Il boom economico dell’Eurasia e la Geopolitica: il ponte terrestre della Cina verso l’Europa: L’alta velocità ferroviaria Cina-Turchia

F. William Engdahl,Global Research, 27 aprile 2012

La prospettiva di un boom economico eurasiatico senza precedenti, che duri fino al prossimo secolo e oltre, è a portata di mano. I primi passi che vincolano il vasto spazio economico sono stati fatti con numerosi e poco pubblicizzati collegamenti ferroviari che connettono Cina, Russia, Kazakistan e parti dell’Europa occidentale. Sta diventando chiaro a più persone in Europa, Africa, Medio Oriente e Eurasia, tra cui Cina e Russia, che la loro naturale tendenza a costruire questi mercati si trova di fronte a un solo grande ostacolo: la NATO e la completa ossessione per la Spectrum Dominance del Pentagono degli Stati Uniti. Le infrastrutture ferroviarie sono una chiave importante per la costruzione di nuovi grandi mercati economici, in tutta l’Eurasia.
Cina e Turchia sono in trattative per costruire un nuovo collegamento ad alta velocità ferroviaria in Turchia. Se completato, sarebbe il più grande progetto ferroviario del paese, compreso anche il collegamento ferroviario Berlino-Baghdad precedente alla prima guerra mondiale. Il progetto è stato forse il punto all’ordine del giorno più importante, molto più della Siria durante i colloqui a Pechino tra il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan e la leadership cinese, ai primi di aprile. Il collegamento ferroviario proposto passerebbe da Kars, al confine orientale con l’Armenia, e attraverso la Turchia fino ad Istanbul, dove si collegherà al tunnel ferroviario Marmaray, attualmente in costruzione, che corre sotto lo stretto del Bosforo. Poi continuerà fino a Edirne, vicino al confine con Grecia e Bulgaria dell’Unione europea. Costerà una cifra stimata a 35 miliardi di dollari. La realizzazione del collegamento turco completerebbe il progetto cinese del ponte ferroviario Trans-Eurasia che porterebbe merci dalla Cina a Spagna e Inghilterra. (1)
La linea Kars-Edirne dovrebbe ridurre i tempi di viaggio attraverso la Turchia di due terzi, da 36 ore a 12. In base ad un accordo siglato tra la Cina e la Turchia, nell’ottobre 2010, la Cina ha acconsentito a concedere prestiti per 30 miliardi di dollari per la prevista rete ferroviaria. (2) Inoltre, una ferrovia Baku-Tbilisi-Kars (BTK) che collega la capitale dell’Azerbaijan Baku a Kars è in costruzione, aumentando notevolmente l’importanza strategica della linea Edirne-Kars. Per la Cina, ciò inserirebbe una nuova linea critica alla sua infrastruttura ferroviaria, che attraversa l’Eurasia fino ai mercati d’Europa e oltre.
La visita di Erdogan a Pechino è stata significativa per altri motivi. E’ stato il primo viaggio ad alto livello di un Primo Ministro turco in Cina, dal 1985. Il fatto che Erdogan abbia inoltre fissato un incontro ad alto livello con il vicepresidente cinese Xi Jinping, l’uomo che potrebbe essere il prossimo presidente cinese, e che gli sia stata concessa una visita straordinaria nella ricca zona petrolifera della Cina, la provincia dello Xinjiang, mostra anche l’alta priorità che la Cina sta mettendo nelle sue relazioni con la Turchia, una forza strategica chiave emergente in Medio Oriente.
Lo Xinjiang è una parte molto sensibile della Cina, in quanto ospita circa 9 milioni di uiguri che condividono un patrimonio turco con la Turchia, nonché l’adesione nominale al ramo turco sunnita dell’Islam. Nel luglio 2009 il governo degli Stati Uniti, agendo attraverso il National Endowment for Democracy, l’ONG che finanzia i cambi di regime, ha sostenuto una grande rivolta degli uiguri, in cui furono uccisi o feriti molti proprietari di negozi cinesi Han. Washington a sua volta, aveva accusato dei disordini Pechino, come parte di una strategia di crescente pressione sulla Cina. (3) Durante i disordini degli uiguri nello Xinjiang, del 2009, Erdogan accusò Pechino di “genocidio” e attaccò i cinesi sui diritti umani, un problema rischioso per la Turchia, dato i suoi problemi con i curdi. Chiaramente le priorità economiche di entrambe le parti hanno, ora, cambiato i calcoli politici.

Costruire il più grande mercato del mondo
Contrariamente al dogma di Milton Friedman e dei suoi seguaci, i mercati non sono mai “liberi.” Sono sempre prodotti dall’uomo. L’elemento essenziale per creare nuovi mercati è la costruzione di infrastrutture e la massa enorme dei collegamenti ferroviari dell’Eurasia è essenziale per questi nuovi mercati.  
Con la fine della Guerra Fredda nel 1990, il grande spazio terrestre sotto-sviluppato dell’Eurasia è diventato di nuovo aperto. Questo spazio contiene il 40 per cento della superficie totale nel mondo, in gran parte terra incontaminata principalmente dedita all’agricoltura, che contiene tre quarti della popolazione mondiale, un patrimonio di valore incalcolabile. Si compone di 88 paesi del mondo e dei tre quarti delle risorse energetiche mondiali conosciute, così come di ogni minerale noto necessario per l’industrializzazione. L’America del Nord come potenziale economico, ricco com’è, impallidisce al confronto.
La discussione sulla linea ferroviaria Turchia-Cina è solo una parte di una vasta strategia cinese, volta a tessere una rete di collegamenti ferroviari interni in tutto il continente eurasiatico. L’obiettivo è creare letteralmente il più grande nuovo spazio economico del mondo e, a sua volta, un nuovo grande mercato non solo per la Cina, ma per tutti i paesi eurasiatici, il Medio Oriente e l’Europa occidentale. Un servizio ferroviario diretto è più veloce e meno costoso delle navi o dei camion, e molto meno rispetto agli aerei. Per i  prodotti cinesi o altri eurasiatici, i collegamenti ferroviari del ponte terrestre creano una grande attività economica di scambio su tutta la linea ferroviaria.
Due fattori hanno fatto realizzare questa prospettiva per la prima volta, dalla Seconda Guerra Mondiale. Prima, il crollo dell’Unione Sovietica ha aperto lo spazio terrestre dell’Eurasia in modi completamente nuovi, come ha fatto l’apertura della Cina verso la Russia e i suoi vicini eurasiatici, superando decenni di diffidenza. Questo risponde all’ampliamento ad est dell’Unione europea verso i paesi dell’ex Patto di Varsavia.
La domanda di un trasporto ferroviario più veloce sulle grandi distanze eurasiatiche è chiara. L’attività dei porti dei contenitori della Cina e quella delle sue destinazioni europee e del Nord America, sta raggiungendo un punto di saturazione con i volumi del traffico dei contenitori che balzano sulla doppia cifra. Singapore ha recentemente sostituito Rotterdam come più grande porto del mondo in termini di volume. Il tasso di crescita dei porto per container nella Cina, nel 2006, prima dello scoppio della crisi finanziaria mondiale, era circa il 25% annuo. Nel 2007, i porti cinesi rappresentavano circa il 28 per cento di tutto il traffico nei porti per container del mondo. (4) Tuttavia c’è un altro aspetto delle strategie cinese e, in una certa misura russa, per il ponte terrestre. Spostando i flussi commerciali via terra, li rende più sicuri di fronte alle crescenti tensioni militari tra le nazioni della Shanghai Cooperation Organization, in particolare Cina e Russia, e la NATO. Il trasporto marittimo deve attraversare stretti passaggi altamente vulnerabili, o colli di bottiglia, come lo Stretto di Malacca malese.
La ferrovia turca Kars-Edirne sarebbe parte integrante di una intera rete di corridoi ferroviari cinesi, avviata in tutto il continente eurasiatico. Seguendo l’esempio di come le infrastrutture ferroviarie hanno trasformato lo spazio economico dell’Europa, e più tardi dell’America, nel corso del tardo 19° secolo, il governo cinese, che oggi si pone come costruttore di ferrovie più efficiente del mondo, ha tranquillamente esteso i suoi collegamenti ferroviari in Asia centrale e oltre, per diversi anni. Ha proceduto per segmenti, uno dei motivi per cui l’ampia ambizione della propria grande infrastruttura ferroviaria abbia attirato così poco attenzione, fino ad oggi, in Occidente, al di fuori del settore dei trasporti marittimi.

La Cina costruisce il secondo ponte eurasiatico
Entro il 2011 la Cina aveva completato un secondo ponte terrestre eurasiatico, che va dal porto cinese di Lianyungang sul Mar Cinese Orientale, fino a Druzhba in Kazakistan, e in Asia centrale, Asia occidentale e in Europa con varie destinazioni europee e, infine, a Rotterdam, il porto dell’Olanda sulla costa atlantica.
Il secondo ponte eurasiatico è una nuova linea ferroviaria che collega il Pacifico e l’Atlantico che è stato completato dalla Cina a Druzhba, in Kazakhstan. Questo nuovo ponte terrestre dell’Eurasia si estende nell’ovest della Cina attraverso sei province – Jiangsu, Anhui, Henan, Shaanxi, Gansu e regione autonoma di Xinjiang, che rispettivamente confinano con la provincia dello Shandong, la provincia dello Shanxi, la provincia di Hubei, la provincia del Sichuan, la provincia di Qinghai, la Regione Autonoma Ningxia Hui e la Mongolia Interna. Coprendo circa 360.000 chilometri quadrati, il 37% dello spazio totale terrestre della Cina. Circa 400 milioni di persone vivono nella zona, rappresentando il 30% della popolazione totale del paese. Al di fuori della Cina, il ponte terrestre copre oltre 40 paesi e regioni, sia in Asia che in Europa, ed è particolarmente importante per i paesi dell’Europa centrale e dell’Asia occidentale che non hanno sbocchi sul mare.
Nel 2011 il vice premier cinese Wang Qishan aveva annunciato che i piani per costruire un nuovo collegamento ad alta velocità ferroviaria in Kazakhstan, collegando le città di Astana e Almaty, sarebbero stati pronti nel 2015. La linea Astana-Almaty, con una lunghezza totale di 1050 chilometri, impiegando l’avanzata tecnologia ferroviaria della Cina, consentirà ai treni ad alta velocità di viaggiare ad una velocità di 350 chilometri all’ora.
La DB Schenker Rail Automotive trasporta ricambi auto da Lipsia a Shenyang, nel nordest della Cina, per la BMW. I treni carichi di parti e componenti partono dal terminale carichi della DB Schenker, a Lipsia, per un viaggio di tre settimane, 11.000 km, verso lo stabilimento BMW di Shenyang nella provincia di Liaoning, in cui vengono utilizzati i componenti per l’assemblaggio dei veicoli BMW. A partire dalla fine del novembre 2011, i treni con destinazione Shenyang partivano da Lipsia una volta al giorno. “Con un tempo di transito di 23 giorni, i treni diretti sono due volte più veloci del trasporto marittimo, seguito dal trasporto stradale verso l’entroterra cinese“, dice il Dott. Karl-Friedrich Rausch, membro del consiglio di amministrazione della la divisione logistica e trasporto della DB Mobility Logistics. Il percorso raggiunge la Cina passando per la Polonia, la Bielorussia e la Russia. I contenitori devono essere trasferiti da gru di portata diversa per due volte, prima per lo scartamento russo, al confine tra Polonia e Bielorussia, poi di nuovo, per lo scartamento normale al confine Russia-Cina di Manzhouli. (5)
Nel maggio 2011, un servizio diretto di trasporto merci ferroviario quotidiano venne avviato tra il porto di Anversa, il secondo porto più grande in Europa, e Chongqing, il polo industriale nel sud-ovest della Cina. Ciò ha notevolmente velocizzato il trasporto ferroviario di merci dall’Eurasia all’Europa. Rispetto ai 36 giorni per il trasporto marittimo dai porti ad est della Cina all’ovest dell’Europa, il servizio di trasporto ferroviario delle merci Anversa-Chongqing occupa ora da 20 a 25 giorni, e l’obiettivo è quello di ridurlo da 15 a 20 giorni. I cargo verso occidente includono beni automobilistici e tecnologici, le spedizioni in direzione est per lo più sostanze chimiche. Il progetto è una priorità importante per il porto di Anversa e il governo belga, in cooperazione con la Cina e altri partner. Il servizio è gestito dal fornitore di servizi logistici intermodale svizzero Hupac, e dai partner russi Russkaja Trojka e Eurasia Good Transport su una distanza di più di 10.000 km, con partenza dal porto di Anversa, attraverso Germania e Polonia, e in seguito Ucraina, Russia e Mongolia prima di arrivare a Chongqing, in Cina. (6)
Il secondo ponte eurasiatico ha 10.900 chilometri di lunghezza, circa 4.100 km in Cina. All’interno della Cina la linea corre parallela ad una delle antiche rotte della Via della Seta. La linea ferroviaria continua in tutta la Cina, fino a Druzhba dove si collega con le linee ferroviarie a scartamento più ampio del Kazakistan. Il Kazakhstan è il paese interno più grande del mondo interno. Da quando le ferrovie e autostrade cinesi si sono espanse ad ovest, il commercio tra Kazakistan e Cina è in pieno boom. Da gennaio a ottobre 2008, le merci che attraversavano il porto di Khorgos tra le due nazioni, aveva raggiunto le 880.000 tonnellate, oltre 250% di crescita rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Gli scambi commerciali tra la Cina e il Kazakistan sono destinati a crescere da 3 a 5 volte entro il 2013. A partire dal 2008, solo l’1% delle merci spedite dall’Asia all’Europa sono state consegnate per vie terrestri, ovvero la possibilità di espansione è considerevole. (7)
Dal Kazakhstan le linee attraversano la Russia, la Bielorussia e la Polonia fino ai mercati dell’Unione europea.
Un’altra linea va a Tashkent, in Uzbekistan, la più grande città dell’Asia centrale, con circa due milioni di abitanti. Un’altra linea va ad ovest, verso Asgabat capitale del Turkmenistan, e al confine con l’Iran. (8) Con alcuni investimenti aggiuntivi, questi collegamenti, oltre a collegare la vastità e i mercati della Cina, potrebbero aprire nuove possibilità economiche nelle regioni in gran parte trascurate dell’Asia Centrale. La Shanghai Cooperation Organization (SCO) potrebbe fornire un veicolo adatto al coordinamento di un ampio collegamento delle infrastrutture ferroviarie eurasiatiche, massimizzando questi primi collegamenti ferroviari. I membri della SCO, formata nel 2001, includono Cina, Kazakhstan, Russia, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan con Iran, India, Mongolia e Pakistan quali paesi con status di osservatore.

Il ponte terrestre della Russia
La Russia è ben posizionata per trarre notevoli benefici da una tale strategia della SCO. Il primo ponte eurasiatico corre attraverso la Russia lungo la Transiberiana, completata nel 1916 per unificare l’impero russo. La Transiberiana rimane la più lunga linea ferroviaria unica al mondo, con 9.297 chilometri, un omaggio alla visione del russo Sergej Witte, nel 1890. La Transiberiana, chiamata anche Corridoio settentrionale Est-Ovest, va dal porto dell’oriente russo di Vladivostok e si collega al porto di Rotterdam in Europa, dopo circa 13.000 chilometri. Al momento è il meno attraente per il trasporto merci Pacifico-Atlantico, a causa dei problemi di manutenzione e della velocità massima di 55 km/h.
Ci sono tentativi di utilizzare meglio il ponte terrestre Transiberiano. Nel gennaio 2008, un servizio di trasporto ferroviario merci su lunga distanza eurasiatica, la “Pechino-Amburgo Container Express” fu testato con successo dalle ferrovie tedesche Deutsche Bahn. Ha completato il viaggio di 10.000 km in 15 giorni, collegando la capitale cinese alla città portuale tedesca, passando per Mongolia, Federazione Russa, Bielorussia e Polonia. In nave, per gli stessi mercati, ciò richiede il doppio del tempo o circa 30 giorni. Questo percorso, di cui è iniziato il servizio commerciale nel 2010, comprende la sezione dell’esistente Transiberiana , un collegamento ferroviario con uno scartamento più ampio di quello dei treni cinesi o europei, vale a dire scarico e ricarico su altri treni, al confine tra Cina e Mongolia e, di nuovo, al confine Bielorussia-Polonia.
Il percorso ferroviario della Transiberiana in tutto lo spazio eurasiatico russo è stato ammodernato e ampliato per accogliere il traffico ad alta velocità delle merci, ciò aggiungerà una nuova dimensione economica significativa allo sviluppo economico delle regioni interne della Russia. La Transiberiana è a doppio binario ed elettrificata. Ciò necessita di minime migliorie ad alcuni segmenti, per assicurare una migliore integrazione di tutti gli elementi e per renderlo un’opzione più attraente per il trasporto di merci eurasiatiche verso ovest.
Ci sono forti indicazioni che la nuova presidenza Putin farà più attenzione all’Eurasia. La modernizzazione del primo ponte terrestre eurasiatico sarebbe un modo logico di realizzare parecchio sviluppo, creando letteralmente nuovi mercati e nuove attività economiche. Con i mercati obbligazionari degli Stati Uniti e dell’Europa inondati di rifiuti tossici e dai timori di bancarotta statali, l’emissione di titoli di stato russi per l’ammodernamento o addirittura una nuova parallela linea ferroviaria ad alta velocità, collegando il ponte terrestre al traffico merci in sicura crescita in tutta l’Eurasia, avrebbe poca difficoltà a trovare investitori desiderosi.  
La Russia attualmente discute con la Cina e i costruttori ferroviari cinesi, che avanzano offerte per un programma di costruzioni da 20 miliardi, di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità russa, da completare prima che i russi ospitino la Coppa del Mondo di calcio del 2018. L’esperienza della Cina nella costruzione di circa 12.000 km di ferrovia ad alta velocità in tempi record, è una risorsa importante per l’offerta della Cina. Significativamente, la Russia prevede di raccogliere 10 miliardi di dollari mediante l’emissione di buoni per la nuova ferrovia. (9)

Un terzo ponte eurasiatico?
Nel 2009 in occasione del V Forum per la cooperazione e lo sviluppo del Delta Pan-Regionale del Fiume delle Perle (PPRD), un evento sponsorizzato dal governo, il governo provinciale dello Yunnan aveva annunciato la sua intenzione di accelerare la costruzione di infrastrutture necessarie per costituire un terzo ponte terrestre continentale eurasiatico, che collegherà il sud della Cina a Rotterdam passando per la Turchia. Questo è parte di ciò che Erdogan e il primo ministro cinese Wen Jiabao hanno discusso a Pechino, lo scorso aprile. La rete di strade interne per il ponte terrestre nella provincia di Yunnan, sarà completata entro il 2015, ha detto il governatore dello Yunnan, Qin Guangrong.  Il progetto parte dai porti costieri del Guangdong, con il più importante porto di Shenzhen. E in ultima analisi passerà, attraverso Kunming, in Myanmar, Bangladesh, India, Pakistan e Iran, entrando in Europa dalla Turchia. (10)
Il percorso avrebbe ridotto di circa 6.000 km il viaggio per mare tra il Delta del Fiume delle Perle e Rotterdam, consentendo ai prodotti dei centri di produzione della Cina orientale di raggiungere Asia, Africa ed Europa. La proposta prevede il completamento di una serie di tratte mancanti e di moderni collegamenti autostradali, per un totale di circa 1.000 Km, cosa che non è inconcepibile. Nella vicina Myanmar, solo 300 km di ferrovie e autostrade mancano al fine di collegare le ferrovie della Yunnan con la rete autostradale del Myanmar e del Sud Asia. Ciò aiuterà la Cina ad aprire la strada per la costruzione di un canale terrestre verso l’Oceano Indiano.
Il terzo ponte terrestre eurasiatico attraverserà 20 paesi di Asia ed Europa, ed avrà una lunghezza totale di circa 15.000 chilometri, cioè da 3.000 a 6.000 chilometri più corta della via del mare che entra dall’Oceano Indiano, dalla costa sud-orientale attraverso lo Stretto di Malacca. Il volume totale del commercio annuo delle regioni che la rotta attraversa, era quasi pari a 300 miliardi di dollari nel 2009. In definitiva, il piano è una linea del ramo che dovrebbe anche partire in Turchia, attraversare la Siria e la Palestina, e alla fine arrivare in Egitto, facilitando il trasporto dalla Cina all’Africa. È chiaro che la rivolta della Primavera araba, sostenuta dal Pentagono e dall’AFRICOM USA, impatta direttamente contro tale estensione, anche se per quanto tempo, a questo punto, non è chiaro. (11)

La dimensione geopolitica
Non tutti i principali attori internazionali sono soddisfatti dei crescenti legami che legano le economie dell’Eurasia con l’Europa occidentale e l’Africa. Nel suo ormai famoso libro del 1997, “La Grande Scacchiera: la supremazia americana e i suoi imperativi geostrategici”, l’ex consigliere presidenziale Zbigniew Brzezinski notava, “In breve, per gli Stati Uniti, la geo-strategia Eurasiatica comporta la gestione mirata di stati dinamici geo-strategicamente… Per dirla in una terminologia che richiama l’età più brutale degli antichi imperi, i tre grandi imperativi della geo-strategia imperiale sono impedire la collusione, mantenere la dipendenza della sicurezza tra i vassalli, mantenere i tributari docili e protetti, e impedire ai barbari di coalizzarsi.” (12)
I “barbari” cui si riferisce Brzezinski sono la Cina e la Russia, e tutto quello che c’è in mezzo. Il termine di Brzezinski per “geo-strategia imperiale” si riferisce alla politica estera strategica degli Stati Uniti. I “vassalli”, sono identificati nel libro in paesi come Germania, Giappone e altri “alleati” della NATO degli Stati Uniti. Tale nozione geopolitica di Brzezinski, resta la politica estera statunitense di oggi. (13)
La prospettiva di un boom senza precedenti dell’economica eurasiatica che perdurerà fino al prossimo secolo e oltre, è a portata di mano.
I primi tendini per legare il vasto spazio economico sono stati messi in atto o sono stati costruiti con questi collegamenti ferroviari. Sta diventando chiaro a più persone in Europa, Africa, Medio Oriente e Eurasia, tra cui Cina e Russia, che la loro naturale tendenza a costruire questi mercati si trova di fronte un solo grande ostacolo: la NATO e la completa ossessione per la Spectrum Dominance del Pentagono degli Stati Uniti. Nel periodo precedente alla prima guerra mondiale, è stata la decisione di Berlino di costruire un collegamento ferroviario attraverso la Turchia ottomana, da Berlino a Baghdad, ad essere stata il catalizzatore degli strateghi britannici per incitare gli eventi che gettarono l’Europa nella guerra più distruttiva della storia, a tale data.  Questa volta abbiamo la possibilità di evitare un simile destino con lo sviluppo eurasiatico. Sempre più le economie stressate dell’UE stanno cominciando a guardare ad est, e meno all’ovest, oltre Atlantico, per il futuro economico dell’Europa.

* F. William Engdahl è autore di molti libri sulla geopolitica contemporanea tra cui A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order. E’ raggiungibile tramite il suo sito web, all’indirizzo Engdahl.oilgeopolitics.net

Note:

1 Sunday’s Zaman, Turkey, China mull $35 bln joint high-speed railway project, Istanbul, 14 aprile 2012
2 Ibid.
3 F. William Engdahl, Washington is Playing a Deeper Game with China, Global Research, 11 luglio 2009
4 UNCTAD, Port and multimodal transport developments, 2008
5 Joseph O’Reilly, BMW Rides Orient Express to China, Global Logistics, ottobre 2011
6 Aubrey Chang, Antwerp-Chongqing Direct Rail Freight Link Launched, 12 maggio 2011
7 CNTV, Eurasian land bridge, 12 marzo 2011.
8 Shigeru Otsuka, Central Asia’s Rail Network and the Eurasian Land Bridge, Japan Railway & Transport Review, 28 settembre 2001, pp. 42-49.
9 CNTV, Russian rail official: Chinese bidder competitive, 21 novembre 2011
10 Xinhua, Yunnan accelerates construction of third Eurasia land bridge, 2009 
11 Li Yingqing e Guo Anfei, Third land link to Europe envisioned, 2 luglio 2009
12 Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera, 1997, Il Saggiatore, pag. 40. Vedasi F. William Engdahl, A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order, Wiesbaden, 2011, edition.engdahl, per i dettagli del ruolo del tedesco collegamento ferroviario Baghdad nella prima guerra mondiale
13 Zbigniew Brzezinski, op. cit. p.40. 
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il corridoio Nord-Sud: Le prospettive del commercio multilaterale in Eurasia

Dr Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR 14 marzo 2012
 
Mentre le attuali politiche internazionali ruotano intorno alle aspre questioni di Siria e Iran, gli sviluppi in altre parti del mondo sono abbastanza interessanti, soprattutto dal punto di vista della geopolitica dell’Eurasia, in cui l’India e la Russia hanno un’importante partecipazione.
Il collegamento dell’India con la Russia attraverso l’Iran e l’Asia centrale non fornirà beneficio solo ai paesi coinvolti nel progetto del  corridoio nord-sud, ma faciliterà anche il commercio nella regione euroasiatica, aprendo vasti mercati e riducendo i costi di trasporto e viaggio. Alla fine di questo mese, i paesi coinvolti nel progetto si incontreranno a New Delhi per deliberare ulteriormente e dare una forma concreta a questo progetto.
Discussa da India, Russia e Iran a San Pietroburgo nel 2000, l’idea del corridoio ha subito molti alti e bassi. Le dinamiche in rapida evoluzione della regione eurasiatica, la volatilità nello spazio post-sovietico, e anche la crisi in Afghanistan e l’impasse con l’Iran, hanno ridefinito i contorni del progetto. Quindi, nonostante un lasso di dodici preziosi anni, il progetto sembra ancora in potenza.

Il corridoio di trasporto Nord-Sud
Il corridoio di trasporto Nord-Sud è un termine usato per descrivere le rotte via nave, ferrovia, strada per il traffico di merci dall’Asia del Sud all’Europa attraverso l’Asia centrale, il Caucaso e la Russia. Il percorso riguarda principalmente la movimentazione delle merci via nave, dall’India all’Iran. Dall’Iran, il trasporto merci avviene via nave attraverso il Mar Caspio, o via camion o treno nella Russia meridionale. Da lì, le merci vengono trasportate su gomma o su rotaia, lungo il fiume Volga, da Mosca al Nord Europa. Nel 2001, Russia, Iran e India hanno firmato un accordo per sviluppare ulteriormente il percorso.
Ma sembra che l’India abbia fatto un passo importante nel disporre la riunione dei paesi tra cui Iran, Russia e paesi dell’Asia centrale, così come la Bulgaria, nel gennaio di quest’anno, per sostenere l’idea di questo progetto e la sua attuazione. Attualmente il progetto comprende paesi come Azerbaijan, Armenia, Kazhakstan, Kirghizistan, Tagikistan, Turchia, Ucraina, Bielorussia e Oman, oltre ai paesi sopra menzionati. L’attivo dinamismo dell’India nel vedere l’attuazione di questo progetto, può essere accostato alla sua crescente influenza nella politica internazionale, e alla sua crescente buona disposizione verso la Russia. Uno dei principali partner in questo progetto, l’Iran, è stato coinvolto nelle tensioni politiche con Israele e gli Stati Uniti, ma ciò non sembra scoraggiare l’India e i partner interessati, fra cui la Russia e l’Asia centrale, nel portare avanti il progetto.
L’attivo interesse dell’India nel portare avanti il progetto trae origine da considerazioni diverse. Le merci indiane verso la Russia e l’Asia centrale devono viaggiare attraverso il percorso tortuoso del Canale di Suez. Come un articolo del quotidiano Times of India del 13 marzo 2012 dettaglia: “Il progetto prevede una rete multimodale di trasporto che collega i porti sulla costa occidentale dell’India a Bandar Abbas in Iran, poi via terra fino al porto sul Mar Caspio di Bandar Anzali; quindi attraverso Rasht e Astara sul confine con l’Azerbaigian al Kazakistan, e poi verso la Russia, e attraverso il Mediterraneo, per raggiungere i porti ucraini di Odessa e Kiev, e poi quindi verso Russia e Asia Centrale. “Questo percorso non è completo in quanto richiede una tratta ferroviaria di circa 200km dall’Iran al Mar Caspio. Questa rete può essere ulteriormente ampliata verso l’Europa e il Sud-Est Asiatico. La nuova rotta ridurrà i costi di trasporto e i tempi di viaggio in misura significativa. Mentre il percorso del Canale di Suez dura circa 45-60 giorni, il percorso attraverso l’Iran richiederà circa 25-30 giorni. La buona equazione India-Russia-Iran probabilmente contribuirà a realizzare questo progetto nel tempo previsto.
Un’altra ragione per cui l’India è interessata a perseguire questa strada iraniana, è la rivalità dell’India con il Pakistan e le turbolenze in Afghanistan. Perciò, l’India è cauta nell’esplorare le opzioni del percorso Iran-Pakistan-India. Come suggeriscono dei rapporti, l’India è anche interessata a sviluppare i progetti in Iran, poiché in questo modo è possibile bypassare le sanzioni contro l’Iran, investendo nei progetti in Iran, invece di pagarne l’importazione di petrolio.
Le implicazioni più grandi del corridoio Nord-Sud è che vi sono anche altri rami, quali il percorso che collega il Turkmenistan e l’Azerbaigian o la strada che collega l’Afghanistan e l’Uzbekistan, ed entrambe possono essere collegate a questo corridoio, e ciò avrà un significato assai più ampio per la regione. Esso contribuirà ad aprire i vasti mercati di India, Russia e Asia Centrale, e in altre parti dell’Asia e dell’Europa. In questo contesto, l’idea dell’Unione Eurasiatica assume un significato notevole. L’Unione doganale già esistente tra  Russia, Ucraina e Bielorussia può essere ulteriormente ampliata e collegata ad altri paesi dell’Eurasia, al fine di creare una maggiore entità economica che potrà utilizzare vantaggiosamente il corridoio di trasporto.
Vladimir Putin, prima delle elezioni presidenziali di questo mese, ha già rivelato la sua visione dell’Unione Eurasiatica, che nel suo ombrello probabilmente abbraccerà i paesi dello spazio post-sovietico, nel quadro di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa. La regione ricca di energia dalla vasta geografia e con ampie risorse energetiche, inoltre giocherà probabilmente un ruolo cruciale nel nascente nuovo grande gioco nello spazio eurasiatico post-sovietico. Dimenticate le implicazioni politiche, la dimensione economica di questo progetto sarà sufficiente ad alterare i contorni della politica internazionale esistente, indicando lo spostamento e la proliferazione della base del potere globale.
Oltre all’idea dell’Unione Eurasiatica, un’altra dimensione fondamentale nel contesto della connettività nello spazio eurasiatico è l’avanzata della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Molti dei paesi coinvolti in questo progetto sono associati alla SCO, sia come membri che come osservatori. La Cina ha già esteso la sua influenza alle regioni dell’Asia Centrale. Mentre la Russia è già una potenza regionale da tenere in considerazione, l’ingresso importante dell’India probabilmente allaccerà i tre paesi: India, Russia e Cina – nel rafforzare ulteriormente gli scambi reciproci e le relazioni commerciali, con grandi conseguenze per la regione. La mutua collaborazione tra questi tre paesi allargherà ulteriormente il discorso sul multilateralismo, con il rafforzamento delle strutture Russia-India-Cina (RIC) e Brasile-Russia-India-Cina-Sud Africa (BRICS).
I leader dell’Asia centrale sono assai ansiosi di vedere la rete stradale aprirsi. Il presidente uzbeko Islam Karimov, durante la sua visita a New Delhi lo scorso anno, e il presidente kazako Nursultan Nazarabayev, durante la sua visita in India, hanno sottolineato la crescente cooperazione tra i paesi della regione. Il Kazakistan ha già invitato l’India a esplorare il suo blocco petrolifero Satpaev. La costruzione del corridoio Nord-Sud certamente favorirà una simile prospettiva. Non solo, può portare i paesi della regione in un quadro reciprocamente vantaggioso, senza alcun lascito della passata rivalità.  Nell’ordine mondiale in evoluzione, i mantra del successo nella cooperazione bilaterale o multilaterale daranno una migliore connettività e miglioreranno il traffico e il commercio. L’apertura del corridoio nord-sud certamente favorirà questa prospettiva, e porterà le potenze della regione, in particolare India e Russia, su una piattaforma di crescente amicizia e cooperazione.

Il Dr Debidatta Aurobinda Mahapatra fa parte della facoltà di ricerca presso il Centre for Central Eurasian Studies, Università di Mumbai, India.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un’iniziativa dei BRICS sulla Siria

Melkulangara Bhadrakumar Strategic Culture Foundation 06.03.2012

Recenti notizie suggeriscono la possibilità intrigante che il ‘non-allineamento’ acquisti probabilmente ancora una volta la valenza del principio centrale della politica estera indiana. Il cerchio si chiude, dopo quasi 6 o 7 anni, quando l’ex segretaria di Stato degli Stati Uniti, Condoleeza Rice, aveva esortato i leader indiani a eliminare dal loro modo di pensare le ultime tracce della dottrina del ‘non-allineamento’, associata al mondo di Jawaharlal Nehru e Indira Gandhi. Voleva che invece gli indiani si fidassero della determinazione degli Stati Uniti nel rendere il loro paese un vero giocatore globale.
Così, nel periodo che seguì, Chanakya (del III° secolo a.C.) cui si attribuisce la paternità dell’antico trattato di politica indiana chiamato Arthasatra, fu tirato fuori dallo scaffale per sostituire Nehru e Indira Gandhi, quale nuova moda a New Delhi. Il ‘Machiavelli Hindu’, che era stato dimenticato da un paio di millenni, quale passato arcaico dalla scarsa rilevanza per il mondo moderno, fornì l”alibi della civiltà’ alla dirigenza indiana, affinché avviasse il cambiamento paradigmatico nella sua politica estera – sotto il travestimento degli ‘interessi nazionali’ – in sintonia con la sua ‘situazione unipolare’ nell’era post-Guerra Fredda.
Ma poi, i guai fecero seguito. Per lo stupore dell’equipaggio indiano, da quando la loro nave aveva cambiato rotta, la crisi finanziaria mondiale era scoppiata e il motore della nave statunitense aveva cominciato a perdere colpi. Gli indiani, che erano soliti navigare su navi in uno stato di gran lunga assai pessima,  continuavano a chiedersi cosa fosse tutto questo polverone sulla nave malfunzionante statunitense, ma nell’evento la ragione ha iniziato a prevalere.
Basti dire che ripararsi dietro un informe guazzabuglio di ‘interessi nazionali’ non è più sostenibile, e una riscoperta post-moderna del ‘non-allineamento’ adattabile all’era digitale, si è resa necessaria – ‘Non Allineamento 2.0′.
Ma l’India è davvero pronta al ‘non-allineamento’? Il cuore della questione è che il ‘non-allineamento’ non è solo una dottrina, ma anche uno stato d’animo. E’ questa qualità affascinante della mente – essere creativa e innovativa pur essendo riflessiva – che la differenzia dalle ‘neutralità’ o passività mondane. La dirigenza indiana ha lo stato d’animo per essere creativa?
Dopo quasi un decennio di armonizzazione delle politiche indiane con le politiche e le strategie globali statunitensi, la capacità di ripensare è diminuita a New Delhi. Una sorta di riflesso pavloviano ha preso il sopravvento. In secondo luogo, una speranza rosicchiata indugia nella mente indiana, secondo cui forse la nave statunitense potrebbe rientrare in porto per qualche piccola riparazione per poi riprendere il suo viaggio globale. (Washington, naturalmente, farà tutto il possibile per rafforzare questa ingenua speranza.)
Terzo e più importante, New Delhi si scopre sgomenta davanti alle trasformazioni del campo dei ‘non allineati’, mentre cerca di accordarsi con la superpotenza degli Stati Uniti. Stranamente, la Cina è entrata nella tenda che Nehru aveva eretto a comunità globale e l’India ha bisogno di essere un nuovo giocatore e di dover sempre più dimostrare le sue qualità di leadership.
Neanche la Cina scherza. Ha una diplomazia internazionale scaltra e possiede il genio nativo di pensare attraverso le situazioni di lungo termine, e attua politiche e strategie rivettate sui principi apparentemente basati sui valori, che le consentono di navigare in maniera ottimale, verso i suoi specifici e dichiarati interessi nazionali.
La crisi in Siria dimostra che Russia e Cina stanno creativamente adattando i principi del ‘non-allineamento’ all’ordine mondiale prevalente. Questo ha portato i due paesi a essere più vicini di quanto lo siano stati in qualsiasi altro momento della storia moderna. Condividono una comune avversione verso la ‘mentalità da blocco’ dell’era da guerra fredda. Nessuno dei due impone agli altri come dovrebbero gestire la propria vita nazionale.
Condividono l’orrore all’uso della forza per risolvere le differenze. Entrambi aderiscono fermamente al diritto internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite – e anzi al primato della stessa ONU – come principio guida nelle relazioni internazionali tra Stati grandi e piccoli.
Né la Cina né la Russia cercano un sistema di alleanze per promuovere i propri interessi nazionali. E neanche lontanamente contemplano un confronto con l’alleanza trans-atlantica militare dell’era della Guerra Fredda guidata dagli USA, alleanza che ancora esiste nel sistema internazionale.
La Siria, quindi, diventa un banco di prova avvincente in cui l’Occidente e i suoi tirapiedi si ritrovano snocciolata contro la dottrina del ‘non-allineamento’, per la prima volta nell’ambito del post-guerra fredda. Ciò che succede in Siria determinerà il destino e il carattere del nuovo ordine mondiale multipolare, per i prossimi decenni. La questione fondamentale è se la riforma e la democratizzazione di una società siano possibili attraverso il dialogo e la discussione.
I paesi ‘non allineati’ hanno un ruolo importante da svolgere, per rendere possibile una transizione pacifica in Siria. Se l’India si unisce a Russia e Cina nello sforzo per cercare la pace e la riconciliazione, le prospettive di successo miglioreranno notevolmente. Altre voci influenti della comunità mondiale – la ‘maggioranza silenziosa’ – si sentono anch’esse incoraggiate ad esprimere la loro profonda inquietudine su quanto sta accadendo in Siria, subito dopo la sanguinosa guerra dell’Occidente in Libia.
La situazione siriana ha tutti i pre-requisiti della mediazione da parte di una entità di paesi non allineati imparziali e ben intenzionati, in modo che la guerra civile, l’orrendo spargimento di sangue e l’anarchia che affronta, possano ancora essere evitati. Russia e Cina stanno già svolgendo un ruolo, anche se l’Occidente e il campo arabo “pro-occidentale” (mascherato da Lega Araba) vanificano costantemente i loro sforzi. Questo è il motivo per cui l’India, unendo le forze con la Russia e la Cina in questo momento, potrebbe fare la differenza decisiva.
Le credenziali di questi tre paesi nel svolgere tale ruolo sono migliori di quanto si possa immaginare. A dire il vero, sono tutti e tre soggetti interessati in una regione del Medio Oriente stabile e sicura. Godono di rapporti cordiali con tutti i paesi della regione, che potrebbero essere attualmente in disaccordo tra essi (aggravato dagli estranei) su una questione o un’altra – siano l’Arabia Saudita e il Qatar o la Siria, l’Iraq e il Libano. Le loro intenzioni verso i popoli arabi non sono mai stati egemoniche, storicamente parlando. In sintesi, godono delle credenziali perfette per aiutare la regione a sfruttare gli impulsi della primavera araba e a trasformarli in modo creativo in un percorso autenticamente arabo.
Ciò di cui la Siria ha bisogno acutamente è un percorso arabo – non una tabella di marcia stabilita da Nicolas Sarkozy o David Cameron. E, al contrario, ciò che sta accadendo è che, in assenza di un percorso autenticamente arabo, sono apparsi degli impostori esterni al mondo arabo, con le loro formule redatte essenzialmente dal punto di vista dei loro interessi. Considerando che il genio nativo della nazione araba è perfettamente in grado di trovare un percorso di rigenerazione delle sue società, permettendo che un clima internazionale sia  creato affinché ciò accada. Oggi, non c’è una voce unitaria che cerca di definire uno spazio per la nazione araba. Petrolio e geopolitica sono saliti alla ribalta come i percorsi principali. Perfino l”islamismo’ viene attentamente temperato per soddisfare le esigenze della geopolitica!
Questo è un momento maturo per avviare l’iniziativa dei ‘non allineati’ sulla Siria. Purtroppo, non c’è stata finora alcuna iniziativa da Mosca, Pechino o New Delhi per esplorare le possibilità di una tale iniziativa. Mentre Mosca e Pechino coordinano sempre più la loro posizione sulla Siria, di fatto lo sono prevalentemente per conto proprio, sul piano diplomatico. Il prossimo vertice dei BRICS del 28-29 marzo, presso la capitale indiana, offre l’occasione per proporre un’agenda dei ‘non allineati’ per la risoluzione della crisi siriana.  Forse, i BRICS potrebbero costituire un gruppo di lavoro. L’India, come presidente del raggruppamento dei BRICS per il prossimo anno, dovrebbe prendere l’iniziativa.
Per quanto riguarda l’India, ha preso una decisione incomprensibile nell’identificarsi con il raggruppamento degli ‘Amici della Siria’ [FOS], frequentando il suo vertice a Tunisi, di una settimana prima. Speriamo che il vertice di Tunisi si sia dimostrato un campanello d’allarme per la dirigenza della politica estera indiana. Il modo in cui il ministro degli esteri saudita Saud bin Faisal ha organizzato la brusca “uscita” dall’incontro di Tunisi – e le questioni su guerra e pace, su cui non differiva granché dalla sua omologa statunitense Hillary Clinton – sarebbero stati un caso di studio sulla complessità della situazione attuale in Medio Oriente, per i rappresentanti del governo indiano presenti nella sede del FOS. In poche parole, l’India non doveva esserci.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Vladimir Putin spiega la sua politica estera

La Russia e il mondo che cambia – prima parte
Vladimir Putin Réseau Voltaire Mosca (Russia) 3 marzo 2012

Réseau Voltaire riproduce l’articolo che il candidato Putin ha dedicato alla sua futura politica estera, sul quotidiano Moskovskie Novosti. In questa prima parte, ha osservato l’erosione del diritto internazionale derivante dall’ingerenza politica dell’Occidente, e consegna l’interpretazione russa della “primavera araba” come una rivoluzione colorata. Torna sulla catastrofe morale e umanitario risultante dalla attacco alla Libia ed esamina le origini della bellicosità occidentale in Siria. Infine parla delle sfide per la Russia in Afghanistan e Corea del Nord. Cinque anni dopo il suo discorso alla conferenza di Monaco, rimane fedele agli stessi principi. La Federazione Russa si pone come garante della stabilità globale e del dialogo tra le civiltà, basandosi sul rispetto del diritto internazionale.

Nei miei articoli [1], ho già discusso le principali sfide esterne che la Russia si trova ad affrontare oggi. Tuttavia, vale la pena di discutere questo argomento in modo più dettagliato, e non solo perché la politica estera è una parte integrante di una qualsiasi strategia nazionale. Le sfide esterne e il mondo che cambia intorno a noi ci incoraggiano a prendere decisioni di carattere economico, culturale, fiscale e negli investimenti.
La Russia fa parte di un mondo più vasto, sia in termini di diffusione dell’economia che della cultura. Non possiamo e non vogliamo isolarci. Speriamo che la nostra apertura migliorarà il benessere e la cultura dei cittadini russi e rafforzi la fiducia, che diventa una risorsa scarsa.
Ma sosterremo sempre i nostri interessi e obiettivi, e non prenderemo mai decisioni dettate da qualcun altro. La Russia è rispettata e presa sul serio quando è forte e resta ferma sulle sue posizioni. La Russia ha quasi sempre avuto il privilegio di condurre una politica estera indipendente. E questo accadrà anche in futuro. Inoltre, sono convinto che sia possibile garantire la sicurezza nel mondo con la Russia, e non cercando di scacciarla, indebolendone la posizione geopolitica e le capacità di difesa.
Gli obiettivi della nostra politica estera sono strategici, non congiunturali, e riflettono il posto unico della Russia sulla mappa del mondo politico, il suo ruolo nella storia e nell’evoluzione della civiltà.
Continueremo, ovviamente, una politica proattiva e costruttiva, volta a rafforzare la sicurezza globale, a rinunciare al confronto, per rispondere efficacemente alle sfide quali la proliferazione nucleare, i conflitti e le crisi regionali, il terrorismo e il traffico di droga. Faremo in modo che la Russia disponga delle più recenti conquiste del progresso scientifico e tecnologico, e di garantire alle nostre società un posto importante nel mercato globale.
Faremo in modo che l’attuazione del nuovo ordine mondiale, basato sulla realtà geopolitiche contemporanee, avvenga gradualmente, senza inutili turbative.

La fiducia erosa
Come prima, penso che i principi fondamentali comprendano il diritto fondamentale alla sicurezza per tutti gli Stati, l’irricevibilità del ricorso eccessivo alla forza e la stretta aderenza ai principi fondamentali del diritto internazionale. Il disprezzo di queste regole fa sì che si susciti la destabilizzazione delle relazioni internazionali.
Ed è proprio attraverso questo prisma che noi percepiamo alcuni aspetti del comportamento degli Stati Uniti e della NATO, che non rientra nella logica dello sviluppo contemporaneo, e sono basate su stereotipi della politica dei blocchi. Tutti capiscono cosa voglio dire. Si tratta dell’espansione della NATO, che si riflette in particolare nello schieramento di nuove infrastrutture militari e di progetti dell’Alleanza (su iniziativa degli statunitensi) per l’attuazione in Europa dello scudo antimissile (ABM). Non avrei affrontato il problema se queste azioni non fossero state effettuate in prossimità dei confini russi, se non indebolissero la nostra sicurezza e non contribuissero all’instabilità del mondo.
La nostra tesi è ben nota, non vale la pena tornarvi, ma purtroppo non è considerata dai nostri partner occidentali, che si rifiutano di ascoltarla.
E’ preoccupante vedere che benché le nostre “nuove” relazioni con la NATO non hanno ancora preso una forma definita, l’Alleanza si impegna già ain tti che non contribuiscono in alcun modo a stabilire un clima di fiducia. In sé, questa pratica influisce sul calendario internazionale, preclude la definizione di un’agenda positiva nelle relazioni internazionali e rallenta il cambiamento strutturale.
Una serie di conflitti armati, condotta sotto il pretesto di obiettivi umanitari, mina il principio secolare della sovranità nazionale. Un altro vuoto, morale e legale, viene creato nelle relazioni internazionali.
Si dice spesso che i diritti umani hanno la precedenza sulla sovranità nazionale. E’ innegabile, nello stesso modo in cui i crimini contro l’umanità devono essere sanzionati dalla Corte penale internazionale. Ma quando si applica tale disposizione, la sovranità nazionale viene facilmente violata, quando i diritti umani sono difesi dall’esterno in modo selettivo, e quegli stessi diritti sono violati durante il processo della “difesa”, compreso il diritto sacro alla vita, non si ha a che fare con una causa nobile, ma con una vera e propria demagogia.
E’ importante che l’ONU e il Consiglio di Sicurezza possano efficacemente opporsi ai dettami di alcuni paesi e all’arbitrarietà sulla scena internazionale. Nessuno ha il diritto di concedere privilegi e poteri delle Nazioni Unite, soprattutto per quanto riguarda l’uso della forza contro degli stati sovrani. È soprattutto una questione della NATO, che cerca di arrogarsi poteri che non sono quelli di una “alleanza difensiva”. Tutto questo è più che grave. Ricordiamoci le inutili esortazioni a rispettare le norme giuridiche e della decenza umana da parte di Stati che sono stati vittime di operazioni “umanitarie” e di bombardamento  operate in nome della “democrazia”. Non sono state ascoltate, e non si volevano sentire.
A quanto pare, la NATO, e soprattutto gli Stati Uniti, hanno la loro percezione della sicurezza, che è fondamentalmente diversa dalla nostra. Gli statunitensi sono ossessionati dall’idea di avere l’invulnerabilità assoluta, cosa irrealistica e impraticabile, sia tecnicamente che geopoliticamente. Questo è esattamente l’essenza del problema.
L’invulnerabilità assoluta di uno, implica la vulnerabilità assoluta di tutti gli altri. E’ impossibile accettare una simile prospettiva. Tuttavia, per ragioni ben note, molti paesi preferiscono non parlarne apertamente. Ma la Russia chiamerà sempre le cose con il loro nome, e lo farà apertamente. Vorrei sottolineare ancora una volta che la violazione dei principi di unità e del carattere inalienabile della sicurezza, e questo nonostante i numerosi impegni in tal senso, rischia di creare minacce molto gravi. In definitiva, questo concerne anche gli Stati che, per vari motivi, sono responsabili di tali violazioni.

La primavera araba: lezioni e conclusioni
Un anno fa, il mondo aveva di fronte ad un nuovo fenomeno – dimostrazioni quasi contemporanee in molti paesi arabi contro i regimi autoritari. Inizialmente, la primavera araba è stata interpretata come la speranza per un cambiamento positivo. I russi erano dalla parte di coloro che aspiravano alle riforme democratiche.
Tuttavia, ben presto divenne evidente che in molti paesi, la situazione non evolveva verso uno scenario civile. Invece di affermare la democrazia e difendere i diritti delle minoranze, c’è stata l’espulsione dell’avversario, il suo rovesciamento, una forza dominante veniva sostituita da un’altra forza più aggressiva.
L’ingerenza esterna, che si è schierata con una parte del conflitto, così come la natura militare di questa ingerenza, ha contribuito ad una evoluzione negativa della situazione. Tanto che alcuni paesi hanno eliminato il regime libico attraverso l’aviazione, riparandosi dietro slogan umanitari. E il culmine è stato raggiunto dallo spettacolo ripugnante del barbaro linciaggio di Muammar Gheddafi.
Bisogna impedire che si ripeta lo scenario libico in Siria. Gli sforzi della comunità internazionale dovrebbero essere principalmente incentrati sulla riconciliazione in Siria. E’ importante riuscire a fermare la violenza più velocemente, qualunque sia la sua origine, per aprire finalmente un dialogo nazionale, senza precondizioni, senza interferenze straniere e rispettando la sovranità del paese. Questo creerebbe le premesse per l’effettiva attuazione delle misure di democratizzazione annunciate dal governo siriano. La cosa più importante è impedire una guerra civile totale. La diplomazia russa ha lavorato e lavorerà in questa direzione.
Dopo una amara esperienza, siamo contrari all’adozione di tali risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che potrebbero essere interpretate come un via libero alle ingerenze militari nel processo interno della Siria. Ed è seguendo questo approccio di base che la Russia e la Cina hanno bloccato, all’inizio di febbraio, una risoluzione che in pratica, per la sua ambiguità, incoraggiava la violenza esercitata da una delle parti in conflitto.
A questo proposito, data la reazione molto violenta e quasi isterica ai veti russo-cinese, vorrei mettere in guardia i nostri colleghi in Occidente, contro la tentazione di ricorrere allo schema semplicistico usato prima: in assenza dell’avvallo del Consiglio di Sicurezza Nazioni Unite, formare una coalizione di Stati interessati. E attaccare.
La logica di tale comportamento è perniciosa. Essa non conduce a nulla di buono. Comunque, non contribuisce a risolvere la situazione in un paese colpito dal conflitto. Peggio ancora, destabilizza ancora più l’intero sistema di sicurezza internazionale e mina l’autorità e il ruolo centrale delle Nazioni Unite. Ricordiamo che il veto non è un capriccio, ma una parte integrante del nuovo ordine mondiale stabilito dalla Carta delle Nazioni Unite – su insistenza degli Stati Uniti, d’altronde. Tale diritto include il fatto che le decisioni a cui si oppone almeno un membro permanente del Consiglio di Sicurezza, non possono essere coerenti ed efficaci.
Mi auguro che gli Stati Uniti e altri paesi riflettano su questa amara esperienza e non cerchino di lanciare un’operazione militare in Siria, senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Inoltre, non riesco a capire da dove provengano questi “pruriti bellicosi”. Perché manca la pazienza di sviluppare un approccio collettivo adeguato ed equilibrato, soprattutto ora che cominciava a prendere forma nel progetto di risoluzione siriano, citato in precedenza. Non restava che chiedere la stessa cosa all’opposizione armata e al governo, in particolare, ritirare le unità armate dalle città. Rifiutare di fare questo è cinico. Se vogliamo garantire la sicurezza dei civili, la priorità della Russia, è necessario ragionare con tutte le parti coinvolte nel conflitto armato.
E c’è anche un altro aspetto. Si scopre che nei paesi colpiti dalla primavera araba, proprio come in Iraq, al momento, le aziende russe cedono le loro posizioni acquisite nel corso di decenni nei mercati locali, e perdono contratti commerciali importanti. E i vuoti vengono colmati dagli attori economici dei paesi che hanno contribuito al rovesciamento dei regimi.
Si potrebbe pensare che in una certa misura, questi tragici eventi non sono motivati dalla preoccupazione per il rispetto dei diritti umani, ma dal desiderio di ridistribuire i mercati. In ogni caso, non possiamo certo stare a guardare. E abbiamo intenzione di lavorare attivamente con i nuovi governi dei paesi arabi, per ripristinare velocemente la nostra posizione economica.
Nel complesso, gli eventi nel mondo arabo sono molto istruttivi. Mostrano che il desiderio di portare la democrazia con la forza spesso può far sì che il risultato sia l’opposto. Stiamo assistendo all’emergere di forze, compresi gli estremisti religiosi, che cercano di cambiare la direzione dello sviluppo dei paesi e la natura secolare della loro gestione.
La Russia ha sempre avuto buoni rapporti con i rappresentanti moderati dell’Islam, la cui ideologia è vicina alle tradizioni dei musulmani russi. E noi siamo pronti a sviluppare questi rapporti nelle condizioni attuali. Siamo interessati a rafforzare i legami politici, e le relazioni economiche ed commerciali con tutti i paesi arabi, tra cui, ripeto, coloro che hanno attraversato un periodo di disordini. Inoltre, credo che ci siano le condizioni reali per la Russia per mantenere a pieno titolo le sue posizioni di leadership sulla scena mediorientale, dove abbiamo sempre avuto molti amici.
Per quanto riguarda il conflitto arabo-israeliano, la “ricetta magica” che avrebbe risolto la situazione non è ancora stata trovata. Non bisogna in nessun caso rinunciare. Data la vicinanza delle nostre relazioni con il governo israeliano e i leader palestinesi, la diplomazia russa continuerà a contribuire attivamente al restauro del processo di pace bilaterale e nell’ambito del Quartetto per il Medio Oriente, coordinando le sue azioni con la Lega Araba.
La primavera araba ha anche evidenziato l’uso particolarmente attivo delle tecnologie avanzate di informazione e comunicazione, nella formazione dell’opinione pubblica. Si può dire che Internet, social network, telefoni cellulari, ecc. si sono trasformati, con la televisione, in efficaci strumenti sia per la politica nazionale che internazionale. Questo è un fattore nuovo, che richiede un ulteriore esame, soprattutto per continuare a promuovere l’eccezionale libertà di comunicazione sul web, riducendo il rischio del suo uso da parte di terroristi e criminali.
Viene usato sempre più spesso il concetto di “potere morbido” (soft power), un insieme di strumenti e metodi per svolgere compiti di politica estera senza l’utilizzo di armi, attraverso le leve informative e di altro tipo. Purtroppo, questi metodi sono spesso utilizzati per incoraggiare e provocare l’estremismo, il separatismo, il nazionalismo, la manipolazione della coscienza dell’opinione pubblica e alla diretta ingerenza nella politica interna degli Stati sovrani.
Si dovrebbe fare una chiara distinzione tra libertà di espressione e la normale attività politica, da un lato, e l’uso illegittimo di strumenti del soft power dall’altro. Si può solo salutare il lavoro  civile di organizzazioni umanitarie e caritatevoli non governative. Comprese la loro attiva critica delle autorità. Tuttavia, le attività di “pseudo-ONG” ed altre organizzazioni che mirano a destabilizzare, con il sostegno estero, la situazione nei singoli paesi, sono inaccettabili.
Voglio dire, nel caso in cui l’attività di una organizzazione non governativa non è motivata da interessi (e risorse) di locali gruppi sociali, ma è finanziata e mantenuta da forze esterne. Attualmente, nel mondo ci sono molti “agenti di influenza” delle grandi potenze, delle alleanze e delle corporazioni. Quando agiscono apertamente, si tratta semplicemente di una forma di lobbying civile. La Russia dispone anche di tali istituzioni – l’Agenzia federale Rossotrudnichestvo, la fondazione Russkij Mir (Mondo russo), così come le nostre principali università, che ampliano la ricerca all’estero degli studenti talentuosi. Ma la Russia non usa le ONG nazionali in altri paesi e non finanzia le ONG e le organizzazioni politiche estere per promuovere i propri interessi. Neanche Cina, India e Brasile lo fanno. A nostro avviso, l’influenza sulla politica nazionale e l’opinione pubblica di altri paesi, dovrebbe essere esclusivamente aperta. Così, i giocatori potranno agire nel modo più responsabile possibile.

Nuove sfide e minacce
L’Iran è attualmente sotto i riflettori. Ovviamente, la Russia è preoccupata per la crescente minaccia di lanciare un’operazione militare contro quel paese. Se ciò accadesse, le conseguenze sarebbero veramente disastrose. E’ impossibile immaginare la loro reale portata.
Sono convinto che questo problema dovrebbe essere risolto solo con mezzi pacifici. Proponiamo di riconoscere il diritto dell’Iran a sviluppare il suo programma nucleare civile, compreso il diritto di produrre uranio arricchito. Ma deve essere fatto attraverso l’inserimento di tutta l’attività nucleare iraniana sotto il controllo attento e affidabile dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Se funziona, possiamo abolire tutte le sanzioni contro l’Iran, anche quelle unilaterali. L’Occidente è trascinato dalla sua tendenza a voler punire alcuni paesi. Alla minima provocazione, ingaggia delle sanzioni o addirittura lanciare un’operazione militare. Ricorderei che non siamo più nel XIX° e XX° secolo.
La situazione intorno al problema nucleare nordcoreano è ugualmente grave. Piegando il regime di non proliferazione, Pyongyang chiede apertamente il diritto di avere armi nucleari e ha già condotto due test nucleari. Lo status nucleare della Corea del Nord è inaccettabile per noi. Siamo sempre a favore della denuclearizzazione della penisola coreana, con i soli mezzi politici e diplomatici, e chiediamo la ripresa dei colloqui a sei.
Tuttavia, ovviamente, tutti i nostri partner non condividono questo approccio. Sono convinto che dobbiamo essere particolarmente attenti ora. I tentativi di testare la resistenza del nuovo leader nord-coreano, provocando delle contromisure avventate, sono inaccettabili.
Ricordiamo che la Russia e la Corea del Nord condividono un confine, e, come sappiamo, non si possono scegliere i vicini. Continueremo un dialogo attivo con il governo di questo paese e lo sviluppo di relazioni amichevoli, esortando Pyongyang a risolvere il problema nucleare. Sarebbe ovviamente più semplice se il clima di fiducia reciproca sulla penisola s’intensificasse e se il dialogo intercoreano fosse ripreso.
Nel contesto delle passioni scatenate dai programmi nucleari di Iran e Corea del Nord, inevitabilmente si inizia a pensare a come i rischi della proliferazione delle armi nucleari appaiano, e ciò che li rafforza. Si ha l’impressione che i casi d’ingerenza straniera, brutali e anche armati, diventati più frequenti negli affari nazionali di un paese, possono indurre un particolare regime autoritario (e non solo) ad acquisire armi nucleari. Pensando che il possesso di questa arma li proteggerebbe. E quelli che non l’hanno, possono solo aspettarsi un “intervento umanitario”.
Che ci piaccia o no, l’ingerenza straniera in realtà spinge verso questo tipo di pensiero. Ed è per questo che il numero dei paesi con la tecnologia militare nucleare “a portata di mano” non diminuisce, ma aumenta. In queste condizioni, l’importanza delle aree liberate delle armi di distruzione di massa e create in diverse parti del pianeta, aumenta. Su iniziativa della Russia, una discussione sui parametri di tale zona in Medio Oriente ha avuto inizio.
Dobbiamo fare tutto in modo che nessuno sia tentato dall’ottenere un’arma nucleare. A tal fine, i combattenti della non proliferazione devono cambiare se stessi, specialmente quelli che sono abituati a punire le altre nazioni con la forza militare, a dispetto della diplomazia. Come è stato, ad esempio, nel caso dell’Iraq, i cui problemi sono solo peggiorato dopo un’occupazione di quasi dieci anni.
Se riuscissimo a eradicare definitivamente le motivazioni per cui gli Stati debbano possedere armi nucleari, si potrebbe quindi rendere il regime di non proliferazione nucleare internazionale, veramente universale e solido, grazie ai trattati in vigore. Un tale sistema permetterebbe a tutti i paesi interessati di trarre pieno vantaggio del nucleare civile sotto il controllo dell’AIEA.
Sarebbe molto utile per la Russia, poiché stiamo lavorando attivamente sui mercati internazionali, costruire nuove centrali nucleari con la tecnologia moderna e sicura, e partecipare alla realizzazione dell’arricchimento dell’uranio e alle banche internazionali del combustibile nucleare.
Il futuro dell’Afghanistan è anch’esso motivo di preoccupazione. Abbiamo sostenuto l’operazione militare volto a fornire assistenza internazionale in quel paese. Ma il contingente militare internazionale sotto l’egida della NATO, non ha adempiuto al compito assegnatogli. Il pericolo del terrorismo e della narcominaccia provenienti dall’Afghanistan, rimangono. Annunciando il ritiro delle loro truppe da quel paese nel 2014, gli Stati Uniti hanno creato in questo paese e in quelli vicini, delle basi militari senza un mandato, senza uno scopo chiaro o una dichiarata durata delle attività. Naturalmente, questo non fa per noi.
La Russia ha evidenti interessi in Afghanistan. E questi interessi sono legittimi. L’Afghanistan è il nostro vicino prossimo, ed è nel nostro interesse che questo paese si  sviluppi stabilmente e pacificamente. E sopratutto che  cessi di essere la principale fonte della narcominaccia. Il traffico di droga è diventata una grave minaccia, mina il fondo genetico di intere nazioni, creando un ambiente prospero per la corruzione e la criminalità e portando alla destabilizzazione della stessa situazione in Afghanistan. Va notato che non solo la produzione di stupefacenti in Afghanistan non si riduce, ma l’anno scorso è aumentata di quasi il 40%. La Russia è il bersaglio di una vera aggressione dell’eroina, infliggendo un danno immenso alla salute dei nostri cittadini.
Data l’entità della minaccia della droga afgana, è possibile lottare contro di essa solo unendosi, e basandosi sull’ONU e le organizzazioni regionali – (CSTO, l’Organizzazione del trattato la sicurezza collettiva), SCO (Organizzazione della Cooperazione di Shanghai) e CIS (Comunità degli Stati Indipendenti). Siamo pronti a prendere in considerazione un aumento significativo della partecipazione della Russia nelle operazioni di aiuto alla popolazione afghana. Ma a condizione che il contingente internazionale in Afghanistan agisca con più energia, anche nel nostro interesse, dedicandosi alla distruzione fisica delle piantagioni di droga e dei laboratori clandestini.
Le intense operazioni antidroga in Afghanistan devono essere accompagnata dallo smantellamento del trasporto degli oppiacei sui mercati esteri, dalla rimozione dei flussi finanziari che sponsorizzano il traffico di droga, e dal blocco delle forniture di sostanze chimiche utilizzate per la fabbricazione dell’eroina. L’obiettivo è stabilire nella regione un complesso sistema di sicurezza antidroga. La Russia contribuirà in maniera efficace all’unificazione effettiva degli sforzi della comunità internazionale, per avere un cambiamento radicale nella lotta contro la narcominaccia globale.
E’ difficile fare previsioni circa l’evoluzione della situazione in Afghanistan. La storia ci insegna che la presenza militare straniera non ha portato la pace. Solo gli afghani sono in grado di risolvere i propri problemi. Penso che il ruolo della Russia sia aiutare gli afghani a creare un’economia stabile e a migliorare la capacità delle forze armate nazionali, nella lotta contro la minaccia del terrorismo e del traffico di droga, con la partecipazione attiva dei paesi limitrofi. Noi non siamo contrari a che l’opposizione armata, tra cui i taliban, partecipino al processo di riconciliazione nazionale, a condizione che rinunci alla violenza, riconosca la costituzione del paese e rompa i legami con al-Qaida e lealtre organizzazioni terroristiche. In linea di principio, credo che l’istituzione di uno Stato afghano pacifico, stabile, indipendente e neutrale sia abbastanza fattibile.
L’instabilità perdurante per anni e decenni, è un terreno fertile per il terrorismo internazionale.  Chiunque riconosce che questa è una delle sfide più pericolose per la comunità internazionale. Vorrei sottolineare che le aree di crisi che generano minacce terroristiche in prossimità dei confini russi, molto più che ai nostri partner europei o americani. Le Nazioni Unite hanno adottato una strategia antiterrorismo globale, ma sembra che la lotta contro questo male non sia sempre condotto secondo un piano universale e coerente, ma in risposta alle manifestazioni più acute e barbare del terrorismo, quando la pubblica indignazione provocata da azioni provocatorie dei terroristi raggiunge il suo apogeo. Il mondo civilizzato non dovrebbe aspettare un’altra tragedia simile a quella dell’11 settembre 2001 di New York o della scuola di Beslan per cominciare ad agire collettivamente e in modo determinato.
Tuttavia, sono ben lontano dal negare i risultati nella lotta contro il terrorismo internazionale. Sono  tangibili. Negli ultimi anni, la cooperazione tra servizi di intelligence e forze dell’ordine dei diversi paesi, è notevolmente aumentata. Ma le riserve della cooperazione anti-terrorismo sono evidenti. Che cosa si può dire se finora, una politica dei due pesi e delle due misure rimane, e che a seconda del paese, i terroristi sono percepiti in modo diverso, considerandoli  “cattivi” o “non troppo cattivi.” Alcuni non esitano a utilizzarli nel loro gioco politico, ad esempio per destabilizzare dei regimi considerati indesiderabili.
Vorrei anche dire che tutte le istituzioni della società, dei media, delle organizzazioni religiose, delle organizzazioni non governative, del sistema educativo, scientifico ed economico, devono essere pienamente utilizzate nella prevenzione del terrorismo. Abbiamo bisogno di un dialogo interconfessionale e nel senso più ampio, inter-civile. La Russia è un paese multi-confessionale e non abbiamo mai avuto guerre di religione. Potremmo dare il nostro contributo al dibattito internazionale su questo argomento.

[1] Nelle ultime settimane, Vladimir Putin ha scritto una serie di articoli che descrivono le sue intenzioni politiche sui temi principali della campagna presidenziale.

Fine della prima parte

Traduzione di Alessandro LattanzioSitoAurora

La successiva fase della rinascita della Russia: Ucraina, Bielorussia e Moldova

Stratfor 8 febbraio 2012

Gli stati ex-sovietici dell’Europa orientale Ucraina, Bielorussia e Moldavia sono importanti per la Russia per vari motivi, tra cui l’ubicazione geografica e le relazioni economiche. In genere, tutti questi stati cooperano con Mosca, ma i gradi di cooperazione variano. L’Ucraina comprende la necessità di forti legami con la Russia, ma lavora per giocare tra la Russia e l’Occidente per ottenere il maggior numero possibile di concessioni. La Bielorussia, in gran parte isolata dall’Occidente per motivi politici, dipende molto dalla Russia ed è già membro dell’unione doganale di Mosca con il Kazakhstan, quindi sarà meno resistente alla integrazione nell’Unione eurasiatica. La Moldavia è un paese diviso all’interno, trascinato da una parte verso le potenze occidentali e dall’altra parte verso Mosca, ed è destinato a rimanere politicamente paralizzato per il breve e medio termine.

Ucraina
Diversi fattori rendono l’Ucraina cruciale per la Russia. La sua posizione sulla pianura del Nord Europa e lungo il Mar Nero, ha fatto dell’Ucraina un percorso tradizionale per l’invasione da ovest. L’Ucraina è anche il secondo paese più grande dell’ex Unione Sovietica in termini di popolazione. Inoltre, l’Ucraina è la terza più grande economia dell’Unione Sovietica, e le sue industria, agricoltura ed energia sono integrate con quelle della Russia.

Le Leve della Russia
Politica: il presidente ucraino Viktor Janukovich e il suo Partito delle Regioni godono di una relazione di sostegno con Mosca. La Russia ha anche legami con i leader dell’opposizione ucraina come l’ex primo ministro Julija Timoshenko e il politico di spicco Arsenij Jatsenjuk. Inoltre, gli oligarchi ucraini, come Dmitrij Firtash e Rinat Akhmetov, hanno mantenuto relazioni commerciali con la Russia.
Sociale: i cittadini di origine russa rappresentano il 17 per cento della popolazione ucraina, e il 30 per cento degli ucraini parla russo come lingua madre. Inoltre, gli ucraini provengono dallo stesso gruppo etnico-linguistico slavo orientale dei russi (e dei bielorussi). La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, e oltre il 10 per cento della popolazione ucraina è sotto il patriarcato di Mosca.
Sicurezza: La Russia mantiene una presenza militare in Ucraina, stazionando la sua Flotta del Mar Nero in Crimea. Il servizio di sicurezza federale della Russia e il suo omologo ucraino collaborano nell’intelligence e nell’addestramento. Anche se l’Ucraina non è un membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) guidata dalla Russia, non è neanche un membro della NATO.
Economica: l’Ucraina ottiene più del 60 per cento del suo gas naturale dalla Russia, con cui può manipolare l’infrastruttura delle pipeline ucraina, tagliandone i rifornimenti. La Russia possiede molte risorse nel settore dell’industria metallurgica dell’Ucraina e rifornisce l’energia all’industria (oltre a mantenere rapporti commerciali con gli oligarchi del settore). La Russia fornisce all’Ucraina anche assistenza finanziaria o prestiti tramite la Sberbank e altre istituzioni finanziarie.

Successi, ostacoli e ambizioni della Russia
Tra il 2010 e il 2012, la Russia ha raggiunto molti dei suoi obiettivi in Ucraina. Mosca ha esteso il contratto di affitto di Sebastopoli per la Flotta del Mar Nero fino al 2042. La legislazione ucraina ha reso illegale l’appartenenza alla NATO, limitando i legami di Kiev con il blocco, e la fazione filo-occidentale del governo ucraino, guidata dall’ex presidente Viktor Jushchenko e il suo partito Nostra Ucraina-Autodifesa popolare sono stati emarginati. Una grave minaccia per i piani della Russia, gli accelerati negoziati tra Kiev e l’Unione europea, non sono stati completati nel 2011 come previsto, lasciando Ucraina senza accordi di associazione e di libero scambio con l’Unione e senza prospettive esplicite di adesione all’UE.
Nel 2012, Mosca spera di ottenere un certo grado di controllo sulle pipeline e sul sistema di immagazzinamento energetici dell’Ucraina, mantenendo elevati i prezzi del gas naturale e costringendo l’Ucraina a scambiare risorse energetiche con un gas più economico. La Russia vuole anche impedire che l’Ucraina si avvicini troppo all’Unione europea attraverso la creazione e la manipolazione di sfide interne che non mancheranno di tenere occupato Janukovich, e rendere l’Ucraina meno desiderabile agli europei. Inoltre, Mosca prevede di impedire a specifici stati membri dell’UE, in particolare Svezia e Polonia, e alla loro iniziativa di Partnership orientale, dal concentrarsi sull’Ucraina, mantenendo quei paesi divisi e concentrati su altre questioni.
Tuttavia, questo non significa che Mosca può fare quello che vuole in Ucraina. La più grande sfida alle ambizioni della Russia in Ucraina proviene dal governo ucraino, nonostante gli stretti legami del governo con Mosca. Non è nell’interesse di Janukovich o degli oligarchi che compongono la sua base di potere, cedere il controllo del sistema di transito del gas del Paese alla Russia, che non è solo una risorsa economica di vitale importanza, ma anche un simbolo della sovranità dell’Ucraina. È per questo che l’Ucraina ha continuato ad opporsi a vendere il sistema alla Russia e ad entrare nelle istituzioni guidate dai russi, come l’unione doganale, che minerebbe ulteriormente la sovranità economica di Kiev.
Oltre il 2012, Mosca vuole preparare l’Ucraina a una maggiore integrazione attraverso l’adesione all’Unione Eurasiatica, evolventesi in unione doganale e spazio economico comune.

La posizione e la strategia dell’Ucraina
Poiché storicamente è stata governata da molte potenze estere – Russia, Polonia, Austria-Ungheria e Impero Ottomano, – il territorio che costituisce la moderna Ucraina comprende popoli provenienti da culture diverse e con diverse visioni del mondo. La divisione più ampia in Ucraina è tra l’est, economicamente e culturalmente più integrato con la Russia, e l’ovest, più nazionalista, più vicino all’occidente e più favorevole all’adesione dell’Ucraina alle istituzioni occidentali, come l’Unione Europea. L’imperativo principale per ogni Stato ucraino è evitare che il paese si spacchi ed essere in equilibrio tra le potenze straniere per mantenere la sovranità.
Così, Janukovich, nonostante provenga dall’est dell’Ucraina e sostenga una piattaforma molto più amichevole verso la Russia di quella del suo predecessore, non è stato solo un alleato incondizionato di Mosca, durante la sua presidenza. Anche se ha fatto numerosi gesti favorevoli alla Russia, all’inizio del suo mandato, come passare la normativa giuridica per bloccare l’adesione alla NATO e la firma dell’accordo Gas – Flotta del Mar Nero, Janukovich ha poi cercato di bilanciarli con i negoziati dell’Ucraina con l’Unione europea, per firmare l’accordo di associazione e libero scambio (con cui Kiev spera di includere una disposizione per un’eventuale adesione all’UE).
Tuttavia, il fallimento dei negoziati dell’Ucraina con l’Unione europea, a causa della detenzione della Timoshenko, ha indebolito il contrappeso dell’Ucraina verso la Russia e costretto Kiev a una posizione difficile. L’Ucraina può soltanto cercare di pagare più di 400 dollari ogni mille metri cubi di gas della Russia, per un tempo sufficiente lungo, prima che i prezzi alti creino una crisi finanziaria; così si tratta davvero della questione di quando – e non se – l’Ucraina dovrà dare alla Russia almeno un certo controllo, o l’accesso al suo sistema energetico, in cambio di prezzi più bassi. Questo diminuirà la capacità di Kiev di manovrare ulteriormente nei confronti di Mosca, e farà in modo che, lo voglia o no, l’Ucraina infine debba tenere in conto gli interessi della Russia.

Bielorussia
La geografia gioca un grande ruolo nell’importanza della Bielorussia per la Russia. Il paese è situato sulla pianura nord europea, un percorso tradizionale d’invasione da ovest, e non ci sono barriere geografiche significative agli invasori, a causa del terreno pianeggiante del paese. La Bielorussia funge da tampone per il nucleo territoriale della Russia. La Bielorussia ha anche una delle maggiori economie dell’ex Unione Sovietica, e le sue industrie, energia e sicurezza sono integrate con quelle della Russia.

Le Leve delle Russia
Politica: la Bielorussia e la Russia sono partner nello Stato dell’Unione, e il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko riceve il sostegno di Mosca. La Russia ha legami con i leader della sicurezza bielorussa e l’élite economica della Bielorussia ha rapporti d’affari con la Russia.
Sociale: i cittadini di origine russa rappresentano l’11 per cento della popolazione bielorussa. La maggior parte della popolazione bielorussa parla il russo come lingua madre, e il russo e il bielorusso sono entrambe lingue ufficiali del paese. La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, con circa il 60 per cento della popolazione sotto il patriarcato di Mosca. Bielorussi e russi hanno radici nello stesso gruppo etnico-linguistico slavo orientale e quindi hanno affinità culturali.
Sicurezza: il complesso militare-industriale della Bielorussia è integrato con quella della Russia, e i due paesi hanno un sistema unificato di difesa aerea. La Bielorussia è un membro della CSTO a guida russa e ospita installazioni militari russe, come i sistemi di difesa aerea S-300. Inoltre, gli organismi d’intelligence bielorussi e russi hanno un rapporto di collaborazione, compresa l’addestramento.
Economica: La Russia fornisce il 99 per cento del gas naturale della Bielorussia e la maggior parte del suo petrolio. La Russia possiede anche una quota del 100 per cento di Beltransgaz, dandogli la piena proprietà dei gasdotti del paese. Gli scambi commerciali tra i due Paesi sono importanti per l’economia bielorussa, la metà delle esportazioni bielorusse va in Russia. Inoltre, la Russia fornisce alla Bielorussia assistenza finanziaria, tra cui un prestito di 3 miliardi dollari attraverso la Comunità economica eurasiatica, e 1 miliardo di dollari di prestito dalla Sberbank.

Successi, ostacoli e ambizioni della Russia
L’influenza della Russia in Bielorussia non è stata incontrastata negli ultimi due anni. All’inizio del 2010, Lukashenko s’è scagliato contro Mosca per gli elevati prezzi dell’energia e ha iniziato a prendere in considerazione fornitori alternativi (Venezuela e Azerbaigian, in particolare), come modo per fare pressione sulla Russia ad abbassare i prezzi. Ma la Russia ha mantenuto alti i prezzi e tagliato il gas naturale alla Bielorussia, fino a quando Minsk ha accettato di cedere il controllo completo del proprio sistema di pipeline e di Beltransgaz a Mosca.
La Russia ha seguito diverse strategie per aumentare la sua influenza in Bielorussia. A partire dal 2010, Russia e Bielorussia si sono integrate economicamente e la Bielorussia ha aderito all’unione doganale russa, una entità che è diventata lo Spazio economico comune nel 2012. La Russia è stata in grado di limitare i legami verso occidente della Bielorussia e le aperture, attraverso la Polonia, dell’UE a Minsk, in vista delle elezioni bielorusse. Dopo le elezioni, l’Occidente ha scelto di isolare la Bielorussia, dando alla Russia la possibilità di aumentare il suo sostegno economico e politico a Lukashenko.  Mosca ha anche migliorato la sua integrazione della sicurezza con Minsk, quando la Bielorussia ha aderito alla forza di reazione rapida della CSTO e ospitato lo schieramento di S-300.
Nel 2012, la Russia vuole proseguire i suoi sforzi di integrazione della Bielorussia. Lo spazio economico comune servirà gli interessi economici della Russia, ma Mosca vuole accedere agli asset economici più strategici della Bielorussia, quali le raffinerie e l’azienda dei sali di potassio Belaruskali.  Politicamente, Mosca vuole che Minsk rimanga isolata dall’Unione europea e dall’Occidente. Militarmente, la Russia vuole utilizzare le vendite di armi e la partecipazione alla CSTO per avvicinare la Bielorussia. Dopo il 2012, la Russia vuole una completa integrazione strategica della Bielorussia, attraverso l’Unione Eurasiatica.

Posizione e strategia della Bielorussia
A differenza della Russia o dell’Ucraina, la Bielorussia è una società relativamente omogenea, sia culturalmente che politicamente. Questo ha facilitato la centralizzazione del potere di Lukashenko, che domina politicamente la Bielorussia dal 1994. Inoltre, a differenza della Russia o dell’Ucraina, la Bielorussia non ha sviluppato una potente classe di oligarchi; piuttosto, Lukashenko ha mantenuto un modello sociale ed economico molto simile al vecchio sistema sovietico, sin dai primi anni dell’indipendenza della Bielorussia. Governa il paese con un affiatato gruppo di élite, molti dei quali hanno legami con l’apparato di sicurezza e d’intelligence.
Anche se questa dinamica ha reso più facile il consolidamento del potere, complica un altro imperativo: l’equilibrio tra le potenze straniere per mantenere la sovranità economica, militare e politica. La Bielorussia non si è mai allontanata troppo dalla Russia in termini di sicurezza o economia, tenuto conto dei requisiti delle riforme democratiche ed economiche necessarie per essere considerati membri della NATO e dell’UE. Tuttavia, i rapporti politici della Bielorussia con la Russia non sono stati così costanti, i due paesi hanno formato lo Stato dell’Unione nel 1997, ma questa vicinanza non ha impedito divergenze sulle questioni economiche che hanno portato periodicamente Lukashenko a guardare verso Occidente per la cooperazione, al fine di ottenere una leva sulla Russia. Data l’integrazione delle infrastrutture della Bielorussia con quelle della Russia, e le connotazioni politiche delle relazioni economiche, questo è più facile a dirsi che a farsi. I test di Minsk su Mosca su questioni quali i prezzi dell’energia, di solito sono fallite, come la recente acquisizione da parte di Gazprom di Beltransgaz ha dimostrato.
Paesi come la Polonia e la Lituania hanno interessi geopolitici nel corteggiare la Bielorussia, come il desiderio di stabilire ad est lo stesso tipo di tampone territoriale che la Russia desidera avere da ovest. Ma questi paesi non possono eguagliare l’influenza della Russia sulla Bielorussia, così hanno fatto ricorso a manovre di soft power, come la creazione di legami con gruppi di opposizione bielorussi e guidato sanzioni dell’UE contro il governo Lukashenko. Il successo della prima strategia è stato limitato, dal momento che i gruppi di opposizione affrontano numerosi vincoli. La seconda strategia è una minaccia più grave per il governo bielorusso, in quanto il governo di Lukashenko dipende da un modello populista economico e tali modelli s’indeboliscono in ambienti economicamente e finanziariamente poveri. Tuttavia, questo isolamento economico ha dato alla Russia la possibilità di fornire assistenza finanziaria e servire come ancora di salvezza economica della Bielorussia, un ruolo che Mosca continuerà a giocare per tutto il tempo in cui Lukashenko sarà sulla cresta dell’onda.
Andando avanti, la Bielorussia non avrà altra scelta, se non supportare la strategia e una più ampia rinascita della Russia, date le limitate opzioni di Minsk di ottenere sostegno da altre potenze. Pertanto, la Russia continuerà a integrare la Bielorussia, muovendosi verso la creazione dell’Unione Eurasiatica nel 2015.

Moldova
La posizione della Moldova la rende importante per la Russia. Si trova nella Bessarabia, tra i Carpazi e il Mar Nero, un percorso tradizionale d’invasione da sud-ovest e dagli Stati balcanici. Si trova vicino al porto strategico di Odessa e alla penisola di Crimea, dove la Russia staziona la sua Flotta del Mar Nero, e serve come parte della rete di transito dell’energia che collega la Russia all’Europa e alla Turchia.

Le leve della Russia
Politica: L’ex presidente moldavo Vladimir Voronin e il suo partito comunista si trovano in partnership con la Russia. Mosca ha anche legami con i leader dell’Alleanza per l’Integrazione Europea (AEI), tra cui il primo ministro moldavo Vlad Filat e il presidente Marian Lupu. In particolare, la Russia sovvenziona la leadership della regione secessionista della Transnistria.
Sociale: solo circa il 6 per cento della popolazione moldava è etnicamente russa, anche se in Transnistria il 30 per cento della popolazione è russa (e un altro 30 per cento è ucraino). Circa l’11 per cento dei moldavi parla russo come lingua madre, e circa il 16 per cento della popolazione ha il russo come lingua primaria. La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, ma divisa tra ortodossa rumena e ortodossa russa.
Sicurezza: La Russia mantiene circa 1.100 truppe in Transnistria (insieme ad un piccolo contingente di soldati ucraini). Anche se la Moldavia non fa parte del CSTO a guida russa, non è neanche membro della NATO.
Economica: la Moldova dipende dalla Russia per il 100 per cento del gas naturale e invia il 20 per cento delle sue esportazioni in Russia (particolarmente importante è il vino, importazione che la Russia ha tagliato per ragioni politiche). La Russia controlla gran parte dell’economia in Transnistria – che pur essendo una regione separatista, è il cuore industriale della Moldova – e fornisce assistenza finanziaria e sovvenzioni alla Transnistria.

Successi, ostacoli e ambizioni della Russia
La Russia ha respinto i tentativi di smilitarizzare la Transnistria o consentire una presenza occidentale sul suo territorio. Tuttavia, Mosca ha dovuto fronteggiare alcune battute d’arresto in Moldova; i comunisti non sono al potere da quando il filo-occidentale AEI li ha cacciati dal potere nel 2009, dopo la “Rivoluzione Twitter“. Nonostante la sua posizione, l’AEI non è abbastanza forte da eleggere un presidente, per cui la Moldova è in stallo politico da quasi tre anni.
Gli obiettivi della Russia per il 2012 sono migliorare la propria posizione in Moldova, attraverso il rafforzamento del Partito comunista e formando relazioni indipendenti con i leader e i membri dell’AEI. Se la Russia non può aiutare i comunisti a riconquistare il potere, almeno vuole far rimanere divisa la Moldova e l’AEI incapace di eleggere un presidente filo-occidentale. Mosca potrebbe ottenere questo risultato complicando il processo politico e ostacolando i negoziati tra Moldavia e Transnistria. La Russia vuole anche mantenere la propria presenza militare e influenza politica in Transnistria, e iniziare a gettare le basi per un eventuale inserimento della Moldova nell’Unione Eurasiatica.

La posizione e la strategia della Moldova
Come l’Ucraina, la Moldova è sia debole che divisa. A differenza dell’Ucraina, la Moldova non ha legami tradizionali o etnici con la Russia, è rumena etnicamente e linguisticamente. Questo, insieme alla piccole dimensioni e allo scarso peso strategico della Moldava, è un fattore principale della debolezza dello Stato e della sua capacità di essere in equilibrio tra le potenze straniere.
La Moldova è divisa sia territorialmente che politicamente. Il governo moldavo non detiene la sovranità territoriale sulla Transnistria, che ospita una base militare russa ed è popolata in gran parte da russi e ucraini. La spaccatura all’interno della Moldova è politicamente dominata da due grandi gruppi: i comunisti filo-russi e la AEI, una coalizione di partiti che vogliono portare la Moldova verso occidente. L’AEI si articola ulteriormente, con alcuni elementi impegnati in stretti legami con la Romania e la NATO, mentre altri sono più flessibili nelle loro lealtà, ma in generale, tutti i partiti dell’AEI supportano l’integrazione moldava con l’Unione europea. Dal 2009, né il Partito comunista, né l’AEI sono in grado di ottenere abbastanza voti in parlamento (61 su 101) per eleggere un presidente, in modo che il paese è paralizzato e incapace di formare una politica estera decisiva da quasi tre anni. Queste divisioni significano che la visione e la strategia della Moldova non sono unificate. Tutti i leader della Moldova devono superare queste divisioni, al fine di consolidare il paese, solo allora la questione della Transnistria e le più ampie questioni di politica estera, saranno affrontate da Chisinau.
Potenze straniere, oltre alla Russia, hanno interessi in Moldova; prima fra tutte la Romania. Non solo la Moldova e la Romania condividono legami etnici e linguistici, ma anche il territorio che costituisce la Moldova e la Transnistria (così come parti occidentali dell’Ucraina) appartenevano alla Romania, come  provincia di Moldavia, prima che la Russia annettesse il territorio come baluardo difensivo. Tuttavia, la Romania non è abbastanza forte per sfidare la Russia militarmente, e dato che la Moldova è il paese più povero d’Europa ed è sostanzialmente limitato dalla presenza e dall’influenza della Russia, le prospettive di adesione all’UE, nel vicino a medio termine, sono assai improbabili (anche se la distribuzione di passaporti rumeni ai cittadini moldovi, che gli permette di viaggiare nell’Unione europea, è un esempio di soft power della Romania verso il paese). Altri singoli stati membri dell’UE come la Polonia e la Svezia, vogliono avvicinare all’occidente la Moldova attraverso il programma di partenariato orientale, ma questo è un processo a lungo termine dagli effetti limitati.
La paralisi della Moldavia – politico, territoriale e geopolitica – dovrebbe persistere fino a che una potenza straniera sarà in grado di contestare la Russia nella regione in termini di hard power, piuttosto che soft power. Questo non è probabile che accada nel breve e medio termine.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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