La crisi ucraina diventa nucleare. L’assalto neonazista alla centrale nucleare di Zaporozhe

Tony Cartalucci Global Research, 17 maggio 2014

Notizie affermano che circa 20 membri del fronte neo-nazista Fazione destra, hanno tentato d’assaltare la centrale nucleare di Zaporozhe, nella città di Energodar, provincia di Zaporozhe. Voce della Russia ha riportato, in un articolo intitolato “Fazione destra tenta di sequestrare la maggiore centrale nucleare ucraina“, che: “I poliziotti della città di Energodar hanno arrestato 20 attivisti di Fazione destra che cercavano di sequestrare la centrale nucleare di Zaporozhe. Secondo il capo della filiale di Zaporozhe dell’organizzazione, i militanti avevano paura che la città cadesse in mano ai sostenitori della federalizzazione.”

800px-Kernkraftwerk_SaporischschjaLa centrale nucleare ucraina di Zaporozhe con i suoi sei reattori è la più grande d’Europa e la quinta nel mondo. Con il ricordo del disastro di Chernobyl, 20 militanti neo-nazisti di Fazione destra che tentano d’assaltare la struttura sono una minaccia per gran parte dell’Europa e la Russia occidentale, una minaccia fabbricata dalla NATO per avere il pretesto d’intervenire direttamente in Ucraina.

Fazione destra, insieme ad altri fronti neo-nazisti, ha guidato le violenze che hanno rovesciato il governo legittimo dell’Ucraina tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, in ciò che viene chiamata  protesta di “Euromajdan”. Fazione destra da allora è un’organizzazione paramilitare usata da Kiev nel tentativo di affermare il controllo sul resto del Paese. La sua lunga serie di atrocità ha portato Kiev e i suoi sostenitori della NATO a negare sempre più i legami con il fronte estremista, tuttavia è chiaro che il gruppo opera a livello nazionale e in tandem con le forze di sicurezza fedeli a Kiev. Vicino alla provincia di Zaporozhe, il Donetsk assieme alla provincia di Lugansk, ha recentemente tenuto un referendum che ha portato all’autonomia da Kiev e a più stretti legami con la Russia. Zaporozhe, posta tra Donetsk e la Crimea ora russa, potrebbe essere la prossima provincia a sfuggire al regime illegittimo che attualmente occupa Kiev.

L'”opzione nucleare” della NATO
L’assalto della centrale nucleare di Zaporozhe da parte dei neo-nazisti può apparire un atto di estrema irresponsabilità compiuta da ottusi pericolosi delinquenti, ma l’operazione può avere uno scopo molto più sinistro. Su un articolo della Reuters del 7 maggio, intitolato “Esperti della NATO consigliano l’Ucraina sulla sicurezza degli impianti nucleari“, si afferma: “Esperti della NATO hanno visitato l’Ucraina per consigliare le autorità sul miglioramento della sicurezza delle centrali nucleari, gasdotti e altre infrastrutture critiche tra crescenti violenze e timori di un conflitto con la Russia, hanno detto i funzionari”. L’articolo continua: “Alla domanda se lo studio è dovuto ai timori di Kiev di un intervento russo in Ucraina, Dolgov ha detto che uno dei motivi è “la possibile destabilizzazione” della zona in cui si trovano infrastrutture strategiche”. L’Ucraina ha saputo dall’agenzia nucleare delle Nazioni Unite, a marzo, di rafforzare la protezione delle sue centrali nucleari, per la “grave minaccia alla sicurezza” del Paese rappresentata dai militari russi. La ribellione nell’est ha sollevato la prospettiva che l’Ucraina, Paese di circa 45 milioni di abitanti e delle dimensioni superiori alla Francia, possa essere trascinata addirittura in un guerra civile. E forse l’affermazione più eloquente di tutte sostiene: “L’Ucraina non è un membro della NATO e l’alleanza ha detto che non vi sarà coinvolta militarmente. Ma l’Ucraina e la NATO hanno aumentato la cooperazione e l’Ucraina ha chiesto alla NATO equipaggiamenti non letali, come uniformi”. Infatti, l’Ucraina non è un membro della NATO, ed è quasi inconcepibile con quali circostanze le truppe della NATO possano entrare in territorio ucraino, quasi inconcepibile. Ma la minaccia a uno o più dei 15 reattori nucleari in Ucraina potrebbe dare alla NATO il pretesto necessario per schierare truppe in Ucraina, in particolare nella parte orientale, dove Kiev non riesce a imporsi. Mentre la NATO non può giustificare l’intervento diretto nella crisi politica interna ucraina, può tentare di sfruttare il pretesto della minaccia diretta di una catastrofe nucleare ai membri della NATO. L’Ucraina subì il più grave incidente nucleare della storia umana, quando nel 1986, appena a nord di Kiev, un reattore della centrale nucleare di Chernobyl esplose, esponendo milioni di persone alla contaminazione radioattiva in Ucraina, Russia ed Europa. Il reattore continua a costituire una minaccia alla salute umana e all’ambiente anche oggi. Con tale catastrofe in mente, la NATO può credere che, provocando un rischio alla sicurezza dei rimanenti reattori dell’Ucraina, in particolare dell’impianto di Zaporozhe, il più grande d’Europa, può suscitare abbastanza paura e supporto a un possibile intervento nella provincia di Zaporozhe, impedendo alle forze anti-Kiev di staccare la regione da Kiev, come a Donetsk, Luhansk e Crimea.

Il gioco pericoloso della NATO minaccia l’umanità
Che la NATO in realtà tenti o meno di creare intenzionalmente minacce alle centrali nucleari dell’Ucraina, come pretesto per intervenire direttamente in Ucraina, è irrilevante. Sostiene direttamente il regime di Kiev organizzando e continuando a sostenere Fazione destra, che attualmente crea tali minacce. Tuttavia, la NATO era responsabile dell’attacco chimico a Damasco, in Siria, nell’agosto 2013, e l’idea che la NATO fabbrichi un pretesto simile in Ucraina non è irrealistica. L’incapacità della NATO nel condannare e rompere i legami con il regime a Kiev, permette alla minaccia di Fazione destra di persistere. La soluzione, allo stesso modo, non è più l’intervento della NATO nel resto dell’Ucraina, ma piuttosto il disfacimento del regime illegale messo al potere a Kiev, in primo luogo.
Il disastro di Chernobyl coinvolse un solo reattore. Zaporozhe ne ha sei. Minacciando la sicurezza e  dell’impianto di Zaporozhe sia direttamente, come manovra per intervenire, o indirettamente,  puntellando il regime che ha creato e continua ad usare Fazione destra per integrare le sue forze di sicurezza, mette in pericolo il mondo intero. Il fallout da Zaporozhe, in caso di catastrofe, potrebbe avere effetti su milioni di abitanti in Europa, Russia e Eurasia. Nel caso l’impianto di Zaporozhe  continui ad essere messo in pericolo, è molto più realistico e giustificabile che la Russia, e non la NATO, si mobiliti, dispieghi o supporti le forze di sicurezza nella provincia di Zaporozhe, fornendo un’ampia protezione. Per la NATO, se un pretesto per intervenire è l’obiettivo, richiederà tempo e non potrà mai concretizzarsi del tutto considerando i suoi fallimenti in Siria e la mancanza di fiducia e legittimità ora dominanti. Nel frattempo, la Russia e i suoi alleati in Ucraina orientale, possono continuare a staccare Zaporozhe dal pericoloso regime a Kiev e dai suoi sostenitori altrettanto pericolosi e irresponsabili della NATO, così come s’è fatto in Crimea, Donetsk e Lugansk. 10363710Tony Cartalucci, ricercatore in geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook“.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti vogliono fare dell’Ucraina una seconda Chernobyl

Leonid Savin Strategic Culture Foundation 26/04/2014usubcIl 26 aprile 2014 segna il 28° anniversario della catastrofica esplosione del quarto reattore della centrale di Chernobyl, quando un’allarmante notizia giunge ad evocare preoccupazione per il futuro dell’industria nucleare ucraina. L’uso di combustibile prodotto dagli USA per i reattori sovietici non è compatibile con la loro progettazione e viola i requisiti della sicurezza. Potrebbe comportare disastri paragonabili a quello di Chernobyl. L’Unione internazionale dei veterani dell’energia e dell’industria nucleari (IUVNEI) ha rilasciato la seguente dichiarazione, il 25 aprile, “Il combustibile nucleare prodotto dalla società statunitense Westinghouse non soddisfa i requisiti tecnici dei reattori sovietici e l’utilizzo potrebbe causare un incidente simile al disastro di Chernobyl del 26 aprile 1986″. [1] IUVNEI riunisce più di 15000 veterani dell’industria nucleare di Armenia, Bulgaria, Ungheria, Finlandia, Repubblica Ceca, Russia, Slovacchia e Ucraina. È stata fondata nel 2010 a Mosca. L’impresa statale ucraina Energoatom e la società Westinghouse avevano precedentemente deciso di prorogare fino al 2020 il contratto per la fornitura di combustibile nucleare statunitense per le centrali nucleari ucraine. Due anni fa ci fu un quasi incidente in Ucraina, quando un TVS-W con armature distanziate danneggiate rischiò la sostanziale diffusione incontrollata di radiazioni pericolose. Solo per miracolo non ci fu un disastro nella centrale nucleare dell’Ucraina meridionale. Ma ciò non ha impedito la firma dell’accordo. Una centrale nucleare ceca di fronte alla depressurizzazione degli elementi del combustibile prodotto da Westinghouse, diversi anni fa, spinse il governo ceco ad abbandonare l’azienda quale fornitrice di carburante. Secondo Jurij Nedashkovskij, il presidente dell’ente nucleare statale del Paese, Energoatom, il 23 aprile 2014 il governo ad interim dell’Ucraina ha ordinato di destinare 45,2 ettari di terreno per la costruzione di un sito di stoccaggio dei rifiuti nucleari nell’area spopolata intorno l’impianto di Cernobyl, tra i villaggi Staraja Krasnitsa, Burjakovka, Chistogalovka e Stechanka, nella regione di Kiev (il programma per lo stoccaggio del combustibile esaurito della centrale con i reattori VVER dell’Ucraina). Il carburante proveniva dalle centrali nucleari di Khmelnitskij, Rovno e Ucraina meridionale. Attualmente il combustibile utilizzato è in gran parte trasportato nel nuovo impianto di stoccaggio a secco presso l’impianto minerario e chimico di Zheleznogorsk nella regione di Krasnojarsk, e nell’impianto di ritrattamento e stoccaggio di Majak, nella regione di Cheljabinsk, entrambe le strutture sono situate nella Federazione Russa.
Nel 2003 l’Ucraina iniziò a cercare alternative ai depositi russi. Nel dicembre 2005, Energoatom firmò un accordo da 127,75 milioni di dollari con la Holtec Internazional statunitense per avviare il programma di stoccaggio del combustibile esaurito per le centrali con i reattori VVER dell’Ucraina.  Il lavoro di Holtec riguardava progettazione, licenza, costruzione, avvio della struttura, trasporto e fornitura di sistemi di ventilazione verticali per lo stoccaggio a secco del combustibile nucleare usato dai VVER. Alla fine del 2011 la Holtec International dovette chiudere il suo ufficio a Kiev [2] essendo travolta da dure critiche in tutto il mondo. E’ opinione diffusa che la società abbia perso la licenza in alcuni Paesi per via della scarsa qualità dei suoi contenitori, con conseguente fughe di radiazioni. [3] La Westinghouse e la Holtec sono membri dell’US-Ukraine Business Council (USUBC). Morgan Williams, presidente/CEO dell’USUBC lavora in Ucraina dal 1990. “Oggi è uno dei giorni più importanti dall’indipendenza dell’Ucraina, mentre gli sforzi di queste due aziende dalla fama internazionale compiranno un lungo cammino per assicurare all’Ucraina una maggiore indipendenza energetica“, ha detto alla cerimonia dedicata alla firma dei contratti con l’Ucraina di Westinghouse Electric Company e Holtec Internazionale. Il presidente della USUBC ha aggiunto: “Questo è reso ancora più importante dal fatto che per l’Ucraina, l’energia e l’indipendenza politica sono strettamente interdipendenti. Mi unisco a tutti i membri dell’USUBC nell’acclamare il successo di queste due grandi aziende associate, mentre lavorano per assistere l’Ucraina nel suo cammino verso l’integrazione euro-atlantica, una forte democrazia e un mercato privato nazionale“. [4]
Morgan Williams è un noto lobbista che rappresenta gli interessi di Shell, Chevron ed ExxonMobil in Ucraina. Ha legami diretti con Freedom House, coinvolta nell’attuazione delle “rivoluzioni colorate” in Eurasia, Nord Africa e America Latina.
Un altro fatto interessante da menzionare. Qualche tempo fa fu riferito che secondo accordi occulti tra governo ad interim dell’Ucraina e i partner europei, i rifiuti nucleari provenienti dagli Stati dell’UE saranno depositati in Ucraina. Essendo una violazione della legge, l’affare è tenuto segreto. Alcuni alti funzionari di Kiev furono ben remunerati. Aleksandr Musichko (Sashko Bili), un capo nazionalista di Rovno, cercò di ricattare i governanti di Kiev minacciando di rendere pubblica la cospirazione. Perciò venne ucciso su ordine del ministro degli Interni Arsen Avakov.

500_new_members_1[1]RIAN
[2] Business
[3] NuclearNo
[4] USUBC

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA in allerta per un possibile attacco nucleare

Gordon Duff  PressTV  – Reseau International

MIDEAST-ISRAEL-60 YEARS-NAVYGli Stati Uniti sono in allerta e hanno schierato mezzi militari sulla costa atlantica da New York a Charleston, per un attacco con missili da crociera o aerei a bassa quota. Tali misure di sicurezza rafforzate sono iniziate con l’inasprimento delle minacce d’Israele all’Iran, ma sono aumentate dopo la misteriosa scomparsa del Volo 370 delle Malaysia Airlines. Fonti ai vertici delle forze armate e dell’intelligence USA citano la possibilità di un attacco terroristico che vedrebbe anche l’uso di armi nucleari lanciate da un sottomarino. Tuttavia, il piano di cui siamo stati informati dovrebbe riguardare un aereo dirottato da imputare agli iraniani, come Joel Rosenberg ha detto in un’intervista con Greta Van Susteren su Fox News il 18 marzo. Secondo lui, gli iraniani avrebbero dirottato l’aereo per attaccare Israele. Gli Stati Uniti, tuttavia, ritengono che altri che non l’Iran valutino un attacco contro Stati Uniti e non Israele, con l’intenzione di incolpare l’Iran.
Ieri, il reporter investigativo Chris Bollyn ha fatto una scoperta sorprendente: “Secondo i rapporti di osservatori aeronautici, Israele ha un Boeing identico a quello delle Malaysia Airlines. Il Boeing 777-200 è di stanza a Tel Aviv dal novembre 2013. La sola differenza visibile tra l’aereo scomparso e quello di Tel Aviv sarebbe il numero di serie. Cosa pianificano gli israeliani con tale doppione dell’aereo delle Malaysia Airlines? Utilizzando il gemello che hanno in deposito, i cervelli del terrorismo potrebbero aver programmato un piano sinistro in cui l’aereo scomparso riappare per un atroce attacco sotto falsa bandiera. Il fatto che il pubblico sappia dell’esistenza dell’aereo gemello di Tel Aviv potrebbe impedire che tale piano malvagio abbia successo“. Dopo la pubblicazione dell’articolo dettagliato e motivato di Bollyn, Tel Aviv ha lanciato un’offensiva mediatica su larga scala. Tuttavia, fonti statunitensi dicono che tale operazione si sia rivoltata contro gli israeliani, ciò significa che se il loro ruolo nel caso dell’aereo scomparso non era mai stato menzionato prima, ora lo è certamente. Una fonte di alto rango ha detto: “Alla luce degli sforzi israeliani per il rilascio di Jonathan Pollard, compreso un ricatto manifesto, il deterioramento delle relazioni tra Israele e l’amministrazione Obama ha creato una situazione molto pericolosa. Israele potrebbe fare qualsiasi cosa“.

L’avvertimento di Obama al vertice sul nucleare
Il 25 marzo 2014 il presidente Obama ha partecipato al Vertice sulla sicurezza nucleare a L’Aia, Paesi Bassi. 53 capi di Stato vi hanno partecipato. Il primo ministro d’Israele Netanyahu non era presente. Era il 3° Summit sulla sicurezza nucleare boicottato da Israele finora. Alla conferenza stampa di chiusura, il primo ministro olandese Mark Rutte aveva appena finito di congratularsi con l’Iran sulla cooperazione, lodando gli Stati Uniti per il loro successo diplomatico. Rutte fece il seguente annuncio accanto al presidente Obama: “...Si fanno progressi. Prendete l’Iran. Ho parlato con il Presidente Ruhani a Davos al World Economic Forum di gennaio. Ora abbiamo accordi provvisori. Potendo parlare con il Presidente Rouhani, sono il primo leader olandese, da oltre 30 anni, a poter discutere con il leader iraniano; è stato possibile solo grazie agli accordi interinali che sembrano reggere. Gli USA hanno la leadership anche qui“. Poi, il presidente Obama ha detto: “Quando si tratta della nostra sicurezza, continuo ad essere molto più preoccupato dalla prospettiva di un’arma nucleare fatta esplodere a Manhattan“. Normalmente, un tale avvertimento sembrerebbe meno inquietante, ma non viviamo in tempi normali.

Misure speciali
Il dispiegamento prevede velivoli AWACS (Airborne Warning and Control), sistemi di difesa missilistica navali AEGIS e sistemi per la difesa contro missili da crociera JLENS montati su aerostati. Non è inusuale che le navi AEGIS siano dispiegate al largo. È una procedura standard per usare gli AEGIS a difesa di New York e Washington fin dagli “errori procedurali” del NORAD durante l’11/9. Tuttavia, i sistemi AEGIS che furono assegnati a sostegno dell'”Iron Dome“, il famoso sistema di difesa missilistica di Israele, ora non lo sono più. Questo cambiamento indica una o più modifiche nella politica strategica degli Stati Uniti:
• La minaccia di un attacco preventivo contro Israele da parte dell’Iran è considerata inesistente.
• I ritiro dei sistemi dall'”Iron Dome” offre agli Stati Uniti la leva necessaria per rinnovare i colloqui con i palestinesi.
• Gli Stati Uniti riconoscono le relazioni pericolose esistenti tra le fazioni estremiste in Israele e negli Stati Uniti, capaci di azioni come il terrorismo nucleare contro le due nazioni.

Alcune teorie del complotto sulla chiusura delle ambasciate
Nel 2010, lo storico israeliano Martin van Creveld dichiarò che Israele era pronto ad usare armi nucleari contro le capitali del mondo, se “lo Stato ebraico” fosse minacciato. Creveld, che sostiene il ritiro d’Israele nei confini del 1967, è un professore rispettato e pragmatico, e non avrebbe fatti minacce. Avrebbe tentato, a suo modo, d’informare il mondo di una tale possibilità. Quattro giorni fa il ministero degli Esteri israeliano ha chiuso tutte le ambasciate a causa di una controversia salariale con un sindacato. Anche se questo può essere vero, altri “meno fiduciosi” citano la vecchia diceria che vuole Israele aver accumulato armi nucleari in tutte le sue ambasciate. Le armi nucleari tra le altre cose emettono fotoni ad alta energia, il SNM (materiale nucleare speciale) è rilevabile dai sensori satellitari, anche se depositato in un contenitore schermato. Le fonti dicono che “SNM” è stato rilevato in ambasciate e consolati israeliani. Si tratta in realtà di un piano di guerra che include attacchi simultanei ad ambasciate e consolati nel mondo della nazione obiettivo. Anche se nessuna specifica menzione d’Israele viene fatta, l'”opzione Sansone” è l’infame piano israeliano per “trascinare il mondo” in caso di minacce, facendo pensare alle dichiarazioni enigmatiche Creveld. Così, con la misteriosa chiusura degli impianti israeliani in tutto il mondo, i cospirazionisti credono che tali strutture contengano armi nucleari “apocalittiche”.
Altri fattori utilizzati per costruire un mosaico realistico della minaccia:
– La indiscriminate accuse d’Israele sul ruolo dell’Iran nel dirottamento del Volo 370 delle Malaysia Airlines
– Gli Stati Uniti adottano livelli DEFCON che non si vedevano dalla crisi dei missili di Cuba
– L’aumento delle minacce israeliane di attacco preventivo contro l’Iran
– la richiesta di alcuni parlamentari degli Stati Uniti per un attacco nucleare contro l’Iran
– La rimozione di oltre il 70% del personale del comando armamenti nucleari negli Stati Uniti, per “cattiva condotta”.

Il silenzio è d’oro
Assediato da tutte le parti, Israele aveva la possibilità di esercitare moderazione intelligente e diplomazia in risposta all’inaudita condanna globale senza. Tuttavia, ha scelto di usare ogni opzione immaginabile per aumentare non solo disprezzo ed isolamento, ma anche per farsi vedere come ostile ed irresponsabile il più possibile. Ci si può chiedere se tale politica sia volta ad unire gli ebrei dietro gli errori di tali suicidi israeliani piuttosto che per supportare lo “Stato ebraico”.

jlens-0713-deTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Record del deficit commerciale e realtà nucleare: il Giappone perde l’indipendenza?

Noriko Watanabe e Walter Sebastian Modern Tokyo Times 29 gennaio 2014
Japan-physical-mapLa lobby anti-nucleare in Giappone e i mass media in questa nazione nel complesso continuano a concentrarsi sull’aspetto negativo delle centrali nucleari. Non a caso, il governo del Giappone si agita su tale problema, proprio come in altri importanti campi, ad esempio, il tasso di natalità in declino. Tuttavia, il Giappone non può permettersi di mantenere la politica energetica attuale, perché ostacola l’economia. Il Giappone deve passare dal nucleare che ha contribuito alla modernizzazione della nazione nel dopoguerra, ad ingoiare il rospo e formulare una politica energetica alternativa e rapidamente. Il Ministero delle Finanze ha annunciato all’inizio di questa settimana che il deficit commerciale nel 2013 ha raggiunto una cifra record. Ciò dovrebbe far scattare i campanelli d’allarme nelle stanze del potere, perché il deficit commerciale di 112 miliardi di dollari stresserà l’economia. Dopo tutto, senza una vera politica energetica in Giappone, sembrerà più possibile oggi seguire lo stesso schema che nei prossimi anni.
Le questioni relative alla crisi nucleare in Giappone sembrano essere esplose a dismisura. Dopo tutto, l’enorme perdita di vite umane verificatasi per il tremendo tsunami seguito al terremoto di magnitudo 9.0 dell’11 marzo 2011. Ciò non significa sminuire il trauma causato al territorio di Fukushima, perché in una certa zona è chiaro che i problemi continuano a sussistere. Tuttavia, la crisi nucleare di Fukushima Daiichi è più dovuta a cattiva gestione, età dell’impianto, carenze della pianificazione dell’impianto nucleare, mancanza di responsabilità e meccanismi di sicurezza limitati, e altre competenze importanti. Naturalmente, il terremoto ha innescato lo tsunami, ma la crisi nucleare è dovuta al fallimento umano di fronte alla brutale realtà della natura. Vojin Joksimovich, specialista nucleare e autore di Tokyo Modern Times, ha dichiarato lo scorso anno: “Il Giappone ha poche risorse naturali e importa circa l’84% del suo fabbisogno energetico. L’energia nucleare è una priorità strategica nazionale dal 1973. Le 54 centrali nucleari del Paese forniscono circa il 30% dell’elettricità. Era previsto un aumento fino al 40% entro il 2017 e al 50% entro il 2030. Il Giappone controlla il ciclo del combustibile compreso l’arricchimento e il ritrattamento del combustibile utilizzato per il riciclo e la minimizzazione dei rifiuti. La sospensione di 48 unità di produzione elettrica ha comportato l’impennata dell’importazione di combustibili fossili, soprattutto  GNL. Cinque centrali nucleari sono state costrette ad alzare le tariffe di energia elettrica: per l’uso domestico del 8,5-11,9%; commerciale del 14,2-19,2%. Secondo lo studio sul cambiamento climatico della NASA, riassunto nel numero di maggio 2013 di Nuclear News, l’uso di energia nucleare per generare elettricità invece che bruciare combustibili fossili, ha impedito almeno 1,84 milioni di morti per l’inquinamento atmosferico e 64 miliardi di tonnellate di gas serra CO2 in emissioni di gas, tra il 1971 e il 2009. Nel 2000-2009 gli impianti nucleari hanno impedito, in media, 76000 decessi/anno. Sembra che l’ANR abbia ignorato tale tipo di considerazioni, pur perseguendo la ricerca della sicurezza assoluta per le centrali nucleari.”
Nello stesso articolo Vojin Joksimovich dice: “Ora vi sono numerose prove che dimostrano che il peggiore incidente nella storia dell’energia nucleare commerciale non ha danneggiato la popolazione giapponese. Il professore di fisica dell’Università di Oxford Wade Allison, autore del notevole libro Radiazione e Ragione: l’impatto della scienza sulla cultura della paura, testimoniando alla Camera dei Comuni inglese nel dicembre del 2011, fu il primo a dire al mondo che l’incidente non danneggiava la popolazione giapponese: “Nessun balzo dei decessi, né gravi lesioni, ricoveri prolungati per radiazioni, improbabilità di decessi per cancro in 50 anni. Il rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) affermava: “Basso rischio per la popolazione, senza effetti sulla salute osservabili”. La relazione del Comitato scientifico delle Nazioni Unite sugli Effetti delle Radiazioni Atomiche (UNSCEAR), con il contributo di 80 esperti internazionali, dice: “Niente effetti immediati sulla salute, improbabili effetti sulla salute in futuro sulla popolazione e l’ampia maggioranza dei lavoratori”. La maggior parte dei giapponesi è stata esposta a radiazioni supplementari inferiori al livello naturale di 2,1mSv/anno. La relazione conclude che gli effetti osservabili sono imputabili a sollecitazioni per l’evacuazione e paura ingiustificata delle radiazioni. Ciò significa che gli effetti sulla salute più gravi non sono provocati da radiazioni ma dalla paura indotta dalle autorità giapponesi. Infine, la Fukushima Medical University (FMU) conduce un sondaggio sulla gestione della salute nei 2 milioni di residenti della prefettura di Fukushima. Finora la dose massima ricevuta è stato solo di 19mSv. L’autore mentre era in un ospedale locale, ricevette dosi da 30-40mSv dalle scansioni del CT. Ciò significa che ha ricevuto dosi superiori al 99% della popolazione giapponese per l’incidente di Daiichi.
Ora il Giappone ha bloccato una politica nucleare pragmatica basata sulla modernizzazione dell’intero sistema e applica norme più severe, e continua ad importare energia sporca a costi negativi in termini di salute, ostacolando l’economia. Naturalmente il Giappone potrebbe tentare di modificare radicalmente la propria politica energetica, attuando una politica che aumenti l’energia alternativa, di cui effetti e costi rimangono discutibili. Tuttavia, l’attuale affidarsi ai costosi combustibili fossili importati per colmare una politica energetica inesistente, non è praticabile. L’enorme deficit è dovuto all’aumento delle importazioni a seguito del terremoto di magnitudo 9.0 dell’11 marzo, che innescò lo tsunami e la crisi nucleare di Fukushima. In questo periodo, le importazioni di combustibili fossili continuano ad aumentare. Pertanto, nonostante le esportazioni dal Giappone aumentate di quasi il 10% nel 2013, è chiaro che lo squilibrio commerciale, uno yen debole e la dipendenza dai combustibili fossili, colpiscono l’economia in difficoltà. Forbes dice: “L’aumento della domanda di combustibili fossili giapponese a seguito della crisi nucleare di Fukushima, nel 2011, ha spinto le importazioni al picco assoluto di 81260 miliardi di yen”. In altre parole, l’impennata delle bollette post-Fukushima impone un pedaggio all’economia del Giappone. Prima del fiasco di Fukushima, i reattori nucleari fornivano un terzo del fabbisogno elettrico del Giappone.
Lee Jay Walker di Tokyo Modern Times dice: “Lo yen continua a sentire gli effetti del disavanzo delle partite correnti e se questo non cambia, i trader potrebbero vendere altri yen. Ciò a sua volta avrà effetti negativi sui costi d’importazione, creando così una spirale economica discendente.  Pertanto, data la realtà dell’aumento di quasi il 10% delle esportazioni, lo scorso anno, è chiaro che il Giappone dovrà affrontare una politica energetica, oltre ad altri settori essenziali per l’economia.” Akira Amari, ministro per la Politica fiscale ed economica, è estremamente preoccupato dal deficit. Avverte che, a meno che il problema sia affrontato, il Giappone “potrebbe diventare come gli Stati Uniti, dipendente dagli altri Paesi sul piano finanziario“. Se tale scenario si avvera, il Giappone perderà ulteriormente indipendenza, e ciò vale anche per il nucleare. Dopo tutto, lo sviluppo dell’industria nucleare dava autonomia, data la debolezza complessiva del Giappone sulle risorse energetiche. Ora però il Giappone importa più combustibili fossili, è debitore con gli USA per la protezione dello Stato-nazione, in quanto le loro forze armate sono di stanza in Giappone, mentre i prodotti alimentari importati sono un fatto naturale, e se il deficit commerciale continua così, presto il Giappone dovrà contare sulle nazioni straniere per i finanziamenti. Pertanto, l’attuale leadership del Giappone deve concentrarsi su una politica energetica adeguata, perché la situazione attuale mina l’economia e genera ad altri mali.

One Year On: 11 March Earthquake and Tsunami
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Viktor Orban a Mosca

Pjotr Iskenderov Strategic Culture Foundation 17/01/2014
Russia's President Vladimir Putin and Hungary's Prime Minister Viktor Orban attend a meeting at the Novo-Ogaryovo state residence outside MoscowLa prima conferenza intergovernativa UE-Serbia per gennaio dovrebbe dimostrare lo stato di avanzamento della domanda serba d’adesione all’Unione europea. “La Serbia deve continuare le riforme che ha iniziato, i cui risultati saranno un indicatore chiave per valutarne il processo d’integrazione”, ha dichiarato la commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo. Allo stesso tempo, in un colloquio sulle prospettive europee della Serbia, i membri del Parlamento europeo hanno salutato le elezioni locali tenutesi in Kosovo, alla fine del 2013, come “un grande passo in avanti sulla strada della democrazia”. La politicizzazione della domanda della Serbia d’adesione all’UE è evidente. Ciò riguarda i requisiti socio-economici adottati da Belgrado e le raccomandazioni per rivedere i parametri della cooperazione con la Russia nell’energia, in quanto non conformi allo spirito dell’Unione europea, alla Carta dell’energia e al Terzo pacchetto sull’energia. Tuttavia, come si può parlare di “non conformità” se nella stessa UE gli approcci dei singoli Paesi nella scelta di una politica energetica sono sempre diversi? L’Unione europea non è un monolite. Un certo numero di Paesi membri ha già chiarito che non ha intenzione di seguire pacificamente le direttive di Bruxelles in materia di energia, anche se non mette in questione l’adesione all’UE (almeno, non ancora). Al momento, mentre i membri del Parlamento europeo a Strasburgo iniziano i colloqui della sessione invernale, il primo ministro ungherese Viktor Orban è arrivato a Mosca per una visita di lavoro…
Negli ultimi due decenni, le relazioni tra la Russia e l’Ungheria hanno visto periodi complicati. Ci sono state due azioni del governo ungherese contro le compagnie petrolifere e del gas russe (soprattutto contro la Surgutneftegaz) e tentativi di Budapest di svolgere un “doppio gioco” in campo energetico. Tuttavia, negli ultimi anni i rapporti migliorano. La visita operativa di Viktor Orban a Mosca, nel gennaio 2013, è un’occasione importante. All’epoca, durante l’incontro con il presidente russo Vladimir Putin, il capo del governo ungherese suggeriva che la Russia partecipasse alla modernizzazione del sistema energetico ungherese. E ora questi piani iniziano ad essere attuati. Secondo Sergej Kirenko, a capo della società statale Rosatom, l’energia nucleare diventa un settore importante della cooperazione bilaterale russo-ungherese. “I negoziati con l’Ungheria sono in fase attiva”, ha dichiarato Kirenko. Ciò si riferisce alla partecipazione della Russia nella costruzione di due nuovi reattori nella centrale elettronucleare di Paks, in Ungheria (in aggiunta agli attuali quattro costruiti con l’aiuto dell’URSS), con una potenza complessiva di 2500-3400 MW. Il contratto ha un valore di 10 miliardi di dollari. “Oltre il 40 per cento del volume lavorativo”, secondo V. Putin, “deve essere svolto dalla parte ungherese. Ciò significa che circa tre miliardi di dollari saranno stanziati per sostenere l’occupazione in Ungheria, e solo le entrate fiscali che ne verranno saranno di oltre un miliardo di dollari.” E se si aggiungono gli accordi raggiunti da Mosca e Budapest a fine 2013, per una stretta aderenza, indipendentemente da possibili complicazioni, al già concordato programma per la costruzione del tratto ungherese del gasdotto South Stream e all’avvio delle forniture di gas russo all’Ungheria nei primi mesi del 2017, si deve riconoscere che la cooperazione tra la Russia e l’Ungheria nell’energia diventa un partenariato strategico.
Ci sono due ragioni principali per il progressivo sviluppo delle relazioni tra la Russia e l’Ungheria. La prima è connessa alle tensioni nelle relazioni tra Budapest e Bruxelles. La pressione della leadership dell’UE sull’Ungheria è sempre più evidente negli ultimi anni, toccando sia la sovranità statale che i sentimenti del popolo dell’Ungheria. E’ sufficiente ricordare le improvvisate dei politici tedeschi sulla necessità d’inviare unità paramilitari in Ungheria o la proposta discussa nella  Commissione europea d’imporre sanzioni a Budapest per le peculiarità della legislazione nazionale ungherese, non gradita a Bruxelles. Agli occhi degli ungheresi, tutto ciò ha ridotto notevolmente l’attrattiva, per usare un eufemismo, delle raccomandazioni della Commissione europea in altri settori, compresa l’energia. Inoltre, perché non seguire l’esempio del business tedesco in materia? Negli ultimi anni ha seguito una politica indipendente cooperando con la Russia nel settore energetico. Ci si riferisce, in particolare, al recente ritiro della tedesca RWE dal progetto Nabucco. Inoltre, la cooperazione russo-ungherese ha una buona base finanziaria ed economica. Le proposte russe sono semplicemente più redditizie, meglio pianificate e più serie di proposte simili delle aziende occidentali. Ciò è dimostrato da un semplice fatto: oggi la Russia fornisce l’80% del petrolio e il 75% del gas consumato in Ungheria.
Mentre la stampa ungherese riconosce, tra tutti i candidati al contratto, che solo Rosatom è pronta a fornire un adeguato finanziamento preliminare per il progetto di sviluppo della centrale nucleare di Paks. In un primo momento, la società francese Areva e la società nippo-statunitense Westinghouse prevedevano di partecipare alla gara, ma l’Ungheria non ha mai ricevuto alcuna proposta concreta. La società russa, invece, ha proposto termini utili agli interessi ungheresi. Va detto che l’interesse dell’Ungheria nel sviluppare l’energia atomica non rientra esattamente tra le priorità dell’Unione europea, dove molti sognano una “rivoluzione shale”, che arrecherebbe all’Europa una piuttosto maggiore minaccia ecologica che non un centrale nucleare. La parte del governo ungherese nello sviluppo dell’energia nucleare, osservando naturalmente i requisiti sulla sicurezza, è un passo importante a livello europeo. Come dimostrato dalla cooperazione della Russia con altri Paesi, in particolare l’Iran, le proposte russe soddisfano pienamente le esigenze sulla sicurezza. Così l’alleanza energetica di Mosca e Budapest può servire da esempio per gli altri Paesi europei.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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