La crisi in Ucraina e le sue profonde radici

Gennadij Zjuganov PCFR 5 settembre 2014

00-hands-off-novorossiya-and-zyuganov-22-08-14Oggi, la guerra infuria nei territori delle repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk. Per la prima volta dalla liberazione dell’Ucraina dai nazisti, 70 anni fa, città e villaggi vengono bombardati. Migliaia di morti e feriti e decine di migliaia di profughi, interi quartieri, orfanotrofi e scuole, ambulatori e ospedali, impianti di produzione dell’energia e di approvvigionamento idrico sono stati distrutti. Numerose città, dove centinaia di migliaia di persone vivono, sono strangolate dal blocco. I banderisti al potere, i loro mandati occidentali e gli yes-men liberali russi tacciono apertamente sui crimini di guerra commessi in Novorossija. Questo perché la continua distruzione di città e villaggi è la diretta violazione di norme e consuetudini di guerra internazionali. Le convenzioni di Ginevra del 1949 vietano specificamente l’uso di artiglieria e aerei da combattimento contro aree popolate ed indifese. Nel frattempo, la junta che ha preso il potere con un colpo di Stato a Kiev, persegue la strategia più vile e codarda con i suoi squadroni della morte sempre perdenti nei combattimenti diretti con le Forze di Auto-Difesa di Novorossija. Forze ed eserciti privati degli oligarchi distruggono deliberatamente la popolazione civile. Questa è pulizia etnica. La popolazione di lingua russa viene scacciata dalla patria storica, è un grave crimine contro l’umanità.

Le radici storiche dei recenti sviluppi
L’attenzione della Russia agli sviluppi ucraini e l’angoscia che sentiamo in connessione con la guerra sono ovvi. L’Ucraina non è solo parte del mondo slavo. La terra ucraina e il suo popolo sono parte integrante della coscienza russa, della storia russa. Soprattutto il profondo legame spirituale e culturale tra i nostri popoli, la reciproca inalienabilità storica. Quando si tenta di metterci ai ferri corti per gli interessi occidentali, v’è una lacerazione che provoca profonde ferite alla società russa e ai cittadini ucraini, anche a coloro confusi dalla propaganda anti-russa. Perché solo con l’alleanza con la Russia l’Ucraina può raggiungere le vette della prosperità che molte persone, in Ucraina, considerano possibili solo in alleanza con l’Europa. Un’alleanza che ha sempre portato guai. E’ sempre stato così. Dal 12° al 14° secolo quando la Chermnaya (Rossa) Rus, presso Lvov si scisse dal nucleo storico della Russia e fu fatta a pezzi dai suoi vicini occidentali, e nel 16° e 17° secolo, quando la nobiltà polacca cercò di spazzare via dal suolo ucraino, con il fuoco e la spada, lo spirito di libertà e il cristianesimo ortodosso insieme alla memoria della grande unità di tutta la Russia. E’ successo anche nel 18° secolo, quando un manipolo di traditori riunitisi intorno a Mazepa (cui Pietro il Grande sul serio intendeva assegnare la “Medaglia di Giuda”, una pietra da indossare come ricompensa per il tradimento). All’inizio del 20° secolo, durante la guerra civile, i samostijtsij locali (separatisti ucraini) invocarono le baionette tedesche. Tutto ciò fece della terra ucraina scena di battaglie cruenti. Il salvataggio avvenne solo con l’aiuto della Russia. Gli attuali formidabili sviluppi confermano l’affermazione di Lenin che un’Ucraina libera è possibile solo se i proletari della Grande Russia e dell’Ucraina si uniscono nell’azione, e che ciò è fuori questione senza tale unità. È opportuno ricordare che tutte le principali industrie ad alta tecnologia dell’Ucraina, non solo nelle regioni di Donetsk e Lugansk, ma anche a Kharkov, Dnepropetrovsk, Kiev e altre regioni, sono state costruite nell’epoca sovietica a spese del bilancio dell’Unione, di cui il 70% proveniente dalla Russia, cioè dal popolo russo. Quindi un’alleanza fraterna con il popolo ucraino, al momento di prove terribili, è la nostra causa comune e il nostro dovere comune.
Potrebbe sembrare che la guerra civile sia scoppiata in Ucraina in una notte. Sei mesi fa, il Paese era uno dei tanti Stati dai seri problemi economici e sociali, ma che conservava stabilità politica. Il malcontento del popolo si accumulava. Tuttavia, non vi erano segni di urti violenti prossimi. Ma sarebbe errato presumere che l’esplosione sociale si sia verificata all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno. La leadership russa, è vero, ha risposto a tale minaccia in modo adeguato riportando la Crimea in Russia, in tempo per il 70° anniversario della liberazione della penisola dai nazisti e impedendo, di fatto, un focolaio di una grande guerra. Per capire meglio le origini della tragedia ucraina, è necessario vederne le radici storiche per comprendere i meccanismi della grave crisi originate nel Paese fratello. E’ necessario vedere i recenti sintomi esterni della sanguinosa guerra fratricida emersa in Ucraina, così come le profonde radici storiche economiche, di classe, etniche, culturali, religiose ed altro, di tali sviluppi. Soltanto un’analisi integrata consentirà la corretta identificazione delle forze motrici nella crisi in Ucraina, la previsione del corso degli eventi e l’elaborazione di strategie e tattiche per la risoluzione di tale terribile conflitto. Per noi comunisti, ciò che accade nella repubblica sorella non è un mero interesse teorico. Non siamo scienziati politici che guardano impassibili gli eventuali sviluppi. Abbiamo l’obbligo di trarre insegnamenti dal grave scontro sociale in cui il Paese vicino è precipitato. E’ quindi necessario analizzare gli eventi in Ucraina, tenendo presente che eventi simili potrebbero anche ripetersi in una forma o nell’altra in Russia. Naturalmente, la nostra attenzione e simpatia si concentra principalmente sulla Novorossija, che emerge nella lotta. Tuttavia, è altrettanto importante capire fonti e forze motrici del lato opposto, il risorgente neo-nazismo. A questo scopo, è necessario analizzare le origini storiche e la formazione del movimento banderista come forma di nazionalismo etnico ucraino nelle sue forme più estreme. E’ necessario capire su quali basi ideologiche il movimento posa e in che modo il nazionalismo assieme alla russofobia sia alimentato in Ucraina, oggi.

Le origini del nazionalismo radicale
E’ fondamentale capire che l’Ucraina, ad eccezione del periodo sovietico, non ha mai avuto una propria statualità e nessun periodo storico identico per tutto il popolo ucraino. Nel corso dei secoli, quando le potenze europee emergevano, l’Ucraina non fu mai uno Stato indipendente, né un’entità unitaria, secondo la struttura di altri Stati. Il moderno territorio ucraino è stato sempre diviso tra diverse potenze europee. A metà del 17° secolo, a seguito dell’unione volontaria con la Russia, la sua metà orientale si trovò sotto l’ala della Russia, la cui storica Malorossija o piccola Russia iniziò a prendere forma, mentre i territori ucraini occidentali erano sotto il dominio della Polonia e poi dell’Austro-Ungheria. La politica della Polonia verso la popolazione ucraina era estremamente crudele, spesso sadica. Gli ucraini occidentali, come popolazione dello Stato polacco, erano cittadini di seconda classe. Questa fu la ragione principale per cui il nazionalismo ucraino radicale emerse in Ucraina occidentale; similmente alle idee esclusiviste razziali sancite nel “Terzo Reich”. Gli allora i banderisti non solo ebbero un’alleanza strategica con gli occupanti tedeschi, ma parteciparono attivamente alle loro azioni punitive, anche contro la popolazione ucraina. Attuarono gli stessi metodi in Ucraina occidentale dopo la guerra, clandestinamente. Non solo più di 25mila soldati sovietici ed agenti di sicurezza, ma anche più di 30mila ucraini inermi furono uccisi nelle battaglie con i seguaci di Bandera fino alla metà degli anni ’50. Questi scontri ebbero un costo elevato per i banderisti: persero più di 60 mila uomini nel corso degli anni. Il nazionalismo banderista non s’è evoluto nell’idea di liberazione nazionale, ma in una setta totalitaria di fanatici impazziti che uccisero soprattutto ucraini. Caratteristiche da setta totalitaria analoghe sono inerenti alla chiesa uniate ucraino-occidentale, formalmente in comunione con Roma. In connessione vi sono i banderisti che non vogliono prendere in considerazione il fatto che la stragrande maggioranza degli ucraini ha abbracciato il cristianesimo ortodosso orientale. L’ideologia uniate (di rito cattolico orientale) ha in realtà assai poco a che fare con il cattolicesimo. Si tratta piuttosto di una forma estrema di protestantesimo settario mescolato con il battismo. Non sono accidentali le relazioni con i settari ai vertici di Kiev, il battista Turchinov e lo scientologo Jatsenjuk.
Ogni vittoria degli estremisti nazionalisti istintuali ha portato ad una profonda crisi di governo, la cui società è sempre più consapevolmente ostile reagendo con grevi manifestazioni radicali. L’unico modo per le forze al potere di restare a galla è l’alleanza con il nazionalismo radicale, grazie a cui gli ex-capi potranno mantenere i loro posti sotto nuove bandiere. Le nuove “élite” nate dalle precedenti, usano i banderisti come “carne da cannone” per ingannare, ancora una volta, milioni di persone, dopo essersi arroccati nei circoli interni del potere. Quindi, gli oligarchi non solo restano ma rafforzano le loro posizioni. Ora adotteranno le stesse o peggiori politiche economiche sotto le bandiere banderiste, con la grave tutela occidentale, in un “patto con il diavolo” contro Mosca, che non allevierà i problemi dell’Ucraina ma certamente li aggraverà. Un approccio scientifico imparziale porta alla conclusione che i politici occidentali e i governanti di Kiev attuali, cercando di tagliare i legami secolari con la Russia, vogliono evitare in ogni modo. Questa conclusione è che il popolo dell’Ucraina centrale ed orientale è difatti legato alla Russia in modo assai più forte che con l’Ucraina occidentale. Qualsiasi tentativo di portare l’Ucraina in una direzione pro-occidentale e anti-russa è diretta non solo contro la Russia, ma contro la maggioranza del popolo ucraino, essendo intrinsecamente azioni anti-ucraine ed anti-nazionali ammantate di demagogia nazionalista. Oggettivamente è proprio così, anche se non tutti i residenti delle regioni centrali e occidentali dell’Ucraina ne sono ancora consapevoli. La storia del movimento banderista ha già rivelato il tragico paradosso, oggi giocato dai nuovi banderisti al potere. Mentre presuntamente difendono gli interessi del popolo ucraino, costoro violano gli interessi della maggioranze degli ucraini, interessi che non possono essere rispettati senza gli stretti legami con la Russia; ciò che i banderisti non volevano capire e che l’attuale “élite” dell’Ucraina, sotto l’egida di Washington, non vuole sentir parlare.

Il nazionalismo banderista come manifestazione di russofobia estrema
La scelta dei nazionalisti radicali ucraini a favore della lotta all'”occupazione sovietica” non era né colpa loro, né forzata, né una mossa tattica temporanea. Era naturale ed inevitabile, e per i nazionalisti ucraini rimane ancora tale oggi. Per loro, l’unica scelta possibile è a favore di un’alleanza anti-russa con chiunque, anche il peggior nemico dell’Ucraina. Senza una tale unione innaturale nessuna Ucraina “indipendente” è possibile senza la Russia. Certo, in passato si sono avuti squilibri politici e culturali nelle azioni delle autorità centrali della Russia nei territori ucraini, nell’ambito dell’Impero russo. Ma la lingua e la vicinanza culturale dei nostri popoli, la somiglianza di pensiero, tradizioni e costumi hanno mitigato il problema. E’ impossibile descrivere quel periodo storico come occupazione dell’Ucraina. Le descrizioni di tale genere si basano sull’ignoranza e vile speculazione. E’ giusto parlare di storia comune secolare tra Russia ed Ucraina orientale e centrale, e, in conseguenza alla nostra unione, una nazione politica uniforme fu creata. Ma Bandera e i suoi seguaci trasferirono il loro odio per gli ex-oppressori al regime sovietico, quando si affermò in Ucraina occidentale. Non volevano vedere che i principi del governo sovietico non avevano nulla a che fare con l’ordine coloniale imposto dai pan polacchi. Non volevano vedere che la struttura dello Stato sovietico dell’Ucraina orientale e centrale aveva più indipendenza di fatto che nell’impero russo, e l’avvento del regime sovietico nell’Ucraina occidentale non fu una sorta di neocolonizzazione ma di liberazione dalla colonizzazione. Ma perché gli ideologi russofobi riescono, ancora oggi, ad ingannare una grossa parte della società? La spiegazione rientra nel fatto che molti ucraini vedono il nazionalismo radicale come panacea dei loro mali, alternativa al loro passato di oppressi e umiliati. Ma i loro problemi ed umiliazioni sono ora associati alla nuova realtà. Non si tratta dell’oltraggiosa violenza polacca degli ultimi secoli, ma della tirannia di oligarchi e gangster capitalisti. Con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, crisi economica e morale permanente s’imposero in Ucraina approfondendo ingiustizia e disuguaglianza sociale, divenendo catalizzatori dei sentimenti nazionalisti radicali schizzati fuori già nel 2004 e nel 2013-2014. Senza tali fattori, sentimenti del genere non avrebbero trovato terreno fertile in Ucraina, così come non l’ebbero nel periodo di massimo splendore del Paese sovietico, nella cui struttura gli interessi degli ucraini venivano attuati nella massima misura. Basti dire che per la maggior parte della seconda metà del XX secolo, l’Unione Sovietica fu guidata da figure strettamente legate all’Ucraina: Nikita S. Khrushjov e Leonid I. Breznev. Tuttavia, i russofobi occidentali, i liberali antisovietici in Russia e i nuovi ideologi del nazionalismo ucraino diffusero la falsa idea che anche se il governo sovietico diede più libertà al popolo ucraino, era ancora solo una forza d’occupazione, l’Ucraina era rimasta sotto il controllo di un impero, questa volta dell’impero sovietico. Di conseguenza, la lotta dei banderisti contro le autorità sovietiche, era sempre la stessa lotta per la liberazione. Oggi, nel tentativo di liberarsi finalmente dell’influenza russa, i nuovi nazionalisti ucraini seguono presumibilmente gli stessi principi della lotta per l’indipendenza e sono guidati dal desiderio di consolidare l’indipendenza nel quadro di una statualità ucraina. La falsità fondamentale di tale tesi è resa evidente dalla storia, ed oggi la storia si ripete. Il fatto è che i nazionalisti radicali non hanno mai agito come forza politica nazionale indipendente. La liberazione dell’Ucraina occidentale dall’oppressione polacca non fu una loro conquista, ma del governo sovietico. La lotta contro di esso dei nazionalisti ucraini portò direttamente all’alleanza con gli occupanti nazisti. Ma non appena l’idea di statualità ucraina si unì all’orientamento verso l’occidente e all’allontanamento dalla Russia, quella sorta di statualità si rivelava una finzione e l’unità traballante generò disordini. La ragione di ciò è che l’Ucraina aveva poca esperienza come Stato indipendente. Al giorno d’oggi, non può semplicemente esistere al di fuori della zona di influenza di Stati più potenti. Nel frattempo, con l’alleanza anti-russa con i nemici assoluti dell’Ucraina, che possono nascondere le loro vere intenzioni ostili solo per un breve periodo, il popolo ucraino non ha alcuna possibilità di una vera indipendenza. “Il movimento nazionale” in Ucraina è su un sentiero che non conduce a nessuna liberazione, ma in direzione opposta, su una via antinazionale. Ciò è compreso da milioni di ucraini, molti dei quali sono in armi contro il neobandersimo. La loro lotta è un vero e proprio movimento nazionale di resistenza perché hanno detto un deciso “no” all’intenzione di rompere i legami secolari con la Russia, con il popolo russo. In risposta sono stati bombardati con aerei e artiglieria, nei quartieri residenziali. I banderisti agiscono allo stesso modo del periodo 1930-1950 contro gli ucraini consapevoli della natura distruttiva del loro “nazionalismo”. Coloro che sono mossi da una idea veramente nazionale e veramente attenta al popolo, non possono far ciò ai loro compatrioti.

Le cause immediate del colpo di Stato in Ucraina
Lo spartiacque che divide la storia contemporanea dell’Ucraina si ebbe con la decisione del Presidente Janukovich lo scorso autunno, di rinunciare all’associazione all’Unione europea e puntare all’unione doganale con la Russia e altri Paesi. La decisione era abbastanza giustificata dal punto di vista economico. I negoziatori russi con la parte ucraina sostennero per molti mesi, senza riuscire a convincerla, che l’unità con l’occidente portava alla rovina totale dell’economia ucraina, ancora strettamente legata all’economia russa. Tuttavia, i circoli dominanti a Kiev vollero aggregarsi al corso ideologico puramente filo-occidentale. Fu solo all’ultimo momento, quando la decisione finale doveva essere presa, che la dirigenza ucraina riconobbe le realtà economica annunciando l’intenzione di aderire all’Unione doganale. Da quel momento l’opinione pubblica, grazie agli sforzi di numerose “organizzazioni sociali” e dei media creati dall’occidente e sotto suo controllo, fu portata su una direzione pro-europea. Le persone non ebbero informazioni affidabili sulle inevitabili dure conseguenze di un’adesione di seconda classe all’Unione europea. Ma il sogno della “riunificazione con l’Europa” era stata ficcata nelle teste di intellettuali e gente comune che, con passione e affetto, speravano che l’appartenenza all’UE avrebbe automaticamente dato agli ucraini un livello di benessere europeo. La decisione di aderire all’Unione doganale con la Russia, disprezzata dagli “zapadenskoi”, l’intellighenzia filo-occidentale ucraina, fu percepita da molti in Ucraina come fine dei loro fragili sogni. L’irritazione si riversò per le strade della capitale, cedendo a lungo all’influenza dei rumorosi attivisti dell’Ucraina occidentale. Tuttavia, Maidan, divampata a novembre, appassì gradualmente. A gennaio, due o trecento fanatici e vagabondi erano ancora lì, in gruppi sparsi, avendo trovato un modo di esprimersi e avere un piatto di lenticchie nel centro della capitale. Nel frattempo, una riduzione della passione dell’opposizione non era chiaramente nei piani di coloro che, effettivamente, gestivano gli sviluppi in Ucraina. Politici e agenti dei servizi d’intelligence occidentali gettarono una quantità considerevole di combustibile nel fuoco in dissolvenza del malcontento pubblico, creando una miscela incendiaria di radicalismo sapientemente diretto contro la Russia. Ma sarebbe sbagliato vedere la situazione dalla visuale ristretta risultante solo dalle macchinazioni dei politici occidentali e delle agenzie d’intelligence. Janukovich e il suo team hanno una parte considerevole di colpa per l’incendio. Dopo essere salita al potere, la “squadra”, ovvero la famiglia dell’ex-presidente, cominciò aggressivamente a convertire il potere politico in denaro. L’avidità dei “donetskisti”, come erano soprannominati da molti, non aveva limiti. Un enorme numero di piccole e grandi imprese fu tartassato. Le acquisizioni commerciali divennero un luogo comune. Così il malcontento popolare per la situazione economica in costante peggioramento si fuse con il risentimento tagliente della parte di popolazione molto attiva, le piccole e medie imprese, in connessione con la “grabilovka” (saccheggio) di amici e parenti di Janukovich. Nel frattempo, Janukovich, per scopi tattici diligentemente si presentava come sostenitore del riavvicinamento alla Russia, anche se il suo vero atteggiamento era apertamente filo-occidentale. Nell’opinione pubblica Janukovich fu quindi associato alla Russia. Quindi i toni antirussi di Majdan. Ma abbiamo il diritto morale di condannare il popolo ucraino se in maggioranza è privo della consapevolezza della necessità di rilanciare l’unione fraterna con la Russia? Potremmo avere tale diritto se la Federazione Russa fosse un esempio di Stato sociale, se avesse sradicato oligarchia, corruzione totale e i principi da gangster del capitalismo. Così il popolo ucraino avrebbe resistito senza esitazione sotto le stesse bandiere della Russia, le bandiere che avevano portato alla salvezza, in passato. La miscela esplosiva, che ha portato all’esplosione sociale in Ucraina, include alcuni elementi fondamentali: le legittime rimostranze della maggior parte delle persone per il costante deterioramento delle condizioni finanziarie; risentimento di piccole e medie imprese sulle incursioni della squadra di Janukovich; il desiderio degli “zapadenskoe”, intellettuali ucraino-occidentali, d’inasprire l’opinione pubblica ancora più e gli intrighi dei politici filo-statunitensi e dei servizi segreti che miravano ad approfondire la frattura tra Ucraina e Russia. Nel frattempo, il gruppo dirigente della Russia ha visto e vede ancora l’Ucraina principalmente come territorio su cui far passare i gasdotti. Pertanto, la politica delle autorità della FR si era concentrata quasi esclusivamente nel garantire un flusso regolare di gas all’Europa. I sentimenti pubblici in Ucraina non erano che mero oggetto di interesse e influenza delle “elite” russe, ma furono completamente ignorati come fattore irrilevante sullo sfondo degli intrighi sul gasdotto delle autorità dei due Paesi, per le quali le popolazioni delle repubbliche sorelle hanno successivamente pagato un prezzo pesante.

Il colpo di Stato e le sue conseguenze
I tentativi della dirigenza ucraina di ristabilire l’ordine per le strade della capitale, anche attraverso i negoziati, incontrarono forte resistenza dai combattenti ben addestrati reclutati nelle regioni occidentali. A metà febbraio, la tecnica delle rivoluzioni pseudo-popolari statunitense venne utilizzata a Kiev, con la presa del potere di bande di strada con massiccio supporto estero, testata nei colpi di Stato in Jugoslavia, Georgia, Ucraina (2004) e Libia, così come nella “primavera araba” in numerosi Paesi in Medio Oriente e Nord Africa. Allo stesso tempo, la dirigenza ucraina fu oggetto di pressioni dall’occidente. L’Unione europea minacciava la creazione di una “lista nera” di funzionari, contro cui avrebbe imposto sanzioni. I membri del clan Janukovich pensavano ai conti nelle banche occidentali ed offshore. Ciò rese la dirigenza ucraina particolarmente vulnerabile al ricatto occidentale. La debolezza del capo di Stato provocò la paralisi delle forze dell’ordine e il tradimento della classe politica, che non riusciva ad adempiere ai suoi obblighi costituzionali. Nel frattempo, i rappresentanti dell’opposizione, che si suppone lottassero per la democrazia contro un regime autoritario e per un futuro luminoso per l’Ucraina sotto gli auspici dell’Unione Europea, mostrarono infatti le abitudini dei loro predecessori banderisti fascisti. Manifestanti “pacifici” occuparono edifici governativi e attaccarono le forze di polizia con bottiglie molotov. Il Presidente Janukovich respinse l’azione decisiva e consegnava il potere, passo dopo passo, ai neo-nazisti. Il processo culminò nel colpo di Stato. Scontri con armi da fuoco si ebbero per le strade di Kiev il 18 febbraio. In tre giorni il numero di morti raggiunse le 100 vittime e oltre 600 furono ricoverati in ospedale. Il 23 febbraio, Janukovich fuggì da Kiev. Gli eredi dello scagnozzo nazista Bandera presero il potere e subito lanciarono la repressione contro gli avversari politici e la popolazione russofona. I deputati intimiditi della Verkhovna Rada decidevano l’abrogazione della legge che consente l’uso del russo come seconda lingua di Stato in numerose regioni dell’Ucraina. I pogrom furono avviati contro la sede del Partito Comunista di Ucraina, e il Partito comunista fu vietato in alcune regioni. I parlamentari del Partito comunista e del Partito delle Regioni furono aggrediti assieme ai poliziotti rimasti fedeli al giuramento. I banderisti attaccavano la memoria storica distruggendo i monumenti a Lenin e ai soldati sovietici caduti per la liberazione dell’Ucraina dall’occupazione nazista. Con l’abbattimento dei monumenti a Lenin, i rivoltosi distruggono non solo il patrimonio storico, ma anche i simboli della sovranità ucraina, perché il decreto sulla costituzione della Repubblica ucraina fu firmato da Lenin. L’orgia di distruzione ha portato alla nascita del movimento di resistenza nel sud-est del Paese e, in ultima analisi, alla guerra civile.

10372629La natura di classe del conflitto in Ucraina
La natura intrinseca degli eventi in Ucraina è difficile da capire senza l’analisi dell’allineamento delle forze di classe. Si deve innanzi tutto rilevare che, a seguito della selvaggia privatizzazione distruttiva dell’economia dell’Ucraina, nel 1990 – 2000, e gli interessi degli oligarchi e la deindustrializzazione nell’interesse dei concorrenti occidentali, il proletariato industriale è diminuito drasticamente. Di conseguenza, il livello della sua organizzazione s’è ridotto. Con la distruzione di fattorie collettive e statali il proletariato rurale è stato praticamente debellato. Ciò ha cambiato l’equilibrio delle forze di classe. Tuttavia, le autorità filo-occidentali ucraine non sono riuscite a distruggere completamente la classe operaia, in particolare nelle regioni del sud-est più industrializzate. Non è dunque un caso che la junta banderista sia stata rifiutata nettamente in queste regioni. I proletari industriali di Novorossija sono ben consapevoli del fatto che il taglio dei legami storici con la Russia, a cui sono orientati i prodotti delle loro imprese, inevitabilmente comporta disoccupazione di massa e povertà. Non solo i sentimenti nazionali, ma anche la coscienza di classe di milioni di persone della Novorossija, anche se non espresso in modo rilevante, sono alla base della resistenza all’usurpazione del potere oligarchico. Una caratteristica importante delle azioni rivoluzionarie popolari nel sud-est dell’Ucraina, e in precedenza in Crimea, è che sono dirette contro gli usurpatori neo-fascisti del potere a Kiev, strettamente legati al capitale transnazionale globale, e contro il clan oligarchico di “Donetsk”, che ha imposto la dittatura politica ed economica in queste regioni. Per inciso, la “prima” Majdan (novembre-dicembre 2013) fu in questo senso non tanto contro la Russia ma antioligarchica. Tuttavia, mentre la protesta delle masse non aveva carattere di classe, fu utilizzata nella battaglia dei due clan della borghesia. Tale scontro è stato vinto dal gruppo che aveva riunito le forze filo-occidentali della destra nazionalista ed estrema, sfruttando il malcontento del popolo per il colpo di Stato.
Di solito il grande capitale controlla i Paesi tramite i suoi garzoni, funzionari statali. In Russia nel 1990 gli oligarchi inizialmente dominavano i burocrati. Poi i funzionari governativi ebbero la primazia, ma in seguito la grande burocrazia e l’oligarchia si fusero. In Ucraina anche ci fu la lotta tra due gruppi di classe correlati, burocrazia statale ed oligarchia. E lì, come in Russia, emerse una simbiosi tra questi due gruppi di classi. Ma dopo la rivoluzione del febbraio 2014, gli oligarchi sottomisero i burocrati. Di fronte alla resistenza delle popolazioni di Crimea, Lugansk, Donetsk, Kharkov, Odessa, Dnepropetrovsk e altre città, l’élite al potere a Kiev adotta la dittatura del grande capitale. Gli oligarchi, in precedenza nascostisi all’ombra dei politici della “patria”, di “udar” e delle “regioni” furono nominati governatori in diverse regioni. Poi la malvagia dittatura diretta dell’oligarchia, non più ammantata da un qualche ninnolo “democratico”, regna sovrana in Ucraina. I miliardari Poroshenko, Kolomojskij e simili non hanno solo occupato immediatamente il governo, ma anche creato i loro eserciti privati e forze di polizia segreta impegnate in rapimenti e torture. L’Ucraina diveniva la repubblica delle banane “in guerra intestina”, senza legge e con la completa arbitrarietà di un “presidente” politicamente temporaneo che fa affidamento sugli “squadroni della morte”, così come sul sostegno politico e militare degli Stati Uniti. I popoli dell’America Latina perdono l’etichetta di repubblica delle banane grazie a una lotta continua. Purtroppo, questo tipo di “governo” arriva in Ucraina. Il carattere di classe del nuovo governo in Ucraina è attestato in particolare da I. Kolomojskij, che finanzia, secondo la stampa, il partito pro-fascista antisemita “Svoboda”. Ciò conferma la disponibilità dell’oligarchia globale, come è successo molte volte nella storia europea, a far valere i nazisti più irriducibili nel sopprimere il desiderio del popolo di giustizia sociale. Un ruolo molto attivo fu svolto a Majdan dalla piccola borghesia, particolarmente colpita dagli eccessi del clan Janukovich e dagli elementi lumpen apparsi in grandi quantità in Ucraina a causa dell’impoverimento causato dalle politiche economiche del regime borghese. Ricordiamo che, storicamente, la piccola borghesia e il “lumpen-proletariato” rappresentano la parte più mobile della società. La storia dimostra che, in determinate circostanze, come quelle attuali in Ucraina, la piccola borghesia e gli elementi lumpen possono diventare la chiave del supporto di massa del fascismo. Così fu in Germania negli anni ’30, e così potrebbe accadere in Ucraina oggi. Gli elementi lumpen costituiscono la base dei vari eserciti privati banderisti degli oligarchi.

L’attacco contro i comunisti come segnale della rinascita del nazismo
Il contenuto di classe del governo attuale è confermata dal fatto che il Partito Comunista di Ucraina è stato scelto come primo obiettivo da perseguitare. I comunisti sono stati accusati di partecipare alle proteste nelle regioni sud-orientali. È stato inoltre affermato che la leadership del Partito Comunista era impegnata a screditare l’Ucraina nel Paese e all’estero attraverso i media russi. Su tale base è stato chiesto il bando del Partito comunista quale presunta minaccia alla sicurezza nazionale. Era particolarmente evidente che le accuse di violare la Costituzione provenissero da coloro che avevano preso il potere con il colpo di Stato. Per lo stesso motivo, il governo accusa il Partito Comunista di violazione della normativa vigente, adottando misure illegittime. Non vi è alcun motivo di vietare uno dei più antichi partiti politici in Ucraina. Il programma del Partito comunista non contiene disposizioni volte a violare la sovranità e l’integrità territoriale del Paese. Il Partito Comunista non è coinvolto in alcun tentativo di prendere il potere. Nessuno ha fornito dati su finanziamenti da Paesi stranieri. Il PCU è un partito parlamentare votato da circa tre milioni di elettori. Rappresentanti del partito facevano parte del governo. I suoi membri lavorano nelle associazioni parlamentari internazionali. Quindi, chi tenta di rappresentare il partito comunista come un’organizzazione estremista difficilmente sarà capito dalla comunità mondiale. In realtà, lo scopo degli sforzi per bandire il partito comunista è garantire la soppressione del dissenso in Ucraina, di cui il PCU è l’unica forza politica che ha apertamente dichiarato l’opposizione alla politica di rigida unità del gruppo dirigente attuale. I preparativi per eliminare il Partito Comunista non sono altro che un tentativo di privare i cittadini ucraini del diritto costituzionale della libertà di parola, dimostrazione e riunione. Dietro tali mosse c’è l’intenzione di mettere a tacere tutte le forze politiche e sociali in disaccordo con il corso politico del gruppo dirigente, complicando notevolmente la possibilità di un dialogo ucraino, l’unico modo per uscire dalla crisi e ristabilire pace e armonia. Il divieto di una delle più antiche e influenti organizzazioni politiche in Ucraina può segnare solo un passo verso il rafforzamento del totalitarismo. Il divieto di un partito comunista nella storia d’Europa, ha sempre testimoniato l’avvento del fascismo.

Politica occidentale
Non c’è dubbio che la crisi che ha causato la guerra civile in Ucraina sia stata in gran parte provocata dagli Stati Uniti e dai loro alleati. La politica occidentale nei confronti dell’Ucraina ha avuto il carattere di palese interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano, con l’allora “Maidan-1″ (2004). Tale politica è cambiata, non molto, verso solo una maggiore arroganza. Pochi mesi fa, l’assistente del segretario di Stato degli Stati Uniti Victoria Nuland disse, in un impeto di sincerità o piuttosto desiderosa di mostrare il vero punto di forza dell’influenza degli Stati Uniti, che avevano speso non meno di cinque miliardi di dollari per avere il sostegno interno alle mosse politiche degli USA in Ucraina. Quelle enormi (in qualsiasi misura) somme di denaro costituirono un potente sistema di “organizzazioni sociali” e media “indipendenti”. Secondo alcune stime, il sistema creato dalle autorità statunitensi per manipolare l’opinione pubblica coinvolge circa 150mila persone che, in un modo o nell’altro, ricevono sovvenzioni e indennità occidentali. Non c’è dubbio che la politica aggressiva delle autorità banderiste non solo goda del pieno sostegno degli Stati Uniti. La giunta attuale è uno strumento diretto degli USA, che cerca di spezzare i secolari legami tra i nostri popoli e trascinare l’Ucraina nella loro orbita politico-militare. L’obiettivo principale dei burattinai stranieri non può rendere l’Ucraina democratica e prospera, ma solo derubarle delle risorse naturali: carbone, ferro, gas di scisto scoperto di recente, così come avere il controllo dei suoi mercati. La rivoluzione in Ucraina era vitale per gli Stati Uniti, il cui debito colossale di 17000 miliardi di dollari soffoca i loro leader, rendendo sempre più difficile la ricerca di una via d’uscita dalla situazione economica disastrosa. La leadership degli Stati Uniti vede una via d’uscita con la conquista dei mercati europei o alimentando una guerra, per cui il conflitto in Ucraina può servire da fusibile. E’ chiaro che tale tipo di politica comporterà l’eventuale collasso dell’economia ucraina. Ha già causato quasi un milione di profughi. L’Ucraina cesserà di essere uno Stato amico della Russia e sarà assorbita dalla NATO, portandone le installazioni della difesa missilistica e delle armi di prima colpo assai vicino ai confini della Russia. L’ipocrisia dell’occidente è chiara quando, da un lato con la forza stacca le province serbe del Kosovo e Metohija con l’aggressione diretta e la pulizia etnica dalla Serbia. Dall’altra è cinica non riconoscendo l’espressione della volontà dei cittadini di Crimea e Novorossija di riunirsi alla Russia. Infatti, l’occidente ha ostinatamente ignorato gli misura crimini di guerra commessi dalle bande della junta di Kiev che hanno distrutto città e paesi con l’artiglieria. Secondo le Nazioni Unite, hanno ucciso oltre 2200 civili in Novorossija. In realtà, il numero delle vittime è molto più alto. Ma gli “umanisti” occidentali e i media che controllano cercano ostinatamente di nascondere il disastro umanitario nelle zone una volta prospere. E’ significativo che l’esplosione d’indignazione in occidente per l’incidente del “Boeing” malese con centinaia di passeggeri a bordo, si sia spento rapidamente quando è apparsa la notizia che l’aereo era stato evidentemente abbattuto dalle difese aeree dell’Ucraina. L’inchiesta dell’incidente è stata chiusa con il pretesto del pericolo per la vita degli esperti. Tutto è stato fatto in modo da lasciare indenni i veri colpevoli, che potrebbero trovarsi a Washington e Kiev. La politica estera statunitense è ancora dominata dai cosiddetti neo-conservatori che pur ignorando completamente le nuove realtà del mondo, cercano il dominio globale degli Stati Uniti. Non sono stati fermati dai gravi fallimenti della politica estera statunitense in Iraq e Afghanistan, o in Siria. Nel frattempo, sarebbe sbagliato non notare alcune differenze evidenti nel campo occidentale sulla “questione ucraina”. L’Europa, già nella morsa di una crisi politica ed economica sempre più profonda, assume una posizione assai meno attiva sull’Ucraina rispetto agli Stati Uniti. Inoltre, i politici e uomini d’affari occidentali si oppongono alle sanzioni contro la Russia, sapendo che è un’arma a doppio taglio e che le sanzioni economiche, in particolare, potrebbero avere un impatto assai negativo sull’Europa, che già soffre seriamente. Ci sono persone in Europa che capiscono anche che gli statunitensi non sono contrari a spingere i loro partner e rivali europei in un’altra crisi, come è avvenuto nei Balcani negli anni ’90, indebolendo l’Unione europea e preservando la dipendenza dell’UE dagli USA. Quindi, una politica più realistica dell’Unione europea verso l’Ucraina. D’altra parte, non dobbiamo illuderci e pensare che il conflitto di interessi tra Stati Uniti ed Unione europea si traduca nell’indebolimento delle politiche antirusse occidentali. In definitiva, gli oligarchi mondiali fanno sì che i politici europei rispettino le ambizioni più aggressive degli USA.

Il PCFR e la politica russa
Il colpo di Stato in Ucraina e le successive operazioni contro la popolazione di Novorossija sono gravi segnali per i responsabili della politica estera della Russia, per il nostro governo. Il PCFR a lungo ha sottolineando che le relazioni prioritarie con l’occidente erano a scapito dello sviluppo delle relazioni con i popoli fratelli dell’URSS, contraddicendo gli interessi a lungo termine della Russia. Le politiche della Federazione russa verso l’Ucraina da molti anni erano volte unicamente ad assicurare il transito di gas verso l’Europa. Il Partito Comunista ha ripetutamente messo in guardia il governo sui pericoli di emarginare dalle nostre preoccupazioni in politica estera l’Ucraina e sulla nomina di Zurabov, già ministro fallimentare, ad ambasciatore della Russia. Gli sviluppi in Crimea e Novorossija sono un esempio concreto di come il corso liberale sia disastroso per la Russia. Con il settore pubblico ridotto al 10 per cento, sulla scia della totale privatizzazione, il nostro Paese trova estremamente difficile contrastare le sfide del momento. Il suo potenziale economico, per esempio, è appena sufficiente ad integrare la Crimea. La posizione dominante del capitale privato nel settore finanziario lascia il Paese senza i dovuti fondi quando è necessario mobilitare le risorse. Deve prendere i soldi dai fondi pensione privati e con grandi sforzi formare il pugno armato richiesto nelle attuali circostanze, perché l’esercito è stato quasi paralizzato dai liberali. Quando si sente parlare dei problemi sorti con i traghettamenti per la Crimea nella stagione estiva 2014, è triste ricordare per esempio le potenti unità di costruzione sovietica dell’esercito, quasi completamente cancellate “come inutili” dai liberali al governo. Ma noi comunisti, per anni non solo abbiamo avvertito sui costi che la frattura liberale di tutto ciò comporterebbe, ma abbiamo anche avanzato un programma concreto e multilaterale di misure urgenti per rafforzare la potenza dello Stato. L’indifferenza delle autorità e persino l’ostilità verso le nostre proposte, in gran parte hanno predeterminato i problemi di oggi. Recentemente, la dirigenza federale russa ha preso una posizione molto più coerente sugli interessi nazionali strategici del Paese. Fondando una posizione molto più solida in relazione agli eventi in Siria, dove la Russia non lascia che i Paesi della NATO intervengano e rovescino il governo amico di Bashar al-Assad. Il passo successivo fu l’azione decisiva di Mosca sulla questione della reintegrazione della Crimea in Russia. Il Partito Comunista ha sostenuto tutte queste azioni. Noi crediamo che la netta ripulsa delle sanzioni economiche occidentali sia un segnale importante che la leadership russa continua a seguire il corso del realismo, tutelando gli interessi nazionali del Paese. Naturalmente, sappiamo del contrasto dei liberali che controllano il blocco economico nel governo. Ma le minacce dall’occidente sono così forti ed evidenti che gli alti dirigenti del Paese devono semplicemente seguire il corso che il Partito Comunista ha fortemente suggerito per anni. Ad esempio, le autorità hanno finalmente capito quanto sia pericolosa la situazione in cui il 60% del mercato alimentare russo sia occupato da prodotti importati. E hanno cominciato a dire che la sospensione delle forniture agricole dall’Unione europea potrà beneficiare i produttori nazionali, in quanto solo loro possono alimentare il Paese sotto sanzioni estere.
Partiamo dal fatto che gli sviluppi in Ucraina rappresentano una minaccia oggettiva per la sicurezza della Federazione Russa. Non si può assistere passivamente al modo in cui il regime neo-nazista russofobo ed antisemita si forma con l’appoggio degli occidentale ai nostri confini. Anche negli Stati Uniti, analisti avvertiti come Steve Cohen e Katrina Vanden Heuvel, ben noti nel nostro Paese, mettono in guardia dalle pagine della famosa rivista statunitense “The Nation” che cose impensabili possono accadere rapidamente in Ucraina: non solo una nuova “guerra fredda”, già iniziata, ma una vera e propria guerra tra la NATO guidata dagli Stati Uniti e la Russia”. Ciò che è necessario è una drastica revisione della politica ucraina della Russia, necessitando un carattere molto più complesso delle nostre relazioni con il popolo fratello, in modo da rafforzare la cooperazione nei campi dell’economia, scienza, cultura e istruzione. La situazione richiede un forte supporto da forze politiche e associazioni non governative che sostengono la storica amicizia tra i nostri popoli. Dobbiamo dare il via libera a tutti gli sforzi per sostenere i nostri compatrioti in Ucraina. I comunisti fin dall’inizio hanno aiutato e continuano ad aiutare la Novorossija nella sua lotta. Fino ad oggi, abbiamo inviato più di 1200 tonnellate di beni umanitari. Ed è solo l’inizio. Il Partito Comunista della Federazione Russa è attivamente coinvolto nel lavoro politico e diplomatico. Facciamo del nostro meglio per attirare l’attenzione dei governi europei sulla minaccia di una nuova guerra mondiale. Ho avvertito della minaccia, in particolare, con una lettera ai leader di Francia, Germania e Italia, le nazioni più colpite dagli orrori del fascismo e della seconda guerra mondiale. Il PCFR sostiene attivamente l’idea di organizzare una riunione dei capi di Russia, Bielorussia, Kazakistan e Ucraina a Minsk. Questo passaggio è molto importante alla vigilia del 70° anniversario della Grande Vittoria che apparentemente aveva sepolto per sempre il fascismo.
Il Partito Comunista della Federazione Russa esprime solidarietà a tutti i partecipanti della resistenza popolare: russi, ucraini e persone di tutte le nazionalità che coraggiosamente e vigorosamente si oppongono ai neo-nazisti banderisti. Esprimiamo solidarietà ai comunisti ucraini sottoposti alle violenze degli estremisti. Una delle caratteristiche più importanti dei cittadini ucraini è la loro riluttanza a sostenere gli usurpatori dell’autorità, la loro costante attenzione alle proteste interne, la volontà di abbattere i dirigenti che hanno perso fiducia. Queste caratteristiche del popolo ucraino hanno reso molto più facile ai burattinai organizzare “Majdan” e “rivoluzioni arancioni”, cioè azioni di protesta fittizie che perseguono altri obiettivi rispetto a quelli degli slogan e dichiarati alle riunioni. Ma queste caratteristiche degli ucraini suggeriscono anche che l’attuale regime a Kiev non avrà lunga vita e che la fiera resistenza nel Donbas e a Lugansk si diffonderà in Ucraina rovinandolo. Ma c’è anche il pericolo che, a seguito delle “elezioni politiche” di ottobre, l’attuale “élite” ucraina passi ai nazisti russofobi. Per poi istituire un nazionalismo banderista in Ucraina come ideologia dominante. E la società ucraina, alla fine divisa in campi inconciliabili, sprofonderà in un conflitto civile ancora più violento di quello attuale. Un cambiamento completo del sistema socio-economico in Ucraina e il ritorno ai principi dello Stato sociale, con cui l’Ucraina raggiunse la prosperità in epoca sovietica, possono essere l’unica salvezza, presentando un’alternativa alla situazione attuale. Siamo convinti che le forze sane della società ucraina prevarranno e scacceranno i banderisti nella grotta da cui sono strisciati fuori.

gal_8062Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Sud Africa nega il visto al Dalai Lama? Mai sprecare un’opportunità per diffondere propaganda della CIA

Christof Lehmann, Nsnbc, 08/09/2014

Il Sud Africa avrebbe negato il visto a Tenzin Gyatso, alias Dalai Lama, che voleva entrare nel Paese per partecipare alla 14° conferenza dei vincitori del Premio Nobel. Il governo cinese e quello sudafricano considerano Tenzin Gyatso un esule che sfrutta una copertura religiosa per tentare di sovvertire l’integrità territoriale e politica della Cina. Il Dalai Lama e gli altri monaci tibetani in esilio, hanno una lunga e ben documentata cooperazione con la CIA.

12dalailama1La comunità buddista internazionale, tra cui la maggioranza dei tibetani buddisti, considera da tempo il Dalai Lama e il cosiddetto governo tibetano in esilio dei reietti che contaminano la religione buddista, come i voti e gli obblighi dei monaci, la cui vita dovrebbe concentrarsi sullo spirituale ed illuminare la comunità, piuttosto che avere incarichi politici, viaggiando come diplomatici in alberghi di lusso ed istigando insurrezioni armate con l’aiuto dei servizi segreti stranieri. Anche il numero di praticanti del buddismo tibetano, che negli Stati Uniti e in Europa si svegliano su tali evidenti incongruenze, aumenta nonostante il budget miliardario dei film di propaganda di Hollywood.
Il Ministero degli Esteri sudafricano ha detto che la sua Alta Commissione in India ha ricevuto una domanda di visto, ma ha negato sia stata respinta, aggiungendo che era oggetto di normale procedimento. Il Dalai Lama avrebbe poi annullato il viaggio. L’agenzia Reuters, tuttavia, cita un rappresentante in Sud Africa del Dalai Lama, Nangsa Chodon, dire “Abbiamo saputo informalmente che a Sua Santità non sarà possibile avere il visto“. Gyatzo avrebbe poi annullato il previsto viaggio. Né Reuters, né il rappresentante sudafricano di “Sua Santità” hanno fornito prove a sostegno della tesi che il governo sudafricano s’è rifiutato di rilasciare il visto e che la richiesta del Dalai Lama sia stata gestita diversamente dalle domande di visto di altri viaggiatori. Tale circostanza, tuttavia, non impedisce a Reuters di pubblicare un articolo dal titolo “Il Sud Africa ancora nega al Dalai Lama il visto”. The Guardian segue affermando “Al Dalai Lama negato il visto per l’Africa Summit Nobel”. ABC, sulla base di AP riprende “Al Dalai Lama nuovamente rifiutato il visto per il Sud Africa“. Supponendo che il Ministero degli Esteri sudafricano abbia utilizzato canali non ufficiali per comunicare che difficilmente Tenzin Gyatzo, alias Dalai Lama, avrebbe avuto il visto, come sostenuto da Nagsa Chodon, il Ministero degli Esteri sudafricano avrebbe voluto risparmiare a “Sua Santità” l’imbarazzo di affermare pubblicamente perché non avrebbe avuto il visto.
Una questione aperta discussa dai buddisti di tutto il mondo è come un monaco possa essere un re? Non è coerente anche con il più elementare insegnamento o Dharma buddhista. Un altro problema potrebbe essere il fatto che il premio Nobel per la pace ha sostenuto attivamente l’insurrezione secessionista armata appoggiata dalla CIA, come riportato da Süddeutsche Zeitung e molti altri.

Un ricordo del Tibet governato dal feudalesimo teocratico: le mutilazioni nel vecchio Tibet. Un pastore mostra le mani amputante da un Lama. Il padrone Lama prese la moglie di quest'uomo, e quando si oppose le sue mani vennero colpite fino a staccarle. Fecero lo stesso al fratello e alla sorella, entrambi morti per lo shock.

Un ricordo del Tibet governato dal feudalesimo teocratico: le mutilazioni nel vecchio Tibet. Un pastore mostra le mani amputante da un Lama. Il padrone Lama prese la moglie di quest’uomo, e quando si oppose le sue mani vennero colpite fino a staccarle. Fecero lo stesso al fratello e alla sorella, entrambi morti per lo shock.

Riguardo l’Africa, si può dire che la reti di buddisti tibetani esiliati accusavano la Cina di genocidio in Darfur fino alle Olimpiadi del 2008, e numerose altre diffamazioni contro il Sud Africa, alleato della Cina nei BRICS, grata per la posizione del Sudafrica verso il re-monaco in esilio. Un articolo ben documentato dal titolo “La diffamazione collettiva del Dalai Lama contro la Cina” contiene numerosi riferimenti a ricerche che documentano come le accuse che vanno dal genocidio a pulizia etnica, infanticidio, sterilizzazione forzata, genocidio culturale siano infondate e che nessuna prova a sostegno è stata mostrata trattandosi di propaganda diffamatoria. Un altro, articolo ben documentato, intitolato “La verità sull’auto-immolazione: il buddismo tibetano rapito dalla politica“, smonta i tanti articoli sulle auto-immolazioni causate da oppressione religiosa e politica come ennesima truffa propagandistica condotta contro la Cina, abusando delle buone intenzioni dei buddisti nel mondo per scopi politici.
Considerando la serie di vincitori del Premio Nobel per la Pace, tra cui Henry Kissinger, Barak Obama e Tenzin Gyatso, è sorprendente che il Sudafrica ospiti un incontro di tali premiati. Perché non lasciare che si riuniscano presso gli stabilimenti chimici Nobel in Norvegia, specializzati nella produzione dalla dinamite ai propellenti ed esplosivi a base di azoto, invece?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hillary Clinton è la nonna del Califfato islamico

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 01/09/2014EIILHillary Clinton s’appassiona nel cambiare la storia in modo da mettersi nella miglior luce possibile. Da First Lady affermò nel 1996 di aver schivato il fuoco dei cecchini durante una visita a Sarajevo, capitale lacerata dalla guerra civile di Bosnia-Erzegovina. Fu una buona trovata ed inizialmente fu elogiata per il suo “eroismo sotto il fuoco” da un comunicato tipicamente servile. Tuttavia, la storia era falsa. La signora Clinton non è mai finita sotto il fuoco dei cecchini. Aveva mentito. E le bugie dell’ex e potenziale candidata presidenziale non si fermano in Bosnia. Secondo una persona vicina all’ex-First Lady, il suo primo libro importante, “Living History”, era pieno di così tante bugie e mezze verità che dovrebbe essere venduto nella collana “fiction”. La signora Clinton rifiuta l’accusa che la sua politica destabilizzasse Libia e Siria, comportando la nascita dello Stato Islamico dell’Iraq e Levante (o, com’è anche chiamato, Stato Islamico d’Iraq e Sham (SIIS) o Stato islamico (“al-Dawlah”). Tirapiedi idolatri di Clinton e falchi neo-conservatori definiscono tali accuse “teoria del complotto”, il dispregiativo favorito da coloro che soffrono per il fallimento fattuale. Infatti, Clinton si vanta dell’esecuzione extragiudiziale del leader libico Muammar Gheddafi, di cui ridacchiò “Siamo venuti, abbiamo visto ed è morto”, insieme alla sua promessa di spodestare il presidente siriano Bashar al-Assad, dopo averlo lodato pubblicamente nel marzo 2011, fornendo la prova delle sue continue menzogne, modificando i fatti per soddisfare i propri scopi.
L’intervento di Clinton in Siria e Libia, era volto a sostituire dei governi unitari con regimi deboli afflitti dalla guerra civile, così come da movimenti separatisti e emirati islamici e califfati in lotta per il controllo politico, a vantaggio degli interessi d’Israele. Da quando Israele ha sviluppato la strategia delle “Rottura Netta” nei primi anni ’90, la frattura degli Stati arabi con guerre civili, movimenti secessionisti e tumulti religiosi e fratricide è l’obiettivo degli israeliani ultra-sionisti e dei capi politici di destra, come il primo ministro Binyamin Netanyahu. Buon amico della signora Clinton e candidato alla vicepresidenza, il spesso citato ex-comandante generale della NATO Wesley Clark, fece trambusto nel 2007 quando rivelò in un programma televisivo, in parte finanziato dal magnate degli hedge fund George Soros, di aver visto un memorandum classificato del Pentagono che dichiarava che sette Paesi sarebbero stati “eliminati” dagli Stati Uniti in cinque anni. Clark disse di aver visto l’appunto il 20 settembre 2001, appena una settimana dopo l’attacco dell’11 settembre agli Stati Uniti. Dopo gli Stati Uniti invasero e occuparono l’Iraq, i successivi sei Paesi sulla “hit list” degli USA erano Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e, infine, Iran. Anche se ci sono voluti più di cinque anni per colpire Siria e Libia, Hillary Clinton avviò l’operazione “responsabilità di proteggere” (R2P) aizzando i gruppi di opposizione islamici contro Gheddafi in Libia, Assad in Siria, Hosni Mubaraq in Egitto e Zin al-Abidin Ben Ali in Tunisia. Clark ha scritto il libro della NATO sui Paesi da destabilizzare e aizzare militarmente contro la Russia. Le sue operazioni nei Balcani da comandante della NATO permisero che l’ex-Jugoslavia venisse frammentata in sette Paesi diversi, tra cui Montenegro e Kosovo. Clark non condannò il piano del 2001 per colpire sette Paesi in cinque anni, si limitò a dire che la forza militare dovrebbe essere usata come ultima risorsa. Ma Clark sembra assai a suo agio con le operazioni R2P che portarono il SIIL a prendere il controllo di vaste aree di Siria e Iraq e gli altri ribelli islamici a prendere il controllo della maggior parte della Libia. Clark ha inoltre approvato l’azione israeliana che demolì la sede del presidente dell’Autorità palestinese Yasser Arafat a Ramallah nel 2002; Clark sostiene la politica interventista di Clinton in Medio Oriente, in linea con la strategia d’Israele della “Rottura Netta” demolendo ogni accordo di pace con i palestinesi, da Madrid a Oslo, e ciò non dovrebbe sorprendere se si considera il contesto familiare di Clark. Anche se appare un cattolico romano, Clark è il figlio di Benjamin Kanne, un “kohen” (sacerdote) discendente da una vecchia famiglia di rabbini talmudici armati bielorussi. Il disprezzo di Clark per i russi apparve a pieno nella crisi del Kosovo. Considerando le sue radici, non sorprende che Clark condivida la difesa di Clinton d’Israele. Il tandem Clinton e Clark nel 2016 potrebbe ulteriormente minacciare Medio Oriente, Europa orientale, Balcani e in altre parti del mondo.
Considerando il fatto che Mossad e Forze di difesa israeliane hanno coordinato congiuntamente gli attacchi alle forze di Assad in Siria con Jabhat al-Nusra, alleato del SIIL, e che i capi di Mossad e Muqabarat, l’intelligence generale saudita, ebbero una serie di incontri segreti, non v’è dubbio che il piano di Clinton sia creare un califfato islamico dai resti di quelle che erano le forti e unite repubbliche laiche e socialiste arabe di Siria, Iraq e Libia. Quando il SIIL, alleato di Jabhat al-Nusra, occupò il valico di frontiera siriano-israeliano di Qunaytra nel Golan, l’esercito israeliano coordinò il suo tiro sulle posizioni del governo siriano in modo d’aiutare i radicali islamici. Allo stesso modo, li legami israeliani con una cellula del SIIL a Gaza furono utilizzati dagli israeliani per suggerire che Hamas stesse perdendo il controllo sull’enclave palestinese. Israele fu anche colto in flagrante ad assistere gruppi filo-SIIL in Libano che attaccarono Hezbollah. Tutte le azioni d’Israele sono in linea con la politica di “rottura” 2.0. Infatti, Mossad, Muqabarat saudita e in misura minore CIA degli Stati Uniti e Secret Intelligence Service MI-5 inglese, sono collegati soprattutto, se non del tutto, ai vari rami di al-Qaida in Medio Oriente e Nord Africa. Oltre a Jabhat al-Nusra e SIIL, vi sono Jabhat al-Islamiya fil-Muqawama al-Iraqiya (Fronte Islamico della Resistenza Irachena), Jaysh al-Islami fil-Iraq (Esercito islamico in Iraq), Haraqat al-Muqawama al-Islamiya fil-Iraq (Movimento di Resistenza Islamico in Iraq), Jaysh al-Iraq al-Islami (Esercito Islamico dell’Iraq), Jaysh al-Jihad al-Islami (Esercito della Jihad islamica), Jaysh al-Mujahidin (Esercito dei Mujahidin), Jaysh al-Taifa al-Mansura (Esercito del gruppo vittorioso), Jaysh Ansar al-Sunna (Esercito dei partigiani della Sunna), Tanzim al-Qaidah fi Jazirat al-Arab, (al-Qaida nella penisola araba) e Tandhim al-Qa’ida fi Bilad al-Rafidayn (Organizzazione di al-Qaida in Mesopotamia).
hillary-clinton-israel Il SIIL ha già sequestrato grandi porzioni della provincia del possibile califfato di Sham, composto di parti dell’Iraq occidentale e della Siria. Altre parti del Sham che il SIIL intende “liberare” sono Libano e Giordania. In Nord Africa, l’islamista Ansar al-Sharia e altri gruppi islamici alleati hanno sequestrato la maggior parte della Cirenaica orientale e gran parte della Tripolitania, tra cui Tripoli stessa. Tali gruppi intendono collegarsi con Boko Haram in Nigeria, che ha già dichiarato il califfato nella città nigeriana di Gwoza nello Stato di Borno. Il califfato di Boko Haram comprende anche Damboa a Borno, Buni Yadi nello Stato di Yobe, e Madagali nello Stato di Adamawa. Il tanto sbandierato US Africa Command non ha intrapreso alcuna azione per sopprimere l’avanzata del califfato in Nigeria e nel vicino Camerun. Come le acquisizioni militari del SIIL in Siria e in Iraq, Boko Haram ha catturato almeno una base militare, insieme ad attrezzature, in Nigeria. Boko Haram, insieme ad al-Qaida nel Maghreb Islamico e Ansar al-Din in Mali, intende allargare il califfato in Tunisia, Algeria, Mali, Marocco, Mauritania, Burkina Faso, Ghana, Costa d’Avorio e resto dell’Africa occidentale come califfato della “Provincia di Maghreb”. I salafiti alleati del SIIL in Cirenaica, Egitto, Sudan settentrionale e Darfur prevedono l’istituzione del califfato della “Provincia di Alqinana”. Il califfato del SIIL comprende anche Corno d’Africa, tra cui le cristiane Etiopia e Kenya, così come Repubblica Centrafricana, Ciad, Camerun, Ruanda, e Sud Sudan come “Terra di Habasha”. I guerriglieri di al-Shabaab hanno stabilito un califfato, l’”Emirato islamico della Somalia” nelle aree dello Stato fallito che controllano. L’area dell’Africa che il SIIL intende conquistare ha visto la sua quota di genocidi, ma che sarà nulla in confronto a ciò che l’attende con il califfato. Il SIIL ha detto che intende conquistare Spagna e Portogallo, e ripristinare “al-Andalus” come parte del “Grande Califfato”. I piani del SIIL per trasformare Arabia meridionale nella provincia di “Yaman” avverrà a spese sanguinose degli Houthis Zaidi dello Yemen del Nord e del movimento di indipendenza del Sud per la restaurazione dello Yemen laico. In ogni caso, i Saud continueranno a governare il loro regno, che si chiami Saudita o “Hijaz”. Il SIIL, generato con il sostegno saudita, sarà centurione ed esecutore della Casa dei Saud e dei loro alleati israeliani. Al-Qaida nella penisola arabica ha già creato un califfato satellite, l’emirato di Waqar nello Yemen. Le migliaia di ceceni che combattono per il SIIL in Siria e in Iraq possono aspettarsi aiuto nel minacciare il Caucaso, dopo le vittorie previste in Sham, Iraq, “Kordistan” e Iran. Il SIIL si riferisce alla regione del Caucaso, comprese Cecenia, Daghestan, Crimea, Ucraina meridionale (anche Odessa), come “Qoqzaz”, e ai califfati Anatolico, attuale Turchia, e Orobpa, i Balcani oltre a Ungheria, Moldavia e Austria. Forse non viene compreso dall’amministrazione Obama e dai suoi alleati dell’Unione Europea e della NATO che la destabilizzazione dell’Ucraina, operata dal regime fascista a Kiev, va a vantaggio dei piani del SIIL per prendere il controllo dell’Ucraina meridionale e della Crimea con l’aiuto dei simpatizzanti musulmani caucasici, turchi e tartari della Crimea.
Il califfato minaccia grandi porzioni di Asia centrale e Cina occidentale, Tibet, Nepal, l’India (tranne il Sikkim e gli Stati nord-orientali, dove il popolo auto-descrittosi ebraico B’nei Menashe vive negli Stati di Mizoram e Manipur), Sri Lanka, Maldive, Pakistan (dove un emirato islamico fedele al califfato è già stato creato in Waziristan), Afghanistan (dove i taliban chiamano le zone sotto controllo “Emirato islamico dell’Afghanistan”), e in Russia (dove l’Emirato del Caucaso tenta di guadagnare terreno), sotto il controllo del “Khurasan”, adattandosi perfettamente ai piani occidentali per spezzare i BRICS e la Shanghai Cooperation Organization (SCO). BRICS e SCO sono la salda base che contrasta l’imperialismo politico ed economico occidentale. Inoltre, centinaia di islamisti del Sud-Est asiatico combatterebbero nei ranghi del SIIL in Iraq e Siria. Hanno annunciato piani per tornare in Indonesia, Malesia, Bangladesh, Stato di Rakhin della Birmania, Thailandia meridionale e Mindanao nelle Filippine, per incorporare tali Paesi e regioni al califfato.
La signora Clinton e la sua banda di falchi di guerra e amici israeliani hanno creato le condizioni che permettono a un gruppo come il SIIL di massacrare sciiti, curdi, assiri cristiani, alawiti, yazidi, turcomanni, tribù sunnite, druse e altri da Aleppo a Qunaytra, da Mosul a Kirkuk alla periferia di Erbil e Baghdad. Se finiranno sulla sua strada, il SIIL crocifiggerà e decapiterà copti in Egitto, cristiani e sciiti in Libano, zoroastriani e sciiti in Iran, sciiti in Tagikistan, e indù, sikh, giainisti e buddisti in India. La signora Clinton, l’attuale “nonna del SIIL”, ha lasciato al presidente Obama una situazione estremamente instabile che intende utilizzare contro di lui e la sua politica estera nelle elezioni del 2016. Dall’11 settembre, l’occidente è sempre più spesso preda di temi e schemi da guerra psicologica ideati in Israele e nei pensatoi e rimuginatoi neocon di Washington DC. Se il SIIL sarà eliminato come minaccia, come deve essere, i suoi veri sponsor saranno smascherati ed eliminati.

0624-clark-clintonLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un altro sospetto incidente aereo in America Latina, aiuta gli interessi statunitensi e globalisti

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 19/08/2014

Brazilian President Rousseff cancels US visit over spying claimsLe elezioni presidenziali in Brasile, ad ottobre, sarebbero state una passeggiata virtuale per la presidentessa in carica Dilma Rousseff. Questo fino all’incidente aereo che ha ucciso il piuttosto scarso avversario di Rousseff, l’economista ed ex-governatore di Pernambuco Eduardo Campos. Il 13 agosto l’aereo che trasportava Campos, candidato presidenziale centrista liberista brasiliano, terzo dopo il candidato del più conservatore partito socialdemocratico Aécio Neves, economista e campione dell’austerità, si schiantava in una zona residenziale di Santos, nello Stato di Sao Paulo, Brasile. Campos era un candidato dell’ex-sinistro ed ora “liberista” Partito Socialista brasiliano. Come con i partiti laburisti inglese, australiano e neozelandese, quelli liberale e democratico canadesi, e il partito democratico degli Stati Uniti, gli interessi corporativi e sionisti hanno infiltrato il Partito Socialista brasiliano trasformandolo nel partito della “terza via” liberista, conservando in modo fraudolento la denominazione “socialista”. E’ chiaro che, dalla scoperta dello spionaggio dell’US National Security Agency di posta elettronica e cellulari della Presidentessa del Partito dei Lavoratori brasiliani Dilma Rousseff e dei suoi ministri, la conseguente cancellazione di una visita di Stato a Washington di Rousseff e il benvenuto in Brasile al presidente russo Vladimir Putin e agli altri leader del blocco economico BRICS, al vertice di Fortaleza, gli Stati Uniti cercano di destabilizzare il Brasile. Il dipartimento di Stato e la CIA cercano gli anelli deboli del Brasile di Rousseff creando le stesse condizioni d’instabilità che hanno fomentato in altri Paesi dell’America Latina, come Venezuela, Ecuador, Argentina (tramite il credit default nazionale pianificato dall’avvoltoio sionista capitalista Paul Singer), e Bolivia. Tuttavia, Rousseff, che affronta Washington annunciando, assieme agli altri leader dei BRICS a Fortaleza, la creazione della banca di sviluppo dei BRICS competendo con la Banca Mondiale controllata da USA e UE, sembrava imbattibile nella rielezione. Certamente era così fino al 13 agosto, quando Campos e quattro dei suoi consiglieri, insieme a pilota e co-pilota, rimasero uccisi nello schianto del Cessna 560XL. L’incidente ha permesso di promuovere la compare di Campos nella corsa presidenziale, la candidata alla vicepresidenza del partito socialista Marina Silva. Nel 2010 Silva ebbe un sorprendente 20 per cento di voti quale candidata del Partito Verde alle presidenziali. Piuttosto che concorrere come candidata dei verdi, quest’anno Silva ha deciso di unirsi al liberista Campos. Silva è ora vista come la migliore occasione del Partito Socialista di sconfiggere Rousseff alle elezioni presidenziali di ottobre. Silva, cristiana evangelica in un Paese cattolico romano, viene anche vista vicina alla “società civile” globale dell’infrastruttura dei gruppi dell’“opposizione controllata” finanziati dallo speculatore dei fondi hedge George Soros. Come capo dei tentativi di proteggere la foresta pluviale dell’Amazzonia brasiliana, Silva viene lodata dai gruppi ambientali finanziati dall’Open Society Institute di Soros. La propaganda di Silva è piena di frasi in codice sorosiane, come “società sostenibile”, “società della consapevolezza” e “diversità”. Silva sfilò con la squadra brasiliana alla cerimonia di apertura delle olimpiadi del 2012 a Londra. Il ministro dello Sport brasiliano Aldo Rebelo disse che la partecipazione di Silva alle olimpiadi fu approvata dalla famiglia reale inglese, avendo “sempre avuto buoni rapporti con l’aristocrazia europea”. Silva è anche più moderata di Rousseff sulle politiche d’Israele sulla Palestina. Come cristiana pentecostale delle Assemblee di Dio, Silva è membro di una setta al cuore del movimento mondiale dei “cristiani-sionisti”, avidamente pro-Israele, come le organizzazioni ebraiche sioniste B’nai B’rith e Congresso Ebraico Mondiale. Le Assemblee di Dio credono che Israele: “Secondo le Scritture, ha un ruolo importante da svolgere per la fine dei tempi. Per secoli gli studiosi della Bibbia hanno riflettuto sulla profezia di un Israele restaurato. ‘Questo è ciò che dice il Signore Dio: prenderò i figli d’Israele dalle nazioni in cui sono andati. Li radunerò da ogni parte e li riporterò nella loro terra’. Quando la nazione del moderno Israele fu fondata nel 1948, e gli ebrei iniziarono il ritorno da tutto il mondo, gli studiosi della Bibbia sapevano che Dio era al lavoro e che molto probabilmente viviamo gli ultimi giorni”. Nel 1996 Silva ricevette il Goldman Environmental Prize, istituito dal fondatore della Goldman Insurance Company. Richard Goldman e dalla moglie Rhoda Goldman, erede di Levi Strauss, della famosa azienda di abbigliamento. Nel 2010 Silva fu nominata dalla rivista Foreign Policy, diretta da David Rothkopf, ex-amministratore delegato dei Kissinger Associates, tra i “migliori pensatori globali”.
712383 I dettagli completi della causa dell’incidente aereo di Campos non saranno mai noti. Assistono alle indagini il National Transportation Safety Board (NTSB) e la Federal Aviation Administration statunitensi. Gli investigatori di NTSB e FAA saranno stati sicuramente informati ed informeranno, i funzionari della CIA di stanza in Brasilia, desiderosi che la relazione sullo schianto concluda con “tragico incidente”. La CIA è riuscita a nascondere il suo coinvolgimento in altri incidenti aerei latinoamericani che eliminarono gli avversari dell’imperialismo USA in America Latina. Il 31 luglio 1981 il presidente panamense Omar Torrijos fu ucciso quando il suo aereo si schiantò nei pressi di Penonomé, Panama. Dopo l’invasione di Panama di George HW Bush nel 1989, i documenti sull’indagine dell’incidente aereo del governo panamense del generale Manuel Noriega, furono sequestrati dai militari statunitensi e scomparvero. Due mesi prima che Torrijos venisse ucciso, il presidente ecuadoriano Jaime Roldós, leader populista che si oppose agli Stati Uniti, fu ucciso quando il suo aereo Super King Air, convertito in aereo VIP dell’aeronautica ecuadoriana, si schiantò nella montagna Huairapungo nella provincia di Loja. L’aereo trasportava anche la First Lady dell’Ecuador, il ministro della Difesa e la moglie. Furono tutti uccisi nello schianto. L’aereo non aveva il registratore dei dati di volo, noto come “scatola nera”. A Zurigo, la polizia svizzera condusse una propria indagine scoprendo che l’indagine ufficiale del governo ecuadoriano era gravemente viziata. Ad esempio, il rapporto del governo ecuadoriano sull’incidente omise di menzionare che i motori dell’aereo furono spenti prima che l’aeromobile finisse sul fianco della montagna. Come l’aereo di Roldós, il Cessna di Campos non aveva un registratore dei dati di volo. Inoltre, l’aeronautica brasiliana annunciò che le due ore di audio del registratore della cabina del Cessna di Campos non ripresero le conversazioni tra pilota, co-pilota e controllo a terra, il 13 agosto. Il registratore della cabina di volo dello sfortunato Cessna 560XL è prodotto da L-3 Communications, Inc. di New York City. L-3 è un importante contractor dell’intelligence statunitense che rifornisce la National Security Agency della maggior parte dei sistemi di ascolto dei cavi sottomarini tramite un accordo tra NSA e la controllata di L-3, Global Crossing.
Sebbene il candidato alla presidenza brasiliana Campos non fosse nemico degli Stati Uniti, la sua morte sospetta, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali, e la sostituzione con una beniamina delle infrastrutture di George Soros, sono una minaccia elettorale per Rousseff, sicuramente considerata una nemica da Washington. Stati Uniti e Soros cercano vari modi per penetrare e perturbare le nazioni BRICS. Il tentativo Soros/CIA di promuovere il membro del Politburo cinese Bo Xilai alla presidenza cinese fallì quando lui e la moglie furono arrestati e incarcerati per corruzione. Con la Russia e Sud Africa off-limits per qualsiasi intrigo del genere, India e Brasile sono al centro dei tentativi di CIA e Soros di spezzare i BRICS. Sebbene il governo di destra di Narendra Modi in India sia nuovo, i primi segni di frattura dei BRICS sono incoraggianti. Ad esempio, con il ministro degli Esteri indiano Sushma Swaraj, alleato schietto ed attivo d’Israele. Il Brasile di Rousseff è visto da CIA e Soros quale migliore opportunità di incunearvisi; in tal caso Marina Silva, alla guida di una nazione BRICS, diverrebbe un “cavallo di Troia” contro il blocco economico dalla crescente importanza. L’incidente aereo che ha ucciso Eduardo Campos contribuisce a promuovere un’agente di George Soros al palazzo presidenziale Alvorada di Brasilia.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti hanno tradito l’Egitto: al-Sisi

Christof Lehmann 10/08/2014RTX120E0-e1375297827217Il 4-6 agosto, il presidente statunitense Barack Obama ha ospitato a Washington il vertice dei leader dell’Africa presso la Casa Bianca. Obama disse “Non vedo i Paesi e i popoli dell’Africa come un mondo a parte. Vedo l’Africa come parte fondamentale del nostro mondo interconnesso, partner dell’America per il futuro che vogliamo per i nostri figli. Tale partenariato deve basarsi su responsabilità e rispetto reciproco“. Il 14 luglio, il portavoce della Casa Bianca al Consiglio di Sicurezza Nazionale, Ned Price, ha detto che il presidente Obama aveva deciso d’invitare il Presidente dell’Egitto Abdelfatah al-Sisi, con breve preavviso. Obama aveva deciso di invitare al-Sisi perché l’Unione Africana aveva ridato la piena adesione all’Egitto. Abdelfatah al-Sisi declinò l’invito dicendo che non aveva tempo per parteciparvi. Disse che invece avrebbe inviato il primo ministro Ibrahim Mahlab. Il rifiuto educato di al-Sisi ricorda l’intervista di Larry Weissman del 2012 con l’allora Generale Abdelfatah al-Sisi che disse: “Il popolo dell’Egitto è consapevole del fatto che gli Stati Uniti l’hanno pugnalato alla schiena con i Fratelli musulmani e Mursi. Nulla che l’Egitto possa facilmente dimenticare o perdonare“. Dicendo ciò al-Sisi s’è dimostrato non solo un vero statista coraggioso. Ha toccato uno dei temi centrali nei dibattiti africani sul neo-colonialismo. Cioè, se Mandubuchi Dukor aveva ragione quando parlava di “non-libertà africana”, sempre più  pensatori africani, come John Ezenwankwor, non respingono Dukor ma sottolineano che “l’africano come essere umano con libero arbitrio e responsabilità non può continuare a incolpare i colonizzatori quando può rifiutare azioni coloniali predeterminate o accettarle assumendosene la responsabilità“.

Come gli USA hanno tradito l’Egitto e il suo popolo con Mursi e i Fratelli musulmani?
Nel luglio 2012 il Capo dell’Intelligence militare egiziana, Umar Sulayman, morì durante un controllo medico di routine in un ospedale di Cleavland. Umar Sulayman era non solo uno degli amici più stretti di al-Sisi. Sulayman conosceva profondamente il coinvolgimento dei servizi segreti di Stati Uniti, Qatar e Turchia nella primavera araba. Mursi divenne il primo presidente democraticamente eletto dell’Egitto. Sospese la camera bassa del parlamento e la magistratura, senza proteste dagli Stati Uniti. Mursi cambiò costituzione e legge elettorale dell’Egitto, rendendo impossibile ai partiti non-islamisti competere alle elezioni. L’amministrazione Obama elogiò Mursi nel riformare l’Egitto. Mursi divenne il primo dittatore democraticamente eletto dell’Egitto. La propaganda spacciò un colpo di Stato per lotta per la libertà e la democrazia. Quando l’opposizione chiese di discutere seriamente delle modifiche costituzionali, il capo dei Fratelli musulmani Amir Darag disse che era “una perdita di tempo e sospendere il dialogo nazionale sulla questione costituzionale era irrealistico“. Fu dopo tale dichiarazione, nel gennaio 2013, che l’opposizione organizzò le proteste di massa. Nel giugno 2013 Mursi segnò un altro punto. Circa 14 milioni di egiziani scesero in piazza chiedendogli di avviare colloqui con l’opposizione o dimettersi.  L’esercito si schierò a protezione degli edifici pubblici. L’avvertimento che l’esercito doveva intervenire a meno che Mursi parlasse con l’opposizione, fu ignorato. La risposta degli Stati Uniti alla cacciata di Mursi, il 3 luglio 2013, fu una condanna inequivocabile. Il peggior tradimento, però, doveva ancora venire.
Ad agosto, la polizia e i militari annunciarono che i manifestanti avrebbero dovuto lasciare piazza Rabia perché la sua occupazione da un mese aveva portato il traffico e le attività di Cairo a un punto morto. Misteriosi cecchini furono visti sui tetti sparare ai manifestanti che seguivano gli ordini della polizia lasciando piazza Rabia. Il panico seguì e la gente fuggì di nuovo in piazza dove fu accolta con tiri di fucili automatici. Centinaia di manifestanti in preda al panico furono falciati dai militanti dei Fratelli Musulmani che aprirono il fuoco da dietro i sacchi di sabbia posizionati sulla piazza.  Video che mostravano i militari sparare furono diffusi da al-Jazeera. Non venne detta una parola sul fatto che l’esercito sparava a uomini armati che tiravano sui manifestanti. 578 furono uccisi e 4021 feriti. Gli Stati Uniti risposero inequivocabilmente condannando il brutale massacro dei pacifici manifestanti pro-Mursi. Fu dopo questo incidente che al-Sisi disse: “Il popolo dell’Egitto è consapevole del fatto che gli Stati Uniti hanno pugnalato alla schiena l’Egitto con i Fratelli musulmani e Mursi. E’ qualcosa che l’Egitto non dimenticherà o perdonerà facilmente“.

Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti e i paralleli con l’Ucraina
Nel febbraio 2014, circa 100 poliziotti ucraini e manifestanti furono uccisi da cecchini misteriosi.  La risposta degli Stati Uniti al massacro era l’inequivocabile condanna del presidente ucraino Victor Janukovich. Una telefonata trapelata tra l’assistente del segretario di Stato USA Victoria Nuland e l’ambasciatore statunitense Geoffrey Pyatt dimostrò che gli Stati Uniti gestivano il cambio di regime in Ucraina. Nel corso di un’audizione presso la commissione Esteri della Camera, Nuland ammise  che gli Stati Uniti collaboravano con i nazisti ucraini. Una telefonata trapelata tra il capo degli Esteri dell’Unione europea Catherine Ashton e il ministro degli Esteri estone Umeas Paet, rivelò che i membri dell’opposizione filo-occidentale erano responsabili dei massacri. C’è un parallelo tra Cairo e Kiev che dimostra, oltre ogni ragionevole dubbio, che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti era coinvolto nelle violenze a Cairo e Kiev. I volantini che incitavano i “manifestanti pacifici” di Cairo a prepararsi a manifestazioni violente erano identici ai volantini distribuiti tra i “manifestanti pacifici” di Kiev. L’organizzatore di tali volantinaggi era Canvas, già nota come Demoz. Canvas è sponsorizzata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti. L’organizzazione fu coinvolta nelle sovversioni in Jugoslavia. È parte del kit per il cambio di regime del dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

Troppo occupato per recarsi a Washington, per il vertice dei leader africani con Obama alla Casa Bianca
Il Presidente dell’Egitto Abdelfatah al-Sisi rifiutava cortesemente l’invito di Obama perché era troppo occupato. La situazione a Gaza richiede attenzione. L’Egitto s’è offerto di aprire il valico di Rafah tra Striscia di Gaza e Sinai. Condizione dell’Egitto per l’apertura delle frontiere è che sia un governo d’unità palestinese, e non Hamas o qualsiasi altro soggetto, a controllare la parte palestinese del confine. Qatar e Turchia hanno finora comunicato ad Hamas di respingere la proposta e gli Stati Uniti non sono interessati a un governo di unità. L’Egitto ancora affronta l’insurrezione armata nel Sinai, supportata da Turchia, Qatar e dalla fazione di Hamas di Qalid Mashal. Obama ha dovuto tenere a Washington il vertice dei leader africani senza al-Sisi. Il comandante in capo del neo-colonialismo e primo presidente afro-americano alla Casa Bianca è responsabile della morte di più neri africani dei cinque suoi predecessori. Al-Sisi mostra il potenziale di vero leader africano, concludendo il dibattito su Dukor e la “non libertà africana” mostrando libero arbitrio e pragmatismo.
_72955220_9ns4rbqnIl Dr. Christof Lehmann consulente politico indipendente su conflitti e risoluzione dei conflitti, fondatore e direttore di Nsnbc, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le guerre perdute di Obama. Il Fronte dei Caraibi

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 08/08/2014
petrocaribeI Caraibi sono il ventre dell’America, estremamente vulnerabile per la sicurezza della superpotenza.  Basti citare le attività dei cartelli della droga nella regione, che trafficano in decine di tonnellate di droga negli Stati Uniti, aggirandone il sistema di difesa a strati della DEA e delle altre agenzie d’intelligence, e senza particolari problemi. Il confine dei Caraibi degli USA potrebbe diventare altrettanto vulnerabile alla penetrazione di organizzazioni terroristiche. Le guerre combattute dall’impero in Asia hanno fallito, e gli USA saranno costretti ad affrontare per moltissimo tempo le conseguenze negative di tali imprese. Vi sono sempre più organizzazioni terroristiche che agiscono per vendetta contro l’impero, a qualsiasi prezzo. L’amministrazione Obama porta avanti le misure complesse e costose dei servizi di sicurezza per impedire attacchi di rappresaglia sul suolo statunitense. Solo nei Paesi dei Caraibi centinaia di dipendenti delle agenzie d’intelligence lavorano nelle ambasciate statunitensi, utilizzando ogni risorsa operativa, dalla penetrazione di agenti al controllo elettronico. Tuttavia, non vi è alcuna fiducia nell’efficacia di tali misure. Da qui la ben  nascosta ma profonda paura della preparazione di attentati su larga scala, massicci sequestri di ostaggi o sabotaggi di impianti chimici o centrali nucleari. Briefing ufficiali su tali temi sono regolarmente trasmessi alle stazioni degli Stati Uniti: non trascurare, non consentire, fermare in tempo… Questo è esattamente il motivo per cui le agenzie d’intelligence degli Stati Uniti hanno iniziato ad usare metodi provocatori per spingere “potenziali criminali” ad atti illegali.
Il personale addetto alle operazioni d’intelligence statunitensi, in prima linea nel proteggere il Paese dalle minacce terroristiche, è sottoposto a grave stress. Non tutti i dipendenti possono sopportarlo, con conseguente licenziamento, nel migliore dei casi, e suicidio nel peggiore. L’incidente di George Gaines, 50enne funzionario responsabile della sicurezza regionale presso l’ambasciata statunitense nelle Barbados, è particolarmente rilevante. S’è sparato alla testa sulla spiaggia di Christ Church a Dover. I giornalisti locali hanno interpretato la scelta di un luogo pubblico, per tale atto, in modo inequivocabile: Gaines ha voluto assicurarsi che il suo suicidio avesse la maggiore risonanza dai media e dal pubblico. Inutile dire che l’ambasciata statunitense ha fatto tutto il possibile per assicurarsi che ciò non accadesse. Il corpo del diplomatico è stato portato nell’ambasciata, senza il consenso delle autorità locali o i risultati preliminari degli esperti forensi, e poi trasferito a Miami con il primo volo di una compagnia aerea statunitense. Ad ogni domanda posta dai media delle Barbados, l’ambasciata ha risposto che la morte di Gaines è una “questione privata”, chiedendo di “rispettare la privacy della famiglia“. L’ambasciata degli Stati Uniti nelle Barbados, la più grande delle Piccole Antille, si ‘occupa’ anche delle altre nazioni insulari, Saint Kitts e Nevis, Antigua e Barbuda, Saint Vincent e Grenadine, Dominica e Santa Lucia. Date le numerose richieste di servizio, problemi dei trasporti, restrizioni finanziarie su viaggi e regole severe relative alla sicurezza personale, Gaines non poteva sempre affrontare tali compiti ed è stato criticato dall’ambasciatore davanti a un collega, restandoci estremamente male. Secondo i blogger delle Barbados, il diplomatico era preoccupato che un qualsiasi incidente alla sicurezza ponesse fine alla  carriera. Ha risolto tutte le sue paure con il suicidio.
douglasAl fine di limitare l’influenza di Cuba e Venezuela nei Paesi dei Caraibi, le agenzie d’intelligence ricorrono ampiamente ai metodi della guerra fredda. Sono sempre in corso le operazioni contro l’alleanza Petrocaribe, istituita nel 2005 su iniziativa di Hugo Chavez per fornire petrolio e prodotti derivati all’America Centrale e ai Caraibi a prezzi ridotti. Uno dei piani dell’alleanza Petrocaribe è creare una nuova zona economica. Secondo il Presidente Nicolás Maduro: “Lo scopo dell’alleanza  sono investimenti, commercio e sviluppo dei progetti di produzione congiunti, anche relativi al turismo. Siamo pronti a questa alleanza a livello governativo e privato“. Gli sforzi di Caracas per consolidare i Paesi dei Caraibi sono percepiti da Washington come “comportamento conflittuale“. La posizione degli USA sui piani di Petrocaribe è stata chiarita da Alex Sokoloff, funzionario politico ed economico dell’ambasciata degli Stati Uniti alle Bahamas. Ha avvertito il governo delle isole contro lo sviluppo di legami economici con il Venezuela, dato che non vi è “alcuna cosa come petrolio economico. Lo scenario più probabile (dei venezuelani) è un gravoso credito a lungo termine o altre corde politiche legate a un qualsiasi accordo”. Senza battere ciglio, Alex Sokoloff ha suggerito che le Bahamas usino pannelli solari, in quanto migliore fonte di energia. I reparti speciali del governo degli Stati Uniti non riducono l’intensità delle operazioni per destabilizzare Cuba. Washington non può in alcun modo conciliarsi con il fatto che dopo 50 anni di tentativi falliti per rovesciare il regime di Castro, Cuba mantiene l’indipendenza e continua ad andare per la sua strada. La politica di riforme sociali ed economiche è sostenuta dalla stragrande maggioranza dei cubani. I tentativi di CIA e USAID di creare gruppi per una ‘rivoluzione colorata’ sull’isola, invariabilmente continuano a fallire, e l’ultimo tentativo ha ottenuto pubblicità… Attraverso l’organizzazione statunitense Creative Associates International, studenti provenienti da Costa Rica, Perù e Venezuela sono stati inviati a Cuba per reclutare. Il controspionaggio cubano ha denunciato il tentativo degli agenti ‘studenti’ della CIA d’infiltrare la gioventù di Cuba in tempi relativamente brevi. Le rivelazioni sono state fatte da Associated Press che, credendo che coinvolgere dei giovani in operazioni dubbie fosse un crimine, ha svolto una propria indagine che ha reso pubblica. Le agenzie d’intelligence statunitensi non rifuggono da metodi più radicali. A detta di tutti, furono coinvolti nell’attacco al consolato venezuelano di Willemstad (Curaçao). Un attivista dell’opposizione anti-bolivariana, in contatto con i rappresentanti degli Stati Uniti sull’isola, usò un veicolo per danneggiare l’ingresso e l’interno dell’edificio. A seguito di ordini da Caracas, i diplomatici venezuelani furono temporaneamente ritirati da Curaçao, Aruba e Bonaire per la minaccia di ulteriori attacchi. A Basseterre, capitale di Saint Kitts e Nevis, l’edificio dell’ambasciata venezuelana fu incendiato. La capitale considera l’azione come una sorta di avvertimento al Primo ministro Denzil Douglas, che ammira le riforme in Venezuela e le conquiste sociali di Cuba. Non molto tempo fa, Douglas ha aperto ambasciate del suo Paese a Caracas e l’Avana, e dichiarato nelle cerimonie: “Continueremo ad essere accanto a Cuba nella lotta per l’integrazione in America Latina e nei Caraibi.”
Nel maggio 2013, Helmin Wiels, il leader del partito Pueblo Soberano, che vinse le elezioni nell’ottobre 2012, fu ucciso nell’isola di Curaçao. Wiels voleva la carica di primo ministro e creare una coalizione di centrosinistra. Condivise le idee politiche di Hugo Chavez e aveva relazioni amichevoli con Nicolás Maduro. Wiels sosteneva una politica estera indipendente per l’isola e l’espulsione delle forze armate statunitensi che, con il pretesto di combattere il traffico di droga, effettuavano (e ancora svolgono) operazioni d’intelligence contro il Venezuela. La stazione della CIA operante a Willemstad, nel Consolato Generale, credeva che Wiels fosse un politico estremamente pericoloso per gli interessi degli Stati Uniti. Fu quindi sottoposto a costante sorveglianza. I suoi viaggi furono accuratamente documentati, soprattutto a Caracas e l’Avana, e le sue conversazioni telefoniche registrate, come i suoi contatti internet. Il politico fu ucciso dopo essere stato colpito più volte in un villaggio sulla costa, dove di solito andava a rilassarsi. Non aveva guardie del corpo e gli assassini ne approfittarono. Secondo i media, praticamente tutti coloro coinvolti nell’attentato furono arrestati a seguito di una indagine di polizia. Uno di questi poi si uccise in cella. Un altro, il conducente della vettura che portò gli assassini nel luogo dell’assassinio, fuggì negli USA. Non vi è ancora nessuna informazione su chi esattamente ha ordinato l’assassinio. E’ dubbio che si saprà. Tuttavia non si può ignorare il fatto che scarsa attenzione è stata data al ‘caso Wiels’, come se si stesse cercando di dimenticarlo al più presto possibile. Le teorie sul coinvolgimento della CIA nell’omicidio originariamente apparvero su internet e scomparvero come a un segnale: evidentemente opera di specialisti della NSA.
Al fine di proteggersi, Cuba, Venezuela e alleati lanciano misure aggressive per denunciare le operazioni segrete statunitensi volte a minare i processi d’integrazione nei Caraibi, comprometterne commercio ed economia, così come i legami energetici e militari con Paesi come Cina, Russia e Brasile. La sfiducia negli obiettivi della politica statunitense nella regione ha raggiunto il picco, e l’opposizione dei Caraibi ai diktat imperiali è sempre più netta.

Helmin Wiels, Curacao2La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come i collaborazionisti informatici della CIA hanno distrutto il mondo arabo

Tunisie Secret 31 luglio 2014
cyberwarIn esclusiva, pubblichiamo questo capitolo del libro capitale sulle “rivoluzioni” arabe e le conseguenze caotiche che ora misuriamo. Il titolo di questo libro collettivo è “Il volto nascosto delle rivoluzioni arabe” e il capitolo in questione s’intitola “ONG e reti sociali al cuore delle rivoluzioni arabe”. Mentre di venti cyber-collaborazionisti tunisini, l’unico nome citato è Salim Amamu, abbiamo però un altro nome della massima importanza, Alec Ross, giovane consulente di Hillary Clinton, passato al dipartimento della Difesa dal gennaio 2011 per guidare il suo esercito virtuale.  Secondo la stessa confessione di Sami Ben Gharbia, in un articolo pubblicato nel settembre 2010, Alec Ross era suo amico e “grande capo”. Oltre ai famigerati cyber-collaborazionisti, tra i gruppi che parteciparono attivamente alla destabilizzazione della Tunisia, in particolare vanno inclusi “Anonymous”, “Wikileaks”, “Telecomix”, “Pirates” e “Nawaat”, che Sami Ben Gharbia ha co-fondato e che fu finanziato da Freedom House e Open Society Institute. Documento da leggere e archiviare per la Storia.

alec_ross_project_revolutionVogliamo unirci alle vostre conversazioni“, firmato #State-Dept. Questo messaggio, semplice ma diretto, fu trasmesso su twitter all’attenzione dei dissidenti arabi durante le rivoluzioni, dal cuore nevralgico della strategia statunitense, il dipartimento della Difesa. L’autore Alec Ross, finora sconosciuto, è divenuto il simbolo di questa nuova diplomazia dell’amministrazione Obama. Infatti, tale giovane consigliere di Hillary Clinton, co-fondatore dell’organizzazione One Economy, è a capo dei servizi innovativi, polo delle “nuove tecnologie” del dipartimento della Difesa. Passato dalle tenebre alla luce in un paio di mesi, Alec Ross è ora chiamato “l’uomo che twitta le rivoluzioni“.  Ribadisce il suo ricorso, se necessario, dell’assistenza informatica del governo degli Stati Uniti ai dissidenti arabi. Aiuto che, secondo Alec Ross, dimostra che tale tecnologia può essere utilizzata per sorvegliare i cittadini ma che può anche diventare un’arma per liberarli. Un’arma formidabile perché grazie ad essa le rivoluzioni arabe hanno vinto una battaglia decisiva, necessaria per la vittoria finale, quella della comunicazione. Senza di essa, la rivoluzione non sarebbe stata esportata, venendo dimenticata dal pubblico e, infine, nella maggior parte dei casi, estinta nell’indifferenza generale. Chi avrebbe potuto prevedere la caduta di Ben Ali, Mubaraq o Gheddafi? I governi di Tunisia, Egitto e Libia che riuscirono a contenere il dissenso per molti anni, non riuscirono a sedare le ultime rivolte nonostante la censura. Senza dubbio, il risultato delle rivoluzioni ha giocato non solo sulle piazze ma anche sul web. Un ruolo che ha rivelato una nuova forza, internet e le reti sociali. Dall’inizio delle rivoluzioni arabe, i primi attori della cyber-dissidenza apparvero sulle reti. Blogger e hacker, esperti nel bypassare la censura del governo, divennero nei rispettivi Paesi eroi totali delle rivoluzioni. Il blogger dissidente tunisino Saim Amamu divenne, dopo la caduta di Ben Ali, segretario di Stato per la gioventù e lo sport. Alcuni pagheranno tale impegno con la vita, come il blogger libico Muhammad Nabus vittima di un cecchino, quando si recò con la sua macchina fotografica a riprendere gli attacchi dell’esercito libico per trasmetterli in diretta sul suo blog. Tuttavia, in questi Paesi solo il cyber-dissenso interno non basta a spiegarne il successo. Infatti, molte reti esterne, costituite da organizzazioni non governative, attivisti e “piattaforme” multimediali giocarono un ruolo decisivo. Dall’inizio delle proteste antigovernative a Cairo, al-Jazeera seguì ampiamente gli eventi in live streaming sulla sua rete satellitare. E nonostante il blackout imposto dalle autorità egiziane, il Qatar poté continuare la copertura in tempo reale con webcam amatoriali posizionate per la città. Le immagini trasmesse tramite mezzi messi a disposizione dai “dissidenti cibernetici”, furono poi pubblicate sul satellite Hot Bird, a differenza del satellite egiziano Nilesat, sottratto alla censura del governo. Infatti, se la diffusione terrestre può rimanere sotto il controllo statale, non c’è modo di censurare la copertura satellitare estera disponibile su grandi aree (Hot Bird è disponibile in Nord Africa, con una parabola di 90 cm). Inoltre, diversi operatori come Opensky offrono connessioni internet via satellite come Hot Bird, Eutelsat e Hispasat. Un semplice modem collegato tra la parabola e il computer basta per accedere al web senza sottostare a un operatore nazionale. Reti parallele di attivisti informatici operarono. Si può menzionare Telecomix, gruppo illustratosi in diverse azioni a sostegno delle rivolte in corso. Tale gruppo si vide anche acclamato da Reporters sans frontières che l’invitò, nel marzo 2012, alla Giornata Mondiale contro la Cyber-censura, per dare prova dell'”etica militante” dell’hackeraggio umanitario nelle rivoluzioni arabe. Una delle principali azioni di Telecomix fu l'”esfiltrazione cibernetica” di molti video degli insorti, utilizzando le connessioni modem tramite numeri ISP (Internet Service Provider) situati all’estero o fornendo strumenti di crittografia “anonima” per le comunicazioni. Durante la rivoluzione egiziana, Telecomix fece anche appello ai radioamatori per stabilire comunicazioni via radio. Il famoso gruppo hacker Anonymous rispose all’avvio delle rivoluzioni. In Tunisia, meno di due settimane dopo gli scontri di Sidi Buzid, il movimento Anonymous lanciò OPTunisia. Le sue prime azioni rilanciate da al-Jazeera furono gli attacchi DDoS (che mirano a bloccare un server con un gran numero di query) ai siti del governo tunisino. Per motivi di sicurezza, la maggior parte di tali operazioni fu lanciata dall’estero. Tuttavia, la Tunisia aveva già un “pool” attivo di hacker. Si può menzionare il gruppo tunisino BlackHat, fondato nel 2007, che svolse un ruolo importante nella preparazione degli attacchi di Anonymous. In effetti, tale gruppo di hacker tunisini poté fornire preziose informazioni sull’infrastruttura IT dei diversi siti governativi. Inoltre, in condizioni di anonimato, un funzionario della sicurezza IT tunisina, durante le rivoluzioni, ammette che fu sorpreso nel scoprire che numerosi hacker tunisini erano tirocinanti al suo servizio, un paio di mesi prima delle rivoluzioni. Un'”infiltrazione” può sembrare sorprendente, ma conferma le parole di Anonymous: “Abbiamo infiltrati i vostri eserciti, fonti e informatica” (…)
cyber-warfareI dissidenti arabi ricevettero anche un significativo sostegno dall’ONG statunitense Avaaz. Avaaz significa “voce” in molte lingue, è un’organizzazione non governativa statunitense di New York, ma ha anche uffici a Londra, Parigi, Washington, Ginevra e Rio de Janeiro. Fu fondata nel 2006 dall’anglo-canadese Ricken Patel, ex-consulente per le Nazioni Unite e membro delle fondazioni Rockefeller e Bill Gates. E’ l’emanazione del gruppo ResPublica, dedita a campagne civiche transnazionali, e del gruppo statunitense MoveOn per la mobilitazione sociale su internet (….) Avaaz ha sostenitori celebri negli ambienti politici, tra cui l’ex-primo ministro inglese Gordon Brown, che disse che faceva avanzare gli ideali mondiali; l’ex-vicepresidente Al Gore, che ritiene Avaaz fonte d’ispirazione e che ha già fatto molto per cambiare le cose; Zaynab Bangura, ex-ministro degli Esteri della Sierra Leone, che descrive Avaaz come un alleato e un punto d’incontro dei popoli svantaggiati del mondo, facendo la vera differenza. Avaaz, utilizzando donazioni per sostenere le proteste arabe, inviò ai ribelli libici, yemeniti e siriano kit per connessioni internet via satellite a prova di blackout, piccole videocamere, trasmettitori portatili radio e anche gruppi di esperti per addestrarvi i manifestanti. Scopo di tali azioni di Avaaz è chiaramente visibile sul suo sito: permettere “di trasmettere video live anche con blackout d’internet e telefonici e far attrarre l’attenzione internazionale sui coraggiosi movimenti per il cambiamento“. In Siria, Avaaz sostiene di avere una “rete che contrabbanda rifornimenti medici e giornalisti, e per ricevere immagini e informazioni”. L’ONG dice anche di avere sul confine siriano “case sicure” per proteggere ribelli e giornalisti. Diversi hacker tunisini, egiziani e libici hanno anche dimostrato l’importante ruolo di Wikileaks quale fonte per la mobilitazione. Infatti, pochi mesi prima dell’inizio delle rivoluzioni arabe, abbiamo assistito all’ampia diffusione di dispacci diplomatici statunitensi che denunciavano gli eccessi e la corruzione prevalenti nei vari regimi arabi in cui sarebbe avvenuta la rivoluzione. Così per la Tunisia, si legge che “la corruzione è un problema politico ed economico. L’assenza di trasparenza e responsabilità che caratterizza il sistema politico tunisino, danneggia seriamente l’economia per le degradanti condizioni degli investimenti, alimentando la cultura della corruzione“. Un altro cablo sull’Egitto citava “la tortura e la brutalità della polizia sono endemiche e diffuse” o su Hosni Mubaraq, “ideali quali i diritti umani non lo interessano“. Mesi prima delle rivoluzioni arabe, Wikileaks alimentò le argomentazioni dei dissidenti contro i processi decisionali. Su questo dato di fatto ci si può anche interrogare sul ruolo infine favorevole all’amministrazione degli Stati Uniti svolto da Wikileaks con i cabli diplomatici. Alcuni non esitano a sostenere che la “fuga” dei messaggi diplomatici confidenziali rispondesse a un’operazione d’intelligence degli Stati Uniti con l’obiettivo di destabilizzare molti regimi arabi. Su questo punto, è interessante vedere che diverse organizzazioni che parteciparono al “mirroring” (duplicazione di un sito web al fine di salvaguardarlo e di un’ampia diffusione) di Wikileaks avessero un “donatore generoso” nel miliardario statunitense George Soros, assai vicino a Henry Kissinger e a capo di una rete globale di organizzazioni non governative, tra cui l’Open Society Institute (OSI), che svolse un ruolo attivo nelle rivoluzioni arabe. Infatti, nel 2009 l’OSI, in collaborazione con il governo degli Stati Uniti, organizzò un workshop a Cairo per addestrare gli attivisti ad eludere la censura egiziana e tunisina. La Fondazione Soros è al centro di molte rivoluzioni e la sua azione fu addirittura considerata “sovversiva” in diversi Stati, tra cui Russia e Iran che l’accusavano di essere il braccio invisibile della CIA nella “promozione della democrazia americana“. Su Wikileaks e il sostegno “indiretto” della Fondazione Soros, si può notare che Mark Stevens, uno degli avvocati di Julian Assange, è anche consulente dell’Open Society Institute. Un’altra fondazione statunitense, “Global Voices“, ha anche fornito aiuto prezioso ai blogger arabi. Fondata presso la facoltà di Giurisprudenza ad Harvard da Rebecca MacKinnon, ex-giornalista della CNN, e da Ethan Zuckerman, membro dell’Open Society Institute di George Soros, l’organizzazione mira a sostenere una rete internazionale di blogger e “cittadini giornalisti” che segue e concentra le notizie del mondo nella “blogosfera”. Nell’ottobre 2011, Global Voices co-organizzò il terzo incontro dei blogger arabi a Tunisi ed affermò l’impegno nel promuovere il “diritto delle persone ad esprimere liberamente sulle reti le proprie aspirazioni democratiche“.
facebookCIA1Vediamo gli elementi della preparazione “sotto l’influenza” estera delle rivoluzioni del Vicino e Medio Oriente avviarsi gradualmente. Inoltre, se la culla della primavera araba è la Tunisia, si può collocare la sua genesi nel giugno 2009 in Serbia. Mohamed Adel, giovane egiziano che studiò dai Fratelli musulmani, è un capo del movimento 6 aprile. Composto da giovani dissidenti, il gruppo ha scelto il nome in riferimento allo sciopero generale del 6 aprile 2008, nato su internet. Ma secondo Muhammad Adel, non fu realmente spontaneo. Come egli stesso ammette: “In Serbia fummo addestrati nei metodi della non-violenza. Ci fu insegnato a mobilitare le folle pacificamente, a controllarle ed organizzare efficacemente le manifestazioni...” Fu nel giugno 2009, che accompagnato da altri 14 militanti egiziani e algerini, si recò a Belgrado. Seguì un corso di formazione in arabo. Tali due settimane di seminario avevano lo scopo di formare “apprendisti rivoluzionari” alla lotta non violenta, con la possibilità d’interagire con i militanti serbi e incontrare ONG e giornalisti. Dietro tale formazione rivoluzionaria vi era il Canvas o Center for Applied Nonviolent Action and Strategies. Tale organizzazione è in realtà una propaggine del movimento serbo Otpor, che significa resistenza. Otpor è un’associazione studentesca all’origine degli eventi che portarono alla caduta di Milosevic nel 2000. Scopo dichiarato era utilizzare il know-how di CanvasOtpor riguardante i movimenti di protesta non violenta, che può essere fatto risalire ai “consulenti” di Canvas nella rivoluzione delle rose in Georgia. In Ucraina, l’organizzazione PORA era molto attiva durante la “rivoluzione arancione”, inviando nell’aprile 2004 18 suoi membri a Novi Sad, nel nord della Serbia, per partecipare a un seminario. Si noti inoltre che poco prima delle elezioni, un membro di Canvas venne deportato dall’Ucraina. Canvas è anche strettamente legata a Zubr, organizzazione per i diritti civili filo-occidentale bielorussa, creata nel 2001 per rovesciare il regime di Aleksandr Lukashenko. Nel 2002 troviamo tracce di Canvas nell’opposizione venezuelana. Nel gennaio e febbraio 2011, il logo Canvas, quello di Otpor, veniva brandito da giovani studenti tunisini ed egiziani del movimento 6 aprile che protestavano per le strade di Cairo. Per operare, una tale struttura ha bisogno di notevoli mezzi finanziari. Canvas è finanziata da ricchi filantropi il cui unico scopo è costruire un mondo migliore e far avanzare la democrazia? A credere a Srdja Popovic, fondatore di Otpor e attuale direttore di Canvas, riceve solo fondi privati, senza contributi pubblici. Ma sembra che sia altrimenti. Secondo fonti solitamente bene informate, due agenzie statunitensi contribuiscono in modo significativo al suo finanziamento. International Republican Institute e Freedom House. International Republican Institute è un’organizzazione politica legata al Partito repubblicano. Il suo finanziamento proviene principalmente dal governo federale degli Stati Uniti. Si noti che nella primavera del 2000, l’ex-colonnello dell’esercito statunitense Robert Helvey fu inviato in Serbia dall‘International Republican Institute per condurre seminari sulla non violenza a favore degli attivisti di Otpor. Ambienti vicini ai servizi segreti occidentali dichiarano che infatti l’IRI non sia altro che una facciata della CIA. Freedom House, il cui obiettivo è esportare i valori statunitensi, era presieduta da James Woolsey. È utile ricordare che fu direttore della CIA nel 1993-1995?
0Si noti che il blogger egiziano Abdel Fatah Isra, co-fondatore del movimento 6 aprile, faceva parte di un gruppo di attivisti invitato da Freedom House. Poté partecipare ad un programma di formazione per “riformatori politici e sociali”, finanziato da USAID (United States Agency for International Development). L’agenzia statunitense mira in particolare a ridurre la povertà e promuovere la democrazia e la crescita economica. Durante tali seminari, gli aspiranti rivoluzionari (tunisini, egiziani, algerini, siriani, yemeniti…) imparano anche come utilizzare al meglio i social network ed internet. Giocarono un ruolo di primo piano. Di particolare nota è la creazione di una pagina facebook sei mesi prima della caduta di Mubaraq, chiamata “Siamo tutti Qalid Said“, in omaggio a un giovane surfista torturato a morte dalle autorità, dopo aver pubblicato un video che mostrava poliziotti corrotti. Più di 500000 persone divennero rapidamente membri di tale gruppo che protestava contro la violenza della polizia. Il suo creatore, all’inizio anonimo, finalmente fu smascherato dalla polizia, Wail Ghonim, marketing manager per il Medio Oriente del gigante statunitense d’internet Google. Il vento di rivolta provò a travolgere altri Paesi dell’Africa e del Medio Oriente. Il vicino Sudan non fu risparmiato. Khartoum, che ha perso tre quarti dei suoi proventi petroliferi per la secessione del Sud Sudan, si trova ad affrontare un’alta inflazione e la svalutazione. Nella capitale sudanese, gli studenti scesero in piazza il 30 gennaio 2011 al richiamo di diversi gruppi costituiti su facebook, tra cui “30 gennaio, la parola ai giovani sudanesi”. Violentemente soppresso, il movimento non ebbe l’effetto desiderato. Inoltre il presidente Omar Hasan al-Bashir non si limitò a ordinare la repressione dei manifestanti, ma invitò i jihadisti informatici a combattere in rete. La loro missione è combattere sul loro stesso terreno contro i membri dei due principali gruppi attivisti in grado di raccogliere circa 20000 sostenitori. Si tratta di “Giovani del cambiamento” e “WeR fed-up”. Il metodo sembra efficace perché se gli studenti sudanesi sporadicamente hanno sfidato le autorità dimostrando per le strade di Khartoum, la repressione s’è affrettata a disperdere tali facinorosi. Finora non sono riusciti a trascinare il resto della popolazione, anche se il capo islamista Hasan al-Turabi potrebbe finire per esserne tentato…
stratfor-canvas-wikileaks-venezuelaAll’inizio del 2011, un po’ più a est, un utente anonimo creò la pagina “Yemen rivoluzione” che orgogliosamente mostrava il simbolo del pugno di Otpor. Il 3 febbraio 2011 lo Yemen conobbe le  più grandi manifestazioni degli ultimi decenni. Decine di migliaia di manifestanti adottarono il colore rosa come segno dell’adunata. Nello Yemen solo l’1% della popolazione è connesso ad internet e l’analfabetismo è ancora notevole. Se questa rivoluzione rosa sembrava esaurirsi, un anno dopo il presidente Salah lasciò il potere e si svolsero le elezioni presidenziali. Anche se vi fu un solo candidato, il vicepresidente, e tanti incidenti causati dai separatisti del sud da provocare la chiusura di molti seggi elettorali, lo Yemen divenne il primo Paese arabo in cui la rivolta portò a una soluzione negoziata. Ora il destino dello Yemen non è deciso. Tra separatisti meridionali e la presenza di numerosi militanti di al-Qaida, il Paese è tutt’altro che stabile. Da notare anche la presenza sottile ma molto attiva delle forze speciali statunitensi, pesantemente coinvolte nella lotta al terrorismo, sostenuti da regolari raid dei droni statunitensi della CIA. Nello stesso periodo fu creato un gruppo su facebook chiamato “Algeria pacifica” che adotta il pugno chiuso di Otpor e lo slogan “Insieme tutto è possibile”. Ma le autorità algerine monitorano attentamente internet e le forze di sicurezza vengono dispiegate nelle manifestazioni di massa che disperdono sistematicamente. Anche in questo caso la rivoluzione deve prendere forma. Nel vicino Marocco, il re anticipa ed evita la primavera araba con un referendum per cambiare la costituzione. A fine  novembre 2011, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo che riunisce noti islamisti monarchici, è il vincitore delle elezioni. Il re non ha altra scelta che nominare capo del nuovo governo, il capo degli islamisti.
Se si dovesse cercare un denominatore comune a tutte queste pretese azione spontanee volte all’obiettivo lodevole di sconfiggere tiranni e stabilire la democrazia, sarebbe “islamisti e Stati Uniti”. Un esempio: l’egiziano Muhammad Adel fece il suo debutto nei Fratelli musulmani prima di essere addestrato da Canvas, finanziato da organizzazioni statunitensi, o Wail Ghonim, dirigente di Google, il gigante d’internet la cui collaborazione con intelligence degli Stati Uniti non è più un segreto. Più discreto ma non meno attivo, il Qatar non solo fornisce sostegno finanziario, ma anche forze speciali, soprattutto molto attive in Libia. A poco a poco, un’ombra, che alcuni qualificherebbero volentieri come “omertà”, vela le rivoluzioni che hanno trasformato in profondità il volto del mondo arabo come lo conoscevamo. La primavera araba ha anche rivelato la potenza di una nuova forza, ora al centro delle sfide della strategia globale, internet e le reti sociali, segnando un punto di svolta nella storia della “rivoluzioni”.

destroyYves-Marie Peyry, Ricercatore Associato presso il Centro francese per la Ricerca sull’Intelligence (CF2R). Alain Charret, ex-dirigente dei servizi segreti francesi, direttore di “Renseignor“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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