L’evoluzione della competizione strategica nell’Oceano Indiano

Salman Rafi Sheikh (Pakistan) Oriental Review 19 aprile 2013

L’area dell’Oceano Indiano sarà il vero nesso delle potenze mondiali e dei conflitti nei prossimi anni. E’ qui che la lotta per la democrazia, l’indipendenza energetica e la libertà religiosa sarà persa o vinta.” (Robert D. Kaplan)

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L’Oceano Indiano, una volta considerato un ‘oceano trascurato’, oggi, diventata il fulcro delle attività politiche, strategiche ed economiche a causa della presenza di navi convenzionali e nucleari delle grandi potenze della zona, e per la propria importanza economica e strategica. 36 Stati si affacciano sull’Oceano Indiano, presenti sulla sua fascia costiera. Inoltre, vi sono undici Stati nell’entroterra, ad esempio Nepal e Afghanistan che però sono senza sbocco sul mare, ma sono molto interessati dalla politica e dal commercio dell’Oceano Indiano. L’oceano contiene diversi minerali importanti: l’80,7% dell’estrazione mondiale di oro, il 56,6% dello stagno, il 28,5% del manganese, il 25,2% del nichel e il 77,3% della gomma naturale. Il più alto tonnellaggio delle merci mondiali, il 65% del petrolio mondiale e il 35% del gas, che si trovano nei Paesi rivieraschi, vi passano. La regione oggi è un’arena della geopolitica contemporanea. Strategicamente, l’Oceano Indiano ha un’importanza cruciale, soprattutto per la presenza delle maggiori potenze nella regione e del potenziale delle potenze regionali, di cui tre sono nucleari: Pakistan, Cina e India. Questo è il motivo per cui le potenze regionali ripongono grande fiducia nella realizzazione di una flotta di sottomarini lanciamissili e di SLBM per una seconda capacità di attacco, per mantenere l’equilibrio di potenza, al fine di scoraggiare l’egemonia di una qualsiasi potenza regionale o extra-regionale.
Gli USA hanno creato una loro base navale nell’Oceano Indiano a Diego Garcia, che costituisce una minaccia per gli Stati regionali e protegge gli interessi vitali degli Stati Uniti nella regione. Le relazioni politiche nel e intorno l’Oceano Indiano possono avere implicazioni significative per gli Stati Uniti riguardo la loro nuova strategia del “Perno Asiatico”. La nuova US Strategic Guidance 2012 collega l’economia e la sicurezza degli Stati Uniti agli sviluppi nel Oceano Indiano, elevando l’India alla posizione di partner strategico di lungo termine che serve “da ancoraggio regionale”. I documenti ufficiali dichiarano inoltre che l’Iran e la Cina sono i due Stati che più rischiano di utilizzare mezzi asimmetrici per contrastare le aree di interesse degli Stati Uniti. La collusione indo-statunitense nell’Oceano Indiano ha reso diffidenti Pakistan e Cina nelle loro aperture semi-ostili, quindi spingendo alla conseguente concorrenza strategica nella regione e all’impiego di strategie dipendenti dalle risorse, per contrastare e controbilanciare le manovre degli Stati avversari.
Il mondo starebbe entrando nell’era della geo-energia dove le questioni di sicurezza energetica (sicurezza della domanda e sicurezza dell’approvvigionamento) condizioneranno le relazioni tra Stati portando alla riconfigurazione della gerarchia delle potenze mondiali. La sicurezza energetica avrà un ruolo determinante nella creazione di situazioni di conflitto o cooperazione. Il Paese che detiene la posizione preminente nell’Oceano Indiano rischia di controllare il flusso di energia non solo per l’Asia orientale, futuro centro del potere economico mondiale, ma anche per altre regioni.  Attualmente, gli Stati Uniti d’America, la più potente forza navale del mondo, dominano la regione e gli Stati regionali, e in particolare la Cina cerca di bilanciare il potere degli Stati Uniti nella regione, al fine di proteggere gli interessi della propria economia in crescita e del proprio fabbisogno energetico. La domanda per cui è così importante dominare l’Oceano Indiano, può avere una risposta mettendo in evidenza il fatto che il petrolio inviato dal Golfo Persico a quasi tutto il mondo, attraversa l’Oceano Indiano e attraversa lo Stretto di Malacca diretto verso Cina, Corea e Giappone. Se un’altra potenza vi si ancora, i Paesi importatori di petrolio subirebbero duri colpi.  Poiché la strategia è dominare le rotte petrolifere, gli Stati Uniti hanno in questi ultimi anni coperto di attenzioni India, Vietnam e Singapore, che si trovano su tali rotte.
Le coste del Pakistan si affacciano solo sull’Oceano Indiano, un punto di accesso fondamentale per il commercio e in particolare per l’approvvigionamento energetico. I grandi interessi del Pakistan nell’Oceano Indiano impediscono all’India di dominare le zone più vicine al Pakistan stesso, e di proteggere le sue vitali vie d’importazione ed esportazione. Il Pakistan da solo può fare relativamente poco verso la presenza navale indiana nell’Oceano Indiano, pertanto, si è dedicato a due proposizioni: sviluppare la propria potenza navale e avere dei grandi contrappesi esterni. Probabilmente gli Stati Uniti non sono visti dal Pakistan come partner affidabili per puntellare la propria sicurezza nell’Oceano Indiano, soprattutto alla luce del crescente dialogo ai vertici tra Stati Uniti e India sulla sicurezza dell’Oceano Indiano. Il contrappeso più importante è la Cina. Il Pakistan si trova a beneficiare del “filo di perle”, a cui ha quindi consegnato dei diritti operativi. La partecipazione dell’Oceano Indiano alla sicurezza economica del Pakistan, come per l’India, è notevole: la sua fragile bilancia dei pagamenti dipende dal commercio marittimo, il 95% del suo commercio e il 100% delle sue importazioni di petrolio avvengono attraverso l’Oceano Indiano. Essendo obiettivo principale del Pakistan neutralizzare l’India per garantirsi i propri interessi economici ed energetici, si allea con la Cina e allo stesso tempo migliora la propria potenza navale e militare.
Mentre l’Oceano Indiano è un centro energetico, l’India cerca di migliorare il suo coinvolgimento nella regione, cercando di aumentare la sua influenza sul Plateau dall’Iran al Golfo di Thailandia.  L’India presto diventerà la quarta più grande consumatrice di energia del mondo, dopo gli Stati Uniti, la Cina e il Giappone: dipendente dal petrolio per circa il 33 per cento del suo fabbisogno energetico, del quale importa il 65 per cento, e il 90 per cento delle sue importazioni di petrolio potrebbe presto provenire dal Golfo Persico. Un’altra ragione alla base dello sviluppo della potenza navale dell’India è il “dilemma di Ormuz”, la sua dipendenza dalle importazioni che attraversano lo stretto vicino al coste di Makran, nel Pakistan, dove i cinesi aiutano i pakistani a sviluppare porti oceanici. Per proteggere i propri interessi vitali e per affermarsi come superpotenza, l’India amplia la sua flotta con lo stesso spirito. Con le sue 155 navi da guerra, la marina indiana è già una delle più grandi del mondo, e prevede di aggiungervi tre sottomarini a propulsione nucleare e tre portaerei nel 2015, rendendo la marina indiana una flotta oceanica. Gli obiettivi critici dell’India,  ampliando la sua marina, non sono solo economici e di sicurezza ma anche l’”autonomia strategica”, una politica in armonia con l’obiettivo indiano di raggiungere lo status di superpotenza, ed è in questo contesto che si vedrà più che mai l’India opporsi alla presenza di altre potenze regionali nell’Oceano Indiano. Per l’India, la presenza di potenze regionali esterne crea tensioni nella regione, cosa pregiudizievole per i suoi sensibili interessi; l’India vuole sostituire quelle potenze e dominare la regione. Tra gli ultimi sviluppi che la Marina indiana ha effettuato, vi è stata l’inaugurazione della più recente base della marina militare indiana, l’INS Dweeprakshak, nelle Isole Laccadive sotto il Comando Navale Sud, il 1° maggio 2102. È stata pensata per affrontare la strategia cinese del ‘filo di perle’ che separa l’India dalle altre nazioni dell’Oceano Indiano. Possiamo valutare il grado di ansia dell’India nel proiettarsi come superpotenza emergente, osservandone le spese per  questo aspetto della potenza. L’India prevede di spendere quasi 45 miliardi dollari nei prossimi 20 anni per 103 nuove navi da guerra, tra cui cacciatorpediniere e sottomarini nucleari. In confronto, gli investimenti della Cina nello stesso periodo sono stimati a circa 25 miliardi di dollari per 135 imbarcazioni.
Infatti, mentre l’India estende la sua influenza a est e ad ovest, a terra e in mare, si scontra con  la Cina, anch’essa preoccupata di proteggere i propri interessi in tutta la regione, espandendo la propria proiezione. La preoccupazione fondamentale che anima gli interessi cinesi nell’Oceano Indiano è la sicurezza energetica, un imperativo ampiamente dibattuto nei media e dagli studi accademici, che affronta il “dilemma di Malacca” (l’eccessiva dipendenza della Cina da questo stretto, a sua volta obiettivo degli USA per controllare politicamente questo stretto, per poter manipolare il fabbisogno energetico della Cina). Non è esagerato dire che chi controlla lo Stretto di Malacca controllerà le rotte energetiche della Cina. L’eccessiva dipendenza da questo stretto costituisce una grave minaccia potenziale alla sicurezza energetica della Cina. Lo Stretto di Malacca è senza dubbio una rotta marittima cruciale che permetterà agli Stati Uniti di cogliere la superiorità geopolitica, limitando l’ascesa della grande potenza e controllando il flusso di energia mondiale. Il governo cinese spera infine di bypassare, almeno in parte, lo stretto, trasportando petrolio e altri prodotti energetici attraverso autostrade e condotte dai porti sull’Oceano Indiano al cuore della Cina. Il governo cinese ha già adottato la strategia del “filo di perle” per l’Oceano Indiano, che consiste nel creare una serie di porti in Paesi amici lungo le coste settentrionali dell’oceano, come Gwadar in Pakistan, una porto a Pasni, in Pakistan, a 75 miglia est di Gwadar, a cui unirlo con una nuova autostrada, una stazione di rifornimento sulla costa meridionale dello Sri Lanka, e un impianto per  container dall’ampio accesso navale e commerciale a Chittagong, in Bangladesh. Il governo cinese  immagina anche un canale attraverso l’istmo di Kra, in Thailandia, per collegare l’Oceano Indiano alle coste sul Pacifico della Cina; un progetto pari al canale di Panama e che potrebbe far pendere ulteriormente la bilancia del potere in Asia a favore della Cina, fornendo alle fiorenti marina militare e flotta commerciale della Cina un facile accesso a una vasta continuità oceanica che si estende dall’Africa orientale al Giappone e alla penisola coreana. Oltre a questa strategia, la Cina coltiva rapporti con Paesi della regione attraverso accordi di aiuti, commerciali e per la difesa. Un fattore importante che spinge la Cina a costruire rotte alternative è il fatto che la Marina indiana presto sarà la terza più grande al mondo dopo quelle di Stati Uniti e Cina, operando come ostacolo all’espansione militare cinese. La marina popolare è in espansione anch’essa, e riconfigura il suo ruolo in vista delle mutate circostanze e della crescente importanza dell’Oceano Indiano. La Marina dell’Esercito di Liberazione popolare ha progressivamente aumentato la sua influenza marittima trasformandosi da flotta di difesa costiera a una forza capace di continue operazioni in mare aperto, ragionevolmente commisurata allo status di super-potenza della Cina.
Una delle sfide più grandi che gli Stati Uniti d’America si trovano ad affrontare nella politica mondiale è situata nell’Oceano Indiano, dove Cina e India emergono come principali potenze marittime e economiche, sfidando la decennale egemonia degli USA. Il compito della Marina degli Stati Uniti sarà, quindi, sfruttare tranquillamente la potenza navale dei suoi più stretti alleati: l’India nell’Oceano Indiano e il Giappone nel Pacifico occidentale, per imporre limiti all’espansione della Cina. Uno dei principali obiettivi degli Stati Uniti d’America è ridurre e rallentare l’aumento degli IDE cinesi nei Paesi regionali e di suscitare aree di conflitto. Com’è ovvio, gli Stati Uniti d’America sono interessati a istigare gli Stati regionali ad ostacolare l’espansione della Cina nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale, nel limitare gli IDE cinesi e ad allontanare i Paesi dal campo cinese. Gli Stati Uniti d’America non vogliono che la regione sia dominata da un singolo Stato, perché potrebbe turbare gravemente gli interessi economici a lungo termine degli USA, così come disturbare l’equilibrio di potere nella regione. Ciò soprattutto in vista dello spostamento del centro economico da ovest a est. Se controllati da una qualsiasi nazione [asiatica], i punti chiave  nell’Oceano Indiano, tra lo Stretto di Malacca, lo Stretto di Hormuz e Bab el Mandeb, potrebbero mutare la bilancia commerciale ulteriormente a favore dell’Asia. La pirateria nello stretto di Malacca dimostra cosa può accadere quando non è possibile garantire l’accesso libero e sicuro attraverso un punto di passaggio. Ma il dilemma degli USA è che non possono impedire o bloccare i rifornimenti di Cina e India, in quanto ciò rallenterebbe l’economia mondiale, ma monopolizzare l’approvvigionamento energetico controllando gli Stati dell’Asia centrale. Un altro dilemma degli USA è che non possono emarginare del tutto la Marina cinese. Gli USA colgono ogni occasione per cercare d’incorporare la marina cinese nelle alleanze internazionali, mentre l’intesa USA-Cina sul  mare è fondamentale per la stabilizzazione della politica mondiale del XXI.mo secolo. Tuttavia, per raggiungere gli obiettivi regionali, gli USA giocano sul problema India-Cina per un proprio tornaconto. Continuando ad impegnarsi con l’India, perseguono la loro strategia di accerchiamento della Cina. Come parte della strategia, incoraggiano l’India a stabilire relazioni con gli Stati dell’Asia centrale e sud-orientale. Lo scopo è contenere l’influenza cinese. Gli USA rafforzano anche la loro presenza navale nella regione, riconoscendo il fatto che questa regione ottiene una posizione centrale negli affari politici mondiali. E’ in questo contesto che il cambiamento strategico del “perno asiatico” degli Stati Uniti dovrebbe essere compreso e analizzato.
L’Iran è l’altra potenza emergente dell’Oceano Indiano e che controlla lo Stretto di Hormuz, assai  importante, essendo un punto di transito che può potenzialmente innescare conflitti regionali. Come sottolineato in precedenza, questa via di transito è responsabile dei rifornimenti di petrolio alla maggior parte del mondo. Perciò, il controllo di questa rotta è di importanza strategica per gli Stati Uniti, ed è probabilmente più cruciale per l’Iran averne il controllo e usarlo come strumento per estendere il proprio potere e usarlo come leva per negoziare con gli Stati Uniti e i loro alleati sulla questione nucleare iraniana. Se o meno l’Iran scelga di bloccare lo stretto è una questione controversa, tuttavia, è evidente in molte dichiarazioni ufficiali iraniani che l’Iran considera questa opzione come praticamente realizzabile, per via della deterrenza cui è interessata. Rispondendo all’embargo petrolifero dell’Unione europea con lo spettacolo provocatorio della forza militare e di rinnovate minacce di chiudere lo Stretto di Hormuz, l’Iran avverte l’occidente che non sarà una vittima passiva della guerra economica. D’altro lato, preservare la sicurezza dello Stretto di Hormuz è una priorità della strategia della deterrenza difensiva dell’Iran nel Golfo Persico. La politica iraniana sarà certamente misurata e razionale, basata sulla piena responsabilità e tenendo conto delle realtà geo-politiche della regione, ma in nessun modo permetterà ad altri di mettere in pericolo i propri interessi legittimi.
Tutto ciò dimostra che l’Oceano Indiano ha assunto un ruolo centrale nelle strategie delle maggiori potenze mondiali e regionali. Come microcosmo del mondo in generale, la regione dell’Oceano Indiano si trasforma in una zona sia di “sovranità ferocemente custodite” (con economie e potenze militari in rapida crescita) che di “stupefacenti interdipendenze” (con i suoi oleodotti e rotte terrestri e marittime). Per la prima volta dall’assalto portoghese nella regione, nei primi anni del XVI° secolo, la potenza dell’occidente è in declino, ma in modo sottile e relativo. Sebbene gli USA cerchino di darvi nuovo impulso e di riconfigurarlo, potrebbero non essere in grado di affermare la propria posizione dominante nella regione. Gli indiani e i cinesi sono suscettibili di entrare nella dinamica della rivalità tra grandi potenze in queste acque, con i loro interessi economici da grandi partner commerciali, bloccandosi in un abbraccio disagevole, mentre il Pakistan continuerebbe a far valere la propria posizione stabilendo un’alleanza con la Cina e costruendo la propria potenza, soprattutto navale. Tenuto conto delle circostanze e delle realtà geo-politiche, gli USA dovranno cambiare atteggiamento, dal dominio a una sorta di relazione indispensabile con le potenze regionali, tra cui l’Iran e il Pakistan. In futuro, agirebbero da ‘bilanciamento’ tra Cina e India. Ciò che diventa evidente, con l’evolversi delle cose, è che nessun singolo Stato potrà dominare la regione da solo e, quindi, una sorta di sistemazione multilaterale dovrà stabilirsi, sulla cui base ogni Paese potrà “equamente” perseguire i propri obiettivi.

LI4B20FCB4026C7Note:
1.Quadrennial Defence Review Report, febbraio 2010, Department of Defence: Washington DC.
2.Asia Pacific Research Centre, “Energy in China: Transportation, Electric Power and Fuel Markets” (Tokyo: Asian Pacific Research Centre, 2004)
3.Robert D. Kaplan, “Center Stage for the Twenty-First Century”, (Foreign Affairs, marzo/aprile 2009)
4.Nathaniel Barber, Kieran Coe, Victoria Steffes, Jennifer Winter, “China in the Indian Ocean: Impacts, Prospects, Opportunities”, (Robert M. Lafollette School of Public Affairs, University of Wisconsin-Madison, Spring 2011)
5.Africa-Asia Confidential, “The battle for the Indian Ocean”, maggio 2009.
6.Selig S. Harrison ed. Super Power Rivalry in the Indian Ocean: Indian and American Perspectives (New York: Oxford University Press, 1989)

Oriental Review ringrazia Salman Rafi Sheikh, laureato in Relazioni Internazionali presso la Quaid-I-Azam di Islamabad, per il suo gentile contributo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché Washington non gradisce che la Russia esporti gas nell’Est asiatico?

Konstantin Penzev (Russia) Oriental Review 16 aprile 2013 – New Oriental Outlook

cooperation_sino_russeIl mondo sta diventando sempre più multipolare, e gli Stati Uniti sono solo uno dei poli. Hanno una grande marina e si sforzano disperatamente di controllare tutti gli oceani del mondo e, quindi, le principali rotte commerciali. Gli Stati Uniti sono anche il centro finanziario mondiale. Il dollaro funziona come moneta mondiale, e la Federal Reserve lo stampa. Gli Stati Uniti non fabbricano pantaloni, ma si possono acquistare dalla Cina. Il polo industriale si è spostato in Cina non molto tempo fa. La Cina ha un enorme forza lavoro qualificata che opera a buon mercato, ed ha anche un ambiente economico favorevole. La Cina ha bisogno di molto petrolio e gas per far sì che i pantaloni siano indossati da persone di tutto il mondo, non solo negli Stati Uniti. Le aziende cinesi usano i dollari per acquistare petrolio e gas in tutto il mondo, ma soprattutto dal mondo arabo, dai Paesi del Golfo Persico in particolare. Questi Paesi sono sotto il controllo militare e politico degli Stati Uniti (tranne l’Iran). Questo è un circolo chiuso. Gli Stati Uniti fanno tintinnare le loro sciabole, i lavoratori cinesi cuciono i jeans e gli sceicchi arabi hanno un vivace commercio con le materie prime energetiche.
C’è un Paese che è un esportatore di petrolio e gas da un lato e, dall’altro possiede un potente esercito e un grande arsenale di missili a testata nucleare, che non rientra in questo ben oliato sistema costruito da Washington. Questo Paese è la Russia. Inoltre, la Russia ha il GLONASS e veicoli spaziali, mentre gli Stati Uniti hanno il GPS ma non le astronavi. Le hanno perse a causa delle carenze di bilancio, che hanno avuto un ruolo preciso nella loro scomparsa. Così, gli Stati Uniti hanno dollari ma non astronavi, che affittano dalla Russia utilizzando i dollari, naturalmente.
Il problema è che il numero di dollari in circolazione è in aumento, ma il loro potere d’acquisto è in calo. Mille dollari significavano qualcosa dieci anni fa, ma non oggi. Non tanto perché la Russia ama di meno il dollaro, ma perché ha iniziato ad amare di più gli yuan, quei pezzi di carta colorata con il ritratto del grande presidente cinese Mao Tse-tung. Mao valutava i diritti umani ancor meno del compagno Stalin, ma è possibile acquistare un sacco di prodotti di alta qualità a buon mercato con gli yuan. Inoltre, i comunisti cinesi amano acquistare (o semplicemente copiare) le armi russe.  Potrebbe piacergli mettere le mani sulle armi statunitensi, preferibilmente quelle più avanzate, ma gli imperialisti di Washington non si fidano dei loro partner economici di Pechino. Liu Guchang, ambasciatore della Cina in Russia, ha colto l’essenza del conflitto (hegeliano) nella politica mondiale quando ha osservato che la Cina sta cercando di diversificare le sue importazioni energetiche, e la Russia le sue esportazioni di energia. Ha fatto questa dichiarazione in occasione del lancio del progetto per la costruzione dell’oleogasdotto ESPO.
Ciò che gli Stati Uniti vogliono è controllare tutto, soprattutto il commercio mondiale di energia. Il petrolio e il gas vengono pagati in dollari sul mercato mondiale, e non appena qualcuno vuole gli yuan o l’euro in cambio delle materie prime energetiche, questo “qualcuno” si scopre essere un dittatore e un tiranno che viola i diritti umani e che possiede armi chimiche. Gli Stati Uniti non amano tanto i Paesi che dispongono di armi nucleari, ma non possono fargli nulla. Il grande leader nordcoreano Kim Jong-Un ha recentemente promesso di scatenare un attacco nucleare contro le basi statunitensi in Corea del Sud, Hawaii, Guam e Giappone se provocato dagli Stati Uniti. Allora, cosa si può fare? Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha rinviato un lancio di prova di un suo ICBM Minuteman-3. Il Pentagono è giunto a tale decisione per evitare di aggravare la situazione nella penisola coreana. Gli statunitensi sono un popolo potente. Ma sono anche un popolo molto nervoso. Kim Jong-Un n’è consapevole e conduce periodicamente test missilistici o nucleari.
Tornando al tema della diversificazione dell’import-export, vorrei sottolineare che il presidente Obama e, soprattutto, la signora Clinton, non sono esattamente entusiasti del fatto che Cina e Russia  stiano migliorando le rispettive relazioni. In particolare che le vendite di petrolio e gas russi alla Cina siano in aumento. Mosca e Pechino possono infine rifiutarsi di utilizzare i dollari USA nel regolare i pagamenti, e poi la fine del mondo, che non si è avuta nel dicembre 2012 finalmente accadrebbe, almeno per i politici della Casa Bianca e i loro compatrioti della Federal Reserve.
Ancora una volta, gli statunitensi sono un popolo potente. La loro forza è che non sono abituati a restarsene fermi mentre qualcuno o qualcosa minaccia i loro profitti. Karl Marx ha detto una volta che i capitalisti sono capaci di ogni crimine per un profitto del 300%. Era così  prima, durante la dura era imperialista, quando gli Stati Uniti importavano schiavi dall’Africa, piuttosto che petrolio. Le cose oggi sono diverse. I capitalisti moderni sono ancora in grado di commettere qualsiasi crimine, ma per difendere i diritti umani e lottare contro la corruzione, non per dei soldi che disprezzano. Non appena è iniziata la costruzione dell’ESPO, Aleksej Navalnij, socio di minoranza della Rosneft, apparendo dal nulla ha annunciato al mondo attonito che ci sono dei ladri in Russia.  Poi si è scoperto che Navalnij ha apparentemente rubato alcune cose egli stesso: una distilleria, il denaro del partito e un po’ di legname. E’ difficile dire se l’ha fatto o no. Un comitato investigativo russo è attualmente all’opera al riguardo. Ma resta il fatto che la costruzione dell’ESPO ha generato un po’ di rumore, “ma senza interferenze esterne”, naturalmente. Il problema principale che gli Stati Uniti hanno con l’ESPO è che la Cina ottiene petrolio e gas dalla Russia attraverso un gasdotto  terrestre e non con le superpetroliere che attraversano lo Stretto di Malacca. Ciò significa che le portaerei statunitensi non rappresentano una minaccia per l’ESPO. Un’operazione di terra contro la Russia non avrebbe senso per nessuno, e l’esercito statunitense sicuramente non è all’altezza di un simile compito.
Un altro punto a favore è che il petrolio della Siberia orientale è migliore del petrolio degli Urali, che attualmente è la principale merce dell’esportazione petrolifera della Russia. Contiene meno zolfo e altre impurità, ed è più leggero. Avrà una domanda levata. Così, il prezzo fissato per il petrolio di Dubai, la cui produzione è controllata dagli sceicchi arabi (o da chi per loro) può essere messo in discussione in futuro. Questa situazione non ispira gli sceicchi arabi e i loro protettori di Washington dall’ottimismo storico, e sono nervosi. Quali azioni possono intraprendere i tizi del governo degli Stati Uniti e dei Paesi esportatori di petrolio, o meglio, hanno già fatto qualcosa per trovarsi in questa situazione, adesso? Dal momento che la pressione militare diretta sulla Russia non è molto promettente, possono ricorrere ai tradizionali metodi politici anglosassoni. Cioè, possono trovare delle persone in Russia, dal nobile titolo di “agenti di influenza”, che accetteranno di aiutarli a contrastare la costruzione dell’ESPO per soldi o per “il grande amore per la Patria”.
Prima di tutto, tutti coloro che in Russia combattono la corruzione sono mobilitati. C’è la corruzione in Russia, non c’è? Vi è qualcosa di eccezionale, non c’è motivo di elaborare qualcosa di simile alla lista Magnitskij o di usare qualcosa che già esiste. Cioè, si può tentare di intimidire alcuni alti funzionari del governo russo. Le grida sulla corruzione possono essere facilmente utilizzate come motivo per congelarne i conti bancari. E questo è un bene. In secondo luogo, tutti questi burattinai d’oltreoceano hanno mobilitato un gran numero di attivisti russi per proteggere l’ambiente, le tigri e le piante autoctone della taiga. Le tigri stanno soffrendo, e la vegetazione sta appassendo. In terzo luogo, ci sono i cosiddetti “patrioti” e “nazionalisti” che strillano sui loro blog che Vladimir Putin prevede di utilizzare l’ESPO per “smembrare la madre Russia e venderla ai cinesi.
Tutto questo meccanismo è in funzione da molto tempo. La maggior parte di coloro che si oppongono al “regime di Putin”, sono all’oscuro e non hanno nemmeno il sospetto di chi tira le fila. Tuttavia, nessuno gli ha promesso che sarebbe stato facile.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Boston, i ceceni e gli illuminati satanisti

Dean Henderson - 21 aprile 2013

Ceremonial Swearing-In Of Leon Panetta Is Held At CIA HeadquartersL’eccessivo e ben mediatizzato spettacolo di forza a Boston, dopo il bombardamento della maratona, serve a consolidare lo stato di polizia degli Stati Uniti e la distruzione in corso della Carta dei Diritti. Mentre molto resta da sapere di Dzhokhar e Tamerlan Tsarnaev, notizie di RussiaToday indicano che la madre Zubeidat crede che siano stati incastrati, affermando che l’FBI aveva molestato la sua famiglia per anni. [1] Il redattore di VeteranToday, Gordon Duff, ha rivelato in un articolo per PressTV che i bombardamenti erano un’operazione false flag, e che alti ufficiali della sicurezza credono che l’FBI sia fortemente coinvolto nell’attentato. [2]
Molto probabilmente i fratelli sono stati inquadrati e incoraggiati a portare a termine l’attentato. Questo spiega perché gli avvertimenti russi sulla connessione tra Tamerlan Tsarnev con gli islamisti siano stati ignorati. Nei giorni successivi all’attentato si è visto l’ampio uso di telecamere di sicurezza, una no-fly zone, una città bloccata, la glorificazione di un apparato di sicurezza opprimente e costoso, e la decisione di non istruire il cittadino statunitense Dzhokhar Tsarnaev sui suoi diritti (Miranda Rights).
Questi colpi premeditati alla Costituzione, rappresentano la nascita di uno Stato tecno-fascista in cui la privacy è avvinta e il Grande Fratello accolto nelle nostre città, nei nostri quartieri e anche nelle nostre case.

Le idi di aprile
Il 16 aprile, data degli attentati di Boston, è significativo; la metà di aprile è un momento per i riti  satanici degli Illuminati per una carneficina. Ecco un breve elenco dei soli ultimi 20 anni:
19 aprile 1993, l’ATF incendia la sede dei davidiani a Waco, Texas, 76 morti
19 aprile 1995, Timothy McVeigh bombarda l’edificio federale di Oklahoma City, 168 morti
20 aprile 1999, massacro alla Columbine High School, 13 morti
16 aprile 2007, massacro al Virginia Tech, 32 morti
20 aprile 2010, esplosione della piattaforma BP Deepwater Horizon, 11 morti, Golfo del Messico devastato
18 aprile 2013, esplosione dell’impianto di fertilizzanti a West, Texas, 14 morti. Le prime notizie riportavano che l’esplosione alla fabbrica di fertilizzanti potrebbe essere stata causata da un qualche tipo di bomba. [3]
Secondo i Bibliotecapleiadi, “Il 19 aprile – 1 maggio è un periodo rituale satanico di 13 giorni, relativo al fuoco degli Illuminati. Il sacrificio del fuoco viene richiesto il 19 aprile. Il sacrificio di sangue alla bestia, è il più critico periodo di 13 giorni. Il sacrificio del fuoco viene richiesto il 19 aprile. Il 19 aprile è il primo giorno di 13 dediti al rituale satanico relativo al fuoco, al dio del fuoco Baal o Moloc/Nimrod (il Dio Sole), noto anche come il dio romano Saturno (Satana/Diavolo). Questo giorno è il culmine per i sacrifici umani, richiedendo il sacrificio del fuoco con enfasi per i bambini. Questo giorno è uno dei più importanti per i sacrifici umani, e perciò si sono avuti alcuni importanti eventi storici in questa data. Ricordate, gli Illuminati considerano la guerra il modo più propizio per fare sacrifici, uccidendo bambini e adulti“. [4]

I ribelli ceceni della CIA
Agenzie di intelligence occidentali hanno preso l’abitudine di usare i jihadisti islamici per destabilizzare i governi che non permettono ai banchieri Rothschild di controllarli. Dall’Indonesia all’Iran, dall’Afghanistan alla Libia e ora la Siria, questo modello continua. Le regioni russe secessioniste di Cecenia e Daghestan, da cui i fratelli Tsarnaev provengono, non fanno eccezione. Se i fratelli hanno ricevuto un addestramento terroristico, è molto probabile che sia stato fornito da al-Qaida, risorsa della CIA. (Quello che segue è tratto dal Capitolo 17, La presa sul petrolio del Caspio, del mio libro Big Oil e i suoi banchieri nel Golfo Persico: quattro cavalieri, otto famiglie e la loro rete globale di intelligence, droga e terrore):
“Da quando il ministro degli Esteri russo Evgenij Primakov propose un triangolo strategico tra l’India, la Russia e la Cina come contrappeso all’egemonia globale degli Stati Uniti, nel 1998, i pensatoi della dirigenza degli Stati Uniti si scervellavano su come far deragliare tale idea. L’Olin Institute della Harvard propose di attaccare l’India, la parte più debole del triangolo. Non contenti dell’assalto, guidato dalla polacca Solidarnosc, all’Europa orientale e della frantumazione delle Repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, la banda del CFR/Bilderberg ora utilizzava il surrogato dei mujahidin per cancellare la Russia. Nel 1994, 35.000 combattenti ceceni furono addestrati nella base di Amir Muawia nella provincia di Khost in Afghanistan, un campo di Usama bin Ladin costruito dalla CIA. Nel luglio 1994 il comandante ceceno Shamil Basaev si addestrò ad Amir Muawia e fu inviato nel campo per le tattiche avanzate di guerriglia di Markazi-i-Dawar, in Pakistan. Lì incontrò gli ufficiali pakistani dell’ISI, che storicamente eccellevano nell’eseguire le operazioni sporche della CIA. [5] L’altro comandante ribelle ceceno, un arabo, era l’emiro al-Qattab.
Gli islamisti ceceni arraffarono una grossa fetta del mercato dell’eroina della mezzaluna d’oro, collaborando con le famiglie mafiose cecene affiliate al gruppo russo Alfa, che faceva affari con la Halliburton. Ebbero anche legami con i laboratori di eroina albanesi gestiti dall’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK) della CIA.
Un rapporto della russa FSB dichiarava che i ceceni iniziarono l’acquisto di immobili in Kosovo nel 1997, poco prima della separazione, voluta dagli USA, del Kosovo dalla Jugoslavia. Il comandante ceceno, l’emiro al-Qattab, costruì campi di guerriglia per addestrare i ribelli albanesi dell’UCK. I campi furono finanziati dal traffico di eroina, prostituzione e moneta contraffatta. Le reclute venivano invitate dal comandante ceceno Shamil Basaev e finanziate dalla Casa dei Saud, tramite l’organizzazione del Soccorso Islamico dei Fratelli musulmani. [6] Il 20 settembre 2002, dopo un incontro alla Casa Bianca sull’Iraq con il presidente Bush, il ministro degli Esteri russo Igor Ivanov schivò le domande riguardanti la nuova serie di molestie statunitensi contro l’Iraq. Invece, affermò che i ribelli ceceni addestrati da al-Qaida, prendevano ancora di mira il suo Paese e godevano di un rifugio sicuro presso il più stretto alleato degli Stati Uniti della regione, il governo della Georgia. L’oleodotto strategico Baku-Tblisi-Ceyhan dei Quattro cavalieri, passava direttamente attraverso la capitale georgiana Tbilisi. Un mese dopo, ribelli ceceni con giubbotti esplosivi entrarono in un teatro di Mosca, prendendo in ostaggio centinaia di persone. La tempistica era interessante, in quel momento i russi si rifiutavano di appoggiare i piani di Bush per invadere l’Iraq. Quasi 200 persone morirono, dopo che le forze speciali russe fecero irruzione per eliminare i ceceni. I media statunitensi, fissi su ogni mossa di al-Qaida pochi mesi prima, ignorarono i legami tra i ceceni e le bande guidate da bin Ladin, e invece accusarono i russi. Una settimana dopo l’incidente, il signore della guerra ceceno Shamil Basaev rivendicò la sua responsabilità dell’assedio su un sito web dei ribelli. [7] I funzionari del Cremlino videro i commenti di Basaev come una cortina fumogena per proteggere il leader ceceno Aslan Maskhadov, che era in Svezia per partecipare a una conferenza sulla Cecenia. Basaev fu ucciso in Inguscezia nel luglio 2006.”

Note
[1] RussiaToday
[2] PressTV
[4] Biblioteca Pleyades
[5] “Chi è Usama bin Ladin?” Michel Chossudovsky. 17-12-01
[6] Ibidem
[7] “Rebel Warlord Takes Credit for Theatre Seige“. Springfield News Leader.  2-11-02

Dean Henderson è autore di quattro libri: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve eStickin’ it to the Matrix. Potete iscrivervi gratuitamente alla sua mailing settimanale Left Hook @ DeanHenderson.wordpress.com

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli obiettivi eurasiatici degli Stati Uniti e la guerra in Afghanistan

Salman Rafi Sheikh (Pakistan) Oriental Review 18 marzo 2013

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Dal 19° secolo le superpotenze hanno ‘giocato’ il Grande Gioco nella regione dell’Asia centrale, meridionale e sud-occidentale. Durante questo ‘gioco’, l’Afghanistan, che collega strategicamente questi segmenti geografici dell’Asia, è stato storicamente al centro delle manovre inglesi e russe nella lotta per il controllo dell’Asia centrale, nel 19° e agli inizi del 20° secolo. E nell’arco di tempo presente, con le risorse energetiche che diventano tra i maggiori fattori di contesa nella rivalità tra le grandi potenze, l’importanza dell’Asia centrale aumenta ulteriormente a causa delle sue potenziali risorse energetiche. Tuttavia, l’accesso a tali risorse e il controllo delle loro rotte di esportazione, non sono possibile per una qualsiasi potenza extra-regionale senza avere una forte presenza militare nella regione. La dominante presenza militare in Afghanistan è, dunque, considerata dagli statunitensi di vitale importanza per l’attuazione degli interessi degli Stati Uniti. Fornisce la piattaforma attraverso cui gli Stati Uniti possono minacciare i loro potenziali rivali regionali, così come dominare le rotte per l’esportazione del gas e del petrolio provenienti dalla massa eurasiatica. Inoltre, l’Afghanistan si trova lungo il proposto oleodotto dai giacimenti petroliferi del Mar Caspio all’Oceano Indiano, pertanto, la sua importanza per la grande strategia del 21° secolo degli Stati Uniti, è fondamentale. Per essere realistici, quindi, l’invasione statunitense dell’Afghanistan deve essere analizzata dal punto di vista degli obiettivi geo-strategici e geo-energetici degli Stati Uniti, piuttosto che dal punto di vista proiettato dall’”eliminazione del terrorismo globale” da parte degli Stati Uniti. Questo breve articolo presenta un’analisi dei grandi obiettivi degli USA del 21° secolo e l’importanza dell’Afghanistan per il raggiungimento di tali obiettivi.
La dissoluzione dell’URSS rese disponibile agli Stati Uniti nuove vie energetiche verso ciò che è comunemente noto come “ventre” della Russia o regione dell’Asia centrale. Da allora, questa regione è stata teatro di manovre politiche ed economiche, rivalità, conflitti, interferenze e lotte per avere il controllo sulle sue vaste risorse energetiche, per obiettivi geo-strategici e geo-economici di lungo termine. Il controllo delle risorse energetiche di questa regione può eventualmente consentire agli Stati Uniti di manipolare a proprio favore le relazioni con Paesi energivori come India, Cina, Pakistan, Giappone, altri Paesi dell’Asia orientale e anche Paesi europei. In altre parole, il controllo su questa regione apre la via al dominio sia geo-strategico che geo-economico non solo di questa regione, ma anche oltre. Sono quindi le risorse energetiche alla base della logica per capire la politica degli Stati Uniti volta a dominare politicamente tutta la regione attraverso il controllo dell’Afghanistan, che fornisce una base di fondamentale importanza per dominare le rotte terrestri per l’approvvigionamento energetico e per controllare la regione eurasiatica, come anche dominare la proposta Via della Seta. Così, la guerra in Afghanistan non riguarda i cosiddetti terroristi di al-Qaida, né di liberare il mondo dai pericoli del terrorismo, ma piuttosto ha molto a che fare con gli obiettivi a lungo termine degli Stati Uniti per dominare le risorse energetiche mondiali. È dunque qui che risiede il significato effettivo dell’invasione statunitense dell’Afghanistan, richiedendone la comprensione per  determinare la dinamica della guerra in corso nella regione.
L’attacco all’Afghanistan è avvenuto nel 2001, ma la preparazione alla guerra era già iniziata nel 1999, quando il Silk Road Strategy Act [i] venne approvato dal Congresso degli Stati Uniti. Tale legge definiva l’approccio fondamentale  della politica degli Stati Uniti per l’acquisizione dell’energia nella regione eurasiatica. Il paragrafo sei della legge, fornisce la logica alla base della politica degli Stati Uniti nei confronti della regione. Dichiara che la regione del Caucaso meridionale e dell’Asia centrale ha abbastanza risorse energetiche per soddisfare i bisogni statunitensi e ridurne la dipendenza dall’instabile regione del Golfo Persico. [ii] La legge fu modificata nel 2006, dichiarando che la sicurezza energetica era la ragione principale per cui gli Stati Uniti rimanevano in Afghanistan. L’Afghanistan ha tale posizione cardine perché è l’unico Paese della regione che aveva fornito agli Stati Uniti un pretesto per invaderlo. La saga occidentale sul malgoverno dei taliban e del loro rifiuto di consegnare bin Ladin contribuì preparando le menti occidentali ad attaccare e smantellare il regime talib. Al contrario, è ironico notare che non si fa riferimento ad al-Qaida o bin Ladin nell’emendamento della legge del 2006. Il terrorismo non fu dichiarato motivo per rimanere in Afghanistan. Anche se altre dichiarazioni politiche [iii] indicavano l’eliminazione del terrorismo quale obiettivo principale degli Stati Uniti, la notevole discrepanza tra politiche dichiarate e azioni intraprese crea una contraddizione nell’intera agenda anti-terrorismo e anti-taliban degli USA, che dà a questa guerra una particolare nota sulla manipolazione politica, lo sfruttamento delle risorse e il dominio regionale. Il Silk Road Strategy Act, che delinea il quadro principale degli obiettivi economici ed energetici degli Stati Uniti, anche indirettamente, ha aperto la strada all’invasione dell’Afghanistan. Senza avere una posizione di forza nella regione, gli Stati Uniti non avrebbero potuto avere una qualsiasi posizione di controllo delle risorse energetiche e delle rotte commerciali. Allo stesso modo, senza alcuna posizione di forza, non sarebbe stato possibile agli Stati Uniti dominare tutta la regione che si estende dal Mar Nero al Mar Caspio, e anche sull’Asia centrale, occidentale, sud-occidentale e orientale dell’Asia. L’Afghanistan non è solo un Paese debole, almeno nei calcoli degli Stati Uniti sul potenziale dell’Afghanistan, ma è anche posizionato al centro della regione che gli Stati Uniti vogliono dominare politicamente, militarmente ed economicamente, controllandone le vie di esportazione del petrolio e del gas. La presenza militare in Afghanistan così serve gli obiettivi regionali degli Stati Uniti. La cartina seguente è sufficiente ad illustrare questo punto:

Eurasia-sketchL’importanza geospaziale, geostrategica e geoenergetica dell’Afghanistan per gli USA. (Le frecce rosse in grassetto mostrano la sfera di influenza che gli Stati Uniti programmano di istituire nella regione, con una forte presenza militare in Afghanistan.)

Il successo dell’attuazione del Silk Road Strategy Act rende necessaria una massiccia presenza militare nella regione e il controllo militarizzato della regione eurasiatica, come mezzo per assicurarsi il controllo sulle riserve di petrolio ed energetiche, e per proteggere oleodotti e corridoi commerciali. La militarizzazione è volta in gran parte contro la Russia, la Cina, l’Iran e il Pakistan. In altre parole, gli obiettivi reali degli Stati Uniti sono non solo geo-energetici, ma anche geo-economici e geo-strategici. E il raggiungimento di questi obiettivi richiedeva la rimozione del regime talib dall’Afghanistan e l’installazione di governanti favorevoli. Questo era ed è, nei calcoli statunitensi, il modo di raggiungere il triplice obiettivo. Dato che il petrolio e il gas non sono prodotti soltanto commerciali, e il controllo del territorio è una componente essenziale della superiorità strategica sui potenziali rivali.
La guerra in Afghanistan è quindi tanto una guerra per occupare un territorio che per avere la meglio sui rivali regionali come la Cina, la Russia e l’Iran, al fine di assicurarsi le rotte energetiche e commerciali. In altre parole, è ritenuto un mezzo per sostenere il solitario status di potenza globale mantenendo il controllo sui potenziali rivali sfruttandone i punti deboli. Il conflitto in Afghanistan ha creato le condizioni per rafforzare la presenza militare degli Stati Uniti in tutta la regione. Il fenomeno dei taliban, in sé, avrebbe dovuto facilitare, sia pure indirettamente, gli Stati Uniti nella costruzione di basi militari, avendo gli Stati dell’Asia centrale una lunga rivalità con i taliban, affrontando la minaccia della diffusione della loro versione radicale dell’Islam [i]. In altre parole, la guerra in Afghanistan non riguarda l’eliminazione dei terroristi, i taliban non sono al-Qaida. L’origine dei taliban risiede nella guerra in Afghanistan. Furono gli stessi USA, che aiutarono pienamente i mujahidin afghani a combattere i sovietici. A quel tempo, gli interessi degli Stati Uniti e quelli degli afghani erano assai convergenti. Ma dopo la fine della guerra, la situazione cominciò a cambiare, e così fece la politica degli Stati Uniti nei confronti dei taliban, che nacquero sotto la guida del mullah Omar, dopo la guerra, e unendo comandanti afghani locali ed ex-mujahidin. La politica degli Stati Uniti ebbe un cambiamento visibile nel 1997 con la nomina di Madeleine Albright a segretaria di Stato, che criticò apertamente i taliban durante la sua visita in Pakistan, nel 1997. Arrivò al punto di dichiararli “fondamentalisti islamici medievali”. Ciò che causò tale cambiamento fu, oltre ad altri fattori, la marcata ‘insensibilità’ dei taliban agli interessi degli Stati Uniti. Quando i taliban stavano per sottomettere l’Afghanistan, gli Stati Uniti speravano che avrebbero servito gli interessi degli Stati Uniti in Afghanistan, tra cui la costruzione di oleodotti e gasdotti delle compagnie petrolifere statunitensi (UNOCAL e Delta), collegando le risorse energetiche degli Stati dell’Asia centrale al mercato globale [ii], come in seguito indicato nel Silk Road Strategy Act, attraverso l’Afghanistan e il Pakistan. Il rifiuto dei taliban di accondiscendere agli interessi degli Stati Uniti non dovrebbe essere così sorprendente, dato il peculiare aspetto psicologico dei pashtun e le loro esperienze storiche con le potenze straniere. Così, i taliban afgani locali non volevano essere occupati da una qualsiasi potenza straniera. Considerando la psiche e il comportamento degli afghani, le loro esperienze passate e storiche, la geografia della regione e la loro cultura, era naturale concludere che fosse assai difficile soggiogarli con la forza. E’ la storia che testimonia e fornisce le prove incontestabili che gli afghani sono noti nel mantenere la loro indipendenza e nel resistere all’occupazione straniera con tutta le loro forze. [iii] In quanto tali, i taliban non sono terroristi come proiettano i media occidentali e degli Stati Uniti. Sono vittime della grande strategia degli Stati Uniti, che rovescia quei regimi che non dimostrano di essere abbastanza sensibili nel tutelare gli interessi degli Stati Uniti. [iv] Gli Stati Uniti hanno invaso e rovesciato i taliban al fine di spianare la strada alla loro presenza a lungo termine nella regione. Dal momento che queste invasione e occupazione sono contrarie alla psiche degli afgani, una forte resistenza era inevitabile. Gli afghani non solo hanno resistito, ma la loro resistenza aumenta ogni giorno, rendendo estremamente difficile per gli Stati Uniti ed i loro alleati avere una permanente presenza militare nella regione.
L’aspetto geo-strategico e geo-politico della guerra in Afghanistan, come sottolineato in precedenza, e la necessità per gli USA di rovesciare il regime dei taliban, sono strettamente legate all’aspetto della geo-energia. Il controllo del flusso delle risorse energetiche nella regione tramite una forte presenza militare in Afghanistan, è stato il mezzo calcolato dagli Stati Uniti per manipolare la geopolitica regionale. La maggior parte dei Paesi del Sud-Est asiatico e asiatici ha bisogno di energia, mentre i paesi dell’Asia settentrionale, centrale e occidentale sono produttori di energia. L’obiettivo degli Stati Uniti è avere al suo fianco il numero massimo di produttori di energia per manipolare a suo favore le relazioni con i Paesi bisognosi di energia come il Pakistan, l’India, la Cina, il Giappone, ecc, da un lato e dall’altro far concorrenza ai potenti produttori di energia come la Russia e l’Iran. In altre parole, come hanno osservato Fouskas e Gokay, il controllo sull’energia è la chiave dell’egemonia globale degli Stati Uniti, mantenendo il controllo sugli avversari, istituendo una nuova sfera di influenza e integrando la regione dell’Asia centrale nell’economia globale guidata dagli Stati Uniti; [v] e l’Afghanistan è il luogo chiave per eseguire questa strategia.
L’attuazione del Silk Road Strategy Act richiede la militarizzazione del cuore eurasiatico dal territorio dell’Afghanistan, e richiede anche la costruzione di oleodotti per garantirsi il flusso di energia. La logica dei progetti dei gasdotti è fornita da tale legge e dalla National Security Strategy del 1999.  Il documento del NSS così enuncia le motivazioni: “Concentriamo l’attenzione soprattutto sugli investimenti nelle risorse energetiche del Mar Caspio e nella loro esportazione dalla regione del Caucaso ai mercati mondiali, in modo da ampliare e diversificare le forniture energetiche mondiali e promuovere la prosperità nella regione. [vi]” E’ in questo contesto che gli Stati Uniti hanno ritenuto molto importante manipolare le enormi risorse energetiche della regione eurasiatica. Considerando dal punto di vista degli Stati Uniti, la dipendenza economica della regione e l’ombrello di sicurezza attuato dagli USA devono essere mantenuti al fine di rafforzarne il dominio regionale e anche globale. Per fornire tale ombrello di sicurezza, gli Stati Uniti hanno bisogno di costruire una permanente forza militare nella regione, con molte basi militari ben attrezzate in Afghanistan. Lo scopo di queste basi non è ‘smantellare e distruggere’ i terroristi, perché non ci sono terroristi, come definiti dagli USA, in Afghanistan. Lo scopo di queste basi, data l’estrema importanza geostrategica e geoenergetica della regione, è consentire agli USA di essere in grado di evitare che qualsiasi altra potenza domini la ricca regione energetica, e anche di agire tempestivamente e rapidamente contro ogni potenziale minaccia agli interessi degli Stati Uniti.
L’analisi della strategia degli Stati Uniti nella costruzione delle basi militari in Afghanistan, supporta anche la tesi secondo cui la guerra in Afghanistan non è volta a smantellare il terrorismo ma riguarda il petrolio e il gas. Dall’occupazione dell’Afghanistan nel 2002, gli Stati Uniti d’America costruiscono basi militari seguendo un piano sistematico. Durante la sua visita in Afghanistan nel 2004, il segretario di Stato statunitense Donald Rumsfeld annunciò la costruzione di nove basi nelle province di Helmand, Herat, Nimrouz, Balkh, Khost e Paktia. Queste nove basi si aggiunsero alle tre basi già installate sulla scia dell’occupazione degli Stati Uniti dell’Afghanistan.  Queste basi sono destinate a proteggere gli interessi geostrategici e geoenergetici degli Stati Uniti. William Engdahl ha analizzato in dettaglio la strategia degli Stati Uniti. Secondo lui, il Pentagono ha costruito le sue prime tre basi, Bagram Air Field a nord di Kabul, il principale centro logistico militare degli Stati Uniti; Kandahar Air Field, nel sud dell’Afghanistan, e Shindand Air Field nella provincia occidentale di Herat. Shindand, la più grande base statunitense in Afghanistan, è stata costruita a soli 100 km dal confine con l’Iran, e a metà strada tra Russia e Cina. [vii] In secondo luogo, in Afghanistan si trova il tracciato del proposto oleodotto per trasferire petrolio dall’Eurasia all’Oceano Indiano. È un dato di fatto che la maggior parte delle basi statunitensi costruite in Afghanistan si trovi sulla la via del gasdotto (TAPI), al fine di garantirne la sicurezza contro ogni minaccia. [viii]
Gli Stati Uniti riconoscono pienamente l’importanza delle risorse energetiche dell’Asia centrale e le possibilità economiche che offrono sui mercati mondiali e nella regione stessa. Richard Boucher, Assistente del segretario di Stato per l’Asia centrale e meridionale, ha detto nel 2007: “Uno dei nostri obiettivi è stabilizzare l’Afghanistan“, e collegare l’Asia centrale e meridionale nel dicembre 2009, “in modo che l’energia possa fluire a sud”. George Krol, Viceassistente del segretario di Stato per l’Asia centrale e meridionale ha detto, al Congresso, che una delle priorità degli Stati Uniti in Asia centrale è “aumentare lo sviluppo e la diversificazione delle risorse energetiche della regione e delle rotte di approvvigionamento. L’Asia centrale ha un ruolo vitale nella nostra strategia in Afghanistan.” [ix]
Nel caso dell’Afghanistan, è il gasdotto TAPI a contare molto. E’ la pipeline programmata a portare l’energia dalla regione del Caspio all’Oceano Indiano attraverso il Turkmenistan, l’Afghanistan, il Pakistan e l’India. Di fatto, è il gasdotto che ha innescato il conflitto armato nella regione. I negoziati con i taliban sul tracciato del gasdotto fallirono nel 2001, poco prima degli incidenti dell’11 settembre 2001. Il rifiuto dei taliban di accogliere gli interessi degli Stati Uniti, si rivelarono l’ultimo chiodo della bara del regime talib. Furono estromessi e si ritenne che la via alla costruzione del gasdotto TAPI fosse stata sgombrata, e i capi degli Stati partecipanti iniziarono gli incontri per finalizzare il progetto. L’accordo fu finalmente firmato nel 2008. [x] Prima dell’invasione statunitense dell’Afghanistan e degli attentati dell’11 settembre, la Unocal statunitense aveva già testimoniato al Congresso che il gasdotto non poteva essere costruito fino a quando un governo riconosciuto a livello internazionale fosse stato costituto in Afghanistan. Per far avanzare il progetto, si dovevano ottenere finanziamenti internazionali, con accordi inter-governativi e tra governi e consorzi. [xi] Qui si pone la domanda su quanto gli USA otterrebbero da questo progetto di oleodotto? La risposta è più opportuna portando alla ribalta il significato dell’Heartland eurasiatico di Mackinder. Il gasdotto avrebbe sottolineato il significato geo-politico di altre pipeline sostenute dagli USA, come la BTC e la Trans-Caspio, migliorando il controllo degli USA sulle vie di esportazione dell’energia. Nei calcoli degli Stati Uniti, se si potevano controllare le vie di esportazione di energia con una forte presenza militare in Afghanistan e fornendo l’ombrello di sicurezza, potevano controllare le risorse energetiche del continente eurasiatico e, infine,  controllare anche l’Heartland eurasiatico. [xii] Quando si studia la questione del TAPI, in linea con il succitato Silk Road Strategy Act, diventa abbastanza chiaro che il controllo dei giacimenti energetici sia l’interesse primario degli USA nella regione, dovendoli mettere sotto controllo per adempiere agli interessi geo-strategici e geo-economici di lungo termine, e mantenere l’egemonia.
L’analisi di sopra dimostra che l’invasione statunitense dell’Afghanistan non è il risultato del piano di un qualsiasi gruppo terroristico per creare disagi in tutto il mondo. É principalmente il risultato del perenne potente braccio di ferro politico in corso tra le potenze mondiali. E’ un fatto che in altre aree del mondo in cui il petrolio e il gas sono stati scoperti, come Venezuela, Messico, Africa occidentale, non vi è la stessa attenzione. E’ così perché queste aree non sono strategicamente così importanti come lo è l’Heartland eurasiatico. [xiii] La presenza della maggior parte dei Paesi nucleari più potenti, delle maggiori economie e delle rotte commerciali più antiche, dona a questa regione una grande importanza nella politica internazionale. La strategia degli USA, sia in tempo di guerra (invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, costruzione di basi) che in tempo di pace (costruzione di oleodotti) serve alla loro grande strategia del 21° secolo per mantenere l’egemonia. Un occhio attento è in grado di rilevare che tutte queste strategie hanno un obiettivo comune,  migliorare il controllo politico statunitense sulla massa eurasiatica e le sue risorse in idrocarburi. L’intensificata corsa all’egemonia globale e alla crescente dipendenza della prosperità economica dal petrolio e del gas, sono i fattori principali che si muovono dietro la grande strategia degli Stati Uniti nella regione eurasiatica, comprendendo l’invasione dell’Afghanistan e l’istituzione della presenza militare permanente nella regione. Anche se l’attuale situazione in Afghanistan sembra negativa per gli Stati Uniti, tuttavia, questa situazione oggettiva degli USA e dell’Afghanistan è funzionale al raggiungimento di tali obiettivi. In quanto tale, la guerra non puntava a ‘colpire e distruggere’ i terroristi, ma al gas, al petrolio e al mantenimento del potere o, come dice Zbigniew Brzezinski, “una potenza che domina l’Eurasia dominerebbe due delle tre regioni economicamente più produttive del mondo, l’Europa occidentale e l’Asia orientale… ciò che accadrà nella distribuzione del potere nel continente eurasiatico sarà di importanza decisiva per il primato globale dell’America e la sua eredità storica”. [xiv] La guerra, quindi, non è volta a mantenere un equilibrio di potere, ma a sbilanciarla a favore degli USA contro i suoi principali rivali, la maggior parte dei quali si trova nella massa continentale eurasiatica.

Note
[i] Marker Menkiszak, “Russia’s Afghan Problem: The Russian Federation and the Afghan Problem Since 2001.” Center For Eastern Studies 38 (2011), p. 53
[ii] Ahsan ur Rehman Khan, “Taliban as an Element of the Evolving Geopolitics: Realities, Potential, and possibilities.” Institute of regional Studies, Islamabad 19 (2000-2001), p. 98-99
[iii] Ahsan ur Rehman Khan, Moorings and Geo-Politics of the Turbulence in Pashtun Tribal Areas Spreading to other Parts of Pakistan (Lahore: Ashraf Saleem Publishers, 2011), p. 14-16. L’Autore si occupa della psiche e del comportamento pashtun, come anche di altri fattori che influiscono sulla loro mentalità peculiare, dettagliati nel suo libro citato qui.
[iv] Emre Iseri, “The US Grand Strategy and the Eurasian Heartland in the Twenty-first Century.” Geopolitics 14 (2009), p. 6
[v] V. K. Fouskas and B. Gökay, “The New American Imperialism: Bush’s War on Terror and Blood for Oil.” Westport, CT: Praeger Security International (2005):  29
[vi] “A National Security Strategy for a New Century” Washington, DC: The White House (1999), p. 33
[vii] William Engdahl, “Geopolitics Behind the Phoney U.S. War in Afghanistan”  The Market Oracle (2009)
[viii] Ibid
[ix] John Foster, “Afghanistan, the TAPI Pipeline, and Energy Geopolitics” Journal of Energy Security (2010)
[x] Ibid
[xi] Ibid
[xii] Emre Iseri, “The US Grand Strategy and the Eurasian Heartland in the Twenty-first Century.” Geopolitics 14 (2009), p. 19
[xiii] J. Nanay, ‘Russia and the Caspian Sea Region’, in J. H. Kalicki and D. L. Goldwyn (eds.), Energy & Security: Towards a New Foreign Policy Strategy (Baltimore: The John Hopkins University Press, 2005), p. 142.
[Xiv] Zbigniew Brzezinski, ‘La Grande Scacchiera: la supremazia americana e la sua importanza geostrategica’ (Basic Books: New York 1997), p. 223.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra al Libano e la battaglia per il petrolio

Prof. Michel Chossudovsky Global Research, 21 ottobre 2012

Nota dell’autore I recenti sviluppi in Siria e Libano puntano verso l’escalation militare, vale a dire verso una grande guerra regionale, che è sul tavolo del Pentagono dal 2004. I confini di Siria e Libano sono circondati. Truppe inglesi e statunitensi sono di stanza in Giordania, l’Alto Comando turco in collaborazione con la NATO sta fornendo sostegno militare all’esercito libero siriano. Le forze navali alleate sono dispiegate nel Mediterraneo orientale. Secondo un recente rapporto d’intelligence del Debka News Service israeliano: “Le truppe statunitensi inviate al confine Giordania-Siria stanno costituendo un quartier generale in Giordania per rafforzarne le capacità militari, nel caso le violenze si riversassero dalla Siria, suggerendo un ampliamento dell’intervento militare statunitense nel conflitto siriano.”
Il dispiegamento di truppe alleate al confine meridionale della Siria è coordinato con le azioni intraprese dalla Turchia e dai suoi alleati al confine nord della Siria. Nel frattempo, il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu ha chiesto il sostegno della NATO contro la Siria, secondo la dottrina della sicurezza collettiva. “Faremo ciò che deve essere fatto, se la nostra frontiera sarà violata di nuovo“, aveva detto ai giornalisti il 13 ottobre. Davutoglu aveva sottolineato la presunta violazione del confine della Turchia da parte della Siria come una violazione dei confini della NATO. Ai sensi dell’articolo 5 del Trattato di Washington, l’attacco a uno stato membro dell’Alleanza Atlantica è considerato come un attacco contro tutti gli stati membri della NATO. “In questo contesto, ci aspettiamo il sostegno dei nostri alleati”, aveva detto Davutoglu, intendendo che sia la Germania che gli altri Stati membri dell’alleanza atlantica dovrebbero agire per difendere la Turchia secondo la dottrina della sicurezza collettiva: “Se un tale attacco si producesse, ciascuna di essi, nell’esercizio del diritto individuale o collettiva alla legittima difesa … assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, compreso l’uso della forza armata per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale…” (Vedi testo completo dell’articolo 5 del Trattato di Washington, aprile 1949).
Inoltre, le azioni di Israele e Turchia sono coordinate nel contesto di una trentennale alleanza militare diretta contro la Siria. In base a tale patto bilaterale, Turchia e Israele sono d’accordo “a collaborare nella raccolta d’intelligence” dalla Siria e dall’Iran. Durante l’amministrazione Clinton, un’intesa triangolare militare tra Stati Uniti, Israele e Turchia venne creata. Questa ‘triplice alleanza’, controllata dall’US Joint Chiefs of Staff, integra e coordina le decisioni dei comandi militari tra Washington, Ankara, Tel Aviv e il quartier generale della NATO, a Bruxelles, riguardanti il Medio Oriente. La triplice alleanza è anche accoppiata all’accordo di cooperazione militare NATO-Israele del 2005, in base al quale Israele è diventato un membro de facto dell’alleanza atlantica. Questi legami militari con la NATO sono visti dai militari israeliani come un mezzo per “rafforzare la capacità di deterrenza d’Israele verso potenziali nemici che lo minacciano, soprattutto l’Iran e la Siria.”

L’ultima bomba a Beirut
L’attentato dinamitardo che ha devastato un quartiere cristiano di Beirut il 19 ottobre, ha provocato 8 morti e più di 80 feriti. Poche ore dopo l’attacco, i media occidentali, così come il Dipartimento di Stato USA, hanno accusato, senza uno straccio di prova, Damasco di essere dietro l’attentato e la morte del direttore del servizio di sicurezza interno del Libano, il Brigadier-Generale Wissam al-Hassan. A seguito di tali segnalazioni, il governo siriano è stato accusato di aver ordinato l”assassinio politico’ di Wisssam al-Hassan, che viene descritto come un componente della fazione anti-siriana di Saad Hariri. “Volevano farlo, e l’hanno fatto“, ha detto Paul Salem, analista regionale della Carnegie Middle East Center. Mentre non vi è alcuna prova del coinvolgimento del governo siriano in questo attentato, molti osservatori hanno sottolineato il fatto che il bombardamento del quartiere cristiano di Beirut assomiglia a quelli svolti dall”opposizione’ dell’esercito libero siriano (ELS) contro la comunità cristiana in Siria.
Il bombardamento di Beirut del 19 ottobre ha le caratteristiche di un attacco sotto falsa bandiera, una provocazione destinata a scatenare una guerra settaria in Libano, così come a destabilizzare il governo della Coalizione 8 marzo, che ha il sostegno di una parte della comunità cristiana. L’obiettivo è forzare alle dimissioni il governo della Coalizione 8 marzo. Il 21 ottobre, due giorni dopo l’attentato di Beirut, Israele e Stati Uniti hanno avviato grandi esercitazioni di guerra, simulando “un attacco missilistico iraniano, siriano e/o di Hezbollah su Israele.” Soldati statunitensi sono ora presenti in Israele e Giordania. Forze speciali britanniche sono state inviate in Giordania.

La guerra del 2006 contro il Libano
Lo sfondo storico di questi eventi recenti dovrebbe essere inteso. Nel 2006, il Libano è stato bombardato dalle forze aeree israeliane. Le truppe israeliane attraversarono il confine e furono respinte dalle forze di Hezbollah. La guerra del 2006 contro il Libano era parte di un piano militare attentamente pianificato e coordinato. L’estensione della guerra del 2006 contro il Libano alla Siria era stata contemplata dai pianificatori militari degli Stati Uniti e di Israele. Quest’ampia agenda militare del 2006 era strettamente legata alla strategia del petrolio e degli oleodotti. Era sostenuta dai giganti petroliferi occidentali che controllano i corridoi petroliferi.
Uno degli obiettivi militari formulati nel 2006 era che Israele ottenesse il controllo delle coste libanese e siriana del Mediterraneo orientale, cioè la creazione di un corridoio costiero che si estendesse da Israele alla Turchia. Il seguente testo scritto nel 2006, al culmine della guerra del Libano del 2006, esamina la geopolitica dei corridoi e dei gasdotti dell’energia e del petrolio, attraverso il Libano e la Siria. Un altro importante obiettivo strategico d’Israele è il controllo sulle riserve di gas offshore nel Mediterraneo orientale, comprese quelle di Gaza, Libano e Siria. Queste riserve di gas costiere si estendono dal confine d’Israele con Egitto al confine turco.

La guerra al Libano e la battaglia per il petrolio
Michel Chossudovsky, Global Research, 26 luglio 2006

Esiste una relazione tra il bombardamento del Libano e l’inaugurazione del più grande oleodotto strategico del mondo, che destinerà più di un milione di barili di petrolio al giorno ai mercati occidentali? Virtualmente ignota, l’inaugurazione dell’oleodotto Ceyhan-Tblisi-Baku (BTC), che collega il Mar Caspio al Mediterraneo Orientale, ha avuto luogo il 13 luglio, fin dall’inizio dei bombardamenti israeliani in Libano. Un giorno prima degli attacchi aerei israeliani, i principali partner e azionisti del progetto BTC, tra cui molti capi di Stato e dirigenti di compagnie petrolifere, erano presenti nel porto di Ceyhan. Poi si precipitarono a un ricevimento inaugurale ad Instanbul, patrocinato dal presidente turco Ahmet Necdet Sezer, nei lussuosi dintorni del Palazzo Cyradan. Vi parteciparono l’Amministratore Delegato della British Petroleum (BP), Lord Browne, insieme ad alti funzionari governativi di Gran Bretagna, Stati Uniti e Israele. La BP guida il consorzio dell’oleodotto BTC. Altri principali azionisti occidentali sono Chevron, Conoco-Phillips, la francese Total e l’italiana ENI. Il ministro dell’energia e delle infrastrutture di Israele, Binyamin Ben-Eliezer era presente assieme ad una delegazione di alti funzionari israeliani del settore petrolifero.
L’oleodotto BTC elude del tutto il territorio della Federazione Russa. Transita attraverso le repubbliche ex-sovietiche dell’Azerbaijan e della Georgia, che sono entrambe diventate ‘protettorati’ degli Stati Uniti, ben integrate in un’alleanza militare con gli Stati Uniti e la NATO. Inoltre, sia l’Azerbaigian che la Georgia hanno accordi di cooperazione militare di lunga data con Israele. Israele ha una quota dei campi petroliferi azeri, dai quali importa circa il venti per cento del suo petrolio. L’apertura del gasdotto aumenterà in modo sostanziale le importazioni petrolifere israeliane dal bacino del Mar Caspio. Ma c’è un’altra dimensione che si correla direttamente alla guerra in Libano. Considerando che la Russia è stata indebolita, Israele è destinato a giocare un ruolo strategico importante nel ‘proteggere’ i corridoi di Ceyhan e la pipeline del Mediterraneo orientale.

La militarizzazione del Mediterraneo Orientale
Il bombardamento del Libano è parte di un piano militare attentamente pianificato e coordinato. L’estensione della guerra alla Siria e all’Iran è già stata contemplata dai pianificatori militari degli Stati Uniti e di Israele. Questa più ampia agenda militare è intimamente legata alla strategia sul petrolio e gli oleodotti. È sostenuta dai giganti petroliferi occidentali che controllano i corridoi petroliferi. Nel contesto della guerra in Libano, Israele cerca il controllo territoriale delle litoraneo del Mediterraneo orientale. In questo contesto, l’oleodotto BTC, controllato dalla British Petroleum, ha cambiato drammaticamente la geopolitica del Mediterraneo orientale, che adesso è collegata, mediante un corridoio energetico, al bacino del Mar Caspio: “[L'oleodotto BTC] cambia considerevolmente lo status dei paesi della regione e cementa una nuova alleanza pro-occidente. Avendo collegato l’oleodotto al Mediterraneo, Washington ha praticamente creato un nuovo blocco con Azerbaijan, Georgia, Turchia e Israele“. (Komersant, Mosca, 14 luglio 2006) Israele fa ora parte dell’asse militare anglo-statunitense, che serve gli interessi dei giganti petroliferi occidentali in Medio Oriente e Asia Centrale. Mentre i rapporti ufficiali dichiarano che l’oleodotto BTC “porterà petrolio ai mercati occidentali“, quello che non viene riconosciuto è che parte del petrolio del Mar Caspio sarà direttamente incanalato verso Israele. A questo proposito, il progetto di oleodotto sottomarino israelo-turco è previsto che colleghi Ceyhan al porto israeliano di Ashkelon e da lì, attraverso le pipeline principali d’Israele, al Mar Rosso.
L’obiettivo di Israele non è solo acquisire petrolio dal Mar Caspio per il proprio consumo interno, ma anche svolgere un ruolo chiave nella riesportazione del petrolio del Caspio verso i mercati asiatici, attraverso il porto di Eilat sul Mar Rosso. Le implicazioni strategiche di questo re-instradamento del petrolio dal Mar Caspio, sono di vasta portata. Così è previsto il collegamento dell’oleodotto BTC alla pipeline Trans-Israele Eilat-Ashkelon, anche noto come Tipline d’Israele, da Ceyhan al porto israeliano di Ashkelon. Nell’aprile 2006, Israele e Turchia annunciarono piani per quattro oleodotti sottomarini che ignorano il territorio siriano e libanese. “La Turchia e Israele stanno negoziando la costruzione di un progetto multi-milionario per il trasporto di acqua, elettricità, gas naturale e petrolio mediante degli oleodotti per Israele, con il petrolio da inviare da Israele verso l’Estremo Oriente. La nuova proposta israelo-turca in discussione, vedrebbe il trasferimento di acqua, elettricità, gas naturale e petrolio ad Israele mediante quattro oleodotti sottomarini”. JPost
Il petrolio di Baku può essere trasportato ad Ashkelon attraverso questo nuovo oleodotto, e da lì  all’India e all’Estremo Oriente. [Attraverso il Mar Rosso]. Ceyhan e il porto mediterraneo di Ashkelon sono situati a soli 400 km di distanza. Il petrolio può essere trasportato in città con petroliere o mediante una pipeline appositamente costruita sott’acqua. Da Ashkelon, il petrolio può essere pompato attraverso oleodotto già esistente verso il porto di Eilat sul Mar Rosso, e da lì può essere trasportato in India e in altri paesi asiatici, su navi petroliere”. (REGNUM)

Acqua per Israele
Parte di questo progetto è una condotta per l’acqua diretta a Israele, pompata dalle riserve del sistema fluviale a monte del Tigri e dell’Eufrate, in Anatolia. Questo è da tempo un obiettivo strategico di Israele a detrimento della Siria e dell’Iraq. L’agenda di Israele riguardo l’acqua è sostenuta dall’accordo di cooperazione militare tra Tel Aviv e Ankara.

Il reindirizzo strategico del petrolio dell’Asia centrale
Il reindirizzo del petrolio dell’Asia centrale e del gas verso il Mediterraneo Orientale (sotto la protezione militare israeliana) per riesportarlo verso l’Asia, serve a minare il mercato dell’energia inter-asiatico, che si basa sullo sviluppo dei corridoi petroliferi che collegano l’Asia centrale e la Russia all’Asia del Sud, alla Cina e all’Estremo Oriente. In definitiva, questo progetto ha lo scopo di indebolire il ruolo della Russia in Asia Centrale e di escludere la Cina dalle risorse petrolifere dell’Asia centrale. È inoltre destinato a isolare l’Iran. Nel frattempo, Israele è emerso come nuovo e potente giocatore nel mercato globale dell’energia.

La presenza militare della Russia in Medio Oriente
Nel frattempo, Mosca ha risposto al progetto di USA-Israele-Turchia per militarizzare il litoraneo  del Mediterraneo Orientale con l’intenzione di stabilire una base navale russa nel porto siriano di Tartus: “Fonti del ministero della difesa ricordano che una base navale a Tartus permetterà alla Russia di consolidare le proprie posizioni in Medio Oriente e garantire la sicurezza della Siria. Mosca intende dispiegare un sistema di difesa aereo attorno alla base, per fornire copertura aerea alla stessa base e a una parte consistente del territorio siriano. (I sistemi S-300PMU-2 Favorit non saranno consegnati ai siriani, ma saranno gestiti da personale russo.)(Kommersant, 2 giugno 2006) Tartus è strategicamente situata a 30 km dal confine con il Libano. Inoltre, Mosca e Damasco hanno raggiunto un accordo per la modernizzazione delle difese aeree siriane così come un programma di sostegno alle forze terrestri, per la modernizzazione dei caccia MiG-29 e dei sottomarini. (Kommersant, 2 giugno 2006). Nel contesto di una escalation a un conflitto, questi sviluppi hanno implicazioni di vasta portata.

Guerra e oleodotti
Prima del bombardamento del Libano, Israele e Turchia avevano annunciato degli oleodotti sottomarini che evitavano la Siria e il Libano. Questi oleodotti sottomarini non violano apertamente la sovranità territoriale del Libano e della Siria. D’altra parte, lo sviluppo di corridoi terrestri alternativi (per il petrolio e l’acqua) attraverso il Libano e la Siria richiederebbe il controllo territoriale israelo-turco delle coste del Mediterraneo orientale di Libano e Siria. L’implementazione di un corridoio terrestre, in contrasto con il progetto di gasdotto sottomarino, richiede la militarizzazione del litoraneo del Mediterraneo orientale, che si estende dal porto di Ceyhan e, attraverso Siria e Libano, arriva al confine israelo-libanese. Non è forse questo uno degli obiettivi occulti della guerra in Libano? Aprire uno spazio che permetta ad Israele di controllare un vasto territorio che si estende dal confine libanese alla Turchia attraverso la Siria.
Vale la pena notare che l’Accademia militare degli Stati Uniti aveva previsto la formazione di un “Grande Libano” che si estenda lungo la costa tra Israele e la Turchia. In questo scenario, tutta la costa siriana sarà collegata ad un protettorato israelo-anglo-statunitense. Il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha dichiarato che l’offensiva israeliana contro il Libano “durerà molto tempo“. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno accelerato l’invio di armi a Israele. Vi sono obbiettivi strategici sottesi alla “Lunga Guerra”, collegati al petrolio e agli oleodotti. La campagna aerea contro il Libano è inestricabilmente legata agli obiettivi strategici israelo-statunitensi sul Medio Oriente, compresi Siria e Iran. Recentemente, la Segretaria di Stato Condoleeza Rice ha dichiarato che lo scopo principale della sua missione in Medio Oriente non è cercare un cessate il fuoco in Libano, ma piuttosto isolare la Siria e l’Iran. (Daily Telegraph, 22 luglio 2006). In questo particolare momento, il rifornimento di scorte a Israele di armi di distruzione di massa degli Stati Uniti, punta ad un’escalation della guerra sia entro che oltre i confini del Libano.

Michel Chossudovsky è l’autore del best seller internazionale “The Globalization of Poverty”, pubblicato in undici lingue. E’ Professore di Economia presso l’Università di Ottawa e Direttore del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione.  È anche collaboratore dell’Enciclopedia Britannica. Il suo libro più recente è intitolato: La “guerra al terrorismo” dell’America, Global Research, 2005. Per ordinare il libro di Chossudovsky, clicca qui.

Per ulteriori informazioni sulla campagna contro l’oleodotto BTC

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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