Turchia contro Siria: ultimo sussulto della NATO?

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 26/03/2014

1379912Le tensioni sono aumentate ancora una volta lungo il confine siriano-turco con mentre la Turchia abbatte un aereo da guerra siriano e terroristi appoggiati dalle truppe turche oltrepassano il confine verso la costa occidentale della Siria, nella provincia di Lataqia. Il rinnovato vigore della Turchia sembra essere in parte il risultato della pressione esercitata sul primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan la folla sostenuta dagli USA che occupa le piazze da mesi cercandone l’estromissione. Citando Reuters e riportando AFP, l’articolo di RT, “La Turchia abbatte un jet siriano vicino al confine ‘per la violazione dello spazio aereo‘”, osserva che: “Il jet dall’aeronautica siriana è stato abbattuto nei pressi del valico di Qasab, nella provincia di Lataqia, dove aspri combattimenti tra le forze siriane e i ribelli armati si svolgono da tre giorni, secondo la Reuters”. E che: “La dichiarazione (dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate turche) nota che il jet è stato abbattuto a “1200 metri a sud del confine in territorio siriano nella regione di Qasab“, aggiungendo che le guardie di frontiera turche “hanno osservato la sua caduta“. L’aereo abbattuto durante lo svolgimento di raid aerei contro i militanti che attraversano il confine turco-siriano e persino rientrano in territorio siriano, suggerisce che non solo la Turchia ha ingiustificatamente colpito un aereo da guerra siriano sapendo che non era una minaccia, ma l’ha fatto fornendo supporto antiaereo ai terroristi riconosciuti tali a livello internazionale e che ospita sul proprio territorio. Inoltre, è stato riportato che il cugino del presidente siriano Bashar al-Assad, Hilal al-Assad, è stato ucciso negli scontri a Lataqia insieme a molti altri combattenti della milizia di difesa, mentre combatteva contro i terroristi di al-Qaida, al-Nusra. Reuters, nell’articolo “il cugino di Assad ucciso a Lataqia nello scontro con i ribelli siriani“, afferma: “…Hilal al-Assad, capo locale della Forza di Difesa Nazionale, e sette dei suoi combattenti, sono stati uccisi negli scontri con il Fronte al-Nusra e altre brigate islamiste”. Mentre la notizia della morte di Hilal al-Assad sarà sfruttata dall’occidente per il suo valore propagandistico, si deve ricordare che la guerra per procura dell’occidente è contro la nazione della Siria, non contro una particolare famiglia o anche il governo della Siria. La Siria ha  istituzioni e quando i leader vengono rimossi, nuovi leader ne prendono il posto, proprio come fu  illustrato dall’assassinio/attentato a Damasco del luglio 2012. La morte di Hilal al-Assad temprerà ulteriormente la volontà dei siriani nella lotta contro le violenze sostenute dall’estero.

L’offensiva di Lataqia è l’”ultimo sussulto” della grande campagna terroristica
La battaglia presso Lataqia rientra in ciò che sembra essere una grande manovra a tenaglia filo-occidentale sulla Siria. L’altro fronte, chiamato “Fronte del Sud” dall’occidente, comprende presumibilmente 49 fazioni terroristiche che operano lungo il confine siriano-giordano vicino alla città di Dara. L’operazione include il supporto materiale continuo da Arabia Saudita e Stati Uniti, e dispone di una campagna di PR per ritrarre gli estremisti settari come “laici” e “pro-democrazia”. Sulla creazione del “Fronte del Sud”, la Carnegie Endowment for International Peace ha persino dichiarato sul suo articolo: “Il ‘Fronte del Sud’ esiste?” che: “Piuttosto che un’iniziativa dei ribelli stessi, sono gli ufficiali stranieri che hanno sollecitato i comandanti ribelli a firmare una dichiarazione attestante la loro opposizione all’estremismo, dicendo che è precondizione per avere altri armi e denaro. Dato che i mendicanti non possono essere schizzinosi, i comandanti hanno scrollato le spalle e firmato, senza dichiarare una nuova alleanza ma aiutando i funzionari statunitensi a spuntare tutte le caselle giuste nei loro rapporti, sperando che ciò apra un’altra cassa di fucili”. Tuttavia, nonostante il rinnovato vigore retorico, l’occidente ha diretto un torrente di denaro, armi, attrezzature e anche combattenti stranieri oltre i confini della Siria fin dal 2011, ma senza alcun risultato. L’avanzata irreversibile delle forze di sicurezza siriane contro questo torrente, indica che la strategia occidentale ha fallito l’obiettivo ultimo del cambio di regime, e avrebbe fallito anche nell’indebolire sufficientemente la Siria in vista di un attacco sempre più improbabile all’Iran. I tentativi per tutto il 2013 di giustificare l’intervento militare occidentale diretto sono falliti, ma il fatto che siano state tentate, in primo luogo indica il fallimento delle forze legate all’occidente nel sopraffare militarmente la Siria o anche di controllare territorio abbastanza a lungo per ritagliarsi le tanto desiderate “zone cuscinetto” della NATO, con cui sperava di proiettare un supporto militare ancor più profondo in Siria.

L’ipocrisia della Turchia ne espone la disperazione
L’abbattimento di un aereo siriano che si sapeva colpiva i terroristi, intenzionalmente ricoverati nel territorio della Turchia, è problematico per diversi motivi. In primo luogo, questi militanti che s’infiltrano in Siria dalla Turchia sono apertamente identificati come Fronte al-Nusra di al-Qaida dal suddetto articolo di Reuters; al-Nusra è un’organizzazione terroristica denunciata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, rendendo così il governo turco colpevole di violazione delle leggi degli Stati Uniti e del diritto internazionale. In secondo luogo, in quanto membro della NATO da decenni, il ruolo della Turchia in favore dei terroristi di al-Qaida, ospitandoli nel suo territorio, fornendogli supporto materiale e coordinandone le attività militari anche con la sua forza aerea, durante quest’ultima incursione nella vicina Siria, il tutto mentre la NATO presumibilmente combatte “al-Qaida” in Afghanistan, illustra ulteriormente la profonda ipocrisia turca non solo in politica estera, ma mina profondamente la legittimità della NATO e della politica estera di ogni suo membro. Inoltre, l’insistenza della Turchia, secondo cui la Siria non ha il diritto di inseguire i terroristi vicino od oltre i suoi confini, ne compromette la vecchia politica di perseguire i curdi vicino e oltre i suoi confini. Di recente, nel 2011, proprio mentre rimproverava la Siria che combatte i terroristi, la Turchia inviava truppe e aerei da guerra oltre la frontiera con l’Iraq, alla “ricerca” di “ribelli curdi”. McClatchy ha riportato nell’articolo, “La Turchia invade l’Iraq dopo che i ribelli curdi hanno ucciso 26 soldati turchi”, che: “La Turchia ha inviato truppe e aerei da combattimento in Iraq, “inseguendo” i ribelli curdi che hanno ucciso più di 25 soldati turchi in diversi attacchi nel sud della provincia turca di Hakkari. E’ stata la prima violenza transfrontaliera in cinque anni, tra le truppe turche e i guerriglieri curdi che secondo la Turchia si rifugiano nel nord dell’Iraq”. Per saperne di più.
La recente opposizione turca alla lotta della Siria contro i gruppi terroristici dentro e lungo i suoi confini, darà ai nemici di Ankara la possibilità di sfruttare ulteriormente la lotta per l’indipendenza curda contro gli interessi turchi. Su un altro livello internazionale, il comportamento della Turchia, in particolare da membro della NATO, potrebbe essere citato da nazioni come il Pakistan riguardo le incursioni transfrontaliere della NATO dall’Afghanistan. Se la Turchia può abbattere aerei militari siriani che combattono i terroristi di al-Qaida che apertamente dilagano dal suo territorio, perché il Pakistan non potrebbe fare pressione sulla NATO che compie attacchi assai più ambigui contro obiettivi nel territorio pakistano?

Ultimo sussulto
Legittimità e reputazione dell’occidente soffrono direttamente dell’ipocrisia sistematica e sempre più palese che ostenta. Incapace di rispettare le norme che ha stabilito nell’assai presunto ordine globale che guida, scuotendo la fiducia di coloro che si aspettano di trovarci il loro posto. Mentre tale ipocrisia si manifesta con invasioni, occupazioni, terrorismo, cambio di regime, destabilizzazione politica ed economica, nonché propaganda sfacciata delle enormi società mediatiche dell’Occidente, il mondo cercherà un ordine totalmente diverso. L’insistenza occidentale nella sua campagna ad oltranza siriana, invece di riconoscere la sconfitta e cambiare passo, assicura che questa sia una delle sue ultime avventure. Mentre manda truppe e ascari ovunque ad immischiarsi in nome dei suoi interessi particolari, l’occidente dovrà fare a meno di supporto autorevole, legittimità o giustificazione morale o altrimenti. I fatti sul terreno combinato con la concessione occidentale ai trucchi propagandistici piuttosto che a un successo effettivo in Siria, indica che quest’ultima spinta a Lataqia nel nord, e a Dara nel sud, finirà come tutte le altre spinte, nella sconfitta dei fantocci dell’occidente e con l’esercito siriano che si avvicina sempre più alla vittoria totale.

1514615Tony Cartalucci, ricercatore di geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Criminali arruolati come “combattenti per la libertà” in Siria: detenuti sauditi, pakistani e iracheni riempiono i ranghi di al-Qaida

Prof. Michel Chossudovsky, Global Research, 16 febbraio 2014

1662128Diverse centinaia di prigionieri fuggiti dalle carceri, accuratamente custodite, in Iraq hanno recentemente aderito allo Stato Islamico d’Iraq e Siria (SIIS), così come alla forza ribelle di al-Qaida, Jabhat al-Nusra. Secondo il NYT: “l’evasione dal carcere riflette anche la crescente richiesta di combattenti esperti (da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati), portando al tentativo concertato dei gruppi militanti, in particolare dello Stato islamico dell’Iraq e della Siria, o SIIS, cercandoli nell’unico luogo dove erano trattenuti in massa, nelle prigioni irachene“. (Tim Arango e Eric Schmitt, I detenuti fuggiti dall’Iraq alimentano l’insurrezione siriana, NYT, 12 febbraio 2014).
I funzionari statunitensi stimano che alcune centinaia di evasi abbiano aderito allo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, diversi in ruoli di comando.” Il NYT riconosce che l’evasione rientra nel reclutamento dei jihadisti per la rivolta siriana. Ciò che non menziona, tuttavia, è che il reclutamento di mercenari è coordinato da NATO, Turchia, Arabia Saudita e Qatar, con il sostegno dell’amministrazione Obama. Inoltre, è noto e documentato che la maggior parte delle forze legate ad al-Qaida sono segretamente sostenute dai servizi segreti occidentali, come CIA, Mossad e MI6 inglese. Le evasioni in Iraq rientrano nell’azione coordinata “Operation Breaking the Walls“, ideata nel luglio 2012 dal SIIS. Come riconosciuto da un funzionario antiterrorismo statunitense citato dal New York Times, “L’afflusso di tali terroristi, che hanno decenni di esperienza in battaglia, probabilmente rafforza il gruppo e la sua leadership“.
Le forze di occupazione USA e i militari nelle carceri hanno chiuso un occhio sulle evasioni. Abu Aisha fu arrestato dagli statunitensi e poi liberato da Camp Bucca, l’infame prigione statunitense  nel sud dell’Iraq, nel 2008. Fu nuovamente arrestato dagli iracheni nel 2010. “Infine, mi portarono  ad Abu Ghraib, e ancora una volta incontrai alcuni leader e combattenti che conoscevo, compresi i principi di al-Qaida, iracheni, arabi e di altre nazionalità”. “La maggior parte di loro era stata a Bucca“. Una notte della scorsa estate, mentre Abu Aisha era nella sua cella in attesa, come faceva ogni giorno, del suo appuntamento con il boia, esplosioni e spari scoppiarono e una guardia carceraria amica aprì le porte della cella e gli disse di andarsene immediatamente. Con centinaia di altri, Abu Aisha attraversò i corridoi del carcere fuggendo da una breccia attraverso le mura. Saltò in su autocarro Kia in attesa, portandolo verso la libertà e di nuovo il campo di battaglia. Abu Aisha disse che i capi dello Stato Islamico d’Iraq e Siria gli diedero una scelta: andarsene e lottare con loro in Siria, o rimanere e combattere in Iraq (NYT, op. cit.)

Programma coordinato: Arabia Saudita
Le recenti evasioni hanno le caratteristiche di un’operazione segreta accuratamente pianificata con la complicità del personale carcerario militare iracheno e statunitense. Tali evasioni non sono limitate all’Iraq. Evasioni per aderire all’insurrezione jihadista si sono verificate contemporaneamente in diversi Paesi, indicando l’esistenza di un programma di reclutamento coordinato. L’Arabia Saudita, che ha svolto un ruolo centrale nel convogliare armi (tra cui missili antiaerei) ai jihadisti per conto di Washington, è attivamente coinvolta nel reclutamento di mercenari nelle prigioni del regno. In Arabia Saudita, invece, non ci sono state evasioni: i criminali che scontano pene detentive vengono liberati dalle prigioni del regno, a condizione di unirsi alla jihad in Siria. Un memorandum top secret inviato dal ministero degli Interni dell’Arabia Saudita, “rivela che il regno saudita ha inviato in Siria  dei condannati alla decapitazione, a combattere la Jihad contro il governo siriano, in cambio dell’assoluzione.” Secondo l’appunto del 17 aprile 2012, l’Arabia Saudita ha reclutato circa 1200 detenuti, offrendogli perdono completo e uno stipendio mensile alle famiglie rimaste nel Regno, in cambio “…dell’addestramento per il bene della Jihad in Siria“. Tra gli scarcerati e reclutati in Arabia Saudita vi sono detenuti di Yemen, Palestina, Arabia Saudita, Sudan, Siria, Giordania, Somalia, Afghanistan, Egitto, Pakistan, Iraq e Kuwait.

Da “criminale” a “Freedom Fighter”
L’alleanza militare occidentale non solo sostiene e finanzia la guerriglia terroristica, fornendole  sistemi d’arma avanzati, ma è anche complice nel reclutamento di criminali. Ciò che è attivo è il coordinamento delle varie successive fasi evasione, reclutamento e addestramento di mercenari “combattenti per la libertà”, e rifornimento delle armi all’insurrezione:
1. Evasione/rilascio di criminali e combattenti dalle prigioni;
2. Reclutamento dei detenuti rilasciati/evasi nelle formazioni ribelli in Siria;
3. Addestramento paramilitare degli ex-detenuti, ad esempio con programmi di addestramento e indottrinamento religioso da sauditi e qatarioti;
4. Invio dei jihadisti appena addestrati nel teatro bellico. Gli ex-detenuti vengono inviati in Siria per unirsi alla rivolta. Vengono integrati come mercenari nelle forze di al-Qaida.
5. L’equipaggiamento militare dei mercenari addestrati (in Arabia Saudita, Turchia, Qatar) e l’invio di armamenti per l’insurrezione dal governo statunitense che finanzia l’afflusso di armi.

Reclutamento di criminali per l’insurrezione: un processo continuo
Le evasioni verificatesi nell’estate 2013 in Libia, Pakistan e Iraq sembravano un programma coordinato con cura. Ciò che riporta il New York Times è la continuazione di un precedente programma di evasioni. Il 23 luglio 2013, le carceri di Abu Ghraib e Taji furono colpite da un’operazione condotta con cura, comportando la fuga di 500-1000 detenuti, molti dei quali reclutati dal SIIS. Gli attacchi furono effettuati dopo mesi di preparativi dallo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, formato da affiliati di al-Qaida in Siria e in Iraq. Dei 500-1000 detenuti evasi a seguito dell’attacco, “la maggior parte erano membri di al-Qaida condannati a morte“, ha detto Haqim Zamili, membro del Comitato sicurezza e difesa del parlamento. Un kamikaze guidò un’autobomba contro i cancelli del carcere alla periferia di Baghdad, mentre uomini armati attaccarono le guardie con mortai e lanciarazzi. (Russia Today, luglio 2013)
Il 26 luglio, presso il carcere di massima sicurezza a Bengasi, in Libia, si ebbe un’evasione identica a quella in Iraq: vi furono scontri all’interno del carcere, con degli incendi. Improvvisamente uomini armati accorsero verso il carcere aprendo il fuoco. Circa 1200 dei peggiori criminali della Libia fuggirono. (Peregrino Brimah,.. Obama’s Syria Endgame: New Al Qaeda “Recruits” Dispatched to Syria, Global Research, 4 Settembre 2013)
E a mezzanotte del 29-30 luglio: taliban armati con lanciarazzi e kamikaze che indossavano divise della polizia, attaccarono la maggiore prigione di Dera Ismail Khan, nella provincia del nord del Pakistan, liberando oltre 300 detenuti. Erano ben coordinati, armati di lanciagranate e liberarono i migliori militanti, alcuni degli uomini più letali dei taliban. Usarono gli altoparlanti per fare l’appello di coloro di cui avevano bisogno. Secondo un funzionario (Reuters), solo 70 delle 200 guardie in servizio erano al lavoro quella fatidica sera, suggerendo il coinvolgimento dei vertici della sicurezza governativa. (Ibid)

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rangoon Realpolitik: Russia e India corteggiano il Myanmar

Rakesh Krishnan Simha RIR 31 gennaio 2014

L’asse strategico che minacciava di svilupparsi tra Myanmar, Cina e Pakistan è stato cassato dai crescenti legami del Paese del sud-est asiatico con la Russia e l’India.

Myanmar's commander-in-chief of Defence Services General Min Aung Hlaing shakes hands with India's Chief of Naval Staff Admiral Verma during his ceremonial reception in New DelhiUna miniversione del Grande Gioco si svolge in Asia, e il premio è il Myanmar che si affaccia strategicamente sulla principale rotta che collega l’Oceano Indiano e il Pacifico. A lungo boicottata e dimenticata da gran parte del mondo, la giunta militare del Paese buddista, forse involontariamente,  aveva sviluppato forti legami militari e commerciali con la Cina e il Pakistan. Parte della colpa dell’inclinazione del Myanmar verso la Cina e il Pakistan è dell’India. Mostrando completa mancanza di realpolitik, Nuova Delhi aveva evitato i governanti militari myanmaresi mentre sosteneva apertamente la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi. La giunta, senza amici, optò per gli ‘amici’ disponibili. Un tempo il Myanmar chiamava la Cina “paukphaw“, in myanmarese fratello. La relazione strategica e militare tra i due portò alla vendita di aerei da combattimento, carri armati e missili cinesi al Myanmar. Consiglieri militari fecero subito seguito ed esercito, aviazione e marina furono addestrati da ufficiali cinesi. In cambio la Cina ebbe accesso ai porti del Myanmar, dando a Pechino influenza strategica nel Golfo del Bengala, nell’Oceano Indiano e nel Sud-Est asiatico. Preoccupante per l’India, la Cina ha costruito un’enorme base d’intelligence sull’isola Gran Coco, a soli 18 km dalle Andamane e Nicobare indiane, permettendo alla Cina di monitorare le attività militari indiane nella zona, compresi i test missilistici. Il Pakistan seguì la Cina; nel 2001 tre navi della marina pakistana, un sottomarino, una nave cisterna e un cacciatorpediniere, visitarono il porto di Yangon. Fu un evento senza precedenti, perché fino ad allora il Myanmar aveva sostenuto che non avrebbe permesso a marine straniere di visitare il Paese.

Arriva Mosca
Nonostante i profondi legami nella difesa, i myanmaresi erano restii a fare affidamento a soli due Paesi, soprattutto quando uno di essi è un noto paria internazionale. Il Myanmar non aveva mai del tutto dimenticato che, nel 1963, Mosca aveva fornito al governo militare appena insediatosi, tre elicotteri. La Russia, dopo aver perso terreno nelle ex-roccaforti Iraq, Libia e Siria, vide un’apertura in un mercato in crescita. Nel 2009 Mosca incrinò quel mercato vendendo alla Myanmar Air Force 20 MiG-29 per 570 milioni dollari, escludendo i cinesi che avevano offerto i loro caccia vetusti. La MiG Corp. russa ne approfittò contribuendo anche a migliorare le principali basi militari del Myanmar. Inoltre la Russia ha venduto al Myanmar elicotteri d’attacco Mi-35, velivoli d’addestramento, pezzi d’artiglieria, sistemi di difesa aerea, carri armati, radar e apparecchiature per comunicazioni. Secondo Wikileaks, i diplomatici russi poterono contattare segretamente i generali myanmaresi. “La Russia ha accesso eccezionale presso Naypyidaw (la capitale), anche tra i massimi leader militari, e (l’ambasciatore russo) è il difensore più esplicito delle politiche del regime, anche sulla situazione dei diritti umani, nelle sessioni di lavoro dei funzionari delle Nazioni Unite“, si legge nel cablo trapelato. I generali myanmaresi erano contenti di aver fatto gli acquisti giusti. Il cablo mostra che gli elicotteri russi furono usati con successo contro i ribelli kachin.

Il reset con l’India
Allarmata dalle basi militari e d’intelligence cinesi in Myanmar, l’India adottò in ritardo una svolta politica. Le forniture militari indiane ora arrivano nel Paese, tra cui velivoli da pattugliamento marittimo, cannoniere, artiglieria leggera da 105mm, mortai, lanciagranate e fucili. L’India avrebbe  accolto la richiesta del Myanmar di assistenza per la costruzione di pattugliatori d’altura (OPV). Ancora più importante, ha accettato la richiesta di raddoppiare il numero di ufficiali e marinai della marina myanmarese da addestrare, dagli attuali 50. L’India addestrerà anche i piloti degli elicotteri russi Mi-35 del Myanmar. Secondo The Diplomat, il Myanmar è attualmente impegnato in una corsa navale con il Bangladesh, tanto più che la situazione di stallo marittimo tra le due marine, nel 2008, non ritrasse le capacità navali myanmaresi sotto una luce particolarmente buona. E’ in tale contesto che il Myanmar ha chiesto altro all’India, nuovi radar, sensori e sonar per le sue fregate e corvette. Segnalando come l’India abbia abbandonato la reticenza gandhiana sulle esportazioni militari, il sonar montato su scafo (HUMSA) della Defences Research & Development Organisation, progettato per fregate leggere, corvette e OPV, viene esportato alla marina del Myanmar. I sonar sono anche parte di una più ampia catena di sensori navali forniti al Myanmar, che in passato inclusero il radar di ricerca 2D RAWL-02 Mk III in banda L della BEL, e radar di navigazione commerciali, utilizzati dalle navi della marina del Myanmar, riporta The Diplomat. La principale arma offensiva di queste navi è il missile antinave russo Kh-35 Uran.
Mentre l’India vorrebbe giocare un ruolo più importante in Myanmar, in particolare nel processo di democratizzazione, la giunta non ha alcun fretta di percorrere tale strada. Invece trova la scuola della democrazia di Vladimir Putin più adatta alle esigenze di un Paese in via di sviluppo che  annaspa tra i movimenti separatisti. Secondo Asia Times, il Myanmar sembra cercare altrove  ispirazioni e idee. Nel luglio del 2013, una delegazione parlamentare dal Myanmar guidata dallo speaker Shwe Mann visitò la Russia nell’ambito di una “missione di indagine” sul modello di democrazia della Russia. “Data la loro diffidenza per la democrazia, in primo luogo, e in particolare per quella polemica e rumorosa della vicina India, i governanti del Myanmar, che spesso hanno parlato in favore di una ‘democrazia disciplinata’, cercano in Russia delle idee…“, dice il report. Considerando lo stato della democrazia in India, non si possono criticare i myanmaresi per guardare altrove. Fintanto che il Myanmar non avrà a che fare con Pechino e Islamabad, Nuova Delhi dovrebbe benedire ciò.

557910_481800755217848_161325639_nTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’US Special Operations Command (SOCOM), svelati i segreti dell’esercito segreto

Nick Turse Global Research, 27 gennaio 2014

mcraven obamaAgiscono nello splendore verde della visione notturna nel sud-ovest asiatico e negli agguati nelle giungle del Sud America. Strappano [1] gli uomini dalle loro case nel Maghreb [2] e attaccano militanti pesantemente armati nel Corno d’Africa. Sentono gli spruzzi salati quando volano sulle onde turchesi dei Caraibi e azzurro intenso del Pacifico, svolgono missioni nei soffocanti deserti del Medio Oriente e nella gelida Scandinavia [3]. L’amministrazione Obama ha intrapreso una guerra segreta planetaria [4] la cui ampiezza finora non è mai stata pienamente rivelata. Dall’11 settembre 2001, le forze speciali degli Stati Uniti sono cresciute in modo inimmaginabile, sia in numeri che in budget. La cosa più significativa, tuttavia, è l’aumento delle operazioni speciali a livello globale. Questa presenza, oggi in quasi il 70% delle nazioni del mondo, fornisce un’ulteriore prova della dimensione e della portata della guerra segreta che si estende dall’America Latina alle terre più remote dell’Afghanistan, dalle missioni di addestramento con i loro alleati africani alle operazioni di spionaggio nel cyberspazio. Come notato, negli ultimi giorni della presidenza Bush, le forze speciali erano dispiegate [5] in 60 Paesi nel mondo. Nel 2010 erano 75, secondo [6] Karen DeYoung e Greg Jaffe del Washington Post. Nel 2011, il portavoce del Special Operations Command (SOCOM), colonnello Tim Nye disse  [7] a TomDispatch che la cifra totale era 120. Attualmente, questa cifra è ancora più elevata. Nel 2013, le forze d’elite statunitensi sono state schierate in 134 Paesi nel mondo, secondo il comandante Matthew Robert Bockholt, delle Pubbliche Relazioni del SOCOM. Tale aumento del 123% nel decennio di Obama dimostra come, oltre alla guerra convenzionale e alla campagna dei droni della CIA [8], alla diplomazia pubblica e all’ampio spionaggio elettronico [9], gli Stati Uniti siano impegnati in un’altra forma importante e crescente di proiezione di potenza all’estero. In gran parte condotte nell’ombra dalle truppe d’elite degli Stati Uniti, tali missioni avvengono lontano da occhi indiscreti, dei media e da qualsiasi tipo di controllo esterno, aumentando la possibilità di ritorsioni dalle conseguenze imprevedibili e catastrofiche.

Un settore in crescita
Formalmente istituito nel 1987, il Comando Operazioni Speciali è cresciuto rapidamente con l’11 settembre. Siamo stati informati che il SOCOM starebbe per raggiungere i 72000 effettivi nel 2014, dai 33000 nel 2001. I finanziamenti globali sono aumentati in proporzioni geometriche, tanto che il bilancio del 2001 di 2,3 miliardi di dollari ha raggiunto i 6,9 miliardi nel 2013 (10,4 se si aggiungono i finanziamenti supplementari). Lo schieramento di effettivi all’estero è esploso da 4900 uomini nel 2011 a 11500 nel 2013. In una recente indagine [10], TomDispatch, consultando i comunicati stampa del governo, documenti aperti e notizie, ha trovato le prove che le forze speciali degli Stati Uniti hanno cooperato con gli eserciti di 106 nazioni nel 2012-2013. Inoltre, durante il periodo i cui è stato preparato questo articolo, circa un mese [11], il SOCOM ha fornito statistiche precise sul numero totale di Paesi in cui ha schierato personale speciale: Berretti Verdi e Rangers, Navy SEAL e commando Delta Force. “Non l’abbiamo a portata di mano“, disse Bockholt del SOCOM in una intervista telefonica, mentre l’articolo era quasi finito. “Dobbiamo cercare tra molte altre cose. Ci vuole molto tempo“. Poche ore dopo, poco prima della pubblicazione, rispose alla domanda fattagli a novembre. “Le forze speciali sono state schierate in 134 Paesi“, nell’anno fiscale 2013, ha detto Bockholt in una e-mail.

Operazioni speciali globalizzate
6a0133f3a4072c970b014e884f866b970d-350wiL’anno scorso, il capo del Comando Operazioni Speciali, ammiraglio William McRaven, ha spiegato la sua visione della globalizzazione delle operazioni speciali. In una dichiarazione alla Commissione forze armate del Congresso, ha detto: “USSOCOM lavora a migliorare la rete globale delle forze per le operazioni speciali, supportando le nostre relazioni inter-istituzionali e i nostri partner internazionali, in modo da avere ampia conoscenza delle minacce e opportunità emergenti. La rete consente una presenza limitata e persistente nelle aree critiche e facilita l’opportunità di attuarle ove necessario e opportuno“. Anche se questa “presenza” può essere limitata, la portata e l’influenza di tali forze speciali è un’altra questione. Il salto del 12% di schieramenti, da 120 a 134, durante il periodo McRaven, ne riflette il desiderio di piazzarsi sul campo in tutto il pianeta. Il SOCOM non cita le nazioni interessate, rispettando la sensibilità delle nazioni ospiti e degli effettivi statunitensi, ma gli schieramenti che conosciamo gettano un po’ di luce sulla piena portata delle missioni segrete dell’US Army nel mondo. Ad esempio, gli scorsi aprile e maggio, il personale delle Operazioni Speciali ha partecipato ad esercitazioni a Gibuti, Malawi e isole Seychelles nell’Oceano Indiano. A giugno, i SEAL dell’US Navy si sono riuniti con forze irachene, giordane, libanesi e di altri alleati mediorientali realizzando simulazioni di guerra asimmetrica ad Aqaba, in Giordania. Il mese successivo, i Berretti Verdi si recarono a Trinidad e Tobago per avviare piccole unità tattiche  con le forze locali. Ad agosto, i Berretti Verdi hanno addestrato i marinai dell’Honduras [12] nel sabotaggio. A settembre, secondo il comunicato stampa [13], le forze speciali degli Stati Uniti si sono unite alle truppe d’elite dei 10 Paesi membri dell’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico: Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Thailandia, Brunei, Vietnam, Laos, Myanmar e Cambogia, così come con le loro controparti di Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Corea del Sud, Cina, India e Russia per esercitazioni antiterrorismo congiunte nel centro di addestramento di Sentul, Java occidentale. Ad ottobre, le truppe d’elite statunitensi hanno condotto raid [14] con i commando in Libia e Somalia, sequestrato [15] un sospetto di terrorismo nella prima nazione mentre i SEAL hanno ucciso almeno un militante nella seconda, prima che l’esercito li espellesse [16]. A novembre, le truppe per Operazioni Speciali hanno compiuto numerose operazioni umanitarie nelle Filippine per aiutare i sopravvissuti del tifone Hayan. Il mese successivo, i membri del 352° Gruppo Operazioni Speciali compiva [17] un’esercitazione in cui 130 piloti e sei aerei parteciparono da una base aerea in Inghilterra, e molti Navy SEAL furono feriti durante la partecipazione [18] a una missione di evacuazione in Sud Sudan. I Berretti Verdi hanno iniziato il 1° gennaio di quest’anno una missione di combattimento congiunta con le truppe d’élite afgane nel villaggio di Balhozi, provincia di Kandahar.
Tuttavia, tale schieramento in 134 Paesi non sembra sufficiente al SOCOM. Nel novembre 2013, il comando ha annunciato di avere cercato d’identificare dei partner industriali che potessero, nel quadro dell’Iniziativa della rete transregionale del SOCOM, “potenzialmente sviluppare nuovi siti internet diretti al pubblico straniero“, integrandosi alla rete globale dei dieci siti esistenti su internet dedicati alla propaganda diretta dai diversi comandi combattenti e volti ad assomigliare a media legittimi, come CentralAsiaOnline.com, Sabahi che puntano al Corno d’Africa, quello per il Medio Oriente noto come al-Shorfa.com, così come un altro per l’America Latina denominato Infosurhoy.com L’incremento di SOCOM nel cyberspazio riflette lo sforzo concertato del comando per integrarsi sempre più profondamente “nella rete.” “Ho corrispondenti in tutte le agenzie qui a Washington DC, CIA, FBI, National Security Agency, National Geo-Space Agency, Defense Intelligence Agency”, ha detto il comandante del SOCOM, ammiraglio McRaven, nel corso di una tavola rotonda al Centro Wilson di Washington, lo scorso anno. Quando parlava alla Biblioteca Ronald Reagan, a novembre, disse che il numero di dipartimenti e agenzie in cui è presente il SOCOM [19] è 38.

134 possibilità di ritorsione
Anche se eletto nel 2008 da coloro che lo vedevano come il candidato contrario alla guerra [20], il presidente Obama ha dimostrato di essere un comandante in capo risolutamente duro, le cui politiche hanno prodotto notevoli esempi di ciò che nel gergo della CIA si chiama “ritorsione” [21]. Sebbene l’amministrazione Obama abbia curato il ritiro delle truppe dall’Iraq (negoziato [22] dal suo predecessore), e la riduzione [23] delle truppe statunitensi in Afghanistan (dopo l’incremento significativo della presenza militare [24] in questi Paesi), il presidente ha deciso l’aumento della presenza militare statunitense in Africa [25], rivitalizzando [26] gli sforzi [27] in America Latina e tenendo un duro discorso sul riequilibrio o perno in Asia [28] (anche se finora poco è stato fatto in tale direzione). La Casa Bianca ha anche supervisionato la crescita esponenziale della guerra dei droni. Mentre il presidente Bush ha lanciato 51 di tali attacchi, il presidente Obama ne ha ordinato circa 330 [29], secondo un sondaggio del Bureau of Investigative Journalism di Londra. Proprio l’anno scorso, se ne contano in Afghanistan, Libia [30], Pakistan [31], Somalia [32] e Yemen [33]. Le recenti rivelazioni di Edward Snowden [34] sulla National Security Agency hanno dimostrato la terribile grandezza e portata globale della sorveglianza elettronica degli Stati Uniti negli anni di Obama. E ombra profonda, le forze speciali sono state schierate quest’anno in un numero più che doppio di nazioni che alla fine della presidenza Bush. Tuttavia, negli ultimi anni le conseguenze non intenzionali delle operazioni militari degli Stati Uniti hanno contribuito a seminare malcontento e indignazione, incendiando intere regioni. Più di 10 anni dopo la “missione compiuta” [35] degli Stati Uniti, e sette anni dopo il vantato incremento [36] di truppe dispiegate dagli Stati Uniti, l’Iraq è in fiamme [37]. Un Paese in cui non vi era alcuna presenza di al-Qaida prima dell’invasione degli Stati Uniti [38] e il cui governo si era opposto [39] ai nemici degli Stati Uniti di Teheran, ora vede il suo governo centrale allineato [40] all’Iran e in due delle sue città [41] sventolarvi la bandiera di al-Qaida.
Il recente  intervento statunitense per precipitare il rovesciamento del dittatore libico Muammar Gheddafi ha contribuito a spingere nella spirale il vicino Mali, baluardo regionale filo-Stati Uniti contro il terrorismo, quando un ufficiale addestrato dagli Stati Uniti ha effettuato un colpo di Stato che finalmente ha prodotto il sanguinoso attacco terroristico contro un impianto gasifero algerino, scatenando una sorta di diaspora del terrore [42] nella regione. In questo momento, il Sud Sudan,  nazione covata dagli Stati Uniti che supportano economicamente [43] e militare [44] (anche se usa bambini soldato [45]) ed è stata utilizzata come base segreta [46] per le Operazioni Speciali, è lacerata dalle violenze e scivola verso la guerra civile [47]. La presidenza Obama ha visto la forza militare degli Stati Uniti utilizzare sempre più l’élite tattica per raggiungere obiettivi strategici. Ma tenendo le missioni delle forze speciali sotto stretto riserbo, gli statunitensi “ne sanno poco su dove siano schierate le loro truppe, cosa facciano esattamente e le conseguenze che ne potrebbero derivare”. Come l’ex-colonnello Andrew Bacevish, professore di storia e relazioni internazionali alla Boston University, ha detto: “con l’uso delle forze per operazioni speciali negli anni, Obama ha ridotto la responsabilità militare, aprendo la strada alla guerra infinita e rinforzando la “presidenza imperiale“.” “In breve“, scrisse a TomDispatch [48] “assegnare la guerra ai pochi effettivi speciali spezza il sottile legame tra guerra e politica, trasformando la guerra in una guerra fine a se stessa.”
Le operazioni segrete condotte dalle forze segrete hanno la spiacevole tendenza a produrre effetti indesiderati, inattesi e del tutto disastrosi. I newyorkesi ricordano [49] anche il risultato finale [50] del supporto clandestino [51] [52] degli Stati Uniti ai militanti islamici contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, durante gli anni ’80: l’11 settembre. Ma per quanto strano possa sembrare, coloro che  quel giorno subirono invece l’attacco principale, al Pentagono [53], non sembrano aver imparato la lezione di quella rappresaglia mortale. Finora, in Afghanistan e in Pakistan, oltre 12 anni dopo l’invasione degli Stati Uniti del primo e quasi 10 anni [54] dopo essersi impegnati in attacchi segreti [55] nel secondo, gli Stati Uniti sono ancora alle prese con gli effetti collaterali della guerra fredda: ad esempio, quando i droni della CIA lanciano missili [56] contro l’organizzazione (la rete Haqqani [57]), a cui negli anni ’80 l’agenzia fornì dei missili. [58]
Senza una chiara idea su dove attualmente operino le forze armate clandestine e di ciò che fanno, gli statunitensi non possono prevedere conseguenze e ritorsioni dell’espansione delle nostre guerre segrete che inondano il mondo. Ma se la storia ci insegna qualcosa, tali conseguenze si faranno sentire dall’Asia del Sud-ovest al Nord Africa, dal Medio Oriente all’Africa Centrale e, infine, è possibile che si faranno anche sentire negli Stati Uniti. Nel suo piano d’azione per il futuro, SOCOM 2020, l’ammiraglio McRaven ha provato a spacciare la globalizzazione delle operazioni speciali degli Stati Uniti come “strumento di potenza per progettare e promuovere la stabilità e impedire i conflitti” E’ possibile che lo scorso anno sia stato dedicato dal SOCOM nel fare esattamente l’opposto in 134 posti.

Nick Turse è redattore di Tomdispatch.com e ricercatore presso l’Istituto Nation. È l’autore di  The Complex: How the Military Invades Our Everyday Lives e della storia dei crimini di guerra USA in Vietnam Kill Anything That Moves: The Real American War in Vietnam (pubblicati da Metropolitant).

Bono Vox e l'ammiraglio McRaven

Bono Vox e l’ammiraglio W. McRaven

Note
[1] US commando raids: John Kerry defends capture of Libyan terror suspect Abu Anas al-Liby in Tripoli – UK – News – The Independent
[2] U.S. Raids in Libya and Somalia Strike Terror Targets – NYTimes.com
[3] US Army special forces in Finland for winter war games | Yle Uutiset | yle.fi
[4] Tomgram: Nick Turse, Special Ops Goes Global | TomDispatch
[5] Operaciones especiales se desplegaron en 60 paises SOCOM
[6] U.S.’s secret wars; expands globally as Special Operations forces take larger role
[7] Tomgram: Nick Turse, Uncovering the Militar’s Secret Military | TomDispatch
[8] Tomgram: Engelhardt, Assassin-in-Chief | TomDispatch
[9] Tomgram: Engelhardt, You Are Our Secret | TomDispatch
[10] Tomgram: Nick Turse, Special Ops Goes Global | TomDispatch
[11] Tomgram: Nick Turse, Special Ops Goes Global | TomDispatch
[12] 130807-A-YI554-133
[13] Indonesia, US Deepen Defense Ties Amid Exercises and Arms Deals | Defense News | defensenews.com
[14] US special forces raids target Islamist militants in Libya and Somalia | World news | theguardian.com
[15] U.S. forces raid targets in Libya, Somalia, capture al Qaeda operative – CNN.com
[16] U.S. strikes al-Shabab in Somalia and capturesbombing suspect in Libya – The Washington Post
[17] 352nd SOG conducts exercise at RAF Fairford – AFSOC
[18] U.S. Mission in South Sudan Shows Limits of Military – NYTimes.com
[19] Defense.gov News Article: Socom Planning Ahead for Future Missions, McRaven Says
[20] As Candidate, Obama Carves Antiwar Stance – New York Times
[21] Best of TomDispatch: Chalmers Johnson, The CIA and a Blowback World | TomDispatch
[22] Obama living up to Bush's terms on Iraq withdrawal, spokesman says – Los Angeles Times
[23] Washington Post Washington Post
[24] How Obama Came to Plan for ‘Surge’ in Afghanistan – NYTimes.com
[25] Tomgram: Nick Turse, AFRICOM’s Gigantic “Small Footprint” | TomDispatch
[26] U.S. Turns Its Focus on Drug Smuggling in Honduras – NYTimes.com
[27] US Expands Its Presence in Mexico, Ramping Up Drug War
[28] USA upgrading in Asia, but pivot is questioned
[29] A changing drone campaign: US covert actions in 2013 | The Bureau of Investigative Journalism
[30] U.S. forces raid targets in Libya, Somalia, capture al Qaeda operative – CNN.com
[31] A changing drone campaign: US covert actions in 2013 | The Bureau of Investigative Journalism
[32] A changing drone campaign: US covert actions in 2013 | The Bureau of Investigative Journalism
[33] A changing drone campaign: US covert actions in 2013 | The Bureau of Investigative Journalism
[34] Edward Snowden: how the spy story of the age leaked out | World news | The Guardian
[35] Ten Years Ago: Bush Declared 'Mission Accomplished—and the Media Swooned | The Nation
[36] Timeline: The Iraq Surge, Before and After (washingtonpost.com)
[37] Iraq’s ‘increasingly authoritarian’ policies partly to blame for violence, says former U.S. official – Amanpour – CNN.com Blogs
[38] Bush Acknowledges Absence Of Al Qaeda In Pre-Occupation Iraq With A So What?
[39] After U.S. War in Iraq, Iran Gains Political Influence – TIME
[40] Iraq-Iran Ties Grow Stronger As Iraq Rises From The Ashes
[41] PBS
[42] Tomgram: Nick Turse, Blowback Central | TomDispatch
[43] Politics News and U.S. Elections Coverage – ABC News
[44] In South Sudan's violence, U.S.-backed army part of the problem | World | McClatchy DC
[45] U.S. Approves Military Aid For Countries With Child Soldiers | ThinkProgress
[46] Where’s Joseph Kony? US troops have yet to find him — Bangor Daily News — BDN Maine
[47] Politics News and U.S. Elections Coverage – ABC News
[48] Tomgram: Andrew Bacevich, The Golden Age of Special Operations | TomDispatch
[49] The New York Times
[50] Best of TomDispatch: Chalmers Johnson, The CIA and a Blowback World | TomDispatch
[51] Missing from 9/11 anniversary coverage: crucial context and history
[52] Ronald Reagan and King Fahd
[53] Pentagon Attack Remembered 11 Years After 9/11 Terrorist Strike
[54] Origins of C.I.A.’s Not-So-Secret Drone War in Pakistan – NYTimes.com
[55] Six-month update: US covert actions in Pakistan, Yemen and Somalia | The Bureau of Investigative Journalism
[56] U.S. Drone Strike Kills 6 in Pakistan, Fueling Anger – NYTimes.com
[57] Haqqani Network | Mapping Militant Organizations
[58] Brutal Haqqani Clan Bedevils U.S. in Afghanistan – NYTimes.com

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

India-USA: la crisi “Maidgate” infuria

Jurij Kirillov New Oriental Outlook 12/01/2014

us-indiaIl governo indiano ha recentemente deciso di ritardare il prossimo round di colloqui energetici bilaterali con gli Stati Uniti, che avrebbe dovuto tenersi all’inizio di gennaio. Lo scandalo diplomatico scoppiato un mese fa è lontanissimo dal concludersi. La bomba politica fatta esplodere il 12 dicembre 2013, quando la vice-console indiana Deviyani Hobragade è stata arrestata in pieno giorno a New York. Trattata piuttosto rudemente dagli agenti di polizia degli Stati Uniti, e soprattutto sottoposta all’umiliante perquisizione corporale. La donna è accusata di frode poiché avrebbe sottopagato la cameriera. Deviyani Hobragade è stata rilasciata su cauzione, ma se le autorità statunitensi dovessero processarla, potrebbe subire 10 anni di carcere. Questo incidente ha scatenato proteste e gravi irritazioni in India, sia nel governo che nel pubblico, dato che tale trattamento su una persona che gode di immunità diplomatica è ritenuto inaccettabile. La situazione s’è tesa poiché, secondo le tradizioni indiane, si può arrestare e ammanettare una donna colta come Deviyani Hobragade solo in caso di necessità, il che significa che avrebbe dovuto commettere un grave crimine. Il Paese ha visto proteste di massa, persone che bruciavano bandiere statunitensi e chiedevano il boicottaggio di merci e ristoranti statunitensi, quest’ultimo parzialmente rigettato. A causa di tale discordia un certo numero di politici indiani, tra cui il presidente del Parlamento indiano, si sono rifiutati di incontrare i loro omologhi statunitensi.
Il ministero degli Esteri indiano ha esortato gli Stati Uniti a sospendere il perseguimento della vice-console indiana ed ha avvertito gli statunitensi che una serie di gravi passi sarebbe seguita. I diplomatici degli Stati Uniti in India hanno perso una serie di privilegi di cui godevano per il loro status. L’India ha detto che il club sul territorio dell’ambasciata statunitense, al centro di Delhi, con i suoi ristoranti e negozi, deve essere chiuso a qualsiasi residente o visitatore non diplomatico, e che dovrebbe cessare tutte le “attività commerciali” entro il 16 gennaio. Da decenni i cittadini statunitensi impiegati in India, e gli ospiti della missione statunitense, utilizzavano questo club.
La reazione delle autorità indiane per l’incidente è stata supportata dal Pakistan, l’ambasciatore pakistano a New Delhi ha detto, riferendosi alla Convenzione di Vienna, che tale trattamento dei rappresentanti diplomatici all’estero è inaccettabile. Nel pieno della campagna antiamericana, la stampa indiana ricordava come nel 2010 due diplomatici indiani subirono un trattamento altrettanto irrispettoso negli aeroporti degli Stati Uniti: furono perquisiti e costretti a togliersi il turbante. Alcune fonti giornalistiche ritengono che la crisi attuale in India, denominata “Maidgate” è la peggiore tra i due Paesi dal 1998. Poi Washington reagì in modo critico verso i test nucleari di Delhi. Molti osservatori ritengono che Washington abbia così sepolto i propri interessi geopolitici nella regione, ritenuta di grande importanza strategica per gli Stati Uniti per numerosi motivi, ma il più importante è l’opposizione alla Cina e il mantenimento dell’influenza politica su Pakistan e Kabul, in particolare nel contesto del prossimo ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan. Altri credono che i due Paesi abbiano accumulato una serie di vecchi problemi politici, economici e di altro tipo, che ostacolano la cooperazione pacifica. L’anno scorso, per esempio, ha visto la crescente tensione tra i due Paesi sul commercio bilaterale, la tutela della proprietà intellettuale e il rilascio dei visti ai lavoratori indiani che si specializzano nelle tecnologie dell’informazione. Pertanto, l’incidente con la vice-console dell’India non è stato ignorato e ha causato una lunga serie di conseguenze.
Secondo il portavoce del ministero degli Esteri Syed Akbaruddin, gli Stati Uniti hanno chiesto all’India di ritirare l’immunità a Deviyani Hobragade, così ha lasciato gli Stati Uniti il 9 gennaio. Contemporaneamente, gli indiani hanno chiesto a un diplomatico statunitense in India di fare i bagagli e tornarsene a casa. Parlando delle ripercussioni internazionali dell’incidente di dicembre, il ministro degli Affari parlamentari dell’India, Kamal Nath, ha osservato che il comportamento mostrato dagli Stati Uniti deve essere preso sul serio da tutti i Paesi, domani una storia simile potrebbe accadere a chiunque.

Jurij Kirillov, esperto di Medio Oriente e Nord Africa, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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