L’iniziativa Eurasiatica della presidentessa della Corea del Sud

Konstantin Asmolov New Eastern Outlook 28/08/2014

putin-lobbies-iron-silk-seoulIl 18 ottobre 2013, nel suo discorso di apertura alla Conferenza internazionale sulla cooperazione in Eurasia, la presidentessa sudcoreana Park Geun-hye ha proposto la cosiddetta “iniziativa eurasiatica”. Questo è un piano ambizioso che vedrebbe il cambio nei fondamenti di economia globale, diplomazia e geografia della sicurezza nazionale. Sotto lo slogan di “un continente”, “continente creativo” o “continente pacifico”, avanza l’idea dello sviluppo della Corea del Sud con i Paesi dell’Eurasia in un sistema unificato di reti di trasporto, energetiche e commerciali, assieme all’attuazione della cooperazione economica e degli scambi nei settori scientifici, tecnologici, culturali, anche a livello di relazioni interpersonali, migliorando così le relazioni inter-coreane sulla base della fiducia. Ufficialmente, alla base di questa iniziativa vi è il riconoscimento del fatto che per avere una crescita economica stabile della Corea del Sud, è necessario sviluppare la cooperazione con i Paesi dell’Eurasia, Stati che diventano sempre più importanti e influenti. La promozione dell’iniziativa è in pieno svolgimento, rendendo necessario una breve supervisione di ciò sui cui si basa il progetto e di come attrae particolare interesse dalla Russia. Secondo l’autore, al centro dell’iniziativa eurasiatica vi sono tre motivazioni che non si escludono a vicenda, e in base all’interpretazione ideologica, possono essere evidenziate. In primo luogo, ogni presidente deve avere un progetto a lunga scadenza, come ad esempio la crescita economica verde dalle basse emissioni di carbonio di Lee Myung-bak, a prescindere da quanto attivo e realistico sia raggiungere un tale progetto. In secondo luogo, questo progetto può essere visto come tentativo prudente di garantirsi uno spazio di manovra politica simile alla “politica del nord” di Roh Tae-woo. La Corea del Sud non cerca tanto di uscire dall’ombrello statunitense, ma cerca un modo per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, espandendo i contatti con l’Europa. Qui vale la pena ricordare che Kin Pak Hyo non ha ancora il pieno sostegno della destra, e quindi è costretto ad agire indirettamente. Questo vale per lo sviluppo delle relazioni con la Russia (e con l’Europa in futuro), nonché con i Paesi dell’Asia centrale che Park Geun-hye ha visitato nel giugno 2014. In terzo luogo, questo progetto può essere visto come un tentativo d’internazionalizzare le relazioni tra Nord e Sud Corea, così che Russia e altri Paesi eurasiatici abbiano interesse a creare un “continente unito, pacifico e creativo” esercitando una certa pressione sulla Corea democratica, così che sia coinvolta attivamente nel processo d’integrazione, sottolineata dallo “sviluppo delle riforme ed apertura”, preparando il terreno all’integrazione del nord con il sud. Tuttavia, è opinione dell’autore che il progetto non sia stato ancora pienamente sviluppato. Vi sono slogan, tracciati e idee, ma un chiaro programma con obiettivi prefissati è ancora da definire, come dimostrano i commenti e le interpretazioni dei vari esperti.
Vi è un certo disaccordo sull’instaurazione di relazioni con la Corea democratica in primo luogo. Alcuni suggeriscono che la prima priorità dovrebbe essere rafforzare investimenti, commercio e componente umanitaria, che poi contribuirebbe allo sviluppo delle relazioni bilaterali, concentrandosi in generale sull’economia e non sulla politica. Altri credono che limitare artificialmente la cooperazione sia una politica che non valga la pena perseguire. La cooperazione economica dovrebbe essere legata alla situazione politica e, se possibile in caso di successo o di un segno di debolezza del Nord, dovrebbe essere spostato dalle questioni economiche a quelle politiche. Inoltre è degna di nota la questione dell'”Eurasia”. Questo concetto ha solo un significato geografico, o dovrebbe essere più ampiamente comprensivo? Come osserva il professor Soo Kyung Chung, il coreano vede i confini eurasiatici in modo differente dal russo, perché vi comprende l’Oceano Pacifico. Ma anche se ci limitiamo alla terraferma, alcuni commentatori pensano all’Eurasia in generale, mentre altri si limitano ai Paesi del Nord-Est e alle regioni dell’Asia-Pacifico; altri, in particolare nell’ex spazio sovietico, ritengono che la regione abbia maggiore rilevanza con la visita di Park Geun-hye in Asia centrale. Nonostante il fatto che ci possa essere una certa sovrapposizione tra interessi russi e coreani, non dobbiamo ingannarci credendo che la parte coreana capisca il concetto di “Eurasia” nel senso russo. Questa comprensione può differire significativamente dall'”Eurasiatismo” nel senso promosso in Russia. Dubito che la Repubblica di Corea abbia familiarità con l’opera di L. N. Gumilev, per non parlare dei moderni teorici eurasiatisti come A. G. Dugin e altri. Ma se nel discorso russo, l'”Eurasiatismo” o i valori eurasiatici sono percepiti in alternativa ai valori universali/occidentali, in Corea del Sud il termine può essere inteso in modo diverso, nel paradigma della globalizzazione come diffusione dei valori europei in Asia e creazione nella regione non solo di infrastrutture energetiche e dei trasporti, ma di una base di valori. In generale, l’iniziativa di Park Geun-hye in qualche misura riflette le aspirazioni dei precedenti presidenti della Corea del Sud, che sognavamo di trasformare “isola coreana” in un polo industriale e dei trasporti nell’arco asiatico. Il primo ministro della Repubblica di Corea, Hong Jung-won, il 30 maggio 2014 ha detto che il suo Paese spera nella creazione da parte dei Paesi asiatici di “un’era asiatica di pace e prosperità” basata su fiducia reciproca e cooperazione, a cui la Repubblica di Corea contribuirà con “il concetto di pace e cooperazione nel nord-est dell’Asia”. In questo contesto, diplomatici ed esperti della Repubblica di Corea ben accologono la cooperazione tra i nostri due Paesi. Come il direttore dell’Istituto di Studi russi presso l’Università di Hankuk, professor Hong Wan-suk, crede, l’importanza della Russia in Corea del Sud va oltre i problemi della pace nella penisola coreana, ma comprende tutto il nord-est asiatico. La cooperazione permetterà alla Repubblica di Corea di recuperare parte della sua identità perduta sulla terraferma accedendo allo spazio eurasiatico. Pertanto, nel processo dei colloqui a sei sul regime di sicurezza multilaterale nel nordest asiatico, la partecipazione della Russia non deve essere percepita come un “limite” ma esattamente al contrario, come “un’opportunità”. Un noto esperto coreano dell’economia di Russia e CSI, il direttore del dipartimento Studi statunitensi e canadesi, europei ed eurasiatici dell’Istituto di politica economica estera della Corea (KIEP) Lee Jae-yong, valuta le prospettive dei progetti favorevolmente, considerando che le aree più promettenti della cooperazione economica tra Russia e Corea del Sud, come la partecipazione alla costruzione della rete ferroviaria Rajin-Hassan e del gasdotto Russia – Corea del Sud, le aziende sudcoreane che partecipano ai progetti nell’Estremo Oriente della Russia e agli investimenti nelle zone economiche speciali che saranno create in Estremo Oriente e Siberia. Secondo lui, ciò sarà vantaggioso per tutti. La Russia potrebbe avere il capitale aggiuntivo e la tecnologia necessaria, la Corea democratica potrebbe migliorare la situazione economica e la Repubblica di Corea “dovrebbe investire nello sviluppo dell’economia per una futura Corea unificata”. Lee ha sottolineato che “lo Stato centrale” con cui sviluppare la cooperazione nel quadro dell'”iniziativa trans-asiatica” dovrebbe rimanere solo la Russia. I ricercatori sudcoreani hanno ripetutamente osservato che l’iniziativa eurasiatica, volta a rendere l'”isola della Corea del Sud” parte integrata del continente, sia in sincronia con la politica orientale di Vladimir Putin diretta a sviluppare l’integrazione regionale e lo sviluppo associato dell’Estremo Oriente della Russia. Inoltre, si spera che l’iniziativa eurasiatica possa contribuire ad impedire o attenuare ogni possibile confronto regionale dovuto agli effetti della crisi ucraina sui due blocchi contrapposti (Russia, Cina, Corea democratica – Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud), che potrebbero insorgere nella regione.
Riassumendo l’opinione dell’autore, l'”iniziativa eurasiatica” di Park Geun-hye ha per scopo integrare la regione e corrisponde a progetti e proposte russi in questo settore. Ciò può essere visto chiaramente nella situazione attuale, nelle nuove tensioni tra la Russia e l’occidente, dove non solo la Corea del Sud, ma anche il Giappone, non hanno fretta di unirsi alle sanzioni degli Stati Uniti contro la Russia, in particolare in quelle aree che possono danneggiare la cooperazione multilaterale. E se il Giappone attualmente supporta in parte gli Stati Uniti, la Repubblica di Corea è ancora “indecisa” e Washington è costretta ad adottare misure supplementari per rimorchiare Seoul su una linea più vicina alla politica degli Stati Uniti. Inoltre, un certo numero di esperti sudcoreani ha apertamente dichiarato che in questa situazione, il Paese deve “perseguire i propri interessi.” Non importa come la situazione si svilupperà, tale comportamento della Corea del Sud e la sua riluttanza a cambiare corso politico, anche dopo le pretese degli statunitensi, è abbastanza sintomatico.

visionmap2030asof2009Konstantin Asmolov, ricercatore presso il Centro di Studi Coreani dell’Istituto degli Studi Estremo Orientali dell’Accademia Russa delle Scienze, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia e il balzo latino-americano nel multipolarismo

Andrew Korybko (USA) Oriental Review. 23 agosto 2014

1E3F793A-A6C4-40F6-80B8-FB2FE5D773E2_mw1024_s_nLa Russia ha ripristinato la portata globale dell’epoca sovietica con Vladimir Putin, estendendone l’influenza in tutto il mondo. Svolgendo il ruolo di contrappeso strategico, le relazioni con la Russia sono ora più che mai apprezzate mentre il mondo volge al multipolarismo. Alcuni sfondi contestuali rendono l’America Latina ricettiva al multipolarismo e ai grandi obiettivi della politica estera russa. Negli ultimi dieci anni, Mosca ha tessuto una rete complessa di relazioni estendendo direttamente e indirettamente la sua influenza nei Caraibi e sulle coste del continente sudamericano. Questa strategia non è priva di rischi, tuttavia, dato che i partner della Russia sono vulnerabili alle diverse destabilizzazioni sponsorizzate dagli USA. Se gestito correttamente, tuttavia, il ritorno della Russia in America Latina può essere la manna del multipolarismo, e può anche sovvertire l’iniziativa strategica del Pentagono e, per una volta, mettere sulla difensiva gli Stati Uniti nel proprio naturale ambito d’interesse. (Grazie alle sue peculiarità geopolitiche e all’unico rapporto storico e sociale con gli Stati Uniti, il Messico è escluso dall’analisi, essendo più appropriato analizzarne i legami con la Russia in separata sede sul tema).

Sfondo contestuale
L’America Latina nel suo complesso è generalmente molto sensibile a qualsiasi espressione dell’egemonia statunitense (economica, politica e soprattutto militare), ed è una delle regioni più fertili del mondo per il pensiero antioccidentale. Ciò è in gran parte riconducibile agli oltre 500 anni di saccheggio verificatisi per mano degli europei e poi degli statunitensi, come eloquentemente indicato nel famoso libro del 1971 “Le vene aperte dell’America Latina”. Relativamente parlando, data la storia con il suo grande vicino nordamericano, l’America Latina può solo contrapporsi al suo vecchio egemone, come l’Europa orientale con la Russia. Ciò ne fa una posizione strategica geo-sociale che può sconvolgere l’unipolarismo contribuendo alla creazione del mondo multipolare.

Il Venezuela in ascesa
Tale sentimento contro occidente e Stati Uniti, in particolare, ha portato alla nascita di ciò che viene definito “Socialismo del 21.mo secolo”. Hugo Chavez fu il volto di questo movimento e suo massimo sostenitore, impregnando questa ideologia socio-economica con alcuni aspetti di politica estera, che sarebbe poi divenuti la norma tra i suoi seguaci. In particolare, Chavez era decisamente contrario alla politica estera degli Stati Uniti, e di conseguenza Washington progettò il breve colpo di Stato che lo rimosse dal potere temporaneamente, nel 2002, dopo il recupero dall”offensiva segreta degli Stati Uniti, Chavez istituzionalizzò democraticamente il suo governo tramite il voto ed avviò l’esportazione dell’influenza regionale del Paese attraverso l’organizzazione multipolarista ALBA che aveva fondato. Di conseguenza, Chavez era assai favorevole alla Russia riportandola negli affari emisferici.

Ritorno della Russia
In questo periodo la Russia sorgeva dalle ceneri del crollo sovietico, tornando al suo status di grande potenza. E così aveva bisogno di espandere il suo nuovo dominio in zone in cui un tempo aveva influenza, tra cui naturalmente l’America Latina. Visite reciproche, accordi su armi e contratti energetici fiorirono tra Russia e Venezuela dal 2000, ed entrambi i Paesi erano già forti partner strategici nel 2010, quando Putin si recò a Caracas. La cooperazione militare nel settore navale e aereo consolidò il rapporto e mostrò il reciproco impegno delle parti. Tutto ciò era influenzato ed in linea con il Concetto della Politica estera russa del 2013, dove la ricerca della multipolarità è un presupposto scontato (essendo indicato come obiettivo della politica estera ufficiale nel 2000) e la maggiore interazione con l’America latina vi veniva sottolineata. È importante sottolineare che questo stesso documento distingue inoltre tra Stati dei Caraibi e dell’America Latina, una distinzione che avrà risalto nella prossima sezione.

Il legame cinese
Per concludere lo sfondo contestuale dell’attuale politica latinoamericana della Russia, i semi geopolitici del partenariato strategico russo-cinese hanno finalmente maturato e fruttato. La Cina ha aperto importanti porte alla cooperazione della Russia con alcuni Paesi della regione, così come all’importante finanziamento del rivoluzionario canale di Nicaragua. Il partenariato strategico non  sottovaluta la politica latinoamericana della Russia, ma si preannuncia importante nel prossimo futuro. Tutto ciò, in relazione alla situazione contestuale, così come al grande ruolo di Brasile e BRICS, ha reso il ritorno monumentale di Putin in America Latina di un mese fa, una progressione naturale e logica della politica globale russa, così come il viaggio di Lavrov nella regione di due mesi prima.

0,,17516185_303,00Il fulcro venezuelano
Il ruolo del Venezuela nella politica regionale della Russia è estremamente importante, con il Paese  fulcro tra due triangoli dell’influenza strategica di Caraibi e America Latina. In riferimento al Concetto della Politica estera russa del 2013, Mosca vede queste due regioni come parti distinte di un tutto più grande, quindi è fondamentale che il Venezuela sia la leva dell’influenza della Russia. Caracas ha acquisito questo ruolo per via dell’espansione della sua influenza attraverso ALBA, nel ruolo dirimente di leader regionale del socialismo del 21° secolo, e per il grande peso economico che vi pone grazie alle sue grandi riserve di petrolio.

I Caraibi
Il primo fulcro che il Venezuela incentra è quello di leader del triangolo dei Caraibi tra esso, Nicaragua e Cuba. L’importanza del Nicaragua e del suo canale finanziato dai cinesi è già stata indicata, ma è anche importante menzionare che il Paese è ancora una volta governato dall’ex-sandinista Ortega Daniela. Significativo dato regionale che un alleato di Mosca negli anni ’80, sia tornato alla presidenza nel 2006; non solo è uno stretto alleato di Russia e Venezuela, ma è anche, ovviamente, in ottimi rapporti con la Cina e promuove maggiori legami economici con l’Iran, attestando in tal modo le sue credenziali multipolari. Il terzo angolo del triangolo dei Caraibi, Cuba, è importante per la sua vicinanza geostrategica alle coste meridionali degli USA e al ruolo simbolico che la sua leadership ha nella regione e nel mondo anti-occidentale. La posizione di Cuba ha ancora una volta acquisito maggiore valore agli occhi dei decisori russi, date le recenti indicazioni che la base spionistica sovietica, Lourdes, possa essere riaperta.

Sud America
Nel continente latino-americano, il Venezuela supporta la Russia nell’azione politica in Ecuador e Bolivia, due Paesi con leader violentemente antioccidentali. L’Ecuador è rapidamente diventato un alleato dei russi di vitale importanza, negli ultimi anni, con Medvedev che commentava alla fine del 2013, che era divenuto uno dei “partner più importanti dell’America Latina”. Durante la stessa visita, la Russia annunciò che avrebbe investito 1,5 miliardi di dollari nel settore energetico dell’Ecuador. La stretta cooperazione tra Mosca e Quito s’illustrava a pieno all’inizio del mese, quando il Presidente Rafael Correa ha rimproverato pubblicamente l’appello disperato dell’UE a non commerciare con la Russia. La cooperazione con la Bolivia, tuttavia, è più in sordina ma la Russia ha recentemente intensificato la cooperazione energetica con il Paese, che ha il secondo maggiore giacimento di gas del continente. La Bolivia è attualmente più importante dal punto di vista geopolitico e come forte sostenitore ideologico del multipolarismo.

Sommario
Russia e Venezuela hanno un reciproco rapporto proficuo, e in cambio dell’ampia assistenza di Mosca a Caracas, ha accesso privilegiato ai Paesi critici nelle regioni dei Caraibi e dell’America Latina. Con il primo, la Russia aveva già un patrimonio storico di cooperazione, ma il fattore venezuelano ha rafforzato i legami esistenti e datogli ulteriore ‘credibilità regionale’. Verso il Sud America, si possono attribuire i successi della politica estera della Russia con l’Ecuador e la Bolivia alla forte agevolazione data dalla relazione strategica con il Venezuela. La Russia non ebbe tale influenza in questi Paesi in passato, simile a quella attuale, e ciò è un risultato tangibile dell’amicizia russo-venezuelana. Così, si può considerare il Venezuela come supporto politico regionale primario della Russia e uno dei suoi centri di gravità strategici.

Brasile e Argentina
Non meno importanti dei suoi legami con il Venezuela sono i rapporti della Russia con Brasile e Argentina. Questi due Paesi sono una coppia di fatto nella strategia sudamericana della Russia, e permettono di esercitare influenza nell’Atlantico meridionale. Brasile e Russia sono membri dei BRICS, e questa organizzazione, secondo Putin, “è l’elemento chiave del mondo multipolare emergente”. Pertanto, la cooperazione tra i due è sovra-regionale e si estende sul mondo, ma è ancora importante ricordare che ognuno di essi assiste l’altro nella creazione di un punto d’appoggio strategico nella rispettiva regione. Ciò dà alla Russia un avamposto in Sud America e al Brasile uno in Eurasia, srotolando in tal modo il tappeto rosso dei vantaggi economici. I rapporti con l’Argentina sono più complessi che con il Brasile, ma non significa che non siano vicini. L’Argentina è ufficialmente un importante alleato non-NATO, dopo aver ricevuto tale designazione nel 1998, a garanzia del privilegiato rapporto militare con gli Stati Uniti, facendone l’unico Stato di tale categoria presente nell’emisfero occidentale. Sgomentando Washington, però, tale categorizzazione ‘gratificante’ potrebbe essere stata prematura, mentre l’Argentina volge drammaticamente al campo antioccidentale dopo il collasso economico di un decennio fa. Contestando apertamente le pretese del Regno Unito sulle isole Malvinas/Falkland e accusando nettamente gli Stati Uniti di aver cospirato per destabilizzarne l’economia, comportamento che la distingue visibilmente dagli altri importanti alleati non-NATO come Israele e Australia. E’ in tale contesto politico che l’Argentina si avvicina ai BRICS, con la Russia che l’aveva invitata a partecipare al vertice brasiliano dello scorso mese. V’erano anche molte voci anche sul tentativo di unirsi all’organizzazione in futuro, mostrando ulteriormente l’intenzione della propria leadership di rompere economicamente con l’occidente. Ultimamente, l’Argentina ha con entusiasmo e volontariamente aumentato l’invio di derrate in Russia per compensare il vuoto lasciato dalle contro-sanzioni sui prodotti europei. Brasile e Argentina sono così i principali centri d’influenza russa in Sud America. Va da sé che i legami costruttivi con questi giganti economici inevitabilmente portano a relazioni positive con il piccolo vicino Uruguay, che è saltato sul carrozzone delle contro-sanzioni aumentando le esportazioni agricole verso la Russia. Quando si osserva una mappa, questi tre Paesi costituiscono la maggior parte del continente e hanno incredibili potenziali economici ed umani e risorse naturali, dimostrando così che, anche se fossero i soli partner emisferici della Russia, solo attraverso essi la Russia avrebbe già stabilito un piano strategico solido nel cortile degli USA.

Trans-Pacific Partners
Il terzo vettore della politica latinoamericana della Russia è direttamente supportato dal partenariato strategico russo-cinese. La Cina è il mammut economico mondiale, specialmente nel Pacifico, ed esercita immensa influenza con i suoi legami commerciali con gli altri Stati. Nell’APEC ha l’opportunità di incontrare e avere colloqui ad alto livello con i suoi partner latinoamericani del Pacifico, in particolare Perù e Cile. Entrambi questi Paesi sono alleati e membri dell’American Pacific Alliance, blocco commerciale neo-liberista che comprende anche Colombia, Costa Rica e Messico. La maggior parte di questi Stati è impegnata in trattative con gli Stati Uniti sulla Trans-Pacific Partnership di Washington. Nonostante ciò, la Russia è interessante a corteggiare più strette relazioni con Perù e Cile, in particolare. L’ex-presidente Medvedev visitò il Perù nel 2008, la prima visita di un leader russo nella storia, in cui i due Paesi firmarono accordi sull’industria della difesa, economici e di cooperazione antidroga. Putin in seguito incontrò il presidente del Perù a margine del vertice APEC 2012 tenutosi a Vladivostok, un chiaro segno che la Russia è interessata a rafforzare le sue relazioni con il Paese. Legami furono infatti rafforzati, essendoci ora piani con il Perù per la produzione congiunta di elicotteri russi nel Paese, e le aziende ittiche peruviane ora  programmano di sostituire quelle europee colpite dalle sanzioni. In Cile, il Paese è stato a lungo un deciso alleato degli USA, ma la recente elezione della leader della sinistra Michelle Bachelet potrebbe rendere il Paese più multipolarista. Ha già avviato l’esenzione del visto ai cittadini russi e sembra pronto a riempire il vuoto della Norvegia nella fornitura di salmone ai russi. Bisogna ricordare che l’Unione europea ha recentemente pubblicato un patetico appello ai Paesi dell’America Latina a non commerciare con la Russia e sfruttare le contro-sanzioni ai danni di Bruxelles. Essendo il Cile stretto alleato degli USA e membro dell’Alleanza del Pacifico, era inaspettato che sfidasse l’occidente in questo modo, soprattutto con una ‘nuova guerra fredda’ in corso. Ciò potrebbe essere spiegato dalla firma tra Cile e Cina di un accordo di libero scambio nel 2005, che entrerà in pieno vigore nel 2016. Negli anni successivi, la Cina si è assicurata tale punto d’appoggio economico nel Paese, ora suo principale partner commerciale. Così, sembra che Pechino abbia usato la sua influenza economica sul Cile per aiutare Mosca in questo caso, nell’ambio del partenariato strategico globale russo-cinese. In generale, in relazione a Perù e Cile, la Cina non usa tutte le carte economiche. Ha anche firmato un accordo di libero scambio con il Perù nel 2009, divenendo due anni dopo suo maggior partner commerciale e investitore. Naturalmente, la Russia già compiva  progressi in Perù, prima di ciò, ma è probabile che il coinvolgimento indiretto cinese abbia contribuito a spianare la strada alle relazioni attuali. Pertanto, nel contesto più ampio della grande strategia latinoamericana della Russia, i casi di Perù e Cile fungono da forti indicazioni della portata globale e dell’efficacia del partenariato strategico russo-cinese nel trasmettere le ambizioni regionali di Mosca.

0011282775La risposta statunitense
Gli Stati Uniti, data l’arroganza dell’American Exceptionalism e gelosi custodi dei dettami restrittivi della dottrina Monroe, non prendono con leggerezza l’avanza della Russia nell’emisfero occidentale. In realtà, gli Stati Uniti sono completamente contrari a ciò che la Russia fa, e vogliono seriamente eliminarne le ultime avanzate. Secondo la dottrina Wolfowitz, si deve impedire a qualsiasi Paese di sfidare gli Stati Uniti, mentre il Pentagono teme le conseguenze non solo dell’influenza russa in America Latina, ma della resistenza generale e le sfide di molti suoi leader. Si può così spiegare il tentativo di golpe del 2002 contro Chavez, così come l’occulto golpe del 2009 in Honduras contro Manuel Zelaya, di sinistra e filo-multipolarista. Il Dr. Paul Craig Roberts ha osservato che la politica statunitense contemporanea avvia l’effetto domino della destabilizzazione per rovesciare Venezuela, Ecuador, Bolivia e infine Brasile. Considerando la serie di colpi di Stato e rivoluzioni colorate degli Stati Uniti, non sembra essere un’affermazione irrealistica. Ci sono quindi tre categorie di vulnerabilità alla destabilizzazione cui ciascuno degli Stati esaminati rientra:

Pressioni
Gli Stati Uniti riconoscono che due loro alleati tradizionali, Perù e Cile, escono dall’orbita unipolare ed entrano nella sfera del mondo multipolare. Dato che hanno bisogno che questi due Stati siano relativamente stabili, al fine di perseguire la trama trans-Pacifico per dividere il Sud America, è improbabile che adottino immediatamente le tradizionali misure di destabilizzazione contro di essi. Invece, probabilmente cercheranno di fare pressione con mezzi economici e politici, rimanendo titubanti nel sconvolgere prematuramente il futuro equilibrio regionale che prevedono. Resta da vedere esattamente quali forme prenderanno, ma si può essere certi che Washington risponderà, in un modo o nell’altro, alla disobbedienza dei suoi delegati.

Moti interni
Il livello successivo di destabilizzazione intensa sarebbe diretta contro Brasile e Argentina. Questi Paesi sono ovviamente più grandi dei loro omologhi latinoamericani e quindi meno suscettibili alla semplice pressione economica e politica. I loro sistemi di governance non sono attualmente vulnerabili ad un colpo di Stato militare tradizionale, aumentando così la possibilità di spaventarne la leadership con la solita minaccia della rivoluzione colorata. Pertanto, gli Stati Uniti probabilmente espanderanno l’aggressione economica all’Argentina e molto probabilmente al Brasile in futuro. Potranno anche ricorrere ai metodi subdoli delle organizzazioni anti-governative a capo della “resistenza”, mobilitando e sviando le masse in ampie proteste future. Lo scopo è dimostrare tangibilmente, in Brasile e Argentina, che gli Stati Uniti hanno gli strumenti per esacerbare le fratture economiche e sociali nazionali esistenti, minacciandone la leadership.

Tentativi di golpe definitivi
La terza e più intensa categoria di destabilizzazione si ha quando gli Stati Uniti cercano di rimuovere i legittimi governi degli Stati presi di mira. I Paesi che rientrano in tale categoria sono  Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador e Nicaragua, che gli Stati Uniti hanno sempre cercato di rovesciare. Il governo statunitense disprezza le personalità e le politiche di questi Stati resistenti e sfidanti, ed è più che probabile il ricorso a metodi occulti per cercare di sottometterne la resilienza.  Pertanto, ci si può aspettare un certo grado di destabilizzazione aggressiva statunitense, volta a colpirli in una forma o nell’altra nel prossimo futuro.

Pensieri conclusivi
Quando si fa un passo indietro e si analizza il quadro completo, la Russia ha compiuto straordinarie avanzate geopolitiche in America Latina dalla fine della guerra fredda, soprattutto dopo che Putin è salito alla presidenza. E’ ormai evidente che la Russia sia coinvolta in una complessa rete di alleanze nel cortile degli USA, con il Venezuela e l’asse Brasile-Argentina punti focali della sua strategia emisferica, aprendo la strada alla resistenza multipolare. Con l’aiuto della Cina, la Russia ha debilitato la fedeltà cieca dei tradizionali alleati degli USA, dimostrando in tal modo che può veramente attrarre Paesi precedentemente “intoccabili” della regione. Pur essendo carico di rischi, tutti gli Stati esaminati hanno volontariamente scelto di collaborare con la Russia a prescindere, mostrando di comprendere l’importanza di avere relazioni pragmatiche con Mosca. Inoltre, il fatto stesso che gli Stati Uniti debbano rispondere alle mosse della Russia in America Latina, dimostra che l’iniziativa strategica è contro il Pentagono, mettendolo implicitamente sulla difensiva a livello di teatro, sviluppo inedito nella sua storia. Nel complesso, il ruolo della Russia di contrappeso strategico globale e d’irresistibile partner economico è ormai chiaro a tutti nell’emisfero, creando rapidamente una nuova realtà geopolitica nel cortile degli Stati Uniti, piantando l’ultimo chiodo sulla bara dell’unipolarismo. xi-with-president-maduroAndrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Australia rimane un lacchè degli Stati Uniti, mentre il Brasile firma contratti enormi

Valentin Vasilescu, Reseau International, 16 agosto 2014
89d4f16c-1891-4721-959a-d858d8cc315fIn un’intervista pubblicata da The Telegraph, l’ex-primo ministro australiano John Malcolm Fraser ritiene che l’Australia debba tagliare i legami con gli USA ed essere completamente indipendente dagli Stati Uniti. Primo ministro nel 1975-1983, il liberale Fraser permise all’Australia di vivere il migliore periodo di prosperità. Così le opinioni di Fraser sono molto seguite dalla stampa australiana e inglese. Il paradosso è che il primo ministro Fraser era un sostenitore dell’espansione dell’alleanza militare con gli Stati Uniti. Introdusse l’Australia nell’alleanza segreta delle “cinque orecchie” (Stati Uniti, Inghilterra, Nuova Zelanda, Canada e Australia). Ricordiamo che la NSA ha costruito una rete SIGINT in tutto il mondo assieme a Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, composta da stazioni riceventi dotate di decine di antenne paraboliche con diametro di 33 m. Tale rete, denominata ECHELON, era volta a intercettare, registrare e analizzare il traffico telefonico, fax, radio e dati raccolto dai satelliti spia statunitensi. Fraser spiega il suo atteggiamento sull’alleanza con gli Stati Uniti durante la guerra fredda, affermando che era una barriera all’espansionismo sovietico. Secondo il trattato ANZUS degli anni ’50, gli australiani furono costretti ad inviare truppe in Vietnam, Iraq e Afghanistan su richiesta degli Stati Uniti. Ma l’Unione Sovietica si disintegrò nel 1991, e con essa la minaccia globale scomparve. Tuttavia gli USA ampliarono Echelon modificandolo molto, divenendo esso stesso una minaccia. La differenza tra il periodo attuale e la guerra fredda, quando c’erano due superpotenze, è che oggi gli USA vogliono essere il capo militare ed economico e non hanno alcuna intenzione di lasciare tale posizione, a rischio di scatenare la terza guerra mondiale. Il coinvolgimento statunitense in Medio Oriente, con tutto ciò che accade in Siria e in Iraq, sembra essere il culmine del fallimento della politica statunitense. E’ tempo per l’Australia di evitare le guerre imperialiste statunitensi, ha detto Fraser.
Secondo l’ex-primo ministro John Malcolm Fraser l’alleanza con gli Stati Uniti non è più utile per il futuro dell’Australia e la dipendenza militare dagli Stati Uniti deve essere eliminata prima che l’Australia sia coinvolta in una guerra contro la Cina. Ciò non significa che l’alleanza con gli Stati Uniti debba essere sostituita da una con la Cina, ma che l’Australia deve garantirsi che australiani e cinesi non siano nemici, anche se gli USA lo volessero. Negli ultimi 25 anni, economicamente la Cina è riuscita a dimostrarsi l’alternativa più valida per l’Australia rispetto a Giappone, Unione europea e Stati Uniti. L’importazione massiccia di materie prime come minerale di ferro, carbone e gas liquefatto in Cina per 68 miliardi di dollari all’anno, aiuta l’economia australiana a non sentire gli effetti dolorosi della recessione globale e ad avere un tasso di crescita annuo del 4-5%. A differenza della Cina, gli Stati Uniti hanno imposto tariffe preferenziali attraverso il trattato AUSFTA, all’importazione di cereali, ortaggi, frutta, carne, tabacco, cotone e tessuti australiani, per un valore di 9,2 miliardi di dollari USA all’anno. Washington ha cercato invano per anni d’imporre misure per eliminare, con la forza, l’Australia quale importante fonte di materie prime della Cina. L’amministrazione Obama usa il pretesto che il governo Abbott dovrebbe allinearsi alla politica statunitense sulle cosiddette misure per la riduzione del riscaldamento globale.
In occasione del sesto vertice dei BRICS tenutosi il 14-16 luglio 2014, la Presidentessa del Brasile ha proposto alla Cina un paio di progetti d’investimento di grandi dimensioni, a cui ha risposto immediatamente. Tra i 298 passeggeri morti nell’incidente aereo in Ucraina il 17 luglio, vi erano 28 australiani. Vero incidente o complotto degli statunitensi, il primo ministro australiano Tony Abbott ha accusato, con veemenza e senza prove, la Russia e le forze di auto-difesa di aver abbattuto il Volo MH17 con un missile antiaereo, con l’intenzione di inviare in Ucraina orientale truppe per operazioni speciali australiane, naturalmente dirette contro le forze di autodifesa fiancheggiando l’esercito ucraino. Ciò ha irritato la Cina, socio nei BRICS della vicina Russia e le conseguenze non tardano a comparire. La Cina, che acquista oltre il 60% del minerale di ferro venduto ogni anno in tutto il mondo, ha dato una risposta positiva alle proposte del Brasile e deciso di passare dalle importazioni dall’Australia a quelle dal Brasile. Il Brasile è un membro dei BRICS, seconda fonte di minerale di ferro nel mondo e sesta economia mondiale dal 2011, quando superò l’Inghilterra.  Pertanto, la società siderurgica cinese Wuhan sposta i suoi impianti siderurgici in Brasile acquistando azioni della seconda maggiore società mineraria brasiliana MMX (Mineracao & Metalicos). Wuhan ha investito nella costruzione del nuovo porto brasiliano di Acu, dalla superficie di 90 kmq e con l’acciaieria più moderna di tutte per la produzione dell’acciaio per costruzioni navali. Il gruppo cinese Baosteel ha investito a sua volta nelle azioni della Brasileira de Metalurgia e Mineracao (CBMM), il più grande produttore mondiale di niobio. Il Niobio è un metallo raro usato per avere acciai fortemente temprati. La logica cinese è elementare. Invece d’inviare 5 carichi di minerale di ferro, uno di carbone e uno di petrolio dall’Australia per produrre acciaio in Cina, è meglio usare minerale di ferro, petrolio, energia e lavoro brasiliani nel nuovo complesso siderurgico costruito dai cinesi in Brasile. Poi, solo una nave trasporterà i prodotti in acciaio in Cina, e il Brasile beneficerà anche della produzione d’acciaio per sviluppare la propria industria automobilistica.
Reagendo alla decisione della Cina, Tony Abbott ha cancellato i colloqui con gli omologhi cinesi sul rapido miglioramento delle relazioni bilaterali nella Difesa che permettesse una presenza militare cinese in Australia. La fregata australiana HMAS Warramunga era stata invitata per la prima volta a partecipare alle esercitazioni con navi della marina militare cinese. Queste manovre si sono svolte nel Mar Giallo, al largo delle coste nord-orientali della Cina, dove navi statunitensi, giapponesi e sudcoreani non furono mai invitate.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“L’inaffondabile portaerei” attraccherà mai nell’Estremo Oriente russo?

Andrew Korybko (USA)  Orientale Review 16 agosto 2014

42422Quando si pensa al nord-est asiatico e ai suoi attori politici, in genere non si pensa alla Russia nonostante il Paese occupi una quota enorme delle coste del Pacifico e confini con Cina, Corea democratico e Giappone (confine marittimo). Ciò è in gran parte attribuibile alla mancanza di attenzione ai vicini orientali dalla fine della Guerra Fredda. Tuttavia, ciò che è iniziato come  graduale svolta a Est, pochi anni fa, ora ha assunto nuovo slancio nel contesto della recente aggressione economica e politica dell’occidente alla Russia. Di conseguenza, le ultime mosse della Russia possono essere viste come perno sull’Asia. Anche se la relazione strategica dal 1996 con la Cina è alla base di tutto, non si dovrebbe presumerlo come intero pivot. Piuttosto, la Russia ha un forte interesse a collaborare con il Giappone (come il Giappone con la Russia), ma la controversia sulle Isole Curili, fabbricata dagli Stati Uniti, è stata strategicamente utilizzata per ritardare il riavvicinamento bilaterale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Se il Giappone ha il coraggio di tranciare le catene politiche gli Stati Uniti e cedere le pretese sulle Curili del Sud, potrà liberarsi dall’ordine mondiale unipolare, anacronistico e soffocante, ed iniziare a inserirsi nella dinamica multipolare.

Breve excursus
La saga delle Isole Curili inizia nel 1855 quando Russia e Giappone firmarono il trattato di Shimoda, che concesse il controllo al Giappone delle quattro isole attualmente contese, mentre la Russia legittimava il suo controllo sul resto. Si divisero anche l’isola di Sakhalin. Questa disposizione fu cambiata in base al trattato di San Pietroburgo del 1875, quando alla Russia fu concessa tutta Sakhalin in cambio della cessione delle Curili al Giappone. 30 anni dopo, il trattato di Portsmouth del 1905, che pose fine alla guerra russo-giapponese, ancora una volta concesse la metà meridionale di Sakhalin al Giappone, a cui rimase fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Nei giorni crepuscolari della guerra, secondo l’accordo di Jalta raggiunto dai Tre Grandi nel febbraio 1945, l’Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone e inviò le sue forze a riprendersi l’intero arcipelago delle Curili. E qui è il pomo della discordia, il Giappone ha dichiarato che le quattro isole in questione non fanno parte delle Curili e che l’URSS non avrebbe dovuto prenderne il controllo. Gli Stati Uniti, essendo l’occupante nel dopoguerra del Giappone ed esercitandovi la sovranità, ovviamente influenzarono la posizione di Tokyo nel suo atteggiamento politico regionale nella Guerra Fredda. Il fallimento dell’URSS (e ora Russia) e del Giappone nel firmare un trattato di pace formale ne ostacola i rapporti e da allora ciò è d’ostacolo ad una maggiore interazione post-Guerra Fredda.

Piccole isole, grande importanza
Russia: Quelle che possono sembrare isolette per la maggioranza delle persone sono in realtà dei pezzi molto importanti per i geostrateghi. Per i sovietici, la Curili forniscono una posizione difensiva contro il partner della mutua sicurezza del Giappone, gli USA, così impedendo a tale banda di controllare l’accesso al Mare di Okhotsk. Dopo la Guerra Fredda, tuttavia, divenne importante parte integrante dello Stato russo, che ormai affrontava minacce all’integrità territoriale nel Caucaso settentrionale. Per via delle guerre secessioniste in Cecenia, lo Stato russo è irremovibile nel proteggere tutti i territori da esso amministrati, comprese le Curili. Nel caso in questione, Medvedev visitò Kunashir, una delle isole rivendicate dal Giappone, nel 2012 e disse che l’intero arcipelago delle Curili è “parte importante della regione di Sakhalin e del territorio russo“.
Giappone: vede ancora le quattro isole Curili del Sud come parte dei suoi ‘Territori del Nord’ illegalmente occupate dalla Russia, una visione che gli Stati Uniti appoggiano. Per un Giappone in cui si risveglia il latente sentimento nazionalista, la questione delle Isole Curili può galvanizzare il pubblico nazionale e distrarlo dall’amara realtà economica. Il Giappone promuove la ‘Giornata dei Territori del Nord’ e inoltre recentemente ha istituito l’Ufficio di Pianificazione e Coordinamento della sovranità territoriale, mostrando così l’importanza che l’élite politica giapponese assegna alle diverse dispute territoriali di Tokyo con i suoi vicini, anche con la Russia.

Due sono una coppia, tre una folla
Se lasciati da soli, senza l’ostruzione di terze parti, Russia e Giappone avrebbero probabilmente già risolto la questione, ma gli Stati Uniti hanno interesse affinché ciò non accada. Si capisce che più il Giappone si comporta da attore indipendente seguendo politiche basate sui propri interessi, tanto meno gli Stati Uniti potranno influenzare la loro “portaerei inaffondabile” e quindi la regione nel complesso. Il riavvicinamento tra Russia e Giappone e la paralizzante influenza statunitense in Asia orientale, è uno degli incubi della politica estera statunitense in Eurasia, quindi, usa la sua influenza per fare sì che l’élite politica filo-statunitense del Giappone continui, e occasionalmente infiammi, la questione delle Curili per evitarli.

Demis-kurils-russian_namesGas per gli investimenti
Russia e Giappone in realtà hanno condivisi interessi nazionali su crescenti relazioni, così da rendere ancora più innaturale la questione delle Curili che si trascina da tempo, dimostrando il forte grado d’influenza degli Stati Uniti nel processo. Il Giappone consuma enormi quantità di risorse naturali, quasi tutte importate dall’estero, ed è il primo importatore di GNL del mondo. La domanda globale di gas naturale dovrebbe aumentare più velocemente di qualsiasi altra risorsa naturale,  aumentando del 64% tra il 2010 e il 2040, e il Giappone sicuramente rimarrà tra i primi consumatori. Questo è ancor più vero ora che l’industria nucleare, già predominante, ha subito un’importante battuta d’arresto con il disastro di Fukushima, anche se il Giappone flirta con l’idea di riattivare i suoi reattori. La Russia, gigante mondiale del gas, può facilmente soddisfare il crescente fabbisogno energetico del Giappone senza grandi sforzi. Oltre ad inviare GNL, potrebbe più convenientemente costruire un oleodotto direttamente da Sakhalin a Hokkaido. In cambio di una tale manna gasifera dalla Russia, il Giappone potrebbe essere allettato nel sviluppare la stagnante economia nell’Estremo Oriente russo, la cui crescita tramite l’aiuto degli Stati dell’Asia orientale è una delle priorità nazionali russe. Visto attraverso questo prisma reciprocamente vantaggioso, aumentare i legami russo-giapponesu è vantaggioso per entrambe le parti ed è nell’interesse logico di ogni attore.

Etero-dirigere l’Asia nordorientale
La strategia primaria degli Stati Uniti per impedire che Russia e Giappone approfondiscano la loro cooperazione energetica è cooptare il Paese con fantocci eterodiretti (LFB). Si pretende che il Giappone prenda l’iniziativa di adempiere agli obiettivi geopolitici statunitensi, cui le sue élite sono indotte erroneamente a credere vantaggiose anche per esse. Parte integrante di tale approccio è creare una strategia della tensione tra Giappone, Russia e (soprattutto!) Cina, infiammata dalla recentemente rinnovata insistenza di Tokyo sulle rivendicazioni territoriali di entrambi gli Stati.  Non sono Russia e Cina a voler cambiare la mappa dell’Asia nordorientale, ma il Giappone, spinto dagli Stati Uniti al fine di compensare entrambi questi titani e impedirne legami costruttivi con la loro “portaerei inaffondabile”. Il Giappone condivide anche certe somiglianze con la Turchia, il modello degli Stati Uniti di partner eterodiretto. Turchia e Giappone sono potenze regionali dai pruriti egemonici e d’influenza sulle loro ex-sfere, e i loro leader hanno una visione specifica di come trasformare i loro Paesi. Mentre Erdogan spera di consolidare il potere cambiando la costituzione e promuovendo il neo-ottomanismo, Abe reinterpreta la costituzione per rimilitarizzare il Giappone ed s’è appassionato al controverso revisionismo storico del Giappone imperiale. Mentre apparentemente intraprendono delle trasformazioni per rafforzare l”indipendenza’ dei loro Paesi, in sostanza tutto ciò che fanno li rende vassalli dell’unipolarismo statunitense che incespica sul mondo multipolare, perseguendo il vantaggio dei loro patrocinatori.

Lo spauracchio russo
Gli Stati Uniti hanno cercato di spaventare il Giappone facendogli pensare che una maggiore cooperazione energetica con la Russia consentirebbe a Mosca d’influenzare le politiche di Tokyo. Non solo ciò è ipocrita, detto dagli Stati Uniti (che ancora è la guida ufficiosa degli affari esteri del Giappone), ma è anche palesemente falso. La guerra delle sanzioni dell’UE contro la Russia dimostra che i Paesi clienti possono ancora provare ad influenzare una politica contraria ai loro partner, a prescindere dalle conseguenze economiche, se ideologicamente motivati. In ogni caso, non è previsto che il Giappone nemmeno si muova in tale direzione e presto, perché ha già aderito al carro delle sanzioni contro la Russia, su istigazione degli Stati Uniti. Inoltre presumibilmente esigerebbe anche che la questione delle isole Curili sia risolta in suo favore, prima di perseguire qualsiasi approfondimento delle relazioni, cose che, come le recenti esercitazioni militari russe suggeriscono, non accadrà.

Conclusione
Gli Stati Uniti da tempo sabotano la possibilità di un riavvicinamento sovietico/russo-giapponese post-seconda guerra mondiale, fabbricando appositamente la controversia sulle Isole Curili, il primo e più lungo dei ‘conflitti congelati’ post-Seconda guerra mondiale, per respingere tale prospettiva.  Come si vede, cooptando il Giappone e la sua leadership nel quadro della LFB dispiegato in tutto il mondo, gli Stati Uniti hanno ora incaricato i loro ascari d’attivare controversie destabilizzanti con Russia e Cina, anche se contrari agli interessi nazionali del Paese. Con un Abe filo-statunitense e revisionista a governare la “portaerei inaffondabile”, il Giappone non potrà mai raggiungere l’inevitabile destinazione multipolare, poiché per farlo per prima cosa dovrà rinunciare irrevocabilmente alle pretese sulle Curili senza precondizioni, e cooperare strategicamente, ad alto livello, con il motore dell’ordine mondiale in evoluzione, la Russia.

Vladimir Putin, Shinzo AbeAndrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, ed attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I bombardieri strategici russi compiono 16 incursioni nello spazio aereo statunitense

Picco dei sorvoli di Bear-H come test delle difese aeree statunitensi
Bill Gertz Freebeacon 7 agosto 2014
35I bombardieri strategici russi hanno effettuato almeno 16 incursioni nelle zone della difesa aerea degli Stati Uniti nord-occidentali, negli ultimi 10 giorni, un insolito picco di penetrazioni aeree, secondo i funzionari della difesa degli Stati Uniti. I numerosi voli di bombardieri russi Tu-95 Bear-H hanno indotto il decollo immediato di caccia statunitensi in diverse occasioni, tra le accresciute tensioni USA-Russia per l’Ucraina. Inoltre, durante un’incursione di bombardieri nei pressi dell’Alaska, un aviogetto da ricognizione russo è stato rilevato assieme ai bombardieri. “La scorsa settimana, il NORAD ha identificato visivamente aerei russi operare entro e intorno le zone d’identificazione della difesa aerea degli Stati Uniti“, ha detto il Maggiore Beth Smith, portavoce dell’US Northern Command e del Comando della Difesa Aerospaziale del Nord America (NORAD). Smith ha definito i voli russi “picco di attività” cercando di minimizzarne la minaccia e indicandoli come missioni di addestramento ed esercitazioni di routine. I voli dei bombardieri hanno avuto luogo prevalentemente lungo la zona d’identificazione della difesa aerea dell’Alaska sulle isole Aleutine e la parte continentale dello Stato, e un’incursione s’è avuta nella zona della difesa aerea del Canada, ha detto Smith. Gli aerei strategici russi erano bombardieri pesanti Tu-95 Bear-H e aerei da ricognizione marittima Tu-142 Bear-F, aggiungendo che un velivolo Il-20 per la raccolta delle informazioni era stato rilevato nelle incursioni dei precedenti 10 giorni. I voli dei bombardieri sono l’ultimo tintinnio di sciabole nucleari russe. Tuttavia, altri funzionari della difesa hanno detto che il gran numero di incursioni aeree è assai insolito e richiama la Guerra Fredda, quando i bombardieri sovietici spesso cercavano di attivare le difese aeree lungo il perimetro territoriale degli Stati Uniti, in preparazione del conflitto nucleare. Mosca, sotto la forte presidenza di Vladimir Putin, è impegnata in un importante programma sulle forze nucleari strategiche. La modernizzazione comprende nuovi missili da diverse gittate, nuovi sottomarini strategici e nuovi bombardieri a lungo raggio. Con i sorvoli dell’aviazione a lungo raggio presso le coste degli Stati Uniti, la Russia ha aumentato nettamente le attività, soprattutto nel Pacifico nord-occidentale, presso Alaska, Canada e West Coast.
Washington Free Beacon aveva riferito di due incursori di Bear entro 50 miglia dalle coste della California, il 9 giugno, i più vicini da quando i bombardieri nucleari i russi compiono voli dalla fine della Guerra Fredda. Un F-15 aveva intercettato i bombardieri. Un funzionario della difesa è in disaccordo con il portavoce sulle incursioni dei bombardieri. Le Forze nucleari strategiche russe sembrano “cercare di testare la reazione della nostra difesa aerea, o i nostri sistemi di comando e controllo“, ha detto un funzionario addentro alle relazioni sulle incursioni. “Queste non sono solo missioni di addestramento“, ha aggiunto il funzionario. Northern Command e NORAD, in passato spesso hanno cercato di presentare le incursioni dei bombardieri russi come non minacciose ma nell’ambito del conciliante “resettaggio” della politica dell’amministrazione Obama volta a cercare legami più stretti con Mosca. Il Pentagono e altri comandi, tuttavia, hanno temperato la retorica verso la Russia e le sue attività dopo l’annessione militare russa della Crimea in Ucraina, a giugno.  Le relazioni tra Washington e Mosca sono inasprite. Il dipartimento di Stato il mese scorso ha accusato Mosca di violare il trattato del 1987 sulle Intermediate-range Nuclear Forces sviluppando un nuovo missile da crociera. Mosca ha respinto le accuse come false.
L’ammiraglio Cecil Haney, comandante del Comando Strategico degli Stati Uniti, ha espresso preoccupazione per l’aumento delle attività strategiche russe durante un discorso a Washington il 18 giugno. Haney ha detto che le attività nucleari russe coincidono con le recenti tensioni sull’Ucraina , tra cui il lancio di prova di sei missili da crociera aerolanciati, in una dimostrazione di forza. Una dichiarazione del Ministero della Difesa russo sui lanci sperimentali dei missili da crociera afferma che un bombardiere Tu-95 “è in grado di distruggere obiettivi cruciali del nemico con missili da crociera, di giorno e di notte, con qualsiasi condizione meteo e in qualsiasi parte del globo”. Mosca ha anche condotto alcune grandi manovre nucleari a maggio, ha detto Haney. “Inoltre, abbiamo visto significative implementazioni di aerei strategici russi in prossimità di luoghi come Giappone, Corea e anche la nostra West Coast“, ha detto Haney in una colazione con l’industria della difesa. “La Russia continua a modernizzare tutte le capacità strategiche della propria triade, e fonti open source hanno recentemente citato le prove in mare del suo ultimo sottomarino lanciamissili, le prove del suo nuovo missile da crociera aerolanciato e la modernizzazione della sua forza intercontinentale balistica comprendente la forza mobile dell’arma”, ha detto.
I recenti incontri aerei in stile Guerra Fredda della Russia sul Pacifico, presso l’Alaska, fanno seguito a un duello aereo USA-Russia sull’Europa. Funzionari degli Stati Uniti hanno confermato che un aereo d’intelligence elettronica RC-135 Rivet Joint fu costretto a violare lo spazio aereo svedese da un caccia russo, il 18 luglio. L’aviogetto statunitense cercava di eludere l’intercettatore russo. Tale incontro ebbe luogo il giorno dopo che il volo MH17 Malaysian Airlines venne abbattuto da un missile sull’Ucraina orientale.

2013_Tu-142M_01Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ripristino dei contatti cino-giapponesi e gli interessi russi

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 01/08/2014
edito_131001_china_japan_gmLo sviluppo della situazione politica nella regione Asia-Pacifico è fortemente influenzato dal sistema di relazioni nel quadrilatero strategico “USA-Cina-Giappone-India” nel complesso, così come di ciascuno dei “lati” e “diagonali”. Due o tre anni fa sembrava che la fonte principale del deterioramento della situazione nella regione dovesse essere ricercata nel tandem “USA-Cina”. Tuttavia, con le nuove tendenze della politica estera statunitense che segnavano l’avvio del secondo mandato di Barack Obama, il lato “Cina-Giappone” del quadrilatero ha attirato sempre più attenzione. La questione più citata come causa principale delle tensione nelle relazioni sino-giapponesi è la disputa per il possesso delle isole Senkaku/Diaoyu nel Mar Cinese Orientale. A metà 2012, tre di esse furono “acquisite” dal governo giapponese tramite un privato, causando una levata di scudi in Cina, portando a chiudere i contatti ufficiali con il Giappone, di conseguenza. Tuttavia, la disputa sul territorio disabitato, dalla superficie totale di sette chilometri quadrati, è probabilmente sintomo della scarsa condizione generale delle relazioni bilaterali. Il problema principale è il processo oggettivo in cui una parte della coppia “Cina-Giappone” entra nel gruppo dei principali attori mondiali, venendo ciò percepito dagli altri come minaccia agli interessi nazionali e alla sicurezza. Tali preoccupazioni comuni riguardano principalmente la complicata storia dei rapporti tra Cina e Giappone. Perciò la Cina è stata dura sulla visita del primo ministro Shinzo Abe al santuario Yasukuni, che commemora i soldati giapponesi uccisi nelle guerre degli ultimi 150 anni. Questo santuario commemora anche i leader del Giappone della seconda guerra mondiale che furono giustiziati dal processo di Tokyo. Sembrerebbe che in tali condizioni sia particolarmente necessario preservare i contatti bilaterali ufficiali, almeno per evitare “incomprensioni” pericolose nel corso delle costanti dimostrazioni militari presso le isole contese.  Tuttavia, tale contatto non è stato mantenuto per quasi due anni.
Senkaku_Diaoyu_Tiaoyu_Islands_blog_main_horizontalAi primi di maggio, la Cina è stata visitata da un gruppo di parlamentari giapponesi guidati da un veterano del Partito Liberal Democratico, Takeshi Noda. La delegazione, che comprendeva due ex-ministri, è stata ricevuta da Yu Changsheng, il quarto alto funzionario della leadership del PCC. Il fatto stesso che i primi colloqui ad alto livello, dopo una lunga pausa in tutti i contatti, infine si siano verificati, è stato visto da entrambe le parti come indicatore importante del desiderio di riprendere il controllo sullo sviluppo delle relazioni nippo-cinesi. Tuttavia, anche dopo questi negoziati, i primi in due anni, l’intrigo associato al prossimo vertice APEC, che si terrà nel novembre di quest’anno a Pechino, resta. Abe. partecipando al più autorevole forum regionale, inevitabilmente sarà in contatto con Xi Jinping, si limiteranno a cenni cortesi e chiacchiere sul “tempo”, come è avvenuto negli ultimi due anni presso altre sedi internazionali? O si approfitterà per dei negoziati seri, come con tutti gli altri leader “in campo” in tali eventi? Tanto più che, dato lo stato attuale dei colloqui bilaterali, ciò probabilmente avrà molta più importanza delle dichiarazioni finali del forum, principalmente di natura dichiarativa. Per avere risposte a queste domande, dei colloqui “segreti” si sono svolti il 24 giugno a Pechino tra i funzionari dei ministeri degli Esteri dei due Paesi. Quasi certamente, il leader cinese non approfitterà di questa opportunità se il 15 agosto (il giorno dopo l’annuncio della resa del Giappone nella seconda guerra mondiale, fatta il 14 agosto 1945) Abe visiterà ancora una volta il santuario Yasukuni per commemorarvi i soldati giapponesi caduti. Tuttavia, con un alto grado di certezza, possiamo aspettarci che questa volta Abe non farà un tale passo. Il fatto che le parti siano apparentemente pronte a cogliere l’occasione per sondare finalmente le rispettive posizioni ai vertici, viene dimostrato dal primo incontro in due anni dei ministri svoltosi a Pechino il 27 giugno.
Qual è il fattore della Russia in questi giochi cino-giapponesi? Diretto e su diversi motivi. Principalmente perché il Giappone e la Cina sono due delle principali potenze regionali e sono i vicini più prossimi della Federazione Russa. Inoltre, la Russia è impensierita dal fatto che possa essere costretta a fare un’amara scelta, nel caso che le attuali relazioni sino-giapponesi degenerino in conflitto aperto. I frequenti pareri meschini sui vantaggi di tale scenario per la Russia sono illusioni pericolose. La Russia non solo non può “scaldarsi le mani” con un fuoco di tale portata, ma molto probabilmente ne verrebbe completamente inghiottita assieme agli immediati “istigatori”. Pertanto, la Russia dovrebbe accogliere con favore la ripresa dei contatti ufficiali tra Giappone e Cina, e sperare che siano ulteriormente sviluppati, anche nel prossimo vertice APEC. In secondo luogo, alla fine dello scorso anno, la leadership russa ha subito un marcato spostamento degli interessi nella parte russa della regione. Tuttavia, è apparso un grave ostacolo che impedisce la concentrazione degli sforzi per affrontare gli obiettivi fondamentali del lungo ritardo del Paese: l’inaspettato peggioramento della situazione nei territori limitrofi, che 23 anni fa facevano parte dello stesso Stato. Quest’ultimo, con una popolazione di 40 milioni di abitanti, secondo la “legge internazionale”, è dominato da “ucrainizzatori” da caso clinico. Secondo ogni evidenza, si è stati costretti dalle circostanze inevitabili, ad agire (reagire, soprattutto in Crimea). Tuttavia era così prima, ed ora è quello che è. Il tema della “purezza legale”, il tempismo e la strategia scelta per risolvere il problema della Crimea hanno già assunto un carattere accademico. Tuttavia, ciò avveniva dopo i ridimensionamenti informali precedentemente “riconosciuti a livello internazionale” sulla mappa politica e geografica. Non ci può essere alcun dubbio che non fosse impossibile lasciare un pezzo strategicamente importante del territorio abitato dal popolo russo in mano ai dei folli e intrattabili “proprietari”. Così gli appassionati di storia alternativa e di sogni strategici avranno un po’ di munizioni.
Per gli attori più importanti del mondo, come sono senza dubbio Cina e Giappone (così come Stati Uniti, Russia, India e Germania), la regione Asia-Pacifico è un gigantesco campo incolto per ogni  tipo di attività comune. Tali attività non devono interferire con l’ascesso ucraino, così sgradevolmente apparso sul corpo della politica globale.

21-iht-heng-articleLargeLe crescenti “zone grigie” nelle relazioni Giappone-USA
Vladimir Terehov New Eastern Outlook 06/08/2014

1398320902000-AP-APTOPIX-Japan-Obama-AsiaLa nuova interpretazione del capitolo 9 “pacifista” della Costituzione giapponese del 1947, è stata adottata il 1° luglio dal governo di Shinzo Abe, divenendo uno degli eventi più significativi nella politica giapponese, plasmando la mappa politica della regione Asia-Pacifico. Questa mossa del governo giapponese regola il formato della cooperazione politica e militare tra Stati Uniti e Giappone. Parliamo di un grande cambiamento nella configurazione quadrangolare strategica, emergente nella regione Asia-Pacifico. E’ importante notare che l’accordo in questione è al cuore delle relazioni USA-Giappone. La prima edizione del trattato fu adottata nel 1951, un anno prima della firma del Trattato di pace di San Francisco, che concluse la guerra nel Pacifico, e l’ultima nel 1960. Così il contenuto di base dell’alleanza politico-militare non è cambiata, e può in una certa misura essere descritta con la semplice formula “protettore (USA) – protetto (Giappone)”. Tale  “grado” è stato modificato da due tendenze importanti dalla seconda metà degli anni ’90. L’importante riduzione del ruolo degli Stati Uniti nel mondo, suscitando la questione di un’ulteriore assoluta affidabilità di Washington nella sicurezza dei principali alleati degli Stati Uniti. Il secondo è il processo di “normalizzazione” del Giappone stesso. Tali tendenze si sono riflesse sotto forma di innovazioni nella formula dell’alleanza USA-Giappone, secondo le cosiddette “Linee guida per la cooperazione nella difesa Giappone-Stati Uniti” del 1997. Mentre il diritto di usare le Forze di Autodifesa (SDF) nell’ambito dell’autodifesa collettiva, che l’esercito giapponese ha ricevuto il 1 luglio 2014, è piuttosto limitato, tale atto del governo giapponese è un passo importante verso la maggiore autonomia del Giappone sulla questione della sicurezza nazionale.
Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Chuck Hagel ha salutato il passo del governo giapponese. Non poteva esserci altra reazione dalla difesa statunitense, dato che il Pentagono ha impegnato i suoi alleati a “migliorare il contributo alla difesa comune” negli ultimi quindici anni. Tali appelli sono diventati particolarmente rilevanti negli ultimi anni, quando il declino economico degli Stati Uniti ha iniziato a richiedere la progressiva riduzione della spesa militare del Pentagono. Tuttavia, i problemi della politica statunitense nella regione Asia-Pacifico hanno da tempo superato l’ambito puramente difensivo, dato che negli ultimi quindici anni vi sono stati notevoli miglioramenti nell’individuare le minacce alla stabilità regionale, come la profondità del processo di “normalizzazione” giapponese e la natura del relativo impatto sulle relazioni sino-giapponesi. Tale questione è diventata rilevante per via di certi cambiamenti nella politica statunitense verso la Cina. Gli Stati Uniti affronteranno il problema entrando “automaticamente” (a causa degli obblighi dell’alleanza) in guerra con la seconda potenza del mondo, per discordie “banali” (dal punto di vista statunitense)? Un esempio di tale discordia è senza dubbio il confronto sino-giapponese sul possesso di un arcipelago disabitato nel Mar Cinese Orientale. L’incertezza di tale prospettiva spiega la reazione misurata di esperti e giornalisti statunitensi sul prossimo importante passo che il governo giapponese avvia per la “normalizzazione” del Paese. Tali preoccupazioni disciplinano il contenuto dei negoziati bilaterali sulla nuova bozza delle Linee Guida per la cooperazione nella Difesa Giappone-USA, immutata dal 1997. Tali negoziati sono seguiti dai viceministri della Difesa dei due Stati, iniziati a Tokyo il 15 luglio. Il problema è l’incapacità delle parti di definire gli obblighi reciproci sulla cosiddetta “zona grigia” di un possibile conflitto, che non implicherebbe “l’automatica” esecuzione degli obblighi da uno degli alleati. Per il Giappone, è importante avere il sostegno (armato se necessario) degli Stati Uniti nel caso in cui le SDF debbano affrontare qualche piccolo gruppo armato “di nazionalità sconosciuta” che sbarcasse sulle isole Senkaku. Ma come è già stato detto gli Stati Uniti di oggi, se vogliamo usare un eufemismo, non sono entusiasti all’idea di farsi coinvolgere in un tale scenario. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti vorrebbero avere il diritto di utilizzare le SDF in un ipotetico conflitto nelle regioni di massima importanza per essi, ad esempio il Golfo Persico. In tali aree remote, il Giappone è pronto a un coinvolgimento estremamente limitato. Ad esempio dragare i campi minati sulle rotte degli idrocarburi. Ma in generale, il Giappone non è pronto a schierare le SDF in seri e lontani conflitti.
Va osservato che un’interpretazione chiara delle “tre nuove condizioni” sull’impiego delle SDF,  rilasciata dal governo il 1 luglio, causa incertezza in Giappone. Alla vigilia delle elezioni per la prossima primavera, il partito liberal-democratico al governo cerca di evitare un dibattito nazionale sul tema impopolare delle crescenti attività delle SDF. La legislazione che dovrebbe fornire risposte ad ogni domanda posta dalla società di oggi, sull’adozione del diritto di autodifesa collettiva, può essere avanzata solo alla prossima sessione, nel gennaio 2015. Gli esperti giapponesi non escludono la possibilità che diverse interpretazioni degli obblighi reciproci, così come il problema dell’interpretazione dei nuovi termini dell’impiego delle SDF, possano bloccare i negoziati summenzionati tra i funzionari dei due ministeri della Difesa. Ciò rende la prospettiva di una nuova edizione delle Linee guida della cooperazione Giappone-Stati Uniti alla fine dell’anno, come  previsto dai leader dei due Paesi, piuttosto ostica. Infine, va rilevato che il problema delle interpretazioni dell’accordo Giappone-USA può essere osservato in numerosi settori, anche politici ed economici. Ad esempio, è riapparso nei difficili negoziati per la conclusione degli accordi sulla Trans-Pacific Partnership.
Tutto ciò è naturale per un Giappone che emerge quale attore globale dagli interessi non sempre coincidenti con quelli statunitensi, mentre il gioco politico nella regione Asia-Pacifico e nel mondo, diventa sempre più complicato.

Japanese Maritime Self-Defense Force destroyer Kurama leads destroyer Hyuga during a naval fleet review at Sagami Bay, off Yokosuka, south of TokyoVladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro per gli studi asiatici e del Medio Oriente dell’Istituto di ricerca strategica russa, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché il riarmo del Giappone non è un problema

Ulson Gunnar New Oriental Outlook 25/07/2014
japon-604x272Acrimonia ed esaltazione sono esplose su lati opposti della crescente frattura geopolitica nel Pacifico, dopo la decisione del Giappone di eludere la costituzione e cercare una postura globale più aggressiva. AP ha riferito che “il governo del Giappone ha approvato una reinterpretazione alla pacifista Costituzione postbellica del Paese permettendo ai militari di difendere alleati ed altri “in stretta relazione” con il Giappone, in ciò che è nota come “autodifesa collettiva”.” Chi ricorda quando il Giappone esercitò la forza militare oltre i suoi confini, protesta per la recente fase che vede quale ennesimo tentativo di militarizzare l’isola e spingerla a partecipare a un altro scontro armato disastroso. Ciò include non solo le nazioni vittime dell’imperialismo giapponese durante la seconda guerra mondiale, ma anche gli stessi giapponesi che pagarono tremendamente con sangue e risorse il loro tentativo mal concepito di avere l’egemonia sul Pacifico. Qualunque lezione i manifestanti possano aver appreso dalla storia, sembra sparire con il primo ministro giapponese Shinzo Abe, il cui discorso in Australia sembrava sospetto quanto i vari discorsi vergati per i politici statunitensi sul “Pivot verso l’Asia” degli Stati Uniti. Ma pur per tutta la postura che l’annuncio prevede, il tentativo del Giappone di far tintinnare le sciabole è reale?

Perché non sarebbe importante
Il Giappone è una nazione in declino. La sua popolazione invecchia e si contrae mentre l’economia è stagnante. Volgendosi a una maggiore militarizzazione o a coltivare rapporti conflittuali con i vicini, come la Cina, può essere il tentativo di radunare la popolazione intorno alla bandiera, ma  una tale misura sembra anche causare guai al Giappone. I contributi militari del Giappone verso  qualsiasi nazione, tramite l'”autodifesa collettiva”, sono discutibili, considerando che molti di tali alleati sono in declino permanente, come gli Stati Uniti. E’ improbabile che i contributi del Giappone permetteranno agli Stati Uniti di completare i suoi calcoli sul Pacifico. Il tentativo del  “pivot verso l’Asia” vive molti contrattempi e ritardi, tra cui la ritirata dei regimi alleati nella regione e la continua espansione della sfera d’influenza cinese rispetto al declino dell’egemonia statunitense. In realtà, la rimilitarizzazione del Giappone può solo distrarre ulteriormente dall’elaborare riforme socioeconomiche sostenibili necessarie alla ripresa della nazione, per non parlare di ciò di cui ha bisogno per prosperare ed espandersi. L’altro possibile movente del tintinnio di sciabole del Giappone può essere un altro sforzo collettivo degli occidentali e dei loro alleati regionali di forzare la mano della Cina a una stressante corsa agli armamenti e a passi falsi di stile sovietici, verso uno sperato crollo dell’attuale ordine politico di Pechino. La paranoia e la pessima intelligenza dovrebbero avere la meglio a Pechino, per spingere la Cina a reazioni esagerate alle provocazioni politiche e tattiche ai suoi confini e sfere d’influenza. Va notato che simile tintinnio di sciabole del Giappone s’è già avuto decenni fa. Retorica simile si poté sentire nel 1989, quando Giappone e Stati Uniti cercavano un modo di uscire dalla recessione economica. Più recentemente, il Giappone fece simili annunci militaristi in dichiarazioni accompagnate da stesse condanne e manifestazioni lungo linee di faglia politiche prevedibili. Può darsi che la condizione socio-economica del Giappone sia ancora una volta abbastanza terribile da giustificare l’ennesima distrazione.

Cosa la Cina dovrebbe fare
La Cina deve per primo investire saggiamente nell’intelligence, perché sarà l’intelligence a dirle  quanto preoccuparsi in realtà della questione delle mosse del Giappone, e delle maggiori alleanze, che tale contestata mossa dovrebbe promuovere. La Cina deve misurare le proprie forze in modo realistico rispetto a quelle di Giappone e Stati Uniti, sia internamente che più specificamente nella regione del Pacifico. La Cina deve anche operare internamente per sviluppare modelli socioeconomici sostenibili che contrastino e divergano da quelli che hanno più volte gettato i suoi rivali nella recessione. Per la Cina è una questione di stabilità nazionale interna, nonché di resistenza all’aggressione straniera. Se la Cina costruisce un fondamento socio-economico capace di sconfiggere gli Stati Uniti e i loro partner del Pacifico, i contributi minimi del Giappone alla presenza statunitense, già sfuggente nel Pacifico, saranno resi irrilevanti. Mentre titoli e notizie sollecitano la rinascita del “Giappone imperiale”, la realtà probabilmente sarà di gran lunga inferiore. Se non altro tale atto esterno di “forza militare” del Giappone sembra dimostrare, invece,  debolezza socio-economico nazionale e nell’ambito delle varie alleanze occidentali, in cui afferma di volere un ruolo maggiore.

Per i giapponesi
I giapponesi non avranno alcun beneficio dal ricordare al mondo il loro passato oscuro e minaccioso, con possibili ritorsioni. Né trarranno beneficio dal deviare risorse nazionali in avventure militari perseguite nel dubbio nome dell'”autodifesa collettiva”. Le tensioni regionali impediscono, non promuovono, progresso ed opportunità economiche. Il desiderio degli USA di avere divisioni nella regione da poter manipolare, costerà all’Asia proprio quell’ingerenza degli Stati Uniti che danneggia Europa dell’Est, Africa e Medio Oriente. I giapponesi già protestano contro un governo che sembra rappresentare i principi e gli interessi di Washington più che quelli giapponesi. I giapponesi devono continuare a protestare. Giappone e Cina avranno interesse reciproco nel rimuovere il ruolo egemonico degli Stati Uniti dalla regione. Mentre gli Stati Uniti sostengono che la loro presenza è necessaria per la stabilità, la pace e la prosperità, l’unica minaccia a questi tre risultati desiderabili è proprio l’ingerenza statunitense. La rimozione di tale elemento d’instabilità sarà fondamentale per Cina e Giappone nel perseguire i propri interessi, indipendentemente da quanto divergenti o compatibili possano essere. Un vero equilibrio di potere potrà essere deciso senza l’ingerenza insidiosa di nazioni che si trovano letteralmente dall’altra parte del mondo.

jsdf_female_soldiersUlson Gunnar, analista geopolitico di New York, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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