L’espansione dei BRICS: ragioni e vincoli

Quanto è importante aprire la porta a nuove adesioni al raggruppamento sempre più influente, e a quanti Paesi?
Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 16 maggio 2014
433119bricIl raggruppamento BRICS fa notizia recentemente con l’ambasciatore indiano in Argentina che segnala la possibilità che il Paese latinoamericano possa entrare nel gruppo. Anche se non vi è stata alcuna dichiarazione ufficiale sulla possibile espansione, il dibattito in merito è certamente tempestivo. Da quando il gruppo s’è riunito ufficialmente per la prima volta nella città russa di Ekaterinburg, nel 2009, la sua importanza sulla scena mondiale è aumentata in modo significativo.  Con un’economia combinata di 16.039 miliardi di dollari, è emerso come polo collettivo nel mondo multipolare. Che si tratti delle crisi in Siria, Iran o Ucraina, o della questione della riforma dell’ordine economico internazionale, i membri del gruppo hanno affermato e sostenuto un ordine non sempre in consonanza con quello abbracciato dall’occidente. L’originale BRIC è diventato BRICS nel 2011 con il Sudafrica come nuovo membro. L’adesione del Sud Africa è stata veloce e senza opposizione interna. I soci attuali provengono da Asia, Africa e America Latina. Tre continenti diversi dal Nord America e dall’Europa per crescita economica e peso politico. L’avanzata di questi continenti, che si riflette nella formazione dei BRICS, ha plasmato l’ordine mondiale post-Guerra Fredda. Due dei membri del gruppo, Russia e Cina, sono membri con diritto di veto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e tutti gli aderenti sono in rapida crescita economica. Nonostante le previsioni di sventura, il gruppo resta ed è forte. Anche se originariamente concepito come agglomerato economico, il profilo dei BRICS ha superato le motivazioni economiche ed è considerato politicamente rilevante nella politica internazionale. In questo contesto, l’ascesa del gruppo è una conclusione scontata. I BRICS sono quasi un’entità d’élite. Sono citati in quasi tutti i dibattiti internazionali, e la loro voce è ritenuta importante. È quindi naturale che altre nazioni siano interessate a farne parte. Ma la questione controversa che si pone, e che i membri devono affrontare, è quanto sia importante aprire la porta a nuove adesioni, e a quanti Paesi?
Forse il caso del NAM è istruttivo, in questo contesto. Originariamente concepito come alternativa  politica ai blocchi della Guerra Fredda, il gruppo (originariamente di meno 30 Paesi) passò a 120. L’ampia adesione ne ha influenzato non solo la filosofia, ma anche le azioni. La sua composizione include Paesi filosoficamente divergenti, da Cuba a Singapore. Il gruppo comprendeva regimi democratici e regimi dittatoriali. La grande adesione ha anche creato gravi beghe interne. Anche se il gruppo festeggia il suo 60° anniversario quest’anno, non è considerato un organismo multilaterale significativo come i BRICS o i G20. Nessuno dei membri dei BRICS preferirebbe il destino del gruppo NAM. Ciò non per sostenere che i Paesi BRICS non debbano espandersi. Potrebbe essere altrimenti. Ma i membri devono considerare questi fattori prima di invitare altri Paesi ad aderire. Il gruppo è ancora nella sua fase formativa. Ha meno di un decennio. Vi sono molte questioni nel gruppo che devono essere affrontate. Prima fra cui la banca dei BRICS. Sebbene un sostanziale progresso è stato fatto sul tema, non è stata presa alcuna decisione concreta sulla posizione della banca, il suo capitale iniziale e la leadership. Sarà prudente affrontare questi problemi, e anche affrontare le divergenze politiche, prima di intraprendere l’allargamento. Quindi è necessario avere un orientamento sui Paesi che si adattano alle caratteristiche della filosofia e dell’agenda del gruppo. Il Viceministro degli Esteri russo Sergej Rybakov ha osservato, “Abbiamo un approccio costruttivo verso eventuali richieste di questo tipo, da chiunque inviate. Ecco perché eventuali problemi sull’ulteriore espansione del gruppo BRICS devono essere elaborate pienamente e completamente”. Anche se l’ambasciatore indiano ha fatto un annuncio ad effetto sull’accettazione della domanda d’adesione dell’Argentina, il governo indiano non ha ufficialmente espresso la sua posizione. Vi sono dibattiti sulla possibile adesione dell’Argentina. L’Argentina è un giocatore chiave in Sud America, ma la sua economia non è robusta come quella dei BRICS. Ha un enorme debito estero. L’adesione di un Paese dev’essere soppesata con attenzione. Paesi come la Siria hanno già chiesto l’adesione. Il gruppo deve essere selettivo nelle sue scelte. Georgij Toloraja, Direttore esecutivo del Comitato Nazionale per gli Studi sui BRICS della Russia, ha definito l’Indonesia, una delle economie in più rapida crescita e dalla maggiore popolazione islamica, un possibile candidato. L’Egitto può essere un candidato anche se l’agitazione interna ne indebolisce la candidatura. La Nigeria, nonostante il problema dell’estremismo religioso, è una delle economie dalla più rapida crescita in Africa. L’uomo più ricco d’Africa è un nigeriano. Il Paese dell’Asia centrale Kazakistan si distingue anche per la sua buona posizione per l’adesione al gruppo. Il Paese dalle ricche risorse gode di una relativa stabilità ed ha adottato un approccio più sfumato sulle questioni internazionali. Alcuni altri possibili candidati sono Messico, Iran e Turchia. Questo elenco non è esaustivo.
Il punto qui è che il gruppo deve adottare un quadro calibrato nell’ammissione di un Paese. In questo contesto, si devono affrontare alcuni temi fondamentali. In primo luogo, l’identità. Si preferirà mantenere il nome BRICS per il corpo allargato o adottare un nome diverso che rifletta l’adesione al gruppo? In secondo luogo, la nomenclatura. Si preferirà suddividere gli aderenti in principali e nuovi? Ci sarebbero provvedimenti contro un membro che violi la filosofia del gruppo? Queste e relative questioni devono essere considerate prima di allargare l’entità. Il prossimo summit in Brasile sarà decisivo nel dibattito sull’allargamento. L’Argentina è nota per la sua opposizione al dominio occidentale sul continente, come Venezuela e Cuba, ma ciò non è sufficiente per l’adesione ai BRICS. I BRICS emergono come formatori dell’ordine mondiale con il loro peso economico e politico, e il Paese che contribuisce a relativi filosofie ed obiettivi può essere il candidato giusto per l’adesione.

10291106Dr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. Le sue aree di interesse sono conflitti, terrorismo, pace e sviluppo in Asia meridionale, e gli aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le otto famiglie della manipolazione del petrolio

Dean Henderson 13 maggio 2014
Saudi ArabiaDopo la seconda guerra mondiale, durante cui il presidente della Royal Dutch Shell Sir Henry Deterding sostenne i nazisti, mentre Exxon e Texaco collaborarono con i nazisti del cartello IG Farben, i Quattro Cavalieri rivolsero l’attenzione al Medio Oriente. C’è il cartello sotto nomi come Consorzio iraniano, Iraqi Petroleum Company e Aramco. Con la nascita dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) come cartello dei produttori, le aziende escogitarono modi sempre più sofisticati per ridurre la capacità di contrattazione collettiva dell’OPEC. Governi nazionalisti furono destabilizzati, screditati e rovesciati dalla CIA per volere di Big Oil. Henry Kissinger creò l’International Energy Agency (IEA), che i francesi chiamano macchina da guerra. La politica dei Due Pilastri di Nixon e il Consiglio di Cooperazione del Golfo di Reagan (GCC) furono tentativi di dividere l’OPEC tra ricche nazioni bancarie e povere nazioni industriali, con i sauditi che giocano il ruolo di chiave di volta produttivo in entrambi i sistemi. Come il petroliere George Perk una volta commentò il rapporto tra i Quattro Cavalieri e i sauditi, “I mercati del petrolio non sono liberi. I funzionari della compagnia petrolifera corrompono i funzionari dell’Arabia Saudita. Ma solo per controllare il mercato“.
Dopo la guerra del Golfo re Hussein di Giordania commentò il ruolo saudita nel ridurre il potere contrattuale dell’Opec, “A livello base, il vecchio risentimento sommerso della maggior parte degli arabi verso i sauditi, uscì oramai dalla bottiglia. Subiamo il fatto che comprano tutto, tecnologia,  protezione, idee, persone, rispettabilità… i popoli arabi dicono che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita sono indistinguibili, e da ciò concludono che i sauditi  appoggiano Israele. I sauditi se ne vergognano?” L’OPEC emerse con l’embargo del 1973 volto ad adottare quelle soluzioni regionali che ne diminuissero la dipendenza dall’occidente per le valute forti necessarie per operare nell’economia globale. Il vertice arabo del 1972 a Khartum, Sudan, che pose fine alla prima guerra tra Nord e Sud Yemen, invitò i ricchi sceiccati del Golfo a dirottare i petrodollari dai buoni occidentali ai programmi di sviluppo delle nazioni povere. I falchi dell’industrializzazione dell’OPEC formarono il fronte della fermezza di Iraq, Libia, Algeria, Yemen del Sud, OLP e Siria. L’OPEC emanò una dichiarazione solenne che chiedeva un più giusto ed equo nuovo ordine economico internazionale. Ciò portò alla Conferenza sulla cooperazione economica internazionale di Parigi, dove 19 Paesi in via di sviluppo del G-77 s’incontrarono con i loro omologhi del G-7 per discutere la creazione di un ambito economico globale più giusto. La leader dell’OPEC, l’Algeria, guidò il blocco politico della conferenza di solidarietà del Movimento dei Non Allineati Sud, che auspicava che la ricchezza petrolifera dell’OPEC si riversasse sulle nazioni in via di sviluppo, invece che nel riciclaggio dei petrodollari nelle mega-banche internazionali di proprietà delle otto famiglie. Oltre a tale balzo, l’influente e fastidioso Movimento dei Paesi Non Allineati non voleva avere niente a che fare con il confronto tra occidente e blocco sovietico. Ma l’IEA di Kissinger si presentò alla conferenza di Parigi chiedendo di concentrarsi esclusivamente sull’energia, senza collegarsi alla più ampia questione dell’ingiustizia economica globale. L’AIE era dominata dai banchieri internazionali, che preferivano puntare sul pagamento degli interessi sui pessimi prestiti all’America Latina finanziati dai petrodollari dell’OPEC che aiutare i poveri del mondo. I banchieri rastrellarono tale vasto pool di valute nelle casseforti occidentali, finanziando l’espansionismo militare degli Stati Uniti e le operazioni segrete della CIA per proteggere i Quattro Cavalieri e creare altre varie multinazionali estrattrici di risorse. Il fronte della fermezza s’incontrò a Damasco nel 1979 per tracciare la strategia per contrastare gli accordi di pace di Camp David tra Israele ed Egitto, che sauditi e statunitensi supportarono saldamente. I falchi dei prezzi sapevano che Israele serviva gli interessi dei Quattro Cavalieri nella regione. Temevano l’ulteriore divisione dell’OPEC se fosse stato sottoscritto tal primo trattato di pace arabo-israeliano. Ma gli Stati Uniti offrirono all’Egitto massicci aiuti militari e gli accordi furono firmati dopo l’intenso sforzo statunitense guidato dall’ex dirigente della Bechtel Philip Habib. Gli accordi, assieme alla creazione reaganiana del CCG (Arabia Saudita, Quwayt, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Qatar e Oman) nel 1981, raggiunsero gli obiettivi della macchina da guerra di Kissinger. L’anno successivo il Fondo Monetario Internazionale (FMI) venne lanciato ufficialmente. Inondato di petrodollari riciclati del GCC, il FMI legittimò e continuò il sequestro delle risorse patrimoniali mondiali da parte delle otto famiglie. Nacque lo standard internazionale petrolifero.
Il FMI è l’agenzia di raccolta e polizia dei banchieri internazionali rappresentati da Kissinger. Kissinger detiene le sue carte più importanti nella vasta tenuta di Pocantico Hills della famiglia Rockefeller, nello Stato di New York. Su pressione del FMI, i Paesi in via di sviluppo presero in prestito i petrodollari riciclati del CCG con il 15-20% di tasso d’interesse dalle banche delle otto famiglie, aprendo le loro economie alle multinazionali di proprietà di queste stesse banche. Peggio, usurparono la ricchezza petrolifera dell’OPEC. che il G-77 prevedeva di utilizzare per lo sviluppo del Terzo Mondo. Ora i banchieri ebbero l’audacia di prestare questi petrodollari al Sud, per i quali gli sceicchi del GCC ebbero il 6% dei buoni del Tesoro degli Stati Uniti, a tassi d’interesse esorbitanti, gettando le nazioni povere nel ciclo del debito infinito. Una volta che le nazioni non potevano rimborsare, subirono il sequestro dei beni. I negoziati del 1995 sulla “crisi del debito” messicano, portarono la Citigroup, diretta dall’ASARCO dei Rockefeller, a prendere il controllo della società cementiera statale messicana e all’acquisizione delle ferrovie statali da parte della Burlington Northern (ora BNSF). La maggior parte dei prestiti usurai costituivano le operazioni esentasse delle multinazionali o finivano nelle tasche delle élite di questi Paesi, poi spogliate del denaro da vassalli controllati dall’intelligence occidentale come la BCCI. I lavoratori del Terzo Mondo subiscono poi la responsabilità di ripagare il debito sul denaro che non hanno mai nemmeno ricevuto. L’ex-presidente venezuelano Carlos Andres Perez definì tale pratica ingannevole del FMI “totalitarismo economico”. Nel 2001, quando il governo argentino fu costretto al default sui 132 miliardi di dollari “dovuti” ai banchieri, e il FMI annullò un pacchetto di salvataggio quando l’Argentina si rifiutò di accettarne le condizioni draconiane, il ministro delle Finanze del Paese, Domingo Cavallo, chiamò il FMI “vampiro internazionale”. [264] Cavallo fu dimesso, come fecero in successione i quattro presidenti che si rifiutarono di giocare al gioco truccato del FMI. Sotto la guida coraggiosa dell’attuale presidentessa Cristina Fernández de Kirchner, gli argentini sono ancora in arretrato con il FMI.
OPEC-Logo-5Un più recente trucco dei Quattro cavalieri è stato aumentare la produzione di petrolio nei Paesi non-OPEC. Nel 1990 Exxon Mobil ottenne il 29% del suo greggio per gli USA dall’Angola, il 16% dall’Oman e il 16% dalla Colombia. RD/Shell acquistò il 19% del suo petrolio per gli USA dal Messico e il 17% dallo Yemen. Chevron Texaco ebbe il 26% del proprio deposito negli Stati Uniti dal Messico. Nessuna di queste nazioni è membro dell’OPEC. [265] Un recente studio dell’American Petroleum Institute ha dichiarato che la crescita della produzione non-OPEC, dal 1980, ha eroso il mercato influenzato dall’OPEC. Nel 1984, le scoperte petrolifere nel Mare del Nord di Norvegia e Gran Bretagna indebolirono ulteriormente il potere contrattuale dei falchi dell’industrializzazione dell’OPEC. Norvegia e Gran Bretagna divennero esportatrici nette di greggio, utilizzando tale leva per abbassare i prezzi mondiali del petrolio. Le nazioni OPEC Venezuela, Iraq, Indonesia e Nigeria sono particolarmente dipendenti dai prezzi alti del greggio dato che il petrolio occupa una grande percentuale delle loro esportazioni. In Indonesia due presidenti furono estromessi dal 1999 per la svalutazione della rupia, spingendo la quarta nazione più popolosa del mondo nei disordini civili e nella crisi economica prolungata. Un articolo del 28 dicembre 1998 su Business Week, dettagliava gli enormi giacimenti e gli impianti petrolchimici della Mobil nella travagliata regione di Aceh, nel Nord Sumatra. Le truppe indonesiane del presidente Suharto, che la CIA installò dopo il colpo di Stato del 1964 guidato da John Hull, rovesciando il governo nazionalista di Sukarno e massacrando i manifestanti accanto a tali strutture della Mobil. Fu un momento di continuità storica. Nel 1882 la tribù degli Aceh attaccò la sede di RD/Shell nella stessa regione. Il governo coloniale olandese schiacciò la ribellione in modo altrettanto brutale. L’Indonesia divenne un caso economico disperato quando un consorzio di banche statunitensi, guidato da Citibank, iniziò il dumping monetario con il generale Ibnu Sutowo, il braccio destro di Suharto che controllava i cordoni della borsa della Pertamina, la compagnia petrolifera di Stato. Sutowo sperperò il bottino con palazzi, una flotta di aeromobili, una catena di alberghi e una Rolls Royce bianca. La Banca centrale indonesiana fu tenuta all’oscuro sull’ammontare dei suoi conti. Nel 1974 Sutowo volò a Göteborg, in Svezia, dove battezzò la nuova superpetroliera Ibnu accanto all’amico e agente della CIA Itzak Rappaport. Poi giocò a golf con Arnold Palmer, Gary Player e Sam Snead. I prestiti della Pertamina superavano i 6 miliardi di dollari. Inoltre, le tangenti prese da decine di ufficiali dell’aeronautica indonesiana negli anni ’70, per assicurare i contratti della Lockheed Martin, passavano attraverso numerosi conti correnti a Singapore conosciuti come Fondo per vedove e orfani. [266] L’Indonesia è ancora gravata da quel debito oggi. A consigliare il governo su questioni finanziarie sono Lazard Freres, Kuhn Loeb e Warburg, un gruppo che si chiamata la Triade. Consigliano anche i governi di Congo, Gabon, Sri Lanka, Panama e Turchia.
In Venezuela l’Exxon Creole Petroleum fu fondata dalla CIA, con cui condivide gli uffici. [267] Exxon è la CIA in Venezuela. Bechtel costruì il gasdotto Mena Grande per gli interessi petroliferi della Creole. Anche se il Paese è un importante fornitore di greggio degli Stati Uniti, il suo bolivar fu fortemente svalutato. La frustrazione pubblica culminò nell’elezione del presidente populista Hugo Chavez, critico dei Quattro Cavalieri e obiettivo di un continuo sforzo di destabilizzazione della CIA. Nel 2002 l’élite benestante del Paese indisse uno sciopero generale che spinse Chavez a dimettersi temporaneamente. Il luogotenente della Rockefeller e insider della Royal Bank of Canada Gustavo Cisneros era esattamente al centro di tale capriccio oligarchico. Nello stesso anno i ricos attaccarono ancora Chavez, che si rifiutò di cedere. Nel 2007 Chavez chiese una maggiore percentuale dalle entrate di Big Oil per il popolo venezuelano. Exxon Mobil e Conoco Philips si rifiutarono e furono costrette a lasciare il Paese.
In Nigeria Royal Dutch/Shell e Chevron Texaco dominano l’industria petrolifera, dove si produce il greggio di riferimento Bonny Light utilizzato nei carburanti per l’aviazione e altri prodotti di alta qualità. Le recenti violenze politiche hanno ucciso oltre 10000 persone. Le operazioni di Big Oil nel Delta nigeriano sono l’epicentro delle violenze. Il 10 novembre 1995 il drammaturgo nigeriano Ken Saro-Wiwa e altri otto leader della protesta furono impiccati dalla giunta militare del generale Sani Abacha, un altro dei pupazzi dei Quattro Cavalieri che hanno governato il Paese. Il regime di Abacha aveva dato il via libera alla Shell per la perforazione delle terre tribali Ogoni, causando le proteste di mezzo milione di ogoni che accusarono la Shell di aver gravemente inquinato la loro terra e la loro acqua. La famiglia di Saro-Wiwa citò in giudizio la Shell per concorso nella sua morte, ottenendo l’attenzione internazionale. L’azione legale accusava la Shell di omicidio colposo, torture, esecuzioni sommarie, arresti e detenzioni arbitrarie. Il fratello di Saro-Wiwa, un attore, dichiarò: “Questo è il classico caso dei metodi utilizzati dalle multinazionali contro chi li sfida. Portare la Shell in tribunale è uno dei tanti metodi di lotta nonviolenta contro il ruolo dell’azienda nel degrado ambientale e dei diritti umani degli ogoni“. [268] Solo un mese dopo le impiccagioni, la Shell provocatoriamente annunciò l’intenzione di imbarcarsi in un progetto da 3,8 miliardi di dollari sul gas naturale in Nigeria, in tandem con la giunta nigeriana, la francese Total e l’italiana Agip. I nigeriani erano indignati. Il 4 marzo 1997 i manifestanti presero prigionieri 127 dipendenti della Shell, bruciarono e saccheggiarono le stazioni di servizio della Shell e occuparono le sue piattaforme petrolifere. La Shell fu costretta a ridurre la produzione in Nigeria e passò sotto un maggiore controllo dei gruppi per i diritti umani nel mondo. [269] Nel luglio 2002 un gruppo di donne nigeriane prese in ostaggio dei dipendenti della Chevron Texaco e ne occupò le strutture. Il giorno dopo la sede di Lagos della società fu colpita da un blitz. La rivolta contro Big Oil in Nigeria continua.
Questi tre casi di atrocità dei Quattro Cavalieri presso nazioni dell’OPEC forniscono un altro motivo, per cui le aziende passano a fonti non-OPEC. Semplicemente non sono più benvenute. Nel 1972 l’OPEC produsse l’84,8% del petrolio al di fuori di Stati Uniti, URSS, Europa dell’Est e Cina. A partire dal 1991, l’OPEC ha fornito solo il 60,9% delle importazioni di petrolio degli Stati Uniti, la maggior parte proveniente dai Paesi del GCC Arabia Saudita, Quwayt ed Emirati Arabi Uniti. Nel 1989, il 18% era saudita. [270] La compiacenza del GCC nella sovrapproduzione di greggio per mantenerne i prezzi bassi per le operazioni dei Quattro Cavalieri, è la chiave che divide l’OPEC. I sauditi giocano il ruolo chiave di swing producer, con la capacità di 10 milioni di barili al giorno dell’Aramco e 261 miliardi di barili di riserve petrolifere. Il litorale sud-ovest del GCC sul Golfo Persico detiene il 42% del petrolio mondiale. E ‘ideale topograficamente per il trasporto a buon mercato del greggio verso le strutture costiere di stoccaggio e raffinazione, e per il carico sulle petroliere. Il giacimento gigante di Burgan in Quwayt è a soli cinque chilometri dal Golfo. Il greggio passa attraverso una pipeline costruita dalla Bechtel da Burgan ad un deposito di stoccaggio su un crinale che domina il golfo di al-Ahmadi. Da lì il petrolio fluisce nelle petroliere in attesa nel porto. [271] Nel 1978 il costo del pompaggio e trasporto di un barile di greggio del Golfo Persico era meno di un centesimo. [272] Fu il lavoro economico nel Golfo Persico che spinse Big Oil a chiudere i pozzi in Texas e Louisiana e a spostarsi nel Golfo. Le quote di produzione nazionali limitano la produzione delle compagnie petrolifere indipendenti. Gli indipendenti non hanno il capitale o i legami politici per divenire globali. Nel 1956-1974 la redditività del petrolio straniero raddoppiò mentre quella del greggio nazionale rimase la stessa. [273] Big Oil importa anche manodopera a basso costo nei Paesi del GCC da luoghi come Bangladesh, Filippine, Yemen e Pakistan. Alcuni indipendenti più grandi sono andati all’estero, ma furono relegati, insieme alle compagnie petrolifere governative del Terzo Mondo, nei compiti più rischiosi dell’esplorazione e della produzione petrolifera. Nel frattempo, i Quattro Cavalieri cavalcano nei verdi pascoli più a valle.

Exxon-mobil-te-Rotterdam-Background[264] BBC World News. November 2001.
[265] “Scorecards on the Oil Giants”. Susan Caminiti. Fortune. 9-10-90. p.45
[266] Spooks: The Haunting of America-the Private Use of Secret Agents. Jim Hougan. William Morrow & Company, Inc. New York. 1978. p.443
[267] Ibid. p.433
[268] “Shell Sued Over Nigerian Hangings”. AP. Missoulian. 11-9-96. p.A-6
[269] BBC World News. 3-24-97
[270] “Energy Blues and Oil”. Brian Tokar. Z Magazine. January 1991. p.14
[271] Oil, Industrialization and Development in the Gulf States. Atif Kubursi. Croom Helm. Kent, UK. 1984. p.24
[272] “A Reporter at Large: The World’s Resources: Parts I-III”. Richard Barnet. The New Yorker. p.26
[273] Tokar. p.22

Dean Henderson è autore di Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Potete seguirlo su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Made in Arabia Saudita: radicalismo salafita in Africa

Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation, 24/12/2013

N02017113459909125_1094947tIl radicalismo islamista, alimentato dalla ricchezza petrolifera dell’Arabia Saudita, si diffonde in Africa ad un ritmo veloce. I gruppi radicali salafiti e wahabiti come Boko Haram, Seleka e Uamsho, mai sentiti un decennio fa, massacrano i cristiani durante le messe, radono al suolo i villaggi cristiani e assassinano i religiosi islamici moderati. Naturalmente, questo caos made in Arabia Saudita è una manna per l’Africa Command degli Stati Uniti (AFRICOM), tutto ciò che serve a diffondere il terrorismo collegato ad “al-Qaida” in Africa, aumenta la presenza militare statunitense sul continente ed incrementa la forza armata dello Zio Sam nella sua ricerca di petrolio, gas e risorse minerarie dell’Africa… Mentre i leader degli Stati Uniti, come il presidente Barack Obama, il segretario di Stato John Kerry, il segretario della Difesa Chuck Hagel e altri continuano a piegarsi ai principini misogini dell’Arabia Saudita, tra cui il capo dell’intelligence saudita principe Bandar bin Sultan, la seconda Corte di Appello degli Stati Uniti di New York ha stabilito che le famiglie delle vittime degli attentati dell’11 settembre possono citare in giudizio il governo dell’Arabia Saudita per sostegno materiale ai dirottatori. Nel 2005, il giudice federale respinse le pretese contro l’Arabia Saudita sentenziando che l’Arabia Saudita godeva dell’immunità da tali reclami ai sensi del Foreign Sovereign Immunities Act. Tale decisione non fu ribaltata dalla corte d’appello federale.
La sentenza ebbe scarsa efficacia dopo che il senatore della Florida Bob Graham, presidente del comitato ristretto sull’Intelligence del Senato degli Stati Uniti, all’epoca dell’attacco dell’11 settembre 2001, aveva ancora una volta chiesto la declassificazione di 28 pagine delle “800 pagine del comitato congiunto d’inchiesta sull’intelligence prima e dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001“, emesse dai comitati di controllo sui servizi segreti di Senato e Camera nel 2002. Le 28 pagine censurate indicano la responsabilità del peggior attacco terroristico sul suolo statunitense del regno dell’Arabia Saudita, e particolarmente del principe Bandar e della sua ambasciata a Washington. Il principe Bandar e sua moglie pagarono il gestore di San Diego di due dirottatori, Usama Basnan, attraverso un conto presso la Riggs Bank di Washington. Ora vi sono le richieste bipartisan nel Congresso per declassificare le 28 pagine. Tuttavia i sauditi, che hanno stretti legami con l’oligarchia Bush e gli israeliani, possono usare la loro influenza per sopprimere le prove dell’intelligence USA contro di loro. È necessario, dunque, che lo “Stato profondo” statunitense consenta ai sauditi di continuare a sostenerlo, perché il terrorismo fornisce all’esercito e alla comunità dell’intelligence statunitensi il casus belli per l’azione militare in Africa, Medio Oriente e Asia meridionale. Un sempre maggiore coinvolgimento dei wahabiti sauditi emerge dalle coordinate sulle attività anticristiane ed anti-occidentali dei gruppi salafiti in Africa. Il gruppo salafita nigeriano Boko Haram, che attacca villaggi cristiani e moschee islamiche moderate, e massacra uomini donne e bambini cristiani e musulmani moderati  in tutta la Nigeria, ha fatto causa comune con un altro gruppo salafita in Mali, l’Ansar al-Din, avversario dei tuareg moderati che hanno preso il controllo del nord del Mali dopo l’efficace golpe militare che depose la leadership civile del Paese. Boko Haram, Ansar al-Din e al-Qaida nel Maghreb distruggono sistematicamente  gli antichi santuari musulmani tutelati dall’UNESCO dei santi sufi di Timbuktu e di altre città del Mali. Ansar al-Din ha definito “haram“, proibiti, i santuari secondo il dogma salafita. Boko Haram è anche apparsa nella Repubblica centrafricana, dove i guerriglieri musulmani seleka rovesciarono il governo del presidente Francois Bozizé, sostituendolo con uno di loro, Michel Djotodia, in un Paese dove i musulmani costituiscono solo il 15 per cento della popolazione. Non appena Djotodia e seleka hanno consolidato la loro influenza sul governo nel capitale Bangui, i seleka iniziarono ad attaccare i cristiani in tutto il Paese, saccheggiandone i villaggi. I lealisti di Bozizé organizzarono l'”anti-Balaka”, gli “anti-machete”, poiché i seleka, molti dei quali salafiti, impugnano i machete per  uccidere i cristiani, anche donne e bambini. L’arrivo delle truppe francesi nel 2000 a Bangui non  placò i timori della maggioranza cristiana del Paese. I sauditi non sono da meno nell’uso delle lame per compiere omicidi. Il tipo di esecuzione dei condannati preferito dal governo saudita è la spada che ne taglia la nuca sulla famigerata Piazza Deera a Riyadh, nota anche come “piazza spezzatino”.
Attratto dal boom petrolifero della nazione, un ampio flusso di musulmani provenienti dall’estero migrò in Angola per lavorare nelle infrastrutture petrolifere. Quando, alla fine di novembre le autorità angolane emisero l’ordine che le moschee costruite frettolosamente rispettassero le leggi del catasto del Paese, i salafiti diffusero la voce interessata che l’Angola avesse bandito l’Islam e avesse indiscriminatamente chiuso le moschee. Il governo angolano negò l’accusa. L’annuncio del governo angolano fu troppo poco e arrivò troppo tardi per gli angolani e gli altri passeggeri, oltre ai sei membri dell’equipaggio della Mozambique Airlines TM-470, schiantatosi in Namibia durante il viaggio da Maputo, Mozambico, a Luanda, capitale dell’Angola. Gli inquirenti conclusero che il capitano dell’Embraer 190, Herminio dos Santos Fernandes, manomise il pilota automatico dell’aereo per far schiantare deliberatamente l’aereo. Gli investigatori, comunque, non presero in considerazione che molti salafiti decisero di dichiarare guerra all’Angola, per le false voci efficacemente diffuse secondo cui l’Angola aveva “vietato l’Islam.” La lezione dell’EgyptAir 990, schiantasi nel 1999 sulla rotta New York-Cairo, possono esserne una copia conforme. Il capitano del Boeing 767 dell’EgyptAir avrebbe deliberatamente schiantato l’aereo sull’Atlantico in un atto di terrorismo suicida, uccidendo tutte le 217 persone a bordo. Molti credono che l’aereo fu manomesso ed usato come prova per l’attacco dell’11 settembre di due anni dopo. Il co-pilota dell’aereo, Qamil al-Batuti disse di aver dirottato i controlli dell’aereo per suicidarsi e compiere una strage, nello stesso modo in cui il capitano della Mozambique Airlines Fernandes avrebbe fatto con il suo aereo in rotta verso Luanda. Tuttavia, alcuni membri del Comitato Intelligence del Congresso e del Senato degli Stati Uniti e un giudice federale accusano l’Arabia Saudita quale responsabile del terrorismo aereo dell’11 settembre 2001, non escludendo il coinvolgimento saudita nel caso dei “suicidi” dell’EgyptAir 990 e della Mozambique Airlines 470.
A Zanzibar, i salafiti filo-sauditi presero una strada diversa. I locali chierici filo-sauditi crearono l’Uamsho, che invoca attacchi con acidi contro i turisti stranieri: come quello commesso contro due insegnanti 18enni inglesi lo scorso agosto. Uamsho, che in swahili significa “Risveglio”, rivendicò brutali attacchi con acidi a cristiani e religiosi musulmani moderati. I salafiti filo-sauditi attaccano così i cristiani anche in altre parti dell’Africa, in particolare in Egitto, Kenya e Etiopia. Bandar, il capo dell’intelligence saudita, avrebbe avvertito la Russia che l’Arabia Saudita non avrebbe esitato a scatenare i salafiti ceceni e di altrove contro le Olimpiadi invernali di Sochi, se la Russia non tagliava il sostegno al governo di Bashar al-Assad in Siria. L’azione dei sauditi sarebbe dietro il bombardamento salafita della chiesa cattolica di Santa Teresa, presso Abuja in Nigeria, della chiesa cattolica di Nostra Signora della Salvezza di Baghdad e della chiesa dei Santi di Alessandria d’Egitto. Nel caso del bombardamento di Alessandria, l’intelligence israeliana avrebbe affiancato i sauditi nell’attentato, un’alleanza insidiosa che agli investigatori sugli attacchi dell’11 settembre 2001 suona fin troppo familiare.
L’Arabia Saudita non può sottrarsi dalla responsabilità per gli attacchi a cristiani, musulmani moderati, sciiti, ahmaddiya, sikh, indù, buddisti e altri in tutto il mondo. Uno dei consulenti salafiti del re saudita Abdullah è il Gran Mufti shaiq Abdulaziz ibn Abdullah al-Shaiq. Il “sant’uomo” ha esortato i suoi seguaci a far saltare in aria le chiese fuori dall’Arabia Saudita. Il presidente Obama e i suoi alti funzionari, tra cui il direttore della CIA John Brennan, hanno fatto di tutto per placare il terrorismo saudita. Se gli Stati Uniti vogliono davvero farla finita con il terrorismo internazionale, soprattutto in Africa, una coppia di ben piazzati attacchi con missili da crociera statunitensi su certi palazzi sauditi, a Riyadh e Jeddah, dovrebbe bastare.

JamhadaSeleka1La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Kenya: futura via d’ingresso della Cina in Africa per sostituire il dollaro?

Elisabetta Studer, Le blog Finance - Réseau International, 30 settembre 2013

china-kenya-guardMera coincidenza? Mentre il Kenya è stato teatro di un attacco terroristico particolarmente letale, i cui retroscena potrebbero riservare delle sorprese, va notato che Nairobi attualmente mette in discussione la supremazia del dollaro, con una particolare svolta verso lo yuan cinese. Il Kenya dovrebbe presto ospitare un fondo valutario della divisa cinese nella propria Banca Centrale che, in tal caso, sarebbe la prima nel continente africano. Neanche se Pechino invadesse passo passo, da Nord a Sud, l’Africa. Naturalmente, questo passaggio non deve far dimenticare completamente il dollaro, ma ciò non è benvisto da Washington, quand’anche il governo si ritrovi ad affrontare, ancora una volta, il muro del bilancio.
Attualmente, le transazioni valutarie cinesi non sono molto diffuse tra gli imprenditori africani, essendo i commercianti attaccati in ogni senso alla flessibilità del biglietto verde. Se gli africani possono già ottenere quotazioni delle rispettive valute verso lo yuan, un fondo valutario metterebbe fine all’obbligo di pagamento in dollari, riducendo i costi e accelerando le operazioni. Tramite una tale operazione, il Kenya sarebbe simbolicamente un ponte tra il mondo delle imprese del continente africano con la Cina, l’imperatrice economica dell’Asia, anche se ancora gli inizi restano modesti. Tali tipi di scambi sono anche i primi realizzati al di fuori del continente asiatico. Ma la concorrenza potrebbe già infuriare nel continente africano, in particolare avendo la Nigeria delle riserve in yuan. Il Sud Africa viene anche indicato come potenziale ospite della riserva valutaria, hanno detto dei funzionari, tuttavia un tale piano non è stato ancora preso in considerazione.
Ad agosto, il ministro delle Finanze keniota Henry Rotich faceva capire che la proposta del governo del Kenya consisteva principalmente nel dimostrare l’entità del mercato finanziario del Kenya… per rendere interessante il progetto.., promuovendo la fiducia dei mercati e degli investitori. Una situazione ormai fortemente compromessa dall’attacco terroristico, avvenuto pochi giorni fa, al Westgate. “Vediamo questo progetto del fondo valutario, in modo molto positivo, e credo che sia molto importante per il Kenya creare un centro finanziario nel suo territorio, per trattare la valuta cinese“, indicava l’ambasciatore cinese in Kenya Liu Guangyuan, il 18 settembre a Nairobi, poche ore prima dell’assalto mortale al centro commerciale. Fu lo scorso agosto che la volontà di Nairobi venne resa pubblica, quando il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, aveva avanzato la proposta nel corso di una visita a Pechino, questa estate.
Ricordiamo che la Cina ha già concordato con il Giappone di stabilire la diretta convertibilità yen-yuan nelle transazioni bilaterali. Studi sono stati condotti in parallelo nel gruppo BRICS per rivedere la supremazia del dollaro e dell’euro sul mercato internazionale. Il Kenya potrebbe diventare una delle prime regioni del mondo a sperimetarlo. Cosa che sconvolge alcuni…

Fonti: Reuters, legriot.info

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La strage in Kenya: trarre “benefici” dalla collaborazione con l’US AFRICOM

Il terrorismo nordafricano della NATO spazza il Kenya
Tony Cartalucci LandDestroyer, 23 settembre 2013
Political-Regional-Horn-Africa-MapValutando come i media occidentali ritraggono l’assedio del centro commerciale Westgate in Kenya, nella capitale Nairobi, sembra che si tratti ancora di un attentato senza senso da parte dei “fanatici religiosi” del ramo somalo di al-Qaida, al-Shabab. Già i politici keniani e occidentali, nonché gli editoriali dei media occidentali, tentano di usare l’attacco come pretesto per lanciare una campagna militare contro la vicina Somalia, mentre alimentano sentimenti anti-musulmani nell’opinione pubblica profondamente ignorante dell’occidente. Come racconta l’articolo di USA Today intitolato, “L’attacco al centro commerciale di Nairobi è un attacco contro tutti noi“, il cui sottotitolo enuncia: “Come l’11/9, i terroristi conducono una guerra contro il nostro moderno modo di vivere democratico. Oggi, siamo tutti keniani”. L’editoriale continua affermando: “Altrettanto importante: la battaglia non è solo keniana o africana. La Somalia potrebbe essere il nuovo Afghanistan. Una Somalia senza legge e fondamentalista potrebbe incubare gli attacchi di un nuovo Usama bin Ladin somalo agli Stati Uniti, proprio come l’Afghanistan ha protetto e nutrito bin Ladin e al-Qaida”. E: “Dopo l’attentato di Nairobi, il messaggio deve essere “siamo tutti keniani”. Non solo per la nostra simpatia. Ma anche per impedire totalmente un altro attacco terroristico. Lasciare la Somalia ad al-Shabab non è un’opzione”.

Kenya: un ascaro nell’aggressione degli Stati Uniti all’Africa
Ciò che USA Today omette di menzionare, anche se allude a un intervento militare imminente in Somalia, è che il Kenya ha già partecipato a operazioni militari contro il suo vicino settentrionale, compresa l’invasione militare su vasta scala e completa del supporto militare statunitense e francese, nel 2011. Nell’ottobre 2011 l’articolo dell’inglese The Independent, “L’invasione della Somalia sostenuta dall’occidente, dice il Kenya“, riferiva che: “Il Kenya ha confermato che gli alleati occidentali si sono uniti alla sua guerra contro i militanti islamici di al-Shabab, nonostante le smentite di Stati Uniti e Francia, coinvolti nella lotta nel sud della Somalia. Forze militari straniere hanno effettuato attacchi aerei e un bombardamento navale vicino alla roccaforte dei militanti di Chisimaio, ha detto ieri un portavoce dell’esercito keniano. Ci sono certamente altri attori in questo teatro che effettuano altri attacchi”, ha detto il maggiore keniano Emmanuel Chirchir. L’invasione del Kenya ha già causato una grave frattura tra il primo ministro ad interim e il presidente della Somalia, che ieri ha condannato la presenza di truppe straniere nel suo Paese”.
Mentre gli Stati Uniti tentavano di negare ogni ruolo nell’invasione, certamente effettuarono periodici attacchi aerei e con droni in tutta la Somalia, come riportato nel 2012 dall’articolo della BBC, “L’attacco aereo in Somalia: uccisi dei militanti stranieri di al-Shabab” “L’esercito statunitense, che ha una base nella vicina Gibuti, ha già effettuato attacchi con droni in Somalia. Ha anche lanciato attacchi aerei contro presunti militanti di al-Qaida nel Paese.
Prima di utilizzare il Kenya come ascaro per l’aggressione degli Stati Uniti  all’Africa, in oltre due decenni di operazioni militari unilaterali, segrete, gli Stati Uniti avevano sostenuto due invasioni etiopiche della Somalia. La prima invasione appoggiata dagli USA, sotto l’allora presidente degli Stati Uniti George Bush, fu effettuata nel 2006. USA Today ha riportato nel suo articolo del 2007, “Sostegno chiave degli USA all’invasione dell’Etiopia” che: “Gli Stati Uniti hanno tranquillamente inviato armi e consiglieri militari in Etiopia, la cui recente invasione della Somalia ha aperto un nuovo fronte nella guerra di Bush al terrorismo”. La seconda invasione etiope della Somalia, sostenuta dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, avvenne nel 2011, coordinando il sostegno statunitense-francese all’avventura extraterritoriale del Kenya in territorio somalo. L’articolo del dicembre 2011 de The Independent,L’invasione ONU della Somalia termina nel caos“, riferiva che: “L’invasione del Kenya della Somalia, salutata dall’occidente e dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, era volta a dare il KO al gruppo militante islamico al-Shabab. Invece ha trascinato la rivale regionale Etiopia ancora in Somalia, fomentato i signori della guerra e riacceso il sostegno popolare ai fondamentalisti, la cui disponibilità a lasciare che i somali morissero di fame, piuttosto che ricevere aiuti esteri, aveva suscitato molto odio nei loro confronti.” Fu infatti quell’invasione militare sostenuta dagli USA, che avrebbe dato una presunta motivazione ai terroristi di al-Shabab che questa settimana hanno attaccato il Kenya Westgate Mall.

Gli stessi terroristi che gli Stati Uniti armano in Siria, uccidono civili in Kenya
A partire dal 2011, gli analisti geopolitici hanno avvertito che l’intervento di Stati Uniti, Regno Unito e Francia in Libia avrebbe creato un emirato terroristico che avrebbe scatenato la destabilizzazione islamista in tutta l’Africa del Nord e oltre. Dal Mali al Kenya, e per quanto riguarda la Siria, la violenza direttamente collegata ai militanti e agli aiuti e alle armi che hanno ricevuto dall’occidente in Libia, ora viene sentita. Poco dopo l’intervento della NATO in Libia, al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM), che il dipartimento di Stato ha definito organizzazione terroristica (numero 38 della lista), ha svolto un ruolo centrale nell’invasione del nord del Mali, fornendo il pretesto per l’intervento militare e l’occupazione francese. AQIM, naturalmente, s’è fusa con il Gruppo combattente islamico libico di al-Qaida (LIFG), le truppe di terra utilizzate per il cambio di regime della NATO in Libia nel 2011. In un rapporto del Centro per la lotta al terrorismo (CTC) di West Point del 2007 e in un altro rapporto del CTC del 2011, “Chi sono gli estremisti islamici che lottano con i ribelli in Libia?“, AQIM viene specificamente menzionato lavorare a stretto contatto con il Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Quest’ultimo rapporto ammette: “Ci sono state anche segnalazioni, negli ultimi anni, su un gruppo di libici che si è recato in Algeria per addestrarsi con al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM), anche se tali rapporti non sono confermati. AQIM ha cercato di capitalizzare la situazione in Libia.”
L’analista geopolitico Pepe Escobar ha elaborato, su un articolo per Asia Times: “Come al-Qaida governa Tripoli“, che: “Fondamentalmente, ancora nel 2007, il numero due di al-Qaida, Zawahiri, ha annunciato ufficialmente la fusione tra il LIFG e al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM). Quindi, a tutti gli effetti, da allora, LIFG/AQIM sono la stessa cosa, e Belhaj era/è il suo emiro“. “Belhaj”, ovvero Hakim Abdul Belhaj, leader del LIFG in Libia, ha condotto con il sostegno, le armi, i finanziamenti e il riconoscimento diplomatico della NATO, il rovesciamento di Muammar Gheddafi e ora ha gettato la nazione in una lotta intestina razzista genocida. Questo intervento ha visto anche l’epicentro della ribellione, Bengasi, staccarsi da Tripoli come semi-autonomo “Emirato del Terrore.” L’ultima campagna di Belhaj si svolge in Siria, dove ha apertamente passato il confine turco-siriano impegnando armi, denaro e combattenti nel cosiddetto “Esercito libero siriano”, ancora una volta sotto gli auspici del sostegno della NATO. Il torrente di militanti e di armi che scorre dalla Libia alla Siria, a sostenere il cambiamento di regime voluto dall’occidente contro il governo siriano, è stato ampiamente documentato nel corso degli ultimi 2 anni. Nel novembre 2011, il Telegraph nel suo articolo “Il capo islamista libico ha incontrato il gruppo dell’opposizione armata siriana“, riferiva: “Abdulhakim Belhadj, capo del consiglio militare di Tripoli ed ex-leader del Gruppo combattente islamico libico ha incontrato i leader dell’esercito libero siriano a Istanbul e al confine con la Turchia“, ha detto un ufficiale che collabora con Belhadj. ‘Mustafa Abdul Jalil (presidente libico ad interim) l’ha mandato lì.” Un altro articolo del Telegraph, “I nuovi governanti della Libia offrono armi ai ribelli siriani“, ammette che “i ribelli siriani avevano avuto colloqui segreti con le nuove autorità della Libia, al fine di assicurarsi armi e denaro per la loro insurrezione contro il regime del Presidente Bashar al-Assad, ha appreso il Daily Telegraph. Alla riunione, tenutasi a Istanbul con ufficiali turchi, i siriani hanno chiesto “assistenza” ai rappresentanti libici e sono state offerte armi e potenzialmente volontari”. “C’è in programma d’inviare armi e perfino combattenti libici in Siria“, ha detto una fonte libica, parlando in condizione di anonimato. “C’è un intervento militare in corso. Nel giro di poche settimane si vedrà.” Più tardi, quel mese, circa 600 terroristi libici sarebbero entrati in Siria per iniziare le operazioni di combattimento e più di recente, il mese scorso, la CNN, di cui Ivan Watson aveva accompagnato i terroristi oltre il confine turco-siriano e ad Aleppo, rivelava che combattenti stranieri erano presenti tra i militanti, soprattutto libici, riconoscendo che: “Nel frattempo, i residenti del villaggio in cui avevano sede i ‘Falchi siriani’, hanno detto che c’erano combattenti di varie nazionalità nordafricane anche nei ranghi della brigata. Un volontario combattente libico aveva anche detto alla CNN che intendeva recarsi dalla Turchia in Siria, entro pochi giorni, per aggiungere un “plotone” di combattenti libici nel movimento armato”. La CNN aveva anche aggiunto: “Mercoledì scorso, il team della CNN aveva incontrato un combattente libico che aveva attraversato il confine con la Siria dalla Turchia con altri quattro libici. Il combattente indossava una mimetica e aveva con sé un  Kalashnikov. Ha detto che altri combattenti libici erano in viaggio. Parte dei combattenti stranieri è chiaramente attratta perché vede tutto ciò come… una jihad. Quindi questa è una calamita per i jihadisti che vi vedono una lotta per i sunniti”. L’articolo della CNN confermava le informazioni del 2011 sulla presenza di un gran numero di terroristi libici, forniti di denaro e armi dalla NATO, diretti in Siria, con noti comandanti terroristici del LIFG che prendevano accordi.
Al-Shabab, ramo somalo di al-Qaida, è anche direttamente collegato ad AQIM e alla miriade di altri filiali estremiste di al-Qaida, come LIFG in Libia, e il più recente fronte al-Nusra in Siria. La BBC, nel suo articolo del 2012 dal titolo “I militanti islamici dell’Africa ‘coordinano gli sforzi‘”, dichiarava: “Tre dei più grandi gruppi islamisti in Africa cercano di coordinare i loro sforzi, avverte il capo del Comando Africa degli Stati Uniti. Il Gen. Carter Ham ha detto, in particolare, che la nordafricana al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM) probabilmente condivide esplosivi e fondi con la nigeriana Boko Haram. Parlando a Washington, ha detto che il movimento separatista nel nord del Mali aveva fornito ad AQIM un “rifugio sicuro”. Al-Shabab in Somalia era l’altro gruppo “più pericoloso”, ha detto”.
Questa collaborazione tra AQIM, Boko Haram e al-Shabab fu chiaramente rafforzata dall’immenso flusso di denaro e armi forniti dalla NATO e che scorreva in Libia prima di rovesciare il governo libico, e poi inviati in Siria per rovesciarne il governo. L’assistenza della NATO nell’espansione della capacità operativa di al-Qaida in Nord Africa non può che aver aiutato terroristi, come quelli che hanno assediato il Kenya Westgate Mall, nell’effettuare operazioni transfrontaliere di questa scala. Nonostante i tentativi dell’occidente di fornire altre spiegazioni su dove al-Qaida riceva fondi, reclute e armi per realizzare azioni globali, è chiaro che si tratta di un prodotto sponsorizzato da Stati come Stati Uniti, Regno Unito, Francia , Arabia Saudita, Israele, Qatar, Turchia, Giordania e altri. In effetti, l’attacco di al-Shabab in Kenya è un ripugnante e ingiustificabile terrorismo, tuttavia, ciò che i keniani e il mondo nel suo complesso devono ricordare, è chi li ha armati, continua a sostenerli cedendogli intere nazioni (Libia) come santuari, e ne riempie le fila e gli arsenali con miliardi in contanti e migliaia di tonnellate di armi alla volta, in zone di guerra come la Siria. L’esistenza di al-Shabab, insieme alla sua controparte AQIM in Africa del Nord, LIFG in Libia, Boko Haram in Nigeria e al-Nusra in Siria, è dovuta interamente al sostegno finanziario e militare occidentale, occulto e palese. Il sangue degli innocenti del Kenya è sulle mani di chi, nel governo keniota, volontariamente agisce da ascaro nell’aggressione degli Stati Uniti all’Africa, e di quegli occidentali che usano al-Qaida come strumento geopolitico per raggiungere i propri obiettivi globali.

Al-Qaida: il pretesto perfetto per invadere, l’esercito mercenario perfetto per condurre guerre occulte
Al-Qaida, per l’occidente, è l’ultimo attrezzo geopolitico. Può essere usato come pretesto per invadere, così come esercito mercenario quasi inesauribile per condurre campagne terroristiche indiscriminate e anche grandi guerre, come si è visto in Siria e in Libia, per raggiungere gli scopi dell’occidente. Inoltre, l’onnipresente nebulosa al-Qaida serve a giustificare la spoliazione dei diritti e delle libertà della gente in tutta la civiltà occidentale, perpetuando un clima di paura in cui i semi della guerra, molto redditizi, possano essere seminati e mietuti continuamente. Come redditizi? Un documento della Scuola Kennedy di Harvard, dal titolo “L’eredità finanziaria di Iraq e Afghanistan“, indica un totale delle spese per le guerre in Afghanistan e in Iraq, in circa 4-6 miliardi di dollari. Questi 4-6 miliardi di dollari non sono finiti in un buco nero. Questi 4-6 miliardi di dollari sono andati alle aziende di Fortune 500, che hanno ideato e promosso questi conflitti presso il pubblico statunitense, in primo luogo. Il Washington Post nel suo articolo: “Gli americani chiacchierano tanto sulla ‘Siria’ quasi quanto del ‘twerking’, e anche di più“, celebrava l’ignoranza del pubblico in generale riguardo la geopolitica. Dichiarava: “Il fatto che più persone seguono il twerking che la Siria non è necessariamente una cattiva notizia. Condividono, come nota Pecora Galleggiante, “qualcosa a parte la recente attenzione dei media”: è un fenomeno della cultura pop (più divertente e più accessibile a un’ampia fascia di popolazione) che una complicata e tragica notizia del mondo (di fondamentale importanza, ma non molto divertente, soprattutto su una piattaforma che molti usano per passatempo)”. Continuava affermando: “Naturalmente, anche se contattiamo tutti i 300 milioni di americani sul loro interesse relativo al twerking e alla Siria, il twerking probabilmente vince, e va bene anche così. Ci sono molti validi motivi per cui un individuo o una popolazione non si curi delle notizie dall’estero, cose come la mancanza di istruzione e un accesso limitato al computer o ai giornali”. E’ questa “mancanza di educazione” che il comitato editoriale del Washington Post e gli interessi particolari che lo dirigono, pretende “essere un bene”, permettendo a questi interessi particolari di continuare ad usare al-Qaida sia come male assoluto che ad ingrossare le fila inesauribili dei “combattenti per la libertà” globali.
Il suddetto editoriale di USA Today cerca di sfruttare l’ultima tragedia in Kenya avvertendo: “L’assalto al centro commerciale di Nairobi è straziante, le cui storie possono così facilmente essere storie americane”. I veri interessi che guidano e si approfittano del terrorismo globale di al-Qaida, dovrebbero decidere se queste storie hanno bisogno di essere “americane”, e sarà così, a meno che non si rettifichi la “mancanza di educazione” che questi interessi particolari hanno coltivato con cura e che assicurano essere “okay”.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I crimini dei Quattro Cavalieri

Dean Henderson 6 luglio 2013

In mancanza di una seria azione antitrust contro i Quattro Cavalieri (Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP Amoco e Royal Dutch/Shell) e/o di un giro di vite del CFTC verso gli speculatori della Goldman Sachs, il velato tentativo del cartello della Federal Reserve di gonfiare l’economia globale  spargendo denaro gratuito ai suoi banchieri, continuerà senza sosta.

OPEC+headquarters+ViennaIl primo tentativo noto dei trust del petrolio di soffocare la concorrenza avvenne nel 1928, quando Sir John Cadman della BP, Sir Henry Deterding della RD/Shell, Walter Teagle della Exxon e William Mellon della Gulf si riunirono nel castello di Cadman, vicino Achnacarry, in Scozia. Qui fu raggiunto un accordo che avrebbe diviso le riserve mondiali e i mercati del petrolio. L’accordo di Achnacarry divenne noto agli addetti ai lavori dell’industria petrolifera come l’Accordo perché il suo obiettivo era mantenere lo status quo in cui i Quattro Cavalieri controllavano il petrolio mondiale attraverso accordi sulle quote di mercato, la condivisione degli impianti di raffinazione e di stoccaggio, e accordandosi a limitare la produzione per tenere alti i prezzi. [263] Big Oil firmò altri tre accordi nei successivi sei anni. Nel 1930 il protocollo d’intesa per i mercati europei fu seguito nel 1932 dall’accordo quadro per la distribuzione e nel 1934 dal progetto di memorandum sui principi.
Tra il 1931 e il 1933 i Quattro Cavalieri ridussero spietatamente il prezzo per il greggio dell’East Texas da 0,98 dollari al barile a 0,10. Molti indipendenti del Texas vennero espulsi dal mercato. Quelli che rimasero furono costretti ad accettare rigorose quote di produzione sotto la minaccia di essere rovinati dalle major, quote che esistono ancora oggi. Servono per mantenere gli Stati Uniti dipendenti dal petrolio del Golfo Persico, dove Big Oil domina, e per tenere a bada le sfide degli indipendenti alla loro egemonia. Inoltre, licenziarono migliaia di lavoratori del petrolio degli Stati Uniti, in Texas e Louisiana. Durante la seconda guerra mondiale i Quattro Cavalieri mostrarono il loro vero volto, quando Exxon e Texaco collaborarono con i nazisti dell’IG Farben concordando la fornitura di petrolio alla macchina militare di Hitler. Sir Henry Deterding, che gestiva la RD/Shell, fu ancora più netto nel suo sostegno ai nazisti. Dopo la guerra, i quattro cavalieri si concentrarono sul Medio Oriente, dove il cartello agiva sotto i nomi di Consorzio iraniano, Iraqi Petroleum Company e Aramco. Con l’ascesa dell’OPEC a cartello dei produttori, le aziende escogitarono metodi sempre più sofisticati per diminuire la capacità di contrattazione collettiva dell’OPEC. I governi nazionalistici furono destabilizzati, screditati e rovesciati dalla CIA per volere di Big Oil. Henry Kissinger creò la sua International Energy Agency, che i francesi chiamavano ‘macchina da guerra’.  La politica dei due pilastri di Nixon e la GCC di Reagan furono entrambi sforzi per dividere l’OPEC tra ricche nazioni bancarie e povere nazioni industrializzate, con i sauditi che giocavano il ruolo chiave di sabotatori della produzione in entrambi gli schemi. Come il petroliere George Perk ha commentato una volta sul rapporto Quattro Cavalieri/sauditi, “I mercati del petrolio non sono liberi mercati. I funzionari della società petrolifere corrompono i funzionari dell’Arabia Saudita. Cercano solo di dare una correzione al mercato”.
Dopo la Guerra del Golfo, re Hussein di Giordania commentò il ruolo saudita nel diminuire il potere contrattuale dell’OPEC, “In sostanza, il risentimento a lungo sommerso della maggior parte degli arabi verso i sauditi è venuto fuori dalla bottiglia. Infastidisce che comprino tutto, tecnologia, protezione, idee, persone, rispettabilità… i popoli arabi dicono che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita sono indistinguibili, e da questo concludono che i sauditi appoggiano Israele. I sauditi non hanno nessuna vergogna?” L’OPEC emerse con l’embargo del 1973 deciso ad ottenere soluzioni che comportassero la diminuzione della dipendenza regionale dall’occidente, ottenendo le valute forti necessarie per operare nell’economia globale. Il vertice arabo del 1972 a Khartoum, in Sudan, che  concluse la prima guerra tra Nord e Sud dello Yemen, invitò i ricchi emirati del Golfo a deviare i loro petrodollari dai buoni occidentali ai programmi di sviluppo per i Paesi poveri. I falchi del prezzo per l’industrializzazione dell’OPEC formarono il fronte della fermezza e della resistenza, composto da Iraq, Libia, Algeria, Yemen del Sud, OLP e Siria. L’OPEC rilasciò una dichiarazione solenne che prevedeva un nuovo ordine economico internazionale più giusto ed equo. Ciò portò alla Conferenza sulla cooperazione economica internazionale di Parigi, dove 19 Paesi in via di sviluppo del G-77 incontrarono i loro omologhi del G-7 per discutere la creazione di un panorama economico globale più giusto. Al vertice, il leader dell’OPEC dell’Algeria guidava un blocco politico chiamato Movimento dei Paesi Non Allineati per la Solidarietà del Sud, che auspicava il trasferimento della ricchezza petrolifera dell’OPEC alle nazioni in via di sviluppo. Ma l’IEA di Kissinger si presentò a Parigi chiedendo che la conferenza si concentrasse esclusivamente sull’energia, senza alcun collegamento con la grande questione dell’ingiustizia economica globale. L’IEA era dominata dai banchieri internazionali che deploravano l’idea che i petrodollari dell’OPEC aiutassero i poveri del mondo. I banchieri volevano che questa grande riserva di denaro fosse investita nelle banche occidentali, spesa in attrezzature militari degli Stati Uniti e messa a disposizione delle operazioni segrete della CIA a protezione delle loro multinazionali.
Il fronte della fermezza e della resistenza s’incontrò a Damasco nel 1979, per tracciare la strategia per fermare l’accordo di pace di Camp David tra Israele ed Egitto, che i sauditi e gli Stati Uniti avevano saldamente appoggiato. I falchi del prezzo sapevano che Israele serviva gli interessi dei Quattro Cavalieri nella regione. Temevano l’ulteriore divisione nell’OPEC se questo primo trattato di pace arabo con Israele fosse firmato. Ma gli Stati Uniti offrirono all’Egitto massicci aiuti militari e gli accordi furono firmati a seguito di un intenso sforzo degli Stati Uniti, guidato dall’ex esecutivo della Bechtel Philip Habib. Gli accordi, insieme alla creazione del GCC nel 1981, seguivano gli obiettivi della macchina da guerra di Kissinger. Aggiungendo la beffa al danno, l’anno successivo il FMI fu creato ufficialmente. Il FMI è l’agenzia di sostegno e raccolta dei banchieri internazionali, che Kissinger rappresenta, per fare pressioni sulle nazioni del terzo mondo debitrici affinché aprano le loro economie alle multinazionali di proprietà delle banche. Usurpando le ricchezze petrolifere dell’OPEC, che il G-77 immaginava di utilizzare per sviluppare il Terzo mondo, i banchieri ora ebbero l’audacia di prestare questi petrodollari al Sud a tassi di interesse esorbitanti, facendo precipitare le nazioni povere nel ciclo continuo del debito. La maggior parte di questi prestiti  costituirono le operazioni esentasse delle multinazionali o finirono nelle tasche delle élite di questi Paesi, che poi facevano scomparire il denaro attraverso banche come la BCCI. I lavoratori del Terzo Mondo furono lasciati a ripagare debiti che non avevano mai nemmeno ricevuto. Il presidente venezuelano Carlos Andres Perez, una volta chiamò questa sceneggiata del FMI, “totalitarismo economico”. Nel 2001, quando il governo argentino fu costretto al default per 132 miliardi di dollari “dovuti” ai banchieri, il FMI cancellò un pacchetto di salvataggio quando l’Argentina si rifiutò di accettare le sue condizioni draconiane; il ministro delle Finanze del Paese Domingo Cavallo chiamò il FMI “vampiro internazionale”. [264] Cavallo si dimise, cosi come una serie di quattro presidenti che si rifiutarono di giocare al gioco truccato del FMI.
Un più recente trucco dei Quattro Cavalieri è stato aumentare la produzione di petrolio nelle nazioni non-OPEC. Nel 1990 Exxon-Mobil traeva il 29% del suo greggio estero dall’Angola, il 16% dall’Oman e il 16% dalla Colombia. RD/Shell acquistò il 19% del suo petrolio estero dal Messico e il 17% dallo Yemen. Chevron-Texaco ottenne il 26% delle sue importazioni dal Messico. Nessuna di queste nazioni è membro dell’OPEC. [265] Un recente studio dell’American Petroleum Institute ha dichiarato che la crescita della produzione non-OPEC dal 1980 ha eroso l’influenza del mercato dell’OPEC. La scoperta del petrolio nel Mare del Nord, nel 1984, da parte di Norvegia e Gran Bretagna, indebolì ulteriormente il potere contrattuale dei falchi del prezzo per l’industrializzazione dell’OPEC. Norvegia e Gran Bretagna divennero esportatori netti di greggio, utilizzando tale leva per decidere i prezzi mondiali del petrolio. Le nazioni dell’OPEC Venezuela, Iraq, Indonesia e Nigeria erano particolarmente dipendenti dai prezzi elevati del greggio dato che il petrolio esportato costituiva una grande percentuale delle loro esportazioni totali. In Indonesia due presidenti furono  estromessi al momento della svalutazione della rupia nel 1999, che spinse la quarta nazione più popolosa del mondo in un lungo periodo di disordini civili e tracollo economico. Il 28 dicembre 1998 un articolo di Business Week dettagliava gli enormi giacimenti e gli impianti petrolchimici della Mobil nella travagliata regione di Aceh, nel Nord di Sumatra. Truppe indonesiane guidate dal presidente Suharto, che la CIA installò al potere dopo il colpo di stato guidato da John Hull, che nel 1964 rovesciò il governo nazionalista Sukarno massacrando i manifestanti proprio accanto alle strutture della Mobil. Fu un momento di continuità storica. Nel 1882 le tribù Aceh attaccarono la sede della RD/Shell nella stessa regione. Il governo coloniale olandese soppresse la ribellione in modo altrettanto brutale. L’Indonesia divenne un caso economico disperato quando un consorzio di banche statunitensi guidati dalla Citibank, riversò denaro sul generale Ibnu Sutowo, braccio destro di Suharto, che controllava i cordoni della borsa della Pertamina, la compagnia petrolifera di Stato. Sutowo sperperò il bottino in palazzi, in una flotta aerea, una catena di alberghi e una Rolls Royce bianca. La Banca centrale indonesiana fu tenuta all’oscuro dell’ammontare dei suoi conti. Nel 1974 Sutowo andò a Göteborg, in Svezia, dove battezzò la nuova superpetroliera Ibnu al fianco dell’amico ed ex agente della CIA Itzak Rappaport. Poi giocò a golf con Arnold Palmer, Gary Player e Sam Snead. I prestiti della Pertamina raggiunsero i 6 miliardi di dollari. Si aggiungano le tangenti prese da decine di ufficiali dell’aeronautica indonesiani, nel corso degli anni ’70, per garantire i contratti della Lockheed attraverso conti cifrati di Singapore, noto come Fondo per le vedove e gli orfani. [266] L’Indonesia è ancora oggi gravata da quel debito. A consigliare il governo sulle questioni finanziarie furono Lazard Freres, Kuhn Loeb e Warburg, e un gruppo che si chiama La Triade. Consigliavano inoltre Congo, Gabon, Sri Lanka, Panama e Turchia. Nel 2001 Megawati Sukarno-Putri, figlia del deposto presidente nazionalista Akhmad Sukarno, fu eletta presidente dell’Indonesia. Ma è stata al governo per un solo mandato.
Nel Venezuela la Creole Petroleum della Exxon fu fondata dalla CIA, con la quale condivide gli uffici. [267] Exxon è la CIA in Venezuela. Bechtel costruì il gasdotto Mena Grande al servizio degli interessi petroliferi della Creole. Anche se il Paese è un importante fornitore di greggio degli Stati Uniti, il bolivar fu nettamente svalutato. La frustrazione pubblica culminò nella recente elezione del presidente populista Hugo Chavez, critico verso i quattro cavalieri e obiettivo dei continui tentativi  di destabilizzazione della CIA. Nel 2002 l’élite benestante del Paese invocò lo sciopero generale portando Chavez a dimettersi temporaneamente. Luogotenente della Rockefeller e insider della Royal Bank of Canada, Gustavo Cisneros fu al centro di tale capriccio oligarchico. Nello stesso anno i ricos ci riprovarono con Chavez, ma lui non cedette. In Nigeria, RD/Shell e Chevron-Texaco dominano l’industria del petrolio, dove si produce il potente Bonny Light crude, utilizzato per i carburanti per l’aviazione e altri prodotti di alta qualità. Le recenti violenze politiche hanno ucciso oltre 10.000 persone. Le operazioni nel delta del Niger di Big Oil sono stati l’epicentro delle violenze. Il 10 novembre 1995 il drammaturgo nigeriano Ken Saro-Wiwa e altri otto leader della protesta furono impiccati dalla giunta militare del generale Sani Abacha, un dei tanti burattini dei Quattro Cavalieri che hanno governato il Paese. Il regime di Abacha aveva dato alla Shell il via libera per le trivellazioni nelle terre tribali degli Ogoni, causando le proteste di mezzo milione di  persone che dissero che la Shell aveva gravemente inquinato la loro terra e la loro acqua. La famiglia di Saro-Wiwa citò la Shell per complicità nella sua morte, ottenendo l’attenzione internazionale. L’azione legale accusava la Shell di omicidio colposo, torture, esecuzioni sommarie, arresti e detenzioni arbitrari. Il fratello di Saro-Wiwa, un attore teatrale, dichiarò: “Questo è un classico esempio dei metodi utilizzati dalle multinazionali contro coloro che le sfidano. Portare la Shell in tribunale è uno dei tanti metodi nonviolenti di lotta contro il ruolo dell’azienda nel degrado ambientale e dei diritti umani degli Ogoni“. [268] Solo un mese dopo le impiccagioni, Shell annunciò provocatoriamente l’intenzione d’imbarcarsi in un progetto sul gas naturale in Nigeria da 3,8 miliardi dollari, in tandem con la giunta nigeriana, la francese Total e l’italiana Agip. I nigeriani ne furono indignati. Il 4 marzo 1997 i manifestanti catturarono 127 dipendenti della Shell, bruciarono le stazioni di benzina Shell e ne saccheggiarono e occuparono le piattaforme petrolifere. La Shell fu costretta a ridurre la produzione in Nigeria e finì sotto un maggiore controllo dei gruppi per i diritti umani di tutto il mondo. [269] Nel luglio 2002, un gruppo di donne nigeriane prese in ostaggio dei dipendenti di Chevron-Texaco e ne occuparono le strutture. Il giorno dopo la sede della società a Lagos fu colpita da un fulmine. La rivolta contro Big Oil in Nigeria continua.
Questi tre casi di atrocità dei Quattro Cavalieri in Paesi dell’OPEC forniscono un altro motivo per cui le aziende passano a fonti non-OPEC. Semplicemente non sono più le benvenute. Nel 1972 l’OPEC produsse l’84,8% del petrolio al di fuori di Stati Uniti, URSS, Europa dell’Est e Cina. A partire dal 1991, l’OPEC ha fornito solo il 60,9% delle importazioni di petrolio degli Stati Uniti, la maggior parte proveniente dagli Stati del GCC, Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Nel 1989, il 18% proveniva dai sauditi. [270] La conformità del GCC nella sovrapproduzione di greggio, per mantenere bassi i prezzi per le operazioni a valle dei Quattro cavalieri, è la chiave per mantenere l’OPEC diviso. I sauditi giocano il ruolo chiave di sabotatori della produzione, con 10 milioni di barile/giorno di capacità dell’Aramco e 261 miliardi di barili di riserve di petrolio. Il litorale del GCC sulle coste sud-ovest del Golfo Persico, ospita il 42% del petrolio mondiale. E’ topograficamente ideale per il trasporto locale a basso costo del greggio, dai giacimenti costieri agli impianti di raffinazione e di carico sulle petroliere. Il gigantesco giacimento di Burgan in Kuwait è a soli cinque chilometri dal Golfo. I flussi di greggio passano per l’oleodotto costruito dalla Bechtel, tra Burgan e i serbatoi dei depositi di stoccaggio in cima al crinale al-Ahmadi, che domina il Golfo. Da lì il petrolio fluisce nelle petroliere in attesa nel porto. [271] Nel 1978 il costo del pompaggio e trasporto di un barile di greggio del Golfo Persico era meno di un centesimo. [272]
Fu il lavoro a basso costo del Golfo Persico che ha permesso a Big Oil di chiudere i pozzi in Texas e Louisiana e spostarsi verso il Golfo. Le quote nella produzione nazionale limitano la produzione delle compagnie petrolifere indipendenti. Gli indipendenti non hanno il capitale o le connessioni politiche per divenire globali. Nel 1956-1974 la redditività del petrolio straniero è raddoppiata, mentre la redditività del greggio nazionale è rimasta lo stessa. [273] Big Oil importa manodopera a basso costo nei Paesi del GCC da luoghi come Bangladesh, Filippine, Yemen e Pakistan. Alcuni indipendenti più grandi sono andati all’estero ma sono relegati, insieme alle compagnie petrolifere di proprietà dei governo del Terzo Mondo, ai compiti di esplorazione e produzione più rischiosi.
Nel frattempo, i Quattro Cavalieri cavalcano i pascoli più verdi a valle.

Note
[263] The Control of Oil. John Blair. Pantheon Books. New York. 1976. p.50
[264] BBC World News. November 2001.
[265] “Scorecards on the Oil Giants”. Susan Caminiti. Fortune. 9-10-90. p.45
[266] Spooks: The Haunting of America-the Private Use of Secret Agents. Jim Hougan. William Morrow & Company, Inc. New York. 1978. p.443
[267] Ibid. p.433
[268] “Shell Sued Over Nigerian Hangings”. AP. Missoulian. 11-9-96. p.A-6
[269] BBC World News. 3-24-97
[270] “Energy Blues and Oil”. Brian Tokar. Z Magazine. Gennaio1991. p.14
[271] Oil, Industrialization and Development in the Gulf States. Atif Kubursi. Croom Helm. Kent, UK. 1984. p.24
[272] “A Reporter at Large: The World’s Resources: Parts I-III”. Richard Barnet. The New Yorker. p.26
[273] Tokar. p.22

Dean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix.  Potete iscrivervi gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nuovi gasdotti in costruzione nel Maghreb e Sahel

La strategia del governo franco-israeliano dei finti gruppi GIA/AQIM/GICM/LIFG nel Maghreb e Sahel completamente svelata

La DCRI ha creato AQMI, utilizzando gli harki controllati dal DRS, assieme alla feccia ebraica sionista della kabyla Tewfik, passata sotto la bandiera statunitense, e del suo ‘apprendista’ Kherfi. La DCRI, che non è altro che il Mossad e la Gestapo del CRIF di Parigi, ha preso il controllo di Boko Haram in Niger, e la Francia ha installato una pesante presenza militare, con la cattura di falsi ostaggi francesi, quale  scusa per ri-colonizzare l’intera area. Alain Juppé ha svelato la strategia franco-israeliana di liquidazione e divisione del Maghreb-Sahel durante la sua recente visita in Nigeria. ‘Offrendo aiuti’ al presidente nigeriano Jonathan Goodluck, egli stesso prigioniero degli israeliani che già lavorano a una divisione della Nigeria in due paesi, come il Sudan.
Diversi studi sull’identità degli ‘emiri di AQMI’ hanno portato a conclusioni definitive, gli ‘emiri’ di AQMI non sono quelli che i servizi francesi e i loro harki del DRS algerino pretendono siano, come è stato mostrato per la GIA. Così, l’emiro Abdelhamid Abu Zeid, si chiama Ghadir Mohamed, e non Abid Hamadou come sostengono gli ‘esperti di terrorismo del Sahel’ come l’Interpol o la DCRI, che hanno messo nella loro lista rossa delle persone attivamente ricercate. I falsari dei servizi franco-algerino-israeliani hanno usato il fatto che entrambi avessero lo stesso percorso:
– I due erano in origine dei ‘contrabbandieri’ e si erano uniti al Fronte Islamico di Salvezza per diversi scopi, ‘infiltrazione’ o ‘affari’.
– Entrambi avevano lo stesso profilo: un fratello e due cugini che si sono alleati con loro e si sono uniti ai ‘gruppi armati’.
Le famiglie dei due hanno fornito foto e confermato che Ghadir Mohamed era bianco, nato nella regione di Debdeb, vicino al confine libico, mentre Abid Hamadou detto Abu Zeyd, è nero ed è nato a Touggourt nel dipartimento di Ouargla.
Abid Hamadou morì sotto i colpi dell’esercito franco-algerino dell’israelita Nezzar, nel Sahara, negli anni ’90, ma la sua morte non è stato registrata dai servizi israelo-franco-algerini, che ne hanno usato l’identità per creare AQMI, che non è in realtà affatto presente sul terreno, come il GIA, il cui primo emiro Layada ha apertamente confermato che  Francia-Israele sostengono finanziariamente e militarmente per combattere il FIS e seminare la guerra civile.
Confrontare le prove e le fotografie dei due uomini alle loro madri, con quella dell’ex ostaggio francese Pierre Camatte, rapito il 25 novembre 2009. Camatte, rilasciato nel febbraio 2010, ha aiutato a svelare la vera identità del celebre Abu Zeid con l’aiuto della foto che gli venne presentata. La DCRI è stata smascherata, rivelando la frode del servizio francese. Questo è noto a tutti gli ‘specialisti’, ma l’ordine ai media francesi proibisce di parlarne.
Per ricolonizzare la regione del Maghreb-Sahel, con il pretesto del terrorismo e dei falsi sequestri di persona, in una prima fase, ha il fine di ripristinare basi operative militari ufficiali nella regione del Maghreb-Sahel. Quindi utilizzare ‘le rivoluzioni arabe’, come in Libia, come fattore di destabilizzazione dell’intera regione. Così la DCRI prevede di utilizzare la Libia come copertura per organizzare attentati in Europa, Squarcini e Netanyahu fallirono nel 2008 nel far saltare una centrale nucleare a Lione. Per una terza fase per riprendersi il pieno controllo di questa regione, da parte della NATO e dei suoi generali maghrebini arabi, di cui il Qatar avrà il comando operativo, c’è la famosa NATO araba.
Dopo la guerra in Libia, “l’AQMI non esiste più’, ha assunto una dimensione più ‘europea’ ed è deliberatamente armata e finanziata dalla NATO.
Un “flusso massiccio di armi” dalla Libia viene recuperato da ‘Al-Qaida nel Maghreb islamico’, capirete il DRS-DCRI della Francia-Israele. La Libia era un paese super-attrezzato e super-armato, e tutto l’arsenale (del regime del colonnello Muammar Gheddafi) o una gran parte, è scomparsa ed è finita sugli assi del Sahel.
Un flusso massiccio di armi ha lasciato la Libia sotto la protezione della NATO. Falsi gruppi armati, in realtà contrabbandieri e trafficanti di droga, insieme alla CIA e ai narcotrafficanti colombiani, che fanno atterrare i loro aerei nel Sahel. L’Algeria, che condivide con la Libia circa un migliaio di chilometri di confine, ha anche ‘denunciato’ il flusso di armi dalla Libia, con l’obiettivo di creare una guerra civile e continuare l’instabilità nella regione.
Mali e Mauritania, che sono gestite dalla DCRI, con dei colpo di stato, sono tra i paesi più colpiti dalle attività di questi finti gruppi, assieme al Niger e all’Algeria.
L’esercito mauritano, difatti l’esercito francese, interviene regolarmente in Mali, con il cosiddetto accordo di Bamako, a ‘caccia degli elementi di AQMI’, in realtà un tentativo di delineare zone militari di esclusione attorno alla zone ricche di idrocarburi e delle nuove zone petrolifere ritrovate in Niger, delle aree minerarie di uranio, silicio e fosforo, e per preparare la costruzione di nuovi gasdotti dall’Algeria, al Niger, alla Costa d’Avorio e alla Nigeria. Entrambi i paesi sono stati destabilizzati per consentire la disposizione dei futuri gasdotti e  oleodotti sotto controllo militare occidentale.
Comprendiamo meglio come il governo francese e la NATO abbiano consapevolmente ‘armato AQMI’ finanziando e armando il CNT libico, controllato dall’AQMI stessa, ma col ramo statunitense della CIA. Così la falsa minaccia del terrorismo è una copertura di questa gigantesca truffa che sono le ‘rivoluzioni arabe’, che mirano a incanalare l’energia verso gli Stati Uniti dal Sud e verso l’Europa e dal Nord, e a dominare Africa del Nord e il Sahel con l’imposizione di nuovi pupazzi arabi della NATO, come i generali d’Israele Ammar, Lamrani e Hiftar, il colonnello Riad al-Assad, ai popoli arabi e africani attraverso il politica degli Stati Uniti del ‘Grande Medio Oriente’ e quella europea del PEV ‘Politica europea di vicinato’. Le agende si fondono davanti ai nostri occhi …

Abu Suleyman – Islamic-Intelligence

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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