Samir Amin e la sua benedizione ad Hollande

Badia Benjelloun, Dedefensa, 04/02/2013

72585La tesi di Samir Amin, commentando in modo elogiativo l’intervento militare francese in Mali, è sorprendente per un autore che ha avuto posizioni assai meno benevole verso l’economia predatrice del nord contro il Sud, e che aveva giustamente descritto come “scambio ineguale”. Sostiene che una nebulosa dalle intenzioni geostrategiche si dispiega oggi nel Sahel per disegnare una nuova mappa e costruire un vasto Stato che accumuli sotto i suoi piedi preziosi minerali frammentando Mali, Niger, Mauritania e Algeria, costituendo un vasto territorio. Questa entità sarebbe approvata da USA, Regno Unito e Germania. Sarebbe un regno governato da emiri che infine acquisiscono la pace sociale dalla scarsa popolazione dispersa con la rendita dello sfruttamento delle risorse del sottosuolo, di cui riuscirebbero ad avere il controllo. Hollande avrebbe capito il complotto e lo sta sventando con la sua alleata Algeria.
Hollande meriterebbe dunque gli onori dell’intelligenza e della capacità di una risposta efficace contro questo pericolo. Inoltre, questa cospirazione sarebbe opera degli islamisti. Solo islamisti. Non terroristi o estremisti, ma solo islamisti. Poiché tentare di sfumare l’Islam politico è solo un’illusione. Tutto ciò che riguarda l’Islam è antitetico alla democrazia e pretendere di trovare moderazione nel mondo musulmano significherebbe sacrificarsi all’ingenuità pura.
Quando si pubblicava sul web questa prosa terribile, scritta in lode dell’interferenza illegittima e ingiustificata, e anche dell’islamofobia ora di rigore nel repertorio intellettuale occidentale, mentre s’immerge in una di quelle tempeste di sabbia di cui il Sahara è prodigo nelle sue abluzioni, si diffonde la notizia delle trattative stanno cominciando tra il MNLA e il governo di Bamako. Il principale movimento separatista laico del Mali, da decenni rivendica un trattamento più equo per questa provincia del nord, sembra aver avuto il sopravvento militare sulle bande di trafficanti vanagloriosi e stravaganti. Questi ultimi sono stati costituiti all’ombra dei servizi segreti di diversi Stati interessati a mantenere un certo livello di tensione nella regione. Si tratta di ottusi strumenti al servizio di rivalità difficili da ignorare anche per l’osservatore più distratto.
Questa entità radicale islamista che Samir Amin dota di una dottrina e strategia è solo l’ombra cinese imperiale che gli USA, in perfetta continuità tra Bush e Obama, usano per giustificare le loro irresistibili spese militari. La contrazione del PIL degli USA dello 0,1% nell’ultimo trimestre, è dovuta alle spese del Pentagono diminuite del 22%. Il 40% dell’economia degli Stati Uniti è legata alla produzione di armi e al loro consumo da parte della federazione. Le più recenti scoperte delle neuroscienze sono mobilitate per l’assorbimento delle merci del capitalismo che si trova in una  situazione di metastabilità super-produttiva, come quando venne prodotto il pupazzo Usama bin Ladin e i suoi molti derivati.
L’interferenza francese in Mali ha permesso l’installazione di una base USA in Niger da cui AFRICOM e i suoi droni Predator controlleranno l’Africa occidentale. Si avrà quindi un effetto immediato esattamente opposto a quello previsto. Indeboliti dalle loro economie così poco efficienti, è improbabile che la presenza militare degli Stati Uniti e della Francia sia in grado di coprire grandi aree per molto tempo ancora. Una ritirata più o meno dissimulata e vergognosa è prevedibile. Territori saranno restituiti alla popolazione nativa, dopo aver versato sangue e sabbia. Una seconda serie di sbarramenti tra le dune è arrivata con una simultanea implacabilmente ironica, vanificando i consigli di Samir Amin ad Hollande.
Il terzo Presidente del Consiglio nazionale siriano nominato in meno di due anni dalle potenze tutelari della guerra civile siriana, ha anch’egli annunciato l’intenzione di negoziare con il governo legittimo, ignorando le condizioni da tempo imposte da Fabius e Clinton, della caduta di Assad prima di ogni dialogo. Naturalmente, la distruzione della Siria in una guerra civile in gran parte finanziata dalle monarchie, costerà meno alle forze NATO che gli attacchi in Iraq e in Afghanistan – Pakistan e la loro occupazione, aprendo la strada a nuove guerre a basso costo. Il confronto con il blocco sino-russo nel territorio siriano dovrebbe terminare, mentre l’assurda situazione ereditata da Juppé, Sarkozy e Levy si è rivelata disastrosa e inutile per l’immagine delle democrazie occidentali. Qui, la ritirata è in corso. La stampa non ha riportato l’incontro di Moiz al-Qatib con Fabius il 28 gennaio 2013.
Una facile vittoria in pochi giorni non ci sarà in Mali, e non nasconderà la vergognosa sconfitta in Siria, né i propositi arroganti della fallimentare diplomazia francese. L’attacco aereo israeliano su un sito di ricerca militare presso Damasco, è il modo con cui Netanyahu e il regime di Tel Aviv riconoscono l’imminenza della politica neo-isolazionista rappresentata da Hagel. L’Iran ha fornito diversi miliardi di dollari in petrolio alle truppe statunitensi in Afghanistan, all’insaputa dei controllori dell’embargo e del Pentagono, e ad ulteriore dimostrazione del disordine finanziario e politico di una burocrazia che collassa sotto il proprio peso, venendo messa in discussione. Ali Akbar Velayati aveva dichiarato che ogni attacco contro la Siria sarà considerato un attacco contro l’Iran.
Il colpo di grazia è giunto da Cairo, invertendo la presunta irresistibile tentazione teocratica cosiddetta moderata dell’Islam politico, incarnata attualmente in Egitto e Tunisia. Il partito salafita al-Nour ha firmato con il Fronte di Salvezza Nazionale che raggruppa molte formazioni  democratiche, un  protocollo in otto punti per porre fine al caos attuale, chiedendo un governo di unità nazionale. Il partito dei Fratelli musulmani, al potere attraverso elezioni, non controlla in alcun modo l’agitazione in corso alimentata in parte dal malcontento delle persone, la cui situazione economica non è migliorata e da una amministrazione ancora nelle mani di un apparato creato nel corso degli ultimi quarant’anni di dittatura. Morsi non ha modificato la struttura dell’economia relativa al settore turistico, controllato dall’esercito, che si basa sul flusso di redditi delle classi medie occidentali colpite dalla crisi, o dei redditi dei lavoratori egiziani all’estero. Il partito Nahda si trova ad affrontare gli stessi problemi in Tunisia. I margini di manovra dei due governi sono stretti, in questo passaggio, tra un FMI esangue e la buona volontà sui tassi di interesse decisi da un Qatar capriccioso ed esigente. In questa situazione, dove viene danneggiata una delle regole economiche e sociali fondamentali dell’Islam, come il costantemente ricordato divieto nel testo sacro del prestito ad interesse da parte dei contraenti di un mutuo, si possono ancora indicare questi regimi come islamici?
L’islam politico, va ricordato, è stato all’origine dello slancio anti-coloniale soprattutto sotto la guida degli ulema algerini e dell’Istiqlal in Marocco. Allal al-Fassi si richiamava al movimento salafita, che non significava altro che un certo ritorno alla propria cultura e alle proprie origini. Allal al-Fassi, leader dell’Istiqlal, subì degli attentati pochi anni prima della sua morte prematura e strana  verificatasi a Bucarest nel 1974, durante i famosi anni di piombo in Marocco. Constatava con amarezza la persistenza degli strumenti della colonizzazione nel suo Paese. Gli istituti di credito e il codice dell’amministrazione e della proprietà terriera ideati dal Protettorato erano stati completamente conservati. In particolare, venne negata la proprietà collettiva delle tribù dopo l’indipendenza, spogliandole di quel poco che non era stato ancora rubato dai coloni francesi. Allal al-Fassi il salafita (Salaf significa antenati e quindi tradizione) aveva stilato un programma e una visione politica che oggi sarebbe alla sinistra delle proposte del Fronte di sinistra in Francia.
Più vicino a noi, i sostenitori di Hezbollah in Libano, il movimento di resistenza d’ispirazione  musulmana, vogliono veramente stabilire una teocrazia in “antitesi alla democrazia minima”, oppure usano la forza e consolidano la loro fede per liberarsi dell’opprimente interferenza del vicino realmente teocratico ai loro confini meridionali? E’ ciò che era ed è ancora alla base delle lotte nazionali che Samir Amin condanna come arretrate e incompatibili con la democrazia?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gheddafi e la decolonizzazione della Libia

Gheddafi rapidamente e in modo determinato riuscì ad espellere gli imperialisti. Liberazione significa espellere gli imperialisti bianchi, non invitarli a ritornare per bombardarvi e occuparvi
Sukant Chandan Sons of Malcolm 15 ottobre 2012

Il libro di Jonathan Bearman del 1986 sulla Libia, è il migliore sull’argomento che ho trovato. Tutti gli altri libri omettono fatti importanti, come ad esempio i lavori di Robert Bruce St. John (probabilmente ‘L’autorità occidentale sulla Libia’) ripuliscono il ruolo di USA, inglesi e francesi in Libia. C’è un battibecco sui libri sulla Libia più recenti, in particolare riguardo alla caduta della Jamahirya, è un peccato che il libro di Vijay Prasad sulla Libia sia anch’esso pieno di omissioni e distorsioni su ciò che è avvenuto in Libia, in particolare nel periodo di riavvicinamento (post 1999) e dal febbraio 2011; una vergogna da parte di qualcuno che ha basato gran parte della propria carriera su un libro, generalmente buono, sulla storia del Movimento dei Paesi Non Allineati e il movimento anti-imperialista dopo la seconda guerra mondiale. Mi sforzerò di rivedere il libro di Prasad nel prossimo periodo.
Il seguente estratto dal libro di Bearman dimostra come la rivoluzione libica dell’1 settembre 1969, guidata da Muammar Gheddafi, compisse dei concreti passi nei primi mesi, e a uno-due anni dalla rivoluzione, adempiendo alla missione del più grande patriota libico, Omar al-Muqtar, espellendo i colonialisti dalla Libia. Ciò venne ottenuto dalla leadership del Consiglio del comando rivoluzionario, il corpo principale della rivoluzione con Gheddafi al suo timone, dall’ideologia  nazionalista ‘terzomondisa’/internazionalista, nazionalista panaraba e di giustizia sociale; per molti aspetti strettamente alleato e protetto dal vicino egiziano Gamal Abdel Nasser, da cui Gheddafi ridenominava le basi aeree di al-Adem e Tobruk, dopo che questo grande leader africano e arabo aveva espulso gli inglesi dalle loro basi, che per inciso, furono le prime da cui le SAS operarono.
La SAS ritornarono in Libia nel febbraio 2011, grazie a tutti quegli agenti di MI6, CIA e servizi segreti francesi che addestrarono i loro squadroni della morte, erroneamente chiamati “ribelli”, con l’aiuto e il supporto di britannici, yankee, francesi e altre potenze della NATO che hanno trasformato la Libia dallo Stato più prospero, pacifico e sviluppato dell’Africa, in uno che tortura e lincia persone di colore e patrioti, distruggendo la pace tra le tribù, sotto Gheddafi, con una folla di 400 milizie. Sappiamo tutti che le SAS cooperavano con i ribelli fin dai primi giorni della ribellione, puntando a un piano da molto tempo studiato per il cambiamento di regime. L’estratto seguente mostra come le conquiste storiche della rivoluzione di Gheddafi di al-Fatah, del  1 settembre, sono state completamente sovvertite. Speriamo che i nordafricani e i libici rivedano l’esperienza della Rivoluzione, vedano i molti vantaggi avuti dal popolo libico e dai popoli oppressi che resistono in tutto il Mondo, e perseguano la via della riconquista di tale strategia, in nuove circostanze e sfide.
Oggi la città di Bani Walid resiste affrontando l’assalto totale di questi squadroni della morte e dei loro padroni della NATO, dimostrando al Mondo come un popolo fiero si opponga a testa alta in difesa delle proprie tribù, terra, famiglie e dignità. Coloro che scelgono di giustificare ciò che sta accadendo a loro e al popolo libico sono nemici dei popoli, nemici di Omar al-Muqtar. Dio e gli antenati faranno giustizia di loro.

‘La cacciata delle basi’
La Libia di Gheddafi, Jonathan Bearman, 1986, Zed Books, pagine 76-79

Per i clienti strategici della Libia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il discorso anti-coloniale intrapreso dalle nuove autorità ebbe un impatto immediato e devastante nell’eliminazione delle loro basi militari. Queste non erano di scarsa importanza. Le strutture militari inglesi e statunitensi in Libia aggiungevano un’ulteriore dimensione agli occidentali, alla NATO in particolare, riguardo possibili interventi nella regione. I campi di Wheelus e al-Adem non avevano rivali nell’offrire spazio per le esercitazioni militari. Mentre la RAF e l’USAF beneficiavano di condizioni quasi perfette per volare a bassa quota, usando proiettili veri, la Cirenaica concedeva ai britannici l’accesso a un terreno ideale per le grandi manovre. L’opposizione britannica e statunitense alle intenzioni dichiarate dal nuovo regime di espellere la presenza militare straniera, era prevista. Per gli Stati Uniti, in particolare, la chiusura della base Wheelus sarebbe stata una perdita strategica,  colpendone le capacità militare nella regione, in un momento in cui la presenza sovietica in Egitto stava crescendo.
La minaccia alle basi era la preoccupazione principale di Londra e Washington, dopo l’improvvisa  deposizione della monarchia. In effetti, inglesi e statunitensi, evitando un’azione precipitosa a sostegno del regime di Idris, avevano sperato di salvaguardare il futuro dei loro impianti con un nuovo accordo con le nuove autorità. Non c’era nessuna garanzia, la posizione ufficiale del RCC era chiara: nessuno dei due Paesi avrebbe avuto soddisfazione, senza ricorrere alla forza. Nonostante le smentite pro-forma del Foreign Office britannico, era noto nel mondo arabo che gli inglesi avevano un piano di emergenza per intervenire in Libia. Nell’ambito del trattato anglo-libico del 1953, un protocollo segreto prevedeva l’invasione della Libia in caso di emergenza. I dettagli del piano, nome in codice Operazione Radford, furono ottenuti dagli egiziani nel 1965 da un archivista del ministero della difesa britannico. Pubblicato su al-Ahram, il piano richiedeva lo spostamento di truppe britanniche da Germania, Malta e Cipro per difendere il re e ristabilire l’ordine. Secondo Mohammed Heikal, caporedattore di al-Ahram, il regime di emergenza era destinato proprio alla situazione che si era verificata in Libia. Ciò che scoraggiò gli inglesi fu la velocità e la decisione con cui i Liberi Ufficiali agirono. Se fosse seguita una lunga lotta, Gran Bretagna e Stati Uniti avrebbero inventato un pretesto per l’intervento.
Con Gheddafi, gli inglesi e gli statunitensi dovettero affrontare un nuovo leader che avrebbe agito  senza compromessi. Nel suo discorso a Tripoli del 16 ottobre, Gheddafi promise coraggiosamente che avrebbe trasformato il paese in un ‘campo di battaglia’ se gli inglesi e gli statunitensi non se ne fossero andati in “modo ragionevole”. Due settimane dopo, il 29 ottobre, l’RCC fece il suo approccio formale alla Gran Bretagna, a riguardo, chiedendo l’evacuazione rapida delle forze britanniche dal territorio libico. Gli inglesi, con il ministro della difesa Denis Healey, valutarono la situazione con attenzione. La perdita dei campi di addestramento in Cirenaica era considerata grave, ma non sembrava esserci alternativa all’accettazione. L’esperienza di Suez e della guerra civile algerina metteva in guardia contro ulteriori avventure coloniali. Il governo Wilson rispose con una richiesta di colloqui che durarono due sessioni, per un totale di sei ore. Al primo incontro, l’8 dicembre, l’ambasciatore britannico Donald Maitland fu incaricato di ammettere il principio di recesso. Dopo di che, fu semplicemente una questione di dettagli. Nella seconda sessione, una settimana più tardi, Maitland annunciava il termine della partenza per il 31 marzo 1970. Anche prima che i colloqui fossero iniziati, gli inglesi avevano ridotto la loro presenza ad al-Adem e Tobruk da 2.000 a 1.000 effettivi, tra ottobre e dicembre. Nel forzare la questione, i libici avevano abilmente disposto una serie di potenti scambi.
Più importante fu la loro capacità, particolarmente pregiudizievole per una potenza petrolifera in ascesa, di minacciare il ritiro dei loro depositi, intorno a 384 milioni di sterline. Se questo si fosse rivelato insufficiente, avrebbero potuto anche avviare l’annullamento dei contratti non indispensabili, e nazionalizzare gli interessi britannici della BP ed altri, in Libia. Gli inglesi, invece, si trovavano in una situazione di relativa debolezza, non potevano contrastare la Libia con la minaccia di sospendere il contratto per la fornitura di 200 carri armati Chieftain, ordinati dal regime precedente per aumentare la capacità terrestre delle forze armate libiche. Sarebbe stato un gesto di sfida inefficace. A quel tempo, l’impegno oltremare britannico veniva ampiamente rivisto, mentre il governo laburista iniziava il ritiro inglese da est di Suez. Gli inglesi erano semplicemente inclini ad accordarsi con un altro governo nazionalista. La missione di Maitland, per quanto riguardava Whitehall, doveva incitare i libici a un comunicato congiunto che sottolineava i vantaggi reciproci da una ulteriore cooperazione anglo-libica. Per Londra si trattava di limitare i danni, soprattutto per proteggere i vasti interessi economici britannici.
In seguito a tale successo, l’RCC rivolse la sua attenzione verso l’evacuazione della base aerea statunitense di Wheelus. I colloqui iniziarono a dicembre, subito dopo che gli inglesi avevano iniziato ad andarsene, ma non senza una grande inquietudine sulla prospettiva della gestione della sofisticata base, sede regionale dell’USAF, da parte di un ‘regime radicale arabo’. In effetti,  sembrando probabile che i libici consegnassero le strutture all’Unione Sovietica, l’amministrazione Nixon non avrebbe concesso il ritiro. Ma Gheddafi insisteva che i libici non avrebbero aperto le strutture ad altre potenze straniere. ‘La Libia rivoluzionaria non potrà mai sostituire uno straniero con un altro straniero o un intruso con un altro intruso’, avrebbe detto secondo il Lybian Mail del maggio 1970. In ogni caso, la decisione della Gran Bretagna di ritirarsi aveva già spiazzato gli statunitensi, così Washington accettò. Il 24 dicembre, il giorno dopo che i britannici avevano annunciato il loro ritiro, una dichiarazione congiunta libico-statunitense annunciava laconicamente che gli Stati Uniti avrebbero seguito l’esempio il 30 giugno. In effetti, l’evacuazione degli statunitensi, come degli inglesi, venne finalmente effettuato prima della scadenza, e con un minimo sforzo.
Gli inglesi finalmente lasciarono la Libia il 28 marzo, e gli statunitensi completarono il loro ritiro l’11 giugno. Fu un risultato storico. Celebrando la ‘vittoria contro l’imperialismo’, le autorità rivoluzionarie ridenominarono l’al-Adam Airbase, Gamal Abdul Nasser Airbase, e Field Wheelus, Okba bin Nafi Airbase, da un conquistatore arabo della Libia. Qualsiasi speranza che uno dei due Paesi avesse di mantenere una certa influenza militare in Libia, attraverso accordi di fornitura e addestramento, fu presto dissipata. Il 29 dicembre, dopo il suo successo iniziale, il RCC annullò il contratto del vecchio regime con la British Aircraft Corporation. A novembre, un primo tentativo di riavvicinamento venne fatto dal governo francese, come rifornitore alternativo di armi [...] I francesi vi videro un mezzo per estendere la loro influenza in Africa del Nord, a spese degli inglesi e degli statunitensi. Nel gennaio 1970, la conclusione della transazione fu annunciata: la Francia vendeva alla Libia i primi 50 aerei Mirage V, 15 da consegnare nel 1971. I libici volevano questi aerei da guerra francesi, molto ambiti, per ricostruire l’arsenale arabo dopo il confronto con Israele.
Nasser vide nella Libia una via di rifornimento di quelle armi che sarebbero state, invece, bloccate dall’embargo occidentale. Mentre la trattativa era ancora in corso, Gheddafi disse: “Se sarà possibile ottenere Phantoms o Mirages, si avrebbe una colossale  forza araba“. [L'accordo finale dei francesu con la Libia] del 31 gennaio, riguardava 110 aerei da guerra [...] Non vi erano condizioni allegate sul loro uso nel conflitto in Medio Oriente, tranne che essere ‘basati’ e ‘gestiti’ solo in Libia. Le uniche limitazioni reali applicate al loro uso, era evitare lo scontro con Stati clienti della Francia in Africa. L’accordo fu un altro trionfo delle autorità rivoluzionarie. Non solo l’RCC espulse le basi straniere, ma aveva drasticamente posto fine alla sua dipendenza militare da Gran Bretagna e Stati Uniti; la Gran Bretagna aveva perso la posizione di principale fornitore dell’esercito e della marina libici, e gli Stati Uniti vennero spodestati dal ruolo di primo contraente dell’aviazione libica. Avviando l’acquisto di armi dalla Francia, il RCC aveva un maggiore margine di manovra nel perseguire i propri obiettivi nazionalisti [...] Le autorità rivoluzionarie riuscirono nel loro obiettivo più importante: spezzare la morsa militare britannica e statunitense sulla Libia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Preparare la scacchiera allo “scontro di civiltà”: dividere, conquistare e dominare il “Nuovo Medio Oriente”

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 26 novembre 2011

Il nome di “primavera araba” è uno slogan inventato in uffici lontani, a Washington, Londra, Parigi e Bruxelles, da individui e gruppi che, oltre ad avere qualche conoscenza superficiale della regione, sanno molto poco degli arabi. Cosa sta accadendo tra i popoli arabi è naturalmente un fatto pacchetto misto. L’insurrezione fa parte di questo pacchetto quale opportunismo. Dove c’è la rivoluzione, c’è sempre la contro-rivoluzione.
Gli sconvolgimenti nel mondo arabo non sono un “risveglio” arabo, una tale termine implica che gli arabi abbiano sempre dormito mentre la dittatura e l’ingiustizia li circondavano. In realtà, il mondo arabo, che fa parte del più ampio mondo turco-arabo-iranico, è stato attraversato da frequenti rivolte che hanno abbattuto dittatori arabi, in coordinamento con paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. E’ stata l’interferenza di queste potenze, che ha sempre agito come contro-bilanciamento alla democrazia e continueranno a farlo.

Divide et impera: come la prima “Primavera araba” è stata manipolata
I piani per la riconfigurazione del Medio Oriente, iniziarono diversi anni prima della Prima Guerra Mondiale. E’ stato durante la prima guerra mondiale, tuttavia, che la manifestazione di questi disegni coloniali poterono rendersi visibili con la “Grande Rivolta Araba” contro l’Impero Ottomano.
Nonostante il fatto che  italiani, inglesi e francesi fossero le potenze coloniali che avevano impedito agli arabi di godere di una qualsiasi libertà in paesi come Algeria, Libia, Egitto e Sudan, queste potenze coloniali riuscirono a ritrarre se stesse come amiche e alleate della liberazione araba.
Durante la “Grande Rivolta Araba“, gli inglesi e i francesi effettivamente utilizzarono gli arabi come soldati di fanteria contro gli ottomani per promuovere i propri schemi geo-politici. L’accordo segreto Sykes-Picot tra Londra e Parigi ne è un esempio calzante. Francia e Gran Bretagna riuscirono solo ad utilizzare e manipolare gli arabi vendendogli l’idea della liberazione araba dalla cosiddetta “repressione” degli ottomani.
In realtà, l’Impero Ottomano era un impero multietnico. Ha dato l’autonomia locale e culturale a tutti i suoi popoli, ma fu manipolata per divenire una entità turca. Anche il genocidio armeno che ne deriverò nell’Anatolia ottomana, deve essere analizzato nel contesto stesso della contemporanea aggressione ai cristiani in Iraq, come parte di una esplosione settaria scatenata da attori esterni per dividere l’impero Ottomano, l’Anatolia e i cittadini dell’Impero Ottomano.
Dopo il crollo dell’Impero Ottomano, Londra e Parigi, mentre negarono la libertà agli arabi, sparsero i semi della discordia tra i popoli arabi. I corrotti leader locali arabi furono anche i partner del piano e molti di loro erano assai felici di diventare clienti di Gran Bretagna e Francia. Nello stesso senso, la “primavera araba” viene oggi manipolata. Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e altri lavorano con l’aiuto dei leader e personaggi arabi corrotti a ristrutturare il mondo arabo e l’Africa.

Il Piano Yinon: Ordine dal Caos…
Il Piano Yinon, che è una continuazione dello stratagemma britannico in Medio Oriente, è un piano strategico di Israele per garantire la superiorità regionale israeliana. Insiste e stabilisce che Israele deve riconfigurare la sua area geo-politica attraverso la balcanizzazione degli stati arabi circostanti, in stati più piccoli e più deboli.
Gli strateghi israeliani vedevano l’Iraq come la loro più grande sfida strategica da uno stato arabo. Ed è per questo che l’Iraq è stato delineato come il fulcro per la balcanizzazione del Medio Oriente e del mondo arabo. In Iraq, sulla base dei concetti del Piano Yinon, gli strateghi israeliani hanno chiesto la divisione dell’Iraq in uno stato curdo e due stati arabi, uno per i musulmani sciiti e l’altro per i musulmani sunniti. Il primo passo verso la creazione di ciò, fu la guerra tra Iraq e Iran, che il Piano Yinon discusse.
The Atlantic, nel 2008, e l’Armed Forces Journal dell’esercito statunitense, nel 2006, pubblicarono le mappe ampiamente diffuse che seguivano da vicino lo schema del Piano Yinon. A parte un Iraq diviso, che anche il Piano Biden chiede, il Piano Yinon prevede Libano, Egitto e Siria divise. La divisione di Iran, Turchia, Somalia e anche Pakistan ricadono tutti nella linea di questi punti di vista. Il Piano Yinon chiede anche la dissoluzione del Nord Africa e  prevede di iniziare da Egitto per poi scendere su Sudan, Libia e il resto della regione.

Consolidare il Regno: Ridefinire il mondo arabo
Anche se ottimizzato, il Piano Yinon è in movimento e prese vita sotto il “Clean Break“. Questo avviene attraverso un documento politico scritto nel 1996 da Richard Perle e dal Gruppo di Studio per “Una nuova strategia israeliana verso il 2000” per Benjamin Netanyahu, il primo ministro di Israele in quel momento. Perle è stato un ex sottosegretario del Pentagono al tempo di Roland Reagan e poi consigliere militare di George W. Bush Jr. e della Casa Bianca. A parte Perle, il resto dei membri del Gruppo di Studio su “Una nuova strategia israeliana verso il 2000” era composta da James Colbert (Istituto Ebraico per gli Affari di Sicurezza Nazionale), Charles Fairbanks Jr. (Johns Hopkins University), Douglas Feith (Feith and Zell Associates), Robert Loewenberg (Istituto per gli Studi Strategici e Politici Avanzati), Jonathan Torop (‘Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente), David Wurmser (Istituto per gli Studi Strategici e Politici Avanzati), e Meyrav Wurmser (Johns Hopkins University). A Clean Break: Una nuova strategia per la Protezione del Regno è il nome completo di questo documento del 1996 sulla politica di Israele. Per molti aspetti, gli Stati Uniti persegue  gli obiettivi delineati nel documento politico di Tel Aviv del 1996, per garantire il “regno“. Inoltre, il termine “regno” implica la mentalità strategica degli autori. Un regno si riferisce sia al territorio governato da un monarca o a territori che ricadono sotto il regno di un monarca, ma non sono fisicamente sotto il loro controllo poiché hanno i vassalli che lo gestiscono. In questo contesto, la parola regno viene usata per indicare il Medio Oriente come il regno di Tel Aviv. Il fatto che Perle, sia qualcuno che fu essenzialmente un funzionario di carriera del Pentagono, ha aiutato l’autore del testo israeliano a chiedersi se il sovrano del regno concettualizzato sia Israele o gli Stati Uniti, o entrambi?

Consolidare il Regno: i progetti di Israele per destabilizzare Damasco
Il documento israeliano del 1996 chiede il “rollback della Siria“, già intorno al 2000 e successivamente, respingendo i siriani fuori dal Libano e destabilizzando la Repubblica araba siriana, con l’aiuto di Giordania e Turchia.  Questo ha avuto luogo rispettivamente nel 2005 e nel 2011. Il documento del 1996 afferma: “Israele può plasmare il suo contesto strategico, in cooperazione con la Turchia e la Giordania, indebolendo,  contenendo e anche respingendo la Siria, Questo sforzo può concentrarsi sulla rimozione di Saddam Hussein dal potere in Iraq – un importante obiettivo strategico israeliano di diritto – come mezzo per sventare le ambizioni regionali della Siria“. [1]
Come primo passo verso la creazione di un “Nuovo Medio Oriente” dominato da Israele e per circondare la Siria, il documento del 1996 chiede la rimozione del presidente Saddam Hussein dal potere a Baghdad, e allude anche alla balcanizzazione dell’Iraq e di forgiare un’alleanza strategica regionale contro Damasco, che includa un “Iraq Centrale” musulmano sunnita. Gli autori scrivono: “Ma la Siria entra in questo conflitto con potenziali punti deboli: Damasco è troppo preoccupata di trattare con la minacciata nuova equazione regionale, per permettersi distrazioni nel fianco libanese, e Damasco teme che il ‘asse naturale’ con Israele da un lato, con l’Iraq centrale e la Turchia dall’altra, e la Giordania, nel centro, stringerebbe e staccherebbe la Siria dalla penisola saudita. Per la Siria, questo potrebbe essere il preludio ad una ridefinizione della mappa del Medio Oriente, che potrebbe minacciare l’integrità territoriale della Siria“. [2]
Perle e il Gruppo di Studio su “Una nuova strategia israeliana verso il 2000” chiedono anche di cacciare i siriani dal Libano e di destabilizzare la Siria, utilizzando gli esponenti dell’opposizione libanese. Il documento afferma: “[Israele deve distogliere] l’attenzione della Siria usando elementi dell’opposizione libanese per destabilizzare il controllo siriano del Libano“  [3] Questo è ciò che sarebbe accaduto nel 2005 dopo l’assassinio di Hariri, che ha contribuito a lanciare la cosiddetta “rivoluzione dei cedri” e a creare la veemente anti-siriana Alleanza del 14 Marzo, controllata dal corrotto Said Hariri.
Il documento invita inoltre a Tel Aviv a “cogliere [l']occasione per ricordare al mondo la natura del regime siriano“. [4] Questo rientra chiaramente nella strategia israeliana di demonizzazione dei suoi avversari attraverso l’uso delle campagne di pubbliche relazioni (PR). Nel 2009, i media israeliani ammisero apertamente che Tel Aviv, attraverso le sue ambasciate e missioni diplomatiche, aveva lanciato una campagna globale per screditare le elezioni presidenziali iraniane, prima ancora che si svolgesse, attraverso una campagna mediatica, e ad organizzare proteste davanti alle ambasciate iraniane. [5]
Il documento menziona anche qualcosa che assomiglia a ciò che è attualmente in corso in Siria. Esso afferma: “La cosa più importante, è comprensibile che Israele abbia interesse nel sostegno diplomatico, militare e operativo della Turchia e della Giordania nelle azioni contro la Siria, ad esempio garantire alleanze tribali con le tribù arabe che attraversano il territorio siriano e sono ostili all’élite al potere siriana.” [6] Con gli eventi del 2011 in Siria, il movimento dei ribelli e il contrabbando di armi attraverso i confini giordano e turco, sono diventati un grave problema per Damasco.
In questo contesto, non sorprende che Ariel Sharon e Israele dicessero a Washington di attaccare la Siria, la Libia e l’Iran, dopo che l’invasione anglo-statunitense dell’Iraq. [7] Infine, è utile sapere che il documento israeliano ha anche sostenuto la guerra preventiva per formare il contesto geostrategico di Israele e ritagliarsi il “Nuovo Medio Oriente“. [8] Questa è una politica che gli Stati Uniti avrebbero anche adottato nel 2001.

L’eliminazione delle Comunità cristiane del Medio Oriente
Non è un caso che i cristiani egiziani siano stati attaccati nello stesso momento del Referendum nel Sud Sudan e prima della crisi in Libia. Né è un caso che i cristiani iracheni, una delle più antiche comunità cristiane del mondo, siano costretti all’esilio, lasciando le loro terre ancestrali in Iraq. In coincidenza con l’esodo dei cristiani iracheni, avvenuto sotto gli occhi attenti degli Stati Uniti e delle forze militari britanniche, i quartieri di Baghdad divennero settari mentre musulmani sciiti e sunniti furono costretti dagli squadroni della violenza e della morte a formare enclave settarie. Tutto questo è legato al Piano Yinon e alla riconfigurazione della regione come parte di un obiettivo più ampio.
In Iran, gli israeliani hanno cercato invano di ottenere cje la comunità ebraica iraniana se ne andasse. La popolazione ebraica iraniana è in realtà la seconda più grande del Medio Oriente e probabilmente la più antica comunità ebraica indisturbati in tutto il mondo. Gli ebrei iraniani si considerano iraniani legati all’Iran come loro patria, proprio come i musulmani e cristiani iraniani, e per loro il concetto di doversi trasferire in Israele, perché sono ebrei, è ridicolo.
In Libano, Israele ha lavorato ad esacerbare le tensioni settarie tra le varie fazioni cristiane e musulmane, così come i drusi. Il Libano è un trampolino di lancio verso la Siria e la divisione del Libano in diversi stati, è anche visto come un mezzo per balcanizzare la Siria in piccoli diversi stati arabi settari. Gli obiettivi del Piano Yinon sono dividere il Libano e la Siria in stati diversi, sulla base delle identità religiose e settarie, musulmani sunniti, sciiti, cristiani e drusi. Ci potrebbe anche essere l’obiettivo dell’esodo dei cristiani in Siria.
Il nuovo capo della Chiesa siro-cattolica maronita di Antiochia, la più grande delle autonome Chiese orientali cattoliche, ha espresso i suoi timori circa una epurazione dei cristiani arabi dal Levante e dal Medio Oriente. Il Patriarca Mar Beshara Boutros al-Rahi e molti altri leader cristiani in Libano e Siria, hanno paura dell’avvento dei Fratelli Musulmani in Siria. Come l’Iraq, gruppi misteriosi stanno attaccando le comunità cristiane in Siria. I leader della Chiesa cristiana ortodossa orientale, tra cui il patriarca ortodosso di Gerusalemme Est, hanno tutti espresso pubblicamente le loro gravi preoccupazioni. A parte gli arabi cristiani, questi timori sono condivisi anche dalla comunità assira e armena, che sono per lo più cristiane.
Sheikh al-Rahi è stato recentemente a Parigi, dove ha incontrato il presidente Nicolas Sarkozy. È stato riferito che il patriarca maronita e Sarkozy avevano disaccordi circa la Siria, cosa che ha spinto Sarkozy a dire che il regime siriano crollerà. La posizione del patriarca al-Rahi era che la Siria deve essere lasciata sola e permetterle la riforma. Il patriarca maronita ha anche detto a Sarkozy, che Israele doveva essere trattata come una minaccia, se la Francia vuole legittimamente che Hezbollah disarmi.
A causa della sua posizione in Francia, al-Rahi è stato immediatamente ringraziato dai leader religiosi cristiani e musulmani della Repubblica araba siriana, che lo hanno visitato in Libano. Hezbollah e i suoi alleati politici in Libano, che comprende la maggior parte i parlamentari cristiano nel parlamento libanese, ha anche lodato il Patriarca maronita, che poi fatto un tour nel Sud del Libano.
Sheikh al-Rahi è ora politicamente attaccato dall’Alleanza del 14 Marzo di Hariri, a causa della sua posizione su Hezbollah e il suo rifiuto a sostenere il rovesciamento del regime siriano. Una conferenza di figure cristiane è in realtà programmata da Hariri per opporsi al patriarca al-Rahi e alla posizione della Chiesa maronita. Dal momento che al-Rahi ha annunciato la sua posizione, il Partito Tahrir, che è attivo sia in Libano che in Siria, ha iniziato a bersagliarlo con le critiche. E’ anche stato riportato che alti funzionari statunitensi hanno anche cancellato i loro incontri con il patriarca maronita, come segno del loro disappunto circa le sue posizioni su Hezbollah e la Siria.
L’Alleanza del 14 Marzo in Libano di Hariri, che è sempre stata una minoranza popolare (anche quando si trattava di una maggioranza parlamentare), ha lavorato mano nella mano con Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Giordania, e gruppi che utilizzano la violenza e il terrorismo in Siria. I Fratelli Musulmani e altri cosiddetti gruppi salafiti provenienti dalla Siria, sonno coordinato ed hanno colloqui segreti con Hariri e i partiti politici cristiani in seno all’Alleanza del 14 Marzo. Questo è il motivo per cui Hariri e i suoi alleati hanno attaccato il Cardinale al-Rahi. Hariri e l’Alleanza del 14 Marzo che hanno anche portato Fatah al-Islam in Libano e hanno aiutato alcuni dei suoi membri a fuggire per andare a combattere in Siria.
Ci sono cecchini sconosciuti che stanno prendendo di mira i civili siriani e l’esercito siriano, al fine di causare caos e conflitti interni. Le comunità cristiana in Siria è anch’essa presi di mira da gruppi di sconosciuti. E’ molto probabile che gli aggressori siano una coalizione di forze di Stati Uniti, Francia, Giordania, Israele, Turchia, Arabia e Khalij (Golfo) che collaborano con alcuni siriani al suo interno.
Un esodo cristiano è in programma per il Medio Oriente per volontà di Washington, Tel Aviv e Bruxelles. E’ stato riferito che a Sheikh al-Rahi è stato detto a Parigi, dal presidente Nicolas Sarkozy, che le comunità cristiane del Levante e del Medio Oriente possono stabilirsi nell’Unione europea. Questo non è un’offerta generosa. E’ uno schiaffo in faccia dalle stessi potenze che hanno deliberatamente creato le condizioni per sradicare le antiche comunità cristiane del Medio Oriente. Lo scopo sembra essere il reinsediamento delle comunità cristiane al di fuori della regione o a delimitarle in enclavi. Entrambe le cose potrebbero essere degli obiettivi.
Questo progetto ha lo scopo di delineare le nazioni arabe lungo le linee nazioni esclusivamente musulmane ed è in conformità con il Piano Yinon e gli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti per il controllo dell’Eurasia. Una grande guerra potrebbe esserne l’esito. Gli arabi cristiani oggi hanno molto in comune con gli arabi di pelle nera.

Ri-Divisione dell’Africa: Il Piano Yinon è molto vivo e opera sul posto…
Per quanto riguarda l’Africa, Tel Aviv vede assicurarsi l’Africa come parte della sua periferia più ampia. Questa ampia cosiddetta “nuova periferia“. è diventata una base geo-strategica di Tel Aviv dal 1979, quando la “vecchia periferia” contro gli arabi che comprendeva l’Iran, che era uno dei più stretti alleati di Israele durante il periodo Pahlavi, cedette e crollò con la rivoluzione iraniana del 1979. In questo contesto, la “nuova periferia” di Israele è stata concepita con l’inclusione di paesi come Etiopia, Uganda e Kenya contro gli stati arabi e la Repubblica islamica dell’Iran. È per questo che Israele è stato così profondamente coinvolto nella balcanizzazione del Sudan.
Nello stesso contesto, come con le divisioni settarie in Medio Oriente, gli israeliani hanno illustrato i programmi per riconfigurare l’Africa. Il Piano Yinon cerca di delineare l’Africa sulla base di tre aspetti: (1) etno-linguistica, (2) colore della pelle e, infine, (3) religione. Per proteggere il regno, succede anche che l’Istituto di Alti Studi Strategici e Politici (IASPS), il think-tank israeliano che comprendeva Perle, ha anche spinto per la creazione da parte del Pentagono dell’Africa Command (AFRICOM) degli Stati Uniti.
Un tentativo di separare il punto di fusione delle identità araba e africana è in corso. Si cerca di tracciare le linee di divisione in Africa, tra una cosiddetta “Africa Nera” e un presunto  Nord Africa “non nero“. Questo fa parte di uno schema per creare uno scisma in Africa, tra ciò che si presume sia “arabo” e i cosiddetti “neri“.
Questo obiettivo è il motivo per cui l’identità ridicola di un “Sud Sudan africano” e un “Nord Sudan arabo” è stata favorita e promossa. È anche per questo i libici di pelle nera sono stati oggetto di una campagna per “ripulire il colore” della Libia. L’identità araba del Nord Africa si sta slegando dalla sua identità africana. Contemporaneamente vi è un tentativo di sradicare le grandi popolazioni di “pelle nera araba” in modo che vi sia una chiara demarcazione tra “Africa nera” e un nuovo Nord Africa “non nero“, che sarà trasformato in un terreno di lotta tra i rimanenti berberi e arabi “non neri“.
Nello stesso contesto, le tensioni vengono alimentate tra musulmani e cristiani in Africa, in posti come il Sudan e la Nigeria, per creare ulteriori linee e punti di frattura. Alimentare queste divisioni sulla base del colore della pelle, della religione, etnia e lingua, ha lo scopo di alimentare la dissociazione e la disunione in Africa. Tutto questo fa parte di una strategia più ampia per staccare l’Africa del Nord dal resto del continente africano.

Preparare la Scacchiera allo “scontro di civiltà
E’ a questo punto che tutti i pezzi devono essere messi insieme ed i punti devono essere collegati.
La scacchiera è stata organizzata per un “scontro di civiltà” e tutti i pezzi degli scacchi sono stati piazzati. Il mondo arabo è in procinto di essere chiuso e le linee di demarcazione netta si stanno creando. Queste linee di demarcazione stanno sostituendo le linee di transizione senza soluzione di continuità tra i diversi gruppi etno-linguistici, di colore della pelle e religiosi.
Nell’ambito di questo regime, non può più esserci una transizione alla fusione tra società e paesi. È per questo che i cristiani in Medio Oriente e Nord Africa, come i copti, sono presi di mira. È anche per questo che arabi e berberi di pelle nera, così come altri gruppi di popolazione del Nord Africa, che sono neri di pelle, si trovano ad affrontare il genocidio in Nord Africa.
Dopo l’Iraq e l’Egitto, la Libia e la Repubblica araba siriana sono entrambe rispettivamente importanti punti di destabilizzazione regionale in Nord Africa e Sud-Ovest asiatico. Ciò che succede in Libia avrà conseguenze per l’Africa, come quello che accade in Siria avrà effetti sul sud-ovest asiatico e oltre. Sia l’Iraq che l’Egitto, in connessione con quanto afferma il Piano Yinon, hanno agito come starter per la destabilizzazione di entrambi questi stati arabi.
Ciò che viene messo in scena è la creazione di un “Medio Oriente esclusivamente musulmano“, un’area (escluso Israele) che sarà in agitazione a causa degli scontri sciiti-sunniti. Uno scenario simile è stato attuato per un “Nord Africa non nero“, zona che sarà caratterizzata dallo scontro tra arabi e berberi. Allo stesso tempo, secondo il modello di “scontro di civiltà“, il Medio Oriente e il Nord Africa sono candidati ad essere contemporaneamente in conflitto con il cosiddetto “Occidente” e l’”Africa Nera“.
Questo è il motivo per cui sia Nicolas Sarzoky, in Francia, che David Cameron, in Gran Bretagna, in mutue dichiarazioni, durante l’inizio del conflitto in Libia, secondo cui il multiculturalismo è morto nelle loro rispettive società occidentali europee. [9] Il multiculturalismo reale minaccia la legittimità del programma di guerra della NATO. Esso costituisce anche un ostacolo alla realizzazione dello “scontro di civiltà“, che costituisce la pietra angolare della politica estera degli Stati Uniti.
A questo proposito, Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, spiega perché il multiculturalismo è una minaccia per Washington e i suoi alleati: “L’America diventa una società sempre più multiculturale, e può risultare più difficile costruire un consenso sulla politica estera [ad esempio, la guerra contro il mondo arabo, la Cina, l'Iran o la Russia e l'ex Unione Sovietica], tranne che nelle circostanze di una minaccia esterna diretta veramente grande e ampiamente percepita. Tale consenso generale, esisteva tutta la seconda guerra mondiale e anche durante la guerra fredda [e ora esiste a causa della 'Guerra Globale al Terrore'].” [10] La frase successiva di Brzezinski qualifica il motivo per cui le popolazioni si sarebbero opposte nel sostenere le guerre: “[Il consenso] era radicato, però, non solo in profondità nei valori democratici condivisi, quali il pubblico percepiva esser minacciati, ma anche in una cultura e affinità etniche per le vittime prevalentemente europee dei totalitarismi ostili“. [11]
Rischiando di essere ridondante, è da ricordare ancora una volta che è proprio con l’intenzione di rompere queste affinità culturali tra il Medio Oriente-Nord Africa (MENA) e il cosiddetto “mondo occidentale” e sub-sahariano, che i cristiani e i popoli di pelle nera sono presi di mira.

Etnocentrismo e ideologia: Giustificare oggi le “guerre giuste
In passato, le potenze coloniali dell’Europa occidentale avrebbero indottrinato i loro popoli. Il loro obiettivo era quello di acquisire il sostegno popolare per la conquista coloniale. Questo ha preso la forma della diffusione del cristianesimo e promuovere dei valori cristiani, con l’appoggio di mercanti armati ed eserciti coloniali.
Allo stesso tempo, le ideologie razziste sono state messe avanti. I popoli le cui terre furono colonizzate furono descritti come “sub-umani“, inferiori o senz’anima. Infine, il “fardello dell’uomo bianco“, l’assumere una missione di civilizzazione dei cosiddetti “popoli incivili del mondo” venne utilizzato. Questo quadro ideologico coerente è stato utilizzato per ritrarre il colonialismo come una “giusta causa“. Quest’ultima, a sua volta, è stata utilizzata per fornire legittimità nel condurre “guerre giuste” come mezzo per conquistare e “civilizzare” terre straniere.
Oggi, i disegni imperialisti di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania non sono cambiati. Ciò che è cambiato è il pretesto e la giustificazione per scatenare le loro guerre di conquista neo-coloniali. Durante il periodo coloniale, le narrazioni e le giustificazioni per a guerra sono state accettate dall’opinione pubblica dei paesi colonizzatori, come Gran Bretagna e Francia.  Oggi “guerre giuste” e “giuste cause” sono in corso sotto le insegne dei diritti delle donne, diritti umani, dell’umanitarismo e della democrazia.

Mahdi Darius Nazemroaya è un pluripremiato scrittore da Ottawa, Canada. È un sociologo e ricercatore associato presso il Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG), Montreal. Era un testimone della “primavera araba” in azione nel Nord Africa. Mentre era presente in Libia durante la campagna di bombardamenti della NATO, è stato inviato speciale per il sindacato investigativo del programma KPFA Flashpoints, che va in onda da Berkeley, California.

NOTE
[1] Richard Perle et al., A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm (Washington, DC and Tel Aviv: Institute for Advanced Strategic and Political Studies), 1996.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] Barak Ravid, “Israeli diplomats told to take offensive in PR war against Iran,” Haaretz, 1 giugno 2009.
[6] Perle et al., Clean Break, op. cit.
[7] Aluf Benn, “Sharon says US should also disarm Iran, Libya and Syria,” Haaretz, 30 settembre 2009.
[8] Richard Perle et al., Clean Break, op. cit.
[9] Robert Marquand, “Why Europe is turning away from multiculturalism,” Christian Science Monitor, 4 marzo 2011.
[10] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives (New York: Basic Books October 1997), p.211.
[11] Ibidem.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le guerre segrete dell’alleanza saudita-israeliana

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 28 maggio 2011

Un vecchio proverbio cinese dice: la crisi può essere un’opportunità per qualcuno.

Tel Aviv, Washington e la NATO stanno approfittando degli sconvolgimenti nel mondo arabo. Non solo lottano contro le legittime aspirazioni del popolo arabo, ma stanno manipolando la geopolitica del mondo arabo nella loro strategia per il controllo dell’Eurasia.

Conflitti settari in Egitto: un mezzo per indebolire lo stato egiziano
L’Egitto è governato da una giunta contro-rivoluzionaria. Nonostante la crescente ostilità del popolo egiziano, il vecchio regime è ancora in vigore. Eppure, le sue fondamenta stanno diventando sempre più instabili, mentre il popolo egiziano diventa sempre più radicale nelle sue richieste.
Come nell’era Mubarak, il regime militare di Cairo permette il diffondersi del settarismo in Egitto, nel tentativo di creare divisioni nella società egiziana. Nei primi mesi del 2011, quando gli egiziani hanno preso d’assalto gli edifici governativi, si scoprirono i documenti segreti che dimostrano come il regime fosse dietro gli attacchi contro la comunità cristiana in Egitto.
Recentemente, i cosiddetti  estremisti salafita hanno attaccato le minoranze egiziane, tra cui i cristiani, ma anche i musulmani sciiti. Attivisti e leader della comunità copta e sciita egiziani puntano il dito contro la giunta militare di Cairo, Israele e Arabia Saudita.
La giunta militare egiziana, Tel Aviv e Al-Saud fanno tutti parte di una minacciosa alleanza. Questo raggruppamento è la spina dorsale della struttura imperiale degli Stati Uniti nel mondo arabo. Sono al servizio di Washington. Prevarranno fin quando gli Stati Uniti domineranno nel sud-ovest dell’Asia e in Nord Africa.
Gli al-Saud cooperano con Washington in Egitto, per instaurare un governo apparentemente islamico. Ciò avviene tramite i partiti politici che gli al-Saud hanno finanziato e contribuito ad organizzare. I cosiddetti nuovi movimenti salafiti ne sono gli esempi principali. Sembra, inoltre, che i Fratelli Musulmani o almeno branche di essi, siano stati cooptati.

L’alleanza saudita-israeliana e la politica della divisione
I legami degli al-Saud con Tel Aviv sono diventati, negli ultimi anni, sempre più visibili e pervasivi. Questa alleanza segreta israelo-saudita esiste nel contesto della più ampia alleanza Khaliji-Israele. L’alleanza con Israele è stata instaurata attraverso la cooperazione strategica tra le famiglie regnanti dell’Arabia Saudita e degli sceiccati arabi del Golfo Persico.
Insieme, Israele e le famiglie dominanti Khaliji, formano la prima linea di Washington e della Nato contro l’Iran e i suoi alleati regionali. L’alleanza agisce anche per la destabilizzazione della regione per conto di Washington. Le radici del caos nell’Asia del sud-ovest e in Nord Africa è sempre questa alleanza Israele-Khaliji.
In linea con gli USA e l’UE, l’alleanza formata da Israele e dai governanti Khaliji ha operato per creare divisioni etniche tra arabi e iraniani, divisioni religiose tra musulmani e cristiani e divisioni confessionali tra sunniti e sciiti. E’ la “politica della divisione” o “fitna“, che è anche servita a mantenere al potere le famiglie dominanti Khaliji, e Israele al suo posto. Israele e la famiglie dominanti Khaliji non potrebbero sopravvivere senza la fitna regionale. Gli al-Saud e Tel Aviv sono gli autori della divisione tra Fatah ed Hamas e dell’allontanamento di Gaza dalla Cisgiordania. Hanno cooperato nella guerra del 2006 contro il Libano, al fine di schiacciare Hezbollah e i suoi alleati politici. Arabia Saudita e Israele hanno, inoltre, collaborato nel diffondere il settarismo e la violenza settaria in Libano, Iraq, Golfo Persico, Iran e ora l’Egitto.
Israele e le monarchie Khaliji aiutano Washington nel perseguire il suo obiettivo di neutralizzare, in ultima analisi, l’Iran e i suoi alleati, così come qualsiasi forma di resistenza contro gli Stati Uniti, in Asia sud-occidentale e in Nord Africa. Ecco perché il Pentagono ha pesantemente armando Tel Aviv e gli sceiccati Khaliji. Washington  sta anche creando, in Israele e nei sceiccati arabi, gli scudi anti-missili volti contro l’Iran e la Siria.

Iranofobia
L’alleanza tra gli sceiccati Khaliji e Israele è stato strumentale nella creazione dell’ondata di Iranofobia nel mondo arabo. L’obiettivo finale dell’Iranofobia è trasformare l’Iran, agli occhi dell’opinione pubblica araba, in un nemico del popolo arabo, in modo da distrarre l’attenzione dai veri nemici del mondo arabo, ossia le potenze neo-coloniali che occupano e controllano territori arabi.
L’Iranofobia è un’operazione psicologica, uno strumento della propaganda. L’obiettivo strategico è isolare l’Iran e riconfigurare il panorama geo-politico dell’Asia sud-occidentale e del Nord Africa. Inoltre, l’Iranofobia è stata utilizzata dalle famiglie regnanti Khaliji, dagli Emirati Arabi Uniti all’Arabia Saudita e al Bahrain, come pretesto per la repressione dei loro popoli, che chiedono libertà e diritti democratici negli sceiccati.
L’Alleanza del 14 Marzo in Libano, un insieme di clienti dei Khaliji-USA e alleati di Israele, ha anch’essa usato l’Iranofobia e la “politica della divisione“, per cercare di aggredire Hezbollah e i suoi alleati politici libanesi. L’obiettivo è  indebolire e minare i legami libanese-iraniano e siriano-libanese. L’Alleanza del 14 Marzo, controllata soprattutto dal Movimento Futuro di Hariri, ha importato in Libano i cosiddetti combattenti salafiti di Fatah al-Islam, con l’obiettivo di usarli per attaccare Hezbollah. Il Movimento Futuro ha anche avuto un ruolo nel progetto israelo-saudita-statunitense di destabilizzazione della Siria e del suo allontanamento dal Blocco della Resistenza.

Mahdi Darius Nazemroaya è specializzato in Medio Oriente e Asia Centrale. È ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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