Il Golfo Arabo sbircia nel mondo multipolare

MK Bhadrakumar - 11 ottobre 2014
635302-01-08Il tradizionale sistema di alleanze prevalente nella regione del Golfo da quando l’allora presidente degli Stati Uniti Franklin Roosevelt lasciò il vertice di Jalta (1945) con Winston Churchill e Josif Stalin e si diresse senza preavviso in Egitto per un appuntamento segreto con re Abdul Aziz ibn Saud dell’Arabia Saudita, a bordo del cacciatorpediniere statunitense USS Murphy, nelle acque dei Grandi Laghi Amari, si sta inesorabilmente indebolendo. L’ultimo segno di tale processo è l’annuncio del Cremlino della visita del re del Bahrayn Hamad ibn Isa al-Qalifa, che lascia il resort della città russa di Sochi per incontrare il Presidente Vladimir Putin e di partecipare al capitolo russo della Campionato mondiale di Formula Uno. Il sovrano del Bahrayn è un compare della famiglia reale saudita e fu solo il brutale intervento militare saudita che l’ha finora aiutato a frenare la rivolta per la democrazia e i diritti umani della maggioranza sciita del Paese.
L’importanza di ciò che oggi accade nel cortile dell’occidente, è che sembra quasi che la Russia sia il centro di pellegrinaggio dei governanti del Golfo Arabo scontenti dei modi del presidente Barack Obama e della politica degli Stati Uniti in Medio Oriente per la promozione di democrazia e diritti umani. Se va indicato il momento decisivo di tale crescente tendenza degli arabi del Golfo a disilludersi verso l’amministrazione Obama, è quando Hillary Clinton svelò drammaticamente e con molto clamore il Secolo del Pacifico Americano, la strategia del “pivot”in Asia degli Stati Uniti.
I Clinton affiancano la famiglia Bush del Texas per devozione ai regimi del Golfo Arabo e la segretaria di Stato Clinton non anticipava l’effetto devastante che la sua brillante strategia del “pivot” avrà sul morale degli alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Gli autocrati arabi del Golfo sono travolti dall’angoscia che gli Stati Uniti taglino la corda per l’Asia-Pacifico, lasciandoli ai lupi della regione e che Washington non si adopererà per la sopravvivenza dei loro regimi arcaici. La primavera araba e gli eventi catastrofici che portarono alla caduta di Hosni Mubaraq in Egitto, momento cruciale delle strategie statunitensi in Medio Oriente, hanno scosso la fede degli autocrati arabi del Golfo nella fedeltà degli Stati Uniti come pretoriani dei loro regimi, soprattutto con le prova accumulatesi su Washington che si mette dalla “parte giusta della storia” e tranquillamente s’impegna con i Fratelli musulmani, che allora sembravano l’emergente “forza vitale” in Medio Oriente. Inoltre, rapporti hanno cominciato a circolare sulla dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio dal Golfo in drastica diminuzione con la vertiginosa produzione di shale gas negli USA, che a sua volta si tradurrebbe in geopolitica nel disinteresse di Washington nella sopravvivenza delle oligarchie dei petrodollari regionali. La tesi in sé è falsa perché il coinvolgimento degli Stati Uniti verso gli Stati dei petrodollari non è solo in termini di consumo di petrolio, ma anche di traffico nel mercato energetico mondiale ed esportazione di tecnologia del petrolio, nonché di processo di riciclaggio dei petrodollari, pilastro fondamentale del sistema bancario-economico occidentale. Ma avanzò comunque la tesi della strategia del “pivot” in Asia di Clinton, guadagnandosi credibilità.
Se la caduta di Mubaraq fu un campanello d’allarme, la riluttanza degli Stati Uniti a farsi trascinare nel “cambio di regime” in Siria degli Stati arabi del Golfo, trasmise ulteriormente l’impressione che la presa statunitense in Medio Oriente sia in declino continuo. E poi venne l’impegno diretto degli Stati Uniti con l’Iran (sciita). Spargendo sale sulle ferite, Washington s’impegnava con l’Oman, Stato del GCC, ad agire da intermediario per discutere i termini dell’impegno, mantenendo l’Arabia Saudita all’oscuro di ciò che che si svolgeva. Sembra, infine, che i peggiori timori sauditi si avverino, Stati Uniti e Iran normalizzano le relazioni e Riyad perde lo status di alleato chiave di Washington in Medio Oriente. Naturalmente, lo scenario post-Guerra Fredda contro il quale tutto ciò viene dispiegato è importante da notare: l’illusione sfuggente degli Stati Uniti del “momento unipolare” e l’emergere del mondo multipolare. Gli arabi del Golfo iniziano ad intuire la possibilità che l’ordine mondiale multipolare possa salvaguardare i loro interessi fondamentali. In poche parole, per loro gli USA sono ancora il miglior spettacolo in città, ma non più l’unico.
Arriva la Russia. La guerra civile siriana è stata una rivelazione per gli arabi del Golfo, la cartina di tornasole di quanto Mosca avrebbe fatto a sostegno di un vecchio amico e alleato (anche se la Russia ha i suoi interessi, anche). In netto contrasto con il malcelato disinteresse o la riluttanza degli Stati Uniti nel salvare il regime di Mubaraq. In secondo luogo, Mosca ha sempre ridimensionato la primavera araba, senza mezzi termini fredda verso la ragion d’essere della trasformazione democratica del Medio Oriente. Al contrario, è stata abbastanza accomodante con l’idea di fare affari con regimi autoritari. In realtà, Mosca ridicolizza apertamente e ovunque il piano di democratizzazione degli Stati Uniti. In terzo luogo, la Russia continua a considerare i fratelli “terroristi” e la Fratellanza musulmana resta un gruppo radicale proscritto nella “watch list” russa. Gli autocrati arabi del Golfo sono immensamente soddisfatti di come la Russia chiaramente bolli l’islam politico come anatema nel mondo moderno. In quarto luogo, la Russia non ha perso tempo ad abbracciare senza esitazione la giunta militare che ha preso il potere a Cairo con il colpo di Stato sponsorizzato dai sauditi in Egitto, nel luglio 2013. Avendo davvero impressionato i sauditi che, nel momento cruciale, gli statunitensi ancora predichino la virtù della democrazia sulle rive del Nilo. (Probabilmente, i russi sono anche costretti a ripensare all’approccio statunitense verso la giunta di Cairo, qualcosa che i sauditi non hanno potuto compreso da soli). In quinto luogo, la crisi Ucraina ha convinto gli arabi del Golfo che il DNA russo non è cambiato e che Mosca persegue i propri interessi vitali in gioco, non importa cosa comporti. In altre parole, gli arabi del Golfo hanno iniziato a giocare con l’idea di fare della Russia attore del loro benessere e della sopravvivenza dell’attuale sistema oligarchico arcaico regionale. In sesto luogo, la fredda profonda spaccatura USA-Russia attrae gli arabi del Golfo. Se la frattura si approfondisce, sarà ancora meglio. In poche parole, gli statunitensi saranno costretti a pensare alle ombre russe nella regione del Golfo, a sua volta costringendo Washington a rinnovare l’interesse per il vecchio sistema di alleanze costruito intorno alla serie impressionante di basi militari statunitensi nella regione. Infine, nonostante tutti i protagonismi sulla comprensione strategica tra la Russia e Iran, che entrambi i Paesi si sforzano costantemente di pianificare, gli arabi del Golfo sanno essere un rapporto incredibilmente complesso radicato su animosità, sospetti reciproci e tradimenti sordidi tra le due potenze regionali, risalenti al lungo cammino nella storia moderna.
La collaborazione della Russia nella strategia del contenimento degli Stati Uniti verso l’Iran, negli ultimi anni, sul problema nucleare; la conformità della Russia con le sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran; l’avversione dell’élite russa verso l’Iran; gli interessi sovrapposti di Russia e Iran nel Caspio, Caucaso e Asia centrale, tutto ciò sottolinea la complessità del rapporto. Più importante, l’emergere della leadership filo-occidentale in Iran e l’accelerazione dell’impegno tra Stati Uniti e Iran preoccuperebbero la Russia. Lo spettro che si aggira in Russia è naturalmente un Iran potenziale strumento chiave del piano USA per ridurre la forte dipendenza dell’Europa dalle forniture energetiche russe (dalle gravi implicazioni per la leadership transatlantica degli Stati Uniti). Infatti, l’Iran è l’opzione migliore per l’Europa nel ricercare la diversificare delle fonti di energia, tramite l’hub energetico della Turchia. D’altra parte, qualsiasi riduzione della dipendenza energetica dell’Europa dall’energia russa è molto più questione di reddito drasticamente ridotto per la Russia, privandola del suo “strumento geopolitico” per sfruttare le politiche europee. Il punto è che un Iran integrato nella “comunità internazionale” cessa di avere qualsiasi convergenza di interessi con la Russia nel contestare le politiche regionali degli Stati Uniti. Sempre più spesso, Iran e Stati Uniti potranno anche trovarsi sullo stesso lato riguardo sicurezza e stabilità dell’Iraq (e forse della Siria pure). Tale tendenza potrebbe isolare la Russia e costringerla a cercare nuovi partenariati regionali per prepararsi ad ogni evenienza con la vicinanza strategica USA-Iran. Basti dire che le relazioni russo-iraniane sono a un bivio oggi. È vero, non vi è alcuna prospettiva imminente di un asse statunitense-iraniano, dato che il problema nucleare iraniano deve ancora essere risolto e non ci sono segni dagli Stati Uniti di un “salto di fede” verso l’Iran. Le lobby saudite e israeliane lavorano duramente a Washington per lo stallo sull’accordo nucleare, e gli interessi degli Stati Uniti inoltre sono troppo profondi ed estesi negli Stati arabi del Golfo, rendendo estremamente difficile all’amministrazione in carica alla Casa Bianca di cooptare apertamente l’Iran come alleato in Medio Oriente nel prossimo futuro. Detto questo, Mosca non perde alcuna possibilità, neanche. E ha fatto aperture verso gli Stati arabi del Golfo sperando che questi ultimi siano attratti dalle possibilità presentate dall’ordine mondiale multipolare; Mosca è riuscita ad avere un interlocutore costante nel re di Giordania Abdullah. L’anno scorso Abdullah ha visitato Mosca e quest’anno è già stato in Russia due volte (come il 2 ottobre) e ci sono altri due mesi ancora per una terza visita. Nel frattempo, Abdullah ha anche ospitato ad Amman un visitatore russo di eccezione, il leader ceceno Ramzan Kadyrov. È interessante notare che Mosca sa perfettamente bene che non cessa la partecipazione della Giordania al “cambio di regime” saudita in Siria e che la Giordania è un pesce piccolo per una grande potenza come la Russia, ma rimane un Paese interessante data la possibilità di Abdullah di essere un tramite per i contatti con la leadership saudita e l’occidente. Così, un dialogo fitto si sviluppa tra Abdullah e Putin sulla base della realpolitik e di una corrispondenza d’interessi dallo spirito pragmatico. Più che altro, la Giordania ha stretti legami con Israele e visti i crescenti contatti saudita-israeliani, Mosca vedrebbe la possibilità di una base comune da sviluppare, ad un certo punto, dalla comune antipatia/disillusione dei quattro i protagonisti verso la politica regionale degli Stati Uniti.
L’ Egitto, senza dubbio, s’inserisce anche in questo paradigma. I legami russo-egiziani si sviluppano velocemente e la visita del Presidente Abdelfatah al-Sisi a Mosca ad agosto è stata interpretata come il messaggio agli Stati Uniti che Cairo ha opzioni strategiche nel contesto multipolare. Dal punto di vista russo, però, il pesce grosso è l’Arabia Saudita. Mosca non ha lasciato nulla d’intentato negli ultimi anni, anche a fronte degli sgarbi diplomatici di Riyadh, per sviluppare il rapporto e trasformarlo in una partnership, ma i sauditi erano pesanti e lenti, almeno finora. La guerra civile in Siria pone una contraddizione acuta. Ma il nocciolo della questione è che i sauditi sono lungi dall’aver rinunciato all’alleanza strategica con gli Stati Uniti. I sauditi ancora sperano che l’amministrazione di Barack Obama possa fermarsi dal cercare un accordo con l’Iran entro novembre. Se nessun accordo nucleare fruttifica e se nel frattempo il Senato degli Stati Uniti cambia di mano finendo sotto il controllo dei repubblicani, l’impegno di Stati Uniti e Iran nato sotto cattive stelle, non andrebbe avanti per molto e, infatti, ci potrebbe anche essere una recrudescenza delle tensioni tra i due vecchi avversari. La strategia saudita, in breve, è sedersi e aspettare in qualche modo la fine della presidenza Obama nel 2016. Ma le cose possono cambiare drasticamente se ci sarà un accordo USA-Iran sulla questione nucleare. Mosca e Riyad avrebbero molto da perdere se l’integrazione dell’Iran con l’occidente iniziasse realmente. (E così in effetti anche Israele). In tale eventualità, il Medio Oriente probabilmente entrerà nel mondo multipolare. Ma poi ci sono tanti “se” e ‘ma’ impliciti in tale scenario. Molto dipenderà da come la guerra di Obama contro lo Stato islamico finirà. La grande questione è, cosa succede se lo Stato islamico prevale e arriva in Arabia Saudita? Dopo tutto, da movimento “neo-wahhabita”, l’obiettivo chiave dello SI è l’Arabia Saudita e non l’occidente. La sua strategia è provocare gli Stati Uniti ad intervenire militarmente in modo che possa cavalcare l’onda dei diffusi sentimenti antiamericani in Medio Oriente, che a loro volta apporterebbe alla causa nuove reclute e altri finanziamenti dagli Stati arabi del Golfo.

3126fb7674e98090fe6701f5905ceea603d7cf74Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nasce l'”Arco della Sicurezza” contro il terrorismo in Medio Oriente

Sharmin Narwani al-Akhbar 21/12/2013
security-arc-mapMolti osservatori hanno ragione nel notare che il Medio Oriente subisce l’ennesimo terremoto, con la distruzione dell’arsenale chimico della Siria, mediata dai russi, il riavvicinamento USA-Iran, la riduzione del valore strategico di Arabia Saudita e Israele e il ritiro degli USA dall’Afghanistan che contribuiscono a cambiare considerevolmente le dinamiche regionali. Ma qual è questa nuova direzione? Da dove proviene, dove porterà e cosa produrrà? È ormai chiaro che la nuova “direzione” in Medio Oriente punta principalmente sulla “minaccia alla sicurezza” posta dalla proliferazione dei combattenti islamisti estremisti ed settari, in numeri mai visti neanche in Afghanistan o Iraq. Tale pericolo comune è la spinta per la serie di eventi diplomatici globali che ha generato la cooperazione inaspettata tra una serie di nazioni, molte di cui avversarie. Questi sviluppi hanno un unico tocco post-imperialista, però. Per la prima volta da decenni, questa direzione proverrà dalla regione, da Stati, gruppi, sette e partiti più minacciati dall’estremismo in Medio Oriente. Perché nessun’altro “salverà” il Medio Oriente, oggi.
Mentre i salafiti sciamano nelle varie frontiere, dal Levante al Golfo Persico al Nord Africa e altrove, gli Stati si disintegrano, la loro integrità territoriale e la sovranità è in pericolo, le loro istituzioni ed economie sono nel caos e le loro forze armate sono impotenti contro la guerra irregolare praticata da tali invasori. Ma in questo caos, un gruppo di Paesi in prima linea ha deciso di porvi soluzione. La loro risposta è combattere la militanza direttamente, estirparla dalle loro zone e tagliarne le radici. Già condividono l’intelligence e collaborano sul campo di battaglia tramite le loro risorse collettive, operando per garantirsi il sostegno della comunità internazionale. E così, mentre altrove nella regione gli Stati s’indeboliscono, un’alleanza per la sicurezza emerge tra i Paesi dal Levante al Golfo Persico: Libano, Siria, Iraq e Iran.
Secondo alcune fonti informate nel Levante, intervistate nel corso di diversi mesi, questo “Arco della Sicurezza” cercherà di raggiungere diversi obiettivi: in primo luogo, mantenere l’integrità territoriale e la sovranità dei Paesi partecipanti. In secondo luogo, stabilire una rigorosa cooperazione militare e di sicurezza contro le minacce immediate e future dagli estremisti. In terzo luogo, forgiare una visione politica comune che esalti l’alleanza e comporti ulteriori collaborazioni in altri ambiti. Il re di Giordania Abdullah, una volta ha soprannominato queste quattro nazioni “Mezzaluna sciita”, esprimendo un’inusuale battuta settaria verso l’avanzare dell’influenza dei governi e partiti politici sciiti in queste quattro nazioni. Ma le alleanze della sicurezza formata dai quattro Stati, ha poco a che fare con tale “setta”. Invece, Abdullah e i suoi alleati hanno aiutato direttamente lo sviluppo di questo gruppo: “Dopo tutto, sono state le monarchie arabe filo-occidentali della regione che hanno lanciato la “contro-rivoluzione” per contrastare le rivolte popolari arabe e traviare i loro avversari regionali, attraverso la Siria. Qatar, Arabia Saudita, Bahrain, Giordania, Quwayt, Emirati Arabi Uniti e i loro alleati occidentali hanno riversato soldi, armi, addestramento e risorse per scalzare il presidente siriano Bashar al-Assad, nel tentativo di indebolire l’Iran, isolare Hezbollah e reagire alla “minaccia sciita” una volta per tutte. Ma nella corsa a senso unico nel paralizzare i nemici, le monarchie arabe (supportate dagli alleati occidentali) hanno appoggiato i correligionari pronti a combattere ignorando le ideologie estremiste e settarie che questi combattenti hanno abbracciato. Hanno abbastanza illogicamente calcolato che la militanza potesse essere controllata una volta compiuta la missione.
Per citare il membro del Council on Foreign Relations Ed Husain, nell’agosto 2012: “Il calcolo politico occulto dei politici (degli USA) è sbarazzarsi di Assad prima di indebolire la posizione dell’Iran nella regione, e poi trattare con al-Qaida“. Alla fine, Assad non è caduto, l’Iran non vacilla, Hezbollah si consolida, russi e cinesi entrano nella partita. Mentre il conflitto siriano diventa una battaglia geopolitica regionale, armi pesanti, confini porosi e una retorica sempre più settaria hanno creato l’opportunità unica, dal Libano all’Iraq, per i militanti salafiti, anche di al-Qaida, per avere  influenza e creare il tanto desiderato corridoio dal Levante al Golfo Persico. L’ex direttore della CIA Michael Hayden dice: “Ciò che succede in Siria è la presa fondamentalista sunnita su una parte significativa del Medio Oriente, con l’esplosione dello Stato siriano e del Levante come li conosciamo.” Oggi, tale violenza politica ideologica, segnata da esecuzioni sommarie, attentati suicidi, decapitazioni e settarismo, minaccia di travolgere l’intera area e di trasformarla in un terreno per “emiri” e relativi feudi governati dalla sharia. Per alcuni, questo è un prezzo da pagare; i sauditi continuano sfacciatamente a finanziare e armare questi conflitti. Altri sostenitori, soprattutto in occidente, temono che la marcia della jihad non si fermerà davanti a nessuna frontiera. Ma pochi hanno preso misure concrete per inibire, economicamente o militarmente, la proliferazione dell’estremismo. E così hanno lasciato ai Paesi interessati il compito di affrontare il problema. Lo stesso asse occidentale-arabo che ha cercato di paralizzare l’ascesa “sciita” in Medio Oriente, alimentando il settarismo e incoraggiando una reazione armata “sunnita”, ha ora creato l’urgente necessità della causa comune tra iraniani, siriani, libanesi e iracheni, basata quasi interamente sulla minaccia alla “sicurezza”. Una profezia che si auto-avvera, se così si vuole.

Un’unione non uniforme
In Libano, Siria e Iraq esistono significative popolazioni, a maggioranza sunnita, che attualmente non supportano il connubio per la sicurezza tra i quattro Stati. Decenni di propaganda settaria del GCC e dell’occidente le ha rese assai sospettose sulle intenzioni degli sciiti dell’Iran e dei loro alleati. Anche se queste popolazioni hanno la stessa probabilità di essere colpite dai salafiti che ormai uccidono i moderati sunniti (insieme a cristiani, curdi e sciiti) in Siria, Iraq e Libano, la loro riluttanza a vedervi dei nemici politici che espandono la loro influenza è significava, avendo fornito una “copertura” ai militanti correligionari permettendogli di proliferare localmente. La scelta è dolorosa per questa popolazione: lasciare che gli avversari prevalgano o lasciare che gli estremisti impazzino. Ma all’inizio di quest’anno, quando Hezbollah prese la decisione di combattere apertamente a Qusayr, in Siria, al fianco dell’esercito siriano, è apparso chiaro che i partiti a sostegno di questa alleanza della sicurezza avrebbero infastidito i contrari.
Questo arco di sicurezza sarà forgiato con o senza l’approvazione degli avversari. E l’imperativo alla sicurezza proviene da una fonte insospettabile: gli Stati Uniti. Negli ultimi mesi, Washington ha improvvisamente deciso di abbandonare la ‘rivolta’ sunnita in Siria per unirsi all’Iran. Questo voltafaccia nasce dalla constatazione che gli Stati Uniti hanno pericolosamente esagerato il loro gioco geopolitico permettendo alla militanza religiosa di superare il punto di non ritorno. Né Washington né i suoi partner della NATO possono invertire questa tendenza, senza un aiuto, avendo fallito miseramente nella decennale superficiale “guerra al terrore” che, se non altro, ha contribuito a seminare ulteriori semi dell’estremismo. Gli Stati Uniti ora comprendono di aver bisogno del contributo di partner regionali e di appoggiare le potenze che affrontano la minaccia sempre più imminente degli islamisti: Iran, Russia, Cina, India, Siria e Iraq, non solo per combattere l’estremismo, ma per essiccarne la fonte… in Arabia Saudita, Pakistan, Yemen, Libia, Afghanistan e in altri luoghi. Gli statunitensi sono in una posizione estremamente difficile: per affrontare la diffusione degli estremisti dovranno supportare la soluzione militare dei vecchi nemici regionali: Iran, Siria, Hezbollah. Per cominciare, ciò significa che oltre 30 anni di “politica” saranno letteralmente dimenticati e Washington rischia di alienarsi i vecchi alleati regionali. Inoltre, un esito positivo, cioè l’eliminazione dell’estremismo, quasi certamente significherà l’ascesa dell’Iran e la caduta dell’alleata Arabia Saudita, tra le tante conseguenze che in tutto il Medio Oriente ciò comporterà.
I segnali contraddittori da Washington sul Medio Oriente sono il risultato di tale tormentata decisione. Le azioni, però, sono più eloquenti delle parole: gli Stati Uniti hanno appena raggiunto un accordo nucleare con l’Iran a Ginevra, a tempo di record, avendo già segretamente aperto canali di comunicazione diretti. Il mese scorso, il presidente statunitense Barack Obama ha chiesto d’incontrare il suo omologo iracheno Nuri al-Maliqi, e subito dopo, gli Stati Uniti hanno condiviso intelligence, la prima volta da quando le truppe statunitensi si sono ritirate dall’Iraq. Il primo elemento dell’intelligence, secondo Zaman, è stato il movimento dei militanti nel deserto di Anbar. Oggi, il rapporto USA-Arabia Saudita s’è inacidito al punto che anche i funzionari mettono in discussione la reale convergenza di interessi; ambasciatori europei iniziando a recarsi di nuovo a Damasco, i loro ufficiali dell’intelligence fanno la fila per incontrare i loro omologhi siriani per  condividere le informazioni sui jihadisti, i formidabili israeliani sono stati esclusi da alcune decisioni importanti in Medio Oriente, e il membro della NATO, la Turchia, fa di tutto per facilitare i rapporti con l’Iran e l’Iraq. L’elenco potrebbe continuare. Questi straordinari sviluppi non sarebbero stati possibili solo sei mesi fa, quando s’indossavano ancora i paraocchi. La velocità con cui è stata aperta la nuova “era del compromesso” tra gli avversari, attesta l’estrema urgenza del problema jihadista/salafita, e fino a che punto i Paesi l’affronteranno. Anche se questo significa radere al suolo una politica radicata, capovolgendola.
Come una fonte di alto livello di Hezbollah mi ha detto: “Gli Stati Uniti s’impegnano sempre più nell’accordarsi direttamente con gli avversari invece di affidarsi ai loro alleati.” C’è una buona ragione per questo. Molti alleati regionali di Washington sono fonte d’instabilità e dovranno essere  controllati, costretti e convinti ad accettare le nuove realtà. Certuni di questi alleati sono i partiti politici nell’Arco della Sicurezza. Vengono messi in riga velocemente ora, anche perché la minaccia del terrorismo aleggia sul loro cortile di casa. In Libano, per esempio, l’esercito nazionale, finora trattenuto da interessati politici filo-sauditi, sembra pronto ad affrontare finalmente i militanti salafiti in città e campi profughi, dove il loro numero è aumentato. È un enorme passo avanti, dopo quasi tre anni di immobilismo, in attesa della “tracimazione” dalla Siria, senza prendere praticamente alcuna misura di sicurezza per impedirla.

L’Arco della Sicurezza: Piano d’azione
Le cose si muovono rapidamente su ogni fronte. La convergenza dei 50000 estremisti delle milizie settarie nel “Fronte islamico”, ha creato un’ulteriore causa comune sul lato opposto. La scorsa settimana Stati Uniti e Regno Unito hanno ritirato tardivamente il sostegno ai ribelli, temendo la radicalizzazione della ‘rivolta’. E l’Iran ha avviato azioni diplomatiche nei vicini Stati del Golfo per dividerne le fila e lacerarne la vecchia opposizione, riuscendoci quando l’Oman s’è rifiutato di sostenere l’iniziativa saudita per l’unione del GCC. Ma per debellare il jihadismo in Siria e altrove, tre importanti obiettivi devono essere raggiunti, e ci vorrà uno sforzo collettivo per arrivarci:
In primo luogo, estirpare gli estremisti dalle aree in cui aumentano di numero ed influenza e dove una volontà politica esiste: nell’Arco di Sicurezza, in Libano, Siria, Iraq e Iran. Questa è principalmente una soluzione militare, anche se alcuni combattenti potrebbero cedere/uscirne con un  negoziato politico, o quando uno Stato/individuo sponsor ne chiedesse la ritirata.
In secondo luogo, l’istituzione di un regime di sanzioni globali per paralizzare le reti jihadiste/salafite colpendone le fonti di finanziamento. Questo è già stato fatto in piccola misura, ma il rapporto dell’occidente con molti Stati e persone che lo violano, ha impedito un vero progresso in passato. Come il recente articolo di Patrick Cockburn su The IndependentLe stragi in Medio Oriente sono finanziate dai nostri amici sauditi” sottolinea: “Tutti sanno da dove al-Qaida prende il denaro, ma mentre dilaga la violenza settaria, l’occidente non fa nulla”. Il riavvicinamento USA-Iran, corsia preferenziale per affrontare il terrore, potrebbe cambiare ciò, dato il drammatico riallineamento delle priorità e delle alleanze createsi sulla sua scia.
In terzo luogo, gli Stati vicini, e anche quelli lontani dalla regione, dovranno chiudere le frontiere e  rispettare la sicurezza sull’immigrazione. Sui confini della Siria già si vedono Turchia e Giordania prendere misure drastiche, ma il confine iracheno rimane ancora poroso e pericoloso. Da cui il recente aggiornamento dell’intelligence di Washington con l’Iraq.

Gravitando verso la priorità della “sicurezza”
Si vedono mutare i calcoli delle nazioni sull’Arco della Sicurezza. Molti hanno acutamente capito il ruolo fondamentale che questi quattro Paesi dovranno giocare per arginare l’islamismo. Tutti gli occhi ora puntano sulla Siria, dove la situazione della sicurezza è più precaria, e in particolare anche in Egitto, Giordania e Turchia. Questi ultimi tre sono gli Stati regionali più propensi a sostenere gli obiettivi dell’Arco della Sicurezza, sia pure con riserve dovute a certe differenze politiche abbastanza forti. La Giordania, per esempio, ha “ospitato” diverse forze speciali, truppe, agenzie d’intelligence e mercenari stranieri, tutti concentrati sul compito di abbattere il governo siriano. Ma neanche la sua datata dipendenza finanziaria dall’Arabia Saudita non vale le migliaia di jihadisti presenti sul territorio giordano, in attesa di entrare nella zone del conflitto. I media arabi indicano il numero di jihadisti giordani nel Paese a un terrificante 1000. Al contrario, gli europei sono terrorizzati da una sola manciata di propri militanti islamici di ritorno a casa. Secondo una fonte libanese ben informata, circa quattro mesi fa Giordania, Siria e Iraq iniziarono dei colloqui seri (su linee bilaterali distinte) sulla cooperazione economica e di sicurezza. I giordani hanno inizialmente rifiutato l’aggiornamento dei dati sulla sicurezza, ma ci hanno ripensato alla fine. Non sono solo preoccupati dall’estremismo, ma anche dal collasso economico, e da un possibile altro. Peggio di tutto sarebbe la completa irrilevanza in una regione in rapido cambiamento. I giordani non sono cani sciolti, e inseriti come sono tra la Siria e l’Iraq, non è difficile vedere la loro nuova direzione. Già i tribunali per la sicurezza dello Stato di Amman hanno imprigionano importanti salafiti e combattenti giordani intenti a recarsi in Siria. La Giordania ha chiuso i suoi confini, applicato misure di sicurezza nel campo per i rifugiati siriani di Zaatari, e probabilmente prenderà ulteriori misure mentre i rapporti con il governo siriano continuano a migliorare.
Anche i turchi hanno adottato misure per rafforzare i loro confini, in pratica. Una battaglia interna infuria nella dirigenza islamista in cui la testa calda, il premier Recep Tayyip Erdogan, ha scommesso per quasi tre anni a favore dell’opposizione siriana. La sua intransigenza su questo tema costa caro alla Turchia: militanti armati trovano rifugio in Turchia dalla Siria, la violenza politica  s’infiltra nel Paese, la popolarità della Turchia nel mondo arabo è crollata in tutti gli ambiti, la repressione di Erdogan contro chi lo contesta l’ha segnato quale ipocrita e l'”autonomia” curda in Siria istiga le ambizioni dei curdi nella vicina Turchia. I turchi comprendono di avere come imperativo la sicurezza, ma la leva è quella economica. La Siria dovrà seguire un’ampia ricostruzione e l’Iraq avrà una ricchezza petrolifera da usare, una volta tornata la calma. Inoltre, l’iniziativa del gasdotto dall’Iran al Mediterraneo eviterà del tutto la Turchia, se non saprà giocarsela.
L’Egitto rientrerà nell’Arco della Sicurezza per il semplice motivo che affronta gli stessi problemi. Mentre il governo militare ad interim potrebbe essersi indebitato per i petrodollari dell’Arabia Saudita e di altri Stati del Golfo, l’Egitto andrà interamente in bancarotta se la militanza religiosa prenderà piede, come minaccia di fare. Gli attacchi contro le forze di sicurezza nel Sinai sono aumentati durante la sollevazione popolare in Egitto, all’inizio del 2011, e hanno acquisito nuovo slancio dalla scorsa estate, quando la dirigenza militare è tornata al potere. Oggi, militanti stranieri  affollano il Sinai, riforniti di armi avanzate dai conflitti in Libia e Sudan. Durante il breve regno dei Fratelli musulmani, che hanno appoggiato i ribelli siriani, migliaia di egiziani sono accorsi a combattere in Siria. E’ probabile che uno Stato governato o dominato dalla dirigenza militare laica seguirà l’esempio siriano e adotterà serie soluzioni sul piano della sicurezza per spezzare la schiena agli estremisti.
Qualunque siano le inclinazioni politiche, non c’è dubbio che l’inazione contro i militanti salafiti in questo frangente porterà alla disintegrazione degli Stati mediorientali. Gli elementi più pericolosi oggi sono la Siria, seguita dall’Iraq, per via della loro centralità politica e geografica regionale, e la probabilità dei vicini più piccoli e deboli di essere travolti dal caos. La lotta contro l’estremismo quindi inizierà dall’Arco della Sicurezza e riceverà sostegno immediato dagli Stati dei BRICS e dalle nazioni non allineate. L’occidente può scegliere di giocare un ruolo chiave dietro le quinte, invece di sconvolgere i loro alleati regionali, almeno per un po’. Ma, come il confronto si intensificherà, i Paesi dovranno “schierarsi nettamente” in questa battaglia cruciale, sia in Medio Oriente che fuori. L’opportunismo giocherà la sua mano, ci potrebbe essere un punto in cui una “situazione di stallo” possa essere desiderabile per alcuni. Pochi avranno il coraggio di sostenere gli estremisti, tuttavia, si anticipano alcuni seri mutamenti narrativi sui ‘buoni’ e i ‘cattivi’ del Medio Oriente.
Questa, oggi, è la vera guerra al terrorismo. Ma questa volta sarà guidata dal Medio Oriente, ottenendo supporto universale e modificando l’equilibrio politico regionale per le generazioni future.

Sharmine Narwani è uno scrittore e analista politico sul Medio Oriente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bank Rothschild of America

Dean Henderson 23 novembre 2013

Bank-of-AmericaLa NSC inviava armi ai contras nicaraguensi prima che la rete di rifornimento di Oliver North fosse operativa. Gli aiuti degli Stati Uniti all’Arabia Saudita venivano inviati ai contras attraverso la Banca di Credito e Commercio Internazionale (BCCI) di Karachi in Pakistan. [1] Mentre il denaro della Casa dei Saud veniva deviato verso i contras, uno dei più grandi depositanti iniziali della BCCI era lo Scià di Persia, i cui conti svizzeri della BCCI erano enormi. Con le famiglie dominanti dei “due pilastri” di Nixon nel CdA, la BCCI sarebbe diventata il ricettacolo dei petrodollari del Golfo Persico, generosamente mescolati con narcodollari, usati per finanziare in tutto il mondo le operazioni segrete della CIA e dei suoi partner del Mossad israeliano e dell’MI6 inglese. La BCCI era la banca di riferimento dei dittatori più noti del mondo, tra cui la famiglia Somoza, Saddam Hussein, l’uomo forte filippino Ferdinand Marcos e quello di Haiti Jean-Claude “Papa Doc” Duvalier. Il regime dell’apartheid sudafricano usò la BCCI, come fece Manuel Noriega, che andava regolarmente nella filiale della BCCI di Panama per ritirare il suo stipendio annuale della CIA di  200000 dollari. La BCCI era la lavanderia favorita del Cartello di Medellin e dei nuovi boss dell’eroina mondiale, i leader delle fazioni dei mujahidin afgani controllati dalla CIA. La BCCI finanziò la vendita segreta di armi di Reagan all’Iran e collaborò con Robert Calvi del Banco Amrosiano. Fu il tramite per il denaro sporco generato dal finanziere latitante del Mossad Marc Rich e del denaro proveniente dall’oggi in bancarotta Enron, reincarnatasi nel Bank Group Pinnacle di Chicago. [2] Frequentatore della sede di Karachi della BCCI, avendo titolarità di un conto, era Usama bin Ladin.
Con filiali in 76 paesi, la BCCI trattava armi convenzionali e nucleari, oro, droga, mercenari, intelligence e contro-intelligence. Questi interessi erano spesso schermati da facciate legittime, quali il trasporto di caffè dall’Honduras o di fagioli vietnamiti. La banca aveva stretti rapporti con la CIA, l’ISI pakistano, il Mossad israeliano e le agenzie d’intelligence saudite. Fu il collante finanziario collegato a numerosi scandali pubblici apparentemente distinti. I principali azionisti della BCCI erano regnanti e ricchi petrosceicchi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) ideato da Reagan. Fu fondata nel 1972 in Pakistan da Agha Hasan Abedi, un amico intimo del dittatore militare pakistano Zia ul-Haq. Abedi inizialmente sollecitò depositi nella banca dagli espatriati pakistani che lavoravano negli Emirati Arabi Uniti. La BCCI decollò quando Bank of America piazzò 2,5 milioni di dollari per una quota del 30%. In quel momento Bank of America era la più grande banca del mondo ed era controllata da NM Rothschild & Sons. [3] La “N” stava per Nathan, che una volta prestò al tiranno francese Napoleone 5000000 di sterline, mentre al tempo stesso faceva prestiti al suo avversario inglese di Waterloo, il duca di Wellington, per equipaggiarne l’esercito. Nathan Rothschild poi commentò l’accaduto, “fu il miglior affare che abbia mai fatto.” La “M” stava per Mayer, studioso di esoterismo della Cabala ebraica che lanciò la dinastia dei banchieri Rothschild con denaro sottratto e acquisì titoli nobiliari per la famiglia agli inizi del 19.mo secolo. Nel 1885 la regina Vittoria nominò baronetto il nipote di Nathan, mentre i fratelli condussero operazioni globali presso i governi di Inghilterra, Francia, Prussia, Austria, Belgio, Spagna, Italia, Portogallo, germanici e Brasile. Erano i banchieri delle Corone d’Europa con partecipazioni in Paesi lontani come Stati Uniti, India, Cuba e Australia. [4] Nel 1996 il 41.enne Amschel Rothschild, che gestiva il colosso finanziario della famiglia, morì in un misterioso suicidio. La Rothschild Asset Management, che Amschel guidava, perse 9 milioni di dollari l’anno precedente la morte. Le perdite si verificarono mentre Evelyn Rothschild stava creando una joint venture con la seconda banca più grande della Cina. Amschel fu trovato morto impiccato a un portasciugamani posto a un metro e mezzo dal pavimento del bagno, nel suo hotel di Parigi. Un giornalista scherzò, “impiccarsi non deve essere stato facile per un uomo alto un 1,85m”. [5]
graphics3L’esecutivo della Bank of America Roy P.M. Carlson orchestrò l’affare BCCI. Carlson poi entrò nella Safeer, la società di consulenza di Teheran fondata dall’ex direttore della CIA e ambasciatore in Iran Richard Helms. Carlson divenne presidente della travagliata Banca Nazionale della Georgia  (NBG) di Bert Lance, segretamente acquisita dalla BCCI con l’aiuto del miliardario saudita Ghaith Pharaon. La NBG era una cliente di Kissinger Associates, che anche “consigliò” l’armamento di Saddam alla Banca Nazionale del Lavoro (BNL). Partner di Helm presso Safeer era il magnate iraniano Rahim Irvani che controllava il Gruppo Melli, dove Carlson era presidente. Irvani fondò una società off-shore per nascondere l’acquisizione della BCCI di First American Bank dell’ex-segretario alla Difesa statunitense Clark Clifford. Helms progettò l’acquisizione. I grandi investitori della BCCI erano gli sceicchi del petrolio del GCC. Il capo della famiglia regnante di Abu Dhabi, lo sceicco Zayad bin Sultan al-Nahiyan era il più grande azionista della BCCI, controllando il 77% delle azioni della BCCI. [6] Il defunto sceicco Qalid bin Mahfuz, il miliardario saudita che controllava la National Commercial Bank, la più grande banca del mondo arabo, partecipava col 20%. I monarchi al-Qalifa del Bahrain e i monarchi al-Qabu di Oman possedevano anche grandi azioni della BCCI. E la BCCI era proprietaria della Banca nazionale dell’Oman. Nel 1976 la BCCI istituì una filiale nelle Isole Cayman nota come International Credit & Investment Company (ICIC). Fu attraverso questo ramo della BCCI, così come dalla filiale di Karachi, gestita dal figlio del presidente Zia ul-Haq, che le operazioni finanziarie più avvedute ebbero luogo.
Un grafico trovato in una cassaforte della Casa Bianca relativo agli sforzi per rifornire i contras nicaraguensi di Oliver North, indicavano una “IC” nelle Isole Cayman quale epicentro della rete dell’Impresa di North. Donazioni private vennero incanalate dalla ICIC e finirono nei conti Lake Resources del Credit Suisse a Ginevra, controllati da Richard Secord. Secord era allora un alto “consulente” della Casa dei Saud. Il Washington Post riferì che “IC” aveva inviato 21182 dollari alla Gulf & Caribbean Foundation di William Blakemore III, vecchio compare di George Bush Sr. nel petrolio del Texas occidentale. [7] L’ICIC fece una quantità enorme di affari con il Banco de America Central (BAC). La traduzione inglese del nome della banca è Bank of Central America, un nome stranamente simile a quello della Bank of America, gestita dalla BCCI. In realtà, BAC fu  istituita da Wells Fargo Bank (l’altra metà sulla costa occidentale delle banche dei Quattro Cavalieri, che spesso lavora in tandem con Bank of America) e dall’elite zuccheriera pro-Somoza del Nicaragua. [8] BAC diventò la più grande lavanderia dei narcodollari del Cartello di Medellin, legando il dinero della cocaina al supermercato delle armi honduregno dei contras nicaraguensi, rifornito con le armi dell’Impresa.
Ogni volta che Aga Hasan Abedi scambiava denaro con le azioni emesse della BCCI, le vendeva allo sceicco Qamal Adham, capo della Direzione Generale dell’intelligence saudita, o a AR Qalil, altro funzionario dell’intelligence saudita e agente di collegamento della CIA. Adham e Qalil prendevano il denaro per acquistare azioni appaltando “prestiti” della ICIC nelle Isole Cayman, che non furono mai rimborsate. Quando Secord dirigeva l’Impresa da Riyadh, dov’era l’agente di  collegamento di Reagan con l’Arabia Saudita, l’intelligence saudita era occupata a riciclare narcodollari attraverso l’ICIC. Prestiti simili furono emessi dall’ICIC allo sceicco Muhammad bin Rashid al-Maqtum, rampollo della famiglia regnante degli Emirati Arabi Uniti, e a Faisal al-Saud al-Fulaij, presidente della Kuwait Airways nei primi anni ’70, che ricevette oltre 300 mila dollari in tangenti dalla Boeing. Al-Fulaij era anche legato alla Kuwait International Finance Company.  Questi prestiti dell’ICIC furono trasferiti dalla Banque de Commerce et de Placements, filiale svizzera della BCCI gestita dal luogotenente dei Rothschild Alfred Hartman, o dalla Banca nazionale dell’Oman, che la BCCI possedeva. [9] La ragione per cui Abedi continuava ad essere a corto di liquidi era che la filiale di Karachi della BCCI, gestito dal figlio di Zia ul-Haq, finanziava gli eserciti della CIA dei mujahidin in Afghanistan. Nel 1978 uno dei più grandi depositanti della BCCI, il tenente-generale pakistano Fazle Haq, fu nominato governatore della provincia nord-occidentale del Pakistan. Haq era il braccio destro del presidente Zia. Nella sua nuova posizione  prese il controllo del finanziamento della BCCI ai mujahidin. Si fece carico anche del traffico di eroina pakistano. La BCCI trasferì milioni agli ufficiali e ai funzionari dell’ISI pakistani dai conti della CIA presso la filiale di Karachi. La BCCI era così coinvolto nello sforzo della CIA che il proprio personale avrebbe spesso trasportato armi nelle basi dei mujahidin presso Peshawar, nella provincia del nord-ovest di Haq, appena entro il confine del Pakistan con l’Afghanistan. Questi stessi dipendenti della BCCI sarebbero quindi stati i corrieri dell’eroina nel viaggio di ritorno a Karachi. La banca fu così invischiata negli affari pakistani che si potrebbe quasi dire che non c’erano differenze tra i due. Oltre ai prestiti all’ICCI, la BCCI fu mantenuta a galla da Bank of America, che trasferiva un  miliardo di dollari al giorno fino al 1991. Bank of America era come un aspirapolvere globale che risucchiava i depositi della banca da tutto il mondo. La maggior parte di questi depositi furono dirottati vero la filiale di Karachi. Anche Bank of America ebbe una sua grande filiale a Karachi. Vi  erano almeno 10 linee di telex tra Bank of America-Karachi e l’ICIC nelle Isole Cayman.
Nel 1980 Bank of America vendette le sue azioni della BCCI, ma continuò a gestire la maggior parte della sua attività. Nel 1984 BCCI trasferì 37,5 miliardi dollari nelle banche statunitensi, oltre la metà gestita da cinque banche del pool Bank of America, Security Pacific (poi fusa con la Bank of America), American Express (dove i membri del consiglio includevano Henry Kissinger, Edmund Safra e Sulaiman Olayan), Bank of New York (che nel 2000 fu multata per riciclaggio di oltre 10 miliardi di narcodollari della mafia russa) e First Chicago (a lungo diretta dalla CIA e in parte di proprietà della famiglia regnante al-Sabah del Kuwait). [10]

[1] The Outlaw Bank: A Wild Ride into the Secret Heart of BCCI. Jonathan Beaty and S.C. Gwynne. Random House. New York. 1993.
[2] “The Enron Black Magic: Part III”.
[3] “A System Out of Control, Not Just One Bank”. George Winslow. In These Times. October 23-29, 1991. p.8
[4] Rule by Secrecy: The Hidden History that Connects the Trilateral Commission, the Freemasons and the Great Pyramids. Jim Marrs. HarperCollins Publishers. New York. 2000. p.80
[5] Ibid. p.81
[6] “Emirates Looked Other Way While al Qaeda Funds Flowed”. Judy Pasternak and Stephen Braun. Los Angeles Times. 1-20-02
[7] The Mafia, CIA and George Bush: The Untold Story of America’s Greatest Financial Debacle. Pete Brewton. SPI Books. New York. 1992
[8] Out of Control. Leslie Cockburn. Atlantic Monthly Press. New York. 1987. p.155
[9] Beaty and Gwynne
[10] Winslow. p.9

BCCIDean Henderson è autore dei seguenti libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve e Stickin’ it to the Matrix. Potete iscrivervi al suo sito Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Consiglio di cooperazione del Golfo smascherato

Dean Henderson – 29 giugno 2013

L’immagine del bramino bostoniano, il segretario di Stato John Kerry che, rannicchiato tra monarchi e despoti, annuncia che gli Stati Uniti avrebbero apertamente armato la creazione dell’MI6, al-Qaida siriana, ricorda una frase del “ricco sfondato”, coniato per descrivere i primi eccessi dell’ala templare dei bankster della City of London dei Rothschild. Con alleati come questi tirapiedi non eletti dei Fratelli musulmani, Kerry non ha bisogno di nemici.
Saudi ArabiaNel 1776 la British East India Company fondò una sede in quello che oggi è il Kuwait. Quando i membri kuwaitiani del clan hashemita al-Sabah, che condividono il loro cognome con il fondatore degli assassini Hasan bin Sabah, aiutarono i turchi ottomani a sedare le rivolte nel sud dell’Iraq, lo sheik della tribù Muntafiq regalò agli al-Sabah dei boschetti vicino Fao e Sufiyah, nel sud dell’Iraq. Kuwait era visto come altamente strategico dagli inglesi, per il suo ruolo a protezione delle rotte marittime nell’Oceano Indiano. Nel 1900 gli inglesi siglarono un accordo con Mubaraq al-Sabah, che staccò il Kuwait dall’Iraq e ne fece un protettorato britannico. La stragrande maggioranza delle persone che vivevano in quello che fu dichiarato Kuwait si oppose al piano britannico e voleva rimanere nell’Iraq. Nel 1914, nel bel mezzo della prima guerra mondiale, il residente inglese del Golfo promise allo sceicco Mubaraq al-Sabah il riconoscimento della Corona del suo nuovo Paese, in cambio del voltafaccia degli al-Sabah e dell’aggressione alle truppe dell’impero ottomano a Safwan, in Mesopotamia, in quello che oggi è l’Iraq. Il clan al-Sabah si guadagnò le sue strisce dell’Union Jack. La monarchia hashemita governa il Kuwait da quel giorno.
Nel 1917 gli inglesi fecero loro cliente Ibn Saud, cui dissero anche di incoraggiare le tribù arabe a respingere i turchi ottomani dalla regione del Golfo, all’inizio della prima guerra mondiale. Nello stesso anno, la Camera dei Rothschild attraverso la Dichiarazione Balfour, spinse per aver il sostegno della Corona a una patria ebraica in Palestina. Rothschild era meno preoccupato del popolo ebraico che di voler stabilire un avamposto in Medio Oriente, da dove lui e i suoi lacchè potessero vegliare sul centro del loro monopolio mondiale del petrolio. Un anno dopo gli ottomani furono sconfitti. Iraq, Giordania e Arabia Saudita furono ricavate dall’impero ottomano e caddero sotto il dominio britannico, con Ibn Saud che prese il controllo dell’omonima Arabia Saudita. La sua progenie forma la moderna Casa dei Saud. La Palestina divenne parte della Transgiordania e fu gestita da un emiro scelto dagli inglesi. Gli Stati della Tregua dell’Oman (oggi Emirati Arabi Uniti) e la costa dell’Oman (oggi Oman) divennero anch’essi dei protettorati inglesi. Come Winston Churchill commentò tre decenni più tardi, “L’emiro è in Transgiordania, dove lo misi una domenica pomeriggio a Gerusalemme”. Nel 1922 il trattato di Jeddah in Arabia Saudita le diede l’indipendenza dalla Gran Bretagna, anche se la Corona ancora esercitava una notevole influenza.  Nel corso degli anni ’20, con l’aiuto delle truppe britanniche, Ibn Saud conquistò altro territorio dagli ottomani, quando si annetté Riyadh. Inoltre occupò le città sante di Mecca e Medina degli hashemiti.
Gran Bretagna e Francia firmarono l’accordo di San Remo, che contemplava concessioni petrolifere in Medio Oriente tra i due Paesi. Entro due settimane gli Stati Uniti risposero con la politica della porta aperta, che incluse i Cavalieri degli Stati Uniti dal gioco petrolio in Medio Oriente. Piccoli produttori indipendenti statunitensi come Sinclair, si opposero a tale politica, lamentando che favorisse gli interessi petroliferi dei Rockefeller. Le major petrolifere statunitensi Exxon, Mobil, Chevron, Texaco e Gulf, le prime tre progenie della Standard Oil Trust di John D. Rockefeller, si unirono alla British Petroleum e alla Royal Dutch/Shell, in gran parte di proprietà della Casa Reale olandese degli Orange e della famiglia Rothschild, e ai francesi della Compaignie de Petroles, nel spartirsi il quadro petrolifero del Medio Oriente. L’Iraqi Petroleum Company (IPC) e il Consorzio iraniano sarebbero stati dominati dalle aziende europee, mentre la saudita Aramco sarebbe stata posseduta dai cavalieri statunitensi. I protettorati britannici sarebbero stati sfruttati attraverso varie combinazioni dei quattro cavalieri. Una filiale dell’IPC, la Petroleum Development of Truce Coast, iniziò i sondaggi in ciò che oggi sono gli Emirati Arabi Uniti (EAU), nel 1935. Oggi negli Emirati Arabi Uniti, l’industria petrolifera ADCO è per il 24% di proprietà della BP Amoco, per il 9,5% della Royal Dutch/Shell e per il 9,5% di Exxon-Mobil. L’ADMA è di proprietà per il 14,67% della BP Amoco e per il 13,33% della francese ex-Compaignie de Petroles, che ormai si è affermata come Total. La Esso Trading Company/Abu Dhabi è al 100% di proprietà di Exxon-Mobil. La Dubai Petroleum è per il 55% di proprietà della Conoco, che possiede anche il 35% del Dubai Marine Areas, di cui la BP Amoco detiene una quota del 33,33%. La maggior parte del petrolio degli Emirati Arabi Uniti va in Giappone. BP e Total ne detengono i contratti per il trasporto a lungo termine con gli Emirati Arabi Uniti. Chevron e Texaco, che avevano già aderito all’Aramco, e il loro ramo del marketing Caltex, formarono la Bahrain Petroleum Company (BPC) in quel protettorato. La nuova Chevron-Texaco oggi gestisce la BPC. In Qatar, Exxon-Mobil domina il ricco settore del gas naturale. Possiede buona parte della Qatargas, che attualmente fornisce al Giappone 6 milioni di tonnellate di gas naturale all’anno. E’ anche partner al 30% del gigantesco giacimento di gas di Ras Luffan, che produce 10 milioni di tonnellate di gas naturale all’anno. La BP si unì alla Gulf per avviare la Kuwait Oil Company, che vende oggi greggio scontato agli ex-proprietari dell’Amoco, BP e Chevron-Texaco (Chevron acquistò la Gulf nel 1981). Nel 1949 i Cavalieri degli Stati Uniti controllavano il 42% delle riserve di petrolio del Medio Oriente, mentre i Cavalieri anglo-olandesi il 52%. Il restante 8% era di proprietà di Elf-Total-Fina e di altre società minori.
Gli inglesi cominciarono a concedere l’indipendenza ai loro protettorati del Golfo a partire dal 1961 con il Kuwait e terminarono nel 1971, quando gli Emirati Arabi Uniti furono formati da sette emirati, i più importanti dei quali sono Dubai, Abu Dhabi e Sharjah. L’influenza inglese non scemò. L’Oman rimane particolarmente vicino alla Corona. Mercenari inglesi costituiscono le guardie reali che proteggono le famiglie dominanti in tutti i sei Paesi del GCC. Questi emirati sono governati da monarchie unifamiliari selezionate dai colonialisti britannici per realizzare il loro piano di dominare il petrolio del Medio Oriente e le rotte marittime fin dal tardo 18° secolo. Le sei famiglie regnanti del GCC sono legate tra esse, proprio come lo sono le famiglie reali d’Europa.

Una monarchia comoda
Il Kuwait fu creato ufficialmente a metà degli anni ’20 in virtù dell’accordo Sykes-Picot. La famiglia al-Sabah vi domina da allora. Su consiglio del re saudita Fahd, la cricca al-Sabah del Kuwait sciolse il parlamento nel 1975 e nel 1986, quando l’opposizione all’emiro divenne troppo forte. Il parlamento del Kuwait è una facciata, in quanto i leader dell’opposizione non possono andare al governo del Kuwait. Attualmente il 25% dei ministri sono membri della famiglia al-Sabah. Le donne non possono votare. Le decisioni politiche possono essere modificate con decreto dell’emiro. La ricca elite ereditaria che domina il Kuwait si affida a manodopera asservita immigrata per svolgere compiti sconvenienti come preparare la colazione o andare al negozio. L’80% della manodopera del Kuwait è composta da operai immigrati dai Paesi poveri dell’Asia come il Bangladesh, le Filippine e l’India. Questi lavoratori, che costituiscono il 63% della popolazione del Paese, spesso non vengono pagati. Lo stupro pubblico delle domestiche è un fatto comune.
L’economia del Kuwait è strettamente controllata da meno di venti famiglie. Lo sheik Ahmed Jaber al-Sabah, che morì nel 2006, aveva 4,8 miliardi di dollari. Come i Sudeiri sauditi, gli al-Sabah si tuffano nelle casse governative del Kuwait ogni volta che ne sentono il bisogno. Il clan al-Sabah è tristemente noto per il suo stile di vita opulento. La maggior parte del reddito annuo petrolifero del Kuwait, 60-100 miliardi di dollari, viene speso in beni di lusso. Molti dei giovani al-Sabah sono stati coinvolti in incidenti imbarazzanti con prostitute, gioco d’azzardo, alcol e droghe. In un’occasione, un nipote dell’emiro è stato arrestato mentre contrabbandava eroina in Francia. Il New York Times una volta definì il Kuwait, “meno che un Paese, una compagnia petrolifera di proprietà familiare con un seggio alle Nazioni Unite“. Un’altra potente famiglia kuwaitiana sono gli al-Ghanim, che ottenne grandi ricchezze aiutando BP e Gulf a costituire la Kuwait Oil Company. Nel 1945 gli al-Ghanim davano lavoro a metà dei kuwaitiani e spesso prestavano denaro alla famiglia al-Sabah. Possiedono la Yusuf Ahmed Alghanim & Sons, che alla fine degli anni ’70 divenne il più grande concessionario estero della General Motors. Gli al-Ghanim sono agenti di Isuzu, Holden, Phillips, Frigidaire, Link Belt Cranes, BP Lubricants, Learjet, Kirby, Hitachi, Qantas, British Airways, Gulf Air e Air India. Negli anni ’90 la famiglia al-Ghanim investiva 400 milioni di dollari l’anno. Nel 1975 Qutayba al-Ghanim comprò la Kirby Industries di Houston. Altre potenti famiglie kuwaitiane sono i bin Bihani e gli al-Qarafi.
In Qatar la famiglia dominante al-Thani s’è intrecciata con tutta la popolazione per consolidare il proprio potere. Nel giugno 1995 il re, lo sceicco Khalifa bin Hamad al-Thani era in vacanza in Svizzera, quando suo figlio Hamad, laureto a Cambridge, prese le redini del potere. Nonostante le mosse del giovane verso la democrazia, come ad esempio il lancio di al-Jazeera e un decreto che permetteva alle donne di votare, molti nel Golfo videro l’occupazione del palazzo come un colpo di Stato della CIA, in quanto l’anziano al-Thani era un alcolizzato e corrotto imbarazzante per Washington. Il Qatar ha la seconda riserva più grande di gas naturale (900 miliardi di piedi cubi) del mondo dopo la Russia. Ben presto gli Stati Uniti crearono Camp Snoopy alla periferia di Doha e posizionarono i loro caccia in due basi aeree del Qatar, al-Sayliyah e al-Udeid. Nel novembre 2001 il Qatar ha ospitato la riunione annuale dell’Organizzazione mondiale del commercio, in un edificio pacchiano di Doha comprendente uno Starbucks, un McDonalds e un Kentucky Fried Chicken. I monarchi al-Thani governano per decreto e sono piazzisti di molte multinazionali, tra cui BMW e International Harvester. Gestiscono diverse operazioni di franchising occidentali in Qatar, tra cui il Ramada Hotel. Un’altra famiglia vicina agli al-Thani, che esercita un notevole potere in Qatar, è la famiglia Darwish. Rappresenta Austin, Pirelli, Union Carbide, Phillips, Dunlop, GE, Hobart, Volkswagen, Audi e Fiat. La famiglia al-Mana è anch’essa influente, e rappresenta Peugeot e altre multinazionali.
Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) sono un agglomerato di sette emirati diversi che ebbero concessa dagli inglesi l’indipendenza nel 1971. Il Primo ministro degli EAU sheik Rasid bin Said al-Maqtum è membro della monarchia governante degli al-Maqtum. Il suo patrimonio netto è stimato 4 miliardi di dollari. I suoi quattro figli occupano la carica di Viceprimo ministro, ministro delle Finanze e dell’Industria, ministro della Difesa e comandante delle Forze di difesa di Dubai. Due di loro sono anche miliardari. La famiglia al-Nahiyan governa l’emirato di Abu Dhabi degli Emirati Arabi Uniti.  Lo sceicco Zayed bin Sultan al-Nahiyan è diventato il più grande azionista della BCCI, che agiva  da ufficiale pagatore per le operazioni della CIA in tutto il mondo, negli anni ’80. In seguito gli al-Nahiyan avviarono Flying Dolphin Airlines, indicato dalle Nazioni Unite come vettore del “contrabbando” in Afghanistan, e del contrabbando di armi in spregio agli embargo delle Nazioni Unite nei punti caldi africani, come la Sierra Leone.
In Bahrain, a lungo importante avamposto britannico e sede della Bahrain Petroleum Company di proprietà della Chevron-Texaco, sheik Isa bin Salman al-Khalifa e il suo clan presiedono lo staterello petrolifero. Al-Khalifa è stato un investitore della Harken Energy di George W. Bush, che si aggiudicò una concessione petrolifera off shore senza precedenti nelle acque del Bahrain, poco prima della guerra del Golfo. Le famiglie mercantili saudite dominano su gran parte del resto dell’economia del Bahrain. La famiglia Qanoo di Dhahran è particolarmente prominente. I Qanoo rappresentano Exxon-Mobil, BP Amoco, Norwich Union Insurance, Holland Persian Gulf Lines e Royal Nedlloyd Lines. Il loro punto di forza è il trasporto di greggio per tutti i Quattro Cavalieri, soprattutto dal Porto del Bahrain e dalla gigantesca raffineria saudita di Ras Tanura, che fu costruita dalla Bechtel a metà degli anni ’40. I Qanoo recentemente hanno aggiunto la Kuwait Shipping Company al loro impero. Un’altra famiglia importante in Bahrain sono gli al-Moayad. Il Bahrein ospita la Quinta Flotta degli Stati Uniti ed è un importante centro bancario off-shore per JP Morgan Chase, Citigroup e altre mega-banche globali specializzate in riciclaggio di petrodollari. Non a caso, una grande percentuale del greggio saudita viene raffinata in Bahrain, sotto l’occhio vigile della Quinta Flotta degli Stati Uniti e dei banchieri internazionali.
L’Oman è governato dalla famiglia al-Qaboo. Il paese gode di relazioni particolarmente strette con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, ospitando importanti basi militari statunitensi e frequenti esercitazioni congiunte militari USA/Regno Unito. La National Bank of Oman era di proprietà della BCCI e, a sua volta, possedeva una grossa fetta dei depositi della BCCI. La banca veniva usata dagli sceicchi del GCC per finanziare le operazioni segrete della CIA. Lo sceicco al-Qaboo, monarca di Oman, ottenne una preziosa proprietà nei pressi del porto di Karachi in Pakistan, come premio per il suo sostegno alla guerra decennale della CIA in Afghanistan, per poi cederla all’US Navy. Exxon-Mobil ha una grande presenza in Oman. Negli anni ’90, il 28% del greggio estero della società proveniva dall’Oman.
Ma l’Arabia Saudita rimane la più grande polveriera nella regione grazie ai suoi 255 miliardi di barili di riserve petrolifere. Aramco, Bechtel e altre multinazionali occidentali avevano appreso presto la necessità di elevare alcuni cittadini sauditi, come Sulaiman Olayan, a posizioni di potere al fine di avere accesso al trono saudita. Questo processo, che segue un modello praticato dalle multinazionali di tutto il mondo, ha creato l’enorme disparità di ricchezze nel Regno. Da una parte si ha la Casa dei Saud e meno di venti famiglie dell’élite legate al trono, diventate ricche in quanto partner di joint venture e agenti di vendita delle multinazionali occidentali. Questo jet set di miliardari passa il tempo volando a Montecarlo per gettare soldi nel gioco d’azzardo e in feste sontuose per diplomatici occidentali, consumando abbondanti quantità di alcool e vivendo in palazzi opulenti. Re Fahd, il patriarca attuale della Casa dei Saud, da solo vale circa 18 miliardi di dollari. Dall’altra parte c’è il 99% dei cittadini sauditi, per lo più devoti musulmani sciiti, che lottano ogni giorno per guadagnarsi un’esistenza misera e che non hanno assolutamente alcuna voce nella monarchia ereditaria che governa senza democrazia il loro Paese. Questa disparità di ricchezza si è spesso dimostrata esplosiva, più di recente negli attacchi dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti, dove 15 dei 19 dirottatori-fantocci degli aerei che colpirono le torri del World Trade Center e il Pentagono, erano di nazionalità saudita. Un grave motivo per cui gli Stati Uniti ora importano terrorismo saudita insieme al petrolio dell’Aramco. è che sono le aziende statunitensi che hanno contribuito a creare l’enorme disparità di ricchezza in Arabia Saudita, elevando alcune famiglie a dinastie finanziarie e attraverso di esse, avere l’appoggio incondizionato dei loro compari della  Casa dei Saud.
Negli anni ’50, la famiglia Alireza vendeva i suoi monili per conto di Cartier, Van Cleef e Arples. Oggi possiede l’Haji Abdullah Alireza & Company (HAACO). La HAACO ha collaborato con Mobil per fondare l’Arabian Petroleum Supply Company, che all’inizio forniva marketing per il carburante degli aerei presso l’aeroporto di Jeddah, e da allora le operazioni si sono espanse. Un’altra joint venture HAACO/Mobil è l’Arabian Maritime Company. HAACO è agente di vendita per l’Arabia Saudita di Goodyear, Ford, KLM Airlines, Air Algerie, Pepsi, Dunlop e Westinghouse. La società di Alireza si è unita alla ITT come subappaltatori della Lockheed per un progetto per il controllo del traffico aereo nel Regno. Un’altra società controllata da Alireza, il Gruppo Rezayat, ha due joint venture con l’azienda per l’energia di Tulsa Williams International, una chiamata Saudi Arabian Fabricated Metals Industry e un’altra conosciuta come Rezayat & Williams Construction Company. Una terza impresa degli Alireza è la Saudi Arabian Engineering Company, una joint venture con la multinazionale olandese Amindha NV. Ancora un altro passo degli Alireza è la Crescent Transportation, una joint venture con la Sea-Land Corporation, che gestisce il terminal dei container del porto di Damman. La ditta di Jeddah Haji Hussein Alireza è il primo importatore al mondo di veicoli Mazda. L’Alireza è collegata con Brown & Root, filiale di Houston della Halliburton che si è fusa con la MW Kellogg per divenire la KBR. Alireza e Brown & Root gestiscono una società off-shore per la costruzione di oleodotti in Arabia Saudita chiamata Root-Alireza. La famiglia Alireza possiede enormi quantità di immobili nel Regno e notevoli quantità di  azioni di molte delle più grandi aziende saudite tra cui National Pipe, in maggioranza di proprietà della giapponese Sumitomo.
La famiglia Juffali è anch’essa di Jeddah. Ha un valore di oltre un miliardo di dollari. La loro società principale, EA Juffali & Brothers, possiede la più grande concessionaria Mercedes Benz del mondo ed è agente di vendita di oltre 60 multinazionali straniere, tra cui IBM, Siemens, Massey Ferguson, FMC, Borg-Warner, Kelvinator e Michelin. Ha formato una joint venture con Siemens chiamata Arabia Electric, una con Dow Chemical chiamata Arabian Chemical Company, una con Borg-Warner, conosciuta come Saudi Air Conditioning Manufacturing Company e un altro con Massey Ferguson chiamato Arabian Tractor Manufacturing Company. Sheik Ahmed Juffali è membro del prestigioso Advisory Board della Chase Manhattan Bank. Gli investimenti all’estero della famiglia sono gestite dalla Enpro International di New York. La relazione più importante della famiglia Juffali è con Fluor Daniel, seconda società di costruzioni più grande del mondo dopo la Bechtel. I due hanno fatto squadra in una joint venture denominata Fluor Arabia, che fornisce servizi di ingegneria per numerosi progetti petroliferi, gasiferi e petrolchimici dei Quattro Cavalieri. Fluor Arabia ha costruito due interi complessi petrolchimici per la tentacolare Jubail Industrial City ed è attualmente impegnata in un progetto da 20 miliardi dollari per sfruttare il gas naturale dell’Arabia Saudita.
La famiglia al-Gosaibi di Dhahran è la famiglia più ricca della provincia orientale. Ha programmi di costruzione congiunti con le imprese giapponesi Mitsubishi Electric, Mitsui Harbor, Sanki Engineering e Nippon Benkan attraverso l’azienda di famiglia Khalif Abdel-Rahman Algosaibi Contracting. La famiglia ha anche una joint venture con Fiat, è proprietaria del franchising cambiavalute dell’American Express per l’Arabia Saudita e gestisce i fast food e gli hotel di Grand Metropolitan, che fino a poco prima possedeva Burger King, Olive Garden, Red Lobster e Godfather’s Pizza. La Saudi United Insurance Company è una joint venture di al-Gosaibi con tre aziende svizzere: Swiss Reinsurance, Commercial Union e Baloise Insurance. Oil Field Chemical Company è una partnership di al-Gosaibi con Essochem Belgium controllata da Exxon. Attraverso la National Bottling Company, la famiglia è proprietaria del franchising della Pepsi-Cola nella provincia orientale.
La famiglia Qanoo è anch’essa di Dhahran, sede del quartier generale dell’Aramco. I Qanoo hanno interessi in tutta l’Arabia Saudita, Bahrain, Oman e Emirati Arabi Uniti. I Qanoo sono gli agenti spedizionieri dei Quattro Cavalieri, così come agenti di vendita di numerose grandi compagnie aeree. Hanno una joint venture con Otis Elevators chiamata Saudi Otis e di una linea di bus con Greyhound, chiamata Saudi Arabian Greyhound Services. La famiglia è un importante azionista della più grande ditta di riciclaggio di petrodollari, l’Investcorp-Bahrain. I Qanoo hanno interessi nell’Ocean Inchcape Ltd., una società di servizi di manutenzione per le perforazioni off-shore controllata dalla famosa PONC/HSBC della famiglia inglese Inchcape. I Qanoo detengono una joint venture con un altro colosso delle costruzioni statunitense, Foster Wheeler.
Altre importanti famiglie saudite sono i Bugshan, i Suliman, gli Abdul-Latif Jamil, i Zahid, i Rajhji, i Qaaqis, i bin Mahfuz e i bin Ladin. Abdul Latif Jamil vale oltre 2 miliardi di dollari ed è l’agente della Toyota nel Regno dal 1955. I suoi investimenti all’estero vengono gestiti dalle Jaymont Properties di New York. La famiglia al-Rajhi possiede l’Al-Rajhi Banking & Investment Corporation e ha un valore di oltre 4 miliardi di dollari. Lo sceicco Khalid bin Mahfuz ha un valore di oltre 2 miliardi di dollari. Possiede la National Commercial Bank, la più grande del mondo arabo, ed è stato uno dei maggiori azionisti della BCCI. L’ormai famigerata famiglia bin Ladin ha guadagnato le proprie fortune nel settore delle costruzioni costruendo il palazzo reale saudita e rinnovando le città sante di Mecca e Medina. Salim bin Ladin era uno stretto socio d’affari di George W. Bush e amico di James Bath. I bin Ladin ha finanziato una cattedra di studi islamici alla Harvard. George Bush padre lavora al Carlyle Group, che ha gestito il patrimonio della famiglia bin Laden fino al novembre 2001. Sia Mohammed (padre di Usama) che Salim bin Ladin sono morti in incidenti aerei.
La più importante delle famiglie saudite sono gli Olayan, il cui patriarca Sulaiman era lo spedizioniere dell’Aramco divenuto insider miliardario della Morgan Guaranty. Il suo gruppo Olayan fu istituito con l’aiuto di Bechtel, vicino al quartier generale dell’Aramco a Dhahran. Presto la Saudi Arabian Bechtel Corporation venne avviata, con Olayan come partner. La Saudi Arabian Bechtel costruì le enormi centrali elettriche Ghazlan I e II nella provincia orientale, che forniscono la maggior parte dell’energia elettrica del Regno. Costruì anche la maggior parte dei gasdotti e degli oleodotti del Paese e un impianto d’iniezione di acqua di mare per il più grande giacimento di petrolio offshore del mondo, a Ghawar. L’Arabian Bechtel Company è la più recente venture Olayan/Bechtel in cui il principe ereditario Mohammed Fahd ha degli interessi. Ha costruito e gestisce l’enorme Jubail Industrial City e costruito il nuovo aeroporto internazionale di Riyadh.  Un’altra joint venture, Saudi Arabian Bechtel Equipment Company, affitta le attrezzature pesanti nel Regno. Ma i rapporti della famiglia Olayan con Bechtel sono solo la punta di un iceberg. Il clan Olayan possiede la General Contracting Company che spesso subappalta i progetti dell’Aramco e funge da agente di vendita per International Harvester, FMC, United Technologies, Chrysler, Crane, Freuhauf, ITT, Grinnell, Cummins, British Leyland e Kenworth tra gli altri. Nel campo dei prodotti di consumo, l’Olayan General Trading Company è agente di vendita per American Tobacco, Armour, Nescafe, Quadrante, Bristol Meyers Squibb, Zuppa Campbell, Hunt-Wesson, 3M, Swisher, Sterling Drug e Kimberly-Clark. Attraverso altre società, l’Olayan rappresenta Kawasaki Steel, Hughes Tool, Mitsubishi e Owens-Corning. La sua Industrial Converting Company produce i prodotti di carta della Kimberly-Clark. Arabian Commercial Enterprises (ACE) è il braccio assicurativo della famiglia. I suoi clienti includono Aramco, Bechtel, BP Amoco, Mobil e Getty Oil. ACE possiede l’Al-Nisr Insurance Company in Libano e la Saudi Arabian Insurance of Bermuda. Gli Olayan hanno due joint venture chimiche con l’azienda svedese Nitro Nobel ed una con la Chemicals Champion di Houston. Il Gruppo Olayan possiede la metà della Saudi Arabian United Technologies, attraverso cui vende i motori Pratt & Whitney e gli ascensori Otis. Una joint venture con Texaco è la Sappco-Texaco Insulation Products. I Saudi Security Services dell’Olayan lavorano con la Burns International Security e la Freeport Security nella protezione delle operazioni delle multinazionali nel Regno. Alcune relazioni d’affari degli Olayan sono meno banali. Il suo partner nella joint venture Saudi Arabian Evergreen Aviation è l’Evergreen Aviation, la compagnia aerea del pilota trafficante di armi Richard Brenneke, che operò trasportando armi ai contras in Nicaragua. La ditta dell’Oregon ha una lunga storia quale compagnia aerea a contratto della CIA. L’Olayan Finance Company è legata alla Barclays Bank, un elemento chiave nel processo di riciclaggio dei narcodollari del Triangolo d’Argento dei Caraibi, e con Jardine Matheson, conglomerato di Hong Kong proprietario dell’Hong Kong Jockey Club e di gran parte della HSBC. Questa “triade” di joint venture è conosciuta come Barclays-Jardine-Olayan ed è insediata nelle Isole Cayman. L’Olayan è anche vicina ad American Express (AMEX), dove il rampollo di famiglia Sulaiman una volta era membro del consiglio assieme ad Henry Kissinger. AMEX ha legami con il narcotraffico globale, attraverso i suoi conttati con l’Edmund Safra Republic Bank, acquistata nel 1999 dalla HSBC.
Mentre gli Olayan accumulavano ricchezze e investivano in molte banche e società occidentali, incarnando il riciclaggio dei petrodollari, divennero la norma dell’élite saudita. Nel 1981 gli Olayan comprarono molte azioni di Chevron, Texaco, Amoco e Conoco. Sulaiman Olayan e il principe ereditario Khalid bin Abdullah bin Abdel Rahman al-Saud gestiscono Competrol, che detiene una quota dell’1% di JP Morgan Chase. Competrol possiede partecipazioni simili in Mellon Bank, Sud-Est Bancorp, Valley National First Bank Systems di Phoenix, First Interstate Bank e Hawaii Bancorp Competrol, e detiene il 19% delle società di private equity Donaldson, Lufkin & Jenrette e l’8% della First Chicago Corporation, da tempo centro di riciclaggio della CIA. Gli Olayan possiedono azioni di Occidental Petroleum, Westinghouse, Thermo Electron, Whittaker e United Technologies. Sulaiman Olayan è stato nei CdA di Morgan Guaranty, Exxon-Mobil e American Express. E’ presidente della Banca saudita-spagnola di Madrid e membro del Consiglio Internazionale della Morgan Guaranty Trust.
Il miliardario Sulaiman Olayan è una bella metafora delle relazioni Stati Uniti – Arabia Saudita. La sua immensa ricchezza e influenza sono il risultato diretto della volontà di sostenere la neo-colonizzazione delle riserve di petrolio del proprio Paese. Inoltre, la sua decisione d’investire questa ricchezza in illeciti occidentali, piuttosto che nello sviluppo del mondo arabo, ha contribuito alla povertà e ai disordini nella regione. Se Assad dovesse mantenere il controllo della Siria, Olayan e i suoi fratelli leccapiedi cominceranno a dormire male. La vendetta è amara.

12QTR-Map-of-Gulf-1979-mTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia conduce il gioco in Medio Oriente?

Dedefensa 27 ottobre 2012

Una breve nota de La Voce della Russia, tratta dall’intervista al diplomatico russo Venjamin Popov, suggerisce che una nuova impressione generale sulla diplomazia russa comincia ad essere apprezzata… Si tratta del nuovo atteggiamento dei paesi arabi del Golfo Persico, dal conservatorismo e dal filo-americanismo pronunciati, nei confronti della Russia. Questo cambiamento sarebbe dovuto proprio e paradossalmente alla posizione che la Russia ha preso ed ha mantenuto continuamente senza mostrare segni di debolezza fin dall’inizio dell’anno, verso la crisi in Siria. (Effettivamente e simbolicamente la politica russa è percepita nella sua continuità dal voto negativo della Russia, il 4 febbraio, contro una risoluzione delle Nazioni Unite, bloccando l’azione “umanitaria” del BAO contro la Siria, che avrebbe provocato un intervento.) La Voce della Russia del 26 ottobre 2012 fornisce alcune informazioni tratte dall’intervista a Popov. Questa nuova posizione araba, secondo Popov, è ovviamente molto più favorevole alla Russia, in particolare per la posizione chiara e ferma con cui si è sbarazzata di ogni impegno settario e ideologico: “Il mondo islamico di oggi è ben lungi dall’essere omogeneo e vede la coesistenza di varie tendenze. Tuttavia, la posizione della Russia rimane la stessa: sviluppare i rapporti economici con l’intera regione…”
• Il 19-21 ottobre 2012 vi è stato un importante forum ad Istanbul, organizzato dalla Fondazione Carnegie per il Medio Oriente. Popov riporta i risultati principali, tra cui l’adozione da parte di diversi paesi della posizione russa sulla soluzione della crisi siriana attraverso i canali diplomatici… “E’ stato un convegno importante, frequentato da delegazioni russa, cinese e iraniana. La Siria non era presente. I partecipanti hanno discusso del conflitto siriano in modo piuttosto franco, ed ho visto che il mondo arabo sta cominciando a cambiare atteggiamento verso la posizione della Russia sulla Siria. I paesi sembrano essere finalmente dell’idea della Russia e l’apprezzano. Iraq, Libano, Egitto e Giordania, hanno tutti parlato di una soluzione politica della crisi, esattamente ciò che la Russia chiede. Le cose sono cambiate molto, rispetto all’inizio del 2012, quando i nostri partner arabi erano abbastanza scettici sulle proposte russe. Oggi, tutti capiscono che la via d’uscita politica dalla crisi non è possibile senza la Russia e la Cina, e che l’equilibrio del potere sta cambiando.”
• A novembre, ci sarà un importante incontro tra i ministri degli esteri della Russia e dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar). La cosa si presenta di particolare importanza. “I ministri degli esteri hanno deciso di incontrarsi in Arabia Saudita il prossimo novembre. Credo che questo forum sarà cruciale per l’ulteriore cooperazione della Russia con il Golfo Persico. Avrà luogo dopo le elezioni degli Stati Uniti e, credo si concentrerà sulla Siria.” Secondo molti aspetti e secondo molti punti di vista, si può considerare che la crisi siriana è stata ed è, per gli attori esterni, una partita al rilancio: si perde tutto o si prende tutto, raddoppiando i propri vantaggi. Questo potrebbe essere il caso della Russia, ma con una soddisfazione ulteriore; aver condotto il “gioco” in modo studiato, strutturato, ben definito, supportato su principi e non su esclamazioni esagerate, e che potrebbe essere, in ultima analisi, la ragione di un possibile esito felice della posizione della Russia in Medio Oriente.
Le impressioni qui sopra riportate non sono improvvisate, uscite di punto in bianco, e non abbiamo scelto di appoggiarvici solo per il loro valore. Al contrario, confermano un cambiamento percettibile da diverse settimane, con il conseguente fallimento della ribellione per far cadere il governo di Assad; il fallimento dell’unificazione della ribellione che ha messo in evidenza che la maggior parte dei paesi del blocco BAO ha giocato un gioco molto più grande di sé, e che non può  alimentare o continuare, constatando che la posizione molto assertiva a favore della ribellione siriana sta cominciando a sfumare rapidamente (in Turchia, Arabia Saudita). D’altra parte, la straordinaria diffusione di notizie del blocco BAO e dei suoi alleati, la manipolazione delle informazioni, ecc., definisce un atteggiamento segnato anch’esso dall’azzardo, ma assai rapidamente fallimentare; una comunicazione assai offensiva che soffoca e trascina tutto con il suo ritmo molto elevato, ma inconcludente e che s’impantana rapidamente nelle sue contraddizioni, nelle sue gravi deformazioni, ecc., mentre la narrazione fabbricata allo scopo si dissolve… Questo è chiaramente ciò che è successo.
E’ tempo di constatare in mezzo a questo paesaggio che muta, che un attore ha mantenuto imperturbabile il suo corso, che corrisponde alla logica e alla conservazione nell’attuale  situazione di disordine. Ciò alla fine si riconosce e si fa notare. I russi hanno sempre detto e ripetuto che la loro posizione è stata motivata fin dall’inizio dal  desiderio strutturale di appoggiarsi ai principi fondamentali, in sostanza alla sovranità, anche prima di prendere in considerazione gli interessi e le alleanze. Se i loro interessi e alleanze coincidevano con questa preoccupazione fondamentale, tanto meglio, ma è anche il risultato della loro scelta iniziale: questi interessi e alleanze sono anche, per natura e logica, il prodotto dello stesso principio politico. Oggi, sembra che i russi stiano per convincere alcuni dei loro “partner”, di cui sono stati avversari indiretti per diversi mesi, della validità della loro scelta. Questo riconoscimento riguarda meno la Russia stessa che la paura del disordine e dell’impasse della destrutturazione, contro cui si attivano i russi. Questi risultati sono attualmente ipotetici, con tutti gli infortuni e le reazioni ostili possibili, ma l’innegabile vantaggio della Russia è di apparire al centro di una evoluzione molto più che soltanto politica.
La “coalizione” anti-Assad, disparata, instabile, unita da interessi dispersivi e da impulsi politici spesso dipendenti dall’umore, è di una debolezza che può sorprendere. La Turchia sta attualmente rivedendo la propria politica, l’Arabia Saudita esita sempre più, come i paesi del Golfo Persico, i paesi del blocco BAO sono sempre più distratti dalla propria situazione interna, e sono al termine di una logica che agisce in base ad esigenze stravaganti ed irragionevoli. Oltre ai specifici cambiamenti nei paesi arabi, i russi, ovviamente, hanno il vantaggio di avere buoni rapporti con quelli con una posizione diversa (Iran e Iraq). Infine, dobbiamo menzionare la visita di Lavrov in Egitto, prevista per novembre, oltre alle riunioni con i paesi del Golfo Persico. La Russia potrebbe chiudere il 2012 con la possibilità di una situazione completamente rovesciata rispetto a quella che i paesi del blocco BAO s’accanivano a descrivere al suo inizio. Il racconto grottesco della Russia potenza isolata e alla deriva, sarà dimenticato.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Gulf Cooperation Council: Monarchie dei fantocci di Rockefeller/Rothschild

Dean Henderson, Left HookCounterpsyops

Non dovrebbe avere sorpreso nessuno quando i sei paesi che compongono il Gulf Cooperation Council (GCC) hanno invitato i loro protettori occidentali ad imporre una no-fly zone nei cieli della Libia, lo scorso anno. Perché queste nazioni arabe: Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Oman e Qatar, hanno fatto appello a un atto di guerra contro un altro produttore di petrolio arabo? Una breve storia del CCG è necessaria. La rivoluzione iraniana del 1979 è stato un evento spartiacque. Con lo scià deposto e il Consorzio iraniano nazionalizzato, i Quattro Cavalieri: Exxon Mobil, Chevron Texaco, BP Amoco e Royal Dutch/Shell, e i loro proprietari Rockefeller/Rothschild hanno cercato di creare un sistema di sicurezza più completo per la salvaguardia del greggio del Golfo Persico.
La Casa dei Saud è  rapidamente diventata il parafulmine dei nazionalisti arabi, che vedevano nella monarchia un surrogato occidentale. Il Dipartimento di Stato ha cercato di far togliere la pressione sui sauditi, trovando altri leader regionali disposti ad abbracciare lo stesso scambio petrolio per armi che era in vigore nel regno saudita dall’inizio degli anni ’50. Tale accordo prevede la protezione degli Stati Uniti per la Casa dei Saud, per proteggerla dai nemici interni ed esteri. In cambio, i sauditi operano da “produttori a comando”, assicurando all’occidente la fornitura costante e relativamente a buon mercato del petrolio. Mentre le agenzie fantasma degli Stati Uniti come SAIC, Booz Hamilton, TRW e Vinnell Corp. addestravano la Guardia Reale saudita, i piloti pakistani ed egiziani (i cittadini sauditi non dovevano essere affidabili) venivano addestrati a volare sui caccia statunitensi F-15, per la protezione del Regno. I sauditi, a loro volta diventarono il principale finanziatore delle operazioni segrete di CIA/MI6/Mossad in tutto il mondo, comprese quelle contro la Libia basate nel Ciad controllato da Exxon-Mobil.
Mentre la regione del Medio Oriente contiene il 66,5% delle riserve mondiali di petrolio conosciute, la costa sud-ovest del Golfo Persico, che è controllata da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman ed Emirati Arabi Uniti (EAU), contiene il 42% delle riserve di greggio del Mondo. I sauditi hanno 261 miliardi di barili, più del doppio rispetto a qualsiasi altra nazione e il 26% delle riserve mondiali conosciute. Il regno possiede non meno di 60 giacimenti di petrolio e di gas che producono 10 milioni di barili al giorno. L’enorme giacimento di Ghawar è di gran lunga il più grande sulla Terra. L’Iraq ha la seconda riserva più grande del Mondo comprovate, 112 miliardi di barili. Gli Emirati Arabi Uniti sono terzi con 97,8 miliardi di barili. Il Kuwait è quarto con 96,5 miliardi di barili. Nel 1981 i governi degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita fecero lo sforzo di creare il Gulf Cooperation Council (GCC), composto da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman ed Emirati Arabi Uniti. Tutti tranne l’Oman sono membri dell’OPEC. Tutti sono conosciuti come le nazioni bancarie dell’OPEC. Iran, Indonesia, Venezuela, Iraq, Algeria e Nigeria sono considerate le nazioni industrializzate dell’OPEC.
La formazione del GCC ha attirato critiche immediate da Libia, Siria, Iraq e OLP, che avevano detto che l’accordo divideva la Lega araba in ricchi e poveri. Le nazioni bancarie sono inclini a vendere petrolio ai Quattro Cavalieri a buon mercato, in quanto i loro paesi sono già sviluppati e gli eventuali proventi del petrolio possono essere riciclati in investimenti globali che vanno a beneficio delle élite di questi paesi. Le nazioni industrializzate hanno bisogno di un prezzo del petrolio più elevato, sia per sviluppare le infrastrutture dei loro paesi che per pagare i loro debiti enormi ai banchieri occidentali. Le nazioni bancarie dell’OPEC sono le colombe del prezzo, mentre le nazioni industrializzate sono i falchi del prezzo. Le colombe dei prezzi e gli stati bancari del GCC sono tutti governati da monarchi, che Big Oil trova facile da gestire. I falchi dei prezzi, le nazioni industrializzate dell’OPEC, tendono ad essere più democratici e quindi più difficili per i quattro cavalieri manipolarli attraverso regimi corrotti o altre forme di corruzione. Queste democrazie tendono a nazionalizzare l’industria del petrolio, per cui i benefici della vendita del petrolio va a tutta la società, mentre il settore del petrolio del GCC è sempre più privatizzato, con un fatturato che arricchisce i quattro cavalieri e i loro sovrani-fantoccio.
Culturalmente nel mondo arabo la fondazione del GCC ha drammaticamente diffuso il potere dei centri più tradizionali e nazionalistici del potere geopolitico in Medio Oriente, come Damasco e Beirut, migliorando nel contempo la potenza delle relativamente giovani monarchie-Gucci degli Stati del Golfo. Questo nuovo blocco di nazioni bancarie aveva rapidamente firmato l’accordo economico del GCC, con la liberalizzazione delle loro economie per consentire maggiori investimenti diretti da parte delle banche e società occidentali; la creazione di una zona di libero scambio tra i membri e il lancio di un porto franco a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Il Bahrain divenne un importante centro bancario offshore. Lavoratori stranieri provenienti da Paesi poveri dell’Asia, come le Filippine e il Bangladesh, furono incoraggiati a entrare nei paesi del GCC, fornendo manodopera a basso costo per l’elite del petrolio. Un mercato comune venne istituito. Le politiche del petrolio furono armonizzate. Secondo il Wall Street Journal, le valute più importanti del mondo non sono la sterlina inglese, il dollaro USA o il franco svizzero. Molto più importante sono il dinaro kuwaitiano (0,30 dinari = 1 dollaro USA), il dinaro Bahraini (0,37 dinari = 1 dollaro USA) e la lira maltese (0,46 lire = 1 dollaro USA). Malta è stata fondata da Cavalieri Crociati cattolici di Malta con l’aiuto del Vaticano. Si tratta di un insieme di attività della criminalità organizzata e della CIA nel Mediterraneo. Nel 1966, il giornale al-Baath a Damasco enunciava che la posizione nazionalista araba dei falchi dei prezzi era la ragion d’essere dell’OPEC, in primo luogo. “Non resta nessun altra strada alle forze nazionali e progressiste, tranne la lotta in tutte le sue forme“, implorava il giornale, aggiungendo: “anche se questo porta a tagliare la produzione di petrolio… e alla chiusura dei pozzi di petrolio, al fine di privare il monopolista, il malversatore, il despota di questo petrolio“.
I malversatori sorseggiano tè Al fine di comprendere appieno il significato della formazione del GCC, si deve apprezzare la storia del dominio feudale dell’élite e della colonizzazione britannica che ha determinato l’esistenza stessa degli emirati che compongono il GCC. Una storia di dominio unifamiliare in questi Stati del Golfo Persico, ha reso questi emirati maturi per l’imposizione di un patto di sicurezza petrolio-per-armi, come quello creato nel 1981. Come il ministro del petrolio del Qatar ha dichiarato senza mezzi termini, recentemente, “Il mondo industriale dovrà proteggere il petrolio. Crediamo che questo sia un adeguato scambio di interessi e benefici“. Nel 1776 la British East India Company istituì un quartier generale in quello che oggi è il Kuwait. Quando i membri del clan hashemita del Kuwait, al-Sabah, che condividono il loro cognome con il fondatore degli assassini Hasan bin Sabah, aiutarono i turchi ottomani a sedare rivolte nel sud dell’Iraq, lo Sheik della tribù Muntafiq regalò agli al-Sabah dei boschetti presso al-Fao e al-Sufiyah nel sud dell’Iraq. Il Kuwait era visto come altamente strategico dai britannici, nel suo ruolo a protezione delle rotte marittime dell’Oceano Indiano. Nel 1900 gli inglesi si accordarono con Mubaraq al-Sabah, ritagliando il Kuwait dall’Iraq e facendone un protettorato britannico. La stragrande maggioranza delle persone che vivevano in quello che ora viene dichiarato Kuwait, si opposero al progetto britannico e volevano continuare a far parte dell’Iraq.
Nel 1914, nel pieno della prima guerra mondiale, il residente britannico nel Golfo Persico promise allo sceicco Mubaraq al-Sabah il riconoscimento dalla corona del suo nuovo paese, in cambio del passaggio di campo degli al-Sabah e dell’assalto alle truppe dell’Impero ottomano a Safwan, in Mesopotamia, quella che oggi è l’Iraq. Il clan al-Sabah si era guadagnato la sua striscia nell’Union Jack. La monarchia hashemita da allora governa il Kuwait. Nel 1917 gli inglesi ebbero un cliente in Ibn Saud, cui dissero, anche a lui, di incoraggiare le tribù arabe a respingere i turchi ottomani dalla regione del Golfo Persico, all’inizio della Prima Guerra mondiale. Nello stesso anno la Camera dei Rothschild sostenne la Dichiarazione di Balfour, la promessa del supporto della Corona a una patria ebraica in Palestina. Rothschild era meno preoccupato del popolo ebraico che di stabilire un avamposto in Medio Oriente, da dove lui e i suoi lacchè potessero vegliare sul centro del loro monopolio mondiale del petrolio. Un anno dopo gli ottomani furono sconfitti. Iraq, Giordania e Arabia Saudita furono divise dall’Impero Ottomano e caddero sotto il dominio britannico, con Ibn Saud che prendeva il controllo dell’omonima Arabia Saudita. La sua progenie forma la moderna Casa dei Saud. La Palestina divenne parte della Transgiordania ed era gestita da un emiro piazzato dagli inglesi. Gli Stati della Tregua dell’Oman (ora Emirati Arabi Uniti) e le Coste dell’Oman (ora Oman) divennero anch’essi dei protettorati britannici. Come Winston Churchill commentò tre decenni più tardi, “L’emiro è in Transgiordania, laddove l’ho messo in una domenica pomeriggio a Gerusalemme”.
Nel 1922 il trattato di Jeddah diede all’Arabia Saudita l’indipendenza, dalla Gran Bretagna, anche se la Corona ancora esercitava una considerevole influenza. Nel corso del 1920, con l’aiuto delle truppe britanniche, Ibn Saud strappò altro territorio agli ottomani, quando occupò Riyadh. Aveva  anche occupato le città sante di Mecca e Medina, tolte agli hashemiti. Gran Bretagna e Francia firmarono l’accordo di San Remo che divideva le concessioni petrolifere del Medio Oriente tra i due paesi. Entro due settimane, gli Stati Uniti risposero con la politica della porta aperta, che incluse i Cavalieri degli Stati Uniti nel gioco del petrolio in Medio Oriente. I piccoli produttori indipendenti statunitensi come Sinclair, si opposero a tale politica, lamentando che favoriva gli interessi petroliferi dei Rockefeller. Le Major petrolifere statunitensi Exxon, Mobil, Chevron, Texaco e Gulf, la progenie della Standard Oil Trust di John D. Rockefeller, si unirono a British Petroleum, Royal Dutch/Shell, di proprietà in gran parte della Real Casa degli Orange d’Olanda e della famiglia Rothschild, e alla Compagnie des Petroles dei francesi, per dividersi i giacimenti di petrolio del Medio Oriente. La Iraqi Petroleum Company (IPC) e il Consorzio iraniano sarebbero stati dominati dalle società europee, mentre l’Aramco dell’Arabia Saudita sarebbe stata di proprietà dei Cavalieri statunitensi. I protettorati britannici sarebbero stati sfruttati attraverso le diverse combinazioni dei quattro cavalieri.
Una controllata della IPC, la Petroleum Development Trucial Coast, iniziò la perforazione in quello che oggi sono gli Emirati Arabi Uniti (UAE), nel 1935. Oggi, dell’industria petrolifera ADCO degli Emirati Arabi Uniti, il 24% è della BP-Amoco, il 9,5% della Royal Dutch/Shell e il 9,5 % della Exxon-Mobil. ADMA è di proprietà per il 14,67% della BP-Amoco e per il 13,33% della francese ex-Compagnie des Petroles, che si è oramai consolidata come Total. La Esso Trading Company/Abu Dhabi è al 100% di proprietà della Exxon-Mobil. La Dubai Oil è per il 55% di proprietà della Conoco, che possiede anche il 35% della Dubai Marines Areas, di cui BP-Amoco detiene una quota del 33,33%. La maggior parte del petrolio degli Emirati Arabi Uniti va in Giappone. BP e Total hanno contratti a lungo termine per la sua spedizione, con gli Emirati Arabi Uniti. Chevron e Texaco, già unite attraverso ARAMCO e il suo ramo del marketing Caltex, hanno costituito la Bahrain Petroleum Company (BPC) in quel protettorato. La nuova Chevron-Texaco ora controlla la BPC. In Qatar, Exxon-Mobil domina il ricco settore del gas naturale. Possiede una grande quota della Qatargas, che attualmente rifornisce il Giappone con 6 milioni di tonnellate di gas naturale all’anno. E’ anche un partner al 30% del gigantesco giacimento gasifero di Ras Laffan, che produce 10 milioni di tonnellate di gas naturale l’anno. La BP si è unita alla Gulf per avviare la Kuwait Oil Company, che oggi vende greggio scontato agli ex proprietari della BP-Amoco e della Chevron-Texaco (la Chevron acquistò la Gulf nel 1981). Nel 1949 i Cavalieri degli Stati Uniti controllavano il 42% delle riserve di petrolio in Medio Oriente, mentre i cavalieri anglo-olandesi ne avevano il 52%. Il restante 8% era di proprietà di Total-Fina-Elf e di altre società minori.
Gli inglesi, in seguito, concessero l’indipendenza ai loro protettorati degli Stati del Golfo, a partire dal 1961, con il Kuwait, e terminando nel 1971, quando gli Emirati Arabi Uniti si formarono da sette emirati, i più importanti dei quali sono Dubai, Abu Dhabi e Sharjah. L’influenza britannica non era in declino. L’Oman rimane particolarmente vicino alla Corona. I mercenari britannici costituiscono le guardie reali che proteggono le famiglie dominanti in tutti i sei stati del GCC. Questi emirati sono governati da monarchie monofamiliari selezionate dai colonialisti britannici, per portare avanti il loro piano per dominare il petrolio del Medio Oriente e le rotte marittime, fin dal tardo 18° secolo.
Le sei famiglie regnanti del GCC sono legate tra loro, così come lo sono le famiglie reali d’Europa. Le monarchie del GCC sono invenzioni del monopolio petrolifero dei Rockefeller/Rothschild. Loro interesse, come con Mubarak in Egitto e re Hussein di Giordania, è arricchirsi servendosi dei malversatori del petrolio arabo. Gheddafi, invece, ha trascorso la sua vita combattendo quei malversatori. I media corporativi ingannano i progressisti occidentali ritraendo gli arabi come un gruppo monolitico di despoti corrotti. Ma proprio come Castro, Ortega, Chavez, Morales e Correa hanno fatto grandi passi avanti nella liberazione del Centro e Sud America, Gheddafi, Ahmadinejad, Nasser, Boumedienne e Nasrallah hanno combattuto il cartello bancario mondiale a vantaggio del loro popolo. Questo è il motivo per cui c’è il lavaggio del cervello per farli odiare. Quello che è successo in Libia è un’operazione segreta classica, evocata dall’intelligence occidentale e finanziata dal GCC, che tenta di arraffare i giacimenti petroliferi appartenenti al popolo della Libia e di consegnarli ai trilionari Rothschild/Rockefeller. Non lasciatevi ingannare. Si tratta sempre della stessa stronzata coloniale.
Viva Gheddafi!

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Geo-Politica dello Stretto di Hormuz: Può la Marina degli Stati Uniti essere sconfitta dall’Iran nel Golfo Persico?

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 8 Gennaio 2012 

Dopo anni di minacce degli Stati Uniti, l’Iran sta compiendo dei passi che suggeriscono che è disposto ed è in grado di chiudere lo Stretto di Hormuz. Il 24 dicembre 2011, l’Iran ha iniziato le sue esercitazioni navali Velayat-90 nello e intorno lo Stretto di Hormuz, che si estende dal Golfo Persico e dal Golfo di Oman (Oman mare) al Golfo di Aden e al Mar Arabico. Dall’inizio di queste esercitazioni, c’è stata una crescente guerra di parole tra Washington e Teheran. L’amministrazione Obama o il Pentagono non hanno fatto o detto nulla finora, però, hanno minacciato Teheran dal continuare le sue esercitazioni navali.

La natura geopolitica dello Stretto di Hormuz
Oltre al fatto che si tratta di un vitale punto di transito delle risorse energetiche globali e un collo di bottiglia strategico, due ulteriori questioni devono essere affrontate riguardo lo Stretto di Hormuz e il suo rapporto con l’Iran. La prima riguarda la geografia dello Stretto di Hormuz. La seconda riguarda il ruolo dell’Iran nella co-gestione dello stretto strategico, in base al diritto internazionale e ai suoi diritti di sovranità nazionale.
Il traffico marittimo che passa attraverso lo Stretto di Hormuz è sempre stato in contatto con le forze navali iraniane, che sono prevalentemente composte dalla Marina iraniana regolare e dalla Marina della Guardia Rivoluzionaria iraniana. In realtà, le forze navali iraniane monitorano e controllano lo Stretto di Hormuz con il Sultanato dell’Oman, attraverso l’enclave omanita di Musandam. Ancora più importante, per transitare attraverso lo stretto di Hormuz, tutto il traffico marittimo, tra cui anche la US Navy, deve navigare attraverso acque territoriali iraniane. Quasi tutti questi ingressi nel Golfo Persico sono compiuti attraverso le acque iraniane e la maggior parte esce attraverso le acque dell’Oman.
L’Iran permette alle navi straniere di utilizzare le sue acque territoriali in buona fede e sulla base della parte III della Convenzione della legge marittima delle Nazioni Unite sulle disposizioni sul transito nei passaggi marittimi che prevede che le navi siano libere di navigare attraverso lo Stretto di Hormuz e simili specchi d’acqua, per avere una navigazione rapida e continua tra un porto aperto e l’alto mare. Anche se Teheran di solito segue le pratiche della navigazione del diritto marittimo, Teheran non è giuridicamente vincolato ad esse. Come Washington, Teheran ha firmato questo trattato internazionale, ma non l’ha mai ratificato.

Le tensioni irano-statunitensi nel Golfo Persico
Recentemente, il Majlis (Parlamento) iraniano sta rivalutando l’uso delle acque iraniane presso lo Stretto di Hormuz da parte di navi straniere. La legislazione si propone di bloccare le navi da guerra straniere nel poter utilizzare le acque territoriali iraniane per navigare attraverso lo Stretto di Hormuz, senza l’autorizzazione iraniana; il Comitato per la Sicurezza Nazionale e la politica estera del Parlamento iraniano, ha attualmente allo studio una normativa che stabilisce una posizione  ufficiale iraniana. Quest’ultima dipenderebbe dagli interessi strategici e dalla sicurezza nazionale iraniani. [1]
Il 30 dicembre 2011, la portaerei USS John C. Stennis passava attraverso la zona dove l’Iran stava conducendo le sue esercitazioni navali. Il comandante delle forze iraniane regolari, il generale Ataollah Salehi, consigliava alla USS John C. Stennis e alle altre imbarcazioni della Marina degli Stati Uniti, di non tornare nel Golfo Persico mentre l’Iran stava compiendo le sue esercitazioni, dicendo che l’Iran non ha l’abitudine di ripetere un avvertimento due volte. [2] Poco dopo il severo ammonimento iraniano a Washington, l’ufficio stampa del Pentagono ha risposto facendo una dichiarazione: “Nessuno in questo governo cerca il confronto [con l'Iran] sullo stretto di Hormuz. E ‘importante abbassare la temperatura“. [3]
Nello scenario di un reale conflitto militare con l’Iran, è molto probabile che le portaerei statunitensi in realtà opererebbero al di fuori del Golfo Persico e del Golfo di Oman poiù a sud e del Mare Arabico. A meno che il sistema missilistico che Washington sta sviluppando nei petro-sceiccati del Golfo Persico meridionale, siano operativi, l’impiego di grandi navi da guerra statunitensi nel Golfo Persico sarebbe improbabile. Le ragioni di ciò sono legate alla realtà geografica e alle capacità difensive dell’Iran.

La geografia è contro il Pentagono: la Forza Navale degli Stati Uniti ha dei limiti nel Golfo Persico
La forza navale degli USA, che comprende la US Navy e la US Coast Guard, ha il primato su tutte le altre marine e le forze marittime del mondo. Le sue capacità oceaniche sono senza pari e sono ineguagliate da qualsiasi altra potenza navale. Ma il primato non significa invincibilità. Le forze navali statunitensi nello stretto di Hormuz e del Golfo Persico sono tuttavia vulnerabili.
Nonostante la sua netta e chiara potenza, la geografia opera letteralmente contro il potere navale statunitense nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico. La ristrettezza relativa del Golfo Persico lo rende simile a un canale, almeno in un contesto strategico e militare. In senso figurato, le portaerei e le navi da guerra degli Stati Uniti sono confinate in acque ristrette o sono chiuse entro le acque costiere del Golfo Persico. [Vedi mappa sopra]
Qui è dove le avanzate capacità missilistiche iraniane entrano in gioco. L’arsenale di siluri e missili iraniani renderebbe breve l’operatività dei mezzi navali statunitensi nelle acque del Golfo Persico, dove le navi degli Stati Uniti sono costrette. Questo spiega perché gli Stati Uniti stanno alacremente costruendo un sistema anti-missili nel Golfo Persico, compresi i paesi del Gulf Cooperation Council (GCC), in questi ultimi anni.
Anche le piccole imbarcazioni da pattugliamento iraniane nel Golfo Persico, che appaiono miserabili e insignificanti contro una portaerei o un cacciatorpediniere degli Stati Uniti, minacciano le navi da guerra statunitensi. L’apparenza inganna; queste motovedette iraniane possono facilmente lanciare una raffica di missili che potrebbero danneggiare, in modo significativo e perfino affondare le grandi navi da guerra degli Stati Uniti. Le piccole motovedette iraniane sono anche difficilmente rilevabili e difficile da  attaccare.
Le forze iraniane potrebbero anche attaccare le capacità navali degli Stati Uniti solo lanciando attacchi missilistici dalla terraferma iraniana, dalle coste settentrionali del Golfo Persico. Anche nel 2008 il Washington Institute for Near East Policy ha riconosciuto la minaccia delle batterie mobili dei missili costieri, dei missili antinave e delle piccole navi lanciamissili iraniani. [4] Le altre attività navali iraniane come droni aerei, hovercraft, mine, squadre di sub e mini-sottomarini, potrebbero essere utilizzati anch’essi in una guerra navale asimmetrica contro la Quinta Flotta.
Anche le simulazioni di guerra del Pentagono hanno dimostrato che una guerra nel Golfo Persico con l’Iran sarebbe un disastro per gli Stati Uniti e i suoi militari. Un esempio chiave è il Millennium Challenge 2002 (MC02), gioco di guerra nel Golfo Persico che è stato condotto dal 24 luglio al 15 agosto 2002, e ha richiesto quasi due anni per i preparativi. Queste esercitazioni-mammut furono tra i giochi di guerra più grandi e più costosi mai realizzati dal Pentagono. Il Millennium Challenge 2002 si tenne poco dopo che il Pentagono aveva deciso che avrebbe continuato lo slancio della guerra in Afghanistan, prendendo di mira Iraq, Somalia, Sudan, Libia, Libano, Siria e terminando con il primo premio dell’Iran, in una vasta campagna militare per garantire la supremazia degli Stati Uniti nel nuovo millennio.
Dopo che Millennium Challenge 2002 terminò, il gioco di guerra fu “ufficialmente” presentata come una simulazione di una guerra contro l’Iraq del presidente Saddam Hussein, ma in realtà questi giochi di guerra riguardavano l’Iran. [5] Gli Stati Uniti avevano già fatto le valutazioni per l’imminente invasione anglo-statunitense dell’Iraq. Inoltre, l’Iraq non aveva le capacità navali da meritare un tale impiego su vasta scala della Marina degli Stati Uniti.
Millennium Challenge 2002 fu condotto per simulare una guerra con l’Iran, il cui nome in codice era “Rosso” ed era indicato come uno sconosciuto stato-canaglia nemico mediorientale nel Golfo Persico. Diversamente dall’Iran, nessun altro paese potrebbe soddisfare i perimetri e le caratteristiche di “Rosso” e delle sue forze militari, dalle motovedette alle unità motociclistiche. La simulazione di guerra ha avuto luogo perché Washington aveva in programma di attaccare l’Iran subito dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003.
Lo scenario delle esercitazioni del 2002 iniziava con gli Stati Uniti, nome in codice “Blu”, che davano all’Iran un ultimatum di 24 ore per la resa, nel 2007. Il gioco di guerra datava 2007, che cronologicamente avrebbe corrisposto ai piani degli Stati Uniti per attaccare l’Iran, dopo l’attacco israeliano contro il Libano nel 2006, allo scopo di estenderla, secondo i piani militari, a una grande guerra contro la Siria. La guerra contro il Libano, tuttavia, non è andata come previsto e  Stati Uniti e Israele si resero conto che se Hezbollah poteva sfidarli in Libano, allora una guerra allargata alla Siria e all’Iran sarebbe stata un disastro.
Nello scenario di guerra di Millennium Challenge 2002, l’Iran avrebbe reagito all’aggressione degli Stati Uniti lanciando un massiccio sbarramento di missili che avrebbe potuto sopraffare gli Stati Uniti e distruggere sedici navi da guerra statunitensi – una portaerei, dieci incrociatori e cinque navi anfibie. Si stima che se questo fosse accaduto nel contesto di un reale teatro di guerra, più di 20.000 militari statunitensi sarebbero stati uccisi nel primo giorno dopo l’attacco. [6]
Successivamente, l’Iran avrebbe inviato le sue piccole motovedette – quelle che sembrano insignificanti rispetto alla USS John C. Stennis e le altri grandi navi da guerra degli Stati Uniti – per sopraffare il resto delle forze navali del Pentagono nel Golfo Persico, il che avrebbe comportato il danneggiamento e l’affondamento della maggior parte della Quinta flotta e la sconfitta degli Stati Uniti. Dopo la sconfitta degli Stati Uniti, i giochi di guerra furono avviati più volte, ma “Rosso” (Iran) ha dovuto operare sotto ipotetici di svantaggi e carenze, in modo che alle forze statunitensi fosse stato permesso di uscire vittoriosi dalle esercitazioni. [7] Questo risultato dei giochi di guerra ovviava al fatto che gli Stati Uniti furono travolti nel contesto di una vera guerra convenzionale con l’Iran, nel Golfo Persico.
Quindi, la formidabile potenza navale di Washington ha un handicap, sia per la geografia così come per le capacità militari iraniane, quando si tratta di combattere nel Golfo Persico o addirittura in gran parte del Golfo di Oman. Senza acque aperte, come nell’Oceano Indiano o nel Pacifico, gli Stati Uniti dovranno combattere sotto tempi di risposta notevolmente ridotti e, soprattutto, non saranno in grado di combattere da posizioni stand-off (militarmente sicuri). Così, l’insieme dei sistemi navali di difesa degli Stati Uniti, che sono stati progettati per il combattimento in acque aperte e da posizioni stand-off,  diventa quasi inutile nel Golfo Persico.

Rendere lo Stretto di Hormuz ridondante per indebolire l’Iran?
Il mondo intero conosce l’importanza dello stretto di Hormuz e Washington e i suoi alleati sono ben consapevoli del fatto che gli iraniani possono militarmente chiuderlo per un periodo di tempo significativo. Questo perché gli Stati Uniti hanno lavorato con i paesi del GCC – Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Kuwait, Oman e Emirati Arabi Uniti – per re-indirizzare il loro petrolio attraverso degli oleodotti che bypassano lo stretto di Hormuz, e la canalizzazione del petrolio del GCC direttamente verso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso o il Mar Mediterraneo. Washington ha anche spinto l’Iraq a cercare percorsi alternativi, nelle trattative con Turchia, Giordania e Arabia Saudita.
Sia Israele che la Turchia sono anch’essi molto interessati a questo progetto strategico. Ankara ha avuto colloqui con il Qatar sulla configurazione di un terminal petrolifero che avrebbe raggiunto la Turchia attraverso l’Iraq. Il governo turco ha cercato di spingere l’Iraq a collegare i giacimenti petroliferi del sud, come con i campi di petrolio dell’Iraq settentrionale, alle vie di transito che attraversano la Turchia. Tutto questo è legato alle previsioni della Turchia di voler essere un corridoio energetico e un importante snodo di transito.
Gli obiettivi del re-instradamento del petrolio dal Golfo Persico, eliminerebbe un elemento importante della leva strategica dell’Iran  contro Washington e i suoi alleati. Effettivamente ridurrebbe l’importanza dello stretto di Hormuz. Potrebbe benissimo essere un prerequisito per i preparativi di una guerra degli Stati Uniti contro Teheran e i suoi alleati.
E’ in questo quadro che il gasdotto Abu Dhabi Crude Oil o l’Hashan-Fujairah Oil Pipeline furono favoriti dagli Emirati Arabi Uniti per bypassare il percorso marittimo nel Golfo Persico che passa per lo Stretto di Hormuz. Il progetto fu assemblato nel 2006, il contratto fu emesso nel 2007 e la costruzione fu iniziata nel 2008. [8] Questo oleodotto va direttamente da Abdu Dhabi al porto di Fujairah sulle rive del Golfo di Oman nel Mar Arabico.
In altre parole, darà alle esportazioni petrolifere degli Emirati Arabi Uniti un accesso diretto all’Oceano Indiano. È stato apertamente presentato come un mezzo per garantire la sicurezza energetica bypassando Hormuz e tentando di evitare i militari iraniani. Insieme con la costruzione di questo gasdotto, è stato anche prevista la costruzione di un deposito di petrolio strategico a Fujairah, per mantenere il flusso di petrolio sul mercato internazionale, anche se il Golfo Persico dovesse essere chiuso. [9]
A parte il Petroline (East-West Saudi Pipeline), l’Arabia Saudita guarda anche alle rotte di transito alternative ed esamina i porti nei suoi vicini meridionali nella penisola arabica, l’Oman e lo Yemen. Il porto yemenita di Mukalla, sulle rive del Golfo di Aden è di particolare interesse per Riyadh. Nel 2007, le fonti israeliane riportavano con una certa fanfara, che un progetto di oleodotto era tra le opere che avrebbero collegato i campi petroliferi sauditi di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, a Muscat in Oman, e infine a Mukalla nello Yemen. La riapertura dell’Iraq-Arabia Saudita Pipeline (IPSA), che fu ironicamente costruita da Saddam Hussein per evitare lo Stretto di Hormuz e l’Iran, è stato anch’esso oggetto di discussione dei sauditi con il governo iracheno, a Baghdad.
Se la Siria e il Libano venissero convertiti in clienti di Washington, la defunta Trans-Arabian Pipeline (Tapline) potrebbe anch’essa essere riattivata, insieme ad altri percorsi alternativi che vanno dalla penisola arabica alla costa del Mar Mediterraneo, attraverso il Levante. Cronologicamente, questo rientrerebbe bene anche negli sforzi di Washington per invadere il Libano e la Siria, nel tentativo di isolare l’Iran, prima di ogni possibile resa dei conti con Teheran.
Le esercitazioni navali iraniano Velayat-90, che si estendono in prossimità dell’ingresso del Mar Rosso, al Golfo di Aden, al largo delle acque territoriali dello Yemen, hanno avuto luogo anche nel Golfo di Oman, di fronte alle coste di Oman e alle coste orientali degli Emirati Arabi Uniti. Tra le altre cose, Velayat-90 dovrebbe essere intesa come un segnale che Teheran è pronta ad operare al di fuori del Golfo Persico, e che può anche colpire o bloccare gli oleodotti che tentano di aggirare lo Stretto di Hormuz.
La geografia è ancora una volta dalla parte dell’Iran anche in questo caso. Bypassare lo Stretto di Hormuz non ancora cambia il fatto che la maggior parte dei giacimenti petroliferi, appartenenti a paesi del GCC, si trovano nel Golfo Persico o in prossimità delle sue coste, il che significa che sono tutte situate nelle immediate vicinanze dell’Iran e quindi entro la portata dell’Iran. Come nel caso dell’Hashan-Fujairah Pipeline, gli iraniani possono facilmente disabilitare il flusso di petrolio dal suo punto di origine. Teheran potrebbe lanciare attacchi  missilistici e aerei, o implementare le sue forze terra, mare, aria e anfibie in queste aree. Non ha necessariamente bisogno di bloccare lo stretto di Hormuz, dopo tutto, impedire il flusso di energia è lo scopo principale delle minacce iraniane.

La guerra fredda  irano-statunitense
Washington è all’offensiva contro l’Iran con tutti i mezzi a sua disposizione. Le tensioni sullo Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico sono solo un fronte di una pericolosa guerra fredda regionale multi-fronte tra Teheran e Washington nel Medio Oriente allargato. Dal 2001, il Pentagono sta anche ristrutturando le sue forze militari per guerre non convenzionali, contro nemici come l’Iran. [10] Tuttavia, la geografia ha sempre lavorato contro il Pentagono e gli Stati Uniti non hanno trovato una soluzione al loro dilemma navale nel Golfo Persico. Invece di una guerra convenzionale, Washington ha fatto ricorso a una guerra occulta, economica e diplomatica, contro l’Iran.

Mahdi Darius Nazemroaya è un sociologo e un autore pluripremiato. È ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG), Montreal. È specializzato sul Medio Oriente e l’Asia centrale. E’ stato collaboratore e ospite sul più vasto Medio Oriente in numerosi programmi e reti internazionali come al-Jazeera, Press TV e Russia Today. Nazemroaya è stato anche testimone della “primavera araba” in azione nel Nord Africa. Mentre era in Libia durante la campagna di bombardamenti della NATO, ha relazionato da Tripoli per diversi media. Ha inviato dispacci dai punti chiave della Libia per Global Research ed è stato inviato speciale per il programma investigativo della Pacifica Flashpoints, trasmesso da Berkeley, California. I suoi scritti sono stati pubblicati in oltre dieci lingue. Scrive anche per Strategic Culture Foundation (SCF) a Mosca, Russia.

Note
[1] Fars News Agency, “Foreign Warships Will Need Iran’ s Permission to Pass through Strait of Hormuz”, 4 gennaio 2011.
[2] Fars News Agency, “Iran Warns US against Sending Back Aircraft Carrier to Persian Gulf”, 4 gennaio 2011.
[3] Parisa Hafezi, “Iran threatens US Navy as sanctions hit economy”, 4 gennaio 2012.
[4] Fariborz Haghshenass, “Iran’s Asymmetric Naval Warfare”, Policy Focus , no.87 (Washington, DC: Washington Institute for Near Eastern Policy, settembre 2010).
[5] Julian Borger, “Wake-up call”, The Guardian, 6 settembre 2002.
[6] Neil R. McCown, Developing Intuitive Decision-Making In Modern Military Leadership (Newport, RI: Naval War College, 27 ottobre 2010), p. 9.
[7] Sean D. Naylor, “War games rigged? General says Millennium Challenge ’02 ‘was almost entirely scripted’” Army Times, 6 aprile 2002.
[8] Himendra Mohan Kumar, “Fujairah poised to be become oil export hub”, Gulf News, 12 giugno 2011.
[9] Ibidem.
[10] John Arquilla, “The New Rules of War”, Foreign Policy , 178 (marzo-aprile 2010): pp.60-67.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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