Sanzioni contro la Russia: il loro impatto negativo sulla sicurezza energetica globale

Igor Alekseev, Route MagazineNsnbc
baltic_pipelineDopo una serie di dichiarazioni da testata sulla possibilità di “orientare” i consumatori europei verso il gas statunitense, i media degli USA si sono affrettati ad annunciare l’offensiva del petrolio e del gas di Obama contro la Russia. In realtà l’UE non è attualmente disposta, né tecnicamente né in termini di prezzi, ad acquistare risorse energetiche dagli Stati Uniti. Ci vorrebbero almeno dieci anni per adeguare anche il tecnicamente avanzato sistema energetico tedesco all’uso del gas statunitense. Nelle crisi, quando è particolarmente urgente avere un rapido ritorno degli investimenti, tali progetti sono irrealistici.
Se l’industria tedesca sia pronta a pagare di più il gas estero solo per il dubbio piacere di “punire” qualcuno, è una grande domanda. A differenza dei funzionari dell’UE, il governo tedesco non mette pubblicamente in discussione i suoi contratti a lungo termine con la Russia o il futuro del gasdotto South Stream. Il 13 marzo 2014, il presidente del consiglio di amministrazione di Gazprom, Aleksej Miller, ha partecipato a un incontro con il vicecancelliere e ministro dell’Economia e dell’Energia della Germania Sigmar Gabriel. “La Germania è il primo partner della Russia nel mercato del gas e dell’energia in Europa“, ha dichiarato Miller. “Il gas russo rappresenta il 40% di tutte le importazioni tedesche. E persino si nota l’aumento delle forniture di gas dalla Russia. Lo scorso anno, le esportazioni ammontavano ad oltre 40 miliardi di metri cubi, con un aumento annuale del 20%“. Guardando queste statistiche, è chiaro che tutte le chiacchiere sulla solidarietà atlantica non hanno alcun effetto sul razionale processo decisionale del governo tedesco. “Non abbiamo bisogno di un’escalation del conflitto“, ha affermato Sigmar Gabriel nella tavola rotonda degli esperti in politica energetica di fine marzo. “La Russia ha rispettato gli obblighi previsti dai contratti sul gas anche negli anni più bui della guerra fredda“. Sigmar Gabriel sa di cosa parla. Per l’Europa poter utilizzare pienamente le forniture di gas dagli Stati Uniti, sarà necessario costruire impianti costosi per decomprimere e immagazzinare il gas. Inoltre, al fine d’integrare il gas “americano” nei sistemi energetici locali, i Paesi europei avrebbero bisogno di costruire nuove stazioni di pompaggio.  L’infrastruttura associata ne aumenterà il prezzo al consumatore. Né i padroni dell’industria tedesca, né i leader politici responsabili, sosterranno tale politica.

Quindi chi c’è dietro la pretesa di punire la Russia?
Barack Obama continua a guardare all’Europa per fare pressione su Mosca. Non è un caso che le recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti in politica energetica coincidano con la sua visita in Arabia Saudita. Il presidente Obama è venuto a Riyadh per abbattere i prezzi, in cambio dello sviluppo delle strutture saudite per estrarre e liquefare il gas da inviare in Europa. E’ improbabile che anche lo stesso Charles Maurice de Talleyrand possa convincere i sauditi a riversare la maggior quantità di risorse possibile sul mercato e solo in cambio della nebulosa  promessa di un aiuto statunitense nell’avere nuovi impianti gasiferi, in un imprecisato futuro. Anche la posizione del Qatar deve essere considerata. Vi sono gravi disaccordi tra i sauditi e l’ex-emiro del Qatar, ipersensibile come nessuno in Medio Oriente sul bisogno di un nuovo concorrente nel settore del gas. Il tentativo di Obama di ripetere il trucco petrolifero di Ronald Reagan in Medio Oriente “abbattendo” i prezzi globali, dovrà affrontare molti ostacoli. L’abbattimento del prezzo del petrolio a 80 dollari susciterebbe un altro problema, la vera polemica nella campagna per la rielezione di Obama, e cioè cosa fare dell’Iraq. Anche un calo del 10% del prezzo del petrolio potrebbe eliminare l’economia irachena, ancora scossa dall’invasione degli Stati Uniti. E Israele osserva i tentativi della Casa Bianca di avviare il riavvicinamento con l’Iran. Se lo Zio Sam tenta d’imporre sanzioni energetiche contro la Russia per le sue posizioni politiche in Medio Oriente, presto scoprirà di aver caricato la pistola solo per spararsi ai piedi.
Il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Ernest Moniz, incaricato da Obama e appassionato di scisto, s’è esaltato nel dibattito su come “punire” la Russia. Ha promesso di prendere in considerazione nuovi sforzi per le navi metaniere dagli Stati Uniti all’Europa. In questo caso particolare, il suo intervento difficilmente rifletterebbe la posizione dei CEO delle major petrolifere.  Sanno molto bene che un vera svolta dei prezzi nel settore non si avvicina a quella di 30 anni fa, per via dell’inflazione e dei costi operativi sempre più elevati. Solo il terminale Sabine Pass da 10 miliardi di dollari, una struttura della Cheniere di Cameron Parish, ha l’approvazione necessaria dal dipartimento dell’Energia e dalla Regulatory Commission della Federal Energy statunitensi. Ai primi di marzo, l’economista statunitense Philip Verleger, che ha lavorato alla Casa Bianca e al Tesoro degli Stati Uniti negli anni ’70, ha parlato da esperto sulla questione di come usare l’energia per “punire” la Russia. Nella newsletter del 3 marzo 2014 che pubblica per i suoi clienti, Verleger ha scritto che gli Stati Uniti dispongono di uno strumento per influenzare la Russia, la sua Strategic Petroleum Reserve (SPR). La riserva statunitense attualmente è pari a circa 700 milioni di barili di petrolio, cinque milioni dei quali sono stati immessi sul mercato durante la visita a Washington del primo ministro ad interim ucraino Arsenij Jatsenjuk. “E’ quasi una sfida alla logica pensare non ci sia un legame“, ha osservato John Kingston, direttore della divisione notizie della Platts. Toccare l’SPR per manipolare il mercato globale sarebbe una decisione assai straordinaria. L’unico modo per esercitare una reale pressione sui prezzi mondiali del petrolio sarebbe cedere almeno il 50% di tutta la SPR e concedere licenze di esportazione a chiunque lo volesse. Il DoE statunitense non è ovviamente pronto a tali misure draconiane. Guardando il Rapporto 2014 scritto dagli analisti del DoE, noti per la loro fede quasi religiosa nelle energie alternative, il prezzo minimo per il petrolio nel 2015 sarà di 89,75 dollari/barile. Il bilancio nazionale russo, nel 2014, gravato dalle spese per le Olimpiadi, è stato redatto sulla base di un prezzo medio di 93 dollari al barile. Ergo, anche 80-90 dollari non sarebbero affatto un disastro per Mosca, tanto meno 100 dollari al barile. Inoltre, la pressione “non di mercato” dagli Stati Uniti potrebbe essere bilanciata dalle nazioni esportatrici. Ad esempio, con l’idea della “moneta energetica”, a lungo tema caldo presso l’OPEC e il Gas Exporting Countries Forum (GECF).
Per la prima volta nella storia delle relazioni USA-Russia, assistiamo a un dibattito pubblico sulla minaccia di sanzioni economiche che può avere ampi effetti negativi sulla sicurezza energetica globale. L’amministrazione Obama si comporta come se seguisse un vecchio libro di testo di economia politica sovietico. Al momento, a quanto pare, il dogma sacro del libero mercato, da Samuelson a Friedman, può essere comodamente trascurato solo per punire una nazione sovrana. Quando il capo dello Stato più influente del mondo parla di manipolazione dei prezzi di mercato per punire attori recalcitranti, di che tipo di “libero mercato globale” e fair play parla per davvero?

09670350-8cd2-45af-ac1c-2ea3331d3383Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dell’Ucraina alla NATO, dalla Germania alla Russia

Dedefensa, 9 aprile 2014
481311Ognuno parla della seconda fase della crisi ucraina, della situazione in rapido peggioramento nella parte russofona dell’Ucraina meridionale e orientale. In questa processo il referendum in Crimea fu la prima fase. Seguiamo tali resoconti, ma dai contenuti del tutto diversi. Per noi, la fase 1 è iniziata nel novembre 2013, con l’incontro di Vilnius tra l’Ucraina (Janukovich) e l’Unione europea, con le conseguenze che conosciamo. Questa è la fase europea. Ora inizia la fase 2, con l’UE sostituita dalla NATO (da ciò, salvo eccezioni, si potrebbe passare a una nuova fase in cui l’UE ritornerebbe in prima linea). Finora, infatti, l’Unione europea se non è “la punta”, è almeno significativamente in ritirata per via dei gravi disaccordi tra i suoi membri (v. 8 aprile 2014).
E… siamo lontani dal dire che ci sia un coordinamento, che ci sia un piano generale, costruito qua e là (Stati Uniti, blocco BAO e tutti quanti, in aggiunta alle suddette organizzazioni). Ci sono opportunità, errori, battute d’arresto, cecità, contropiedi che si confondono allo stesso tempo, o si alternano, ma è pura tattica dell’occasione e dell’opportunità in generale, piuttosto che di comunicazione. Le vera dinamica è completamente dinamica del sistema, operata da due burocrazie (UE e NATO) in un processo a catena automatizzato dove troviamo l’ideale da grande potenza e la politica del sistema, e nessuna strategia, nessun piano prestabilito, nessun coordinamento, ecc., ma semplicemente una spinta cieca e furiosa, dalla stupidità così estrema quanto la forza che la guida, la nota dinamica del superpotere. Le circostanze hanno sempre più respinto in secondo piano l’UE, e la NATO a precipitarsi nel vuoto, tanto più che i fatti permettono di “militarizzare” la crisi il più rapidamente possibile. In realtà la stupidità estrema della NATO ha il vantaggio sull’UE della previsione e dell’esperienza, e i pupazzi cui il sistema da voce, Rasmussen in primo luogo, sono all’altezza del compito, cioè nei bassifondi del pensiero.
• MK Bhadrakumar in un breve articolo (dell’8 aprile 2014)  segnala la sceneggiata della NATO sul palco, con i soliti tonitruanti belle parole, giuramenti e valori storici, sempre nella testa di Rasmussen. Nessuna meraviglia che abbia eruttato in tale senso al palazzo dell’Eliseo, dove era in visita, alla presenza del nostro Presidente del pero, coronato dalla  clamorosa rilegittimazione nelle ultime elezioni. Naturalmente, Bhadrakumar non segue la nostra classifica ma le solite concezioni delle relazioni internazionali; ma la sostanza della posizione della NATO e implicitamente delle conseguenti sue ambizioni, sono visibili.
Nelle valutazioni occidentali sembra che le cose siano pericolosamente sul punto d’infiammarsi in Ucraina. Il segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ha usato un linguaggio particolarmente forte, mentre avvertiva in una conferenza stampa a Parigi, dopo i colloqui con il presidente Francois Hollande, che “un ulteriore intervento russo (in Ucraina) sarebbe un errore storico e avrebbe gravi conseguenze sul nostro rapporto con la Russia”. Significativamente, Rasmussen ha toccato i legami della NATO con l’Ucraina. La scorsa settimana, in un articolo, aveva fatto capire che l’adesione alla NATO era aperta per l’Ucraina. L’impulso del momento sembra apparire mentre si avvicina il vertice della NATO di settembre, in Galles. Chiaramente, l’Atto istitutivo delle relazioni reciproche, cooperazione e sicurezza (1997) tra NATO e Russia è diventato una reliquia. Tale accordo aveva lo scopo di arruolare l’allora presidente russo Boris Eltsin alla decisione dell’amministrazione di Bill Clinton, nel 1996, di fare aderire alla NATO i Paesi del Patto di Varsavia (contravvenendo all’intesa con il leader sovietico Mikhail Gorbaciov dell’allora segretario di Stato USA James Baker, secondo cui l’alleanza occidentale non si sarebbe mossa di un centimetro verso est, nel dopo-guerra fredda). Rasmussen ha detto oggi, a Parigi, “Per quanto concerne l’Atto istitutivo NATO-Russia del 1997, stiamo ora esaminando tutta le nostre relazioni con la Russia… E i ministri degli Esteri adotteranno decisioni in tale senso quando si incontreranno a giugno”. Per gli studiosi delle relazioni russo-statunitensi, gli archivi presenteranno un discorso affascinante al Consiglio Atlantico, il 20 maggio 1997, dell’allora vicesegretario di Stato Strobe Talbott che riconosceva che “la questione dell’allargamento della NATO è acutamente nevralgico per la Russia, soprattutto per la sua élite politica”. La storia ha chiuso il cerchio. In un articolo sul quotidiano Sunday Telegraph Rasmussen ha scritto, “Nessuno della NATO vuole un ritorno alla Guerra Fredda, ma vediamo che il Cremlino cerca di tornare indietro e spartirsi l’Europa in sfere d’influenza. Dobbiamo difendere i nostri valori“.
• Bhadrakumar conclude il suo commento affermando che in questo caso è Rasmussen, come al solito, “la voce del padrone”, cioè la voce di Washington. Come abbiamo visto, questa non è la nostra analisi e diremmo piuttosto che Washington, quando parla, è “la voce del caos”, che rinforza la non-politica con la vanteria propria dell’americanismo, essendo Kerry la voce di Nuland, che altro non è, naturalmente, che la voce del sistema; Rasmussen certamente è la “voce del padrone” (cos’altro potrebbe essere?), ma notando che il suo padrone è il sistema, nient’altro e niente di meno. Ha ragione Bhadrakumar quando infine dirige la sua attenzione sulla Germania: “In primo luogo, la sfida (per Washngton e la NATO) è convincere la Germania ad adottare una linea dura verso la Russia. La Germania, tuttavia, si trova in una situazione precaria, come un pezzo perspicace della rivista Spiegel spiega…
• Passiamo a Spiegel, come Bhadrakumar ci invita. In un lungo articolo del 7 aprile 2014, il settimanale tedesco studia gli aspetti militari della situazione della crisi, cioè il rapporto di forze tra NATO e Russia, ecc. Ma il nocciolo di questo articolo, il vero soggetto, è contenuto nel titolo stesso (“La Crisi sull’Ucraina mette a nudo le lacune tra NATO e Berlino“) è in definitiva contrapporre la via diplomatica ai preparativi militari, spingendo ai loro estremi le due logiche che si oppongono, la tesi volta a cercare di riparare i rapporti con la Russia alla tesi della preparazione del confronto con la Russia. L’articolo sembra, comunque e piuttosto ambiguamente, non perdere il contatto con la parte più dura (la NATO) mentre mette implicitamente in evidenza i benefici dell’”accordo”, esponendo implicitamente la voce della ragione del ministro degli Esteri tedesco, in prima linea nella ricerca di un accordo con la Russia (questo, ovviamente, il 3 febbraio 2014). Dobbiamo quindi leggere i primi paragrafi dell’articolo di Spiegel, di cui il primo presenta l’ambiguità in questione …
Una volta finita la Guerra Fredda, le forze armate occidentali hanno ridotto la loro attenzione sulla deterrenza militare in Europa. Di conseguenza, la crisi ucraina ha sorpreso la NATO, precipitatasi a cercare una risposta adeguata alla Russia. La Germania è riluttante ad andare avanti. Frank-Walter Steinmeier non ha perso tempo ritornando a Berlino dalla riunione dei ministri degli Esteri della NATO a Bruxelles, la scorsa settimana. Andò dritto al parlamento per informare i deputati tedeschi delle decisioni raggiunte. E l’ha fatto nel modo che dovrebbe essere percepito mentre negozia la crisi sulla Crimea: tranquillo, riservato e puntuale. Infatti, l’unica volta che ha mostrato emozione durante la riunione della commissione per gli Affari Esteri, fu quando parlava il segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen. In precedenza, Rasmussen aveva pubblicato un editoriale sul quotidiano tedesco Die Welt dicendo che l’adesione dell’Ucraina alla NATO è fondamentalmente aperta. “Il diritto degli Stati sovrani a determinare il proprio futuro è uno dei fondamenti della moderna Europa”, ha scritto. Questo però s’allontana significativamente dall’attenzione della Germania per la de-escalation del confronto con la Russia. “L’adesione alla NATO dell’Ucraina non è prevista”, sbuffò Steinmeier. Disse che la politica estera correva il pericolo di militarizzarsi, aggiungendo che era giunto il momento per i leader politici di avere il sopravvento. Steinmeier, però, è pienamente consapevole che il corso che Rasmussen progetta non scomparirà tanto presto. Già i preparativi sono iniziati per il prossimo vertice dei capi di Stato e di governo della NATO per settembre. Finora c’è solo un punto all’ordine del giorno: la nuova strategia della NATO. Berlino è scettica e preoccupata”.
• Si aggiunga un elemento al dossier, la lettera aperta di centinaia di cittadini tedeschi, artisti, accademici, scientifici, giornalistici, esperti, legali, ecc. a seguito dell’iniziativa di un ex tenente-colonnello della Luftwaffe, Jochen Scholz, già segnalatosi diversi anni fa per attivismo antiamericanista (antisistema). RussiaToday, che ha intervistato Scholz, pubblicizza questo documento, il 9 aprile 2014. (Per non essere sospettati, cioè condannati e giustiziati per falso e commento falso da BHL o Victoria Nuland-Fuck, ci affrettiamo a presentare il link al testo della lettera e ai nomi dei firmatari).
L’ex-tenente colonnello dell’aeronautica tedesca Jochen Scholz ha scritto una lettera aperta al leader russo in risposta al discorso che Putin fece il 18 marzo 2014 sulla riunificazione della Crimea alla Russia. La lettera è stata firmata da centinaia di tedeschi, tra cui avvocati, giornalisti, medici, militari, studiosi, scienziati, diplomatici e storici. In tale lettera gli intellettuali tedeschi hanno detto che il discorso di Putin si “appella direttamente al popolo tedesco” e merita una “risposta positiva  corrispondente ai veri sentimenti dei tedeschi. La lettera riconosce che l’Unione Sovietica svolse un ruolo decisivo nella liberazione dell’Europa dalla Germania nazista e ha sostenuto la riunificazione della Germania e la sua ascesa nella NATO dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione del Patto di Varsavia. Poi il presidente degli Stati Uniti George Bush Sr. aveva assicurato alla Russia che la NATO non si sarebbe allargata ad est, eppure nonostante la dimostrazione di fiducia di Mosca, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno violato tale impegno, dice Scholz. L’espansione della NATO nelle repubbliche ex-sovietiche, la creazione di basi militari nei Paesi dell’ex-Patto di Varsavia e la messa a punto di un sistema di difesa missilistico in Europa orientale, mentre gli Stati Uniti unilateralmente si ritiravano dal trattato ABM, sono una flagrante violazione delle promesse”, si legge nella lettera. (…) In un’intervista a RT, Scholz ha elaborato la sua posizione sostenendo che gli interessi e la visione dell’ordine mondiale degli Stati Uniti, in cui al continente è assegnato il ruolo di “vassallo” di Washington, sono diversi dagli interessi europei. “Durante la Guerra Fredda, gli interessi di Stati Uniti ed Europa erano quasi al 100 per cento identici. Ma dal 1990 ciò è cambiato. Gli interessi europei sono oggettivamente diversi da quelli degli Stati Uniti”, ha detto a RT. “Quindi il nostro compito qui, in Europa, cui ovviamente la Russia appartiene, è occuparci noi stessi dei nostri affari cooperando in pace e nel rispetto dei diritti umani”. (…) Commentando la posizione del governo tedesco nei confronti della Russia, al momento, Scholz ha detto a RT che Berlino è in una “posizione molto difficile” in quanto membro di UE e NATO i cui obiettivi sono in contraddizione con il desiderio tedesco “di sviluppare una più stretta relazione con la Russia”. “Dobbiamo sviluppare la nostra politica di vicinato con la Russia e così poter andare avanti. Ma in ogni caso non ci dovrebbe essere un’ulteriore espansione della NATO verso i confini russi”, ha detto a RT”.
In periodo di normale Guerra Fredda, quasi tutti ne parlano, si direbbe che i problemi discussi qui (postura della mobilitazione NATO e posizione della Germania verso la NATO) conterebbero poco.  Le questioni saranno risolte avanti: con la NATO in piena espansione nel mobilitare l’applauso unanime ai nostri “valori” così solleciti, la Germania rientrerebbe nei ranghi. Ma come abbiamo detto non siamo in una “nuova guerra fredda” (20 marzo 2014). Allo stesso modo, quando Spiegel solleva la questione se la deterrenza della NATO (blocco BAO) contro la Russia operi come durante la Guerra Fredda, sbaglia fase, “non siamo in una nuova guerra fredda”. Non è questione di deterrenza della Russia, ma di scontro con la Russia… Se la NATO segue la rotta, lo scontro è garantito in tutti i casi e in tutti i modi (e la NATO, che calcola in anni la preparazione delle sue forze, non si rende conto di quanto sia pericoloso la strada che segue). E’ a questo punto che dobbiamo giudicare il pensiero della NATO, lo sforzo non è grande e l’altezza non da le vertigini. Certamente il pensiero della NATO non è affatto certo che, se non nell’immediato (già discutibile nelle attuali circostanze), ma in ogni caso nel prossimo periodo, prevalga ancora in Europa, perché non si tratta, alla fine di questa logica folle, della guerra perduta in Afghanistan o della sconfitta travestita da massacro democratico e destrutturante in Iraq, o dell’isteria per i massacri siriani lontani dai nostri week-end pasquali e dalle nostre discussioni fondamentali sul “matrimonio per tutti”. Alla fine di tale logica folle c’è una possibile guerra in Europa, con la Russia impegnata per la sua sopravvivenza di vecchia nazione, come dimostrato più volte nella Storia, quando si trovò negli ultimi momenti della metastoria, sulla via dell’eroismo e del sacrificio. La prospettiva è significativamente diversa e le alleanze accomodanti fatte con la peste americanista e in vergognosa fedeltà alla NATO, sempre in nome del sistema il cui scopo non è altro che la distruzione del mondo, questa volta scopriranno a chi parlare, se non di cosa parlare. Pertanto, la constatazione di questa seconda fase vede l’accelerazione della burocrazia della NATO nel compie un ulteriore passo avanti, rispetto all’UE, nella filosofia “guerrafondaia”; un gioco completamente nuovo e senza precedenti nell’era del Sistema organizzato dal 1945 con, per esempio e nel caso in esame, una vera e propria incertezza sulla direzione che la Germania prenderà nel caso di un decisivo peggioramento della situazione, in cui la fedeltà transatlantica non sarebbe più il riflesso pavloviano conosciuto dal 1949-1954.
Le solite posizioni, gli argomenti infiniti e la narrativa sui nostri “valori” non sono sufficienti a darci la chiave di ciò che sarebbe una sceneggiatura già scritta. Questa volta siamo di fronte a un enigma, sempre lo stesso mistero sacro della crisi mondiale, e riprendiamo, seguendo l’attualità, la frase alla fine del nostro testo del 29 marzo 2014Tale questione della visione metastorica (del nostro futuro immediato…) è, per il momento, l’equivalente di quello che disse Churchill nel 1939 del potere sovietico: “è un indovinello avvolto in un mistero, all’interno di un enigma…”. Ciò significa che prima del peggio che ci riserverebbe “lo scenario già scritto” della logica folle della NATO e del sistema, si potrebbero inserire le circostanze dei disaccordi e di catastrofi successive nel blocco BAO, portando alla decisa accelerazione della crisi di collasso del sistema, sperando sia prima che il sistema possa sputare il suo ultimo veleno”.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Donetsk e Lugansk, implode l’Ucraina

Aleksandr Bojtsov Strategic Culture Foundation 10/04/2014

Bkc4vnXCcAA0KeWDal 6-7 aprile la situazione nelle zone sud-orientali dell’Ucraina evolve con velocità sorprendente. I manifestanti di Kharkov, Donetsk e Lugansk si sono riuniti per “protestare nel giorno del riposo”.  Ma questa volta non è andata come normalmente avviene prima che inizi un’altra settimana di lavoro. I manifestanti hanno continuato l’azione. A Kharkov, la prima capitale dell’Ucraina, hanno respinto l’attacco dei militanti di Fazione Destra, facendoli strisciare attraverso il “corridoio della vergogna”. Poi i manifestanti hanno sequestrato la sede dell’amministrazione regionale fino al mattino, quando l’edificio fu riconquistato dalle forze di polizia inviate da Kiev. E’ stato molto più difficile a Lugansk, città dei discendenti dei cosacchi del Don. In questo caso, i manifestanti hanno preso d’assalto l’ufficio del Servizio di Sicurezza ucraino (SBU), entrando in possesso di armi e pronti a respingere gli attacchi. C’erano molti ex-militari tra i manifestanti che hanno saputo condurre azioni di combattimento… Negli importanti eventi svoltisi a Donetsk, numerosi edifici amministrativi sono stati occupati, creando la “repubblica popolare” sovrana ed indipendente da Kiev, e proclamando il referendum sullo status della repubblica per l’11 maggio. I manifestanti hanno anche fatto appello a Mosca per inviare forze di pace nella regione. Marjupol, centro industriale e città portuale, è stata anche occupata da coloro che si oppongono al governo ad interim nella capitale.
Kiev non può ignorare gli eventi. Agendo da forze anfibie, i politici di Kiev sbarcavano a frotte nei centri amministrativi, tra cui Julija Timoshenko, che non detiene cariche ufficiali. Alla conferenza stampa all’aeroporto, ha detto che i manifestanti sono mercenari e agenti dei servizi di sicurezza russi. Secondo informazioni confidenziali provenienti da ambienti governativi a Kiev, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina e Valentin Nalivajchenko, capo del Servizio di Sicurezza ucraino (SBU), insistono a che le proteste a Kharkov e Lugansk siano represse con la forza mentre vuote promesse devono minare il morale dei manifestanti di Donetsk.
Dal crollo dell’Unione Sovietica, la Crimea è vista come elemento speciale territoriale dai deboli  legami con la terraferma e pronta a “partire per la Russia” in qualsiasi momento. Il caso è molto diverso per le regioni filo-russe come il Donbass. La loro secessione sembrava sempre improbabile perché erano profondamente integrate con il resto del Paese. Una cosa è tagliare l’istmo di Perekop e il ponte Chongar, altra è chiudere le molte miglia di frontiera terrestre con le regioni limitrofe.  Tutte le regioni sud-orientali, che si oppongono a Kiev, hanno un potenziale industriale sviluppato;  tagliare i rapporti economici con le altre regioni del Paese rappresentava una grave minaccia per il benessere del popolo. Ciò ha scoraggiato i manifestanti dal compiere passi decisi volti alla separazione dal resto dell’Ucraina. Ma la decisione di Kiev di chiudere le miniere del Donbass lasciando oltre 70 mila persone senza lavoro, è stato il punto di svolta. Inoltre, le altre simili misure di austerità draconiane e le minacce a russi e russofoni espresse dai politici, hanno aggiunto benzina al fuoco. In realtà, Donetsk e Lugansk, città che erano politicamente passive, hanno fatto implodere la situazione nel sud-est dell’Ucraina. Non è un caso che gli Stati Uniti diano tanta attenzione agli eventi che possano fare da esempio avviando una reazione a catena fino alle regioni centrali e settentrionali come Kherson, Nikolaev, Odessa, Dnepropetrovsk, Zaporozhe, Poltava, Sumy, Chernigov, Cherkassij, Kirovograd e la grande città di Kharkov.
Gli eventi a Donetsk e Lugansk possono innescare proteste su larga scala contro il regime neo-nazista a Kiev, e poi un effetto domino farà crollare l’intera struttura costruita dai golpisti giunti al potere con il colpo di Stato auspicato dagli Stati Uniti.

ukraine-peoples-choice-gubarev-speaks-about-the-donetsk-he-foreseesLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Petro-Rublo russo sfida l’egemonia del dollaro USA. La Cina sviluppa il commercio eurasiatico

Peter Koenig Global Research, 8 aprile 2014

La Russia ha appena lanciato un’altra bomba, annunciando non solo il disaccoppiamento del commercio dal dollaro, ma anche che la commercializzazione dei suoi idrocarburi avverrà in rubli e nelle valute dei suoi partner commerciali, non più in dollari, vedasi La Voce della Russia.

BRICS-mapIl commerciale della Russia degli idrocarburi ammonta a circa un trilione di dollari all’anno. Altri Paesi, in particolare BRICS e BRICS-associati (BRICSA) potrebbe presto seguirne l’esempio e unirsi alla Russia, abbandonando il ‘petro-dollaro’ come unità per il trading di petrolio e gas. Ciò  potrebbe ammontare a decine di miliardi di perdite nella domanda annuale di petrodollari (il PIL degli Stati Uniti era circa 17 miliardi di dollari nel dicembre 2013), togliendo quanto meno un dente importante all’economia degli Stati Uniti. A ciò si aggiunge la dichiarazione di Press TV secondo cui la Cina riapre la vecchia Via della Seta come nuova rotta commerciale collegando Germania, Russia e Cina e permettendo di collegare e sviluppare nuovi mercati, specialmente in Asia centrale, dove il nuovo progetto porterà stabilità economica e politica, e nelle province occidentali della Cina, dove verranno create “nuove aree” di sviluppo. La prima sarà la Lanzhou New Area nel Gansu, una delle regioni più povere della Cina nordoccidentale. “Durante la sua visita a Duisburg, il presidente cinese Xi Jinping ha compiuto un colpo da maestro da diplomazia economica contrastando direttamente lo sforzo della fazione neo-conservatrice di Washington per suscitare un nuovo confronto tra NATO e Russia.” (Press TV, 6 aprile 2014)
Sfruttando il ruolo di Duisburg quale maggiore porto interno del mondo, snodo storico dei trasporti in Europa e centro dell’industria siderurgica della Ruhr in Germania, propone che Germania e Cina cooperino nella costruzione di una nuova “via della Seta economica” che colleghi Cina ed Europa. Le implicazioni della crescita economica per tutta l’Eurasia sono impressionanti“. Curiosamente i media occidentali hanno finora ignorato entrambi gli eventi. Sembra che ci sia il desiderio di accompagnare la falsità delle illusione e arroganza occidentali assieme al silenzio. La Germania, il motore economico d’Europa e quarta economia del mondo (PIL da 3600 miliardi dollari US), all’estremità occidentale del nuovo asse commerciale sarà la calamita che attirerà altri partner commerciali europei della Germania verso la Nuova Via della Seta. Ciò che appare come un futuro vantaggio per Russia e Cina, comporterà anche sicurezza e stabilità, ciò sarebbe una sconfitta letale per Washington. Inoltre, i BRICS si preparano a lanciare una nuova moneta, composta dal paniere di loro valute locali, da utilizzare nel commercio internazionale, nonché una nuova valuta di riserva, sostituendo un dollaro gravato dal debito e piuttosto inutile, una prodezza benvenuta nel mondo. Insieme con la valuta dei nuovi Paesi BRICS (A) arriverà un nuovo sistema di pagamento internazionale, sostituendo negli scambi SWIFT e IBAN, rompendo così l’egemonia della famigerata manipolatrice di oro e valuta di proprietà privata Banca dei regolamenti internazionali (BRI) di Basilea, in Svizzera, detta anche banca centrale di tutte le banche centrali. Per esserne sicuri, la BRI è un’istituzione di proprietà privata a scopo di lucro creata nei primi anni ’30, durante la grande crisi economica del 20° secolo. La BRI fu costituita proprio per questo scopo, controllare il sistema monetario mondiale insieme alla FED, anch’essa di proprietà privata dei Banksters di Wall Street, l’epitome della proprietà privata non regolamentata. La BRI è nota ospitare almeno una mezza dozzina di riunioni segrete all’anno, in cui partecipa l’élite mondiale per decidere il destino di Paesi e intere popolazioni. La sua scomparsa sarebbe un altro gradito nuovo sviluppo.
Con la nuova via commerciale e il nuovo sistema monetario in formazione, altri Paesi e nazioni, finora presi dagli artigli della dipendenza dagli Stati Uniti, accorreranno verso il ‘nuovo sistema’, isolando man mano l’economia industriale militare (sic) di Washington e la sua macchina da guerra della NATO. Questo mutamento economico potrà mettere l’impero in ginocchio senza spargere una goccia di sangue. Lo spazio per una nuova speranza di giustizia e maggiore uguaglianza, la rinascita di Stati sovrani, può sorgere trasformando la spirale delle tenebre in una di luce.

Peter Koenig è un economista ed ex-impiegato della Banca Mondiale. Ha lavorato a lungo nel mondo dell’ambiente e delle risorse idriche. Scrive regolarmente per Global Research, ICH, Voce della Russia e altri siti Internet. È autore di Implosion, racconto basato sui fatti e su 30 anni di esperienza in tutto il mondo.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti perseguono il caos generale: ora tocca all’Asia

Dedefensa, 9 aprile 2014

8860548Dato lo stato generale della situazione mondiale, rafforzata splendidamente dalla crisi ucraina, gli Stati Uniti cercano di capitalizzare l’estensione della svolta in Asia. Perché portare il caos anche in Asia? E’ vero che questa zona è un po’ indietro rispetto alla situazione europea, del Medio Oriente ed anche negli Stati Uniti, soprattutto in relazione alla situazione di Washington, dell’amministrazione Obama, del Congresso e della politica degli Stati Uniti, ecc. Si tratta di correttezza ed equilibrio. Questa è l’ipotesi che siamo portati a fare osservando la tensione ottenuta dagli Stati Uniti con le loro ultime dichiarazioni che promuovono solo il peggioramento delle cattive relazioni, in particolare tra Giappone e Filippine, da un lato, e Cina dall’altra. Il risultato è il progressivo indurimento della posizione della Cina contro gli Stati Uniti, con parole e giudizi di durezza mai vista, espresse in occasione della visita di Chuck Hagel in Cina e prima del viaggio  asiatico di Obama. Tyler Durden sviluppa un’osservazione della situazione su Zerohedge del 9 aprile 2014.
A quanto pare mettendo via i convenevoli diplomatici, i cinesi sono stati diretti con Chuck Hagel, mentre pone le basi per il viaggio in Asia del presidente Obama a fine mese (che dovrà visitare Giappone, Malesia e Filippine, tutti con conflitti territoriali diretti con la Cina). Come riporta Reuters, “Obama deve prestare seria considerazione a tale problema quando si tratta di Asia… La Cina ha già inviato questo messaggio durante gli incontri con Hagel”, ha detto Ruan Zongze, ex- diplomatico cinese presso l’Istituto di Studi Internazionali di Pechino, un think tank legato al ministero degli Esteri della Cina. “Gli Stati Uniti prendono una direzione che non vogliamo vedere, schierandosi con Giappone e Filippine, e la Cina è molto scontenta di ciò.” (…) Questi commenti dalla Cina sono senza precedenti… “il ministro della Difesa cinese Chang Wanquan ha detto ad Hagel che Washington dovrebbe frenare il Giappone e rimproverare le Filippine. Chang ha detto apertamente ad Hagel che “i cinesi non sono contenti” del sostegno degli Stati Uniti al Giappone e al Sud-Est asiatico, secondo una dichiarazione apparsa sul sito del ministero della Difesa cinese. L’influente tabloid Global Times, pubblicato dall’ufficiale Quotidiano del Popolo del Partito Comunista, ha scritto in un editoriale che tali parole forti “non sono state sentite molto in passato”.” Tyler cita ancora Ruan Zongze: “(I funzionari cinesi) sperano che la visita di Obama non sia usata per radunare altri Paesi contro la Cina. Se si ascolta la dura retorica dei vertici dell’amministrazione degli Stati Uniti, questa è una vera e propria preoccupazione.” “Loro (i funzionari cinesi) cercano di capire se è la bassa popolarità statunitense a spingere a fare commenti che non può fare il capo, o se ci si muove in un crescendo…” “Penso che ci sia la preoccupazione che tale dibattito possa essere influenzato in modo sostanziale se Obama facesse commenti molto espliciti in questo viaggio, che potrebbero capovolgere l’equilibrio interno e rendere più difficile per Xi sottolineare come fondamentale il rapporto sino-statunitense“.”
Naturalmente, tale atteggiamento degli Stati Uniti in Asia verso la Cina contrasta curiosamente con i loro sforzi per dividere Cina e Russia sulla crisi ucraina, come se non ci fosse un coordinamento tra queste due politiche; ovviamente l’ipotesi più accettabile è che il caos sia particolarmente florido nel governo degli Stati Uniti, come abbiamo visto. Pertanto, si prevede il rafforzamento dei legami tra la Cina e la Russia nelle rispettive crisi, dei BRICS, della Shanghai Cooperation Organization, ecc.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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