Siria: conflitto USA-Russia ed ecatombe di agenti dei servizi segreti

Sami Kleib, Global Research, 10 novembre 2012
Articolo tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

Dall’inizio della cosiddetta “Primavera araba” numerosi ufficiali dei servizi segreti nella regione sono stati allontanati o abbattuti. Da cui sorge una fastidiosa domanda: scherzo del destino e delle coincidenze, o segnali di una lotta segreta in preparazione di nuove linee nella politica internazionale in Medio Oriente?
Ieri (6 novembre), il principe Mohammed bin Nayef è stato nominato ministro degli interni dell’Arabia Saudita, a seguito di significativi mutamenti nei servizi segreti guidati dal principe saudita Bandar bin Sultan. Ciò accade nel contesto di una serie di attentati nel regno, alcuni dei quali tenuti segreti o nascosti per evitare sospetti. Le tendenze del principe Mohammed bin Nayef in fatto di sicurezza sono ben note. Egli stesso è stato obiettivo di un attentato degli estremisti islamici. Ma non si sa granché di quello che si ci aspetta nel prossimo passo, se non che vi è un forte calo nel dominare il vento del cambiamento che soffiava in tutto il regno, nel tentativo di placare la situazione, perché il risentimento non è limitato alla sola regione orientale del paese. In particolare, la cattiva salute di re Abdullah e l’assenza di due principi influenti, Sultan e Nayef, aggravano una situazione sempre più tesa.
In Libano, il generale Wissam al-Hassan è stato liquidato ed è assolutamente impossibile escludere che tale liquidazione non sia correlata all’asse che collega l’Arabia Saudita a Libano, Giordania, Stati Uniti e alcune capitali dell’Occidente e dei paesi del Golfo. Tale sospetto è condiviso da molti osservatori, secondo cui Wissam al-Hassan era direttamente coinvolto non solo nel conflitto che consuma la Siria, ma anche in conflitti internazionali e regionali. Questo omicidio è stato preceduto dalla morte del capo dei servizi segreti e vicepresidente egiziano Omar Suleiman [1], dall’assassinio del Viceministro della Difesa e dei funzionari della sicurezza in Siria [attentato a Damasco del 18 Luglio 2012. NdT], seguito dall’accantonamento di Ali Mamlouk, capo della sicurezza nazionale siriana, sospettato di aver complottato nel caso di Michel Samaha in Libano, mentre il vicedirettore dei servizi segreti turco Hakan Fidan è stato assassinato a sua volta, e Mohammed al-Zahabi, ex capo dei servizi segreti giordani, è stato arrestato per corruzione finanziaria.
E’ difficile capire cosa stia succedendo, senza collegare questi eventi ai dossier principali su Iran, Siria, movimenti salafiti, e concorrenza politica ed economica tra Russia e Stati Uniti. Il conflitto tra le varie coalizioni regionali e internazionali è al suo apice. L’Occidente, l’Arabia Saudita, il Qatar e altri Paesi del Golfo Persico hanno sostanzialmente sostenuto alcuni partiti dell’opposizione siriana. Solo per il Qatar, stiamo parlando di circa 11 miliardi di dollari. Il numero di insorti armati e le tonnellate di armi inviati in Siria hanno raggiunto un livello che impedisce alla Russia di raccogliere i frutti del suo sostegno al governo del presidente Bashar al-Assad, ma che comunque non bastano a rovesciarlo.
Nel frattempo, diversi ministri russi, come quelli della Difesa e degli Affari Esteri, non esitano a dichiarare ad alta voce il loro sostegno alle autorità siriane e il loro rifiuto ad abbandonare il presidente al-Assad. Mosca diventa una sorta di scudo per il governo siriano. Accusa l’Occidente, critica l’opposizione e ripete instancabilmente che c’è una soluzione mediante i negoziati, in cui il presidente siriano deve partecipare. Infine, è riuscita a contrastare i piani dell’Occidente per  modificare il potere in Siria.
Washington, approfittando della crisi siriana, ha inasprito l’escalation aggressiva contro l’Iran. Ha  adottato tutte le sanzioni contro di esso, strangolato l’economia e ha contribuito con alcuni dei suoi alleati a esacerbare il fanatismo settario contro questo paese e Hezbollah allo stesso tempo. Ma il signor Obama è arrivato a fine mandato senza scacciare il Presidente siriano, che invoca da più di un anno e mezzo. Al-Assad è ancora al suo posto e l’esercito siriano combatte da quasi due anni. D’altra parte, la stessa coalizione anti-siriana è riuscita a raggiungere il suo obiettivo di compromettere la Turchia nella sua guerra contro la Siria, che ha risposto lasciando che gli scontri  raggiungessero i suoi confini, e anche il suo centro, attraverso curdi, alawiti e la provincia di Hatay.
Le possibilità di intesa tra i paesi del Golfo e le autorità siriane sono ridotte a nulla. Si dice che l’emiro del Qatar abbia visitato Gaza per ristabilire la sua popolarità tra gli arabi, tramite la causa palestinese, dopo averne perso parecchia nei “paesi della primavera araba”. Ma si è anche detto che questa visita dovrebbe servire da copertura per la preparazione di una successiva operazione, politica o militare, contro la Siria. L’operazione potrebbe iniziare a nord, con la creazione di una zona cuscinetto aumentando l’armamento dell’opposizione e formando un governo in esilio. Inoltre, l’emiro del Qatar aveva promesso ai suoi alleati occidentali di calmare l’ardore del presidente palestinese Mahmoud Abbas riguardo al riconoscimento di uno Stato palestinese da parte delle Nazioni Unite.
Dal lato opposto, l’Iran, la Siria e la Russia, in larga misura, sono riusciti ad attirare l’Iraq nel loro campo. Preoccupazioni, esterne e interne, sono sufficienti a trascinare la Giordania ad una neutralità minima, mentre il Libano subisce l’impatto della guerra contro la Siria e può solo pagare un prezzo più alto, se la guerra continua. Al culmine dei tentativi per soffocare l’economia iraniana, e la Siria con le armi, tre paesi vedono la loro sicurezza interna minacciata: Arabia Saudita, Bahrain e Turchia. La situazione politica in Giordania pone dei problemi. Il tono torna a salire negli Emirati Arabi Uniti, con il capo della polizia di Dubai che accusa i Fratelli musulmani[2], mentre molti responsabili nei paesi del Golfo invitano a ulteriori precauzioni contro di loro, e altri sono preoccupati per l’espansione iraniana in Yemen e ai confini dell’Arabia Saudita.
Pertanto, è probabile che abbiamo assistito ad una guerra tra i vari servizi segreti, ma è certo che la regione è sull’orlo della guerra. Nessuno osa premere il grilletto per primo, ma la situazione è intollerabile. E’ difficile immaginare che l’Iran rimanga in silenzio quando è economicamente asfittico. E’ ancora più difficile immaginare che la Siria rimanga pigramente in attesa dell’arrivo di missili antiaerei nelle mani dei ribelli che dilagano in tutto il paese. Senza contare che l’Occidente ha cominciato a preoccuparsi seriamente dei suoi interessi e di quelli d’Israele, davanti all’espansione del movimento salafita jihadista dall’Iraq alla Siria attraverso la Giordania e il Libano settentrionale, e nel Sinai egiziano! E’ quindi necessaria una guerra o un accordo. Entrambi sono più che mai possibili, tanto più che gli Stati Uniti hanno rieletto il presidente. Nessuno può permettersi di fallire in questa battaglia delle coalizioni, poiché chi perderà, perderà tutto!

Sami Kleib, giornalista libanese di nazionalità francese, laureato in Comunicazione, Filosofia del Linguaggio e Linguaggio politico, è stato direttore dell’Ufficio di Parigi del quotidiano libanese as-Safir, e redattore del Journal of RMC-Moyen Orient. Responsabile del programma “Visita speciale” su al-Jazeera, ha dato le dimissioni in segno di protesta contro l’orientamento politico della rete TV.

Vedasi anche:
[1] 19 Juillet 2012, le jour où la CIA s’est moquée de nous et du monde
[2] La Syrie se renforce… le Liban s’affaiblit!

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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