Quiproquo: la vendita di banche statunitensi alla Cina e la rivalutazione dello yuan

Il quarto dialogo strategico ed economico tra gli Stati Uniti e la Cina
Alfredo Jalife-Rahme Réseau Voltaire Città del Messico (Messico) 25 Maggio 2012  

Il quarto ciclo di negoziati Sino-statunitensi ha avuto luogo tra l’euforia delle nuove concessioni apparenti di Beijing: massicci investimenti finanziari negli Stati Uniti e rivalutazione dello yuan nei confronti del dollaro, come Washington ha a lungo preteso. Tuttavia, non bisogna farsi ingannare sul significato dell’evento, osserva Alfredo Jalife-Rahme: la Cina non ha acconsentito a questi sacrifici per sottomettersi agli Stati Uniti, ma per inibire il loro imperialismo. Beijing ha usato le sue armi finanziarie e monetarie per neutralizzare l’aggressività di Washington, mentre ha cominciato la costruzione di una vasta area di libero scambio, con degli stati finora sotto l’ampia influenza degli Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone.


La quarta riunione per il “dialogo strategico ed economico tra Stati Uniti e Cina” [1] si è recentemente tenuto a Beijing il 3 e 4 maggio 2012. Questo vertice bilaterale è il più importante del mondo, e mostra una serie di risultati significativi, secondo China Economic Net [2], mostrando un notevole rilassamento dopo una fase d’ improvviso deterioramento delle relazioni tra le due potenze.
I media ufficiali cinesi hanno dedicato molta più attenzione a questo successo che non la stampa statunitense, che tace sull’argomento.
I tre momenti significativi in questa distensione sono stati:
1. Il terzo accesso alla presidenza di Vlady Putin, che è stato acquisito dalla stampa cinese, perché allevierà la pressione degli Stati Uniti sulla Cina [3], mentre tutti hanno notato l’assenza dello “zar” al vertice del G8, configurazione oramai inoperante, di fronte al summit del G20, più ibrido e multipolare;
2. L’annuncio della proposta di Trattato di libero scambio tra le tre maggiori geo-economie dell’Asia del Nordest: Cina, Giappone e Corea del Sud [4];
3. La rivelazione bizzarra e concomitante del Dalai Lama su un complotto per farlo assassinare [5]. Gli Stati Uniti saranno in grado di vendere il Dalai Lama per uno yuan, mentre è oggetto di un omicidio scioccante, che contrarierebbe notevolmente la Cina?
Tre proposte geo-finanziarie di immediata applicazione sono state sviluppate nelle “operazioni di scambio” del quarto incontro Cina-USA:
1. la rivalutazione accelerata dello yuan, che ha attirato le lodi dal Segretario del Tesoro statunitense Timothy Geithner;
2. l’autorizzazione da parte della Federal Reserve (“Fed”) per l’insediamento sul territorio degli Stati Uniti di tre banche pubbliche cinesi:
- Industrial and Commercial Bank of China (ICBC), la banca più ricca del mondo, che ha già acquistato l’80% della statunitense Bank of East Asia, con 13 filiali a New York e in California [6]
- China Bank, la terza più grande, ha aperto una filiale a Chicago,
- e Agricultural Bank of China, la No. 4, che apre a New York
3. La Cina abbassa ancora una volta la sua aliquota di riserva in proporzione ai propri depositi bancari (fino a 50 punti base) per iniettare maggiore liquidità nel mercato [7].
Meglio ancora, la Fed ha permesso a una serie di entità finanziarie della Cina (ICBC, Central Huijin Investment e il fondo sovrano cinese Investment Corp.) di operare come una “holding di imprese bancarie”.
Si è lontani dalla fase bushita, quando sotto l’apotema farisaico della sovranità (sic) economica, proibì alla compagnia petrolifera statale CNOOC di acquistare Unocal, che è finita per essere digerita e imballata come un’ondata di spazzatura dalla Chevron.
Non dobbiamo minimizzare l’apertura del super-strategico settore finanziario degli Stati Uniti all’imponente settore bancario cinese, anche se per il momento non sono che misure simboliche.
Le banche cinesi alla fine arriveranno in Messico, su ordine di Washington, prima che una volontà nazionale in tal senso si manifesti da noi? Presto assisteremo all’acquisizione delle imprese statunitensi da parte delle banche cinesi, secondo lo schema scissioni [8] – acquisizioni (M & A, secondo le loro iniziali in inglese)? Ci sono stati altri baratti di tipo geopolitico dietro le quinte?
Un altro tema su cui gli Stati Uniti hanno approvato una spettacolare apertura: la fine dell’embargo sull’esportazione di tecnologia civile nei confronti della Cina.
In cambio, uno dei più profondi cambiamenti politici sarà la decisione della Cina di permettere investimenti stranieri (in realtà, degli Stati Uniti) al 49%.
Il presidente cinese Hu Jintao ha accolto con favore questa quarta sessione, mentre la Segretaria di Stato Hillary Clinton, più amazzone e nottambula che mai, ha rassicurato i sospettosi, allarmati da questo ritorno degli Stati Uniti in Cina, insistendo sul fatto che Washington vuole una Cina forte, prospera e trionfante: chi osa dubitarne?
Dopo la sospettosa compiacenza nell’oscillazione tra concorrenza e cooperazione, questo esito felice ha portato alla prima visita al Pentagono, dopo nove anni e improvvisamente, del Ministro della Difesa nazionale, Liang Guanglie.
Allo stesso tempo appaiono sui media i cantori della cooperazione bilaterale, a scapito dei partigiani della concorrenza al limite della guerra fredda, come il tranquillizzante Jeffrey Bader, l’ex consigliere di Obama per la Cina e l’Asia al National Security Council e autore del libro Obama e l’ascesa della Cina: una narrazione interna della strategia degli USA in Asia [9].
Secondo Jeffrey Bader, le relazioni tra Washington e Beijing si intrecciano attorno al tavolo delle trattative, non sui campi di battaglia. Questo approccio è in linea con quello degli otto precedenti presidenti degli Stati Uniti, a cominciare da Richard Nixon, appena offuscata da qualche deviazione di poco conto [10].
Obama non fa eccezione, dice, e conclude che la sua politica si basa su tre principi fondamentali:
- riconoscimento e rispetto di fronte al crescente potere della Cina e dei suoi interessi legittimi;
- insistenza sulle norme internazionali e sul rispetto della legge che deve governare questa ascesa;
- intenzione di stabilizzarla rafforzando le alleanze regionali e le partnership.
A suo parere, il rapporto bilaterale è qualcosa di ragionevole, dato che i cinesi hanno collaborato con gli Stati Uniti sulle questioni della Corea del Nord e dell’Iran, e che Taiwan non è nemmeno stata una fonte tensione. Suggerendo che l’unico soggetto su cui, in teoria, ci potrebbero essere dei conflitti, è Taiwan, poiché in una certa misura, la vendita di armi a Taiwan è stata una provocazione e un fattore essenziale di tensione. Ha aggiunto che l’oggetto dell’irritante controversia per i diritti umani e del contenzioso del Mare del sud, sono un ostacolo alla cooperazione. Diverse sfide provengono dall’accelerazione della crescita della Cina nel corso dell’ultimo decennio, e dal suo ruolo crescente nel mondo. Gli Stati Uniti hanno le vertigini!
L’idea che la Cina ha già superato gli Stati Uniti, o che lo faccia presto, nella sua leadership sugli altri paesi, non ha nulla a che fare, secondo lui, con i fatti, perché c’è divario tra potenza e reddito pro capite.
In effetti, le relazioni militari sono state restaurate durante la visita dell’ex Segretario alla Difesa Robert Gates, dice, e liquida come mera leggenda l’idea di una nuova politica di contenimento statunitense. Tuttavia, ammette il rischio di una crisi di sicurezza tra Stati Uniti e Cina: ognuno è destinato a considerare il passo che l’altro compie in sua difesa, come un’azione offensiva nei propri confronti. Ma secondo il suo ragionamento, la sfiducia reciproca può essere superata attraverso il “dialogo strategico ed economico” [11].
Brendan O’Reilly [12] ritiene che la strategia della Cina sia basata sullo sviluppo economico e l’integrazione. Così il commercio bilaterale ha raggiunto i 450 miliardi dollari all’anno, un record assoluto nella storia delle relazioni tra due paesi: la Cina attua così una sottile tattica per rispondere efficacemente alla superiorità militare e politica degli Stati Uniti, attraverso una maggiore integrazione tra le due economie. O’Reilly sostiene che la Cina non può raggiungere il livello militare statunitense, nel medio termine, vuole disarmarli sul piano del vantaggio tattico, creando una situazione di dipendenza reciproca ed economica quasi totale.
Così, la Cina cercherebbe di stabilire un nuovo ordine mondiale, in cui il conflitto militare tra grandi potenze verrebbe superato per effetto dell’integrazione economica. Potrà farlo?

Note
[1] USA-Cina il dialogo strategico ed economico
[2] «‘Significant’ results gained in China-US dialogue», China Economic Net, 5 maggio 2012.
[3] «Putin’s return may ease US pressure on China», Global Times, 13 maggio 2012.
[4] «La Chine, le Japon et la République de Corée lanceront les négociations sur une Zone de libre-échange cette année», Xinhua, 13 maggio 2012.
[5] «Dalai Lama reveals warning of Chinese plot to kill him» e «Dalai Lama: What do I really fear? Being eaten by sharks», Dean Nelson, The Telegraph (UK), 12 e il 13 maggio 2012. E il commento cinese “Dalai Lama’s claims of assassination slammed“, Xu Tianran, Global Times, 14 maggio 2012.
[6] «Questions After the First US Bank Takeover by a Chinese State-Controlled Company»,  Charles Wolf, Jr., Brian G. Chow, Gregory S. Jones e Scott Harold, Rand Corporation, 15 maggio 2012.
[7] «La Chine abaissera le taux de réserves obligatoires de 0,5 point de pourcentage», Xinhua, 12 maggio 2012.
[8] “Scissione”: neologismo inglese riferendosi alla iniezione improvvisa e alla diffusione invasiva di nuove idee.
[9] Obama and China’s Rise: An Insider’s Account of America’s Asia Strategy, Brookings Press, marzo 2012.
[10] «US-China ties revolve around debating table, not battlegrounds», Jeffrey A. Bader, Global Times, 13 maggio 2012
[11] Un aspetto particolare detto del: “Dialogo sulla politica di sicurezza” è stato aggiunto al dialogo economico strategico, al secondo incontro a Beijing, il 24 e 25 maggio 2010.
[12] «Hu oils cogs to lock the US Asia ‘pivot’», Brendan O’Reilly, Asia Times, 9 maggio 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Magnate minerario australiano accusa la CIA di finanziare gruppi ambientalisti

Patrick O’Connor, Global Research, 23 marzo 2012 

Il quinto uomo più ricco d’Australia, il magnate minerario Clive Palmer, ha convocato una conferenza stampa per inveire contro un presunto complotto della CIA, volto a sabotare l’economia nazionale, finanziando gruppi di protesta anti-carbone e i verdi. L’episodio, alquanto strano, è servito a evidenziare un importante sviluppo politico, l’emergere di un’ala dell’elite aziendale, apertamente ostile al sostegno del governo laburista alle mosse provocatorie di Washington contro Pechino in Asia-Pacifico.
Palmer possiede Waratah Coal e Queensland Nickel e ha un patrimonio personale stimato di più di 5 miliardi di dollari. E’ da tempo attivamente coinvolto nella politica da destra, ed è tra i maggiori finanziatori del Partito Liberale Nazionale del Queensland e del Partito Liberale federale. Martedì scorso aveva presentato un documento interno prodotto da Greenpeace e da altre organizzazioni, “Arrestate il boom dell’export del carbone l’australiano“, che delinea diverse strategie per boicottare i progetti di estrazione del carbone. Parte del documento spiegava che le proposte erano “basate su ricerche approfondite nel settore del carbone australiano, rese possibili dal generoso sostegno del Fondo della Famiglia Rockefeller.”
Questa è finanziata dalla CIA,” ha dichiarato Palmer. “Basta tornare indietro e leggere il Rapporto Church degli anni ’70 e leggere le relazioni al Congresso degli Stati Uniti che hanno istituito la Fondazione Rockefeller come un condotto dei finanziamenti della CIA. Basta guardare il bilancio segreto che è stato approvato dal Congresso l’anno scorso, più grande della nostra intera economia nazionale“.
Ha affermato che i Verdi sono “uno strumento del governo degli Stati Uniti e dei Rockefeller.” Palmer ha continuato: “Non vogliamo la dominazione di una potenza straniera. Io sono prima un australiano, io non sono un americano … Ci teniamo a questo paese. E’ sotto attacco da parte di interessi stranieri. Credo che vogliono promuovere i loro prodotti a scapito dei nostri.”
Le accuse di  Palmer sembrano attingere dalle teorie del complotto per il “nuovo ordine mondiale” promosse dalla estrema destra nazionalista. La dirigenza politica e dei media è stata veloce, tuttavia, a disdegnare una qualsiasi ipotesi che agenti dei servizi segreti statunitensi svolgano un ruolo attivo nella politica australiana. Il coinvolgimento politico degli Stati Uniti, tuttavia, è una realtà ampiamente documentata, dai finanziamenti della CIA alla rivista di destra Quadrant e dalla promozione dei gruppetti anti-comunisti nel Partito Laburista negli anni ’50 e 60, alla rimozione del governo laburista Whitlam nel 1975, e al ruolo dell’ambasciata degli Stati Uniti nella rimozione di Kevin Rudd da primo ministro, attraverso le sue “fonti protette” nel partito laburista e nella burocrazia sindacale.
La questione resta comunque un argomento tabù nella politica ufficiale. In tutta la copertura sulle accuse contro i verdi, nessuna sezione dei media ha seguito le osservazioni di Palmer sul colpo di stato del 1975. “Pensate alle dimissioni di Whitlam“, ha dichiarato Palmer. “Questo è stato documentato, pensateci e dategli un’occhiata. Ciò era certamente [dietro] le dimissioni. Posso dirvelo, perché ero consapevole di ciò allora“.
Dietro la retorica anti-americana di Palmer vi sono precise preoccupazioni sull’impatto delle crescenti tensioni degli Stati Uniti con la Cina sulle sue imprese.
La classe dirigente australiana affronta il problema irrisolvibile di come allinearsi tra il suo più importante partner commerciale, la Cina, e il suo vecchio patron militare e diplomatico, gli Stati Uniti. Le sezioni dominanti della borghesia sono convinte che l’alleanza con Washington deve essere accolta, anche se l’amministrazione Obama inasprisce le sue operazioni aggressive in Asia, al fine di contrastare la crescente influenza della Cina. Rudd ha tentato di posizionare l’Australia come “media potenza” mediatrice tra le potenze rivali, ma è stato contrastato da Washington. La prima ministra Julia Gillard da allora ha allineato del tutto l’Australia all’orientamento della politica estera di Obama.
La posizione di Gillard, tuttavia, incide direttamente gli interessi commerciali di Palmer, il cui intero impero dipende, e si è sviluppato, in stretta collaborazione con la Cina. In primo luogo ha visitato la Cina da ragazzo, con il padre imprenditore, nel 1962 e, per proprio conto poi vi ha fatto più di 50 visite negli anni ’70, ’80, ’90 e dopo.
Tra i progetti più importanti di Palmer vi è il China First Coal Project nel Queensland, che dovrebbe essere la più grande miniera di carbone in Australia, quando la produzione inizierà nel 2014-2015.  Più di un miliardo di dollari in investimenti di capitale proveniente dalla banca statale cinese Eximbank. La China Metallurgical Corporation (MCC) statale è responsabile del progetto di ingegneria, approvvigionamento e costruzione. Gran parte del carbone esportato sarà acquistato nei prossimi 20 anni dalla China Power International Holding, che gestisce diverse centrali a carbone in Cina.
Palmer ha ripetutamente criticato i governi Rudd e Gillard per essersi inimicati il governo cinese. Nel 2009 e nel 2010 ha accusato il Foreign Investment Review Board (FIRB) di razzismo. “Se sei un americano e hai ucciso tua moglie, vai al Ku Klux Klan ogni settimana, vieni arrestato per droga, appena uscito di prigione puoi venire qui e investire 953 milioni dollari senza alcuna approvazione” ha detto alla Australian Financial Review. “Ma se sei un povero contadino cinese di Guangzhou, devi passare attraverso tutti i rifiuti del FIRB e probabilmente bussare di nuovo.”
Nel novembre dello scorso anno, il magnate minerario Gillard ha contestato l’annuncio che migliaia di marines degli Stati Uniti avrebbero stazionato nel nord dell’Australia. L’Australian Financial Review ha riportato che Palmer e altri dirigenti minerari avevano “snobbato” un pranzo ufficiale con il presidente Obama. “Perché pensate che dei capoccia del calibro di BHP e io, non siano andati in quella cena?” Palmer ha spiegato. “E’ perché non siamo così stupidi. Abbiamo interessi reali [in Cina] e sanno come agiscono i cinesi“.
Hugh White, un eminente analista di politica estera e critico verso gli orientamenti di Gillard riguardo gli Stati Uniti contro la Cina, aveva precedentemente sollecitato Palmer e i suoi colleghi del settore minerario a intervenire politicamente. In un articolo pubblicato lo scorso ottobre, ha spiegato: “Se le tendenze sono quelle attuali, la crescente competizione strategica tra gli Stati Uniti e la Cina è la traiettoria più probabile per il futuro dell’Asia … Alcune persone saranno scioccate dal suggerimento che i nostri dirigenti d’azienda dovrebbe iniziare a parlare di come l’Australia si debba muovere tra le secche geopolitiche future, ma in questo caso gli interessi aziendali e gli interessi pubblici coincidono. Abbiamo un interesse vitale a che il nostro governo gestisca  più seriamente il futuro dell’Australia in Asia, per contribuire a fermare l’escalation della rivalità strategica che sta già prendendo piede tra gli Stati Uniti e la Cina. Forse, se i grandi minatori lo dicessero, i nostri politici inizieranno ad ascoltare.”
Sorprendentemente, in tutta la copertura mediatica delle più recenti osservazioni di Palmer, nessuno di questi problemi è stato menzionato, tale è la loro acuta sensibilità. Tuttavia, è chiaro che enormi interessi finanziari sono alla base delle profonde divisioni all’interno della classe dirigente australiana riguardo al conflitto USA-Cina. L’aggressivo atteggiamento diplomatico/militare dell’amministrazione Obama verso la potenza asiatica può solo aggravare ulteriormente la crisi politica a Canberra, nel prossimo periodo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo spostamento strategico di Obama: de-globalizzazione e contenimento militare della Cina

Alfredo Jalife-Rahme Réseau Voltaire Città del Messico (Messico) 14 Gennaio 2012 – La Jornada

Il politologo politico messicano Alfredo Jalife-Rahme analizza le opzioni strategiche e di bilancio recenti del Pentagono e della Casa Bianca. Mentre una frangia estremista continua a sostenere che gli Stati Uniti l’impossibile mantenimento del loro dominio su tutta la superficie del globo, il presidente Obama e il Segretario alla Difesa Leon Panetta, in linea con la politica avviata da Robert Gates, prendono atto del declino strutturale della potenza statunitense. Approfondiscono la rottura con l’era Bush-Cheney, reindirizzando le proprie risorse su obiettivi più realistici e ri-allocando gradualmente il loro mezzi verso l’Asia e la Cina.

Il 5 gennaio il presidente Obama presentava all’improvviso il nuovo spostamento della strategia del Pentagono, un progetto che è delineato in un documento di otto pagine dal titolo: “Sostenere la preminenza globale degli Stati Uniti nella difesa del XXI secolo“.
Obama ha sostenuto che si potrebbe considerare finito il tempo delle guerre lunghe dell’ultimo decennio, chiaro riferimento al fallimento del bushismo belligerante che ha firmato, a mio parere, il suicidio degli Stati Uniti come potenza unipolare. In linea di massima, dicono che la sconfitta militare strategica in Iraq degli Stati Uniti (dove l’Iran è emerso vittorioso senza dover sparare un solo colpo) e l’impantanamento in Afghanistan sono i fattori che hanno costretto Obama a concentrarsi sulla regione Asia-Pacifico, con tre obiettivi: contenere la Cina, spezzare l’alleanza dei paesi BRIC (Cina, India, Russia, Brasile, Sud Africa), e infine sedurre l’India.
Il costo dell’avventurismo militare del bushismo, per dieci anni, in Medio Oriente, che Joseph Stiglitz (premio Nobel ed ex funzionario di Clinton) stima essere più di 3000 miliardi di dollari [1], ha seriamente svuotato le casse degli Stati Uniti, approfondendo tanto l’insolvenza del debito quanto un deficit colossale.
Le limitazioni sul budget militare annunciate da Leon Panetta, Segretario della Difesa, e dal generale Martin Dempsey, capo di stato maggiore delle forze armate, che sono pari a 500 miliardi di dollari in 10 anni (senza contare l’importo equivalente che il Congresso dovrà sostenere all’inizio del 2013), si applicano sia alle forze di terra che alla marina; si tratta di concentrarsi sullo schieramento di droni, con un accento sulla superiorità tecnologica degli Stati Uniti, grazie alla sicurezza informatica di cui godono (dato che gli Stati Uniti ha un proprio centro di comando, oltre a quelli che hanno in tutto il mondo, e mille basi militari in tutto il mondo).
A mio parere, lo spostamento strategico di Obama prevede di lasciare l’Europa al suo destino, di ritirarsi dal Levante, e una presenza ultra-concentrata nel Golfo Persico per dispiegarvi le sue portaerei (che godono della supremazia mondiale) e il rischieramento (con il ritiro delle truppe da Iraq e Afghanistan) nell’area Asia-Pacifico, per circondare e contenere la Cina. Si tratta di una sottile fuga nella de-globalizzazione, una tappa evidente del declino degli Stati Uniti.
Donna Miles, del servizio stampa dell’esercito, riassume dal documento in questione: “La crescente importanza dell’Asia e del Pacifico, dal punto di vista strategico”, “Gli interessi economici e di sicurezza degli Stati Uniti sono legati allo sviluppo di una regione che comprende 39 paesi”, “tra i quali la Cina e l’India emergono come giganti”, “Si tratta quindi di investire nella prospettiva di una lunga partnership strategica con l’India, per di stabilire un ancoraggio economico regionale che rafforzi la sicurezza nella regione confinante con l’Oceano Indiano. Nel quadro dell’ascesa della Cina come potenza regionale, e la preoccupazione circa le sue intenzioni strategiche”, “I 330.000 membri del Comando del Pacifico (United States Pacific Command) per garantire il libero flusso del commercio”, “Si deve anche garantire la pace nella penisola coreana, sotto il nuovo mandato della Corea del Nord“.
David Ignatius, sul Washington Post (7/1/12), ha detto che Obama ha voltato la pagina dell’11 settembre e che prende molto sul serio i tagli sul budget del Pentagono, sia a livello di politica estera che interna. “Potrebbe essere il passaggio più decisivo dal 1945“, poiché “anche le forze di terra si vedono tagliare pesantemente il rubinetto“.
Gli Stati Uniti allora saranno in grado di invadere due paesi alla volta, e dovranno semplicemente contentarsi di distruggerli in modo automatico dal cielo? Attraverso il controllo mondiale di Internet, gli Stati Uniti scateneranno la guerra informatica e prenderanno il controllo dei loro avversari, che ingenuamente hanno acquistato i dispositivi offertigli dalle transnazionali degli Stati Uniti, per spiarli meglio?
Secondo David Ignatius, si tratta “della fine dell’era dell’11 settembre,” l’annuncio della morte di Usama bin Ladin  ora permette agli Stati Uniti di impegnarsi con i Fratelli musulmani e i salafiti (dei fondamentalisti islamici), permettendo alle truppe di rientrare negli Stati Uniti e di evacuare l’Europa, probabilmente in un numero maggiore del previsto. L’Europa può quindi sentirsi abbandonata a se stessa e prendere in considerazione un riavvicinamento tra la Germania e la Russia, cosa altamente probabile.
David Ignatius ha detto che la Cina è naturalmente tesa, dopo la “svolta di Obama“, e sostiene che “i cinesi non sono stupidi e molti si aspettano che gli Stati Uniti gli saltino alla gola.”
Prevede che ci si avvicina a un periodo di rivalità e tensioni nel Pacifico, con tre punti fissi:
L’espansione recente degli Stati Uniti in Birmania, dove gli statunitensi hanno ipocritamente ignorato i diritti dell’uomo.
Il delicato passaggio dinastico nella Corea del nord, dove già si  decide sulla cooperazione o lo scontro tra Stati Uniti e Cina.
L’Associazione Trans-Pacifica (TPP), per strappare la supremazia commerciale alla Cina, integrando il Messico neoliberista del partito PAN attualmente al potere, in un modo altamente sterile per il Messico. Si tratterebbe dunque di opporre al BRICS la TPP.
La partnership strategica a lungo termine proposta dagli Stati Uniti all’India è stata evidenziata dal The Times of India (05/01/12), che riassume: “Gli Stati Uniti indicano la Cina come una minaccia contro la loro superiorità e cercano una partnership con l’India.”
Obama, Panetta e il generale Dempsey insistono: “Gli Stati Uniti manterranno la superiorità militare globale” (Robert Burns, AP, 05/01/12).
Ma la critica feroce del Partito Repubblicano non si è fatta aspettare: il rappresentante Howard Buck McKeon, presidente della Commissione sulle forze armate della Camera dei Rappresentanti, in un comunicato ufficiale, ha concluso che “si tratta di una ritirata mascherata da una nuova strategia, un grave declassamento militare degli Stati Uniti a potenza di secondo piano.”
McKeon ha probabilmente ragione, a giudicare dal tempo impiegato da Panetta e dal generale Dempsey per cercare di convincere la scettica opinione pubblica televisiva che “gli Stati Uniti hanno ancora l’esercito più potente del mondo, nonostante le restrizioni” (China Daily, 09/01/12).
Il generale Dempsey ha ammesso il suo disagio all’idea che alcuni paesi possano interpretare male il dibattito tra gli statunitensi sulla svolta e il ridimensionamento delle spese militari. “Qualcuno potrebbe vederci come un paese decadente, o anche come militarmente in rovina, e nulla è più lontano dalla verità.”
Mentre il segretario del Pentagono, Panetta, ha sottolineato che una cattiva stima della potenza del suo paese può essere dannosa nei rapporti con nazioni come l’Iran e la Corea del Nord, “Gli Stati Uniti sono la più grande potenza militare e ci sforziamo di rimanerlo, e in effetti il nostro bilancio della difesa è di gran lunga il più alto del mondo“, l’equivalente della somma dei 10 più grandi budget della difesa di tutto il mondo.

Nota
[1] Three Trillion Dollar War, Joseph Stiglitz e Linda Bilmes

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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