La “Battaglia per l’Europa” infuria. Come gli USA minano le relazioni franco-russe

Umberto Pascali, Global Research, 2 luglio 2014
1926738Il 1° luglio, durante un incontro con gli ambasciatori e i rappresentanti permanenti russi, il Presidente Vladimir Putin ha rivelato i dettagli di un palese ricatto alla Francia. L’amministrazione statunitense ha utilizzato le sue unilaterali (e illegali) sanzioni contro Cuba, Iran e Sudan per punire la Francia e in particolare la Banque Nationale de Paris – Paribas. La Banca è stata taglieggiata con 8,97 miliardi di dollari per non sottomettersi al malefico diktat della potenze egemone, ubriaca ma indebolita, anche se le sanzioni non sono una decisione concordata con la Francia. In uno sviluppo che impatta direttamente sulla sovranità nazionale, il terzo esecutivo di BNP, Dominique Remy, s’è dimesso a metà maggio dopo che il regolatore bancario della Stato di New York, Benjamin Lawsky (leggi Wall Street), l’ha indicato come uno dei 12 funzionari che dovrebbe dimettersi per il suo ruolo nello “scandalo”. Putin ha rivelato pubblicamente qualcosa di peggio. La causa contro la BNP francese è stata istruita da Washington per ricattare la Francia e costringerla a non consegnare alla Russia delle due portaelicotteri classe Mistral, di produzione francese e del valore di 1,6 miliardi di dollari. Francia e Russia, però, non possono ritirarsi dall’accordo sulle Mistral: in questo momento 400 marinai russi si addestrano sulla prima Mistral in un porto francese. Lungi dal rappresentare una dimostrazione di potenza egemone, il ricatto degradante rafforza i legami tra la Russia e i principali Paesi dell’Unione europea: Francia, Germania e Italia.
Putin ha detto agli ambasciatori russi: “...Ciò che accade alle banche francesi non può che suscitare  indignazione in Europa e anche qui. Sappiamo della pressione dei nostri partner statunitensi sulla Francia per costringerla a non fornire le Mistral alla Russia. Sappiamo anche che hanno fatto capire che se la Francia non consegna le Mistral, le sanzioni alle loro banche saranno tranquillamente tolte, o almeno ridotte in modo significativo. Cos’è questo se non ricattare? E’ questo il modo giusto di agire sulla scena internazionale? Inoltre, quando si parla di sanzioni, presumiamo sempre che le sanzioni siano applicate ai sensi dell’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite. In caso contrario, non sono sanzioni nel senso giuridico del termine, ma qualcosa di diverso, un altro strumento di politica unilaterale…
La politica estera degli Stati Uniti, sempre più irrazionale e proditoria raggiunge il culmine, caratterizzata da una vasta gamma di strumenti di pressione e intimidazione. Ora la politica prepotente degli Stati Uniti del “con me o contro di me” spinge sempre più Paesi a cercare un’alternativa razionale. La Russia di Putin, contrariamente ai disperati media di Wall Street, splende come un faro di razionalità e umanità, come l’unico adulto e persona di fiducia nel saloon globale in cui l’ubriaco cowboy statunitense spara le sue ultime cartucce. La crisi Ucraina, la creazione del grottesco SIIL in Iraq e Siria, la pressione frenetica su Romania, Serbia, Italia e altri nel denunciare l’accordo con la Russia sul gasdotto South Stream e impedire alla Russia di esportare le sue materie prime, questi sembrano essere gli ultimi proiettili sparati in aria.
L’Italia, per esempio, ha risposto con una dichiarazione netta del segretario di Stato per gli affari europei Sandro Gozi: “Il progetto South Stream è sempre stato e rimane il più importante per l’Italia”. L’intervista è stata pubblicata il 30 giugno, il giorno prima che l’Italia assumesse la presidenza del Consiglio dell’Unione europea. “Mentre l’Italia assume la presidenza dell’Unione Europea, diamo priorità assoluta all’integrazione politica ed economica con Kiev, mentre la ripresa del partenariato strategico tra l’UE e la Russia, … le relazioni con Mosca non possono essere né tagliate né sospese; al contrario siamo convinti della necessità di rafforzarle ulteriormente“. Uno dei primi inviti della ministra degli Esteri italiana Federica Mogherini, avanzati all’inizio del semestre di presidenza italiana, era al suo omologo russo Sergej Lavrov, annunciando una visita a Mosca a luglio. Anche la Serbia, dopo un dibattito per valutare la forza delle minacce degli Stati Uniti, ha deciso di andare avanti con il South Stream, e naturalmente così ha fatto l’Austria durante la visita ufficiale di Putin a Vienna, il 24 giugno. L’agenzia tedesca Deutsche Welle ha scritto, permettendosi stranamente un accenno di polemica: “L’Austria sfida USA e UE sul South Stream durante la visita di Putin; l’austriaca OMV e la russa Gazprom hanno firmato un accordo sulla sezione austriaca del controverso gasdotto South Stream che bypassa l’Ucraina. Il presidente austriaco Heinz Fischer ha respinto le critiche di USA e UE“. La Germania è felicemente alimentata dal gas russo via North Stream. Molti in Europa si aspettano ora una nuova linea dall’Unione europea, nonostante la politica antieuropea della City di Londra, controllata dalla burocrazia di Bruxelles. Dietro la facciata, la “Battaglia per l’Europa” infuria.
Gli ultimata feroci e disperati di Washington appaiono sempre più impotenti. Ed è sempre più chiaro il motivo per cui l’assistente del segretario di Stato USA per gli affari europei ed eurasiatici, Victoria Nuland, nella sua infame conversazione con l’ambasciatore Geoffrey Pyatt in preparazione del colpo di Stato a Kiev, pronunciò il suo immortale: “Fuck the EU“. La destabilizzazione sanguinaria dell’Ucraina è un mezzo per mantenere l’Europa sotto controllo. Ma non funziona.

163028282Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Ucraina e la battaglia per il South Stream

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 27/06/2014

534985Il conflitto in Ucraina, certamente è un tentativo di espandere NATO ed Unione Europea (UE), viene ingigantito dal dominio dei mercati energetici europei. I tentativi di fermare la costruzione  del gasdotto South Stream della Russia sembrano diretti a danneggiare ulteriormente la Russia per il suo ruolo nella difesa degli ucraini attualmente assediati da aerei, artiglieria, blindati e truppe irregolari.

Verso un’Europa “unita e libera” come il suo mercato dell’energia
Verso un’Europa unita e libera” è il titolo dell’evento del maggio 2014 quando il Consiglio Atlantico della NATO celebrava la continua espansione della NATO dalla caduta dell’Unione Sovietica e l’aspirazione ad integrare i confini della Russia e la stessa Russia, nel suo ordine geopolitico-socio-economico. Il sito del programma ufficiale dell’evento del Consiglio Atlantico dichiara: “Questa conferenza onorerà le tappe storiche che hanno forgiato una comunità atlantica forte e prospera ed esplorerà le sfide più urgenti del completamento dell’Europa unita e libera. Questa visione, implementata con successo da due decenni di strategia bipartisan e transatlantica, è stata chiamata in causa sia dagli attuali membri della NATO e dell’Unione europea che dalle azioni aggressive della Russia. Capi ed esperti si riuniranno presso la sede del Consiglio per discutere opportunità e sfide nell’Europa dell’est e del sud con l’obiettivo di esplorare un rinnovato approccio transatlantico comune”. Essenzialmente una celebrazione dell’espansionismo, aggressione militare e sovversione politica extraterritoriale, all’evento erano presenti molti dei principali protagonisti della crisi attuale in Ucraina. Tra costoro il segretario di Stato USA John Kerry e il vicepresidente USA Joseph Biden, insieme ai comandanti della NATO e degli Stati Uniti e ai politici al soldo delle aziende corporativo-finanziarie che parlano da decenni di “eccezionalismo” degli USA, compreso il senatore statunitense John McCain, volato a Kiev durante le proteste “Euromaidan” condividendo il palco con il capo del partito neo-nazista Svoboda. Secondo loro, i partecipanti alla riunione del Consiglio Atlantico descrivono la battaglia per l’Ucraina come “completamento” del consolidamento socioeconomico dell’Europa, includendovi “l’integrazione della Russia”. Il segretario John Kerry avrebbe detto: “I nostri alleati europei hanno speso più di 20 anni con noi per integrare la Russia nella comunità euro-atlantica”. “Integrare” la Russia, naturalmente, per Kerry significa rovesciare qualsiasi ordine politico nazionale indipendente a Mosca e sostituirlo con uno agli ordini di Wall Street, Londra e Bruxelles. Ciò si vede chiaramente nel tentativo occidentale di replicare il suo modello di “rivoluzione colorata” nel territorio russo. Ma Kerry e il resto di UE-NATO, riconoscendo che gli sforzi per sovvertire e rovesciare l’ordine politico indipendente in Russia sono falliti, fanno ricorso alla politica di accerchiamento, contenimento e confronto in Ucraina, essendo solo uno dei tanti campi di battaglia in cui l’occidente combatte. Kerry avrebbe indicato il mercato energetico europeo uno di essi. Ha dichiarato: “…Se vogliamo un’Europa unita e libera, dobbiamo fare di più subito, con urgenza, per garantirci che le nazioni europee non dipendano soprattutto dalla Russia per l’energia. In questa epoca di nuovi mercati energetici, di preoccupazione per il cambiamento climatico globale e sovraccarico di carbonio, dovremmo poter renderne l’Europa meno dipendente. E se lo facciamo, sarà una dei più grandi vantaggi strategici che si possano avere. Possiamo avere una maggiore indipendenza energetica e contribuire a diversificare le fonti energetiche disponibili per i mercati europei, ed espandere l’infrastruttura energetica in Europa costruendo capacità di stoccaggio energetico nel continente“. E subito hanno agito. Dopo aver resistito alla pressione dell’UE sul gasdotto South Stream della Russia, la Bulgaria è stata costretta a sospenderne la costruzione, mettendo a repentaglio gli interessi e le opportunità non solo della Russia, ma delle nazioni in cui il gasdotto deve passare.

La battaglia per il South Stream
L’arresto della costruzione dopo la visita da parte dei senatori USA John McCain, Christopher Murphy e Ron Johnson; con McCain che in particolare sostenne direttamente il rovesciamento armato del governo ucraino all’inizio di quest’anno. In un articolo del Washington Post intitolato “La Bulgaria ferma i lavori sul gasdotto South Stream“, si afferma: “Il primo ministro della Bulgaria ha ordinato la sospensione dei lavori di costruzione del gasdotto South Stream della Gazprom volto a bypassare l’Ucraina e consolidare la presa della Russia sull’energia europea. Plamen Oresharskij ha detto, dopo l’incontro con John McCain, Christopher Murphy e Ron Johnson, di aver ordinato di proseguire i lavori sul controverso progetto solo dopo consultazioni con Bruxelles”. Mosca ha risposto sottolineando la natura evidente di ciò dovuta alle sanzioni contro la Russia. The Moscow Times in un articolo intitolato “La Russia vede le sanzioni nella subdola sospensione della Bulgaria del South Stream“, afferma che: “La decisione della Bulgaria di sospendere la costruzione del  gasdotto della Russia South Stream sul suo territorio, minando gli sforzi della Russia di diversificare dall’Ucraina le infrastrutture di trasporto del gas verso l’Europa, è una subdola spinta occidentale delle sanzioni economiche alla Russia, hanno detto un alto diplomatico russo e analisti del settore russi”. L’articolo sottolinea inoltre che una volta che il gasdotto South Stream sarà completato ridurrà l’importanza dell’Ucraina quale punto di transito del gas russo per l’Europa occidentale. Sembra che le azioni contro South Stream siano volte almeno a ritardare  il più a lungo possibile questo risultato inevitabile, mantenendo una leva finanziaria mentre l’occidente fatica a consolidare il potere del suo vacillante regime-fantoccio a Kiev. Da parte della Bulgaria, non solo ha violato le sanzioni degli Stati Uniti alla Russia scegliendo una società russa per la costruzione del gasdotto, ma sembra desiderosa di risolvere gli ostacoli giuridici opportunamente fissati durante la crisi ucraina, per completare il gasdotto al più presto possibile.

Sfruttare il ritardo di South Stream
I piani occidentali sono sfruttare il ritardo di South Stream per estorcere concessioni dalla Russia e da coloro che vi lavorano. Inoltre, il ritardo aiuterà a preservare i vantaggi dei monopoli attuali ucraini sul trasporto del gas naturale russo verso l’Europa occidentale. Per garantire la massima leva finanziaria, l’occidente pone suo personale chiave nel settore energetico dell’Ucraina, oltre a puntellare il regime di Kiev. Forse più indicativo dell’illegittimità globale e della natura criminale dell’attuale azione di UE-NATO è la nomina di Hunter Biden, figlio del vicepresidente Joseph Biden, a membro del consiglio di amministrazione del colosso energetico ucraino Barisma. La nomina nepotistica di Biden Jr. non si pone laddove il conflitto di interessi inizia o termina. Biden Jr. è stato anche direttore del Fondo Nazionale per la Democrazia (NED), controllata da National Democratic Institute (NDI) del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Il NED/NDI ha svolto un ruolo noto nella costruzione dei partiti di opposizione in Ucraina prima delle cosiddette proteste “Euromaidan” e certamente ha costruito la cosiddetta “rivoluzione arancione” in Ucraina nel 2004. Ultimamente è stata “osservatore elettorale” che ha approvato i seggi in Ucraina, dove intere province non votarono, ad est, e i partiti di opposizione non hanno potuto fare una campagna ad ovest, mentre i bombardamenti aerei delle città del Paese erano in corso. In effetti, il NDI di Biden Jr. ha rovesciato un governo prima di farsi nominare direttore della più grande società energetica della nazione colpita; un conflitto di interessi da capogiro. Assieme all’agenda statunitense volta a ridurre l’influenza della Russia nel mercato energetico europeo, tale conflitto di interessi diventa di una scorrettezza evidente e componente dell’agenda occidentale volta ad accerchiamento e contenimento della Russia. Resta da vedere quanto sarà il ritardo South Stream e quant’altro faranno UE, NATO e un’Ucraina apertamente eterodiretta da regimi e industrie stranieri, perseguendo l’obiettivo dichiarato dal segretario Kerry di affrontare la Russia. Per nazioni come la Bulgaria, il prezzo della propria sovranità entrando nell’Unione europea può ora essere acutamente sentito. La Bulgaria non può perseguire i propri interessi a causa del diktat di Bruxelles, in nome di interessi particolari che operano oltre i confini e in disprezzo assoluto di pace e prosperità del popolo bulgaro. Si tratta di un monito alle altre nazioni che cercano di entrare in simili “comunità” sovranazionali, in particolare l’ASEAN/AEC del Sud-Est asiatico.
Il chiaro intento di NATO ed Unione europea d'”integrare” tutta l’Europa, compresa la Russia, nel loro ordine geopolitico, anche con la forza se necessario, il loro abuso del quadro giuridico dell’UE imponendo sanzioni alla Russia e nepotismo palese, così come ostacolare il completamento di progetti chiaramente vantaggiosi per gli Stati membri, rivela un ordine politico di grave criminalità slegato dal diritto e un netto ed attuale pericolo per la stabilità globale. Per coloro che nell’Ucraina orientale subiscono raid aerei, sbarramenti di artiglieria e l’assalto della “guardia nazionale” meccanizzata composta da neo-nazisti, l’instabilità è già una mortale realtà quotidiana.

0,,17488968_303,00Tony Cartalucci ricercatore e scrittore di di geopolitica di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija, Kiev in difficoltà tra ambasciate e gasdotti

Alessandro Lattanzio, 19/6/2014
10308748Il 14 giugno, la milizia della Repubblica Popolare di Lugansk lanciava una controffensiva per liberare la città di Shastie occupata dai golpisti. Le truppe ucraine vi persero 11 soldati della 128.ma Brigata di fanteria di Mukachevo e dell’80.mo Reggimento aeroportato di Lvov, ma i miliziani dovettero ritirarsi per l’assalto di veicoli blindati ed elicotteri delle guardie nazionali ucraine. A Izjum, la milizia di autodifesa tendeva un agguato a un convoglio golpista diretto a Slavjansk, distruggendo 4 autoveicoli e un BTR. 2 gruppi da ricognizione della guardia nazionale venivano respinti presso Slavjansk, tra Artem e l’insediamento Severnij, con l’eliminazione di almeno 4-5 miliziani majdanisti. A Krasnij Liman, un posto di blocco majdanista presso Kirovsk veniva colpito da mortai e lanciagranate, distruggendo 1 blindato ucraino. Secondo l’ONU, almeno 356 persone, di cui 257 civili, sono morte dall’inizio delle operazioni majdaniste contro Lugansk e Donetsk. Dal 2 maggio al 14 giugno le forze golpiste hanno subito 2670 effettivi tra morti, feriti e prigionieri; 1240 di Pravyji Sektor nella Guardia nazionale, tra cui il comandante della Guardia nazionale maggior-generale Sergej Kulchitskij; 770 mercenari di Kolomojskij dei battaglioni Dnepr, Donbass e Azov; 100 agenti del Servizio di sicurezza dell’Ucraina; 150 mercenari stranieri; 21 dell’ASBS Othago, 29 statunitensi della Greystone e 95 statunitensi di Academi, 5 cecchini donne; 90 della 95.ma Brigata aeromobile di Zhitomir; 90 della 25.ma Brigata aeromobile di Dnepropetrovsk; 50 della 79.ma Brigata aeromobile di Nikolaev; 10 del 3.zo Reggimento Forze speciali di Kirovograd; 30 della 93.ma Brigata meccanizzata di Cherkassij; 50 guardie confinarie a Lugansk distacco confine; 30 della 16.ma Brigata aviazione dell’esercito di Brodij; 20 della 831.ma Brigata da combattimento aereo di Mirgorod; 5 della 114.ma Brigata da combattimento aereo di Ivano-Frankovsk; 5 militari sull’aereo da ricognizione An-30 abbattuto il 6 giugno, di Kharkov; 25 agenti di CIA ed FBI (13 morti, 12 feriti); 35 agenti del MUP (Ministero degli Interni ucraino). Riguardo l’equipaggiamento militare, la junta di Kiev ha perso 7 carri armati T-64; 35 BTR; 16 BMD/BMP; 16 elicotteri Mi-8/17 e Mi-24; 1 cacciabombardiere Su-24; 2 velivoli d’attacco al suolo Su-25; 1 velivolo da trasporto militare Il-76; 1 velivolo da ricognizione An-30; 1 UAV; 3 autoveicoli Gaz-66; 3 Hummer; 6 autocarri Ural e 6 Kamaz; 2 MLRS (lanciarazzi multipli) Uragan e 3 Grad; 2 obici semoventi Nona e 3 obici D-30.
Composizione della spedizione punitiva contro il Donbas:
26000 effettivi, composti da:
14000 della Guardia nazionale ucraina;
5000 mercenari ucraini di Kolomojskij dei battaglioni Dnepr, Donbas e Azov;
400 delle unità del Servizio di sicurezza dell’Ucraina di Kiev, Poltava, Ternopol, Ivano-Frankovsk,
Lvov, Rovno, Lutsk, Volin, Vinnitsa, Zhitomir;
670 mercenari stranieri della polacca ASBS Othago, e delle statunitensi Greystone e Academi.
1000 della 95.ma Brigata aeroportata di Zhitomir;
1000 della 25.ma Brigata aeroportata di Dnepropetrovsk;
1000 della 79.ma Brigata aeroportata di Nikolaev;
1000 della 93.ma Brigata meccanizzata di Cherkassij;
200 del 3.zo Reggimento Forze speciali di Kirovograd;
16.ma Brigata aviazione dell’esercito di Brodij, regione di Lvov;
831.ma Brigata da combattimento aereo di Mirgorod, regione di Poltava;
114.ma Brigata da combattimento aereo di Ivano-Frankovsk;
500 delle forze speciali.
Tutte le unità militari tra Lugansk e il confine con la Russia sono passate alla Repubblica Popolare, dichiarava Valerij Bolotov, “Attualmente tutte le unità militari da Lugansk all’est della città sono passate con la RPL, tranne quella all’aeroporto, con cui negoziamo“. Si tratta di una brigata di paracadutisti di Dnepropetrovsk trincerata presso il Lugansk International Airport. Il comandante del controspionaggio della RPL, Vladimir Gromov, dichiarava la formazione di un’unità per la lotta contro i sabotatori. Infatti, nella regione di Sverdlovsk la milizia e i cosacchi intercettavano e arrestavano 8 sabotatori majdanisti. Aspri combattimenti a Semjonovka e Daekovo; bombardamenti su Gorlovka, Kramatorsk e Slavjansk causavano 10 morti e 42 feriti.
Il 18 giugno, a Odessa gli uffici della banca Privat dell’oligarca Kolomojskij e l’ufficio del servizio stampa del ministero degli Interni dell’Ucraina sono stati incendiati. A Lugansk, la milizia catturava 3 blindati ucraini e ne distrugge altri 3, mentre eliminava 11 soldati e ne catturava altri 18 del battaglione speciale Ajdar della guardia nazionale, distrutto nei pressi del villaggio Metalist in un agguato della milizia popolare. Ajdar era formato da circa 100 volontari neofascisti di Volin, Kharkov, Uzhgorod, Lugansk, Kiev e Donetsk. Altri 5 miliziani majdanisti venivano arrestati, tra cui 3 cecchini donne, di cui una baltica.
10462499In relazione all’assalto all’ambasciata russa a Kiev e al consolato russo di Odessa del 14 giugno, il Presidente del Comitato internazionale della Duma di Stato Aleksej Pushkov affermava che “gli attacchi sono stati premeditati. Non si tratta di azioni spontanee, ma accuratamente pianificate”, mentre il Ministro degli Estri russo Lavrov dichiarava “Il ruolo di primo piano nell’attentato all’ambasciata era svolto dai combattenti del battaglione Azov, istituito e finanziato da Kolomojskij, che le attuali autorità di Kiev hanno nominato governatore di Dnepropetrovsk“. All’incidente aveva partecipato il ‘ministro degli Esteri’ golpista Andrej Deshitsa che mentre scagliava una pietra contro  l’ambasciata russa, gridava “fottiti Putin! Vorrei stare qui con voi per dire Russia fuori dall’Ucraina!” alla teppaglia che vandalizzava le auto del personale dell’ambasciata, profanava la bandiera russa e danneggiava l’edificio con petardi e vernice. Deshitsa è stato perciò destituito dal suo ufficio. Il vicepremier golpista ucraino Vitalij Jarema ha detto che, “Alla seduta del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa il presidente dell’Ucraina ha nettamente proibito qualsiasi cooperazione nel settore militar-industriale con la Federazione russa“, mentre il servizio delle guardie di confine e il ministero della Difesa dell’Ucraina rafforzavano i posti di blocco al confine tra la regione di Kherson e la Crimea russa. Il checkpoint Chongar veniva circondato da filo spinato e lastre di cemento e un carro armato T-64 e diversi blindati BMP-2 vi sono stati posizionati. A Kharkov, migliaia di manifestanti si riunivano davanti al consolato russo per esprimere sostegno alla Russia dopo l’attacco all’ambasciata a Kiev.
Il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu partecipava a una riunione riservata presso la Duma di Stato. “Una domanda è stata posta se il nostro esercito sia pronto a difendere la Patria in circostanze internazionali complesse. Abbiamo ricevuto una risposta positiva. Tutti sono pronti e l’efficienza è al massimo“, dichiarava Mikhail Emeljanov, primo vicecapogrupppo parlamentare di Russia Giusta. Un altro parlamentare, Vadim Solovev, ha osservato che “sulla preoccupante situazione in Ucraina  siamo pronti ad eventuali sviluppi e tutto dipende dalla posizione dei nostri partner occidentali; e l’esercito è pronto a svolgere qualsiasi compito assegnatogli dal governo e dal Comandante in capo“. Nelle aree di confine russe con l’Ucraina, venivano infatti trasferiti quattro gruppi tattici russi: i 7.mo e 76.mo battaglioni della Divisione d’assalto anfibio, la 56.ma Brigata d’assalto aereo e la 19.ma Brigata fucilieri motorizzati, nell’ambito dell’operazione “per la sicurezza delle frontiere dalle forze militari ucraine“. Aerei da combattimento ed elicotteri d’attacco dell’aeronautica russa iniziavano i pattugliamenti della zona. Le guardie di frontiera ucraine avrebbero riferito della presenza anche di aerei russi per la guerra elettronica. Infine, il Consiglio dei Ministri degli Esteri dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza di gruppo (CSTO) dichiarava necessari l’abbandono del dialogo con la NATO e il rafforzamento dei legami con la Cina e la Shanghai Cooperation Organization (SCO). Il segretario generale della CSTO Nikolaj Bordjuzha ha affermato, “Il Consiglio dei Ministri degli Esteri ritiene necessario sospendere i tentativi di riavviare il dialogo con la NATO (…) Il Consiglio ha inoltre raccomandato di promuovere la cooperazione con l’OSCE. E’ anche necessario allargare il sostegno politico della CSTO alle organizzazioni internazionali di America Latina e Caraibi. Particolare attenzione sarà rivolta allo sviluppo delle relazioni con l’Iran, che esercita un’influenza innegabile nella regione, soprattutto in considerazione del fattore afghano. I cosiddetti due pesi e due misure, e la tendenza imperdonabile a barare sui fatti, sono ampiamente usati per manipolare l’opinione pubblica sui fatti nel mondo“.
La Repubblica dell’Ossezia del Sud riconosce l’indipendenza della Repubblica Popolare di Lugansk, “Rispettando l’espressione della volontà del popolo della RPL, la nostra repubblica riconosce i risultati del referendum“, dichiarava il presidente dell’Ossezia del Sud Leonid Tibilov, “l’Ossezia del Sud è pronta a prendere una decisione costruttiva secondo le norme universali del diritto internazionale”. Il gruppo comunista alla Duma ha chiesto a sua volta di riconoscere ufficialmente le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk e di aiutarle militarmente.
Non avendo pagato la bolletta del gas, l’Ucraina dal 16 giugno dovrà pagare in anticipo le forniture di gas dalla Russia. Gazprom dichiarava “Questa decisione è stata presa a causa della sistematica incapacità di Naftogaz Ucraina di pagare. Il debito ammonta a 4,458 miliardi di dollari“. “Hanno pagato zero. Corrispondentemente forniamo zero“, dichiarava Sergej Kuprjanov, portavoce di Gazprom. Subito dopo, nella regione di Poltava esplodeva il gasdotto Urengoj-Pomarij-Uzhgorod, che rifornisce di gas russo l’Europa.

10358744Fonti:
Alawata
Big Rostov
Global Research
ITAR-TASS
ITAR-TASS
ITAR-TASS
LifeNews
Moon of Alabama
Moon of Alabama
Reseau International
RIAN
RussiaToday
RussiaToday
RussiaToday
StopNATO
Vineyard Saker
Vineyard Saker

Perché gli USA temono il South Stream?

Pjotr Iskenderov Strategic Culture Foundation 13/06/2014
Uzsny-potok10L’occidente continua a minacciare i partner della Russia nel gasdotto South Stream. Seguendo il governo bulgaro, la Serbia ha annunciato che i lavori saranno sospesi. Entrambi i Paesi hanno citato la posizione della Commissione europea. Ma il commissario UE dell’energia Gunther Oettinger si rifiuta di discutere la costruzione di South Stream nell’ambito di una consultazione con la Russia,  principale azionista del progetto… Mentre il primo ministro bulgaro Plamen Oresharskij spiega che la sospensione dei lavori sul South Stream con la richiesta della Commissione europea e la necessità di “ulteriori consultazioni con Bruxelles”, la vicepremier e ministra dell’Energia serbo Zorana Mihajlovic ha tentato di incolpare la rivale storica del suo Paese nei Balcani, Sofia. Tuttavia, non ha evitato speculazioni politiche. “Fin quando i negoziati tra Bulgaria e Bruxelles e tra UE e Russia termineranno, resteremo inattivi. O finché la Russia non cambia posizione. In ogni caso i lavori nel nostro Paese saranno ritardati”. Ma la ministra serba non ha menzionato che “la posizione della Russia” sul South Stream risale ai primi mesi del 2008 nell’ambito degli accordi intergovernativi russo-serbi nella cooperazione energetica. Gli obblighi delle parti sul South Stream furono l’argomento principale di tali documenti, successivamente ratificati dal Parlamento della Serbia e confermati dai successivi governi nazionali. Inoltre l’accordo intergovernativo sulla cooperazione energetica, un accordo in cui Gazprom Neft acquista una partecipazione di controllo del monopolio petrolifero della Serbia Naftna Industrija Srbije (NIS) per 400 milioni di euro e discute di 500 milioni di euro d’investimento. Non sorprende che il primo ministro serbo Aleksandar Vucic abbia dovuto correggere la sua ministra; ha dichiarato che il governo serbo non ha deciso la sospensione del progetto South Stream. L’accordo russo-bulgaro per la partecipazione della Bulgaria al South Stream e la creazione di una società mista a tal fine, è stato ratificato dal parlamento bulgaro nel luglio 2008. E nel maggio 2009 a Mosca le aziende del gas di Russia, Italia, Bulgaria, Serbia e Grecia firmarono un documento sulla costruzione del gasdotto South Stream. Nell’agosto 2009 tale documento fu integrato da un protocollo firmato dal primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan sul transito del gasdotto South Stream nelle acque territoriali turche. Non molto tempo dopo, la società francese Electricité de France entrò nel progetto. Tale serie di eventi testimonia l’infondatezza di una presunta incompatibilità tra il progetto South Stream e gli interessi nazionali di Bulgaria e Serbia, o pratiche legali internazionali comparse solo ora. E anche la Commissione europea sapeva delle disposizioni degli accordi del 2008. Dobbiamo cercare altrove i motivi degli inaspettati discorsi antirussi di Sofia e riecheggiati a Belgrado.
Il fatto che il primo ministro Plamen Oresharskij abbia fatto tale dichiarazione sul South Stream, dopo un incontro con tre rappresentanti degli Stati Uniti guidati dal senatore John McCain, non è sfuggito all’attenzione del pubblico bulgaro. McCain non s’è nemmeno preso la briga di nascondere le richieste degli statunitensi a Sofia e altri partner della Russia: “Sappiamo che ci sono alcuni problemi riguardanti il gasdotto South Stream… ovviamente vogliamo ridurre al massimo il coinvolgimento russo”. Secondo le informazioni disponibili, Washington ha deciso di infliggere un nuovo duro colpo a South Stream, alla cui costruzione partecipano imprese tedesche e francesi, dopo aver ricevuto notizie allarmanti da Baku. Una fonte della società azera SOCAR ha indicato che la società francese Total e quella tedesca E.ON potrebbero vendere le loro azioni del progetto per la costruzione della Pipeline Trans-Adriatica (TAP): “Il complesso tedesco E.ON ha già annunciato l’intenzione di vendere la sua partecipazione al TAP. La francese Total ha anche annunciato l’intenzione di vendere la sua quota del progetto”. Considerando che TAP era destinata a sostituire il fallito Nabucco, che Unione europea e Stati Uniti sostenevano attivamente, ha reso comprensibile il panico a Washington e Bruxelles. C’è una cosa che innervosisce gli statunitensi, ed collegata al cambio della situazione del mercato mondiale dell’energia. Il rapporto recentemente pubblicato dall’International Energy Agency, World Energy Investment Outlook 2014, prevede un crollo della “rivoluzione dello shale” negli Stati Uniti e soprattutto l’aumento della dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni di gas quando la capacità di esportazione di Arabia Saudita e Iran sarà diminuita. In tale situazione, Washington ha deciso che sia necessario ed urgente prendere il controllo delle principali rotte commerciali energetiche che collegano Russia ed Europa. E Washington vede nel ricatto della Russia, di cui Bruxelles, Sofia e Belgrado sono strumenti, il mezzo adatto per servire i propri interessi.

southstream1La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

E se Putin vince in Ucraina?

L’accordo della CNPC apre alla Russia il mercato asiatico del gas
Igor Alekseev, Route MagazineNsnbc

images_russia_pipeline_china_domain-bIl recente accordo tra la China National Petroleum Corporation (CNPC) e la compagnia energetica russa Gazprom può controbilanciare le sanzioni statunitensi ed ampliare le opzioni energetiche della Russia in Eurasia. Le parti hanno stipulato il contratto per la costruzione del nuovo gasdotto “Power of Siberia” nei prossimi cinque anni. L’obiettivo è fornire alla Cina 82 miliardi di metri cubi di gas, una media di 16,4 miliardi di metri cubi all’anno. Inoltre, il ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak ha detto che la parte cinese ha espresso il desiderio di arrivare a 25 miliardi di dollari e di abolire i dazi sulle importazioni di gas russo. Secondo Vedomosti, il The Wall Street Journal russo, il contratto tra Gazprom e CNPC ha un valore complessivo di 400 miliardi di dollari e riguarda 1032 miliardi di metri cubi di gas. Il prezzo del contratto si basa sul volume minimo e comprende una clausola “take or pay”. Il contratto è pienamente in linea con la strategia aziendale di Gazprom volta a diversificare le forniture di carburante. In sostanza, non è diverso da accordi analoghi conclusi con i consumatori dell’Europa occidentale e il prezzo è competitivo (superiore a 350 dollari per mille mc, secondo diverse fonti). Lo Stato cinese ha incaricato CNPC di costruire gasdotti e impianti di stoccaggio in Cina per l’accordo. Entro la fine del 2014, un accordo intergovernativo sulla cooperazione energetica supplementare verrebbe firmato a livello statale. Parlando della fattibilità del progetto, Aleksej Uljukaev, ministro russo dello Sviluppo economico, ha sostenuto al recente St. Petersburg International Economic Forum che “il progetto sarà al 100 per cento redditizio“. Mosca valuta l’introduzione di un trattamento fiscale preferenziale per rendere l’accordo ancora più redditizio. Un nuovo regime di sgravi fiscali sarà introdotto sui giacimenti che alimenteranno il mercato del gas cinese.
Su scala più ampia, la rapida realizzazione del contratto sarà conseguenza diretta della politica degli Stati Uniti in Europa orientale. Dopo il fiasco siriano, l’amministrazione Obama ha fatto ogni sforzo istituendo un regime fantoccio in Ucraina. L’esportazione del caos nel cuore dell’Europa serve a sabotare il dialogo energetico tra Est e Ovest. Secondo lo scenario di Washington, i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Polonia dimenticano l’antico principio ‘pacta sunt servanda‘ e violano il trattato con l’allora legittimo presidente dell’Ucraina. Ciò di fatto ha sancito la guerra civile e le violenze brutali in Novorossija. L’insediamento di un governo radicale a Kiev mette a rischio l’intero sistema di approvvigionamento energetico dell’Europa. Per ora sembra che nessuno in Europa dia una spiegazione intelligibile del perché sia successo. Bruxelles ha sacrificato decenni di stabilità energetica al mito della solidarietà transatlantica UE-USA (l’afflizione dei negoziati TTIP n’è un’ottima indicazione). Ora la minaccia incombente del debito non garantito sul gas dell’Ucraina è un problema di alta priorità per l’Europa. Chi raccoglie i benefici della dubbia “vittoria” occidentale a Kiev? Basta seguire il denaro. Mentre il vicepresidente statunitense Joe Biden testa la fedeltà dei satelliti USA dell’Europa orientale in Romania, suo figlio Hunter Biden entra sfacciatamente nel consiglio di amministrazione della società del gas ucraina Burisma. Il riorientamento della politica energetica della Russia in Asia difficilmente porterà a un drastico cambio nel breve termine. L’Europa è e rimarrà un importante partner commerciale per gli esportatori di gas della Russia. Anche se l’invio previsto di 38 miliardi di metri cubi di gas in Cina è impressionante, è pari solo al 20 per cento di quello attualmente fornito all’Europa. Tuttavia, in prospettiva nel 2020-2025 l’accordo sul gas Russia-Cina farà della Cina il mercato del gas. I numeri assoluti non sono importanti quanto l’impatto economico complessivo della cooperazione a lungo termine. Ad esempio la Cheljabinsk Tube Rolling Plant (ChelPipe) e la controllata della CNPC China Petroleum Pipeline Material and Equipment Corporation (CPPMEC) hanno firmato un accordo biennale per la partecipazione congiunta a progetti di gasdotti internazionali. I giacimenti siberiani orientali potranno rifornire anche il previsto impianto di gas naturale liquefatto di Vladivostok, che potrebbe diventare la via per gli altri Paesi asiatici energivori come Giappone, Corea e Taiwan. Tutto sommato, l’agenzia di rating Fitch ritiene che l’accordo CNPC-Gazprom rappresenti una significativa opportunità di crescita per l’industria del gas russa. Un mercato alternativo in Oriente è una positiva prospettiva di medio-lungo termine per Gazprom, nonostante tutti i tentativi d’imporre sanzioni economiche contro la Russia.

E se Putin vince in Ucraina?
Andrew  Sullivan 5 giugno 2014

521750Stephen Walt la pensa così: “In primo luogo, ha fatto archiviare l’idea di una ulteriore espansione della NATO per un lungo tempo, forse per sempre. La Russia s’è opposta alla marcia della NATO verso est da quando iniziò a metà degli anni ’90, ma la Russia non poteva fare molto. La breve guerra del 2008 tra Russia e Georgia è stato il primo tentativo di Putin di tracciare una linea rossa, e la scaramuccia smorzò considerevolmente l’entusiasmo per l’espansione. Questa volta, Putin ha chiarito  nettamente che qualsiasi futuro tentativo di portare l’Ucraina nella NATO o anche di aderire all’UE incontrerà la ferma opposizione russa e probabilmente comporterà lo smembramento del Paese. In secondo luogo, Putin ha ristabilito il controllo russo sulla Crimea, un atto popolare per la maggioranza dei residenti della Crimea e dei russi. L’acquisizione ha comportato alcuni costi a breve termine (alcune sanzioni economiche piuttosto miti), ma ha anche consolidato il controllo russo sulla base navale di Sebastopoli consentendo alla Russia di rivendicare i giacimenti di petrolio e gas nel Mar Nero, del valore stimato in migliaia di miliardi di dollari. … Terzo, Putin ha ricordato ai capi ucraini che ha molti modi per rendergli la vita difficile. Non importa quali siano le proprie inclinazioni, pertanto è nel loro interesse mantenere almeno rapporti cordiali con Mosca. E il nuovo presidente dell’Ucraina, Petro Poroshenko, ha ricevuto il messaggio”.
Posner contesta anche la teoria, avanzata da Tom Friedman, che Putin “tremi” dopo aver valutato i costi dell’avventura ucraina contro i benefici, per il suo regime: “L’economia russa non è stata indebolita, il mercato azionario era scambiato a 1400 prima della crisi e viene scambiato a 1400  oggi. Il rublo è sostanzialmente invariato, un pelo più basso. Nessuno sa se veramente la Cina ha fatto un affare oppure no; troppo dipende da contingenze sconosciute. Ma è chiaro che la Russia  beneficia da più strette relazioni con la Cina. La NATO difficilmente sembra rivivere, i Paesi europei sono in subbuglio e divisi nella risposta alla Russia, dipendendo dal suo gas come sempre. Le spese per la difesa non aumenteranno, ma anche accadesse la Russia difficilmente se ne curerebbe, dato che non ha intenzione d’invadere Polonia o Germania, e sa che non hanno alcuna intenzione di liberare la Crimea o aiutare militarmente l’Ucraina. Contro tali costi banali, se questi sono, si considerino i vantaggi della Russia. … Dire che Putin “trema” è come dire che il ragazzo che ruba un biscotto trema perché ha preso solo un biscotto piuttosto che tutti”.
Nel frattempo, il conflitto continua a ritmo sostenuto, e il coinvolgimento russo non è affatto finito. Anna Nemtsova riferisce che i ribelli nella parte orientale dell’Ucraina hanno il sopravvento nelle città di confine, aprendo un corridoio dei rifornimenti dalla Russia: “Ciò significa che anche se il presidente russo Vladimir Putin incontra i capi europei, e lui e il presidente USA Barack Obama si osserveranno con circospezione durante la commemorazione del D-Day in Normandia, la guerra nella parte orientale dell’Ucraina potrebbe accelerare. Anche se Putin ha ritirato la maggior parte delle truppe russe presenti frontiera, minacciando un’invasione convenzionale, la strada è aperta ora ai volontari e operatori di vario tipo che insieme ai rifornimenti si muoveranno liberamente nel Paese. Un paio di colleghi giornalisti ed io abbiamo sentito parlare dei tentativi di aprire questo corridoio per diversi giorni, quando viaggiammo in Ucraina orientale. Il ministero degli Esteri russo, parlamentari e volontari russi in Ucraina con cui abbiamo parlato, ci hanno tutti detto di creare ciò che chiamavano “corridoio umanitario”. Stavamo cercando la breccia sul confine, e l’abbiamo trovata vicino alla città di Sverdlovsk nella regione di Lugansk”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin lancia l’Unione economica eurasiatica

Dean Henderson 3 giugno 2014

geo-russia1Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un trattato con il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko e il presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbaev per avviare l’Unione economica eurasiatica. La mossa segue l’accordo sul gas naturale da 400 miliardi di dollari firmato con la Cina e l’annuncio che la Russia userà rubli invece dei dollari negli scambi internazionali. L’aggressione occidentale in Ucraina è stata l’ultima goccia per i russi, che hanno già visto questo film nel proprio Paese.

La mafia russa di Wall Street
Verso la fine degli anni ’90 mentre i Quattro Cavalieri si rimpinzavano di petrolio russo e dell’Asia centrale, le banche d’investimento di Wall Street facilitavano il furto del petrolio e laceravano il Tesoro russo. Philbro Energy controllata dalla commerciale petrolifera di Salomon Smith Barney aprì a Mosca. Goldman Sachs fu assunta da Eltsin per attirare capitali stranieri in Russia. A capo del team di Goldman Sachs vi era Robert Rubin, segretario del Tesoro di Clinton. La CS First Boston aveva una partecipazione del 20% in Lukoil, in partnership con BP Amoco. Il viceprimo ministro russo Egor Gajdar era incaricato delle riforme economiche della Russia su mandato del FMI. Gajdar sapeva che il settore del petrolio e del gas era la chiave del piano di Rubin. I partiti dell’opposizione russa gridarono allo scandalo dicendo che gli economisti statunitensi e il FMI prendevano il controllo del sistema economico e politico della Russia. Nel 1994 il direttore dell’FBI di Clinton, Louis Freeh, ostentando i suoi legami istituzionali aprì personalmente un ufficio dell’FBI a Mosca. [749] Nel 1997 l’FBI di Freeh condusse un’indagine timida sul conflitto crescente sugli scandali che coinvolgevano interessi degli alti economisti di Harvard che supervisionavano il programma di privatizzazione della Russia, in tandem con Rubin e Gajdar. La Russia criticò l’indagine dell’FBI, definendola un’insabbiatura. La polemica era incentrata sull’Istituto per lo Sviluppo Internazionale di di Harvard (HIID) e su certi suoi programmi di privatizzazione in Russia. Gli amministratori della HIID Jonathan Hay e Jeffrey Sachs avevano partecipazioni nelle multinazionali che ottennero gli 89 milioni di dollari di prestito dalla Banca Mondiale per la Russia che l’HIID aveva organizzato. Il capo della sicurezza sui titoli della Russia Dmitrij Vasiliev notò questa e altre irregolarità, risolvendo il contratto dell’HIID con il governo russo. [750] Ma non prima che i banchieri d’investimento di Wall Street diventassero ricchi a spese del Tesoro russo, portando al collasso economico russo del 1998.
Nel 1999 la Bank of New York, che collaborava con CS First Boston nella svendita di Lukoil di proprietà russa, fu incriminata da un tribunale di New York per riciclaggio di oltre 10 miliardi di narcodollari dei mafiosi russi, i quali avevano passaporto israeliano. Secondo il Dott. Aldo Milinkovich, consulente di numerose società finanziarie di New York, “Gli israeliani hanno infiltrato e manipolato l’economia post-sovietica in Russia più o meno nello stesso modo in cui si sono infiltrati e manipolano Washington e Wall Street“. [751] Al centro dello scandalo c’era il picchiatore di Bill Casey Itzak “Bruce” Rappaport, che istituì la filiale per lo scambio valutario Benex che riciclava il denaro della droga di tre banchieri russo-israeliani. Mikhail Khodorkovskij era una delle persone più ricche in Russia. Dirigeva la Menatep Bank fin quando non fu chiusa. Nel novembre 2003, il presidente russo Vladimir Putin ordinò l’arresto di Khodorkovskij, togliendogli  la sua quota di controllo della Jukos Oil. Shlomo Mogulevich era chiamato il “Meyer Lansky della Russia” e fu descritto dalla giustizia degli Stati Uniti come un importante trafficante di armi e droga. Konstantin Kagalovskij era incaricato di distribuire i finanziamenti del FMI/Banca Mondiale al governo Eltsin. [752] Tutti e tre erano cittadini israeliani. Rappaport, agente della Banca nazionale di Oman, iniziò ad acquistare la Bank of New York negli anni ’80. Creò Bank of New York-Intermaritime a Ginevra. La società possiede la Swiss American Holdings SA di Panama, che il governo statunitense individuò come fondamentale per lo scandalo del 1998 sul riciclaggio di denaro sporco che coinvolse il primo ministro di Antigua John Fitzgerald. [753] Rappaport  organizzò dagli Stati Uniti il finanziamento per l’acquisto di una fattoria ad Antigua da un agente del Mossad israeliano di nome Sarafati. Il ministero della Difesa israeliano inviava armi tramite la fattoria di Rappaport e Sarafati ai narcoboss colombiani e agli squadroni della morte del padrino José Gonzalo Rodriguez Gacha. Mossad e commandos inglesi addestrarono gli squadroni della morte del cartello di Medellin, secondo un programma finanziato della CIA nel tanto vantato Piano Democrazia del presidente Reagan. La nave panamense Sea Point consegnò a Gacha le armi della CIA raccolte dal presidente panamense Guillermo Endara, insediato dopo il putsch contro Noriega. Nel 1989 quella stessa nave fu fermata al largo della costa messicana mentre trasportava un carico enorme di cocaina. Endara e Gacha erano co-proprietari della lavanderia dei narcodollari panamense Banco Interoceanico.  [754]
La corruzione era il modus operandi nella privatizzazione economica di Russia, Caucaso e dell’Europa orientale. Nel 1996 la fabbrica di aerei di proprietà del governo ucraino vendette una piccola flotta di bimotori turboelica Antonov An-32B ai cartelli della cocaina della Colombia. [755] Nel 1997 Pratt & Whitney, filiale del gigante della difesa statunitense United Technologies, fu  multata di 14,8 milioni di dollari per aver deviato 10 milioni di dollari in aiuti militari statunitensi a un fondo controllato dall’ufficiale dell’aeronautica israeliana Rami Dotan. Il miliardario saudita Sulayman Olayan possedeva una grossa fetta di United Technologies, come James Baker. Il fondo melma fu utilizzato da CIA/Mossad per destabilizzare l’Asia centrale. [756] Un rapporto dell’FSB russo del 1997 citava Alfa Group nel coinvolgimento nel traffico di droga. Alti dirigenti aziendali s’incontrarono con i rappresentanti del cartello di Cali. Il rapporto dichiarava che Alfa lavorava con una famiglia di criminali ceceni responsabile del traffico di droga. Una controllata Alfa Group era la Tjumen Oil, che collaborava con Brown&Root in un progetto di sviluppo su petrolio e gas finanziato da Exim Bank. [757] Brown&Root è una sussidiaria della Halliburton, dove Dick Cheney era presidente e amministratore delegato. A metà febbraio 2001 Alfa Group acquistò la Marc Rich Holdings dall’omonimo finanziere israeliano latitante. Il riccone ora vive in Svizzera, dopo essere stato graziato dal presidente Clinton mentre lasciava la Casa Bianca. Rich è un socio di Rappaport. Halliburton e le sue controllate ricevettero 3,8 miliardi di dollari in contratti federali e prestiti garantiti dai contribuenti nel 1996-2000. [758] Il 9 luglio 2002, tra la marea di scandali contabili societari, Judicial Watch di Washington DC intentò una causa a Dallas contro Cheney e altri amministratori di Halliburton per aver guadagnato milioni vendendo stock option durante il sequestro dei libri di Halliburton, poco prima che le azioni della società crollassero. La SEC annunciò l’indagine sulla Halliburton lo stesso giorno, ma non fece nulla.

I signori della droga ceceni
Mentre la Nimir Petroleum del sostenitore saudita dei taliban sceicco Qalid bin Mahfuz scavava pozzi di petrolio del Kazakistan con Chevron Texaco, la Centgas di Unocal offriva al governo afgano dei taliban 100 milioni di dollari all’anno per gestirne l’oleodotto attraverso l’Afghanistan in un affare orchestrato dal consigliere di Unocal Hamid Karzai, ora presidente dell’Afghanistan. Centgas organizzò riunioni ad alto livello a Washington tra i funzionari taliban e il dipartimento di Stato tramite l’insider dell’Unocal e agente dell’NSA del presidente Bush Jr. Zalmay M. Khalilzad, poi ambasciatore USA nell’Iraq occupato. Nel 2005 Chevron Texaco acquistò Unocal. Bush bloccò  le indagini dell’US Secret Service sulle cellule terroristiche dormienti di al-Qaida negli USA, mentre continuava a negoziare segretamente con i funzionari taliban. L’ultimo incontro fu nell’agosto 2001, appena cinque settimane prima dell’11 settembre. Bush e funzionari sauditi offrirono aiuti ai taliban per sigillare l’affare dei Quattro Cavalieri, dicendo agli islamisti, “O accettate la nostra offerta di un tappeto d’oro, o vi seppelliamo sotto un tappeto di bombe“. [759] Nel 1997 Zbigniew Brzezinski, invecchiato ma sempre nel suo ruolo di intermediario tra le banche internazionali e le loro reti d’intelligence mondiali, scrisse La Grande Scacchiera: la supremazia Americana ed i suoi imperativi geopolitici. Nel suo libro il membro del consiglio di BP Amoco suggerisce che la chiave del potere globale risieda nel controllo dell’Eurasia e che “la chiave per controllare l’Eurasia é il controllo delle repubbliche dell’Asia centrale“. Individuò l’Uzbekistan come chiave per controllare l’Asia centrale. Nel 1999 una serie di esplosioni colpì la capitale uzbeka Tashkent. I militanti islamici di al-Qaida ne furono responsabili. I ribelli, che si definivano Partito Islamico del Turkestan, tentarono di assassinare il Presidente Islam Karimov. Attaccarono la fertile valle di Fergana, nel tentativo di distruggere i raccolti e l’approvvigionamento uzbeko, secondo il Piano Rosa. Due anni prima Enron tentò di negoziare un accordo di 2 miliardi dollari con la Neftegas statale uzbeca, con l’aiuto della Casa Bianca di Bush. [760] Tale sforzo e altri tentativi di privatizzazione furono respinti nel 1998 da Tashkent, e gli attacchi islamisti in Uzbekistan furono scatenati. Dopo che il “tappeto di bombe” cominciò a piovere sul vicino Afghanistan, nell’ottobre 2001, Uzbekistan, insieme ai vicini Kirghizistan e Tagikistan, subito sfoggiò nuove basi militari statunitensi. Nel 2005 il presidente del Kirghizistan Askar Akaev fu deposto nella “rivoluzione dei tulipani”. In pochi giorni Donald Rumsfeld incontrò i nuovi dirigenti. [761]
Sia il libro di Brzezinski che le minacce di Bush ai taliban erano istruttivi dato che apparvero prima degli attacchi dell’11 settembre, pretesto perfetto per il massiccio intervento dell’Asia centrale che Brzezinski, Bush e i loro capi Illuminati sostenevano. Il dr. Johannes Koeppl, ex-funzionario del ministero della Difesa tedesco e consigliere del Segretario generale della NATO Manfred Werner, spiegò tale ondata di “coincidenze” nel novembre 2001, “Gli interessi dietro l’amministrazione Bush, come Council on Foreign Relations, Commissione Trilaterale e Gruppo Bilderberg,  preparavano e ora attuano l’aperta dittatura mondiale (che sarà stabilita) entro i prossimi cinque anni. Non combattono contro i terroristi, ma contro i cittadini“. L’Asia Centrale ora produce il 75% dell’oppio mondiale proprio come i Quattro Cavalieri e i loro tirapiedi della CIA volevano nella regione. Mentre gli Stati Uniti pretendono certificazioni umilianti per giudicare i Paesi sulla loro capacità di fermare il traffico di droga, Big Oil produce il 90% delle sostanze chimiche necessarie per raffinare cocaina ed eroina, che i surrogati della CIA ampliano, raffinano e distribuiscono. I chimici della CIA furono i primi a produrre eroina. Come il candidato presidenziale ecuadoriano Manuel Salgado ha detto, “Questo ordine mondiale professa il culto della ricchezza e del potere economico crescente delle droghe illegali, e non consente alcun attacco frontale diretto per  distruggere il narcotraffico, perché tale attività, che muove 400 miliardi dollari ogni anno, è troppo importante perché la principale potenza mondiale l’elimini. Gli Stati Uniti… puniscono i Paesi che non fanno abbastanza per lottare contro la droga, mentre i loro ragazzi della CIA hanno costruito santuari della corruzione in tutto il mondo con i profitti della droga“. [762] Il “santuario della corruzione” afgano ha prodotto 4600 tonnellate di oppio nel 1998-1999, quando i taliban colpirono la produzione di oppio nei campi di papaveri del nord, dove gli islamisti sponsorizzati da CIA/ISI combattevano in Tajikistan, Uzbekistan, Cecenia, Daghestan e Kashmir. Lo scrittore pakistano Ahmed Rashid dice che i sauditi pagano i conti del movimento. [763]
Gli Stati Uniti avevano molestato l’India socialista per decenni, utilizzando i fondamentalisti del Kashmir basati in Pakistan. Non è un caso che il gasdotto Elefante Bianco della Enron per Dabhol, India, attraversi il Kashmir. Da quando il ministro degli Esteri russo Evgenij Primakov propose il “triangolo strategico” tra India, Russia e Cina come un contrappeso all'”egemonia globale degli Stati Uniti”, nel 1998, i think tank del regime degli Stati Uniti si scervellano su come far fallire l’idea. L’Olin Institute di Harvard propose di attaccare l’India, la parte più debole del triangolo. Non contenti di aver usurpato l’Europa orientale, usando la Polonia di solidarnosc, e della ripartizione delle repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, la banda CFR/Bilderberg ora utilizzava i mujahadin per emarginare ulteriormente la Russia. Nel 1994 35000 combattenti ceceni furono addestrati nel campo Amir Muawia nella provincia di Khost in Afghanistan, il campo costruito da Usama bin Ladin per la CIA. Nel luglio 1994 il comandante ceceno Shamil Basaev si laureò ad Amir Muawia e fu inviato nel campo per le tecniche avanzate di guerriglia di Markazi-i-Dawar, in Pakistan. Incontrò i funzionari pakistani dell’ISI, storicamente distintisi nel compiere i lavori sporchi della CIA. [764] L’altro principale capo ribelle ceceno era l’emiro saudita al-Qatab. Gli islamisti ceceni si presero una grossa fetta del commercio di eroina della Mezzaluna d’oro, lavorando con famiglie  criminali cecene affiliate all’Alfa Group russo che faceva affari con l’Halliburton. Erano anche  legati ai laboratori di eroina albanesi gestiti dall’UCK. Un rapporto dell’FSB russo dichiarava che i ceceni cominciarono ad acquistare beni immobili in Kosovo nel 1997, poco prima della partizione guidata dagli USA del Kosovo dalla Jugoslavia. Il capo ceceno emiro al-Qatab istituì i campi di guerriglia per addestrare i ribelli albanesi dell’UCK. I campi erano finanziati da traffico di eroina, prostituzione e contraffazione. Le reclute furono invitate dal comandante ceceno Shamil Basaev e finanziate dall’Islamic Relief Organization dei Fratelli musulmani della Casa dei Saud. [765]
Il 20 settembre 2002, dopo un incontro alla Casa Bianca sull’Iraq con il presidente Bush, il ministro degli Esteri russo Igor Ivanov schivò tutte le domande su una nuova serie di molestie statunitense all’Iraq. Invece dichiarò che i ribelli ceceni addestrati da al-Qaida contro il suo Paese avevano rifugio sicuro nel più vicino alleato degli Stati Uniti in Asia centrale, il governo della Georgia. L’oleodotto strategico Baku-Tblisi-Ceyhan dei Quattro Cavalieri attraversava proprio la capitale georgiana Tbilisi. Un mese dopo, ribelli suicidi ceceni occuparono un teatro di Mosca, prendendo centinaia di ostaggi. La tempistica era interessante, dato che i russi si rifiutavano di sostenere i piani di Bush per invadere l’Iraq. Quasi 200 persone morirono dopo che le forze speciali russe assaltarono i ceceni. I media statunitensi, fissati su ogni mossa di al-Qaida pochi mesi prima, ignorarono i legami tra i ceceni e le coorti di bin Ladin. Invece accusarono i russi. Una settimana dopo l’incidente, il signore della guerra ceceno Shamil Basaev rivendicò la responsabilità dell’assedio su un sito web dei ribelli. [766] I funzionari del Cremlino videro i commenti di Basaev come una cortina fumogena per proteggere il capo della Cecenia Aslan Maskhadov, che era in Svezia ad una conferenza sulla Cecenia. Basaev fu ucciso in Inguscezia nel luglio 2006.
Dopo tutto il trambusto sul profitto petrolifero del Mar Caspio e dopo le carneficine della CIA nell’Asia centrale e nella Repubblica Russa, a nome dei Quattro Cavalieri, gli enormi giacimenti di oro nero non si concretizzarono. Secondo Statistical Review of World Energy 2003 della BP, i due Paesi su cui Big Oil contava divenissero le prossime Arabia Saudita, Azerbaijan e Kazakistan, dimostrarono riserve di petrolio di soli 63 miliardi e 26 miliardi di barili, rispettivamente. La Russia stessa, lacerata da Big Oil e dai suoi spettri, possedeva solo 22 miliardi di barili di riserve di greggio. E’ anche possibile che BP mentisse, utilizzando la falsa tesi della carenza del “picco del petrolio”, per razionalizzare le limitazioni dei consumatori. Comunque sia, i Quattro Cavalieri ancora una volta, in virtù del loro comportamento senza scrupoli, potrebbero presto essere esclusi dalla parte russa della lotteria petrolifera dell’Estremo Oriente. Dal 2005, una Russia oramai sveglia nazionalizza costantemente il settore energetico. È questa tendenza ha accelerato il putsch in Ucraina.

Post-Soviet spaceNote:
[749] “Legendary FBI Director Sets Up Shop in Moscow”. USA Today. 7-5-94
[750] “Russia Cuts Harvard Links in Flap, Throwing Aid Programs into Disarray”. Steve Liesmen & Robert Keatley. Wall Street Journal. 6-2-97. p.A19
[751] “Israelis Behind Bank of New York Scam”. Martin Mann. The Spotlight. 9-6-99. p.5
[752] Ibid.
[753] “US Fails to Recover Drug Money in Antigua”. Michael Allen. Wall Street Journal. 11-2-98. p.A27
[754] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.19
[755] “Ukraine Leasing Aircraft to Columbian Drug Traffickers”. Los Angeles Times. 2-19-96
[756] “Pratt & Whitney to Settle Israeli Slush Fund Case”. Missoulian. 5-21-97
[757] Center for Public Integrity website. January 2000.
[758] Ibid
[759] Bin Laden: The Forbidden Truth. Jean-Charles Brisard and Guillaume Dasquie. Paris 2001
[760] “Central Asia Unveiled”. Mike Edwards. National Geographic. 2-02
[761] Reaping the Whirlwind: The Taliban Movement in Afghanistan. Michael Griffin. Pluto Press. London. 2001. p.124
[762] “The Geostrategy of Plan Columbia”. Manuel Salgado Tamayo. Covert Action Quarterly. Winter 2001. p.37
[763] Taliban: Militant Islam, Oil and Fundamentalism in Central Asia. Ahmed Rashid. Yale University Publishing. New Haven, CT. 2001. p.145
[764] “Who is Osama bin Laden?” Michel Chossudovsky. CopvCIA 12-17-01
[765] Ibid
[766] “Rebel Warlord Takes Credit for Theatre Seige”. Springfield News Leader. 11-2-02

Dean Henderson è autoe di Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Il suo sito è LeftHook.

False bandiere turche e quasi invasione
David Boyajian Veterans Today

map_of_armeniaLa Turchia sembra affezionata alle cosiddette operazioni “false flag”. Nel 1955, per esempio, il governo turco bombardò di nascosto il proprio consolato a Salonicco, in Grecia e ne incolpò i greci. Il giorno seguente, massicce proteste anti-greche orchestrate ad Istanbul uccisero oltre una dozzina di cristiani e causarono centinaia di milioni di danni. Arriviamo al marzo 2014. Un messaggio audio trapelato coglie funzionari turchi tramare per inscenare attacchi militari ‘false flag’ sul proprio territorio e incolparne i siriani. Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, il generale Yasar Gürel e il capo dell’intelligence Hakan Fidan previdero di usare gli attacchi come scusa per invadere la Siria. Il titolo di questo articolo potrebbe facilmente applicarsi a tale complotto. Per osservare meglio il Caucaso, tuttavia, si può anche descrivere una piano segreto turco per attaccare l’Armenia di vent’anni fa, capovolgendo la geopolitica regionale. Nell’ottobre 1993, due anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il ceceno musulmano Ruslan Khasbulatov, presidente, che ci crediate o no, del Parlamento russo, diresse un colpo di Stato contro il presidente Boris Eltsin. Secondo funzionari statunitensi, francesi e greci, Khasbulatov e la Turchia avevano un accordo segreto. Se il colpo di Stato riusciva, Khasbulatov avrebbe ordinato alle truppe russe di ritirarsi dall’Armenia, dove controllava il confine di quest’ultima con la Turchia. Ciò avrebbe spianato la strada per l’invasione turca della nazione cristiana, senza sbocco sul mare e di appena tre milioni di abitanti. La storia ci dice che la Turchia ha sempre voluto occupare l’Armenia. In questo modo avrebbe creato una fascia turcofona musulmana per l’Azerbaijan, sul Mar Caspio, e infine l’Asia centrale. Si chiama panturchismo. Nel 1993, naturalmente, l’Azerbaigian perdeva la guerra contro gli armeni sull’antica provincia a maggioranza armena del Karabakh. L’Azerbaijan desiderava che la Turchia attaccasse l’Armenia e la Turchia era pronta ad aiutare l’Azerbaigian ad invertire le sorti.

Il complotto fallito
Preparando un nuovo genocidio armeno, il presidente turco Turgut Özal aveva minacciato di dare all’Armenia “le lezioni del 1915″. Tansu Ciller, prima ministra della Turchia, avvertì l’Armenia che non sarebbe “rimasta inattiva”. La Turchia ammassava forze sul confine occidentale dell’Armenia e riforniva l’Azerbaigian di armi, consiglieri militari e forze paramilitari. Militanti ceceni e mujahidin afghani furono schierati con gli azeri. Un attacco turco riuscito all’Armenia, unico partner militare della Russia nel Caucaso, avrebbe distrutto ogni influenza russa nella regione che a sua volta avrebbe aumentato la probabilità che la Cecenia, e gran parte del Caucaso settentrionale musulmano, sfuggissero alla presa dell’orso russo. Per un ceceno come Khasbulatov, il sogno si sarebbe avverato. Ma bombardati dai carri armati russi, lo speaker Khasbulatov, il vicepremier Aleksandr Rutskoj e centinaia di parlamentari ribelli e loro sostenitori nel Parlamento si arresero il 4 ottobre 1993. Il colpo di Stato e il complotto per invadere l’Armenia fallirono.

Il patto segreto
Il patto Khasbulatov-Turchia fu svelato da Leonidas T. Chrysanthopoulos nel suo libro Caucasus Chronicles (Londra, Gomidas 2002). Ambasciatore della Grecia in Armenia dal luglio 1993 al febbraio 1994. Chrysanthopoulos è stato ambasciatore in Canada e Polonia, e Segretario Generale dell’organizzazione per la cooperazione economica del Mar Nero d’Istanbul. L’ambasciatrice della Francia in Armenia, France de Harthing, gli disse che “fonti d’intelligence francesi” confermavano che “un’incursione turca in Armenia si avrà immediatamente dopo che Khasbulatov avrebbe ritirato le truppe russe dall’Armenia.” “Questa informazione“, ha scritto Chrysanthopoulos, “fu poi confermata dal mio collega, l’ambasciatore degli Stati Uniti Harry J. Gilmore“. Come “pretesto”, la Turchia avrebbe preteso di essere colpita dalle basi curde del PKK, che in realtà non c’erano mai state in Armenia. Tale “pretesto” è simile, anche se non identico, a una ‘false flag’. L’attacco della Turchia avrebbe avuto “carattere limitato”, anche se non è chiaro cosa significasse “limitato”. Più probabile, sebbene la Turchia non avrebbe trovato il PKK, l’obiettivo era creare un corridoio permanente attraverso l’Armenia, collegandosi alle forze azere e purificando il Karabakh dagli armeni. Stati Uniti e Francia, per quanto è noto, non hanno mai pubblicamente negato l’esistenza del complotto Khasbulatov-Turchia. Inoltre, Chrysanthopoulos non fornisce alcuna indicazione se tali Paesi abbiano cercato di parlare con la Turchia sull’accordo con Khasbulatov. È rilevante oggi tutto ciò?

Le ambizioni della NATO
Sì, perché le attuali politiche turche, statunitensi e della NATO nel Caucaso riecheggiano fortemente il complotto Khasbulatov-Turchia del 1993. Per due decenni, l’occidente ha cercato di penetrare e dominare il Caucaso, Georgia, Azerbaijan e Armenia, e infine attraversare il Mar Caspio per l’Asia Centrale ricca di energia. Un pezzo del piano è già stato parzialmente realizzato: la costruzione di oleodotti e gasdotti dall’Azerbaijan attraverso Georgia e Turchia. Obiettivo rimanente della NATO: assorbire l’intero Caucaso. La NATO potrebbe in tal modo minacciare la Russia da sud, proprio come ora fa pressione da ovest, con l’assorbimento di gran parte dell’Europa orientale (e le speranze della NATO sull’Ucraina). Georgia e Azerbaigian sono incline ad aderire alla NATO. L’Armenia tuttavia no anche se ha ottimi rapporti con la NATO e l’occidente. L’Armenia non può che allearsi con la Russia perché affronta una minaccia esistenziale dal membro della NATO, la Turchia, come il complotto del 1993 dimostra. L’Armenia è il perno del Caucaso. Se la quasi-operazione ‘false flag’ Khasbulatov-Turchia contro l’Armenia riusciva, la Russia avrebbe probabilmente perso e la NATO avrebbe occupato l’intero Caucaso. Nuove provocazioni, tra cui “false flag”, da parte di Turchia e NATO non possono quindi essere escluse. I capi di USA, NATO e Turchia devono essere interrogati sul fatto che le loro politiche nel Caucaso comportino pace o  guerra.

L’autore è un giornalista freelance. Molti dei suoi articoli sono archiviati su Armeniapedia.org.

1993.10_moscow_1993_390Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Geopolitica dell’Unione economica eurasiatica

Eric Draitser Global Research, 3 giugno 2014

3747040L’accordo firmato la settimana scorsa da Russia, Bielorussia e Kazakistan per creare l’Unione economica eurasiatica è un’altra contromisura contro i tentativi statunitensi ed europei d’isolare la Russia. Avanzando verso una più stretta cooperazione economica, la Russia spera di costruire, di passo in passo se necessario, uno spazio economico eurasiatico comune per affrontare, in ultima analisi, Stati Uniti ed Europa sul piano dell’influenza economica. Tuttavia, l’obiettivo ultimo di questo tipo di cooperazione va ben oltre la semplice potenza economica. Piuttosto, la Russia è l’elemento chiave di una serie di accordi multilaterali con cui negli ultimi quindici anni Putin (e gran parte del mondo) spera, in ultima analisi, di portare il mondo verso un ordine mondiale multipolare. Mentre questo è senza dubbio all’ordine del giorno per la Russia e l’alleata Bielorussia, il Kazakistan è un partner complicato in quanto profondamente legato all’occidente su business, investimenti, istruzione e una serie di altre aree critiche. L’Unione economica eurasiatica (UEE) presenta una serie di possibilità nella cooperazione economica e nello sviluppo. Dai giacimenti di energia agli importanti gasdotti, il nuovo accordo col tempo avrà un sempre maggiore impatto sulle esportazioni e i consumi energetici in Europa e in Asia, a cui la Cina guarda per proteggere il suo futuro energetico. Inoltre, l’UEE avrà un impatto sulle vitali rotte commerciali e le opzioni sui trasporti privati, oltre a promuovere la cooperazione politica, militare e di sicurezza tra i membri e nella regione. In sostanza quindi l’UEE va intesa come un altro duro colpo all’egemonia statunitense in Asia e nello spazio ex-sovietico.

Impatto economico regionale
L’istituzione dell’UEE avrà indubbiamente un notevole impatto regionale, e molto probabilmente globale. Poiché i legami economici tra Russia e Cina continuano a svilupparsi, come dimostra l’ultimo grande accordo energetico firmato dai due Paesi che avrà un’influenza di crescente importanza. Russia e Kazakistan saranno importanti fornitori energetici della Cina, primo consumatore mondiale di energia. In realtà, all’inizio dell’anno il governo cinese aveva annunciato che le importazioni di petrolio attraverso l’oleodotto Cina-Kazakistan avevano raggiunto livelli record nel 2013, aumentando del 14 per cento dal 2012. Inoltre, il recente accordo sul gas russo-cinese crea la prospettiva di realizzare un ancora più grande oleodotto consolidando il ruolo della Russia nel futuro strategico economico della Cina. Non solo vi sarà probabilmente un nuovo gasdotto che collegherà l’Estremo Oriente russo alla regione nord-est della Cina, ma sono già avviati i preparativi iniziali per la costruzione della Pipeline Altaj che porterà il gas russo nella provincia cinese dello Xinjiang, nella parte occidentale del Paese. In sostanza quindi, la geografia dei trasporti è tale che Russia e Cina saranno fisicamente collegate da est e da ovest, creando una relazione simbiotica in cui altre forme di cooperazione fioriranno. Naturalmente, il Kazakistan potrà avere un ruolo importante da svolgere in questo scenario, essendo convenientemente situato al confine della regione dell’Altai della Russia. Tuttavia, considerando lo status del Kazakistan d’esportatore netto d’energia, sembra improbabile che la Russia sia interessata a promuovere lo sviluppo energetico del potenziale rivale nel mercato cinese. Detto questo, il Kazakistan può trarre grandi vantaggi dal riavviarsi del progetto cinese della Nuova Via della Seta.
L’agenzia cinese Xinhua ha recentemente pubblicato uno articolo rivelatore della visione di Pechino sul progetto New Silk Road. Gli autori notano che il progetto porterà “nuove opportunità e nuovo futuro alla Cina e a tutti i Paesi lungo la strada che cerca di sviluppare“, con l’obiettivo finale di essere un'”area di cooperazione economica”. Mentre questo audace piano di vasta portata richiede ancora un imponente lavoro preparatorio, l’istituzione dell’UEE può solo aiutare il progetto. La visione di Pechino della Nuova Via della Seta quale spazio per “una maggiore convergenza di capitali e d’integrazione valutaria” si adatta bene al tentativo d’utilizzare l’UEE appena fondata per avvicinarsi all’integrazione economica regionale dell’Asia centrale. Con il Kazakistan parte centrale della New Silk Road e dell’UEE, sembra probabile che ognuno trarrà benefici dallo sviluppo degli altri. Di particolare rilievo è il fatto che Russia e Cina abbiano recentemente firmato l’accordo per bypassare il dollaro USA nella sistemazione dei debiti e nei pagamenti bilaterali. L'”accordo di cooperazione” firmato tra VTB russa e Bank of China è la salva di apertura del fiorente rapporto di cooperazione valutaria tra i due Paesi, che alla fine porterà a una maggiore indipendenza economica e finanziaria dall’occidente. Con l’istituzione dell’UEE, il rublo diventa rapidamente una valuta importante in Asia centrale, mentre lo yuan continua a crescere d’importanza regionale e globale. In particolare, Pechino prevede che lo yuan sarà la valuta dominante nella Nuova Via della Seta. Con la convergenza di questi due accordi multilaterali, la cooperazione su questioni valutarie diventa di centrale importanza. Naturalmente, ciò va inteso come un colpo significativo al dominio del dollaro e di conseguenza all’egemonia degli Stati Uniti sulla massa terrestre eurasiatica. Un ulteriore settore della cooperazione che assume un significato geopolitico è l’esplorazione spaziale. In particolare, il programma spaziale russo da tempo utilizza il centro spaziale di Bajkonur in Kazakistan come hub dei lanci nello spazio. Nel 2013, i negoziati tra i Paesi hanno stabilito una roadmap triennale sull’uso cooperativo della struttura. Con i cinesi dai sempre più ambiziosi programmi spaziali e la recente decisione della NASA di por termine alla cooperazione con Roscosmos, l’agenzia spaziale russa, sembrerebbe una scelta naturale per Russia e Cina rafforzare la cooperazione mentre Russia e Kazakistan continuano ad essere partner. Con UEE e Via della Seta che forniscono il quadro, un nuovo allineamento strategico emerge nell’esplorazione spaziale. Naturalmente, gli Stati Uniti, dipendenti come sono dalla Russia per il lanci spaziali, ne escono perdenti.
Da non dimenticare, nel contesto dell’UEE, la Bielorussia, repubblica ex-sovietica da tempo stretta alleata della Russia. Anche se la Bielorussia è in qualche modo un attore trascurato in questo calcolo geopolitico, il Paese effettivamente ha una notevole importanza strategica per la Russia. Forse ancor più la Bielorussia rappresenta l’anello fondamentale nella rete di approvvigionamento energetico russo per l’Europa. Il gasdotto Jamal-Europa, che invia circa il 20 per cento delle esportazioni europee gasifere della Russia, è stato acquistato da Gazprom nel 2011. Visto quale  mezzo per diversificare la propria infrastruttura energetica europea dalla dipendenza totale dai gasdotti ucraini, la mossa ha fisicamente legato Russia e Bielorussia che, dal punto di vista della Bielorussia, ne fa il principale mercato e alleato strategico della Russia. Inoltre, la Bielorussia è un importante esportatore di macchinari pesanti, soprattutto movimento terra, trattori e altre macchine utili nella produzione industriale e nelle costruzioni. Con la Russia come suo principale cliente, la Bielorussia potrebbe trarre enormi benefici da una maggiore collaborazione economica nell’UEE. In particolare, restrizioni commerciali, questioni monetarie, regolamento dei debiti e altri ostacoli significativi potrebbero essere eliminati o notevolmente ridotti in modo tale che Minsk s’avvantaggi enormemente dal nuovo accordo. Dato il suo status di paria nello spazio economico dell’Unione europea, il presidente bielorusso Lukashenko probabilmente vede l’UEE come un passo positivo verso la stabilità economica e come leva in Europa nei negoziati e sanzioni.

NewsilkroadLa questione del Kazakistan
Con l’istituzione dell’UEE, il Kazakistan è destinato a diventare un attore ancora più importante sulla scena mondiale. A parte i suoi già noti giacimenti energetici e minerari strategici, la geografia del Kazakistan ne fa un legame fondamentale per la Cina e la Russia in Asia centrale. Quindi, sembrerebbe che il Paese abbia una chiara strada per la prosperità economica, lastricata da Russia e Cina. Tuttavia, un esame più approfondito dell’allineamento geopolitico e finanziario del Paese rivela che, piuttosto che un partner economico a pieno titolo “incondizionato”, il Kazakistan sia un amico che un nemico possibile. Mentre sembra che il Kazakistan sia un alleato naturale di Russia e Cina, con un futuro economico brillante nel contesto dello sviluppo eurasiatico, la realtà è che il regime di Nazarbaev è profondamente legato all’occidente grazie a vari istituzioni e organi finanziari. L’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e la Camera di Commercio degli Stati Uniti sono ben presenti nel Paese con solidi rapporti con figure chiave governative del Kazakistan. In realtà, l’USAID ha agevolato la creazione dell’Iniziativa del partenariato economico pubblico-privato USA-Kazakistan (PPEPI). Come la relazione del PPEPI nota, “Il Programma PPEPI fu sviluppato come iniziativa di riforma politica al fine di promuovere il dialogo tra alti funzionari governativi e leader nel mondo degli affari… il PPEPI ha favorito la discussione e fornito consigli su molte importanti sfide che il Kazakistan deve affrontare rafforzando e diversificando la propria economia“. Un primo esame del PPEPI, insieme con le attività “pro-business” e la presenza della Camera di commercio americana in Kazakistan, illustra chiaramente il fatto che il capitale finanziario occidentale è profondamente radicato nel Paese, con influenza e connessioni sino ai vertici del governo. Forse nulla dimostra meglio tali legami concreti della recente nomina di Azamat Oinarov a capo del Kazakhstan Public-Private Partnership Center. Da ex-Viceministro della Difesa per l’Economia e le Finanze, Oinarov rappresenta ciò che potrebbe essere considerato come “agente di collegamento” tra il governo del Kazakistan e istituzioni ed organi del capitale finanziario occidentale. Essendo essenzialmente un tramite tra interessi economici occidentali e il governo di Nazarbaev, Oinarov è solo uno dei tanti burocrati la cui funzione principale è permettere presenza e redditività delle società occidentali nel Paese.  L’influenza del capitale finanziario occidentale in Kazakistan non si ferma alla comunità imprenditoriale. In effetti, uno degli aspetti più critici della presenza USA-occidentale nel Paese è ampiamente acclamato dalla Nazarbaev University, fondata a coronamento della nuova capitale Astana. L’università è stata concepita, progettata, finanziata, diretta e avviata sotto la guida di numerose importanti università statunitensi, tra cui Carnegie Mellon University, Cambridge, Harvard University (Kennedy School of Government) e molte altre. Tuttavia, la leadership e la dirigenza provengono dalla Banca Mondiale, che realmente hanno costruito l’Università Nazarbaev.
Come il giornalista investigativo Steve Horn scrisse per CounterPunch alla fine del 2012: “La Banca Mondiale alla fine del 2007 propose piani per l’aggiornamento e “commercializzare” le ricerche (del Kazakistan). Il progetto della Banca richiede la creazione di una rete di centri di ricerca e sviluppo universitari orientata al mercato e principalmente basata sui modelli statunitensi. Le successive proposte della Banca Mondiale per rinnovare la formazione tecnica e professionale del Paese seguiva tale esempio… la NU è nata attraverso una serie di iniziative dirette e strettamente coordinate dalla Banca mondiale, oggi nuovamente bollata come ”Banca del sapere” votata alla missione di eliminare la povertà globale attraverso la “riforma dell’istruzione” mercatocentrica, simile a quelle degli Stati Uniti“. Il ruolo della Banca Mondiale, insieme ad alcune delle università più prestigiose e delle più potenti multinazionali occidentali, nel creare e dirigere la Nazarbaev University, è un’indicazione evidente dell’enorme influenza che tali istituzioni esercitano in Kazakhstan. Inoltre, le implicazioni per il futuro del Paese sono piuttosto inquietanti. Con un’intera generazione dall’educazione “occidentalizzata” presso la Nazarbaev University, la logica conseguenza sarà un’intera generazione di giovani leader le cui professionalità e connessioni accademiche saranno radicate nelle istituzioni occidentali. Questo non fa ben sperare sul concetto del Kazakistan partner affidabile per l’UEE e la Silk Road della Cina.

Come l’occidente risponderà?
Indubbiamente, Washington e i suoi alleati europei vedono l’istituzione dell’UEE come un evento preoccupante. E così, la regione e il mondo devono prepararsi a una sorta di contromisura a questa crescente indipendenza. In particolare, gli Stati Uniti possono utilizzare tutte le armi del soft power a disposizione per sabotare o ostacolare l’UEE e il progetto eurasiatico in generale. Una risposta probabilmente avrà la forma della destabilizzazione del territorio occidentale cinese del Xinjiang.  Popolata prevalentemente dal popolo uiguro (musulmani appartenenti al gruppo etnico turco), la regione ha subito violenze intermittenti da decenni, con il terrorismo divenuto maggiore forza destabilizzante negli ultimi anni. In particolare, l’organizzazione nota come Movimento islamico del Turkestan dell’Est (ETIM) è responsabile di decine di atti di terrorismo negli ultimi due decenni.  Tuttavia, il terrorismo è soltanto una parte fondamentale del più ampio tentativo degli Stati Uniti di togliere il Xinjiang ai cinesi o per lo meno renderlo troppo instabile e pericoloso per essere sviluppato economicamente secondo Pechino. Xinjiang figura avanti nei piani di sviluppo di Pechino. In primo luogo, Xinjiang, con la sua capitale regionale Urumqi, è un ponte importantissimo per il progetto New Silk Road. Collegando il confinante Kazakistan e infine la Turchia, la regione assume una grande importanza sia come hub di transito che punto di partenza per le esportazioni cinesi verso l’occidente. Inoltre, la capitale del Xinjiang Urumqi è la probabile candidata al terminale cinese della Pipeline Altaj. Come centro industriale geograficamente vicino ai partner della Cina confinanti ad occidente, Urumqi diventa un perno strategico cinese sempre più importante. Con l’ovvia importanza di Xinjiang nei piani a lungo termine della Cina, la presenza statunitense nella regione assume un significato ulteriore. In particolare, gli Stati Uniti hanno un formidabile “soft power” nella regione tramite il lungo sostegno finanziario a numerose ONG e altre organizzazioni anticinesi. In particolare, gli Stati Uniti hanno speso milioni di dollari sullo Xinjiang tramite il National Endowment for Democracy (NED), sostenendo ostentatamente organizzazioni per i “diritti umani” come l’International Uyghur Human Rights and Democracy Foundation, International Uyghur PEN Club, Uyghur American Association e World Uyghur Congress. Ciascuna di tali organizzazioni, dipendenti dal finanziamento degli Stati Uniti, è fanaticamente anticinese e propaganda secessione e “autodeterminazione”. Furono l’epicentro delle tensioni sociali nella regione, con un rappresentante del World Uyghur Congress che arrivò a giustificare il recente attentato terroristico a Kunming, che ha ucciso 33 persone, dicendo che “le politiche (della Cina) provocarono ‘misure estreme’ in reazione”.
Con Kazakistan e Cina che si avvicinano tramite la Shanghai Cooperation Organization (SCO) e il Kazakistan nell’ambito dell’UEE, sembrerebbe molto probabile che un nuovo focolaio di violenze nello Xinjiang possa essere proprio ciò che il medico imperiale ordina. Inoltre, si potrebbe facilmente immaginare una rapida proliferazione della minaccia dell’ETIM nella regione, in quanto riceve un sostegno politico tacito dalle organizzazioni uigure finanziate dagli USA. Una tale mossa effettivamente bloccherebbe qualsiasi tentativo di costruire gasdotti, ferrovie ed altre infrastrutture necessarie a New Silk Road e gasdotti Russia-Cina. Dall’altra parte del confine del Xinjiang v’è il  Kazakistan profondamente infiltrato dagli organi del soft power statunitense. Il NED vi finanzia una vasta gamma di organizzazioni non governative, tra cui i famigerati International Republican Institute e National Democratic Institute, insieme ad altre organizzazioni dai nomi innocui come Ufficio internazionale dei diritti umani e stato di diritto del Kazakistan. Dato che tali organizzazioni sono profondamente radicate nel Paese, gli Stati Uniti possono esercitare un’enorme influenza nella società civile kazaka, rendendola in caso di necessità un’arma contro il governo. Ciò naturalmente fa parte della strategia di lunga data del “soft power” che gli Stati Uniti hanno abilmente impiegato in tutto il mondo, dall’America Latina all’Europa orientale. Il famoso autore e giornalista Pepe Escobar ha recentemente pubblicato un pezzo dal titolo “Nascita del secolo eurasiatico?“, in cui esamina il punto di svolta storico mondiale della partnership sino-russa che va ben oltre i soli gas e gasdotti. Escobar ha scritto: “L’alleanza strategica tra Cina e Russia ora simbiotica, con la possibilità di estendersi all’Iran, è il fatto fondamentale sul campo del giovane 21° secolo. Sarà estrapolata da BRICS, Shanghai Cooperation Organization, Organizzazione Trattato di Sicurezza Collettivo e Movimento dei Paesi Non Allineati“. Questa trasformazione, una volta pensata come tendenza futura, è ormai diventata una realtà geopolitica inevitabile. La creazione dell’Unione economica eurasiatica è semplicemente un’altra manifestazione del nuovo ordine globale. Tuttavia, Russia e Cina, con i loro alleati e partner, farebbero bene a notare che l’occidente non ha intenzione di cedere la sua posizione egemonica senza combattere. Cosa sarà esattamente tale lotta, resta da vedere.

B5C9305F-D415-44D2-9B39-FEA79EEDC316_mw1024_s_nEric Draitser è fondatore di StopImperialism.com, ed è un analista geopolitico indipendente di New York City.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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