Chi c’è dietro gli attacchi terroristici in Russia?

Aleksandr Orlov New Oriental  Outlook 01/01/2014

bandar_putin-ya-libnanIl dramma sanguinario di Volgograd, alla vigilia del nuovo anno, dove attentatori suicidi hanno compiuto due attentati terroristici uccidendo 33 persone, compresi bambini, ferendone decine di altre, ha spinto i media e i politici russi ad avanzare molte ipotesi su chi possa essere dietro tali crimini e perché sono stati compiuti in questo particolare momento? La stragrande maggioranza ritiene che la pista conduca al Caucaso del Nord, probabilmente al Daghestan, dove i radicali wahabiti trincerativisi sognano di turbare i Giochi Olimpici di Sochi con la loro barbara violenza. Piantare il seme della discordia religiosa nella società russa, spaventando le persone che vivono nel sud della Russia, adiacente ai territori del Caucaso del Nord, e ciò cui mirano. Il loro coinvolgimento in tali eventi è del tutto possibile, ma in qualche modo la maggior parte degli analisti ha completamente ignorato la pista estera degli attentati terroristici a Volgograd. Questa tragedia, non importa quanto sia orribile, non può essere considerata isolandola dagli sviluppi globali della situazione nel mondo islamico, a sud della Federazione russa.
Molti dimenticano che a solo un migliaio di chilometri a sud dei confini russi, una selvaggia guerra civile infuria in Siria, dove migliaia di jihadisti e terroristi di tutte le sfumature e le nazionalità uccidono persone imbracciando armi statunitensi. Tutti lautamente finanziati da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Riguardo l’addestramento, un gruppo di istruttori statunitensi e arabi del GCC fornisce a tali terroristi tutte le conoscenze necessarie per infliggere la morte a casa dell’inerme popolo siriano. Tra questi terroristi, secondo molte fonti, si troverebbero circa 400 russi. Non sono solo abitanti del Caucaso del Nord, ma anche slavi convertitisi all’Islam o semplicemente mercenari ben retribuiti dalla monarchia wahabita dell’Arabia Saudita. Questi militanti hanno sparso sangue prima in Libia, lottando contro Muammar Gheddafi dietro compenso finanziario di Arabia Saudita, Qatar e Emirati Arabi Uniti, altri hanno combattuto in Iraq, contro il governo della maggioranza sciita, a vantaggio degli stessi vecchi “sponsor”, e alcuni di loro si sono laureati nella “scuola” dell’Afghanistan, addestrandosi sia militarmente che ideologicamente nei campi di Peshawar in Pakistan. Il luogo è noto come la principale base di addestramento dei terroristi islamici, generosamente sostenuta dai fondi di beneficenza islamici, e s’indovini per chi colpire. E tutta questa marmaglia, in particolare quella russa, plebaglia “nazionale” assemblata con gli avanzi del terrorismo del Caucaso del Nord e da slavi convertitisi all’Islam sotto l’influenza di imam radicali, ha iniziato a minacciare la Russia dalla fine del 2013, potendo rientrare a “casa” dalla Siria, da un giorno all’altro. Hanno accumulato un’approfondita esperienza al “combattimento”, o meglio, al terrorismo sui campi di battaglia siriani, per farne “buon uso” in Russia. Ma Peshawar non è l’unico luogo in cui furono ipnotizzati dei cittadini russi, vi sono basi del radicalismo nella stessa Russia, in numerosi “moschee” e luoghi di culto semilegali presenti sul Volga e il Caucaso del Nord, dove gli imam, istruiti da predicatori salafiti arabi, insegnano a giovani che hanno perduto il senso della vita i vari motivi per odiare. La loro ricerca interiore viene sfruttata dai reclutatori islamisti, diventati “pescatori di anime perse.” E i soldi per farlo, insieme al denaro necessario per stampare libri salafiti, provengono dalle stesse fondazioni arabe, in particolare da Arabia Saudita e Qatar. Ma per via dell’elevata tolleranza religiosa recentemente divenuto l’emblema della Russia, le autorità locali ignorano gli islamisti radicali che reclutano buoni combattenti terroristi o kamikaze.
Infine, c’è ancora un altro punto importante da affrontare. Nonostante una serie di feroci campagne mediatiche anti-russe provenienti regolarmente dall’Arabia Saudita, il capo dell’intelligence saudita e presidente del Consiglio di Sicurezza Nazionale, principe Bandar, s’è recato in visita in Russia due volte nella seconda metà del 2013, e ogni volta ha avuto un colloquio con Vladimir Putin. La prima volta il 31 luglio. Secondo diverse fonti, in particolare arabe e israeliane, Bandar bin Sultan voleva firmare un contratto militare con la Russia da 15 miliardi di dollari in armi da consegnare all’Arabia Saudita. In cambio era disposto ad assicurare che i Paesi del Golfo non avrebbero minacciato la posizione della Russia quale principale fornitore di gas all’Europa e promesso che avrebbe fatto tutto il possibile per proteggere le Olimpiadi invernali di Sochi da possibili attacchi terroristici. In cambio Mosca avrebbe ridotto il suo sostegno a Bashar Assad. Inoltre, come alcune fonti hanno riferito, Bandar avrebbe lasciato Mosca contento. Tuttavia tali informazioni non sembrano credibili, né sulle proposte, né sulla buona volontà della Russia nei loro confronti.
In primo luogo, tutti sono ben consapevoli del fatto che l’Arabia Saudita è rimasta praticamente sola nella guerra dove la coalizione tra Stati Uniti, numerosi Paesi europei e quasi due terzi della Lega araba e tutti i militanti mediorientali non è riuscita a vincere. Non c’è modo per cui l’Arabia Saudita possa aiutare la Russia nella sua politica energetica. Le mistiche “minacce agli interessi gasiferi della Russia” possono significare solo minacce al progetto del gasdotto iraniano, che dovrebbe attraversare i territori iracheno e siriano. L’Arabia Saudita non ha alcun controllo sui territori in cui verrà costruito. La quantità stimata di gas trasportato sarebbe pari solo al 5% delle esportazioni russe; inoltre, il gasdotto iraniano deve semplicemente sostituire i progetti del Qatar, che sembrano  ormai persi per sempre. La situazione indica piuttosto il contrario, la presenza della Russia in Siria dà maggiore opportunità d’influenzare la politica gasifera dell’Iran, nel quadro di un migliore futuro per il gasdotto che sarà costruito dalla Transgaz russa. Infine, l’Arabia Saudita non è un giocatore gasifero. Russia, Iran e Qatar detengono il 60% delle esportazioni di gas mondiali, l’Arabia Saudita non è in grado di competervi. Così i presunti suggerimenti del principe Bandar bin Sultan, secondo le fonti israeliane, sembrano molto discutibili.
In secondo luogo, l’Arabia Saudita, come Israele, non può accettare serenamente il miglioramento delle relazioni Iran-USA. Il principe Bandar bin Sultan, che ha eccellenti legami con gli USA ed è  allo stesso tempo il capo dei servizi segreti sauditi, è meglio informato sui dettagli dei prossimi colloqui. La Siria è già un affare fatto, ora. I nemici di Assad hanno finalmente riconosciuto il suo diritto a vivere e governare, e ora tutti si preoccupano di ciò che accadrà dopo, e il promesso miglioramento delle relazioni bilaterali tra l’Iran e gli Stati Uniti non piace alle monarchie arabe. Ma la storia del suo suggerimento su Sochi sembra abbastanza credibile. Dopo tutto, ognuno sa fino a che punto l’Arabia Saudita sostenesse la “Fratellanza Musulmana” e altri movimenti islamisti nel mondo. Il suo ruolo nel movimento separatista ceceno negli ’90 non è stato dimenticato. Così Bandar ha ricattato la Russia, il che implica che Riyadh controlla coloro che organizzerebbero gli attacchi terroristici a Sochi, ordinandogli di non farlo. Il 3 dicembre 2013 Bandar è tornato ancora una volta a Mosca. E di nuovo ha fatto “dolci offerte” alla Russia citando Sochi. E qui siamo a meno di un mese dalle esplosioni a Volgograd. Gli esperti sono ben consapevoli del fatto che i kamikaze non si fanno esplodere per eccesso di emozioni o fanatismo religioso, ma che tali attacchi sono sempre il risultato di operazioni ben pianificate. Non c’è il minimo dubbio che gruppi e bande di terroristi operanti in Russia lavorino per i servizi segreti occidentali e siano finanziati dai sauditi e dal Qatar. “Questo è solo l’inizio di un’azione su larga scala” ha detto Evgenij Lobachjov, generale del Servizio di sicurezza federale della Russia. L’esperto indica due scopi: destabilizzare la Russia e sabotare i preparativi per le Olimpiadi di Sochi. “Guardate, certi leader occidentali ora chiedono di boicottare Sochi. Sono felici di dire pubblicamente se andare o no a Sochi. Tali attacchi vengono comprati con denaro estero, molto probabilmente saudita, come le due guerre cecene dimostrano. E’ l’influenza straniera, il controllo estero, il sostegno straniero“, ha detto Evgenij Lobachjov.
Vi sono tutte le ragioni per sospettare che ciò sia solo l’inizio di un’operazione su larga scala per destabilizzare la Russia. Abbiamo molti nemici che cercano di minare la nostra credibilità, soprattutto nel periodo che precede le Olimpiadi“- concorda con l’ex maggior generale Said Gafurov, direttore dell’Istituto di Studi orientali e africani. Ritiene che questa sia una vendetta per il sostegno russo alla Siria e il risultato della flaccida diplomazia russa. “La Russia ha fatto una serie di errori in Medio Oriente e nel Golfo Persico, dimostrando generosità e morbidezza verso la barbarie. Non avremmo dovuto perdonare il pestaggio dell’ambasciatore russo Titorenko in Qatar. I funzionari della sicurezza del Qatar non hanno subito alcuna punizione. Questo era un motivo per la guerra, ma abbiamo sopportato. Siamo rimasti in silenzio anche quando l’Arabia Saudita ha invaso il Bahrain“, ha detto. Secondo Said Gafurov, i monarchi wahabiti “capiscono solo il linguaggio della paura, è inutile negoziare con loro.” Quindi vi sono molte versioni della tragedia di Volgograd. Ma basta con le ipotesi, i fatti devono essere analizzati. Se si scopre la pista estera, chiaramente vi saranno i modi per impedire il terrorismo. Soprattutto quando Sochi è assai vicino in tutti gli aspetti.

Aleksandr Orlov, politologo ed esperto orientalista, in esclusiva per la rivista online New Oriental  Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iskander, risposta al BMD. L’occidente provoca ulteriormente la Russia?

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 20/12/2013

999876La Russia ha avvicinato missili Iskander alle frontiere europee, in risposta al dispiegamento dello scudo antimissile degli USA. Secondo il giornale popolare tedesco Bild del 14 dicembre, la Russia avrebbe dispiegato circa 10 sistemi Iskander nell’enclave di Kaliningrad, tra la Polonia e la Lituania. Il ministero della Difesa russo ha confermato le notizie sul dispiegamento dei missili a corto raggio Iskander nella regione di Kaliningrad, affermando che non viola gli accordi internazionali. “Le unità missilistiche e di artiglieria del distretto militare occidentale sono dotate di sistemi missilistici tattici Iskander,” ha detto il 16 dicembre il Maggior-Generale Igor Konashenkov, capo del servizio stampa del ministero della Difesa. “Il dispiegamento dei battaglioni di missili Iskander nel Distretto Militare occidentale non contraddice accordi o trattati internazionali“, ha aggiunto. Il quotidiano russo Izvestija ha riportato che i missili sono presenti “da qualche tempo”. Un’altra fonte militare anonima ha detto che furono dispiegati circa 18 mesi prima. (1)

Iskander: arma difensiva avanzata
L’Iskander (NATO: SS-26 Stone) è un tipo di arma che potrebbe influenzare l’equilibrio militare e politico in alcune regioni del mondo. Si tratta di un sistema mobile per missili balistici tattici fabbricato dall’Industria Unitaria dello Stato federale, il Design Bureau metalmeccanico, per l’esercito russo), il primo test si svolse nel 1996 entrando in servizio nel 2006. può colpire bersagli a terra, come centri comando e comunicazione, concentramenti di truppe, strutture per la difesa aerea e aeroporti. Il ministero della Difesa russo ha in programma l’acquisizione di 120 sistemi missilistici tattici Iskander-M, con cui dotarne almeno cinque brigate missilistiche entro il 2016. L’Iskander viene prodotto in tre versioni. Iskander-E per l’esportazione, con sistema di guida inerziale e una gittata massima di 280 km (la gittata minima del missile è 50 km) con probabilità di errore circolare di 30-70 metri. Bielorussia, Iran e Libia hanno espresso interesse nel procurarsi il missile. Iskander-M è un missile a gittata estesa per l’esercito russo. La gittata supera i 400 km, con una maggiore precisione fornita da sistemi di guida inerziale e ottici. Satelliti, aerei o ricognizione potrebbero essere utilizzati per la rilevazione, l’identificazione e la guida. Dopo aver ricevuto le immagini del bersaglio, il computer di bordo punta e dirige a velocità supersonica la testata verso l’obiettivo. Il sistema è dotato di due missili a corto raggio balistici a puntamento indipendente, in grado di mutare la rotta in volo per colpire obiettivi in movimento. Un missile può colpire il bersaglio con una testata convenzionale di 500kg a frammentazione, alto esplosivo, submunizioni, penetrazione, esplosivo carburante-aria o ad impulso elettro-magnetico. Iskander offre la possibilità di superare le difese missilistiche nemiche con un elevato grado di immunità alle contromisure elettroniche.  Iskander-K è la versione migliorata per lanciare il missile da crociera R-500.

La NATO si precipita a esprimere preoccupazione
Stati Uniti, Polonia e Stati baltici hanno tutti espresso ansia. I ministri della difesa estone e lituano hanno definito la notizia “allarmante”, descrivendola un “motivo di preoccupazione”. Il ministro della difesa lettone Artis Pabriks ha detto che una tale mossa cambierebbe l'”equilibrio di potere nella nostra regione” e “minaccia diverse città del Baltico.” Gli Stati Uniti si uniscono agli alleati. La viceportavoce del dipartimento di Stato Marie Harf ha dichiarato: “Abbiamo sollecitato la Russia a non prendere misure destabilizzanti la regione”. La Polonia si consulterà con i suoi partner della NATO sulla questione, prima dell’eventuale risposta. Il ministero degli Esteri di Varsavia ha detto, in una dichiarazione del 16 dicembre, “I piani per implementare altri missili Iskander-M a Kaliningrad sono preoccupanti“, ed ha detto di non aver ricevuto alcuna informazione ufficiale dalla Russia sullo schieramento, e che controllava i media. Il generale dell’US Air Force Philip Breedlove, comandante supremo della NATO in Europa, ha detto il 17 dicembre che era interessato dalla notizia. “È qualcosa che dobbiamo capire e di cui saperne concretamente“, ha detto a un gruppo di giornalisti a Berlino. Il generale ha suggerito che la divulgazione dimostra la necessità di un canale per comunicazioni più regolare e affidabile tra la NATO e i comandanti militari russi. “Le nostre navi nel Mediterraneo orientale sono molto vicine… I nostri aerei ogni giorno s’incontrano sul Mare del Nord, sui Paesi Baltici e in altri luoghi. Ci potrebbe essere lo spazio per errore di calcolo“, ha detto. “Come militari nella leadership di questa alleanza… dobbiamo avere comunicazioni serie, costanti ed affidabili“, ha aggiunto Breedlove. Alla domanda se tale canale esistesse, rispose: “Non saprei, ma avendone bisogno vi lavoriamo molto seriamente.” La portavoce della NATO Oana Lungescu ha detto, rispondendo sulla notizia: “Il movimento di missili o aerei in aree le cui intenzioni sono difficili da capire, è controproducente per la partnership che la NATO cerca con la Russia e per gli scopi che abbiamo concordato per migliorare la sicurezza regionale.” Ha detto che la NATO voleva essere più trasparente nei suoi rapporti con la Russia e aveva fatto ripetuti sforzi per coinvolgervi Mosca, anche attraverso inviti ad osservare le esercitazioni e a cooperare sulla difesa missilistica. “Purtroppo, la Russia deve ancora rispondere a queste offerte“, si lamentava Lungescu.

Alcune riflessioni da condividere
A questo proposito credo che sia opportuno ricordare che gli Stati Uniti dispongono di 180 munizioni nucleari aviotrasportate B61 schierate in Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Turchia destinati agli aerei da combattimento F-15E e F-16 (la Russia non ha armi nucleari fuori dal suo territorio). I velivoli con capacità nucleare fanno parte dell’arsenale di Stati non-nucleari come Belgio, Turchia e Olanda. Anche i Tornado tedesco e italiani possono trasportare le B61 nucleari. Tali velivoli con capacità nucleare decollano dalla base di Siauliai, in Lituania, per pattugliare in rotazione i cieli vicini al confine russo. Possono raggiungere Smolensk in 15-20 minuti, per esempio. Sarebbe totalmente irresponsabile da parte della Russia non adottare misure adeguate… La regione di Kaliningrad ospita una stazione radar Voronezh-DM per controllare lo spazio aereo sull’Atlantico. L’Oceano Atlantico è pattugliato da sottomarini strategici lanciamissili intercontinentali di Stati Uniti, Regno Unito e Francia pronti a colpire la Russia. Il sistema di difesa missilistico USA-NATO dispiegato in Europa, è una minaccia potenziale per almeno la metà dell’arsenale nucleare strategico basato sui silos in Russia. I missili SM-3B1 sono appena stati dispiegati in Romania. La Fondazione per la Cultura Strategica ha evidenziato l’evento in modo dettagliato (2). La Polonia, confinante con la regione di Kaliningrad, ospiterà una versione ancora più avanzata del sistema missilistico. Nel 2009 la Russia disse agli Stati Uniti che non avrebbe schierato gli Iskander se gli Stati Uniti annullavano la cosiddetta terza componente di superficie della difesa antimissile in tale Paese. Ma non lo fece. Ora gli Stati Uniti programmano di far stazionare cacciatorpediniere Aegis in Spagna. Secondo i piani, l’USS Ross e l’USS Donald Cook arriveranno nel porto di Rota, loro base di stazionamento, nel 2014, seguiti dagli USS Carney e Porter nel 2015. Le navi da difesa missilistica pattuglieranno il Mediterraneo orientale.

La risposta della Russia alle preoccupazioni della NATO
La Russia è libera di schierare missili tattici Iskander “dovunque voglia” sul suo territorio, ha detto il 18 dicembre il ministro della Difesa Sergej Shojgu, durante un incontro con gli ufficiali della riserva nei corsi di addestramento (presso la Russia State Technological Institute), in risposta alle preoccupazioni dell’occidente. “Recentemente c’è un gran chiacchierare per aver messo degli Iskander in qualche posto sbagliato. Sul territorio della Federazione Russa, li metteremo dove ci aggrada“, ha detto. Il capo della Difesa ha anche aggiunto che la Federazione russa ha la tecnologia per reagire al dispiegamento dei sistemi di difesa missilistica degli Stati Uniti in Europa. “Non resteremo fermi a guardare passivamente lo schieramento della difesa antimissile (USA/NATO). I nostri progettisti ed impianti lavorano efficacemente e l’esercito russo possiede armi potenti, mobili ed efficienti“, ha detto Shoigu. “Non si creda alle voci secondo cui Russia è debole e non può fare nulla. Credetemi, è una bugia“, ha detto…

La posizione generale della Russia sulla questione
Già nel novembre 2011, quando gli Stati Uniti non accettarono di fare della difesa missilistica un progetto congiunto con la Russia, l’allora Presidente Dmitrij Medvedev annunciò piani radicali per affrontare ciò che Mosca considera una minaccia alla propria sicurezza nazionale. Disse che avrebbe dispiegato sistemi d’attacco nell’ovest e nel sud del Paese, così come per far stazione missili  Iskander nella regione di Kaliningrad, al fine di contrastare il rischio rappresentato dallo scudo di difesa missilistica europeo. Questo febbraio, il Colonnello-Generale Valerij Gerasimov, Capo di Stato Maggiore russo, ha detto che tutte le brigate missilistiche russe saranno armate con i sistemi Iskander entro il 2020. Mosca da tempo chiede garanzie giuridicamente vincolanti sul sistema di difesa missilistico, affinché non sia rivolto contro la Russia, ma gli Stati Uniti finora si sono rifiutati di fornire tale promessa. Per anni, la necessità di costruire lo scudo missilistico in Europa è stata giustificata dalla presunta minaccia da Paesi come l’Iran. Mosca aveva sperato che il sistema missilistico degli Stati Uniti venisse ritirato, con l’accordo firmato tra Teheran e i P5+1 il 24 novembre a Ginevra. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto che l’accordo nucleare dell’Iran con l’occidente non giustifica la realizzazione del sistema missilistico statunitense, da tempo propagandato in Europa. “Se l’accordo con l’Iran viene attuato, il motivo dichiarato per la costruzione dello scudo di difesa non avrà più ragione di essere“, ha detto Lavrov a Roma il 25 novembre (Il piano congiunto d’azione, concluso tra l’Iran e gli Stati membri del P5+1, riguardo il programma nucleare di Teheran). La soluzione del problema nucleare iraniano renderà inutile il dispiegamento della difesa missilistica in Europa. “Presumiamo che la soluzione dei problemi legati al programma nucleare iraniano debbano portare alla revisione del concetto statunitense della rete di difesa missilistica in Europa“, ha detto Lavrov durante “l’ora del governo” al Consiglio della Federazione, il 18 dicembre. “In effetti, la soluzione del problema nucleare iraniano eliminerà la premessa che giustifica la necessità di schierare la difesa missilistica in Europa“, ha detto (3). Ma i funzionari della NATO la pensano diversamente.
Il presidente Putin ha chiarito che tutte le forze nucleari strategiche russe devono essere invulnerabili a qualsiasi difesa antimissile. Rivolgendosi alla nazione sulla Costituzione, ha sottolineato che risolto il problema dell’Iran, la difesa missilistica diventa un’arma offensiva. Parlando nel suo indirizzo annuale sullo Stato della nazione, il 12 dicembre, Putin ha detto che la Russia è consapevole del fatto che il sistema di difesa missilistico statunitense, previsto per l’Europa orientale, sia difensivo solo di nome descrivendone il potenziale strategico offensivo. “L’incremento dei Paesi stranieri dei propri sistemi strategici non nucleari ad alta precisione e l’ampliamento della potenza della difesa antimissile, potrebbe rovinare i precedenti accordi sul controllo e la riduzione degli armamenti nucleari, portando a spezzare il cosiddetto equilibrio strategico” ha detto. “Nessuno dovrebbe illudersi sulla possibilità di superare militarmente la Russia“, ha detto Putin. “Non lo permetteremo mai.” Putin ha osservato che lo scudo missilistico “eroderà” l’equilibrio di potere mondiale. Ha detto che “ogni problema internazionale può e deve essere risolto con mezzi politici“. “Il programma nucleare iraniano serviva da scusa principale per schierare lo scudo missilistico“, ha detto Putin. “E cosa abbiamo adesso? Il problema nucleare iraniano svanisce mentre lo scudo missilistico rimane al suo posto. Anzi, viene ancora sviluppato.” Alla conferenza stampa annuale del 19 dicembre, Putin ha detto che la Russia non può non reagire al vero dispiegamento di armi statunitensi in Europa, compresi i sistemi di difesa antimissile. Secondo lui, non c’è nulla di nuovo sullo schieramento degli Iskander nella regione di Kaliningrad. Il Presidente ha sottolineato che la decisione finale non è ancora stata presa, ma la Russia non deve essere provocata, perché gli Iskander non sono l’unica arma, e neanche la più efficace, che la Russia possiede per difendersi.
In precedenza, in una riunione con il ministro della Difesa della Russia Shojgu, il 10 dicembre, ha detto che il Paese deve migliorare i suoi armamenti per mantenere la parità con “le nazioni leader nel modernizzare attivamente i loro arsenali.” Il ministro della Difesa Sergei Shojgu ha detto che la Russia continuerà il dispiegamento dei missili nucleari Iskander nella regione di Kaliningrad, la più occidentale del Paese, in reazione ai piani missilistici statunitensi.
Il presidente Putin ha citato lo scudo missilistico come uno dei motivi per cui la Russia deve mantenere un esercito forte, impegnandosi a spendere 23000 miliardi di rubli (700 miliardi dollari) entro il 2020 per aggiornare la difesa. La Russia ha sempre sospettato che gli Stati Uniti  implementano non dei sistemi di difesa missilistica in Europa, ma vere e proprie armi di Primo attacco. “Siamo ben consapevoli del fatto che il sistema di difesa missilistico è difensivo solo di nome, mentre in realtà si tratta di un elemento essenziale del potenziale offensivo strategico“, ha detto Putin al suo discorso all’Assemblea federale, aggiungendo che la Russia “segue da vicino l’evoluzione del cosiddetto “concetto di attacco nucleare disarmante” delle forze armate statunitensi”. Putin ha detto che il programma degli Stati Uniti è volto “a sconvolgere ciò che è noto come equilibrio strategico di potenza.” “Ne siamo ben consapevoli. E sappiamo cosa fare al riguardo“, ha avvertito Putin. L’11 dicembre il viceprimo ministro russo Dmitrij Rogozin ha avvertito che la Russia userà armi nucleari se venisse attaccata, aggiungendo che questa possibilità è il principale deterrente contro potenziali provocatori e aggressori. “Si può provarlo tutto il tempo che si vuole, schierando testate non-nucleari su vettori missilistici strategici. Ma si dovrebbe tenere a mente che se ci fosse un attacco contro di noi, certamente ricorreremo all’utilizzo di armi nucleari in certe situazioni, per difendere il nostro territorio e gli interessi dello Stato“, ha detto Rogozin, a capo dell’industria della Difesa, parlando alla Duma di Stato. (4)
Aleksej Pushkov, presidente della commissione Esteri della Duma di Stato russa, la camera bassa del parlamento, ha detto in un’intervista a Russia Today (RT), che fin dall’inizio la tesi occidentale che sostiene l’idea della BMD europea era “profondamente sbagliata”, e che gli argomenti su Corea democratica e Iran utilizzati per giustificare l’ABM statunitense in Europa “sono solo falsi.” “Il vero obiettivo è creare una nuova superiorità statunitense in Europa, per cercare di neutralizzare il potenziale nucleare russo, almeno in parte, e creare un nuovo legame tra gli Stati Uniti e l’Europa“, ha detto Pushkov. (5)
le notizie sullo schieramento di Iskander a Kaliningrad furono già segnalate. Il presidente russo Vladimir Putin e altri funzionari russi hanno parlato da anni di una mossa del genere sottolineando che si tratta della necessaria contromisura alla difesa antimissile della NATO/USA in Europa. La Russia fa ciò che dice. C’è ancora tempo per la NATO per affrontare seriamente il problema invece di esprimere sorpresa e preoccupazione per ciò di cui era stata debitamente avvertita.

1004784Note:
1. Izvestia
2. Strategic Culture
3. Voice of Russia
4. RussiaToday
5. RussiaTiday

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’arma più micidiale nell’arsenale della marina russa

Anton Valagin, RIR, 2 dicembre 2013

1469965I Marines russi operano dalle navi d’assalto, infliggendo la ‘morte nera’ (come i Marines sono chiamati) sul campo di battaglia. Queste navi hanno rampe di sbarco a prua e a poppa. Truppe e materiali militari vengono caricati sulla nave attraverso la rampa di poppa, in porto, mentre la rampa a prua viene utilizzata per sbarcare truppe e attrezzature direttamente in acqua, o anche su terreno su un punto adeguato (lo scafo viene zavorrato per questa ragione). L’imbarcazione è in grado di sbarcare truppe e attrezzature con mare forza quattro. Una grande nave da assalto è in grado di imbarcare un battaglione rinforzato di marines così come 80 veicoli militari, in media una compagnia di marines e 12 veicoli blindati. Il Zubr (Bisonte in russo) è un hovercraft d’assalto in grado di coprire 1000 miglia alla stessa velocità di un’auto e di sbarcare 360 truppe (o 10 veicoli corazzati da trasporto o 3 T-80 carri armati e 80 soldati) su quasi ogni spiaggia. La nave può fornire fuoco di copertura con salve di lanciarazzi, nonché dai sistemi d’artiglieria sei canne. La nave e le truppe sono protetti dagli attacchi aerei da quattro sistemi missilistici antiaerei Igla. Il Zubr è il più grande hovercraft del mondo e uno dei più veloci. Nei test è arrivato a 70 nodi (130 km/h), ma questa non è la sua velocità massima. La nave è propulsa da eliche azionate da turbine a gas dalla potenza combinata di 36000 hp e da quattro turbocompressori dalla potenza combinata di 24000 hp, che sollevano la nave sulla superficie dell’acqua. Un pilota controlla il vascello con una cloche di tipo aeronautico.

2s31Il Vena galleggiante
A causa delle idiosincrasie delle loro operazioni, tutti i blindati della marina russa possono galleggiare. In realtà il BMP-3F (Flotta) è stato testato e ma non ha avuto l’approvazione per entrare in produzione. La MGTU Baumann (Moskovskij Gosudarstvennij Tekhnicheskij Universitet – Università Tecnica Statale di Mosca) ha vinto un concorso per compiere ricerche per creare il futuro veicolo da combattimento dei Marines. Questo veicolo dovrà soddisfare le esigenze del nuovo concetto di sbarco ‘oltre l’orizzonte’ di soldati ed equipaggiamenti: truppe e attrezzature sbarcate dalla nave a 15-40 km dalla riva. In relazione a ciò, il veicolo deve possedere ottime qualità marine. “In effetti questo deve operare come una veloce imbarcazione in mare e come veicolo corazzato a terra“, ha spiegato il capo progettista del Centro Scientifico di Produzione per l’Ingegneria Meccanica Speciale presso l’Università Baumann, Sergej Popov. “Il problema principale era che i Marines non hanno mai avuto un veicolo da combattimento proprio, e di conseguenza non c’era una chiara comprensione di come questo veicolo debba essere. Produrre un veicolo simile a una variante terrestre non aveva significato.
I marines ancora utilizzano il BMP-3 standard. L’eccellente potenza di fuoco di questo veicolo data da un cannone da 100mm, un sistema lanciamissili, un cannone automatico da 30mm e una mitragliatrice, accompagna le sue scarse qualità marine. Dopo 30 minuti in acqua la tensione elettrica del BMP comincia a mancare. L’obice semovente galleggiante Vena fornisce una potenza di fuoco supplementare ai Marines. Il sistema di controllo del cannone da 120mm è automatizzato, e il computer è dotato di un sistema di navigazione per mappare il terreno calcolando i dati del tiro. L’alta potenza esplosiva dei colpi del Vena può essere paragonata alle munizioni da 152-155mm.
Tra l’altro l’eroe di Stalingrado, il cecchino Vasilij Zaitsev, era un marine, un sergente maggiore di prima classe della Flotta del Pacifico. A 1942 Zaitsev aveva personalmente ucciso 242 camicie brune di cui 11 cecchini, nonché l’asso tedesco e capo della scuola dei cecchini Heinz Thorvald che fu inviato a Stalingrado per dargli la caccia. I cecchini sovietici addestrati da Zaitsev uccisero 1106 soldati fascisti.
Le armi letali dell’arsenale della marina sono gli stessi marines. Secondo una legge non scritta un marine deve essere pronto al combattimento in ognuno dei tre ambienti: terra, mare e aria. I marines sono il più piccolo di tutti i rami delle forze armate. Il numero totale dei raparti suddivisi in ciascuna delle flotte russe non supera i 12500 effettivi. Inoltre, una compagnia di marines è uguale a un reggimento standard. Per sottolineare il carattere elitario di questa unità, i marines hanno una propria uniforme: basco nero, giubbotto nero, camicia di marinaio, pantaloni regolari e stivali. L’obiettivo principale dei marines è stabilire una testa di ponte a terra. Inoltre, la ‘morte nera’ viene spesso chiamata a svolgere impegnative missioni di combattimento lontano dalla riva. Per esempio durante la presa di Groznij, nel 1995, un battaglione dei marines della Flotta del Nord fu inviato a prendere d’assalto il palazzo di Dudaev. La prima bandiera russa ad apparire sulla facciata del palazzo era sulla giacca da marinaio del Tenente Igor Borisevich.

1013566Pubblicato la prima volta su Rossijskaja Gazeta.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come costringere l’opposizione armata siriana ai colloqui

Boris Dolgov Strategic Culture Foundation 22/11/2013

1234386I tentativi di distruggere la nazione siriana non hanno tregua dal marzo 2011, il che significa che sono ormai in corso da oltre due anni e mezzo. Durante questo periodo, molte decine di migliaia di persone hanno perso la vita (fino a circa 100000). Milioni sono i rifugiati, alcuni di questi sono profughi interni costretti ad abbandonare le case per sfuggire alle violenze dei gruppi armati anti-governativi che danno la caccia particolarmente alle minoranze religiose, cristiani, arabi, curdi e armeni. Molti vivono in condizioni di estrema difficoltà, e non hanno abbastanza da mangiare. In  conseguenza dei pogrom dei gruppi armati criminali che terrorizzano alcune regioni della Siria, l’infrastruttura produttiva del Paese è stata danneggiata. La crisi è aggravata dalle sanzioni imposte contro la Siria dagli Stati Uniti, da un certo numero di Paesi dell’UE, dalla Turchia e dalle monarchie del Golfo Persico. L’importo totale dei danni inflitti alla Siria nel conflitto equivale a quasi 100 miliardi di dollari, e gli esperti ritengono che la ricostruzione del Paese richiederà almeno 10 anni.
Quasi fin dall’inizio, il conflitto siriano non è stato un affare locale. L’incertezza data da una serie di problemi socio-economici e politici che scontentavano quote della popolazione fu abilmente sfruttata da forze esterne, fomentando il conflitto interno siriano finanziando e armando i gruppi estremisti e inviando mercenari stranieri in Siria. L’obiettivo dell’uso della forza esterna era rovesciare il governo di Bashar al-Assad, così come frammentare e distruggere la Siria in quanto alleato dell’Iran e del movimento Hezbollah. Secondo dati ufficiali, ci sarebbero attualmente più di 1000 gruppi armati antigovernativi operanti in Siria. Il numero totale di militanti coinvolti nell’assalto è oltre 70000. Un numero significativo di mercenari stranieri proviene da più di 80 Paesi da tutto il mondo, compresi Stati Uniti, Europa, Asia centrale, le regioni della Russia del Nord del Caucaso e del Volga. Chi supporta i “jihadisti” in Siria non nasconde il fatto che continuerà a  sostenerli. L’Arabia Saudita ha recentemente deciso di destinare ampie somme di denaro per addestrare altri mujahidin da inviare in Siria. Inoltre, sulla base delle dichiarazioni del presidente Obama, dovrei ricordare che il pianificato attacco militare degli Stati Uniti alla Siria non è stato annullato ma solo rinviato. Allo stesso tempo, un accordo di principio tra Russia e Stati Uniti sulla necessità della conferenza Ginevra-2 suscita la speranza che una soluzione politica alla crisi siriana possa essere trovata. La Siria adempie scrupolosamente a tutti i requisiti dell’accordo per il trasferimento della armi chimiche alla comunità internazionale, per distruggerle; tutto ciò viene confermato dai rappresentanti della Organizzazione Internazionale per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC). Il governo siriano ha ripetutamente espresso la volontà di partecipare alla conferenza di Ginevra 2. Damasco ha un approccio costruttivo sulla questione della soluzione politica in Siria, come confermato in una telefonata tra Bashar al-Assad e Vladimir Putin del 14 novembre 2013. Inoltre l’opposizione patriottica interna è disposta a dialogare con le autorità. Questa parte dell’opposizione siriana è composta dalle Commissioni di cooperazione, che includono i rappresentanti di 13 partiti; il Fronte Nazionale per il Cambiamento e Liberazione; la Coalizione delle Forze per il cambio pacifico che comprende 16 partiti; e i movimenti che esprimono gli interessi della comunità curda. I curdi hanno già formato i loro governi locali nelle zone che abitano nel nord della Siria.
Riguardo l’opposizione siriana esterna, rappresentata dalla Coalizione Nazionale delle forze di opposizione e rivoluzionarie (NCORF) che l’occidente si era affrettato a riconoscere come “unico legittimo rappresentante del popolo siriano“, ha dichiarato la volontà di partecipare alla conferenza di Ginevra 2, da un lato, ma dall’altro ha avanzato deliberatamente condizioni inaccettabili per coloro che desiderano partecipare alla conferenza, esigendo un termine per l’abbandono del potere da Assad. Il NCORF in nessun modo rappresenta tutta l’opposizione esterna. Vi è un certo numero di gruppi armati dell’opposizione che continua le azioni militari sia contro l’esercito siriano e sia tra essi, mentre terrorizzano la popolazione locale. Tra questi l’esercito libero siriano (ELS), che esplode dividendosi tra coloro che si affiancano alle forze governative e coloro che raggiungono gli islamisti radicali. I più grandi gruppi islamisti sono il Fronte Nusra e lo Stato Islamico della Siria, affiliati ad al-Qaida.
Il raggiungimento di una soluzione politica alla conferenza di Ginevra 2 (se ha luogo) è una questione relativamente complessa. Allo stesso tempo, se c’è volontà politica, in primo luogo da parte dei leader delle maggiori potenze e dei centri regionali di potere, trovare una soluzione alla crisi siriana è del tutto possibile; il ministro degli Esteri russo ha annunciato che “l’opposizione esterna siriana non deve essere convinta a partecipare ai colloqui, deve esservi costretta.” Ma come farlo? Dichiarando attraverso l’ONU che solo le forze politiche che s’impegnano a cessare di combattere e ad avviare il dialogo nazionale, saranno riconosciute come legittimi rappresentanti del popolo siriano. Stabilendo un cessate il fuoco tra tutte le parti che si deve rispettare. Quei gruppi che si rifiutano di rispettare il cessate il fuoco dovrebbero essere riconosciuti, sempre attraverso le Nazioni Unite, quali organizzazioni terroristiche (il Fronte Nusra, per inciso, è già nella lista degli Stati Uniti di tali organizzazioni). In accordo con la risoluzione delle Nazioni Unite, le sanzioni internazionali dovrebbero essere imposte contro le organizzazioni terroristiche e i loro sponsor…
Tenendo a mente il crescente ruolo della Russia in Medio Oriente, la diplomazia russa potrebbe svolgere un ruolo di primo piano nel risolvere la crisi siriana, soprattutto dato che la crisi ha già un impatto diretto sugli interessi della sicurezza nazionale della Russia.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.




Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sudan: sull’orlo di un nuovo conflitto?

Vitalij Bilan, New Oriental Outlook 19/11/2013

northern-southern-sudan-mapAlla fine di ottobre, la tribù pro-Sud Sudan Ngok Dinka, nella provincia contesa di Abyei, ha cominciato a votare unilateralmente l’adesione del territorio. La notizia ha provocato grande rabbia a Khartoum e tra i leader della tribù nomade Misseriya, che controlla e attraversa il territorio della provincia più volte l’anno con le sue mandrie. Quest’ultima ha già dichiarato che il suo esercito di 30000 uomini è “pronto con le armi” a difendere l’integrità territoriale del Sudan, se i Ngok Dinka proclamano l’Abyei parte del Sud Sudan. Considerando il fatto che il mandato delle Nazioni Unite per l’Interim Security Force per l’Abyei (UNISFA) termina a fine novembre, la ripresa delle ostilità tra Khartoum e Juba é sempre più reale. Sembrerebbe, dal punto di vista europeo, che in questo momento non vi possa essere un conflitto militare tra Nord e Sud Sudan. E, in effetti, entrambi i Paesi sono reciprocamente dipendenti dai “petrodollari” che sostengono sia il Nord che il Sud (95% e 98% delle rispettive entrate). Inoltre, il monopolio attuale di Khartoum del trasporto di petrolio dal Sud Sudan è, in sostanza, un fattore chiave per evitare una nuova guerra civile. Oltre a ciò, un altro motivo per cui i due Paesi sembrano tollerarsi è la situazione socio-economica in entrambi i Sudan. Dalla crisi finanziaria globale, e in particolare negli ultimi due anni, notevoli problemi sono sorti nell’economia sudanese, collegati prima di tutto alla grave “fuga” di capitali all’estero. A causa di ciò, la guerra tra Nord e Sud Sudan, nonostante la questione urgente del possesso della regione di Abyei, ricca di petrolio, sembra improbabile per mancanza di fondi per poter avviare una tale guerra. Tuttavia, l’esperienza ha dimostrato che la logica occidentale applicata al territorio sudanese, vacilla seriamente.
Il previsto fallimento dei negoziati tra Nord e Sud Sudan sulla demarcazione dei confini e sui diritti di estrazione e trasporto del petrolio, hanno avuto le massime ripercussioni sui rapporti tra Khartoum e Juba. Di conseguenza, nel marzo dello scorso anno si ebbe il più grande scontro armato dalla guerra civile del 1983-2005 tra i due Paesi. Ad aprile le truppe del Sud Sudan sequestrarono il giacimento petrolifero di Heglig nella provincia di Abyei e respinsero un massiccio contrattacco  delle truppe di Khartoum. In risposta, il parlamento sudanese adottava una dichiarazione formale in cui il Sud Sudan veniva definito Stato nemico. In generale, la situazione era peggiorata al massimo. Fu solo l’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l’adozione della risoluzione sul ritiro dei militari del Sudan e del Sud Sudan da tutti i territori contesi, che in qualche modo ridusse la tensione. Poi di nuovo, il tempo ha dimostrato che la “questione Abyei” è duratura. E’ ben noto che la regione di Abyei è fonte di circa il 55% della produzione totale di petrolio del Sudan settentrionale. In realtà, questo è il motivo principale per cui Khartoum ha fatto tutto il possibile per evitare che il voto per l’indipendenza del Sud Sudan si svolga dal gennaio 2011, insistendo sul fatto che i nomadi della tribù Misseriya, fedeli al nord, partecipino al referendum. Per lo stesso motivo, il petrolio, il Sudan ha inoltre installato truppe nella zona, causando grande scalpore a Juba. Quindi, di conseguenza, la firma dell’accordo nel giugno 2011 ad Addis Abeba, ridusse le tensioni, chiedendo ad entrambe le parti di ritirare immediatamente le truppe da Abyei, per formare un’amministrazione congiunta presieduta da un rappresentante nominato da Juba, ed eleggere un parlamento, guidato da un rappresentante di Khartoum. Tuttavia, i negoziati sull’attuazione di questi requisiti, inizialmente in fase di stallo, terminarono in una situazione di stallo completo. Juba ha chiesto che Khartoum prima ritiri le sue truppe rimanenti da Abyei, per poi procedere nella creazione dell’organo amministrativo. In risposta, il Sudan, parlando attraverso il suo ministro degli Esteri, Ali Karti, replicava che accettava di ritirare le proprie truppe dalla zona contesa solo dopo la creazione dell’amministrazione congiunta con il Sud Sudan.
Lo scorso autunno, l’Unione africana ha proposto d’indire un referendum sullo status del distretto di Abyei, senza la partecipazione dei rappresentanti della tribù Misseriya che vivono nella zona pochi mesi l’anno. Ma il governo sudanese prevedibilmente respinse la proposta, dicendo che “viola i precedenti accordi”, dato che solo la Commissione per il Referendum ha il diritto di determinarne i partecipanti. Rendendosi conto della futilità della situazione, e comprendendo che a causa del collasso economico completo e della successiva carestia, il Paese potrebbe semplicemente disintegrarsi tra piccole fazioni in lotta, gli ex guerriglieri ed attuali governanti di Juba hanno seguito la collaudata strada della propaganda, proprio come nella guerra civile del 1983-2005, in stile “Alzati, grande Paese.” In particolare, s’è registrato un significativo aumento del reclutamento di contadini locali nell’Esercito di liberazione popolare del Sudan. Il programma di “addestramento militare totale” è stato introdotto, e l’indottrinamento pervasivo della popolazione sul “regime criminale” di Khartoum continua, alimentando anche ogni sentimento separatista in Darfur, Sud Kordofan e Nilo Blu. Così, cosa pianifica Juba per aver così bruscamente puntato alla militarizzazione totale della popolazione? Con ogni evidenza, conta su una “piccola guerra vittoriosa” in un primo momento e poi, quando l’economia del Paese andrà veramente male, su Parigi e le sue ambizioni da principale “guida” se non di tutto il continente africano, almeno della sua parte settentrionale. Si segnala che, nel contesto della “pratica” politica africana della Francia, il Sud Sudan ha recentemente iniziato ad occupare un ruolo principale nella direttiva africana della politica estera francese, considerando i suoi giacimenti di idrocarburi. In particolare, la società francese Total è diventata un elemento chiave del petrolio in Sud Sudan e ha annunciato la sua intenzione, nel prossimo futuro, di triplicare l’attuale produzione di petrolio, così come di costruire “il più rapidamente possibile” l’oleodotto alternativo al Nord Sudan che attraversa il Kenya verso l’Oceano Indiano. (La Cina progetta la costruzione di una raffineria in Kenya, da circa 1,5 miliardi di dollari). Ma Juba dovrebbe tener conto del fatto che l’attuale inquilino del Palazzo dell’Eliseo, Hollande, a differenza del suo onnipresente predecessore Sarkozy, sembra preoccuparsi al momento dei problemi interni della Francia e dell’Unione europea. Poi c’è un’altra questione: Hollande  raffredderà ulteriormente i rapporti con Washington, che ha una visione diversa da quella di Parigi sulla risoluzione dei problemi del Sudan? In cima a tutto il resto, un peggioramento dei rapporti tra Parigi e Washington è stato recentemente osservato in relazione alla visione quasi diametralmente opposta sulla questione della pace nella provincia sudanese del Darfur. Hollande certamente comprende che le differenze tra gli interessi statunitensi e francesi in Sudan, e il potenziale accordo tra i principali governi interessati ai problemi del Sudan (Cina, Qatar, Arabia Saudita e Iran) potrebbero diventare un grave fattore di rischio per lo sviluppo dello scenario “ottimista” di questa situazione.
Tutto ciò, naturalmente, non necessariamente inasprirebbe lo stato d’animo dei governanti attuali di Juba. Ma qui, come a Khartoum, sembra che ancora non ne se abbia abbastanza di combattere dopo decenni di guerra civile. Così ancora una volta, un umore esaltato e militarista inizia a dominare, potendo far esplodere la situazione già instabile della regione.

Vitalij Bilan, dottore-ricercatore in Storia, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La scacchiera economica mondiale e il ruolo del BRICS: Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa

Jayati Ghosh, Global Research, 10 novembre 2013

bricsNonostante le sue strane origini e alcuni gravi sfide, il blocco dei Paesi emerso nella scena internazionale con l’acronimo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), ha il potenziale per essere una forza positiva nel mondo economico. Strane cose accadono nel mondo. Immaginate un gruppo di Paesi sparsi nel mondo che si forma per il semplice motivo che un analista di una banca d’investimento decide che questi Paesi hanno alcune cose in comune, come il potenziale di crescita futura, e quindi crea un acronimo con i loro nomi! Bizzarro, ma vero. La categorizzazione originaria dei Paesi BRIC (da un articolo del 2001 di Jim O’Neill della Goldman Sachs) conteneva solo Brasile, Russia, India e Cina. Descrisse i Paesi con il maggior potenziale di crescita economica per la prima metà del 21.mo secolo, sulla base di caratteristiche come la dimensione della popolazione e quindi del mercato potenziale; la demografia (prevalentemente giovani popolazioni con probabili decrescenti rapporti di dipendenza), i tassi di crescita recenti e l’accettazione della globalizzazione. Così la Cina è diventata il più importante esportatore mondiale di beni manufatti (cosa che in effetti si è già verificata), l’India principale esportatore di servizi (il che non è avvenuto come previsto, anche se resta importante) e la Russia e il Brasile che avrebbero dominato come esportatori di materie prime.
In un processo che da allora ha sorpreso molti, questa dichiarazione iniziale catturò l’immaginazione non solo della comunità finanziaria globale e dei media mainstream, ma anche dei responsabili politici di quegli stessi Paesi! Anche se geograficamente separati, ed economicamente e politicamente distinti, dai diversi livelli di sviluppo e con non così forti legami economici, all’epoca questi Paesi cominciarono a vedersi come un gruppo, soprattutto per gli investitori stranieri e i media. Il gruppo ebbe il suo primo vertice nel giugno 2009 a Ekaterinburg, in Russia. Nel 2010 il Sudafrica vi fu incluso (su spinta della Cina). I BRICS allargatisi da allora hanno tenuto dei vertici a Brasilia, in Brasile, nel 2010; a Sanya, in Cina, nel 2011; a Nuova Delhi, in India, nel 2012; e a Durban, in Sud Africa, nel 2013. I BRICS hanno 3 miliardi di abitanti, un PIL totale di circa 14.000 miliardi dollari e circa 4.000 miliardi dollari di riserve in valuta estera. Ogni Paese è di fatto un leader sub-regionale. Naturalmente, questo non significa che non ci siano altri candidati potenziali a un’adesione. Infatti, molti Paesi sono spesso citati come possibili membri del gruppo allargato, sulla base della loro importanza economica globale, attuale e potenziale, per esempio Corea del Sud e Messico (entrambi membri dell’OCSE), Indonesia, Turchia, Argentina. Il BRICS è una delle numerose nuove iniziative dei diversi Paesi del mondo per rompere l’asse settentrionale: G-12 (G20-G8), IBSA, BASIC (BRICS meno 1) e così via. Mentre l’origine del gruppo può essere disomogenea, i Paesi sono infatti notevolmente diversi, vi sono alcune importanti analogie. Successivamente, infatti, questi Paesi hanno mostrato notevole interesse a incontrarsi periodicamente, collaborando e trovando alcune sinergie e nuove modalità di cooperazione. Così il commercio tra i Paesi BRICS è salito dopo essersi riconosciuti in quanto raggruppamento (anche se naturalmente questo è un periodo in cui gli scambi si sviluppano e i mercati emergenti in generale crescono molto più velocemente del commercio mondiale aggregato). Anche gli investimenti sono cresciuti, soprattutto con il coinvolgimento cinese in diversi Paesi e un certo interesse mostrato dal grande capitale indiano. E più recentemente vi sono stati altri movimenti che suggeriscono interesse per nuove e ulteriori forme di stretta interazione e coordinamento economico-politici. Recentemente hanno agito in concerto su diverse piattaforme internazionali, ancor più di recente hanno raccolto  75 miliardi di dollari per il Fondo monetario internazionale (un FMI sottoposto al voto di riforma). Altre iniziative economiche includono l’accordo per attuare il commercio bilaterale nelle rispettive valute, e piani per una banca di sviluppo. Vi sono state anche dichiarazioni a favore di un approccio comune in politica estera, in particolare in risposta alle politiche europee e statunitensi in Medio Oriente e altrove.
In realtà c’è un grande potenziale in questi cinque Paesi che non solo si uniscono per affrontare questioni globali, ma forse ancora più significativamente imparano a riconoscersi a vicenda. Per esempio, l’India ha molto da apprendere dal Brasile e dalla Cina in materia di sviluppo bancario. A partire dai primi anni ’90, l’India decise di distruggere il potenziale delle proprie banche di sviluppo, sia in agricoltura che nell’industria, ma c’è ancora spazio per il loro rinnovamento e ringiovanimento. E l’esempio del Brasile, in particolare della Banca di sviluppo brasiliana (BNDES), nell’attivare aree e promuovere attività non solo attraverso gli incentivi determinati dal mercato, e ciò potrebbe fornire alcune indicazioni su come ciò possa verificarsi anche in un ambiente molto aperto e in un’economia diretta dal mercato. Allo stesso modo, ci sono zone in cui altri Paesi BRICS potrebbero apprendere dall’India, mentre la descrizione dell’operato della South African Development Bank illumina la strategia nella creazione di strutture finanziarie e dei meccanismi per promuovere la ‘green economy’ attraverso attività e tecnologie ecologicamente desiderabili. Vi sono anche grandi possibilità per la condivisione di tecnologia e anche per lo sviluppo coordinato della tecnologia, in un mondo in cui i diritti di proprietà intellettuale sono ancora in gran parte controllati dalle multinazionali del Nord, apparsi come uno dei principali ostacoli allo sviluppo. Vi è anche un grande potenziale per flussi di capitale tipo ‘Piano Marshall’, da Paesi in surplus verso Paesi in deficit (anche esterni ai BRICS), per consentirgli di sopportare l’impatto della recessione globale, e una Banca BRICS potrebbe essere un primo passo in questa direzione.

Sfide comuni
Ma non sono solo il confronto di esperienze recenti e la reciproca comprensione degli altri approcci a poter essere importanti. Nonostante le molte differenze, i Paesi BRICS affrontano alcune sfide comuni, e dell’urgenza di queste sfide può beneficiarne la cooperazione nello sviluppo di nuove strategie. Almeno quattro di queste sfide meritano menzione, come alcune possibilità di un’azione combinata per affrontarle.
Il primo è la crisi globale continua e la quasi certezza che le economie del Nord (Stati Uniti e d Europa in particolare), difficilmente forniranno stimoli positivi all’economia globale. Per i BRICS, questi Paesi continuano a dominare come destinatari dell’esportazione e l’effetto domino del calo dei mercati del Nord deve essere accettato. Quindi, chiaramente, vi è la necessità di diversificare le esportazioni, un processo già iniziato ma ancora bisognoso di un lungo cammino. Naturalmente il commercio bilaterale nelle rispettive valute incoraggerebbe l’attività di negoziazione tra i BRICS, e ciò è auspicabile. Ma lo stato attuale dell’economia mondiale suggerisce la necessità di una maggiore ambizione. In particolare, è chiaramente il momento per una sorta di ‘Piano Marshall’ per il mondo in via di sviluppo e i Paesi BRICS (in particolare Cina e Russia) sono nella posizione ideale per attuare questo processo. Ciò comporterebbe lo sviluppo di meccanismi per finanziare le importazioni dei Paesi a basso reddito e sottosviluppati, offrendo allo stesso tempo un mercato ad altri Paesi in via di sviluppo e maggiore potenzialità di sviluppo per i Paesi beneficiari. Le altre sfide sono più interne, ma sorprendentemente comuni a tutti i BRICS. Il processo di crescita recentemente è stato sostanzialmente associato all’aumento del reddito e alla disuguaglianza patrimoniale (non in Brasile, che ancora una volta fornisce alcune lezioni agli altri, ma in cui il coefficiente di Gini rimane ancora tra i più alti al mondo). Ora è più evidente che tale disuguaglianza è socialmente ed economicamente disfunzionale ed inoltre dà luogo a tensioni politiche che possono essere ancora più dannose. Quindi vi devono essere misure per affrontarle. L’inadeguata generazione di occupazione produttiva era un elemento centrale del passato processo di crescita, ed era chiaramente collegato alla crescente disuguaglianza. Le politiche economiche nei Paesi BRICS deve preoccuparsene, in particolare del modo di promuovere maggiori opportunità per lavori dignitosi. Un altro aspetto importante della disuguaglianza era la disparità di accesso ai servizi sociali di base e di utilità. Le strategie di privatizzazione e la riduzione della spesa pubblica in tutti i Paesi BRICS, hanno non solo ridotto l’accesso ai poveri, ma anche creato disuguaglianze enormi. È sempre più necessario che strategie innovative promuovano la fornitura universale dei necessari servizi e utilità.
Infine, la recente crescita nei Paesi BRICS è stata associata al boom immobiliare, ed è interessante notare che tale boom è anche in via di riduzione in tutti i cinque Paesi. Ciò crea ogni sorta di difficoltà, sia in termini di perdite occupazionali, nonché nella salute del settore finanziario, ed è particolarmente irritante data la continua carenza di adeguati alloggi di massa. Tutti questi Paesi avranno bisogno di strategie efficaci per far fronte a tale sfida, anche mentre continuano a promuovere alloggi di massa a prezzi accessibili e di migliore qualità, e quindi sicuramente vi sono opportunità per una creatività politica che possa essere condivisa.

Relazioni Sud-Sud
290_BRICS Quali i rapporti dei BRICS con gli altri Paesi del Sud del mondo? Due questioni sono importanti. La prima è se i BRICS o il G20 ignoreranno o sostituiranno il G77 o i maggiori enti dei Paesi in via di sviluppo, le cui voci sono fin troppo di rado sentite nella politica internazionale. Questa è una preoccupazione, ed è importante per i BRICS affrontarla direttamente. Il recente tentativo del Sud Africa d’includere molte altre nazioni africane in qualità di osservatori o partecipanti, al recente vertice BRICS, è stato in questo senso benvenuto, ma la domanda assillante è se ciò fosse semplicemente un tentativo cosmetico o suggerisse realmente una più ampia rappresentanza. La seconda questione è se i rapporti dei Paesi BRICS con gli altri Paesi del Sud segua modelli desiderabili o semplicemente replichi l’interazione Nord-Sud. Un tempo si credeva che l’interazione economica tra i Paesi in via di sviluppo (integrazione Sud-Sud ) sarebbe stata necessariamente più vantaggiosa rispetto ai rapporti Nord-Sud. Dopo tutto, l’interazione economica Nord-Sud per lo più riproduceva la divisione globale del lavoro emersa dalla metà del 20.mo secolo: il mondo in via di sviluppo specializzato in prodotti di base e manufatti ad alta intensità di lavoro (e quindi minore produttività), mentre il Nord mantiene il monopolio della produzione ad alto valore aggiunto. Al contrario, il commercio e gli investimenti tra i Paesi del sud del mondo avrebbero dovuto consentire una maggiore diversificazione per via della superiore omogeneità nello sviluppo, creando maggiori sinergie. Tuttavia, i recenti modelli economici globali hanno indotto molti a mettere in discussione tali facili generalizzazioni. L’emergere dei Paesi dell’Asia orientale (in particolare Cina) come giganteschi centri di produzione, è stata guidata in misura significativa dal commercio e dall’investimento Nord-Sud. Anche l’interazione tra PVS non ha sempre seguito le linee previste. Le accuse di ‘nuovo colonialismo’ sono ora più comuni, soprattutto al Nord ipocrita, ma anche nel Sud. Non ci sono dubbi sul fatto che gruppi come i BRICS l’alimenteranno, soprattutto controllando i loro vicinato e i Paesi in via di sviluppo più deboli.
Quindi vi sono crescenti timori sul commercio e gli investimenti dei BRICS nei Paesi in via di sviluppo più poveri, per cercare di sfruttarne le risorse naturali, di sottrarle in modo ecologicamente dannoso ed intrinsecamente iniquo, e con scarso beneficio per le popolazioni locali. Vi sono preoccupazioni che le esportazioni più economiche di questi Paesi semi-industriali compromettano la competitività della produzione locale nei Paesi più poveri, causando ulteriori cambiamenti negli esportatori di beni primari e l’arresto della crescita, in tal modo, del loro processo di sviluppo. Si dice che il dumping della Cina dei suoi prodotti, nelle economie di tutto il mondo, e l’utilizzo delle eccedenze risultanti, la portino ad investire e aiutare regimi autoritari che consentono l’accesso alle proprie risorse naturali. Analogamente investitori aziendali indiani sarebbero impegnati a comprare grandi terreni nei Paesi del Nord Africa, comportandosi da predatori altrove. Molti recenti accordi commerciali e d’investimento sud-sud (e processi risultanti) sono simili a quelli infausti Nord-Sud, non solo in termini di tutela assicurata agli investitori istituzionali, ma anche verso i diritti della proprietà intellettuale! Come sempre, la realtà è complessa. I principali Paesi esportatori crescono meglio nella concorrenza tra imperialisti o commercianti, dato che ciò consente migliori termini nelle esportazioni. Anche i rapporti della Cina con i Paesi più poveri non si basano sul controllo coloniale del potere politico, ma su altre condizioni di mercato. Nuovi centri di produzione, con l’aumentare della domanda delle importazioni, hanno consentito ai Paesi meno sviluppati un accesso indiretto al mercato del mondo sviluppato, mentre la rapida crescita dei BRICS ha portato alla rapida crescita dei mercati interni da cui questi Paesi traggono vantaggio. Ciò fornisce una fonte importante per lo stimolo della domanda, anche se i Paesi sviluppati sono sempre più impantanati nella crisi finanziaria e nella stagnazione economica.
Il punto essenziale è che non è l’interazione economica in sé, ma la sua natura a doversi considerare.  L’assai recente interazione Sud-Sud (compresa tra i BRICS) è stata di carattere aziendale,  determinandone la focalizzazione su commercio ed investimenti, e incoraggiando particolari modelli commerciali e di investimenti. Quando le imprese hanno interessi simili nel mondo (il perseguimento del profitto), non sorprende che i più vecchi modelli Nord-Sud vengano replicati. Ma sicuramente l’attenzione dovrebbe puntare a democratizzare l’interazione stessa, comprendendo le modalità in cui i flussi commerciali e degli investimenti possano essere modificate per sottolineare la creazione di posti di lavoro dignitosi. Per questo è necessario un cambiamento di direzione, sia all’interno che al di fuori dei BRICS. Il potenziale per un cambiamento positivo esiste, ma il processo deve essere più orientato verso i popoli, e meno determinato dal profitto. In definitiva, la diversificazione economica a più alto valore aggiunto e con attività ecologicamente sostenibili, rimane la chiave per la crescita e lo sviluppo non solo dei Paesi BRICS, ma anche degli altri Paesi in via di sviluppo. Questo periodo di flusso globale in realtà offre la preziosa occasione per incoraggiare e sviluppare nuovi modelli per far avanzare tali strategie attraverso la cooperazione.

Jayati Ghosh è professore di economia alla Jawaharlal Nehru University di New Delhi.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Kenya: futura via d’ingresso della Cina in Africa per sostituire il dollaro?

Elisabetta Studer, Le blog Finance - Réseau International, 30 settembre 2013

china-kenya-guardMera coincidenza? Mentre il Kenya è stato teatro di un attacco terroristico particolarmente letale, i cui retroscena potrebbero riservare delle sorprese, va notato che Nairobi attualmente mette in discussione la supremazia del dollaro, con una particolare svolta verso lo yuan cinese. Il Kenya dovrebbe presto ospitare un fondo valutario della divisa cinese nella propria Banca Centrale che, in tal caso, sarebbe la prima nel continente africano. Neanche se Pechino invadesse passo passo, da Nord a Sud, l’Africa. Naturalmente, questo passaggio non deve far dimenticare completamente il dollaro, ma ciò non è benvisto da Washington, quand’anche il governo si ritrovi ad affrontare, ancora una volta, il muro del bilancio.
Attualmente, le transazioni valutarie cinesi non sono molto diffuse tra gli imprenditori africani, essendo i commercianti attaccati in ogni senso alla flessibilità del biglietto verde. Se gli africani possono già ottenere quotazioni delle rispettive valute verso lo yuan, un fondo valutario metterebbe fine all’obbligo di pagamento in dollari, riducendo i costi e accelerando le operazioni. Tramite una tale operazione, il Kenya sarebbe simbolicamente un ponte tra il mondo delle imprese del continente africano con la Cina, l’imperatrice economica dell’Asia, anche se ancora gli inizi restano modesti. Tali tipi di scambi sono anche i primi realizzati al di fuori del continente asiatico. Ma la concorrenza potrebbe già infuriare nel continente africano, in particolare avendo la Nigeria delle riserve in yuan. Il Sud Africa viene anche indicato come potenziale ospite della riserva valutaria, hanno detto dei funzionari, tuttavia un tale piano non è stato ancora preso in considerazione.
Ad agosto, il ministro delle Finanze keniota Henry Rotich faceva capire che la proposta del governo del Kenya consisteva principalmente nel dimostrare l’entità del mercato finanziario del Kenya… per rendere interessante il progetto.., promuovendo la fiducia dei mercati e degli investitori. Una situazione ormai fortemente compromessa dall’attacco terroristico, avvenuto pochi giorni fa, al Westgate. “Vediamo questo progetto del fondo valutario, in modo molto positivo, e credo che sia molto importante per il Kenya creare un centro finanziario nel suo territorio, per trattare la valuta cinese“, indicava l’ambasciatore cinese in Kenya Liu Guangyuan, il 18 settembre a Nairobi, poche ore prima dell’assalto mortale al centro commerciale. Fu lo scorso agosto che la volontà di Nairobi venne resa pubblica, quando il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, aveva avanzato la proposta nel corso di una visita a Pechino, questa estate.
Ricordiamo che la Cina ha già concordato con il Giappone di stabilire la diretta convertibilità yen-yuan nelle transazioni bilaterali. Studi sono stati condotti in parallelo nel gruppo BRICS per rivedere la supremazia del dollaro e dell’euro sul mercato internazionale. Il Kenya potrebbe diventare una delle prime regioni del mondo a sperimetarlo. Cosa che sconvolge alcuni…

Fonti: Reuters, legriot.info

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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