criminale contro Cuba.
La decisione di Chavez di ritirarsi, ha detto, proviene “dalla dignità, e li accusiamo di fronte al mondo di essere inadatti a definirsi un gruppo per i diritti umani.” Non è inaudito che tali gruppi siano banditi dai governi del  Sud dai loro paesi, quando si trovano ad affrontare un’effettiva aggressione militare. Ma la guerra contro tali paesi sovrani comincia molto tempo prima di un’azione militare diretta. Inizia con articoli come quello di Forero.

Phelan è una giornalista freelance specializzata nelle lotte dei popoli che difendono il loro paese contro le violazioni alla sua sovranità. Attualmente in Nicaragua, ha fatto corrispndeza dalla Siria e dalla Libia per PressTV e Russia Today. Il suo blog.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un’Unione è Nata: America Latina in Rivoluzione

La Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC)
Eva Golinger Global Research, 8 dicembre 2011 – Chavezcode.com

Mentre gran parte del mondo è in crisi e le proteste erompono in tutta Europa e negli Stati Uniti, le nazioni dell’America Latina e dei Caraibi  costruiscono l’accordo consenso, promuovono la giustizia sociale e una crescente positiva cooperazione nella regione. Trasformazioni sociali, politiche ed economiche hanno avuto luogo attraverso i processi democratici in paesi come Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Uruguay, Argentina e Brasile in tutto il decennio, portando ad una massiccia riduzione della povertà e disparità di reddito nella regione, e a un notevole aumento nei servizi sociali, qualità della vita e partecipazione diretta nel processo politico. 
Una delle principali iniziative dei governi progressisti latino-americani di questo secolo, è stata la creazione di nuove organizzazioni regionali che promuovono l’integrazione, la cooperazione e la solidarietà tra le nazioni vicine. Cuba e Venezuela ha iniziato questo processo nel 2004 con la fondazione dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), che ora include Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Dominica, St. Vincent e Grenadine e Antigua e Barbuda. ALBA è stata inizialmente lanciata in risposta al fallito tentativo del governo statunitense di imporre il suo accordo di libero scambio delle Americhe (ALCA) in tutta la regione. Oggi ALBA è una prospera organizzazione multilaterale in cui i paesi membri condividono simili visioni politiche per i loro paesi e per la regione, e comprende numerosi accordi di cooperazione negli ambiti economico, sociale e culturale. La base fondamentale del commercio tra le nazioni ALBA è la solidarietà e il mutuo beneficio. Non c’è competizione, sfruttamento o tentativo di dominare tra gli stati ALBA. ALBA conta anche su una propria moneta, il Sucre, che consente il commercio tra stati membri, senza la dipendenza dal dollaro americano. 
Nel 2008, l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) è stata formalmente istituita come un organismo regionale che rappresenta gli stati del Sud America. Mentre ALBA è molto più consolidata come voce politica unificata, UNASUR rappresenta una diversità di posizioni politiche, modelli economici e visioni per la regione. Ma i membri UNASUR condividono l’obiettivo comune di lavorare verso l’unità regionale e per garantire la risoluzione dei conflitti attraverso mezzi pacifici e diplomatici. UNASUR ha già giocato un ruolo chiave nella pacifica risoluzione delle controversie in Bolivia, in particolare durante un tentato colpo di stato contro il governo di Evo Morales nel 2008, e ha anche moderato con successo un grave conflitto tra Colombia e Venezuela, conducendo al ristabilimento delle relazioni nel 2010. 
Duecento anni fa, eroe dell’indipendenza sudamericana Simon Bolivar, nativo del Venezuela, sognava di costruire l’unità regionale e la creazione di una “Patria Grande” in America Latina.  Dopo aver ottenuto l’indipendenza per il Venezuela, Bolivia, Ecuador e Colombia, e la lottato contro i colonialisti in diverse nazioni caraibiche, Bolivar ha cercato di trasformare questo sogno dell’unità latino-americani in realtà. I suoi sforzi furono sabotati da potenti interessi contrari alla creazione di un solido blocco regionale, e alla fine, con l’aiuto degli Stati Uniti, Bolivar è stato estromesso dal suo governo in Venezuela e morì isolato in Colombia diversi anni dopo. Nel frattempo, il governo statunitense aveva proceduto ad attuare la sua Dottrina Monroe, un primo decreto dichiarato dal presidente James Monroe nel 1823 per assicurare il dominio degli Stati Uniti e il controllo delle neo-liberatesi nazioni dell’America Latina e dei Caraibi.
Quasi duecento anni di invasioni, interventi, aggressioni, colpi di Stato e di ostilità condotti dal governo degli Stati Uniti contro le nazioni dell’America Latina all’ombra dei secoli 19.mo e 20.mo.  Entro la fine del 20.mo secolo, Washington aveva imposto con successo i governi ad ogni nazione dell’America Latina e dei Caraibi che erano subordinati alla sua agenda, con l’eccezione di Cuba. La Dottrina Monroe era stato raggiunta, e gli Stati Uniti si sentivano fiducioso del loro controllo sul loro “cortile”.
La svolta inaspettata all’inizio del 21° secolo in Venezuela, in passato uno dei partner più stabili e servili di Washington, fu uno shock per gli Stati Uniti. Hugo Chavez è stato eletto presidente e una rivoluzione era cominciata. Un tentativo di colpo di stato nel 2002 non è riuscito a sovvertire il progresso della Rivoluzione Bolivariana e la diffusione della febbre rivoluzionaria in tutta la regione. Presto Bolivia e poi Nicaragua ed Ecuador seguirono. Argentina, Brasile e Uruguay elessero dei presidenti socialisti, due dei quali ex-guerriglieri. I mutamenti maggiori iniziarono a verificarsi in tutta la regione, mentre i popoli di questo vasto continente vario e ricco, assunsero il potere e fecero sentire la loro voce.
Le trasformazioni sociali in Venezuela, che ha dato voce al potere della gente, divennero esemplari per gli altri nella regione, mentre il presidente Chavez sfidava l’imperialismo statunitense. Un forte sentimento di sovranità e d’indipendenza latinoamericana cresceva, raggiungendo anche quelli con i governi allineati agli interessi degli USA e al controllo delle multinazionali.
Il 2-3 dicembre 2011, la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) è nata e la travolgente forza di un continente di quasi 600 milioni di uomini ha realizzato un sogno di unità vecchio di 200 anni. Le 33 nazioni che fanno parte della CELAC sono tutte d’accordo sulla necessità indiscutibile di costruire una organizzazione regionale che rappresenti i loro interessi, e che escluda la prepotente presenza di Stati Uniti e Canada. Se alla CELAC ci vorrà del tempo per consolidare l’impegno eccezionale evidenziato dai 33 stati presenti al suo lancio a Caracas, in Venezuela, non può essere sottovalutata.
La CELAC dovrà superare i tentativi di sabotaggio e neutralizzazione della sua espansione e della sua resistenza, e le minacce contro di essa e gli intenti di dividere i paesi membri saranno numerosi e frequenti. Ma la resistenza dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi, che hanno ripreso questo cammino di unità e indipendenza dopo quasi duecento anni di aggressione imperialista, dimostra la forza potente che ha portato questa regione a diventare una fonte di ispirazione per coloro che cercano la giustizia sociale e la vera libertà in tutto il mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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