Il Likud sionista verso la sconfitta totale

Jim Dean New Oriental Outlook, 06.10.2013

E per quanto riguarda chi è interessato agli ebrei che controllano l’America, vedano le cose in questo modo. Se non è vero, non c’è niente di cui preoccuparsi. Se è vero, è meglio, sarebbe molto bello per noi“, Aaron Breitbart, Simon Wiesenthal Center, Los Angeles

Campaign-2012-Obama-Netanyahu-20120302Io, Io… che differenza può fare una telefonata. Ovviamente nessuno si aspettava che in Israele, da venerdì sera, i likudnik si agitassero in preda al panico. Avevano schierato tutta la loro intelligence per convertire il mancato intervento degli Stati Uniti contro la Siria in un prepotente soprassalto dello spauracchio sul programma nucleare iraniano. Ma l’AIPAC s’è schiantato e bruciato di nuovo. Netanyahu ha preso in giro se stesso di fronte alle Nazioni Unite, ancora una volta, cosa che tutti sanno non imbarazzarlo affatto, e sembra neppure gli israeliani. Bibi è su una nave che affonda per la sua scommessa sulla minaccia dell’Iran, perché un numero crescente di Paesi occidentali ha pubblicamente annunciato, uno per uno, di essere disposti a migliorare le relazioni con l’Iran. Ci sono stati due eventi chiave che hanno contribuito a chiarire il percorso della telefonata della svolta. L’Unione europea ha messo il suo prestigio nella lista dei singoli Paesi che migliorano le relazioni con l’Iran. Poi c’è stato il vertice alle Nazioni Unite con il gruppo P5 +1, che ha generato commenti sulla stampa molto promettenti riguardo “la risoluzione di tutte le questioni in sospeso“, per la prossima riunione di ottobre.
Le pretese della stampa statunitense hanno accreditato Obama sull’iniziativa della telefonata a Ruhani, potendo così testarne la ricezione al suo ritorno a casa, in Iran. Nel settore delle PR lo si chiama ‘messa in scena’. Ma Obama in realtà segue, e non guida. Tutte le aperture pubbliche degli altri Paesi all’Iran hanno preparato il terreno ad Obama, per poter dare a Bibi la cattiva notizia… che la bufala della minaccia nucleare dell’Iran è un cane morto. E’ giunto il momento per il mondo di andare avanti. Bibi corre a Washington per vedere Obama, lunedì. Ha anche ordinato a tutto il suo governo di imbavagliarsi, nessuno doveva commentare pubblicamente sui media ciò che dimostra la storica telefonata. Come affermato da una fonte anonima israeliana, “Netanyahu teme che si dirigano verso un pessimo accordo con l’Iran, e se è così, preferisce non ci sia alcun accordo“, ha detto la fonte. Vorrei chiedere al torbido Netanyahu, di quale accordo sta parlando. Hanno solo accettato di parlare. Ogni accordo è ovviamente ancora in ipotesi, per ora. L’Iran è già inciampato scioccamente nella pretesa che le sanzioni siano eliminate prima di iniziare la trattativa, un grande e inutile errore da parte sua. Quello che penso di Bibi, ma non vorrei dire, è che lui e i suoi estremisti del Likud vedono che la possibilità che l’esercito e il denaro dei contribuenti statunitensi siano usati  per eliminare un avversario dei sionista, stia sparendo. I Primi ministri israeliani, a lungo, hanno venduto al pubblico israeliano la loro capacità di avere l’aiuto militare e il sostegno dei contribuenti statunitensi. Le armi di distruzione di massa d’Israele rendono gli aiuti degli Stati Uniti tecnicamente illegali, ma questi continuano a mostrare che ‘una correzione’ stia ancora consolidando le proprie competenze in politica estera. Gli israeliani vedono i loro capi come se manipolassero la politica statunitense. Se ne sono anche vantati pubblicamente. Ho il sospetto che Bibi arriverà a Washington con un piano in due parti. Cercherà di far deragliare qualsiasi normalizzazione degli Stati Uniti con l’Iran, forse minacciando qualcosa come costruire altri 5000 nuovi insediamenti in Cisgiordania. Oppure potrebbe cercare di estorcere la promessa di ottenere armi nucleari statunitensi di quarta o addirittura quinta generazione, in sostituzione delle ADM che gli israeliani hanno già, come premio di consolazione.
I sionisti radicali non possono immaginare un mondo in cui non hanno una crescente forza d’attacco nucleare. E per averla, devono tirare fuori questi spauracchi fasulli, per nascondere il fatto che hanno già queste armi offensive. I babbei hanno anche testato i loro nuovi missili balistici a lungo raggio, proprio nel bel mezzo del dramma del minacciato attacco alla Siria. E poi hanno testato due missili lanciati dai sottomarini. Penso che Netanyahu senta che il vento stia cambiando, che senza una qualche minaccia esterna artificiale, non vi sia alcuna reale necessità per Israele di tenersi il suo non dichiarato arsenale di ADM. Ciò significa che è a un passo dal sentirsi chiedere di consegnare quello che ha, nell’ambito di un piano di pace regionale. Rifiuterà, naturalmente, aprendo le porte alle sanzioni, che il mondo intero sosterrebbe subito. Chi lo meriterebbe più dei sionisti? La Lega araba già appoggia questo desiderato ‘Medio Oriente libero dalle ADM’, e l’unica cosa che ha protetto Israele in tutti questi anni, è la corruzione della politica statunitense. Per avere i finanziamenti politici ebraici, nel cuore della campagna elettorale, tutti i candidati hanno dovuto giurare fedeltà alla supremazia militare totale d’Israele su tutta la regione. Questo assegno in bianco a sostegno della politica israeliana, è stato un fallimento totale e causa di tanta miseria e distruzione in Medio Oriente, solo così i politici statunitensi potevano contare sui contanti ebraici per la loro campagna. Tutti coloro che l’hanno fatto, violavano il loro giuramento, mettendo a rischio la sicurezza nazionale statunitense per un piccolo Paese mediorientale di nessuna importanza strategica.
Proprio nel bel mezzo di tutto questo, Israele ha chiesto un grosso aumento supplementare in aiuti militari statunitensi. Caspita, sembra che vogliano che gli USA gli comprino i loro ICBM, proprio quando affrontiamo la chiusura per il tetto del debito. Gli statunitensi sono sempre al passo con il registratore di cassa d’Israele. Il fascino politico dell’offensiva iraniana continua ad essere sempre più pressante, alle sessioni delle Nazioni Unite. Il ministro degli Esteri Zarif ha fatto centro rispondendo agli insulti da quattro soldi di Netanyahu sui tentativi dell’Iran per una riconciliazione. “L’offensiva del sorriso è assai meglio dell’offensiva della menzogna. Netanyahu e i suoi pari hanno detto, fin dal 1991… che l’Iran è a sei mesi dall’avere un ordigno nucleare. E sono passati quanti anni, 22? E ancora dicono che siamo a sei mesi dalle armi nucleari”. Caro Bibi, Zarif se ne fa beffe delle tue sparate, e il notiziario domenicale della ABC, pure. Sento cambiare il vento, Bibi, e penso che anche tu lo senti. Volevo controllare ciò che gli agenti dello spionaggio israeliano faranno, di lavoro straordinario la domenica. Ciò di solito comporta tirar fuori i media e think tank da loro controllati e far spargere materiale, già preparato da qualche ‘esperto’, con un documento importante o qualche intervista televisiva. Non ho avuto bisogno di aspettare molto.
Il Los Angeles Times, la Tel Aviv sul Pacifico, aveva un articolo di Paul Richter. La mia scommessa era che i sionisti avrebbero preteso il divieto totale di qualsiasi attività nucleare dell’Iran, quale unico modo con cui il mondo potrebbe essere messo al sicuro da un Paese, che non ha attaccato nessuno in 1000 anni. Avevo ragione. Mark Dubowitz della pro-sanzioni Fondazione per la Difesa delle Democrazie, pigolava che il diritto al riprocessamento dell’Iran previsto dal TNP, sia in qualche modo oggetto di soggetti estranei, come il desiderio d’Israele di annullarlo. La FDD è uno dei più grandi think tank neocon filo-israeliani che abbiamo, con personaggi famosi come l’ex-direttore della CIA James Woolsey, che vuole che Jonathan Pollard sia rilasciato quando lui e gli israeliani hanno ucciso più persone di qualsiasi uomo della CIA, nella storia. Woolsey deve essere considerato un traditore della fedele comunità dell’intelligence, che vorrebbe vederlo con Pollard a condividere la cella. L’intelligence israeliana spesso s’infiltra in questi grandi gruppi di riflessione, a fini di controllo, perché vi sono pezzi da novanta, come ex-politici e capi dipartimento, quale Loui Freeh dell’FBI, rendendo difficile investigare, se non impossibile… questo è il punto. La FDD è una copertura per le aggressive operazioni di cambiamento di regime all’estero, e sembra rappresentare una varietà di benefattori, anche degli interessi stranieri. Per esempio, sosterebbe il terrorismo di al-Qaida in Siria senza battere ciglio. Dovrebbe cambiare il nome in Fondazione per la democrazia del terrorismo. Altri articoli del LA Times affermano che qualsiasi ritrattamento nucleare iraniano serva solo a poter continuare a nascondere gli impianti per costruire la bomba. La bufala è stata smascherata da secoli da chi segue le procedure di ispezione. Queste élite dei media e dell’impostura, dimenticano che noi contadini sappiamo leggere.
L’AIEA ha confermato con i suoi controlli che non un grammo di materiale nucleare iraniano è andato disperso. Non è una novità per noi di Veterans Today, come per il nostro esperto nucleare Clinton Bastin, per 40 anni al dipartimento di Energia, che sa come come tutti i depositi siano sotto costante monitoraggio e siano in grado di rilevare qualsiasi deviazione quasi in tempo reale. Abbiamo anche altre fonti che confermano che le strutture segrete per la bomba sono un’altra beffa, con la nostra tecnologia satellitare che rileva il ritrattamento… ovunque, e potendolo fare da molto tempo. Non posso dire come o mi sparerebbero, e preferirei continuare a scrivere queste righe per voi. La gente sa in fondo che la minaccia nucleare dell’Iran è solo una grande operazione psicologica truffaldina, fin dall’inizio. E’ stata utilizzata per preparare i cittadini ad accordare fiducia a un futuro attacco all’Iran, quando quelle stesse persone non avrebbero creduto che il loro governo gli mentiva in faccia, e perché. Scriverò oltre su quali siano queste ragioni. Dovete solo fare un lungo viaggio sulla strada della memoria delle guerre passate, per scoprirne il perché.

Jim W. Dean è caporedattore di VeteranToday.com, produttore di Heritage TV Atlanta, membro della Associazione dei funzionari dei servizi segreti e dei Figli dei Veterani confederati, appositamente per New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Onda Rossa: la Cina dispiegherà una nuova classe di sottomarini nucleari strategici nel prossimo anno

Bill Gertz – Washington Free Beacon 23 luglio 2013

china_chines_submarine_s640x480L’anno prossimo, la marina della Cina inizierà i primi pattugliamenti in mare di una nuova classe di sottomarini nucleari strategici, mettendo in evidenza una nuova e crescente minaccia missilistica per gli Stati Uniti, secondo i funzionari della difesa degli Stati Uniti. “Prevediamo che pattuglie di combattimento di sottomarini dotati del nuovo missile balistico sub-lanciato JL-2, inizieranno il prossimo anno“, ha detto un funzionario a conoscenza delle recenti valutazioni dell’intelligence sulla forza sottomarina strategica cinese. La forza di sottomarini lanciamissili strategici della Cina  attualmente comprende tre nuovi sottomarini Tipo 094, ciascuno dotato di 12 tubi di lancio dei missili. Le pattuglie di sottomarini includeranno decine di nuovi missili balistici lanciati da sottomarini (SLBM) JL-2 sui Tipo 094. I sottomarini sono chiamati dal Pentagono anche battelli lanciamissili classe Jin. I pattugliamenti dei sottomarini missilistici, se effettuati dal 2014, saranno le prime operazioni sottomarine della Cina che coinvolgano missili a testata nucleare schierati lontano dalle sponde cinesi, pur avendo già una piccola forza di sottomarini lanciamissili dalla fine degli anni ’80.
Il Washington Free Beacon aveva riportato per la prima volta, nell’agosto scorso, che la Cina aveva effettuato un test di volo del JL-2, che secondo gli analisti probabilmente sarà equipaggiato con testate multiple. Questo test è stato effettuato nel Mare di Bohai in prossimità della costa nord-orientale della Cina, secondo i funzionari a conoscenza dei rapporti sul test. Funzionari della difesa hanno detto che il JL-2 rappresenta una potenziale minaccia missilistica nucleare di ‘primo attacco’ per gli Stati Uniti, ed è uno dei quattro nuovi tipi di missili a lungo raggio del crescente arsenale nucleare strategico della Cina. L’Air Force National Air and Space Intelligence Center all’inizio di questo mese ha pubblicato un rapporto sulle minacce missilistiche che identificavano il JL-2 quale arma che “per la prima volta, consentirà agli SSBN cinesi di colpire porzioni degli Stati Uniti da aree operative situate vicino le coste cinesi.” SSBN è l’acronimo militare per sottomarini lanciamissili nucleare. Il più recente rapporto annuale del Pentagono sulle forze militari della Cina dichiara che la Marina militare di Pechino ha posto la priorità sulla costruzione delle forze sottomarine. Oltre ai tre Tipo 094 attualmente dispiegati, la Cina aggiungerà almeno altri due sottomarini prima di schierare un sottomarino lanciamissili di nuovo generazione denominato Tipo 096, afferma il rapporto. E’ stata la prima volta che il Pentagono ha rivelato l’esistenza del nuovo sottomarino lanciamissili strategico. “La classe Jin e il JL-2 daranno alla Marina dell’EPL il suo primo credibile deterrente nucleare navale“, dice il rapporto del Pentagono.
Il Capo delle Operazioni Navali, Ammiraglio Jonathan Greenert, ha detto al Congresso, a maggio, che non era preoccupato dalla flotta cinese, compresi i nuovi sottomarini nucleari, ma che si tratta di uno sviluppo che ha bisogno di essere studiato. Greenert vantava nel corso di un’audizione al Congresso sugli stanziamenti per la difesa che “possediamo il dominio del mondo sottomarino.” La marina cinese “non ci arriva ancora” in termini di potere sottomarino, nonostante lo schieramento attuale di una forza di 55 sottomarini, sia diesel che a propulsione nucleare, ha detto Greenert. “Vorrei solo dire che restiamo vigili”, ha risposto alle domande circa i progressi dei sottomarini cinesi. “Non vorrei dire che sono preoccupato, non ancora, perché non sono necessariamente preoccupato. Siamo molto attenti e dobbiamo prestare attenzione e comprendere le intenzioni. E li sfidiamo su queste intenzioni“.
David Helvey, viceassistente del segretario alla Difesa per l’Asia orientale, ha detto ai giornalisti a maggio che i cinesi investono massicciamente in programmi di guerra sottomarina e in sottomarini. Inoltre, i cinesi non hanno ancora effettuato un test di lancio di un missile da un sottomarino immerso, ha detto. “Vediamo la Cina che investe considerevolmente nelle funzionalità per le operazioni in questo settore“, ha detto. Un rapporto del 2008 prodotto dalla US-China Economic and Security Review Commission afferma che non ci sono indicazioni che la Cina stia progettando di schierare un missile antisatellite sui suoi sottomarini lanciamissili. Questo missile include l’ultimo stadio di un missile terrestre ASAT (anti-satellite) sull’ogiva di un JL-2. La relazione della commissione ha citato un articolo del 2004 di Liu Huanyu dell’Accademia Navale di Dalian, che afferma che “distribuire qualche missile anti-satellite sui sottomarini nucleari nell’oceano, può seriamente minacciare l’intero sistema spaziale militare del nemico.”
Mark Stokes, analista degli affari militari cinesi, ha detto che prime pattuglie di sottomarini lanciamissili balistici cinesi, nel prossimo anno, non sarebbero sorprendenti. “La domanda più importante è quale organizzazione controlla, custodisce e garantisce la disponibilità delle testate nucleari che apparentemente sarebbero assegnate agli SLBM delle pattuglie”, ha detto Stokes all’Istituto Progetto 2049. La Cina mantiene uno stretto segreto sulle sue forze nucleari, come ad esempio quante ne sono schierate, come sono controllate e conservate, nel timore che qualsiasi discussione pubblica possa comprometterne il valore deterrente. “La [Commissione Militare Centrale] ha tradizionalmente affidato solo al Secondo Corpo di Artiglieria il controllo centralizzato sulle armi nucleari“, ha detto Stokes. “La concessione della CMC alla Marina dell’EPL del potere di sviluppare e mantenere una propria infrastruttura indipendente per lo stoccaggio e la movimentazione delle testate, sarebbe un allontanamento significativo dal passato. Questo tipo di decentramento potrebbe avere implicazioni che vanno ben oltre la Marina“. Richard Fisher, esperto di affari militari cinesi, ha detto che l’avvio di pattugliamenti dei sottomarini missilistici soddisferebbe le ambizioni dei leader del Partito comunista cinese dai tempi di Mao Zedong negli anni ’60. “Con tre SSBN Tipo 094 ora definiti ‘operativi’ dal Pentagono, è possibile che un Tipo 094 possa essere mantenuto in costante pattugliamento“, ha detto Fisher, dell’International Assessment and Strategy Center. “Tre SSBN cinesi contro 14 della Marina degli Stati Uniti non possono sembrare motivo di preoccupazione, ma se si assume che il JL-2 ha una gittata di 8.000 chilometri, assai simile all’ICBM DF-31, allora il Tipo 094 potrebbe colpire comodamente le basi aree sensibili e le basi della difesa missilistica dell’Alaska dalle aree protette nel Mar Giallo, e dalle coste orientali della Corea democratica potrebbe colpire la base degli SSBN dell’US Navy dell’isola di Kitsap, nello Stato di Washington“, ha detto.
Fisher ha avvertito che l’amministrazione Obama prevedendo di ridurre le forze nucleari degli Stati Uniti, potrebbe aumentare il rischio di un futuro primo attacco cinese. “Se l’amministrazione Obama avrà successo nel suo obiettivo di ridurre le testate nucleari degli Stati Uniti fino a circa 1000, non è escluso che la Base di Kitsap possa diventare responsabile di una percentuale molto più grande della capacità di rappresaglia nucleare degli Stati Uniti“, ha detto. “Tale mossa potrebbe determinare un notevole aumento dei rischi per gli Stati Uniti.” Tenuto conto delle “incertezze” sui livelli effettivi attuali e futuri dell’arsenale nucleare della Cina, “sarebbe più saggio non prendere in considerazione un’ulteriore riduzione nucleare, che potrebbe minacciare la robusta triade nucleare di ICBM, SSBN e bombardieri degli Stati Uniti“, ha detto Fisher. Sul sottomarino lanciamissili di prossima generazione della Cina, Fisher ha detto che il Tipo 096 potrebbe essere dotato di un missile con una gittata maggiore, il “JL-3″ in grado di colpire obiettivi in tutti gli Stati Uniti.
Thomas M. Skypek, analista della sicurezza nazionale, ha dichiarato in un documento del 2010 che la Cina, nei prossimi 10 anni, potrebbe costruire diversi tipi di forze missilistiche strategiche, dalla forza modesta dei quattro sottomarini Tipo 094, a una forza con due Tipo 094 e otto Tipo 096, ciascuno armato con 24 missili JL-3 dotati di testate multiple. “Nella sua corsa a sviluppare un credibile deterrente nucleare navale, Pechino cercherà di mettere in campo sottomarini furtivi con molti missili balistici MIRVizzati, ottenendo una assai maggiore capacità rispetto a ciò che la prima e la seconda generazione di SSBN e di SLBM potevano offrire“, ha dichiarato Skypek. Skypek ha detto i militari cinesi hanno riscontrato problemi con il JL-2 del Tipo 094. Tuttavia, ha aggiunto che la “traiettoria attuale della marina cinese suggerisce che la Cina stia per compiere un salto significativo nelle sue capacità e presto schiererà un deterrente nucleare navale credibile.” “Una volta a regime, la flotta di SSBN [cinesi], anche con un modesto numero di battelli, rafforzerà la capacità della Cina di compiere attacchi strategici e di rafforzare la deterrenza complessiva di Pechino, ottenendo maggiori gittata, mobilità, furtività, sopravvivenza, penetrazione e letalità.” Il governo giapponese ha messo in guardia, con un libro bianco della difesa pubblicato all’inizio di questo mese, sulla minaccia rappresentata dal JL-2. “Una volta che il JL-2 raggiungerà l’operatività, si ritiene che le capacità nucleari strategiche della Cina miglioreranno grandemente“, dichiara il libro bianco.
Il Maggior-Generale cinese Yao Yunzhu, un ricercatore, ha suggerito a maggio che gli sforzi degli Stati Uniti per aumentare le difese missilistiche in Asia producono l’accrescersi dell’arsenale nucleare strategico della Cina. “Lo sviluppo attuale, in particolare la diffusione di sistemi di difesa missilistica in Asia orientale sarebbe, agli occhi cinesi, un fattore molto inquietante che avrebbe implicazioni sul calcolo della Cina verso l’arsenale nucleare e strategico“, ha detto Yao Yunzhu, ricercatore presso l’Accademia di Scienze Militari della Cina. Yao ha anche detto che le operazioni congiunte statunitensi sulla difesa antimissile in Asia hanno “implicazioni per la Cina”. Il Pentagono lavora a stretto contatto con il Giappone sulle difese missilistiche congiunte, per contrastare la minaccia rappresentata dai missili nordcoreani. Il Wall Street Journal, citando “esperti cinesi”, ha riferito a maggio che le mosse dei militari statunitensi in Asia improbabilmente potranno influenzare lo sviluppo dell’arsenale nucleare della Cina, tra cui il varo di sottomarini lanciamissili nel 2014. Tuttavia, il numero di testate nucleari e di missili strategici potrebbe essere “regolato” sulla base dei piani militari statunitensi in Asia. L’amministrazione Obama ha lanciato il “perno” per l’Asia, che include l’incremento delle forze militari statunitensi nella regione e delle esercitazioni con gli alleati e gli amici asiatici.
Il Vicesegretario alla Difesa Ashton B. Carter ha annunciato ad aprile che la Marina militare statunitense schiererà, nel 2015, un quarto sottomarino d’attacco a propulsione nucleare a Guam.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le implicazioni della visita di Putin in Iran

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 25 luglio 2013

28795Vladimir Putin cerca di rilanciare le relazioni bilaterali con il confinante caspico della Russia, inaspritesi durante il periodo di Dmitrij Medvedev. La visita programmata del presidente russo Vladimir Putin in Iran per il prossimo mese, ha già generato molte speculazioni. Kommersant ha riferito che Putin visiterà l’Iran il 12 agosto. Anche se le fonti ufficiali non hanno chiaramente delineato pubblicamente i dettagli della visita, speculazioni sono all’ordine del giorno tra voci su colloqui che comprenderanno il programma nucleare iraniano, la cooperazione bilaterale per la difesa e le dichiarazioni congiunte su questioni regionali e internazionali.
Il 3 agosto, Hassan Rouhani sarà nominato presidente dell’Iran. Il nuovo presidente è percepito quale politico moderato in ambito nazionale e internazionale, a differenza del suo predecessore Mahmoud Ahmadinejad. Le dichiarazioni attribuite a Rouhani indicano che ci si aspetta abbia un approccio moderato sul programma nucleare iraniano, quale compromesso per il rilassamento delle sanzioni internazionali. Come potenza regionale e alleato della Russia, e anche importante produttore di energia, l’Iran ha giocato un ruolo chiave nella politica del Medio Oriente e nei recenti conflitti in Siria e in altre parti della regione, rendendo necessario un ruolo per il Paese. Anche per la sua posizione geopolitica nella regione e la sua vicinanza all’altro centro di conflitto, l’Afghanistan, l’Iran è pronto a giocare ruoli importanti nella politica regionale e internazionale.
Per il presidente Putin, sarà la seconda visita in Iran. Ha visitato il paese nel 2007 per partecipare alla conferenza degli Stati litoranei del Mar Caspio. In un certo senso, l’imminente visita di Putin sarà il primo viaggio da capo di Stato russo in Iran per adottare decisioni bilaterali. Il segretario del comitato parlamentare per l’Amicizia Iran-Russia, Mehdi Sanai, ha detto che il presidente probabilmente giungerà in Iran su una nave, attraversando il Mar Caspio. Non è stato ancora annunciato ufficialmente come Putin visiterà l’Iran. Sia la Russia che l’Iran sono Stati litoranei del Mar Caspio ed entrambi hanno adottato approcci comuni verso i problemi regionali, tra cui il conflitto sul Nagorno-Karabakh. Le enormi risorse di energia del bacino del Mar Caspio, la posizione geopolitica e i conflitti l’hanno reso un candidato naturale a principale potenza politica. Russia e Iran hanno sviluppato approcci comuni ai problemi regionali. Come Sanai ha sottolineato, “saranno discusse le questioni internazionali, regionali e bilaterali durante la visita di Putin”.
L’agenzia di stampa iraniana Fars ha dichiarato che “Putin vuole discutere due questioni importanti, la costruzione di un nuovo stadio della centrale nucleare di Bushehr e la sostituzione del sistema missilistico S-300 con lo scudo di difesa missilistica Antej-2500.” Tra le questioni da discutere, vi sarà certamente il programma nucleare iraniano. L’economia iraniana è stata paralizzata dalle sanzioni internazionali, applicate con l’accusa che la Repubblica islamica stia arricchendo l’uranio per costruire armi nucleari. L’Iran, d’altra parte, ha sostenuto che i suoi programmi di arricchimento dell’uranio hanno lo scopo di fornire il combustibile ai reattori nucleari e per scopi medici. Diverse iniziative internazionali, tra cui l’ultima riunione delle sei potenze Russia, Stati Uniti, Regno Unito, Cina, Francia, Germania e Iran in Kazakhstan nell’aprile 2013, per risolvere la questione nucleare iraniana, non hanno funzionato. Durante il mandato presidenziale di Dmitrij Medvedev, la Russia ha preso misure per conformarsi alle sanzioni internazionali, abbandonando perciò gli accordi sugli  armamenti con l’Iran, tra cui quello sul sistema missilistico S-300. Di conseguenza le relazioni bilaterali si erano inasprite. L’imminente visita del Presidente Putin affronterà queste asprezze e fornirà impulso alle relazioni bilaterali. La Russia probabilmente s’impegnerà a sostenere l’Iran nel sviluppare l’impianto nucleare di Bushehr. Il sostegno della Russia al programma nucleare iraniano creerà increspature nella politica internazionale, e modellerà le relazioni tra le potenze.
Oltre alla cooperazione nucleare, le relazioni bilaterali sulla difesa saranno un altro punto importante. Rapporti suggeriscono che il leader russo offrirà il sistema di difesa aerea a lungo raggio Antej-2500VM. Il rafforzamento dell’Iran con questo sistema sarà certamente un punto di svolta per la politica regionale, e per i suoi rivali, in particolare Israele, questo fattore svilupperà la loro elaborazione politica. Questo nuovo sistema di difesa, con una gittata di 200 km per gli aerei e 40 km per i missili balistici, è progettato per abbattere bersagli volanti alla velocità di 4500 chilometri all’ora. E’ in grado di monitorare e inseguire fino a 24 velivoli o 16 missili balistici contemporaneamente. Fars dice che “l’Antej-2500 è studiato appositamente per le esigenze delle forze terrestri, e ciò potrebbe essere un vantaggio per l’Iran, date le sue grandi forze di terra.”
La Siria probabilmente rientrerà nei colloqui tra Putin e Rouhani. La Siria è una terra insanguinata per i civili e un terreno fertile per l’estremismo religioso. La rovina del Paese sotto la sorveglianza internazionale è stata fenomenale negli ultimi due anni, e nonostante gli sforzi delle Nazioni Unite e delle grandi potenze, come la Russia, il conflitto non si è placato. I recenti colloqui Lavrov-Kerry e la conferenza di pace proposta tra governo di Assad ed opposizione si spera apra la via d’uscita dal conflitto. Russia e Iran affermeranno il loro impegno per una soluzione politica del conflitto siriano. Come osservatore della Shanghai Cooperation Organization, l’Iran sarà presente al vertice della organizzazione di settembre, il mese dopo la visita di Putin. Mentre la politica regionale è stuzzicata dai rapidi cambiamenti nelle dinamiche regionali come l’ascesa dei taliban, il ritiro delle forze della NATO dall’Afghanistan, i crescenti estremismo, terrorismo, narcotraffico e criminalità organizzata transnazionale, l’Iran nell’ambito di tale quadro regionale può giocare insieme con la Russia un ruolo importante nel portare pace, stabilità e sviluppo non solo nel proprio territorio, ma nelle regioni limitrofe.

Il Dr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. Le sue aree di interesse riguardano conflitti, terrorismo, pace e sviluppo, Kashmir, Asia del Sud e gli aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le origini della guerra fredda: come Stalin sventò il ‘nuovo ordine mondiale’

Dott. K. R. Bolton, Foreign Policy Journal, 31 maggio 2010

stalin620Il fatto più congeniale per molti conservatori, soprattutto negli Stati Uniti, è che fu l’Unione Sovietica sotto Stalin che sventò l’ordine mondiale, senza la quale saremmo molto probabilmente stati soggiogati da un’autorità mondiale centrale subito, dopo la seconda guerra mondiale. Tale questione di realpolitik si affianca a un altro fattore di realismo politico: New York e Washington sono state storicamente le capitali della rivoluzione mondiale, [1] con le élite mondialiste che pompavano denaro ai movimenti rivoluzionari, mentre Stalin si occupava di eliminare il bolscevismo internazionale come minaccia trotzkista, e a invertire molti aspetti dell’esperimento bolscevico sociale interno. Questo saggio prende in esame le macchinazioni con cui Washington ha cercato di imporre un nuovo ordine mondiale post-bellico, e la risposta di Stalin; eventi che hanno continuato ad avere importanti influenze sulle politiche sovietiche e statunitensi.

Russia: la delusione perenne
La Russia non s’incastra mai bene nei piani di coloro che cercano di imporre un sistema uniforme all’umanità. La Russia è rimasta selvaggia agli occhi dei sofisticati liberali occidentali che cercano di instaurare un mondo unipolare globale, come lo erano  afrikaner, iracheni, iraniani, serbi e altri. La differenza è che i russi continuano a costituire una forte opposizione, che pertanto deve essere sovvertita. L’economia russa è stata considerata arretrata dai finanzieri occidentali e questo è il motivo per cui molti, non solo hanno accolto con favore le rivoluzioni del marzo e anche del novembre 1917, [2], ma anche fornito sostegno ai rivoluzionari per rovesciare il regime zarista [3] ritenuto un’anomalia nel mondo “progressista”. Industriali e finanzieri guardarono con ottimismo ad un Russia post-zarista, il cui regime si concentrava sul processo dell’industrializzazione, il che implicava la necessità di capitali e competenze esteri a prescindere dalla retorica rivoluzionaria sui capitalisti stranieri. Tuttavia, l’auto-descritto “establishment della politica estera”, il Consiglio delle Relazioni Estere (CFR), invitò gli investitori stranieri ad agire rapidamente in Russia, in quanto si accorse che la situazione poteva presto cambiare.
Peter Grosse [4], scrisse nell’equivalente di una virtuale “storia ufficiale” delle dichiarazioni del CFR, della prima relazione del Consiglio sulla Russia sovietica: “L’imbarazzante per i registri dell’Inchiesta [5], vi è l’assenza di un qualsiasi studio o analisi sul tema del bolscevismo. Forse semplicemente andava oltre l’immaginazione accademica dei tempi. Non prima del 1923, il Consiglio poté convocare le forze necessarie da mobilitare per un esame sistematico del regime bolscevico, installatosi infine dopo la guerra civile in Russia. L’impulso per questo primo studio fu la nuova politica economica di Lenin, che sembrava aprire l’economia di guerra bolscevica agli investimenti esteri. Metà del gruppo di studio del Consiglio proveniva da imprese che avevano effettuato vendite alla Russia pre-rivoluzionaria, e le discussioni sul futuro sovietico furono intense. La relazione conclusiva respinse il timore ‘isterico’ che la rivoluzione tracimasse oltre i confini della Russia all’Europa centrale o peggio che i nuovi rivoluzionari guidassero un’alleanza con i musulmani nazionalisti in Medio Oriente, per scacciare l’imperialismo europeo. I bolscevichi erano ‘sulla via dell’equilibrio e si adeguavano alle regole del commercio’, concluse il gruppo di studio del consiglio, ma l’accoglienza dai concessionari stranieri sarebbe stata, probabilmente, di breve durata. Pertanto, il consiglio dei saggi raccomandò nel marzo 1923, che gli uomini d’affari statunitensi entrassero in Russia finché l’invito di Lenin lo permetteva, fare soldi con i loro investimenti e poi uscirne il più rapidamente possibile. Pochi ascoltarono il consiglio, per settant’anni non si sarebbe più ripresentata una simile opportunità. [6]
Stalin, anche in questa fase embrionale del regime sovietico, era al timone. Mentre Trotzkij voleva proseguire gli investimenti esteri [7], come era avvenuto nel quadro della Nuova Politica Economica di Lenin, [8] Stalin affrontò con alcuni colpi decisi il cosiddetto blocco dell’opposizione, sostanzialmente guidato da Trotzkij, trattando da nemico naturale il capitale straniero. Con lo scoppio della guerra tra la Germania e l’URSS, vi fu la rinnovata speranza che la Russia venisse integrata nel nuovo ordine mondiale del dopoguerra. Stalin richiese mezzi tecnologici agli occidentali per la sua macchina da guerra in lotta contro i tedeschi. [9] Tuttavia Stalin era troppo duro e autoritario per essere subordinato o, addirittura, per diventare un socio paritario in una qualsiasi riorganizzazione globale post-bellica prevista dagli Stati Uniti.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite, base del Parlamento Mondiale
Le cose sembravano andare bene tra “Zio Joe” [10], Roosevelt e Churchill, mentre  combattevano il nemico comune. Tuttavia, Stalin aveva molta stima dei suoi temporanei partner occidentali, come ne aveva per i suoi alleati temporanei Kamenev e Zinoviev, quando i due manovravano nell’apparato bolscevico. Una volta che la posizione di Stalin era assicurata, a livello individuale, nell’apparato sovietico, i due scorbutici vecchi bolscevichi vennero emarginati e alla fine dovettero pagare il conto. Allo stesso modo, mentre la situazione pratica non concesse l’opportunità a Stalin di infliggere un simile trattamento ai suoi ex alleati occidentali, una volta che si era assicurato le posizioni del momento in tutta l’Unione Sovietica, rigettando quelli che, come gli sventurati Kamenev e Zinoviev, pensavano di poter manipolare Stalin e la Russia a proprio vantaggio. Dopo aver assicurato un accordo con gli alleati a Potsdam, per la creazione di un nuovo impero russo, nonostante la determinazione degli Stati Uniti che non i vecchi imperi europei sarebbero stati parte del dopo-guerra [11], ma piuttosto l’asse del controllo mondiale che si sarebbe incentrato sull’imperium del Dollaro, Stalin non volle compromettere la sua posizione di parità, e tanto meno esserne subordinato.
La prima frattura nell’alleanza bellica avvenne sul grande nuovo disegno con cui gli USA crearono l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) quale parlamento mondiale, concentrandosi su un “nuovo ordine mondiale”, come il presidente Wilson cercò di fare con la Società delle Nazioni dopo la Prima Guerra Mondiale. I parlamenti occidentali democratico-liberali, in generale, sono suscettibili alla manipolazione plutocratica; e questo è il loro scopo. Stalin però non era un parlamentare e non poteva essere comprato con la promessa di essere un partner del ‘Brave New World’. Il piano statunitense per l’ONU richiedeva di conferire potere all’Assemblea Generale in base alla votazione a maggioranza. La posizione sovietica era rendere il Consiglio di Sicurezza l’arbitro finale delle decisioni, tramite i membri aventi diritto di veto. La posizione degli Stati Uniti, infatti, permise alle Nazioni Unite di trasformarsi in uno strumento per imporre la volontà di un gruppo di Stati su tutti gli altri, soprattutto quando l’Unione Sovietica era l’unico membro socialista del Consiglio [12].
Nonostante la vecchia teoria della cospirazione conservatrice, secondo cui l’ONU è un complotto sovietico per creare uno stato mondiale controllato dai comunisti [13], fu l’URSS che rese l’ONU ridondante quale mezzo per imporre il nuovo ordine mondiale, de facto se non de jure; una situazione che continua ancora oggi grazie alle insistenze sovietiche sulla sovranità nazionale, o imperiale, per sé e per il suo blocco.

Il Piano Baruch per ‘internazionalizzare’ l’energia atomica
Il secondo pilastro della creazione di una nuovo ordine mondiale post-bellico, si fondava sulla presunta “internazionalizzazione” dell’impressionante potenza dell’energia atomica. Proprio come la facciata democratica del piano statunitense per l’Assemblea Generale quale parlamento mondiale, questa ‘internazionalizzazione’ fu percepita dall’URSS nel suo vero scopo di controllo statunitense. L’eminente storico statunitense Carroll Quigley, del Foreign Services School, presso Georgetown University, Harvard e Princeton, descrisse la situazione post-bellica che portò alla guerra fredda affermando che la politica immediata degli USA poggiava sul libero scambio e l’aiuto attraverso il Piano Marshall, compresa l’assistenza alla ripresa economica del blocco sovietico. Tuttavia l’URSS vide in ciò un mezzo degli USA per definire la sua supremazia post-bellica. Quigley, un globalista liberale che vedeva la “speranza” del mondo nel governo mondiale, scrisse: “Nel complesso, se una colpa deve essere assegnata, può essere affissa sulla porta dell’ufficio di Stalin al Cremlino. La disponibilità statunitense a cooperare continuò fino al 1947, come risulta evidente dall’offerta del Piano Marshall di aiuti statunitensi nello sforzo cooperativo per il risanamento dell’Europa, che fu rivolta all’Unione Sovietica, ma sembrava oramai chiaro che Stalin avesse deciso di chiudere la porta alla cooperazione adottando una politica unilaterale di aggressione limitata, nel febbraio e marzo 1946. L’inizio della guerra fredda può essere indicata nella data della presente decisione, o può essere posta successivamente, nella più ovvia data del rifiuto sovietico di accettare gli aiuti Marshall nel luglio 1947” [14]. Quigley si riferiva all’iniziativa statunitense per l’”internazionalizzazione” dell’energia atomica, e come questo indubbiamente pericolosissimo scenario da dominio del mondo venne nuovamente sabotato da Stalin: “L’esempio più critico del rifiuto sovietico di cooperare e della sua insistenza nel rientrare nell’isolamento, nel segreto e nel terrorismo, si può trovare nel rifiuto ad unirsi agli sforzi statunitensi per sfruttare la pericolosa potenza della fissione nucleare” [15].
Un comitato del dipartimento di Stato, diretto dal sottosegretario di Stato Dean Acheson e da David Lilienthal, in collaborazione con un “secondo comitato di cittadini” guidato dal banchiere internazionale e perenne consigliere presidenziale Bernard Baruch, venne convocato nel 1946 per redigere un piano “su un sistema di controllo internazionale dell’energia nucleare.” Il piano fu presentato da Baruch all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 14 giugno 1946 [16]. Avrebbe posseduto, controllato o posto sotto licenza tutto l’uranio dalla miniera alla raffinazione e all’uso, gestendo proprie strutture nucleari in tutto il mondo e ispezionando tutte le altre strutture analoghe, ponendo il divieto assoluto sulle bombe nucleari o sulla diversione di materiale nucleare da scopi non pacifici, punendone l’evasione o la violazione dei regolamenti liberi dal veto dalle grandi potenze, che normalmente gestivano il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [17]. Questo fu quindi un metodo per cercare di aggirare il problema del veto, su cui insisteva l’URSS per garantirsi la  sovranità, che aveva fin dall’inizio reso impotente le Nazioni Unite quale autorità mondiale. Quigley si lamentava che questa straordinaria “generosa offerta” da parte degli USA, “…fosse stata bruscamente respinta da Andrej Gromyko a nome dell’Unione Sovietica, entro cinque giorni…” [18] Quigley sottolineava che uno dei punti principali sollevati dell’URSS, nel respingere il Piano Baruch [19], era che non ci fosse la manomissione del potere di veto delle grandi potenze. Gromyko, ricordandosi quando era rappresentante sovietico nella Commissione per l’Energia Atomica delle Nazioni Unite, disse del Piano Baruch:
Le reali intenzioni dovevano essere camuffate dalla costituzione di un organismo internazionale per monitorare l’uso dell’energia nucleare. Tuttavia, Washington non tentò nemmeno di nascondere le sue intenzioni di occupare il ruolo principale in questo corpo, di controllare tutto ciò che aveva a che fare con la produzione e lo stoccaggio di materiale fissile e, con il pretesto della necessità di un controllo internazionale, di interferire negli affari interni delle nazioni sovrane” [20]. Baruch disse a Gromyko che tutte le industrie che si occupavano di materiale fissile sarebbero state controllate da esperti, Gromyko notò: “Inevitabilmente in quel momento sarebbero stati tutti statunitensi.” Nonostante l’indignazione morale di Quigley per il rifiuto dell’URSS, siamo ora nella posizione, col senno di poi considerando gli eventi mondiali più recenti, di comprendere i sospetti sovietici. La scelta morale non era così netta come supponeva Quigley. Il Giappone era stato bombardato con l’arma atomica mentre cercava condizioni di pace basate sulla salvaguardia dell’imperatore. La posizione USA era incondizionata e, naturalmente, si può presumere che l’amministrazione sapesse che i giapponesi non avrebbero potuto aderire a qualsiasi cosa che potesse compromettere Hirohito o la casa imperiale. Allen Dulles, che divenne il capo della CIA, disse in una intervista con Clifford Evans nel 1963 che era in contatto con fazioni giapponesi che potevano  chiedere la pace [21], e che l’unica preoccupazione giapponese era che l’imperatore, quale fattore unificante del Giappone, fosse lasciato. “Poche settimane dopo… Hiroshima e Nagasaki furono bombardate.” [22]
In un articolo informativo, Bob Fisk commenta il bombardamento del Giappone: “Stalin fu impressionato dell’effetto della nuova arma di Truman a Hiroshima. Volle fortemente la bomba per l’URSS. Quando gli statunitensi proposero di limitare la bomba ai soli USA, senza compromessi, gli scienziati di Stalin accelerato il loro lavoro” [23]. Si sospettava ai vertici Sovietici che sicuramente il bombardamento del Giappone fosse stato pensato come uno spettacolo della potenza statunitense nei confronti dell’URSS. Tuttavia, anche la Gran Bretagna era preoccupata per le intenzioni degli Stati Uniti, il primo ministro Clement Attlee spiegò: “Abbiamo dovuto mantenere la nostra posizione nei confronti degli statunitensi. Noi non potevamo permetterci di essere totalmente nelle loro mani… Avevamo lavorato fin dall’inizio per il controllo internazionale della bomba… Noi non potevamo accettare che solo gli USA dovessero avere l’energia atomica…” [24] URSS e Gran Bretagna erano egoisti, come implica indignato Quigley? Baruch stesso ha dichiarato: “Le conquiste dei nostri scienziati, tecnici e industriali produssero l’arma suprema di tutti i tempi: la bomba atomica, che non potremmo mai abbandonare, fino a quando una maggiore sicurezza per noi e per il mondo, sarà stabilito. Fino a quel momento, gli Stati Uniti resteranno i custodi della sicurezza. Ci si può fidare di noi…” [25]. La retorica di Baruch sugli Stati Uniti “custodi fidati” della pace e della libertà nel mondo è lo stesso mantra che il mondo sente da Woodrow Wilson a Obama.
Il guru pacifista Bertrand Russell scrisse nel 1946 sul Bollettino degli Scienziati Atomici, esprimendo con franchezza internazionalista l’atteggiamento liberale nei confronti dell’URSS, tutt’altro che benevolo. Russel, che doveva svolgere un ruolo chiave insieme a molti altri eminenti liberali e di sinistra, di guerriero freddo anti-stalinista del Congress for Cultural Freedom, fondato dalla CIA [26], chiarì che la bomba atomica rappresentava l’asso per la costituzione forzata di uno stato mondiale: “I governi americano e britannico… dovrebbe far capire che l’autentica cooperazione internazionale è ciò che più desideriamo. Ma anche se la pace dovesse essere il loro obiettivo, non devono lasciar capire che sono per la pace a qualsiasi prezzo. Ad un certo punto, quando i loro piani per un governo internazionale saranno maturi, sarà opportuno che l’offrano al mondo… Se la Russia accetterà di buon grado, tutto sarebbe andato bene. In caso contrario, sarebbe necessario esercitare pressioni fino al punto di rischiare di guerra” [27].
Russell propose ciò che era chiaramente l’intenzione del governo statunitense e degli altri globalisti, compreso il  cinico obiettivo del Piano Baruch, di garantirsi che l’energia atomica venisse monopolizzata da un “governo internazionale” con il potere di agire contro uno Stato reticente: “E’ del tutto evidente che vi è un solo modo con cui le grandi guerre possono essere definitivamente impedite, e questa è la costituzione di un governo internazionale con il monopolio di una seria forza armata. Quando parlo di governo internazionale, voglio dire uno che realmente governa, non una facciata amabile come la Società delle Nazioni, o una finzione pretenziosa come le Nazioni Unite nella sua attuale costituzione. Un governo internazionale, se vuole essere in grado di preservare la pace, solo esso deve possedere bombe atomiche, l’unico impianto per la loro produzione, l’aviazione, le corazzate e, in generale, qualsiasi cosa sia necessaria per renderla invincibile. Il suo personale atomico, i suoi squadroni aerei, gli equipaggi delle navi da battaglia ed i suoi reggimenti di fanteria devono totalmente essere composti da uomini di diverse nazioni, non ci deve essere nessuna possibilità di sviluppare il sentimento nazionale in qualsiasi unità più grande di una compagnia. Ogni membro della forza armata internazionale dovrebbe essere attentamente addestrato alla fedeltà al governo internazionale. L’autorità internazionale deve avere il monopolio dell’uranio, e di qualunque altra materia che possa, in futuro, essere ritenuta idonea alla fabbricazione di bombe atomiche. Deve avere un grande esercito di ispettori con il diritto di entrare in qualsiasi fabbrica senza preavviso, qualsiasi tentativo di interferire o di ostacolarne il lavoro deve essere trattato come un casus belli. Devono essere dotati di velivoli che gli permettano di scoprire gli impianti segreti che si costruissero in regioni vuote, vicine al Polo o nel mezzo dei grandi deserti” [28].
Si noti che Russell già dal quel momento denigra l’ONU come una cosa divenuta inutile per essere un “governo internazionale”, a causa dell’Unione Sovietica. Russell chiariva da che parta stesse riguardo l’egemonia statunitense: “Nel prossimo futuro, una guerra mondiale, comunque terribile, probabilmente finirebbe con la vittoria americana, senza la distruzione della civiltà dell’emisfero occidentale, e la vittoria americana senza dubbio porterebbe a un governo mondiale sotto l’egemonia degli Stati Uniti, un risultato che, da parte mia, accolgo con entusiasmo” [29].
Calcolata l’inutilità dell’ONU come governo mondiale, che sarebbe stato possibile con l’eliminazione dello spauracchio globalista, il veto delle Grandi Potenze imposto dai sovietici: “Se l’Organizzazione delle Nazioni Unite non è di alcuna utilità, tre successive riforme saranno necessarie. In primo luogo, il veto delle grandi potenze deve essere abolito, e la maggioranza deve essere dichiarata competente a decidere su tutti i quesiti che riguardano l’organizzazione; in secondo luogo, i contingenti delle forze armate delle varie potenze nell’organizzazione, devono essere aumentati fino a diventare più forti di tutte le forze armate nazionali; in terzo luogo, i contingenti invece di rimanere isolati nazionalmente, devono essere composti in modo che nessuna unità di notevole dimensione conservi il sentimento e una coesione nazionale. Quando tutte queste cose saranno fatte, ma non prima, l’Organizzazione delle Nazioni Unite potrà divenire un mezzo per evitare le grandi guerre” [30].
Nel 1961 Russell, nel considerare l’atteggiamento sovietico verso il Piano Baruch e l’ONU, disse quasi di sfuggita che “la Russia di Stalin era colma d’orgoglio per la vittoria sui tedeschi, sospettosa (e non senza ragione) delle potenze occidentali e consapevole del fatto che, in seno alle Nazioni Unite, poteva essere quasi sempre messa in minoranza.” [31]

Il piano del CFR per la guerra fredda
Il ripudio, anzi l’abbandono della fondazione del “nuovo ordine mondiale” basato sull’ONU, necessitava di una nuova valutazione dell’URSS da parte dell’autodefinitosi “establishment della politica estera” degli USA, il CFR [32]. Grosse afferma che le proposte internazionaliste per una “nuovo ordine mondiale” post-bellico ottennero un netto “Net” dell’Unione Sovietica: “In modo caratteristico, i pianificatori del Consiglio concepirono un gruppo di studio per analizzare l’ordine mondiale futuro.” Ciò che previdero era un gruppo di studio congiunto CFR-sovietici, per preparare le proposte per “l’ordine mondiale futuro” (sic): “Percy Bidwell, direttore del nuovo programma di studi del Consiglio, si era avvicinato con cortesia all’ambasciata sovietica già nel gennaio 1944 per stimolare l’interesse comune al piano. Fu ricevuto dall’ambasciatore Andrej Gromyko, la cui risposta sarebbe diventata troppo familiare negli anni a venire. Attraverso Gromyko la parola russa “Net” entrò nella lingua inglese. Senza alcuna pretesa di tatto diplomatico, l’ambasciatore (che sarà presto ministro degli Esteri) disse agli uomini del Consiglio che non avrebbe permesso che nessun responsabile sovietico partecipasse a tale discussione” [33].
La politica formulata dal rapporto per gli USA verso l’Unione Sovietica fu “il contenimento”, una parola coniata dal diplomatico e membro del CFR George Kennan [34]. Grosse è candido nel descrivere il modo clandestino, cospirativo?, con cui il CFR ha influenzato la politica della guerra fredda: “Il Council on Foreign Relations operava al centro del sistema pubblico istituzionale, nei primi anni della guerra fredda, ma solo dietro le quinte. Come un forum che forniva stimoli ed energie intellettuali, consentì di ben posizionarne i membri per trasmettere al pubblico il pensiero, ma senza far figurare il consiglio quale fonte da cui queste idee sgorgavano” [35]. Una prima relazione di George S. Franklin del 1946 raccomandava un tentativo di collaborare con l’Unione Sovietica, per quanto possibile, “almeno fin quando diventasse del tutto evidente che l’URSS non era interessata a una cooperazione...”. Tuttavia gli Stati Uniti dovevano perseguire la cooperazione da una posizione di forza militare: “Gli Stati Uniti devono essere potenti, non solo politicamente ed economicamente, ma anche militarmente. Non possiamo permetterci di dissipare la nostra forza militare, a meno che la Russia sia disposta contemporaneamente a diminuire la sua. Su questo poniamo grande enfasi. Dobbiamo cogliere ogni occasione per lavorare con i sovietici ora, quando la loro potenza è ancora assai inferiore alla nostra, e sperare di poter stabilire la nostra cooperazione su una base solida in un futuro non così lontano, quando avranno completato la loro ricostruzione e aumentato notevolmente la loro forza… La politica che sosteniamo è la fermezza accoppiata alla moderazione e alla pazienza“[36]. Tuttavia, questa politica moderatamente conciliante fu respinta del tutto. Grosse scrive: “La relazione Franklin del maggio 1946, che delineava caute speranze nella cooperazione tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, nel prossimo dopoguerra, era morta. Il comitato del consiglio d’amministrazione di studi ha formalmente deciso contro la sua pubblicazione a luglio; entro novembre tutti i simpatizzanti a un atteggiamento conciliante nei confronti di Mosca erano scomparsi dai corridoi della Pratt Harold House” [37].

Dopo-Guerra Fredda
L’ascesa di Gorbaciov, che nel frattempo s’era fatto un nome sulla scena mondiale quale membro dell’élite globalista, e il breve interregno dell’ubriacone Eltsin, devono essere sembrati il momento in cui la Russia era finalmente sul punto di entrare nella svolta globalista. Quali che fossero le influenze che avrebbero potuto operare dietro il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov, quando smantellò lo Stato sovietico nel 1991, creò la fondazione Gorbaciov per la pianificazione del “posto e del ruolo della Russia nel futuro ordine mondiale“, oltre ad avviare una più ampia politica per la promozione della “globalizzazione”. [38] Gorbaciov ebbe anche un ruolo più grande, affermando che “scopo dell’attività della fondazione è dirigersi verso una nuova civiltà.” [39] Lo stesso anno in cui Gorbaciov creava la sua fondazione a supporto del “nuovo ordine mondiale” in tandem con altri gruppi di riflessione globalisti, come la fondazione Soros e l’Open Society Institute, ecc., il presidente George H. W. Bush era entusiasta che, con la fine del blocco Sovietico, “un nuovo ordine mondiale” poteva finalmente emergere, come previsto dai fondatori dell’ONU: “… Finora il mondo che abbiamo conosciuto è stato un mondo diviso, un mondo di filo spinato e blocchi di calcestruzzo, di conflitti e guerra fredda. Ora possiamo vedere all’orizzonte un nuovo mondo. Un mondo in cui vi è la possibilità molto concreta del nuovo ordine mondiale… un mondo in cui le Nazioni Unite, liberatesi dalla situazione di stallo della guerra fredda, sono pronte a compiere la missione storica dei loro fondatori...” [40]
Le speranze dei globalisti sulla Russia furono, ancora una volta, deluse con l’avvento di Putin e l’emergere di forze influenti ancora più antagonistiche verso l’incorporazione della Russia nel “nuovo ordine mondiale” [41], tra cui l’ascesa della nostalgia per Stalin, per la Grande Potenza statale russa; com’è evidenziato dalla posizione della CFR nella relazione speciale prodotta dall’”establishment per la politica estera della East Coast“. Significativamente intitolata ‘La direzione sbagliata della Russia: ciò che gli Stati Uniti possono e devono fare’, l’atteggiamento egemonico della cricca dominante degli Stati Uniti non viene neppure dissimulata. La relazione traboccava della vecchia retorica da guerra fredda e biasimava la Russia di Putin per l’adozione della politica interna ed estera attuale, che “causa problemi agli Stati Uniti.” La raccomandazione corrente era una “cooperazione selettiva” piuttosto che un “partenariato che non è per ora fattibile.” La conclusione della dichiarazione di apertura era che “la Russia si muove nella direzione sbagliata.” [42]
John Edward e Jack Kemp, noti per il loro impegno nel portare “l’attenzione internazionale” sui tentativi di Putin “d’intimidire o far cessare l’attività delle organizzazioni non governative straniere e russe.” Vale a dire, Putin ha cercato di resistere alle organizzazioni che promanano soprattutto dalla rete di Soros e dal National Endowment for Democracy, che creano organizzazioni rivoluzionarie e sovversive, finanziano e addestrano agitatori e furono  responsabili delle “rivoluzioni colorate” in tutto il blocco sovietico e in altri Paesi [43].
La relazione della task force si lamentava che la cooperazione fosse un’eccezione piuttosto che la regola. La Russia viene criticata per essere “sempre più autoritaria”, mentre la politica estera statunitense promuove la “democrazia” in tutto il mondo [44], vale a dire, sovverte gli Stati che non soccombono all’egemonia statunitense con l’uso di quelle ONG che Putin viene biasimato d’”intimidire”. La politica della Russia verso la sua “periferia” è  oggetto di preoccupazione [45], intendendo che la Russia non desidera avere Stati ostili ai suoi confini, come la Georgia, diretti da regimi che installati dalle nobili ONG della rete di Soros, ecc. Il CFR raccomanda quindi che si dover fare di più per accelerare “l’integrazione di questi Stati all’occidente.” [46] Il CFR si raccomandava che il Congresso degli Stati Uniti interferisse direttamente nel processo politico russo, finanziando i movimenti di opposizione in Russia, con il pretesto del rafforzamento della democrazia, aumentando i finanziamenti in sostegno del Freedom Act, in questo caso con particolare riferimento alle elezioni presidenziali del 2007-2008 [47]. Degno di nota è Mark F. Brzezinski, uno degli autori che sotto Clinton fu consigliere per gli affari russi ed eurasiatici del Consiglio di Sicurezza Nazionale, come suo padre Zbigniew lo fu sotto Carter. Antonia W. Bouis viene citata quale direttrice esecutiva della Fondazione Soros (1987-92), James A. Harmon, consulente speciale del gruppo Rothschild, e altri.
Che cosa ci si può aspettare da Obama nei confronti della Russia? Nonostante la retorica elettorale, Obama ha perseguito le stesse politiche delle amministrazioni precedenti. Mark Brzezinski fu consigliere per la politica estera di Obama durante la campagna presidenziale. [48] Di particolare rilevanza è che tra i sostenitori di Obama, il principale sia George Soros, e ciò rende improbabile un atteggiamento verso la Russia diverso da quello sovversivo e bellicoso [49].

Note
[1] KR Bolton, “Socialism, Revolution and Capitalist Dialectics”, Foreign Policy Journal, 5 maggio 2010.
[2] Jacob H Schiff, “Jacob H Schiff Rejoices, By Telegraph to the Editor of the New York Times”, New York Times, 18 marzo 1917. Può essere visto in The New York Times archivi online. Schiff, “Loans easier for Russia”, The New York Times, 20 marzo 1917. John B Young (National City Bank) “Is A People’s Revolution”, The New York Times, 16 marzo 1917. “Bankers here pleased with news of revolution”, ibid. “Stocks strong – Wall Street interpretation of Russian News”, ibid.
[3] “Bolsheviki Will Not Make Separate Peace: Only Those Who Made Up Privileged Classes Under Czar Would Do So, Says Col. WB Thompson, Just Back From Red Cross Mission”, The New York Times, 27 gennaio 1918.
[4] anche scritto da Grosse, indicativo di qualche piccola correzione dal CFR.
[5] Il nome originale del think tank fondato dal consigliere principale del presidente Wilson, Edward House, che è poi diventato il CFR attuale.
[6] Peter Grosse, Continuing The Inquiry: The Council on Foreign Relations from 1921 to 1996, Il libro è interamente dipsonibile online: Council on Foreign Relations.
[7] Armand Hammer della Occidental Petroleum fu uno dei primissimi concessionari del regime Sovietico, disse del suo incontro con Trotzkij che gli aveva chiesto se i capitalisti USA vedessero la Russia come “un desiderabile campo per gli investimenti?” essendo Trotzkij tornato dagli Urali, una regione che riteneva dalle grandi possibilità per il capitale statunitense. Armand Hammer, Hammer: Witness to History (London: Coronet Books, 1988), p. 160.
[8] Lenin disse ad Hammer: “La Nuova Politica Economica richiede un nuovo sviluppo delle nostre possibilità economiche. Speriamo di accelerare il processo con un sistema di concessioni industriali e commerciali agli stranieri. Darà grandi opportunità agli Stati Uniti.” Ibid., p. 143.
[9] Antony Sutton, National Suicide: Military Aid to the Soviet Union (New York: Arlington House, 1973).
[10] Per i commenti di Roosevelt sull’amicizia con Stalin vedasi CIA essay: Gary Kern, How “Uncle Joe” Bugged FDR, Central Intelligence Agency.
[11] Andrej Gromyko, rappresentante Sovietico all’ONU e alla commissione per l’Energia Atomica dell’ONU, futuro ministro degli esteri e presidente Sovietico, notava: “Washington tende a vedere gli imperi coloniali come degli anacronismi e non fa segreto che non verserebbe lacrime per il loro smantellamento… In ogni caso è tempo per i vecchi padroni di sloggiare…” Andrej Gromyko, Memorie (London: Hutchinson, 1989). Ciò che avrebbe riempito il vuoto lasciato dagli imperi europei fu il neo-colonialismo di URSS e USA, spesso confuso per attività “comunista sovietica”.
[12] Gromyko, ibid.
[13] G Edward Griffin, The Fearful Master: A Second Look at the United Nations (Boston: Western Islands, 1964).
[14] Caroll Quigley, Tragedy and Hope (Macmillan) p. 892.
[15] Ibid., p. 893.
[16] Ibid., p. 895.
[17] Ibid.
[18] Ibid.
[19] Bernard Baruch, The Baruch Plan, 1946.
[20] Gromyko, op.cit.
[21] Dulles sospettò che l’iniziativa di pace provenisse dallo stesso imperatore.
[22] “Ladies of the Press”, panel-interview programme, WOR-TV, New York, 19 gennaio 1963.
[23] Bob Fisk, “The Decision to Bomb Hiroshima and Nagasaki” II, 1983.
[24] Ibid.
[25] Bernard Baruch, NY Tribune, 17 aprile 1951
947. cited by Fisk, ibid.
[26] Frances Stonor Saunders, The Cultural Cold War: The CIA and the World of Arts and Letters (New York: the New Press, 2000), p. 91.
[27] Bertrand Russell, “The Atomic Bomb and the Prevention of War”, Bulletin of Atomic Scientists , 1 ottobre 1946, p. 5.
[28] Ibid., p. 2.
[29] Ibid., p. 3.
[30] Ibid., p. 3.
[31] Bertrand Russell, Has Man a Future? (Hammondsworth: Penguin Books, 1961), 25.
[32] Peter Grosse nella sua semi-ufficiale storia del CFR, chiama il Consiglio “The East Coast foreign policy establishment.” Grosse, op.cit., Chapter: “’X’ Leads the Way”.
[33] Peter Grosse, ibid., “The First Transformation”.
[34] Peter Grosse, ibid., “X Leads the Way”. “X” era Kennan, un anonimo policy-maker.
[35] Ibid.
[36] Ibid., “The First Transformation”.
[37] Ibid.
[38] The Gorbachev Foundation, “About Us, The Foundation Projects and Structural Subdivisions.”
[39] Ibid.
[40] George HW Bush, discorso davanti al Congresso USA, 6 marzo 1991.
[41] Per esempio, il concetto “Eurasiatico” il cui maggiore proponente è il Prof. Aleksandr Dugin, a capo del Center for Conservative Research, Moscow State University, che invoca un mondo “multi-polare” di blocchi di potenze, come “vettore” a una alternativa alla globalizzazione.
[42] Jack Kemp, et al, Russia’s Wrong Direction: What the United States Can and Should do, Independent Task Force Report no. 57 (New York: Council on Foreign Relations, 2006) xi.
[43] Richard N Haass, CFR President, ibid.
[44] Ibid., p. 4.
[45] Ibid., p. 5.
[46] Ibid., p. 6.
[47] Ibid., p. 7.
[48] Michael Hirsh, “The Talent Primary”, Newsweek, 17 settembre 2007.
[49] KR Bolton, Obama – Catspaw of International Finance, 28 agosto 2008.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le forze nucleari strategiche e la deterrenza della Russia

Jurij Rubtsov Strategic Culture Foundation 18.02.2013

tumblr_m1tqlvfNqp1r84pkto1_500Rose Gottemoeller, Assistente del segretario di Stato al dipartimento per il controllo, la verifica e la conformità delle armi degli Stati Uniti e anche Vice Sottosegretaria per controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, ha visitato Mosca di recente. La visita si è svolta nel quadro del secondo turno della politica del reset russo di Obama, che pone la questione del controllo degli armamenti strategici in cima alle priorità. “Coinvolgeremo la Russia in ulteriori riduzioni dei dei nostri arsenali nucleari”, ha detto Obama nel suo recente discorso sullo stato dell’Unione. Secondo Foreign Policy, “Le riduzioni, così come ha espresso nel suo discorso a Praga 2009, nell’ambito del suo compito… potrebbero essere incluse nel prossimo turno dei negoziati USA-Russia sul controllo degli armamenti. Non c’è chiarezza su quali tipi di armi potrebbero essere inclusi nel prossimo turno dei negoziati USA-Russia sul controllo degli armamenti, ma l’amministrazione ha detto di essere aperta a colloqui su armi nucleari strategiche schierate, armi nucleari strategiche non schierate, armi nucleari tattiche e la difesa missilistica”. Il ministro degli Esteri russo Lavrov e il Vicepresidente Biden hanno discusso del controllo degli armamenti alla 49° conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera all’inizio di febbraio.
L’amministrazione Obama ritiene che le due parti possono proteggersi contro un’aggressione con un arsenale nucleare strategico pari alla metà o addirittura a un terzo del livello previsto dal Trattato sulla Riduzione delle Armi Strategiche – 3 (START-3), in vigore dal febbraio 2011. In base ad esso, ad ogni parte è concesso schierare non più di 1.550 testate strategiche. Nell’ottobre 2012 la Russia era già entro il termine con 1.499 testate, mentre gli Stati Uniti ne avevano 1.737 nell’arsenale. Ulteriori riduzioni possono minacciare la sicurezza della Russia. I partner statunitensi della Russia continuano a percepire le forze nucleari strategiche come un mezzo per colpire un potenziale nemico. Da questo punto di vista, gli arsenali che possiedono le due parti sono davvero ridondanti. E’ da molto tempo che il pensiero strategico contemporaneo ha abbandonato l’idea prevalente negli anni ’60 e ’70, secondo cui migliaia di testate erano necessarie per infliggere danni inaccettabili alla controparte. Non è colpendo le aree protette, ma piuttosto importanti obiettivi infrastrutturali, economici e militari, che si distrugge il potenziale di resistenza del nemico, oggi.
Le proposte, che hanno portato ad Obama il Premio Nobel, erano state elaborate da 68 premi Nobel della Federazione degli scienziati americani. Consigliavano di puntare i missili strategici sulle aree densamente popolate delle 12 più grandi strutture economiche russe: Omsk, Angara, le raffinerie di petrolio di Kirishi, gli impianti metallurgici di Cherepovets, Magnitogorsk, Norilsk Nickel e Nizhnij Tagil, gli impianti di alluminio di Novokuznetsk e Bratsk e le centrali elettriche del Surgut, di Berezovskaja e Sredneuralskaja. I vincitori del Premio Nobel hanno detto che colpendo quelle strutture si paralizzerebbe l’economia russa e il Paese perderebbe la capacità di resistere. Secondo gli esperti della Federazione, il numero di silo russi presi di mira è diminuito di tre volte (660-220) e scenderà in futuro.
Nel 1960 Robert McNamara pensava che la perdita di almeno il 30% della popolazione, del 70% della produzione industriale e di circa 1000 strutture militari chiave equivaleva a subire danni inaccettabili. Oggi la distruzione delle infrastrutture potrebbe essere raggiunta con molte meno  testate. Ciò rende la potenzialità russa e degli Stati Uniti ridondante. Eppure il quadro è molto diverso se le armi strategiche sono viste non come strumento di distruzione, ma piuttosto come un elemento di deterrenza. Secondo la posizione della Russia, un Paese commettendo un atto di aggressione contro di essa dovrà affrontare ritorsioni garantite. Le forze strategiche russe hanno raggiunto la fase critica: la difesa missilistica degli Stati Uniti è in grado di intercettare 600-700 missili balistici ed è in fase di aggiornamento. Le stime indicano che solo il livello di 1.500 testate garantisce la capacità di colpire. Ulteriori riduzioni degli armamenti strategici, senza raggiungere un accordo sulla difesa missilistica, svaluteranno il potenziale di deterrenza della Russia, creando nuove minacce alla sicurezza della Russia e della sicurezza internazionale in generale… Mosca non vede la riduzione come una “questione da discutere nel prossimo futuro”. Secondo il portavoce del Ministero degli Esteri russo Aleksandr Lukashevich, “Non abbiamo ancora ricevuto proposte specifiche su ulteriori riduzioni dei nostri arsenali nucleari strategici. Se tali proposte vengono, sicuramente saranno studiate attentamente. La posizione della Russia sulla questione è ben nota. Nella fase attuale, la nostra priorità è la piena attuazione del nuovo Trattato Russia-USA START. Dopo l’implementazione del trattato, saremmo pronti a discutere di possibili ulteriori iniziative nel settore del disarmo nucleare. Allo stesso tempo, prenderemo in considerazione tutti i fattori che influenzano la stabilità strategica, ivi compresi i piani per implementare il sistema di difesa missilistico globale degli Stati Uniti, l’assenza di progressi nella ratifica del CTBT (Trattato sul bando totale esperimenti nucleari) negli Stati Uniti e negli altri Paesi della cosiddetta lista dei 44, la mancanza di volontà nel rinunciare alla possibilità di dispiegare armi nello spazio, la presenza di squilibri quantitativi e qualitativi nelle armi convenzionali in Europa, e altro”. Nelle condizioni attuale, la concentrazione sulle forze nucleari è una cosa naturale da fare.
Il Capo di Stato Maggiore russo Colonnello-Generale (tre stelle) Valerij Gerasimov, che ha presentato la sua relazione a un convegno dal titolo “La sicurezza militare della Russia nel 21° secolo” organizzato dalle commissioni per la sicurezza e la difesa della Duma e del Consiglio della Federazione di Russia, ha detto che “le forze nucleari strategiche rimangono una priorità per lo sviluppo delle forze armate russe nel prossimo futuro”. Ha sottolineato, “fino al 2030 è prevista l’espansione delle sfide e delle minacce a seguito della formazione del sistema multipolare.” Secondo lui, “La priorità è stata data alle forze nucleari strategiche per sostenere la loro capacità di contenimento strategico nucleare”. Ha citato i missili balistici intercontinentali terrestri a testata nucleare Topol-M e Jars, i nuovi sottomarini strategici e i Tu-160 e Tu-95MS come pilastri delle forze strategiche russe. Gerasimov ha detto che entro il 2015 la quota dei moderni armamenti russi potrebbe raggiungere il 30 per cento. Ha ricordato anche le forze aerospaziali come elemento del sistema di contenimento nucleare strategico e ha definito lo spazio informatico una nuova dimensione della guerra.
Affrontare la questione del controllo degli armamenti richiede un approccio globale. Gli Stati Uniti colloquiano sulla riduzione delle armi strategiche, ma si rifiutano ostinatamente di parlare di ridurre le potenzialità nucleari tattiche, disponendo al momento di circa 500 munizioni nucleari sul suolo europeo. Possono colpire la Russia e infliggere gli stessi danni delle armi strategiche. L’altro problema sono le munizioni convenzionali ad alta precisione, come i missili da crociera navali, per esempio. La loro forza d’urto è paragonabile alle armi nucleari, ma sono più mobili e non coperti da un qualsiasi accordo internazionale, rendondoli particolarmente pericolosi. Gli Stati Uniti hanno sui  missili da crociera navali un vantaggio di 30 a uno!

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Corea democratica e infrastrutture critiche

Dedefensa 5 aprile 20138183019375_aaeca7c287_z

Ci sono già state numerose “crisi” tra la Corea democratica e gli Stati Uniti (e la Corea del Sud “incidentalmente”) dalla fine della guerra fredda e dalla fine delle speranze per la riunificazione a metà degli anni ’90. (Il blocco dei tentativi di riunificazione è dovuto principalmente, tra le altre cose, alle macchinazioni per sabotare questi accordi tra Nord e Sud, da parte dei guerrafondai americanisti.) La crisi attuale è particolarmente “ricca”, perché va molto avanti nella sua dimostrazione, quindi offrendo una notevole gamma di opzioni operative e di interpretazioni politiche; opzioni per descrivere le diverse opportunità operative del dispiegarsi della crisi, e le valutazioni politiche per descrivere le varie spiegazioni della crisi. La più istruttiva, in questo caso, fa riferimento alle “valutazioni politiche” (cosa significa questa crisi?), le “opzioni operative” sono estremamente difficili da fissare nel sistemico torrente delle comunicazioni aperte al riguardo.
L’ultima notizia “operativa” è del giovane Grande Leader Kim Jong-Un al cui esercito ha dato il permesso di lanciare un attacco nucleare contro gli Stati Uniti. (Vedasi RussiaToday 4 aprile 2013): “Poco dopo che gli Stati Uniti hanno detto che si preparano a schierare un avanzato sistema di difesa antimissile a Guam, Pyongyang ha annunciato di aver approvato un attacco nucleare contro gli Stati Uniti. Nel frattempo vi sono articoli secondo cui la Corea del Nord sta spostando un missile a medio raggio sulle sue coste orientali.”) Se ci si chiede con cosa e come questo attacco nucleare avverrebbe, ovviamente si entra nel campo della FantasyLand che caratterizza l’attuale Corea democratica, straordinaria enclave nel sistema globale e ultra-liberale, ecc. Ma nel loro modo di trattare la “minaccia” della Corea democratica, gli strateghi e gli specialisti della comunicazione di Washington e del blocco BAO non sono meno sulla strada per FantasyLand. (Come ad esempio l’inglese Cameron, che ha annunciato che la Corea democratica possiede la capacità di attacco nucleare contro il Regno Unito (vedi The Independent, 5 aprile 2013), cosa tempestiva e benedetta nel dibattito in corso sul dispiegamento permanente di armi nucleari strategiche inglesi sui sottomarini SSBN che trasportano i missili SLBM Trident.) I sudcoreani non credono in una guerra. Russi e cinesi sono in guardia, ansiosi e timorosi che una manovra maldestra dell’uno o degli altri (soprattutto degli Stati Uniti, dopo tutto)… Lo spettacolo non deturpa il quadro attuale e un incidente che degenera in eventi incontrollabili è ovviamente possibile. Ad ogni modo, vengono date varie interpretazioni della crisi e dei conflitti potenziali.
• L’interpretazione “interna” di Justin Raimondo su Antiwar.com del 3 aprile 2013… Questa è l’interpretazione interna alla Corea democratica. Anche se non ha mancato di ricordare il rude e provocatorio avatar della politica degli Stati Uniti dal 1991, Raimondo essenzialmente non attribuisce la causa di questa crisi particolare o aggravamento, agli Stati Uniti, ma a una situazione di tensione interna al potere nella Corea democratica. Naturalmente, Raimondo ha detto che gli Stati Uniti non hanno fatto nulla per muoversi in direzione della pace. “La retorica isterica che esce dalla Corea del Nord fa il suo corso: questo è, dopo tutto, il solo (e unico) capo di esportazione del Paese. Washington sa bene che Pyongyang non ha né i mezzi né l’intenzione di attaccare gli Stati Uniti, nonostante le minacce da operetta, eppure si comportano come se la minaccia fosse reale. In risposta, il segretario della Difesa Chuck Hagel ha annunciato “casualmente” che rinforzeranno le nostre difese contro i missili sulla West Coast. Le programmate esercitazioni militari USA – Corea del Sud, con la partecipazione di aerei con capacità nucleare che “fingono un attacco” alla Corea del Nord, sono una provocazione che ha fatto esplodere la risposta sulfurea di Pyongyang. Gli Stati Uniti hanno solo fatto in modo di sospendere tutti i reali tentativi di pace nella penisola coreana: quando sembrava che la Corea del Sud stesse assumendo sul serio la prospettiva di una riunificazione con il Nord, Washington ha dato un taglio al processo. Ora che la figlia di un ex dittatore della Corea del Sud è giunta alla presidenza, le prospettive di una ripresa dell’iniziativa sono remote. In questo contesto, le provocazioni di routine di Washington hanno un effetto molto più grande sul Nord, che si vede in una situazione impossibile. Il Regno Eremita è più povero e più isolato che mai, e questo ha prodotto le dinamiche interne che guidano le azioni delle élite della Corea del Nord. Poco si sa degli sviluppi politici interni nel Nord, ma il passaggio da un capo supremo a quello successivo è sicuramente problematico in ogni sistema autoritario, e doppiamente in una monarchia “comunista”. Vi sono state a lungo tensioni tra il Partito coreano dei lavoratori al governo e l’esercito della Corea del Nord, e a quanto pare ciò si è inasprito a un livello insolito lo scorso anno, con notizie di un tentativo di assassinio di Kim Jong-Un, conclusosi con uno scontro a fuoco per le strade di Pyongyang.”
• Vi è l’interpretazione delle “macchinazioni strategiche” degli Stati Uniti, o del modo di utilizzare la crisi coreana (forse una guerra in Corea) per rafforzare ulteriormente l’influenza statunitense nella regione e creare un esercito anti-cinese. Questo è stato sviluppato alla luce della “svolta strategica” annunciata dagli Stati Uniti qualche mese fa, un cambiamento delle priorità generali dallo Spazio Atlantico a quello del Pacifico/Asia. L’argomento è, naturalmente, il crescente potere dei cinesi e le loro ambizioni espansionistiche, secondo l’interpretazione usuale degli strateghi del Pentagono e dei loro accoliti commentatori che sembrano darla per scontata, guardando il mondo come se si vedessero allo specchio, dove tutti ragionano come gli Stati Uniti e coltivano le stesse intenzioni degli Stati Uniti. L’articolo già citato da RussiaToday, ha detto un paio di cose al riguardo, alla fine dell’analisi, partendo dalle valutazioni dei giornalisti interessati alla questione.
Il corrispondente da Seoul Joseph Kim dice che gli Stati Uniti perseguono i propri interessi, essendo sempre più coinvolti nel conflitto. “Seguono costantemente e acquisiscono sempre maggiore influenza nella regione. Stanno tecnicamente cercando di tornare in Asia orientale per contrastare la Cina e la sua crescente potenza economica. E perché non utilizzare la Corea del Nord?” ha detto Kim a RT. “Per quanto riguarda i mezzi che gli Stati Uniti hanno scelto per raggiungere i loro scopi, vi sono altre questioni circa l’efficacia. Il giornalista investigativo Tim Shorrock ritiene che le azioni della Corea democratica siano state fraintese e che la risposta statunitense sia sbilanciata e porti al risultato opposto: “La Corea del Nord non vuole suicidarsi. Credo che stia facendo tutto questo per poter arrivare a un punto in cui possa negoziare un qualche tipo di accordo di pace con gli Stati Uniti”, ha detto. “Osservano e vedono questi bombardieri B-2, un richiamo assoluto del pericolo di una guerra con gli Stati Uniti, ma dà anche al monolitico Stato autoritario [l'opportunità] di dimostrare al popolo della Corea democratica che in effetti vi è una minaccia. Quindi, portando l’escalation a questo punto, gli Stati Uniti giocano proprio la mano di Kim Jong-un”.”
• Un punto interessante riguarda le misure militari prese dagli Stati Uniti… manovre, schieramento  di alcune navi antimissile, voli dimostrativi di B-52, B-2 e F-22, la costruzione di difese strategiche nell’isola Guam. E per quanto ne sappiamo, non una parola su una portaerei di rinforzo. Nel caso di una grave crisi, gli Stati Uniti hanno l’abitudine, nella loro tecnica del rafforzamento volto ad affermare la loro potenza e a scoraggiare il nemico preparandosi ad ogni evenienza, di schierare per primi dei gruppi di  portaerei (anche se già uno è nella zona), con l’effetto della “comunicazione strategica” fornita da questo gesto. Non l’hanno fatto finora, a quanto pare. Questa situazione è da notare, a nostro avviso, si può riferire a tre elementi: 1) non vi è il desiderio politico di un eccesso nel drammatizzare la crisi, 2) non c’è il desiderio dei capi militari, anche per loro, di drammatizzare la crisi, 3) in particolare, a nostro avviso, perché si tratta di una situazione di fatto, una dimostrazione della situazione strategica estremamente ristretta degli Stati Uniti, data dalla disponibilità di portaerei, come si è visto più volte nelle ultime settimane (26 gennaio 2013, 11 febbraio 2013, 4 marzo 2013).
• Vi sono le interpretazioni “complotiste”, come al solito, provenienti da ogni angolo di Internet. Mai dimenticare il mini-sottomarino carico di armi nucleari della Corea democratica, forse, in transito nei pressi delle coste USA di Sorella Sorcha (WhatDoesItMeans, 8 marzo 2013); “pompata” e “rinfrescata” dalla notizia riportata da Zerohedge.com il 3 aprile 2013, secondo cui “osservatori” della Corea del Sud hanno perso il contatto con tre di questi mini-sottomarini nordcoreani). L’approccio tradizionale del complotto a questo proposito, viene presentato dal sito Infowars.com, specialista in questo tipo di interpretazioni, il 3 aprile 2013). E’ anche più di una supposizione, ma una rivelazione o dichiarazione… “Il piano della Federal Reserve di distruggere l’economia e fare spazio al governo mondiale e una economia autoritaria globalista, supportate da un sistema di controllo da polizia di Stato, che richiederà un prerequisito sufficiente, e questo presupposto può benissimo essere una nuova guerra nella penisola coreana“, un’interpretazione annessa riguarda l’articolo “Una guerra accidentale” (Los Angeles Times 3 aprile 2013: “…quando le forze sono in allerta e minacce di attacchi preventivi volano, anche se inverosimili, potenzialmente si creano situazioni d’innesco in cui movimenti tattici, anche di piccole dimensioni, potrebbero essere male interpretati“).
E’ difficile trarre una lezione precisa, e ancora più fare una previsione. Ma non siamo qui per questo lavoro (di previsione), che ha poco senso in un momento come il nostro, segnato dal disordine e caratterizzato da una dimensione escatologica, nel senso che l’elemento umano, con tutto il suo armamentario e nonostante i suoi ornamenti, non domina tutti gli eventi, e tanto meno le loro cause, in particolare i più importanti di questi eventi. Ciò è rafforzato dal carattere incontrollabile dei due avversari principali del momento  (la Corea del Sud è ancora relegata al rango di colonia strategica degli Stati Uniti, un ruolo secondario ma anche così strano rispetto alla sua posizione): il capriccioso, brusco e a volte surreale regime nord-coreano, e la natura ossessiva degli Stati Uniti nell’identificare le minacce e usare la forza militare… in questa constatazione di mancanza di controllo alla luce della durata della crisi, ha portato a prendere in considerazione un conflitto con la Corea democratica, nonostante o forse a causa di alcuni aspetti grotteschi delle considerazioni che la precedono e la caratterizzano, non vergognandosi di queste stranezze.
Come sappiamo e come è stato ripetuto, ci sono già state numerose “crisi”, in generale allarmi transitori e conseguenti gesticolazioni tra i due, la Corea democratica e gli Stati Uniti. Questa volta, la sequenza è più lunga e presenta alcuni aspetti gravi. In un certo senso, si potrebbe dire che questa sequenza potrebbe essere presa più “seriamente” rispetto alle precedenti. Nonostante la disposizione militare e la critica drammatizzazione della crisi contro di loro, gli Stati Uniti mostrano una certa moderazione rispetto ai precedenti episodi segnati da atteggiamenti minacciosi, gesticolazioni militari e dal solito (dall’11 settembre 2001) parossismo della comunicazione bellicista; le misure militari sono anche caratterizzate da una maggiore attenzione difensiva, sempre in relazione ai casi precedenti. Ciò può essere dovuto sia alla più misurata squadra di sicurezza nazionale vigente (Kerry-Hagel) rispetto alle precedenti, ad una certa consapevolezza della situazione generale mondiale e dei rischi portati dal disordine che segna la politica e la strategia, con l’aggiunta della constatazione della realtà della riduzione delle loro capacità di potenza strategica. In un certo senso, questa sequenza di crisi con la Corea democratica ha dei caratteri che l’inseriscono, più delle precedenti, nella situazione generale che conosciamo, assieme alla mancanza di controllo causata dal carattere prevalente escatologico, e dall’incertezza che quindi ne indica la priorità… Si potrebbe dire, tanto gli avatar della Corea democratica sembravano finora provenire da un dominio separato dalla situazione generale, che questa sequenza sembra condurre all’integrazione della situazione critica nordcoreana in ciò che abbiamo identificato come nuova situazione generale di infrastruttura critica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Corea democratica: Il tintinnare di sciabole intensifica lo stato di Guerra

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 3 aprile 2013

NM241500_a_284332bLa serie di minacce sta assumendo un tono sempre più virulento. Il 7 marzo, Pyongyang ha minacciato di lanciare attacchi nucleari “preventivi” contro gli Stati Uniti. Il 12 marzo, la Corea democratica ha minacciato di “annientare” un’isola nel Sud, mentre la tensione nella penisola coreana è salita al punto più alto da anni, annunciando che l’armistizio è stato annullato. Mostrando la serietà delle minacce, Pyongyang sembra aver interrotto la linea rossa con la Corea del Sud, un collegamento di emergenza per una rapida comunicazione bidirezionale, usata dai Paesi privi di canali diplomatici ufficiali.
Il 30 marzo la Corea democratica ha dichiarato che è in “stato di guerra” con la Corea del sud, avvertendo che qualsiasi provocazione di Seoul e Washington  innescherà una guerra nucleare totale. “La situazione di tregua continua della penisola coreana, di né pace né guerra, è finalmente finita”, ha detto una dichiarazione. Il 26 marzo, la Corea democratica ha detto che il suo esercito deve essere pronto ad attaccare “Tutte le basi militari statunitensi nella regione Asia-Pacifico, incluso il continente degli Stati Uniti, le Hawaii e Guam, e la Corea del sud”. I media statali della Corea democratica hanno annunciato che il Paese adotta “Lo stato di prontezza al combattimento N° 1”, il più alto livello di allerta. La dichiarazione afferma che la partecipazione dei bombardieri con capacità nucleare statunitensi B-52 e B-2, come alle esercitazioni militari annuali in corso in Corea del Sud, venivano viste come un’intimidazione. Il 31 marzo, i jet da combattimento stealth F-22 dell’US Air Force provenivano da una base in Giappone, per partecipare anch’essi alle esercitazioni in Corea del sud. L’annuncio si è avuto poco dopo che la Corea del sud e gli Stati Uniti hanno firmato un nuovo accordo militare in risposta a ciò che definiscono provocazioni di Pyongyang. La retorica di Pyongyang è eccessivamente stridente, a seguito dell’adozione della risoluzione 2094 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha imposto ulteriori sanzioni contro la Repubblica democratica popolare di Corea, per il suo terzo test nucleare del 12 febbraio 2013.
L’11 marzo, Seoul e Washington hanno lanciato la settimana di manovre militari congiunte annuali nella penisola coreana, nonostante gli avvertimenti di Pyongyang. L’evento ha coinvolto 10.000 soldati sudcoreani e circa 3.000 soldati statunitensi. Versando benzina sul fuoco, è stata annunciata un’altra esercitazione di Stati Uniti e Corea del sud. Quasi 10.000 soldati statunitensi, la maggior parte esterni alla Corea del sud, insieme a un numero maggiore di truppe terrestri, navali e di personale delle forze aeree della Corea del Sud, parteciperanno all’esercitazione militare congiunta annuale Foal Eagle, fino al 30 aprile. Le forze di riserva della Corea democratica sono in stato di mobilitazione da più di tre mesi, dal lancio del missile nel dicembre 2012.

La linea della Corea democratica
Il 31 marzo il leader nordcoreano Kim Jong-un ha presieduto una riunione plenaria del Comitato centrale del Partito dei lavoratori di Corea, a Pyongyang. Kim e gli alti funzionari del partito hanno adottato una dichiarazione che definisce le armi nucleari “vitali per la nazione” e componente importante della sua difesa, un bene che non sarà scambiato neanche per “miliardi di dollari”. La riunione ha deciso che il possesso di armi nucleari da parte del Paese “deve essere fissato per legge”, secondo l’agenzia di stampa ufficiale KCNA. Viene inoltre istituita una “nuova linea strategica” che richiede la costruzione sia di un’economia più forte che di un arsenale nucleare. Le forze armate nucleari “dovrebbero essere ampliate e integrate qualitativamente e quantitativamente fino a quando si avrà la denuclearizzazione del mondo”, ha aggiunto. L’incontro ha dichiarato la decisione di sostenere la costruzione economica e lo sviluppo nucleare, contemporaneamente agli sforzi per sviluppare l’agricoltura, l’industria leggera e stabilizzare lo standard di vita. “L’economia del Paese dovrebbe passare a un’economia basata sulla conoscenza e il commercio estero multilaterale e diversificato, e gli investimenti devono essere ampiamente introdotti”, riferiva l’agenzia di stampa.
Gli sforzi dovrebbero essere volti a sviluppare la scienza e la tecnologia spaziale, tra cui il lancio di satelliti avanzati. La Corea democratica ha detto che lo sviluppo economico e l’espansione del programma nucleare potrebbero avvenire in parallelo, poiché un deterrente nucleare in crescita potrebbe consentire al Nord di limitare le spese militari e destinare più risorse al settore agricolo e alle industrie leggere, per migliorare il tenore di vita del popolo. Il giorno dopo, il 1° aprile, il leader nordcoreano Kim Jong-un ha radunato i deputati per la sessione parlamentare annuale primaverile, a seguito della dichiarazione del partito sulla priorità per la nazione della costruzione di bombe nucleari e di un’economia più forte. La riunione dell’Assemblea Suprema del Popolo segue le minacce quasi quotidiane fatte da Pyongyang da settimane, tra cui la promessa di attacchi nucleari a Corea del Sud e Stati Uniti. La dichiarazione plenaria invoca anche il rafforzamento dell’economia, cui Kim ha posto l’accento nelle sue dichiarazioni pubbliche dall’insediamento al potere. Secondo l’ONU, i due terzi dei 24 milioni di abitanti del Paese subiscono carenze alimentari regolari. Lo scorso aprile, la Corea democratica si è identificata quale potenza nucleare, quando ha rivisto la sua Costituzione. Dopo che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha imposto altre sanzioni per punirla per il lancio di un missile a lungo raggio a dicembre e per il suo terzo test nucleare a febbraio, ha detto che non avrebbe più partecipato ai colloqui per smantellare il suo programma nucleare.
Come si può notare, gli eventi testimoniano il fatto che la Corea democratica sembra non avere alcuna intenzione di mollare le armi nucleari, mentre la necessità di una riforma economica è in cima all’ordine del giorno. Parlando della necessità di una riforma economica, si deve rilevare che le forze armate della Corea democratica restano in allerta consumando così una grande quantità delle scarse risorse. Per esempio, le centinaia di recenti sortite dei velivoli. L’industria passa dalla produzione di beni civili a beni militari. Anche la mobilitazione di soldati richiede la sua parte. L’esercito della Corea democratica partecipa a numerose imprese economiche, tra cui l’edilizia, e preziose ore di lavoro vengono destinate al mantenimento dell’allerta. Non c’è dubbio che il tutto sia un pesante fardello, un aspetto da tenere in considerazione per valutare la situazione complessiva. In ogni caso, la 103.ma economia mondiale con un PIL di soli 40 miliardi di dollari (circa 1.800 dollari pro capite, uno dei Paesi più poveri del mondo) ancora una volta s’è imposta all’attenzione del mondo.
Non c’è dubbio che la Corea democratica stia testando il nuovo presidente della Corea del sud, insediatosi lo scorso febbraio. Dopo che il Nord ha affondato la nave della marina Cheonan sudcoreana (su questa interpretazione della vicenda i dubbi sono molti e seri. NdT), uccidendo 46 marinai nel 2010, una risposta non può che essere più che mai la più risoluta nella storia. Un’altra caratteristica specifica della situazione attuale, è il fatto che la Corea democratica ha attraversato un’importante soglia tecnologia a dicembre, quando con successo ha messo un satellite in orbita o, in altre parole, è riuscita a mettere in orbita un carico utile usando la tecnologia missilistica chiaramente progettata per raggiungere gli Stati Uniti. Inoltre, Pyongyang ha condotto un terzo test nucleare a febbraio, che sembra aver avuto più successo rispetto ai due precedenti. Inoltre, il Nord vende i sistemi d’arma che ha sviluppato ad altri Paesi, come l’Iran e il Pakistan. Attualmente la Corea democratica può minacciare la Corea del sud e parte del Giappone con i suoi missili convenzionali e le sue forze militari convenzionali. Il Nord può colpire Seul con 500.000 proiettili d’artiglieria nella prima ora di conflitto. Questi sono i fattori con cui fare i conti.

Minacce e realtà
Le forze armate della Corea democratica vantano circa 1,1 milioni di effettivi in servizio attivo e 4,7 milioni in riserva. L’arsenale dell’esercito dispone di 4.500-5.400 carri armati, oltre 1300 veicoli corazzati, 12.700 pezzi di artiglieria e mortai, circa 1.100 lanciarazzi multipli (MLRS). L’aeronautica militare dispone di circa 1200 velivoli, tra cui 650 aerei da combattimento.  Tutti gli aerei sono estremamente obsoleti, essendo entrati in servizio negli anni ’50 (e non è vero neanche questo. NdT). La marina ha 708 imbarcazioni tra cui tre fregate e 70 sottomarini. I missili antinave sono della classe Styx, sviluppata dall’Unione Sovietica negli anni ’50. La difesa costiera è affidata a pezzi di artiglieria da 122, 130 e 152 mm. I sottomarini della marina potrebbero essere efficaci in operazioni come l’esfiltrazione e l’infiltrazione di forze speciali. I campi minati in tutta la penisola coreana sarebbero una minaccia per il potenziale nemico. L’arsenale delle Forze Strategiche Missilistiche della Corea Popolare vanta circa mille missili, tra cui i sistemi terrestri Nodong da 1000 km di gittata, Taepodong-1 da 2200 km, Musudan da  4000 km, Taeponong-2 da 7000 km. Il missile Taepodong-2 (o un missile con la relativa tecnologia) ha subito dei test fallimentari nel 2006, 2009 e 2012. Ma fu eseguito, apparentemente con successo, il lancio di un missile a tre stadi il 12 dicembre 2012. La Corea democratica ha abbastanza plutonio per disporre di 5-10 ordigni nucleari. Circa la metà delle principali armi della Corea democratica è stata progettata negli ’60, l’altra metà è ancora più vecchia. Le forze armate lamentano una carenza di pezzi di ricambio, carburante e scarsa manutenzione, alcune armi non sarebbero funzionanti. Non è noto se la Corea democratica abbia missili superficie-superficie a testata chimica.
Il 12 febbraio, la Corea democratica ha eseguito un riuscito test sotterraneo nucleare presso il sito di Punggye-ri (nella parte nord-occidentale del Paese). E’ stato il terzo test dopo i due fallimentari condotti in rigoroso spregio delle risoluzioni dell’ONU. La mossa porta allo sviluppo di una testata nucleare abbastanza piccola da essere montata su un missile a lungo raggio e possibilmente lanciata su Guam, le Hawaii e anche la costa occidentale degli Stati Uniti, dentro un’impressionante raggio d’azione.

Lampi di speranza
Nel frattempo, il complesso industriale inter-coreano che si trova in Corea democratica, funziona normalmente. Il complesso industriale di Kaesong, che si trova a 10 chilometri all’interno della Corea democratica, è stato costruito dal Sud nel 2004 come simbolo di cooperazione transfrontaliera. Circa 53.000 nordcoreani lavorano negli impianti delle 120 imprese della Corea del sud del complesso, una cruciale fonte di valuta forte per lo Stato impoverito. Utilizzando manodopera a buon mercato della Corea democratica, il complesso di Kaesong ha prodotto merci per 470 milioni di dollari USA l’anno scorso. Nessuna azione militare da parte della Corea democratica è possibile fino a che funziona questa struttura. Forse il vantaggio economico prevarrà sulla predisposizione alla soluzione militare…

La risposta della Corea del sud
La Corea del sud ha promesso una “risposta forte” a ciò che definisce l’aggressione della Corea democratica. Parlando ai funzionari della difesa, la presidente Park Geun-Hye ha detto che prende le minacce di Pyongyang “molto seriamente”. Il ministro degli Esteri sudcoreano Yun Byung-se si aspetta di incontrare il segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry, questa settimana a Washington, per discutere della Corea democratica secondo, i dispacci  dell’agenzia di stampa Yonhap. I militari della Corea del sud sono stati autorizzati a rispondere immediatamente in caso di attacco o di grave provocazione della Corea democratica. Park Geun-Hye, la presidente della Corea del sud, ha detto: “Se qualche provocazione avvenisse contro il nostro popolo e il nostro Paese, dovremo rispondere con forza fin dall’inizio, senza avere alcuna considerazione politica”.
Il 1° aprile il ministero della difesa della Corea del sud ha presentato un nuovo piano di “deterrenza attiva” che permetta al suo esercito di lanciare un attacco preventivo contro la Corea democratica se il Nord mostrasse i segni di un imminente attacco nucleare o missilistico contro il Sud. In un briefing con Park, il ministro della Difesa Kim ha detto che l’esercito dispiega “un deterrente attivo e consolida il sistema di attacco per neutralizzare rapidamente le minacce nucleari e missilistiche della Corea del nord, migliorando sensibilmente la capacità del nostro sistema di sorveglianza e ricognizione militare”. Per raggiungere questo obiettivo, il ministero potrà accelerare il dispiegamento di un sistema antimissile in grado di rilevare, tracciare e distruggere bersagli nucleari e missilistici della Corea democratica, hanno detto i funzionari del ministero. Il nuovo piano di emergenza sarà formalizzato nell’ottobre di quest’anno, ai colloqui annuali sulla sicurezza tra i capi della difesa della Corea del sud e degli Stati Uniti, hanno detto i funzionari del ministero. La Corea del sud accelererà anche la costruzione e lo schieramento, prima del previsto, di un proprio sistema di difesa missilistico denominato “Korean Air and Missile Defense (KAMD)”. L’arma è progettata per intercettare i missili o aerei da combattimento ostili fino ad un’altitudine di 10-30 chilometri.
Per rafforzare la sua capacità di ricognizione, la Corea del sud s’impegnerà a un rapido schieramento di droni per l’intelligence Global Hawk fabbricati dagli Stati Uniti, e metterà in orbita almeno due satelliti-spia militari entro il 2021, secondo il ministero. Lo scorso dicembre, il governo statunitense ha informato il Congresso di un piano per vendere quattro droni Global Hawk alla Corea del sud. L’accordo con il programma Foreign Military Sales (FMS) avrà un valore di 1,2 miliardi di dollari. Altre voci chiedono lo sviluppo di armi nucleari.

La Russia prende posizione
L’ambasciatore russo Grigorij Logvinov ha detto ad Interfax, il 30 marzo, che anche se sperava che tutte le parti “dimostrassero moderazione”, la Russia non sarebbe “rimasta fuori mentre la tensione veniva alimentata vicino ai nostri confini orientali. Ci auguriamo che tutte le parti esercitino la massima responsabilità e moderazione, e che nessuno attraversi il punto di non ritorno”, ha detto l’agenzia. Mentre la Corea democratica mette in allerta il suo arsenale balistico prendendo di mira le basi statunitensi, e gli Stati Uniti accrescono tenacemente la loro presenza militare nella regione, il tutto rischia di portare la situazione presto “fuori controllo”, ha avvertito il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov. La Corea democratica e gli Stati Uniti sono responsabili  della recente grande escalation dielle tensioni, ha detto Lavrov il 29 marzo, invitando “tutte le parti a non flettere i loro muscoli militari”. “Siamo preoccupati dal fatto che accanto all’adeguata reazione collettiva del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sia in atto un’azione unilaterale sulla Corea del nord, che ha aumentato le attività militari”, ha aggiunto Lavrov, riferendosi chiaramente ai piani degli Stati Uniti per consolidare la difesa missilistica contro il Nord, nel piano congiunto di emergenza USA-Corea del sud, in caso di attacco, così come le loro recenti esercitazioni militari. Il ministro degli Esteri ha messo in guardia da un “circolo vizioso” e ha detto che tutte le parti devono evitare azioni unilaterali.
La retorica non è azione. Un attacco diretto contro le forze degli Stati Uniti o i loro alleati sembra improbabile. Resta che le crescenti tensioni aumentano il rischio di una qualche forma di conflitto armato limitato. Interrompere la linea telefonica militare con il Sud è stato un passo sbagliato che aumenta notevolmente la possibilità di innescare un incendio che nessuno vuole davvero. La Corea democratica continua a fare progressi tecnologici, qualcosa che dà a Stati Uniti, Corea del Sud, Giappone e altri Paesi un argomento per giustificare l’adesione alla corsa agli armamenti nella regione e agli sforzi degli Stati Uniti nella difesa missilistica. Sembra che, non le esercitazioni militari, ma piuttosto un veloce coordinato sforzo internazionale sia necessario per evitare che uno scenario da Prima guerra mondiale. Mettere da parte il problema non è più un’opzione, e la responsabilità di risolvere la questione coreana riposa su tutti i membri del processo di sistemazione a sei.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Per saperne di più, vedasi il libro Songun: Antimperialismo e identità nazionale nella Corea socialista

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