La Libia nel caos a due anni dalla liberazione umanitaria della NATO

F. William Engdahl, Global Research, 27 settembre 2013

930224c0-d1c9-4b8e-8724-877ff3fe3844_mw1024_n_sNel 2011, quando Muammar Gheddafi si rifiutò di lasciare tranquillamente il governo della Libia, l’amministrazione Obama, nascondendosi dietro le sottane dei francesi, lanciò una feroce campagna di bombardamenti e una “no-fly zone” sul Paese per supportare i cosiddetti combattenti per la democrazia. Gli Stati Uniti mentirono a Russia e Cina, con l’aiuto del filo-USA Consiglio di cooperazione del Golfo, per la risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla Libia, utilizzata per giustificare una guerra illegale. La dottrina della “responsabilità di proteggere” fu anche usata, la stessa dottrina che Obama vuole utilizzare in Siria. E’ utile guardare alla Libia due anni dopo l’intervento umanitario della NATO.

Il caos nel settore petrolifero
L’economia della Libia dipende dal petrolio. Subito dopo la guerra, i media occidentali salutarono il fatto che le installazioni petrolifere non fossero state danneggiate dai bombardamenti sulla popolazione e che la produzione di petrolio fosse quasi normale, pari a 1,4 milioni di barili/giorno (bpd). Poi, a luglio le guardie armate al soldo del governo di Tripoli improvvisamente si ribellarono e presero il controllo dei terminali dei giacimenti petroliferi orientali che dovevano proteggere. Vi si estraeva il grosso del petrolio della Libia, nei pressi di Bengasi, dove dalle pipeline le petroliere ricevevano il petrolio per l’esportazione nel Mediterraneo. Quando il governo perse il controllo della produzione e dei terminali, le esportazioni registrarono un netto calo. Poi un altro gruppo tribale armato prese il controllo dei due giacimenti petroliferi nel sud, bloccando il flusso di petrolio per i terminali sulla costa nord-ovest. Gli occupanti tribali chiedevano maggiori paghe e scesero in sciopero per chiedere maggiore retribuzione e la fine della corruzione. Il risultato finale, oggi, inizio di settembre, è che la Libia ha pompato solo 150.000 barili su una capacità di 1,6 milioni di barili al giorno. Le esportazioni sono diminuite a 80.000 barili al giorno. [1]

Milizie armate contro i Fratelli musulmani
La Libia è uno Stato artificiale, come gran parte del Medio Oriente e dell’Africa, tracciato dall’Italia in epoca coloniale, nella prima guerra mondiale. Era governato per consenso delle numerose tribù. Gheddafi fu scelto con un lungo processo di voto dagli anziani delle tribù, cosa che poteva richiedere fino a 15 anni, mi è stato detto da un esperto. Quando fu assassinato e la sua famiglia braccata, la NATO impose il dominio del Consiglio nazionale di transizione (CNT) dominato dalla Fratellanza musulmana. Ora, ad agosto, una nuova Assemblea è stata eletta, sempre dominata dalla Fratellanza come l’Egitto di Mursi o la Tunisia. Suonava bene sulla carta, ma la realtà è che, a detta di tutti, le bande di fuorilegge armati, per la prima volta dalla guerra, con armi moderne e jihadisti  stranieri di al-Qaida, compiono bombardamenti quotidiani in tutto il Paese per avere il controllo locale. Tripoli stessa ha numerose bande armate che ne controllano i quartieri. Si sta passando alla lotta armata tra le milizie tribali locali, che vanno formandosi, e la fratellanza che controlla il governo centrale. I leader delle province di Cirenaica e Fezzan prendono in considerazione la rottura con Tripoli, e le milizie ribelli di mobilitano in tutto il Paese. [2]

Attentati a Tripoli ogni giorno, mentre si diffonde l’illegalità
Nuri Abu Sahmain, fratello musulmano e neoeletto Presidente del Congresso, ha convocato le milizie alleate della Confraternita nella capitale, per cercare d’impedire un colpo di stato, un’azione che l’opposizione vede come un colpo di Stato della Fratellanza. Il principale partito di opposizione, le forze di centro-destra dell’Alleanza nazionale, di conseguenza ha abbandonato il Congresso insieme a diversi partiti etnici più piccoli, lasciando il partito della Giustizia e della Costruzione della Fratellanza a capo di un governo dall’autorità in rovina. “Il Congresso è  sostanzialmente collassato”, ha detto un diplomatico a Tripoli. [3] L’amministrazione Obama ha promosso il cambio di regime in tutto il mondo musulmano, dall’Egitto alla Tunisia alla Siria, in favore degli oscuri Fratelli musulmani, nell’ambito della strategia a lungo termine per il controllo dell’Arco di Crisi musulmano, dall’Afghanistan alla Libia. Mentre il colpo di Stato militare sostenuto dai sauditi contro il presidente della Fratellanza Muhammad Mursi, in Egitto, a luglio, ha dimostrato che la strategia di Obama ha qualche problema.

Rivolte e illegalità
Con l’aumento delle violenze, il ministro dell’Interno Muhammad Qalifa al-Shaiq si è dimesso ad agosto. Circa 500 prigionieri nel carcere di Tripoli entrarono in sciopero della fame per protestare contro due anni di detenzione senza accuse. Quando il governo ha ordinato al Comitato supremo della sicurezza di ristabilire l’ordine, spararono ai prigionieri attraverso le sbarre. A luglio, 1200 prigionieri fuggirono da una prigione dopo una rivolta a Bengasi. Illegalità e anarchia si  diffondono. [4] I berberi, la cui milizia aveva assaltato Tripoli nel 2011, hanno occupato temporaneamente il parlamento a Tripoli. Poiché Stati Uniti e NATO furono irremovibili nel non avere “stivali sul terreno”, consegnarono deliberatamente qualsiasi arma a tutti i ribelli che avrebbero sparato alle truppe del governo di Gheddafi. Ancora oggi hanno armi e la Libia mi viene descritta, da un giornalista francese che di recente vi si era recato, come “il più grande bazar all’aperto di armi del mondo“, dove chiunque può acquistare qualsiasi moderna arma della NATO. Gli stranieri sono in gran parte fuggiti da Bengasi, laddove l’ambasciatore statunitense fu ucciso nel consolato degli Stati Uniti dai miliziani jihadisti, lo scorso settembre. E il procuratore militare della Libia, colonnello Yusif Ali al-Asaifar, incaricato di indagare sugli omicidi di politici, militari e giornalisti, è stato lui stesso assassinato da una bomba nella propria auto, il 29 agosto. [5]
Le prospettive sono tristi mentre si allarga l’illegalità. Suleiman Qajam, un membro della commissione parlamentare per l’energia, ha detto a Bloomberg che “il governo utilizza le sue riserve. Se la situazione non migliora, non sarà in grado di pagare gli stipendi entro la fine dell’anno“. L’amministrazione Obama sostiene che l’uso, non ancora provato, del governo di Assad di armi chimiche in Siria giustifica una guerra con bombardamenti da parte della NATO e di alleati come Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Giordania, in base all’ingannevole dottrina “umanitaria” detta “responsabilità di proteggere”, che sostiene che certe violazioni dei diritti o della sicurezza delle persone, sono così gravi da trascendere il diritto internazionale, la Carta delle Nazioni Unite o le norme costituzionali degli Stati Uniti, facendo sì che per motivi morali, qualsiasi presidente degli Stati Uniti possa bombardare un Paese di sua scelta. C’è qualcosa di sbagliato qui…

Libyan Defence Minister Mohammed al-Bargathi looks on during a ceremony to mark the second anniversary of the country's revolution in BenghaziNote
[1] Krishnadev Calamur, Libya Faces Looming Crisis As Oil Output Slows To Trickle, NPR, 12 settembre 2013;
[2] Patrick Cockburn, We all thought Libya had moved on — it has, but into lawlessness and ruin, 3 settembre 2013
[3] Chris Stephen, Libyans fear standoff between Muslim Brotherhood and opposition forces, The Guardian, 20 agosto, 2013
[4] Patrick Cockburn, op.  cit.
[5] Ibid.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Damasco: una trappola per i ribelli?

Dedefensa - 17/12/2012

Bashar_Al_Assad_Military_Defensive_Exercise_17-10_2009Il ribollio siriano si nutre di innumerevoli voci, caratterizzate da violenza, sensazionalismo e da un continuo rumorio, ma raramente dalla precisione. La scorsa settimana o le ultime due settimane, sono state tipiche in questo senso, come una gatta, saggia e scaltra, ma che non riesce mai a ritrovare i suoi piccoli… voci sempre più esagerate sui ribelli lanciati verso la vittoria contro un Assad che vacillava. Certo, non era la prima volta, ma si poteva pensare che fosse vero. Il blocco BAO era euforico, ovviamente … beh, tutto si è taciuto e si è sgonfiato come un soufflé. Che cosa é successo? Ecco un articolo da una delle fonti che ci capita di apprezzare, il quotidiano indipendente di sinistra libanese as-Safir, tradotto dall’arabo all’inglese. (Cfr. 14 dicembre 2012 per l’edizione originale.)
Torniamo alla penna di Ezeddin Nader, per un resoconto molto dettagliato e accurato di ciò che sarebbe successo, che è naturalmente il contrario di ciò che ci era stato pubblicizzato con così tanto entusiasmo. In una parola: l’assalto dei ribelli su Damasco sarebbe stato l’effetto di una trappola in cui i ribelli si sono infilati a testa bassa. Questo è uno dei primi esempi di dove una grande mossa militare tattica viene descritta in dettaglio e in modo coerente, nel conflitto siriano finora caratterizzato da confusione, interferenze e distorsioni mediatiche che l’accompagnano. Si noti che questa versione dei fatti è ampiamente supportata da Patrick Cockburn, sul The Independent del 16 dicembre 2012. (L’articolo di as-Safir è citato in un altro articolo  di Cockburn sul The Independent, anche il 9 dicembre 2012, sempre in questo senso.)
(Si evidenziano, sganciandolo dal resto dell’articolo e senza commenti, inconsapevoli dell’esistenza di un accordo sulla questione, le poche righe alla fine dell’articolo che suggeriscono un accordo tra gli Stati Uniti e la Russia sulla soluzione della crisi siriana, alla fine di gennaio 2013, ai sensi della conferenza di Ginevra del 30 giugno [vedasi 3 luglio 2012]. “Per quanto riguarda i giorni a venire, fonti affermano che gli USA hanno concesso ai ribelli dell’opposizione un mese per lanciare una terza serie di attacchi a Damasco, nel tentativo di ottenere un serio vantaggio sul campo di battaglia, che contribuirebbe a rafforzare le condizioni dell’accordo russo-statunitense. L’accordo sarebbe pronto entro la fine di gennaio, sulla base dell’accordo raggiunto a Ginevra. Va notato che queste osservazioni sono correlate con quanto è stato detto in un precedente articolo di as-Safir sull’incontro “tra Clinton e Lavrov a Dublino” [vedasi 11 dicembre 2012].)

Dedefensa.org

L’esercito siriano potrebbe aver teso una trappola ai ribelli, presso Damasco
Fin dall’inizio del seconda fase dell'”operazione per l’invasione di Damasco”, le informazioni erano contrastanti. A volte, le notizie affermavano che i ribelli armati avevano occupato posizioni chiave nella capitale siriana, e in altri rapporti si affermava che l’esercito siriano aveva teso un agguato ai ribelli, infliggendo gravi danni alle fila dell’opposizione. Dopo più di due settimane di scontri nel governatorato di Rif Dimashq, la nebbia cominciava a dissolversi sull’invasione dei ribelli. A quanto pare, durante l'”invasione”, l’opposizione armata  – Jabhat al-Nusra in particolare – ha subito gravi perdite. Secondo le informazioni ottenute da as-Safir da fonti ben informate, il regime siriano sapeva da settimane del piano dei ribelli di prendere d’assalto la capitale, coinvolgendo migliaia di combattenti di tutte le nazionalità.
Il piano era volto a prendere il controllo delle città di Harasta e Duma, che sarebbero servite da trampolino di lancio per attaccare Damasco. I ribelli hanno cercato di prendere il controllo della città di Jaramana, dopo una serie di attentati mirati nei dintorni, per scacciare via i residenti della zona. Tuttavia, su consiglio di un servizio di intelligence – di un Paese alleato del regime siriano – e in coordinamento con l’esercito siriano, un piano proattivo è stato impostato per contrastare l’attacco che avrebbe dovuto aver luogo la mattina del primo sabato di dicembre. Il punto chiave del piano era attirare subito i militanti in una battaglia, disperdendone le fila e poi  infliggendogli il colpo fatale.
Il settimanale russo Argumentij Nedelij ha recentemente rivelato che “l’esercito siriano è riuscito a lanciare il primo attacco contro gli insorti, disperdendo le loro fila con l’aiuto dei servizi segreti russi, che ha fornito al regime alcuni consigli su come effettuare un attacco  proattivo“. Pochi giorni prima, il regime siriano aveva effettuato una manovra tattica su consiglio dei servizi segreti alleati, secondo il seguente scenario: le armi strategiche furono rimosse dai loro depositi, dando la falsa impressione di essere state portate in un luogo più sicuro. Nel frattempo, i satelliti stranieri, in particolare degli Stati Uniti, registravano le attività dell’esercito siriano. Questo ha scatenato i timori della comunità internazionale che le forze siriane stessero per utilizzare un particolare tipo di armi, mentre fughe mediatiche suggerivano l’eventuale uso di armi chimiche. I nemici del regime siriano hanno contribuito alla promozione di questo scenario, pensando che ciò avrebbe portato ad un intervento straniero o a una pressione sul regime affinché si accontentasse di minimi vantaggi politici. Tuttavia, la propaganda sulle armi chimiche è andata a svantaggio dei militanti, influenzando negativamente le loro prestazioni in combattimento.
Altre fonti hanno anche indicato che il piano era volto a diffondere false informazioni su diffuse defezioni nei ranghi delle forze del regime siriano che proteggevano Damasco. Inoltre, venne segnalato che le truppe siriane fossero completamente in rotta. Perciò, vennero diffuse notizie sulla caduta dei centri e delle principali basi nella capitale, e di grandi diserzioni nelle file dell’esercito. Tutto ciò spinse a mobilitare i militanti alla periferia della capitale e a lanciare un attacco precoce. Le voci diffuse dal regime siriano diedero agli insorti l’incentivo ad attaccare immediatamente Damasco.
Promuovendo la storia del crollo dell’esercito siriano nella capitale, con i rapidi progressi  dei ribelli, in pochi giorni e senza incontrare alcuna resistenza significativa, in quanto l’esercito siriano aveva liberato un certo numero di sue posizioni militari. La manovra era volta a provocare una vuoto tra i gruppi militanti e le loro linee di rifornimento. Secondo il quotidiano britannico The Independent, “Il governo siriano ha adottato una nuova strategia, nelle ultime settimane, in cui  ritira le sue truppe dalle basi indifendibili, per concentrarle a Damasco e in altre città ritenute  strategicamente cruciali.” Questa ritirata ha consentito all’esercito di lanciare una riuscita controffensiva la scorsa settimana, per alleviare la pressione militare sulla capitale e migliorando la propria posizione negoziale. Il giornale ha anche citato una fonte di Damasco, che affermava che “Il governo dice che ha compiuto una scelta strategica non difendendo gli avamposti più piccoli.” Inoltre, fonti hanno indicato che gli insorti e i loro sostenitori fossero sotto l’impressione che la caduta del regime fosse in vista. Così, hanno lanciato il loro attacco due giorni prima del previsto, giovedì 29 novembre, come il regime aveva previsto.
All’inizio dell’attacco, le comunicazioni di ogni tipo nel paese furono sospese, infliggendo un primo shock ai gruppi armati, che non erano più in grado di aggiornarsi sulla situazione delle battaglie. Fonti hanno descritto l’assalto a Damasco come il più grande e più grave dall’inizio della crisi siriana. I gruppi armati sono caduti nella trappola tesa dalle truppe siriane, che hanno ricevuto  un addestramento completo, in Russia e Iran, su come lanciare controffensive contro bande armate. Si deve notare che la Russia e l’Iran hanno accordi regionali di cooperazione strategica e lo scambio di competenze tecniche e di sicurezza con la Siria.
La battaglia ha comportato dei bombardamenti pesanti sulle posizioni ribelli, disperdendone le file su più aree. Le truppe siriane hanno lanciato una controffensiva da est e da ovest, allo stesso tempo, dopo aver attirato i ribelli verso zone situate a più di 40 km dalla capitale e a 20 km dalle loro linee di rifornimento. Questi gruppi di ribelli furono costretti a dirigersi verso le città di Harasta e Duma, proprio sotto il fuoco delle truppe governative, era ciò che il regime aveva previsto. Gli scontri sono anche infuriati lungo il fronte di Ghouta, nella parte orientale di Damasco. La forza dei ribelli si è esaurita prima che giungessero nella periferia dell’aeroporto, in particolare nelle città di Haran al-Awamid, al-Delba, Sakka, Deir al-Asafir, al-Maliha, Babila, Damir, al-Hujaira e Khan al-Sheik.
La battaglia si è conclusa nella città di Daraya, dove sono stati uccisi centinaia di militanti, diversi dei quali non erano siriani. Secondo le fonti, il numero di morti tra le fila dei gruppi armati è molto più alto di quello riportato dai media. [...]

Ezeddin Nader (as-Safir)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Non credere a tutto quello che vedi e leggi su Gheddafi

Visione del mondo: Entrambe le parti in questo conflitto sono colpevoli di diffusione di propaganda – e i giornalisti stranieri sono stati a volte fin troppo desiderosi di aiutarla
Patrick Cockburn Independent 26 giugno 2011
 
Nei primi mesi della primavera araba, i giornalisti stranieri hanno ben meritato credito per aver contribuito a fomentare e diffondere le sollevazioni popolari contro i despoti della regione. Le televisioni satellitari arabe come al-Jazeera, in particolare, hanno colpito alle radici il potere degli stati di polizia arabi, rendendo irrilevante la censura ufficiale e competendo con successo contro la propaganda del governo.
I regimi minacciati dal cambiamento, fin da quei primi giorni, fanno complimenti ambigui ai media stranieri, spedendo i corrispondenti di paesi in cui vorrebbero che ci fossero notizie, ma poi negando loro i visti per tornare. Cercando di visitare lo Yemen, all’inizio di quest’anno, ho detto che non solo non c’era alcuna possibilità che mi fosse concesso un visto giornalistico, ma che i turisti veri – incredibilmente c’è qualche persona che vuole vedere le meraviglie dello Yemen – venivano respinti all’aeroporto di Sanaa, per il fatto che essi potessero essere dei giornalisti in incognito. Il governo del Bahrain usa un trucco ancora più spregevole: dare un visto a un giornalista in una ambasciata Bahrein all’estero e impedirgli di entrare quando il suo aereo atterra.
Ci è voluto tempo per questa politica di quasi esclusione totale prendesse piede, ma significa che, oggi, la copertura giornalistica straniera di Siria, Yemen e, in misura minore, Bahrain, avviene di solito a lunga distanza, affidandosi ai video dei cellulari delle manifestazioni e delle sommosse che non possono essere verificati.
Ero a Teheran all’inizio di quest’anno e non sono riuscito a vedere le eventuali dimostrazioni nel centro della città, anche se c’erano molti poliziotti in tenuta antisommossa in giro. Sono stato quindi stupito nel trovare un video su YouTube del drammatico, per quanto mi ricordo, 27 febbraio, che mostrava una manifestazione violenta. Poi ho notato i manifestanti nel video indossavano magliette, solo che era umido e freddo a Teheran, e gli uomini che ho potuto vedere per le strade erano in giacca. Probabilmente qualcuno aveva ridatato un video girato nell’estate del 2009, quando ci furono rivolte prolungate.
Con così tanti paesi fuori portata, i giornalisti sono accorsi a Bengasi, in Libia, che può essere raggiunta dall’Egitto senza visto. In alternativa, andare a Tripoli, dove il governo permette ad un attentamente monitorato gruppo di giornalisti accreditati di operare sotto stretta sorveglianza. Arrivati in queste due città, le modalità di lavoro dei giornalisti divergono nettamente.  Tutti gli articoli  da Tripoli esprimono comprensibile scetticismo su ciò che il governo cerca di mostrare, per quanto riguarda le vittime civili causate dagli attacchi aerei della NATO o le dimostrazioni a sostegno di Gheddafi. Al contrario, i giornalisti stranieri accreditati a Bengasi, capoluogo del territorio ribelle, mostrano una credulità sorprendente verso le più sottili ma altrettanto opportunistiche, storie del governo ribelle o dei suoi simpatizzanti.
Da quando la rivolta libica è iniziata il 15 febbraio, i media stranieri hanno rigurgitato storie di atrocità commesse dalle forze di Gheddafi. Sta diventando chiaro che rispettabili organizzazioni dei diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch non sono riuscite a trovare prove per le peggiori di queste. Per esempio, potrebbero non trovare testimoni credibili degli stupri di massa che si dice siano stati ordinati da Gheddafi. I mercenari stranieri presumibilmente reclutati da Gheddafi e sfoggiati alla stampa, sono stati in seguito rilasciati tranquillamente, quando si è scoperto che fossero  lavoratori senza documenti dell’Africa centrale e occidentale.
I reati per i quali non vi sono prove contro Gheddafi sono più prosaici, come il bombardamento di civili a Misurata, che non hanno modo di fuggire. Vi è anche la prova di una sparatoria ai manifestanti disarmati e a persone ai funerali, all’inizio della rivolta. Amnesty stima che circa 100-110 persone sono state uccise a Bengasi e 59-64 a Baida, anche se avverte che alcuni dei morti potrebbero essere stati sostenitori del governo.
Gli insorti libici sono stati abili a trattare con la stampa, nella fase iniziale, e questa propaganda includeva l’abilità nell’incolpare degli omicidi inspiegabili alla parte opposta. Una storia, a cui è stato dato credito all’inizio dai media stranieri a Bengasi, era che otto-dieci soldati governativi, che si rifiutavano di sparare sui manifestanti, siano stati giustiziati dai loro. I loro corpi sono stati mostrati in televisione. Ma Donatella Rovera, senior adviser per le crisi di Amnesty International, afferma che ci sono forti evidenze di una spiegazione diversa. Lei dice che il video amatoriale li mostra in vita dopo che erano stati catturati, suggerendo che furono i ribelli che li hanno uccisi.
Si tratta di una debolezza dei giornalisti, che danno ampia pubblicità alle atrocità, delle prove che possono essere sconvolgenti quando rivelate per la prima volta. Ma quando le storie si rivelano false o esagerate, hanno appena una piatta menzione. Ma storie di atrocità sviluppano una vita propria e sono reali, e talvolta hanno conseguenze fatali a lungo, dopo che si sono sgonfiate.  All’inizio dell’anno a Bengasi ho parlato con i profughi, per lo più lavoratori del settore petrolifero di Brega, un porto petrolifero nel Golfo della Sirte, che era stato catturato dalle forze di Gheddafi. Una delle ragioni per cui erano fuggiti era che  credevano che le loro mogli e figlie fossero in pericolo di essere violentate da mercenari stranieri. Sapevano di questa minaccia guardando la TV satellitare.
E’ tutto merito di Amnesty International e Human Rights Watch aver tenuto un atteggiamento scettico sulle atrocità fino a prova contraria. Questo atteggiamento responsabile contrasta con quello di Hillary Clinton o del procuratore della Corte penale internazionale, Luis Moreno-Ocampo, che ha allegramente suggerito che Gheddafi stia usando lo stupro come arma di guerra per punire i ribelli. Altrettanto irresponsabile sarebbe una decisione da parte della Corte penale internazionale di perseguire Gheddafi e i suoi luogotenenti, rendendo così molto meno probabile che Gheddafi possa essere sollevato dal potere senza lottare fino alla fine. Questa demonizzazione sistematica di Gheddafi – despota brutale per quanto possa essere, ma non un mostro come Saddam Hussein – rende anche più difficile negoziare un cessate il fuoco con lui, se lui è l’unico uomo che può offrirne uno.
Non c’è nulla di particolarmente sorprendente se i ribelli di Bengasi facciano o producano dubbi testimoni dei crimini di Gheddafi. Stanno combattendo una guerra contro un despota di cui hanno paura e odio, e useranno comprensibilmente la propaganda nera come arma di guerra. Ma mostra lo spettacolo dell’ingenuità dei media stranieri, che quasi universalmente simpatizzano per i ribelli, che inghiottono così tante storie di atrocità, alimentate a loro dalle autorità ribelli o dai loro simpatizzanti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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