La politica degli Stati Uniti verso il Gasdotto Iran-Pakistan

Salman Rafi Sheikh (Pakistan) Oriental Review 1 aprile 2013

000_nic6197129_siUno degli aspetti del mutamento della forma dalla guerra, avviato dalla seconda guerra mondiale, è lo strumento aggressivo non militare dello ‘strangolamento economico’ attraverso cui le grandi potenze cercano di sottomettere politicamente i Paesi nel loro mirino. Purtroppo lo sviluppo e l’applicazione di questo strumento sono stati facilitati in larga misura dal cattivo uso dell’aspetto, altrimenti positivo, dell’integrazione del sistema economico internazionale. Gli abusi sono stati per lo più commessi dagli USA e dai loro alleati dell’Unione Europea (UE) che sono riusciti a prendere il controllo del sistema giuridico ed economico internazionale fin dall’inizio, per via del loro dominio politico-economico sulle istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM), ecc, e anche delle rotte internazionali del commercio. È un fatto noto che questo ‘strumento’ sia applicato sotto forma di “sanzioni” e di manipolazione geopolitica di FMI, BM, ecc. Tuttavia, gli intricati meccanismi di tutto ciò non sono molto seguiti dalle pubblicazioni generalmente disponibili. Di fatto, la consapevolezza di ciò è uno degli aspetti essenziali per un qualsiasi serio studio degli scenari internazionali attuali e previsti. Uno degli studi più rilevanti su questo contesto, riguarda gli attuali sforzi per strangolare economicamente il progetto del gasdotto Pakistan-Iran (IP) da parte degli statunitensi. Questo progetto è economicamente cruciale per entrambi i Paesi, ma gli USA ritengono il suo fallimento di vitale importanza per la propria politica estera in questa regione. Questo breve articolo presenta una elaborazione analitica dei meccanismi dello ‘strumento’ per lo strangolamento economico, e della sua applicazione da parte degli Stati Uniti nel caso dell’IP Pipeline Gas Project.
Il moderno sistema economico mondiale (dal dopoguerra), è caratterizzato da una complessa interdipendenza, evolutasi dalle rovine della recessione economica pre-bellica. Fu pensato affinché un sistema del genere portasse non solo all’interdipendenza, ma che anche garantisse la stabilità economica al fine di evitare un collasso economico. Il dollaro USA divenne la moneta di scambio centrale di questo sistema, e l’intero sistema fu istituzionalizzato attraverso la definizione di FMI e Banca mondiale. Gli Stati Uniti svolsero un ruolo centrale non solo nella creazione del sistema, ma anche nella sua espansione mondiale. Anche se il presidente Nixon sospese la convertibilità tra dollaro e oro, elemento centrale del sistema, [i] il dollaro continua ad essere la moneta di scambio centrale nel commercio internazionale, consentendo agli Stati Uniti di ‘dirottare’ le economie dei Paesi presi di mira. La stessa espansione del sistema capitalista, od ‘occupazione finanziaria’ del mondo da parte del capitalismo occidentale, è unico, nel senso che viene utilizzato come arma della guerra economica. Le politiche economiche di oggi non solo sono dirette a garantire la prosperità economica dello Stato, ma anche a raggiungere determinati obiettivi politici. Il dominio politico-economico sull’economia mondiale e le sue istituzioni, da parte delle economie sviluppate, gli permette di tradurre questo dominio in un efficace strumento di politica estera. Vi sono diverse dimensioni nell’applicazione di questo strumento, tuttavia, lo strangolamento economico è l’aspetto sempre più di frequente utilizzato negli ultimi anni dalle maggiori potenze. Sanzioni economiche, boicottaggi, rifiuto dei fondi ai programmi di sviluppo sono gli strumenti sempre più applicati contro i Paesi destinatari, al fine di influenzarne la politica. Cosa motivi l’applicazione di questi strumenti è stato oggetto di molti studi. C’è un dibattito tra gli intellettuali, alcuni sostengono che l’aspetto economico è più importante di quello politico; altri sostengono il contrario. Oltre a questo, vi sono altri che parlano a favore del fattore geo-politico, anche se non è l’unico, ma uno dei più importanti fattori contemporanei. [ii] Anche se è difficile stabilire categoricamente quale fattore influisca di più rispetto agli altri, nel caso del Gasdotto IP, dato l’attuale scenario politico in Pakistan e Iran nei confronti degli Stati Uniti, sembra che sia il fattore geopolitico quello più esplicitamente applicato. Le “preoccupazioni” degli Stati Uniti in merito a questo progetto hanno basi geopolitiche e ne spiegano l’opposizione al progetto. L’importanza geopolitica del Pakistan e dell’Iran, secondo le attuali circostanze regionali, per gli Stati Uniti può essere interpretata quando si prendono in considerazione sia le dinamiche interne che esterne dei sistemi politici di entrambi i Paesi. Per iniziare, è importante avere una comprensione concettuale di cosa sia il fattore geopolitico e come viene misurato.
La geopolitica viene spesso definita in termini di relazioni causali tra potere politico e spazio geografico, tra potere effettivo dello Stato e il suo impatto sulle sue relazioni con gli altri Stati. [iii] La geopolitica, pertanto, si correla non solo alle potenzialità dello Stato, ma anche alla sua capacità di tradurre le sue risorse in potere effettivo, nella sua posizione nel mondo, nella sua importanza in date circostanze e nella sua posizione geografica verso i Paesi vicini [iv]. Data la peculiare natura volatile del sistema politico internazionale, in misura ragionevole è l’ambiente esterno che aumenta o riduce l’importanza geopolitica di uno Stato rispetto ad un altro Stato. Il sistema internazionale è una sorta di oligarchia che cinque grandi potenze dominano dalla fine della seconda guerra mondiale. Il fattore geopolitico è, quindi, anche da intendersi in termini di importanza di uno Stato (secondario) per l’agenda di uno Stato (Potenza). E’ questo particolare aspetto del fattore geopolitico ad essere assai rilevante nel caso del progetto del Gasdotto IP. Come indicato in precedenza, la materializzazione di questo progetto può avere implicazioni significative per gli obiettivi eurasiatici e mediorientali degli Stati Uniti. E’ in questo contesto, quindi, che l’importanza geopolitica del Pakistan e dell’Iran per gli Stati Uniti deve essere compresa, come anche le politiche degli Stati Uniti verso questi due Paesi nell’attuale scenario politico regionale.
Quando applichiamo il concetto geopolitico all’Iran e al Pakistan, nelle attuali circostanze, diventa abbastanza evidente perché gli Stati Uniti si oppongano all’IP Pipeline Gas Project, facendo pressione sul Pakistan. In primo luogo, analizzeremo l’importanza geopolitica dell’Iran. L’Iran è uno dei principali Paesi dell’Asia occidentale. Il suo programma nucleare e le sue possibili implicazioni per l’intera regione, la sua disposizione ideologica, i suoi enormi giacimenti di petrolio e l’importanza strategica ed economica dello Stretto di Hormuz, fanno dell’Iran un importante attore regionale. La transizione dell’Iran da Stato laico a Stato ideologico ha provocato la grande trasformazione del suo valore geopolitico per gli Stati Uniti e per altri Stati della regione. Ha completamente cambiato la prospettiva dell’Iran, nei calcoli degli Stati Uniti, da “pilastro” della politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente a potenziale nemico da non sottovalutare, trasformando ex-alleati in nemici e vecchi nemici in amici. Questa trasformazione sarebbe sufficiente ad illustrare il punto secondo cui è l’ambiente esterno che incide, in misura ragionevole, sull’importanza geopolitica in determinate circostanze. Dal punto di vista strategico, l’Iran è collegato non solo al Medio Oriente, ma anche all’Asia del Sud-Ovest e del Sud. Perciò, un Iran economicamente potente e nucleare, comprometterebbe gli obiettivi del dominio geostrategico e geoenergetico degli Stati Uniti su tutta la ricca regione petrolifera. Allo stesso modo, la preparazione militare iraniana, il suo graduale spostamento verso l’energia nucleare, i suoi enormi giacimenti di petrolio e il significato estremamente cruciale dello Stretto di Hormuz per i rifornimenti di petrolio verso numerosi Paesi, rendono il caso iraniano altamente significativo. Ora è in questo contesto che la politica della sanzioni contro l’Iran degli Stati Uniti deve essere capita. Questa politica punta ad obiettivi di un”occupazione finanziaria’ volti contro l’azione di un Paese che cerca di trasformare le proprie risorse potenziali in potenza reale, cioè ad usare le risorse potenziali per costruire una potenza militare, sviluppare tecnologie avanzate e svilupparsi economicamente e politicamente. Un breve sguardo al tipo e alla gamma di sanzioni imposte all’Iran sarà sufficiente ad illustrare questo punto.
A quanto pare, la ragione per imporre sanzioni all’Iran è cambiarne la politica nucleare, tuttavia, come indicato prima, il nucleare può essere solo ‘un fattore’ ma non ‘il fattore’. L’importanza geopolitica dell’Iran, come evidenziato sopra, fornisce una combinazione di fattori a causa della quale gli Stati Uniti e i loro alleati cercano di contenerlo utilizzando l’opzione della guerra del 21° secolo, vale a dire lo strangolamento economico. L’Iran Sanctions Act è il nucleo delle sanzioni sull’energia adottate dagli Stati Uniti. La decisione dell’Iran di aprire l’industria energetica agli investimenti stranieri nel 1995, fornì agli Stati Uniti la possibilità di danneggiarlo, ed ecco quindi la legge sulle sanzioni. Si tratta di un “atto extra-territoriale” che consente agli Stati Uniti di controllare e imporre sanzioni su imprese estere e multinazionali, molte delle quali sono state costituite da alleati degli USA. [v] La ‘complessa interdipendenza’ del moderno sistema economico, il dominio degli USA e dei loro alleati su questo sistema economico, le sue istituzioni e le sue politiche, aiutano gli Stati Uniti ad imporre e rendere operative le sanzioni. La gamma di sanzioni include non solo il settore energetico, ma anche la vendita di armi e munizioni, il settore bancario, le operazioni militari dell’Iran, le Guardie rivoluzionarie, il commercio, gli investimenti e il settore finanziario (rapporti con la banca centrale dell’Iran). [vi] Anche se gli Stati Uniti non sono stati in grado di raggiungere i risultati desiderati, le sanzioni ai principali settori economici dell’Iran hanno colpito, facendo declinare le esportazioni di petrolio e di gas, nonché abbassando il tasso di cambio del Rial. L’instabilità economica rischia di avere ripercussioni politiche, almeno nei calcoli degli Stati Uniti. Ora, in questo scenario, il gasdotto IP è assai importante per poter rinvigorire l’economia in declino dell’Iran. A causa delle sanzioni imposte, l’export energetico iraniano, una delle risorse principali di entrate di valute estere, è diminuito considerevolmente. Con il completamento di questo gasdotto, l’Iran sarebbe in grado di dare un impulso positivo alla sua economia declinante, e quindi di diminuire l’effetto delle sanzioni sconfiggendo l’azione politica degli Stati Uniti verso l’Iran. E’ per questo motivo che gli Stati Uniti vedono tale progetto non nei suoi aspetti politici o economici, ma dal punto di vista geopolitico, perché il completamento di questo progetto potrebbe anche migliorare il peso politico dell’Iran nella regione, quindi il progetto viene considerato non solo come un progetto, ma come una potenziale cooperazione tra Iran e Pakistan che a lungo termine avrebbe importanti implicazioni per gli obiettivi degli Stati Uniti in Afghanistan. [vii]
D’altra parte, l’importanza del Pakistan per gli Stati Uniti è immensa, data l’esigenza, urgente e critica, degli USA di raggiungere una soluzione negoziata in Afghanistan, soprattutto con i taliban,  permettendo agli Stati Uniti di raggiungere i loro ‘obiettivi minimi regionali’. E’ quindi di primaria importanza per gli Stati Uniti mantenere il Pakistan nel loro campo, e il Pakistan è ben consapevole di questo fattore. [viii] Tuttavia, il finale di partita si avvicina in Afghanistan e la rapida evoluzione degli equilibri interni di potere tra taliban e il governo afgano sostenuto dagli  USA, può incidere negativamente sulle relazioni Pakistan-USA, così come anche sulla questione dei mega-progetti TAPI e CASA-1000. Anche se il Pakistan spera di ottenere un’esenzione, come la Cina e l’India, la storia della volatilità dei rapporti pakistano-statunitensi, spesso trasformatisi anche in azioni abrasive e aggressive anti-Pakistan degli Stati Uniti dagli anni ’90, come la recente crescente sfiducia reciproca, sono fattori che ostacolano la possibilità di una qualsiasi ‘risaldatura dei rapporti’, almeno nell’immediato futuro. E’ nel contesto della guerra afghana e della percezione degli Stati Uniti di un Pakistan doppiogiochista, che si ha la necessità di vedere la situazione attuale. L’inaffidabilità e l’incertezza del futuro, e la crisi energetica in rapido deterioramento non hanno lasciato al Pakistan altra scelta che cercare delle alternative. Inoltre, non è solo questo il fattore che spiega importanza geopolitica dell’Afghanistan per il Pakistan. Il Pakistan è l’unica potenza nucleare islamica ed ha enormi risorse naturali. Anche se il Pakistan deve ancora tradurre questo potenziale potere in potenza effettiva, si deve tenere in conto il potere sul terreno che il Pakistan possiede.  L’impatto della nuclearizzazione che il Pakistan ha deciso nonostante l’opposizione degli Stati Uniti, è negativo sulle politiche delle principali potenze nei confronti del Pakistan, in questo scenario. Una potenza nucleare come il Pakistan, economicamente e politicamente stabile e con una forte potenza militare e una cultura strategica può diventare un ostacolo agli obiettivi regionali degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti, opponendosi e minacciando sanzioni, vogliono mantenere il Pakistan a disposizione dei progetti energetici da essi sponsorizzati, e perciò usano anche la leva dell’indebita influenza da esercitare negli affari interni del Pakistan. [ix] Gli Stati Uniti dunque fanno pressione sul Pakistan mostrando le loro “profonde preoccupazioni” sulla finalizzazione di questo progetto. Come nel caso dell’Iran, l’importanza geopolitica del Pakistan riguardo gli interessi regionali degli Stati Uniti, è il fattore dominante che detta la politica estera degli Stati Uniti attraverso la minaccia di sanzioni.
Per aumentare il rispetto internazionale delle sanzioni sponsorizzate dagli Stati Uniti contro l’Iran, il presidente degli USA Barak Obama ha emesso un ordine esecutivo, il 1 maggio 2012, che autorizza il dipartimento del Tesoro ad individuare e sanzionare (escludendo dal mercato statunitense) persone e società estere che aiutano l’Iran e la Siria ad eludere le sanzioni multilaterali degli Stati Uniti. L’Unione europea ha già preso provvedimenti contro l’Iran in combutta con il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, fin dal 2011. [x] L’ordine esecutivo del Presidente degli Stati Uniti è destinato a garantire il massimo rispetto delle sanzioni imposte all’Iran. In altre parole, questo ordine esecutivo è uno strumento della politica estera e della manipolazione di altri Stati della politica degli Stati Uniti nelle regioni extra-territoriali, come il Pakistan nel caso del progetto del gasdotto IP.  Lo strangolamento economico da parte degli Stati Uniti spiega il rifiuto dell’Oil and Gas Development Company Limited del Pakistan (ODGCL) e della Banca Nazionale del Pakistan nel finanziare questo progetto, a causa del timore di sanzioni dagli Stati Uniti. Il 22 dicembre 2011, la Banca Nazionale del Pakistan (NBP), responsabile per la raccolta dei finanziamenti del progetto, informava il comitato direttivo del Comitato di coordinamento economico (ECC) dell’Iran-Pakistan (IP) Pipeline che aveva “filiali in diversi Paesi e quindi temeva che questi rami vengano chiusi a causa delle sanzioni degli Stati Uniti.” Successivamente, la NBP usciva dal progetto. Nel dicembre 2011, la OGDCL “già in ristrettezze monetarie a causa del debito circolare, informava che i suoi investitori statunitensi avevano minacciato di ritirarsi se l’azienda finanziava l’IP Pipeline Gas Project.” Successivamente, l’OGDCL abbandonava il progetto. Il 14 marzo 2012, la Banca industriale e commerciale della Cina (ICBC), di Pechino, si ritirava dall’accordo per finanziare il  progetto del gasdotto. Il 14 maggio 2012, la Gazprom, il più grande estrattore di gas naturale del mondo, abbandonava il progetto del gasdotto. [xi] Di conseguenza, al Pakistan non è rimasta altra scelta che chiedere all’Iran di finanziare la parte del progetto del gasdotto del Pakistan. Ma, come accennato in precedenza, l’economia iraniana fatica a causa delle sanzioni degli Stati Uniti, e deve essergli molto difficile finanziare il progetto. La condizione dell’economia iraniana può essere giudicata dal fatto che l’Iran non ha potuto pagare le importazioni di grano dall’Ucraina, il 6 e il 7 febbraio 2012, e l’Iran ha un debito equivalente a 144 milioni dollari per il riso inviatogli dall’India. [xii]
Non si tratta solo delle preoccupazioni degli Stati Uniti riguardo il loro futuro in Afghanistan, il progetto IP ha anche molto a che fare con il futuro del gasdotto TAPI sponsorizzato dagli Stati Uniti, che deve attraversare Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India, un mezzo volto a materializzare gli obiettivi geo-strategici e geo-energetico degli Stati Uniti nella regione eurasiatica e sud-asiatica. [xiii] Ma il futuro del TAPI nonché della linea di trasmissione dell’energia elettrica CASA-1000, tra Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan e Pakistan, è assai incerto a causa della situazione interna dell’Afghanistan. Fino a quando l’ordine non sarò ripristinato in Afghanistan, e il mandato del governo ristabilito nelle aree tribali del Pakistan, non ci si può aspettare di vedere che questi progetti siano finalizzati. Inoltre, la rapida evoluzione della situazione interna dell’Afghanistan e la prospettiva che i taliban emergano quale forza politica rischiano di rendere la situazione ancor più complessa, perché fu lo stesso progetto TAPI che avrebbe innescato il conflitto tra Stati Uniti e taliban alla fine degli anni ’90. [xiv] E’ per questo motivo che gli Stati Uniti  esprimono più volte la loro preoccupazione sul progetto del gasdotto IP, che offre una alternativa migliore al TAPI perché, senza tenere il Pakistan impegnato sull’obbligo costruttivo previsto o sulla politica del gasdotto, gli Stati Uniti potrebbero dover affrontare maggiori difficoltà, non solo  ritirando le proprie forze, ma anche nel pianificare guerre per la loro presenza militare e non militare in Afghanistan. È per questo che il Pakistan deve osservare con scetticismo le obiezioni degli Stati Uniti al progetto del gasdotto, perché si basano su un contesto regionale più ampio. Il gasdotto, per esempio, aiuterà l’Iran a tenere a bada la crescente influenza degli Stati Uniti in Afghanistan e Pakistan. Sfruttando i suoi vasti giacimenti di gas, l’Iran può migliorare la sua economia ed esercitare influenza politica, e l’ultima cosa che Washington vuole è affrontare  Teheran che gode di un notevole peso regionale e che, quindi, possa sfidare la pressione degli Stati Uniti [xv], oltre ad obbligare il Pakistan ad aderire ai progetti degli USA.
I fattori spiegati sopra mostrano che la geopolitica è uno dei fattori più importanti nel determinare gli obiettivi della politica estera, e lo strangolamento economico come uno dei mezzi più applicati in politica estera per raggiungere tali obiettivi. L’importanza geopolitica è determinata soprattutto dalla posizione e dal potenziale di uno Stato, tuttavia, l’ambiente esterno in cui gli Stati agiscono modella considerevolmente anche l’importanza di uno Stato nelle circostanze date. Lo scenario geopolitico regionale nell’Asia occidentale e meridionale, e la presenza degli Stati Uniti in Afghanistan nel raggiungimento dei loro obiettivi, sono i fattori principali dietro la politica dei gasdotti. Gli Stati Uniti sono in grado di raggiungere i loro obiettivi non solo attraverso l’uso della forza, ma anche attraverso lo strangolamento economico dei Paesi presi di mira, quindi con le sanzioni. Le dinamiche intricate dello strangolamento economico e dell’imposizione della sanzioni hanno fondamenti più geopolitici che economici, che se non sono militari, restano coercitivi. E’ la particolare struttura del sistema economico internazionale che consente alle grandi potenze di raggiungere i loro obiettivi economici e politici isolando gli Stati presi a bersaglio. Gli Stati Uniti, grazie al loro dominio sul sistema economico internazionale, cercano di fare pressione su Pakistan e Iran minacciando sanzioni e strangolamento economico per via del progetto del gasdotto IP, ritenuto tale da compromettere gli obiettivi degli Stati Uniti nella regione.

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Note:
[i] Michael Veseth, “What is Political Economy?” International Relations, Vol. 2, International Political Economy (2001), 3
[ii] Julien Reynaud, Julien Vauday, “IMF Lending and Geo-Politics” European Central Bank 965(2008), 11
[iii] Oyvind Osterud, “The uses and abuses of Geo-politics.” Journal of Peace Research 25 (1998), 191
[iv] Julien Reynaud, Julien Vauday, 15
[v] Kenneth Katzman, “Iran Sanctions” Congressional Research Service (2013), 7
[vi] Ibid.
[vii] Vedasi March 11 statement of Victoria Nuland, the US State Department’s SpokeWoman.
[viii] Vedasi Pakistan’s then Foreign Minister, Shah Mahmud Qureshi’s statement of June 20, 2010.
[ix] Editoriale de The News International, 3 aprile 2010
[x] Kenneth Katzman, 44
[xi] Dr Farrukh Saleem, Pipedream”, The News International, 10 marzo 2013
[xii] Ibid
[xiii] John Foster, “Afghanistan, the TAPI Pipeline, and Energy Geopolitics” Journal of Energy Security (2010)
[xiv] Ahsan Ur Rehman Khan, “Taliban as an Element of the Evolving Geopolitics: Realities, Potential, and possibilities.” Institute of regional Studies, Islamabad 19 (2000-2001): 98-99
[xv] Huma Yousuf, Dawn (Islamabad),  4 aprile 2010

L’autore è un ricercatore-analista di affari internazionali e pakistani.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’evoluzione della competizione strategica nell’Oceano Indiano

Salman Rafi Sheikh (Pakistan) Oriental Review 19 aprile 2013

L’area dell’Oceano Indiano sarà il vero nesso delle potenze mondiali e dei conflitti nei prossimi anni. E’ qui che la lotta per la democrazia, l’indipendenza energetica e la libertà religiosa sarà persa o vinta.” (Robert D. Kaplan)

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L’Oceano Indiano, una volta considerato un ‘oceano trascurato’, oggi, diventata il fulcro delle attività politiche, strategiche ed economiche a causa della presenza di navi convenzionali e nucleari delle grandi potenze della zona, e per la propria importanza economica e strategica. 36 Stati si affacciano sull’Oceano Indiano, presenti sulla sua fascia costiera. Inoltre, vi sono undici Stati nell’entroterra, ad esempio Nepal e Afghanistan che però sono senza sbocco sul mare, ma sono molto interessati dalla politica e dal commercio dell’Oceano Indiano. L’oceano contiene diversi minerali importanti: l’80,7% dell’estrazione mondiale di oro, il 56,6% dello stagno, il 28,5% del manganese, il 25,2% del nichel e il 77,3% della gomma naturale. Il più alto tonnellaggio delle merci mondiali, il 65% del petrolio mondiale e il 35% del gas, che si trovano nei Paesi rivieraschi, vi passano. La regione oggi è un’arena della geopolitica contemporanea. Strategicamente, l’Oceano Indiano ha un’importanza cruciale, soprattutto per la presenza delle maggiori potenze nella regione e del potenziale delle potenze regionali, di cui tre sono nucleari: Pakistan, Cina e India. Questo è il motivo per cui le potenze regionali ripongono grande fiducia nella realizzazione di una flotta di sottomarini lanciamissili e di SLBM per una seconda capacità di attacco, per mantenere l’equilibrio di potenza, al fine di scoraggiare l’egemonia di una qualsiasi potenza regionale o extra-regionale.
Gli USA hanno creato una loro base navale nell’Oceano Indiano a Diego Garcia, che costituisce una minaccia per gli Stati regionali e protegge gli interessi vitali degli Stati Uniti nella regione. Le relazioni politiche nel e intorno l’Oceano Indiano possono avere implicazioni significative per gli Stati Uniti riguardo la loro nuova strategia del “Perno Asiatico”. La nuova US Strategic Guidance 2012 collega l’economia e la sicurezza degli Stati Uniti agli sviluppi nel Oceano Indiano, elevando l’India alla posizione di partner strategico di lungo termine che serve “da ancoraggio regionale”. I documenti ufficiali dichiarano inoltre che l’Iran e la Cina sono i due Stati che più rischiano di utilizzare mezzi asimmetrici per contrastare le aree di interesse degli Stati Uniti. La collusione indo-statunitense nell’Oceano Indiano ha reso diffidenti Pakistan e Cina nelle loro aperture semi-ostili, quindi spingendo alla conseguente concorrenza strategica nella regione e all’impiego di strategie dipendenti dalle risorse, per contrastare e controbilanciare le manovre degli Stati avversari.
Il mondo starebbe entrando nell’era della geo-energia dove le questioni di sicurezza energetica (sicurezza della domanda e sicurezza dell’approvvigionamento) condizioneranno le relazioni tra Stati portando alla riconfigurazione della gerarchia delle potenze mondiali. La sicurezza energetica avrà un ruolo determinante nella creazione di situazioni di conflitto o cooperazione. Il Paese che detiene la posizione preminente nell’Oceano Indiano rischia di controllare il flusso di energia non solo per l’Asia orientale, futuro centro del potere economico mondiale, ma anche per altre regioni.  Attualmente, gli Stati Uniti d’America, la più potente forza navale del mondo, dominano la regione e gli Stati regionali, e in particolare la Cina cerca di bilanciare il potere degli Stati Uniti nella regione, al fine di proteggere gli interessi della propria economia in crescita e del proprio fabbisogno energetico. La domanda per cui è così importante dominare l’Oceano Indiano, può avere una risposta mettendo in evidenza il fatto che il petrolio inviato dal Golfo Persico a quasi tutto il mondo, attraversa l’Oceano Indiano e attraversa lo Stretto di Malacca diretto verso Cina, Corea e Giappone. Se un’altra potenza vi si ancora, i Paesi importatori di petrolio subirebbero duri colpi.  Poiché la strategia è dominare le rotte petrolifere, gli Stati Uniti hanno in questi ultimi anni coperto di attenzioni India, Vietnam e Singapore, che si trovano su tali rotte.
Le coste del Pakistan si affacciano solo sull’Oceano Indiano, un punto di accesso fondamentale per il commercio e in particolare per l’approvvigionamento energetico. I grandi interessi del Pakistan nell’Oceano Indiano impediscono all’India di dominare le zone più vicine al Pakistan stesso, e di proteggere le sue vitali vie d’importazione ed esportazione. Il Pakistan da solo può fare relativamente poco verso la presenza navale indiana nell’Oceano Indiano, pertanto, si è dedicato a due proposizioni: sviluppare la propria potenza navale e avere dei grandi contrappesi esterni. Probabilmente gli Stati Uniti non sono visti dal Pakistan come partner affidabili per puntellare la propria sicurezza nell’Oceano Indiano, soprattutto alla luce del crescente dialogo ai vertici tra Stati Uniti e India sulla sicurezza dell’Oceano Indiano. Il contrappeso più importante è la Cina. Il Pakistan si trova a beneficiare del “filo di perle”, a cui ha quindi consegnato dei diritti operativi. La partecipazione dell’Oceano Indiano alla sicurezza economica del Pakistan, come per l’India, è notevole: la sua fragile bilancia dei pagamenti dipende dal commercio marittimo, il 95% del suo commercio e il 100% delle sue importazioni di petrolio avvengono attraverso l’Oceano Indiano. Essendo obiettivo principale del Pakistan neutralizzare l’India per garantirsi i propri interessi economici ed energetici, si allea con la Cina e allo stesso tempo migliora la propria potenza navale e militare.
Mentre l’Oceano Indiano è un centro energetico, l’India cerca di migliorare il suo coinvolgimento nella regione, cercando di aumentare la sua influenza sul Plateau dall’Iran al Golfo di Thailandia.  L’India presto diventerà la quarta più grande consumatrice di energia del mondo, dopo gli Stati Uniti, la Cina e il Giappone: dipendente dal petrolio per circa il 33 per cento del suo fabbisogno energetico, del quale importa il 65 per cento, e il 90 per cento delle sue importazioni di petrolio potrebbe presto provenire dal Golfo Persico. Un’altra ragione alla base dello sviluppo della potenza navale dell’India è il “dilemma di Ormuz”, la sua dipendenza dalle importazioni che attraversano lo stretto vicino al coste di Makran, nel Pakistan, dove i cinesi aiutano i pakistani a sviluppare porti oceanici. Per proteggere i propri interessi vitali e per affermarsi come superpotenza, l’India amplia la sua flotta con lo stesso spirito. Con le sue 155 navi da guerra, la marina indiana è già una delle più grandi del mondo, e prevede di aggiungervi tre sottomarini a propulsione nucleare e tre portaerei nel 2015, rendendo la marina indiana una flotta oceanica. Gli obiettivi critici dell’India,  ampliando la sua marina, non sono solo economici e di sicurezza ma anche l’”autonomia strategica”, una politica in armonia con l’obiettivo indiano di raggiungere lo status di superpotenza, ed è in questo contesto che si vedrà più che mai l’India opporsi alla presenza di altre potenze regionali nell’Oceano Indiano. Per l’India, la presenza di potenze regionali esterne crea tensioni nella regione, cosa pregiudizievole per i suoi sensibili interessi; l’India vuole sostituire quelle potenze e dominare la regione. Tra gli ultimi sviluppi che la Marina indiana ha effettuato, vi è stata l’inaugurazione della più recente base della marina militare indiana, l’INS Dweeprakshak, nelle Isole Laccadive sotto il Comando Navale Sud, il 1° maggio 2102. È stata pensata per affrontare la strategia cinese del ‘filo di perle’ che separa l’India dalle altre nazioni dell’Oceano Indiano. Possiamo valutare il grado di ansia dell’India nel proiettarsi come superpotenza emergente, osservandone le spese per  questo aspetto della potenza. L’India prevede di spendere quasi 45 miliardi dollari nei prossimi 20 anni per 103 nuove navi da guerra, tra cui cacciatorpediniere e sottomarini nucleari. In confronto, gli investimenti della Cina nello stesso periodo sono stimati a circa 25 miliardi di dollari per 135 imbarcazioni.
Infatti, mentre l’India estende la sua influenza a est e ad ovest, a terra e in mare, si scontra con  la Cina, anch’essa preoccupata di proteggere i propri interessi in tutta la regione, espandendo la propria proiezione. La preoccupazione fondamentale che anima gli interessi cinesi nell’Oceano Indiano è la sicurezza energetica, un imperativo ampiamente dibattuto nei media e dagli studi accademici, che affronta il “dilemma di Malacca” (l’eccessiva dipendenza della Cina da questo stretto, a sua volta obiettivo degli USA per controllare politicamente questo stretto, per poter manipolare il fabbisogno energetico della Cina). Non è esagerato dire che chi controlla lo Stretto di Malacca controllerà le rotte energetiche della Cina. L’eccessiva dipendenza da questo stretto costituisce una grave minaccia potenziale alla sicurezza energetica della Cina. Lo Stretto di Malacca è senza dubbio una rotta marittima cruciale che permetterà agli Stati Uniti di cogliere la superiorità geopolitica, limitando l’ascesa della grande potenza e controllando il flusso di energia mondiale. Il governo cinese spera infine di bypassare, almeno in parte, lo stretto, trasportando petrolio e altri prodotti energetici attraverso autostrade e condotte dai porti sull’Oceano Indiano al cuore della Cina. Il governo cinese ha già adottato la strategia del “filo di perle” per l’Oceano Indiano, che consiste nel creare una serie di porti in Paesi amici lungo le coste settentrionali dell’oceano, come Gwadar in Pakistan, una porto a Pasni, in Pakistan, a 75 miglia est di Gwadar, a cui unirlo con una nuova autostrada, una stazione di rifornimento sulla costa meridionale dello Sri Lanka, e un impianto per  container dall’ampio accesso navale e commerciale a Chittagong, in Bangladesh. Il governo cinese  immagina anche un canale attraverso l’istmo di Kra, in Thailandia, per collegare l’Oceano Indiano alle coste sul Pacifico della Cina; un progetto pari al canale di Panama e che potrebbe far pendere ulteriormente la bilancia del potere in Asia a favore della Cina, fornendo alle fiorenti marina militare e flotta commerciale della Cina un facile accesso a una vasta continuità oceanica che si estende dall’Africa orientale al Giappone e alla penisola coreana. Oltre a questa strategia, la Cina coltiva rapporti con Paesi della regione attraverso accordi di aiuti, commerciali e per la difesa. Un fattore importante che spinge la Cina a costruire rotte alternative è il fatto che la Marina indiana presto sarà la terza più grande al mondo dopo quelle di Stati Uniti e Cina, operando come ostacolo all’espansione militare cinese. La marina popolare è in espansione anch’essa, e riconfigura il suo ruolo in vista delle mutate circostanze e della crescente importanza dell’Oceano Indiano. La Marina dell’Esercito di Liberazione popolare ha progressivamente aumentato la sua influenza marittima trasformandosi da flotta di difesa costiera a una forza capace di continue operazioni in mare aperto, ragionevolmente commisurata allo status di super-potenza della Cina.
Una delle sfide più grandi che gli Stati Uniti d’America si trovano ad affrontare nella politica mondiale è situata nell’Oceano Indiano, dove Cina e India emergono come principali potenze marittime e economiche, sfidando la decennale egemonia degli USA. Il compito della Marina degli Stati Uniti sarà, quindi, sfruttare tranquillamente la potenza navale dei suoi più stretti alleati: l’India nell’Oceano Indiano e il Giappone nel Pacifico occidentale, per imporre limiti all’espansione della Cina. Uno dei principali obiettivi degli Stati Uniti d’America è ridurre e rallentare l’aumento degli IDE cinesi nei Paesi regionali e di suscitare aree di conflitto. Com’è ovvio, gli Stati Uniti d’America sono interessati a istigare gli Stati regionali ad ostacolare l’espansione della Cina nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale, nel limitare gli IDE cinesi e ad allontanare i Paesi dal campo cinese. Gli Stati Uniti d’America non vogliono che la regione sia dominata da un singolo Stato, perché potrebbe turbare gravemente gli interessi economici a lungo termine degli USA, così come disturbare l’equilibrio di potere nella regione. Ciò soprattutto in vista dello spostamento del centro economico da ovest a est. Se controllati da una qualsiasi nazione [asiatica], i punti chiave  nell’Oceano Indiano, tra lo Stretto di Malacca, lo Stretto di Hormuz e Bab el Mandeb, potrebbero mutare la bilancia commerciale ulteriormente a favore dell’Asia. La pirateria nello stretto di Malacca dimostra cosa può accadere quando non è possibile garantire l’accesso libero e sicuro attraverso un punto di passaggio. Ma il dilemma degli USA è che non possono impedire o bloccare i rifornimenti di Cina e India, in quanto ciò rallenterebbe l’economia mondiale, ma monopolizzare l’approvvigionamento energetico controllando gli Stati dell’Asia centrale. Un altro dilemma degli USA è che non possono emarginare del tutto la Marina cinese. Gli USA colgono ogni occasione per cercare d’incorporare la marina cinese nelle alleanze internazionali, mentre l’intesa USA-Cina sul  mare è fondamentale per la stabilizzazione della politica mondiale del XXI.mo secolo. Tuttavia, per raggiungere gli obiettivi regionali, gli USA giocano sul problema India-Cina per un proprio tornaconto. Continuando ad impegnarsi con l’India, perseguono la loro strategia di accerchiamento della Cina. Come parte della strategia, incoraggiano l’India a stabilire relazioni con gli Stati dell’Asia centrale e sud-orientale. Lo scopo è contenere l’influenza cinese. Gli USA rafforzano anche la loro presenza navale nella regione, riconoscendo il fatto che questa regione ottiene una posizione centrale negli affari politici mondiali. E’ in questo contesto che il cambiamento strategico del “perno asiatico” degli Stati Uniti dovrebbe essere compreso e analizzato.
L’Iran è l’altra potenza emergente dell’Oceano Indiano e che controlla lo Stretto di Hormuz, assai  importante, essendo un punto di transito che può potenzialmente innescare conflitti regionali. Come sottolineato in precedenza, questa via di transito è responsabile dei rifornimenti di petrolio alla maggior parte del mondo. Perciò, il controllo di questa rotta è di importanza strategica per gli Stati Uniti, ed è probabilmente più cruciale per l’Iran averne il controllo e usarlo come strumento per estendere il proprio potere e usarlo come leva per negoziare con gli Stati Uniti e i loro alleati sulla questione nucleare iraniana. Se o meno l’Iran scelga di bloccare lo stretto è una questione controversa, tuttavia, è evidente in molte dichiarazioni ufficiali iraniani che l’Iran considera questa opzione come praticamente realizzabile, per via della deterrenza cui è interessata. Rispondendo all’embargo petrolifero dell’Unione europea con lo spettacolo provocatorio della forza militare e di rinnovate minacce di chiudere lo Stretto di Hormuz, l’Iran avverte l’occidente che non sarà una vittima passiva della guerra economica. D’altro lato, preservare la sicurezza dello Stretto di Hormuz è una priorità della strategia della deterrenza difensiva dell’Iran nel Golfo Persico. La politica iraniana sarà certamente misurata e razionale, basata sulla piena responsabilità e tenendo conto delle realtà geo-politiche della regione, ma in nessun modo permetterà ad altri di mettere in pericolo i propri interessi legittimi.
Tutto ciò dimostra che l’Oceano Indiano ha assunto un ruolo centrale nelle strategie delle maggiori potenze mondiali e regionali. Come microcosmo del mondo in generale, la regione dell’Oceano Indiano si trasforma in una zona sia di “sovranità ferocemente custodite” (con economie e potenze militari in rapida crescita) che di “stupefacenti interdipendenze” (con i suoi oleodotti e rotte terrestri e marittime). Per la prima volta dall’assalto portoghese nella regione, nei primi anni del XVI° secolo, la potenza dell’occidente è in declino, ma in modo sottile e relativo. Sebbene gli USA cerchino di darvi nuovo impulso e di riconfigurarlo, potrebbero non essere in grado di affermare la propria posizione dominante nella regione. Gli indiani e i cinesi sono suscettibili di entrare nella dinamica della rivalità tra grandi potenze in queste acque, con i loro interessi economici da grandi partner commerciali, bloccandosi in un abbraccio disagevole, mentre il Pakistan continuerebbe a far valere la propria posizione stabilendo un’alleanza con la Cina e costruendo la propria potenza, soprattutto navale. Tenuto conto delle circostanze e delle realtà geo-politiche, gli USA dovranno cambiare atteggiamento, dal dominio a una sorta di relazione indispensabile con le potenze regionali, tra cui l’Iran e il Pakistan. In futuro, agirebbero da ‘bilanciamento’ tra Cina e India. Ciò che diventa evidente, con l’evolversi delle cose, è che nessun singolo Stato potrà dominare la regione da solo e, quindi, una sorta di sistemazione multilaterale dovrà stabilirsi, sulla cui base ogni Paese potrà “equamente” perseguire i propri obiettivi.

LI4B20FCB4026C7Note:
1.Quadrennial Defence Review Report, febbraio 2010, Department of Defence: Washington DC.
2.Asia Pacific Research Centre, “Energy in China: Transportation, Electric Power and Fuel Markets” (Tokyo: Asian Pacific Research Centre, 2004)
3.Robert D. Kaplan, “Center Stage for the Twenty-First Century”, (Foreign Affairs, marzo/aprile 2009)
4.Nathaniel Barber, Kieran Coe, Victoria Steffes, Jennifer Winter, “China in the Indian Ocean: Impacts, Prospects, Opportunities”, (Robert M. Lafollette School of Public Affairs, University of Wisconsin-Madison, Spring 2011)
5.Africa-Asia Confidential, “The battle for the Indian Ocean”, maggio 2009.
6.Selig S. Harrison ed. Super Power Rivalry in the Indian Ocean: Indian and American Perspectives (New York: Oxford University Press, 1989)

Oriental Review ringrazia Salman Rafi Sheikh, laureato in Relazioni Internazionali presso la Quaid-I-Azam di Islamabad, per il suo gentile contributo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria e il Pakistan sono i componenti per assemblare un megagasdotto per la Cina?

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 14 aprile 2013

Mediterranean-China-PipelineIl conflitto in Siria viene insistentemente legato agli interessi dell’Iran e, in misura minore, della Russia. Poco, però, viene detto circa la Cina. Pechino ha una partecipazione importante in tutta l’iniziativa siriana per la sua sete di energia. I cinesi, con gli indiani, hanno effettuato investimenti nel settore energetico siriano. Saranno anche i principali beneficiari della quota dal Mediterraneo orientale delle future esportazioni di gas dalla Siria. Nel 2007, dopo che l’accordo di Turkmenbashi venne firmato, tramite un accordo tripartito tra le repubbliche di Turkmenistan, Russia e Kazakhstan, e dopo che il vertice del Mar Caspio si era tenuto a Teheran tra la Repubblica di Azerbaigian, Iran e le suddette tre repubbliche, è diventato chiaro che “una contro-alleanza eurasiatica veniva costruita attorno alla coalizione cino-russo-iraniana [rendendo] la guerra contro l’Iran un’opzione sgradevole che potrebbe trasformarsi in un conflitto mondiale” (Nazemroaya 2007). Ciò che non era troppo chiaro, invece, era che “[gli] snodi dei corridoi energetici strategici dell’Eurasia [erano] in fase di sviluppo” (Ibid.). Va notato che “i leader di Turkmenistan, Russia e Kazakhstan avevano anche previsto l’inserimento di un corridoio energetico iraniano, dal Mar Caspio al Golfo Persico, come estensione dell’accordo di Turkmenbashi” (Ibid.).
L’Iran ha iniziato la costruzione di un enorme impianto per il gas liquido (LNG), completo di impianti di stoccaggio e terminali di carico, nel 2007. L’ubicazione dell’impianto di trasformazione LNG è a Porto Tombak, nel Golfo Persico. L’impianto LNG è stato costruito pensando alla Cina, e un accordo con i cinesi è stato stilato sulle future esportazioni di LNG. Nello stesso anno, la Siria è entrata anche a far parte della più ampia strategia energetica eurasiatica che unisce l’Iran, la Russia e la Cina (Ibid.). Questo è il motivo per cui sia l’Iran che la Russia sono coinvolti nei progetti e nell’esplorazione sul gas in Libano e Siria. Le posizioni e gli interessi di Teheran e Mosca, e il loro rapporto con la Siria, possono essere riassunti nel seguente passaggio: “Russia e Iran sono anche le nazioni con le maggiori riserve di gas naturale del mondo. Questo si aggiunge ai seguenti fatti; l’Iran esercita anche un’influenza sullo Stretto di Hormuz, la Russia e l’Iran controllano le esportazioni di energia dall’Asia centrale ai mercati globali, e la Siria è il perno di un corridoio energetico nel Mediterraneo orientale. Iran, Russia e Siria da ora eserciteranno grande controllo e grande influenza su questi corridoi energetici e, per estensione, sulle nazioni che ne dipendono nel continente europeo. Questo è un altro motivo per cui la Russia ha costruito strutture militari sulle coste mediterranee della Siria. Il gasdotto Iran-Pakistan-India rafforza ulteriormente anche questa posizione a livello globale (Ibid.). Si stima che nel 2007 circa il 96,3 per cento del gas che si prevede sarà “importato dall’Europa continentale, verrà controllato da Russia, Iran e Siria con tale accordo” (Ibid.).
Allo stesso modo, gli interessi degli Stati Uniti e dei suoi alleati della NATO e dei petro-sceiccati arabi in Siria, possono essere così articolati: “La trasformazione della Siria in uno Stato cliente non solo aiuterebbe a sgretolare il Blocco della Resistenza [composto da palestinesi, Iran, Libano, Siria e Iraq], ma darebbe il controllo del corridoio energetico levantino, nel Mediterraneo orientale, a Israele e alle potenze della NATO. Un ponte terrestre diretto collegherebbe Israele e la Turchia, e l’Iran verrebbe tagliato dai suoi piccoli alleati levantini in Libano e Palestina, indebolendo la loro resistenza ad Israele. Il Mar Mediterraneo diverrebbe un lago esclusivo della NATO e la via di transito energetico nord-sud, nel Levante, cadrebbe sotto il controllo atlantista. Il bacino levantino, che si estende da Gaza ad Alessandretta, ha diversi grandi giacimenti di gas, soggetti a tensioni regionali sul loro sfruttamento e sulla titolarità dei diritti. Israele è in contrasto sia con il Libano che con i palestinesi di Gaza sulla questione. L’Iran e la Russia, i due più grandi proprietari di gas del mondo, hanno interessi in questi giacimenti di gas e sono coinvolti in progetti per aiutare il Libano e la Siria a valorizzare e di sviluppare i loro giacimenti. Assicurandosi il controllo della Siria o di parti di una Siria in frantumi, questi giacimenti di gas finirebbero totalmente sotto il controllo dell’Alleanza atlantica e gli iraniani e russi ne verrebbero scacciati.” (Nazemroaya 2012, p. 324-325).
La realtà geo-politica in Siria lavora anche contro la Pipeline Nabucco e gli interessi turchi. Nel contesto di questa strategia energetica eurasiatica, ciò che dovrebbe diventare chiaro con l’annuncio della costruzione della Pipeline Iran-Iraq-Siria, dopo che il governo iracheno, a Baghdad nel febbraio 2013, ha dato via libera al progetto, sono i collegamenti tra la Siria e il Pakistan tra essi e con la Cina attraverso l’Iran. La Pipeline Iran-Iraq-Siria, che passerà anche attraverso il Libano, è stato presentata come una rotta per esportare il gas iraniano fino alle coste del Mediterraneo orientale. La direzione del flusso del gas, tuttavia, può essere invertita. Il gas del Mediterraneo orientale dalle coste del Libano e della Siria, forse anche della Striscia di Gaza e dall’Egitto, può essere esportato verso est attraverso la pipeline e incanalato attraverso il Pakistan alla Cina. In parte, tolti i suoi vasti giacimenti di gas, questo spiegherebbe anche i megaprogetti infrastrutturali LNG dell’Iran, che mirano a fare dell’Iran l’hub internazionale per la lavorazione e il commercio del gas naturale.

L’accordo tra Pakistan e Iran sulla Pipeline
Nell’Est dell’Iran, il progetto di gasdotto tra Iran e Pakistan è all’opera da anni. All’inizio venne previsto d’includervi l’India. Ciò che era meno chiaro era la posizione cinese. Anche se non era esplicitato, la Cina era sempre incombente sullo sfondo. A causa degli interessi cinesi, Washington non è stata in grado di fermare il progetto: “Per quanto riguarda le rotte energetiche strategiche, il Pentagono e la NATO vedono la Pipeline dell’Amicizia [di Iran-Pakistan-India] come una minaccia o un corridoio energetico rivale a quelli che programmano per l’Eurasia. Il rifiuto continuo di Islamabad di piegarsi alle richieste degli Stati Uniti per annullare il gasdotto con l’Iran, è direttamente legato agli interessi geostrategici cinesi. Come accennato in precedenza, vi è una forte possibilità che la Cina possa essere inclusa nel progetto del gasdotto o che il gasdotto possa costituire una pipeline Iran-Pakistan-Cina che aggirerebbe l’India. Questo minaccia l’obiettivo degli Stati Uniti di contenere la Cina e isolare l’Iran, controllando i rifornimenti energetici cinesi e manipolando la rotta delle esportazioni energetiche iraniane” (Ibid. p. 185-186).
Come l’Iran e la Russia, la Cina si è anche offerta di aiutare e finanziare il Pakistan nella costruzione del gasdotto nel suo territorio. I cinesi stanno già lavorando silenziosamente sulle infrastrutture in Pakistan: “Nel 2007, con la vitale partecipazione cinese, il porto di Gwadar è stato  adattato per ospitare il traffico oceanico. I cinesi danno un grande valore strategico a Gwadar, perché si trova sulla costa del Mar Arabico, alla foce del Golfo di Oman (Mar di Oman) nei pressi dell’alleato strategico della Cina, l’Iran, e di un Golfo Persico ricco di idrocarburi. Gli strateghi cinesi vogliono integrare Gwadar con la Regione Autonoma del Xinjiang, nella Cina uigura, con l’autostrada del Karakoram. Se questo sarà fatto, quindi, le importazioni di energia cinesi verso la Cina possono ignorare l’oceano e garantirsi inoltre la sicurezza di Pechino da eventuali azioni per isolare la Cina ad opera della Marina degli Stati Uniti o di altre forze ostili che cercherebbero di tagliare i rifornimenti energetici cinesi in uno scenario bellico. L’Iran può anche importare direttamente dalla Cina tramite Gwadar. La questione importante sia per Pechino che per Washington è se un Belucistan indipendente servirebbe o opererebbe contro gli interessi navali cinesi di Gwadar. Sostenendo la secessione del Baluchistan dal Pakistan o provocando un conflitto baluchi-pakistano, gli Stati Uniti probabilmente spererebbero che Pechino venga costretta a sostenere gli sforzi di Islamabad per mantenere l’integrità territoriale del Pakistan, ed i propri interessi. Questo alienerebbe il Baluchistan dalla Cina e magari provocherebbe la perdita di Gwadar a danno dei cinesi” (Ibid. p.186-187).
In sintesi, la Pipeline Iran-Iraq-Siria e il gasdotto Iran-Pakistan sono frammenti dello stesso grande gasdotto eurasiatico che s’intreccerebbero come un tappeto persiano artigianale. Questo si aggiunge  al contesto del conflitto in Siria, contribuendo anche a spiegare le posizioni di Paesi come il Qatar e la Turchia che vogliono un cambio di regime a Damasco. Ciò è anche uno dei motivi per cui l’Unione europea ha unilateralmente sanzionato l’Iran LNG Company (ILC) nel 2012, poco prima che l’Iran iniziasse le sue esportazioni di LNG.

Gas, petrolio, guerra e geopolitica nel Mediterraneo orientale
Il “Grande Gioco” tra i due blocchi rivali si svolge in Siria. Da una parte ci sono Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Turchia, Arabia Saudita e Qatar, mentre dall’altra vi sono Cina, Russia e Iran. Da qui può essere ribadito che: “Il Mediterraneo è letteralmente diventato un prolungamento delle pericolose rivalità internazionali per il controllo delle risorse energetiche del Caucaso e dell’Asia Centrale” (Nazemroaya 2007). Israele fa parte di questo gioco. Non solo Israele ha interesse a neutralizzare la Siria allontanandola dall’Iran, ma vuole anche una quota del gas del Mediterraneo orientale: “Il giacimento di Tamar, scoperto nel 2009 al largo della costa di Israele, è una grande promessa. Il Leviathan, scoperto nel 2010, lo è ancora di più. L’US Geological Survey calcola che ci potrebbero essere 120 miliardi di piedi cubi (TCF) di gas tecnicamente recuperabile nel bacino del Levante, che bagna le coste di Israele, Libano, Siria e Cipro” (The Economist 2013).
Hezbollah ha anche messo in guardia Israele nel 2011, “contro il tentativo di rubare le risorse marittime del Libano e ha detto che subirebbe ritorsioni per un qualsiasi attacco israeliano contro gli impianti petroliferi e gasiferi [del Libano]” (AP 2011). Un alto funzionario delle Nazioni Unite è anche intervenuto per chiedere a Libano e Israele di cooperare per promuovere la ricerca di petrolio e gas nel Mediterraneo orientale (ibid.).
Come Israele, anche la Turchia è interessata a spartirsi i giacimenti di gas del Mediterraneo orientale, così come il controllo del flusso di gas attraverso il territorio turco: “Le frontiere marittime d’Israele con il Libano sono contestate. E la sua partnership energetica con Cipro ha alimentato un altro incendio. Le pretese di Cipro del Nord, controllato dai turchi, si sovrappongono a quelle greco-cipriote. La Turchia vuole fermare qualsiasi esplorazione. Per sottolineare questo punto, ha inviato una nave da guerra nella zona dopo che sono iniziate le esplorazioni, lo scorso anno” (The Economist 2013). Inoltre, come suggerito sopra, Cipro è anche parte del quadro: “L’esportazione di gas naturale liquefatto (LNG), nei mercati in cui i prezzi sono alti, sarebbe una cosa ottima. Ma questo richiederebbe ingenti investimenti e un grande impianto costiero. Cipro è acuta, ma non ha denaro. Il gas israeliano potrebbe essere liquefatto a Cipro, ma ciò significherebbe che Israele ne cederebbe il controllo, un’idea sgradevole per alcuni nazionalisti. Un impianto di liquefazione in Israele non sarebbe praticabile, per via dello spazio limitato, degli ambientalisti inflessibili e di una sicurezza difficile da garantire” (Ibid.).
La petro-politica nel Levante è un ulteriore fattore o livello che può essere utilizzato per mettere in discussione gli obiettivi dell’assedio finanziario all’economia greco-cipriota.

L’instabilità in Siria e Pakistan: i tentativi di Washington di strangolare la Cina
In ultima analisi, nel contesto delle forniture di gas dal Mediterraneo orientale, la Siria è per la Cina proprio come l’attuale “Secondo assalto all’Africa” che ha preso di mira Sudan, Libia e Mali. A questo proposito, la guerra della NATO in Libia e l’assedio contro la Siria sono due fronti della stessa guerra, che mira a neutralizzare i cinesi. Lo stesso vale per le crisi interne in Pakistan. “La biforcazione tra potere militare e potere finanziario a livello mondiale, nonché l’ascesa economica dell’Asia orientale continuano“, come parte di ciò che studiosi come Giovanni Arrighi (2010, p. 381), credono essere una “transizione egemonica”. La svolta di Washington verso l’Asia-Pacifico è diretta contro i cinesi e a impedire che Pechino sconfigga gli Stati Uniti sulla scena mondiale. Washington ha lavorato per destabilizzare il corridoio energetico eurasiatico pianificato dalla Cina. In Pakistan si è fatto questo, contribuendo alle tensioni interne e alle divisioni etniche interne: “La provincia pakistana del Baluchistan è importante in questa equazione. Il Baluchistan non è solo geo-strategicamente importante riguardo i collegamenti energetici eurasiatici, ma è anche ricco di giacimenti minerari e di idrocarburi. Nella maggior parte dei casi, questi giacimenti di minerali ed  energetici sono intatti. Sarebbe molto più facile procurarsi minerali ed energia di questa zona, da una relativamente meno popolata e indipendente repubblica del Baluchistan, che sarebbe felice di vendere le sue risorse a prezzi inferiori. Potrebbe anche contribuire a destabilizzare le province iraniane orientali, compresa la provincia del Sistan-Baluchistan. Un Baluchistan indipendente dal Pakistan potrebbe contrastare Teheran con rivendicazioni territoriali sul Sistan-Baluchistan” (Nazemroaya 2012, p.186).
Questo è anche probabilmente il motivo per cui il generale Pervez Musharraf in Pakistan è tornato dal suo esilio volontario negli Emirati Arabi Uniti, assieme alla dissoluzione del fronte unito a lui contrario tra il Partito Popolare del Pakistan e la Lega Mussulmana del Pakistan di Nawaz Sharif. E’ diventato chiaro che ci sia una pressione esterna, come ad esempio dall’Arabia Saudita, affinché  i tribunali e il governo pakistani non lo perseguano. Il ritorno del generale Musharraf in Pakistan, per concorrere alla presidenza, non ha alcuna possibilità di successo. Musharraf, tuttavia, può agire come uno spoiler e dividere ulteriormente la società pakistana. Il suo ritorno ha anche attratto la cauta attenzione di Pechino. Se la Pipeline Iran-Iraq-Siria e il gasdotto Iran-Pakistan saranno collegati e riforniranno la Cina, ciò sarà un duro colpo al primato degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti si propongono di sconvolgere il completamento di entrambi i progetti. La tensione di Washington con Teheran sul programma nucleare iraniano deve, quindi, essere visto come un paradigma che punta anche a questo.

Riferimenti
Arrighi, Giovanni. Il lungo XX secolo: denaro, potere e le origini del nostro tempo. 2.da ed., New York, Verso, 2010.
Gas in the eastern Mediterranean: Drill or quarrel?” The Economist, 12-18 gennaio 2013, p.58.
Hezbollah warns Israel against ‘stealing’ gas from Lebanon”, Associated Press, 26 luglio 2011.
Nazemroaya, Mahdi Dariusm, “The ‘Great Game’ Enters the Mediterranean: Gas, Oil, War, and Geo-Politics”, Global Research, 14 ottobre 2007
Nazemroaya, Mahdi Darius, The Globalization of NATO, Atlanta, Georgia, Clarity Press, 2012.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le bombe di Boston, sono opera della ‘Blackwater di Obama’?

Boston: Prima delle bombe
Aangirfan 18 aprile 2013

triplecanopyLa Triple Canopy, fondata a Chicago nel 2003 da veterani delle US Army Special Forces. Prima di Boston, Mumbai. Mercenari addestrati dagli statunitensi possono essere stati impiegati in entrambi gli attentati. Alcuni degli uomini armati di Mumbai sembravano essere dei caucasici bevitori di birra, secondo una notizia della BBC. Secondo la BBC del 27 novembre 2008:
(BBC NEWS; I terroristi di Mumbai creano una ‘zona di tiro libero’): “Uomini dalla ‘pelle chiara’, come li ricorda il signor Mishra, semplicemente sparavano per uccidere…” La Triple Canopy ha operato recentemente in India, Nigeria e Somalia. (Le attività della Triple Canopy) Negli attentati di Mumbai del 2008, testimoni oculari hanno detto che tra gli aggressori “vi erano mercenari nigeriani o somali.” (Bagno di sangue a Mumbai – Dnaindia.com)

FI4ogxThSembra che l’amministrazione Obama abbia deciso, scegliendo dei mercenari, la Triple Canopy, una società di Chicago… La Triple Canopy è nota per arruolare mercenari provenienti da Paesi con pessime statistiche sui diritti umani...” (Triple Canopy, la ‘Blackwater di Obama’/ISN, Triple Canopy Takes Over)
Wayne Madsen riferisce che un’“azienda di mercenari” che lavora per il governo degli Stati Uniti, ha effettuato attentati terroristici ‘false flag’ in Asia, con l’assistenza del Mossad e dell’intelligence dell’India, il RAW. (Blackwater/Xe dietro gli attentati terroristici in Asia e in Africa?)

KasabDavid Headley, di Chicago, ha ammesso di aver pianificato gli attentati di Mumbai. Headley ha lavorato per la Drugs Enforcement Administration degli USA, strettamente collegata alla CIA. Secondo The Hindu del 16 gennaio 2010 (Headley ha frequentato i campi di addestramento in Pakistan del Lashkar): Headley ha affermato di aver collaborato per un certo periodo con l’esercito degli Stati Uniti. Headley ha parlato con il suo amico Rahul Bhatt della Delta Force degli Stati Uniti e della truppe top-secret della CIA chiamate Special Activities Division, che svolgono azioni politiche segrete ed operazioni paramilitari. (IndiaDaily – Secondo Rahul Bhatt, Headley potrebbe essere un agente doppio della CIA-ISI…)

Mumbai-attacks-26_11Attentati di Mumbai

Headley operava da una palestra estremamente vicina al consolato statunitense di Ponte Candy. (Mahesh Bhatt e la vicenda Headley) “Era anche molto cordiale con il personale del consolato degli Stati Uniti ed  era in ottimi rapporti con un certo numero di funzionari del Consolato degli Stati Uniti che  incontrava in palestra.” (Mahesh Bhatt & vicenda Headley)

HeadleyHeadley era della CIA?

Secondo Wayne Madsen: (Blackwater/Xe dietro gli attentati terroristici in Asia e in Africa?) C’è un’avanzata base operativa a Karachi, delle forze speciali segrete Blackwater-Xe/CIA/Joint Special Operations Command. Vi sono anche notizie sul personale della Blackwater/Xe presente in Somalia dove avrebbe effettuato attentati terroristici a Mogadiscio… Una serie di attentati terroristici in Pakistan è stata attribuita dai leader islamici pakistani a Blackwater, Mossad e RAW. La Blackwater è stata accusata di arruolare giovani pakistani a Peshawar per realizzare attentati ‘falsa bandiera’ con cui poi incolpare i taliban pakistani… Gli attentati terroristici presumibilmente venivano compiuti dalla base operativa avanzata di Karachi delle forze speciali segrete del Blackwater-Xe/CIA/Joint Special Operations Command. La componente Xe Services era precedentemente nota come Blackwater Select, una società controllata da una serie di scatole cinesi e di società collegate, gestite dalla Blackwater/Xe per conto della CIA e del Pentagono.
Il 3 dicembre 2009, il quotidiano pakistano Nawa-i-Waqt riferiva: “Il vasto territorio nei pressi della diga di Tarbela è stato assegnato agli statunitensi che vi hanno insediato le basi del loro esercito e della loro aviazione. Lì, il RAW [Research and Analysis Wing] indiano e il Mossad israeliano collaborano con la CIA per gestire le attività degli estremisti in Pakistan. La Blackwater/Xe potrebbe anche eseguire attentati terroristici con bombe sulle autostrade in Algeria, una volta  dominio esclusivo dei mercenari della Legione straniera francese, per giustificare una maggiore presenza militare statunitense in Algeria, apparentemente per proteggere i gasdotti del Paese.”
Le forze speciali statunitensi hanno compiuto gli attentati di Mumbai?

Craft
I capri espiatori di Boston: la bufala della pentola a pressione?
Aangirfan, 19 aprile 2013

suspectcloseups0419I sospetti degli attentati della maratona, secondo la polizia e l’FBI, sono Mike Mulgeta (a sinistra) e Sunil Tripathi (a destra). Tripathi sarebbe uno studente della Brown University scomparso il 16 marzo. Sunil Tripathi, studente della Brown University, è scomparso – Huffington Post

boston_suspects_fbi_w_LRGDue uomini passeggiano insieme con zaini leggeri. I due uomini nelle foto rilasciate dall’FBI, vengono descritti come sospetti “armati ed estremamente pericolosi” responsabili dei bombardamenti di Boston. Il Boston Globe ha riferito che uno dei sospettati delle bombe della maratona di Boston sarebbe in custodia, e altri media segnalano che il secondo sospettato forse sarebbe morto. Un sospettato della bomba alla maratona di Boston in custodia, Globe

0 finishlineChi ha invitato la forza mercenaria ‘Craft’ alla maratona di Boston?

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Altre foto mostrano i mercenari condurre un’operazione alla maratona di BostonL’FBI ignora gli uomini con gli zaini sulla scena degli attentati di Boston.

Craft0 The_Craft_Three_Guys-600Sta premendo un pulsante?

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Altri della ‘Craft’ alla maratona di Boston. Chi li paga?

0 imagesIl ragazzo: Non sono il bombarolo della maratona di Boston. Il ragazzo nella foto qui sopra, Salah Barhoun, 17 anni, ha detto all’ABC News che è andato alla polizia per salvaguardare il proprio nome.

boston-fragment-1_2538958bpressure-cookers-boston-bombs_siJon Rappoport si chiede: La bomba della pentola a pressione di Boston è una menzogna o una bufala? (No more fake news) “…Ho fatto delle ricerche e scritto dell’attentato del 1995 ad Oklahoma City. Io e altri scoprimmo che lo scenario ufficiale della bomba sul camion di Ryder, parcheggiato sul marciapiede davanti al Murrah Federal Building, era gravemente incompleto… Delle bombe cablate sulle colonne del palazzo Murrah hanno inflitto i danni maggiori. Una foto di una pentola a pressione maciullata… mostra la valvola della pentola a pressione e, vicino, un piccolo foro rotondo, a quanto pare opera del produttore. Però… non vi sono altri piccoli fori. Vedo macchie ma non decine o centinaia di fori. Eppure ci viene detto che le bombe della maratona erano state collocate all’interno di pentole a pressione e confezionate con  chiodi e cuscinetti a sfere. Se ciò fosse vero, le esplosioni avrebbero creato molti, molti piccoli fori prodotti dallo shrapnel esploso dalla pentola in ogni direzione“.
La bomba della pentola a pressione di Boston è una menzogna o una bufala?

White Rena 2L’ambasciatore degli Stati Uniti Barry White e il suo ospite, il deputato Trygve Slagsvold Vedum (Partito di Centro) visitano Rena. (L’ambasciatore White visita Rena). Rena è il sito della fattoria di Anders Breivik, dove la polizia ritiene abbia pianificato gli attentati norvegesi del 2011. La valle di Oesterdalen, dove si trova Rena, viene usata dai militari per l’addestramento delle forze speciali. Una base militare dell’esercito norvegese si trova nelle vicinanze di Rena. (Rena, Norvegia – Wikipedia)
Secondo la Reuters, la fattoria di Breivik si trova nei pressi di una base militare che ospita i 2000 effettivi del battaglione Telemark. (Breivik in tribunale: le autorità possono avere qualcosa da nascondere – Global Research). Breivik è un capro espiatorio. Una squadra di mercenari potrebbe aver effettuato la sparatoria in Norvegia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli obiettivi eurasiatici degli Stati Uniti e la guerra in Afghanistan

Salman Rafi Sheikh (Pakistan) Oriental Review 18 marzo 2013

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Dal 19° secolo le superpotenze hanno ‘giocato’ il Grande Gioco nella regione dell’Asia centrale, meridionale e sud-occidentale. Durante questo ‘gioco’, l’Afghanistan, che collega strategicamente questi segmenti geografici dell’Asia, è stato storicamente al centro delle manovre inglesi e russe nella lotta per il controllo dell’Asia centrale, nel 19° e agli inizi del 20° secolo. E nell’arco di tempo presente, con le risorse energetiche che diventano tra i maggiori fattori di contesa nella rivalità tra le grandi potenze, l’importanza dell’Asia centrale aumenta ulteriormente a causa delle sue potenziali risorse energetiche. Tuttavia, l’accesso a tali risorse e il controllo delle loro rotte di esportazione, non sono possibile per una qualsiasi potenza extra-regionale senza avere una forte presenza militare nella regione. La dominante presenza militare in Afghanistan è, dunque, considerata dagli statunitensi di vitale importanza per l’attuazione degli interessi degli Stati Uniti. Fornisce la piattaforma attraverso cui gli Stati Uniti possono minacciare i loro potenziali rivali regionali, così come dominare le rotte per l’esportazione del gas e del petrolio provenienti dalla massa eurasiatica. Inoltre, l’Afghanistan si trova lungo il proposto oleodotto dai giacimenti petroliferi del Mar Caspio all’Oceano Indiano, pertanto, la sua importanza per la grande strategia del 21° secolo degli Stati Uniti, è fondamentale. Per essere realistici, quindi, l’invasione statunitense dell’Afghanistan deve essere analizzata dal punto di vista degli obiettivi geo-strategici e geo-energetici degli Stati Uniti, piuttosto che dal punto di vista proiettato dall’”eliminazione del terrorismo globale” da parte degli Stati Uniti. Questo breve articolo presenta un’analisi dei grandi obiettivi degli USA del 21° secolo e l’importanza dell’Afghanistan per il raggiungimento di tali obiettivi.
La dissoluzione dell’URSS rese disponibile agli Stati Uniti nuove vie energetiche verso ciò che è comunemente noto come “ventre” della Russia o regione dell’Asia centrale. Da allora, questa regione è stata teatro di manovre politiche ed economiche, rivalità, conflitti, interferenze e lotte per avere il controllo sulle sue vaste risorse energetiche, per obiettivi geo-strategici e geo-economici di lungo termine. Il controllo delle risorse energetiche di questa regione può eventualmente consentire agli Stati Uniti di manipolare a proprio favore le relazioni con Paesi energivori come India, Cina, Pakistan, Giappone, altri Paesi dell’Asia orientale e anche Paesi europei. In altre parole, il controllo su questa regione apre la via al dominio sia geo-strategico che geo-economico non solo di questa regione, ma anche oltre. Sono quindi le risorse energetiche alla base della logica per capire la politica degli Stati Uniti volta a dominare politicamente tutta la regione attraverso il controllo dell’Afghanistan, che fornisce una base di fondamentale importanza per dominare le rotte terrestri per l’approvvigionamento energetico e per controllare la regione eurasiatica, come anche dominare la proposta Via della Seta. Così, la guerra in Afghanistan non riguarda i cosiddetti terroristi di al-Qaida, né di liberare il mondo dai pericoli del terrorismo, ma piuttosto ha molto a che fare con gli obiettivi a lungo termine degli Stati Uniti per dominare le risorse energetiche mondiali. È dunque qui che risiede il significato effettivo dell’invasione statunitense dell’Afghanistan, richiedendone la comprensione per  determinare la dinamica della guerra in corso nella regione.
L’attacco all’Afghanistan è avvenuto nel 2001, ma la preparazione alla guerra era già iniziata nel 1999, quando il Silk Road Strategy Act [i] venne approvato dal Congresso degli Stati Uniti. Tale legge definiva l’approccio fondamentale  della politica degli Stati Uniti per l’acquisizione dell’energia nella regione eurasiatica. Il paragrafo sei della legge, fornisce la logica alla base della politica degli Stati Uniti nei confronti della regione. Dichiara che la regione del Caucaso meridionale e dell’Asia centrale ha abbastanza risorse energetiche per soddisfare i bisogni statunitensi e ridurne la dipendenza dall’instabile regione del Golfo Persico. [ii] La legge fu modificata nel 2006, dichiarando che la sicurezza energetica era la ragione principale per cui gli Stati Uniti rimanevano in Afghanistan. L’Afghanistan ha tale posizione cardine perché è l’unico Paese della regione che aveva fornito agli Stati Uniti un pretesto per invaderlo. La saga occidentale sul malgoverno dei taliban e del loro rifiuto di consegnare bin Ladin contribuì preparando le menti occidentali ad attaccare e smantellare il regime talib. Al contrario, è ironico notare che non si fa riferimento ad al-Qaida o bin Ladin nell’emendamento della legge del 2006. Il terrorismo non fu dichiarato motivo per rimanere in Afghanistan. Anche se altre dichiarazioni politiche [iii] indicavano l’eliminazione del terrorismo quale obiettivo principale degli Stati Uniti, la notevole discrepanza tra politiche dichiarate e azioni intraprese crea una contraddizione nell’intera agenda anti-terrorismo e anti-taliban degli USA, che dà a questa guerra una particolare nota sulla manipolazione politica, lo sfruttamento delle risorse e il dominio regionale. Il Silk Road Strategy Act, che delinea il quadro principale degli obiettivi economici ed energetici degli Stati Uniti, anche indirettamente, ha aperto la strada all’invasione dell’Afghanistan. Senza avere una posizione di forza nella regione, gli Stati Uniti non avrebbero potuto avere una qualsiasi posizione di controllo delle risorse energetiche e delle rotte commerciali. Allo stesso modo, senza alcuna posizione di forza, non sarebbe stato possibile agli Stati Uniti dominare tutta la regione che si estende dal Mar Nero al Mar Caspio, e anche sull’Asia centrale, occidentale, sud-occidentale e orientale dell’Asia. L’Afghanistan non è solo un Paese debole, almeno nei calcoli degli Stati Uniti sul potenziale dell’Afghanistan, ma è anche posizionato al centro della regione che gli Stati Uniti vogliono dominare politicamente, militarmente ed economicamente, controllandone le vie di esportazione del petrolio e del gas. La presenza militare in Afghanistan così serve gli obiettivi regionali degli Stati Uniti. La cartina seguente è sufficiente ad illustrare questo punto:

Eurasia-sketchL’importanza geospaziale, geostrategica e geoenergetica dell’Afghanistan per gli USA. (Le frecce rosse in grassetto mostrano la sfera di influenza che gli Stati Uniti programmano di istituire nella regione, con una forte presenza militare in Afghanistan.)

Il successo dell’attuazione del Silk Road Strategy Act rende necessaria una massiccia presenza militare nella regione e il controllo militarizzato della regione eurasiatica, come mezzo per assicurarsi il controllo sulle riserve di petrolio ed energetiche, e per proteggere oleodotti e corridoi commerciali. La militarizzazione è volta in gran parte contro la Russia, la Cina, l’Iran e il Pakistan. In altre parole, gli obiettivi reali degli Stati Uniti sono non solo geo-energetici, ma anche geo-economici e geo-strategici. E il raggiungimento di questi obiettivi richiedeva la rimozione del regime talib dall’Afghanistan e l’installazione di governanti favorevoli. Questo era ed è, nei calcoli statunitensi, il modo di raggiungere il triplice obiettivo. Dato che il petrolio e il gas non sono prodotti soltanto commerciali, e il controllo del territorio è una componente essenziale della superiorità strategica sui potenziali rivali.
La guerra in Afghanistan è quindi tanto una guerra per occupare un territorio che per avere la meglio sui rivali regionali come la Cina, la Russia e l’Iran, al fine di assicurarsi le rotte energetiche e commerciali. In altre parole, è ritenuto un mezzo per sostenere il solitario status di potenza globale mantenendo il controllo sui potenziali rivali sfruttandone i punti deboli. Il conflitto in Afghanistan ha creato le condizioni per rafforzare la presenza militare degli Stati Uniti in tutta la regione. Il fenomeno dei taliban, in sé, avrebbe dovuto facilitare, sia pure indirettamente, gli Stati Uniti nella costruzione di basi militari, avendo gli Stati dell’Asia centrale una lunga rivalità con i taliban, affrontando la minaccia della diffusione della loro versione radicale dell’Islam [i]. In altre parole, la guerra in Afghanistan non riguarda l’eliminazione dei terroristi, i taliban non sono al-Qaida. L’origine dei taliban risiede nella guerra in Afghanistan. Furono gli stessi USA, che aiutarono pienamente i mujahidin afghani a combattere i sovietici. A quel tempo, gli interessi degli Stati Uniti e quelli degli afghani erano assai convergenti. Ma dopo la fine della guerra, la situazione cominciò a cambiare, e così fece la politica degli Stati Uniti nei confronti dei taliban, che nacquero sotto la guida del mullah Omar, dopo la guerra, e unendo comandanti afghani locali ed ex-mujahidin. La politica degli Stati Uniti ebbe un cambiamento visibile nel 1997 con la nomina di Madeleine Albright a segretaria di Stato, che criticò apertamente i taliban durante la sua visita in Pakistan, nel 1997. Arrivò al punto di dichiararli “fondamentalisti islamici medievali”. Ciò che causò tale cambiamento fu, oltre ad altri fattori, la marcata ‘insensibilità’ dei taliban agli interessi degli Stati Uniti. Quando i taliban stavano per sottomettere l’Afghanistan, gli Stati Uniti speravano che avrebbero servito gli interessi degli Stati Uniti in Afghanistan, tra cui la costruzione di oleodotti e gasdotti delle compagnie petrolifere statunitensi (UNOCAL e Delta), collegando le risorse energetiche degli Stati dell’Asia centrale al mercato globale [ii], come in seguito indicato nel Silk Road Strategy Act, attraverso l’Afghanistan e il Pakistan. Il rifiuto dei taliban di accondiscendere agli interessi degli Stati Uniti non dovrebbe essere così sorprendente, dato il peculiare aspetto psicologico dei pashtun e le loro esperienze storiche con le potenze straniere. Così, i taliban afgani locali non volevano essere occupati da una qualsiasi potenza straniera. Considerando la psiche e il comportamento degli afghani, le loro esperienze passate e storiche, la geografia della regione e la loro cultura, era naturale concludere che fosse assai difficile soggiogarli con la forza. E’ la storia che testimonia e fornisce le prove incontestabili che gli afghani sono noti nel mantenere la loro indipendenza e nel resistere all’occupazione straniera con tutta le loro forze. [iii] In quanto tali, i taliban non sono terroristi come proiettano i media occidentali e degli Stati Uniti. Sono vittime della grande strategia degli Stati Uniti, che rovescia quei regimi che non dimostrano di essere abbastanza sensibili nel tutelare gli interessi degli Stati Uniti. [iv] Gli Stati Uniti hanno invaso e rovesciato i taliban al fine di spianare la strada alla loro presenza a lungo termine nella regione. Dal momento che queste invasione e occupazione sono contrarie alla psiche degli afgani, una forte resistenza era inevitabile. Gli afghani non solo hanno resistito, ma la loro resistenza aumenta ogni giorno, rendendo estremamente difficile per gli Stati Uniti ed i loro alleati avere una permanente presenza militare nella regione.
L’aspetto geo-strategico e geo-politico della guerra in Afghanistan, come sottolineato in precedenza, e la necessità per gli USA di rovesciare il regime dei taliban, sono strettamente legate all’aspetto della geo-energia. Il controllo del flusso delle risorse energetiche nella regione tramite una forte presenza militare in Afghanistan, è stato il mezzo calcolato dagli Stati Uniti per manipolare la geopolitica regionale. La maggior parte dei Paesi del Sud-Est asiatico e asiatici ha bisogno di energia, mentre i paesi dell’Asia settentrionale, centrale e occidentale sono produttori di energia. L’obiettivo degli Stati Uniti è avere al suo fianco il numero massimo di produttori di energia per manipolare a suo favore le relazioni con i Paesi bisognosi di energia come il Pakistan, l’India, la Cina, il Giappone, ecc, da un lato e dall’altro far concorrenza ai potenti produttori di energia come la Russia e l’Iran. In altre parole, come hanno osservato Fouskas e Gokay, il controllo sull’energia è la chiave dell’egemonia globale degli Stati Uniti, mantenendo il controllo sugli avversari, istituendo una nuova sfera di influenza e integrando la regione dell’Asia centrale nell’economia globale guidata dagli Stati Uniti; [v] e l’Afghanistan è il luogo chiave per eseguire questa strategia.
L’attuazione del Silk Road Strategy Act richiede la militarizzazione del cuore eurasiatico dal territorio dell’Afghanistan, e richiede anche la costruzione di oleodotti per garantirsi il flusso di energia. La logica dei progetti dei gasdotti è fornita da tale legge e dalla National Security Strategy del 1999.  Il documento del NSS così enuncia le motivazioni: “Concentriamo l’attenzione soprattutto sugli investimenti nelle risorse energetiche del Mar Caspio e nella loro esportazione dalla regione del Caucaso ai mercati mondiali, in modo da ampliare e diversificare le forniture energetiche mondiali e promuovere la prosperità nella regione. [vi]” E’ in questo contesto che gli Stati Uniti hanno ritenuto molto importante manipolare le enormi risorse energetiche della regione eurasiatica. Considerando dal punto di vista degli Stati Uniti, la dipendenza economica della regione e l’ombrello di sicurezza attuato dagli USA devono essere mantenuti al fine di rafforzarne il dominio regionale e anche globale. Per fornire tale ombrello di sicurezza, gli Stati Uniti hanno bisogno di costruire una permanente forza militare nella regione, con molte basi militari ben attrezzate in Afghanistan. Lo scopo di queste basi non è ‘smantellare e distruggere’ i terroristi, perché non ci sono terroristi, come definiti dagli USA, in Afghanistan. Lo scopo di queste basi, data l’estrema importanza geostrategica e geoenergetica della regione, è consentire agli USA di essere in grado di evitare che qualsiasi altra potenza domini la ricca regione energetica, e anche di agire tempestivamente e rapidamente contro ogni potenziale minaccia agli interessi degli Stati Uniti.
L’analisi della strategia degli Stati Uniti nella costruzione delle basi militari in Afghanistan, supporta anche la tesi secondo cui la guerra in Afghanistan non è volta a smantellare il terrorismo ma riguarda il petrolio e il gas. Dall’occupazione dell’Afghanistan nel 2002, gli Stati Uniti d’America costruiscono basi militari seguendo un piano sistematico. Durante la sua visita in Afghanistan nel 2004, il segretario di Stato statunitense Donald Rumsfeld annunciò la costruzione di nove basi nelle province di Helmand, Herat, Nimrouz, Balkh, Khost e Paktia. Queste nove basi si aggiunsero alle tre basi già installate sulla scia dell’occupazione degli Stati Uniti dell’Afghanistan.  Queste basi sono destinate a proteggere gli interessi geostrategici e geoenergetici degli Stati Uniti. William Engdahl ha analizzato in dettaglio la strategia degli Stati Uniti. Secondo lui, il Pentagono ha costruito le sue prime tre basi, Bagram Air Field a nord di Kabul, il principale centro logistico militare degli Stati Uniti; Kandahar Air Field, nel sud dell’Afghanistan, e Shindand Air Field nella provincia occidentale di Herat. Shindand, la più grande base statunitense in Afghanistan, è stata costruita a soli 100 km dal confine con l’Iran, e a metà strada tra Russia e Cina. [vii] In secondo luogo, in Afghanistan si trova il tracciato del proposto oleodotto per trasferire petrolio dall’Eurasia all’Oceano Indiano. È un dato di fatto che la maggior parte delle basi statunitensi costruite in Afghanistan si trovi sulla la via del gasdotto (TAPI), al fine di garantirne la sicurezza contro ogni minaccia. [viii]
Gli Stati Uniti riconoscono pienamente l’importanza delle risorse energetiche dell’Asia centrale e le possibilità economiche che offrono sui mercati mondiali e nella regione stessa. Richard Boucher, Assistente del segretario di Stato per l’Asia centrale e meridionale, ha detto nel 2007: “Uno dei nostri obiettivi è stabilizzare l’Afghanistan“, e collegare l’Asia centrale e meridionale nel dicembre 2009, “in modo che l’energia possa fluire a sud”. George Krol, Viceassistente del segretario di Stato per l’Asia centrale e meridionale ha detto, al Congresso, che una delle priorità degli Stati Uniti in Asia centrale è “aumentare lo sviluppo e la diversificazione delle risorse energetiche della regione e delle rotte di approvvigionamento. L’Asia centrale ha un ruolo vitale nella nostra strategia in Afghanistan.” [ix]
Nel caso dell’Afghanistan, è il gasdotto TAPI a contare molto. E’ la pipeline programmata a portare l’energia dalla regione del Caspio all’Oceano Indiano attraverso il Turkmenistan, l’Afghanistan, il Pakistan e l’India. Di fatto, è il gasdotto che ha innescato il conflitto armato nella regione. I negoziati con i taliban sul tracciato del gasdotto fallirono nel 2001, poco prima degli incidenti dell’11 settembre 2001. Il rifiuto dei taliban di accogliere gli interessi degli Stati Uniti, si rivelarono l’ultimo chiodo della bara del regime talib. Furono estromessi e si ritenne che la via alla costruzione del gasdotto TAPI fosse stata sgombrata, e i capi degli Stati partecipanti iniziarono gli incontri per finalizzare il progetto. L’accordo fu finalmente firmato nel 2008. [x] Prima dell’invasione statunitense dell’Afghanistan e degli attentati dell’11 settembre, la Unocal statunitense aveva già testimoniato al Congresso che il gasdotto non poteva essere costruito fino a quando un governo riconosciuto a livello internazionale fosse stato costituto in Afghanistan. Per far avanzare il progetto, si dovevano ottenere finanziamenti internazionali, con accordi inter-governativi e tra governi e consorzi. [xi] Qui si pone la domanda su quanto gli USA otterrebbero da questo progetto di oleodotto? La risposta è più opportuna portando alla ribalta il significato dell’Heartland eurasiatico di Mackinder. Il gasdotto avrebbe sottolineato il significato geo-politico di altre pipeline sostenute dagli USA, come la BTC e la Trans-Caspio, migliorando il controllo degli USA sulle vie di esportazione dell’energia. Nei calcoli degli Stati Uniti, se si potevano controllare le vie di esportazione di energia con una forte presenza militare in Afghanistan e fornendo l’ombrello di sicurezza, potevano controllare le risorse energetiche del continente eurasiatico e, infine,  controllare anche l’Heartland eurasiatico. [xii] Quando si studia la questione del TAPI, in linea con il succitato Silk Road Strategy Act, diventa abbastanza chiaro che il controllo dei giacimenti energetici sia l’interesse primario degli USA nella regione, dovendoli mettere sotto controllo per adempiere agli interessi geo-strategici e geo-economici di lungo termine, e mantenere l’egemonia.
L’analisi di sopra dimostra che l’invasione statunitense dell’Afghanistan non è il risultato del piano di un qualsiasi gruppo terroristico per creare disagi in tutto il mondo. É principalmente il risultato del perenne potente braccio di ferro politico in corso tra le potenze mondiali. E’ un fatto che in altre aree del mondo in cui il petrolio e il gas sono stati scoperti, come Venezuela, Messico, Africa occidentale, non vi è la stessa attenzione. E’ così perché queste aree non sono strategicamente così importanti come lo è l’Heartland eurasiatico. [xiii] La presenza della maggior parte dei Paesi nucleari più potenti, delle maggiori economie e delle rotte commerciali più antiche, dona a questa regione una grande importanza nella politica internazionale. La strategia degli USA, sia in tempo di guerra (invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, costruzione di basi) che in tempo di pace (costruzione di oleodotti) serve alla loro grande strategia del 21° secolo per mantenere l’egemonia. Un occhio attento è in grado di rilevare che tutte queste strategie hanno un obiettivo comune,  migliorare il controllo politico statunitense sulla massa eurasiatica e le sue risorse in idrocarburi. L’intensificata corsa all’egemonia globale e alla crescente dipendenza della prosperità economica dal petrolio e del gas, sono i fattori principali che si muovono dietro la grande strategia degli Stati Uniti nella regione eurasiatica, comprendendo l’invasione dell’Afghanistan e l’istituzione della presenza militare permanente nella regione. Anche se l’attuale situazione in Afghanistan sembra negativa per gli Stati Uniti, tuttavia, questa situazione oggettiva degli USA e dell’Afghanistan è funzionale al raggiungimento di tali obiettivi. In quanto tale, la guerra non puntava a ‘colpire e distruggere’ i terroristi, ma al gas, al petrolio e al mantenimento del potere o, come dice Zbigniew Brzezinski, “una potenza che domina l’Eurasia dominerebbe due delle tre regioni economicamente più produttive del mondo, l’Europa occidentale e l’Asia orientale… ciò che accadrà nella distribuzione del potere nel continente eurasiatico sarà di importanza decisiva per il primato globale dell’America e la sua eredità storica”. [xiv] La guerra, quindi, non è volta a mantenere un equilibrio di potere, ma a sbilanciarla a favore degli USA contro i suoi principali rivali, la maggior parte dei quali si trova nella massa continentale eurasiatica.

Note
[i] Marker Menkiszak, “Russia’s Afghan Problem: The Russian Federation and the Afghan Problem Since 2001.” Center For Eastern Studies 38 (2011), p. 53
[ii] Ahsan ur Rehman Khan, “Taliban as an Element of the Evolving Geopolitics: Realities, Potential, and possibilities.” Institute of regional Studies, Islamabad 19 (2000-2001), p. 98-99
[iii] Ahsan ur Rehman Khan, Moorings and Geo-Politics of the Turbulence in Pashtun Tribal Areas Spreading to other Parts of Pakistan (Lahore: Ashraf Saleem Publishers, 2011), p. 14-16. L’Autore si occupa della psiche e del comportamento pashtun, come anche di altri fattori che influiscono sulla loro mentalità peculiare, dettagliati nel suo libro citato qui.
[iv] Emre Iseri, “The US Grand Strategy and the Eurasian Heartland in the Twenty-first Century.” Geopolitics 14 (2009), p. 6
[v] V. K. Fouskas and B. Gökay, “The New American Imperialism: Bush’s War on Terror and Blood for Oil.” Westport, CT: Praeger Security International (2005):  29
[vi] “A National Security Strategy for a New Century” Washington, DC: The White House (1999), p. 33
[vii] William Engdahl, “Geopolitics Behind the Phoney U.S. War in Afghanistan”  The Market Oracle (2009)
[viii] Ibid
[ix] John Foster, “Afghanistan, the TAPI Pipeline, and Energy Geopolitics” Journal of Energy Security (2010)
[x] Ibid
[xi] Ibid
[xii] Emre Iseri, “The US Grand Strategy and the Eurasian Heartland in the Twenty-first Century.” Geopolitics 14 (2009), p. 19
[xiii] J. Nanay, ‘Russia and the Caspian Sea Region’, in J. H. Kalicki and D. L. Goldwyn (eds.), Energy & Security: Towards a New Foreign Policy Strategy (Baltimore: The John Hopkins University Press, 2005), p. 142.
[Xiv] Zbigniew Brzezinski, ‘La Grande Scacchiera: la supremazia americana e la sua importanza geostrategica’ (Basic Books: New York 1997), p. 223.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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