La Quinta Colonna islamista di Gaza diretta da Golfo e occidente: Egitto e Siria

Boutros Hussein e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 14 aprile 2014

331724_US-Saudi-ArabiaSe si vuole vedere il vicolo cieco del radicalismo taqfirista, allora basta osservare il mantra di odio e discordia a Gaza, perché questa realtà estraniata dice tutto sulla realtà internazionale di tale forma d’Islam. L’islamismo taqfirista non si preoccupa dell’identità nazionale, pertanto uccidere connazionali fa parte dell’attuale distruzione delle rispettive civiltà. Tale realtà significa che nazioni come USA, Francia, Israele, Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Regno Unito possono dirigerli manipolando vari ordini del giorno. Il risultato è che i “jihadisti internazionali” possono essere manipolati subito, mentre i “jihadisti interni” diventano la quinta colonna, come si vede in Afghanistan, Egitto, Iraq, Libia, Nigeria, Pakistan e Siria. In Egitto e in Siria i militanti islamici interni uccidono egiziani e siriani con gioia, perché la loro visione del mondo schizofrenica segue l’indottrinamento taqfirista e dei fratelli musulmani. Sarebbe stato impensabile, in passato, che i palestinesi desiderassero la jihad contro Egitto e Siria, piuttosto che occuparsi della questione palestinese. Tuttavia, i petrodollari del Golfo e la diffusione dell’ideologia salafita hanno modificato il panorama religioso e politico. Naturalmente, gli islamisti di Gaza non sono abbastanza potenti da cambiare gli eventi in Egitto e Siria. Nonostante ciò, è chiaro che gli islamisti di Gaza possono provocare caos nel Sinai e in Siria grazie ai rifornimenti di armi e partecipando al terrorismo. Allo stesso modo, se gli islamisti rispettano la melodia dei nuovi pifferai magici, continueranno a seminare altre divisioni. Ahimè, nella moderna Siria vari gruppi terroristici islamici taqfiristi, nel 2014 si massacrano a vicenda e ciò viene replicato in Afghanistan e in altre nazioni dove tale virus è libero. I petrodollari del Golfo seminano la frantumazione dei sunniti autoctoni, creando destabilizzazione, diffondendo settarismo, suscitando il terrorismo contro le minoranze non musulmane. USA, Francia, Israele, Turchia e Regno Unito “cavalcano tale tigre islamista” destabilizzando le nazioni che vogliono schiacciare. Naturalmente, l’Afghanistan fu il trampolino di lancio negli anni ’80 e primi anni ’90, ma l’evoluzione e la diffusione del salafismo è molto più potente oggi.
In Libia era necessaria la forza della NATO per bombardare e, naturalmente, agenti segreti erano  sul terreno alleati delle varie milizie e gruppi affiliati di al-Qaida. Allo stesso modo, in Siria è chiaro che gli affiliati di al-Qaida, i vari gruppi terroristici salafiti, collaborano con le potenze del Golfo e della NATO. Pertanto, in Libia e Siria sono principalmente i fratelli mussulmani, assieme ai jihadisti internazionali, che lavorano per USA, Francia, Israele, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito. Il colonnello Gheddafi in Libia non poteva mai prevedere che i libici avrebbero apertamente collaborato con le forze della NATO e che i jihadisti internazionali l’avrebbero ritenuto  un apostata. Eppure, la Libia è stata schiacciata tramite la manipolazione del malcontento interno  da parte di nazioni estere, le potenze della NATO e del Golfo e dalla terza trinità, da jihadisti internazionali e predicatori salafiti che istigano all’odio. La Siria affronta la stessa trinità, nonostante gli eventi sul campo siano assai diversi grazie alla persistenza delle Forze Armate della Siria ed altri fattori importanti. E’ interessante notare che mentre il caos abbonda in molte nazioni della cosiddetta “primavera araba”, che in realtà dovrebbe essere chiamata “cooperazione occidentale e del Golfo”, Israele e Arabia Saudita ne sono uscite indenni, mentre i jihadisti internazionali e militanti in Siria sono impegnati a combattere e uccidere in nome di Allah; è evidente che non si preoccupano d’Israele a sud e di Turchia e NATO a nord. Infatti, in più occasioni Israele ha bombardato la Siria e ciò non ha suscitati vere manifestazioni di massa, né convulsioni politiche in Medio Oriente. Allo stesso modo, è evidente che i gruppi affiliati ad al-Qaida siano notevolmente forti nel nord della Siria, potendo utilizzare la NATO in Turchia per i rifornimenti di armi.
In un video diretto ai militanti di Gaza, l’islamista shayq Ahmad Uwayda istiga all’odio verso la Siria, affermando che “è il momento del sangue e della distruzione, dell’invasione e delle battaglie“. Altre osservazioni nel video, durante la manifestazione a Gaza, sono dirette contro Egitto e Siria. Improvvisamente, il ruolo di NATO e Israele appare assai distante e chiaramente per gli intermediari delle potenze del Golfo ed occidentali, ciò è un risultato notevole. Dopo tutto, indica che l’Islam militante può essere usato come “cavallo di Troia” nella destabilizzazione interna. Pertanto, al momento giusto i jihadisti internazionali lavorano per le potenze del Golfo e occidentali. Uwayda ha dichiarato che in Egitto la “lancia dell’Islam punta al petto della spregevole laicità… Sei la nostra speranza che la shariah ritorni a ciò che era prima“.
Il Programma di studio sul terrorismo riferisce che “Post sulle bacheche jihadiste suggeriscono che ora è il momento per i jihadisti di attaccare l’Egitto per vendicarsi dell’esercito egiziano“. “Non è più possibile chiudere un occhio sul fatto ovvio che laici e miscredenti idolatri siano ostili all’Islam e gli  muovano guerra e odio“, ha detto Abdullah Muhammad Mahmud del gruppo jihadista Fondazione per gli studi e la ricerca Dawat al-Haq, scrivendo in un forum jihadista, come ha riportato il Long War Journal. “Se la jihad non viene dichiarata oggi per difendere la religione, quando lo sarà?” continuava: “I musulmani aspetteranno fin quando non verrà vietateo pregare nelle moschee?! Potranno attendere fino a quando la barba diventerà un’accusa punita con la reclusione?! Potranno aspettare fin quando i loro figli saranno nelle carceri a decine di migliaia, torturati, passandovi decine di anni della loro vita?” “O musulmani d’Egitto, se non fate la jihad oggi, allora è solo colpa vostra“. L’Egitto è molto più complesso, perché mentre Golfo e potenze occidentali hanno tutti governi anti-siriani, non succede lo stesso per questa nazione. Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo (tranne il Qatar pro-fratelli musulmani e terrorismo) sostengono finanziariamente l’Egitto perché temono di perdere la loro base di potere interna. Infatti, l’Arabia Saudita è contro l’ordine del giorno pro-fratelli musulmani dell’amministrazione Obama che ha provocato lo scontro tra Riyadh e Washington. Tuttavia, la questione della diffusione del salafismo è un problema reale per l’Egitto e altri Paesi come la Tunisia. Pertanto, i petrodollari del Golfo non devono poter diffondere l’ideologia islamista. In altre parole, i religiosi musulmani indigeni devono tendere allo spirito. Le questioni relative ai fratelli Musulmani devono essere risolte, perché tale movimento islamico vuole imporre la sua ideologia al popolo d’Egitto. Al-Ahram Weekly ha riferito nel periodo cruciale dell’anno scorso che: “Muhammad Guma, specialista di questioni palestinesi del Centro di studi politici e strategici al-Ahram, dice che mentre il “rapporto organico” tra Hamas e Fratellanza musulmana è da tempo noto, Hamas rischia di perdere quei legami mentre la brigata al-Qasam attraversa Gaza. Vi sono, dice Guma, differenze all’interno di Hamas su come rispondere agli sviluppi in Egitto. Alcuni nel movimento sollecitano moderazione ed evitano una retorica che possa essere vista come provocazione dall’esercito egiziano. La comparsa di un convoglio di al-Qasam, sostiene, suggerisce che tali voci perdono davanti allo zelo pro-fratellanza musulmana del contingente. Il governo di Hamas vede il Sinai come suo cortile di casa“, dice Guma, “un corridoio di sicurezza per armi e altre esigenze strategiche. Questo è il motivo per cui il movimento sostiene gli attacchi contro le forze di sicurezza egiziane nel Sinai. E spiega perché così tanti elementi palestinesi siano apertamente per le operazioni contro l’esercito“.
Il governo siriano nel frattempo lotta per la sua sopravvivenza contro la trinità blasfema contro questa nazione. Allo stesso modo, l’Egitto affronta convulsioni politiche interne e la minaccia terroristica nel Sinai e in altre parti del Paese. La Libia ha ceduto alla trinità e chiaramente la Siria affronta la stessa combinazione di forze, nonostante le situazioni interne siano molto diverse. Dopo tutto la Libia è stata solo “abbandonata ai lupi”, ma diverse potenti nazioni sostengono la Siria, nonostante il loro sostegno sia insufficiente rispetto a quello dei nemici della Siria. In altre parole, se le potenze del Golfo e occidentali decidono collettivamente la destabilizzazione, chiaramente le nazioni di Nord Africa e Medio Oriente vi sono assai vulnerabili. La grazia salvifica dell’Egitto è che la maggior parte delle nazioni del Golfo si oppone all’amministrazione di Obama, quando si tratta di essa. Tuttavia, la Siria non è così fortunata perché questa nazione affronta la manipolazione estera e la trinità brutale che rifiuta di andarsene. Gli islamisti di Gaza apertamente celebrano l’assassinio dei siriani e istigano all’odio contro questa nazione laica. In nessun punto mostrano la stessa volontà di morire contro Israele o la NATO in Turchia. Allo stesso modo, i jihadisti palestinesi taqfiristi sono coinvolti nella diffusione di terrorismo e caos nel Sinai, e più recentemente gli sciiti in Libano sono aggrediti dalle stesse forze che hanno abbandonato la causa palestinese. Pertanto, la schizofrenia islamista salafita è un ottimo strumento di USA, Francia, Israele, Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Regno Unito nel breve termine, nazioni che condividono la stessa visione.
Gli islamisti a Gaza ora esprimono odio principalmente contro la Siria, ma anche contro l’Egitto. Il Long War Journal ha riportato, lo scorso anno: “nel mercato aperto della jihad in Siria, i giovani islamci arrivano da ogni dove per combattere” contro il regime di Assad. L’autore stesso s’è vantato che “convogli di mujahidin” di Gaza si recano in Siria per combattere e che alcuni vi sono morti“. In altre parole, l’Islam militante è uno comodo strumento della manipolazione delle nazioni estere che desiderano cambiare il panorama politico e militare. Naturalmente, se l’Afghanistan e la Libia vengono visti nel lungo termine, proprio come la destabilizzazione dell’Iraq e le politiche autodistruttive del Pakistan, allora il lungo termine sarà molto diverso, a meno che non si sostengano Stati falliti, terrorismo, settarismo, misoginia e frantumazione religiosa e culturale.
Gli islamisti di Gaza sono solo un pezzo di un puzzle molto complesso. Tuttavia, se possono abbandonare la loro patria per uccidere altri musulmani e arabi, perseguitare minoranze religiose e partecipare alle politiche antisciite in Siria, allora ciò evidenzia la nuova forza sostenuta dal Golfo e dai circoli occidentali. Infatti, le nazioni estere non hanno bisogno di una presenza sul terreno come in Afghanistan e in Iraq. Invece, la trinità può fare tutto da lontano e, se è necessario un sostegno extra, allora si potenzieranno le ratlines assieme all’ulteriore indottrinamento salafita.

26cnd-hamas.600Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hezbollah è un fattore di stabilizzazione nel Levante a differenza di Arabia Saudita e Qatar

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 7 gennaio 2014
Hizbollah_Haitham_pic_1Gli intrighi collettivi occidentali e del Golfo nel Levante creano caos e diffondono settarismo. In Libano il movimento Hezbollah cerca di contenere tali forze oscure mantenendo forti relazioni con i potenti leader cristiani come Michel Aoun. Allo stesso tempo, Hezbollah sostiene il ricco mosaico religioso in Siria. Pertanto, mentre le potenze del Golfo e occidentali, a fianco della Turchia, cercano di schiacciare il governo laico in Siria, è chiaro che Russia, Iran e Hezbollah non lo vogliono. Le forze armate siriane sono multi-religiose, in linea con la nazione della Siria, e chiaramente l’unico settarismo appartiene ai nemici di questa nazione. Infatti, la Siria ha accolto un gran numero di sunniti fuggiti da Palestina e Iraq. Pertanto, le nazioni esterne alla regione s’ingeriscono in Siria, aperta a tutti i rifugiati indipendentemente dall’appartenenza religiosa. Questa realtà ha significato che i cristiani in fuga dall’Iraq, dopo la destabilizzazione di questa nazione, sono fuggiti in Siria per sottrarsi al settarismo e al terrorismo. Purtroppo, gli intrighi delle potenze del Golfo e occidentali spingono numerosi siriani di tutte le fedi a fuggire dalla distruzione generata dall’ingerenza estera.
I taqfiri e i salafiti sunniti entrano in Siria da molte nazioni e chiaramente la Turchia della NATO è una via aperta ai più vili jihadisti del pianeta. Dopo tutto, il cosiddetto jihad islamico in Siria si basa solo su terrorismo, settarismo, decapitazione, distruzione dell’economia ad opera di forze esterne. Si noti, i cosiddetti jihadisti islamici non combattono la NATO in Turchia, a nord o, Israele a sud, invece massacrano e indottrinano la Siria. In altre parole, i jihadisti islamici non sono solo “pedine ottuse” finanziate dai ricchi Paesi del Golfo, ma tali ipocriti sono anche i nemici del Levante, perché desiderano seminare guerre settarie. Ancora una volta, i governi di USA e Regno Unito contribuiscono a scacciare i cristiani, proprio come hanno fatto in Iraq e in Kosovo. Infatti, il presidente degli USA Obama sostiene anche la Fratellanza musulmana in Egitto, nonostante tale movimento sia anti-cristiano e anti-secolare. Tuttavia, le masse in Egitto si sono svegliate davanti la minaccia oscura dei Fratelli musulmani e anche le forze armate della Siria rifiutano di abbandonare la loro Patria. In Siria le forze di Hezbollah combattono per la ricchezza del Levante, nonostante la propaganda abbracciata dai media nei confronti di questo movimento. Dopo tutto, quando gli islamisti taqfiri prendono il controllo di villaggi prevalentemente alawiti e cristiani, le due comunità fuggono. Lo stesso accade quando il brutale esercito libero siriano (ELS) entra nelle zone miste o nei villaggi appartenenti alle varie minoranze. Eppure, quando Hezbollah aiuta le forze armate della Siria, allora questo movimento s’impegna solo nella lotta contro le varie forze settarie e terroristiche.
Hezbollah non è interessato a imporre la propria fede su nessuno. Al contrario, è chiaro che Hezbollah appoggia i palestinesi principalmente sunniti, proprio come questo movimento collabora strettamente con le potenti forze cristiane del Libano guidate da Michel Aoun. Infatti, il movimento attuale di Hezbollah assomiglia per molti aspetti al governo laico della Siria e ciò vale nel sostegno al mosaico etnico e religioso del Levante. Questa realtà evidenzia la chiara mistificazione sul presunto settarismo di Hezbollah e del governo della Siria. Tuttavia, dall’altra parte si ha il brutale settarismo di Arabia Saudita e Qatar, che sostengono molti movimenti salafiti e taqfiri in varie nazioni. Naturalmente, in Siria le potenze feudali del Golfo sostengono apertamente il terrorismo e il settarismo. Inoltre, i petrodollari del Golfo finanziano la diffusione mondiale di un’ideologia basata sulla supremazia e l’odio. Come al solito, le potenze occidentali non si preoccupano della fede cristiana, perché in Arabia Saudita non è consentita una chiesa cristiana e gli apostati affrontano la morte. L’Arabia Saudita ora cerca di diffondere il dissenso in Libano, finanziando le forze armate di questa nazione. Nonostante ciò, molti potenti leader religiosi regionali comprendono appieno le cattive azioni in corso in tutto il Levante, causate dagli intrighi delle potenze del Golfo e occidentali. Pertanto, Hezbollah continuerà a lottare contro le nazioni estere che cercano di alterare le dinamiche indigene del Levante.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hamas opera in Tunisia dall’aprile 2011

Lilia Ben Rejeb TunisieSecret 5 gennaio 2014

Diversi terroristi palestinesi sono presenti in Tunisia dal 2011. Appartengono tutti al gruppo terroristico Hamas, controllato dall’oligarchia islamo-mafiosa del Qatar. Sono discreti, ma le loro azioni non sono meno pericolose di quelle dei loro fratelli jihadisti di Ansar al-Sharia, la sezione nel Maghreb di al-Qaida. Ecco l’elenco non esaustivo dei terroristi in letargo in Tunisia, in attesa di attivarsi.

29kz1baMentre si sollazza il pubblico con la “lotta al terrorismo” contro i criminali di Abu Iyadh, mercenari di al-Qaida nel Maghreb, altri terroristi, altrettanto determinati e pericolosi, sono in sonno in questa oasi di pace che era la Tunisia. Tali palestinesi appartengono al gruppo terroristico Hamas, il movimento che gli strateghi israeliani lasciarono proliferare per distruggere l’OLP ed emarginare Yasir Arafat. Dall’aprile 2011, alcuni attivisti di Hamas si stabilirono in Tunisia, precisamente a Biserta, Tunisi e Susa. La stessa “migrazione” si ebbe in Egitto, dove gli estremisti palestinesi furono un valido supporto dei Fratelli musulmani, all’inizio della destabilizzazione del Paese nel 2011, che il ministero degli Interni egiziano accusò del coinvolgimento negli attentati a Mansura e Sharqiya (delta del Nilo). Secondo le autorità egiziane, gli attentati attribuiti ai Fratelli musulmani non potevano avvenire senza l’assistenza dei terroristi di Hamas. Non è un caso se il loro leader, il rinnegato Ismail Haniyah, abbia recentemente dichiarato, “Abbiamo 25000 soldati a Gaza e 5000 kamikaze pronti a colonizzare l’Egitto e a distruggere in poche ore esercito e polizia egiziani rimettendo Muhammad Mursi al potere“! Un giornalista egiziano ha risposto ironicamente: “Se hai tutto questo potere, perché non liberi la tua terra dal colonialismo israeliano!” Questo compare del Qatar, dal 4 al 9 gennaio 2012, avrebbe compiuto una visita “ufficiale” nella Tunisia piegata da Qatar, Stati Uniti e dalla loro quinta colonna locale. All’aeroporto di Tunisi-Cartagine, 2000 teppisti accolsero tale farabutto gridando “Uccidere gli ebrei è un dovere”. Con le Qafyah al collo e bandiere palestinesi in mano, questi cani scatenarono un odio fanatico contro gli ebrei che i tunisini non hanno; impulsi antisemiti generati dalla “rivoluzione dei gelsomini”.
Secondo le nostre informazioni, tratte dalla rete patriottica presso il ministero degli Interni, il numero di terroristi di Hamas stabilitisi in Tunisia varia tra i 100 e i 150 elementi, entrati regolarmente Tunisia con passaporti giordani, egiziani e siriani, tra aprile 2011 e settembre 2012. Secondo i nostri informatori, Rashid Ghannuchi e i servizi segreti del Qatar decisero il trasferimento di tale “tecnologia” jihadista, nel caso ci fosse stata qualche brutta sorpresa dall’esercito o dalla polizia. Il traditore generale Rashid Amar lo sapeva, così come l’attuale ministro degli Interni Ben Jedu. Anche qui, come ha riferito il sito Mosaique FM il 7 agosto 2013: “Secondo il giornale al-Sahafa, fonti palestinesi hanno assicurato che il partito Hamas ha addestrato alcuni membri di un partito politico tunisino nell’uso delle armi armi da fuoco e alle arti marziali a Gaza. Il leader del partito Fatah Jibril Rajub ha assicurato che alcuni istruttori di Hamas si recarono in Tunisia per addestrare i membri dello stesso partito, pur precisando che si tratta di un partito politico e non di un gruppo di salafiti.” Abbiamo capito che il partito politico in questione è al-Nahda e il suo braccio armato Ansar al-Sharia, che secondo alcuni, all’epoca, prima degli eventi di Shambi, era libero di praticare lo sport! Tra tali elementi di Hamas, molti si iscrissero all’università tunisina, e altri aprirono uffici di studio e d’import-export, copertura ideale per nascondere le vere ragioni della loro presenza in Tunisia. Ecco l’elenco di alcuni dei nomi che abbiamo avuto. Ai nostri colleghi condurre le indagini su di loro, cosa facilitata dal fatto che alcuni membri di Hamas hanno il permesso di soggiorno di lunga durata in perfetta regola, e altri lo sono con il pretesto di un tirocinio presso il ministero degli Interni: Yusif Mahmud Hassan, Imad Yahia Abdul Rahman, Saib Said Badr, Mahmud Aqram, Hassan al-Zin, Abdallah Nuaym Said Abid, Qalud Salah Ali Hassuna, Ahmad Muhammad al-Baltiqi, Muhammad Ashraf Muhammad Muslim (pseudonimo), Ibrahim Yahya Mujahid (pseudonimo), Ahmad Ramadan, Wail Muhammad, Ibrahim Ahmad al-Qar, Wisam Qalid Abu Zid (pseudonimo), Muhammad Ahmad, Abdaljawid Abu Taha, Suhayl Hassan al-Balta, Ahmad Muhammad Nuaym, Mustafa Abdallah Aqqad (pseudonimo), Abdul Rahman Abdalqadir (pseudonimo), Muhammad Abdalqarim Baraqit, Muhammad Qalil Sulayman Hammam, Nuh Ayash Mahmud Ismail, Hazim Adil al-Muqriz, Muqbal Anwar al-Sadiq, Jihad al-Din Majdi al-Qatib, Hassan Abu Ahmad Nida (pseudonimo), Ons Abdallah Abdalmuman, Ahmad Abu Dabala, Muhammad Ali Salahdin al-Zaytin, Salahdin Ibrahim Atabi, Imad Amjad Mahmud Abu Saqr (pseudonimo), Walid Ali Qasim Douayji, Iqbal Dafus.
Non c’è bisogno di schemi e lunghe analisi per indovinare il motivo per cui il capo dei Fratelli musulmani tunisini, Rashid Ghannuchi, faccia appello a tali jihadisti di Hamas. Questi fanatici senza scrupoli e onore, ovviamente, hanno risposto alla chiamata “patriottica” del tirapiedi del Qatar, mettendo da parte la causa palestinese. Lasciare in pace Israele per attaccare Siria, Egitto e Tunisia, è infatti uno degli obiettivi geostrategici della “primavera araba”!

Il coinvolgimento di Hamas a Yarmuq trascina la Palestina nella guerra alla Siria
Nsnbc, 5 gennaio 2014

emir-al-thani-haniyeh-1Il capo dell’Ufficio Politico del Fronte palestinese per la liberazione della Palestina – Comando Generale (PFLP-GC), Hissam Arafat, s’è rivolto ai giornalisti durante la conferenza stampa a Ramallah del 5 gennaio 2014, sottolineando che Qatar, Turchia e Arabia Saudita sono responsabili della crisi umanitaria nel campo profughi palestinese di Yarmuq, nella periferia della capitale siriana Damasco. Il ruolo di Hamas a Yarmuq e le sue recenti aperture indicano che Hamas recluta mercenari contro la Siria, trascinando la Palestina nella guerra contro la Siria.
Il campo profughi di Yarmuq è stato attaccato dalle brigate mercenarie di al-Qaida e dei Fratelli musulmani, sponsorizzate da Arabia Saudita, Qatar e Turchia fin dal 2012. Negli ultimi mesi, un assedio prolungato ha provocato una grave crisi umanitaria presso i rifugiati palestinesi di Yarmuq, comportando malnutrizione e fame. Almeno tre sono morti per malnutrizione nell’ultimo mese. Il capo del PolitBureau del PFLP-GC ha sottolineato che Qatar, Turchia e Arabia Saudita sostengono i gruppi terroristici che hanno causato la crisi ed ha chiesto la fine immediata della sponsorizzazione dei mercenari. Hissam Arafat ha sottolineato che i piani del cessate il fuoco tra gruppi palestinesi e militanti siriani nel campo profughi di Yarmuq sono falliti perché i mercenari qatarioti e sauditi, insieme ai combattenti del movimento palestinese Hamas, hanno deciso di rimanere a Yarmuq e di continuare la guerra. Hissam Arafat ha sottolineato che  già il mese scorso il PFLP-GC aveva chiesto un’azione militare immediata del governo siriano per salvare la popolazione civile intrappolata e affamata nel campo profughi: “Ora, nonostante tutti gli sforzi compiuti per calmare la situazione nel campo e per avviare un cessate il fuoco, l’unica soluzione rimasta è un’azione militare immediata e rapida“.
Sottolineando il ruolo di Qatar, Turchia e Arabia Saudita nella crisi, il PFLP-GC ha più volte indicato il coinvolgimento d’Israele nelle operazioni contro i profughi palestinesi in Siria. Riguardo il sostegno d’Israele agli attacchi contro i campi in cui il PFLP-GC è rappresentato, il partito ha più volte sottolineato il proprio ruolo nella resistenza contro l’occupazione illegale così come contro l’assedio di Gaza. Il movimento Hamas di nascosto si era allineato al Qatar e ai Fratelli musulmani cooptati dall’occidente nel 2007, quando i mutamenti geopolitici dovuti alla scoperta dei grandi giacimenti di gas nel Golfo Persico, condivisi tra Qatar e Iran, indussero Hamas e la libanese Jama al-Islamiya a riallinearsi in vista della guerra contro la Siria, poi avviata nel 2011.
L’analisi pubblicata da Nsnbc International il 4 gennaio 2014, suggerisce fortemente che Hamas abbia iniziato a creare una rete di reclutamento dei palestinesi per combattere a fianco dell’esercito dei mujahidin (AoM) sostenuto dal Qatar, l’ultima organizzazione mercenaria del Qatar coinvolta nella guerra contro la Siria. L’analisi indica che Hamas tenta di spacciare l’AoM quale “vera rivoluzione siriana” che combatte contro al-Qaida, mentre in realtà le brigate di al-Qaida, sostenute dall’Arabia Saudita, e le brigate della Fratellanza musulmana, compresa Hamas, sostenute dal Qatar, sono strumenti fondamentali delle ambizioni geopolitiche d’Israele e della NATO in Medio Oriente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Orso russo avanza mentre l’impero statunitense si dilegua dal Medio Oriente

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 29 dicembre 2013
Screen-Shot-2013-07-27-at-4.02.49-AM-550x182Il potere degli Stati Uniti in Medio Oriente è in declino, e gli alleati degli statunitensi nella regione cominciano a pensare a delle alternative a Washington. La guerra fredda non è mai finita per i leader degli USA. Non ci dovrebbero essere illusioni, gli Stati Uniti hanno strategicamente lavorato per contenere e indebolire sia la Federazione russa che la Repubblica popolare cinese. La strategia statunitense in Medio Oriente e le ostilità di Washington contro gli iraniani e i siriani sono parte integrante della sua linea di attacco contro Mosca e Pechino. Nonostante gli sforzi di Washington, le linee che aveva tracciato nelle sabbie volatili del Medio Oriente dal 1945, torturate dalle continue interferenze straniere e dalle aspre rivalità di dinastie e potenze regionali, si spostano ancora una volta. I venti cancellano le vecchie linee, mentre gli eventi regionali e globali ne disegnando di nuove al loro posto. La Pax Americana, la cosiddetta pace statunitense, è morta. Non c’è mai stata una vera pace, in ogni modo. Nel contesto del Medio Oriente, il termine stesso indica l’era del  dominio degli Stati Uniti sorto dopo la seconda guerra mondiale e che raggiunse l’apice nel 1978. Poi, nel 1979, si ebbe la Rivoluzione iraniana. Qualche decennio più tardi, gli errori monumentali del governo di George W. Bush Jr. segnarono il costante declino dell’influenza statunitense.

Il costante declino degli Stati Uniti in Medio Oriente
La segretaria di Stato Condoleezza Rice sicura, nel 2006, che il dominio statunitense nel Medio Oriente si sarebbe allargato, dichiarò trionfante durante la guerra d’Israele contro il Libano, nel 2006, che la mappa del Medio Oriente sarebbe cambiata per sempre a vantaggio degli Stati Uniti.  Lei e Israele persero però la guerra. L’influenza degli Stati Uniti iniziò ad erodersi, mentre l’influenza dei suoi rivali iniziava ad aumentare. Hamas venne democraticamente eletta dal popolo palestinese a suo rappresentante. Non solo Hamas ebbe il controllo della Striscia di Gaza, ma mantenne il controllo sul territorio dopo che gli Stati Uniti cospirarono con Israele, Arabia Saudita, l’Egitto di Hosni Mubaraq, il signore della guerra palestinese Muhammad Dahlan e l’impotente Mahmud Abbas, presidente dell’autorità palestinese, per rovesciare il governo di Hamas a Gaza. Nè blocco economico, sabotaggio politico, una mini-guerra civile con Fatah, né le guerre d’Israele,  rimossero il governo di Hamas a Gaza.
In Libano, l’influenza di Hezbollah aumentava drammaticamente. L’Alleanza del 14 Marzo, l’ente libanese guidato da Hariri e sponsorizzato dagli Stati Uniti e dai loro alleati contro Hezbollah, s’è dimostrata impotente nel compito di neutralizzare Hezbollah e i suoi alleati libanesi dell’alleanza dell’8 Marzo. Anche se rapporti politicamente motivati continuavano a dire che l’intervento di Hezbollah in Siria ne indeboliva e colpiva la popolarità in Libano, in realtà la situazione era all’opposto per il gruppo libanese. Un rapporto dell’intelligence israeliana, scritto dal Mossad, fu costretto ad ammettere che Hezbollah era effettivamente entrato in un periodo d’oro. Tutto sommato, i piani statunitensi per ridisegnare i confini del Medio Oriente, volti a creare piccoli Stati facilmente controllabili da Washington, allo scopo di mantenere l’ordine imperiale, fallirono ancora. Il ‘Nuovo Medio Oriente’ di Washington non si concretizzò. Tuttavia, non si può negare che le fiamme del piano lambiscono l’Iraq e la Siria, e compiono incursioni settare, come la divisione del Sudan e la destabilizzazione del Nord Africa.

L’impero sbanda
Gli Stati Uniti non neutralizzarono i loro due principali avversari in Medio Oriente. L’obiettivo del cambio di regime a Damasco è fallito e Washington non poté scatenare la potenza del Pentagono sulla Siria. Un accordo temporaneo sul nucleare è stato raggiunto a Ginevra tra gli USA e l’Iran. Le decisioni degli Stati Uniti di non scatenare la guerra contro la Siria e di siglare finalmente l’accordo con gli iraniani, non sono le ragioni per il dileguarsi della potenza statunitense, che era già in declino. Washington ha preso le decisioni su Siria e Iran per cercare di mantenere la propria influenza nel Medio Oriente allargato e, in realtà, per rallentare la velocità del proprio declino. Invece, alleati e clienti degli USA sono irritati e spaventati. Con il declino della potenza degli Stati Uniti, alleati e clienti di Washington lentamente diversificano le proprie relazioni. Tel Aviv e Riyad, alleati regionali degli Stati Uniti, si rendono conto che l’ombrello imperiale degli Stati Uniti  comincia a ridursi. Cercano alternative al patrocinio degli Stati Uniti.

L’Orso russo torna sul delta del Nilo?
Gli Stati Uniti dichiararono di ridurre parzialmente l’aiuto militare all’Egitto, il 9 ottobre 2013. La mossa fu descritta come nuova ‘ricalibratura’ degli Stati Uniti in Medio Oriente. Fu criticata dai militari egiziani come passo volto ad indebolire l’esercito egiziano mentre combatte i terroristi, soprattutto nella penisola del Sinai. Venuti meno gli aiuti statunitensi all’esercito egiziano, il compito fu segretamente affidato al regno dell’Arabia Saudita e ai petro-sceiccati arabi del Golfo Persico. Tutto sommato, Washington non può più permettersi di finanziare l’esercito egiziano.  Cairo avverte che gli USA declinano e ha iniziato a cercare alternative alla sponsorizzazione degli Stati Uniti. Un mese dopo che il governo statunitense aveva sospeso gli aiuti militari all’Egitto, l’11 novembre 2013 l’incrociatore lanciamissili russo Varjag fece visita al porto sul Mediterraneo dell’antica città egiziana di Alessandria. Giorni dopo, tale visita fu seguita dall’attracco nel porto egiziano di Safaga di una nave ausiliaria della Marina russa. La seconda nave russa era la Boris Butoma, una nave rifornimento e supporto logistico. La Russia non visitava un porto egiziano dal 1992, e non ha una presenza militare significativa in Egitto dall’era sovietica, durante la Guerra Fredda. Le visite portuali dei russi furono accompagnate sul piano diplomatico dal Cremlino, il 13 novembre 2013. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu giunsero con grandi delegazioni in Egitto, in ciò che Lavrov descrisse come evento “storico”. I due ministri furono inviati a Cairo dal Cremlino per sondare lo stato d’animo dell’Egitto. Furono poste domande sulle intenzioni degli egiziani. I funzionari egiziani contattavano la Russia come merce di scambio con gli Stati Uniti o seguivano una vera alternativa agli Stati Uniti? In altre parole, Cairo usava Mosca come strumento di contrattazione con Washington, o come risposta al controllo e alla pressione degli Stati Uniti?
Dopo la visita dei russi in Egitto, il segretario di Stato degli USA John Kerry tornò in Egitto per preservare l’influenza degli Stati Uniti. Sembra che Cairo voglia ammorbidire e far leva sugli Stati Uniti, per allentare la presa di Washington, in modo che il regime egiziano non venga trascinato nell’affondamento dell’ordine imperiale statunitense. La caduta dei Fratelli musulmani e la dissoluzione dell’alleanza regionale contro la Siria, inviano un pessimo messaggio ad alleati e clienti degli USA. Tutti nella regione, corrotti e simili, son più consapevoli che mai che gli Stati Uniti non li proteggeranno. Invece, hanno notato che chi è allineato all’Iran e alla Russia, persiste ancora.

Il ritorno dei russi in Medio Oriente
La Federazione russa era già il secondo maggiore fornitore di armi dell’Egitto, prima che il governo degli Stati Uniti decidesse di ridurre gli aiuti militari statunitensi a Cairo. La Russia semplicemente approfitta del ritiro degli Stati Uniti per costruire e ampliare il già esistente rapporto commerciale egiziano-russo. Né l’Egitto è l’unico che riceve armi di produzione russa. L’Iraq ha firmato un accordo sulle armi con Mosca, nel 2012, che ha reso la Russia il secondo maggiore fornitore di equipaggiamenti militari dell’Iraq dopo gli Stati Uniti. Le relazioni amichevoli della Russia con l’Iran e il Blocco della Resistenza, forniscono una grande leva finanziaria su Israele. La grande popolazione di emigrati russi e russofoni in Israele potenzia la leva della Russia. La presenza della grande comunità russofona in Israele è una delle ragioni che spingono i politici israeliani a visitare la Russia e ad apparire sulle TV russe durante le elezioni. Inoltre, Mosca è stata membro dell’inutile Quartetto per il Medio Oriente, che doveva mediare tra israeliani e palestinesi quando fu creato nel 2002.
Con le nuove incursioni nel Medio Oriente dal 2011 della Russia, l’influenza russa nel Levante s’è costantemente rafforzata. La Federazione russa ha rinvigorito i suoi legami con il Libano e ha avviato un dialogo strategico con Hezbollah in Libano. I siriani sono grandemente grati a Mosca per il suo sostegno. Insieme con l’Iran, la Russia ha una grande influenza su Damasco aiutando la Siria a resistere al cambio di regime. L’attacco terroristico all’ambasciata russa di Damasco è una testimonianza importante dell’influenza della Russia. Definire l’ampliamento del profilo russo in Medio Oriente come un ritorno, è alquanto impreciso. Il Medio Oriente è sempre stato nel cortile  della Federazione russa. Ciò che accade è la nuova ondata dell’influenza russa, mentre si allontana quella degli Stati Uniti.

Egypt's Army Chief and Defence Minister General Abdel Fattah al-Sisi walks with Russia's Defence Minister Sergei Shoigu in CairoQuesto articolo è stato originariamente pubblicato su RT.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza tra la stella a sei punte e la mezzaluna: finalità e prospettive

Pogos Anastasov New Oriental Outlook 23/12/2013

ZionistSaudiArabiaFlagGli esperti da tempo affermano che oltre le alleanze visibili e altamente mobili del Medio Orientale, vi sono associazioni di “interessi” più stabili e attive, che non rientrano nella logica politica convenzionale ma che in realtà funzionano perfettamente. Una simile alleanza è il risultato di una ben occulta, ma ben nota agli osservatori attenti, “cooperazione” tra due Stati apparentemente contrapposti, Israele e Arabia Saudita. Sembrano divisi su tutto: religione, conflitto arabo-israeliano, geografia, ecc; tuttavia, a quanto pare, vi sono cose più forti nel contesto storico attuale, determinanti il profondo riavvicinamento tra questi paesi e il coordinamento delle loro azioni su molti fronti. Coloro che non vi credono dovrebbero leggere i media israeliani del 9 dicembre, che riferivano che il capo dell’intelligence saudita, il principe Bandar bin Sultan, nell’ambito dei negoziati di Ginevra sul programma nucleare iraniano nel novembre 2013, aveva incontrato molti capi dell’intelligence d’Israele per sviluppare una linea per contenere l’Iran “con tutti i mezzi possibili”. Tale riavvicinamento o reciproca deriva d’Israele e Arabia Saudita è stato a lungo osservato dagli analisti fin dalla rivoluzione khomeinista del 1979 a Teheran. Da allora, i due Paesi hanno iniziato chiaramente a sostenersi reciprocamente in tutti i campi, ciò dettato dall’avvento,  in conseguenza della rivoluzione, di un nemico comune: l’Iran (anti-israeliano e anti-wahhabita), come pure dalla presenza di un “capo” e alleato strategico comune: gli USA
Tutto è iniziato con la costituzione della cooperazione segreta tra i due ministeri degli interni su temi di comune interesse concernenti la lotta al terrorismo e all’estremismo. Tel Aviv e Riyad hanno in questa materia una notevole e assai simile esperienza, non sempre vincente. Israele aveva insediato nei territori palestinesi e sviluppato a metà degli anni ’80 il movimento islamista Hamas, originariamente per combattere il movimento nazionale palestinese OLP e la sua principale secolare componente Fatah. Tuttavia, in seguito, Israele fu costretto ad affrontarlo quando divenne un avversario pericoloso e un alleato degli iraniani, avendo Teheran saputo portarlo al suo fianco dopo averlo strappato dalle mani del Mossad. Per risolvere almeno temporaneamente tale problema, che causava molti crucci alle autorità israeliane eseguendo decine di attentati terroristici, nel 2005 si dovette prendere la decisione di ritirare unilateralmente le truppe da Gaza, per “bloccarvi” i radicali islamici oramai fuori controllo (i suoi ranghi furono decimati in modo significativo utilizzando i droni). In realtà, i membri di Hamas furono immediatamente legittimati, dandogli l’opportunità, con il consenso degli Stati Uniti e l’assistenza dei servizi di sicurezza inglesi (Alistair Kroc aveva giocato un ruolo importante in Afghanistan), di partecipare alle elezioni parlamentari del 2006 e addirittura di vincerle, portando alla scissione della Striscia di Gaza dalla Cisgiordania. (Più tardi, con la “primavera araba” si è scoperto che questo era probabilmente il “pezzo mancante” che permise a Stati Uniti e Israele di verificare la possibilità di mettere al potere gli islamisti con mezzi legali e imporgli un adeguato controllo. Tale esperimento, ancora una volta come dimostrano gli sviluppi in Egitto nel 2011-2012, non è del tutto riuscito). Lo stesso gioco fu giocato dai governanti sauditi, poco prima, che su suggerimento dei loro benefattori statunitensi addestrarono i mujahidin per combattere l’”occupazione sovietica” dell’Afghanistan. Questi, proprio come Hamas, furono ingrati verso i loro “creatori” e in parte divennero i taliban, e in parte il noto movimento al-Qaida, che dichiarò la monarchia saudita suo peggior nemico, compiendo numerosi notevoli attentati terroristici sul territorio saudita nel 2003 e nel 2005.
E’ chiaro che tali movimenti radicali, simili nell’ideologia e nell’ostilità nei confronti dei loro “creatori”, secondo gli analisti costrinsero entrambi i Paesi a trovare il modo di neutralizzare le conseguenze delle proprie azioni, quali minacce e sfide, e a sua volta ciò creò l’alleanza “naturale” tra i servizi di sicurezza dei due Paesi. E’ chiaro che, come già osservato, dietro l’opposizione congiunta di Israele e Arabia Saudita a sfide e minacce esterne, v’è il compito comune di dissuadere l’Iran sciita, il cui rafforzamento è visto da entrambi come una minaccia esistenziale. Qui rientra la somiglianza delle non sempre riuscite esperienze di israeliani e sauditi nell’allevare il radicalismo  sunnita “controllato” che dalla “primavera araba” di fine 2010, si decise di mettersi al servizio dei due Stati. Ciò avvenne sia per impedire lo sviluppo di processi esplosivi nel mondo arabo che fossero sfavorevoli a Riyad (la vittoria dei movimenti democratici laici) e a Tel Aviv (conservazione di forti Stati ai suoi confini), e per combattere il comune nemico sciita. Mentre i sauditi riempirono di soldi e armi, inizialmente con l’aiuto del Qatar e delle altre monarchie sunnite del Golfo, i jihadisti salafiti per combattere Gheddafi e Bashar al-Assad, gli israeliani li curavano nei loro ospedali. Secondo la stessa stampa israeliana, solo durante le rivolte in Siria oltre 3500 terroristi furono curati in Israele. S’infiltrarono attraverso i loro campi minati nelle alture del Golan? Difficile! Ciò significa che i canali per infiltrarli da Israele ai campi di battaglia nel territorio siriano furono organizzati e preparati in anticipo, molto probabilmente dalle zone sunnite nel nord del Libano. Vi sono molti altri fatti riguardanti il coordinamento tra Israele e le monarchie del Golfo nel sostenere i jihadisti. La Siria è stata ripetutamente colpita dagli attacchi aerei israeliani, in coincidenza sospetta con le offensive dell’opposizione armata a Damasco. Qualcosa impedisce di prendere sul serio la versione israeliana secondo cui gli attacchi al territorio siriano mirassero ad impedire la consegna di armi siriane ad Hezbollah. Vi furono altre strane coincidenze nella simultaneità delle azioni dell’opposizione armata ed israeliane contro le forze siriane. In definitiva, queste azioni, chiunque l’avesse guidate e ispirate, portarono al forte inasprimento del conflitto tra sciiti e sunniti in Medio Oriente, e il “contributo” dell’Iran a tale confronto non sembra essere decisivo, come dichiarato da Air Riyadh. Riguardo la “responsabilità” dei radicali islamici allevati da israeliani e sauditi, vi sono ancora più dubbi sul contributo di Teheran nell’alimentare gli incendi settari nella regione.
E’ chiaro che il coordinamento israelo-saudita non si limita al campo di battaglia. Secondo gli esperti, esso fu sviluppato sul piano politico. Inoltre, dopo la conclusione dell’accordo di Ginevra il 24 novembre di quest’anno, dopo i negoziati tra i “cinque più uno” e l’Iran sui parametri delle attività nucleari iraniane per il periodo di transizione, il coordinamento israelo-saudita, secondo gli esperti, ha acquisito un’altra dimensione, smettendo di prendere ampiamente in considerazione, a quanto pare, gli interessi del “boss” statunitense. Washington ora ha disperatamente bisogno di una pausa per recuperare l’economia, ripristinare la macchina militare e politica per il confronto con Pechino in rapida crescita. Tuttavia, per tale manovra è necessario uscire dalla palude mediorientale, dove, è vero, gli Stati Uniti si sono impantanati volontariamente. Sembra che Tel Aviv e Riyad non abbiano fretta di aiutare gli Stati Uniti. Israele ha fortemente inibito i negoziati israelo-palestinesi, lanciati nell’agosto di quest’anno e sponsorizzati dagli Stati Uniti, impedendo così un accettabile accordo di pace con i palestinesi. Mentre Riyadh, come affermano i media di tutto il mondo, continua ad addestrare nuovi gruppi per rovesciare il regime di Bashar al-Assad (ora chiamati “Fronte Islamico”) con l’accusa di lottare sia contro il regime siriano che al-Qaida. Ciò indebolisce naturalmente gli sforzi di Mosca e Washington per la prossima conferenza sulla Siria a Montreux, che dovrebbe iniziare il 22 gennaio 2014. In parallelo, Israele e Arabia Saudita sembrano utilizzare tutto il loro notevole potere di lobbying per silurare, attraverso gli europei (soprattutto francesi) e i loro amici nel Congresso degli Stati Uniti, la possibilità di un accordo sulla risoluzione finale del programma nucleare iraniano. Questi sforzi già inaspriscono le posizioni di Washington e degli europei nei negoziati con gli iraniani, suscitando la forte reazione di Teheran.
A settembre di quest’anno, Washington ebbe il coraggio di resistere alla pressione dei suoi alleati mediorientali sul confronto infinito con l’Iran, difendendo i propri interessi nazionali che, per inciso, coincidevano con gli interessi della maggior parte del mondo, e come risultato si ebbe il successo delle dirigenze siriana e iraniana. Ora, la Casa Bianca avrà un tale coraggio?

1131Pogos Anastasov, politologo, orientalista, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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