Il Mossad israeliano nelle zone di confine settentrionali del Paraguay

Sur1810 06.06.2013

mossad-south-america_f0feEsperti della sicurezza israeliani, che lavorano per il presidente Horacio Cartes, compiono visite nei dipartimenti settentrionali del Paese, nelle zone di confine, riferisce il giornale Ultima Hora. Supportato da fonti vicine a Cartes, il giornale ha detto che si tratta di membri dell’Istituto per l’intelligence e le operazioni speciali d’Israele (conosciuto con il suo acronimo Mossad) presenti nelle zone difficili dei dipartimenti di San Pedro, Concepción e Amambay. L’obiettivo degli specialisti è “riconoscere e analizzare” le aree considerate più pericolose per la sicurezza del Paese, dove è presente il cosiddetto Esercito Popolare paraguaiano (EPP), ha indicato il giornale.
La guardia del corpo di Cartes comprende cinque israeliani, per non parlare dei responsabili per la sicurezza delle due figlie, della moglie, della madre e del resto della famiglia. Queste guardie sono state messe a disposizione del presidente dagli esperti del Mossad come “regalo” per l’accordo  di Cartes della consulenza, secondo quanto rivelato da uno degli uomini più vicini al presidente, ha detto Ultima Hora, che ha aggiunto che in tutte le azioni del futuro capo di Stato, sono presenti gli israeliani, anche se ufficialmente gli agenti di sicurezza presidenziali sono membri del Reggimento di scorta presidenziale.
In questo caso, il capo del Reggimento della sicurezza presso la residenza di Cartes è il maggiore Daniel Falcon che aveva garantito la sicurezza del presidente Nicanor Duarte Frutos, nel 2003/2008. Gli israeliani furono incaricati da Cartes di mappare la situazione nel nord, viaggiare al confine e stendere una relazione tecnica riservata da consegnare dopo l’elezione del presidente, rilevava Ultima Hora. Hanno già fatto visitato la maggior parte delle zone, studiando quasi tutta la regione settentrionale e, soprattutto, ciascuno dei più ricercati presunti membri del EPP, ha detto la fonte. (Prensa Latina)

Dei militari sarebbero coinvolti nel traffico di armi in Paraguay
Sur1810 19.06.2013

paraguai_golpe27-06-2012Documenti e informazioni pubblicati in Paraguay implicano che la Direzione Materiali delle Forze Armate e comandanti militari nel traffico di armi e munizioni. Il comunicato stampa e la diffusione di copie di ordini di acquisto di granate e munizioni, rilasciate dalla suddetta Direzione a una società privata, registrano quantitativi superiori a quelli ufficialmente autorizzati. Gli ordini di acquisto sono stati effettuati presso l’azienda fornitrice Comtecpar, e le attrezzature militari in surplus sono state vendute illegalmente o contrabbandate da questa, secondo il giornale ABC.
La società ha ricevuto un’autorizzazione eccezionale per fornire armi e munizioni all’esercito, importando così dagli Stati Uniti 51000 unità di munizioni e granate, una cifra più alta del previsto, secondo i documenti pubblicati. Le forniture in eccesso sono state autorizzate dal comandante della Direzione generale Carlos Campos, ed in base ai documenti, sarebbero state vendute illegalmente in un centro commerciale nella capitale.
L’incidente è stato segnalato da Ruben Gonzalez, della società coinvolta, durante una disputa legale con il socio Carlos Federico León, da febbraio sotto indagine per questo reato penale. Il Procuratore Generale, Javier Diaz, ha creato un team di procuratori per le indagini sul caso che potrebbero portare a un possibile traffico internazionale di armi. (Prensa Latina)

553077Traduzioni di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La CIA orchestra la campagna pre-elettorale in Paraguay

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation, 08/02/ 2013

Franco-Alegre-y-Filizzola-e1355776709290-655x399Il netto aumento dei membri dell’ambasciata statunitense ad Asunción, nel corso dell’ultimo anno, è stato reso necessario dalla volontà di mantenere il controllo sul governo del Paraguay. La campagna pre-elettorale è in pieno svolgimento e, al fine di “gestirla direttamente”, l’apparato d’intelligence che opera sotto il tetto dell’ambasciata degli Stati Uniti ha avuto bisogno di personale di rinforzo. Alle forze politiche potenzialmente ostili agli interessi degli Stati Uniti non deve essere permesso di arrivare al potere. Federico Franco, il presidente in carica del Paraguay che, nel giugno 2012 ha assicurato la “rimozione costituzionale” sceneggiata dalla CIA del presidente legittimamente eletto, Fernando Lugo, ha compiuto la sua missione. Il suo successore deve essere altrettanto affidabile e gestibile. L’incidente dell’elicottero Robinson 44 che ha ucciso Lino Oviedo, uno dei candidati alla presidenza del Paraguay, ha fatto brevemente sensazione nel mondo…
L’incidente è accaduto nella notte tra il 2 e il 3 febbraio di quest’anno, mentre Oviedo tornava ad Asunción dopo diversi incontri con gli elettori nel nord del Paese. Il percorso nella sua interezza non superava i 200 chilometri e l’elicottero era pilotato da un ex pilota militare, esperto in voli notturni. La terza persona a bordo era la guardia del corpo di Oviedo, completamente di fiducia del generale in pensione e leader del partito Unione Nazionale dei Cittadini Etici (UNACE). L’elicottero è decollato in condizioni meteo favorevoli, con un fronte nuvoloso appena visibile sull’orizzonte.
La prima fase del volo si era svolta normalmente e il percorso dell’elicottero era monitorato dal centro di controllo dell’aeroporto di Asunción, che ha controllato il collegamento radio più volte. Improvvisamente, la radio è divenuta silenziosa. I tentativi di ristabilire i contatti con l’elicottero si rivelarono inutili. Un gruppo di soccorso venne inviato nelle prime ore del mattino per cercare Oviedo e i suoi compagni di viaggio. Un radiofaro montato sull’elicottero ha fatto sì che il luogo dell’incidente venisse individuato rapidamente. Corpi mutilati e frammenti dell’elicottero furono  scoperti in un palmeto, e i soccorritori furono sorpresi nel trovare i resti sparsi a ventaglio a 100-150 metri dalla zona in cui la cabina dell’elicottero e il motore si erano interrati al suolo. Questa circostanza ha dato luogo all’idea che Oviedo sia stato vittima di un attentato con un ordigno esplosivo.
Nel primo rapporto ufficiale, piuttosto prudente, sulla morte di Oviedo, l’idea che si trattasse di un atto di terrorismo non è stata esclusa. Il dinamico e aggressivo politico, spesso definito come l’ultimo caudillo paraguayano, aveva molti nemici. Militare di carriera, Oviedo ha fatto irruzione nella vita politica del Paese nel febbraio 1989, come uno dei protagonisti del rovesciamento del dittatore Stroessner. Dal 1993 fino al 1996, Oviedo è stato responsabile dello Stato Maggiore delle Forze Armate. Secondo i suoi nemici è stato durante questo periodo che ha posto le basi per la sua prosperità finanziaria, fornendo coperture ai contrabbandieri e ai cartelli della droga. I suoi tentativi di convertire la sua popolarità tra la gente in una presidenza, non ebbero successo. I rivali trionfarono e non perdonarono mai Oviedo per i suoi metodi di lotta occulti, i suoi tentativi di organizzare colpi di stato, mentre usava violenza contro gli avversari. Di conseguenza, cercò asilo politico in Brasile e poi in Argentina, e poi passò dieci anni di carcere in una prigione del Paraguay, che non scontò per intero per “buona condotta”.
Oviedo, che avrebbe compiuto 69 quest’anno, disse che la sua partecipazione alle elezioni del 2013 era il suo ultimo tentativo di diventare presidente. Era al terzo posto nella classifica della popolarità tra gli elettori, e stava facendo tutto il possibile per invertire la tendenza a suo favore. Gli sforzi  pre-elettorali di Oviedo furono colpiti dalla reazione ostile dei suoi principali rivali, che etichettava con la parola “mafia”. In primo luogo Oviedo si riferiva al Partito Colorado, che era al potere durante la dittatura di Stroessner. Oviedo stesso, nel corso degli anni ’80, apparteneva a un movimento di “tradizionalisti” del partito, interessati alla teoria della “terza via” auspicata dal presidente argentino Juan Perón, alla fine degli anni ’40. Nel 2002, Oviedo creò il suo partito UNACE, venendo raggiunto da molti ex membri del Partito Colorado. Horacio Cartes, candidato presidenziale del Partito Colorado, ritiene che il potenziale di Oviedo nell’attrarre gli elettori con visioni moderatamente conservatrici, era estremamente pericolosa, in quanto questi sono gli elettori tradizionalmente ricercati dal Partito Colorado. Di qui la ragione per cui la ferocia dello scontro tra Cartes e Oviedo fosse in aumento, nel periodo che precede le elezioni del 21 aprile 2013.
Parlando delle sue possibilità di vittoria, Oviedo aveva continuamente detto che sarebbe diventato presidente, finché non sarebbe stato ucciso dalla “mafia”. In realtà, Oviedo aveva accennato alle origini mafiose dei miliardi di Horatio Cartes, che gli avevano permesso di “comprarsi” il Partito Colorado al fine di realizzare le sue ambizioni presidenziali. Oviedo parlò di questo nella sua ultima intervista, data alla stazione radiofonica Campana Guyra, poche ore prima della sua morte. La cosa interessante è che la “mafiosità” di Cartes non ha sollevato dubbi presso l’agenzia d’intelligence statunitense. Vi sono molte informazioni nei documenti di Wikileaks sulle operazioni illegali di  Cartes per il riciclaggio di denaro della droga, finanziamento dell’invio di droga in America, Brasile e Argentina, così come del contrabbando di alcool e tabacco.
Nel corso di un incontro regionale tra i rappresentanti della CIA e della Drug Enforcement Agency (DEA), dettagli specifici sono stati discussi riguardo una complessa operazione per avere informazioni incriminanti Cartes. Che queste informazioni siano state ottenute è fuor di dubbio. Le agenzie d’intelligence statunitensi inscenano i loro spettacoli sul continente proprio come fanno a casa. Ma esattamente come è stata usata questa prova? Se dobbiamo credere alle dichiarazioni del milionario, non ha mai avuto problema di visto negli USA, sia per questioni di lavoro o per una vacanza. Così un “accordo di compromesso” è stato sicuramente raggiunto, e non è difficile indovinarne il contenuto. Nonostante tutti i suoi milioni, Cartes è appeso a un amo.
Va ricordato che l’ambasciata statunitense non ha mai avuto “lealtà” per Lino Oviedo. Cosa dicevano di lui i funzionari dei servizi segreti statunitensi presso la loro sede e il dipartimento di Stato? Ecco alcuni estratti dei dispacci inviati al dipartimento di Stato nell’aprile 2008: “È un leader forte, incline al messianismo. È noto per la sua instabilità mentale, le sue tendenze antidemocratiche e violente, e la sua capacità di ingannare e manipolare. È un pragmatico che crede che il rapporto con gli Stati Uniti sia un male necessario. Oviedo mantiene un atteggiamento anti-americano, anche se cerca la benedizione degli Stati Uniti (per la risoluzione dei suoi problemi personali). E’ un populista ed è più in sintonia con le forze autoritarie di destra piuttosto che con la sinistra. È estremamente ambizioso e anela al potere. E’ ingestibile”. La parola chiave qui è “ingestibile”.
Nel dossier della CIA su Oviedo, che è stato trasmesso alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività dei cartelli della droga in Brasile, c’erano informazioni sul coinvolgimento del Paraguay nel commercio illegale di droga, armi e operazioni di contrabbando. Ha inoltre affermato che Oviedo era riuscito a racimolare capitale per un miliardo di dollari. Il dossier sottolineava in particolare il fatto che ha avuto un’influenza negativa su imprenditori brasiliani, corrotti con denaro facile. La credibilità di questo tipo di informazioni richiede un controllo. Le agenzie d’intelligence statunitensi usano spesso delle discutibili, così come delle deliberatamente falsificate, informazioni al fine di “giustificare” la persecuzione degli indesiderabili. Indesiderabili come Oviedo. E’ possibile supporre che la CIA abbia consegnato il dossier al Brasile per attuare un’azione mirata, volta a compromettere Oviedo agli occhi dei politici e membri delle forze armate brasiliani. Sin dall’inizio della sua attività, ha preferito concentrarsi sul Brasile, principale avversario strategico degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale, in modo tale che gli agenti della CIA si preoccupassero che non avesse alcun tipo di trattamento favorevole.
Il candidato presidenziale Efrain Alegre e il candidato vice-presidenziale Rafael Filizolla prendono parte alla campagna elettorale come coppia del Partito Liberale Radicale Autentico (PLRA). Sono entrambi ex-ministri dal governo di Fernando Lugo. Alegre ha affrontato le questioni su costruzioni e comunicazioni, mentre Filizolla si occupava di politica interna. L’ambasciata degli Stati Uniti con loro non ha avuto problemi di natura ideologica o legale, il che spiega la loro tranquilla partecipazione al processo elettorale. I partiti della sinistra accusano Alegre e Filizolla di collaborare con le strutture di “dominio statunitense” in Paraguay. Nessun politico si è azzardato a smentire pienamente queste pesanti accuse: c’è motivo di attirare l’attenzione degli elettori su un tema così delicato?
Tuttavia, è possibile parlare della carriera politica di Filizolla più dettagliatamente. In primo luogo finì sotto l’attenzione dell’ambasciata degli Stati Uniti nel 2005. Filizolla aveva preso parte a un seminario dedicato al rafforzamento dei rapporti tra Paraguay e Venezuela. Parlò in modo molto critico delle politiche di Washington, ma approvava il governo di Chávez e le attività di “populisti”, come Lula, Kirchner e altri leader latinoamericani di sinistra. “Nonostante isolati attacchi immaturi”, Felizolla come “giovane, promettente politico” ha cominciato ad essere invitato ai ricevimenti presso l’ambasciata degli Stati Uniti. Prima della sua nomina a ministro degli Interni, Fernando Lugo “ricevette pareri” dall’ambasciatore degli Stati Uniti. E all’improvviso Filizolla è diventato uno dei ministri più popolari del governo Lugo. E’ stato grazie a lui che gli statunitensi hanno riformato le agenzie politiche e di intelligence del Paese, infiltrandovi i propri agenti, effettuando operazioni speciali contro i “terroristi arabi” nell’Area dei Tre confini, e affrontando il “movimento guerrigliero marxista” in Paraguay, così come l’influenza dirompente di “emissari di Chavez, Ortega e altri”.
La vittoria del Partito Liberale Radicale Autentico alle elezioni presidenziali è una possibilità. Ne hanno la possibilità, se si considera che senza neanche aspettare il funerale del marito, la vedova di Lino Oviedo aveva già annunciato che il suo partito UNACE sosterrà la “coppia Alegre-Filizolla”. Tenendo tutto questo in mente, Washington non può perdere. I favoriti nella corsa alle elezioni sono stati lavorati e le necessarie garanzie sono state ottenute, non ci sarà alcuna sorpresa inaspettata.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti preparano un’azione militare in Bolivia

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation 22/01/2013

boliviaLo scandalo del ‘team scientifico degli Stati Uniti’ è scoppiato, nonostante i tentativi dell’ambasciata degli Stati Uniti in Bolivia per metterlo a tacere. Nel giugno 2012, un team di circa 50 specialisti era arrivato nel Paese apparentemente per studiare gli effetti negativi dell’alta quota sugli esseri umani e sulla loro possibilità di un rapido recupero delle capacità di combattimento. Per evitare di attirare l’attenzione, gli statunitensi avevano dei visti turistici e attraversarono in piccoli gruppi il controllo delle frontiere. Un gruppo di questi specialisti si recò nella zona di Yungas, e un altro gruppo alle pendici del monte Chacaltaya. Delle escursioni ‘turistiche’ furono compiute nelle zone di confine con il Perù e il Cile.
Le attività della spedizione continuarono per alcuni mesi. Solo dopo una serie di articoli nei media statunitensi le autorità boliviane iniziarono ad indagare. Il Vicepresidente Alvaro Garcia aveva dichiarato che le attività degli ‘studiosi’ statunitensi nel Paese erano assai dubbie. Inizialmente, assicurarono che indagavano sui problemi di adattamento umano alle alte quote. Poi  annunciarono che gli esperimenti venivano effettuati nell’interesse delle truppe degli Stati Uniti/NATO in Afghanistan. Ecco, più di dieci anni di guerra contro i talebani, con i termini per il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan che si avvicinano, e il Pentagono si ricorda improvvisamente del problema ‘delle alte quote’! Naturalmente, dopo queste spiegazioni confuse, si fece l’ipotesi che non tutti questi statunitensi fossero scienziati.
Ufficialmente, la spedizione era guidata da Robert Roach dell’Università del Colorado, ma in realtà, il ‘gruppo di ricerca’ era subordinato a ufficiali dei servizi segreti militari statunitensi (Defense Intelligence Agency – DIA) … In Bolivia, il loro lavoro era coordinato dall’attaché militare dell’ambasciata degli Stati Uniti. Il col. Mathes Patrick e il suo personale fornirono la copertura operativa. 4 milioni di dollari di fondi furono stanziati dalla DIA del Pentagono per le spedizioni scientifiche e le attività di intelligence. Effettuare simili operazioni senza l’autorizzazione formale del paese ospitante è una aperta sfida per dimostrare disprezzo per le leggi della Bolivia e la sua leadership.
Secondo il Vicepresidente Garcia, si tratta di un “aggressione alla sovranità del Paese, e della preparazione di un attacco militare contro la Bolivia.” Tale dichiarazione ha un fondamento. Al primo segnale dello scandalo, Mathes ha lasciato la Bolivia e il colonnello Dennis Fiemeyer è divenuto l’attaché militare. E’ considerato uno dei maggiori esperti del Pentagono sul Sud America. In precedenza ha lavorato in Paraguay e Perù, ed è consapevole dell’equilibrio di potere nella regione, della strategia della Bolivia per avere l’accesso all’Oceano Pacifico, dello stato attuale delle forze armate boliviane e delle loro capacità di difesa. L’esercito statunitense attribuisce importanza nel monitorare costantemente i sentimenti nell’esercito, nel reclutare agenti ed utilizzare ‘dissidenti’ per destabilizzare e rovesciare ‘il regime di Morales’. “Il governo degli Stati Uniti ha abusato della nostra fiducia e generosità“, ha detto il Vicepresidente della Bolivia. “Questo è un segnale molto negativo, sullo sfondo dei tentativi di ripristinare delle piene relazioni diplomatiche tra i due paesi. Non possiamo restare indifferenti di fronte a questa aggressione. Abbiamo il diritto di adottare misure per evitare che una cosa del genere accada di nuovo. L’esecutivo intende mantenere sotto costante sorveglianza tutte le azioni dei rappresentanti del Nord America in Bolivia”.
L’ambasciata degli Stati Uniti è ostile fin dall’inizio al presidente indiano Evo Morales, e ha cercato di impedirne l’ascesa al potere nel 2006 e la rielezione alla presidenza nel 2010. Per sbarazzarsi di Morales, e rimettere la Bolivia sotto il controllo di Washington, i servizi segreti degli Stati Uniti hanno usato ogni opportunità per condurre una ‘guerra segreta indiscriminata’ tra cui la direzione di gruppi terroristici. I terroristi superstiti e i loro complici sono poi fuggiti dalla Bolivia negli Stati Uniti. Lungo i confini con la Bolivia, il Comando Sud degli Stati Uniti ha stabilito basi militari a Iquitos (Perù), Concon (Cile) e Mariscal Estigarribia (Paraguay). L’attuale presidente del Paraguay Federico Franco, salito al potere con un complotto sostenuto dagli USA, coopera con il Pentagono e agisce da nemico coerente del processo d’integrazione del continente perseguito dai paesi dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana per i popoli dell’America Latina.
Il Paraguay è considerato dal Pentagono una base importante da cui avviare la destabilizzazione della Bolivia. Per questo motivo, una campagna di informazione e propaganda è stata lanciata in Paraguay “per allertare contro l’esportazione della rivoluzione bolivariana” in Paraguay. Gli analisti politici non escludono che la ‘risposta adeguata’ del regime fantoccio del Paraguay agli ‘atti ostili di Morales’ possano portare all’attuazione ‘dello scenario siriano’. La Bolivia è considerata dagli analisti dei servizi segreti degli Stati Uniti un punto debole del blocco per l’integrazione ALBA.
Tendenze separatiste nelle regioni pianeggianti della Bolivia persistono. L’insoddisfazione delle élites tradizionali  diventa sempre più radicale, perché scontente che il Paese a maggioranza indiana sia governato da ‘marxisti’ che imitano le esperienze di Cuba e del Venezuela. Gli episodi di corruzione che hanno coinvolto funzionari governativi sono stati gonfiati dai media, compromettendo gli aspetti positivi che Evo Morales e i suoi collaboratori hanno ottenuto durante la presidenza. Il conflitto nelle relazioni tra gli indiani e le popolazioni bianche rimane e viene usato dai servizi segreti degli Stati Uniti per rafforzare le posizioni dell’opposizione. Washington esprime sempre le stesse lamentele su Morales:  mantenimento di relazioni amichevoli con l’Iran, rafforzamento dei legami, anche militari, con la Cina, e non aver fatto abbastanza nella lotta contro i cartelli della droga.
Dopo quattro anni di assenza dell’ambasciatore statunitense da La Paz, un raggio di speranza era finalmente spuntato diretto alla normalizzazione delle relazioni bilaterali. Washington aveva annunciato la sua intenzione di inviare il diplomatico James Nealon in Bolivia, che ha trenta anni di esperienza di lavoro nel dipartimento di Stato. L’ultimo ambasciatore degli Stati Uniti era Philip Goldberg, che nel settembre 2008 fu dichiarato persona non gradita dal Ministero degli Esteri boliviano, per aver avuto contatti con i separatisti e per il finanziamento delle attività sovversive delle organizzazioni non governative. Goldberg ha cospirato quasi apertamente, confidando nel fatto che la leadership boliviana non avrebbe osato toccarlo. Ma ha dovuto fare i bagagli in fretta. Anche perché Goldberg, quando parlava ad alcuni colleghi occidentali del corpo diplomatico, si scatenava in insulti razzisti contro Morales. I boliviani hanno imparato da quell’evento.
Prima di arrivare in Bolivia, Goldberg aveva la reputazione di specialista nel ‘rovesciamento di regimi ostili’, che non aveva smentito. La Paz ora intende condurre uno studio approfondito della vita diplomatica di Nealon, per eventuali ‘contraddizioni’ e per vedere se ci sono prove del suo coinvolgimento in operazioni sovversive in America Latina. La decisione sarà presa sulla base dei risultati dell’inchiesta. Al momento, l’unico materiale che comprometterebbe lo statunitense è una pubblicazione su WikiLeaks: in un documento di analisi inviato al dipartimento di Stato da Lima, Nealon definisce  Evo Morales presidente anti-sistema e prevedeva un impatto negativo della sua politica radicale sul progresso economico del Perù e la popolazione indiana di quel paese. Nealon ha anche osservato che Morales ‘adottava misure’ per destabilizzare il governo leale agli Stati Uniti del presidente peruviano Alan Garcia, cercando il sostegno dei ‘regimi radicali’ di Venezuela ed Ecuador. Quindi, in termini di interessi nazionali statunitensi, l’interpretazione di Nealon è che Morales sia un personaggio estremamente pericoloso. Che tipo di obiettività ci si può aspettare da questo statunitense, se dovesse arrivare a La Paz? Tra l’altro, risultano pochi dati relativi a Nealon su Wikileaks. È un diplomatico esperto che ha lavorato in Cile, Uruguay, Perù e Canada, ma non viene menzionato in corrispondenza regolare con il dipartimento di Stato. Ciò suggerisce una conclusione: Nealon ha lavorato per un altro ufficio, la CIA.
L’impressione è che la leadership boliviana non sia troppo interessata alla presenza dell’ambasciatore degli Stati Uniti a La Paz. I timori di Morales e della sua squadra sono comprensibili. La Bolivia è sottoposta a complessi attacchi destabilizzanti nei fronti interni ed esterni. Nel paese una ‘quinta colonna’ si è di recente consolidata. Il governo ha annunciato l’intenzione di verificare la legittimità delle operazioni di 22 organizzazioni non governative, la fonte delle loro finanze e la conformità delle loro vere attività con i rispettivi statuti. L’opposizione mostra apertamente i suoi rapporti con l’ambasciata degli Stati Uniti. Al recente congresso del partito “Movimento senza paura” (MSM), Geoffrey Schadrack, il capo della CIA nel paese e consigliere politico all’ambasciata degli Stati Uniti, era stato invitato. Il MSM si presenta quale partito della destra conservatrice che si oppone al governo del MAS.
La Bolivia ha difficoltà nelle sue relazioni con i paesi vicini, Paraguay, Perù e Cile. Rivendicazioni concorrenti, situazioni di conflitto e accuse di ‘gioco sporco’ persistono. Washington con coerenza e competenza pone un cuneo conflittuale nella regione. Particolare attenzione viene rivolta alla questione indiana e all”incitamento’ della Bolivia nei tentativi di ‘rivoluzionare’ i movimenti indiani di questo paese. Ciò crea le condizioni per un futuro conflitto. L’imputato principale è già noto.

É gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il cancro di Chavez è causato da un complotto statunitense?

Contrainjerencia 6 gennaio 2013

gty_hugo_chavez_ll_110929_wblogNel dicembre 2011, il presidente venezuelano Hugo Chavez aveva detto gli Stati Uniti potrebbero aver sviluppato la tecnologia per indurre il cancro su alcuni leader latino-americani, dopo che alla sua alleata e omologa dell’Argentina, Cristina Fernandez, era stato diagnosticato il male. “E’ molto, molto, molto strano che il cancro abbia colpito il presidente (del Paragay, Fernando) Lugo, e Dilma (Rousseff, presidente del Brasile). Grazie a Dio, Lugo ha superato il male (…) poi è toccato a me e “bam”, entrando in un anno elettorale, un paio di giorni dopo Lula e ora Cristina“, aveva detto Chavez alla televisione. Oggi che il leader bolivariano è ricoverato in ospedale a L’Avana, in una situazione descritta come “delicata”.
Il sito Contrainjerencia che individua e denuncia l’ingerenza straniera in America Latina, chiede ai lettori di rispondere a un sondaggio la cui domanda è la seguente: “Considerando ciò che ha subito il leader venezuelano Hugo Chávez, e l’ostilità imperiale verso di lui… pensi che il cancro possa essere il risultato di un complotto statunitense?
In quel discorso del 2011, Chavez aveva invitato i leader della Bolivia, Evo Morales, e dell’Ecuador, Rafael Correa, ad essere attenti alla salute. “La buona volontà si prenderà molta cura di Evo, Evo attenzione, attenzione Correa, naturalmente non si sa (…) quante cose siano state sviluppate dai paesi più potenti“. “Stanno cercando di destabilizzare nientedimeno che la Russia, una potenza nucleare mondiale, vedendo fino a che punto arriva la follia dell’impero, e tutta l’orchestra dei media internazionali scommette contro il candidato presidenziale Vladimir Putin“, aveva detto.

L’esercito USA ha pensato di uccidere dei leader con le radiazioni, durante la Guerra Fredda
Robert Burns – The Associated Press 9 ottobre 2007
Army Times

clip_image011In uno dei più lunghi segreti della Guerra Fredda, l’esercito ha esplorato la possibilità di usare veleni radioattivi per assassinare “persone importanti”, come capi militari o civili, secondo dei documenti recentemente declassificati ottenuti dall’Associated Press. Approvato ai più alti livelli dell’esercito nel 1948, il ben occultato piano, perseguito dai militari nel “nuovo concetto di guerra”, usava materiale radioattivo prodotto con la bomba atomica, per contaminare il territorio o basi militari, fabbriche o formazioni di truppe del nemico. Gli storici militari che hanno svolto ricerche sul grande programma di guerra radiologica, hanno detto che non avevano mai avuto prima una prova che esso includesse la ricerca di un’arma per assassinio. Mirare a personaggi pubblici, in questi attacchi, non è una cosa inaudita.
L’anno scorso, un ignoto aggressore aveva usato una piccola quantità di polonio radioattivo-210 per uccidere il critico del Cremlino Alexander Litvinenko, a Londra. Non sono citate persone vittime dell’arma per assassinio, nei documenti governativi declassificati in risposta ad una richiesta del Freedom of Information Act presentata dall’AP nel 1995. I documenti vecchi di decenni sono stati rilasciati di recente all’AP, pesantemente censurati dal governo per rimuovere le note relative agli agenti della guerra radiologica e altri dettagli. La censura riflette la preoccupazione per il potenziale utilizzo di veleni radioattivi come arma; si tratta  più di una nota storica, ma si crede che ciò venga studiato dagli attuali terroristi per attaccare obiettivi statunitensi. I documenti non danno alcuna indicazione se l’arma radiologica per l’assassinio mirato di individui di alto rango sia mai stata usata o addirittura sviluppata dagli Stati Uniti, e resta poco chiaro fino a che punto sia arrivato il programma dell’esercito.
Una nota del dicembre 1948 delinea il programma, e un altro promemoria di quel mese indicava che era avviato. Le sezioni principali di diverse relazioni successive, nel 1949, sono state rimosse dalla censura prima del rilascio all’AP. Lo sforzo più ampio sugli usi offensivi della guerra radiologica apparentemente finì nel 1954, almeno in parte a causa della condanna del Dipartimento della Difesa, secondo cui le armi nucleari erano una scommessa migliore. Se il lavoro è passato a un’altra agenzia, come la CIA, non è chiaro. Il progetto è stato definitivamente approvato nel novembre 1948 ed iniziò il mese successivo, solo un anno dopo la creazione della CIA, nel 1947. Fu un periodo turbolento della scena internazionale. Nell’agosto 1949, l’Unione Sovietica testò con successo la sua prima bomba atomica, e due mesi dopo i comunisti di Mao Zedong trionfarono nella guerra civile cinese.
Mentre gli scienziati statunitensi sviluppavano la bomba atomica, durante la seconda guerra mondiale, venne riconosciuto che agenti radioattivi, utilizzati o creati nel processo di produzione, avevano un potenziale letale. La prima relazione pubblica del governo sul progetto della bomba, pubblicata nel 1945, rilevava che i prodotti radioattivi della fissione di un reattore alimentato ad uranio, avrebbero potuto essere estratti e utilizzati “come forma particolarmente crudele di gas velenosi.” Tra i documenti comunicati all’AP, vi è una nota dell’esercito del 16 dicembre 1948, etichettata segreto, che descrive un programma accelerato per sviluppare una varietà di materiali radioattivi per scopi militari. I lavori per un'”arma sovversiva per l’attacco di individui o di piccoli gruppi” venne indicata come una priorità secondaria, da limitarsi a studi di fattibilità e a sperimentazioni. Le priorità indicate erano:
• Armi per contaminare “zone popolate o comunque critiche per lunghi periodi di tempo.”
• Munizioni combinanti esplosivi ad alto potenziale con materiale radioattivo “per infliggere danni fisici e contaminazione radioattiva nello stesso tempo.”
• Armi aeree e/o di superficie che avrebbero diffuso contaminazione su una zona da evacuare, rendendola così inutilizzabile da parte delle forze nemiche.
L’obiettivo dichiarato era produrre un prototipo per la prima e la seconda arma prioritaria, entro il 31 dicembre 1950. La quarta priorità riguardava “munizioni per attaccare singoli individui” con agenti radioattivi per i quali non vi è “alcuna possibilità di terapia.” “Questa classe di munizioni venne proposta per l’utilizzo da parte di agenti segreti o unità sovversive, in attacchi letali contro piccoli gruppi di individui importanti, ad esempio, in occasione di riunioni di leader civili o militari“, ha detto.
L’assassinio di figure straniere da parte di agenti del governo degli Stati Uniti non era esplicitamente vietata per legge, fino a quando il presidente Gerald R. Ford firmò un ordine esecutivo nel 1976, in risposta alle rivelazioni che la CIA aveva tentato, nel 1960, di uccidere il presidente cubano Fidel Castro, anche per avvelenamento. Il 16 dicembre 1948, l’appunto indicava che un attacco letale contro individui, utilizzando materiale radioattivo, doveva essere eseguito in modo da rendere impossibile rintracciarne il coinvolgimento del governo degli Stati Uniti; un concetto noto come “negazione plausibile”, fondamentale per le azioni segrete statunitensi. “L’origine della munizione, il fatto che un attacco è stato effettuato e il tipo di attacco non devono essere determinabili, se possibile”, diceva. “La munizione non deve essere appariscente e deve essere facilmente trasportabile.”
Agenti radioattivi furono ritenuti ideali per questo impiego, indica il documento, a causa della loro elevata tossicità e per il fatto che gli individui interessati non potevano sentirne l’odore, il gusto o comunque percepire l’attacco. “Dovrebbe essere possibile, ad esempio, sviluppare una munizione molto piccola che potrebbe funzionare in modo impercettibile e che avrebbe creato un’invisibile ma altamente letale concentrazione in una stanza, con gli effetti evidenziabili solo dopo l’attacco“. “Il periodo per gli effetti letali potrebbe, si ritiene, essere controllato dalla quantità di agente radioattivo disperso. Le tossicità dovrebbero essere tali che dovrebbero richiedere concentrazioni relativamente elevate, in base al peso, per dei primi effetti letali, e che anche tali concentrazioni possano essere maneggiabili.”
Tom Bielefeld, un fisico di Harvard che ha studiato il problema delle armi radiologiche, ha detto che mentre non aveva mai sentito parlare di questo progetto, gli obiettivi tecnici sembravano fattibili. Bielefeld ha osservato che il polonio, l’agente radioattivo usato per uccidere Litvinenko nel novembre 2006, è il solo ad avere le caratteristiche adatte per la missione letale descritta nella nota del 16 dicembre 1948. Barton Bernstein, professore di storia della Stanford che ha fatto ricerche approfondite sugli sforzi militari degli Stati Uniti nella guerra radiologica, ha detto di non credere che questo aspetto sia già venuto alla luce. “Questo è uno di quegli elementi che ci sorprende, ma non ci deve scandalizzare, perché nella guerra fredda tutti i modi di uccidere le persone, in ogni modo disumano, barbaro e peggio ancora, venivano periodicamente contemplati agli alti livelli del governo statunitense, in quello che veniva visto come una guerra giusta contro un nemico odiato e odioso“, ha detto Bernstein.
“Il progetto era gestito dal Corpo Chimico dell’US Army, comandato dal Magg. Gen. Alden H. Waitt, e supervisionato dall’ormai defunta agenzia delle Forze Armate, Programma per le Armi Speciali. Il Primo capo del progetto fu il Maggior-Generale Leslie R. Groves, capo dell’esercito nel Progetto Manhattan che realizzò le prime bombe atomiche. Il progetto radiologico venne approvato dal successore di Groves“, il Maggior-Generale Kenneth D. Nichols. I documenti rilasciati erano nei dossier del Programma Armi Speciali delle Forze Armate, in possesso dei National Archives.
Tra i funzionari indicati nella nota del 16 dicembre vi erano Herbert Scoville, Jr., direttore tecnico del Programma Armi Speciali delle Forze Armate e successivamente vicedirettore della CIA per la ricerca, e Samuel T. Cohen, fisico della Rand Corp. che aveva lavorato al Progetto Manhattan. Il primo via libera all’esercito nel proseguire il programma di armi radiologiche venne dato nel maggio 1948, un momento della storia degli Stati Uniti, dopo il riuscito bombardamento atomico del Giappone alla fine della seconda guerra mondiale, in cui l’esercito era impaziente di esplorare le implicazioni della scienza atomica nella guerra futura.
Una nota del luglio 1948 delinea l’intento del programma, prima di specificare di aver ricevuto l’approvazione finale, il cui obiettivo chiave era la contaminazione di lunga durata di aree terrestri di grandi dimensioni, in cui i residenti, a meno che le aree non fossero state abbandonate, probabilmente sarebbero morti per le radiazioni tra uno e 10 anni. “Si pensi che si trattava di un nuovo concetto di guerra, i cui risultati non potevano essere previsti“, affermava.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La storia afgana soppressa: Il socialismo, al-Qaida e la Chevron

Dean Henderson, Left Hook, Counterpsyops 19 ottobre 2012

Alla metà degli anni ’80, l’ONU ha tentato di negoziare un accordo di pace in Afghanistan, richiedendo il completo ritiro sovietico in cambio della fine del supporto ai ribelli afghani da Stati Uniti e Gulf Cooperation Council (GCC). L’amministrazione Reagan aveva rifiutato l’accordo delle Nazioni Unite. Voleva “dare ai sovietici il loro Vietnam” nell’ambito dell’enorme impresa per distruggere l’Unione Sovietica. Inoltre, voleva che il governo socialista di Karmal andasse via da Kabul. Nel 1986, gli aiuti militari degli USA ai mujahidin aumentarono schizzando a 1 miliardo di dollari all’anno.
Nel 1988 gli Stati Uniti e i sovietici firmarono gli accordi di Ginevra, che imponevano l’embargo sulle armi in Afghanistan. Entrambi i paesi ignorarono l’accordo e continuarono lo scontro. I mujahidin torturavano e mutilavano sistematicamente i soldati russi e afghani catturati, spesso in presenza dei consiglieri statunitensi.[1] Nel 1989 i sovietici si ritirarono dall’Afghanistan. Il primo ministro da loro imposto, Babrak Karmal, era stato sostituito dal democraticamente eletto Mohammad Najibullah Ahmadzai, nel 1986. Ma Najibullah era anche un socialista e la democrazia non è mai stata una priorità del Dipartimento di Stato degli USA. Rappresentava la frazione comunista Parcham del Partito democratico del popolo dell’Afghanistan.
Anche se i sovietici non c’erano più, gli Stati Uniti continuarono il finanziamento della guerriglia contro il governo regolarmente eletto di Kabul. Nel 1992 Najibullah fu rovesciato. Una delle sette fazioni in lotta dei mujaheddin, guidata da Burhaddin Rabbani, prese il potere. Sei dei sette gruppi ribelli deposero le armi e seguirono Rabbani. Quello che non lo fece era il favorito della CIA, l’Hezbi-i Islami di Gulbuddin Hekmatyar, che immerse le strade di Kabul in un altro bagno di sangue. Anche se le Nazioni Unite avevano riconosciuto la fazione guidata da Rabbani come governo legittimo dell’Afghanistan, la CIA riteneva Rabbani essere troppo di sinistra.
Hekmatyar, infine, occupò Kabul. Rabbani e il suo governo fuggirono a nord, nella regione di Mazar-i-Sharif in cui, sotto il comando del capo militare Sheik Ahmed Shah Massoud, le fazioni mujahidin estromesse si ricostituirono come Alleanza del Nord. Nel 1995, l’Hezbi-i Islami improvvisamente decadde, cedendo Kabul alla nuova creazione dell’Inter-Services Intelligence (ISI) del Pakistan, già presente a Kandahar, i taliban. Più di due milioni di afghani sono morti nella decennale guerra della CIA, la sua più grande operazione segreta dai tempi del Vietnam. I contribuenti statunitensi spesero 3,8 miliardi dollari per attuare un genocidio. La Casa dei Saud raddoppiò tale importo e anche gli altri monarchi del CCG vi contribuirono. Gli Stati Uniti non fecero nulla per aiutare a ricostruire l’Afghanistan e le forze create dalla CIA per combattere la sua guerra per procura, volsero sempre più la loro rabbia contro l’Occidente.
Un colpo di stato, nell’ottobre 1999, portò il generale Pervez Musharraf al potere in Pakistan. Musharraf aveva sostenuto l’ascesa del fondamentalismo islamico. Ha fatto parte del consiglio dell’Unione dei Rabita per la riabilitazione dei fuoriusciti pakistani: un fronte per la raccolta fondi di Usama bin Ladin. Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti, l’amministrazione Bush diede a Musharraf 36 ore per dimettersi dall’Unione dei Rabita. Quando si rifiutò, il Dipartimento di Stato semplicemente rimosse i Rabita dalla lista dei gruppi che sponsorizzavano il terrorismo. [2]
Gulbuddin Hekmatyar si unì a molti altri leader mujahidin nell’esprimere rabbia e disprezzo verso gli Stati Uniti, per averli abbandonati. Durante la Guerra del Golfo diversi ex comandanti mujahidin supportarono l’Iraq. Dopo la guerra, il riccone saudita Usama bin Ladin, che era stato l’emissario dei Saud nel reclutamento dei combattenti arabi per l’Afghanistan, quando usò la sua esperienza nelle costruzioni per la realizzazione a Khost, in Afghanistan, dei campi di addestramento dei mujahidin della CIA, nel 1986, invocava la jihad contro l'”alleanza crociato-sionista“. [3] Molti dei suoi compagni ex-mujahidin ascoltarono il suo appello ed al-Qaida emerse come il più brutto Frankenstein mai visto.
Nel 1993 gli estremisti di al-Qaida guidati da Ramzi Yousef, tentarono di far saltare in aria il World Trade Center con una bomba posta in un garage sotto le torri. Sei persone morirono. Una settimana prima del bombardamento, un fax venne ricevuto a Cairo, avvisava di un attacco imminente agli interessi degli Stati Uniti. Il fax era stato opportunamente inviato da Peshawar, dove prima la CIA reclutava mujahidin. Era firmato da al-Gamaa al-Islamiya (Gruppo islamico), una fazione dei mujahidin.
Nel marzo 1993, un ex-membro dei mujahidin si avvicinò al controllo di sicurezza del quartier generale della CIA, a Langley, e aprì il fuoco uccidendo due agenti. Nel marzo del 1995, due agenti della CIA che lavoravano presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Karachi, vennero freddati da un altro veterano mujahid. Entrambi gli assalitori utilizzarono dei fucili d’assalto AK-47 pagati dal governo saudita e forniti dalla CIA. Il surplus bellico della CIA, in dotazione ai mujahidin, compresi i missili Stinger, era anche finito in Iran e in Qatar. Nel 1996 gli operativi di bin Ladin bombardarono la caserma militare delle Khobar Towers di una base USA in Arabia Saudita. L’azienda di costruzioni di Bin Ladin aveva costruito le strutture. Nel 1997, due giorni dopo che un tribunale statunitense aveva condannato il responsabile pakistano dell’attacco al quartier generale della CIA, quattro impiegati della Società Texas Union Oil furono freddati a Karachi.
Nel 1998 i seguaci di bin Ladin fecero saltare in aria le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania, a pochi minuti l’una dall’altra. Centinaia i morti. Nel 2000, al-Qaida lanciò un’imbarcazione carica di esplosivi contro una fiancata del cacciatorpediniere USS Cole, mentre era ancorato nello Yemen, luogo di origine della famiglia bin Ladin. Ventisei marinai statunitensi morirono.
Gli Stati Uniti, infine, furono costretti ad esercitare pressioni pubbliche sul governo pakistano, che ospitava il Frankenstein della CIA. Il direttore della CIA di Clinton, James Woolsey, disse che il Pakistan era vicino a essere inserito nella lista del Dipartimento di Stato degli stati che sponsorizzano il terrorismo. Questa pressione pubblica aveva ulteriormente irritato il popolo pakistano, che aveva osservato come la CIA avesse creato e allevato questi narco-terroristi per un decennio, usando il loro paese come campo di addestramento. Ora gli Stati Uniti volevano scaricare le loro colpe sul popolo pakistano. I mujahidin erano furiosi. Il mujahid giordano Abu Taha la mise in questo modo, “Gli Stati Uniti sono una sanguisuga… e il Pakistan è il burattino dell’America.” Un altro mujahid veterano, Abu Saman, aveva dichiarato: “non eravamo terroristi finché noi e gli americani avevamo la stessa causa, sconfiggere una superpotenza. Ora non rispondiamo più agli interessi americani e occidentali, quindi siamo seganti come terroristi“. [4]
Nel 1994 i taliban uscirono dalle scuole religiose, note come madrasse, nel nord-ovest del Pakistan. Le scuole erano gestite dal Jamiat-Ulema-i-Islami, un gruppo fondamentalista islamico con stretti legami con l’ISI pakistano e finanziato dal governo saudita. I taliban lanciarono incursioni dal suolo pakistano, proprio come avevano fatto i mujahidin, ottenendo notorietà quando liberarono un convoglio militare pakistano catturato in Afghanistan. Nel giro di un anno, controllavano un terzo dell’Afghanistan, istituendo un governo provvisorio a Kandahar. Il governo Rabbani venne estromesso a Kabul dall’Hezbi-i Islami di Hekmatyar. Nel 1995 le forze taliban avanzarono su Kabul e le truppe di Hekmatyar consegnarono Kabul ai taliban. Un diplomatico occidentale disse dei taliban, “Chiaramente i pakistani stanno giocando un loro ruolo“. [5]
Quando i taliban presero il potere nel 1996, dicendo che avrebbero stabilito un “emirato islamico”, degli aerei atterrarono a Kabul trasportando i leader taliban e sette alti ufficiali pakistani. [6] il Pakistan, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti riconobbero immediatamente i taliban.
I Quattro Cavalieri (Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP Amoco e Royal Dutch/Shell) presero in simpatia i taliban, considerati una “forza stabilizzatrice nella regione”. Erano ansiosi di convincere i feudatari dell’importanza della costruzione di un gasdotto che attraverso l’Afghanistan andasse dall’Oceano Indiano ai vasti giacimenti di gas naturale del Turkmenistan, che confina con l’Afghanistan a nord. Il governo Rabbani aveva negoziato con un consorzio argentino chiamato Bridas, la costruzione del gasdotto. Questo fece arrabbiare i Quattro Cavalieri, che appoggiarono la Unocal nel consorzio noto come Centgas. Nel 2005 la Unocal divenne una sezione della Chevron. Molti cittadini di Kabul erano convinti che la CIA avesse portato al potere i taliban, nel nome di Big Oil. [7]
I Quattro Cavalieri erano occupati a sfruttare i loro nuovi giacimenti di petrolio e gas del Mar Caspio e delle nuove repubbliche dell’Asia centrale, a nord dell’Afghanistan. Azerbaigian e Kazakistan possiedono vaste riserve di greggio stimate in oltre 200 miliardi di barili. Il vicino Turkmenistan è una virtuale repubblica del gas, ospitante alcuni dei più grandi giacimenti di gas naturale sulla terra. Il giacimento di gas più grande si trova a Dauletabad, nel sud-est del paese, vicino al confine con l’Afghanistan. In tutto ci sono circa 6.600 miliardi di metri cubi di gas naturale nella regione del Mar Caspio. Il consorzio Centgas aveva anche previsto la costruzione di un oleodotto che colleghi i campi petroliferi di Chardzhan, in Turkmenistan, ai giacimenti petroliferi siberiani più a nord. [8] Il Turkmenistan ha anche vasti giacimenti di petrolio, rame, carbone, tungsteno, zinco, uranio e oro.
Con Rabbani fuori dal quadro, la Centgas iniziò a negoziare sul serio con i taliban per i diritti di costruzione del gasdotto da Dauletbad, attraverso l’Afghanistan, al porto di Karachi in Pakistan, dove l’US Navy gestiva una base di 100-acri, misteriosamente consegnatale dal Sultano Qabus dell’Oman. I Quattro Cavalieri si portarono in Asia centrale alcuni fedeli partner commerciali sauditi. Il miliardario saudita sceicco Khalid bin Mahfouz, proprietario della BCCI e della Banca commerciale nazionale, ed entusiasta sostenitore dei mujahidin, abbracciò i taliban. Bin Mahfouz, il cui patrimonio netto va oltre i 2 miliardi di dollari, controllava la Nimir Petroleum, un partner della Chevron-Texaco nello sviluppo di un giacimento petrolifero da 1,5 miliardi di barili del Kazakistan. Un’indagine del governo saudita scoprì che la Banca commerciale nazionale di bin Mahfouz aveva trasferito oltre 3 milioni di dollari in beneficenza ad Usama bin Ladin, nel 1999. [9]
La saudita Delta Oil è una partner della Amerada Hess nelle imprese petrolifere dell’Azerbaijan. Delta-Hess fa parte della Bechtel, che guida il gruppo di costruzione dell’oleodotto trans-turco da 2,4 miliardi dollari del Caspian Pipeline Consortium, che arriva al porto russo sul Mar Nero di Novorossisk. Delta Oil è anche un partner nella Centgas.
Secondo lo scrittore francese Olivier Roy, “Quando i taliban presero il potere in Afghanistan, la cosa fu in gran parte orchestrata dai servizi segreti pakistani (ISI) e dalla compagnia petrolifera Unocal assieme alla sua alleata, la saudita Delta“. [10] Nel gennaio 1998 Centgas accettava di pagare al governo taliban 100 milioni di dollari all’anno, per gestire il suo gasdotto in Afghanistan. La Centgas organizzò riunioni ad alto livello a Washington, tra funzionari taliban e il Dipartimento di Stato. A rappresentare Unocal vi era Zalmay Khalilzad, sottosegretario alla difesa di Bush senior e che aveva lavorato per la Cambridge Energy Research Associates, prima di lavorare per Unocal. Khalilzad è nato a Mazar-i-Sharif, da ricchi aristocratici afghani. Suo padre era un assistente del re Zahir Shah. Khalilzad ha anche lavorato per la Rand Corporation, quando era nella CIA. [11] Khalilzad ha lasciato il suo posto all’Unocal per aderire al Consiglio di sicurezza nazionale di Bush Jr. [12] Nel 2002 Bush ha nominato Khalilzad primo inviato degli Stati Uniti in Afghanistan dopo più 20 anni. Il primo punto del suo ordine del giorno era rilanciare i colloqui sulla costruzione del gasdotto Centgas.
Bin Mahfouz era ora sotto inchiesta per il finanziamento della rete terroristica al-Qaida di Usama bin Ladin. Era rappresentato negli Stati Uniti dallo studio legale di Washington Akin, Gump, Strauss, Hauer & Feld. Lo studio rappresenta la Casa dei Saud e la più grande società di carità del mondo islamico, la Holy Land Foundation per lo sviluppo e il soccorso dell’Arabia Saudita. Entro tre mesi dagli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, il Tesoro aveva congelato i beni della fondazione saudita. Akin-Gump difese con successo bin Mahfouz, quando scoppiò lo scandalo della BCCI. Tre partner dello studio sono buoni amici del presidente George W. Bush. James C. Langdon è uno dei più cari amici di Bush. George Salem era stato coinvolto nella raccolta di fondi per la campagna di Bush. Barnett “Sandy” Cress è stato nominato da Bush alla guida di un’iniziativa per l’istruzione sponsorizzata dalla Casa Bianca. [13]
Secondo l’analista d’intelligence francese Jean-Charles Brisard, il presidente degli Stati Uniti Bush Jr. aveva bloccato le indagini dei servizi segreti statunitensi sulle cellule dormienti di al-Qaida, mentre continuava a negoziare segretamente con i funzionari taliban. L’ultimo incontro avvenne nell’agosto 2001, appena cinque settimane prima dell’11 settembre. Bush voleva che i taliban consegnassero bin Ladin in cambio di aiuti economici dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita e del sostegno ai taliban. [14]
Il vicedirettore dell’FBI, John O’Neill, si dimise nel luglio 2001 per protestare contro l’amministrazione Bush, che si stava ingraziando i taliban. Brisard dice che O’Neill gli ha detto, “i principali ostacoli all’indagine sul terrorismo islamico sono gli interessi delle società americane e il ruolo svolto dall’Arabia Saudita.” O’Neill divenne il nuovo capo della sicurezza presso il World Trade Center di New York, ed è stato ucciso durante gli attacchi dell’11 settembre 2001. [15]
Secondo il quotidiano francese Le Figaro, la CIA ha incontrato bin Ladin più volte nel corso dei mesi precedenti l’11 settembre. Secondo il Washington Post, la CIA ha incontrato l’inviato del leader talib Mullah Mohammed Omar, Rahmattullah Hashami, nel luglio 2001. Hashami si offrì di trattenere bin Ladin fin quando la CIA avesse potuto catturarlo ma, secondo il Village Voice, l’amministrazione Bush rifiutò l’offerta. Nello stesso mese, la CIA aveva incontrato il capo di Jamiaat-i-Islami, Qazi Hussein Ahmed.
Il governo degli Stati Uniti diede 43 milioni di dollari di aiuti ai taliban nel 2000 e 132 milioni nel 2001. Ai taliban fu detto dalla Casa Bianca di Bush di assumere una ditta di pubbliche relazioni di Washington, per far ripulire la loro immagine. L’azienda era guidata da Laila Helms, nipote dell’ex direttore della CIA e amico intimo della BCCI, Richard Helms. I rappresentanti di Big Oil erano presenti ai negoziati Bush-taliban, in cui un funzionario disse ai taliban, in una riunione dell’agosto di quell’anno, “O accettate la nostra offerta di un tappeto d’oro, o vi seppelliamo sotto un tappeto di bombe“. [16]
Anche dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, il presidente Bush omise i nomi di due organizzazioni finanziate dalla Casa dei Saud, l’International Islamic Relief Organization e la Lega Musulmana Mondiale, che finanziavano al-Qaida, da un elenco dei gruppi i cui beni sarebbero stati congelati dal Tesoro degli Stati Uniti. [17] Come l’analista dell’intelligence francese Brisard ha osservato, “La dipendenza americana dal petrolio e dal denaro sauditi rischia di minare la sicurezza nazionale in Occidente“.

Note:
[1] “War Criminals, Real and Imagined”. Gregory Elich. Covert Action Quarterly. Winter 2001. p.23
[2] “Handbook for the New War”. Evan Thomas. Newsweek. 10-8-01
[3] “The Mesmerizer”. Rod Nordland and Jeffrey Bartholet. Newsweek. 9-24-01. p.45
[4] “Terror Sweep Drives Arabs from Pakistan”. AP. Arkansas Democrat Gazette. 4-13-93. p.1
[5] “The Rise of the Taliban”. Emily MacFarquhar. US News & World Report. 3-6-95. p.64
[6] “The World Today”. BBC Radio. 9-24-96
[7] “Morning Edition”. National Public Radio. 10-2-96
[8] “The Roving Eye: Pipelineistan, Part I: The Rules of the Game”. Pepe Escobar. Asia Times Online. 1-25-02
[9] “The White House Connection: Saudi Agents and Close Bush Friends”. Maggie Mulvihill, Jonathan Wells and Jack Meyers. Boston Herald Online Edition. 12-10-01
[10] “al-Qaeda, US Oil Companies and Central Asia”. Peter Dale Scott. Nexus. May-June, 2006. p.11-15
[11] Escobar
[12] “US Ties to Saudi Elite May be Hurting War on Terrorism”. Jonathan Wells, Jack Meyers and Maggie Mulvihill. Boston Herald Online. 12-10-01
[13] Mulvihill, Wells and Meyers
[14] Bin Laden: The Forbidden Truth. Jean-Charles Brisard and Guillaume Dasquie. Paris. 2001
[15] Ibid
[16] Ibid
[17] Nordland and Bartholet. p.45

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La dimensione continentale delle elezioni in Venezuela

André Maltais, Mondialisation, 28 settembre 2012

Le elezioni presidenziali del 7 ottobre in Venezuela sono, come raramente accade per una elezione, di una terribile importanza. Non solo, dice il fondatore del canale Telesur Aram Aharonian, i venezuelani si chiedono se il processo bolivariano continuerà, ma sia i latinoamericani che i centri di potere statunitensi sanno che da questo processo dipende, in buona misura, il futuro dell’integrazione dell’America Latina e dei Caraibi. Per il sindacalista venezuelano residente in Argentina, Modesto Emilio Guerrero, “una sconfitta del movimento del presidente Chavez causerebbe dei mutamenti politici nelle Americhe, poiché vi sono concentrate, in Venezuela, tante importanti conquiste politiche dell’ultimo decennio Latinamericano.” Migus Romain, un giornalista francese che soggiorna in Venezuela, ritiene che tale risultato riporterebbe il continente latino-americano “nell’abisso sociale degli anni ’90.”
La sconfitta di Chavez è improbabile, comunque. Dei 124 sondaggi condotti finora in Venezuela, sia dal governo che da privati, 122 prevedono che l’attuale presidente vincerà con un margine compreso tra 8 e 22 punti percentuali sul suo avversario diretto, il governatore dello stato di Miranda, Henrique Capriles Radonski. Ma il piano B dell’opposizione preoccupa seriamente. Il 25 agosto, pochi giorni dopo una dichiarazione della società di sondaggi Datanalisis, secondo cui solo un evento eccezionale, come un disastro, potrebbe impedire l’elezione di Chavez, un violento incendio uccideva 41 persone nella raffineria di Amuay, una delle più importanti paese. Datanalisis è stata fondata da Luis Vicente Leon, uno degli organizzatori del fallito colpo di stato dell’aprile 2002 contro il presidente Chavez. In precedenza, dopo lo straripamento del fiume, l’importante ponte di Cupira che collega la capitale all’est, era misteriosamente crollato. Questi due “eventi eccezionali“, come la presunta strage di indigeni amazzonici, sono attualmente sotto inchiesta. Cercando di accusare il governo per questi eventi, la destra e i media commerciali sperano di ridurre il divario tra i candidati e, quindi, giustificare una presunta frode elettorale, che annunciano da diverse settimane conducendo una furiosa campagna contro l’affidabilità del sistema venezuelano elettorale e contro la Commissione elettorale nazionale (CNE), accusata di essere il “braccio elettorale del chavismo“.
In Cile, l’ex ministro della pianificazione del governo di Carlos Andrés Pérez e consigliere di Capriles Radonski, Ricardo Haussman, vantava che la sera del 7 ottobre l’opposizione comunicherà al mondo i risultati dell’elezione, possibilmente prima della stessa CNE! Radonski, ricorda Modesto Emilio Guerrero, proviene da ‘Giustizia In primo luogo’, un movimento che ha partecipato attivamente al colpo di stato dell’aprile 2002. Il candidato dell’opposizione aveva  assaltato l’ambasciata di Cuba a Caracas, scavalcando il muro, danneggiando i veicoli, tagliando acqua, elettricità e cibo ai residenti. La consigliera statunitense Eva Golinder, ritiene che i milioni di dollari inviati in dieci anni dalle agenzie degli Stati Uniti ai gruppi anti-Chavez potrebbero ‘erodere’ Chavez, e ciò non più tardi delle elezioni provinciali e comunali dell’aprile 2013. Nel frattempo, ha detto, un clima propizio agli scontri post-elettorali per le strade, potrebbe far perdere a Chavez più della metà delle province e oltre il 60% dei comuni. Sarebbe allora possibile, aggiunge Guerrero, costruire una corrente reazionaria istituzionale “rispettosa della democrazia“, come quella che abbiamo visto all’opera in Paraguay, e che sembra essere un modello per ciò che è previsto per il Venezuela.
Il tempo sta per scadere per gli Stati Uniti. Nel suo rapporto del maggio 2012, la Bank of America analizza le conseguenze a lungo termine delle elezioni che si terranno nel paese, da dove arriva il 27% del petrolio che muove l’economia degli Stati Uniti, e raccomanda di risolvere “il caso del signor Chavez”. Secondo la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), la somma delle attività economiche in Asia Pacifico e America Latina rappresenta oggi il 60% della crescita economica globale. Per far fronte alla crisi nel proprio paese, il presidente Obama ha ridotto le importazioni di petrolio degli Stati Uniti da 9,3 a 8,9 milioni di barili al giorno. Quindi, avverte Victor Flores Alvarez sul portale Internet America Latina en movimiento, se sfruttate al ritmo attuale dall’amministrazione Obama, le riserve statunitensi non dovrebbero durare più di undici anni. Nel frattempo, il Venezuela non solo è pieno di oro nero, ma il suo governo con le sue principali entità commerciali, economiche, militari, culturali e diplomatiche dipendenti o associate, per dieci anni ha strutturato la “nuova America Latina“, allontanandosi da Washington. La recente adesione del Venezuela al Mercosur non può far piacere per nulla agli Stati Uniti, poiché con questa unione, le due entità che preoccupano la Casa Bianca si rafforzano a vicenda.
Il Venezuela, ha detto Isabel Delgado, membro della Commissione presidenziale per il Mercosur, porta al blocco commerciale “una forte e strutturata dimensione energetica, la cui assenza è fondamentale per l’attuale crisi dell’Unione europea.” Con il Venezuela, il Mercosur ospiterà il 70% della popolazione del Sud America e il suo PIL coprirà l’83,2% di quello del sub-continente. Il suo territorio occupa la maggior parte della costa atlantica e si proietta sul mare dei Caraibi. E’ anche evidente che il blocco regionale rafforza il Venezuela, un paese fino ad allora vulnerabile alla scarsità di cibo, dandogli l’accesso a uno dei più grandi mercati alimentari del mondo. Cosa più importante, il blocco spezza l’isolamento in cui gli Stati Uniti cercano di confinare Caracas e la protegge contro possibili blocchi economici. Con il Mercosur e l’ALBA, il Venezuela è posizionato più che mai nella dimensione storica orientata all’integrazione Bolivariana dell’America Latina, e non c’è dubbio che con esso, i paesi del Mercosur si rivolgeranno maggiormente verso i BRICS emergenti, come Cina, India e Russia. Il premier cinese Wen Jiabao lo ha capito, e solo tre giorni dopo che il Mercosur ha sospeso il Paraguay, (uno dei pochi paesi al mondo che non intrattengono relazioni diplomatiche con la Cina), proponeva una vasta alleanza strategica tra il suo paese e il blocco commerciale del Sud America. L’offerta cinese è allettante, dice Victor Flores Alvarez.
Il CEPAL stima che nel 2030 i due terzi della classe media globale vivranno nella regione Asia-Pacifico, contro il 20% in Nord America e in Europa insieme. La classe media asiatica sarà un mercato chiave per prodotti alimentari, beni di lusso, turismo di qualità, servizi medici e prodotti di consumo. All’America Latina viene offerta l’opportunità non solo di prolungare il ciclo commerciale favorevole con l’Asia, che mantiene dal 2003, ma anche di diversificare le proprie esportazioni e aumentarne il valore aggiunto. Flores Alvarez ha aggiunto che l’offerta cinese permette all’America Latina anche di contemplare una alleanza anti-invasione e anti-aggressione con una grande potenza che equilibra il pianeta. Pertanto, conclude Eva Golinder, “gli insaziabili che vogliono il potere nel paese che detiene le maggiori riserve di petrolio del mondo, non tollereranno un fallimento. Il paese è in pericolo e deve prevalere“.

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La fine della rete spionistica dell’USAID in America Latina

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 26/09/2012

L’espulsione dell’USAID dalla Russia era uno sviluppo a lungo atteso e gradito. Mosca ha ripetutamente messo in guardia i suoi partner statunitensi, attraverso una serie di canali, che la tendenza dell’USAID ad interferire negli affari interni della Russia era inaccettabile e che, in particolare, il radicalismo delle sue ONG presenti nel Caucaso non sarebbe stato tollerato. Quando il 1° ottobre, la decisione presa dalla leadership russa avrà effetto, il personale dell’USAID di Mosca, che aveva ostinatamente ignorato tali segnali, dovrà fare le valigie e trasferirsi in altri paesi accusati di avere un regime autoritario…
In America Latina, l’USAID ha da tempo la reputazione di organizzazione nei cui uffici ospita, difatti, i centri di intelligence che progettano l’indebolimento dei governi legittimi di un certo numero di paesi del continente. La verità è che l’USAID quale ospite di operativi della CIA e delle agenzie di intelligence della difesa degli Stati Uniti, non è poi così ignota, così come quello di aver avuto un ruolo in ogni colpo di stato in America Latina, così come nel sostegno finanziario, tecnico e ideologico delle rispettive opposizioni. L’USAID cerca anche, in genere, d’infiltrare le forze armate e le forze dell’ordine locali, reclutandovi degli agenti pronti a dare una mano all’opposizione, quando ce ne sia l’occasione.
In diversa misura, tutti i leader populisti latinoamericani sentono la pressione dell’USAID. Senza dubbio, il Venezuela di H. Chavez è l’obiettivo numero uno della lista dei nemici dell’USAID. Il supporto agli oppositori del regime del paese si è ridotto notevolmente, a partire dalle enormi proteste del 2002-2004, mentre la nazione ha visto il governo concentrarsi sui problemi socio-economici, l’assistenza sanitaria, l’edilizia residenziale e le politiche giovanili. L’opposizione ha dovuto iniziare a fare affidamento sempre più sulle campagne nei media, circa l’80% dei quali sono gestiti dal campo anti-Chavez.
Stimolando il panico con voci su imminenti interruzioni dell’approvvigionamento alimentare, con relazioni che esagerano il livello di criminalità in Venezuela (dove, in realtà, c’è meno criminalità che nella maggior parte dei paesi amici degli Stati Uniti), e con accuse di incompetenza del governo nel rispondere alle catastrofi tecniche, divenute sospettosamente frequenti mentre le elezioni si avvicinano, che poi vengono diffuse presso il pubblico nell’ambito di uno scenario sovversivo che coinvolge la rete di organizzazioni non governative venezuelane. In alcuni casi, l’appartenenza a queste ultime si limita a 3-4 persone, ma assieme al forte sostegno dei media, l’opposizione è in grado di dimostrare di essere una forza inquietante. I commentatori pro-Chavez temono che gli agenti dell’USAID contenderanno l’esito della votazione e, in modo sincronico, gruppi paramilitari trascineranno le città venezuelane nel caos, per dare agli Stati Uniti un pretesto per l’intervento militare.
L’USAID è nota per aver contribuito al recente fallito colpo di Stato in Ecuador, nel corso del quale il presidente R. Correa era scampato a un attentato. Le forze di elite della polizia, fortemente sponsorizzate dagli Stati Uniti e dai media che hanno strumentalizzato la legislazione liberale sulla libertà di espressione siglata da Correa, sono stati gli attori chiave della sollevazione. Successivamente, ci sono voluti i seri sforzi di Correa per fare approvare in parlamento un codice multimediale riveduto, contrastando le pressioni delle lobby dell’USAID.
Diversi tentativi per rovesciare il governo di Evo Morales, hanno chiaramente utilizzato il potenziale operativo dell’USAID in Bolivia. Secondo la giornalista e autrice Eva Golinger, l’USAID ha speso almeno 85 mioni di dollari per destabilizzare il regime del paese. Inizialmente, gli Stati Uniti speravano di ottenere il risultato desiderato sollevando i separatisti, in prevalenza bianchi, della provincia di Santa Cruz. Quando il piano fallì, l’USAID passò a corteggiare le comunità indigene con cui le ONG didattico-ambientaliste avevano iniziato a mettersi in contatto, alcuni anni prima. Resoconti disorientanti furono forniti agli indiani, secondo cui la costruzione di una superstrada nella loro regione avrebbe lasciato le loro comunità senza terra, e le conseguenti marce di protesta indiane nella capitale, erosero la posizione pubblica di Morales. Ma poco dopo emerse che molte di quelle marce, tra cui quelle inscenate dal gruppo TIPNIS, erano state coordinate dall’ambasciata degli Stati Uniti. Il lavoro era stato svolto da un funzionario dell’ambasciata, Eliseo Abelo, un elemento dell’USAID che si occupava della popolazione indigena boliviana. Le sue conversazioni telefoniche con i leader della marcia furono intercettate dall’agenzia del controspionaggio boliviana e furono rese pubbliche, così dovette fuggire dal paese, mentre l’inviato diplomatico statunitense in Bolivia si lamentava delle intercettazioni telefoniche.
Nel giugno 2012, i ministri degli esteri dei paesi del blocco ALBA hanno approvato una risoluzione sull’USAID, che dice: “Citando la pianificazione e il coordinamento degli aiuti stranieri come pretesto, l’USAID s’intromette apertamente negli affari interni di paesi sovrani, sponsorizzando le ONG e le attività di protesta volte a destabilizzare quei governi legittimi che non sono amichevoli dal punto di vista di Washington. I documenti resi pubblici dagli archivi del Dipartimento di Stato, sono la prova che il sostegno finanziario veniva fornito ai partiti e gruppi di opposizione nei paesi dell’ALBA, una pratica equivalente ad aperte e audaci interferenze per conto degli Stati Uniti. Nella maggior parte dei paesi dell’ALBA, l’USAID opera attraverso le sue estese reti di ONG, che gestisce al di fuori del quadro normativo, e anche finanziando in modo illecito media e gruppi politici. Siamo convinti che i nostri paesi non hanno bisogno del sostegno finanziario esterno per mantenere la democrazia stabilita dagli Stati latino-americani e caraibici, o di organizzazioni guidate esternamente che tentano di indebolire o mettere da parte le nostre istituzioni governative”. I ministri hanno chiesto alla leadership di ALBA di espellere immediatamente i rappresentanti dell’USAID, poiché minacciano la sovranità e la stabilità politica dei paesi in cui operano. La risoluzione è stata firmata da Bolivia, Cuba, Ecuador, Repubblica Dominicana, Nicaragua e Venezuela.
Lo scorso maggio Paul J. Bonicelli è stato confermato, dal Senato degli Stati Uniti, assistente amministratore dell’USAID per l’America Latina e i Caraibi. L’ex capo della USAID, Mark Feuerstein, acquisì una tale notorietà, in America Latina, come cervello dietro i golpe contro i legittimi capi di Stato di Honduras e Paraguay, che i politici del continente hanno semplicemente dovuto imparare a evitarlo. La credibilità dell’USAID si riduce sempre più, ed è improbabile che Bonicelli, un ricercatore e un conservatore, sarà in grado di invertirne la tendenza. Il suo curriculum comprende la guida di diverse divisioni dell’USAID e la ‘promozione della democrazia’ di concerto con il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. La visione di Bonicelli si riflette nelle pagine della rivista Foreign Policy. Per Bonicelli, Chavez non è un democratico, ma un capo ansioso di sbarazzarsi di tutti i suoi avversari. Il nuovo capo dell’USAID sostiene che, a parte la minaccia della droga, la visione di Chavez ispira i suoi seguaci populisti in Ecuador, Bolivia e Nicaragua, ponendo la più grande sfida agli interessi degli Stati Uniti in America Latina. Bonicelli esorta, pertanto, gli Stati Uniti a sostenere l’opposizione venezuelana in ogni modo possibile, fornendole supporto materiale e addestramento, in modo che possa  prendere parte a pieno alle elezioni e alle attività civili. Un altro articolo di Bonicelli ritrae l’attuale evoluzione della Russia come una cupa regressione e uno scivolamento verso il ‘neo-zarismo’. Sulla base di tale percezione, Bonicelli sostiene che l’occidente dovrebbe ritenere la Russia e i suoi dirigenti responsabili di tutto ciò che riguarda la libertà e la democrazia, anche se la libertà nel paese è importante solo per una manciata di persone, e cita il caso della Polonia, dove gli Stati Uniti supportarono Lech Walesa.
Sono scarse le probabilità che una riforma della USAID possa ripristinarne la credibilità in America Latina. Attenendosi a una ristretta lista di priorità, l’USAID punta su pochi programmi secondari e chiude i suoi uffici in Cile, Argentina, Uruguay, Costa Rica, Panama e prossimamente Brasile. L’USAID ritiene che questi paesi abbiano già una forma ragionevole di democrazia, e che non hanno più bisogno di assistenza, in modo che l’agenzia possa scagliare tutta la sua forza contro i suoi nemici principali: i populisti e Cuba, e fare del suo meglio per far abbattere i politici ostili a Washington in tutto l’emisfero occidentale. Il bilancio dichiarato dell’USAID per l’America Latina è di circa 750 milioni di dollari, ma le stime indicano che la parte segreta dei finanziamenti, che viene sfruttata dalla CIA, potrebbe arrivare a due volte tale importo.

É gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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