Siria: l’opposizione in rotta

Pjotr Lvov (Russia) New Oriental Outlook 7 giugno 2013 – Oriental Review

237633-a-syrian-soldier-displays-a-poster-of-president-bashar-al-assad-as-he-Con il sostegno finanziario di Qatar e Arabia Saudita in prosciugamento e il flusso di armi da Turchia e Libano in rallentamento, ciò che accade ora è che i ribelli iniziano a sbandarsi sotto l’assalto dell’esercito siriano. Ciò avviene sullo sfondo dei crimini commessi dai ribelli: Riyadh è chiaramente stanca di gettare soldi agli islamisti, sempre più dominati da Doha, piuttosto che dai sauditi; ci potrebbe essere un giro di vite nel governo del Qatar in qualsiasi momento, a causa della malattia dell’emiro, per il quale al momento è più importante risolvere il problema di nominare il principe ereditario capo dello Stato, mentre la Turchia è alle prese con la sua “primavera rivoluzionaria”. Il 4 giugno, le forze armate siriane sono riuscite a spazzare via i ribelli dalla città  strategicamente importante di al-Qusayr, che si trova nella Siria centrale presso il confine libanese.  I ribelli e le forze governative hanno combattuto per il controllo della città per circa sei mesi. Hama è stata quasi completamente liberata il 5 giugno. Secondo i rapporti le truppe fedeli al governo legittimo, comprese le unità speciali della Guardia, si preparano ad avviare nei prossimi giorni un’operazione per debellare i ribelli trinceratisi in alcuni quartieri. Se ciò accade, Damasco avrà il pieno controllo di tutte le principali città della Siria. Qualche sacca di resistenza può persistere per qualche tempo naturalmente, ma gli islamisti sono agli sgoccioli. Rendendosi conto della situazione disperata, dunque, alcuni estremisti hanno deciso di attaccare il centro della capitale con i mortai, ma senza ottenere il risultato desiderato. Inoltre, le truppe siriane hanno avviato le operazioni nella periferia di Damasco, dove l’esercito libero siriano è ancora presente.
Percependo ciò, i Paesi che avevano cercato il rovesciamento di Bashar al-Assad, in particolare la Francia, hanno deciso ancora una volta di giocare la “carta chimica.” Così, mentre il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius era a New York per firmare un accordo internazionale che disciplina la vendita delle armi convenzionali, consegnava un rapporto alle Nazioni Unite sulla base delle recenti “rivelazioni” del giornale Le Monde sul presunto uso, da parte dell’esercito siriano, di sostanze chimiche tossiche contro i combattenti dell’opposizione. Alcune oscure “analisi” sulla composizione di questi agenti tossici, compiuti in laboratori francesi, vi compaiono. Una cosa non è affatto chiara, chi ha usato le armi chimiche: le forze del governo o i ribelli? Dopo tutto, le prove ufficiali sono carenti. C’è solo da ipotizzare che qualcosa sta succedendo: mercenari estremisti con  fiale di Sarin arrestati recentemente in Turchia mentre tentavano di entrare in Siria, sono stati liberati quasi subito su pressione britannica. Non sembra strano che degli estremisti catturati con un tale carico mortale vengano trattati in questo modo? No, se si considera che Londra, ovviamente, non voleva che fossero arrestati, ma che entrassero in Siria dalla Turchia con il loro “carico” tossico e, quindi, creare un “caso” per poter accusare Damasco di utilizzare agenti tossici!
Carla del Ponte ha dato una buona risposta alle accuse di Fabius secondo cui Damasco ha usato armi chimiche. Ha detto che la prova è ancora carente riguardo chi abbia usato le armi chimiche, che hanno ucciso alcune persone, quando le armi convenzionali ne hanno uccise decine di migliaia. Mentre parlava domenica scorsa in qualità di membro della commissione d’indagine su eventuali violazioni dei diritti umani in Siria delle Nazioni Unite, gli esperti sospettano fortemente che siano i ribelli contrari al Presidente Assad ad aver usato armi chimiche. In un’intervista a una rete televisiva svizzera, ha detto che secondo le testimonianze delle vittime e dei medici, probabilmente furono i ribelli ad aver usato l’agente nervino Sarin. Ha anche sottolineato che gli esperti non hanno ancora prove concrete e ha ricordato che l’inchiesta è tutt’altro che completa.
Londra e Parigi chiaramente esaltano la storia delle armi chimiche solo per provocare un intervento militare straniero in Siria e spingere Stati Uniti e Israele a usare la forza militare contro Damasco. Dal momento che ciò non funziona, promuovono attivamente un tema diverso, l’intervento da parte di Hezbollah e dell’Iran, che presumibilmente combattono dalla parte delle forze di governo, come ad al-Qusayr. L’opposizione l’ha principalmente utilizzato come pretesto per evitare di partecipare alla conferenza di Ginevra 2, anche se è già stato accertato che non c’erano combattenti di Hezbollah ad al-Qusayr. Al contrario, il gruppo sciita ha contrastato i tentativi dei ribelli siriani di entrare in Libano dalla regione di al-Qusayr. Prostrarsi alla propaganda è l’arma principale usata da Gran Bretagna, Francia e Qatar, laddove al-Jazeera diffonde storie cui, a quanto pare, neanche i sostenitori dell’opposizione credono. Ma mi chiedo, che bisogno avrebbe Damasco della conferenza di Ginevra 2 se i ribelli subissero una grave sconfitta, prima che si svolga? Dopo tutto, il vincitore non ha bisogno di negoziare con il perdente. In cima a tutto il resto, la Francia ha detto tramite il suo ministro degli Esteri, che sarebbe meglio tenere la riunione a luglio invece che a giugno, perché dovrebbe essere una “conferenza di ultima istanza”. Poi è giunto un rapporto da Ginevra, la sera del 5 giugno, dopo un altro giro di consultazioni russo-statunitensi su Ginevra 2, dicendo che la riunione preparatoria potrebbe avvenire a fine giugno, e il vertice a luglio. In altre parole, la data viene spostata nuovamente. Evidentemente per evitare che non si svolga affatto. Infatti, prima delle vittorie del governo, molti in occidente speravano che al-Qusayr, Hezbollah, l’Iran e la questione delle armi chimiche divenissero pedine di scambio che avrebbero permesso all’opposizione e ai suoi sponsor di dettare condizioni. Sembrano abbiano sbagliato i calcolati ancora una volta. Dopo tutto, se le forze siriane continuano ad raccogliere successi e Damasco a riprendere il controllo sulle regioni dove i ribelli in precedenza erano forti, la conferenza non sarà più necessaria per altri motivi. Non ci sarà una vera e propria opposizione che possa prendere parte ai negoziati, perché potrebbe essere seppellita entro luglio, lasciando solo piccole sacche di terroristi a portare avanti la lotta contro Damasco, e i suoi leader potranno solo controllare la loro sede di Istanbul e le camere  nei due costosi hotel di Doha dove i ribelli vengono pagati e istruiti.
Per ora, tuttavia, i leader della Siria hanno intenzioni costruttive. Sono disposti a sedersi al tavolo delle trattative per elaborare un accordo riguardante il futuro del Paese sulla base di una soluzione politica. I ribelli dovrebbero essere dei pazzi a non approfittare del quadro pacifico che Damasco prospetta. In realtà, non possono esprimere le proprie condizioni, considerando l’attuale stato di cose in cui sono chiaramente in svantaggio. Inoltre, l’amministrazione Obama è ovviamente sempre meno desiderosa di vedere un regime islamista radicale in Siria. Come Israele. E senza  Washington, nessuno sponsor dell’opposizione deciderà d’intervenire militarmente in Siria, soprattutto dal momento che è sempre più difficile per la Turchia farlo.

Dr. Pjotr Lvov ha conseguito un dottorato in Scienze Politiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La geopolitica del gas e la crisi siriana

Dmitrij Minin Strategic Culture Foundation 31.05.2013

556754Come uno dei Paesi più democratici del Medio Oriente, la Siria, ha fatto divenire alcuni dei suoi pari occidentali dei feroci combattenti per la democrazia? L’irrazionalità e la mancanza di scrupoli dei Paesi occidentali riguardo la crisi siriana, quando le stesse persone che in Europa vengono considerate terroristi, sono chiamate “combattenti per la libertà” quando si tratta della Siria, diventano più chiare alla luce dell’aspetto economica della tragedia siriana. Ci sono tutte le ragioni per pensare che sostenendo la distruzione delle radici culturali e storiche della Siria, l’Europa combatta in primo luogo per le risorse energetiche. Un ruolo particolare è svolto dal gas che sta divenendo il principale combustibile del 21° secolo. I problemi geopolitici legati ai suoi produzione, trasporto e uso sono forse gli argomenti più di ogni altro seguiti dagli strateghi occidentali. Secondo la felice espressione di F. William Engdahl, “il gas naturale è l’ingrediente infiammabile che alimenta questa corsa folle all’energia nella regione”. Una battaglia che infuria sul fatto se i gasdotti  andranno verso l’Europa da est a ovest, dall’Iran e dall’Iraq alle coste mediterranee della Siria, o prenderanno una strada che va a nord del Qatar e dall’Arabia Saudita attraversando Siria e Turchia. Avendo capito che il gasdotto in stallo, il Nabucco e difatti l’intero corridoio meridionale, è alimentato solo dai giacimenti dell’Azerbaijan e non può eguagliare le forniture russe all’Europa od ostacolare la costruzione del South Stream, l’occidente ha fretta di sostituirli con le risorse del Golfo Persico. La Siria finisce per essere un elemento chiave in questa catena che appoggiandosi a Iran e Russia, ha spinto le capitali occidentali a decidere che il suo regime deve cambiare. La lotta per la “democrazia” è una falsa bandiera esposta per coprire scopi totalmente diversi.
Non è difficile notare che la rivolta in Siria sia esplosa due anni fa, quasi nello stesso momento della firma del memorandum di Bushehr, il 25 giugno 2011, riguardante la costruzione del nuovo gasdotto Iran-Iraq-Siria. Collegando per 1500 km Asaluyeh, nel più grande giacimento di gas al mondo, il North Dome/South Pars (in comune tra Qatar e Iran), a Damasco. La lunghezza del gasdotto sul territorio dell’Iran sarà di 225 km, 500 km in Iraq, e di 500-700 km in Siria. In seguito potrà essere steso lungo il fondo del Mar Mediterraneo fino alla Grecia. La possibilità di rifornire  gas liquefatto all’Europa attraverso i porti del Mediterraneo della Siria, è anche esaminata. Gli investimenti in questo progetto sono pari a 10 miliardi di dollari. (1) Questo gasdotto, soprannominato “oleodotto islamico”, avrebbe dovuto entrare in funzione nel 2014-2016. La sua capacità prevista è di 110 milioni di metri cubi di gas al giorno (40 miliardi di metri cubi l’anno). Iraq, Siria e Libano hanno già dichiarato il loro fabbisogno di gas iraniano (25-30 milioni di metri cubi al giorno per l’Iraq, 20-25 milioni di metri cubi per la Siria, 5-7 milioni di metri cubi fino al 2020 per il Libano). Una parte del gas sarà fornita tramite il sistema di trasporto del gas arabo in Giordania. Gli esperti ritengono che questo progetto potrebbe essere un’alternativa al gasdotto Nabucco promosso dall’Unione Europea (con una capacità prevista di 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno), che non dispone di riserve sufficienti. E’ stato previsto di costruire il gasdotto Nabucco da Iraq, Azerbaigian e Turkmenistan attraversando la Turchia. In un primo momento anche l’Iran venne considerato come fonte energetica, ma in seguito venne escluso dal progetto. Dopo la firma del memorandum sul gasdotto islamico, il capo della National Iranian Gas Company (NIGC), Javad Oji, ha dichiarato che South Pars, un giacimento di 16 trilioni di metri cubi di gas, è una “affidabile fonte di gas, un prerequisito per la costruzione di un gasdotto che il Nabucco non ha”. E’ facile osservare che circa 20 miliardi di metri cubi l’anno passeranno da questo gasdotto per l’Europa, che sarebbe in grado di competere con i 30 miliardi del Nabucco, ma non con i 63 miliardi dal South Stream.
Un gasdotto dall’Iran sarebbe estremamente vantaggioso per la Siria. Anche l’Europa potrebbe guadagnarci, ma è chiaro che a qualcuno in occidente non piace. Gli alleati che riforniscono l’occidente di gas del Golfo Persico non ne sono contenti, né la Turchia sarebbe rimasta il numero uno di questo traffico, in quanto sarebbe rimasta fuori dai giochi. La nuova “santa alleanza” da essi formata ha spudoratamente dichiarato che il suo obiettivo è “tutelare i valori democratici” in Medio Oriente, anche se a rigor di logica gli Stati Uniti e i loro alleati su ciò dovrebbero iniziare dai propri partner della coalizione contro la Siria, le monarchie del Golfo Persico che non sono irreprensibili in tale senso. I Paesi sunniti vedono anche la Pipeline islamica dal punto di vista delle contraddizioni interconfessionali, considerandola un “gasdotto sciita dall’Iran sciita che attraversa il territorio dell’Iraq dalla maggioranza sciita e arriva nel territorio sciita-alawita dell’amico Assad”. Come il noto ricercatore su questioni energetiche F. William Engdahl scrive, “questo dramma geopolitico è accresciuto dal fatto che il giacimento di South Pars si trova nel Golfo Persico direttamente al confine tra l’Iran sciita e il Qatar sunnita. Ma il piccolo Qatar, che non può gareggiare con la potenza dell’Iran, fa un uso attivo delle sue connessioni con la presenza militare degli Stati Uniti e della NATO nel Golfo Persico. Sul territorio del Qatar vi è l’importante nodo del Central Command del Pentagono e delle forze armate degli Stati Uniti, il quartier generale del Comando dell’US Air Force, l’83.th Air Expeditionary Group dell’aviazione inglese e il 379.th Air Expeditionary Wing dell’US Air Force”. Il Qatar, a parere di Engdahl, ha altri piani per la sua quota del giacimento di gas di South Pars e non desidera unirsi agli sforzi di Iran, Siria e Iraq. Non è affatto interessato al successo del gasdotto Iran-Iraq-Siria, che sarebbe del tutto indipendente dalle vie di transito per l’Europa usate da Qatar o Turchia. In effetti, il Qatar fa tutto il possibile per contrastare la costruzione del gasdotto, tra cui armare i combattenti dell’“opposizione” in Siria, molti dei quali provengono da Arabia Saudita, Pakistan e Libia.  (2)
la determinazione del Qatar è alimentata dalla scoperta di una società di prospezione geologica siriana, nel 2011, di un grande giacimento di gas in Siria, vicino al confine libanese, non lontano dal porto sul Mediterraneo di Tartus affittato alla Russia, e dell’individuazione di un importante giacimento di gas nei pressi di Homs. Secondo stime preliminari, queste scoperte dovrebbero aumentare notevolmente le riserve di gas del Paese, che in precedenza ammontavano a 284 miliardi di metri cubi. Il fatto che l’esportazione di gas, siriano o iraniano, verso l’Unione europea possa  avvenire attraverso il porto di Tartus, che ha legami con la Russia, scontenta il Qatar e i suoi protettori occidentali. (3) Il quotidiano arabo al-Akhbar cita informazioni secondo cui vi è un piano approvato dal governo degli Stati Uniti per creare un nuovo gasdotto dal Qatar all’Europa passando per la Turchia e Israele. La capacità di una tale pipeline non viene menzionata, ma considerando le risorse del Golfo Persico e della regione del Mediterraneo orientale, potrebbe superare sia quella  della pipeline islamica che il Nabucco, sfidando direttamente il South Stream della Russia. L’ideatore principale di questo progetto è Frederick Hoff, “responsabile per le questioni sul gas nel Levante” e membro del “comitato di crisi siriana” statunitense. Questo nuovo gasdotto partirebbe dal territorio del Qatar e dell’Arabia saudita, passerebbe quindi per il territorio della Giordania, aggirando così l’Iraq sciita e raggiungerebbe la Siria. Vicino ad Homs, la pipeline si dividerebbe in tre direzioni: Latakia, Tripoli, nel nord del Libano e Turchia. Homs, dove ci sono anche giacimenti di idrocarburi, è il “principale snodo del progetto”, e non sorprende che si svolgano in prossimità di questa città e della sua “chiave”, al-Qusayr, i combattimenti più feroci. È qui che il destino della Siria si decide. Le parti del territorio siriano dove i distaccamenti ribelli operano con l’appoggio di Stati Uniti, Qatar e Turchia, sono a nord, a Homs e nei dintorni di Damasco, che coincidono con il percorso che seguirebbe il gasdotto verso la Turchia e Tripoli in Libano. Un raffronto tra la mappa degli scontri armati e la mappa del gasdotto dal Qatar indica il legame tra le attività armate e il desiderio di controllare questi territori siriani da parte degli alleati del Qatar, che cercano di realizzare tre obiettivi: “rompere il monopolio del gas russo in Europa, liberare la Turchia dalla dipendenza dal gas iraniano e dare ad Israele la possibilità di esportare il suo gas verso l’Europa via terra, a basso costo”. (4) Come l’analista di Asia Times Pepe Escobar ha indicato, l’emiro del Qatar a quanto pare ha concluso un accordo con i “Fratelli musulmani” in base a cui ne sosterrà l’espansione internazionale in cambio di un trattato di pace in Qatar. Un regime dei “Fratelli musulmani” in Giordania e in Siria, sostenuto dal Qatar, muterebbe bruscamente l’intera geopolitica del mercato mondiale del gas decisamente a favore del Qatar e a scapito di Russia, Siria, Iran e Iraq. Sarebbe anche un colpo mortale per la Cina.  (5)
La guerra contro la Siria è volta a supportare questo progetto, così come a spezzare l’accordo tra Teheran, Baghdad e Damasco. La sua realizzazione è stata interrotta più volte a causa delle operazioni militari, ma nel febbraio 2013 l’Iraq ha dichiarato la sua disponibilità a firmare l’accordo quadro che permette la costruzione del gasdotto. (6) E’ interessante notare che dopo di ciò, nuovi gruppi di sciiti iracheni si sono levati a sostegno di Assad, che come il Washington Post ammette, non hanno “alcuna esperienza in battaglie” contro gli statunitensi nel loro Paese. Insieme ai combattenti di Hezbollah in Libano, sono una forza sempre più temibile. (7) La posta nel “gioco di eliminazione” iniziato in Siria dall’occidente per il gasdotto, continua a crescere. La fine dell’embargo dell’Unione europea alla fornitura di armi all’opposizione siriana, che secondo la BBC trovava la maggior parte dei paesi membri dell’UE contrari (8) (democrazia, dove sei?), non potrebbe aiutare i ribelli. Come per la civiltà e la giustizia, quando il profitto è in gioco, i sentimenti non hanno peso. La cosa principale è non giocare la carta sbagliata in questo gioco sleale che odora di sangue e di gas.

Note
1) Voltairenet
2) Global Research
3) Natural Gas Asia
4) Zebra Station Polaire
5) Asia Times
6) Day.az
7) Washington Post
8) BBC

arab gas pipelineLa ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché spaventarci con le armi chimiche siriane?

Pjotr Lvov (Russia) New Oriental Outlook 2 giugno 2013 – Oriental Review

Le ultime relazioni sulla confisca di due chilogrammi di gas Sarin, una potente neurotossina, in una base di Adana nella Turchia meridionale, a circa 150 km dal confine con la Siria, all’inizio di questa settimana, aggiunge rilevanza al commento perspicace di Pjotr Lvov, esperto sul Medio Oriente di New Oriental Outlook, su chi in realtà ci spaventa con le presunte armi chimiche siriane.

226498Le recenti dichiarazioni di alti funzionari degli Stati Uniti e di altri Paesi riguardo al possibile utilizzo di armi chimiche da parte della Siria contro i combattenti dell’opposizione, sollevano una domanda legittima, in favore ci chi fanno tali dichiarazioni, e perché vengono fatte? La sottosegretaria di Stato statunitense Wendy Sherman ha detto al Congresso che le armi chimiche sono state usate due volte durante il conflitto. Il segretario di Stato John Kerry ha detto in precedenza che c’erano prove che l’esercito siriano ha usato armi chimiche contro i ribelli. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha anche lui detto di avere “prove” che il governo siriano ha utilizzato armi chimiche contro l’opposizione. In una sua intervista ai media statunitense Erdogan ha detto che negli ospedali turchi si curano pazienti feriti da armi chimiche in Siria. Ha categoricamente respinto l’ipotesi che le unità dell’opposizione abbiano potuto utilizzare armi chimiche.
Per cominciare, abbiamo bisogno di sapere che tipo di armi chimiche possieda Damasco e dove si trovano. Dopo tutto, la Siria è uno dei sette Stati che non hanno firmato la Convenzione 1993 che vieta le armi chimiche e anche se fino a poco tempo fa aveva ufficialmente negato il possesso di armi chimiche, esperti occidentali credono che abbia un arsenale di armi chimiche e biologiche. La Siria ufficialmente ha ammesso di possedere armi chimiche e biologiche per la prima volta il 23 luglio 2012. Damasco ha anche fatto sapere che poteva impiegarle come mezzo di difesa, se aggredita da potenze straniere. Poi ha ripetutamente detto che non le userà contro i propri cittadini in qualsiasi circostanza, anche se i membri dell’opposizione ne entrassero in possesso. Le autorità siriane successivamente hanno detto che i ribelli avevano occupato uno stabilimento chimico vicino a Aleppo ed espresso la preoccupazione che potessero utilizzare componenti per armi chimiche. Il ministero degli Interni siriano ha inviato una lettera al riguardo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e al Segretario Generale Ban Ki Moon. L’impianto in questione è, ovviamente, il Safira Plant presso Aleppo, occupato da Fronte al-Nusra affiliato al-Qaida. Questo impianto è specializzato nella produzione di idrossido di sodio e acido cloridrico. Notizie da Aleppo indicano che le truppe governative hanno ripreso l’impianto, ma il pericolo non è finito perché i ribelli avrebbero rubato quantità di agenti o componenti utilizzabili nella fabbricazione di armi chimiche, per poi usarli contro l’esercito o montare una provocazione. Ciò è evidentemente successo, ma gli Stati Uniti si sono affrettati a dire che sono stati utilizzati non da ribelli, ma dalle forze governative contro i ribelli.
Vorrei mettere in chiaro che le armi chimiche della Siria sono state sviluppate senza l’aiuto sovietico o russo, ma con l’aiuto dei Paesi che ora aderiscono all’opposizione anti-siriana, soprattutto Francia e Germania. L’arsenale di armi chimiche della Siria ha lo scopo di garantire la parità strategica con Israele, che possiede armi nucleari. La Siria vede le armi chimiche come componente essenziale delle proprie forze armate. Il suo programma per sviluppare armi chimiche è iniziato negli anni ’70 con il concorso attivo delle aziende dell’Europa occidentale, soprattutto tedesche e francese, e si basa su tecnologie dal duplice uso, in cui lo stesso impianto produce prodotti sia civili che militari. Così, la Siria ha iniziato a produrre il gas mostarda (un agente vescicante) e agenti nervini organofosforici che utilizzano le stesse materie prime e componenti chiave della propria produzione. La produzione di agenti e componenti chimici è concentrata in prossimità di Damasco, in impianti petrolchimici a Homs (VX), Hama (Sarin, Tabun e VX), Aleppo (nei pressi di Safira).
Quindi, chi ha bisogno di tale dramma sull’uso di armi chimiche? Una cosa è perfettamente chiara, se gli Stati Uniti avessero la prova che l’esercito siriano ha utilizzato armi chimiche, si sarebbero presentati al Consiglio di sicurezza dell’ONU già da tempo. Incidentalmente, neanche Israele, il Paese principalmente minacciato dalle armi chimiche siriane, ha presentato alcuna prova. Comunque periodicamente si lancia l’allarme che agenti per la guerra chimica potrebbero cadere nelle mani degli estremisti dell’opposizione siriana. In altre parole, Israele è preoccupato dall’opposizione islamista radicale, non da Damasco.
La risposta è ovvia. Il mondo ha già visto qualcosa di simile nel 2003, quando le ADM irachene, tra cui armi chimiche, furono utilizzate quale pretesto da Stati Uniti, Gran Bretagna e alleati per occupare quel Paese. Ma non trovarono armi di distruzione di massa (ADM) o programmi per svilupparle. Dieci anni fa, Washington e Londra nervosamente previdero che Saddam Hussein potesse usare armi chimiche. Tra l’altro, la produzione di armi chimiche per uso militare richiede una grande capacità industriale. Le comunità d’intelligence inglese e statunitense dissero a Bush e Blair che gli agenti tossici che Hussein usò nel 1988 contro i curdi nella città di Halabja avevano origine straniera. Esperti inglesi cercarono di scoprire da dove provenissero, ma rimase un mistero. Tuttavia Washington e Londra ritennero necessario attaccare l’Iraq, così dissero al mondo che era urgentemente necessario salvarsi dalle ADM irachene, armi chimiche incluse. Per cominciare, nel febbraio 2003, il segretario di Stato Colin Powell al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite,  mostrò delle immagini di alcune inesistenti unità mobili presumibilmente utilizzate per la fabbricazione di armi chimiche e la fermentazione dei batteri dell’antrace, poi l’invasione dell’Iraq venne avviato in primavera. Per inciso, Powell poi chiese scusa al Consiglio di Sicurezza per il suo “show”, dicendo di esser stato fuorviato dai rapporti d’intelligence degli Stati Uniti. E i suoi “quadri” furono disegnati da alcuni studenti di Londra e passati alla CIA dagli inglesi come “prove”. Ora il vecchio spettacolo chiamato “Minaccia chimica da un sanguinario dittatore” è stato ripreso. Tipicamente, gli inglesi sono di nuovo tra i registi dello show, e fonti militari nei Paesi del Golfo Persico hanno fatto “trapelare” informazioni secondo cui tutte le armi chimiche sono state concentrate in cinque basi aeree e tenute sotto controlli speciali.
La guerra delle informazioni della televisione statunitense e britannica, e di al-Jazeera del Qatar, di conseguenza è stata rilanciata. Le agenzie stampa e i media elettronici hanno iniziato a parlare di quanto sia necessario fermare il “dittatore” siriano. L’isteria ha chiaramente un obiettivo, preparare l’opinione pubblica all’azione militare contro la Siria perché la Russia impedisce al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di adottare risoluzioni che diano il permesso d’imporre una no-fly zone nello spazio aereo siriano e di stabilire regioni protette umanitarie per i profughi in Siria. Senza un’aggressione militare diretta della NATO e delle diverse monarchie del Golfo Persico (Qatar e Arabia Saudita, disposti a finanziare l’invasione occidentale della Siria), l’opposizione non ha la capacità di rovesciare il legittimo governo di Assad. Così, il mistero delle armi chimiche siriane è facilmente risolvibile.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La soglia del disastro, Israele s’impegna nella guerra imperialista contro la Siria

Fida Dakroub, Global Research, 1 giugno 2013

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Generalità
Come già annunciato e confermato nei giorni precedenti, e forse ne riceveremo notizia nei prossimi giorni, Israele si è impegnato direttamente nella guerra imperialista contro la Siria quando le sue forze aeree hanno colpito postazioni militari dell’esercito siriano nei dintorni di Damasco, smascherando così l’imperialismo occidentale, il sionismo mondiale, il dispotismo e l’oscurantismo wahhabita, riunitisi in una Santa Alleanza contro l’”Asse della resistenza” di Iran, Siria, Iraq e  Libano, con dietro la Russia e la Cina; nel frattempo, sul territorio siriano, l’esercito arabo siriano avanza su più fronti nelle province di Damasco, Homs e di Aleppo, e la crisi siriana, entrata in un vicolo cieco, ha solo due modi per essere risolta:
o la Santa Alleanza abbandona l’opzione militare e smette di addestrare, armare e infiltrare gruppi taqfiristi in Siria, così avviando il dialogo tra la cosiddetta “opposizione” e il governo siriano;
o una guerra regionale viene avviata, bruciando non solo i Paesi coinvolti, ma l’intero Medio Oriente.
Non ci nascondiamo che il conflitto sorto in Siria non è un conflitto tra un regime dispotico e una folla di monaci meditabondi, come i media monopolizzano, ma un conflitto tra l’imperialismo occidentale, il sionismo mondiale e il dispotismo e l’oscurantismo wahhabita da un lato, che per la prima volta compongono una Santa Alleanza, e l’Iran, la Siria, l’Iraq, il Libano o il cosiddetto “Asse della resistenza” sostenuto da Russia e Cina, dall’altro lato. Tutto ruota intorno a questa demarcazione, e qualsiasi discorso che potrebbe vedere nella crisi siriana la battaglia contro un regime dispotico è davvero un discorso povero o un povero discorso.

Kerry a Mosca
I lunghi colloqui con i funzionari russi, prima al Cremlino e poi al Ministero degli Esteri, in occasione della visita del segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry a Mosca, hanno portato alla seguente dichiarazione: gli approcci della Russia e degli Stati Uniti sulla questione siriana “non sono realmente differenti. Sulla sistemazione della Siria le parti hanno convenuto nel cooperare in modo efficace (…), Mosca e Washington lavoreranno insieme nel pieno rispetto del comunicato di Ginevra“, ha dichiarato il Ministro degli Esteri della Russia Sergej Lavrov [1]. “Kerry, atterrato all’aeroporto di Mosca-Vnukovo, ha compiuto la sua prima visita in Russia come capo della diplomazia statunitense, una delle mosse più delicate dopo il forte deterioramento dei rapporti bilaterali nello scorso anno” [2]. Secondo lui, le parti sono effettivamente in grado di “sbloccare la situazione“. “Gli Stati Uniti ritengono che condividiamo interessi molto importanti in Siria, tra cui la stabilità della regione e impedire che gli estremisti creino problemi nella regione e altrove“, ha detto Kerry. “Abbiamo convenuto che la Russia e gli Stati Uniti incoraggino il governo siriano e l’opposizione a trovare una soluzione politica“, ha detto Sergej Lavrov, dopo i colloqui a Mosca con il suo omologo statunitense John Kerry.
La Siria è uno dei pomi della discordia tra i due Paesi, la Russia è il principale difensore della Siria e del popolo siriano, mentre gli Stati Uniti “benedicono” l’invio di gruppi taqfiristi dalla Turchia e da alcuni Paesi arabi, per ‘guerreggiare’ contro il governo siriano. Bisogna attendere la conferenza internazionale sulla Siria, che si terrà a giugno e il vertice Putin – Obama per sapere quale delle due direzioni prima indicate, prenderà la crisi siriana [3]. Come promemoria, Mosca e Washington hanno concordato di tenere al più presto una conferenza internazionale sulla Siria. Inoltre, Dmitrij Peskov, portavoce del capo di Stato russo ha detto che il prossimo incontro tra i due presidenti potrebbe avvenire nel quadro del vertice del G8 in Irlanda del nord. [4] Questo è il risultato principale della visita in Russia del segretario di Stato statunitense John Kerry. [5]

Israele rinuncia alla sua “neutralità”
In contrasto con l’ottimismo creato dalla visita di John Kerry a Mosca, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, non volendo mostrare che i suoi bicipiti, ha detto che gli Stati Uniti si riservano il diritto di adottare misure diplomatiche e militari per risolvere il conflitto in Siria, ma volendo risolvere questo problema insieme alla comunità internazionale. Su un altro livello, Israele è direttamente coinvolto nella guerra imperialista contro la Siria e rinuncia alla sua “neutralità”  credendo che la caduta di Assad possa anche indebolire l’Iran. All’inizio della guerra imperialista contro la Siria, Israele era rimasto rigorosamente discreto, ma questa precauzione non era più adeguata. Un anno fa, il presidente israeliano Shimon Peres disse che desiderava la vittoria dei ribelli siriani che ammira per il loro coraggio. [6] Questa piccola frase di Peres portò, qualche mese fa, al sostegno militare e logistico dei gruppi armati che combattono l’esercito siriano nei villaggi vicini al confine tra Israele e Siria [7]. Il coinvolgimento di Israele nella guerra in Siria si svolge già su due piani, logistico e tattico.
Sul piano logistico, Israele ha aperto i suoi ospedali ai militanti armati feriti. La prova si ebbe a marzo, quando undici terroristi feriti furono curati in Israele, secondo fonti ufficiali israeliane. Otto di loro furono rimpatriati in Siria e gli ultimi due rimasero ricoverati in ospedale nel nord d’Israele, uno a Nahariya e l’altro a Safed[8]. Basta fare un parallelo con la rivelazione di Moti Kahana al quotidiano israeliano Yediot Aharonot, circa la creazione di un fondo per finanziare i ribelli siriani, per determinare la misura in cui Israele è coinvolto nella guerra in Siria. Nel suo discorso al “Think Tank” Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente, Kahana dichiarò che suo fratello Steeve era un riservista dei servizi medici militari israeliani che avevano curato i feriti che passavano dal Golan siriano. Aveva detto tra l’altro di essersi recato in Siria come se andasse a Tel Aviv: “Abbiamo raccolto centinaia o addirittura migliaia di dollari negli ultimi due anni e sono responsabile del trasferimento delle donazioni alle organizzazioni liberali in Siria“, aggiunse sottolineando che lui stesso aveva dato a questo fondo una somma di 100 dollari. [9] Meglio ancora, il sito israeliano Debkafile aveva confermato che Israele aveva già costruito un ospedale da campo vicino al confine con la Siria e la Giordania, per curare gli insorti “siriani” feriti. “Israele ha creato un grande ospedale da campo nei pressi del posto di osservazione militare sul Golan di Tel Hazakah che si affaccia sul sud della Siria e sulla Giordania settentrionale. Lì, arrivavano i feriti della guerra siriana che venivano controllati ed esaminati dai medici dell’esercito israeliano, dove venivano  curati e rinviati indietro, o giudicati feriti abbastanza seriamente da richiedere assistenza ospedaliera. I feriti gravi vengono inviati in uno dei vicini ospedali israeliani di Safed o Haifa.” [10]
A livello tattico, Israele aveva deciso di cambiare le “regole del gioco” effettuando attacchi tattici contro obiettivi militari dell’esercito siriano. Israele ha avvertito che il trasferimento di “armi strategiche” ad Hezbollah potrebbe giustificare tali attacchi preventivi. Nel primo raid nella notte del 30-31 gennaio, aerei da guerra israeliani hanno effettuato numerosi attacchi contro obiettivi nella zona di confine tra la Siria e il Libano. Gli aerei avevano preso di mira un “centro di ricerca militare” a Jamraya, nei sobborghi di Damasco. Due persone che lavoravano nel sito furono uccise e altre cinque ferite. La Siria riconobbe l’attacco avvenuto contro il proprio territorio. [11] Il giorno dopo il raid, Amos Harel scrisse su Haaretz,Israele entra nella guerra civile siriana“. [12]
La seconda incursione nella notte del 2-3 maggio, aerei israeliani lanciarono un nuovo raid aereo in Siria. Secondo dei funzionari statunitensi citati dalla CNN, gli aerei israeliani attaccarono uno o più convogli che trasportavano armi destinate a Hezbollah. Una fonte ufficiale confermò il raid israeliano all’agenzia AP. Secondo questa fonte, che aveva chiesto l’anonimato, le armi non erano chimiche. La posizione precisa del raid non è attualmente nota. Tuttavia, la Siria non ha confermato queste incursioni. [13] Il Terzo raid, nella notte del 4-5 maggio, era il secondo raid che l’aviazione israeliana aveva condotto sulla Siria in 48 ore, sostenendo di voler impedire il trasferimento di armi a Hezbollah, ma a Damasco ciò apriva la porta a tutte le opzioni rendendo la situazione nella regione più “pericolosa”. Secondo la Siria, lo Stato ebraico aveva colpito tre postazioni militari a nord-ovest di Damasco con missili sparati da aerei israeliani sul Libano. Un funzionario israeliano aveva confermato l’attacco dicendo che “si trattava di missili iraniani per Hezbollah” [14]. Insieme a questi attacchi, i funzionari israeliani continuano a minacciare la Siria, basta seguire le dichiarazioni di Tel Aviv sui missili russi S-300 che sarebbero stati consegnati a Damasco recentemente, per determinare a quale punto Israele sia coinvolto nel conflitto siriano. Ad esempio, il capo del Consiglio di sicurezza di Israele, Yaakov Amidror, ha avvertito i leader europei che Israele è determinato a distruggere i missili S-300 una volta dispiegati sul territorio siriano. [15] Da parte sua, il colonnello Zvika Haimovich ha detto che Israele aveva già determinato, in tre punti, la “linea rossa” che spingerà il suo esercito a distruggere i missili S-300:
1. I missili vengono puntati sullo spazio aereo israeliano;
2. I missili vengono trasferiti a Hezbollah;
3. I missili cadono nelle mani dei gruppi taqfiristi. [16]
Tuttavia, una questione rilevante si pone qui: quanto le minacce e i recenti attacchi aerei di Tel Aviv sono efficaci nel frenare il dispiegamento dei missili S-300 in territorio siriano e il loro trasferimento a Hezbollah? Tuttavia, dobbiamo ammettere qui che a volte, nella vita, è meglio usare la saggezza del folle che la follia del saggio. Leggiamo ciò che il mullah Nasreddin Djeha disse in una situazione simile.

Lo schiaffo di Nasreddin Hodja Djeha
Nasreddin Hodja Djeha era davanti la sua porta con in mano una brocca, ma arrivare alla fontana con quel caldo era una faticata. Fermò una bambina che passava di lì e le chiese di andare a prendere l’acqua.
- Ti prego di non rompere la brocca, raccomandò e subito dopo le diede uno schiaffo in faccia.
La bambina si mise a piangere e il suo vicino di casa, che aveva visto la scena, s’infuriò per tale brutalità:
- Che Allah vi maledica Nasreddin! Non vi è nessuno più vile di voi!
- Dimmi, tu che fai il censore, a che servono gli schiaffi quando la brocca è rotta?
Se Tel Aviv teme invece che la Siria trasferisca a Hezbollah dei sistemi d’arma sofisticati che potrebbero cambiare i rapporti di forza con i libanesi al suo confine settentrionale, allora parodiando la storia del mullah Nasreddin citata sopra, a che servono gli attacchi preventivi israeliani contro la Siria quando i missili S-300 sono stati dispiegati sul territorio siriano e trasferiti a Hezbollah? Bisognerebbe vedere, in tal senso, il riferimento su questo punto del presidente siriano Assad nel corso di un’intervista alla TV libanese al-Manar. [17] Cioè che a Tel Aviv l’audacia di certo non manca, ma attenzione, attenzione!

Fida Dakroub, Ph.D

Note
[1] La voix de la Russie. (8 maggio 2013). «John Kerry à Moscou: pas de divergences Russie-USA sur la Syrie».
[2] Libération. (7 maggio 2013). «John Kerry à Moscou pour rencontrer Vladimir Poutine».
[3] Russia Today. (7 maggio 2013). “Russia, US to push for global Syria conference to bring conflicting sides to table”.
[4] La voix de la Russie. (8 maggio 2013). «Poutine espère rencontrer bientôt Obama».
[5] La voix de la Russie. (8 maggio 2013). «John Kerry à Moscou…», loc. cit.
[6] Le Figaro. (11 giugno 2012). «Israël prend position en faveur des insurgés syriens».
[7] Henry, Marc. (29 marzo 2013). «Un hôpital israélien sur le Golan pour soigner les rebelles anti-Assad». Le Figaro.
[8] Huffington Post. (27 marzo 2013). «Un insurgé syrien blessé sur le Golan soigné en Israël est décédé».
[9] Benhorin,Yitzhak. (10 maggio 2013). «Israeli raising funds to help Syrians ‘dying near us’». Yediot Aharonot.
[10] Debka File. (8 maggio 2013). «Israeli -and Hizballah- controlled enclaves inside Syria».
[11] Le Figaro. (31 gennaio 2013). «Syrie: le raid israélien aurait visé un convoi d’armes».
[12] Harel, Amos. (31 gennaio 2013). “Israel enters the civil war in Syria”. Haaretz.
[13] Le Figaro. (4 maggio 2013). «L’aviation israélienne a lancé un nouveau raid aérien en Syrie».
[14] Libération. (5 maggio 2013). «Syrie: nouveau raid israélien, Damas garde toutes les options ouvertes».
[15] The Jerusalem Post. (30 maggio 2013). “Analysis: Israel could hit S-300 missiles in Syria”.
[16] loc. cit.
[17] SANA. (30 maggio 2013). «Le président al-Assad : Les batailles que déclenche l’armée arabe syrienne visent à préserver l’unité de la Syrie».

Ricercatrice in Studi francesi (University of Western Ontario, 2010), Fida Dakroub è scrittrice e ricercatrice sulla teoria di Bachtin. È un’attivista per la pace e i diritti civili.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Al-Qusayr: l’assalto finale

Syria Report 1 giugno 2013

217361La battaglia per al-Qusayr è in corso. La strategia dell’esercito da inizio maggio è circondare e isolare la città, bombardando le posizioni degli islamisti nel tentativo di spezzare la resistenza e infliggerle pesanti perdite. Per attuare questa strategia, l’azione dell’esercito include elementi della 3.za e 4.ta divisioni corazzate e della Guardia repubblicana sostenuti dai combattenti di Hezbollah e delle Forze Nazionali di Difesa. A seguito dello straordinario dispiegamento di artiglieria e aviazione il 19 maggio, le forze siriane e distaccamenti alleati di guerriglieri delle Forze di Difesa Nazionale (NDF) e di Hezbollah hanno fatto irruzione ad al-Qusayr. Entro il primo giorno, il centro della città era assicurato.

La strategia della controinsurrezione
L’importanza del coinvolgimento di Hezbollah è notevole, un movimento di guerriglia dall’alta professionalità e coerente che lo rende un’efficace e affidabile forza combattente nella battaglia per la città chiave. Grazie alla sua vicinanza al Libano, al-Qusayr è una posizione interessante per il traffico di armi e personale dei gruppi islamisti. Al-Qusayr è un nodo strategico tra Damasco, le coste, Homs, Hama e Aleppo a nord. La battaglia per al-Qusayr vede l’impiego coordinato delle armi dell’esercito, combinando unità d’élite dell’esercito ed efficienti guerriglieri sostenuti da blindati, artiglieria e aviazione. In linea con la crescente retorica settaria promanata dell’opposizione, abbondano le accuse secondo cui Hezbollah “guida la lotta” essendo più presente delle truppe governative. È vero il contrario, le truppe governative rappresentano circa l’ottanta per cento dello schieramento.
Nonostante gli sforzi iniziali delle forze governative siano impressionanti ed efficaci, fonti prevedono che il controllo totale della città richiederà delle “settimane”. Le campagne di controinsurrezione sono intrinsecamente difficili da attuare e richiedono un continuo ripensamento. I gruppi islamisti rimanenti resistono usando una combinazione di cecchini, trappole esplosive e attacchi da posizioni consolidate e nascoste. L’assalto ad al-Qusayr è un’azione operativa dove l’esercito e gli alleati manovrano in battaglia per raggiungere successivamente gli obiettivi strategici di Homs. In effetti, l’esercito è impegnato in molti focolai nei pressi di al-Qusayr; Arjun, al-Daba’a e al-Hamadiyeh ne sono l’esempio. Il travolgente dispiegamento ha provocato caos, confusione e disperazione dietro le le linee nemiche. Il piano operativo è fortemente associato al pensiero militare sovietico e russo.

I rinforzi agli islamisti
Molte richieste di rinforzi di grandi dimensioni sono state fatte dai gruppi islamisti, tra cui Jabhat al-Nusra. Il rapido successo in battaglia dell’esercito siriano e il ritmo della sua manovra tattica, le disperate richieste di aiuto da parte degli islamisti accerchiati e la visione romantica di essere uccisi in azione in una battaglia inevitabilmente persa, costringono i ribelli e i loro sostenitori ad inviare rinforzi. Sono circolate ieri affermazioni secondo cui un distaccamento islamista di Liwa al-Tawhid aveva raggiunto al-Qusayr. Allo stesso modo, una assai propagandata affermazione di Jabhat al-Nusra della scorsa settimana, si è rivelata essere irrealistica e falsa. I video mostrato gruppi di militanti in aree isolate, rurali e aperte, sottolineando l’osservazione secondo cui l’invio di grandi quantità di “rinforzi” sia solo propaganda. Le immagini diffuse ieri presumibilmente mostrano un tale distaccamento caduto in un’imboscata mentre cercava d’infiltrarsi nella zona d’operazioni dell’esercito siriano di al-Qusayr. Le relative immagini visionate su Syria Report indicano pesanti perdite tra i ribelli caduti nell’imboscata.
Le notizie della stampa suggeriscono, oggi, che gli islamisti ad al-Qusayr siano stati rinforzati da un migliaio di uomini. Separatamente, una mappa fatta circolare da militanti e sostenitori raffigura un corridoio, affermando di essere stato brevemente aperto per consentire il passaggio dei rinforzi. Le affermazioni sono incoerenti e probabilmente false. La mappa raffigura i rinforzi degli islamisti che entrano nel campo di battaglia attraverso il villaggio di Shamsin. Se fosse vero, il distaccamento senza dubbio affronterà l’elevata concentrazione di forze siriane.

map3Conclusione
La battaglia per al-Qusayr non è quella definitiva. E’ estremamente importante e dopo l’inevitabile vittoria dell’esercito siriano, il resto di Homs sembra destinato ad essere assicurato spezzando le linee di rifornimento degli islamisti dal Libano. Significativamente, l’offensiva può indicare la strategia dell’esercito siriano per le future operazioni. In altri focolai, il confronto continuo tra esercito ed islamisti sottolinea spesso la natura del conflitto, un rapido cambio di territorio con nessuna delle due parti necessariamente in possesso del terreno. La strategia di al-Qusayr è diversa, tattiche di manovre rapide e intense battaglie, impiegando e coordinando fanteria, aviazione, blindati e artiglieria.
Il video seguente mostra l’esercito ad Arjoun, vicino ad al-Qusayr e al-Daba’a



Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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