La Cina sorveglia le esercitazioni dell’US Navy

Tyler Durden Zerohedge 21/07/2014
Beijixing 851La Cina ne ha abbastanza della diplomazia. Poco dopo che il presidente cinese Xi Jinping ha avvertito che “un conflitto tra Cina e Stati Uniti sarebbe sicuramente un disastro per i due Paesi e il mondo“, gli apparentemente stonati USA hanno risposto scatenando ancor più forze militari nel cortile della Cina, annunciando lo sviluppo di nuove tattiche militari per scoraggiare l’avanzata  lenta, ma costante, della Cina nel Mar Cinese Meridionale, anche con l’uso più aggressivo degli aerei di sorveglianza e delle operazioni navali nei pressi di aree contese. Il messaggio è chiaro: i convenevoli sono grandi, ma sospendete immediatamente le eventuali ambizioni territoriali che influenzano gli alleati regionali degli statunitensi. Beh, la Cina ha risposto, ma non nel modo con cui gli Stati Uniti avrebbero voluto. Secondo Bloomberg, la Cina ha inviato una nave per sorveglianza al largo delle Hawaii, anche se il Paese partecipa per la prima volta alla più grande esercitazione navale internazionale del mondo guidata dagli Stati Uniti. La nave opera a sud dell’isola hawaiana di Oahu, nei pressi del gruppo d’attacco (CSG) della portaerei USS Ronald Reagan (CVN-76) e del grosso di 50 navi che partecipano all’esercitazione, diverse fonti confermano all’USNI News. La nave d’intelligence si trova presso le acque territoriali degli Stati Uniti, entro le 200 miglia nautiche della zona economica esclusiva, ha detto in una e-mail il capitano Darryn James, portavoce della flotta del Pacifico degli Stati Uniti. La nave non è associata all’esercitazione Rim del Pacifico, o RIMPAC, attualmente in corso, ha detto. “Le forze navali statunitensi controllano costantemente tutte le attività marittime nel Pacifico, e ci aspettiamo che questa nave resti al di fuori delle acque territoriali statunitensi e non operi per sconvolgere l’esercitazione marittima Rim del Pacifico“, ha detto James. L’ironia, naturalmente, è che questa volta sono gli statunitensi ad essere concilianti con la Cina, invitandola a partecipare a RIMPAC per la prima volta. La Cina ha risposto inviando il secondo maggiore contingente di RIMPAC, quest’anno. “Programmata per favorire la cooperazione internazionale marittima, la Cina espande le sue capacità e la presenza della nave di sorveglianza solleva dubbi tra alcuni Paesi partecipanti“. Mentre la Cina partecipa a RIMPAC, le sue forze sono escluse dalla maggior parte delle principali esercitazioni al combattimento. Il Paese ha inviato quattro navi, il cacciatorpediniere lanciamissili Haikou, la fregata Yueyang, la nave rifornimento Qiandaohu e la nave ospedale Peace Ark. Inutile dire che gli Stati Uniti ne sono dispiaciuti: “Invia un pessimo segnale“, ha detto Ben Schreer, analista per la strategia della difesa presso l’Istituto di pianificazione strategica australiano di Canberra. “C’era molta buona volontà da parte statunitense, che afferma ‘nonostante ciò che avete fatto nei Mar Cinese Orientale e Meridionale di recente, vi abbiamo invitato a queste prestigiose esercitazioni, e avete palesemente inviato questa nave spia nella zona.’
La Cina ha preso posizioni più decise sulle questioni territoriali con il Giappone nel Mar Cinese orientale e le Filippine e il Vietnam nel Mar Cinese Meridionale, aumentando le tensioni regionali. “Non è la prima volta che siamo sorvegliati mentre operiamo o ci esercitiamo“, ha detto Per Rostad, ufficiale del nave della marina norvegese Fridtjof Nansen. “Tuttavia, si potrebbe dire che si fa del romanzo quando si partecipa a un’esercitazione con delle unità“, ha detto Rostad che ha cooperato con la marina cinese nel trasporto delle armi chimiche dalla Siria. USNI News aggiunge: “La Cina è un’ospite non invitata nella maggiore esercitazione navale del mondo. Gli Stati Uniti hanno invitato quattro navi della Marina dell’Esercito di Liberazione della Cina popolare (PLAN) all’esercitazione Rim del Pacifico 2014, una mossa salutata come segno di miglioramento delle relazioni militari tra i due Paesi. Ma la Cina ha inviato anche una nave da sorveglianza elettronica per monitorare i segnali navali nell’esercitazione. La flotta del Pacifico degli Stati Uniti ha seguito la nave da sorveglianza della marina cinese che opera in prossimità delle Hawaii, presso le acque territoriali degli Stati Uniti“, ha detto il capitano Darryn James, portavoce dell’US Pacific Fleet, ad USNI News. “Ci aspettiamo che questa nave resti al di fuori delle acque territoriali statunitensi e non operi in modo da sconvolgere l’esercitazione marittima Rim del Pacifico“. James ha detto che la nave non fa parte dell’esercitazione e non specula sulla finalità della nave, ma ha detto che è apparsa nei pressi delle Hawaii una settimana prima. “Tutte le domande sulle intenzioni o capacità della nave dovranno essere affrontate Marina dell’Esercito di Liberazione della Cina popolare“, ha detto.  La nave è una nave ausiliaria d’intelligenza generale (AGI) classe Dongdiao, una classe di tre navi progettata per raccogliere dati elettronici e di comunicazione da navi e aerei circostanti, fonti hanno confermato ad USNI News.
Lo spione sulla Cina Andrew Erikson ha detto che la nave probabilmente è la più esperta della PLAN, in un’intervista ad USNI News. “Questa AGI è probabilmente il vascello per l’intelligence Beijixing (codice 851) Tipo 815 della classe Dongdiao, assegnato alla Flotta del Mar Orientale“, ha detto Erickson, professore associato presso il Naval War College. “Beijixing è il migliore vascello della classe di AGI più avanzate della PLAN. Sulla base delle foto su internet e dei resoconti dei media e del governo giapponese, Beijixing è l’AGI cinese che più ha navigato, avendo operato frequentemente nei pressi e nella zona economica esclusiva (ZEE) del Giappone“. La classe Dongdiao al largo delle Hawaii opera nella ZEE degli Stati Uniti, ma non in acque territoriali, ha detto James. “La presenza della nave AGI della marina cinese è conforme al diritto internazionale in materia di libertà di navigazione“, ha detto. “L’US Navy opera al largo delle acque territoriali delle nazioni costiere di tutto il mondo, nel rispetto del diritto internazionale e delle norme, e all’AGI della Cina è permesso fare lo stesso”. In altre parole, la Cina fa ciò che sa fare meglio: rispondere a modo richiamando le varie nazioni alla loro ipocrisia: il ministero della Difesa della Cina ha detto che i movimenti della nave cinese in acque internazionali sono conformi al diritto internazionale, ha riferito Global Times. “La Cina rispetta i diritti di tutti gli Stati costieri interessati al diritto internazionale, e auspica che i Paesi interessati rispettino i diritti delle navi cinesi secondo la legge“, avrebbe affermato un funzionario del dipartimento stampa del ministero.

Perché?
La Cina da tempo lamenta la sorveglianza degli Stati Uniti al largo delle coste cinese, all’interno della zona economica esclusiva del Paese. Nel 2009, la Cina disse che una nave di sorveglianza dell’US Navy era attiva nella zona economica esclusiva del Paese, sul Mar Giallo, violando le leggi internazionali e cinesi. L’USNS Victorious non chiese il permesso della Cina, disse allora la portavoce del ministero degli Esteri Ma Zhaoxu.

In sintesi:
1. La Cina avverte gli USA di non provocarla, minacciando un nuovo “conflitto globale”.
2. Gli USA provocano inviando prontamente navi da sorveglianza nel Mar Cinese meridionale.
3. La Cina risponde alla provocazione degli USA inviando la propria nave da sorveglianza nelle Hawaii, durante ciò che dovrebbero essere esercitazioni navali amichevoli.
4. ???

203_65051_894134Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il cinese J-31 contro l’F-35 statunitense

Valentin Vasilescu Reseau International 18 luglio 2014
27_179326_c3e3e77cfa6c1c2_zps811c938fLa Russia è interessata a favorire l’esportazione dei caccia cinesi J-31, in modo che diventi, assieme al Sukhoj T-50, un concorrente al costoso aereo statunitense F-35. La Cina ha 580 velivoli per  garantirsi la supremazia aerea, con velivoli di 4° generazione derivati da Su-27SK e Su-30MKK (J-11, J-16) e J-10, mentre Corea del Sud e Giappone hanno assieme 590 aerei, superiori in termini di avionica e armamenti ai cinesi, cui aggiungere il contingente di 260 aeromobili degli Stati Uniti schierato nei due Paesi o sulle portaerei assegnate alla VII Flotta degli Stati Uniti. Inoltre, Corea del Sud e Giappone hanno già ordinato 40-50 aerei stealth statunitensi F-35. Da parte sua, l’industria aerospaziale indiana acquisisce la tecnologia del caccia stealth russo Sukhoj T-50, che sarà prodotto come HAL FGFA (250-280 aeromobili). Questo è il motivo per cui, negli ultimi mesi, un’assistenza discreta è stata fornita dai russi ai cinesi trasferendo tecnologia russa per ulteriori test, e procedere immediatamente alla produzione in serie del prototipo del velivolo stealth J-31. Nei prossimi anni, almeno 500 aeromobili J-31 doteranno la forza aerea cinese.
Per compensare l’elevata potenza del singolo motore F-35 (Pratt&Whitney F135 da 19000 kg/s), il J-31 è attualmente dotato di due motori WS-13 da 8700 kg/s copiati dal motore russo RD-93 del MiG-29K/MiG-35. Per competere con l’F-35 sul mercato mondiale, ai cinesi è necessario che i russi gli consentano di fabbricare su licenza il motore Saturn S-117 del Su-35, con una spinta molto più potente di 15800 kg/s. Il megacontratto da 400 miliardi di dollari firmato con la Russia all’inizio di maggio, ha mostrato da quale lato si trova la Cina dall’imposizione delle sanzioni occidentali alla Russia. Le due superpotenze hanno deciso di non essere rivali sul mercato del trasporto aereo.
Il J-31 è un’alternativa più modesta sul piano dell’avionica, ma il prezzo è pari al 60% di quello dello statunitense F-35. I due velivoli hanno due vani per trasportare due missili aria-aria a medio raggio o bombe. Ed entrambi hanno 6 piloni esterni da 6-8 tonnellate. La strategia della Cina per la commercializzazione del velivolo J-31 è interessante. Oltre ai 500 aeromobili dell’aeronautica cinese, altri 120 J-31 sono destinati alle tre portaerei cinesi. La portaerei cinese Liaoning, ex-Varjag,  attualmente ha 30 aerei J-15 (simile al Su-33) e viene utilizzata come nave scuola per l’addestramento dei piloti delle portaerei. Una copia modificata della Liaoning è in costruzione avanzata nei cantieri Dalian, mentre la terza portaerei, molto più grande, è in costruzione nei cantieri navali di Shanghai. La Cina diverrà, alla fine dell’anno, l’economia mondiale pronta ad investire tanto denaro quanto gli statunitensi sui programmi sulla furtività e nell’industria aerospaziale, prevedendo di esportare almeno 600 aerei J-31. Il prezzo di un F-35 è superiore ai 120 milioni di dollari. A tale prezzo, al di fuori degli Stati Uniti, solo Paesi ricchi della NATO come Italia, Inghilterra, Paesi Bassi, Norvegia e Turchia possono permettersi di acquistarlo. Spagna, Portogallo e Grecia, che affrontano una profonda crisi finanziaria, non intendono acquistare gli F-35. I Paesi ex-comunisti confinanti con la Russia e membri della NATO non possono sognare una cosa del genere, od ottenere l’approvazione degli Stati Uniti per acquistare i simili velivoli cinesi. Dal prossimo anno la Russia svilupperà la sua massiccia flotta di aerei stealth Su T-50, equivalenti agli F-22 degli Stati Uniti, che saranno esportati nei Paesi della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti). Ucraina, Georgia e Moldavia hanno recentemente aderito all’UE. Pertanto, a differenza dei Paesi ex-comunisti, i Paesi non allineati hanno libertà di scelta e sono obiettivo del velivolo cinese.
Il Pakistan, il partner più vicino alla Cina, ha recentemente rinunciato all’acquisto di 36-70 aerei J-10, riorientandosi sul J-31. Mentre Israele ha già ordinato 75 F-35 dagli Stati Uniti, l’Iran sembra molto interessato ad acquistare lo stesso numero di aerei J-31. Tra i potenziali acquirenti potrebbero esserci il Sud Africa (membro dei BRICS come la Cina), che ha rinunciato allo svedese JAS-39 Gripen. L’Angola, lo Stato con il più alto tasso di crescita economica nell’ultimo decennio (20% nel 2005-2007), grazie a petrolio, gas e diamanti, ha comprato le azioni della banca portoghese per salvare la vecchia madrepatria, il Portogallo, dallo spettro del fallimento. L’Angola ha avviato un piano di acquisto per 12 aerei Su-30MKI, 7 Su-27SM, 15 Su-25, mettendo da parte i fondi per il J-31. Con questo piano di acquisto, l’equilibrio di potere in Africa del Sud-Ovest muta a scapito delle vecchie potenze occidentali. L’Egitto, a cui gli Stati Uniti hanno tagliato gli aiuti militari annuali consistenti nella consegna di aerei F-16, e l’Azerbaigian, che negli ultimi anni ha un surplus dall’esportazione di gas nella regione del Mar Caspio, ha stretti rapporti con il Pakistan e sarebbe interessato a questo velivolo. Il Venezuela e il Brasile (altro Stato dei BRICS, produttore di diversi tipi di Embraer) non solo vogliono comprare, ma anche produrre su licenza il velivolo, per competere con i prodotti militari statunitensi sul mercato dell’America Latina.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La cooperazione russo-iraniana sulla sicurezza regionale

Vladimir Evseev New Oriental Outlook 16/07/2014

IranafpakNegli ultimi anni, un Grande (allargato) Medio Oriente che include Asia Centrale e Caucaso, attrae sempre più attenzione dalla comunità internazionale. In passato tale attenzione fu collegata in diversi modi ai giacimenti di petrolio e gas naturale e al loro trasporto nel mondo, così come ai numerosi conflitti regionali, alcuni dei quali armati. Successivamente, a causa del “risveglio islamico” (un termine più preciso di “primavera araba”) e del continuo intervento di Stati Uniti ed  alleati negli affari interni degli Stati stranieri, l’instabilità interna s’è intensificata notevolmente nella regione, fino al punto di divenire una minaccia agli interessi nazionali della Federazione Russa e dei suoi alleati della Collective Security Treaty Organization (CSTO) e dei partner della Shanghai Cooperation Organization (SCO), tra cui i principali attori regionali: Repubblica islamica dell’Iran (IRI) e Turchia. La situazione della sicurezza nel Grande Medio Oriente peggiora. Ad esempio, il problema afghano rappresenta una potenziale minaccia per tutti i Paesi circostanti, come la crescente esportazione illecita di stupefacenti e il radicalismo islamico. Le elezioni presidenziali in Afghanistan, in questo caso non ispirano ottimismo. Il protetto degli statunitensi Ashraf Ghani Ahmadzai, già ministro delle Finanze, ha vinto le elezioni al secondo turno. Sostiene chiaramente la firma dell’”Accordo di cooperazione per la sicurezza e difesa tra Stati Uniti d’America e Repubblica islamica dell’Afghanistan”. Questo garantirà la presenza delle truppe statunitensi nel Paese fino al 2024, quando si prevede che i soldati statunitensi saranno sotto giurisdizione degli USA, cioè non potranno essere portati davanti ai tribunali afghani. Tuttavia, la vittoria nelle elezioni presidenziali afghane è dovuta in gran parte a brogli. Ciò dà all’altro candidato, Abdullah Abdullah, già ministro degli Esteri, motivo con cui sfidare non solo i risultati delle elezioni, ma anche per controbattere con forza gli ascari degli statunitensi. Tutto ciò avviene sullo sfondo della significativa riduzione del numero di truppe straniere in Afghanistan, prevista per la fine del 2014, e del ritiro statunitense dalla base di transito nell’aeroporto internazionale di Manas. Tali soggetti più enfaticamente prevedono la costituzione di un sistema di sicurezza unificato, con la partecipazione di tutti gli Stati interessati come Russia, Iran, Pakistan, India, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan. Purtroppo, la Cina è riluttante a partecipare al processo, desiderando accordarsi con i taliban afghani. Presumibilmente ciò darà a Pechino vantaggi significativi, se i taliban arrivassero al potere a Kabul.
La presenza militare degli Stati Uniti in Afghanistan, dopo il 2014, merita una considerazione a parte come fanno, forse, alcuni loro alleati (per esempio, la Germania). Secondo i dati disponibili, tra 6000 e 13600 truppe straniere rimarranno nel Paese, che non basterebbero a contenere i vari estremisti. Per via di elevata corruzione, mancanza di formazione e attrezzature, e vulnerabilità alla propaganda islamista, le forze armate nazionali e le forze dell’ordine non potrebbero fare nulla. In particolare, solo il 7% delle unità dell’esercito afgano (1 su 23 brigate) e il 9% delle unità di polizia hanno sufficiente addestramento nel combattere i taliban, permettendogli di agire con un supporto minimo di truppe estere. Non solo Pechino, ma Washington e Kabul hanno grandi speranze sui negoziati con i taliban afghani. Molto probabilmente, ciò porterà a significative concessioni delle tre parti, con la conseguente “islamizzazione soft” dell’Afghanistan nel migliore dei casi, o la presa  dei taliban dell’autorità a Kabul, nella peggiore. In tale contesto, il traffico di droga in Afghanistan aumenterà significativamente, così come il contrabbando di armi, milizie e radicalismo sul territorio dei vicini Tajikistan, Uzbekistan e Kirghizistan. In uno scenario possibile, i taliban, in collaborazione con i combattenti di al-Qaida e del “movimento islamico uzbeko”, creeranno una base politica e militare nel distretto Warduj, nella provincia del Badakhshan, espandendosi gradualmente ai distretti limitrofi di Jurm e Yumgon. Ciò preparerebbe la presa dei taliban del nord dell’Afghanistan, costituendo una vera e propria minaccia per gli Stati dell’Asia centrale. I leader di detti Stati chiaramente lo sanno, ma non potranno resistere senza aiuti. Allo stesso tempo, Dushanbe e Bishkek contano sull’assistenza militare di Mosca e Tashkent di Washington. E’ del tutto possibile evitare lo scenario negativo degli eventi in Afghanistan, soprattutto se si considera che l’Iran vi ha un’influenza seria, in primo luogo sui prossimi tagiki e hazara. L’Iran ha fornito a questo Paese assistenza economica sostanziale. Ad esempio, nel 2008, l’Iran ha costruito la ferrovia Herat-Khwaf, di cui 76 km in territorio iraniano e 115 km in territorio afgano. E anche sotto la pressione dei narcotrafficanti, l’Iran continua a dare rifugio e lavoro a centinaia di migliaia di rifugiati afghani. Le posizioni di Mosca e Teheran sul problema afghano in gran parte coincidono. La Russia è a favore del ritiro completo delle truppe straniere e del dialogo tra le diverse forze politiche del Paese. Allo stesso tempo, il ritorno dei taliban al potere a Kabul non è auspicabile per la Russia, per via dell’inevitabile crescita delle minacce alla sicurezza non tradizionali che ne deriverebbe. Pertanto, Federazione Russa e Iran devono coordinare i loro sforzi, sia su base bilaterale che attraverso i contatti tra Iran e CSTO.
hakbari20130305192058713Una situazione estremamente complessa rimane nella Repubblica araba siriana (RAS). La conferenza internazionale “Ginevra-2″ ha avuto un successo assai limitato, e le elezioni presidenziali della Siria nel 2014 non sono state riconosciute legittime, ancor prima che avessero luogo, dall’occidente e dagli Stati arabi del Golfo Persico. Ciò ha permesso a Stati Uniti ed alleati di sollevare la questione della necessità di un forte aumento dell’invio di armi, tra cui missili antiaerei portatili e lanciarazzi anticarro, per armare l’opposizione e rovesciare il Presidente Bashar al-Assad.  In particolare, gli Stati Uniti prevedono per la cosiddetta “opposizione moderata” 500 milioni di dollari in diversi tipi di armi e attrezzature militari. Non vi è dubbio che gran parte di esse finirà ai radicali, sia per sequestro che con la vendita sul mercato “nero” della regione. Ciò accade mentre le forze di opposizione si sono radicalizzate, l’esercito libero siriano moderato continua a degradarsi e il suo successore non è solo il fronte islamico, ma lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (SIIL), che poco prima era generosamente finanziato dall’Arabia Saudita. Inoltre, quest’ultima organizzazione ha annunciato la creazione dello Stato islamico (califfato) sul territorio di Iraq e Siria, che potrebbe portare alla disintegrazione dell’Iraq e a mutare i confini di tutti gli Stati circostanti. Oltre a ciò, con il tacito appoggio di Ankara e Washington, il presidente del Kurdistan iracheno Masud Barzani ha invitato il parlamento regionale ad istituire una commissione per la preparazione del referendum per l’indipendenza. Il primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi ha fortemente condannato le azioni della leadership curda, tra cui l’occupazione armata di Kirkuk e delle sue circostanti aree ricche di petrolio. Ciò preoccupa vivamente l’Iran, dove vi è una significativa diaspora curda. L’Iran ha una maggiore influenza sugli iracheni arabi sciiti che costituiscono la maggioranza della popolazione del Paese. Per via del lungo confine tra i due Paesi, i molti santuari religiosi sciiti in Iraq, la necessità di mantenere corridoi per la Siria e una varietà di altre ragioni, l’Iran è attivamente coinvolto nella soluzione della crisi irachena. In particolare, non meno di tre battaglioni della Guardia Rivoluzionaria Islamica e molto probabilmente velivoli iraniani combattono in Iraq, per impedire il rovesciamento del governo di Nuri al-Maliqi e la preservazione dell’integrità territoriale dello Stato. Ancora una volta Mosca e Teheran hanno la stessa posizione. Ciò si riflette, per esempio, sul fatto che il 28 giugno, su richiesta del governo nazionale, cinque aerei d’assalto russi Su-25 siano stati schierati in Iraq nella base di al-Muqtana, nei pressi di Baghdad. Teheran, da parte sua, ha consegnato all’Iraq un gruppo di suoi velivoli senza equipaggio d’intelligence “Ababil”, lanciati dalla base aerea Rashid, sempre vicino Baghdad, e gestiti da specialisti iraniani, avendo quel dominio dell’aria che impedisce alla milizia sunnita di organizzare grandi offensive.
C’è ancora molta incertezza sulla questione nucleare iraniana. Alla fine della presidenza di GW Bush, ciò quasi comportò la guerra regionale dalle conseguenze imprevedibili. Ora la situazione è notevolmente migliorata grazie agli sforzi del presidente iraniano Hassan Rouhani nel risolvere la crisi nucleare, come indicato nel “piano d’azione comune” firmato il 24 novembre 2013 a Ginevra. Nel prossimo futuro un accordo più ampio tra i rappresentanti dell’Iran e i sei mediatori internazionali potrà essere firmato risolvendo la crisi nucleare iraniana. Tuttavia, contrariamente ad alcune aspettative, ciò non rafforzerà i legami statunitensi-iraniani, in primo luogo per le profonde divergenze sulla risoluzione delle crisi siriana, irachena e afgana, e poi per la riluttanza di Washington a rimuovere completamente le sanzioni economiche e finanziarie unilaterali su Teheran. Questo processo prevede dieci anni, quindi per il momento la questione è togliere solo le sanzioni bancarie all’Iran. Ciò, da un lato, conserva la contrapposizione statunitense e iraniana, sebbene a un livello sostanzialmente inferiore. Dall’altra, gli iraniani avranno nuove opportunità d’interazione con partner in ambiti politico-militari ed economici. La Russia è senza dubbio il partner regionale più attraente per l’Iran. Ciò per la coincidenza delle posizioni sulla maggior parte dei problemi regionali e globali, nonché per la persistente volontà di rafforzare non solo la cooperazione politica ed economica, ma anche militare. Di conseguenza, una partnership “costruttiva” tra i due Stati è possibile, e nel lungo termine, anche un partenariato strategico. In particolare, ciò implica, con il sostegno attivo della Russia, l’avvio dei principali gasdotti iraniani verso est (Pakistan, Cina, India). Il coinvolgimento dell’Iran nel processo d’integrazione eurasiatica e della cooperazione tra Iran e Stati membri della CSTO nel Caucaso meridionale e nell’Asia centrale, continuerà. Nella prima fase del processo, quest’ultimo potrà essere realizzato attraverso la creazione dei contatti operativi nell’Associazione Analitica della Collective Security Treaty Organization.
Rouhani and PutinNonostante alcuni problemi, la Turchia ha un’elevata credibilità nella regione, avendo una crescita economica stabile e fungendo da corridoio petrolifero per molti Paesi. In queste circostanze sarebbe utile coinvolgere la Turchia nel dialogo russo-iraniano, rafforzando la stabilità regionale e contrastando minacce non tradizionali come estremismo e terrorismo islamici. L’iniziativa russa d’istituire un centro universale della SCO per contrastare le nuove sfide e minacce che, di regola, provengono da attori non-regionali (Stati Uniti e altri Stati membri della NATO) è estremamente rilevante. E’ chiaro che la situazione nel consiglio di sicurezza regionale dipende in larga misura dall’interazione tra Russia, Iran e Turchia, caratterizzate da rivalità tradizionale e cooperazione durevole. In particolare, Teheran e Ankara costantemente oscillano tra confronto e relazioni diplomatiche reciprocamente favorevoli, avendo numerose divergenze strategiche su sicurezza regionale e cooperazione economica. Entrambi i Paesi hanno apertamente espresso il loro desiderio di diventare leader regionali. Hanno scelto diversi piani di sviluppo politico assieme alle tattiche corrispondenti per influenzare il Grande Medio Oriente. Tuttavia, la leadership di entrambi i Paesi si basa su un approccio ben noto in diplomazia: “una pace imperfetta è meglio di nessuna pace”, già confermata dai risultati della visita del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan a Teheran, alla fine di gennaio 2014, e poi dalla visita del Presidente Hassan Rouhani ad Ankara nella prima metà di giugno. Nel corso della prima visita, l’Iran non ha richiamato l’attenzione sull’atto ostile della Turchia d’installare sistemi missilistici antiaerei Patriot ed altri elementi del sistema di difesa missilistica, o sulle posizioni opposte dei due Paesi sulla Siria. Non possono ancora addivenire a un accordo su questi temi. Di conseguenza, il pragmatismo è necessario alla diplomazia del Presidente Hassan Rouhani, basata sulla comprensione che, sebbene l’Iran giochi un ruolo importante nel Grande Medio Oriente, non sia l’unico. Il Ministero degli Esteri dell’Iran riconosce il diritto della Turchia ad avere la propria politica militare, in gran parte dipendente dagli obblighi di Ankara in conformità all’adesione alla NATO e dalle relazioni da alleato di Washington. Ciò determina la prevedibilità della diplomazia iraniana verso la Turchia, per cui la priorità della cooperazione bilaterale è espandere le relazioni economiche e commerciali. Teheran ha molta esperienza. La  visita del presidente Hassan Rouhani ad Ankara l’ha confermato. L’obiettivo è raddoppiare il commercio turco-iraniano fino a 30 miliardi di dollari all’anno. Hanno inoltre discusso della lotta al terrorismo e all’estremismo nella regione, così come della situazione in Egitto, Siria e Stati arabi del Golfo Persico. Tuttavia, Ankara è preoccupata dalle prospettive delle relazioni iraniano-turche, dopo il possibile miglioramento delle relazioni tra Iran e occidente. E’ chiaro che dalla revoca parziale delle sanzioni economiche e finanziarie contro l’Iran, influenza di Teheran nei processi regionali potrebbe aumentare seriamente. Perciò la Turchia può perdere lo status di superpotenza regionale.  Secondo alcuni esperti russi, le differenze dei possibili modelli di sviluppo di Iran e Turchia favoriscono Teheran, prima di tutto, in politica estera. E la rivalità tra Turchia e Iran segue linee parallele. Ciò costringe Stati Uniti e Unione europea a venire a patti con l’idea che, nel prossimo futuro, potrebbero avere a che fare con l’egemonia regionale di questi Paesi islamici.
Un altro leader regionale, l’Arabia Saudita, basa le sue rivendicazioni sul sostegno alle forze radicali islamiche. Il sostegno dall’occidente è temporaneo, per esempio, su Siria e Iran. In queste circostanze, alcuni negli Stati Uniti e in Europa considerano l’Iran un partner sufficientemente prevedibile e affidabile. L’occidente, ovviamente vincolato dagli obblighi con la NATO, avrebbe preferito una scelta a favore di Ankara. Ma l’Iran non intende fare marcia indietro. Questo è il motivo per cui il suo mercato attrae le aziende occidentali, in modo che, a loro volta, combattano per rilassare le severissime sanzioni economiche e finanziarie contro l’Iran. La Russia, allo stesso tempo, sviluppa la politica di collaborazione con Iran e Turchia. Mosca è interessata a rafforzare la cooperazione politica tra Ankara e Teheran, mentre l’amministrazione statunitense considera inaccettabile qualsiasi interazione iraniana e turca su questioni chiave del Medio Oriente. Tuttavia, le differenze rimangono, in primo luogo sulla questione siriana. E possono anche peggiorare, se Ankara non abbandona i piani per rovesciare il governo legittimo della Siria e di concedere l’indipendenza al Kurdistan iracheno. Ma a dispetto dei seri legami economici della Turchia con Mosca e Teheran, Ankara continua a concentrarsi solo sull’opposizione siriana, e talvolta funge da canale degli interessi statunitensi. Ciò convince della necessità di rafforzare le relazioni bilaterali con l’Iran in tutti i campi, facendone un partner strategico. In futuro questo processo potrebbe includere la Turchia dove, in caso di riduzione sostanziale dell’influenza occidentale, gli interessi nazionali potrebbero probabilmente avere la priorità sugli interessi degli alleati della NATO. Solo quando sarà possibile costruire un nuovo sistema di sicurezza regionale trilaterale, per stabilire pace e stabilità nel Grande Medio Oriente, escludendo eventuali conflitti armati, vi sarà lo sviluppo della cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa e il rafforzamento dei processi d’integrazione, nonché il rafforzamento dei legami nella scienza, cultura e sport.
Naturalmente, nel Grande Medio Oriente, così come nelle sue singole parti (ad esempio, il Caucaso meridionale), significative minacce alla sicurezza permangono. Ciò è dovuto ai problemi irrisolti afgani, iracheni e siriani, mancata regolamentazione nella crisi nucleare iraniana, nonché dalla questione del Nagorno-Karabakh e dell’integrità territoriale della Georgia. Ma questo sottolinea solo l’urgente necessità d’istituire un nuovo sistema regionale di sicurezza, basato sugli interessi nazionali di tutti gli Stati, e indipendentemente dalla loro affiliazione ad unioni politico-militari. “Una piattaforma per la stabilità e la cooperazione nel Caucaso” potrebbe esserne la base, come proposto dalla Turchia nell’agosto 2008. Non vi è dubbio che l’attivazione del gruppo di lavoro di Minsk dell’OSCE, un significativo miglioramento delle relazioni russo-iraniane e russo-georgiane, e il rafforzamento dei processi d’integrazione in Asia centrale e nel Caucaso meridionale ridurranno significativamente i possibili conflitti nel Grande Medio Oriente trovando una soluzione pacifica ai problemi attuali. Ci saranno ulteriori opportunità, questa volta, per Armenia, Kirghizistan e forse Tagikistan, entrando nell’Unione economica eurasiatica, in via di formazione. In questo modo, la cooperazione russo-iraniana nella sicurezza regionale viene ulteriormente rafforzata. Ciò permette di pensare a una partnership “costruttiva” tra Russia e Iran e di sollevare la questione della redditività di un futuro partenariato strategico tra i nostri due Paesi.

2Vladimir Evseev, Direttore del Centro di Studi Sociali e Politici, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra irregolare contro l’Eurasia

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 23/06/2014
Gerassimov3Oceania era in guerra con l’Eurasia: quindi Oceania era sempre stata in guerra con l’Eurasia. Il nemico del momento rappresentava sempre il male assoluto, e ne conseguiva che qualsiasi accordo passato o futuro fosse impossibile”. Queste sono le parole di ’1984′, il romanzo di George Orwell dalla stranamente corretta prognosi degli eventi futuri, dalla geopolitica alla perdita della privacy e alla nascita dello Stato di sorveglianza. Oceania fittiziamente rappresentava le isole britanniche, Nord e Sud America, Africa meridionale e Australasia. Nel mondo di Orwell, Eurasia era composta da Russia ed Europa, mentre un’altra potenza, Estasia, includeva Cina, Corea e Giappone. Oggi, una forma modificata della futuristica cartina del mondo distopico di Orwell diventa realtà con Russia e Cina che sempre più collaborano economicamente, politicamente e militarmente impedendo che le forze dell’Oceania, centrata su Washington, Londra, Berlino e Parigi, invadano l’Eurasia.
Alla terza conferenza internazionale sulla sicurezza del mese scorso a Mosca, un conclave patrocinato dal Ministero della Difesa russo, il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate russe, il Generale Valerij Gerasimov, dichiarava che le “rivoluzioni colorate” finanziate e organizzate dagli occidentali, come quelle impiegate per due volte in Ucraina e una volta in Georgia, rappresentano una forma di guerra irregolare contro l’Eurasia. La dichiarazione di Gerasimov sui Paesi del North Atlantic Treaty Organization (NATO), che assomigliano all’Oceania di Orwell, che lanciano la guerra irregolare contro Eurasia, avrebbe potuto essere strappata da ’1984′. Gerasimov ha citato la guerra d’informazione, le sanzioni economiche e il sostegno alle “organizzazioni criminali fantoccio” e gruppi estremisti, come componenti irregolari della guerra occidentale contro l’Eurasia. Gerasimov ha anche detto che le rivoluzioni colorate sono parte integrante della strategia militare occidentale contro l’Eurasia dato che le tattiche non militari impiegate, sono spesso seguite dalla forza militare per compiere il cambio di regime. Oggi è il caso dell’offensiva militare del governo ucraino, sostenuta dalla NATO, contro i federalisti dell’Ucraina orientale, così come del sostegno della NATO ai ribelli islamici che combattono contro il governo del presidente siriano Bashar al-Assad. L’intervento militare, compresi gli attacchi aerei, fu impiegato dalla NATO dopo la rivolta islamista in Libia orientale, che alla fine abbatté il leader libico Muammar Gheddafi. I commenti di Gerasimov sulle rivoluzioni colorate sono state supportate da nientemeno che Anthony Cordesman del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali (CSIS), un think tank no-profit che spesso riflette le opinioni della Central Intelligence Agency e del dipartimento di Stato USA. Cordesman ha detto che le rivoluzioni colorate sponsorizzate dall’occidente sono una nuova forma di guerra contro Russia e Cina. Il Ministro della Difesa bielorusso Jurij Zhadobin ha citato il “padrino” delle rivolte e rivoluzioni finanziate da George Soros e CIA, Gene Sharp, direttore dell’Albert Einstein Institution di Boston, quale sponsor principale delle rivolte in Europa e Medio Oriente. Le forze armate di Russia, Cina e Bielorussia ora considerano il sostegno dell’occidente al cambio di regime con le rivoluzioni colorate, parte della dottrina militare di Stati Uniti e NATO. I pianificatori militari di Mosca, Pechino e Minsk vedono anche i contractor militari privati, i mercenari occidentali, come l’ex-Blackwater ed ora Academi, parte dello scenario del cambio di regime occidentale dopo lo scoppio delle rivoluzioni colorate. Le ragioni occidentali per la rivoluzione colorata e il cambio di regime in Eurasia sono chiare. Con Russia e Cina in prima linea nello sviluppare nuovi regimi energetici eurasiatici riguardanti gas e nuove rotte che evocano la vecchia Via della Seta, l’occidente si sente minacciato dalla comparsa in Eurasia di un nuovo mercato dinamico, che non solo sarebbe il rivale, ma eclisserebbe il Trans-Pacific Partnership (TPP) di Unione europea e Washington. L’emergere di una nuova identità eurasiatica allarma i capi politici de facto di Oceania. L’Eurasia oppone sviluppo economico e rispetto per le tradizioni a ciò che molti in Russia, Cina, Kazakistan, Bielorussia e altri Paesi della regione vedono come ‘cultura’ occidentale che enfatizza la cultura pop, l’omosessualità, la distruzione delle reti di sicurezza sociale, l’assenza di rispetto per la religione, la distruzione del nucleo familiare tradizionale e il capitalismo predatorio sfrenato che promuove austerità draconiane.
La conferenza di sicurezza di Mosca s’è svolta quando il presidente russo Vladimir Putin e il presidente cinese Xi Jinping si sono incontrati alla quarta Conferenza sull’interazione e le misure di rafforzamento della fiducia in Asia (CICA), tenutasi a Shanghai. Xi vi ha sottolineato che l’Asia è entrata nel 21° secolo, e che la mentalità da guerra fredda dovrebbe essere abbandonata. Gli osservatori di Giappone e Stati Uniti videro come i delegati asiatici hanno nettamente respinto il “perno in Asia” da Guerra Fredda del presidente Barack Obama e il rafforzamento militare imperiale revanscista del primo ministro giapponese Shinzo Abe in Asia orientale. Per molti aspetti, le forze nel Pacifico di Stati Uniti, Giappone, Filippine e Corea del Sud rappresentano la militarista “Estasia” di ’1984′, alleata per un certo periodo all’Oceania. Non solo il metanodotto “Potenza della Siberia” inizierà a pompare gas dalla Siberia alla Cina nel 2018, come concordato a Shanghai, ma ci sono piani per ripristinare la vecchia Via della Seta come grande autostrada trans-eurasiatica che collegherà la Cina all’Europa attraverso l’autostrada trans-siberiana e l’E-30 europea. Alla fine, un’autostrada di classe A collegherà Amsterdam con Pechino attraverso l’Asian Highway Network. Tale rete di moderne autostrade ripristinerà l’antica Via della Seta dell’Asia inviando merci e passeggeri in tutta l’Eurasia e, nel processo, costruendo nuove infrastrutture nelle zone più remote del cuore eurasiatico. Questa prospettiva preoccupa le banche di Europa e America dato che verranno escluse dalle lotterie finanziari. I leader dell’Eurasia, da Putin e Xi al presidente iraniano Hassan Ruhani e al presidente afgano Hamid Karzai, sono ben consapevoli che le rivoluzioni colorate che hanno fratturato Ucraina, Georgia e Kirghizistan furono finanziate dall’Open Society Institute di George Soros, e che la Fondazione e l’impero degli hedge fund di Soros non sono altro che una facciata del cartello bancario internazionale dei Rothschild. La NATO e l’amministrazione Obama, che rappresentano gli interessi di Soros e Rothschild, non si fermerà davanti a nulla pur di distruggere l’iniziativa eurasiatica. Il rovesciamento con ‘Euromaidan’ del presidente ucraino Viktor Janukovich, che respinse l’adesione all’Unione europea e sembrava pronto a stringere legami con l’Eurasia, fa parte della prima aggressione militare indiretta dell’occidente (od Oceania) contro l’Eurasia. Alcuni leader eurasiatici sanno che l’occidente cerca di sabotare lo sviluppo dell’Unione Eurasiatica. Il presidente kazako Nursultan Nazarbaev ha proposto di trasformare la CICA in una nuova Organizzazione per la sicurezza e lo sviluppo in Asia (OSDA), che sarebbe simile alla controparte eurasiatica della NATO. Sottolineando il rifiuto dell’Eurasia dei ‘valori’ occidentali, Nazarbaev ha sottolineato che OSDA verrebbe costruita su “tradizioni e valori” asiatici. Nazarbaev sembra parlasse per conto di numerosi leader eurasiatici, respingendo il lassismo della cultura occidentale testimoniata dalle volgarità gratuite di Femen e Pussy Riot nei luoghi religiosi in Russia, Ucraina e altri Paesi.
Una nuova concorrente alla versione statunitense di Oceania emerge nell’Eurasia di Orwell. L’”Heartland Theory” di Halford John Mackinder adottata nel libro “Il Pivot geografico  della Storia”, postula che la potenza che controllava il cuore dell’Eurasia, tra Volga, Yangtze, Mare Artico e Himalaya, controllerà il destino del mondo. Se l’Unione eurasiatica diventa un’unione politica ed economica riuscita, Stati Uniti, Gran Bretagna, Europa occidentale e Giappone saranno confinati ad un anemico ed economicamente e socialmente decadente “Rimland” costiero in cui le ultime risorse saranno combattute dagli affamati sciacalli bancari di Wall Street, City di Londra e Francoforte. Lo scoppio della guerra in Siria, Ucraina e Iraq non sono che i primi colpi della guerra imminente tra “Oceania” ed “Eurasia”.

41d34043e88e6a906cb1La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

E se Putin vince in Ucraina?

L’accordo della CNPC apre alla Russia il mercato asiatico del gas
Igor Alekseev, Route MagazineNsnbc

images_russia_pipeline_china_domain-bIl recente accordo tra la China National Petroleum Corporation (CNPC) e la compagnia energetica russa Gazprom può controbilanciare le sanzioni statunitensi ed ampliare le opzioni energetiche della Russia in Eurasia. Le parti hanno stipulato il contratto per la costruzione del nuovo gasdotto “Power of Siberia” nei prossimi cinque anni. L’obiettivo è fornire alla Cina 82 miliardi di metri cubi di gas, una media di 16,4 miliardi di metri cubi all’anno. Inoltre, il ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak ha detto che la parte cinese ha espresso il desiderio di arrivare a 25 miliardi di dollari e di abolire i dazi sulle importazioni di gas russo. Secondo Vedomosti, il The Wall Street Journal russo, il contratto tra Gazprom e CNPC ha un valore complessivo di 400 miliardi di dollari e riguarda 1032 miliardi di metri cubi di gas. Il prezzo del contratto si basa sul volume minimo e comprende una clausola “take or pay”. Il contratto è pienamente in linea con la strategia aziendale di Gazprom volta a diversificare le forniture di carburante. In sostanza, non è diverso da accordi analoghi conclusi con i consumatori dell’Europa occidentale e il prezzo è competitivo (superiore a 350 dollari per mille mc, secondo diverse fonti). Lo Stato cinese ha incaricato CNPC di costruire gasdotti e impianti di stoccaggio in Cina per l’accordo. Entro la fine del 2014, un accordo intergovernativo sulla cooperazione energetica supplementare verrebbe firmato a livello statale. Parlando della fattibilità del progetto, Aleksej Uljukaev, ministro russo dello Sviluppo economico, ha sostenuto al recente St. Petersburg International Economic Forum che “il progetto sarà al 100 per cento redditizio“. Mosca valuta l’introduzione di un trattamento fiscale preferenziale per rendere l’accordo ancora più redditizio. Un nuovo regime di sgravi fiscali sarà introdotto sui giacimenti che alimenteranno il mercato del gas cinese.
Su scala più ampia, la rapida realizzazione del contratto sarà conseguenza diretta della politica degli Stati Uniti in Europa orientale. Dopo il fiasco siriano, l’amministrazione Obama ha fatto ogni sforzo istituendo un regime fantoccio in Ucraina. L’esportazione del caos nel cuore dell’Europa serve a sabotare il dialogo energetico tra Est e Ovest. Secondo lo scenario di Washington, i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Polonia dimenticano l’antico principio ‘pacta sunt servanda‘ e violano il trattato con l’allora legittimo presidente dell’Ucraina. Ciò di fatto ha sancito la guerra civile e le violenze brutali in Novorossija. L’insediamento di un governo radicale a Kiev mette a rischio l’intero sistema di approvvigionamento energetico dell’Europa. Per ora sembra che nessuno in Europa dia una spiegazione intelligibile del perché sia successo. Bruxelles ha sacrificato decenni di stabilità energetica al mito della solidarietà transatlantica UE-USA (l’afflizione dei negoziati TTIP n’è un’ottima indicazione). Ora la minaccia incombente del debito non garantito sul gas dell’Ucraina è un problema di alta priorità per l’Europa. Chi raccoglie i benefici della dubbia “vittoria” occidentale a Kiev? Basta seguire il denaro. Mentre il vicepresidente statunitense Joe Biden testa la fedeltà dei satelliti USA dell’Europa orientale in Romania, suo figlio Hunter Biden entra sfacciatamente nel consiglio di amministrazione della società del gas ucraina Burisma. Il riorientamento della politica energetica della Russia in Asia difficilmente porterà a un drastico cambio nel breve termine. L’Europa è e rimarrà un importante partner commerciale per gli esportatori di gas della Russia. Anche se l’invio previsto di 38 miliardi di metri cubi di gas in Cina è impressionante, è pari solo al 20 per cento di quello attualmente fornito all’Europa. Tuttavia, in prospettiva nel 2020-2025 l’accordo sul gas Russia-Cina farà della Cina il mercato del gas. I numeri assoluti non sono importanti quanto l’impatto economico complessivo della cooperazione a lungo termine. Ad esempio la Cheljabinsk Tube Rolling Plant (ChelPipe) e la controllata della CNPC China Petroleum Pipeline Material and Equipment Corporation (CPPMEC) hanno firmato un accordo biennale per la partecipazione congiunta a progetti di gasdotti internazionali. I giacimenti siberiani orientali potranno rifornire anche il previsto impianto di gas naturale liquefatto di Vladivostok, che potrebbe diventare la via per gli altri Paesi asiatici energivori come Giappone, Corea e Taiwan. Tutto sommato, l’agenzia di rating Fitch ritiene che l’accordo CNPC-Gazprom rappresenti una significativa opportunità di crescita per l’industria del gas russa. Un mercato alternativo in Oriente è una positiva prospettiva di medio-lungo termine per Gazprom, nonostante tutti i tentativi d’imporre sanzioni economiche contro la Russia.

E se Putin vince in Ucraina?
Andrew  Sullivan 5 giugno 2014

521750Stephen Walt la pensa così: “In primo luogo, ha fatto archiviare l’idea di una ulteriore espansione della NATO per un lungo tempo, forse per sempre. La Russia s’è opposta alla marcia della NATO verso est da quando iniziò a metà degli anni ’90, ma la Russia non poteva fare molto. La breve guerra del 2008 tra Russia e Georgia è stato il primo tentativo di Putin di tracciare una linea rossa, e la scaramuccia smorzò considerevolmente l’entusiasmo per l’espansione. Questa volta, Putin ha chiarito  nettamente che qualsiasi futuro tentativo di portare l’Ucraina nella NATO o anche di aderire all’UE incontrerà la ferma opposizione russa e probabilmente comporterà lo smembramento del Paese. In secondo luogo, Putin ha ristabilito il controllo russo sulla Crimea, un atto popolare per la maggioranza dei residenti della Crimea e dei russi. L’acquisizione ha comportato alcuni costi a breve termine (alcune sanzioni economiche piuttosto miti), ma ha anche consolidato il controllo russo sulla base navale di Sebastopoli consentendo alla Russia di rivendicare i giacimenti di petrolio e gas nel Mar Nero, del valore stimato in migliaia di miliardi di dollari. … Terzo, Putin ha ricordato ai capi ucraini che ha molti modi per rendergli la vita difficile. Non importa quali siano le proprie inclinazioni, pertanto è nel loro interesse mantenere almeno rapporti cordiali con Mosca. E il nuovo presidente dell’Ucraina, Petro Poroshenko, ha ricevuto il messaggio”.
Posner contesta anche la teoria, avanzata da Tom Friedman, che Putin “tremi” dopo aver valutato i costi dell’avventura ucraina contro i benefici, per il suo regime: “L’economia russa non è stata indebolita, il mercato azionario era scambiato a 1400 prima della crisi e viene scambiato a 1400  oggi. Il rublo è sostanzialmente invariato, un pelo più basso. Nessuno sa se veramente la Cina ha fatto un affare oppure no; troppo dipende da contingenze sconosciute. Ma è chiaro che la Russia  beneficia da più strette relazioni con la Cina. La NATO difficilmente sembra rivivere, i Paesi europei sono in subbuglio e divisi nella risposta alla Russia, dipendendo dal suo gas come sempre. Le spese per la difesa non aumenteranno, ma anche accadesse la Russia difficilmente se ne curerebbe, dato che non ha intenzione d’invadere Polonia o Germania, e sa che non hanno alcuna intenzione di liberare la Crimea o aiutare militarmente l’Ucraina. Contro tali costi banali, se questi sono, si considerino i vantaggi della Russia. … Dire che Putin “trema” è come dire che il ragazzo che ruba un biscotto trema perché ha preso solo un biscotto piuttosto che tutti”.
Nel frattempo, il conflitto continua a ritmo sostenuto, e il coinvolgimento russo non è affatto finito. Anna Nemtsova riferisce che i ribelli nella parte orientale dell’Ucraina hanno il sopravvento nelle città di confine, aprendo un corridoio dei rifornimenti dalla Russia: “Ciò significa che anche se il presidente russo Vladimir Putin incontra i capi europei, e lui e il presidente USA Barack Obama si osserveranno con circospezione durante la commemorazione del D-Day in Normandia, la guerra nella parte orientale dell’Ucraina potrebbe accelerare. Anche se Putin ha ritirato la maggior parte delle truppe russe presenti frontiera, minacciando un’invasione convenzionale, la strada è aperta ora ai volontari e operatori di vario tipo che insieme ai rifornimenti si muoveranno liberamente nel Paese. Un paio di colleghi giornalisti ed io abbiamo sentito parlare dei tentativi di aprire questo corridoio per diversi giorni, quando viaggiammo in Ucraina orientale. Il ministero degli Esteri russo, parlamentari e volontari russi in Ucraina con cui abbiamo parlato, ci hanno tutti detto di creare ciò che chiamavano “corridoio umanitario”. Stavamo cercando la breccia sul confine, e l’abbiamo trovata vicino alla città di Sverdlovsk nella regione di Lugansk”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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