Le milizie appoggiate dalla CIA collegate all’attacco a Bengasi, in Libia

Patrick Martin WSWS 30 dicembre 2013
130507Feature2Photo1-650_429Un lungo reportage in prima pagina sul New York Times fornisce un’ulteriore conferma che l’attacco a un complesso statunitense a Bengasi, in Libia, nel settembre 2012 sia stato il risultato dell’impiego da parte dell’amministrazione Obama dei terroristi islamisti nella guerra contro il regime libico di Muammar Gheddafi. L’articolo del Times, basato su decine di interviste a Bengasi, afferma che l’attentato che uccise quattro statunitensi, tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens, fu effettuato da libici già alleati del governo degli Stati Uniti nella guerra del 2011 che rovesciò e uccise Gheddafi. Il corrispondente del Times David D. Kirkpatrick, scrive che l’attacco non fu organizzato da al-Qaida o da qualche altro gruppo esterno alla Libia, ma “da combattenti che avevano beneficiato direttamente della potenza aerea e del supporto logistico della NATO durante la rivolta contro il Colonnello Gheddafi.”
La principale base statunitense a Bengasi non era il piccolo edificio della missione in cui Stevens e  un suo aiutante morirono, ma un complesso più ampio definito “la filiale” e che ospitava almeno 20 agenti dalla CIA. Due guardie di sicurezza di questo edificio furono uccise da una colpo di mortaio, otto ore dopo l’attentato che uccise Stevens. La disparità di personale tra la sede della CIA e l’avamposto diplomatico, dice che la missione principale del governo degli Stati Uniti a Bengasi era l’operazione della CIA, che aveva guidato la campagna contro Gheddafi nel 2011, ma che nel 2012 era dedita a una diversa e ancor più sanguinosa operazione: il reclutamento di mercenari e l’invio di armi per la guerriglia islamista contro il regime siriano di Bashar al-Assad. Come il World Socialist Web Site ha riferito, nei giorni degli omicidi di Bengasi: “Ci sono tutte le ragioni per credere che la robusta presenza della CIA a Bengasi, dopo la caduta di Gheddafi, riguardi ben più che la semplice sorveglianza. Gli islamisti libici costituiscono la maggiore componente dei “combattenti stranieri” che svolgono un ruolo sempre più dominante nella guerra settaria sostenuta dagli USA in Siria, con l’obiettivo di rovesciare il governo del Presidente Bashar al-Assad. Secondo alcune stime, si afferma che da 1200 a 1500 dei 3500 combattenti infiltrati in Siria provengono da Cecenia e Pakistan.”
L’articolo del Times individua un leader della milizia, Ahmad Abu Qatala, quale figura principale nell’attacco Bengasi, anche se Qatala ha ammesso di essere stato all’esterno dell’edificio, al momento. Fa anche il nome di un altro leader della milizia, Abdul Salam Bargathi, capo della brigata di sicurezza preventiva, indicato come colui che disse alle guardie libiche dell’impianto statunitense di fuggire al momento dell’attacco. Questi individui, e molti altri nominati nel pezzo del Times, collaborarono strettamente con la CIA e lo stesso Stevens durante i sei mesi di bombardamenti della NATO e di lotta altalenante culminata nel rovesciamento del governo libico e nell’omicidio di Gheddafi. Tali islamisti erano spesso veterani della guerriglia in Afghanistan, sia quella sostenuta dagli USA nella guerra contro l’esercito sovietico, negli anni ’80, che nella guerra in corso contro il regime di occupazione USA-NATO creato nel 2001. Avevano combattuto sia a favore che contro il governo degli Stati Uniti, ed erano in procinto di cambiare nuovamente lato.
Un importante obiettivo del articolo del Times è rafforzare l’amministrazione Obama nel suo continuo conflitto con i repubblicani al Congresso, che cercarono di sfruttare il fiasco di Bengasi sostenendo che i funzionari dell’amministrazione mentirono sugli eventi per evitare danni alla campagna per la rielezione di Obama. L’ultima sezione di questo articolo è una virtuale puntuale confutazione delle affermazioni dei leader repubblicani, come il presidente del Comitato sull’intelligence del Congresso Mike Rogers e di quello di vigilanza sul governo Darrell Issa, secondo cui Bengasi fu una grande operazione di al-Qaida pianificata con largo anticipo. Tale disputa tra democratici e repubblicani è un baraccone politico architettato per nascondere le questioni fondamentali degli eventi di Bengasi, e in particolare la connessione con l’attuale sovversione degli Stati Uniti in Siria. L’attacco alla missione degli Stati Uniti è stato un classico caso di “ritorno di fiamma”. La CIA aveva mobilitato i fondamentalisti islamici, tra cui veterani di al-Qaida e dei taliban della guerra in Afghanistan, per combattere Gheddafi, e che recluta anche per la nuova guerra contro Assad. A un certo punto, alcuni di questi islamisti litigarono con i loro finanziatori imperialisti. Potrebbe anche essere stato esattamente questo, una disputa sul denaro in cui gli islamisti si sentirono disprezzati e discriminati, l’anno dopo il rovesciamento di Gheddafi.
L’articolo del Times inizia con un aneddoto suggestivo, descrivendo una riunione del 9 settembre 2012 tra un funzionario statunitense e i leader delle milizie di Bengasi. I leader delle milizie mostrarono ostilità e dissero allo statunitense che Bengasi non era sicura e che doveva lasciarla al più presto possibile, scrive Kirkpatrick. “Eppure, mentre i miliziani facevano uno spuntino con merendine assieme ai loro ospiti statunitensi, espressero gratitudine per il sostegno del presidente Obama alla loro rivolta contro il colonnello Muammar Gheddafi, sottolineando di voler costruire un partenariato con gli Stati Uniti, in particolare con maggiori investimenti. Chiesero specificamente per Bengasi dei punti vendita per McDonald e KFC. Il funzionario statunitense riassunse le loro opinioni affermando che volevano che l’amministrazione Obama facesse maggiori ‘pressioni’ sulle imprese statunitensi affinché investissero a Bengasi.
L’articolo del Times tocca anche un altro dubbio incidente nel torbido intervento degli Stati Uniti in Libia: l’omicidio del generale Abdul Fatah Yunis, nel luglio 2011, quando il comandante principale delle forze ribelli appoggiate dagli USA era a Bengasi. Yunis, ex-ministro degli interni di Gheddafi, che aveva disertato per unirsi ai ribelli, era odiato dai fondamentalisti islamici. Secondo il Times, Yunis fu sequestrato dagli islamisti e detenuto la notte nella sede della milizia comandata da Abu Qatala. Il giorno dopo, i corpi crivellati di pallottole di Yunis e di due suoi aiutanti furono trovati in una strada presso la città. Non ci fu alcuna seria indagine su circostanze e motivazioni di tale assassinio, sia da parte dei “ribelli” libici che dei loro sponsor USA-NATO.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: quale Sarin?

Seymour M. Hersh, Global Research, 8 dicembre 2013

560827Barack Obama non ha detto tutto, questo autunno, quando ha cercato di fare sì che Bashar al-Assad venisse indicato quale responsabile dell’attacco di armi chimiche presso Damasco il 21 agosto. In alcuni casi, ha omesso importanti dati d’intelligence, mentre in altri ha presentato delle ipotesi come fatti. Più importante, non è riuscito a riconoscere ciò che era noto alla comunità d’intelligence degli Stati Uniti: l’esercito siriano non è l’unica parte nella guerra civile ad avere accesso al Sarin, l’agente nervino che secondo uno studio delle Nazioni Unite è stato utilizzato, ma senza valutarne la responsabilità nell’attacco missilistico. Nei mesi prima dell’attacco, le agenzie d’intelligence statunitensi produssero una serie di rapporti altamente classificati, culminando in un formale Ordine di Operazioni, un documento per la pianificazione di un’invasione terrestre, citando la prova che il Fronte al-Nusra, un gruppo jihadista affiliato ad al-Qaida, aveva appreso i metodi per produrre il Sarin in grandi quantità. Quando si verificò l’attacco di al-Nusra, se ne sarebbe dovuto sospettare, ma l’amministrazione scelse le informazioni che giustificassero l’attacco contro Assad.
Nel suo discorso televisivo nazionale sulla Siria del 10 settembre, Obama diede la colpa dell’attacco con il gas nervino al quartiere in mano ai ribelli del Ghuta orientale, definitivamente al governo Assad e chiarì di esser pronto a sostenere le sue precedenti dichiarazioni secondo cui un qualsiasi uso di armi chimiche avrebbe violato la ‘linea rossa': ‘il governo di Assad ha gasato più di mille persone‘, disse. ‘Sappiamo che il regime di Assad ne era responsabile… Ed è per questo che, dopo un’attenta riflessione, ho deciso fosse nell’interesse della sicurezza nazionale degli Stati Uniti rispondere all’uso di armi chimiche del regime di Assad con un attacco militare mirato.’ Obama  andava in guerra sulla base di un pericolo pubblico, ma lo faceva senza sapere con certezza chi avesse fatto cosa la mattina del 21 agosto. Citò una lista di ciò che sembravano essere delle stentate prove della colpevolezza di Assad: ‘Nei giorni precedenti al 21 agosto, abbiamo saputo che il personale chimico di Assad si era preparato per un attacco nei pressi della zona dove fu usato il gas Sarin. Distribuirono maschere antigas alle loro truppe. Poi spararono razzi da un’area controllata dal regime su 11 quartieri che il regime cercava di ripulire dalle forze dell’opposizione‘. La certezza di Obama riecheggiava quella di Denis McDonough, capo del suo staff, che disse al New York Times: ‘Nessuno con cui ho parlato dubita dell’intelligence che collega direttamente Assad e il suo regime agli attacchi con il Sarin‘. Ma negli ultimi colloqui con agenti dell’intelligence e militari, funzionari e consulenti, passati e presenti, ho trovato intensa preoccupazione e talvolta rabbia, su ciò che più volte veniva visto come deliberata manipolazione dell’intelligence. Un alto ufficiale dell’intelligence, in una e-mail a un collega, definì le rassicurazioni dell’amministrazione sulle responsabilità di Assad un ‘trucco’. L’attacco ‘non era dovuto al regime attuale‘, scrisse. Un ex alto funzionario dell’intelligence mi disse che l’amministrazione Obama aveva alterato le informazioni disponibili, su tempistica e sequenza, per consentire al presidente ed ai suoi consiglieri di usare l’intelligence dopo l’attacco come se fosse stato raccolto e analizzato in tempo reale, mentre era in corso l’attacco. La distorsione, ha detto, gli ricordava il Golfo del Tonchino del 1964, quando l’amministrazione Johnson invertì la sequenza delle intercettazioni della National Security Agency per giustificare i primi bombardamenti del Vietnam del Nord. Lo stesso funzionario disse che vi fu un’immensa frustrazione tra la burocrazia militare e dell’intelligence: ‘I ragazzi alzano le mani dicendo: “Come possiamo aiutarlo“, Obama, “quando lui e i suoi compari alla Casa Bianca fanno dei dati dell’intelligence quel che vogliono?”
Le denunce si concentravano su ciò che Washington non aveva: nessun preavviso sulla presunta origine dell’attacco. La comunità d’intelligence militare da anni produce ogni mattina la sintesi dell’intelligence altamente classificata, noto come Rapporto del mattino per il segretario della Difesa e per il presidente del Joint Chiefs of Staff, copie vanno anche al consigliere per la sicurezza nazionale e al direttore di intelligence nazionale. Il Rapporto del mattino non contiene alcuna informazione politica o economica, ma fornisce una sintesi dei più importanti eventi militari nel mondo, con tutta l’intelligence disponibile al riguardo. Un consulente dell’intelligence mi ha detto che qualche tempo dopo l’attacco, esaminò le relazioni dal 20 agosto al 23 agosto. Per due giorni, 20 e 21 agosto, non vi fu alcuna menzione della Siria. Il 22 agosto il Rapporto del mattino trattava dell’Egitto, un elemento successivo discusse del cambiamento nella struttura di comando di uno dei gruppi ribelli in Siria. Nulla fu osservato circa l’uso di gas nervino a Damasco quel giorno. Non fino al 23 agosto, quando l’uso del Sarin divenne  un tema dominante, anche se centinaia di fotografie e video della strage si erano diffuse in poche ore su YouTube, Facebook e altri social media. A questo punto, l’amministrazione ne sapeva quanto il pubblico. Obama lasciò Washington la mattina del 21 agosto per un frenetico tour di due giorni a New York e Pennsylvania, secondo l’ufficio stampa della Casa Bianca, è fu informato la sera del giorno dell’attacco e del crescente furore del pubblico e dei media. La mancanza di dati d’intelligence immediati fu chiarita il 22 agosto, quando Jen Psaki, portavoce del dipartimento di Stato, disse ai giornalisti: ‘Non possiamo stabilire in modo definitivo che (armi chimiche) siano state utilizzate. Ma ci concentriamo ogni minuto di ogni giorno, da quando questi eventi sono accaduti… per fare tutto il possibile in nostro potere per stabilire i fatti‘. Il tono dell’amministrazione si era indurito il 27 agosto, quando Jay Carney, addetto stampa di Obama, disse ai giornalisti, senza fornire alcuna informazione specifica, che gli eventuali suggerimenti che il governo siriano non ne fosse responsabile ‘sono così assurdi quanto l’idea che l’attacco stesso non si sia verificato‘.
L’assenza di un allarme immediato nella comunità dell’intelligence statunitense dimostra che non vi erano dati dell’intelligence sulle intenzioni siriane nei giorni precedenti l’attacco. E vi sono almeno due modi con cui gli Stati Uniti potevano saperle in anticipo: entrambi sono coperti da uno dei documenti top secret statunitensi resi pubblici in questi ultimi mesi da Edward Snowden, l’ex consulente della NSA. Il 29 agosto, il Washington Post pubblicò estratti del bilancio annuale di tutti i programmi d’intelligence nazionali, agenzia per agenzia, forniti da Snowden. In consultazione con l’amministrazione Obama, il giornale scelse di pubblicare solo una piccola parte del documento di 178 pagine, che aveva una classificazione superiore al top secret, ma fu riassunta e pubblicata una sezione che trattava di aree problematiche. Una parte del problema era il gap nella copertura riguardante l’ufficio di Assad. Il documento disse che in tutto il mondo i servizi d’intercettazione elettronica della NSA potevano ‘monitorare le comunicazioni crittografate tra alti ufficiali riguardanti la guerra civile‘. Ma vi era ‘un vuoto sulle forze del Presidente Bashar al-Assad, a quanto pare riconosciuto in seguito‘. In altre parole, la NSA non aveva più accesso alle conversazioni della leadership militare della Siria, che avrebbe incluso le comunicazioni più importanti di Assad, come ad esempio gli ordini per l’attacco con il gas nervino. (Nelle sue dichiarazioni pubbliche del 21 agosto, l’amministrazione Obama non ha mai affermato di avere informazioni specifiche che collegassero Assad all’attacco.) L’articolo fornì anche la prima indicazione di un sistema di sensori segreto in Siria, progettato per segnalare tempestivamente ogni cambiamento nell’arsenale chimico del regime. I sensori erano controllati dal National Reconnaissance Office, l’agenzia che controlla tutti i satelliti dell’intelligence USA. Secondo la sintesi del Post, la NRO ebbe anche assegnato ‘l’estrazione dei dati dai sensori sul terreno‘ in Siria. L’ex alto funzionario dell’intelligence, che aveva conoscenza diretta del programma, mi disse che i sensori della NRO furono impiantati nei pressi di tutti i siti chimici conosciuti in Siria. Sono progettati per monitorare costantemente i movimenti delle testate chimiche nei depositi militari. Ma molto più importante, in termini di allerta precoce, era la capacità dei sensori d’avvertire  le intelligence di Stati Uniti e Israele quando le testate vengono caricate con Sarin. (Il Paese vicino, Israele è sempre in allerta sui cambiamenti nell’arsenale chimico siriano, e lavora a stretto contatto con l’intelligence statunitensi sui preallarmi.) Una testata chimica, una volta caricata con Sarin, ha una durata di pochi giorni o meno, l’agente nervino inizia a erodere il razzo quasi subito, si tratta di un’arma di distruzione di massa ‘usa e getta’. ‘L’esercito siriano non ha tre giorni per preparare un attacco chimico‘, mi ha detto l’ex alto funzionario dell’intelligence. ‘Abbiamo creato il sistema di sensori per una reazione immediata, come l’allarme aereo o un allarme antiincendio. Non si può avere un preavviso di tre giorni perché tutte le persone coinvolte sarebbero morte. O è ora o sei storia. Non stai tre giorni pronto a sparare gas nervino‘. I sensori non rilevarono alcun movimento nei mesi e giorni precedenti il 21 agosto,  ha detto l’ex funzionario. Naturalmente è possibile che il Sarin sia stato fornito all’esercito siriano con altri mezzi, ma l’assenza dell’allerta ha fatto sì che Washington potesse monitorare gli eventi nel Ghuta orientale, come spiegato. I sensori funzionarono in passato, come sapeva fin troppo bene la leadership siriana. Lo scorso dicembre il sistema di sensori raccolse i segnali di ciò che sembrava essere Sarin presso un deposito di armi chimiche. Non fu immediatamente chiaro se l’esercito siriano stesse simulando il caricamento di Sarin nell’ambito di una esercitazione (tutti i militari effettuano costantemente tali esercitazioni) o addirittura preparando un attacco. Al momento, Obama avvertì pubblicamente la Siria che l’utilizzo del Sarin era ‘totalmente inaccettabile‘, un messaggio simile fu inviato anche per via diplomatica. L’evento successivamente si scoprì essere parte di una serie di esercitazioni, secondo l’ex funzionario dell’intelligence: ‘Se quello che i sensori videro lo scorso dicembre era così importante da far dire al presidente: “Smettetela”, perché il presidente non fece tale stesso avviso tre giorni prima dell’attacco del gas di agosto?’
La NSA ovviamente monitorerebbe l’ufficio di Assad tutto il giorno se potesse, l’ex funzionario ha detto. Altre comunicazioni, da diverse unità dell’esercito in combattimento in tutta la Siria, sarebbero molto meno importanti, e quindi non analizzate in tempo reale. ‘Vi sono letteralmente migliaia di frequenze radio tattiche utilizzate dalle unità sul campo in Siria per le comunicazioni di routine‘,  disse, ‘e ci vorrebbe un numero enorme di crittografi della NSA per ascoltarle, e il ritorno utile sarebbe nullo.’ Ma il ‘chiacchiericcio’ è normalmente memorizzato sui computer. Una volta che la scala degli eventi del 21 agosto fu compresa, la NSA avviò un tentativo globale per cercare eventuali collegamenti all’attacco, analizzando l’archivio completo delle comunicazioni memorizzate. Una parola chiave o due sarebbe stata selezionata e un filtro impiegato per trovare le conversazioni pertinenti. ‘Che cosa è successo qui è che voci dell’intelligence della NSA scovarono  un evento, l’uso del Sarin, e iniziarono a cercare le comunicazioni che potessero riguardarlo‘, ha detto l’ex ufficiale. ‘Ciò non porta a una valutazione dall’elevata fiducia, a meno che non si inizi con la certezza che Bashar Assad l’avesse ordinato, e cercare qualcosa che sostenga tale convinzione.’ La scelta è simile al processo utilizzato per giustificare la guerra in Iraq.
La Casa Bianca ebbe bisogno di nove giorni per assemblare l’accusa contro il governo siriano. Il 30 agosto invitò un gruppo selezionato di giornalisti di Washington (e almeno un giornalista, spesso critico, Jonathan Landay, il corrispondente delle sicurezza nazionale dei McClatchy Newspapers, non fu invitato), e gli consegnarono un documento accuratamente etichettato come ‘valutazione del governo’, piuttosto che come valutazione della comunità d’intelligence. Il documento era essenzialmente un argomento politico per rafforzare l’accusa dell’amministrazione contro il governo Assad. Fu tuttavia più specifico rispetto a Obama, in seguito, nel suo discorso del 10 settembre: l’intelligence statunitense, affermò, sapeva che la Siria aveva iniziato ‘la preparazione di munizioni chimiche tre giorni prima dell’attacco‘. In un discorso aggressivo dopo quel giorno, John Kerry fornì ulteriori dettagli. Disse che ‘personale chimico siriano era sul campo, nella zona, per i preparativi‘ dal 18 agosto. ‘Sappiamo che elementi del regime siriano ebbero l’ordine di prepararsi all’attacco mettendosi maschere antigas e prendendo precauzioni connesse con le armi chimiche.’ La valutazione del governo e i commenti di Kerry facevano sembrare che l’amministrazione avesse scoperto l’attacco del Sarin. Questa versione dei fatti fasulla ma non contestata, fu ampiamente segnalata al momento. Una reazione imprevista avvenne sotto forma di denuncia da parte della leadership dell’esercito libero siriano e di altri, per l’assenza di avvertimenti. ‘E’ incredibile che non abbiano fatto nulla per avvertire le persone o cercare di fermare il regime prima del crimine‘, disse Razan Zaitunah, membro dell’opposizione che abitava in una delle città colpite da Sarin, a Foregin Politcy. Il Daily Mail fu più netto: ‘Il rapporto dell’intelligence afferma che funzionari statunitensi sapevano dell’attacco nervino in Siria, tre giorni prima che venissero uccise oltre 1400 persone, tra cui più di 400 bambini.’ (Il numero dei decessi attribuibili all’attacco varia ampiamente, da 1429, come inizialmente sostenuto dall’amministrazione Obama, a molti meno: un gruppo per i diritti umani siriani ha riportato 502 morti; Medici Senza Frontiere 355 e una relazione francese parla di 281 decessi noti. Il dato sorprendentemente preciso degli Stati Uniti fu poi riportato dal Wall Street Journal non essere basato sul conteggio effettivo dei corpi ma su un’estrapolazione dagli analisti della CIA, che su YouTube scansionarono più di un centinaio di video del Ghuta orientale con  un sistema informatico, alla ricerca delle immagini dei morti. In altre parole, era poco più di una supposizione). Cinque giorni dopo, un portavoce dell’ufficio del direttore della National Intelligence  rispose alle lamentele. Una dichiarazione all’Associated Press disse che l’intelligence dietro le affermazioni dell’amministrazione non era nota al momento dell’attacco, ma fu recuperata solo in seguito: ‘Cerchiamo di essere chiari, gli Stati Uniti non guardavano in tempo reale, quando tale attacco orribile ha avuto luogo. La comunità dell’intelligence poteva raccogliere e analizzare le informazioni dopo il fatto e stabilire che elementi del regime di Assad avevano infatti provveduto a prepararsi in precedenza ad usare armi chimiche‘. Ma da quando la stampa statunitense ebbe la sua storia, la precisazione ebbe scarsa attenzione. Il 31 agosto il Washington Post, basandosi sulla valutazione del governo, aveva vividamente riportato in prima pagina che l’intelligence statunitense poté registrare ‘ogni passo’ dell’attacco dell’esercito siriano, ‘in tempo reale, dagli ampi preparativi per il lancio dei razzi alle valutazioni post-intervento da parte di funzionari siriani‘. Non pubblicò la correzione dell’AP e la Casa Bianca mantenne il controllo della narrazione.
Così, quando Obama disse il 10 settembre che la sua amministrazione sapeva che personale chimico di Assad aveva preparato l’attacco in anticipo, si basava non sull’intercettazione colta mentre ciò accadeva, ma sulle comunicazioni analizzate giorni dopo il 21 agosto. L’ex alto funzionario dell’intelligence spiegò che la caccia alle comunicazioni rilevanti risalivano all’esercitazione rilevata nel dicembre precedente, in cui, come più tardi disse Obama, l’esercito siriano aveva mobilitato personale chimico e distribuito maschere antigas alle truppe. La valutazione del governo, della Casa Bianca e il discorso di Obama non descrivevano gli eventi specifici che portarono all’attacco del 21 agosto, ma un resoconto delle sequenze che l’esercito siriano avrebbe seguito per un qualsiasi attacco chimico. ‘Misero insieme una storia‘, ha detto l’ex funzionario, ‘con molti e diversi pezzi e parti. Il modello usato risaliva a dicembre‘. E’ possibile, naturalmente, che Obama non sapesse che il resoconto era tratto da un’analisi del protocollo dell’esercito siriano per condurre un attacco con i gas, piuttosto che da prove dirette. In entrambi i casi, apparve chiaro essere un giudizio affrettato. La stampa doveva seguire l’esempio. Il rapporto delle Nazioni Unite del 16 settembre confermava l’uso del Sarin, ma fu attento nel far notare che l’accesso dei suoi inquirenti ai punti dell’attacco, che avvenne cinque giorni dopo la gassificazione, era controllato dalle forze ribelli. ‘Come in altri siti,’ il rapporto avvertiva, ‘furono trafficati da altre persone prima dell’arrivo della missione… Durante il tempo trascorso in questi luoghi, individui  arrivarono e portarono altre munizioni sospette, indicando che tale prova potenziale era stata spostata ed eventualmente manipolata.’ Eppure, il New York Times nascose la relazione, come fecero i funzionari statunitensi ed inglesi, ed affermò di aver fornito la prova cruciale a sostegno delle affermazioni dell’amministrazione. Un allegato al rapporto delle Nazioni Unite riproduceva le foto su YouTube di alcune munizioni recuperate, tra cui un razzo che ‘indicativamente aveva’ le specifiche di un razzo d’artiglieria del calibro di 330 mm. Il New York Times scrisse che l’esistenza dei razzi, in sostanza, dimostrava che il governo siriano fosse responsabile dell’attacco ‘perché le armi in questione non erano state precedentemente documentate o segnalate in possesso della rivolta’.
Theodore Postol, professore di tecnologia e sicurezza nazionale al MIT, ha esaminato le foto delle Nazioni Unite con un gruppo di suoi colleghi e ha concluso che il razzo dal grande calibro era una munizione improvvisata molto probabilmente prodotta localmente. Mi ha detto che era ‘qualcosa che si potrebbe produrre in una modesta officina‘. Il razzo nelle foto, ha aggiunto, non aveva le specifiche di un razzo simile, ma più piccolo, noto per essere nell’arsenale siriano. Il New York Times, sempre basandosi sui dati del rapporto delle Nazioni Unite, analizzò anche la traiettoria dei due razzi vuoti ritenuti essere armati con il Sarin, e concluse che l’angolo d’impatto ‘puntava direttamente‘ su un base dell’esercito siriano, a più di nove chilometri dalla zona d’impatto. Postol, che fu consulente scientifico per il capo delle operazioni navali del Pentagono, ha detto che le affermazioni del Times e di altrove ‘non erano basate su osservazioni reali‘. Concluse che l’analisi della traiettoria di volo, in particolare, come ha detto in una e-mail, ‘è totalmente assurda‘, perché uno studio approfondito ha dimostrato che la gittata dei razzi  improvvisati ‘difficilmente’ va oltre i due chilometri. Postol e un collega, Richard M. Lloyd, pubblicarono l’analisi due settimane dopo il 21 agosto, in cui correttamente valutarono che i razzi in questione avevano una carico utile in Sarin di gran di lunga maggiore di quanto stimato in precedenza. Il Times riferì tale analisi a lungo, descrivendo Postol e Lloyd come “principali esperti di armi”. Successivamente, lo studio della coppia sulla traiettoria e l’autonomia dei razzi, che contraddiceva la tempistica segnalata dal Time, inviato al giornale la settimana prima, non fu pubblicato.*
Il travisamento della Casa Bianca di ciò che sapeva dell’attacco, e di quando, coincise con la sua disponibilità ad ignorare l’intelligence che compromettesse il racconto. Tali informazioni riguardavano al-Nusra, il gruppo ribelle islamista designato da Stati Uniti e Nazioni Unite organizzazione terroristica. Al-Nusra è nota per aver effettuato decine di attentati suicidi contro cristiani e le altre sette musulmane non sunnite in Siria, e per aver attaccato il suo alleato nominale nella guerra civile, il secolare esercito libero siriano (ELS). Il suo obiettivo dichiarato è rovesciare il regime di Assad e stabilire la legge della sharia. (Il 25 settembre al-Nusra riuniva diversi altri gruppi di ribelli islamici ripudiando l’ELS e l’altra fazione laica, la coalizione nazionale siriana). La serie di interessi statunitensi per al-Nusra e il Sarin derivava da una serie di piccoli attacchi chimici a marzo ed aprile, quando il governo siriano e i ribelli si accusarono della responsabilità. Le Nazioni Unite alla fine conclusero che quattro attacchi chimici furono effettuati, ma non stabilì la responsabilità. Un funzionario della Casa Bianca dichiarò alla stampa, a fine aprile, che la comunità d’intelligence aveva valutato ‘con diversi gradi di fiducia‘ che il governo siriano fosse responsabile degli attacchi. Assad aveva attraversato la ‘linea rossa’ di Obama. La valutazione di aprile fece notizia, ma alcuni passi  significativi furono persi nella traduzione. L’anonimo funzionario del briefing riconobbe che “non sono sufficienti le ‘valutazioni della comunità di intelligence’, vogliamo‘, disse, ‘indagare oltre tali valutazioni dell’intelligence, per raccogliere i fatti, per stabilire una credibile e corroborata serie di informazioni che possano quindi informare il nostro processo decisionale.’ In altre parole, la Casa Bianca non aveva alcuna prova diretta del coinvolgimento dell’esercito o del governo siriani, un fatto solo occasionalmente osservato dalla stampa. Difficile dire se Obama abbia ingannato il pubblico e il Congresso, che vedevano Assad come un assassino spietato.
Due mesi dopo, una dichiarazione della Casa Bianca annunciava il mutamento della valutazione della colpevolezza siriana e dichiarava che l’intelligence aveva ora ‘alta fiducia’ che il governo di Assad fosse responsabile di ben 150 morti negli attacchi con il Sarin. Altri titoli furono generati e la stampa disse che Obama, in risposta alla nuova intelligence, aveva ordinato l’aumento degli aiuti non letali all’opposizione siriana. Ma ancora una volta vi furono avvertimenti significativi. La nuova intelligence includeva un rapporto secondo cui ufficiali siriani avevano pianificato ed eseguito gli attacchi. Non furono forniti dati specifici, né s’identificava chi fornì questi rapporti. La dichiarazione della Casa Bianca disse che analisi di laboratorio avevano confermato l’uso del Sarin, ma anche la constatazione positiva del gas nervino ‘non dice come o dove le persone furono esposte o chi sia stato responsabile della diffusione‘. La Casa Bianca inoltre dichiarava: ‘Non abbiamo nessuna segnalazione corroborata affidabile che indichi che l’opposizione in Siria abbia acquistato o usato armi chimiche.‘ L’affermazione contraddiceva le prove che all’epoca giunsero alle agenzie d’intelligence statunitensi. Già dalla fine di maggio, il consulente dell’intelligence mi disse che la CIA aveva informato l’amministrazione Obama su al-Nusra e il suo lavoro con il Sarin, e aveva mandato rapporti allarmanti su un altro gruppo fondamentalista sunnita attivo in Siria, al-Qaida in Iraq (AQI), che aveva capito come produrre Sarin. A quel tempo, al-Nusra operava nelle zone vicino a Damasco, tra cui il Ghuta orientale. Un documento dell’intelligence rilasciato a metà estate, trattava a lungo di Ziyad Tariq Ahmed, esperto di armi chimiche proveniente dai militari iracheni, che si diceva trasferitosi in Siria e attivo nel Ghuta orientale. Il consulente mi disse che Tariq fu identificato ‘come un tizio di al-Nusra capace di produrre iprite in Iraq ed implicato nella produzione ed uso di Sarin‘. Fu considerato un obiettivo di alto profilo dai militari statunitensi.
Il 20 giugno un cablo top secret di quattro pagine, che riassumeva quanto appreso sulle capacità con il gas nervino di al-Nusra, fu trasmesso a David R. Shedd, vicedirettore della Defense Intelligence Agency.Shedd fu informato ampiamente e in modo completo‘, ha detto il consulente. ‘Non era nel gruppo dei “credenti”.’ Mi ha detto che il cablo non valutava se i ribelli o l’esercito siriano avessero avviato gli attacchi di marzo e aprile, ma confermava rapporti precedenti secondo cui al-Nusra aveva la capacità di acquisire ed usare Sarin. Un campione di Sarin utilizzato fu anche recuperato, con l’aiuto di un agente israeliano, ma secondo il consulente nessuna ulteriore notifica sul campione appare nel traffico dei cabli. Indipendentemente da queste valutazioni, il Joint Chiefs of Staff, nell’ipotesi in cui truppe statunitensi avessero l’ordine di catturare i depositi chimici del governo siriano, chiese un’analisi sull’origine della minaccia potenziale. ‘Il massimo ordine poneva le basi per l’esecuzione di una missione militare, se ordinata‘, spiegò l’ex alto funzionario dell’intelligence. ‘Ciò includeva l’eventuale necessità d’inviare soldati statunitensi in un sito chimico siriano per difenderlo dai ribelli. Se i ribelli jihadisti invadevano il sito, il presupposto era che Assad non li avrebbe combattuti perché stavamo proteggendo le sostanze chimiche dai ribelli. Tutti gli ordini operativi contengono una componente dell’intelligence sulle minacce. Avevamo analisti tecnici di Central Intelligence Agency, Defense Intelligence Agency, dell’esercito e delle I&W (indicazioni e le avvertenze) che lavoravano sul problema… Conclusero che le forze ribelli potevano attaccare una forza statunitense con il Sarin, perché potevano produrlo. L’esame si basava sull’intelligence elettronica ed umana, così come sull’intenzione e la capacità tecnica dei ribelli‘.
Vi sono prove che durante l’estate alcuni membri del Joint Chiefs of Staff fossero turbati dalla prospettiva di un’invasione via terra della Siria, nonché dalla professata volontà di Obama di dare alle fazioni ribelli supporto non letale. A luglio, il generale Martin Dempsey, presidente del Joint Chiefs, diede una valutazione cupa, raccontando al Comitato dei Servizi Armati del Senato, con testimonianza pubblica, che ‘migliaia di elementi per le operazioni speciali e le altre forze di terra‘ fossero necessari per occupare l’arsenale chimico siriano ampiamente disperso, insieme a ‘centinaia di aerei, navi, sottomarini e altri mezzi‘. Le stime del Pentagono parlavano di settantamila truppe, in parte perché le forze USA avrebbero anche custodito i missili siriani: l’accesso a grandi quantità di sostanze chimiche per produrre il Sarin, senza i vettori, sarebbe stato di scarso valore per una forza ribelle. In una lettera al senatore Carl Levin, Dempsey avvertì che la decisione di catturare l’arsenale siriano poteva avere conseguenze indesiderate: ‘Abbiamo appreso negli ultimi dieci anni, tuttavia, che non è sufficiente modificare semplicemente l’equilibrio di potere militare senza un attento esame di quanto è necessario per preservare uno Stato funzionante… Se le istituzioni del regime crollassero, in assenza di un’opposizione valida, inavvertitamente si potenzierebbero gli estremisti o si userebbero le armi chimiche che cerchiamo di controllare‘.
La CIA ha rifiutato di commentare questo articolo. I portavoce della DIA e l’Ufficio del Direttore della National Intelligence hanno detto che non sapevano della relazione a Shedd e che se fornivo i codici dei cablo specifici del documento, dissero che potevano trovarlo. Shawn Turner, responsabile degli affari pubblici dell’ODNI, disse che nessuna agenzia d’intelligence statunitense, tra cui la DIA, ‘ritiene che il Fronte al-Nusra sia riuscito a sviluppare la capacità di produrre Sarin‘.  I funzionari degli Affari pubblici dell’amministrazione non sono così preoccupati dal potenziale militare di al-Nusra come Shedd lo fu nelle sue dichiarazioni pubbliche. Alla fine di luglio, diede un resoconto allarmante sulla forza di al-Nusra, in occasione del Forum annuale sulla sicurezza ad Aspen, in Colorado. ‘Conto non meno di 1200 diversi gruppi dell’opposizione‘, disse Shedd, secondo una registrazione del suo intervento. ‘E dentro l’opposizione, il Fronte al-Nusra è… il più efficace e guadagna forza.’ Questo, disse, ‘è una grave preoccupazione per noi. Se incontrollati, sono assai preoccupato del fatto che gli elementi più radicali“, citava anche al-Qaida in Iraq, ‘vincano’.  La guerra civile, proseguiva, ‘può solo peggiorare… violenze insondabili si devono ancora avere.’ Shedd non fece menzione delle armi chimiche nel suo discorso, ma non gli era permesso: le relazioni del suo ufficio sono altamente classificate.

BSMOz-BCIAAZmGo*Una serie di dispacci segreti dalla Siria, nel corso dell’estate riferiva che i membri dell’ELS si lamentavano presso gli operatori dell’intelligence statunitense dei ripetuti attacchi contro le loro forze da parte dei combattenti di al-Nusra e di al-Qaida. Le relazioni, secondo il consulente d’intelligence di alto livello che li lesse, fornivano la prova che l’ELS era ‘più preoccupato dai pazzi che da Assad‘. L’ELS era in gran parte composto da disertori dell’esercito siriano. L’amministrazione Obama, impegnata a farla finita con il regime di Assad e nel continuo sostegno ai ribelli, ha cercato nelle sue dichiarazioni pubbliche dopo l’attacco, di minimizzare l’influenza delle fazioni salafite e wahabite. All’inizio di settembre, John Kerry sbalordì il Congresso con l’improvvisa affermazione che al-Nusra e altri gruppi islamisti erano minoritari nell’opposizione siriana. In seguito lo ritrattò.
Nelle sue comunicazioni pubbliche e private, dopo il 21 agosto, l’amministrazione avrebbe violato l’intelligence disponibile sul potenziale accesso di al-Nusra al Sarin e continuato a sostenere che il governo di Assad fosse l’unico in possesso di armi chimiche. Questo messaggio fu trasmesso nei vari briefing segreti che i membri del Congresso ricevettero nei giorni dopo l’attacco, quando Obama cercava sostegno alla sua offensiva missilistica programmata contro le installazioni militari siriane. Un legislatore con più di venti anni di esperienza in questioni militari, mi ha detto che con tale mole di informazioni fu convinto che ‘solo il governo Assad avesse Sarin e che i ribelli non ne avessero.’ Allo stesso modo, in seguito alla pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite del 16 settembre, a conferma che il Sarin era stato utilizzato il 21 agosto, Samantha Power, l’ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, disse in una conferenza stampa: ‘E’ molto importante notare che solo il regime (di Assad) possiede il Sarin, e non abbiamo alcuna prova che l’opposizione lo possieda‘. Non è noto se la segnalazione altamente classificata su al-Nusra sia stata messa a disposizione dell’ufficio di Powers, ma il suo commento riflette l’atteggiamento dell’amministrazione. ‘L’ipotesi immediata fu che Assad l’aveva fatto‘, mi disse l’ex alto funzionario dell’intelligence. ‘Il nuovo direttore della CIA, (John) Brennan, saltò su questa conclusione… si unì alla Casa Bianca dicendo: “Guardate cosa ho”. Erano solo parole, ma sventolava una camicia insanguinata. Vi era una notevole pressione politica per spingere Obama in soccorso dei ribelli, e vi era il pio desiderio che questo (collegare Assad all’attacco del Sarin) avrebbe forzato la mano a Obama: ‘Questo è il telegramma Zimmermann della ribellione siriana e ora Obama può reagire’. Il wishful thinking di Samantha Power aleggiava sull’amministrazione. Purtroppo, alcuni membri del Joint Chiefs, avvisati che stavano per attaccare, non erano così sicuri che fosse una buona cosa.’ La proposta di un attacco missilistico statunitense sulla Siria non convinse mai il pubblico e Obama passò ben presto alle Nazioni Unite e accettò la proposta russa per lo smantellamento del complesso chimico bellico siriano. Qualsiasi possibilità di un’azione militare fu definitivamente scongiurata il 26 settembre, quando l’amministrazione approvò il progetto della Russia di risoluzione dell’ONU, chiedendo al governo di Assad di sbarazzarsi del suo arsenale chimico. La ritirata di Obama sollevò molti alti ufficiali. (Un alto consulente per le operazioni speciali mi disse che l’attacco missilistico statunitense su aeroporti militari e postazioni missilistiche siriani era mal concepito, come inizialmente aveva previsto la Casa Bianca, e avrebbe ‘fornito supporto aereo ravvicinato ad al-Nusra’.)
La distorsione dei fatti sull’attacco del Sarin dell’amministrazione solleva una questione ineludibile: cosa sappiamo della volontà di Obama di allontanarsi dalla sua minaccia della ‘linea rossa’ per bombardare la Siria? Aveva affermato di avere prove ferree, ma improvvisamente decise di portare la questione al Congresso, e poi di accettare l’offerta di Assad di cedere le armi chimiche. Sembra possibile che a un certo punto abbia avuto davanti informazioni contraddittorie, con prove abbastanza forti da convincerlo a cancellare il suo piano di attacco ed accettare le critiche dei repubblicani. La risoluzione delle Nazioni Unite, adottata il 27 settembre dal Consiglio di sicurezza, tratta indirettamente dell’idea che le forze ribelli come al-Nusra debbano disarmare: ‘nessuno in Siria dovrebbe usare, sviluppare, produrre, acquistare, stoccare, trattenere o trasferire armi chimiche‘. La risoluzione chiede anche la notifica immediata del Consiglio di sicurezza nel caso di armi chimiche acquisite da eventuali “attori non statali”. Nessun gruppo viene nominato. Mentre il regime siriano continua il processo di eliminazione del suo arsenale chimico, l’ironia è che, dopo che i depositi degli agenti precursori di Assad saranno distrutti, al-Nusra e i suoi alleati islamisti potrebbero essere l’unica fazione in Siria in possesso degli elementi per produrre il Sarin, arma strategica inutile in qualsiasi altra zona in guerra, ma molto per negoziare.

Ghouta_chemical_attack_map_svgSeymour M. Hersh sta scrivendo una storia alternativa della guerra al terrore. Vive a Washington DC.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Caccia cinesi seguono gli aerei da guerra giapponesi e statunitensi nell’Adiz contestato

Peter Symonds WSWS 30 novembre 2013

1098387L’aviazione cinese ha fatto decollare caccia Su-30 e J-11, dopo che una dozzina di aerei militari statunitensi e giapponesi sono entrati nella zona di identificazione della difesa aerea (Adiz) proclamata da Pechino, lo scorso fine settimana, sul Mar Cinese orientale. L’incidente è la prima reazione cinese a un’incursione statunitense e giapponese ed aumenta il pericolo di un errore  che trascini in uno scontro e in un conflitto. Dopo aver dichiarato l’Adiz, che si sovrappone all’Adiz del Giappone e comprende provocatoriamente le contese isole Senkaku/Diaoyu, il governo cinese è stato costretto dall’ala dura della classe dirigente, a non tirarsi indietro. L’amministrazione Obama ha subito contestato l’Adiz inviandovi bombardieri nucleari B-52, senza rispettare la norma di fornirne ai cinesi piani di volo, identificazione e contatto radio. Giappone e Corea del Sud hanno seguito inviando aerei militari nella zona. Secondo il ministero della Difesa cinese, i caccia cinesi hanno identificato due aerei da ricognizione statunitensi e 10 aerei militari giapponesi, tra cui caccia e velivoli di preallarme e da ricognizione. La dichiarazione spiegava che gli aerei cinesi hanno sorvegliato i loro omologhi statunitensi e giapponesi durante il sorvoli dell’Adiz. Alla domanda sulla dichiarazione cinese, il portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren, ha riconosciuto i voli degli Stati Uniti, ma non ha fornito dettagli. “Gli Stati Uniti continueranno a collaborare con i nostri alleati e opereranno nella zona normalmente,” ha detto. Il ministro della Difesa del Giappone Itsunori Onodera, inoltre, ha minimizzato l’incidente, dicendo: “Semplicemente conduciamo le nostre ordinarie e note attività di sorveglianza, come sempre.”
Lungi dall’operare “normalmente”, gli Stati Uniti e il Giappone hanno approfittato dell’Adiz cinese per giustificare una maggiore collaborazione nel progresso militare nelle aree adiacenti al continente cinese. Un funzionario della Difesa statunitense ha detto a Bloomberg.com che i militari statunitensi compiono voli giornalieri nella zona senza preavvertirne le autorità cinesi. Le marine giapponese e statunitense conducono un’importante esercitazione congiunta, AnnualEx 2013, al largo di Okinawa, nel sud dell’arcipelago del Giappone, nei pressi delle contese isole Senkaku/Diaoyu. Le esercitazioni coinvolgono la portaerei USS George Washington, così come decine di navi da guerra, sottomarini e aerei statunitensi e giapponesi. Il comandante della VII Flotta statunitense, viceammiraglio Robert Thomas, ha ribadito che gli aerei da guerra statunitensi avrebbero ignorato le regole cinesi della loro Adiz. “Quindi ‘per noi vabbene passarvi. Le nostre operazioni nel Mar Cinese orientale continueranno come sempre.” L’attività delle forze aeree statunitensi, che includono regolari voli di ricognizione al largo della coste cinesi, hanno causato in passato incidenti pericolosi, tra cui una collisione in volo nei pressi dell’isola cinese di Hainan, nel 2001, che provocò l’abbattimento di un aereo cinese e la morte del pilota. Le tensioni nel Mar Cinese Orientale sono notevolmente cresciute a seguito del “Perno in Asia” dell’amministrazione Obama degli ultimi quattro anni. Gli Stati Uniti incoraggiano il Giappone a re-militarizzarsi e ad assumere un atteggiamento più aggressivo nella disputa con la Cina sulle isole Senkaku/Diaoyu. Il Giappone ha accelerato il programma militare da quando il primo ministro Shinzo Abe, un nazionalista di destra, è salito al potere lo scorso dicembre. Il governo Abe ha aumentato la spesa per la difesa per la prima volta in un decennio, e proclamato la volontà di cambiare la costituzione per permettere al Giappone di collaborare più strettamente con le forze armate statunitensi e condurre azioni “preventive”.
Le ultime esercitazioni navali presso Okinawa fanno parte del cambiamento strategico della difesa del Giappone, che dal nord del Paese contro l’ex Unione Sovietica, passa al rafforzamento delle forze militari nel sud dell’isola, di fronte la Cina. Abe ha chiarito l’intenzione del suo governo di far valere l’Adiz del Giappone sulle isole Senkaku/Diaoyu, minacciando di ordinare l’abbattimento di droni senza pilota di sorveglianza cinesi. Secondo lo Yomiuri Shimbun, il Giappone prevede di stazionare velivoli di allerta precoce E-2C nella base Naha di Okinawa e si schierarvi droni a lungo raggio Global Hawk per monitorare l’area. Abe ha sfruttato la situazione di stallo sulla zona di difesa aerea della Cina per imporre una legge, questa settimana, per stabilire una nuova legislazione sulla falsariga del National Security Council degli USA e nuove controverse leggi sul segreto di Stato. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale, che si occuperà di politica estera e difesa sotto il primo ministro, dovrebbe iniziare le attività già dalla prossima settimana. Le leggi sul segreto, che sono state approvate alla Camera bassa, danno alla burocrazia statale ampi poteri nel proclamare “segreti di Stato” e comminare dure sanzioni a informatori e media. (Vedi: “La nuova legge sul segreto di stato del Giappone“.)
La nuova leadership cinese del Presidente Xi Jinping viene spinta da pressioni interne a rispondere all’atteggiamento aggressivo di Abe, soprattutto sugli isolotti contestati. Come il governo giapponese, il regime cinese sfrutta il nazionalismo, particolarmente contro il suo vicino del Mar Cinese Orientale, per deviare le crescenti tensioni sociali nel Paese. Nel dichiarare l’Adiz della Cina, la leadership di Xi apparentemente contava di sottoporre a pressione l’alleanza USA-Giappone e d’isolare il Giappone. Un editoriale del duro Global Times esortava il governo a perseguire questa strategia e fare del Giappone il “primo obiettivo” della pressione cinese. Il giornale respingeva le critiche provenienti da Corea del Sud e Australia, e dichiarava: “Washington deve astenersi dall’affrontare Pechino direttamente sul Mar Cinese orientale, almeno per ora.” In realtà, la vera forza trainante del confronto sul Mar Cinese Orientale è Washington, non Tokyo. Il “Pivot” o “riequilibrio” dell’amministrazione Obama, cerca di consolidare una rete di alleanze, partnership strategiche e basi militari in tutta l’Asia, dalla Corea del Sud e Giappone al Sud Est asiatico, all’Australia, all’Asia meridionale e centrale. Lungi dal porre un cuneo tra Giappone e Stati Uniti, Washington ha colto l’Adiz cinese per rafforzare i legami militari con il Giappone e fare pressione su Pechino. La Corea del Sud, che la Cina corteggiava, s’è agitata fortemente contro Pechino e si oppone all’Adiz cinese, che comprende uno scoglio sommerso (noto come Ieodo in Corea e Suyan in Cina) rivendicato da Seul.
I Paesi dell’Asia sudorientale hanno largamente taciuto sulla controversia sul Mar Cinese Orientale, ma vi sono timori che la Cina proclami un’Adiz simile sul Mar Cinese Meridionale, dove ha dispute territoriali con Filippine, Vietnam, Brunei e Malaysia. In un’intervista televisiva, il ministro degli Esteri filippino Alberto del Rosario ha avvertito: “C’è la minaccia che la Cina controlli lo spazio aereo (sul Mar Cinese Meridionale).” Il pericolo è che errori di calcolo politico e valutazioni errate da parte di uno o più governi possano rapidamente portare ad un escalation, in cui un incidente apparentemente minore può innescare un vero conflitto.

1486891Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dietro le quinte dell’accordo di Ginevra con l’Iran

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 27/11/2013

1471103Ai negoziati di Ginevra, l’Iran e il P5+1 hanno raggiunto l’accordo che la comunità mondiale  aspettava da 10 anni. Alla base della trattativa vi erano i laici suggerimenti avanzati due anni fa da V. Putin, che hanno ottenuto nuovo slancio quando Rouhani è entrato nella carica di presidente dell’Iran, tali suggerimenti furono accettati anche dagli Stati Uniti e dai partecipanti europei alla finestra di dialogo. E’ difficile sopravvalutare l’importanza del consenso raggiunto, l’accordo è giustamente considerato storico e la volontà delle parti per il cosiddetto “accordo del secolo”  consente di compiere un passo importante verso un mondo più sicuro, soprattutto in Medio Oriente. Molto dipenderà da come l’Iran collaborerà al quadro dell’accordo interinale. Nella primavera di quest’anno c’erano pochi segnali sulla possibilità di giungere ad un accordo con l’Iran, e la probabilità che i diplomatici statunitensi e iraniani collaborassero su un progetto di accordo non poteva che suscitare scetticismo. Tuttavia, nel giugno di quest’anno c’è stato il cambio della presidenza in Iran e la nuova leadership, con la benedizione dell’Ayatollah Khamenei, ha immediatamente seguito la via della normalizzazione delle relazioni con gli USA. La Russia ha sostenuto gli sforzi dell’Iran, e i membri europei del P5+1 hanno visto la prospettiva di un riavvicinamento iraniano-statunitense con una certa dose di gelosia, temendo per i propri interessi nell’economia iraniana, e gli avversari regionali di Teheran hanno visto una minaccia diretta alla loro sicurezza nel nuovo corso del presidente Ruhani. Non solo l’Arabia Saudita, ma anche Israele hanno fortemente criticato la politica del presidente statunitense nel non disdegnare più l’Iran, ma di iniziarvi un dialogo. Ora molto dipende dalla volontà politica di Barack Obama, che ha incontrato forti resistenze al Congresso degli Stati Uniti.

Obama raggiungerà un accordo con il Congresso?
Barack Obama è stato tra i primi a supportare il nuovo accordo. In un discorso alla Casa Bianca del 23 novembre, Obama ha dichiarato che mentre questo accordo è “solo un primo passo”, è molto importante raggiungere un accordo globale sul programma nucleare iraniano. Non c’è dubbio che questa volta Washington abbia intenzione di andare avanti. Gli Stati Uniti programmano di affrontare il problema dello sviluppo nucleare iraniano, in due fasi. La prima è il raggiungimento di un accordo interinale di sei mesi che, secondo l’US National Security Advisor Susan Rice, “fermerà il progresso del programma nucleare (dell’Iran) per ridurlo con modalità precise”. La pausa di sei mesi, come previsto dagli statunitensi, dovrebbe permettere di negoziare “una soluzione completa, a lungo termine che risponda pienamente alle preoccupazioni della comunità internazionale”. Fino al raggiungimento di questo accordo, la sospensione delle sanzioni contro l’Iran sarebbe “limitata, temporanea e reversibile”. Le sanzioni restano l’argomento principale della Casa Bianca. Dal punto di vista dell’amministrazione statunitense, la leadership iraniana fa sul serio sull’accordo nucleare, solo a causa della pressione economica senza precedenti sull’Iran. Su tale base, l’amministrazione Obama cerca di convincere i senatori a non affrettarsi ad adottare altre sanzioni contro l’Iran  assicurando i membri del Congresso che lo scongelamento dei beni promesso a Teheran darà all’economia iraniana non più di 10 miliardi di dollari. In confronto con le perdite dell’Iran per le sanzioni, è una compensazione abbastanza modesto anche se vi sono ipotesi che l’amministrazione Obama alleggerisca alcune sanzioni senza una decisione del Congresso, spingendo così la nuova leadership dell’IRI ad anticipare la propria adesione.
Il desiderio di aggirare i senatori è comprensibile, la maggioranza del Congresso sostiene l’accelerazione del processo di adozione di nuove sanzioni. La sua logica è semplice: le sanzioni dure hanno costretto il governo iraniano ad accettare seri negoziati sul programma nucleare, quindi, un’ulteriore pressione sull’Iran rafforzerà la posizione degli Stati Uniti in questa finestra di dialogo. Non vedono alcun vantaggio per gli Stati Uniti nell’accordo interinale con l’Iran e chiedono misure dure contro Teheran. La posizione dei legislatori statunitensi s’accorda con l’approccio del governo israeliano che insiste sul fatto che i negoziati in corso tra gli Stati Uniti e l’IRI non hanno senso. Per ora, entrambe le camere del Congresso hanno concordato per il rinvio dell’introduzione di nuove sanzioni, e la lobby ebraica ha perso la battaglia presso l’opinione pubblica degli Stati Uniti sulla questione iraniana. Un sondaggio condotto negli Stati Uniti sulla questione dell’accordo con l’Iran ha mostrato che il 65% degli statunitensi è d’accordo con l’allentamento delle sanzioni contro l’Iran in cambio di concessioni di Teheran sul suo programma nucleare.

Israele è alla ricerca di nuovi alleati con cui sostituire gli Stati Uniti?
Per molti anni la politica estera d’Israele è stata unilaterale e orientata esclusivamente agli Stati Uniti, nonostante questo, Israele ha apertamente ostacolato i negoziati sull’accordo interinale con l’Iran, cercando di sabotare la finestra di dialogo per poi emettere un ultimatum a Teheran. La prospettiva di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Iran significa essenzialmente che Washington rinuncia a far capitolare Teheran e, infine, al cambio del regime esistente nell’IRI. Questo è il motivo principale per lo sconforto d’Israele verso gli USA. Alla luce del deterioramento delle relazioni con Washington, secondo il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman è giunto il momento di cercare nuovi alleati che desiderino collaborare con Tel Aviv “sulla base di nuovi punti di vista sulla situazione”. Ciò indica il tentativo di riorientare completamente la politica d’Israele? Per ora non ci sono indicazioni che un tale scenario sia realistico. Mentre il capo della diplomazia israeliana ha criticato Washington per la sua disponibilità a raggiungere un compromesso con l’Iran sul programma nucleare, il ministro della Difesa di Israele Moshe Ya’alon ha incontrato il suo collega statunitense Chuck Hagel e, nonostante le controversie relative alla questione iraniana, le parti hanno confermato la prospettiva di sviluppare la cooperazione militare. Le relazioni speciali tra i responsabili della sicurezza dei due Paesi non sono in questione; l’alleanza militare tra Israele e Stati Uniti difficilmente potrà essere sottoposta a una significativa revisione nel prossimo futuro. Ma sullo sfondo della riduzione dell’autorità degli USA in Medio Oriente e dell’indecisione dell’amministrazione Obama, la retorica ostile potrebbe aumentare nelle relazioni dei due Paesi. Rimproveri si sentono in entrambe le capitali, ma i disaccordi difficilmente porteranno a misure radicali, è solo una questione di passaggi tattici a seconda degli interessi specifici delle parti nella situazione corrente. Così è stato, ad esempio, alla vigilia dell’ultimo round dei negoziati con l’Iran a Ginevra, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, volendo disobbligare la Casa Bianca, fece un tentativo consapevolmente inutile di parlare con il Presidente Putin sull’accordo con Teheran .

La Russia aspira al ruolo degli Stati Uniti nella regione?
Non solo in Israele, ma tra gli alleati arabi degli Stati Uniti, la convinzione che essi non siano più un partner affidabile in Medio Oriente guadagna slancio. Dopo i fallimenti dei piani statunitensi in Iraq e in Afghanistan, i Paesi della regione hanno motivo di dubitare della capacità degli Stati Uniti di garantire un risultato prevedibile in Medio Oriente. Ora non è chiaro come la situazione in Egitto si svolgerà, ciò che attende la regione in connessione alla nascente ripresa delle relazioni tra USA ed Iran, come l’Arabia Saudita reagirà, se la Turchia sarà soddisfatta del suo ruolo secondario e, soprattutto, come evitare che la Siria diventi un “Afghanistan arabo”… In quasi tutti i settori si osserva l’indebolimento dell’influenza degli Stati Uniti, e nei Paesi del Medio Oriente incapaci di difendere i propri interessi si sviluppa un vuoto nell’alleanza con le grandi potenze mondiali. In tali circostanze, i leader mediorientali iniziano a rivalutare le loro relazioni con la Federazione russa, che viene sempre più considerata l’alternativa al focus strategico unilaterale su Washington.
La Russia potrebbe svolgere un ruolo importante in Medio Oriente, gli esperti considerano che il punto di svolta del suo ritorno alla regione sia la recente visita dei ministri russi al Cairo. Infatti, se la Russia, già presente nella sicurezza in Siria e dagli stretti rapporti con l’Iran, continua a sviluppare la cooperazione con l’Egitto, è del tutto possibile che ciò comporterà l’inizio di una nuova era nelle relazioni di Mosca con il Medio Oriente. Ora, per esempio, questa tendenza è diventata evidente in Iraq, il cui primo ministro Nuri al-Maliqi ha compiuto due viaggi a Mosca lo scorso anno, e neanche uno a Washington. I negoziati si concentrano sulla cooperazione sugli armamenti, indicando le serie intenzioni delle parti coinvolte. Tuttavia, non vi sono seri motivi per pensare che la Russia cerchi in questo modo di scacciare gli Stati Uniti dalla regione. Piuttosto, si può parlare del desiderio del Cremlino di essere un partner alla pari della Casa Bianca, il cui parere è tenuto in conto nella risoluzione dei problemi regionali. Di conseguenza, la Russia facilita la normalizzazione dei rapporti iraniano-statunitensi, tra cui la risoluzione del problema nucleare iraniano, così i riferimenti a trattative preliminari presumibilmente segrete tra gli statunitensi e gli iraniani, ignoti al Cremlino, non sono altro che un mito. E’ la posizione di principio di Mosca sulla soluzione del problema nucleare iraniana, ben nota ai suoi partner e rimasta immutata nei diversi anni, è stata utile ai partecipanti del P5+1, compresi gli Stati Uniti.
L’approccio della Russia si basa sul riconoscimento del diritto dell’Iran di arricchire l’uranio, come  suo diritto inalienabile nell’ambito del trattato di non-proliferazione delle armi nucleari e sull’obbligo di sottoporre il programma nucleare iraniano al controllo internazionale globale. Se si raggiunge un accordo, allora la Russia proporrà la rimozione di tutte le sanzioni. Si ricordi che la presenza delle sanzioni delle Nazioni Unite è un ostacolo all’adesione dell’Iran alla Shanghai Cooperation Organization, la cui crescente influenza è nell’interesse della pace e della stabilità dell’Asia centrale. La fuoriuscita dell’Iran dall’isolamento internazionale aumenterà l’influenza di Teheran in Medio Oriente, e questo sarà probabilmente un vantaggio per la Russia che ha una forte  partnership con l’Iran. La Russia si oppone alle sanzioni economiche e commerciali anche perché venivano sempre attribute come preparativi per la guerra, e gli Stati Uniti e Israele non hanno ancora abbandonato la possibilità di chiudere con la forza il dossier del nucleare iraniano.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Relazioni USA-Cina e la geopolitica del Trans Pacific Partnership Agreement (TPPA)

Jane Kelsey Global Research, 11 novembre 2013

Nel criticare i leader della sua nativa Nuova Zelanda per la loro miopia nel trattare il TPPA da accordo internazionale depoliticizzato, Jane Kelsey sostiene che la Cina è l’obiettivo finale di ogni grande proposta degli Stati Uniti per tale ‘accordo di nuova generazione, del ventunesimo secolo’.

Pesident-Obama-China-001Il termine ‘imperialismo competitivo’ si applica dove il ‘libero commercio è asservito al fine di proiettare l’influenza su un altro Paese o territorio di una regione, e il controllo effettivo o percepito dei reciproci sforzi da un’altra potenza’. Nell’ultimo decennio è stato utilizzato per descrivere la corsa tra Stati Uniti e Unione europea (UE) per garantirsi accordi di libero scambio di nuova generazione (ALS) per motivi strategici. Oggi, l”imperialismo competitivo‘ è più propriamente usato per descrivere la crescente disperazione degli USA nel neutralizzare l’ascesa dei ‘Paesi BRICS’, Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. La Cina è preminente tra essi, al punto che anche se non fa parte del proposto accordo di partenariato trans-Pacifico (TPPA), è l’elefante  costantemente in camera ed obiettivo finale delle proposte sempre più aggressive degli USA. La dimensione strategica e diplomatica del TPPA ha particolarmente gravi conseguenze per un Paese come la Nuova Zelanda, che vuole rimanere la migliore amica di entrambe le parti. Da un lato, il ministro del commercio Tim Groser aveva avvertito, nel febbraio 2012, che la Nuova Zelanda si sarebbe ritirata dai negoziati se i politici degli Stati Uniti li usavano per cercare di contenere l’ascesa della Cina. Si ritiene che gli alti rappresentanti governativi di Nuova Zelanda e Australia, fossero  assai a disagio con una certa retorica anticinese di Washington. Come di seguito dettagliato, la retorica non accenna a diminuire, ma prevedibilmente Groser non se ne allontana. Altre volte, i leader politici e i giornalisti ricorrono a quel luogo felice ove la Nuova Zelanda può rivendicare la neutralità di piccola potenza indipendente e giocare in entrambe le squadre. Alla fine del 2012, il primo ministro John Key accolse con favore i colloqui per un mega-accordo con la Cina e l’Associazione del Sud-Est asiatico (ASEAN), ‘ma il TPP è la nostra grande scommessa in questo momento‘.
L’approccio della Nuova Zelanda è trattare il TPPA come accordo economico internazionale depoliticizzato ed estraneo alla geopolitica. Ciò può essere realizzabile nelle prime fasi, ma se  vi sarà una guerra fredda per delega, gli amici di ogni parte si aspetteranno che ne diveniamo alleati. Una simile miopia studiata informa il grande piano di tutti i membri del forum Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) e i loro altri accordi aggregati a questo trattato USA-centrato che  forma l’accordo di libero scambio regionale dell’APEC. I ripetuti tentativi di raggiungere tale obiettivo sono falliti da quando fu proposto, nei primi anni ’90, perché vi sono modelli economici e relazioni strategiche divergenti tra i 23 membri dell’APEC. E’ vero che tutti i Paesi TPPA hanno le loro ragioni per partecipare a questo gioco, e alcuni come il Vietnam, lo vedono per costruire un proprio baluardo contro la Cina. Ma non ci sono prove che suggeriscano che quei decenni di resistenza al modello vincolante ed esecutivo statunitense per la regione Asia-Pacifico,  semplicemente si sciolgano.

Il secolo del Pacifico degli Stati Uniti
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e la segretaria di Stato Hillary Clinton hanno suscitato dubbi al vertice  dell’APEC ospitato a Honolulu nel novembre 2011, circa gli scopi del TPPA. Gli Stati Uniti si propongono di far rivivere le proprie geopolitica, influenza strategica ed economica nella regione asiatica per contrastare l’ascesa della Cina, in parte attraverso la costruzione di un regime giuridico regionale, al servizio dei loro interessi, e gestito dagli Stati Uniti e dalle loro aziende. Nel contesto del TPPA, ciò che gli Stati Uniti vogliono è in definitiva ciò che conta. Ampliando l’articolo intitolato ‘US Pacific Century’ sul numero di novembre 2011 della rivista Foreign Policy, Clinton ha detto che le sfide alla sicurezza ed economiche che attualmente affronta l’Asia-Pacifico, ‘richiede la leadership statunitense’. I funzionari hanno descritto il ruolo degli Stati Uniti come ‘l’ancora della stabilità regionale‘, impegnata ‘nella gestione del rapporto con la Cina, economicamente e militarmente’. Secondo i consiglieri di Obama, è divenuto ‘molto chiaro‘ nei  colloqui bilaterali con il presidente della Cina Hu Jintao ‘che il popolo e la comunità imprenditoriale statunitensi sono sempre più impazienti e frustrati verso il cambiamento nella politica economica della Cina e l’evoluzione del rapporto economico USA-Cina‘. La Cina non era riuscita a dimostrare lo stesso senso di ‘leadership responsabile’ che gli Stati Uniti avevano cercato di avere.
Al vertice dei leader TPPA, Obama aveva parlato di stabilire norme internazionali che sarebbero ‘un bene per gli Stati Uniti, l’Asia, il sistema del commercio internazionale, per qualsiasi Paese che affronti questioni come l’innovazione e la disciplina Stato-imprese statali (SOE), creando un campo di gioco competitivo e di livello‘. Soprattutto, il TPPA creerebbe norme internazionali che sarebbero ottime per riesumare l’egemonia strategica e economica degli USA.
Il tono bellicoso s’era intensificato durante la campagna per le presidenziali del 2012 negli Stati Uniti. Il candidato repubblicano Mitt Romney si era lamentato che Obama non era stato abbastanza duro verso la Cina e aveva avallato il TPPA come ‘drammatico baluardo geopolitico ed economico contro la Cina‘. Obama era altrettanto bellicoso. Mentre la Cina potrebbe essere un partner, gli USA ‘inviavano un segnale molto chiaro’ di essere una potenza del Pacifico destinata ad avervi presenza. In un riferimento codificato al TPPA, disse ‘Stiamo organizzando relazioni commerciali con Paesi diversi dalla Cina, in modo che la Cina inizi a sentire una maggiore pressione nell’aderire agli standard internazionali fondamentali. Questo è il tipo di leadership che abbiamo dimostrato nella regione. Questo è il tipo di leadership che continueremo a mostrare‘. Vi è una certa tensione antagonistica tra la posizione in politica estera del dipartimento di Stato e gli obiettivi commerciali del TPPA. La Cina è l’obiettivo finale di ogni grande proposta degli Stati Uniti in questo ‘accordo di nuova generazione del XXI° secolo‘, in particolare la tutela più rigorosa dei diritti di proprietà intellettuale, le discipline ‘anticoncorrenziali’ sulle imprese di proprietà dello Stato e processi e regole per fermare una regolamentazione ‘ingiustificata ed eccessivamente onerosa’. Non è chiaro in che modo intendano spingere la Cina ad adottare tali regole. A volte sembra una strategia di accerchiamento, creando un modello che domini l’Asia-Pacifico e la Cina in primo luogo, forzandola ad adattarsi e in ultima analisi ad aderire al TPPA. Altre volte, l’obiettivo sembrano essere alleanze e operazioni della Cina in Paesi terzi, per minarne le basi d’appoggio economico e  d’influenza strategica.
La potenziale leva degli Stati Uniti sulla Cina s’è intensificata con l’annuncio a febbraio 2013 dei negoziati per una Trans-Atlantic Free Trade Area (TAFTA) tra gli Stati Uniti e il blocco dei 27 Paesi UE. Esiste una sinergia tra la strategia globale dell’UE per esternalizzare il suo regime normativo interno e l’obiettivo degli Stati Uniti per il TPPA di fornire un contesto normativo trasparente per capitali, beni, servizi, dati e personale d’elite nella regione Asia-Pacifico. Ma c’è la questione appiccicosa di quale regime governerebbe, dati i vecchi conflitti in settori quali l’agricoltura, la sicurezza alimentare, le telecomunicazioni e la proprietà intellettuale. L’attrattiva commerciale e strategica di un patto transatlantico è evidente, soprattutto per gli Stati Uniti. Se potessero stipularli gli USA abbraccerebbero i potenti blocchi TPPA e TAFTA, aumentando massicciamente la loro potenza nei confronti dei BRICS.

La risposta diplomatica della Cina
la risposta pubblica cinese è stata misurata. Alla fine di settembre 2011, l’ambasciatore della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) disse diplomaticamente che aveva ‘obiezioni al TPP‘ ed era in attesa di vedere se c’era la possibilità che la Cina potesse essere coinvolta nelle discussioni. Parlando immediatamente prima del vertice APEC nel 2011, un alto funzionario cinese criticò aspramente gli obiettivi degli Stati Uniti come ‘troppo ambiziosi’ e chiese equilibrio tra la TPPA e ‘altre vie per la liberalizzazione del commercio multilaterale e regionale‘. I negoziati del TPPA dovrebbero essere ‘aperti’, e la Cina non era stata invitata a parteciparvi. Gli Stati Uniti  risposero che ogni Paese deve chiedere di aderire e dimostrare di esser pronto ad agire secondo regole del gold standard del 21° secolo del TPPA. La Cina ha un certo numero di opzioni.  Ignorando il TPPA, nella speranza che vada in stallo, e che seguire i negoziati dell’OMC del Doha Round e della moribonda Area di Libero Commercio delle Americhe, comporti un rischio troppo elevato. La Cina potrebbe cercare di aderire ai colloqui indirettamente tramite Hong Kong, ma  portando le estese proprietà delle aziende di Stato cinesi di Hong Kong sotto la disciplina del TPPA. Ciò esporrebbe anche i processi governativi di Hong Kong ad obblighi sgradevoli su gestione, divulgazione e partecipazione esterna. La Cina potrebbe fare una richiesta diretta per partecipare al TPPA. Cosa che scatenerebbe frenesia tra i Paesi negozianti il TPPA che non hanno un accordo di libero scambio con la Cina: gli Stati Uniti, oltre a Canada, Giappone, Messico e Australia. Ma l’adesione comporta un processo lungo e umiliante di discussioni bilaterali e approvazione da ciascun membro partecipante, quindi la decisione collettiva per consentirne l’ingresso, seguita da una notifica di 90 giorni dal Congresso degli Stati Uniti. Il processo per il Canada e il Messico durò un anno. Dissero che dovettero accettare tutto ciò che era stato concordato nel momento in cui formalmente aderirono ai negoziati, ma non ebbero il permesso di vederne il testo prima. Anche se gli Stati Uniti assicurarono che l’adesione del Giappone fosse accelerata, arrivò ai negoziati di fine luglio 2013 nelle stesse condizioni: il Giappone non ebbe accesso ai testi formali e non potrà riaprire tutto ciò che era già stato concordato nei negoziati. In realtà, molti dei capitoli di maggiore interesse per il Giappone non sono stati conclusi, facendo in modo che la scadenza di ottobre sia irraggiungibile.
Sembra inconcepibile che la Cina si accordi a un processo di discussioni bilaterali e ardue precondizioni solo per arrivare al tavolo dei negoziati ed accettare una serie di regole elaborate dagli USA volte a paralizzare le principali basi del vantaggio commerciale della Cina. L’opzione più realistica per la Cina è accrescere il proprio mega-gruppo. Cosa già avviata. La Cina ha un accordo di libero scambio con l’ASEAN, la cui portata si è progressivamente ampliata dai beni ai servizi agli investimenti. Ed ha iniziato negoziati bilaterali con la Corea del sud e le prime trattative Cina-Giappone-Corea si sono svolte a marzo 2013. Queste relazioni sono fondamentali per la Cina. Vi sono tensioni in politica estera con il Giappone sulle isole contese di Diaoyu/Senkaku e questo è chiaramente un fattore che ha spinto il Giappone ad unirsi ai colloqui TPPA, nonostante la vigorosa opposizione interna. Tuttavia, la Corea del Sud ha detto che non farà altrettanto, in questa fase, perché si concentra sulle trattative con la Cina e l’accordo a tre con il Giappone. Altra grande contromanovra della Cina è il partenariato regionale globale economico (RCEP) di 16 nazioni, che coinvolge la Cina, i 10 Paesi dell’ASEAN, India, Corea del Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda, ma non gli Stati Uniti. I colloqui furono avviati nel novembre 2012. La retorica è simile al TPPA, con i sostenitori che lo descrivono come ‘un quadro entro cui le imprese possono utilizzare le risorse della regione per migliorare e generare più alti standard di vita e di benessere per i popoli della regione’. Vi sono aspettative simili nella liberalizzazione di servizi, investimenti, filiere e  connettività, ma sono più deboli in materia di proprietà intellettuale, riforme normative nazionali, ambiente, lavoro, appalti pubblici e misure non tariffarie, quali le leggi di tutela dei consumatori.
Mentre gli Stati Uniti vedono il TPPA come veicolo per la loro leadership nella regione Asia-Pacifico, i ricercatori dell’ASEAN affermano sia nell’interesse dell’Asia orientale e del mondo intero che ‘l’Asia orientale sia il motore della crescita dell’economia mondiale‘, pur essendo aperta al resto del mondo. I negoziati e l’accordo RCEP dovrebbero seguire il precedente della Comunità economica dell’ASEAN, seguendo la ‘via dell’ASEAN‘. L’ethos del progetto della Cina e dell’ASEAN, è fondamentalmente diverso dal TPPA degli USA. Invece di un impegno comune a un ‘accordo gold-standard del XXI.mo secolo‘, il RCEP riconoscerà ‘circostanze individuali e diverse ai Paesi partecipanti‘. Considerando che il TPPA rifiuta qualsiasi trattamento speciale e differenziato per i Paesi più poveri oltre un certo periodo e qualche assistenza tecnica, mentre il RCEP promette di ‘includere adeguate forme di flessibilità tra cui l’accantonamento per un trattamento speciale e differenziato‘, soprattutto per i Paesi meno sviluppati.
Sette Paesi attualmente seguono entrambe le trattative: Australia, Brunei, Giappone, Malesia, Nuova Zelanda, Singapore e Vietnam. Il lasso di tempo per concludere un accordo RCEP è entro la fine del 2015. Gli Stati Uniti evidentemente non vogliono che questi negoziati vadano avanti finché non avranno bloccato i Paesi interessati nell’orbita delle proprie regole TPPA, specialmente quelli con cui non dispone già di un accordo di libero scambio. Cosa che diventerà difficile nel negoziato con il Giappone. Se entrambi gli accordi saranno conclusi, Paesi come la Nuova Zelanda, che vi partecipano, dovrebbero affrontare alcune decisioni difficili, alla fine. I due accordi riflettono paradigmi così come alleanze geopolitiche divergenti. Le parti sarebbero tenute a implementare  obblighi abbastanza diversi, e il loro rispetto verrebbe imposto da Stati ed imprese straniere.

706700Jane Kelsey è professoressa di diritto presso l’Università di Auckland in Nuova Zelanda. Da diversi decenni il suo lavoro s’incentra sul rapporto tra globalizzazione e neoliberismo nazionale, in particolare nella libertà degli accordi commerciali e di investimento. Dal 2008 ha svolto un ruolo centrale nella campagna internazionale e nazionale per sensibilizzare e opporsi all’accordo di partenariato trans-Pacifico. Quanto sopra è estratto dal suo nuovo libro Hidden Agendas: What We Need to Know About the TPPA (Bridget Williams Books, Maggio 2013).
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La casa dello Zio Sam va a pezzi

Jurij Baranchik, Strategic Culture Foundation, 05.11.2013

Michelle dov'è il mio premio Nobel?

Michelle dov’è il mio premio Nobel?

Il processo d’indebolimento della posizione mondiale degli USA è avviato. La casa che lo Zio Sam aveva costruito si va disintegrando crepa dopo crepa. La sfiducia nel Grande Fratello statunitense da parte dell’Unione europea è iniziata con le rivelazioni di Bradley Manning, rafforzando le fughe di  WikiLeaks. Il colpo successivo fu sferrato da Edward Snowden. Di conseguenza, la Germania ha posto fine al suo accordo sulle attività d’intelligence che aveva stipulato con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna durante la Guerra Fredda. Angela Merkel, il cui telefono fu sorvegliato dalla NSA fin dal 2002, ha dichiarato che tali pratiche nei confronti degli alleati sono inaccettabili. Obama si trova in una posizione scomoda, che da presidente di una grande potenza è stato costretto a dichiarare di non sapere nulla del fatto che il telefono della Cancelliera della Repubblica federale della Germania fosse sorvegliato, ma dopo i media tedeschi hanno chiarito definitivamente il problema: l’intercettazione delle conversazioni telefoniche della Merkel furono ordinate dallo stesso Obama. Di conseguenza, l’Europa ha già rifiutato agli Stati Uniti l’accesso al suo database finanziario, chiamato SWIFT, che si trova in Svizzera e contiene informazioni su miliardi di transazioni in tutto il mondo. I deputati del Parlamento europeo hanno deciso questo passo alla fine di ottobre. 280 deputati del Parlamento europeo hanno votato a sostegno della decisione di bloccare l’accesso al database. Inoltre, il Parlamento europeo prevede di vietare alle grandi imprese di fornire informazioni personali dei cittadini dell’Unione europea alle autorità di altri Paesi. I parlamentari hanno elaborato un emendamento alla legge sulle informazioni personali. Secondo questo emendamento, grandi aziende come Google o Yahoo sono costrette a chiedere il permesso delle autorità comunitarie prima di consegnare le informazioni sui propri utenti agli Stati Uniti.
Il capo del ministero della Giustizia tedesco, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, ha recentemente dichiarato alla radio Deutschlandfunk che: “Se i nostri sospetti sono confermati e la questione arriva all’avvio del procedimento, l’Ufficio della Procura federale inizierà ad esplorare la questione di una possibile interrogazione con Snowden quale testimone”. Secondo il ministro, l’Unione europea dovrebbe sospendere l’accordo tra l’Unione europea e gli Stati Uniti sul controllo del finanziamento delle attività terroristiche: “Le scuse di Obama non sono sufficienti. A mio avviso, il punto cruciale è se gli statunitensi cambieranno la loro politica di raccolta dei dati senza alcuna limitazione o no”. Ancora un’altra conseguenza delle rivelazioni di Snowden, per gli Stati Uniti, è stata la decisione dei leader dei 28 Stati membri dell’UE di autorizzare la cancelliera tedesca e il presidente francese a discutere il problema delle intercettazioni telefoniche con l’amministrazione di Barack Obama, al fine di giungere ad una comprensione reciproca sui limiti del lecito, riguardo le attività d’intelligence. Questa iniziativa è anche sostenuta dal primo ministro inglese David Cameron, nonostante il “rapporto speciale” che gli inglesi hanno con gli Stati Uniti.
Tenuto conto del fatto che le attuali rivelazioni di Snowden potrebbero non essere le ultime, è possibile supporre che la fu armonia nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa sia ancora lontana. Lo spionaggio dei propri alleati da parte degli USA ha danneggiato la partnership transatlantica.  Berlino mostra la massima determinazione, a tal proposito, e questo nonostante la forza della lobby filo-statunitense in Germania.
Nel frattempo, in tutto questo è avviato anche il processo d’indebolimento dell’influenza statunitense in Medio Oriente. L’infruttuoso tentativo di Washington di risolvere la “questione siriana” usando la forza militare, non ha consentito a Barack Obama di aver alcuna influenza degna di nota nell’agenda del G20 a San Pietroburgo. La cosa non si limita solo alla Siria, però. Gli Stati Uniti sono costretti a rivedere alla base la loro politica in Medio Oriente, già iniziando a volgere l’attenzione dalla collaborazione con i regimi dispotici del Golfo Persico allo sviluppo di relazioni con l’Iran. Riyadh ha reagito piuttosto drammaticamente a questa manovra di Washington, minacciando di rivedere i propri rapporti con gli Stati Uniti. Teheran chiaramente non ha fretta di accettare le regole del gioco degli USA. Le crepe appaiono quindi nei rapporti degli USA con i suoi alleati del Medio Oriente, come l’Arabia Saudita e Qatar. Allo stesso tempo, il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan è più vicino. In Kirghizistan, agli statunitensi è stato chiesto di lasciare la base militare di Manas. Inoltre è sempre più difficile per Washington mantenere la propria influenza in America Latina. Se il Brasile riesce a mantenere stabili i suoi tassi di crescita economica, occuperà esattamente la stessa posizione, in America Latina, della Germania in Europa. I legami economici, militari e politici del Brasile e degli altri importanti Paesi dell’America Latina con la Russia e la Cina, sono sempre più forti. E questo non sarà senza conseguenze per la politica estera statunitense e la sua recente crisi budgetaria. Vi è la crescente consapevolezza che l’enorme debito statunitense, come sottolinea il professor Valentin Katasonov, rappresenti una “minaccia per la stabilità dell’economia globale”.
Nel complesso, i risultati delle politiche estera e nazionale statunitense nel 2013 non sono promettenti, e particolarmente per nulla confortanti per Washington. La casa che lo Zio Sam ha creato è afflitta da gravi crepe in numerose direzioni: vi è il crescente conflitto nelle relazioni degli USA con la maggior parte dei loro alleati, la possibilità di un intervento militare degli Stati Uniti in situazioni di crisi internazionali, senza un mandato delle Nazioni Unite, si attenua, e l’economia degli Stati Uniti, costruita su un dollaro privo di base, viene percepita come una minaccia all’economia globale, lo stato d’animo contrariato s’intensifica negli stessi Stati Uniti, e vi sono grandi enclavi che appaiono in numerose grandi città, in cui il potere legittimo, in sostanza, non appare più valido e aumentano i segnali di uno scisma nella classe dirigente statunitense…
Tutti questi punti non indicano che presto saremo testimoni della fine della Pax Americana?

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I terroristi di al-Qaida infiltrati in Siria dalle forze speciali statunitensi e dalla CIA

Tony Cartalucci, Land Destroyer 1 novembre 2013

1150898Un recente articolo del Daily Telegraph rivela che l’esercito terrorista di al-Qaida usa un membro della NATO, la Turchia, come trampolino di lancio per l’invasione della vicina Siria. La NATO  dirige la cosiddetta “guerra al terrore” iniziata nel 2001, dopo che terroristi di al-Qaida avrebbero diretto quattro aerei di linea contro vari obiettivi sulla costa orientale degli Stati Uniti, come le torri del World Trade e il Pentagono. Quasi 3.000 persone morirono in un solo giorno. L’invasione dell’Afghanistan, prontamente seguita, si basava sulla finzione del voler “scovare” i membri di al-Qaida. L’invasione e la quasi decennale occupazione dell’Iraq, seguirono poco dopo. Eppure, nonostante tutto ciò, la Turchia, membro della NATO dai primi anni ’50, sembra essere colpevole del grave crimine che avrebbe causato l’invasione dell’Afghanistan e la sua attuale occupazione, cioè ospitare i terroristi di al-Qaida. L’esercito di al-Qaida (da quasi 3 anni) usa la Turchia meridionale come santuario da cui avviare l’invasione della Siria, che viene maliziosamente ritratta dai media occidentali come “guerra civile”. Peggio, questi terroristi, che letteralmente portano la bandiera di al-Qaida in battaglia, passano dagli avamposti della CIA, dai campi di addestramento per le operazioni speciali statunitensi, inglesi e francesi, e dai campi profughi finanziati dagli occidentali, per poi commettere vaste atrocità in Siria.
Ciò sfida ogni spiegazione, tranne una, la “Guerra al Terrore” è una frode e gli stessi terroristi che hanno ucciso migliaia di soldati occidentali inseguendoli in tutto il pianeta, sono armati, finanziati, addestrati, appoggiati e ricostituiti dall’occidente stesso, per avere la scusa per continuare l’aggressione perpetua, l’occupazione globale e  guerre dagli immensi profitti finanziari e  geopolitici. Il Daily Telegraph, nel suo articolo, “Le reclute di al-Qaida entrano in Siria dai  nascondigli in Turchia“, ha recentemente riportato: “Centinaia di reclute di al-Qaida vengono accolte nei santuari nel sud della Turchia, prima d’infiltrasi oltre confine per condurre “jihad” in Siria, ha appreso il Daily Telegraph. La rete di nascondigli permette il costante flusso di combattenti stranieri, tra cui inglesi, nella guerra civile nel Paese, secondo alcuni volontari. Questi jihadisti stranieri hanno grandemente eclissato l’ala “moderata” dei ribelli dell’esercito libero siriano sostenuto dall’occidente. La capacità di al-Qaida di utilizzare il territorio turco solleva interrogativi sul ruolo che il membro della NATO gioca nella guerra civile in Siria. La Turchia ha sostenuto i ribelli sin dall’inizio, e il suo governo è stato costretto a condividere le preoccupazioni dell’occidente su al-Qaida. Ma gli esperti dicono che vi è la crescente paura che le autorità turche possano aver perso il controllo sulle nuove reclute del movimento di al-Qaida, o forse anche chiuso un occhio”.
Naturalmente, il Telegraph inganna i suoi lettori. L’utilizzo di al-Qaida quale ascaro contro la Siria non è un caso imprevedibile e sfortunato del conflitto siriano, ma rientra invece nel ben documentato piano occidentale, svelato già nel 2007 dal giornalista vincitore del Pulitzer, Seymour Hersh, nel suo articolo “Il reindirizzamento“, dove afferma: “Per minare l’Iran, prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine volte ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e l’alleata Siria. Un sottoprodotto di queste attività è il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e vicini ad al-Qaida.” Chiaramente, l’unica cosa di cui NATO, Turchia e stampa occidentale hanno “perso il controllo” è la favola usata per ingannare il pubblico.

La CIA non solo supervisiona al-Qaida, ma l’arma
Il New York Times, nel suo articolo del marzo 2013: “Il ponte aereo per armare i ribelli in Siria si espande, con l’aiuto della CIA“, ammette che: “Con l’aiuto della CIA, i governi arabi e turco hanno fortemente aumentato il loro supporto militare ai combattenti dell’opposizione in Siria, negli ultimi mesi, espandendo il ponte aereo segreto per armare e attrezzare la rivolta contro il Presidente Bashar al-Assad, secondo dati del traffico aereo, interviste a funzionari di diversi Paesi e resoconti dei comandanti ribelli. Il ponte aereo, iniziato su piccola scala nei primi mesi del 2012 e proseguito ad intermittenza fino allo scorso autunno, s’è ampliato in un costante e grande flusso alla fine dello scorso anno, indicano i dati. E’ cresciuto fino a più di 160 voli dei cargo militari giordani, sauditi e qatarioti che atterrano a Esenboga vicino Ankara e, in misura minore, in altri aeroporti turchi e giordani”. Il pezzo del New York Times tenta di ridurre il ruolo degli USA nell’armamento dei militanti in Siria. Il Times continua affermando: “Il governo statunitense era coinvolto, ha detto un ex-funzionario, in parte perché c’era la sensazione che altri Stati avrebbero armato i ribelli comunque. Il ruolo della CIA nelle spedizioni, ha detto, ha permesso agli Stati Uniti una certa influenza sul processo, compreso il tentativo di allontanare le armi dai gruppi islamici e di convincere i donatori a trattenere i missili antiaerei portatili che potrebbero essere usati in futuri attacchi terroristici contro aeromobili civili”. Proprio come il Telegraph, il Times mente apertamente ai lettori. I cosiddetti “islamisti” costituiscono il grosso dell’aggressione armata contro il governo siriano, come specificamente delineato dai piani esposti da Hersh nel 2007, oggi attuati dalla CIA nel territorio del membro della NATO Turchia, lungo il confine turco-siriano.

Le forze speciali occidentali addestrano i terroristi di al-Qaida
Oltre alla CIA, le forze speciali occidentali cooperano insieme in Siria. Nel giugno 2013 l’articolo del LA Times intitolato “Gli USA hanno addestrato e armato segretamente i ribelli in Siria fin dal 2012“, ammetteva: “Agenti della CIA e truppe per le operazioni speciali hanno addestrato i ribelli sulle armi anticarro e antiaereo in Giordania e in Turchia”. Il LA Times proseguiva: “Agenti della CIA e truppe speciali degli USA hanno segretamente addestrato i ribelli siriani sulle armi anticarro e antiaeree dalla fine dell’anno scorso, mesi prima che il presidente Obama approvasse l’intenzione di armarli direttamente, secondo funzionari statunitensi e comandanti ribelli. L’addestramento segreto  degli Stati Uniti presso le basi in Giordania e in Turchia, con la decisione di Obama di questo mese d’inviare armi e munizioni ai ribelli, ha risollevato le speranze dell’opposizione siriana assediata, secondo cui infine Washington avrebbe inviato anche armi pesanti. Finora i ribelli dicono di non avere le armi di cui hanno bisogno per riprendere l’offensiva nell’aspra guerra civile nel Paese”.
Il fronte al-Nusra di al-Qaida s’è affermato sui campi di battaglia della Siria presumibilmente grazie alle sue capacità marziali, in contrasto con i maldestri “moderati” presumibilmente addestrati dalle forze speciali statunitensi. Come è possibile che l’occidente e i suoi partner regionali come Arabia Saudita e Qatar, armino, finanzino e certamente addestrino gli eserciti dei “moderati”, mentre al-Qaida riesce a prevalere? Chi l’arma, la finanzia e l’addestra? La risposta è semplice, non ci sono mai stati “moderati”, nonostante le manipolazioni dei media occidentali che insistono sul contrario, è l’occidente che aiuta intenzionalmente al-Qaida, proprio come previsto nel 2007. Migliaia di soldati occidentali sono morti e continuano a morire nella cosiddetta “guerra al terrore”. Molti di più sono stati mutilati e/o psicologicamente segnati. L’evidenza suggerisce che non vi sia stata soluzione di continuità tra l’appoggio degli USA ad al-Qaida nell’Afghanistan degli anni ’80 ed oggi, e che anche se le truppe USA hanno combattuto in Iraq, l’occidente e i suoi partner Arabia Saudita, Qatar e Israele armano e inviano terroristi nel Paese per alimentarne la violenza settaria volta specificamente ad avviare le attività strategiche necessarie per una guerra segreta/per procura contro Iran, Siria e Libano.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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