La crisi ucraina diventa nucleare. L’assalto neonazista alla centrale nucleare di Zaporozhe

Tony Cartalucci Global Research, 17 maggio 2014

Notizie affermano che circa 20 membri del fronte neo-nazista Fazione destra, hanno tentato d’assaltare la centrale nucleare di Zaporozhe, nella città di Energodar, provincia di Zaporozhe. Voce della Russia ha riportato, in un articolo intitolato “Fazione destra tenta di sequestrare la maggiore centrale nucleare ucraina“, che: “I poliziotti della città di Energodar hanno arrestato 20 attivisti di Fazione destra che cercavano di sequestrare la centrale nucleare di Zaporozhe. Secondo il capo della filiale di Zaporozhe dell’organizzazione, i militanti avevano paura che la città cadesse in mano ai sostenitori della federalizzazione.”

800px-Kernkraftwerk_SaporischschjaLa centrale nucleare ucraina di Zaporozhe con i suoi sei reattori è la più grande d’Europa e la quinta nel mondo. Con il ricordo del disastro di Chernobyl, 20 militanti neo-nazisti di Fazione destra che tentano d’assaltare la struttura sono una minaccia per gran parte dell’Europa e la Russia occidentale, una minaccia fabbricata dalla NATO per avere il pretesto d’intervenire direttamente in Ucraina.

Fazione destra, insieme ad altri fronti neo-nazisti, ha guidato le violenze che hanno rovesciato il governo legittimo dell’Ucraina tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, in ciò che viene chiamata  protesta di “Euromajdan”. Fazione destra da allora è un’organizzazione paramilitare usata da Kiev nel tentativo di affermare il controllo sul resto del Paese. La sua lunga serie di atrocità ha portato Kiev e i suoi sostenitori della NATO a negare sempre più i legami con il fronte estremista, tuttavia è chiaro che il gruppo opera a livello nazionale e in tandem con le forze di sicurezza fedeli a Kiev. Vicino alla provincia di Zaporozhe, il Donetsk assieme alla provincia di Lugansk, ha recentemente tenuto un referendum che ha portato all’autonomia da Kiev e a più stretti legami con la Russia. Zaporozhe, posta tra Donetsk e la Crimea ora russa, potrebbe essere la prossima provincia a sfuggire al regime illegittimo che attualmente occupa Kiev.

L'”opzione nucleare” della NATO
L’assalto della centrale nucleare di Zaporozhe da parte dei neo-nazisti può apparire un atto di estrema irresponsabilità compiuta da ottusi pericolosi delinquenti, ma l’operazione può avere uno scopo molto più sinistro. Su un articolo della Reuters del 7 maggio, intitolato “Esperti della NATO consigliano l’Ucraina sulla sicurezza degli impianti nucleari“, si afferma: “Esperti della NATO hanno visitato l’Ucraina per consigliare le autorità sul miglioramento della sicurezza delle centrali nucleari, gasdotti e altre infrastrutture critiche tra crescenti violenze e timori di un conflitto con la Russia, hanno detto i funzionari”. L’articolo continua: “Alla domanda se lo studio è dovuto ai timori di Kiev di un intervento russo in Ucraina, Dolgov ha detto che uno dei motivi è “la possibile destabilizzazione” della zona in cui si trovano infrastrutture strategiche”. L’Ucraina ha saputo dall’agenzia nucleare delle Nazioni Unite, a marzo, di rafforzare la protezione delle sue centrali nucleari, per la “grave minaccia alla sicurezza” del Paese rappresentata dai militari russi. La ribellione nell’est ha sollevato la prospettiva che l’Ucraina, Paese di circa 45 milioni di abitanti e delle dimensioni superiori alla Francia, possa essere trascinata addirittura in un guerra civile. E forse l’affermazione più eloquente di tutte sostiene: “L’Ucraina non è un membro della NATO e l’alleanza ha detto che non vi sarà coinvolta militarmente. Ma l’Ucraina e la NATO hanno aumentato la cooperazione e l’Ucraina ha chiesto alla NATO equipaggiamenti non letali, come uniformi”. Infatti, l’Ucraina non è un membro della NATO, ed è quasi inconcepibile con quali circostanze le truppe della NATO possano entrare in territorio ucraino, quasi inconcepibile. Ma la minaccia a uno o più dei 15 reattori nucleari in Ucraina potrebbe dare alla NATO il pretesto necessario per schierare truppe in Ucraina, in particolare nella parte orientale, dove Kiev non riesce a imporsi. Mentre la NATO non può giustificare l’intervento diretto nella crisi politica interna ucraina, può tentare di sfruttare il pretesto della minaccia diretta di una catastrofe nucleare ai membri della NATO. L’Ucraina subì il più grave incidente nucleare della storia umana, quando nel 1986, appena a nord di Kiev, un reattore della centrale nucleare di Chernobyl esplose, esponendo milioni di persone alla contaminazione radioattiva in Ucraina, Russia ed Europa. Il reattore continua a costituire una minaccia alla salute umana e all’ambiente anche oggi. Con tale catastrofe in mente, la NATO può credere che, provocando un rischio alla sicurezza dei rimanenti reattori dell’Ucraina, in particolare dell’impianto di Zaporozhe, il più grande d’Europa, può suscitare abbastanza paura e supporto a un possibile intervento nella provincia di Zaporozhe, impedendo alle forze anti-Kiev di staccare la regione da Kiev, come a Donetsk, Luhansk e Crimea.

Il gioco pericoloso della NATO minaccia l’umanità
Che la NATO in realtà tenti o meno di creare intenzionalmente minacce alle centrali nucleari dell’Ucraina, come pretesto per intervenire direttamente in Ucraina, è irrilevante. Sostiene direttamente il regime di Kiev organizzando e continuando a sostenere Fazione destra, che attualmente crea tali minacce. Tuttavia, la NATO era responsabile dell’attacco chimico a Damasco, in Siria, nell’agosto 2013, e l’idea che la NATO fabbrichi un pretesto simile in Ucraina non è irrealistica. L’incapacità della NATO nel condannare e rompere i legami con il regime a Kiev, permette alla minaccia di Fazione destra di persistere. La soluzione, allo stesso modo, non è più l’intervento della NATO nel resto dell’Ucraina, ma piuttosto il disfacimento del regime illegale messo al potere a Kiev, in primo luogo.
Il disastro di Chernobyl coinvolse un solo reattore. Zaporozhe ne ha sei. Minacciando la sicurezza e  dell’impianto di Zaporozhe sia direttamente, come manovra per intervenire, o indirettamente,  puntellando il regime che ha creato e continua ad usare Fazione destra per integrare le sue forze di sicurezza, mette in pericolo il mondo intero. Il fallout da Zaporozhe, in caso di catastrofe, potrebbe avere effetti su milioni di abitanti in Europa, Russia e Eurasia. Nel caso l’impianto di Zaporozhe  continui ad essere messo in pericolo, è molto più realistico e giustificabile che la Russia, e non la NATO, si mobiliti, dispieghi o supporti le forze di sicurezza nella provincia di Zaporozhe, fornendo un’ampia protezione. Per la NATO, se un pretesto per intervenire è l’obiettivo, richiederà tempo e non potrà mai concretizzarsi del tutto considerando i suoi fallimenti in Siria e la mancanza di fiducia e legittimità ora dominanti. Nel frattempo, la Russia e i suoi alleati in Ucraina orientale, possono continuare a staccare Zaporozhe dal pericoloso regime a Kiev e dai suoi sostenitori altrettanto pericolosi e irresponsabili della NATO, così come s’è fatto in Crimea, Donetsk e Lugansk. 10363710Tony Cartalucci, ricercatore in geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook“.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti vogliono fare dell’Ucraina una seconda Chernobyl

Leonid Savin Strategic Culture Foundation 26/04/2014usubcIl 26 aprile 2014 segna il 28° anniversario della catastrofica esplosione del quarto reattore della centrale di Chernobyl, quando un’allarmante notizia giunge ad evocare preoccupazione per il futuro dell’industria nucleare ucraina. L’uso di combustibile prodotto dagli USA per i reattori sovietici non è compatibile con la loro progettazione e viola i requisiti della sicurezza. Potrebbe comportare disastri paragonabili a quello di Chernobyl. L’Unione internazionale dei veterani dell’energia e dell’industria nucleari (IUVNEI) ha rilasciato la seguente dichiarazione, il 25 aprile, “Il combustibile nucleare prodotto dalla società statunitense Westinghouse non soddisfa i requisiti tecnici dei reattori sovietici e l’utilizzo potrebbe causare un incidente simile al disastro di Chernobyl del 26 aprile 1986″. [1] IUVNEI riunisce più di 15000 veterani dell’industria nucleare di Armenia, Bulgaria, Ungheria, Finlandia, Repubblica Ceca, Russia, Slovacchia e Ucraina. È stata fondata nel 2010 a Mosca. L’impresa statale ucraina Energoatom e la società Westinghouse avevano precedentemente deciso di prorogare fino al 2020 il contratto per la fornitura di combustibile nucleare statunitense per le centrali nucleari ucraine. Due anni fa ci fu un quasi incidente in Ucraina, quando un TVS-W con armature distanziate danneggiate rischiò la sostanziale diffusione incontrollata di radiazioni pericolose. Solo per miracolo non ci fu un disastro nella centrale nucleare dell’Ucraina meridionale. Ma ciò non ha impedito la firma dell’accordo. Una centrale nucleare ceca di fronte alla depressurizzazione degli elementi del combustibile prodotto da Westinghouse, diversi anni fa, spinse il governo ceco ad abbandonare l’azienda quale fornitrice di carburante. Secondo Jurij Nedashkovskij, il presidente dell’ente nucleare statale del Paese, Energoatom, il 23 aprile 2014 il governo ad interim dell’Ucraina ha ordinato di destinare 45,2 ettari di terreno per la costruzione di un sito di stoccaggio dei rifiuti nucleari nell’area spopolata intorno l’impianto di Cernobyl, tra i villaggi Staraja Krasnitsa, Burjakovka, Chistogalovka e Stechanka, nella regione di Kiev (il programma per lo stoccaggio del combustibile esaurito della centrale con i reattori VVER dell’Ucraina). Il carburante proveniva dalle centrali nucleari di Khmelnitskij, Rovno e Ucraina meridionale. Attualmente il combustibile utilizzato è in gran parte trasportato nel nuovo impianto di stoccaggio a secco presso l’impianto minerario e chimico di Zheleznogorsk nella regione di Krasnojarsk, e nell’impianto di ritrattamento e stoccaggio di Majak, nella regione di Cheljabinsk, entrambe le strutture sono situate nella Federazione Russa.
Nel 2003 l’Ucraina iniziò a cercare alternative ai depositi russi. Nel dicembre 2005, Energoatom firmò un accordo da 127,75 milioni di dollari con la Holtec Internazional statunitense per avviare il programma di stoccaggio del combustibile esaurito per le centrali con i reattori VVER dell’Ucraina.  Il lavoro di Holtec riguardava progettazione, licenza, costruzione, avvio della struttura, trasporto e fornitura di sistemi di ventilazione verticali per lo stoccaggio a secco del combustibile nucleare usato dai VVER. Alla fine del 2011 la Holtec International dovette chiudere il suo ufficio a Kiev [2] essendo travolta da dure critiche in tutto il mondo. E’ opinione diffusa che la società abbia perso la licenza in alcuni Paesi per via della scarsa qualità dei suoi contenitori, con conseguente fughe di radiazioni. [3] La Westinghouse e la Holtec sono membri dell’US-Ukraine Business Council (USUBC). Morgan Williams, presidente/CEO dell’USUBC lavora in Ucraina dal 1990. “Oggi è uno dei giorni più importanti dall’indipendenza dell’Ucraina, mentre gli sforzi di queste due aziende dalla fama internazionale compiranno un lungo cammino per assicurare all’Ucraina una maggiore indipendenza energetica“, ha detto alla cerimonia dedicata alla firma dei contratti con l’Ucraina di Westinghouse Electric Company e Holtec Internazionale. Il presidente della USUBC ha aggiunto: “Questo è reso ancora più importante dal fatto che per l’Ucraina, l’energia e l’indipendenza politica sono strettamente interdipendenti. Mi unisco a tutti i membri dell’USUBC nell’acclamare il successo di queste due grandi aziende associate, mentre lavorano per assistere l’Ucraina nel suo cammino verso l’integrazione euro-atlantica, una forte democrazia e un mercato privato nazionale“. [4]
Morgan Williams è un noto lobbista che rappresenta gli interessi di Shell, Chevron ed ExxonMobil in Ucraina. Ha legami diretti con Freedom House, coinvolta nell’attuazione delle “rivoluzioni colorate” in Eurasia, Nord Africa e America Latina.
Un altro fatto interessante da menzionare. Qualche tempo fa fu riferito che secondo accordi occulti tra governo ad interim dell’Ucraina e i partner europei, i rifiuti nucleari provenienti dagli Stati dell’UE saranno depositati in Ucraina. Essendo una violazione della legge, l’affare è tenuto segreto. Alcuni alti funzionari di Kiev furono ben remunerati. Aleksandr Musichko (Sashko Bili), un capo nazionalista di Rovno, cercò di ricattare i governanti di Kiev minacciando di rendere pubblica la cospirazione. Perciò venne ucciso su ordine del ministro degli Interni Arsen Avakov.

500_new_members_1[1]RIAN
[2] Business
[3] NuclearNo
[4] USUBC

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA in allerta per un possibile attacco nucleare

Gordon Duff  PressTV  – Reseau International

MIDEAST-ISRAEL-60 YEARS-NAVYGli Stati Uniti sono in allerta e hanno schierato mezzi militari sulla costa atlantica da New York a Charleston, per un attacco con missili da crociera o aerei a bassa quota. Tali misure di sicurezza rafforzate sono iniziate con l’inasprimento delle minacce d’Israele all’Iran, ma sono aumentate dopo la misteriosa scomparsa del Volo 370 delle Malaysia Airlines. Fonti ai vertici delle forze armate e dell’intelligence USA citano la possibilità di un attacco terroristico che vedrebbe anche l’uso di armi nucleari lanciate da un sottomarino. Tuttavia, il piano di cui siamo stati informati dovrebbe riguardare un aereo dirottato da imputare agli iraniani, come Joel Rosenberg ha detto in un’intervista con Greta Van Susteren su Fox News il 18 marzo. Secondo lui, gli iraniani avrebbero dirottato l’aereo per attaccare Israele. Gli Stati Uniti, tuttavia, ritengono che altri che non l’Iran valutino un attacco contro Stati Uniti e non Israele, con l’intenzione di incolpare l’Iran.
Ieri, il reporter investigativo Chris Bollyn ha fatto una scoperta sorprendente: “Secondo i rapporti di osservatori aeronautici, Israele ha un Boeing identico a quello delle Malaysia Airlines. Il Boeing 777-200 è di stanza a Tel Aviv dal novembre 2013. La sola differenza visibile tra l’aereo scomparso e quello di Tel Aviv sarebbe il numero di serie. Cosa pianificano gli israeliani con tale doppione dell’aereo delle Malaysia Airlines? Utilizzando il gemello che hanno in deposito, i cervelli del terrorismo potrebbero aver programmato un piano sinistro in cui l’aereo scomparso riappare per un atroce attacco sotto falsa bandiera. Il fatto che il pubblico sappia dell’esistenza dell’aereo gemello di Tel Aviv potrebbe impedire che tale piano malvagio abbia successo“. Dopo la pubblicazione dell’articolo dettagliato e motivato di Bollyn, Tel Aviv ha lanciato un’offensiva mediatica su larga scala. Tuttavia, fonti statunitensi dicono che tale operazione si sia rivoltata contro gli israeliani, ciò significa che se il loro ruolo nel caso dell’aereo scomparso non era mai stato menzionato prima, ora lo è certamente. Una fonte di alto rango ha detto: “Alla luce degli sforzi israeliani per il rilascio di Jonathan Pollard, compreso un ricatto manifesto, il deterioramento delle relazioni tra Israele e l’amministrazione Obama ha creato una situazione molto pericolosa. Israele potrebbe fare qualsiasi cosa“.

L’avvertimento di Obama al vertice sul nucleare
Il 25 marzo 2014 il presidente Obama ha partecipato al Vertice sulla sicurezza nucleare a L’Aia, Paesi Bassi. 53 capi di Stato vi hanno partecipato. Il primo ministro d’Israele Netanyahu non era presente. Era il 3° Summit sulla sicurezza nucleare boicottato da Israele finora. Alla conferenza stampa di chiusura, il primo ministro olandese Mark Rutte aveva appena finito di congratularsi con l’Iran sulla cooperazione, lodando gli Stati Uniti per il loro successo diplomatico. Rutte fece il seguente annuncio accanto al presidente Obama: “...Si fanno progressi. Prendete l’Iran. Ho parlato con il Presidente Ruhani a Davos al World Economic Forum di gennaio. Ora abbiamo accordi provvisori. Potendo parlare con il Presidente Rouhani, sono il primo leader olandese, da oltre 30 anni, a poter discutere con il leader iraniano; è stato possibile solo grazie agli accordi interinali che sembrano reggere. Gli USA hanno la leadership anche qui“. Poi, il presidente Obama ha detto: “Quando si tratta della nostra sicurezza, continuo ad essere molto più preoccupato dalla prospettiva di un’arma nucleare fatta esplodere a Manhattan“. Normalmente, un tale avvertimento sembrerebbe meno inquietante, ma non viviamo in tempi normali.

Misure speciali
Il dispiegamento prevede velivoli AWACS (Airborne Warning and Control), sistemi di difesa missilistica navali AEGIS e sistemi per la difesa contro missili da crociera JLENS montati su aerostati. Non è inusuale che le navi AEGIS siano dispiegate al largo. È una procedura standard per usare gli AEGIS a difesa di New York e Washington fin dagli “errori procedurali” del NORAD durante l’11/9. Tuttavia, i sistemi AEGIS che furono assegnati a sostegno dell'”Iron Dome“, il famoso sistema di difesa missilistica di Israele, ora non lo sono più. Questo cambiamento indica una o più modifiche nella politica strategica degli Stati Uniti:
• La minaccia di un attacco preventivo contro Israele da parte dell’Iran è considerata inesistente.
• I ritiro dei sistemi dall'”Iron Dome” offre agli Stati Uniti la leva necessaria per rinnovare i colloqui con i palestinesi.
• Gli Stati Uniti riconoscono le relazioni pericolose esistenti tra le fazioni estremiste in Israele e negli Stati Uniti, capaci di azioni come il terrorismo nucleare contro le due nazioni.

Alcune teorie del complotto sulla chiusura delle ambasciate
Nel 2010, lo storico israeliano Martin van Creveld dichiarò che Israele era pronto ad usare armi nucleari contro le capitali del mondo, se “lo Stato ebraico” fosse minacciato. Creveld, che sostiene il ritiro d’Israele nei confini del 1967, è un professore rispettato e pragmatico, e non avrebbe fatti minacce. Avrebbe tentato, a suo modo, d’informare il mondo di una tale possibilità. Quattro giorni fa il ministero degli Esteri israeliano ha chiuso tutte le ambasciate a causa di una controversia salariale con un sindacato. Anche se questo può essere vero, altri “meno fiduciosi” citano la vecchia diceria che vuole Israele aver accumulato armi nucleari in tutte le sue ambasciate. Le armi nucleari tra le altre cose emettono fotoni ad alta energia, il SNM (materiale nucleare speciale) è rilevabile dai sensori satellitari, anche se depositato in un contenitore schermato. Le fonti dicono che “SNM” è stato rilevato in ambasciate e consolati israeliani. Si tratta in realtà di un piano di guerra che include attacchi simultanei ad ambasciate e consolati nel mondo della nazione obiettivo. Anche se nessuna specifica menzione d’Israele viene fatta, l'”opzione Sansone” è l’infame piano israeliano per “trascinare il mondo” in caso di minacce, facendo pensare alle dichiarazioni enigmatiche Creveld. Così, con la misteriosa chiusura degli impianti israeliani in tutto il mondo, i cospirazionisti credono che tali strutture contengano armi nucleari “apocalittiche”.
Altri fattori utilizzati per costruire un mosaico realistico della minaccia:
– La indiscriminate accuse d’Israele sul ruolo dell’Iran nel dirottamento del Volo 370 delle Malaysia Airlines
– Gli Stati Uniti adottano livelli DEFCON che non si vedevano dalla crisi dei missili di Cuba
– L’aumento delle minacce israeliane di attacco preventivo contro l’Iran
– la richiesta di alcuni parlamentari degli Stati Uniti per un attacco nucleare contro l’Iran
– La rimozione di oltre il 70% del personale del comando armamenti nucleari negli Stati Uniti, per “cattiva condotta”.

Il silenzio è d’oro
Assediato da tutte le parti, Israele aveva la possibilità di esercitare moderazione intelligente e diplomazia in risposta all’inaudita condanna globale senza. Tuttavia, ha scelto di usare ogni opzione immaginabile per aumentare non solo disprezzo ed isolamento, ma anche per farsi vedere come ostile ed irresponsabile il più possibile. Ci si può chiedere se tale politica sia volta ad unire gli ebrei dietro gli errori di tali suicidi israeliani piuttosto che per supportare lo “Stato ebraico”.

jlens-0713-deTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Record del deficit commerciale e realtà nucleare: il Giappone perde l’indipendenza?

Noriko Watanabe e Walter Sebastian Modern Tokyo Times 29 gennaio 2014
Japan-physical-mapLa lobby anti-nucleare in Giappone e i mass media in questa nazione nel complesso continuano a concentrarsi sull’aspetto negativo delle centrali nucleari. Non a caso, il governo del Giappone si agita su tale problema, proprio come in altri importanti campi, ad esempio, il tasso di natalità in declino. Tuttavia, il Giappone non può permettersi di mantenere la politica energetica attuale, perché ostacola l’economia. Il Giappone deve passare dal nucleare che ha contribuito alla modernizzazione della nazione nel dopoguerra, ad ingoiare il rospo e formulare una politica energetica alternativa e rapidamente. Il Ministero delle Finanze ha annunciato all’inizio di questa settimana che il deficit commerciale nel 2013 ha raggiunto una cifra record. Ciò dovrebbe far scattare i campanelli d’allarme nelle stanze del potere, perché il deficit commerciale di 112 miliardi di dollari stresserà l’economia. Dopo tutto, senza una vera politica energetica in Giappone, sembrerà più possibile oggi seguire lo stesso schema che nei prossimi anni.
Le questioni relative alla crisi nucleare in Giappone sembrano essere esplose a dismisura. Dopo tutto, l’enorme perdita di vite umane verificatasi per il tremendo tsunami seguito al terremoto di magnitudo 9.0 dell’11 marzo 2011. Ciò non significa sminuire il trauma causato al territorio di Fukushima, perché in una certa zona è chiaro che i problemi continuano a sussistere. Tuttavia, la crisi nucleare di Fukushima Daiichi è più dovuta a cattiva gestione, età dell’impianto, carenze della pianificazione dell’impianto nucleare, mancanza di responsabilità e meccanismi di sicurezza limitati, e altre competenze importanti. Naturalmente, il terremoto ha innescato lo tsunami, ma la crisi nucleare è dovuta al fallimento umano di fronte alla brutale realtà della natura. Vojin Joksimovich, specialista nucleare e autore di Tokyo Modern Times, ha dichiarato lo scorso anno: “Il Giappone ha poche risorse naturali e importa circa l’84% del suo fabbisogno energetico. L’energia nucleare è una priorità strategica nazionale dal 1973. Le 54 centrali nucleari del Paese forniscono circa il 30% dell’elettricità. Era previsto un aumento fino al 40% entro il 2017 e al 50% entro il 2030. Il Giappone controlla il ciclo del combustibile compreso l’arricchimento e il ritrattamento del combustibile utilizzato per il riciclo e la minimizzazione dei rifiuti. La sospensione di 48 unità di produzione elettrica ha comportato l’impennata dell’importazione di combustibili fossili, soprattutto  GNL. Cinque centrali nucleari sono state costrette ad alzare le tariffe di energia elettrica: per l’uso domestico del 8,5-11,9%; commerciale del 14,2-19,2%. Secondo lo studio sul cambiamento climatico della NASA, riassunto nel numero di maggio 2013 di Nuclear News, l’uso di energia nucleare per generare elettricità invece che bruciare combustibili fossili, ha impedito almeno 1,84 milioni di morti per l’inquinamento atmosferico e 64 miliardi di tonnellate di gas serra CO2 in emissioni di gas, tra il 1971 e il 2009. Nel 2000-2009 gli impianti nucleari hanno impedito, in media, 76000 decessi/anno. Sembra che l’ANR abbia ignorato tale tipo di considerazioni, pur perseguendo la ricerca della sicurezza assoluta per le centrali nucleari.”
Nello stesso articolo Vojin Joksimovich dice: “Ora vi sono numerose prove che dimostrano che il peggiore incidente nella storia dell’energia nucleare commerciale non ha danneggiato la popolazione giapponese. Il professore di fisica dell’Università di Oxford Wade Allison, autore del notevole libro Radiazione e Ragione: l’impatto della scienza sulla cultura della paura, testimoniando alla Camera dei Comuni inglese nel dicembre del 2011, fu il primo a dire al mondo che l’incidente non danneggiava la popolazione giapponese: “Nessun balzo dei decessi, né gravi lesioni, ricoveri prolungati per radiazioni, improbabilità di decessi per cancro in 50 anni. Il rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) affermava: “Basso rischio per la popolazione, senza effetti sulla salute osservabili”. La relazione del Comitato scientifico delle Nazioni Unite sugli Effetti delle Radiazioni Atomiche (UNSCEAR), con il contributo di 80 esperti internazionali, dice: “Niente effetti immediati sulla salute, improbabili effetti sulla salute in futuro sulla popolazione e l’ampia maggioranza dei lavoratori”. La maggior parte dei giapponesi è stata esposta a radiazioni supplementari inferiori al livello naturale di 2,1mSv/anno. La relazione conclude che gli effetti osservabili sono imputabili a sollecitazioni per l’evacuazione e paura ingiustificata delle radiazioni. Ciò significa che gli effetti sulla salute più gravi non sono provocati da radiazioni ma dalla paura indotta dalle autorità giapponesi. Infine, la Fukushima Medical University (FMU) conduce un sondaggio sulla gestione della salute nei 2 milioni di residenti della prefettura di Fukushima. Finora la dose massima ricevuta è stato solo di 19mSv. L’autore mentre era in un ospedale locale, ricevette dosi da 30-40mSv dalle scansioni del CT. Ciò significa che ha ricevuto dosi superiori al 99% della popolazione giapponese per l’incidente di Daiichi.
Ora il Giappone ha bloccato una politica nucleare pragmatica basata sulla modernizzazione dell’intero sistema e applica norme più severe, e continua ad importare energia sporca a costi negativi in termini di salute, ostacolando l’economia. Naturalmente il Giappone potrebbe tentare di modificare radicalmente la propria politica energetica, attuando una politica che aumenti l’energia alternativa, di cui effetti e costi rimangono discutibili. Tuttavia, l’attuale affidarsi ai costosi combustibili fossili importati per colmare una politica energetica inesistente, non è praticabile. L’enorme deficit è dovuto all’aumento delle importazioni a seguito del terremoto di magnitudo 9.0 dell’11 marzo, che innescò lo tsunami e la crisi nucleare di Fukushima. In questo periodo, le importazioni di combustibili fossili continuano ad aumentare. Pertanto, nonostante le esportazioni dal Giappone aumentate di quasi il 10% nel 2013, è chiaro che lo squilibrio commerciale, uno yen debole e la dipendenza dai combustibili fossili, colpiscono l’economia in difficoltà. Forbes dice: “L’aumento della domanda di combustibili fossili giapponese a seguito della crisi nucleare di Fukushima, nel 2011, ha spinto le importazioni al picco assoluto di 81260 miliardi di yen”. In altre parole, l’impennata delle bollette post-Fukushima impone un pedaggio all’economia del Giappone. Prima del fiasco di Fukushima, i reattori nucleari fornivano un terzo del fabbisogno elettrico del Giappone.
Lee Jay Walker di Tokyo Modern Times dice: “Lo yen continua a sentire gli effetti del disavanzo delle partite correnti e se questo non cambia, i trader potrebbero vendere altri yen. Ciò a sua volta avrà effetti negativi sui costi d’importazione, creando così una spirale economica discendente.  Pertanto, data la realtà dell’aumento di quasi il 10% delle esportazioni, lo scorso anno, è chiaro che il Giappone dovrà affrontare una politica energetica, oltre ad altri settori essenziali per l’economia.” Akira Amari, ministro per la Politica fiscale ed economica, è estremamente preoccupato dal deficit. Avverte che, a meno che il problema sia affrontato, il Giappone “potrebbe diventare come gli Stati Uniti, dipendente dagli altri Paesi sul piano finanziario“. Se tale scenario si avvera, il Giappone perderà ulteriormente indipendenza, e ciò vale anche per il nucleare. Dopo tutto, lo sviluppo dell’industria nucleare dava autonomia, data la debolezza complessiva del Giappone sulle risorse energetiche. Ora però il Giappone importa più combustibili fossili, è debitore con gli USA per la protezione dello Stato-nazione, in quanto le loro forze armate sono di stanza in Giappone, mentre i prodotti alimentari importati sono un fatto naturale, e se il deficit commerciale continua così, presto il Giappone dovrà contare sulle nazioni straniere per i finanziamenti. Pertanto, l’attuale leadership del Giappone deve concentrarsi su una politica energetica adeguata, perché la situazione attuale mina l’economia e genera ad altri mali.

One Year On: 11 March Earthquake and Tsunami
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Viktor Orban a Mosca

Pjotr Iskenderov Strategic Culture Foundation 17/01/2014
Russia's President Vladimir Putin and Hungary's Prime Minister Viktor Orban attend a meeting at the Novo-Ogaryovo state residence outside MoscowLa prima conferenza intergovernativa UE-Serbia per gennaio dovrebbe dimostrare lo stato di avanzamento della domanda serba d’adesione all’Unione europea. “La Serbia deve continuare le riforme che ha iniziato, i cui risultati saranno un indicatore chiave per valutarne il processo d’integrazione”, ha dichiarato la commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo. Allo stesso tempo, in un colloquio sulle prospettive europee della Serbia, i membri del Parlamento europeo hanno salutato le elezioni locali tenutesi in Kosovo, alla fine del 2013, come “un grande passo in avanti sulla strada della democrazia”. La politicizzazione della domanda della Serbia d’adesione all’UE è evidente. Ciò riguarda i requisiti socio-economici adottati da Belgrado e le raccomandazioni per rivedere i parametri della cooperazione con la Russia nell’energia, in quanto non conformi allo spirito dell’Unione europea, alla Carta dell’energia e al Terzo pacchetto sull’energia. Tuttavia, come si può parlare di “non conformità” se nella stessa UE gli approcci dei singoli Paesi nella scelta di una politica energetica sono sempre diversi? L’Unione europea non è un monolite. Un certo numero di Paesi membri ha già chiarito che non ha intenzione di seguire pacificamente le direttive di Bruxelles in materia di energia, anche se non mette in questione l’adesione all’UE (almeno, non ancora). Al momento, mentre i membri del Parlamento europeo a Strasburgo iniziano i colloqui della sessione invernale, il primo ministro ungherese Viktor Orban è arrivato a Mosca per una visita di lavoro…
Negli ultimi due decenni, le relazioni tra la Russia e l’Ungheria hanno visto periodi complicati. Ci sono state due azioni del governo ungherese contro le compagnie petrolifere e del gas russe (soprattutto contro la Surgutneftegaz) e tentativi di Budapest di svolgere un “doppio gioco” in campo energetico. Tuttavia, negli ultimi anni i rapporti migliorano. La visita operativa di Viktor Orban a Mosca, nel gennaio 2013, è un’occasione importante. All’epoca, durante l’incontro con il presidente russo Vladimir Putin, il capo del governo ungherese suggeriva che la Russia partecipasse alla modernizzazione del sistema energetico ungherese. E ora questi piani iniziano ad essere attuati. Secondo Sergej Kirenko, a capo della società statale Rosatom, l’energia nucleare diventa un settore importante della cooperazione bilaterale russo-ungherese. “I negoziati con l’Ungheria sono in fase attiva”, ha dichiarato Kirenko. Ciò si riferisce alla partecipazione della Russia nella costruzione di due nuovi reattori nella centrale elettronucleare di Paks, in Ungheria (in aggiunta agli attuali quattro costruiti con l’aiuto dell’URSS), con una potenza complessiva di 2500-3400 MW. Il contratto ha un valore di 10 miliardi di dollari. “Oltre il 40 per cento del volume lavorativo”, secondo V. Putin, “deve essere svolto dalla parte ungherese. Ciò significa che circa tre miliardi di dollari saranno stanziati per sostenere l’occupazione in Ungheria, e solo le entrate fiscali che ne verranno saranno di oltre un miliardo di dollari.” E se si aggiungono gli accordi raggiunti da Mosca e Budapest a fine 2013, per una stretta aderenza, indipendentemente da possibili complicazioni, al già concordato programma per la costruzione del tratto ungherese del gasdotto South Stream e all’avvio delle forniture di gas russo all’Ungheria nei primi mesi del 2017, si deve riconoscere che la cooperazione tra la Russia e l’Ungheria nell’energia diventa un partenariato strategico.
Ci sono due ragioni principali per il progressivo sviluppo delle relazioni tra la Russia e l’Ungheria. La prima è connessa alle tensioni nelle relazioni tra Budapest e Bruxelles. La pressione della leadership dell’UE sull’Ungheria è sempre più evidente negli ultimi anni, toccando sia la sovranità statale che i sentimenti del popolo dell’Ungheria. E’ sufficiente ricordare le improvvisate dei politici tedeschi sulla necessità d’inviare unità paramilitari in Ungheria o la proposta discussa nella  Commissione europea d’imporre sanzioni a Budapest per le peculiarità della legislazione nazionale ungherese, non gradita a Bruxelles. Agli occhi degli ungheresi, tutto ciò ha ridotto notevolmente l’attrattiva, per usare un eufemismo, delle raccomandazioni della Commissione europea in altri settori, compresa l’energia. Inoltre, perché non seguire l’esempio del business tedesco in materia? Negli ultimi anni ha seguito una politica indipendente cooperando con la Russia nel settore energetico. Ci si riferisce, in particolare, al recente ritiro della tedesca RWE dal progetto Nabucco. Inoltre, la cooperazione russo-ungherese ha una buona base finanziaria ed economica. Le proposte russe sono semplicemente più redditizie, meglio pianificate e più serie di proposte simili delle aziende occidentali. Ciò è dimostrato da un semplice fatto: oggi la Russia fornisce l’80% del petrolio e il 75% del gas consumato in Ungheria.
Mentre la stampa ungherese riconosce, tra tutti i candidati al contratto, che solo Rosatom è pronta a fornire un adeguato finanziamento preliminare per il progetto di sviluppo della centrale nucleare di Paks. In un primo momento, la società francese Areva e la società nippo-statunitense Westinghouse prevedevano di partecipare alla gara, ma l’Ungheria non ha mai ricevuto alcuna proposta concreta. La società russa, invece, ha proposto termini utili agli interessi ungheresi. Va detto che l’interesse dell’Ungheria nel sviluppare l’energia atomica non rientra esattamente tra le priorità dell’Unione europea, dove molti sognano una “rivoluzione shale”, che arrecherebbe all’Europa una piuttosto maggiore minaccia ecologica che non un centrale nucleare. La parte del governo ungherese nello sviluppo dell’energia nucleare, osservando naturalmente i requisiti sulla sicurezza, è un passo importante a livello europeo. Come dimostrato dalla cooperazione della Russia con altri Paesi, in particolare l’Iran, le proposte russe soddisfano pienamente le esigenze sulla sicurezza. Così l’alleanza energetica di Mosca e Budapest può servire da esempio per gli altri Paesi europei.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Questioni nucleari: parole e fatti

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 16/01/2014

4.2.3Il presidente degli Stati Uniti Obama ha dichiarato l’obiettivo di un mondo libero dal nucleare. La Nuclear Posture Review 2010 afferma che gli Stati Uniti si preparano a ridurre l’arsenale nucleare a 1000 testate o meno. Nell’estate del 2013 si offrirono di avviare colloqui su ulteriori riduzioni delle armi strategiche che la Russia ha rifiutato. La direzione di Obama del Pentagono punta alla riduzione del ruolo delle armi nucleari nella strategia della sicurezza globale degli Stati Uniti e a restringere la strategia della deterrenza nucleare, come infatti ha affermato la Casa Bianca nel 2013.  Molti iniziano a dire che gli Stati Uniti hanno perso interesse per le armi nucleari, mentre cercavano di intralciare la Russia con la scusa che si rifiuta di seguirne l’esempio. La Deterrence and Defence Posture Review 2012 della NATO collega i cambiamenti della postura nucleare dell’alleanza alla politica nucleare della Russia, affermando che “la NATO è disposta a considerare l’ulteriore riduzione delle armi nucleari non strategiche assegnate all’Alleanza nel contesto di iniziative reciproche con la Russia”. Nell’indirizzo del 19 giugno 2013 presso la Porta di Brandeburgo di Berlino, Obama disse: “Non possiamo più vivere nella paura dell’annientamento globale, ma fin quando esisteranno armi nucleari, non saremo veramente al sicuro”. Sembrava emozionante. L’idea si evolse nella proposta di Obama per un nuovo round per la riduzione delle armi nucleari con la Russia, a giugno, a Berlino. Mosca subito respinse tale proposta e continua a respingerla (e a crescere e modernizzare il proprio arsenale nucleare). Alla fine dello scorso anno il presidente russo Vladimir Putin ha fatto una serie di dichiarazioni annunciando l’intenzione di mantenere un forte deterrente nucleare strategico del Paese, adottando nuovi sistemi nell”arsenale. Tutti questi temi sono in cima all’agenda propagandistica per il Vertice sulla Sicurezza Nucleare che si terrà all’Aia il 24 e 25 marzo 2014. Obama ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero anche ospitato un vertice sulla sicurezza nucleare nel 2016.
Gli Stati Uniti hanno davvero “perso interesse per armi nucleari”? La Russia incrementa il suo potenziale senza ragione o provocazione? Tale ragionamento regge? O è una ritorsione di Mosca per mantenere l’equilibrio esistente? Un rapido sguardo ai fatti contribuirà a darne un giudizio…

USA: nessun arretramento sulle armi nucleari anche in tempi di budget ristretti
Il Congresso affronta tagli lineari da 1200 miliardi dollari al bilancio federale, nei prossimi dieci anni, con il Budget Control Act del 2011. Non importa se un’ampia revisione dell’arsenale nucleare del Paese è in corso. La modernizzazione dell’arsenale nucleare degli Stati Uniti riguarda 5113 testate, piattaforme e impianti di produzione. Fu prudenzialmente stimata in 355 miliardi dollari per il prossimo decennio secondo il think tank Stimson Center. Tale cifra coincide con le stime del Congressional Budget Office, come si può vedere qui. Tuttavia, la relazione del Centro dice che la spesa potrebbe salire, soprattutto se il compito estremamente importante ma pubblicamente sottovalutato viene ancora ignorato. Obama ha patteggiato con i repubblicani del Senato nel 2010, promettendo l’ammodernamento dell’arsenale nucleare per garantirsi l’approvazione dell’accordo sulla nuova iniziativa per la riduzione degli armamenti con la Russia. Secondo i dati appena pubblicati della Federazione degli Scienziati Atomici (FAS), gli Stati Uniti hanno attualmente 4650 testate nucleari, 2130 operative. Oltre alle 4650 testate, Washington ne ha 2700 in deposito per essere smantellate. Secondo le stime della FAS, attualmente “1620 testate strategiche sono schierate sui missili balistici: 1150 sui missili balistici lanciati da sottomarini (SLBM) e 470 sui missili balistici intercontinentali (ICBM); circa 300 testate strategiche si trovano nelle basi dei bombardieri degli Stati Uniti e quasi 200 testate non strategiche sono dispiegate in Europa”. Gli Stati Uniti spenderanno 1000 miliardi di dollari per mantenere e modernizzare l’arsenale nucleare nei prossimi 30 anni, secondo il rapporto Trillion Dollar Nuclear Triad: US Strategic Modernization over the Next 30 Years, diffuso il 7 gennaio 2014 da James Martin del Center for Nonproliferation Studies (CNS), un think tank indipendente. Si afferma “i contratti per sostituire piattaforme e testate associate raggiungerà il picco nell’arco di quattro-sei anni, poco dopo il 2020. Durante tale periodo di picco, gli Stati Uniti dovranno spendere il tre per cento del bilancio annuale per la difesa per il proprio arsenale nucleare. Ciò è simile alla percentuale del bilancio della difesa dedicata alla modernizzazione dell’arsenale nucleare degli Stati Uniti di Ronald Reagan, negli anni ’80”, come notano gli autori Jon B. Wolfsthal, Jeffrey Lewis e Marc Quint.
I piani dell’amministrazione Obama costeranno circa 355 miliardi dollari nei prossimi dieci anni, ha detto il Congressional Budget Office il 20 dicembre 2013. Cioè quasi 150 miliardi dollari in più ai 208.500 milioni di dollari stimati dall’amministrazione in un rapporto al Congresso dello scorso anno, ha detto un analista di un gruppo di controllo degli armamenti, poiché la modernizzazione è solo all’inizio i costi dovrebbero aumentare notevolmente dal 2023. L’ufficio del bilancio ha detto che il presidente Barack Obama ha chiesto 23,1 miliardi dollari per le forze nucleari statunitensi per l’anno fiscale 2014, tra cui 18 miliardi dollari per mantenere armi e laboratori di supporto, così come sottomarini, bombardieri e missili vettori. Nel decennio finito con il 2013, i piani dell’amministrazione per modernizzare e mantenere sottomarini, bombardieri e missili prevedevano un costo di circa 136 miliardi dollari, affermava il CBO in un rapporto di 25 pagine. Gli Stati Uniti modernizzano tutti i vettori strategici esistenti e ristrutturano le testate che trasportano in vista dei prossimi 20-30 anni o più. I sistemi di lancio nucleari statunitensi sono in via di ammodernamento continuo, comprese la ricostruzione completa degli ICBM Minuteman III e degli SLBM Trident II.  L’US Navy attualmente prevede l’acquisto di 12 nuovi SSBN per sostituire i 14 SSBN classe Ohio, che saranno gradualmente radiati. Ogni nuovo SSBN costerà circa 4-6 miliardi di dollari. La vita operativa dei sottomarini lanciamissili balistici Trident della classe Ohio è stata estesa. Inoltre, il nuovo sottomarino, l’SSBNX, che sostituirà la classe Ohio è in via di sviluppo e dovrebbe costare circa 100 miliardi, secondo il Congressional Budget Office. L’US Navy ha ora intenzione di acquistare il primo SSBNX nel 2021, il secondo nel 2024 e uno all’anno tra il 2026 e il 2035. Il primo battello dovrebbe diventare operativo nel 2031. Di conseguenza, l’US Navy schiererà 10 sottomarini lanciamissili balistici tra il 2030 e il 2040. L’US Air Force sviluppa una nuova serie di bombardieri d’interdizione a lunga autonomia (LRPB) nucleari. Modernizza continuamente il B-2 (anche il bombardiere B-52H è stato aggiornato) della flotta, divenuto operativo nel 1997 e che dovrebbe restare fino al 2058. L’arma attualmente si occupa della sostituzione dell’ALCM, il missile da crociera standoff a lungo raggio (LRSO). L’US Air Force pianifica l’inizio della produzione del nuovo missile da crociera intorno al 2025, se si decide di portare avanti il LRSO. L’arsenale degli Stati Uniti di testate e bombe nucleari è continuamente rinnovato attraverso il Programma di estensione della vita operativa della NNSA (LEP). L’United States Air Force attualmente dispone di 450 ICBM Minuteman III situati presso la F. E. Warren Air Force Base, Wyoming, Malmstrom Air Force Base, Montana, e Minot Air Force Base, Dakota del Nord. Un programma di estensione della vita operativa da 7 miliardi di dollari è in corso per mantenere gli ICBM sicuri e affidabili fino al 2020; e il generale Robert Kehler, Comandante in Capo di STRATCOM, ha detto che i programmi di modernizzazione manterranno operativi i Minuteman III fino al 2030. Il programma di modernizzazione comporta essenzialmente un “nuovo” missile, ampliandone le opzioni di puntamento e migliorandone l’accuratezza e la capacità di sopravvivenza. L’Air Force attualmente esplora la possibilità di estendere l’operatività del missile Minuteman III fino al 2050 o all’arrivo di un nuovo sistema. L’US Air Force aggiorna anche le testate nucleari del Minuteman sostituendo parzialmente le vecchie testate W78 con nuove e più potenti testate W87, già schierate sui defunti ICBM MX Peacekeeper. L’US Air Force e US Navy inoltre hanno un LEP congiunto per ristrutturate le testate sostituendo le W78 e W88. Un programma per modernizzare la bomba nucleare B61 è in corso. La testata B61 è l’arma nucleare principale utilizzata sia dall’aviazione della triade strategica degli Stati Uniti (bombardieri, missili balistici intercontinentali e sottomarini) che dagli aerei d’interdizione di teatro di Stati Uniti e NATO. Ha un solo seppur importante obiettivo: la deterrenza nucleare. I governi europei hanno detto in numerose occasioni che vorrebbero far rimuovere tali armi. Invece, le armi dovrebbero essere aggiornate con capacità avanzate. La prima B61-12 dovrebbe essere completata entro il 2020. Entro il 2024, tutte le vecchie bombe dovrebbero essere sostituite. Poi, secondo il piano, nuove armi saranno schierate sui jet da combattimento come l’F-16, il nuovo F-35 e  bombardieri strategici come il B-2 Spirit o il nuovo bombardiere LRSB. Gli esperti vedono la B61-12 come molto più di un puro programma di prolungamento operativo o versione leggermente aggiornata delle vecchie bombe. Al contrario,  ritengono che sia de facto un nuova arma, uno sviluppo che violerebbe lo spirito dell’impegno preso dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama di non produrre eventuali nuove armi nucleari o dalle nuove specifiche. “La B61 è l’unica arma in riserva che soddisfa missioni tattiche e strategiche“, ha detto nell’audizione al Congresso del 6 novembre 2013 il Generale Robert Kehler, capo del Comando Strategico. La testata termonucleare B61 potrebbe costare 10 miliardi dollari in cinque anni.
Götz Neuneck dell’Istituto per le ricerche sulla pace e la politica di sicurezza di Amburgo vede un futuro onere per il governo tedesco. “Dovrebbero far capire a Washington che l’Europa non ha bisogno di nuove bombe e non ne renderà disponibile alcun vettore.” Inoltre, la NATO deve urgentemente fare proposte concrete alla Russia sul controverso sistema di difesa missilistico degli Stati Uniti, visto da Mosca come una minaccia. “Se tutto ciò fallisce”, ha detto Neuneck, “nuove armi nucleari tattiche saranno di stanza in Europa, e il disarmo nucleare sarà impossibile per decenni.” Alcuni della comunità di controllo degli armamenti affermano che la modernizzazione della triade nucleare è inutile strategicamente. Joseph Cirincione, Presidente del Fondo Ploughshares, scrive nel suo recente libro “Incubi nucleari: assicurare il mondo prima che sia troppo tardi”, “L’arsenale nucleare degli Stati Uniti è ancora configurato per contrastare la minaccia da guerra fredda di un massiccio attacco nucleare russo… la riconfigurazione della forza nucleare per affrontare l’ambiente delle reali minacce del XXI.mo secolo potrebbe ridurne drasticamente le dimensioni nel prossimo decennio, senza sacrificare le vitali missioni militari”.

y8uuQLa Russia incrementa il potenziale nucleare
Il 3 gennaio il portavoce del ministero della Difesa ha detto che l’esercito russo prevede di testare circa 70 tipi di razzi e missili presso un importante poligono, per quest’anno. Secondo il colonnello Igor Egorov, portavoce del ministero, il programma dei test al poligono di Kapustin Jar, nella Russia meridionale, riguarderà circa 300 lanci di razzi, missili e droni di oltre 180 programmi di ricerca e sviluppo. Lo sforzo non si limita al “prolungamento della vita operativa” o all’aggiornamento tecnico dei vecchi sistemi presenti nell’arsenale come: i missili balistici intercontinentali (ICBM) SS-18, SS-19 e SS-25 e i missili balistici lanciati da sottomarini (SLBM)  SS-N-18 e SS-N-23. L’obiettivo è sostituire una forza obsolescente con nuovi missili, testate e piattaforme. Il Tenente-Generale Sergej Karakaev, il comandante in capo delle Forze missilistiche strategiche, ha annunciato che l’intera forza nucleare strategica russa sarà aggiornata entro il 2021.  La maggior parte dei missili balistici intercontinentali russi è alla fine della vita utile, ciò rende l’implementazione e l’ammodernamento dei missili attuali e nuovi fondamentale per mantenere le capacità nucleari del Paese. Attualmente, la maggioranza degli ICBM della Russia è costituita dai vecchi missili balistici intercontinentali SS-18, SS-19 e SS-25 entrati in servizio nell’era sovietica. La Russia vuole sostituire entro il 2016 108 di questi vecchi missili con i nuovi e più avanzati RS-24 Jars-M (SS-29) e Topol-M (SS-27)  mobili, così come 30 SS-19 di nove divisioni basate sui silo.
Nel corso della riunione allargata del Ministero della Difesa del 10 dicembre, Putin ha dettagliato gli sforzi per la modernizzazione delle forze nucleari, ricordando che la Russia deve ricevere 40 ICBM avanzati e aggiornati. Faceva seguito a un vertice con i leader delle forze missilistiche strategiche russe, alla fine del novembre scorso, dove furono discussi in dettaglio i piani per il dispiegamento di 40 ICBM RS-24 Jars-M, 22 sui silo e 18 mobili. Mosca ha annunciato che implementerà un nuovo missile balistico intercontinentale pesante a propellente liquido nel 2018, che vanta caratteristiche superiori a tutti i precedenti missili russi, compresa l’immunità dai sistemi di difesa missilistica. La Russia ha sviluppato un nuovo ICBM a propellente solido, l’RS-26, da testare per la fine di quest’anno. Poche caratteristiche sono note, mentre il missile sarebbe dotato di una nuova testata. La Russia sta attuando il programma degli otto nuovi sottomarini nucleari della classe Borej per l’arsenale della marina, divenendo il nucleo della forza nucleare strategica navale, mentre vengono sostituiti i vecchi sottomarini Typhoon, Delta III e IV. Ogni Borej è dotato di 16 (le versioni successive ne avranno 20) nuovi SLBM Bulava. Il PAK-DA, nuovo bombardiere a lungo raggio, è in via di sviluppo per sostituire la sempre più obsoleta flotta di bombardieri strategici Tu-95MS Bear e Tu-160 Blackjack. L’aeromobile sarà equipaggiato con i nuovi missili da crociera nucleari Kh-101 e Kh-102 che vantano una gittata di 10000 km. Armi nucleari tattiche potranno essere configurate anche per i nuovi cacciabombardieri Su-34 recentemente introdotti in servizio.

Cause e ragioni di tale posizione
La Russia vede una minaccia nello sviluppo dell’iniziativa Prompt Global Strike che consente agli Stati Uniti di colpire obiettivi in tutto il mondo con armi convenzionali in meno di un’ora, così come lo sviluppo della difesa missilistica statunitense, che modifica la bilancia globale del potere. In  risposta s’è concentrata sul rafforzamento del deterrente nucleare. Poco prima di del suo terzo mandato a presidente della Russia, Vladimir Putin ha scritto un articolo per la rivista Foreign Policy, in cui ha sottolineato la particolare importanza per Mosca del suo potenziale strategico. Il Presidente ha osservato che, “In un mondo in sconvolgimento c’è sempre la tentazione di risolvere i propri problemi a spese di qualcun altro, attraverso la pressione e la forza. In altre parole, non dobbiamo tentare nessuno permettendoci di essere deboli. Noi, in nessun caso, cederemo la nostra  deterrenza strategica. Infatti, la rafforzeremo”. Parlando al suo annuale indirizzo alla nazione del dicembre 2013, il Presidente Putin ha sottolineato, “L’incremento in Paesi stranieri dei propri sistemi strategici ad alta precisione non nucleari e l’ampliamento delle possibilità della difesa antimissile, potrebbero rovinare gli accordi precedentemente raggiunti sul controllo e la riduzione degli armamenti nucleari, rompendo il cosiddetto equilibrio strategico… Nessuno dovrebbe farsi illusioni sulla possibilità di superare militarmente la Russia”, ha detto. “Non lo permetteremo mai”. Il 23 giugno, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov suggeriva che riduzioni oltre i livelli del nuovo START renderanno gli arsenali nucleari di Stati Uniti e Russia paragonabili a quelli di altri Paesi con armi nucleari. “Ciò significa che ulteriori eventuali proposte per la riduzione effettiva delle armi strategiche offensive, dovranno essere riviste multilateralmente. Parlo non solo delle potenze nucleari ufficiali, ma di tutti i Paesi che possiedono armi nucleari”, ha detto Lavrov alla TV Rossija 1. La Russia insiste sul fatto che ulteriori riduzioni nucleari dipendono anche dalla risoluzione delle sue preoccupazioni sui piani della difesa missilistica strategica degli Stati Uniti. La difesa missilistica, i programmi di modernizzazione in corso delle forze nucleari, il concetto Prompt Global Strike, l’evidente superiorità degli Stati Uniti nelle armi non nucleari di alta precisione a lungo raggio, la crescente proliferazione delle armi nucleari nel mondo (aspetto che gli Stati Uniti evitano di prendere in considerazione, pur presentando proposte sui tagli delle forze strategiche), tutti questi fattori definiscono la posizione della Russia sulla questione… Speriamo che questi temi scottanti siano nell’agenda del prossimo evento dell’Aia, venendo affrontati costruttivamente da tutti i partecipanti che realmente si sforzano di rendere il mondo un posto più sicuro rispettando ogni altra preoccupazione e agendo concretamente, invece di insistere con dure parole dal senso torbido, come ogni tanto accade nei migliori eventi mondiali.

TBXjbTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

IL PRIMO RAGGIO – L’arsenale strategico di Mosca 1943-2013

Dietro le quinte dell’accordo di Ginevra con l’Iran

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 27/11/2013

1471103Ai negoziati di Ginevra, l’Iran e il P5+1 hanno raggiunto l’accordo che la comunità mondiale  aspettava da 10 anni. Alla base della trattativa vi erano i laici suggerimenti avanzati due anni fa da V. Putin, che hanno ottenuto nuovo slancio quando Rouhani è entrato nella carica di presidente dell’Iran, tali suggerimenti furono accettati anche dagli Stati Uniti e dai partecipanti europei alla finestra di dialogo. E’ difficile sopravvalutare l’importanza del consenso raggiunto, l’accordo è giustamente considerato storico e la volontà delle parti per il cosiddetto “accordo del secolo”  consente di compiere un passo importante verso un mondo più sicuro, soprattutto in Medio Oriente. Molto dipenderà da come l’Iran collaborerà al quadro dell’accordo interinale. Nella primavera di quest’anno c’erano pochi segnali sulla possibilità di giungere ad un accordo con l’Iran, e la probabilità che i diplomatici statunitensi e iraniani collaborassero su un progetto di accordo non poteva che suscitare scetticismo. Tuttavia, nel giugno di quest’anno c’è stato il cambio della presidenza in Iran e la nuova leadership, con la benedizione dell’Ayatollah Khamenei, ha immediatamente seguito la via della normalizzazione delle relazioni con gli USA. La Russia ha sostenuto gli sforzi dell’Iran, e i membri europei del P5+1 hanno visto la prospettiva di un riavvicinamento iraniano-statunitense con una certa dose di gelosia, temendo per i propri interessi nell’economia iraniana, e gli avversari regionali di Teheran hanno visto una minaccia diretta alla loro sicurezza nel nuovo corso del presidente Ruhani. Non solo l’Arabia Saudita, ma anche Israele hanno fortemente criticato la politica del presidente statunitense nel non disdegnare più l’Iran, ma di iniziarvi un dialogo. Ora molto dipende dalla volontà politica di Barack Obama, che ha incontrato forti resistenze al Congresso degli Stati Uniti.

Obama raggiungerà un accordo con il Congresso?
Barack Obama è stato tra i primi a supportare il nuovo accordo. In un discorso alla Casa Bianca del 23 novembre, Obama ha dichiarato che mentre questo accordo è “solo un primo passo”, è molto importante raggiungere un accordo globale sul programma nucleare iraniano. Non c’è dubbio che questa volta Washington abbia intenzione di andare avanti. Gli Stati Uniti programmano di affrontare il problema dello sviluppo nucleare iraniano, in due fasi. La prima è il raggiungimento di un accordo interinale di sei mesi che, secondo l’US National Security Advisor Susan Rice, “fermerà il progresso del programma nucleare (dell’Iran) per ridurlo con modalità precise”. La pausa di sei mesi, come previsto dagli statunitensi, dovrebbe permettere di negoziare “una soluzione completa, a lungo termine che risponda pienamente alle preoccupazioni della comunità internazionale”. Fino al raggiungimento di questo accordo, la sospensione delle sanzioni contro l’Iran sarebbe “limitata, temporanea e reversibile”. Le sanzioni restano l’argomento principale della Casa Bianca. Dal punto di vista dell’amministrazione statunitense, la leadership iraniana fa sul serio sull’accordo nucleare, solo a causa della pressione economica senza precedenti sull’Iran. Su tale base, l’amministrazione Obama cerca di convincere i senatori a non affrettarsi ad adottare altre sanzioni contro l’Iran  assicurando i membri del Congresso che lo scongelamento dei beni promesso a Teheran darà all’economia iraniana non più di 10 miliardi di dollari. In confronto con le perdite dell’Iran per le sanzioni, è una compensazione abbastanza modesto anche se vi sono ipotesi che l’amministrazione Obama alleggerisca alcune sanzioni senza una decisione del Congresso, spingendo così la nuova leadership dell’IRI ad anticipare la propria adesione.
Il desiderio di aggirare i senatori è comprensibile, la maggioranza del Congresso sostiene l’accelerazione del processo di adozione di nuove sanzioni. La sua logica è semplice: le sanzioni dure hanno costretto il governo iraniano ad accettare seri negoziati sul programma nucleare, quindi, un’ulteriore pressione sull’Iran rafforzerà la posizione degli Stati Uniti in questa finestra di dialogo. Non vedono alcun vantaggio per gli Stati Uniti nell’accordo interinale con l’Iran e chiedono misure dure contro Teheran. La posizione dei legislatori statunitensi s’accorda con l’approccio del governo israeliano che insiste sul fatto che i negoziati in corso tra gli Stati Uniti e l’IRI non hanno senso. Per ora, entrambe le camere del Congresso hanno concordato per il rinvio dell’introduzione di nuove sanzioni, e la lobby ebraica ha perso la battaglia presso l’opinione pubblica degli Stati Uniti sulla questione iraniana. Un sondaggio condotto negli Stati Uniti sulla questione dell’accordo con l’Iran ha mostrato che il 65% degli statunitensi è d’accordo con l’allentamento delle sanzioni contro l’Iran in cambio di concessioni di Teheran sul suo programma nucleare.

Israele è alla ricerca di nuovi alleati con cui sostituire gli Stati Uniti?
Per molti anni la politica estera d’Israele è stata unilaterale e orientata esclusivamente agli Stati Uniti, nonostante questo, Israele ha apertamente ostacolato i negoziati sull’accordo interinale con l’Iran, cercando di sabotare la finestra di dialogo per poi emettere un ultimatum a Teheran. La prospettiva di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Iran significa essenzialmente che Washington rinuncia a far capitolare Teheran e, infine, al cambio del regime esistente nell’IRI. Questo è il motivo principale per lo sconforto d’Israele verso gli USA. Alla luce del deterioramento delle relazioni con Washington, secondo il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman è giunto il momento di cercare nuovi alleati che desiderino collaborare con Tel Aviv “sulla base di nuovi punti di vista sulla situazione”. Ciò indica il tentativo di riorientare completamente la politica d’Israele? Per ora non ci sono indicazioni che un tale scenario sia realistico. Mentre il capo della diplomazia israeliana ha criticato Washington per la sua disponibilità a raggiungere un compromesso con l’Iran sul programma nucleare, il ministro della Difesa di Israele Moshe Ya’alon ha incontrato il suo collega statunitense Chuck Hagel e, nonostante le controversie relative alla questione iraniana, le parti hanno confermato la prospettiva di sviluppare la cooperazione militare. Le relazioni speciali tra i responsabili della sicurezza dei due Paesi non sono in questione; l’alleanza militare tra Israele e Stati Uniti difficilmente potrà essere sottoposta a una significativa revisione nel prossimo futuro. Ma sullo sfondo della riduzione dell’autorità degli USA in Medio Oriente e dell’indecisione dell’amministrazione Obama, la retorica ostile potrebbe aumentare nelle relazioni dei due Paesi. Rimproveri si sentono in entrambe le capitali, ma i disaccordi difficilmente porteranno a misure radicali, è solo una questione di passaggi tattici a seconda degli interessi specifici delle parti nella situazione corrente. Così è stato, ad esempio, alla vigilia dell’ultimo round dei negoziati con l’Iran a Ginevra, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, volendo disobbligare la Casa Bianca, fece un tentativo consapevolmente inutile di parlare con il Presidente Putin sull’accordo con Teheran .

La Russia aspira al ruolo degli Stati Uniti nella regione?
Non solo in Israele, ma tra gli alleati arabi degli Stati Uniti, la convinzione che essi non siano più un partner affidabile in Medio Oriente guadagna slancio. Dopo i fallimenti dei piani statunitensi in Iraq e in Afghanistan, i Paesi della regione hanno motivo di dubitare della capacità degli Stati Uniti di garantire un risultato prevedibile in Medio Oriente. Ora non è chiaro come la situazione in Egitto si svolgerà, ciò che attende la regione in connessione alla nascente ripresa delle relazioni tra USA ed Iran, come l’Arabia Saudita reagirà, se la Turchia sarà soddisfatta del suo ruolo secondario e, soprattutto, come evitare che la Siria diventi un “Afghanistan arabo”… In quasi tutti i settori si osserva l’indebolimento dell’influenza degli Stati Uniti, e nei Paesi del Medio Oriente incapaci di difendere i propri interessi si sviluppa un vuoto nell’alleanza con le grandi potenze mondiali. In tali circostanze, i leader mediorientali iniziano a rivalutare le loro relazioni con la Federazione russa, che viene sempre più considerata l’alternativa al focus strategico unilaterale su Washington.
La Russia potrebbe svolgere un ruolo importante in Medio Oriente, gli esperti considerano che il punto di svolta del suo ritorno alla regione sia la recente visita dei ministri russi al Cairo. Infatti, se la Russia, già presente nella sicurezza in Siria e dagli stretti rapporti con l’Iran, continua a sviluppare la cooperazione con l’Egitto, è del tutto possibile che ciò comporterà l’inizio di una nuova era nelle relazioni di Mosca con il Medio Oriente. Ora, per esempio, questa tendenza è diventata evidente in Iraq, il cui primo ministro Nuri al-Maliqi ha compiuto due viaggi a Mosca lo scorso anno, e neanche uno a Washington. I negoziati si concentrano sulla cooperazione sugli armamenti, indicando le serie intenzioni delle parti coinvolte. Tuttavia, non vi sono seri motivi per pensare che la Russia cerchi in questo modo di scacciare gli Stati Uniti dalla regione. Piuttosto, si può parlare del desiderio del Cremlino di essere un partner alla pari della Casa Bianca, il cui parere è tenuto in conto nella risoluzione dei problemi regionali. Di conseguenza, la Russia facilita la normalizzazione dei rapporti iraniano-statunitensi, tra cui la risoluzione del problema nucleare iraniano, così i riferimenti a trattative preliminari presumibilmente segrete tra gli statunitensi e gli iraniani, ignoti al Cremlino, non sono altro che un mito. E’ la posizione di principio di Mosca sulla soluzione del problema nucleare iraniana, ben nota ai suoi partner e rimasta immutata nei diversi anni, è stata utile ai partecipanti del P5+1, compresi gli Stati Uniti.
L’approccio della Russia si basa sul riconoscimento del diritto dell’Iran di arricchire l’uranio, come  suo diritto inalienabile nell’ambito del trattato di non-proliferazione delle armi nucleari e sull’obbligo di sottoporre il programma nucleare iraniano al controllo internazionale globale. Se si raggiunge un accordo, allora la Russia proporrà la rimozione di tutte le sanzioni. Si ricordi che la presenza delle sanzioni delle Nazioni Unite è un ostacolo all’adesione dell’Iran alla Shanghai Cooperation Organization, la cui crescente influenza è nell’interesse della pace e della stabilità dell’Asia centrale. La fuoriuscita dell’Iran dall’isolamento internazionale aumenterà l’influenza di Teheran in Medio Oriente, e questo sarà probabilmente un vantaggio per la Russia che ha una forte  partnership con l’Iran. La Russia si oppone alle sanzioni economiche e commerciali anche perché venivano sempre attribute come preparativi per la guerra, e gli Stati Uniti e Israele non hanno ancora abbandonato la possibilità di chiudere con la forza il dossier del nucleare iraniano.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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