La Russia conduce il gioco in Medio Oriente?

Dedefensa 27 ottobre 2012

Una breve nota de La Voce della Russia, tratta dall’intervista al diplomatico russo Venjamin Popov, suggerisce che una nuova impressione generale sulla diplomazia russa comincia ad essere apprezzata… Si tratta del nuovo atteggiamento dei paesi arabi del Golfo Persico, dal conservatorismo e dal filo-americanismo pronunciati, nei confronti della Russia. Questo cambiamento sarebbe dovuto proprio e paradossalmente alla posizione che la Russia ha preso ed ha mantenuto continuamente senza mostrare segni di debolezza fin dall’inizio dell’anno, verso la crisi in Siria. (Effettivamente e simbolicamente la politica russa è percepita nella sua continuità dal voto negativo della Russia, il 4 febbraio, contro una risoluzione delle Nazioni Unite, bloccando l’azione “umanitaria” del BAO contro la Siria, che avrebbe provocato un intervento.) La Voce della Russia del 26 ottobre 2012 fornisce alcune informazioni tratte dall’intervista a Popov. Questa nuova posizione araba, secondo Popov, è ovviamente molto più favorevole alla Russia, in particolare per la posizione chiara e ferma con cui si è sbarazzata di ogni impegno settario e ideologico: “Il mondo islamico di oggi è ben lungi dall’essere omogeneo e vede la coesistenza di varie tendenze. Tuttavia, la posizione della Russia rimane la stessa: sviluppare i rapporti economici con l’intera regione…”
• Il 19-21 ottobre 2012 vi è stato un importante forum ad Istanbul, organizzato dalla Fondazione Carnegie per il Medio Oriente. Popov riporta i risultati principali, tra cui l’adozione da parte di diversi paesi della posizione russa sulla soluzione della crisi siriana attraverso i canali diplomatici… “E’ stato un convegno importante, frequentato da delegazioni russa, cinese e iraniana. La Siria non era presente. I partecipanti hanno discusso del conflitto siriano in modo piuttosto franco, ed ho visto che il mondo arabo sta cominciando a cambiare atteggiamento verso la posizione della Russia sulla Siria. I paesi sembrano essere finalmente dell’idea della Russia e l’apprezzano. Iraq, Libano, Egitto e Giordania, hanno tutti parlato di una soluzione politica della crisi, esattamente ciò che la Russia chiede. Le cose sono cambiate molto, rispetto all’inizio del 2012, quando i nostri partner arabi erano abbastanza scettici sulle proposte russe. Oggi, tutti capiscono che la via d’uscita politica dalla crisi non è possibile senza la Russia e la Cina, e che l’equilibrio del potere sta cambiando.”
• A novembre, ci sarà un importante incontro tra i ministri degli esteri della Russia e dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar). La cosa si presenta di particolare importanza. “I ministri degli esteri hanno deciso di incontrarsi in Arabia Saudita il prossimo novembre. Credo che questo forum sarà cruciale per l’ulteriore cooperazione della Russia con il Golfo Persico. Avrà luogo dopo le elezioni degli Stati Uniti e, credo si concentrerà sulla Siria.” Secondo molti aspetti e secondo molti punti di vista, si può considerare che la crisi siriana è stata ed è, per gli attori esterni, una partita al rilancio: si perde tutto o si prende tutto, raddoppiando i propri vantaggi. Questo potrebbe essere il caso della Russia, ma con una soddisfazione ulteriore; aver condotto il “gioco” in modo studiato, strutturato, ben definito, supportato su principi e non su esclamazioni esagerate, e che potrebbe essere, in ultima analisi, la ragione di un possibile esito felice della posizione della Russia in Medio Oriente.
Le impressioni qui sopra riportate non sono improvvisate, uscite di punto in bianco, e non abbiamo scelto di appoggiarvici solo per il loro valore. Al contrario, confermano un cambiamento percettibile da diverse settimane, con il conseguente fallimento della ribellione per far cadere il governo di Assad; il fallimento dell’unificazione della ribellione che ha messo in evidenza che la maggior parte dei paesi del blocco BAO ha giocato un gioco molto più grande di sé, e che non può  alimentare o continuare, constatando che la posizione molto assertiva a favore della ribellione siriana sta cominciando a sfumare rapidamente (in Turchia, Arabia Saudita). D’altra parte, la straordinaria diffusione di notizie del blocco BAO e dei suoi alleati, la manipolazione delle informazioni, ecc., definisce un atteggiamento segnato anch’esso dall’azzardo, ma assai rapidamente fallimentare; una comunicazione assai offensiva che soffoca e trascina tutto con il suo ritmo molto elevato, ma inconcludente e che s’impantana rapidamente nelle sue contraddizioni, nelle sue gravi deformazioni, ecc., mentre la narrazione fabbricata allo scopo si dissolve… Questo è chiaramente ciò che è successo.
E’ tempo di constatare in mezzo a questo paesaggio che muta, che un attore ha mantenuto imperturbabile il suo corso, che corrisponde alla logica e alla conservazione nell’attuale  situazione di disordine. Ciò alla fine si riconosce e si fa notare. I russi hanno sempre detto e ripetuto che la loro posizione è stata motivata fin dall’inizio dal  desiderio strutturale di appoggiarsi ai principi fondamentali, in sostanza alla sovranità, anche prima di prendere in considerazione gli interessi e le alleanze. Se i loro interessi e alleanze coincidevano con questa preoccupazione fondamentale, tanto meglio, ma è anche il risultato della loro scelta iniziale: questi interessi e alleanze sono anche, per natura e logica, il prodotto dello stesso principio politico. Oggi, sembra che i russi stiano per convincere alcuni dei loro “partner”, di cui sono stati avversari indiretti per diversi mesi, della validità della loro scelta. Questo riconoscimento riguarda meno la Russia stessa che la paura del disordine e dell’impasse della destrutturazione, contro cui si attivano i russi. Questi risultati sono attualmente ipotetici, con tutti gli infortuni e le reazioni ostili possibili, ma l’innegabile vantaggio della Russia è di apparire al centro di una evoluzione molto più che soltanto politica.
La “coalizione” anti-Assad, disparata, instabile, unita da interessi dispersivi e da impulsi politici spesso dipendenti dall’umore, è di una debolezza che può sorprendere. La Turchia sta attualmente rivedendo la propria politica, l’Arabia Saudita esita sempre più, come i paesi del Golfo Persico, i paesi del blocco BAO sono sempre più distratti dalla propria situazione interna, e sono al termine di una logica che agisce in base ad esigenze stravaganti ed irragionevoli. Oltre ai specifici cambiamenti nei paesi arabi, i russi, ovviamente, hanno il vantaggio di avere buoni rapporti con quelli con una posizione diversa (Iran e Iraq). Infine, dobbiamo menzionare la visita di Lavrov in Egitto, prevista per novembre, oltre alle riunioni con i paesi del Golfo Persico. La Russia potrebbe chiudere il 2012 con la possibilità di una situazione completamente rovesciata rispetto a quella che i paesi del blocco BAO s’accanivano a descrivere al suo inizio. Il racconto grottesco della Russia potenza isolata e alla deriva, sarà dimenticato.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Il Gulf Cooperation Council: Monarchie dei fantocci di Rockefeller/Rothschild

Dean Henderson, Left HookCounterpsyops

Non dovrebbe avere sorpreso nessuno quando i sei paesi che compongono il Gulf Cooperation Council (GCC) hanno invitato i loro protettori occidentali ad imporre una no-fly zone nei cieli della Libia, lo scorso anno. Perché queste nazioni arabe: Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Oman e Qatar, hanno fatto appello a un atto di guerra contro un altro produttore di petrolio arabo? Una breve storia del CCG è necessaria. La rivoluzione iraniana del 1979 è stato un evento spartiacque. Con lo scià deposto e il Consorzio iraniano nazionalizzato, i Quattro Cavalieri: Exxon Mobil, Chevron Texaco, BP Amoco e Royal Dutch/Shell, e i loro proprietari Rockefeller/Rothschild hanno cercato di creare un sistema di sicurezza più completo per la salvaguardia del greggio del Golfo Persico.
La Casa dei Saud è  rapidamente diventata il parafulmine dei nazionalisti arabi, che vedevano nella monarchia un surrogato occidentale. Il Dipartimento di Stato ha cercato di far togliere la pressione sui sauditi, trovando altri leader regionali disposti ad abbracciare lo stesso scambio petrolio per armi che era in vigore nel regno saudita dall’inizio degli anni ’50. Tale accordo prevede la protezione degli Stati Uniti per la Casa dei Saud, per proteggerla dai nemici interni ed esteri. In cambio, i sauditi operano da “produttori a comando”, assicurando all’occidente la fornitura costante e relativamente a buon mercato del petrolio. Mentre le agenzie fantasma degli Stati Uniti come SAIC, Booz Hamilton, TRW e Vinnell Corp. addestravano la Guardia Reale saudita, i piloti pakistani ed egiziani (i cittadini sauditi non dovevano essere affidabili) venivano addestrati a volare sui caccia statunitensi F-15, per la protezione del Regno. I sauditi, a loro volta diventarono il principale finanziatore delle operazioni segrete di CIA/MI6/Mossad in tutto il mondo, comprese quelle contro la Libia basate nel Ciad controllato da Exxon-Mobil.
Mentre la regione del Medio Oriente contiene il 66,5% delle riserve mondiali di petrolio conosciute, la costa sud-ovest del Golfo Persico, che è controllata da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman ed Emirati Arabi Uniti (EAU), contiene il 42% delle riserve di greggio del Mondo. I sauditi hanno 261 miliardi di barili, più del doppio rispetto a qualsiasi altra nazione e il 26% delle riserve mondiali conosciute. Il regno possiede non meno di 60 giacimenti di petrolio e di gas che producono 10 milioni di barili al giorno. L’enorme giacimento di Ghawar è di gran lunga il più grande sulla Terra. L’Iraq ha la seconda riserva più grande del Mondo comprovate, 112 miliardi di barili. Gli Emirati Arabi Uniti sono terzi con 97,8 miliardi di barili. Il Kuwait è quarto con 96,5 miliardi di barili. Nel 1981 i governi degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita fecero lo sforzo di creare il Gulf Cooperation Council (GCC), composto da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman ed Emirati Arabi Uniti. Tutti tranne l’Oman sono membri dell’OPEC. Tutti sono conosciuti come le nazioni bancarie dell’OPEC. Iran, Indonesia, Venezuela, Iraq, Algeria e Nigeria sono considerate le nazioni industrializzate dell’OPEC.
La formazione del GCC ha attirato critiche immediate da Libia, Siria, Iraq e OLP, che avevano detto che l’accordo divideva la Lega araba in ricchi e poveri. Le nazioni bancarie sono inclini a vendere petrolio ai Quattro Cavalieri a buon mercato, in quanto i loro paesi sono già sviluppati e gli eventuali proventi del petrolio possono essere riciclati in investimenti globali che vanno a beneficio delle élite di questi paesi. Le nazioni industrializzate hanno bisogno di un prezzo del petrolio più elevato, sia per sviluppare le infrastrutture dei loro paesi che per pagare i loro debiti enormi ai banchieri occidentali. Le nazioni bancarie dell’OPEC sono le colombe del prezzo, mentre le nazioni industrializzate sono i falchi del prezzo. Le colombe dei prezzi e gli stati bancari del GCC sono tutti governati da monarchi, che Big Oil trova facile da gestire. I falchi dei prezzi, le nazioni industrializzate dell’OPEC, tendono ad essere più democratici e quindi più difficili per i quattro cavalieri manipolarli attraverso regimi corrotti o altre forme di corruzione. Queste democrazie tendono a nazionalizzare l’industria del petrolio, per cui i benefici della vendita del petrolio va a tutta la società, mentre il settore del petrolio del GCC è sempre più privatizzato, con un fatturato che arricchisce i quattro cavalieri e i loro sovrani-fantoccio.
Culturalmente nel mondo arabo la fondazione del GCC ha drammaticamente diffuso il potere dei centri più tradizionali e nazionalistici del potere geopolitico in Medio Oriente, come Damasco e Beirut, migliorando nel contempo la potenza delle relativamente giovani monarchie-Gucci degli Stati del Golfo. Questo nuovo blocco di nazioni bancarie aveva rapidamente firmato l’accordo economico del GCC, con la liberalizzazione delle loro economie per consentire maggiori investimenti diretti da parte delle banche e società occidentali; la creazione di una zona di libero scambio tra i membri e il lancio di un porto franco a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Il Bahrain divenne un importante centro bancario offshore. Lavoratori stranieri provenienti da Paesi poveri dell’Asia, come le Filippine e il Bangladesh, furono incoraggiati a entrare nei paesi del GCC, fornendo manodopera a basso costo per l’elite del petrolio. Un mercato comune venne istituito. Le politiche del petrolio furono armonizzate. Secondo il Wall Street Journal, le valute più importanti del mondo non sono la sterlina inglese, il dollaro USA o il franco svizzero. Molto più importante sono il dinaro kuwaitiano (0,30 dinari = 1 dollaro USA), il dinaro Bahraini (0,37 dinari = 1 dollaro USA) e la lira maltese (0,46 lire = 1 dollaro USA). Malta è stata fondata da Cavalieri Crociati cattolici di Malta con l’aiuto del Vaticano. Si tratta di un insieme di attività della criminalità organizzata e della CIA nel Mediterraneo. Nel 1966, il giornale al-Baath a Damasco enunciava che la posizione nazionalista araba dei falchi dei prezzi era la ragion d’essere dell’OPEC, in primo luogo. “Non resta nessun altra strada alle forze nazionali e progressiste, tranne la lotta in tutte le sue forme“, implorava il giornale, aggiungendo: “anche se questo porta a tagliare la produzione di petrolio… e alla chiusura dei pozzi di petrolio, al fine di privare il monopolista, il malversatore, il despota di questo petrolio“.
I malversatori sorseggiano tè Al fine di comprendere appieno il significato della formazione del GCC, si deve apprezzare la storia del dominio feudale dell’élite e della colonizzazione britannica che ha determinato l’esistenza stessa degli emirati che compongono il GCC. Una storia di dominio unifamiliare in questi Stati del Golfo Persico, ha reso questi emirati maturi per l’imposizione di un patto di sicurezza petrolio-per-armi, come quello creato nel 1981. Come il ministro del petrolio del Qatar ha dichiarato senza mezzi termini, recentemente, “Il mondo industriale dovrà proteggere il petrolio. Crediamo che questo sia un adeguato scambio di interessi e benefici“. Nel 1776 la British East India Company istituì un quartier generale in quello che oggi è il Kuwait. Quando i membri del clan hashemita del Kuwait, al-Sabah, che condividono il loro cognome con il fondatore degli assassini Hasan bin Sabah, aiutarono i turchi ottomani a sedare rivolte nel sud dell’Iraq, lo Sheik della tribù Muntafiq regalò agli al-Sabah dei boschetti presso al-Fao e al-Sufiyah nel sud dell’Iraq. Il Kuwait era visto come altamente strategico dai britannici, nel suo ruolo a protezione delle rotte marittime dell’Oceano Indiano. Nel 1900 gli inglesi si accordarono con Mubaraq al-Sabah, ritagliando il Kuwait dall’Iraq e facendone un protettorato britannico. La stragrande maggioranza delle persone che vivevano in quello che ora viene dichiarato Kuwait, si opposero al progetto britannico e volevano continuare a far parte dell’Iraq.
Nel 1914, nel pieno della prima guerra mondiale, il residente britannico nel Golfo Persico promise allo sceicco Mubaraq al-Sabah il riconoscimento dalla corona del suo nuovo paese, in cambio del passaggio di campo degli al-Sabah e dell’assalto alle truppe dell’Impero ottomano a Safwan, in Mesopotamia, quella che oggi è l’Iraq. Il clan al-Sabah si era guadagnato la sua striscia nell’Union Jack. La monarchia hashemita da allora governa il Kuwait. Nel 1917 gli inglesi ebbero un cliente in Ibn Saud, cui dissero, anche a lui, di incoraggiare le tribù arabe a respingere i turchi ottomani dalla regione del Golfo Persico, all’inizio della Prima Guerra mondiale. Nello stesso anno la Camera dei Rothschild sostenne la Dichiarazione di Balfour, la promessa del supporto della Corona a una patria ebraica in Palestina. Rothschild era meno preoccupato del popolo ebraico che di stabilire un avamposto in Medio Oriente, da dove lui e i suoi lacchè potessero vegliare sul centro del loro monopolio mondiale del petrolio. Un anno dopo gli ottomani furono sconfitti. Iraq, Giordania e Arabia Saudita furono divise dall’Impero Ottomano e caddero sotto il dominio britannico, con Ibn Saud che prendeva il controllo dell’omonima Arabia Saudita. La sua progenie forma la moderna Casa dei Saud. La Palestina divenne parte della Transgiordania ed era gestita da un emiro piazzato dagli inglesi. Gli Stati della Tregua dell’Oman (ora Emirati Arabi Uniti) e le Coste dell’Oman (ora Oman) divennero anch’essi dei protettorati britannici. Come Winston Churchill commentò tre decenni più tardi, “L’emiro è in Transgiordania, laddove l’ho messo in una domenica pomeriggio a Gerusalemme”.
Nel 1922 il trattato di Jeddah diede all’Arabia Saudita l’indipendenza, dalla Gran Bretagna, anche se la Corona ancora esercitava una considerevole influenza. Nel corso del 1920, con l’aiuto delle truppe britanniche, Ibn Saud strappò altro territorio agli ottomani, quando occupò Riyadh. Aveva  anche occupato le città sante di Mecca e Medina, tolte agli hashemiti. Gran Bretagna e Francia firmarono l’accordo di San Remo che divideva le concessioni petrolifere del Medio Oriente tra i due paesi. Entro due settimane, gli Stati Uniti risposero con la politica della porta aperta, che incluse i Cavalieri degli Stati Uniti nel gioco del petrolio in Medio Oriente. I piccoli produttori indipendenti statunitensi come Sinclair, si opposero a tale politica, lamentando che favoriva gli interessi petroliferi dei Rockefeller. Le Major petrolifere statunitensi Exxon, Mobil, Chevron, Texaco e Gulf, la progenie della Standard Oil Trust di John D. Rockefeller, si unirono a British Petroleum, Royal Dutch/Shell, di proprietà in gran parte della Real Casa degli Orange d’Olanda e della famiglia Rothschild, e alla Compagnie des Petroles dei francesi, per dividersi i giacimenti di petrolio del Medio Oriente. La Iraqi Petroleum Company (IPC) e il Consorzio iraniano sarebbero stati dominati dalle società europee, mentre l’Aramco dell’Arabia Saudita sarebbe stata di proprietà dei Cavalieri statunitensi. I protettorati britannici sarebbero stati sfruttati attraverso le diverse combinazioni dei quattro cavalieri.
Una controllata della IPC, la Petroleum Development Trucial Coast, iniziò la perforazione in quello che oggi sono gli Emirati Arabi Uniti (UAE), nel 1935. Oggi, dell’industria petrolifera ADCO degli Emirati Arabi Uniti, il 24% è della BP-Amoco, il 9,5% della Royal Dutch/Shell e il 9,5 % della Exxon-Mobil. ADMA è di proprietà per il 14,67% della BP-Amoco e per il 13,33% della francese ex-Compagnie des Petroles, che si è oramai consolidata come Total. La Esso Trading Company/Abu Dhabi è al 100% di proprietà della Exxon-Mobil. La Dubai Oil è per il 55% di proprietà della Conoco, che possiede anche il 35% della Dubai Marines Areas, di cui BP-Amoco detiene una quota del 33,33%. La maggior parte del petrolio degli Emirati Arabi Uniti va in Giappone. BP e Total hanno contratti a lungo termine per la sua spedizione, con gli Emirati Arabi Uniti. Chevron e Texaco, già unite attraverso ARAMCO e il suo ramo del marketing Caltex, hanno costituito la Bahrain Petroleum Company (BPC) in quel protettorato. La nuova Chevron-Texaco ora controlla la BPC. In Qatar, Exxon-Mobil domina il ricco settore del gas naturale. Possiede una grande quota della Qatargas, che attualmente rifornisce il Giappone con 6 milioni di tonnellate di gas naturale all’anno. E’ anche un partner al 30% del gigantesco giacimento gasifero di Ras Laffan, che produce 10 milioni di tonnellate di gas naturale l’anno. La BP si è unita alla Gulf per avviare la Kuwait Oil Company, che oggi vende greggio scontato agli ex proprietari della BP-Amoco e della Chevron-Texaco (la Chevron acquistò la Gulf nel 1981). Nel 1949 i Cavalieri degli Stati Uniti controllavano il 42% delle riserve di petrolio in Medio Oriente, mentre i cavalieri anglo-olandesi ne avevano il 52%. Il restante 8% era di proprietà di Total-Fina-Elf e di altre società minori.
Gli inglesi, in seguito, concessero l’indipendenza ai loro protettorati degli Stati del Golfo, a partire dal 1961, con il Kuwait, e terminando nel 1971, quando gli Emirati Arabi Uniti si formarono da sette emirati, i più importanti dei quali sono Dubai, Abu Dhabi e Sharjah. L’influenza britannica non era in declino. L’Oman rimane particolarmente vicino alla Corona. I mercenari britannici costituiscono le guardie reali che proteggono le famiglie dominanti in tutti i sei stati del GCC. Questi emirati sono governati da monarchie monofamiliari selezionate dai colonialisti britannici, per portare avanti il loro piano per dominare il petrolio del Medio Oriente e le rotte marittime, fin dal tardo 18° secolo.
Le sei famiglie regnanti del GCC sono legate tra loro, così come lo sono le famiglie reali d’Europa. Le monarchie del GCC sono invenzioni del monopolio petrolifero dei Rockefeller/Rothschild. Loro interesse, come con Mubarak in Egitto e re Hussein di Giordania, è arricchirsi servendosi dei malversatori del petrolio arabo. Gheddafi, invece, ha trascorso la sua vita combattendo quei malversatori. I media corporativi ingannano i progressisti occidentali ritraendo gli arabi come un gruppo monolitico di despoti corrotti. Ma proprio come Castro, Ortega, Chavez, Morales e Correa hanno fatto grandi passi avanti nella liberazione del Centro e Sud America, Gheddafi, Ahmadinejad, Nasser, Boumedienne e Nasrallah hanno combattuto il cartello bancario mondiale a vantaggio del loro popolo. Questo è il motivo per cui c’è il lavaggio del cervello per farli odiare. Quello che è successo in Libia è un’operazione segreta classica, evocata dall’intelligence occidentale e finanziata dal GCC, che tenta di arraffare i giacimenti petroliferi appartenenti al popolo della Libia e di consegnarli ai trilionari Rothschild/Rockefeller. Non lasciatevi ingannare. Si tratta sempre della stessa stronzata coloniale.
Viva Gheddafi!

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

La Geo-Politica dello Stretto di Hormuz: Può la Marina degli Stati Uniti essere sconfitta dall’Iran nel Golfo Persico?

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 8 Gennaio 2012 

Dopo anni di minacce degli Stati Uniti, l’Iran sta compiendo dei passi che suggeriscono che è disposto ed è in grado di chiudere lo Stretto di Hormuz. Il 24 dicembre 2011, l’Iran ha iniziato le sue esercitazioni navali Velayat-90 nello e intorno lo Stretto di Hormuz, che si estende dal Golfo Persico e dal Golfo di Oman (Oman mare) al Golfo di Aden e al Mar Arabico. Dall’inizio di queste esercitazioni, c’è stata una crescente guerra di parole tra Washington e Teheran. L’amministrazione Obama o il Pentagono non hanno fatto o detto nulla finora, però, hanno minacciato Teheran dal continuare le sue esercitazioni navali.

La natura geopolitica dello Stretto di Hormuz
Oltre al fatto che si tratta di un vitale punto di transito delle risorse energetiche globali e un collo di bottiglia strategico, due ulteriori questioni devono essere affrontate riguardo lo Stretto di Hormuz e il suo rapporto con l’Iran. La prima riguarda la geografia dello Stretto di Hormuz. La seconda riguarda il ruolo dell’Iran nella co-gestione dello stretto strategico, in base al diritto internazionale e ai suoi diritti di sovranità nazionale.
Il traffico marittimo che passa attraverso lo Stretto di Hormuz è sempre stato in contatto con le forze navali iraniane, che sono prevalentemente composte dalla Marina iraniana regolare e dalla Marina della Guardia Rivoluzionaria iraniana. In realtà, le forze navali iraniane monitorano e controllano lo Stretto di Hormuz con il Sultanato dell’Oman, attraverso l’enclave omanita di Musandam. Ancora più importante, per transitare attraverso lo stretto di Hormuz, tutto il traffico marittimo, tra cui anche la US Navy, deve navigare attraverso acque territoriali iraniane. Quasi tutti questi ingressi nel Golfo Persico sono compiuti attraverso le acque iraniane e la maggior parte esce attraverso le acque dell’Oman.
L’Iran permette alle navi straniere di utilizzare le sue acque territoriali in buona fede e sulla base della parte III della Convenzione della legge marittima delle Nazioni Unite sulle disposizioni sul transito nei passaggi marittimi che prevede che le navi siano libere di navigare attraverso lo Stretto di Hormuz e simili specchi d’acqua, per avere una navigazione rapida e continua tra un porto aperto e l’alto mare. Anche se Teheran di solito segue le pratiche della navigazione del diritto marittimo, Teheran non è giuridicamente vincolato ad esse. Come Washington, Teheran ha firmato questo trattato internazionale, ma non l’ha mai ratificato.

Le tensioni irano-statunitensi nel Golfo Persico
Recentemente, il Majlis (Parlamento) iraniano sta rivalutando l’uso delle acque iraniane presso lo Stretto di Hormuz da parte di navi straniere. La legislazione si propone di bloccare le navi da guerra straniere nel poter utilizzare le acque territoriali iraniane per navigare attraverso lo Stretto di Hormuz, senza l’autorizzazione iraniana; il Comitato per la Sicurezza Nazionale e la politica estera del Parlamento iraniano, ha attualmente allo studio una normativa che stabilisce una posizione  ufficiale iraniana. Quest’ultima dipenderebbe dagli interessi strategici e dalla sicurezza nazionale iraniani. [1]
Il 30 dicembre 2011, la portaerei USS John C. Stennis passava attraverso la zona dove l’Iran stava conducendo le sue esercitazioni navali. Il comandante delle forze iraniane regolari, il generale Ataollah Salehi, consigliava alla USS John C. Stennis e alle altre imbarcazioni della Marina degli Stati Uniti, di non tornare nel Golfo Persico mentre l’Iran stava compiendo le sue esercitazioni, dicendo che l’Iran non ha l’abitudine di ripetere un avvertimento due volte. [2] Poco dopo il severo ammonimento iraniano a Washington, l’ufficio stampa del Pentagono ha risposto facendo una dichiarazione: “Nessuno in questo governo cerca il confronto [con l'Iran] sullo stretto di Hormuz. E ‘importante abbassare la temperatura“. [3]
Nello scenario di un reale conflitto militare con l’Iran, è molto probabile che le portaerei statunitensi in realtà opererebbero al di fuori del Golfo Persico e del Golfo di Oman poiù a sud e del Mare Arabico. A meno che il sistema missilistico che Washington sta sviluppando nei petro-sceiccati del Golfo Persico meridionale, siano operativi, l’impiego di grandi navi da guerra statunitensi nel Golfo Persico sarebbe improbabile. Le ragioni di ciò sono legate alla realtà geografica e alle capacità difensive dell’Iran.

La geografia è contro il Pentagono: la Forza Navale degli Stati Uniti ha dei limiti nel Golfo Persico
La forza navale degli USA, che comprende la US Navy e la US Coast Guard, ha il primato su tutte le altre marine e le forze marittime del mondo. Le sue capacità oceaniche sono senza pari e sono ineguagliate da qualsiasi altra potenza navale. Ma il primato non significa invincibilità. Le forze navali statunitensi nello stretto di Hormuz e del Golfo Persico sono tuttavia vulnerabili.
Nonostante la sua netta e chiara potenza, la geografia opera letteralmente contro il potere navale statunitense nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico. La ristrettezza relativa del Golfo Persico lo rende simile a un canale, almeno in un contesto strategico e militare. In senso figurato, le portaerei e le navi da guerra degli Stati Uniti sono confinate in acque ristrette o sono chiuse entro le acque costiere del Golfo Persico. [Vedi mappa sopra]
Qui è dove le avanzate capacità missilistiche iraniane entrano in gioco. L’arsenale di siluri e missili iraniani renderebbe breve l’operatività dei mezzi navali statunitensi nelle acque del Golfo Persico, dove le navi degli Stati Uniti sono costrette. Questo spiega perché gli Stati Uniti stanno alacremente costruendo un sistema anti-missili nel Golfo Persico, compresi i paesi del Gulf Cooperation Council (GCC), in questi ultimi anni.
Anche le piccole imbarcazioni da pattugliamento iraniane nel Golfo Persico, che appaiono miserabili e insignificanti contro una portaerei o un cacciatorpediniere degli Stati Uniti, minacciano le navi da guerra statunitensi. L’apparenza inganna; queste motovedette iraniane possono facilmente lanciare una raffica di missili che potrebbero danneggiare, in modo significativo e perfino affondare le grandi navi da guerra degli Stati Uniti. Le piccole motovedette iraniane sono anche difficilmente rilevabili e difficile da  attaccare.
Le forze iraniane potrebbero anche attaccare le capacità navali degli Stati Uniti solo lanciando attacchi missilistici dalla terraferma iraniana, dalle coste settentrionali del Golfo Persico. Anche nel 2008 il Washington Institute for Near East Policy ha riconosciuto la minaccia delle batterie mobili dei missili costieri, dei missili antinave e delle piccole navi lanciamissili iraniani. [4] Le altre attività navali iraniane come droni aerei, hovercraft, mine, squadre di sub e mini-sottomarini, potrebbero essere utilizzati anch’essi in una guerra navale asimmetrica contro la Quinta Flotta.
Anche le simulazioni di guerra del Pentagono hanno dimostrato che una guerra nel Golfo Persico con l’Iran sarebbe un disastro per gli Stati Uniti e i suoi militari. Un esempio chiave è il Millennium Challenge 2002 (MC02), gioco di guerra nel Golfo Persico che è stato condotto dal 24 luglio al 15 agosto 2002, e ha richiesto quasi due anni per i preparativi. Queste esercitazioni-mammut furono tra i giochi di guerra più grandi e più costosi mai realizzati dal Pentagono. Il Millennium Challenge 2002 si tenne poco dopo che il Pentagono aveva deciso che avrebbe continuato lo slancio della guerra in Afghanistan, prendendo di mira Iraq, Somalia, Sudan, Libia, Libano, Siria e terminando con il primo premio dell’Iran, in una vasta campagna militare per garantire la supremazia degli Stati Uniti nel nuovo millennio.
Dopo che Millennium Challenge 2002 terminò, il gioco di guerra fu “ufficialmente” presentata come una simulazione di una guerra contro l’Iraq del presidente Saddam Hussein, ma in realtà questi giochi di guerra riguardavano l’Iran. [5] Gli Stati Uniti avevano già fatto le valutazioni per l’imminente invasione anglo-statunitense dell’Iraq. Inoltre, l’Iraq non aveva le capacità navali da meritare un tale impiego su vasta scala della Marina degli Stati Uniti.
Millennium Challenge 2002 fu condotto per simulare una guerra con l’Iran, il cui nome in codice era “Rosso” ed era indicato come uno sconosciuto stato-canaglia nemico mediorientale nel Golfo Persico. Diversamente dall’Iran, nessun altro paese potrebbe soddisfare i perimetri e le caratteristiche di “Rosso” e delle sue forze militari, dalle motovedette alle unità motociclistiche. La simulazione di guerra ha avuto luogo perché Washington aveva in programma di attaccare l’Iran subito dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003.
Lo scenario delle esercitazioni del 2002 iniziava con gli Stati Uniti, nome in codice “Blu”, che davano all’Iran un ultimatum di 24 ore per la resa, nel 2007. Il gioco di guerra datava 2007, che cronologicamente avrebbe corrisposto ai piani degli Stati Uniti per attaccare l’Iran, dopo l’attacco israeliano contro il Libano nel 2006, allo scopo di estenderla, secondo i piani militari, a una grande guerra contro la Siria. La guerra contro il Libano, tuttavia, non è andata come previsto e  Stati Uniti e Israele si resero conto che se Hezbollah poteva sfidarli in Libano, allora una guerra allargata alla Siria e all’Iran sarebbe stata un disastro.
Nello scenario di guerra di Millennium Challenge 2002, l’Iran avrebbe reagito all’aggressione degli Stati Uniti lanciando un massiccio sbarramento di missili che avrebbe potuto sopraffare gli Stati Uniti e distruggere sedici navi da guerra statunitensi – una portaerei, dieci incrociatori e cinque navi anfibie. Si stima che se questo fosse accaduto nel contesto di un reale teatro di guerra, più di 20.000 militari statunitensi sarebbero stati uccisi nel primo giorno dopo l’attacco. [6]
Successivamente, l’Iran avrebbe inviato le sue piccole motovedette – quelle che sembrano insignificanti rispetto alla USS John C. Stennis e le altri grandi navi da guerra degli Stati Uniti – per sopraffare il resto delle forze navali del Pentagono nel Golfo Persico, il che avrebbe comportato il danneggiamento e l’affondamento della maggior parte della Quinta flotta e la sconfitta degli Stati Uniti. Dopo la sconfitta degli Stati Uniti, i giochi di guerra furono avviati più volte, ma “Rosso” (Iran) ha dovuto operare sotto ipotetici di svantaggi e carenze, in modo che alle forze statunitensi fosse stato permesso di uscire vittoriosi dalle esercitazioni. [7] Questo risultato dei giochi di guerra ovviava al fatto che gli Stati Uniti furono travolti nel contesto di una vera guerra convenzionale con l’Iran, nel Golfo Persico.
Quindi, la formidabile potenza navale di Washington ha un handicap, sia per la geografia così come per le capacità militari iraniane, quando si tratta di combattere nel Golfo Persico o addirittura in gran parte del Golfo di Oman. Senza acque aperte, come nell’Oceano Indiano o nel Pacifico, gli Stati Uniti dovranno combattere sotto tempi di risposta notevolmente ridotti e, soprattutto, non saranno in grado di combattere da posizioni stand-off (militarmente sicuri). Così, l’insieme dei sistemi navali di difesa degli Stati Uniti, che sono stati progettati per il combattimento in acque aperte e da posizioni stand-off,  diventa quasi inutile nel Golfo Persico.

Rendere lo Stretto di Hormuz ridondante per indebolire l’Iran?
Il mondo intero conosce l’importanza dello stretto di Hormuz e Washington e i suoi alleati sono ben consapevoli del fatto che gli iraniani possono militarmente chiuderlo per un periodo di tempo significativo. Questo perché gli Stati Uniti hanno lavorato con i paesi del GCC – Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Kuwait, Oman e Emirati Arabi Uniti – per re-indirizzare il loro petrolio attraverso degli oleodotti che bypassano lo stretto di Hormuz, e la canalizzazione del petrolio del GCC direttamente verso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso o il Mar Mediterraneo. Washington ha anche spinto l’Iraq a cercare percorsi alternativi, nelle trattative con Turchia, Giordania e Arabia Saudita.
Sia Israele che la Turchia sono anch’essi molto interessati a questo progetto strategico. Ankara ha avuto colloqui con il Qatar sulla configurazione di un terminal petrolifero che avrebbe raggiunto la Turchia attraverso l’Iraq. Il governo turco ha cercato di spingere l’Iraq a collegare i giacimenti petroliferi del sud, come con i campi di petrolio dell’Iraq settentrionale, alle vie di transito che attraversano la Turchia. Tutto questo è legato alle previsioni della Turchia di voler essere un corridoio energetico e un importante snodo di transito.
Gli obiettivi del re-instradamento del petrolio dal Golfo Persico, eliminerebbe un elemento importante della leva strategica dell’Iran  contro Washington e i suoi alleati. Effettivamente ridurrebbe l’importanza dello stretto di Hormuz. Potrebbe benissimo essere un prerequisito per i preparativi di una guerra degli Stati Uniti contro Teheran e i suoi alleati.
E’ in questo quadro che il gasdotto Abu Dhabi Crude Oil o l’Hashan-Fujairah Oil Pipeline furono favoriti dagli Emirati Arabi Uniti per bypassare il percorso marittimo nel Golfo Persico che passa per lo Stretto di Hormuz. Il progetto fu assemblato nel 2006, il contratto fu emesso nel 2007 e la costruzione fu iniziata nel 2008. [8] Questo oleodotto va direttamente da Abdu Dhabi al porto di Fujairah sulle rive del Golfo di Oman nel Mar Arabico.
In altre parole, darà alle esportazioni petrolifere degli Emirati Arabi Uniti un accesso diretto all’Oceano Indiano. È stato apertamente presentato come un mezzo per garantire la sicurezza energetica bypassando Hormuz e tentando di evitare i militari iraniani. Insieme con la costruzione di questo gasdotto, è stato anche prevista la costruzione di un deposito di petrolio strategico a Fujairah, per mantenere il flusso di petrolio sul mercato internazionale, anche se il Golfo Persico dovesse essere chiuso. [9]
A parte il Petroline (East-West Saudi Pipeline), l’Arabia Saudita guarda anche alle rotte di transito alternative ed esamina i porti nei suoi vicini meridionali nella penisola arabica, l’Oman e lo Yemen. Il porto yemenita di Mukalla, sulle rive del Golfo di Aden è di particolare interesse per Riyadh. Nel 2007, le fonti israeliane riportavano con una certa fanfara, che un progetto di oleodotto era tra le opere che avrebbero collegato i campi petroliferi sauditi di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, a Muscat in Oman, e infine a Mukalla nello Yemen. La riapertura dell’Iraq-Arabia Saudita Pipeline (IPSA), che fu ironicamente costruita da Saddam Hussein per evitare lo Stretto di Hormuz e l’Iran, è stato anch’esso oggetto di discussione dei sauditi con il governo iracheno, a Baghdad.
Se la Siria e il Libano venissero convertiti in clienti di Washington, la defunta Trans-Arabian Pipeline (Tapline) potrebbe anch’essa essere riattivata, insieme ad altri percorsi alternativi che vanno dalla penisola arabica alla costa del Mar Mediterraneo, attraverso il Levante. Cronologicamente, questo rientrerebbe bene anche negli sforzi di Washington per invadere il Libano e la Siria, nel tentativo di isolare l’Iran, prima di ogni possibile resa dei conti con Teheran.
Le esercitazioni navali iraniano Velayat-90, che si estendono in prossimità dell’ingresso del Mar Rosso, al Golfo di Aden, al largo delle acque territoriali dello Yemen, hanno avuto luogo anche nel Golfo di Oman, di fronte alle coste di Oman e alle coste orientali degli Emirati Arabi Uniti. Tra le altre cose, Velayat-90 dovrebbe essere intesa come un segnale che Teheran è pronta ad operare al di fuori del Golfo Persico, e che può anche colpire o bloccare gli oleodotti che tentano di aggirare lo Stretto di Hormuz.
La geografia è ancora una volta dalla parte dell’Iran anche in questo caso. Bypassare lo Stretto di Hormuz non ancora cambia il fatto che la maggior parte dei giacimenti petroliferi, appartenenti a paesi del GCC, si trovano nel Golfo Persico o in prossimità delle sue coste, il che significa che sono tutte situate nelle immediate vicinanze dell’Iran e quindi entro la portata dell’Iran. Come nel caso dell’Hashan-Fujairah Pipeline, gli iraniani possono facilmente disabilitare il flusso di petrolio dal suo punto di origine. Teheran potrebbe lanciare attacchi  missilistici e aerei, o implementare le sue forze terra, mare, aria e anfibie in queste aree. Non ha necessariamente bisogno di bloccare lo stretto di Hormuz, dopo tutto, impedire il flusso di energia è lo scopo principale delle minacce iraniane.

La guerra fredda  irano-statunitense
Washington è all’offensiva contro l’Iran con tutti i mezzi a sua disposizione. Le tensioni sullo Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico sono solo un fronte di una pericolosa guerra fredda regionale multi-fronte tra Teheran e Washington nel Medio Oriente allargato. Dal 2001, il Pentagono sta anche ristrutturando le sue forze militari per guerre non convenzionali, contro nemici come l’Iran. [10] Tuttavia, la geografia ha sempre lavorato contro il Pentagono e gli Stati Uniti non hanno trovato una soluzione al loro dilemma navale nel Golfo Persico. Invece di una guerra convenzionale, Washington ha fatto ricorso a una guerra occulta, economica e diplomatica, contro l’Iran.

Mahdi Darius Nazemroaya è un sociologo e un autore pluripremiato. È ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG), Montreal. È specializzato sul Medio Oriente e l’Asia centrale. E’ stato collaboratore e ospite sul più vasto Medio Oriente in numerosi programmi e reti internazionali come al-Jazeera, Press TV e Russia Today. Nazemroaya è stato anche testimone della “primavera araba” in azione nel Nord Africa. Mentre era in Libia durante la campagna di bombardamenti della NATO, ha relazionato da Tripoli per diversi media. Ha inviato dispacci dai punti chiave della Libia per Global Research ed è stato inviato speciale per il programma investigativo della Pacifica Flashpoints, trasmesso da Berkeley, California. I suoi scritti sono stati pubblicati in oltre dieci lingue. Scrive anche per Strategic Culture Foundation (SCF) a Mosca, Russia.

Note
[1] Fars News Agency, “Foreign Warships Will Need Iran’ s Permission to Pass through Strait of Hormuz”, 4 gennaio 2011.
[2] Fars News Agency, “Iran Warns US against Sending Back Aircraft Carrier to Persian Gulf”, 4 gennaio 2011.
[3] Parisa Hafezi, “Iran threatens US Navy as sanctions hit economy”, 4 gennaio 2012.
[4] Fariborz Haghshenass, “Iran’s Asymmetric Naval Warfare”, Policy Focus , no.87 (Washington, DC: Washington Institute for Near Eastern Policy, settembre 2010).
[5] Julian Borger, “Wake-up call”, The Guardian, 6 settembre 2002.
[6] Neil R. McCown, Developing Intuitive Decision-Making In Modern Military Leadership (Newport, RI: Naval War College, 27 ottobre 2010), p. 9.
[7] Sean D. Naylor, “War games rigged? General says Millennium Challenge ’02 ‘was almost entirely scripted’” Army Times, 6 aprile 2002.
[8] Himendra Mohan Kumar, “Fujairah poised to be become oil export hub”, Gulf News, 12 giugno 2011.
[9] Ibidem.
[10] John Arquilla, “The New Rules of War”, Foreign Policy , 178 (marzo-aprile 2010): pp.60-67.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le Ardenne Atlantiste

Con il siluramento di Berlusconi, si stringe il cerchio avviato lo scorso dicembre, quando esplosero le rivolte in Tunisia. Infatti, dopo il rovesciamento dei governi di Tunisia ed Egitto, e la distruzione della Jamahiryia Libica; eventi meno o più direttamente sponsorizzati, se non guidati, dall’asse atlantista Washongton-Londra e dalle sue propaggini parigino-berlinesi, il Mediterraneo, oggetto di questi sconvolgimenti, vede i medesimi sconvolgimenti, avviati con modalità diverse, sulle sue rive settentrionali. Italia, Grecia, Spagna e Portogallo sono i bersagli delle manovre atlantiste, ideate e attuate direttamente dai circoli rodhesiani-rockefelleriani, tramite i loro uomini Luka Papademos e Mario Monti, esponenti della Trilateral Commission.
La Trilateral è una emanazione del Council of Foreign Relations, che ha soprattutto lo scopo di rendere partecipi, tramite una illusoria parità di facciata, esponenti politico-strategici delle potenze occidentali non-anglosassoni associate, (sottolineo associate), all’asse privilegiato anglo-americano di Londra-Washington, che a sua volta mantiene il pieno controllo della strategia di fondo dell’entità atlantista. La Trilateral, difatti, venne istituita da Brzezinsky, su ordine di Kissinger e dei fratelli Rockefeller, nel 1973, nel pieno della crisi di leadership degli USA. Serviva, in quel momento, ammettere all’anticamera della stanza dei bottoni, quelle potenze occidentaliste riemerse dal secondo dopoguerra: Germania, Giappone e Francia. La superpotenza di Washington, era screditata dall’imminente sconfitta in Vietnam, mentre l’impero di Londra era oramai l’ombra di se stessa, che in quegli anni poteva festeggiare la sua ultima vittoria coloniale contro il movimento di liberazione del Dhofar, nell’est dell’Oman. Ben magra figura se raffrontata alle spaventose imprese imperialiste inglesi in India e in Sudan, nel XIX secolo.
Perciò, per rafforzare il fronte imperialista, e prossimamente mondialista, il ‘general intellect‘ anglosassone doveva appoggiarsi sul Giappone e l’Europa del MEC. Necessitavano le risorse finanziarie e industriali, diplomatiche e politiche di questi partner di minoranza, per poter guadare gli gli anni ’70, il decennio delle socialdemocrazie, e così approdare negli anni ’80 del tathcerismo e del reaganismo, il decennio del rilancio imperialista anglostatunitense, eppoi negli anni ’90 della mondializzazione-globalizzazione interpretati come avvio dell’imposizione del Nuovo Ordine Mondiale atlantista.
La svolta del 2001, con l’ascesa della Cina popolare, il risveglio della Russia, il rinascente sogno bolivariano, e l’azzardo fallimentare dei giovani turchi di Leo Strauss, i neocon, ha bloccato in sostanza questo grandioso disegno: l”Assalto al Mondo‘ da parte dei devoti a Cecil Rodhes e a James Monroe. Perduta la partita iracheno-afgana da parte degli apprendisti stregoni straussiani, la carta taroccata di Barack Obama, ha permesso ai vecchissimi Kissinger, Rockefeller e Brzezinsky di dettare nuovamente i fondamenti della strategia atlantista del XXI secolo.
Integrati da parvenu di diversa estrazione; che si tratti del miliardario-genocida George Soros, dell’insignificante piatta burocrate Angela Merkel, del nullismo dei nipponici, delle bizzarrie deliranti di Nicholas Sarkozy, della coorte di insulsi e ignoranti burocratelli europeisti, dell’avventurismo pedestre delle ridicole, ma sanguinarie, petromonarchie arabe che, nonostante le lauree in ‘financial management’ comprate nei bazaar di Yale, Harvard e Oxford, vedono l’occasione tribale di regolare i conti definitivamente con il nasseriasmo e baasismo, i succitati vecchiacci riescono a montare e sospingere il loro programma per risuscitare e imporre il ‘loro Ordine Mondiale’.
Ma il 2011-2012, non è il 1989-1991. Gli effetti dirompenti della caduta del ‘Muro di Berlino’ sono svaniti già il giorno dopo quella caduta. Da allora è stato un crescendo del decrescente potere di attrazione ideologico-culturale del modello hollywoodiano proposto dall’occidente al resto del mondo. Dalle rivoluzioni colorate in Eurasia, ai golpe ‘democratici’ in America Latina, alla primavera artificiale araba, passando per l’apoteosi di Hollywood, la ‘Guerra al Terrorismo’, si è assistito, in realtà, all’erosione del preteso ‘Secolo Americano’, e dell’annessa ‘supremazia’ dell’occidente. Il modello proposto dall’asse atlantista si è usurato irrimediabilmente: La caduta del Muro di Berlino ha offerto ai popoli dell’Europa Orientale, al meglio la corruttela ignobile di Bruxelles, al peggio, la guerra civile. In mezzo, il ‘Full Spectrum’ degli orrori politici: annessione territoriale, frantumazione territoriale, occupazione sempre territoriale, dissoluzione economica, dissoluzione sociale, colonizzazione ideologico-culturale, mafie, povertà, sbarco dei piccolissimi ‘imprenditori’ del triveneto in Romania e Albania, emigrazione, depopolamento, ecc.
Le rivoluzioni colorate in Eurasia, hanno offerto più o meno le stesse cosa, senza però le bustarelle di Bruxelles, se non quelle del NED date ai pochi privilegiati ‘indignados’ del momento, addestrati dal Pentagono a fare ‘Resistenza Civile’ nelle loro patrie d’origine.
La ‘Primavera Araba’ ha provocato più morti del solito; una guerra coloniale in Libia, giusto per festeggiare il centenario dell’invasione italiana; una semidittatura militare in Egitto; un governo anglo-islamista in Tunisia (dove ha votato meno della metà degli elettori), gravi minacce alla Siria, una Palestina ancora nel limbo, come lo è dal 1947; il trionfo delle monarchie assolutiste e del settarismo  tribal-religioso, proprio come ai bei tempi del protettorato britannico sulla Costa dei Pirati. Per il resto, neanche le mance del NED ai trogloditi ripuliti e ammaestrati di Bengasi e di Hama: i miliardi della Jamahiriya serviranno ad alimentare per qualche giorno le banche-zombie anglostatunitensi, prima che si gettino a corpo morto sui ‘Maiali d’Europa’.
Ma prima della ‘grande abbuffata’, a cui si dedicheranno i soloni occidentalisti della democrazia a senso unico e dei diritti umani mondializzanti, è stato necessario sgomberare la tavolata: liquidare i possibili invitati sgraditi: Strauss-Khan e Berlusconi, ad esempio, resi poco gradevoli più che per la loro satiriasi, per le loro intenzioni poco eterodosse: una moneta internazionale d’oro, nel primo caso; una forma di azzardo internazionale autonomista nel secondo. Fatti rapidamente rientrare, al prezzo di una prostituta nera in una caso; di più prostituti realmente ‘rosso-bruni’ nel secondo.
L’asse energetico formatosi tra Mosca-Anakara-Roma-Tripoli, a metà degli anni 2000, aveva realmente suscitato patemi d’animo a Londra-Washington; i vacchiacci di sopra ci hanno impiegato qualche anno, ma hanno ottenuto dei successi, sebbene parziali: Gheddafi assassinato, Erdogan comprato e Berlusconi scacciato. Certo, Washington ha dovuto compiere una ritirata strategica di non poco conto. Le forze le si sono usurate nelle trincee di Baghdad e Kabul.
I vertici rodhesiano-rockefelleriani, per poter spostare le residuali forze in Africa-Medioriente, hanno dovuto contrattare la ritirata, graduale, ma inesorabile, dall’Eurasia. Nell’arco di qualche anno, l’Afghanistan sarà competenza esclusiva del Patto di Shanghai e l’Iraq sarà materia esclusiva di Tehran. È in tale ottica devono essere inquadrati, sia la dinamizzazione dei rapporti intraesurasiatici, con Pakistan e India che muovono dei passi concreti per riavvicinarsi e risolvere, almeno in parte, i contenziosi in sospeso; sia la marcia di avvicinamento di Tehran verso Mosca, Beijing e Islamabad. Comprendendo che l’Iraq assorbirà in futuro, l’attenzione diplomatica dell’Iran, Ahmadinehjad consolida le retrovie stringendo e completando i rapporti iraniani con le potenze eurasiatiche. Da ciò nasce, almeno in parte, sia l’attivismo anti-siriano di Ankara, che non vuole vedere la Siria orbitare intorno a Tehran, facendone una potenza regionale di tutto rispetto e, quindi,  sottraendole il ruolo di primadonna geopolitica regionale in Medioriente, che si è conquistato a Cairo, Gaza e Misurata; e sia l’impotente digrignare dei denti di Obama-Clinton, volto essenzialmente a spaventare gli iraniani, ammonire russi e cinesi, convincere i turchi e blandire gli esasperati israeliani, oramai totalmente esclusi dai giochi mediorientali. (A parte l’apertura di una sinagoga a Tripoli, da qualcuno vissuto come il trionfo del sionismo…)
Bisogna riconoscere la pugnace lotta per la sopravvivenza dell’impero intrapresa dai vecchiacci rodhesiani-rockfelleriani del CFR, e dai loro camerieri della Trilateral. Ma nonostante ciò, i confini dell’impero si riducono:
in America Latina, Washington può congratularsi dell’assassinio del comandante delle FARC-EP, Alfonso Cano, in Colombia e felicitarsi delle stragi continue nel martoriato Messico; ma al di fuori di queste ultime ridotte coloniali, Washington non ha nulla di che ridere.
In Eurasia, come detto, è già avviato il processo di ritirata ordinata delle truppe imperiali. Qui la partita volge al termine, l’impero atlantista non ha risorse infinite, e quelle sopravvissute alle fornaci iracheno-afgane devono essere utilizzate sul fronte africano.
In Medioriente, nonostante gli apparenti successi, la Libia è ancora una incognita, l’Egitto semmai sarà orientato verso la Turchia, la Siria è tutt’altro un caso chiuso, le petromonarchie per ora sembrano in salute, ma si può escludere un effetto boomerang nelle rispettive società che covano contraddizioni sempre più acute? E tutto ciò mentre Israele si rimpicciolisce, l’Iran s’ingrandisce nel quadro geopolitico mediorientale.
Africa, qui si combatte di già la battaglia per la sopravvivenza dell’asse atlantista: devono essere sottratte quelle risorse, che Gheddafi avrebbe usato per risollevare le sorti africane, e che ora, assassinato il leader dell’Africa (ennesimo assassinio di stampo colonial-democratico), necessarie a mantenere a galla il vecchio sogno mondialista londinese-washingtoniano. L’assalto contro l’ombra della Somalia, da parte degli ascari kenioti, assistiti dagli statunitensi e dai loro nuovi scherani, i francesi, è solo l’ennesimo passo pragmatico e realista di questi ‘Chickenhawk’, falchi-galline, che mentre abbaiano contro l’Iran, azzannano chi sanno essere inerme. Dopo il caso afgano, iracheno e libico, la cosa dovrebbe essere lampante.
L’Europa, tutt’altro che unita, mostra il suo eterno volto romantico: dalla Francia di Napoleone, alla Germania guglielmina (e lo era anche il Terzo Reich), il gioco permane: il forte attacca e aggredisce il debole, perché gli interessi nazionali (sottolineo nazionali), vengono sempre e comunque prima di qualsiasi illusione europeista, così interessatamente alimentata dalle logge e da Washington. Ora, dopo la primavera araba, arriva l’autunno dei ‘maiali europei’, che per vent’anni non hanno fatto altro che prepararsi alla macellazione sociale, che sarà perpetrata dagli scherani della Trilateral. La cosa dovrà essere rapida  e dolorosa, poiché, come visto sopra, questi stati euro-mediterranei si erano avvicinati troppo alle potenze eurasiatiche, e i vecchiacci atlantisti e i loro orridi gnomi bancariocratici devono agire, prima che una tale eventualità possa ripresentarsi nuovamente; magari sottoforma dei re magi Jintao, Valdimir e Recep che portano in dono ai popoli europei oro, energia e trattati.
Infine gli USA stessi. Qui c’è una sconfitta epocale, gigantesca, che sfugge all’attenzione di tutti, sebbene sia sotto gli occhi di tutti. I vecchiacci che dettano la politica imperialista dell’asse atlantico, i rodhesiano-rockeffelleriani sono, appunti, dei vecchi… sfiorano i novantanni di vita, e sono sempre lì. Ed è una sconfitta. Dopo decenni passati a dirigere, scrivere, spiegare, ideare e pontificare, si ritrovano sempre loro. La gerontocrazia non è cosa solo italiana. Vecchi zitelli senza eredi, si ritrovano con dei seguaci, studenti, figli che si sono dimostrati delle nullità, se non dei fallimenti. Obama, Clinton, Rice, Albright, i neocon e la lobby sionista non sono null’altro che il plastico riflesso umano della decadenza dell’imperialismo atlantista.
L’aggressione atlantista contro la Libia, la Somalia e l’Italia, ricordano l’ultimo sussulto militare del Terzo Reich, quando nel dicembre del 1944, Berlino scatenò una potente offensiva nelle Ardenne, in Belgio, col solo scopo di ritardare l’inevitabile fine di un sogno imperiale.

 

Alessandro Lattanzio, 12/11/2011
SitoAurora

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