Qusayrgrad della III Guerra Mondiale?

SyriaNews

4117644-3x2-700x467[1]Una tranquilla città di confine di 30.000 abitanti circondata da bellissime orchidee, una città un tempo molto bella e in posizione strategica, come tutte le città siriane, la maggior parte strategiche al microscopio internazionale, ma questa volta non a causa di una qualsiasi ragione geografica, storia o artistica, ma per motivi molto più pericolosi, si tratta della guerra nucleare la cui fiamma nucleare potrebbe essere stata già accesa. La città di al-Qusayr prenderà presto il nome di ‘Qusayrgrad’.
Il vecchio Hafiz al-Assad ha detto una volta: “Siamo i migliori a giocare sul bordo del baratro, e se cadiamo, cadiamo sui corpi dei nostri nemici“, il giovane leone della Siria ha ereditato molte  funzioni dal padre, e questa è uno di esse. Dopo due anni, gli aggressori pensavano di avere il sopravvento nella crisi siriana, e nonostante le centinaia di avvertimenti da Damasco e dai suoi alleati, tra cui dal Presidente Bashar al-Assad: “Se la Siria cade, vi sarà un terremoto, un errore di calcolo e l’intera regione sarà devastata da un terremoto”. Gli strateghi occidentali notoriamente arroganti e razzisti, in altre parole stupidi, hanno sminuito gli avvertimenti di Assad, che continuava a dire che la Siria è diversa, non è la Libia, l’Iraq, la Somalia o qualsiasi altro Paese ‘democratizzato’ dall’occidente, come andavano dicendo saltellando i media occidentali tradizionali, sapendo e nascondendo l’infiltrazione in Siria più di 40.000 terroristi stranieri di al-Qaida, come l’inviato dell’ONU Ibrahim ha confermato. Sappiamo che è ciò che ne resta, oggi, su un totale di 125.000 almeno, unitisi ai criminali locali reclutati. I terroristi che controllavano la maggior parte delle campagne di Aleppo e la città di Raqqa, i migliaia provenienti dalla Giordania nel sud che occuparono la città di Daraa, caduta nelle loro mani, che infestarono la provincia di Damasco in molti luoghi, soprattutto Daraya e al-Utaibah, da cui i colpi di mortaio iniziarono a cadere sulla capitale. Non poteva andare meglio per i criminali Stati occidentali; la loro base nella città di al-Qusayr è il loro comando e centro di controllo principale, con ufficiali dei servizi segreti qatarioti, sauditi, israeliani turchi, francesi, statunitensi, inglesi e tedeschi infiltratisi dal Libano, in particolare i francesi, che scomparvero dalla loro base nel nord del Libano quando Damasco non cadde.
La Siria di Assad era sul bordo del baratro sempre più sottile, restando solo con il suo vertice superiore, ma le Forze di Difesa Nazionale avevano finito l’addestramento intensivo, a Hezbollah era stato chiesto di custodire i santuari religiosi con l’aiuto dei comitati locali, un’amnistia presidenziale era stata emanata il 16 aprile, e un mese era stato concesso ai criminali per arrendersi.  Un’amnistia presidenziale in mezzo a tutto questo?! L’EAS ha avuto l’ordine: liberare il Paese e sterminare i terroristi. E l’EAS l’ha eseguito.
600 terroristi a Jididet Fadhl, presso Damasco, sono svaniti in 3 ore, facendo impazzire i chierici  wahhabiti che avevano dichiarato la jihad contro la Siria, a cui non risponde più nessuno; la strada dal centro di Hama ad Aleppo, nel nord, è ripulita, un’altra strada è ripulita da Idlib, nel nord ovest, alla provincia di Latakia, assai infestata da terroristi infiltrati dall’intelligence turca, dove le enormi operazioni dell’EAS, delle FDN e della resistenza locale siriana hanno eliminato decine di terroristi, liberando Qirbet Solas, Quota 45 e altri siti strategici; la città di al-Utaibah vicino all’aeroporto internazionale di Damasco e centro di comando e controllo dei terroristi nel sud, provenienti e riforniti dall’Iraq e dalla Giordania, attraverso il deserto, è caduta nelle mani dell’EAS, che poi avvolge la provincia, spostandosi a nord e a sud, e recupera la città strategica di Qirbet Ghazalah, infliggendo così un colpo decisivo ai terroristi nel sud, uccidendo, almeno secondo le stime, 1600 terroristi. E più importante è l’avanzata tra i villaggi e le città ad ovest del fiume Oronte, nella provincia di al-Qusayr, liberandole una dopo l’altra, accerchiando la città e impedendo ai terroristi di fuggire verso il Libano. Le armi chimiche, il cui utilizzo da parte dell’esercito arabo siriano contro i civili, avrebbe attraversato la linea rossa di Obama, non sono state utilizzate; la linea rossa di Obama non é stata attraversata, e la confusione e l’isteria regnano nel campo occidentale da quando pensava di celebrare la vittoria, invece iniziando a ricevere brutte notizie dalla Siria, ma buone per il mondo intero. Israele viene coinvolto direttamente e compie un raid contro le galline dei pollai e un deposito di armi nei pressi di Damasco, molto probabilmente utilizzando mini-bombe nucleari, in coordinamento con i combattenti di al-Qaida che avevano attaccato 19 diversi posti di blocco dell’EAS intorno alla capitale, un altro epico fallimento. L’ex-ambasciatore statunitense in Siria, Robert S. Ford, il padre degli squadroni della morte iracheni noti per uccidere sciiti e sunniti iracheni, oltre ai marine, arriva in una città di confine tra Siria e Turchia, proprio quando una doppia esplosione si verifica in quella città uccidendo più di 40 esseri umani e ferendone circa 100; le accuse contro la Siria sono immediate. Perché questa pazzia improvvisa? La NATO perde, ma c’è altro.
L’esercito arabo siriano invita i terroristi di al-Qusayr ad arrendersi, non c’è più il corridoio per fuggire, il corridoio che hanno usato per entrare, e l’amnistia presidenziale è passata, i terroristi si rifiutano di arrendersi e le notizie di trattative segrete con il governo siriano, con cui l’occidente chiede all’EAS di riaprire il corridoio affinché coloro che sono nella città di al-Qusayr si ritirino in Libano, sono respinte dalla Siria, e John Kerry va a Mosca, Cameron il giorno successivo visita Mosca, Laurent Fabius, che insisteva su una soluzione militare della crisi siriana, improvvisamente afferma che ci deve essere una soluzione pacifica alla crisi politica. Dopo più di due anni, e per al-Qusayr avviene questa svolta? Aspettate. Kerry è d’accordo con i russi sulla soluzione pacifica e una nuova conferenza internazionale per risolvere la crisi siriana, con Ginevra 2; il giorno dopo Kerry sostiene che laddove non è riuscita Ginevra 1, fallirà Ginevra 2, ovvero la partenza di Assad.  Cameron è d’accordo con i russi sulla soluzione pacifica e la nuova conferenza internazionale per risolvere la crisi siriana, Ginevra 2, lascia la Russia per Washington e riprende di nuovo la storia delle armi chimiche! Cosa c’è nella città di al-Qusayr?
Ricapitoliamo: incursione d’Israele, attentati a Reyhanli, le ripetute accuse sulle armi di distruzione di massa ‘irachene’, funzionari occidentali in pellegrinaggio a Mosca e infine il dipartimento di Stato degli Stati Uniti che presente direttamente la seguente questione in inglese, arabo e persiano..!  Qusayr è la parola chiave principale:

Il dipartimento di Stato sui volantini a Qusayr, Siria
10 maggio 2013
DIPARTIMENTO DI STATO
Ufficio del Portavoce
10 Maggio 2013
2013/0551

DICHIARAZIONE DI JEN PSAKI, Portavoce

Volantini su Qusayr, Siria
Siamo profondamente preoccupati per le notizie secondo cui il regime di Assad ha lanciato volantini su Qusayr dicendo ai civili di evacuare o saranno considerati combattenti. Condanniamo con forza qualsiasi bombardamento di civili o minacce di farlo. Disporre un diverso dislocamento della popolazione civile in queste circostanze, è l’ultima dimostrazione di brutalità da parte del regime.
I continui indiscriminati bombardamenti aerei del regime su aree civili, tra cui panifici, file per il pane e ospedali, viola il diritto internazionale umanitario. Mentre notizie terribili su atrocità e massacri del regime continuano ad emergere, il regime di Assad e tutti i suoi sostenitori che commettono crimini contro il popolo siriano, dovrebbero sapere che il mondo sta guardando e che saranno identificati e ritenuti responsabili. Mentre il popolo siriano affronta tali responsabilità, gli Stati Uniti continueranno a lavorare con i siriani e la comunità internazionale per sostenere la documentazione delle violazioni.

Parole chiave: Siria, Qusayr, diritti umani, violazioni del diritto umanitario
IIPdigital

Perché non ci sono state dichiarazioni simili per Utaibah, Qirbet Ghazalah, Jididet Fadhl, la provincia meridionale di Aleppo, e tutto il resto?  L’occidente scatenerà stupidamente la Terza Guerra Mondiale, l’Armageddon per salvarsi dall’umiliazione di ciò che il mondo conoscerà su al-Qusayr? L’Iran ha mostrato solidarietà alla Siria, Hezbollah ha dichiarato che si unirà alla lotta  contro l’intervento straniero. L’esercito turco, sicuramente, secondo l’autore, non appoggerà il Primo ministro dei Fratelli musulmani Erdogan e si rifiuterà di essere coinvolto in una guerra tra Paesi musulmani per niente. I russi non permetteranno che il loro unico punto d’appoggio al mondo, al di fuori del Mar Nero, cada, non aderiranno alla lotta, ma sosterranno i loro alleati.
L’occidente è in grado di commettere stupidità e grandi crimini, speriamo che ci sia qualcuno sano di mente che l’impedisca.
Nel frattempo, guardate questo breve reportage dalla periferia di al-Qusayr:

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gheddafi e la decolonizzazione della Libia

Gheddafi rapidamente e in modo determinato riuscì ad espellere gli imperialisti. Liberazione significa espellere gli imperialisti bianchi, non invitarli a ritornare per bombardarvi e occuparvi
Sukant Chandan Sons of Malcolm 15 ottobre 2012

Il libro di Jonathan Bearman del 1986 sulla Libia, è il migliore sull’argomento che ho trovato. Tutti gli altri libri omettono fatti importanti, come ad esempio i lavori di Robert Bruce St. John (probabilmente ‘L’autorità occidentale sulla Libia’) ripuliscono il ruolo di USA, inglesi e francesi in Libia. C’è un battibecco sui libri sulla Libia più recenti, in particolare riguardo alla caduta della Jamahirya, è un peccato che il libro di Vijay Prasad sulla Libia sia anch’esso pieno di omissioni e distorsioni su ciò che è avvenuto in Libia, in particolare nel periodo di riavvicinamento (post 1999) e dal febbraio 2011; una vergogna da parte di qualcuno che ha basato gran parte della propria carriera su un libro, generalmente buono, sulla storia del Movimento dei Paesi Non Allineati e il movimento anti-imperialista dopo la seconda guerra mondiale. Mi sforzerò di rivedere il libro di Prasad nel prossimo periodo.
Il seguente estratto dal libro di Bearman dimostra come la rivoluzione libica dell’1 settembre 1969, guidata da Muammar Gheddafi, compisse dei concreti passi nei primi mesi, e a uno-due anni dalla rivoluzione, adempiendo alla missione del più grande patriota libico, Omar al-Muqtar, espellendo i colonialisti dalla Libia. Ciò venne ottenuto dalla leadership del Consiglio del comando rivoluzionario, il corpo principale della rivoluzione con Gheddafi al suo timone, dall’ideologia  nazionalista ‘terzomondisa’/internazionalista, nazionalista panaraba e di giustizia sociale; per molti aspetti strettamente alleato e protetto dal vicino egiziano Gamal Abdel Nasser, da cui Gheddafi ridenominava le basi aeree di al-Adem e Tobruk, dopo che questo grande leader africano e arabo aveva espulso gli inglesi dalle loro basi, che per inciso, furono le prime da cui le SAS operarono.
La SAS ritornarono in Libia nel febbraio 2011, grazie a tutti quegli agenti di MI6, CIA e servizi segreti francesi che addestrarono i loro squadroni della morte, erroneamente chiamati “ribelli”, con l’aiuto e il supporto di britannici, yankee, francesi e altre potenze della NATO che hanno trasformato la Libia dallo Stato più prospero, pacifico e sviluppato dell’Africa, in uno che tortura e lincia persone di colore e patrioti, distruggendo la pace tra le tribù, sotto Gheddafi, con una folla di 400 milizie. Sappiamo tutti che le SAS cooperavano con i ribelli fin dai primi giorni della ribellione, puntando a un piano da molto tempo studiato per il cambiamento di regime. L’estratto seguente mostra come le conquiste storiche della rivoluzione di Gheddafi di al-Fatah, del  1 settembre, sono state completamente sovvertite. Speriamo che i nordafricani e i libici rivedano l’esperienza della Rivoluzione, vedano i molti vantaggi avuti dal popolo libico e dai popoli oppressi che resistono in tutto il Mondo, e perseguano la via della riconquista di tale strategia, in nuove circostanze e sfide.
Oggi la città di Bani Walid resiste affrontando l’assalto totale di questi squadroni della morte e dei loro padroni della NATO, dimostrando al Mondo come un popolo fiero si opponga a testa alta in difesa delle proprie tribù, terra, famiglie e dignità. Coloro che scelgono di giustificare ciò che sta accadendo a loro e al popolo libico sono nemici dei popoli, nemici di Omar al-Muqtar. Dio e gli antenati faranno giustizia di loro.

‘La cacciata delle basi’
La Libia di Gheddafi, Jonathan Bearman, 1986, Zed Books, pagine 76-79

Per i clienti strategici della Libia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il discorso anti-coloniale intrapreso dalle nuove autorità ebbe un impatto immediato e devastante nell’eliminazione delle loro basi militari. Queste non erano di scarsa importanza. Le strutture militari inglesi e statunitensi in Libia aggiungevano un’ulteriore dimensione agli occidentali, alla NATO in particolare, riguardo possibili interventi nella regione. I campi di Wheelus e al-Adem non avevano rivali nell’offrire spazio per le esercitazioni militari. Mentre la RAF e l’USAF beneficiavano di condizioni quasi perfette per volare a bassa quota, usando proiettili veri, la Cirenaica concedeva ai britannici l’accesso a un terreno ideale per le grandi manovre. L’opposizione britannica e statunitense alle intenzioni dichiarate dal nuovo regime di espellere la presenza militare straniera, era prevista. Per gli Stati Uniti, in particolare, la chiusura della base Wheelus sarebbe stata una perdita strategica,  colpendone le capacità militare nella regione, in un momento in cui la presenza sovietica in Egitto stava crescendo.
La minaccia alle basi era la preoccupazione principale di Londra e Washington, dopo l’improvvisa  deposizione della monarchia. In effetti, inglesi e statunitensi, evitando un’azione precipitosa a sostegno del regime di Idris, avevano sperato di salvaguardare il futuro dei loro impianti con un nuovo accordo con le nuove autorità. Non c’era nessuna garanzia, la posizione ufficiale del RCC era chiara: nessuno dei due Paesi avrebbe avuto soddisfazione, senza ricorrere alla forza. Nonostante le smentite pro-forma del Foreign Office britannico, era noto nel mondo arabo che gli inglesi avevano un piano di emergenza per intervenire in Libia. Nell’ambito del trattato anglo-libico del 1953, un protocollo segreto prevedeva l’invasione della Libia in caso di emergenza. I dettagli del piano, nome in codice Operazione Radford, furono ottenuti dagli egiziani nel 1965 da un archivista del ministero della difesa britannico. Pubblicato su al-Ahram, il piano richiedeva lo spostamento di truppe britanniche da Germania, Malta e Cipro per difendere il re e ristabilire l’ordine. Secondo Mohammed Heikal, caporedattore di al-Ahram, il regime di emergenza era destinato proprio alla situazione che si era verificata in Libia. Ciò che scoraggiò gli inglesi fu la velocità e la decisione con cui i Liberi Ufficiali agirono. Se fosse seguita una lunga lotta, Gran Bretagna e Stati Uniti avrebbero inventato un pretesto per l’intervento.
Con Gheddafi, gli inglesi e gli statunitensi dovettero affrontare un nuovo leader che avrebbe agito  senza compromessi. Nel suo discorso a Tripoli del 16 ottobre, Gheddafi promise coraggiosamente che avrebbe trasformato il paese in un ‘campo di battaglia’ se gli inglesi e gli statunitensi non se ne fossero andati in “modo ragionevole”. Due settimane dopo, il 29 ottobre, l’RCC fece il suo approccio formale alla Gran Bretagna, a riguardo, chiedendo l’evacuazione rapida delle forze britanniche dal territorio libico. Gli inglesi, con il ministro della difesa Denis Healey, valutarono la situazione con attenzione. La perdita dei campi di addestramento in Cirenaica era considerata grave, ma non sembrava esserci alternativa all’accettazione. L’esperienza di Suez e della guerra civile algerina metteva in guardia contro ulteriori avventure coloniali. Il governo Wilson rispose con una richiesta di colloqui che durarono due sessioni, per un totale di sei ore. Al primo incontro, l’8 dicembre, l’ambasciatore britannico Donald Maitland fu incaricato di ammettere il principio di recesso. Dopo di che, fu semplicemente una questione di dettagli. Nella seconda sessione, una settimana più tardi, Maitland annunciava il termine della partenza per il 31 marzo 1970. Anche prima che i colloqui fossero iniziati, gli inglesi avevano ridotto la loro presenza ad al-Adem e Tobruk da 2.000 a 1.000 effettivi, tra ottobre e dicembre. Nel forzare la questione, i libici avevano abilmente disposto una serie di potenti scambi.
Più importante fu la loro capacità, particolarmente pregiudizievole per una potenza petrolifera in ascesa, di minacciare il ritiro dei loro depositi, intorno a 384 milioni di sterline. Se questo si fosse rivelato insufficiente, avrebbero potuto anche avviare l’annullamento dei contratti non indispensabili, e nazionalizzare gli interessi britannici della BP ed altri, in Libia. Gli inglesi, invece, si trovavano in una situazione di relativa debolezza, non potevano contrastare la Libia con la minaccia di sospendere il contratto per la fornitura di 200 carri armati Chieftain, ordinati dal regime precedente per aumentare la capacità terrestre delle forze armate libiche. Sarebbe stato un gesto di sfida inefficace. A quel tempo, l’impegno oltremare britannico veniva ampiamente rivisto, mentre il governo laburista iniziava il ritiro inglese da est di Suez. Gli inglesi erano semplicemente inclini ad accordarsi con un altro governo nazionalista. La missione di Maitland, per quanto riguardava Whitehall, doveva incitare i libici a un comunicato congiunto che sottolineava i vantaggi reciproci da una ulteriore cooperazione anglo-libica. Per Londra si trattava di limitare i danni, soprattutto per proteggere i vasti interessi economici britannici.
In seguito a tale successo, l’RCC rivolse la sua attenzione verso l’evacuazione della base aerea statunitense di Wheelus. I colloqui iniziarono a dicembre, subito dopo che gli inglesi avevano iniziato ad andarsene, ma non senza una grande inquietudine sulla prospettiva della gestione della sofisticata base, sede regionale dell’USAF, da parte di un ‘regime radicale arabo’. In effetti,  sembrando probabile che i libici consegnassero le strutture all’Unione Sovietica, l’amministrazione Nixon non avrebbe concesso il ritiro. Ma Gheddafi insisteva che i libici non avrebbero aperto le strutture ad altre potenze straniere. ‘La Libia rivoluzionaria non potrà mai sostituire uno straniero con un altro straniero o un intruso con un altro intruso’, avrebbe detto secondo il Lybian Mail del maggio 1970. In ogni caso, la decisione della Gran Bretagna di ritirarsi aveva già spiazzato gli statunitensi, così Washington accettò. Il 24 dicembre, il giorno dopo che i britannici avevano annunciato il loro ritiro, una dichiarazione congiunta libico-statunitense annunciava laconicamente che gli Stati Uniti avrebbero seguito l’esempio il 30 giugno. In effetti, l’evacuazione degli statunitensi, come degli inglesi, venne finalmente effettuato prima della scadenza, e con un minimo sforzo.
Gli inglesi finalmente lasciarono la Libia il 28 marzo, e gli statunitensi completarono il loro ritiro l’11 giugno. Fu un risultato storico. Celebrando la ‘vittoria contro l’imperialismo’, le autorità rivoluzionarie ridenominarono l’al-Adam Airbase, Gamal Abdul Nasser Airbase, e Field Wheelus, Okba bin Nafi Airbase, da un conquistatore arabo della Libia. Qualsiasi speranza che uno dei due Paesi avesse di mantenere una certa influenza militare in Libia, attraverso accordi di fornitura e addestramento, fu presto dissipata. Il 29 dicembre, dopo il suo successo iniziale, il RCC annullò il contratto del vecchio regime con la British Aircraft Corporation. A novembre, un primo tentativo di riavvicinamento venne fatto dal governo francese, come rifornitore alternativo di armi [...] I francesi vi videro un mezzo per estendere la loro influenza in Africa del Nord, a spese degli inglesi e degli statunitensi. Nel gennaio 1970, la conclusione della transazione fu annunciata: la Francia vendeva alla Libia i primi 50 aerei Mirage V, 15 da consegnare nel 1971. I libici volevano questi aerei da guerra francesi, molto ambiti, per ricostruire l’arsenale arabo dopo il confronto con Israele.
Nasser vide nella Libia una via di rifornimento di quelle armi che sarebbero state, invece, bloccate dall’embargo occidentale. Mentre la trattativa era ancora in corso, Gheddafi disse: “Se sarà possibile ottenere Phantoms o Mirages, si avrebbe una colossale  forza araba“. [L'accordo finale dei francesu con la Libia] del 31 gennaio, riguardava 110 aerei da guerra [...] Non vi erano condizioni allegate sul loro uso nel conflitto in Medio Oriente, tranne che essere ‘basati’ e ‘gestiti’ solo in Libia. Le uniche limitazioni reali applicate al loro uso, era evitare lo scontro con Stati clienti della Francia in Africa. L’accordo fu un altro trionfo delle autorità rivoluzionarie. Non solo l’RCC espulse le basi straniere, ma aveva drasticamente posto fine alla sua dipendenza militare da Gran Bretagna e Stati Uniti; la Gran Bretagna aveva perso la posizione di principale fornitore dell’esercito e della marina libici, e gli Stati Uniti vennero spodestati dal ruolo di primo contraente dell’aviazione libica. Avviando l’acquisto di armi dalla Francia, il RCC aveva un maggiore margine di manovra nel perseguire i propri obiettivi nazionalisti [...] Le autorità rivoluzionarie riuscirono nel loro obiettivo più importante: spezzare la morsa militare britannica e statunitense sulla Libia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Come la sinistra “anti-sionista” si è alleata con Israele contro la Siria

Mimi al-Laham e Lizzie Phelan

Il mito
C’è una ridicola nozione tra i numerosi gruppi di sinistra e quelli che si oppongono al governo siriano, secondo cui il regime israeliano non vuole vedere cadere Assad. Come auto-professati “anti-sionisti”, molti in questi gruppi si accontentano di illudersi nel credere che i loro nemici stiano dalla stessa parte. Nel caso di diversi gruppi socialisti, credono che questa forzatura della crisi siriana, nella loro narrativa di copertura “anti-autoritaria” (a prescindere dallo Stato in cui viene applicata tale narrazione), gli consenta di mantenere una facciata anti-imperialista.
Il quotidiano socialista di Londra,  The Socialist Review, scrive: “Israele, anche se ostile alla Siria, potrebbe dipendere dal regime baathista per tenere tranquilla la frontiera. Così la critica di Bashar è più silenziosa a Tel Aviv.”
E Simon Assaf del SocialistWorker scrive: “L’idea comune che i siriani che lottano per cambiare il loro paese siano pedine di un ‘complotto occidentale’ è assurda… In effetti, la Lega Araba sta cercando di gettare al regime un’ancora di salvezza.”
Questa opinione è diffusa anche tra l’opposizione islamica al governo siriano. Rafiq A. Tschannen di The Muslims Times scrive: “Israele crede che sarebbe più sicuro col regime di Assad che un nuovo governo, le cui credenziali sono sconosciute, o un nuovo regime estremista islamico che aprirebbe un nuovo fronte di guerra con lo Stato ebraico.”
I media di Stato israeliani hanno attivamente alimentato questa manipolazione, così come è stato vantaggioso per lo Stato israeliano screditare il governo siriano agli occhi di siriani e arabi, tra cui la cooperazione con Israele è stata storicamente una linea rossa. Pertanto l’obiettivo di questi articoli è creare la falsa percezione che Israele non sia coinvolto nella rivolta contro il governo siriano. Allo stesso modo con cui le potenze della NATO erano desiderose di rappresentare l’insurrezione libica come una “rivoluzione interna”.
In questo articolo di Haaretz, d’inizio 2011, dal titolo ‘Il dittatore preferito d’Israele‘, grandi passi sono fatti per dipingere il presidente siriano come un debole fantoccio dello Stato di Israele. L’articolo rigurgita di comuni critiche siriane e fonti di frustrazione per il fallimento del governo siriano nel riprendersi le alture del Golan. Arriva anche a castigare Assad per non voler attaccare Israele. L’ironia di un giornale israeliano critico verso un presidente che manca di attaccare Israele, viene apparentemente trascurato da molti. Tanto più incredibile che questi gruppi anti-sionisti abbiano scelto di credere ai media di Stato israeliani.
L’opposizione siriana in Turchia, il Consiglio nazionale siriano (SNC), è anch’essa saltata su questo treno. L’ex leader del CNS, Burhan Ghalyun ha detto al giornale israeliano Ynetnews:Siamo convinti che il più forte alleato del regime siriano sia Israele“.

Sfatare il mito
Tuttavia, i seguenti fatti dimostrano che tutto quanto sopra semplicemente sia un elemento della macchina da guerra psicologica diretta da Qatar, Arabia Saudita, Israele e dai paesi della NATO, parte essenziale della complessiva aggressione contro la Siria, e che tale sinistra ne è diventata volentieri parte:
Il più importante alleato di Israele, gli Stati Uniti, è tra i suoi alleati quello che ripetute volte ha chiesto un cambio di regime in Siria
Il più forte alleato di Israele, gli Stati Uniti, stanno spingendo per un cambiamento di regime in Siria fin da prima dei primi segni dell’insurrezione. Famosissimo nel 2007, il generale Wesley Clarke, che é stato Supreme Allied Commander della NATO tra il 1997 e il 2000, ha detto di aver ricevuto una nota dall’Ufficio del Segretario della Difesa che diceva che il governo siriano sarebbe stato uno dei sette governi che gli Stati Uniti avrebbero distrutto nei successivi cinque anni.
Il Titolo recente del Guardian “L’Arabia Saudita intende finanziare l’esercito ribelle in Siria” è una manipolazione maligna, nel tipico stile dei media liberali dei paesi della NATO. Il testo di tale articolo riguarda i piani degli Stati Uniti, e per estensione gli alleati regionali più importanti di Israele, Qatar e Arabia Saudita, per finanziare gli insorti. Ma sepolto in fondo, l’articolo stesso riporta, inoltre, che tale sostegno era iniziato mesi prima. Un titolo meno fuorviante quindi dovrebbe sostituire “piani per finanziare” con “aumento del supporto“, tuttavia un titolo veritiero suggerirebbe che il controllo esterno sulla rivolta siriana esiste dal suo esordio. Infatti sia Qatar che Arabia Saudita hanno una lunga storia di ostilità verso il Partito Ba’ath siriano e la politica estera siriana, un fatto che si riflette sui loro media principali (al-Jazeera e al-Arabiya, rispettivamente) con la copertura gravemente distorta degli eventi in Siria, fin dall’inizio.
Ma per evidenziare questo contesto, si darebbe troppo peso a un’analisi coerente del governo siriano, secondo cui la crisi all’interno dei suoi confini è stato creato esternamente. Un fatto che anche i gruppi di sinistra lasciano cadere cercando di minimizzare o rigettare, con il risultato di stimolare la narrativa opposta, che l’imperialismo dominante produce attraverso la sua macchina media.
Perché quello stesso articolo del Guardian, e la sinistra occidentale, affermano che Assad sia un bene per Israele, non ricorda che, per esempio all’inizio di aprile, gli Stati Uniti erano apertamente impegnati a raddoppiare il loro aiuto agli insorti con un supplemento di 12 milioni di dollari, sotto la copertura degli “aiuti umanitari“? Oppure la recente ammissione degli Stati Uniti che arma attivamente la guerriglia utilizzando il Qatar come prestanome? O che a febbraio, il solido alleato degli israeliani, il ministro degli esteri britannico William Hague aveva consegnato altre attrezzature agli insorti, insistendo non vi era “alcun limite sulle risorse” che la Gran Bretagna potrebbe fornire? Non dovrebbe essere spiegato agli anti-sionisti che la politica estera degli Stati Uniti e degli israeliani è la stessa?

Asse della Resistenza
La Siria è un membro dell’Asse della Resistenza, che è l’unica effettiva resistenza militare a Israele. È formata da Siria, Iran e dalla resistenza del Libano guidata da Hezbollah. Lungi dall’essere una scelta ‘sicura’ per Israele, come lo scrittore di al-Akhbar Amal Saad-Ghorayeb definisce nella sua  critica della posizione da terza via presa da gran parte della sinistra occidentale, la Siria è sempre stata in prima linea, rischiando la propria sopravvivenza, ed è stata coinvolta in ogni conflitto arabo-israeliano da quando è esploso. La Siria è stato il più forte sostenitore dei movimenti di resistenza libanese contro l’occupazione israeliana, Hezbollah ha più volte attribuito in modo inequivocabile la sua capacità di  vincere efficacemente la guerra del 2006,  l’invasione israeliana del Libano, al suo appoggio da Siria e Iran.
A un anno dall’inizio dell’insurrezione in Siria, l’idea ridicola che Israele non stia perseguendo un cambio di regime in Siria ha iniziato a sgretolarsi, il ministro dell’intelligence israeliano, Dan Meridor, è stato citato dalla radio israeliana, sottolineando ciò che era evidente fin dall’inizio: il cambio di regime in Siria avrebbe rotto il patto di mutua difesa Iran-Siria, in modo da isolare l’Iran e tagliare i rifornimenti di armi a Hezbollah. Infine, il più grande avversario di Israele, la Siria, sarebbe stata azzoppato.
Questo non è stato riportato dai mass media israeliani, che hanno garantito che fosse tenuto il coperchio sull’ovvio, chiaramente nella consapevolezza che ciò renderebbe insostenibile la posizione degli insorti, che si auto-professano anti-sionisti, di cheerleaders dell’occidente nel mondo arabo. Eppure questi cheerleaders che sostengono che Assad sia un bene per Israele, non sono stati in grado di svegliarsi quando Israele ha battuto inesorabilmente i tamburi di guerra contro uno dei più importanti alleati della Siria, l’Iran.
Oltre a voler sbarazzarsi di Assad per garantire l’egemonia militare della regione, Israele ha anche un interesse economico nel distruggere l’oleodotto Siria, Iran, Iraq, che avrebbe potuto competere con l’oleodotto BTC di Israele e i piani dell’eternamente incompiuto gasdotto Nabucco per l’Europa.

Opposizione pro-Israele
Con slancio maggiore, la facciata già precaria pro-Assad dei media israeliani ha cominciato a sgretolarsi sempre più, mentre voci dall’opposizione siriana  attraversavano la linea rossa del sembrare amichevoli verso Israele. Il deputato Yitzhak Herzog, che ha già ricoperto incarichi ministeriali in parlamento israeliano, ha detto che i leader dell’opposizione siriana hanno detto che vogliono la pace con Israele, dopo che il presidente siriano Bashar al-Assad sarà caduto. Infatti, il membro del CBS Bassma Kodmani ha partecipato alla conferenza Bilderberg 2012, in cui il cambiamento di regime in Siria era all’ordine del giorno. Kodmani ha già sollecitato relazioni amichevoli tra Siria e Israele su un talk show francese, spingendosi a dire: “Abbiamo bisogno di Israele nella regione”.
Un altro membro del CNS, Ammar Abdulhamid, ha dichiarato il suo sostegno a relazioni amichevoli tra Israele e la Siria, in un’intervista con Ynetnews. All’inizio di quest’anno una conversazione telefonica tra il Radwan Ziyad e Mouhammad Abdallah del CNS, rivelava che avevano pregato il ministro della difesa israeliano Ehud Barak, di ulteriore assistenza.
Al di fuori del CNS, i figli degli ex dirigenti, ora all’opposizione, hanno aderito alla corsa pro-Israele dei ratti. Ribal al-Assad, figlio dello zio di Bashar Assad, l’ex vice-presidente in esilio Rifaat al-Asaad, ha accolto con favore la possibilità che la Siria faccia la pace con Israele. E il figlio dell’ex primo ministro siriano Nofal al-Dawalibi ha detto in un’intervista alla radio israeliana, che il popolo siriano vuole la pace con Israele. Dawalibi ha formato il “libero governo nazionale di transizione siriano“, un altro gruppo di opposizione esterno, che rivaleggia con il CNS per il potere, nella eventualità che cada il governo siriano. Questo lotte settarie e disunione, che specchiano la Libia post-Gheddafi, ora minacciano di affliggere la Siria. Anche nella più bassa gerarchia dell’opposizione, si trovano voci pro-Israele. Il siriano Danny Abdul Dayem, il semisconosciuto portavoce non ufficiale dell’ELS, è apparso sulla CNN mendicando da Israele un attacco alla Siria. E in un’intervista a Canale 2 di Israele, lo sceicco Abdullah Tamimi, un Imam in esilio dalla città siriana di Homs, ha detto che l’opposizione siriana non ha alcuna inimicizia verso Israele. Tamimi ha continuato chiedendo il supporto monetario e militare ai sunniti in Siria e Libano.

Sionisti anti-Assad e leader israeliani
I socialisti hanno scelto di essere ciechi davanti al fatto che i sionisti di rilievo sostengono la rivolta siriana sin dal suo inizio. I senatori statunitensi John McCain e Joe Lieberman, entrambi ben noti per essere amici dell’entità sionista, hanno incontrato gli insorti del CNS sul confine siriano con la Turchia, poi hanno chiesto agli Stati Uniti di armarli. In realtà, Joe Lieberman ha invocato la guerra contro la Siria fin dal 2011. Un altro noto sionista Bernard Henri-Levy, che era alla testa della distruzione della Libia con i bombardamenti aerei della NATO, ha anch’egli chiesto un attacco alla Siria.
Più di recente, voci all’interno del governo israeliano sono stati più esigenti nel chiedere e desiderare la sostituzione del governo siriano con un regime fantoccio più amichevole. Il presidente israeliano Shimon Peres, dopo aver ricevuto la ‘Medaglia della Libertà‘ dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, ha detto che il mondo deve sbarazzarsi di Assad. Ciò che stava ricevendo come medaglia, richiederebbe un articolo dedicato alla psicoanalisi di un evento del genere; ma ciò che ha affermato, essendo parte di un sistema  responsabile degli abusi più gravi all’umanità nella storia, secondo cui da un punto di vista “umano” Assad deve andarsene, in realtà dovrebbe fare pensare i cosiddetti anti-sionisti. Altri membri del governo israeliano, come il vice primo ministro israeliano Shaul Mofaz, hanno esortato le potenze mondiali a avviare un cambiamento in stile libico del regime in Siria. E il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha chiesto al ‘mondo di agire’ per rimuovere Assad, mentre il viceministro degli esteri israeliano Danny Ayalon, ha accusato il “mondo” di comportarsi male per non aver agito contro il governo siriano, e poi offerto l’”assistenza” di a Israele ai “rifugiati” siriani. Esiguo eufemismo per armare i ribelli al confine.

Conclusione
Nonostante la volontà palese del governo degli Stati Uniti per un cambiamento di regime in Siria, che ha sempre dichiarato più volte, e gli evidenti interessi economici e militari di Israele per il perseguimento di un cambio di regime in Siria, in particolare la rottura dell’Asse della Resistenza e la distruzione di piani per gli oleodotti rivali. Nonostante le numerose dichiarazioni pubbliche da parte dei membri dell’opposizione siriana, pro-Israele, e la moltitudine di funzionari governativi israeliani che chiedono la caduta del governo siriano, così come dei lobbisti sionisti e delle più importanti figure sioniste come Bernard Henri-Levy, che sostengono  l’insurrezione, i cosiddetta “socialisti anti-sionisti” e i gruppi islamici persistono nella loro affermazione che Israele non ha alcun interesse a un cambio di regime in Siria, e che l’insurrezione in Siria ha base interna. Sebbene tutte le informazioni contrarie a questa illusione siano chiare, sembra che i gruppi socialisti e islamici restino volontariamente ciechi.
Questa posizione diventa sempre più insostenibile tuttavia, recentemente alla luce dell’omicidio del Viceministro della Difesa della Siria Asef Shawkat, che insieme all’assassinio contemporaneo del Ministro della Difesa Raoud Dajiha e dell’Assistente del Vice Presidente Hassan Turkmani, che il governo siriano attribuisce direttamente a Israele, Arabia Saudita e Qatar, nuove informazioni sono venute alla luce, rivelate dal caporedattore di al-Akhbar Ibrahim al-Amin.
In un articolo pubblicato oggi, Amin scrive di Shawkat  che, nonostante i tentativi incessanti da parte di Stati Uniti, Israele ed altri per demonizzarlo, infatti, aveva svolto un ruolo importante nella resistenza all’occupazione israeliana in Palestina. Fino alla fine, ha sempre sostenuto e risposto alle necessità delle forze della resistenza in Palestina e in Libano, e dei loro membri e quadri in Siria. Ha supervisionato tutto, dal loro alloggio e trasporto, ai loro campi di addestramento e di schieramento, l’organizzazione per i quadri dall’interno Palestina all’entrata segreta nel paese per l’addestramento.
Per la resistenza in Libano, Shawkat era un vero e proprio partner, fornendo tutta l’assistenza necessaria senza bisogno di ordini o di approvazione da parte della leadership. Era stato un attore centrale nella guerra del giugno 2006. Ha passato tutto il tempo nella stanza centrale delle operazioni, istituita in linea con una direttiva di Assad per fornire alla resistenza qualsiasi arma volesse, in particolare missili, tratta dalle scorte dell’esercito siriano. Shawkat e altri ufficiali e uomini dell’esercito siriano – tra cui Muhammad Suleiman, che è stato assassinato dal Mossad sulla costa siriana, nel 2008 – trascorse settimane coordinando i rifornimenti che hanno aiutato la resistenza a raggiungere i successi che hanno portato alla sconfitta di Israele.
Nonostante le accuse mosse ad Asef Shawkat in materia di sicurezza, questioni politiche o altro, per Imad Mughniyeh, il capo militare di Hezbollah assassinato era solo un altro compagno, un uomo modesto, che si inchinava quando stringeva la mano ad Hassan Nasrallah, e gli piaceva ascoltare la notizie dalla Palestina, infine, a notte fonda.
Tuttavia di anti-sionisti autoproclamati ce ne sono pochi in questo mondo che possano dire di aver fatto quanto sopra per la Resistenza palestinese, contro l’entità sionista. Ma dopo aver dimostrato di ignorare intenzionalmente tutti i fatti e la lunga storia della resistenza della Siria a Israele, è una grande tragedia che coloro che si aggrappano all’argomento trattato in questo saggio, siano solo forse in grado di lasciarla perdere se la Siria dovesse cadere, e quindi la realtà del totale abbandono militare della Palestina sarebbe a tutti così chiaramente devastante a vedersi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La NATO e l’ingratitudine dei Libici

Thierry Meyssan Réseau Voltaire  Tripoli (Libia) 11 Luglio 2011

La Coalizione dei volenterosi era giunta in Libia per salvare la popolazione civile della repressione del tiranno Gheddafi. Quattro mesi dopo, le folle libiche hanno disertato il territorio liberato di Bengasi e si sono ammassate in grandi manifestazioni contro la NATO. Di fronte a una realtà politica inaspettata, l’armada dell’Alleanza Atlantica non ha più una strategia. Gli italiani hanno iniziato il loro ritiro, i francesi cercano la via d’uscita.
 
Il governo libico sperava di raccogliere un milione di persone il 1° luglio 2011 a Tripoli, per protestare contro la NATO. Per la sorpresa delle autorità, così come dell’Alleanza Atlantica, erano 1,7 milioni.
111 giorni dopo l’inizio dell’intervento della coalizione dei volenterosi in Libia, nessuna soluzione militare è in vista e gli esperti sono tutti d’accordo che il tempo è a favore del governo libico, ad eccezione della fortuna e dell’omicidio di Muammar al-Gheddafi.
Il 7 luglio, il Consiglio dei Ministri italiano ha dimezzato l’impegno del paese nello sforzo bellico e ha ritirato la sua portaelicotteri. Il presidente Silvio Berlusconi ha detto che era sempre stato ostile a questo conflitto, ma è stato costretto dal Parlamento a parteciparvi.
Il 10 luglio il ministro della difesa francese, Gérard Longuet, ha evocato una soluzione politica che comporterebbe la partenza di Gheddafi “in un’altra ala del suo palazzo e con un altro titolo“. Dato che non c’è più un palazzo, la prima condizione è puramente formale, quanto alla seconda, nessuno ne capisce il significato, se non che si tratti di una scappatoia semantica.
Le strutture politiche e sociali libiche provengono dalla cultura locale e sono ovviamente difficili da comprendere per molti occidentali. Si tratta di un sistema unicamerale di democrazia partecipativa, che funziona molto bene a livello locale, insieme a un forum tribale che non è una seconda camera, un senato, in quanto non ha potere legislativo, ma integra la solidarietà dei clan nella vita politica. A questo dispositivo, si combina la figura della “Guida“, che non ha alcun potere legale, ma autorità morale. Nessuno è obbligato a obbedirgli, ma la maggior parte lo fa, come agirebbero nelle loro famiglie nei confronti di un anziano, benché nulla li costringa. Nel complesso, questo sistema politico è tranquillo e le persone non mostrano paura della polizia, tranne durante i tentativi di presa del potere, o durante l’ammutinamento nel carcere di Abu Salim (1996) che furono repressi in modo particolarmente sanguinoso.
Questi dati permettono di percepire l’assurdità degli obiettivi della guerra della Coalizione dei volenterosi.
Ufficialmente si tratta dell’appello del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a proteggere le vittime civili della repressione di massa. Ma oggi, i libici sono convinti che la repressione non è mai esistita e che la forza aerea libica non ha mai bombardato i quartieri di Bengasi e Tripoli. La parte del popolo libico che credeva alle informazioni diffuse dalle reti televisive internazionali, ha cambiato idea. Le persone, che hanno tutte parenti e amici sparsi in tutto il paese, hanno avuto il tempo di conoscere i pericoli che corrono le loro famiglie, e hanno concluso che sono stati ingannati.
Su questo tema, come su molti altri, il mondo è ora diviso tra coloro che credono alla versione degli Stati Uniti e quelli che non ci credono. Per parte mia, attualmente risiedo a Tripoli nella zona considerata ostile a Gheddafi, che si sarebbe sollevata contro di lui e che sarebbe stata bombardato dalla sua aviazione, all’inizio del conflitto. Posso attestare che non vi è alcuna traccia di tali eventi, ad eccezione di una macchina bruciata. Gli unici edifici che sono stati bombardati sono gli edifici pubblici che sono stati poi, distrutti dai missili della NATO.
In ogni caso, i principali leader della NATO hanno pubblicamente citato un altro scopo della guerra, che alcuni membri della Coalizione non sembrano condividere: le dimissioni di Gheddafi, il “cambio di regime”. Si sprofonda quindi in una confusione inestricabile. Da un lato, questo non ha alcuna base giuridica ai sensi delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, e non è connesso con l’obiettivo dichiarato di proteggere le popolazioni represse. D’altra parte, le dimissioni di Gheddafi non hanno senso, dal momento che non ha alcun ruolo istituzionale, ma solo un’autorità morale che emerge dalle strutture sociali e non politiche. Infine, non vediamo con quale diritto i membri della NATO si oppongono al processo democratico e decidono al posto del popolo libico che deve mettere da parte uno dei suoi leader.
Inoltre, questa confusione conferma che questa guerra ha dei secondi fini, che non sono condivisi da tutti i membri della Coalizione dei volenterosi.
Il principio di un attacco simultaneo alla Libia e alla Siria, è stato attivato dagli Stati Uniti nella settimana successiva agli attacchi dell’11 settembre 2001. fu per la prima volta esposta pubblicamente da John Bolton, allora Assistente del Segretario di Stato, nel suo discorso del 6 maggio 2002 dal titolo “Oltre l’Asse del Male”. E’ stato confermato dal generale Wesley Clark, in una famosa intervista televisiva, il 2 marzo 2007. L’ex comandante della NATO presentò la lista degli stati che sarebbero stati successivamente attaccati dagli Stati Uniti, negli anni successivi.
Gli straussiani [1] avevano inizialmente pianificato di attaccare l’Afghanistan, l’Iraq e l’Iran come parte della ‘ridefinizione del Medio Oriente’ e poi, nella seconda fase, di attaccare la Libia, Siria e Libano per estendere il processo di ridefinizione del Levante e del Nord Africa, e ancora, una terza fase per attaccare la Somalia e il Sudan, per rimodellare l’Africa orientale.
L’attacco all’Iran è stato rinviato per ovvie ragioni militari, e siamo entrati direttamente nella fase II, non correlata agli eventi reali o immaginari di Bengasi. La Coalizione dei volenterosi si trova imbarcata in un processo che non voleva e che la sovrasta.
La strategia degli Stati Uniti, attuata da Francia e Regno Unito – associate, come ai bei vecchi tempi della spedizione di Suez-, era basata su una analisi particolarmente fine del sistema tribale in Libia. Sapendo che i membri di alcune tribù -soprattutto i Warfallah- sono stati esclusi da posizioni di responsabilità, a seguito del colpo di stato fallito del 1993, la NATO aveva alimentato le loro frustrazioni, gli aveva armati e usati come leva per rovesciare il regime e installare un governo filo-occidentale. Secondo Berlusconi, Sarkozy e Cameron avevano indicato, in una riunione degli alleati del 19 marzo, che “la guerra sarebbe finita se ci fosse stata, come prevedevano, una rivolta della popolazione di Tripoli contro il regime attuale“.
Questa strategia ha raggiunto il suo zenit il 27 aprile, con l’appello di 61 capi tribali a favore del Consiglio Nazionale di Transizione. Si noti che in questo documento, non c’è più la questione dei massacri attribuiti al “regime” a Bengasi e a Tripoli, ma la sua presunta intenzione di commetterli. I firmatari  ringraziavano la Francia e l’Unione Europea per aver impedito un massacro annunciato, e non di aver fermato un massacro in corso.
Dopo quell’appello, in modo continuo e senza interruzioni, le tribù dell’opposizione si sono unite, una dopo l’altra, al governo di Tripoli e i loro leader hanno fatto pubblicamente giuramento di fedeltà a Muammar Gheddafi. In realtà questo processo è iniziato molto prima ed è stato messo in scena l’8 marzo, quando la “Guida” aveva ricevuto l’omaggio dei leader tribali al Rixos Hotel, tra i giornalisti occidentali trasformati in scudi umani e storditi da questa nuova provocazione.
Questo può essere spiegato semplicemente: l’opposizione interna a Gheddafi non aveva alcun motivo di rovesciare il regime, prima degli eventi di Bengasi. L’appello del 27 aprile si  basava sulle informazioni che i firmatari considerano, oggi, un inganno. Pertanto, ognuno di loro si si è unito al governo nazionale nella lotta contro l’aggressione straniera. Secondo la cultura musulmana, i ribelli che hanno dimostrato la loro buona fede sono stati perdonati e automaticamente incorporati nelle forze nazionali.
Non importa, nella nostra analisi, sapere se la repressione del regime di Gheddafi sia una realtà storica o un mito della propaganda occidentale, ciò che conta è sapere a cosa oggi credono i libici come popolo sovrano.
Qui dobbiamo rispettare l’equilibrio delle forze politiche. Il Consiglio nazionale di transizione (CNT) non è riuscito a crearsi una base sociale. La sua capitale provvisoria, Bengasi, era una città di 800.000 abitanti. Centinaia di migliaia di loro hanno celebrato la sua creazione a febbraio. Oggi la “città liberata dai ribelli” e “protetta dalla NATO” è in realtà una città fantasma  con poche decine di migliaia di persone, spesso si tratta di persone che non possono permettersi di andarsene. I bengasini non sono fuggiti dai combattimenti, sono fuggiti al nuovo regime.
Al contrario, il “regime di Gheddafi” è stato in grado di mobilitare 1,7 milioni di persone durante la manifestazione a Tripoli del 1° luglio, e sta impegnandosi nell’organizzazione di eventi regionali ogni Venerdì. La scorsa settimana, erano ben più di 400000 a Sabha (Sud) e si aspetta una folla simile Venerdì ad az-Zawiyah (ovest). Si noti che queste manifestazioni sono dirette contro la NATO, che ha ucciso più di mille dei loro compatrioti, distrutto infrastrutture non petrolifere del paese e tagliato tutti i rifornimenti con un blocco navale, e ruotano attorno al supporto alla “guida” come leader anti-coloniale, ma ciò non significa necessariamente l’approvazione a posteriori di tutti gli aspetti della sua politica.
In definitiva, il popolo libico ha parlato. Per lui, la NATO non è venuto a proteggerlo, ma a conquistare il paese. È Gheddafi che lo protegge dall’aggressione occidentale.
In queste condizioni la NATO non ha una strategia. Nessun “Piano B“. Niente. Le defezioni nel Consiglio nazionale di transizione sono così numerosi che, secondo la maggior parte degli esperti, i “ribelli” non vanno oltre agli 800-1000 combattenti, anche se pesantemente armati dall’Alleanza, ma incapaci di svolgere un ruolo significativo, senza un sostegno popolare. E’ probabile che i commando delle forze speciali impiegati dalla NATO sul terreno, sono più numerosi dei combattenti libici che inquadrano.
Il ritiro dell’Italia e le dichiarazioni del ministro della difesa francese non sono sorprendenti. Nonostante la sua potenza di fuoco senza eguali nella storia, l’armada della NATO ha perso questa guerra. Non certo sul piano militare, ma perché ha dimenticato che “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” e che politicamente s’è sbagliata. Le urla di Washington, che ha ammonito il ministro francese e rifiuta di perdere la faccia, non cambiranno nulla.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

Tripoli bombardata, non cede

Thierry Meyssan Réseau Voltaire  Tripoli (Libia) 27 giugno 2011

Un gruppo internazionale di ricercatori della Rete Voltaire è attualmente in Libia. Ha potuto visitare i luoghi dei bombardamenti. Con la fiducia delle autorità libiche, ha incontrato alcuni dei leader politici e della sicurezza, nonostante le condizioni di guerra. La loro conclusione è diametralmente opposta alle immagini trasmesse dalla stampa occidentale. Thierry Meyssan ci rilascia le loro prime osservazioni.

Al centesimo giorno del bombardamento della Libia, la NATO ha annunciato il suo imminente successo. Tuttavia, gli obiettivi della guerra non sono chiaramente specificati, non è chiaro quale sarebbe il successo. Contemporaneamente, la Corte penale internazionale ha annunciato l’incriminazione del leader libico Muammar Gheddafi, del figlio Saif al-Islam e del capo dell’intelligence interna, Abdallah al-Sanoussi, per “crimini contro l’umanità“.
Se si fa riferimento alla risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza, la Coalizione dei volenterosi dovrebbe stabilire una no-fly zone per evitare che le truppe del tiranno  uccidano il suo stesso popolo. Tuttavia, le informazioni iniziali, in base alle quali l’aeronautica libica avrebbe bombardato le città libiche, che si erano sollevate contro il governo di Tripoli, non sono ancora state confermate, anche se sono ritenute attendibili dalla Corte penale internazionale. Tuttavia, le azioni della NATO hanno superato di gran lunga la creazione di una no-fly zone, per trasformarsi in una sistematica distruzione delle forze armate nazionali, di aria, terra e mare.
Gli obiettivi della NATO sono probabilmente altri. I leader dell’Alleanza hanno citato più volte il rovesciamento del “regime” di Muammar Gheddafi, anche l’eliminazione fisica del “Fratello Leader“. I media occidentali si riferiscono a “defezioni in massa” dei quadri di Tripoli e al loro allineamento alla causa degli insorti a Bengasi, ma non possono fare nomi, ad eccezione di quelli dei politici da tempo noti per essere favorevoli alla riconciliazione con Washington, come l’ex ministro degli esteri Moussa Koussa.
L’opinione pubblica internazionale è massicciamente male informata. Washington ha interrotto le trasmissioni televisive libiche sul satellite Arabsat, di cui è ancora azionista la Jamahariya. Il Dipartimento di Stato non dovrebbe tardare a fare lo stesso con Nilesat.
In violazione dei suoi impegni internazionali, Washington ha rifiutato un visto per il nuovo rappresentante libico presso le Nazioni Unite. Non può venire nello Stato di New York a esporre il suo punto di vista, mentre il suo predecessore, unitosi al CNT, continua a occupare il suo posto.
Con la voce di Tripoli smorzata, è possibile diffondere qualsiasi menzogna, senza timore di smentita.
Non c’è da stupirsi visto che a Tripoli, dove è stato scritto questo articolo, i comunicati della NATO e le accuse della Corte penale internazionale sembrano irreali. L’ovest della Libia è pacifico. A volte, le sirene  annunciano l’arrivo di bombardieri o missili. Seguiti subito dopo dalle esplosioni che essi provocano. Non c’è bisogno di correre ai ripari, da un lato perché il tempo è troppo breve e, secondo, perché quasi non ci sono dei ripari.
I bombardamenti sono mirati con estrema precisione. Il munizionamento guidato colpisce gli edifici presi di mira, e in questi edifici, le parti puntate. Tuttavia, la NATO perde il controllo in volo di un missile su dieci.  Questo cade alla cieca. In qualsiasi punto della città, causando morte a caso.
Se una parte degli obiettivi della NATO è “militare“: basi e caserme; la maggior parte è “strategica“, vale a dire economica. Per esempio, l’Alleanza ha bombardato la zecca della Libia, un’amministrazione civile incaricata di stampare i dinari. Oppure, i suoi commando hanno sabotato fabbriche che erano in competizione con quelle dei membri della Coalizione. Altri obiettivi sono definiti “psicologici“. Si tratta di colpire direttamente i leader politici e militari, massacrando le loro famiglie. I missili vengono poi puntati verso abitazioni private, e in particolare sulle camere da letto dei figli dei dirigenti.
L’atmosfera nella capitale e sulla costa è pesante. Ma la popolazione resta salda. I libici osservano che nessuno dei loro problemi interni giustifica il ricorso alla guerra. Indicano le rivendicazioni sociali e le questioni regionali, come esistono nei paesi europei, ma niente che dovrebbe portare a lacerare le famiglie come si sta facendo, imponendo la spartizione del paese.
Di fronte alla NATO, decine di migliaia di cittadini ricchi hanno fatto le valigie e se ne sono andati a cercare rifugio nei paesi vicini, tra cui la Tunisia, lasciando ai poveri la cura di difendere il paese che li ha arricchiti. Molte aziende sono chiuse senza che nessuno sappia se si trovano ad affrontare problemi di approvvigionamento o se i loro proprietari sono fuggiti.
Come in Siria, la maggior parte degli oppositori politici fa blocco col governo per proteggere l’integrità del paese contro l’aggressione straniera. Tuttavia, alcuni libici, anonimi e invisibili, informano la NATO per individuare gli obiettivi. I loro genitori, un tempo ospitavano l’esercito coloniale italiano, ora gridano con i loro omologhi di Bengasi, “1, 2, 3, Sarkozy sta arrivando!“.  Ogni nazione ha i suoi traditori e i suoi collaborazionisti.
Le atrocità commesse dai mercenari del principe Bandar in Cirenaica, hanno convinto molti esitanti. La TV mostra continuamente le azioni dei leader di al-Qaida in Libia, alcuni dei quali sono stati rilasciati direttamente da Guantanamo, per combattere a fianco degli Stati Uniti.  Insopportabili immagini di linciaggi e mutilazioni nelle città erette a emirati islamisti, come di moda in Afghanistan e in Iraq, compiuti da persone disumanizzate dalle torture subite ed eccitate da potenti droghe. Non è necessario essere un vecchio sostenitore della Rivoluzione di Gheddafi per supportarla oggi, di fronte agli orrori cui i  jihadisti si dedicano nelle “zone liberate” dall’Alleanza [1].
Niente, da nessuna parte in Occidente suscita una rivolta o guerra civile. Nessuna barricata, né carri armati nelle strade. Su tutte le strade, le autorità hanno istituito posti di blocco ogni due chilometri. Gli automobilisti in paziente attesa, saggiamente, sono attenti a scoprire elementi infiltrati dalla NATO.
Il colonnello Gheddafi arma la popolazione. Quasi due milioni di fucili automatici sono stati consegnati ai civili. L’obiettivo è che ogni adulto, maschio o femmina, difenda la sua casa. I libici hanno imparato la lezione dell’Iraq. Saddam Hussein era seduto sull’autorità del Baath e dell’esercito, escludendo il suo popolo dalla vita politica. Quando il partito fu decapitato  e qualche generale disertò, il governo crollò improvvisamente lasciando il paese senza resistenza e nel caos. La Libia è organizzata secondo un sistema unico di democrazia partecipativa, paragonabile alle assemblee del Vermont. La gente è abituata ad essere consultata e responsabile. Si è dunque mobilitata in massa.
Inaspettatamente, le donne sono più determinate degli uomini nel portare le armi. Ciò riflette l’incremento negli ultimi anni della partecipazione delle donne alle assemblee popolari. Ciò riflette forse, anche la disinvoltura che ha colpito i quadri di questo Stato socialista dallo standard di vita elevato.
Tutti sanno che tutto verrà deciso quando le truppe di terra della Nato sbarcheranno, se oseranno farlo. La strategia di difesa è interamente concepita per scoraggiare uno sbarco, mobilitando la popolazione. Qui i soldati francesi, inglesi e statunitensi non saranno accolti come liberatori, ma come invasori coloniali. Dovranno affrontare infiniti combattimenti urbani.
I libici s’interrogano sulle mosse esatte della NATO. Mi sorprende constatare che spesso leggendo  gli articoli di Voltaire, tradotti e ripresi da molti siti web e alcuni giornali, che sono informati sui problemi reali. C’è qui, come dappertutto, una mancanza di informazioni sulle relazioni internazionali. La gente sa e s’inorgoglisce delle iniziative e dei risultati del governo per l’Unità africana o per lo sviluppo del Terzo Mondo, ma ignora molti aspetti della politica internazionale e sottovaluta il potere distruttivo dell’impero. La guerra sembra ancora lontana, fino a quando il predatore vi sceglie come preda.
Che cos’è questo successo che la NATO annuncia imminente? Per ora, il paese è diviso in due. La Cirenaica è stata proclamata repubblica indipendente, anche se si sta preparando a ristabilire la monarchia, ed è stata riconosciuto da diversi stati, a partire dalla Francia. Questa nuova entità è governata, di fatto, dalla NATO, ma ufficialmente da un misterioso Consiglio di Transizione Nazionale, non eletto, e i cui membri, se esistono, sono segreti per non essere chiamati a rispondere delle loro azioni. Una parte dei beni libici sono stati congelati ed ora sono gestiti, a loro massimo beneficio, dai governi occidentali. Parte della produzione di petrolio viene venduta a condizioni molto competitive alle società occidentali che ne fanno incetta. E’ forse questo il successo: il saccheggio coloniale.
Emettendo mandati di arresto internazionali contro Muammar Gheddafi, suo figlio e il capo dell’intelligence nazionale, la Corte penale internazionale sta cercando di mettere sotto pressione i diplomatici libici, per costringerli a dimettersi. Tutti sono a rischio, in caso di caduta della Libia, di essere perseguiti per “complicità in crimini contro l’umanità“. Quelli che si dimettono lasceranno un vuoto dietro di loro, senza alcuna possibilità di essere sostituiti. I mandati di arresto, quindi, emergono da una politica di isolamento del paese.
La Corte fa anche comunicazione di guerra. Ha definito Saif al-Islam “il primo ministro de facto“, cosa che certamente non è vera, ma dà l’impressione di un regime familistico. Vi si ritrova il principio d’inversione dei valori, tipico della propaganda statunitense. Mentre i ribelli di Bengasi brandiscono la bandiera della monarchia Senussi e il pretendente al trono si spazientisce a Londra, è la democrazia partecipativa che viene presentata come un regime dinastico.
Dopo i primi cento giorni di guerra, la stampa della NATO a malapena nasconde la delusione. I libici non sono insorti contro il “regime“, tranne in Cirenaica. Nessuna soluzione militare è in vista. L’unica via per l’Alleanza atlantica di uscire a testa alta, e a buon mercato, è quella di dividere semplicemente il paese. Bengasi diventerebbe l’equivalente di Camp Bondsteel, la megabase militare statunitense in Europa, avendo acquisito lo status di stato indipendente come il Kosovo. La Cirenaica sarà la base che mancava ad AFRICOM per controllare il continente.

 

[1] Suppongo che queste osservazioni possano sorprendere il lettore. Réseau Voltaire tornerà in dettaglio nei prossimi articoli.
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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