I barboncini terroristi sauditi dei Rothschild

Dean Henderson 17 gennaio 2014
5988599427_7fdb5b0cac_zIn un articolo su The Independent di Londra del 7 marzo 2011, dal titolo “Piano segreto degli USA per armare ribelli in Libia“, il giornalista Robert Fisk riferiva che l’amministrazione Obama aveva chiesto all’Arabia Saudita di armare i ribelli libici. I sauditi salutarono e poi appoggiarono gli stessi ribelli di al-Qaida in Siria. I sauditi invasero anche il Bahrain per salvare la monarchia al-Qalifa. I sauditi hanno svolto questo ruolo per la cabala bancaria della City di Londra per quasi un secolo, nell’ambito del giro di petrolio, armi, droga e operazioni segrete. (Vedasi il mio post, Il tesoriere saudita)
Il trono saudita è stato a lungo il baluardo anti-democratico regionale dei banchieri di Londra/Wall Street e dei loro consanguinei regali fratelli azionisti europei. Faceva tutto parte di un piano ordito dalla Business Roundtable dei Rothschild, un secolo fa, per prendere il controllo del petrolio del Medio Oriente. I Rothschild sono proprietari di maggioranza di BP e Royal Dutch/Shell, così come della Banca d’Inghilterra, della Federal Reserve e della Banca centrale saudita, la Saudi Arabian Monetary Agency (SAMA). Nel 1917 gli inglesi fecero loro cliente Ibn Saud, cui fu detto d’incoraggiare le tribù arabe per cacciare i turchi ottomani dal Golfo Persico. Lo stesso anno la camera dei Rothschild approvò la Dichiarazione Balfour, portando la Corona a sostenere una patria ebraica in Palestina. L’anno dopo gli ottomani furono sconfitti. Iraq, Giordania e Arabia Saudita si staccarono dall’impero ottomano e caddero sotto il dominio inglese, con Ibn Saud che prese il controllo della sua omonima Arabia Saudita. Nel 1922 il Trattato di Jeddah diede l’indipendenza all’Arabia Saudita, anche se la corona inglese ancora esercitava una notevole influenza. Oggi mercenari inglesi sono le guardie del corpo dei Saud. Negli anni ’20, con l’aiuto di truppe inglesi, Ibn Saud strappò altro territorio agli ottomani, annettendosi Riyadh e occupando le città sante di Mecca e Medina tolte agli hashemiti.
La Standard Oil of California (ora Chevron-Texaco) trovò il petrolio in Arabia Saudita nel 1938. La società costituì l’Aramco, con i suoi quattro amici cavalieri del cartello Exxon, Mobil, Royal Dutch/Shell e BP. Stati Uniti e Gran Bretagna firmarono accordi di sicurezza con i Saud e la Bechtel si occupò della costruzione delle infrastrutture petrolifere dell’Aramco. Nel 1952, sulla scia dell’accordo sulla sicurezza USA/Arabia Saudita, la SAMA divenne la Banca Centrale saudita. Nel 1958, la SAMA era guidata dal pakistano Anwar Ali, poi consigliere di re Faisal. Anwar fu il capo del Dipartimento Medio Oriente del Fondo Monetario Internazionale. Ali reclutò tre banchieri occidentali come consiglieri della SAMA. Conosciuti come i Re Magi o Padri Bianchi, questi banchieri occidentali guidarono la SAMA, con Ali come controfigura. Il più potente dei tre era John Meyer, Jr., presidente della Divisione Internazionale della Morgan Guaranty (oggi JP Morgan Chase) e successivamente presidente di tutta la Morgan. I Padri Bianchi inviarono dalla SAMA le royalties in petrodollari ai conti della Morgan Guaranty. A sua volta Morgan fu una ben pagata consulente finanziaria della SAMA. Il figlio di Anwar Ali finì per lavorare alla Morgan Guaranty. Con flussi da miliardi di petrodollari, venne fondato il giro petrolio per armi.
La progenie di Ibn Saud forma l’attuale monarchia dei Saud che governa l’Arabia Saudita. Meno di venti famiglie collegate al trono controllano l’economia saudita. I Saud diffondono la propria influenza attraverso denaro e autoriproduzione. I membri maschi della famiglia Saud sono ora oltre 5000. Il principe ereditario Abdullah, fratellastro di re Fahd, gestisce la Guardia nazionale saudita e ha il continuo controllo del regno da quando re Fahd ha subito un serio ictus nel 1995. I principi Sultan, Nayef e Salman sono fratelli di re Fahd e sono i ministri della Difesa, dell’Interno e governatore di Riyadh rispettivamente. Il figlio del principe Sultan è il principe Bandar bin Sultan, a lungo ambasciatore saudita negli Stati Uniti. Il cugino del principe Bandar, il principe Saud al-Faisal è il ministro degli Esteri saudita. Questi principi sauditi usano le agenzie governative che guidano come salvadanai personali e rappresentano le imprese straniere che partecipano alle gare d’appalto nel regno. Gestiscono migliaia di miliardi di investimenti all’estero. Re Fahd è il secondo uomo più ricco del mondo, con una fortuna personale di oltre 20 miliardi di dollari.
Il principe Bandar fa parte del clan Sudayri composta dalla prole del defunto re Abdul Aziz e della moglie preferita. I Sudayri sono la famiglia più potente e più occidentalizzata del regno. I Saud favoriscono l’interpretazione fondamentalista wahabita dell’Islam, ma i praticanti del wahhabismo del regno considerano i Sudayri dei munafaqin (ipocriti). Mentre il clan Sudayri vive nell’opulenza, la maggior parte dei sauditi fatica a mettere il cibo in tavola. Il dominio con pugno di ferro e sempre più impopolare dei Sudayri viene costantemente citato dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani per la brutalità e l’opposizione alle libertà democratiche. La monarchia saudita governa per decreto. Le donne non possono guidare autoveicoli e sono bandite da molti ristoranti. Il regno non ha istituzioni democratiche. L’opposizione ai Saud è criminalizzata, spingendo gli oppositori alla clandestinità. Negli anni ’90 i sauditi decapitarono 111 dissidenti. La società statunitensi supportano l’oppressione delle donne saudite. Gli stabilimenti di Pizza Hut, McDonalds e Starbucks in Arabia Saudita sono separati tra uomini e donne. Le sezioni femminili sono malandate. Starbucks non ha posti a sedere per le donne. Le donne che si fanno vedere nei ristoranti occidentali senza i loro mariti vengono allontanate. Nel gennaio 2002 la statunitense Freedom House pubblicò un sondaggio che classifica i Paesi secondo le libertà consentite. L’Arabia Saudita era classificata come uno dei dieci Paesi meno liberi del mondo. Human Rights Watch ha recentemente accusato gli Stati Uniti di ignorare le violazioni saudite dei diritti umani, per garantirsi l’approvvigionamento continuo di petrolio.
L’intervento USA/NATO in Libia non riguarda la “libertà”, ma di sniffare la lunga nemesi dei Saud, i Rothschild di Parigi e Londra e il sistema economico internazionale neo-coloniale che tali parassiti finanziari dominano a scapito dello sviluppo dei Paesi ricchi di risorse.

e7430e2200cb563881a2778f044b753798714602Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Team Six dei SEAL è deceduto durante il raid contro bin Ladin?

Patrick Henningsen Global Research, 18 ottobre 2013

FE6A2139-CBE4-4AD8-8D38-775E7F7A04C3_mw800Ciò che è stato raccontato al pubblico dal governo degli Stati Uniti, tramite i media aziendali, e ciò che è realmente accaduto durante il tanto celebrato “bin Ladin Raid” della Casa Bianca nel 2011, non c’è coincidenza. Diventa sempre più chiaro che con il leggendario bin Ladin Raid, che ha avuto luogo a Abbotabad, in Pakistan, il governo degli Stati Uniti ha intenzionalmente ingannato il pubblico su ciò che è successo. In altre parole, quello che il presidente Obama disse quando si rivolse al popolo statunitense dopo “il raid”, è pura finzione.
L’intervista seguente è apparsa sulla rete pakistana Sama TV, ed include la traduzione in inglese di una testimonianza oculare dell’evento. Se la traduzione è esatta, allora questo testimone toglie un altro tassello al dramma immaginario della Casa Bianca. Ciò che segue è l’intervista a Muhammad Bashir, che vive accanto al presunto “compound” di Usama bin Ladin. Sostiene che il primo elicottero statunitense esplose uccidendo tutti i suoi occupanti statunitensi, circa 10 o 20 militari. Basandosi sulla testimonianza di quest’uomo, dobbiamo porci la domanda: cosa ha nascosto la Casa Bianca per proteggere il Caro Leader da un devastante “momento alla Jimmy Carter” (come il fallito salvataggio degli ostaggi in Iran, nel 1979). Questo è certamente ciò che sembra a prima vista. Obama mentirebbe per proteggere la sua politica e il suo partito? Lasceremo ai lettori la risposta a tale domanda. “Sembra che anche se, inizialmente, la rete TV fosse felicissima di questa intervista, cambiò registro 24 ore dopo (per qualche motivo ignoto)“. Decidete voi perché…

Così la menzogna originale, l’operazione dell’11 settembre, viene coperta da un’altra bugia: il bin Ladin Raid. In seguito a ciò, si comprende solo la ragione per cui la menzogna di Abbotabad deve essere coperta da un’altra menzogna. E cioè, nessuno sa dove sia il corpo di bin Ladin. In netto contrasto con la dichiarazione del presidente Obama che bin Ladin è stato “sepolto in mare”, i marinai della USS Carl Vinson della Marina degli Stati Uniti, dichiararono a verbale di non poter testimoniare la sepoltura in mare di Usama bin Ladin. Quindi, qualcuno mente. Barack Obama ha abbattuto il ciliegio? Quindi, se Usama bin Ladin non era ad Abbotabad, o sulla USS Carl Vinson, come le prove, e la loro assenza, dettano, dove si trova? Più che probabile è morto anni prima della gloriosa incursione di Obama, ma servì a due amministrazioni degli Stati Uniti mantenerne viva l’immagine al fine di giustificare le spese militari senza precedenti e l’instaurazione dello Stato di polizia a seguito dell’11 settembre. Nel caso in cui i lettori non ne siano consapevoli, ci sono molte dichiarazioni di alti ufficiali a sostegno di questa affermazione, ed almeno uno di loro l’ha detto pubblicamente, Benazir Bhutto, assassinata poco dopo averlo detto.
Hollywood vi fece anche un kolossal di propaganda per sostenere la bufala del governo degli Stati Uniti. Si chiamava Zero Dark Thirty, che fece anche un mucchio di soldi. Così tutti furono felici, giusto? No davvero, così la lattina deve essere presa a calci lungo la strada, ancora una volta…
Ancora una bugia, prima di concludere. Secondo le stesse fonti delle prime due bufale del  governo qui indicate, il 6 agosto 2011 un elicottero statunitense Boeing CH-47 Chinook, con il codice di chiamata Extorsion 17, fu abbattuto nella provincia di Wardak, a ovest di Kabul, Afghanistan, uccidendo incredibilmente tutte le 38 persone a bordo, tra cui 25 truppe per operazioni speciali statunitensi. Gli Stati Uniti affermarono che i corpi furono talmente carbonizzati che furono costretti a cremarli immediatamente, come se una sorta di scadenza potesse farli sparire. Ancora una volta, come l’11 settembre e il raid contro bin Ladin, non ci furono sopravvissuti, né corpi, né foto e nessuna prova reale disponibile che dimostri le creative versioni del governo. Come facciamo a sapere se quegli uomini, in realtà, morirono tutti nello stesso incidente del Chinook? Riusciremo mai a saperlo? No, se il governo degli Stati Uniti è autorizzato a dire al popolo continue bugie, il tutto in nome della sicurezza nazionale.
Dopo aver visto l’intervista televisiva pakistana, l’ex-assistente del segretario del Tesoro Paul Craig Roberts spiega, “Credo che nessun organo d’informazione potrà affrontare in questo modo un così notevole mito nazionale degli Stati Uniti. L’uccisione di bin Ladin soddisfa il bisogno emotivo di vendetta e giustizia. In ultimo, una testata giornalistica che aveva contestato la storia del governo sarebbe stata esclusa dalle fonti governative e denunciata da politici e da buona parte della popolazione credulona degli Stati Uniti come organizzazione filo-terroristica anti-americana”.
Leggasi la trascrizione della traduzione del notiziario pakistano qui.
A proposito, nessuno ad Abbotabad, e in Pakistan, sembra credere all’immaginaria drammatica incursione contro bin Ladin.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La relazione tra al-Qaida e Qatar ha spinto Obama a mollare gli islamisti

Karim Zmerli, Tunisie-Secret.com 15 luglio 2013

Storia segreta degli eventi in Egitto e dei loro potenziali effetti sulla Tunisia. La caduta di Mursi non è una decisione degli Stati Uniti, ma il risultato della cacciata di sheikh Hamad. Per capire l’improvviso cambiamento in Egitto, quindi, è necessario sapere perché Obama ha spodestato l’ex emiro del Qatar e il suo Primo ministro. Davanti al Senato degli Stati Uniti, che gli ha chiesto dei miliardi di dollari stanziati per gli islamisti, Obama ha ammesso di aver sostenuto i Fratelli musulmani perché avevano promesso di servire gli interessi statunitensi e israeliani.

3342100766Dalla fine di maggio, diverse agenzie d’intelligence occidentali sapevano che in perfetto accordo con David Cameron, Barack Hussein Obama ha preso la decisione di sbarazzarsi di suoi due  lacchè, Hamad bin Khalifa e Hamad bin Jassim. Il giovane Barack Hussein ha preso questa decisione in fretta per via di documenti molto compromettenti per lui, che i servizi russi, con l’aiuto dei servizi algerini, hanno fatto giungere ad alcuni senatori degli Stati Uniti e a giornalisti del Washington Post e del New York Times. Il caso sarebbe stato soppresso se non fosse stata per la determinazione del senatore James Inhofe, che è riuscito a convincere molti suoi colleghi repubblicani. Convincendoli questa volta che l’impeachment contro Obama deve andare fino in fondo, tenendo conto dei fatti addebitatigli, e di cui dovrà dare spiegazioni al Senato.

L’attacco di al-Qaida contro l’ambasciata statunitense a Bengasi
Già all’inizio di maggio 2013, James Inhofe convinse molti suoi colleghi senatori ad iniziare una procedura d’impeachment nei confronti di Barack Hussein Obama, accusato di nascondere agli statunitensi la verità sull’attacco contro l’ambasciata degli Stati Uniti di Bengasi, in cui l’ambasciatore Chris Stevens fu violentato e giustiziato. Il senatore James Inhofe aveva ritenuto che “di tutti gli scandali che hanno segnato la storia della politica statunitense, compresi i Pentagon Papers, l’Iran-Contra, il Watergate, ecc., tentare di sopprimere la verità sull’attacco di Bengasi, da parte della Casa Bianca, entrerà nella storia come la più flagrante “menzogna di Stato” della storia statunitense. Questa è una mossa molto abile di John McCain, senatore dell’Arizona, che ha  trasformato l’impeachment in un “Comitato speciale d’indagine del Senato” sull’affare di Bengasi, e più precisamente sulla relazione della CIA rielaborata dall’amministrazione Obama, nascondendo così la verità che l’opinione pubblica statunitense avrebbe potuto sapere. Coinvolto quanto Obama, John McCain ha avuto la sfacciataggine di dire che “noi [eravamo] nel bel mezzo di una campagna presidenziale, i prossimi di Obama hanno detto, a chi voleva ascoltare, che ucciso bin Ladin, al-Qaida sarebbe stata smantellata e che avremmo potuto dormire in pace. Poi arriva l’attacco a Bengasi come svolta piantagrane. Troppe cose rimangono inspiegate. Abbiamo bisogno di istituire una commissione speciale per ascoltare tutti, risalendo la scala delle responsabilità fino al vertice.”
Infatti, le dodici versioni del rapporto della CIA avute dal giornalista Jonathan Karl di ABC dimostrano che i termini “terrorismo” e “al-Qaida” sono stati deliberatamente cancellati dalla versione originale e la versione definitiva della relazione tiene a presentare l’attacco contro l’ambasciata statunitense a Bengasi come l’azione spontanea di alcune “schegge impazzite”, offese da un video-parodia del profeta Maometto, e non come un attacco terroristico pianificato da al-Qaida, che ha voluto commemorare l’anniversario dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle di New York. Queste rivelazioni sono in diretta contraddizione con la versione trasmessa da Jay Carney, portavoce della Casa Bianca. Inoltre, un memorandum trapelato il 2 maggio 2013 e ricevuto da Jonathan Karl, cita la portavoce del dipartimento di Stato Victoria Nuland esortare i suoi colleghi ad evitare di menzionare che la CIA aveva avvertito il dipartimento di Stato di un possibile attacco terroristico per l’anniversario dell’11 settembre, in quanto avrebbe potuto fornire acqua al mulino della critica repubblicana verso la politica internazionale di Obama. Il rifiuto di Barack Hussein Obama, per più di due settimane, di qualificare l’aggressione di Bengasi come “attacco terroristico”, ha portato molti osservatori ad ipotizzare che la richiesta di Victoria Nuland di evitare di parlare del terrorismo provenisse da Obama in persona.
Inoltre, secondo l’assai seria rivista di New York Foreign Policy, il deputato della Florida Ted Yoho ha presentato un disegno di legge il 26 giugno, per vietare a qualsiasi agenzia o istituzione statunitense l’assegnazione di fondi per fornire assistenza militare alle forze della cosiddetta opposizione in Siria. In un discorso alla Commissione affari esteri della Camera dei rappresentanti, Yoho ha ripetuto quello che aveva già detto: “Chi pensa che armare i ribelli dell’opposizione in Siria sia una buona idea deve imparare le lezioni del passato. Le stesse politiche hanno creato mostri in Iraq, Afghanistan e altrove. L’opposizione siriana è una miscela di gruppi come i Fratelli musulmani in Siria e altre organizzazioni che hanno giurato fedeltà ad al-Qaida.”

384754Al-Qaida una succursale dei servizi segreti del Qatar
Il rapporto tra al-Qaida e Qatar dura da anni. Oltre al sostegno finanziario all’organizzazione terroristica da parte di uomini d’affari del Qatar vicini ad Hamad bin Jassim, così come dai cosiddetti enti di beneficenza, al-Jazeera è diventata il principale relè mediatico dello “sceicco Usama bin Ladin” come viene chiamato dai presentatori di questa rete islamico-terrorista. Tutti i servizi d’intelligence occidentali sapevano della stretta collaborazione tra l’oligarchia mafiosa e l’organizzazione terroristica… fin quando tale rapporto è diventato troppo evidente per continuare. Nonostante il fatto che Obama abbia ancora bisogno dei servizi di al-Qaida in Siria, Iraq e Nord Africa, così come delle preziose relazioni tra questa “ONG” di bin Ladin e gli enti di carità del Qatar, il giovane presidente statunitense ha rapidamente compreso la gravità del caso, sbarazzandosi dei suoi due complici e servi, diventati troppo ingombranti: Hamad bin Khalifa e Hamad bin Jassim. Senza avvertire Hollande, evitandogli di recarsi a Doha 24 ore prima del licenziamento  ufficiale dei due Hamad. Obama ha cambiato i due capi del Qatar affinché il presidente della prima democrazia del mondo non venisse accusato a sua volta di supportare il terrorismo, tra cui al-Qaida, che dovrebbe essere il nemico numero Uno degli Stati Uniti e del mondo libero in generale. Barack Hussein Obama sapeva che Hamad bin Khalifa e Hamad bin Jassim finanziavano i Fratelli musulmani, al-Qaida e altri gruppi terroristici, ma fintanto che servivano agli interessi strategici dell’impero, ha lasciato fare ai suoi valletti. Se questa collaborazione tra il Qatar e al-Qaida non era ancora chiara in Tunisia al momento degli avvenimenti del gennaio 2011, divenne perfettamente chiara in Libia, e poi in Siria. E’ per questo motivo che i francesi hanno deciso di fare le pulizie di primavera in Mali.
I primi passi compiuti dallo sceicco Tamim provano a posteriori perché suo padre è stato licenziato: l’espulsione immediata del leader di Hamas Khalid Meshaal e di altri che vivevano a Doha dopo aver a lungo beneficiato della generosità siriana, la chiusura della rappresentanza “diplomatica” dei taliban a Doha, l’umiliazione e l’espulsione di Yusif Qaradawi, il rabbino capo della Fratellanza musulmana meglio conosciuto sotto il nome di “Mufti della NATO”, l’apparente neutralità negli affari interni egiziani… Queste misure sorprendenti indicano non tanto un ritorno alla normalità del Qatar, ma un improvviso cambiamento nella politica statunitense. Ma è troppo tardi per Obama, non è più al sicuro dalla stampa statunitense. Con il titolo “Sulla Siria Putin ha ragione e Obama torto, ecco perché”, il Washington Times ha scritto che “coloro che abbiamo sostenuto in Egitto, Tunisia e Libia sono peggiori rispetto ai loro predecessori. Putin ha ragione. Quelli che sosteniamo in Siria non solo uccidono i loro avversari, ma li squartano e ne mangiano il cuore di fronte a persone e telecamere.” Obama è il primo presidente statunitense che il New York Times ha avuto il coraggio di chiamare “idiota”, definendo Putin uomo “prudente e intelligente”! Nello stesso numero del New York Times, Anne Patterson, l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Egitto è stata severamente criticata per il suo pieno sostegno agli islamisti che hanno istigato l’opinione pubblica egiziana contro gli USA (sua eccellenza Jacob Wales ne dovrebbe tenere conto!). Inoltre, già indebolito dal voto negativo della Camera sull’armamento dei ribelli siriani, seguito dal voto del Senato per chiudere la valvola del supporto logistico e militare ai terroristi in Siria, Barack Hussein Obama credeva di aver salvato la pelle decapitando i due Hamad del Qatar.

969337La sorpresa egiziana
Ma nella fretta, Barack Hussein Obama non ha capito che il cambio della guardia nell’oligarchia del Qatar avrebbe avuto un impatto immediato sull’Egitto. In strategia e geopolitica questo si chiama effetto di aggregazione o effetto collaterale. I Liberi Ufficiali dell’esercito egiziano hanno approfittato di questa scappatoia deponendo, il 3 luglio, Muhammad Mursi, soprattutto perché erano certi del sostegno della larga maggioranza del popolo egiziano, totalmente costruito sulla “morale”, la “competenza” e il “patriottismo” dei Fratelli musulmani, al potere grazie ai mezzi finanziari e al sostegno del Qatar e al sostegno diplomatico degli Stati Uniti. Per il generale Abdelfatah al-Sissi, in realtà era una corsa contro il tempo, subito dopo il suo primo comunicato del 26 giugno, la Fratellanza musulmana aveva preso la decisione di arrestarlo e sciogliere l’Alto consiglio militare. Di fronte a questa situazione del tutto imprevedibile e al fatto compiuto, Obama prima ha parlato di una “seconda rivoluzione” e non di colpo di Stato. In un secondo tempo, non sapendo a chi rivolgersi, ha dichiarato che “le leggi degli Stati Uniti non gli consentono di sostenere finanziariamente i Paesi vittime di un colpo di Stato“, riferendosi all’aiuto annuale (1 miliardo e mezzo di dollari), che gli USA concedono all’esercito egiziano da anni. All’unanimità, la stampa egiziana ha risposto che poteva tenersi gli aiuti! Dalla scorsa settimana, la posizione degli Stati Uniti si è stabilizzata intorno a una soluzione intermedia: prendere atto del cambiamento in Egitto, ma liberare Muhammad Mursi e astenersi dal perseguitare i Fratelli musulmani!
Non è il destino di Muhammad Mursi che preoccupa il governo degli Stati Uniti, ma tutti gli impegni segreti presi da questo presidente traditore nei confronti di Israele e degli Stati Uniti. L’impegno (scritto) più scandaloso, che ha causato rabbia e indignazione tra gli egiziani, è la rinuncia dell’Egitto al 40% del territorio del Sinai a vantaggio dei rifugiati palestinesi. Non importa se è stato un atto di generosità islamista verso il popolo palestinese. In realtà, si trattava di un “accordo di vendita” in cui la Fratellanza musulmana riceveva 8 miliardi dal Tesoro degli Stati Uniti. Il documento attestante l’operazione “reale” è stato inviato dal generale al-Sissi al Senato degli Stati Uniti. Questo documento è firmato da Muhammad Mursi, Muhammad Badi, leader supremo dei Fratelli musulmani e Qairat al-Shater, il fratello musulmano dalle maggiori fortune del Paese. Come confessato da Abdallah al-Ashaal, ex numero due degli Esteri nel governo Mursi, è stato Obama ad organizzare questa transazione tra Israele, i Fratelli musulmani e Hamas.
Questo dossier, nelle mani dei senatori repubblicani degli Stati Uniti, preoccupa molto Barack Hussein Obama, soprattutto perché i senatori sono pronti a chiedere il rimborso degli 8 miliardi di dollari. Il presidente degli Stati Uniti potrebbe ancora invocare la ragion di Stato e il suo desiderio di “risolvere” il conflitto israelo-palestinese per sempre, offrendo ad Hamas, e non alla legittima Autorità palestinese, un territorio che appartiene all’Egitto, la famosa soluzione della “patria alternativa”! Si potrebbe anche mobilitare la lobby sionista per difenderlo, ma non può fare niente per salvare la testa di Muhammad Mursi, che può essere processato e giustiziato per alto tradimento.
Parlando ieri al Senato, Barack Hussein Obama ha dichiarato che il suo governo ha speso 25 miliardi di dollari, “prima e dopo la rivoluzione egiziana, affinché i Fratelli musulmani prendessero il potere… incluse le spese per finanziare l’organizzazione delle elezioni legislative e presidenziali, come abbiamo fatto in Tunisia e in Libia“. Obama ha aggiunto: “Abbiamo anche sostenuto i salafiti, ma molto meno dei Fratelli musulmani, che erano così ansiosi di arrivare al potere che si sono offerti di lavorare per i nostri interessi e per quelli d’Israele.” In risposta alle domande, ha affermato che “le relazioni dei Fratelli musulmani con Hamas e i movimenti estremisti nel Sinai erano molto forti. Assai rapidamente hanno sospeso gli attacchi contro Israele. Muhammad Mursi ci ha fatto subito un grande servizio nella crisi in Siria, quando ha reciso i legami con quel Paese e ha esortato gli egiziani alla Jihad contro la Siria“. Quando il senatore gli ha detto che questa politica si rivela  un fallimento mentre il potere dei Fratelli musulmani è crollato, e su quali dati si sia basato nel prendere tali rischi, Obama ha risposto che si era basato sui rapporti d’intelligence e le analisi della Patterson (l’ambasciatrice USA in Egitto), il che ci ha convinto che l’Egitto era sicuramente sotto il potere dei Fratelli musulmani, che sono i migliori alleati di Stati Uniti d’America e Israele”.
Il 12 luglio, il governo statunitense ha pubblicamente chiesto il rilascio immediato del presidente traditore Muhammad Mursi. Nel corso della sua conferenza stampa, il portavoce del dipartimento di Stato, Jennifer Psaki, ha dichiarato: “Abbiamo espresso le nostre preoccupazioni fin dall’inizio (…) circa il suo arresto e gli arbitrari arresti politici di membri dei Fratelli musulmani.” Barack Hussein Obama ha anche incontrato l’altro suo lacché, Abdullah d’Arabia Saudita, per un accordo verbale con il nuovo uomo forte dell’Egitto, generale Abdelfatah al-Sissi. Il viaggio a Cairo di domenica del vicesegretario di Stato degli Stati Uniti Bill Burns, coincide con l’interrogatorio di Mursi, quello stesso giorno, da parte della giustizia egiziana, a seguito delle accuse di “spionaggio”, “istigazione a delinquere verso i manifestanti” e “cattiva gestione economica” in connessione con gli eventi delle ultime due settimane, accuse esaminate dal nuovo Procuratore generale Hisham Baraqat. Un’altra inchiesta è stata aperta contro Muhammad Mursi, per la sua fuga dal carcere di Wadi Natrun, nei primi mesi del 2011. Già sotto il regime di Mubaraq era in carcere per “intelligenza con potenze straniere.”
Mentre l’islamista Recep Tayyip Erdogan ha affermato che “Muhammad Mursi rimane l’unico capo di Stato legittimo“, il leader dei Fratelli musulmani in Tunisia, Rashid Ghannuchi fa riferimento alla “legittimità delle urne” per ripristinare al trono d’Egitto il venduto ad Israele. L’ha detto per dovere  di appartenenza alla stessa setta dei Fratelli musulmani, ma soprattutto per paura che la stessa rabbia popolare che ha “sloggiato” Mursi, arrivi in Tunisia. L’importante quotidiano al-Ahram ha titolato tre giorni fa: “I tunisini ci hanno esportato una rivoluzione fasulla, noi gli inviamo una vera rivoluzione“!

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il dilemma di Washington: “terroristi buoni” contro “terroristi cattivi”

Dr. Ismail Salami Global Research, 26 dicembre 2012

cia-mossad-mko-alliance-for-iranian-scientists-assassinationIl terrorismo è terrorismo e non può essere definito altrimenti, a meno che una delle parti lo sbilanci contro l’altra; e la dicotomia dei terroristi in Siria in buoni e cattivi, da parte dell’Occidente, mette in dubbio le sue dichiarazioni sulla democrazia. Con cupo tono politico, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha definito “assolutamente inaccettabile” il sostegno dell’occidente ai terroristi in Siria, nella sua intervista esclusiva con Russia Today. Lavrov ha detto che l’occidente ha diviso i terroristi in “cattivi” e “accettabili”, dando il suo appoggio a questi ultimi. “E’ assolutamente inaccettabile, seguendo questa logica potremmo trovarci in una situazione molto pericolosa, non solo in Medio Oriente, ma in altre parti del mondo, se i nostri partner occidentali dovessero cominciare a qualificare i terroristi in terroristi cattivi e terroristi accettabili“, ha detto il Ministro degli Esteri russo.
La dicotomia dell’occidente su tale grave problema, non è per nulla nuova. Il depennamento della MKO, a lungo ritenuto un gruppo di terroristi, da parte di Washington è in linea con questo processo dell’occidente di ridefinizione di concetti e termini affermati. Paradossalmente, l’MKO è stata sostenuta da Washington anche quando era sulla lista dei terroristi. Ha anche ricevuto addestramento dall’amministrazione Bush. In un articolo illuminante, Seymour Hersh ha dimostrato che il Joint Special Operations Command (JSOC) ha addestrato membri della Mujaheddin-e-Khalq iraniana (MKO) in un sito segreto in Nevada, dal 2005 ad almeno al 2007. Secondo Hersh, i membri della MKO “sono stati addestrati in intercettazione di comunicazioni, crittografia, armi e tattiche per piccole unità presso un sito del Nevada, fino a quando il presidente Obama è entrato in carica.” In un’altra intervista, un ex generale a quattro stelle ha detto che era stato informato, privatamente nel 2005, dell’addestramento dei membri della MKO in Nevada, da uno statunitense coinvolto nel programma. Ha detto che avevano ricevuto “addestramento in comunicazioni, crittografia, tattiche per piccole unità ed armi, per sei mesi. Venivano tenuti in piccole squadre.” Ha anche detto che gli è stato riferito che gli addestratori erano del JSOC e che dal 2005 erano diventati uno strumento importante dell’amministrazione Bush nella guerra globale contro il terrorismo. Per lo sgomento e la delusione di molti, il Dipartimento di Stato degli USA ha deciso, a settembre, di rimuovere la MKO dalle liste terroristiche.
Il Dipartimento di Stato USA ha detto che la sua decisione di depennare il gruppo era dovuta al fatto che il gruppo non avrebbe commesso atti terroristici per un decennio,  cancellando sfacciatamente l’evidenza che il gruppo è stato, a tutti gli effetti, uno strumento per l’omicidio di scienziati nucleari, negli ultimi anni, in Iran. Anche se il gruppo non si è mai ufficialmente assunto la responsabilità degli assassini (cosa abbastanza naturale), ci sono prove evidenti che suggeriscono che è stato complice di questi atti terroristici. Il gruppo terroristico ha compiuto sforzi incessanti, per anni, per essere rimosso dalla lista del terrore ed ha arruolato molti funzionari repubblicani e democratici per fare lobbying in suo favore. Invece di pagare il lobbying, “Gli ha offerto onorari tra i 10.000 e i 50.000 dollari per ogni discorso che criticasse aspramente il governo degli Stati Uniti per il trattamento presuntamente squallido del MEK. Tra coloro che hanno goduto della miniera d’oro del gruppo, vi sono l’ex governatore della Pennsylvania Ed Rendell, Rudy Giuliani, Alan Dershowitz e l’ex direttore dell’FBI Louis Freeh. Molti di costoro affermano di avere scarso interesse per il denaro che hanno raccolto.” (Richard Silverstein, The Guardian, 22 settembre 2012).
L’MKO è da tempo impegnata in una serie di sabotaggi e attività terroristiche contro la Repubblica islamica iraniana, in combutta con i servizi segreti israeliani. Nel gennaio 2012, Benny Gantz, capo di stato maggiore delle Forze di Difesa israeliane, ha detto a una commissione parlamentare: “Per l’Iran, il 2012 è un anno decisivo per la prosecuzione della sua nuclearizzazione, per i cambiamenti interni della leadership iraniana, per la continua e crescente pressione della comunità internazionale, e le cose si svolgeranno in modo innaturale.” Appena 24 ore dopo che il capo militare israeliano aveva parlato di eventi innaturali per l’Iran, lo scienziato nucleare iraniano Mostafa Ahmadi Roshan veniva assassinato in pieno giorno. Ben presto era emerso che era stata una operazione congiunta Mossad-MKO. L’MKO ha assassinato più di 12.000 cittadini iraniani, sette cittadini americani, e decine di migliaia di cittadini iracheni. In ogni caso, la dicotomia in terroristi “buoni” e “cattivi”, è peggiore di qualsiasi forma di apartheid.
Una storia relativamente simile si ripete in Siria. Washington ha definito il fronte al-Nusra, finanziato dal Qatar, un’organizzazione terroristica. Ma perché? Combatte contro il governo di Bashar al-Assad insieme ad altri militanti, in Siria, principalmente composti da mercenari stranieri. I primi sono considerati terroristi semplicemente perché sono una grossa mosca sulla facciata della retorica politica di Washington verso la Siria. Quindi, è Washington o l’occidente che decide chi è un terrorista e chi non lo è. Non dimentichiamo che la famigerata al-Qaida, che ha seminato estremismo ottuso e settarismo religioso nel mondo, è stata fondata e finanziata negli anni settanta da Washington e dalla CIA, nel tentativo di combattere i sovietici. Robin Cook lamentava la creazione di al-Qaida e disse: “Bin Ladin è stato, però, un prodotto di un monumentale errore di calcolo delle agenzie di sicurezza occidentali. Nel corso degli anni ’80 fu armato dalla CIA e finanziato dai sauditi per la jihad contro l’occupazione russa dell’Afghanistan. Al-Qaida, letteralmente “database”, era in origine i file per computer delle migliaia di mujahidin che furono reclutati e addestrati dalla CIA per sconfiggere i russi. Inspiegabilmente, e con conseguenze disastrose, non sembrano essersi accorti, a Washington, che una volta che la Russia veniva tolta di mezzo, l’organizzazione di bin Ladin avrebbe rivolto la propria attenzione verso ovest.” La creatura di Frankenstein della CIA non è cambiata, ma è cresciuta mostruosamente.
Noto per essere veramente una delle parole più fraintese e abusate, il terrorismo è definito e raffinato dall’occidente a seconda del contesto, in cui si rivela deleterio o vantaggioso per coloro che ne definiscono il termine.

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La collera di Brzezinski

Dedefensa 15/12/2011 – Bloc notes

Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, ancora attivo nel valutare lo stato del sistema e la politica estera degli Stati Uniti, era presente a una tavola rotonda tenutasi nel corso di una serata omaggio a Brent Scowcroft de The Atlantic Council. Nel testo sull’evento che l’istituzione ha messo in linea il 14 Dicembre 2011, vi è questo passaggio che riguarda gli interventi di Brzezinski:
Brzezinski è stato il più schietto, dichiarando “Abbiamo questa strana situazione in cui il partito al potere è  alquanto congelato di fronte a questa complessità, e il partito fuori dal potere è pazzo furioso.” C’è molto da biasimare in giro, ha dichiarato l’ex alto consigliere di Jimmy Carter. “Il pubblico americano è abissalmente ignorante riguardo il mondo” e “Noi non abbiamo dei mass media che forniscano un grado significativo di informazioni relative al mondo“.
Principalmente, però, ha incolpato i nostri leader politici, osservando che George HW Bush è stato l’ultimo presidente a capire veramente come condurre il mondo, accusando tutti i presidenti successivi – tra cui quelli del suo stesso partito, Bill Clinton e Barack Obama – si sono “chiusi in sé” e mancano di una grande strategia. Inoltre, il clima politico e la necessità di assecondare un elettorato semplicista porta alla “demagogia”, che a sua volta “mette in pericolo un processo decisionale intelligente“.
I verbali di questi interventi americanisti, vanno nella stessa direzione, mettendo in evidenza la critica metodica alla politica statunitense di Brzezinski, così come la situazione politica interna del paese, la condizione generale di tutto ciò, una sconcertante paralisi, o addirittura un’ossessione per la sicurezza caratterizzata da cecità, inefficienza, automatismi grotteschi che vi prevalgono. Così Brzezinski indica questo aneddoto dimostrando, dopo tutto, che non manca di umorismo:
Anche le guardie di sicurezza dell’edificio hanno ricevuto da Brzezinski una lavata di capo trattamento. Beffandosi di come gli edifici governativi di Washington siano più difficili da accedere che a punti di riferimento importanti come il Kennedy Center, Brzezinski ha detto che era stufo di tirare fuori la sua carta d’identificazione, per farla controllare da gaurdie giurate, negli uffici del centro. Non si può andare in un qualsiasi edificio sulla K street senza essere fermato da qualcuno che pretende di essere una guardia di sicurezza”, ha detto. “Mi sono così stancato e irritato di tutto questo”, ha aggiunto. “A volte firmo, quando mi chiedono il mio nome, letteralmente, firmo ‘Osama bin Laden.’ Non sono mai stato fermato.
Questo estratto proviene da un testo di US News & World Report del 14 dicembre, 2011. Questo stesso testo sottolinea i vari aspetti sopra evocati, su questa critica che trascende i partiti, poiché fustiga tutti i presidenti dopo George HW Bush, che aveva lasciato la Casa Bianca nel gennaio del 1993, tra cui, quindi, due presidenti del partito di Brzezinski (democratico).
Il sito iraniano PressTV.com si è occupato della questione aggredendola su un aspetto completamente ignorato dai testi sopra citati, ma che è stato ripreso altrove (dalla AFP, citata dal sito iraniano). Naturalmente, si tratta dell’Iran o della politica iraniana degli Stati Uniti. Brzezinski mostra la stessa severità che ha sollevato in precedenza, circa la situazione interna negli USA. (Il testo di PressTV.com, 14 Dicembre 2011.)
Pensiamo che eviteremo la guerra spostandoci verso la costrizione“, avrebbe detto secondo l’AFP, presso il pensatoio del Consiglio Atlantico di Washington, il Martedì sera. “Ma più puntate sulla costrizione, più la scelta diventa la guerra, se non funziona. Ciò restringe le nostre scelte in maniera molto drammatica”, ha notato l’ex consulente del presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter.
Brzezinski si è detto preoccupato per un’escalation nella “retorica”, mentre l’approccio degli Stati Uniti al programma nucleare iraniano appare unicamente rivolto a costringere Teheran a soddisfare le richieste internazionali, lasciando a Washington poca flessibilità. “Molte piccole decisioni possono esere prese, mentre nel frattempo si restringe la libertà di scelta nel futuro”, ha detto.”
È indiscutibile che Zbigniew Brzezinski sia un servitore informato, esperto ed intelligente del sistema. Le sue parola sono quindi più interessanti. Le differenze di trattamento del suo discorso, che compaiono tra il testo puramente americanista e il resto, compresi tra gli iraniani, mostrano preoccupazioni diverse; pertanto, queste preoccupazioni diverse si riferiscono alla stessa situazione, che è quella del sistema dell’americanismo.
E’ vero che la situazione del potere americanista è nella condizione descritta da Brzezinski, e probabilmente questa debolezza è fatale: impotente, paralizzata, è persa nelle faziosità interne e nelle straordinarie esacerbazioni psicologiche. Il termine di coazione che Brzezinski impiega per caratterizzare la politica iraniana degli Stati Uniti, vale anche per la situazione della leadership politica di Washington, e in realtà anche per una patologia della psicologia. (Il comportamento compulsivo è caratterizzato in questo senso, effettivamente come una patologia, come dice ad esempio Wikipedia: “Il disturbo ossessivo-compulsivo (abbreviato OCD ) è un disturbo d’ansia caratterizzato dalla comparsa di pensieri intrusivi ricorrenti, relativi o meno a una fobia. …“, ecc) Quindi ce n’è per tutti, e l’una cosa o l’altra, delle loro caratterizzazioni comuni: il sistema dell’americanismo, come il sistema stesso, è malato, si tratti dei giochi politici a Washington o della politica iraniana, e la malattia ha a che fare con le dinamiche dell’auto-distruzione del sistema.
Brzezinski, grande stratega dalle ambizioni egemoniche globali dell’americanismo, ci permette di avere una buona percezione del declino, del crollo del sistema. Parla di un tempo in cui il sistema (il sistema dell’americanismo) ancora funzionava in modo efficace e brillante. Le ambizioni del sistema, la sua crudeltà, le sue pretese universali e il suo disprezzo per la sovranità degli altri erano grandi allora come lo sono oggi, ma li ha affermato con abilità e intelligenza, con misura tattica quando necessaria, accompagnati da una retorica rassicurante, senza l’ebbrezza e la cecità, senza quella patologia psicologica che le caratterizzano oggi. Brzezinski non ha rimpianti, né rigetta nulla delle azioni del sistema dell’americanismo, e deplora e respinge furiosamente la malattia che ha infettato la psicologica del sistema, e il comportamento “compulsivo“, irregolare, inconsistente, paralizzato e impotente che ne deriva. La salute mentale di Brzezinski non è diminuita, quella del sistema sì; Brzezinski parla della dinamica da superpotenza del sistema quando trionfava, e che aveva saputo mantenere la sua applicazione operativa; ha espresso tutta la sua furia sulla dinamica dell’autodistruzione che ha preso piede nel sistema. Ne siamo così perfettamente consapevoli – o meglio, diciamo che ha confermato la nostra convinzione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come al-Qaida è arrivata al potere a Tripoli

Thierry Meyssan Réseau Voltaire Beirut (Libano), 6 Settembre 2011

Réseau Voltaire ha ricevuto molte lettere da lettori che chiedono di al-Qaida in Libia. Al fine di rispondere, Thierry Meyssan ha riunito i principali elementi noti di questo dossier. Questi fatti confermano la sua analisi, sviluppata dall’11 settembre 2001, che al-Qaida sia composta da mercenari utilizzati dagli Stati Uniti per combattere in Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Kosovo, Iraq e ora in Libia, Siria e Yemen.

Negli anni ’80, la CIA ha incoraggiato Awatha al-Zuwawi a creare una fucina in Libia per reclutare mercenari e inviarli nella jihad contro i sovietici, in Afghanistan. Dal 1986 le reclute libiche vengono addestrate nel campo di Salman al-Farsi (in Pakistan), sotto l’autorità del miliardario anti-comunista Usama bin Ladin.
Quando bin Ladin si trasferì in Sudan, i jihadisti libici lo seguirono. Furono raggruppati in un loro compound. Dal 1994, Usama bin Ladin inviò dei jihadisti libici nel loro paese, a uccidere Muammar Gheddafi e a rovesciare la Jamahiriya popolare socialista.
Il 18 ottobre 1995, il gruppo si struttura sotto il nome di Gruppo Islamico Combattente in Libia (LIFG). Nei tre anni successivi, il LIFG ha cercato per quattro volte di assassinare Muammar Gheddafi e di stabilire la guerriglia nelle montagne del sud. A seguito di tali operazioni, l’esercito libico, sotto il comando del generale Abdel Fattah Younis, condusse una campagna per sradicare la guerriglia, e la giustizia libica lanciò un mandato di arresto contro Usama bin Ladin, diffuso dal 1998 dall’Interpol.
Secondo l’agente del controspionaggio del Regno Unito David Shayler, lo sviluppo del LIFG e il primo tentativo di assassinio di Gheddafi da parte di al-Qaida, furono finanziate con la somma di 100.000 sterline dall’MI6 britannico [1]. All’epoca, la Libia era l’unico stato al mondo a ricercare Usama bin Ladin, che ancora disponeva ufficialmente del sostegno politico degli Stati Uniti, anche se aveva contestato l’operazione “Desert Storm“.
Sotto la pressione di Tripoli, Hassan al-Turabi espulse i jihadisti libici dal Sudan. Spostarono le loro infrastrutture in Afghanistan, insediandosi nel campo di Shahid Shaykh Abu Yahya (appena a nord di Kabul). Tale installazione durerà fino all’estate del 2001, quando i negoziati a Berlino tra Stati Uniti ed i taliban, per il gasdotto transafgano, fallirono. A quel tempo, il mullah Omar, che si stava preparando all’invasione anglo-sassone, chiese che il campo venisse posto sotto il suo controllo diretto.
Il 6 ottobre 2001 il LIFG è nella lista stilata dal Comitato di applicazione della risoluzione 1267 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. C’è tuttora. L’8 dicembre 2004, il LIFG era nella lista delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. C’è ancora. Il 10 Ottobre 2005, il Dipartimento degli Interni britannico interdiva il LIFG dal suo territorio. Questa misura è ancora valida. Il 7 Febbraio 2006, le Nazioni Unite sanzionavano cinque membri del LIFG e quattro società ad essa collegate, che continuano ad operare impunemente nel territorio del Regno Unito, sotto la protezione dell’MI6.
Durante la “guerra contro il terrore“, il movimento jihadista si organizza. Il termine “al-Qaida“, che originariamente indicava il grande database in cui Usama bin Ladin sceglieva i mercenari di cui aveva bisogno per missioni specifiche, diventa gradualmente un piccolo gruppo. Le sue dimensioni diminuiscono, a mano a mano che viene strutturato.
Il 6 marzo 2004, il nuovo leader del LIFG, Abdelhakim Belhadj, che ha combattuto in Afghanistan al fianco di Usama bin Ladin [2] e in Iraq, vien arrestato in Malesia e poi trasferito in una prigione segreta della CIA, in Thailandia, dove è sottoposto al siero della verità e alla tortura. A seguito di un accordo tra gli Stati Uniti e la Libia, venne rispedito in Libia dove fu torturato da agenti inglesi, ma questa volta nella prigione di Abu Salim.
Il 26 giugno 2005, le agenzie di intelligence occidentali organizzano a Londra una riunione dei dissidenti libici. Formano la “Conferenza nazionale dell’opposizione libica” unendo tre fazioni islamiche: la Fratellanza mussulmana, la Confraternita dei Senoussi e il LIFG. Il loro manifesto fissa tre obiettivi:
– rovesciare Muammar Gheddafi;
– esercitare il potere per un anno (sotto la denominazione “Consiglio nazionale di transizione“);
– ripristinare la monarchia costituzionale nella sua forma del 1951 e rendere l’Islam la religione di Stato.
Nel luglio 2005, Abu al-Laith al-Liby riesce, contro ogni probabilità, a fuggire dal carcere di massima sicurezza di Bagram (Afghanistan) e a divenire uno dei leader di al-Qaida. Chiama i jihadisti del LIFG che non hanno ancora raggiunto al-Qaida in Iraq. I libici diventano la maggioranza dei kamikaze di al-Qaida in Iraq [3]. Nel febbraio 2007, al-Liby condusse un attacco spettacolare contro la base di Bagram, mentre il vicepresidente Dick Cheney si appresta a visitarla. Nel novembre 2007, Ayman al-Zawahiri e Abu al-Laith al-Liby annunciano la fusione del LIFG con al-Qaida.
Abu al-Laith al-Liby divenne il vice di Ayman al-Zawahiri, e a tal titolo il numero 2 di al-Qaida, in quanto non si avevano notizie di Usama bin Ladin. Fu ucciso da un drone della CIA in Waziristan, alla fine del gennaio 2008. Durante il periodo 2008-2010, Saif al-Islam Gheddafi negoziò una tregua tra i libici e il LIFG. Pubblicò un lungo documento, ‘Gli studi riparatori’, in cui ammette di aver commesso un errore nel fare appello alla jihad contro i fratelli musulmani, in un paese musulmano. In tre ondate, tutti i membri di al-Qaida sono graziati e rilasciati alla sola condizione che rinuncino per iscritto alla violenza. Su 1800 jihadisti, oltre un centinaio rifiutano l’accordo e preferiscono rimanere in carcere.
Dopo il suo rilascio, Abdelhakim Belhadj lascia la Libia e si trasferisce in Qatar.
Nei primi mesi del 2011, il principe Bandar Bin Sultan intraprende una serie di viaggi per rilanciare al-Qaida espandendone il reclutamento, fino ad ora quasi esclusivamente tra gli arabi, ai musulmani dell’Asia centrale e del sud-est. Uffici di reclutamento vengono aperti in Malesia [4]. Il miglior risultato si ottiene a Mazar-i-Sharif, dove più di 1.500 afgani vengono impegnati nella jihad in Libia, Siria e Yemen [5]. In poche settimane, al-Qaida, che era solo un piccolo gruppo moribondo, può allineare più di 10.000 uomini. Questo reclutamento è ancora più facile, poiché i jihadisti sono i mercenari più economici sul mercato.
Il 17 Febbraio 2011, la “Conferenza Nazionale dell’opposizione libica” organizza il “giorno della collera” a Bengasi, che segna l’inizio della guerra.
Il 23 febbraio l’Imam Abdelkarim al-Hasadi annuncia la creazione di un emirato islamico a Derna, la città più fondamentalista della Libia, da cui proviene la maggior parte dei kamikaze jihadisti di al-Qaida in Iraq. Al-Hasadi è un membro di lunga data del LIFG, ed è stato torturato dagli statunitensi a Guantanamo [6]. Il burqa è obbligatorio e le punizioni corporali vengono ripristinate. L’emiro al-Hasidi organizza un proprio esercito, che nasce con alcune decine di jihadisti e che presto ne raggruppa più di mille.
Il Generale Carter Ham, comandante di Africom, incaricato di coordinare le operazioni alleate in Libia, ha espresso le sue preoccupazioni per la presenza tra i ribelli, che gli viene chiesto di difendere, di jihadisti di al-Qaida che hanno ucciso soldati statunitensi in Afghanistan e in Iraq. Fu sollevato dalla sua missione, che venne affidata alla NATO.
In tutta la Cirenaica “liberata“, gli uomini di al-Qaida diffondono il terrore, massacrano e torturano. Sono specializzati nel tagliare la gola ai gheddafisti, a cavare occhi e tagliare i seni delle donne impudiche. L’avvocato della Jamahiriya, Marcel Ceccaldi, accusa la NATO di “complicità in crimini di guerra“.
Il 1° maggio 2011, Barack Obama annuncia che ad Abbottabad (Pakistan), sei commando dei Navy Seal hanno eliminato Usama bin Ladin, di cui si era senza notizie credibili da quasi 10 anni. Questo annuncio permette di chiudere il dossier al-Qaida e di rinnovare il look dei jihadisti quali nuovi alleati degli Stati Uniti, come ai bei vecchi tempi delle guerre in Afghanistan, Bosnia, Cecenia e Kosovo [7]. Il 6 agosto, tutti i sei membri del commando dei Navy Seal muoiono nella caduta del loro elicottero.
Abdelhakim Belhadj torna nel suo paese su un aereo militare del Qatar, all’inizio dell’intervento della NATO. Ha preso il comando degli uomini di al-Qaida nelle montagne del Jebel Nefusa. Secondo il figlio del generale Abdel Fattah Younis, è lui che ha sponsorizzando l’omicidio, il 28 luglio 2011, del suo vecchio nemico, che era diventato il capo militare del Consiglio di Transizione Nazionale. Dopo la caduta di Tripoli, Abdelhakim Belhadj apre le porte del carcere di Abu Salim, rilasciando gli ultimi jihadisti di al-Qaida che vi erano detenuti. Viene nominato governatore militare di Tripoli. Pretende le scuse dalla CIA e dall’MI6 per il trattamento che gli hanno inflitto in passato [8]. Il Consiglio nazionale di transizione l’incarica di addestrare l’esercito della nuova Libia.

Note:
[1] David Shayler: “J’ai quitté les services secrets britanniques lorsque le MI6 a décidé de financer des associés d’Oussama Ben Laden“, Réseau Voltaire, 18 novembre 2005.
[2] Libya’s Powerful Islamist Leader, Babak Dehghanpisheh, The Daily Beast, 2 settembre 2011.
[3] Ennemis de l’OTAN en Irak et en Afghanistan, alliés en Libye, Webster G.  Tarpley, Réseau Voltaire, 21 maggio 2011.
[4] “La Contro-rivoluzione in Medio Oriente“, di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 11 maggio 2011.
[5] CIA recruits 1,500 from Mazar-e-Sharif to fight in Libya,  Azhar Masood, The Nation (Pakistan), 31 agosto, 2011.
[6] Noi ribelli, islamici e tolleranti, reportage di Roberto Bongiorni, Il Sole 24 Ore, 22 marzo 2011.
[7] Riflessioni sulla annuncio ufficiale della morte di Osama bin Laden,  Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 4 maggio 2011.
[8] Libyan commander demands apology over MI6 and CIA plot, Martin Chulov, Nick Hopkins e Richard Norton-Taylor, The Guardian, 4 settembre 2011.
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

La Primavera di al-Qaida

De Defensa, 30 Agosto 2011

Possiamo divagare all’infinito sul destino della “primavera araba” … del fallimento o del successo, “primavera araba” compromessa e spenta o, al contrario, sempre attiva e pronta a divampare di nuovo, ecc. Al contrario, alcune gravi verità cominciano ad emergere, e sono l’effetto diretto di questa “primavera araba“.
Questo è il caso di Michael Scheuer, che ha presentato le sue opinioni sulla situazione creata dalla “primavera araba“, al Festival Internazionale del Libro di Edimburgo (sul Guardian del 29 agosto 2011). Scheuer è l’ex capo dell’unità della CIA responsabile della “caccia a Bin Ladin” (1996-1999) e consigliere del suo successore fino al 2004. Attualmente insegna questioni di sicurezza internazionale alla Georgetown University di Washington.
La Primavera araba ha “deliziato al-Qaida” e ha causato “un disastro dell’intelligence” degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, ha avvertito l’ex capo dell’unità della CIA incaricata della caccia a Usama bin Ladin. Parlando al Festival Internazionale del Libro di Edimburgo, Michael Scheuer, ha dichiarato: “l’aiuto che ricevevamo dal servizio d’intelligence egiziano, meno dai tunisini, ma certamente da libici e libanesi, si è prosciugato – a causa del risentimento verso i nostri governi che pugnalano alle spalle i loro leader politici, o perché chi ha lavorato per i servizi è preso dalla paura di essere incarcerato o peggio. La quantità di lavoro svolto dai servizi statunitensi e britannici è enorme, e il risultato è la cecità della nostra capacità di osservare cosa sta succedendo tra gli islamisti.” La primavera araba è un disastro dell’intelligence per i servizi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e degli altri europei”. [Scheuer] ha detto: “Il programma di consegna deve essere ripreso, le persone in stato di detenzione che abbiamo da molto tempo, sono pronte a parlare, in termini di informazioni che possono fornire negli interrogatori. La primavera araba è stata un disastro per noi in termini di raccolta di intelligence, e ora siamo ciechi a causa sia della primavera araba, sia perché non c’è niente con cui sostituire il programma di consegna.”
Scheuer può essere preso per una buona fonte ben informata sulle questioni che preoccupano i servizi di intelligence, soprattutto la CIA. D’altra parte, quello che dice di ciò che era la collaborazione tra i servizi segreti del blocco BAO, ma in particolare quegli degli Stati Uniti, con i paesi arabi come l’Egitto e la Libia … (quella del colonnello Gheddafi, ovviamente), è senza dubbio un quadro preciso di una realtà ormai sparita. E vediamo che il problema, quando non è strutturale (come nel caso della Libia, in pieno caos), diventa una questione di fiducia da parte dei paesi arabi nei confronti dei loro interlocutori americanisti-occidentalisti, soprattutto a causa di politiche estremamente mutevoli, o influenzate da nozioni di pubbliche relazioni, dall’aspetto umanitario, ecc., e dalle direzioni politiche di questi paesi. Gli ufficiali e funzionari dei servizi segreti dei paesi arabi in questione, non vogliono  rischiare una collaborazione, dove possono giustamente chiedersi se essa non le verrà addebitata, in una circostanza o in un altra, a seconda delle variazioni delle politiche occidentali e secondo le alterne vicende della situazione politica nei loro paesi.
Il problema non è realmente questo o quel problema specifico, che sia o no quella di al-Qaida, se al-Qaida esista ancora o no, ma il problema più generale del riorientamento completo dei servizi segreti del blocco BAO, principalmente americanisti, a partire dal 2001. Riorientandosi pesantemente sul terrorismo di matrice islamista, per controllare efficacemente le politiche massimaliste  delle direzioni politiche dal 2001, questi servizi erano strettamente collegati con i rispettivi servizi arabi, perché non hanno la capacità culturale, né la tradizione, né una consolidata rete per compiere un efficace lavoro di intelligence, e se poi pretendono di “non sporcarsi le mani“, e a farlo inutilmente, senza sfruttare l’uso delle informazioni ottenute con certe pratiche ampiamente utilizzate ed estremamente offensive e disumane. Vale a dire che questo riorientamento strategico dipendeva assolutamente dalla stabilità dei paesi arabi, questa stabilità è possibile solo con dittatori al potere e le loro spietate politiche in tal senso, dittatori la cui maggior parte era orientata verso, o alla acquisizione della cooperazione con gli Stati Uniti. La “primavera araba” ha travolto tutto ciò, con le conseguenze descritte da Scheuer.
La confusione che riguarda l’ex capo della CIA è in gran parte sostantivata dalla suggestione di cercare un’alternativa alle pratiche massimaliste del trasferimento di prigionieri e degli interrogatori sotto tortura dell’era Bush (Programma delle Rendition). Ciò suggerisce che i servizi segreti e di sicurezza arabi coinvolti in tali pratiche, non vogliono cooperare con gli Stati Uniti, soprattutto e principalmente in questo ambito. E’ davvero un cambiamento di tipo “democratico“, come quelle che le leadership politiche reclamano da mesi da parte dei paesi coinvolti nella “Primavera araba” – o in tutti i casi, da alcuni di essi, – e per cui vanno anche in guerra (chi vuole pensare alla Libia, non sarà scoraggiato dal farlo). Di storia in storia, il povero blocco americanista-occidentalista finisce per sviluppare una politica sulla dinamica della fresatrice, i cui effetti continueranno ad essere più inaspettati e rilevanti, per loro, che non la dinamica del boomerang.

Gli USA confermano il ruolo di al-Qaida nella guida dei ribelli. Gheddafi l’avrebbe contattata
DEBKA file Special Report 1 settembre 2011
 
L’amministrazione Obama ha finalmente riconosciuto il 31 agosto, che elementi di al-Qaida combattono nelle file dei ribelli libici, nella caduta, la scorsa settimana, di Tripoli. Ciò è avvenuto con una nota prudente dall’ufficio del consigliere sul terrorismo del presidente Barack Obama, John Brennan: “Alcuni membri del LIFG [propaggine libica di Al Qaida, il Gruppo Combattente Islamico], in passato avevano collegamenti con al-Qaida in Sudan, Afghanistan o Pakistan Altri hanno abbandonato interamente il loro rapporto con al-Qaida. Sembra dalle loro dichiarazioni e dal sostegno all’istituzione di una democrazia in Libia, che questa fazione del LIFG non supporti al-Qaida. Si dovrà sicuramente  guardare con attenzione per vedere se questo è vero o è solo una sceneggiata.”
Le fonti militari di Debka file hanno rivelato, il 28 agosto, che i combattenti della LIFG hanno combattuto per l’occupazione di Tripoli il 21 Agosto. Il loro comandante, Abd Al-Hakim Belhadj, un veterano di al-Qaida in Afghanistan, in seguito estradato in Libia e incarceratovi, ha guidato la battaglia per la roccaforte di Gheddafi di Bab al-Aziziya, due giorni dopo, e da allora si è proclamato comandante del consiglio militare di Tripoli.
Questo va confrontato con la sola scelta dell’amministrazione USA di accettare questo fatto compiuto, soprattutto dopo che i giornalisti statunitensi hanno scoperto dei file dell’intelligence nel quartier generale abbandonato di Muammar Gheddafi, attestanti la campagna dell’ex dittatore libico contro le reclute libiche e gli infiltrati esterni di al-Qaida. Questi file contenevano una mappa che tracciava giorno per giorno i movimenti di al-Qaida e di altri estremisti musulmani operanti nel paese e il loro indirizzo attuale.
Hanno anche trovato prove documentali degli stretti legami mantenuti tra le agenzie anti-terrorismo di Gheddafi e occidentali, condividendo i dati raccolti dalle rispettive agenzie sui movimenti di  al-Qaida.
Fino ad oggi, il presidente Barack Obama ha respinto gli avvertimenti di Gheddafi che la ribellione esplosa contro di lui, a febbraio, avrebbe spianato la via alla presa del potere in Libia di al-Qaida.
Le nostre fonti d’intelligence e del contro-terrorismo trovano che la dichiarazione Brennan dalla Casa Bianca, abbia sollevato più domande che risposte:
1. Nulla è stato detto circa la reazione di Washington nel caso il LIFG risultasse, in futuro, portare avanti l’agenda politica, religiosa e terrorista di al-Qaidaper davvero“, e non “solo per finta“. Gli USA accetteranno il ruolo del comandante del LIFG, Belhadj, a comandante di Tripoli o agiranno per rimuoverlo? E se i suoi leader dimostreranno di lavorare a stretto contatto con al-Qaida nel Maghreb – AQIM?
2. Come potrebbe l’amministrazione Obama chiedere alla NATO di porre le forze speciali britanniche e francesi in prima linea nella battaglia, per la conquista da parte dei ribelli, di Tripoli, in diretta violazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che confina l’intervento della NATO agli attacchi aerei – e solo quando c’era bisogno di salvare le vite dei civili? I nostri esperti militari sottolineano che senza quelle truppe a terra e il martellamento aereo costante della NATO delle forze di Gheddafi, i ribelli non avrebbero mai preso la capitale libica – e molto altro, oltre la loro base di Bengasi. L’avventura libica ha quindi posto gli Stati Uniti nella posizione anomala di aprire la porta ai ribelli libici, alleati con gruppi che hanno un forte legame con al-Qaida, e al tempo stesso combattere gruppi simili in Afghanistan, Pakistan, Iraq e Yemen.
3. Quale messaggio l’episodio libico invia ad al-Qaida e ad altre organizzazioni estremiste islamiche? Non si potrebbe dedurre che gli Stati Uniti e la NATO combattono solo le loro battaglie contro i regimi autocratici in altri paesi?
4. Muammar Gheddafi, mentre lotta per la vita intorno a Sirte, si è affrettato a pesare sul bilancio reale delle forze. Ha concluso che, se è lecito per Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia  sostenere le forze allineate con al-Qaida, potrebbe proficuamente percorrere lo stesso percorso.
Ha quindi mandato suo figlio Saadi, il 31 agosto, a contattare Abd al-Hakim Belhadj del LIFG, il sedicente governatore militare di Tripoli, a proporre a nome di suo padre, di discutere della fine della guerra, al fine di evitare ulteriori spargimenti di sangue.
Gheddafi ha inviato un altro figlio, Saif al-Islam, con il messaggio opposto ad al-Arabya TV: La guerra continua, ha detto, suo padre sta bene e lui ha 20.000 combattenti armati nella città di Sirte, pronti a combattere per lui fino alla morte.
E’ importante notare che Saadi abbia bypassato i capi dei ribelli del CNT e i suoi comandanti a Bengasi e a Tripoli, e abbia presentato la sua offerta direttamente al leader del ramo libico di al-Qaida. Il governante libico deposto capisce chiaramente che per proseguire la  guerriglia minacciata contro i ribelli e i loro sponsor stranieri, dovrà giocare con gli elementi di al-Qaida, proprio come fa l’Occidente. Mercoledì sera, fonti britanniche hanno riportato che diverse autobombe inesplose sono state trovate nella capitale, a significare l’inizio della guerra di guerriglia minacciata da Gheddafi.

Traduzioni di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 360 follower