Cina: lo sviluppo della Repubblica Popolare è una dichiarazione di guerra agli Stati Uniti

La Cina ha fiducia in sé, osa delle riforme e la nuova dirigenza vuole consolidarne il successo
Fortune 19 gennaio 2014

Costruire-Città-Città-Villaggio-Night-View-alto-edificio-di-Shanghai-CinaIl contrasto non potrebbe essere più grande: da un lato del Pacifico, la potenza sempre egemone che affronta gravi problemi economici e politici, dall’altro, la superpotenza che batte tutti i record economici, nonostante i profeti di sventura, ed ha piena fiducia nel futuro. Questo non sorprende: tre decenni e mezzo dopo l’avvio della politica di riforma e apertura voluta da Deng Xiaoping, successore di Mao Zedong, questo cambiamento rivoluzionario ha dato frutti in molte aree. Lo Stato dei contadini poveri, con milioni di “formiche blu”, è diventato un Paese moderno con edifici prestigiosi e ha sviluppato l’industria della moda, che ora accede alle “passerelle” di Parigi e Milano. Anche Hollywood ne è sconvolta poiché, infatti, l’industria cinematografica statunitense ha tutte le ragioni di temere l’emergere di un concorrente serio in Estremo Oriente. Perché? Wang Jianlin, l’uomo più ricco della Repubblica popolare cinese sta costruendo a Tsingtao (ex-colonia tedesca) i più grandi studi cinematografici del mondo. Questo gigantesco progetto costerebbe più di otto miliardi di euro e sarà completato nel 2017. Potremmo anche elencarne molte come questa, a conferma dello sviluppo esponenziale della Cina moderna. Eppure, quando la nuova leadership cinese è salita al potere nel novembre 2012, diverse voci annunciavano l’imminente declino della Cina, la stessa voce, del resto, l’aveva ripetuto precedentemente.
Come il “New York Times” o “Spiegel”, i media occidentali all’unisono evocavano scenari catastrofici: una bolla immobiliare stava per scoppiare, seguita da una bolla del credito, o che poi il Paese sarebbe crollato per la corruzione, mentre l’inquinamento la devastava le persone non avrebbero tollerato le differenze tra ricchi e poveri. Il desiderio generale di libertà avrebbe fatto cadere la leadership comunista, se riforme rapide e ampie non fossero state tradotte in realtà e se la dirigenza non avesse ceduto il monopolio del potere. Niente di tutto ciò è accaduto dopo che Xi Jinping (capo di Stato e del partito) e Li Keqiang (Primo ministro) si sono insediati nel novembre 2012, per rimanervi per dieci anni. Non vediamo il motivo per cui caos politico e crollo economico dovrebbero colpire la Cina nel prossimo decennio, decennio in cui la Repubblica Popolare, secondo l’OCSE, sorpasserà gli Stati Uniti quale prima potenza economica del pianeta. Il nuovo presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, ha previsto per la Cina uno sviluppo positivo da metà ottobre: “La Repubblica Popolare cresce certamente più lentamente, ma continua le riforme. Il Paese s’impone una grande trasformazione, passa da  esportatore e investitore a un’economia orientata al consumo. La sua dirigenza ha intenzione di attenersi a questa politica, nonostante le difficoltà. È un modello per gli altri“.
Due nuove istituzioni dovranno contribuire a consolidare la strada scelta dal governo cinese: una sola autorità, soggetta al governo, ha ricevuto la missione, su decisione del Comitato Centrale, “di evitare conflitti sociali e risolverli in modo efficiente“, per garantire la sicurezza interna dello Stato.  L’emergere di questa autorità, in primo luogo, è volta a risolvere i problemi che si celano dietro le molte proteste e talvolta violente manifestazioni nel Paese contro gli eccessi di funzionari locali, dall’altra rispondere ad ulteriori sabotaggi, come il recente attentato che ha colpito Pechino. A fine ottobre, davanti la Porta della Pace Celeste, tre uiguri avevano travolto, con la loro auto carica di benzina, una folla uccidendo due passanti con loro. Non possiamo dire con certezza se fosse un piano terroristico islamista, come affermato dal governo. Una cosa è certa: in Tibet come nel Xinjiang, popolato da uiguri, gli incidenti aumentano, mentre gli abitanti di queste vaste regioni si sentono minacciati dalla crescente immigrazione di cinesi Han. La seconda autorità che emergerà, si chiama “Central Management Group” e sarà sottoposta al Comitato centrale del Partito comunista cinese. Supervisionerà e pianificherà le riforme, per  garantirne una “profondità complessiva”.
Con queste decisioni, che il Comitato centrale del Partito comunista cinese ha preso all’inizio di novembre 2013, dopo quattro giorni di discussioni, Xi Jinping e il suo compagno d’armi, l’elegante Li Keqiang, hanno imposto la loro politica alle forze ortodosse del partito. Infatti, il testo della risoluzione dice che il mercato non avrà un “ruolo fondamentale”, ma un ruolo “decisivo” nell’allocazione delle risorse. La proprietà dello Stato e la proprietà privata sono ormai componenti essenziali della “economia socialista di mercato”. Importanti riforme sociali sono state decise. Così, la politica del figlio unico verrà allentata, al fine di arrestare il processo d’invecchiamento che ostacola lo sviluppo economico. Finora le coppie che vivono in aree urbane potevano avere un secondo figlio se entrambi i genitori non avevano fratelli. Ora, nelle città cinesi le coppie possono avere un secondo figlio se un genitore non ha né fratello, né sorella. È stato anche annunciata l’abolizione dei campi di lavoro dove, dal 1957, piccoli criminali e oppositori del regime potevano essere “rieducati” per un periodo massimo di quattro anni, senza una decisione del giudice.
Il fallimento del piano di ricostruzione cinese, che causerebbe disordini interni neei prossimi anni, è una chimera spacciata dai media occidentali. Molti cinesi ora beneficiano della politica del governo. Ogni visitatore straniero scopre facilmente, camminando per le strade delle città cinesi, che non sono più soltanto i leader politici comunisti ad aver l’auto con autista. Oggi, milioni di cinesi, orgogliosi, guidano la propria nuova auto statunitense, tedesca, giapponese o sudcoreana. Inoltre, più di 90 milioni di cinesi sono andati all’estero quest’anno. Non sono solo amanti dei paesaggi, ma campioni internazionali di “shopping”. Nel 2012, i turisti cinesi all’estero hanno speso quasi 102 miliardi di dollari, più di qualsiasi altra nazione al mondo.
Praticamente sconosciuta al resto del mondo, Pechino inizia la lotta sul piano energetico. Secondo i media cinesi, il governo prevede per i prossimi cinque anni 280 miliardi di dollari per finanziare le misure per il risparmio energetico e per ridurre gli effetti negativi dell’inquinamento. Questo assieme ai 220 miliardi già investiti nelle energie rinnovabili. Ancora più importante, a medio termine, la leadership cinese vuole liberalizzare lo yuan (la moneta cinese), abbinarlo all’oro e detronizzare il dollaro da valuta globale.

46364Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L'”Air Defense Identification Zone” cinese: un errore o un passo strategicamente considerato?

Vladimir Terehov New Oriental Outlook 08.01.2014
5700368-adiz-05-800x546L’introduzione della cosiddetta Air Defense Identification Zone (ADIZ) nel Mar Cinese Orientale (ECS), il 23 novembre da parte del Ministero della Difesa della Repubblica Popolare Cinese, rimane uno dei maggiori eventi politici mondiali degli ultimi mesi. Dobbiamo ricordare che questo passo è stato compiuto da Pechino 40 anni dopo che una zona simile venisse adottata dal Giappone, cioè, uno dei principali oppositori regionali della Cina e che potrebbe diventarne il principale avversario in futuro. Il significato speciale della comparsa dell’ADIZ cinese è determinato dal fatto che questa zona si trova su parte della superficie della Regione Asia-Pacifico, in cui il centro della politica globale si sposta. Tale zona marittima, adiacente alle coste orientali della Repubblica Popolare Cinese e all’Hindustan è un moderno “Balcani” politico, un punto particolarmente sensibile in cui gli interessi degli attori più importanti del mondo s’intersecano.
In connessione con l’introduzione dell’ADIZ di Pechino, alcuni esperti nazionali hanno espresso l’opinione che ciò sia un “errore conseguente ed evidente” della diplomazia cinese. Vi sono alcuni motivi per tali considerazioni, se ricordiamo le conseguenze della politica dell'”assertività” perseguita dal 2009 dall’ex-dirigenza del PRC, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale. In risposta alle rivendicazioni territoriali cinesi sul Mar Cinese Meridionale, alcuni Paesi rivieraschi chiesero aiuto, prima di tutto Filippine e Vietnam. Tali appelli furono ascoltati da Washington, e poi la sub-regione del Sud-Est asiatico è stata spesso visitata dai principali statisti statunitensi, che hanno ignorato le richieste cinesi di non interferenza di “forze esterne alla regione” nelle dispute territoriali fra Pechino e i suoi vicini. La serietà delle intenzioni degli Stati Uniti è stata sottolineata dall'”esplorazione” del Mar Cinese Meridionale delle navi della Settima Flotta degli Stati Uniti. A quanto pare, la Cina si è subito resa conto di rafforzare la posizione del suo principale avversario geopolitico, nella sub-regione di fondamentale importanza, con le proprie azioni. Negli ultimi mesi, ciò ha comportato una svolta positiva nella retorica della leadership cinese, in relazione ai suoi vicini meridionali. Tuttavia, il rafforzamento della presenza militare e politica nel Mar Cinese Meridionale è divenuto un fatto compiuto, e ciò è stato confermato ancora una volta dal recente incidente causato dalle manovre dell’USS Cowpens pericolosamente vicino alla portaerei cinese Liaoning che partecipava ad una esercitazione di routine della Flotta del Mar del Sud della Cina.
L’opinione che la Cina abbia commesso l’ennesimo errore in politica estera, con l’introduzione dell’ADIZ, si basa su alcuni punti ragionevoli. In primo luogo, dato che un arcipelago subacqueo, di fatto sotto il controllo della Corea del Sud (ma rivendicato dalla Repubblica Popolare Cinese), rientra nell’ADIZ, ha provocato il deterioramento delle relazioni tra Pechino e Seul. Nel frattempo, l’istituzione di fiduciose relazioni bilaterali negli ultimi anni è un traguardo importante per la politica estera della Cina, in quanto ha bloccato gli annosi sforzi di Washington nel formare un’alleanza politico-militare tripartita “USA-Giappone-Corea del Sud”. Sebbene i commenti ufficiali del Ministero della Difesa della Cina indicano chiaramente che l’introduzione dell’ADIZ sia rivolta contro il Giappone (rapporti che sembrano difficili da peggiorare), piuttosto che contro la Corea del Sud, la leadership di quest’ultima potrebbe semplicemente non avere scelta se non riavvicinarsi a Tokyo. Nonostante il fatto che il sentimento anti-giapponese cresca tra i coreani. Comunque, vi sono già state segnalazioni di un possibile coordinamento dei tentativi di entrambi i Paesi per contrastare eventuali azioni militari cinesi nello spazio delineato dall’ADIZ. In secondo luogo, Giappone, Corea del Sud e Taiwan non hanno riconosciuto la legittimità di questa zona cinese, e gli aerei delle loro compagnie ignorano i prerequisiti stabiliti dal Ministero della Difesa della Cina per volare nell’ADIZ. Tutto ciò fornisce motivi per valutare queste attività della RPC come controproducenti. Eppure, nonostante gli evidenti costi tattici attuali, a quanto pare la decisione d’introdurre l’ADIZ si basa sulla definizione di obiettivi strategici. Quest’ultima sembra probabile, almeno perché notizie sono state diffuse sulla possibile istituzione dell’ADIZ anche sul Mar Cinese Meridionale da parte di Pechino, dopo la manifestazione delle conseguenze negative di questa decisione per la Cina.
Possibili aspetti strategici di questa misura della Cina sono indicati, in particolare, dalla monografia di Robbin F. Laird e Edward Timperlake, recentemente pubblicata, “Ristrutturazione del Potere militare USA nella regione Asia-Pacifico“. Pubblicata un mese prima dell’introduzione dell’ADIZ dalla Cina, gli autori, naturalmente, hanno ritenuto necessario commentare una delle più notevoli vicende politiche regionali degli ultimi tempi, con un articolo speciale. Quando analizzano i motivi e le conseguenze dell’azione del Ministero della Difesa della Cina qui discussi, si basano sul concetto formulato nel libro del “quadrilatero strategico allungato” formato dai quattro principali alleati regionali degli Stati Uniti: Giappone, Australia, Singapore e Sud Corea. L’efficienza del  triangolo del potere statunitense, formato dalle basi militari sul territorio degli Stati Uniti (arcipelago hawaiano, isola di Guam) e in Giappone, può essere raggiunta solo in condizioni di libertà di movimento sul mare e negli spazi aerei del quadrilatero. Pertanto, sulla base di dette posizioni, l’introduzione dell’ADIZ cinese, interna al “quadrilatero”, indica che la RPC crea la base per adempiere ai propri obiettivi strategici militari. Ciò è dovuto dalla necessità di violare la libertà di movimento delle unità da combattimento e da trasporto militare degli oppositori regionali di questo “quadrilatero”, se tale necessità diventasse rilevante. In particolare, ciò può verificarsi se Pechino perde la pazienza riguardo Taiwan, che sempre più diventa uno Stato indipendente de facto, invece di rientrare, in una forma o nell’altra, nella “madre patria” (continente). Ciò contraddice gli obiettivi finali della politica della Repubblica Popolare Cinese sullo sviluppo delle relazioni economiche e culturali con Taiwan. In caso di passaggio a mezzi “non pacifici” per affrontare il problema di “ristabilire l’unità della nazione”, come previsto dall’atto legislativo del Congresso Nazionale del Popolo nel 2005, il compito d’impedire agli Stati Uniti d’interferire nel conflitto (molto probabilmente in collaborazione con il Giappone) diventerà molto rilevante.
Contrariamente all’opinione popolare secondo cui lo scopo principale dell’introduzione dell’ADIZ cinese siano le isole Senkaku/Diaoyu, il cui possesso la Cina contesta al Giappone, Zachary Keck, viceredattore del giornale elettronico The Diplomat, popolare nella regione, ritiene che il principale obiettivo sia Taiwan. Se le speculazioni degli esperti sono vicine alla verità, ciò vorrà dire che l’istituzione dell’ADIZ della Cina nel Mar Cinese Orientale dimostra che Pechino ha scelto una strategia politica di contrasto controffensivo diretto ai tentativi dei suoi avversari regionali di limitarne la libertà di azione nello spazio immediatamente adiacente al territorio della Repubblica Popolare Cinese. Solo ulteriori sviluppi dimostreranno se tale versione sia corretta o meno. Tuttavia, anche oggi non vi è dubbio che la scelta strategica militare e politica dello “spigolo contro spigolo” tipico della tradizione cinese, sarà accompagnata da notevoli rischi. Ad esempio, alcuni membri dell’elite politica di Taiwan parlano della necessità di proteggere la propria ADIZ e di coinvolgervi Giappone e Corea del Sud, per contrastare una possibile azione militare della Repubblica Popolare Cinese.
Infine, si deve rilevare di non sottovalutare il potenziale del pensiero strategico della leadership cinese, un Paese la cui storia ha più di un millennio. In queste circostanze piuttosto disagiate (in gran parte conseguenza dei propri errori), la Cina non ha apparentemente nessuna politica “buona” e deve sceglierla tra “cattiva” e “pessima”.

Vladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro Asia e Medio Oriente del Russian Institute for Strategic Studies, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina: l’importanza immutata di Mao e della sua eredità per il PCC

D. S. Rajan,  South Asia Analysis Paper No. 5623, 26/12/2013
1310845-Mao_Zedong1. Le manifestazioni, in Cina per il 120.mo anniversario della nascita di Mao, saranno “solenni, austeri e pratici” secondo le istruzioni del Segretario Generale del Partito Comunista Cinese e Presidente della Repubblica Popolare Cinese (RPC), Xi Jinping. I programmi prevedono l’emissione di francobolli commemorativi, pubblicazione di libri, mostre fotografiche e concerti soprattutto nella Grande Sala del Popolo di Pechino, così come manifestazioni nella base rivoluzionaria di Yanan e nel luogo di nascita di Mao, Shao Shan.
2. Una questione chiave che assume importanza nell’occasione, sarà come l’attuale valutazione delle autorità cinesi sul ruolo di Mao si confronta su come sia stato visto in passato. A questo proposito, meritano attenzione le tre citazioni seguenti, che rivelano come la PRC abbia sempre assunto una posizione nel complesso coerente: ‘I contributi di Mao hanno superano i suoi errori‘.
Il compagno Mao Zedong fu un grande marxista e un grande rivoluzionario, stratega e teorico del proletariato. E’ del tutto sbagliato assumere un atteggiamento dogmatico nei confronti delle parole del compagno Mao Zedong, e considerare tutto ciò che ha detto come verità immutabile, da applicare meccanicamente in tutto il mondo, ed essere disposti ad ammettere onestamente che ha commesso degli errori nei suoi ultimi anni, e anche cercare di accanirvisi nelle nostre nuove attività. Tali atteggiamenti non distinguono tra pensiero di Mao Zedong, teoria scientifica formata e testata da molto tempo, e gli errori che il compagno Mao Zedong ha fatto nei suoi ultimi anni. Ed è assolutamente necessario che questa distinzione sia fatta. Vero che ha compiuto errori grossolani durante la “rivoluzione culturale”, ma se giudichiamo la sua attività nel suo complesso, i suoi contributi alla rivoluzione cinese superano di gran lunga i suoi errori. I suoi meriti sono primari e dei suoi errori secondari“. Risoluzione su alcune questioni della storia del nostro partito, dalla fondazione della Repubblica popolare cinese, adottata dalla sesta sessione plenaria dell’11.mo Comitato Centrale del Partito comunista cinese 27 giugno 1981.
I contributi del presidente Mao sono per il 70% positivi e per il 30% negativi“, Deng Xiaoping, 1981.
Le conquiste di Mao Zedong superano i suoi errori“: ‘concorda’ il 78,3% degli intervistati, ‘fortemente concorda’ il 6,8%, ‘è d’accordo’ l’11,7%, e ‘non sa’ circa il 3%. Indagine condotta dal Global Times affiliato al partito, edizione in lingua cinese del 25 dicembre 2013
3. Le dichiarazioni dei leader di partito, i contenuti di importanti documenti e i dettagli degli articoli di testa apparsi sui media ufficiali autorevoli della RPC, sopra menzionati, confermano la consistente prevalenza in Cina nel valutare i contributi di Mao. Ciò che sembra nuovo, tuttavia, è l’idea introdotta di recente dal regime di Xi Jinping: non ripudiare completamente le politiche dell’era di Mao. Questo tema trova una forte eco in Cina da quando Xi si pose la domanda (5 gennaio 2013) che “ciò che è stato raggiunto prima delle riforme non può essere negato sulla base di quello che è successo dopo, e viceversa“, insieme all’avvertimento che un ripudio totale delle politiche di Mao potrebbe portare al “grande caos sotto il cielo”. Il significato politico del passaggio sembra indubbiamente che alcuni elementi nella società, che alimentano un’opposizione cieca a Mao, subiscano l’attacco del partito.
4. Riflettendo sul trend impostato da Xi Jinping, un articolo a piena pagina sul Quotidiano del Popolo (8 novembre 2013) stilato dall’istituto di ricerca storica del partito, afferma che la Cina potrebbe prosperare solo sotto la leadership del partito, sfidando coloro che “predicano l’indiscriminata adozione del sistema occidentale“. Ha indicato come passi volti a minare la legittimità del partito, negare tragedie come la Rivoluzione Culturale del 1966-1976, che precedette le riforme nel 1978; ‘ciò seminerebbe solo i semi dell’autodistruzione del partito’. Chiedendo ai quadri ‘di sostenere e sviluppare il socialismo con caratteristiche cinesi, senza procedere per una strada chiusa e rigida, né prendendo la strada errata di cambiare i nostri bandiere e slogan’,  accusando ‘forze nemiche, in patria e all’estero, che ‘negano’ il periodo precedente la riforma e l’apertura per ‘demonizzare e negare la posizione dominante del PCC’.
5. Ad ampliare l’attacco contro chi nega le ‘grandi conquiste storiche’ del PCC, è un articolo autorevole intitolato “La denigrazione di Mao è guidata da motivazioni politiche” (Global Times, 22 dicembre 2013). Ammettendo l’esistenza dell’attuale dibattito ‘feroce’ nel Paese tra i fedeli a Mao e chi l’attacca, l’articolo osserva che anche a 37 anni dalla morte di Mao, è difficile ignorare la storia dell’era di Mao ed esprimervi un giudizio, perché siamo ancora più o meno influenzati dalla sua epoca, e una valutazione della sua eredità sarà influenzata dall’ideologia. Rilevando che l’osservazione di Deng Xiaoping su Mao sul “70 per cento giusto e 30 per cento sbagliato“, rappresenta l’idea tradizionale su Mao, l’articolo del Global Times afferma che una volta sbiadita la  Rivoluzione Culturale, la maggior parte del popolo cinese riconosce i suoi errori e le sue conquiste. E’ riconosciuto che lo stile personale della leadership di Mao aveva i suoi limiti, suscitando critiche verso di lui dopo la morte. La rivoluzione ha sempre un aspetto crudo, come la rivoluzione cinese guidata da Mao. Sottolineando che non esiste alcuna prova storica abbastanza convincente per denigrare Mao. Le voci che lo denigrano o lo sostengono completamente sono altamente polarizzate. Attualmente, le voci demonizzanti provengono principalmente dall’occidente, che critica il sistema socialista cinese. L’articolo conclude dicendo che coloro che criticano Mao lo fanno per motivazioni politiche piuttosto che per desiderio di un vero dibattito storico, invitando la società tradizionale cinese a resistere a coloro che cercano di minare la politica della Cina in nome del dibattito storico. Un altro articolo (Global Times, 22 dicembre 2013) afferma che ‘poche persone ripudiano Mao, intrattenendo fantasie infantili’.
6. Inoltre, colpisce il successivo articolo sul Quotidiano del Popolo, organo del PCC (23 dicembre 2013) dal titolo “Mao Zedong e le quattro pietre miliari sulla strada del ringiovanimento della nazione cinese“, che elogia il rapporto di Mao con la Rivoluzione di Xinhai del 1911, la fondazione del PCC nel 1921, la fondazione della Repubblica Popolare nel 1949 e la riforma e l’apertura iniziate nel 1978. Citando Deng Xiaoping, “compiamo il lavoro già avviato da Mao, ma che non aveva completato. Stiamo anche correggendo ciò che Mao fece in modo non corretto e miglioreremo il lavoro che Mao non ha adempiuto abbastanza correttamente.” L’articolo ammette le colpe e gli errori di Mao che suscitarono gli sconvolgimenti della Nuova Cina. Tuttavia, non denigrava per nulla la grandezza di Mao e i suoi contributi.
8. Da quanto precede, si può avere un ampio quadro dei fronti ideologici percepibili; il PCC definisce chi tenta di negare completamente il ruolo di Mao nel Paese, come politicamente motivato nel cercare di destabilizzare il dominio del partito. Sicuramente sembra esserci mancanza di chiarezza sull’identità di chi compia tali tentativi e quanto seri siano. Ciò premesso, è un fatto che ci sia un dibattito in corso in Cina sul ruolo di Mao; alcuni (Du Guang, un ex-docente della Scuola centrale del Partito) attribuiscono tale dibattito in Cina al fallimento nel chiarire pienamente gli errori di Mao. In ogni caso, può essere utile guardare la situazione dal punto di vista degli emergenti imperativi politici di Xi. La sfumata posizione a favore di Mao presa da Xi Jinping potrebbe segnalare l’aggravarsi delle spinte ad agire in modo equilibrato, in questa fase nei rapporti, in vista della competizione nel partito, in modo da consolidare ulteriormente la sua leadership. In generale, un compito difficile per Xi sarà raggiungere il tanto necessario equilibrio tra i suoi approcci ‘economicamente liberale’ e ‘politicamente conservatore’. Un indizio di tale situazione è il mancato annuncio, durante il Plenum del partito nel novembre 2013, di decise iniziative di riforma politica.

DENG XIAOPINGD. S. Rajan è direttore del Chennai Centre for China Studies, Chennai, India

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La paura irrazionale e razzista dell’Occidente verso la Cina

Andre Vltchek, Mondialisation, 11 gennaio 2013
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Iraq, Afghanistan, Palestina e Libia sono in rovina, schiacciati dai pesanti stivali dell’imperialismo occidentale. Ma ci è stato detto che dobbiamo avere paura della Cina.
Tutte le nazioni dell’Indocina sono state bombardate fino alla rovina, poiché i semidei occidentali non erano disposti a tollerare, e pensavano che non dovrebbero tollerare, ciò che alcuni non-popoli asiatici volevano davvero ardentemente. Su Vietnam, Cambogia e Laos furono sganciati milioni di tonnellate di bombe dai famosi bombardieri B-52 e dai cacciabombardieri. Bombe piovvero sui campi sterminando bambini, donne e bufali; milioni di morti. Non ci furono scuse, la colpa non fu accettata e non ci fu alcun compenso dalle nazioni colpevoli. L’Indonesia, leader mondiale dei non-allineati e con un enorme Partito Comunista costituzionale, fu distrutta dal colpo di stato del 1965 dell’alleanza dei governi occidentali e delle élite militari e fasciste indonesiane, così come dei fanatici religiosi della più grande organizzazione musulmana, e dalle Nazioni Unite. Tra 2 e 3 milioni di persone morirono, compresi gli appartenenti alla minoranza cinese. Insegnanti, artisti, pensatori furono tutti uccisi o soffocati. In questo caso l’imperialismo creò un popolo sottomesso, quasi privo della capacità non solo intellettuale, ma anche di analizzare la sua rovina. Ma ora ci viene ordinato di temere la crescita della Cina.
L’America Latina: ripetutamente violentata dal Messico, Repubblica Dominicana, Cuba a Grenada, Panama, Haiti, Brasile, Argentina, Colombia e Cile. Per anni, decenni e secoli. Quasi tutti i paesi dell’America centrale, del Sud America e dei Caraibi sono stati devastati a un certo punto della loro storia, con l’instaurazione della razzista e disgustosa “Dottrina Monroe”. I recenti colpi di stato contro i governi progressisti di Honduras e Paraguay sono state implementate come “soft leadership” dal leader supremo del “difensore occidentale della democrazia liberale globale”: il presidente Barack Obama. Ma ci dicono che dobbiamo contenere la Cina! Non noi, non l’occidente, ma la Cina. In Medio Oriente, regni ed emirati si affrettano per essere più servili e dipendenti dagli interessi occidentali, accettando altre basi militari degli Stati Uniti d’America (USA) nel loro territorio, uccidendo, torturando o perseguitando la maggior parte degli oppositori alla dittatura globale occidentale. Ma è la Cina, ovviamente, che mette illegittimamente in pericolo la legge ancestrale usamericana ed europea di governare il mondo. O, per essere più precisi, il “pericolo” è condiviso da Cina, Russia e America Latina, tre luoghi che sono riusciti a liberarsi delle catene dell’occidente e ad avanzare sui propri percorsi di sviluppo politici, sociali e culturali. Qualsiasi cosa siano, ma i loro! Ma la Cina è anche “peggio”, perché questi popof e latinos ancora ci assomigliano, almeno nella loro maggioranza sono bianchi. Ma immaginate che il paese più importante del mondo sia saldamente collocato in Asia, sarebbe impensabile, inaccettabile e davvero un sacrilegio.
L’Africa, che certamente non ha molta importanza nella situazione di oggi agli occhi dei governi occidentali e delle multinazionali, è abitata dalle specie più umili di “non-persone” (per usare il vocabolario di Orwell), grandi aree geografiche e culturali sono saccheggiate, divise, indebolite e quasi annientate. Sono state erette delle ridicole frontiere, grandi leader popolari come Patrice Lumumba in Congo, sono stati assassinati. Maniaci assassini come Paul Kagame e Museveni sono stati addestrati, armati e messi al potere dall’occidente, e poi sono stati inviati in varie missioni a saccheggiare e mantenere l’ordine in nome degli interessi occidentali. Il Congo ha perso circa 10 milioni di persone durante il genocidio durante il regno del re del Belgio Leopoldo II (attualmente eroe nazionale del Belgio, celebrato da innumerevoli statue in tutta Bruxelles). Oggi perde un numero simile di abitanti, mentre i militari protetti da Washington e Londra in Ruanda e Uganda l’hanno invaso deliberatamente, per rovesciare governi e saccheggiare questa grande nazione vicina. La Somalia è stata praticamente divisa con la forza e regolarmente invasa dagli alleati dell’occidente, Kenya ed Etiopia. Gli europei inviano rifiuti tossici nei pressi della costa per poi dimostrarsi indignati per la pirateria, giustificando l’ulteriore militarizzazione di tutta la regione. La “fiera Cuba africana”, l’Eritrea, viene torturata dalle sanzioni, mentre il paese/base militare di Gibuti viene glorificato e viziato, frustrato e trasformato in grottesco simbolo del militarismo francese e degli Stati Uniti: l’imperialismo occidentale nella regione in cui è nato il genere umano.
In Africa occidentale, Algeria, Angola, Namibia, Congo e Somalia, e in decine di altri paesi dell’Africa, decine di milioni di persone sono state massacrate dagli imperialisti occidentali del XX.mo e del XXI.mo secoli. E il racconto orribile non è stato migliore in passato, con l’olocausto di popolazioni indigene, come i genocidi compiuti dai tedeschi in quella che oggi è la Namibia, la schiavitù, la tortura, lo stupro e il totale disprezzo per le vite umane non di razza bianca. Ma ciò ha permesso che le nazioni occidentali siano più umili, riflessivi e apologetiche? C’è almeno un certo pathos di colpa profonda che susciti una speranza di riconciliazione globale? No, anzi! Non vi è alcun rimorso a Londra, Parigi, Berlino, Bruxelles e Washington, nei territori francesi, nel Midwest e nel Sud degli Stati Uniti. Oppure, se c’è, viene raccolta in piccole aree, prevalentemente urbane, tagliate fuori dai media mainstream. Ma ora accusano la Cina di “fare impresa” con i dittatori africani! E la macchina della propaganda occidentale, i media locali, di proprietà e “addestrati” dall’occidente, fabbricano, gonfiano e individuano la responsabilità della Cina nel cervello delle persone in tutto il mondo. Ad esempio, un incidente in miniera in Zambia. Ogni volta che è coinvolta una società cinese, la situazione viene esagerata per darne proporzioni terribili. Il risultato è che decine di persone morte a causa della negligenza, vengono messe allo stesso livello di decine di milioni di morti a causa dell’imperialismo selvaggio occidentale della tratta degli schiavi, del colonialismo e del neocolonialismo.
Le stesse tattiche di propaganda vengono utilizzate in tutto il mondo. Ad esempio, il Goethe Institut di Jakarta, in Indonesia, ha a lungo tenuto una mostra fotografica degli scontri con la polizia dei lavoratori polacchi a Gdansk, all’epoca di Solidarnosc. Alcune persone morirono. Ma il Goethe Institute non organizza mostre per commemorare i milioni di comunisti, atei, intellettuali e cinesi che morirono nel 1965 in Indonesia! Come dire: “Guarda, questi 3 milioni di indonesiani, dovevano essere sacrificati per evitare che 30 persone morissero in seguito in Polonia.” Logica interessante. Ma se è sostenuta da montagne di soldi, funziona!
Oceania – Polinesia, Melanesia e Micronesia, padroni coloniali inglesi, statunitensi, francesi, spagnoli, tedeschi e altri [olandesi, portoghesi, ecc.], qui hanno compresso e rimodellato il complesso mondo che fino ad allora apparteneva a popoli antichi che vivevano in decine di migliaia di isole, isolotti e atolli nel Pacifico meridionale. I popoli del posto in realtà sono stati ridotti in schiavitù, i loro regni, i loro organismi geopolitici furono suddivisi in colonie e quindi in Stati-Nazioni. I loro capi furono uccisi, ignorati, minacciati e, infine, corrotti e comprati. Le nazioni occidentali si sono combattute nelle isole, hanno condotto test nucleari a spese dei popoli locali e poi hanno inventato la cosiddetta “dottrina di deterrenza strategica”, per garantirsi che nessuna nave “nemica”, nessuna idea inopportuna o ideologia anti-imperialista entrasse in questo mondo terribile, che si estende su una infinita superficie di acqua. Infine, hanno costruito enormi basi militari; statunitensi, inglesi e francesi hanno scaricato tutti i tipi di rifiuti tossici, e atolli protetti come Kwajalein sono stati trasformati in aree per test missilistici.
Radiazioni, spazzatura e cibo spazzatura, hanno portato a innumerevoli emergenze mediche che hanno avuto una tale dimensione, che solo il cambiamento climatico e l’inevitabile conseguente aumento del livello del mare, potrebbero essere considerati simile alla realistica grave minaccia alla sopravvivenza del popolo e degli stati dell’Oceania. Ho vissuto nel Pacifico del Sud per più di 4 anni, ho viaggiato e lavorato in tutti i paesi della regione, ad eccezione di Niue e Nauru. Ho scritto sulla lotta per la sopravvivenza in un’isola del Pacifico del Sud, nel mio saggio Oceania. Diversi paesi – Kiribati, Isole Marshall, Stati federati di Micronesia, e vari isole e atolli che ora appartengono ad altri Stati, stanno rapidamente divenendo inabitabili. L’acqua del mare filtra nelle zone basse e la vegetazione muore. L’occidente è il maggior responsabile della contaminazione, dell’emissione di biossido di carbonio e del riscaldamento globale, ma non ha fatto quasi nulla per salvare questi paesi dall’estinzione. Gli aiuti internazionali di Stati Uniti, l’Unione europea, Australia e Nuova Zelanda sono spesso nocivi come gli stessi gas tossici. Di solito usati per corrompere i funzionari del governo locale, facendoli volare nel mondo in aereo, radicandovi la cosiddetta “mentalità del subito”. Sottomessi e corrotti, i governanti locali non chiedono una vera compensazione o reali soluzioni per il loro paese che soffre. Gli “aiuti esteri” sono anche usati per pagare gli esperti stranieri che gli fanno visita, “analizzando” e scrivendo innumerevoli rapporti quasi sempre inutili. Tutto questo, solo per dare l’impressione che qualcosa viene fatto, e per garantirsi che non sia fatto nulla!
Il popolo dell’Oceania non se ne vuole andare, la maggior parte vuole combattere per la sopravvivenza delle proprie isole. Ho parlato con loro a Kiribati, Tuvalu, FSM, RMI e in altri luoghi. Ma i governi occidentali e locali insistono sugli stupidi progetti di evacuazione per molte ragioni sbagliate. A un certo punto, la Cina iniziò ad assisterli con lo spirito internazionalista che un paese socialista dovrebbe avere. Si è messa al lavoro e ha cominciato a costruire scuole, ospedali, edifici pubblici, strade e stadi, argini e altre infrastrutture per sostenere le zone popolose in pericolo. L’occidente ha attaccato immediatamente tutti questi sforzi, iniettando nichilismo e rendendo vile tutto ciò che è puro e decente. La prima fase della propaganda occidentale, la stessa utilizzata in Africa e in altri luoghi, è stata una raffica di messaggi negativi, come “la Cina non fa mai niente altruisticamente”, perseguendo semplicemente i propri oscuri interessi ed intenzioni egoistiche. Le costruzioni “filosofiche” e propagandistiche sono prevedibili e semplici: “Se noi siamo feccia, se la nostra cultura ci invia a saccheggiare e ridurre in schiavitù il mondo, dobbiamo convincere l’umanità che gli altri hanno la nostra stessa essenza. In questo modo, ciò non sarà considerato straordinario. Siamo tutti esseri umani, alla fine!” Questa è spazzatura, naturalmente, e anche  persone come Gustav Jung consideravano la cultura occidentale eccezionalmente aggressiva, una sorta di patologia. Ma come i propagandisti occidentali, come Joseph Goebbels e Rupert Murdoch hanno spesso rivelato, se la propaganda si ripete mille volte e compriamo abbastanza soggetti corrotti nel mondo per fargli ripetere quello che diciamo, la spazzatura diventa brillante come diamanti della verità e, infine, un’inconfondibile saggezza comune. Ma torniamo alla Cina e all’Oceania.
Quando la guerra-lampo per screditare la Cina non ha dato nessun risultato, o almeno non nei paesi che hanno beneficiato dell’assistenza cinese, l’occidente ha inventato una strategia singolare: è andato a Taipei e ha iniziato a “incoraggiare” Taiwan “a coinvolgersi.” I taiwanesi sono disposti e disponibili, e hanno iniziato a dare tangenti e bustarelle ai funzionari dell’Oceania, in cambio del riconoscimento di Taiwan come paese indipendente. Quando Taiwan è stata “riconosciuta”, qualcosa che perfino gli Stati Uniti e l’Unione europea si rifiutano di fare nella maggior parte dei casi, la Cina si è vendicata troncando i rapporti diplomatici. E tale è senza dubbio il livello di astuzia delle potenze ex-coloniali. Mentre i paesi che non hanno abbandonato la Cina, come Samoa, hanno avuto dighe foranee, stadi ed edifici come il parlamento costruito con la solidarietà e l’ottimismo socialisti, paesi come Kiribati, un luogo che potrebbe facilmente essere descritto come uno dei veri paradisi perduti dell’Oceania, sono stati inondati dal nichilismo inflitto da Taiwan. Il denaro è arrivato, ma non al popolo, ma nelle ampie tasche del governo. Mentre piccoli interi paesi dell’Oceania sono vicini all’estinzione, i loro capi, per lo più istruiti e formatisi in Australia e negli Stati Uniti, si sono impegnati a vendere il loro voto alle Nazioni Unite a sostegno dell’occupazione della Palestina da parte di Israele, a sostegno delle invasioni degli USA in tutto il mondo o contro le risoluzioni che possono avere un diretto effetto ecologico positivo sulla situazione nel proprio paese. “Un giorno una squadra della TV israeliana mi si avvicinò“, ha detto un sacerdote della capitale degli Stati Federati di Micronesia (FSM). “L’opinione pubblica israeliana voleva sapere: Chi sono queste creature che votano in modo coerente a sostegno di Israele, insieme agli Stati Uniti e contro il mondo intero?” Bene: sono coloro che ricevono le navi da guerra di Taiwan e i loro equipaggi suonando inni nazionali sulle spiagge, e che sfilano come manichini mentre alzano bandiere! E coloro che pensano che la Cina non può agire con altruismo, dovrebbero leggere Fidel Castro e le sue parole forti e riconoscenti, descrivendo come Cuba è stata salvata dalla nazione cinese, dopo l’attacco di Gorbaciov e la demenziale orgia di Eltsin, un esaltato alcolizzato promosso dall’occidente, con la distruzione dell’URSS e dei conseguenti terribili anni di impunito saccheggio del mondo da parte dell’imperialismo occidentale.
Quando i media cinesi m’intervistano, spesso mi fanno la stessa domanda: “Che cosa può fare la Cina per placare l’occidente?” E la mia risposta è sempre la stessa: “Niente!” La Propaganda occidentale non cerca di analizzare oggettivamente la Cina, non cerca la buona volontà della Cina. Esiste per distorcere e danneggiare qualsiasi paese che insiste sul proprio modello di sviluppo, aiuta il proprio popolo invece di soccombere docilmente agli interessi dell’occidente e delle multinazionali. L’Occidente sta cercando di distruggere la Cina socialista, come cercava di distruggere il Vietnam, nella “guerra degli Stati Uniti” in Asia. Come ha fatto uno sforzo enorme per rovinare Mosca, subito dopo la rivoluzione del 1917 fino alla fine. Come ha cercato di distruggere tutti i paesi che hanno perseverato nei loro principi: Cuba, Egitto, Indonesia, Cile, Nicaragua, Eritrea e Iran prima dello scià, per citarne solo alcuni. Alcuni, come la Corea del Nord, sono rasi al suolo e poi portati alle estreme conseguenze, causandone la radicalizzazione che ridicolizzano e mostrano sugli schermi televisivi come esempio mostruoso di un strambo paese.
E’ ovvio ciò che l’occidente vuole fare con la Cina, e non è così diverso da suoi piani della “guerra dell’oppio”. La scena perfetta è una nazione che non sia che un ammiratore diviso e sottomesso all’occidente. La cosa migliore sarebbe una sorta di governo Eltsin cinese, disposto a tradire, a smembrare il paese, aprirsi agli oligarchi e agli interessi stranieri, ad annullare tutte le aspirazioni sociali e a bombardare il Parlamento dei rappresentanti del popolo che credono ancora nel socialismo. Poi avremmo potuto “fare affari con la Cina“, e darle pieno sostegno e propaganda ideologica. Il mio solito consiglio ai media cinesi è: “Usate i numeri! Le cifre sono con voi!” Ma sembra che la squadra propagandistica della Cina non sia all’altezza dei burocrati occidentali. La Cina è troppo timida, troppo morbida, lo è in realtà come tutti rispetto ai gangster politici ed economici occidentali. Mentre con una serie di colpi mortali l’occidente può bombardare un paese, avvelenare il suo popolo con l’uranio impoverito, imporre sanzioni che uccidono centinaia di migliaia di donne e bambini indifesi, e quindi iniziare a bombardare, invadere, saccheggiare il posto e garantirsi che le sue aziende guadagnino miliardi di dollari nel processo di ricostruzione che non mostrano, in realtà, alcun risultato. Un simile atteggiamento non può essere paragonato con nessuno, né con la Cina né con l’Unione Sovietica, che ha sempre assicurato ai suoi Stati satelliti un livello di vita superiore a quello di Mosca. Se la Cina non lo fa, lo farò io brevemente.
Usiamo i dati e mostriamoli al mondo, anche ai cittadini occidentali “interessati” su come sia in realtà la Cina. Confrontateli. E facciamolo su base pro capite, che è l’unica strada giusta. Quante persone sono state uccise dall’occidente, fuori dai suoi confini dalla seconda guerra mondiale, nel mondo arabo, in Asia-Pacifico, Africa, America Latina, Oceania? A dire il vero un po d’ovunque. Ho calcolato, e il mio calcolo è minimo, va dai 50 ai 60 milioni di persone. Più altri 200 milioni per azioni indirette. La Cina, poche migliaia di persone nella sua invasione punitiva e fuorviante del Vietnam, dopo che il Vietnam aveva sbarazzato la Cambogia dai Khmer Rossi. Ma questo è il peggio che la Cina ha fatto! Da cui subito si era ritirata. E non ha mai bombardato il Vietnam per mandarlo all’età della pietra! Quindi, si pensi che l’invasione cinese sia costata 10000 vite, mentre l’occidente ha ucciso persone almeno 5000 volte in più rispetto alla Cina. Matematica semplice: no? Quanti governi sono stati rovesciati dall’occidente, compresi quelli che sono stati eletti in processi democratici attenti ed entusiasti? Non ho la pazienza di citarli tutti: Nicaragua, Cile, Brasile, Repubblica Dominicana, Indonesia, Iran, Zaire, Paraguay e decine di altri. Venne semplicemente distrutto ogni governo che non fosse stato approvato dai politici e dalle imprese occidentali. La Cina: zero. L’occidente ha dato davvero grandi lezioni di democrazia al mondo! Ma continuiamo nei nostri confronti.
• Chi utilizza il suo diritto di veto contro le risoluzioni delle Nazioni Unite sulla Palestina e altre questioni cruciali internazionali?
• Chi si trova al di fuori dalla portata dei tribunali internazionali, anche quando minaccia di invadere i Paesi Bassi nel caso siano giudicati i suoi cittadini alla Corte internazionale dell’Aia?
• Chi è il più grande inquinatore pro capite? La Cina non è nemmeno paragonabile alle nazioni scandinave, diventando la seconda minaccia ecologica, dopo gli Stati Uniti, solo se si pensa in termini assoluti, un modo molto strano di utilizzare dati statistici. Utilizzando la stessa logica, dovremmo concludere dicendo che “ci sono più persone che fumano in Francia e nel principato di Monaco.” Anche l’ex vicepresidente statunitense Al Gore, che non si può dire sia un amante della Cina, ha scritto che le norme di protezione ambientale della Cina sono più dure di quelle degli Stati Uniti d’America. Ma torniamo alla difesa, alla “minaccia” che la Cina si suppone arrechi al resto del mondo. Secondo l’Istituto internazionale per la ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI Yearbook 2012), con una popolazione di 315 milioni di abitanti, gli Stati Uniti (ufficialmente) investono circa 711 miliardi dollari nelle spese militari. Molti analisti sostengono che la cifra sia in realtà di 1000000000000 [un milione di milioni di dollari], altri dicono che l’importo sia addirittura superiore, incalcolabile a causa della complessa e opaca interazione tra il governo degli Stati Uniti e l’industria privata. Ma ci affidiamo a dati ufficiali e l’accettiamo come dato, il calcolo minimo di 711 miliardi. I più stretti alleati degli Stati Uniti sono anche tutti grandi spendaccioni, che avidamente acquisiscono bombe nucleari, missili e aerei da combattimento: il Regno Unito con 63 milioni di persone spende 62,7 miliardi dollari per la “difesa”. La Francia, con 65 milioni di persone, spende 62,5 miliardi. Il Giappone con 126 milioni di abitanti, spende 59,3 miliardi dollari, anche se ufficialmente non avrebbe nemmeno un esercito. Due dei più stretti alleati dell’occidente in Medio Oriente sono ancor più radicali: L’Arabia Saudita, con una popolazione di 28 milioni di abitanti, spende 48,2 miliardi dollari, e Israele, con una popolazione di soli 8 milioni di abitanti, spende 15 miliardi di dollari, con  un importo proporzionalmente simile.
La Cina, il paese più popoloso del mondo, con 1347 milioni di persone, spende 143 miliardi dollari, quasi quanto il Regno Unito e la Francia combinate, ma con una popolazione 10 volte più grande da difendere! Pro capite, gli Stati Uniti spedono per la difesa 21 volte più della Cina. Il Regno Unito più di 9 volte e l’Arabia Saudita più di 16 volte. E dobbiamo chiederci: da chi si “difendono” la Francia e il Regno Unito? Da Andorra, Principato di Monaco o Irlanda? O forse da quel lontano pezzo dell’Europa, l’Islanda? Al contrario, la Cina, che è stata attaccata a più riprese, è stata occupata, colonizzata e depredata dalle potenze occidentali, in particolare Regno Unito e Francia (compreso il leggendario barbaro saccheggio di Pechino), e affronta centinaia di bombardieri strategici e missili nucleari puntati dalle basi di Okinawa e Guam della flotta degli Stati Uniti, nella regione e nelle ex-colonie confinanti dell’Asia centrale dell’ex-Unione Sovietica. Gli Stati Uniti, a dispetto della costituzione delle Filippine, conducono esercitazioni militari nella base Clark e in altre strutture militari sul territorio della sua ex colonia. Hanno una forte presenza militare in Corea del Sud, a pochi passi dalla Cina, e proposte aperte e nascoste in Vietnam, con cui cercano stranamente di noleggiare alcuni delle loro vecchie basi, che furono utilizzate l’ultima volta durante la guerra contro di esso. E non è un segreto che la Mongolia sia oggi uno degli alleati più incondizionati dell’occidente, con migliaia di chilometri di confine con la Cina.
Cosa giustifica una spesa militare così diversa tra l’occidente e la Cina? La risposta è: niente! Come nel caso della “Dottrina Monroe”, l’occidente ha bisogno di giustificazioni ridicole. La sua presunzione di superiorità razziale e culturale, un assunto inespresso, sembra sufficiente per mettere a tacere tutti gli scettici e i critici interni. Le elites “intellettuali” e la maggior parte dei media mondiali sono stati addestrati e pagati per inginocchiarsi e chinare il capo davanti a questa farsa ovvia ma inconfondibile. Cosa stiamo facendo? Formulare queste domande non solo è considerato inaccettabile in Europa e negli Stati Uniti: è insolente! E la Cina, spesso fisicamente aggredita dagli occidentali, è ormai sulla difensiva, accusata di “mostrare il suo potere”, nonostante il suo bilancio della difesa sia sproporzionatamente basso e una storia quasi priva di invasioni e imperialismo. La Cina è una minaccia, mentre sostiene la maggior parte delle nazioni latinoamericane ed è i prima fila, con la Russia, nelle risoluzioni delle Nazioni Unite che bloccano la via all’invasione occidentale della Siria. Agli occhi del regime occidentale, il tentativo di impedire un’invasione equivale a un crimine supremo, quasi al terrorismo. I paesi che rappresentano un ostacolo vengono vilipesi, usando la propaganda più virulenta. Dobbiamo ricordarci che la stessa retorica è stata utilizzata dalla Germania nazista durante la guerra. Tutti i membri della resistenza e le forze della guerriglia di opposizione furono trattati come terroristi. E chi può dimenticare gli insulti gravi riservati alle nazioni che dovevano essere attaccate? O all’Unione Sovietica che affrontava i nazisti che alla fine sconfisse!
Secondo le mie ricerche nella regione, le forze occidentali non solo alimentano l'”opposizione siriana”, ma anche i mercenari jihadisti sauditi e del Qatar, nei cosiddetti “campi profughi” in Turchia, nei pressi di Hatay e della base dell’US Air Force di Adana. Ma chi perdonerà Cina, Russia e America Latina che cercano di evitare un altro scenario terrificante in stile libico? E dopo questo, abbiamo, le isole Spratly, la prodezza della propaganda occidentale.
Le Isole Spratly potrebbero in realtà essere l’unica prova che la Cina è in procinto di “mostrare il suo potere”, o che è disposta a difendere i propri interessi. Il governo delle Filippine, una ex colonia degli Stati Uniti è in prima fila nel criticare la Cina. Ho parlato con docenti universitari filippini, i maggiori esperti a Manila, sono riuscito a intervistarne alcuni. I punti di vista sono stati generalmente simili, come riassunto da Roland G. Simbulan, ricercatore e professore di Studi sullo sviluppo e la Pubblica Amministrazione presso l’Università delle Filippine, che ha detto: “Parlando francamente, le Isole Spratly non sono importanti per noi. Quello che succede è che le nostre élite politiche sono ovviamente incoraggiate dagli Stati Uniti a provocare la Cina, e vi è anche una grande influenza sui militari da parte delle forze armate statunitensi. Direi che l’esercito filippino è molto vulnerabile a questo tipo di “incoraggiamento”. Pertanto gli Stati Uniti alimentano costantemente questi atteggiamenti contrastanti. Ma continuare con questo tipo di atteggiamento potrebbe essere disastroso per il nostro paese. Soprattutto siamo vicini alla Cina, geograficamente e in generale.” In Vietnam, gli Stati Uniti chiaramente sfruttano le vecchie rivalità, creando inimicizia tra due stati socialisti.
E poi vi è il tema dei diritti umani. Anche in questo caso bisogna fare confronti. Ci sono più persone in carcere negli Stati Uniti che in Cina. Non solo di più, ma incomparabilmente più. Secondo il Centro Internazionale di Studi sulle prigioni, gli Stati Uniti d’America hanno più persone in carcere rispetto a qualsiasi altra parte del mondo: 730 per 100000 abitanti! Dei 221 paesi e territori da cui sono stati ottenuti dati, la Cina è al 123.mo posto, con 121 detenuti ogni 100000 abitanti. Sei volte di meno rispetto agli Stati Uniti, e anche meno del Lussemburgo (che occupa il 120° posto con 124 detenuti ogni 100000 abitanti) e l’Australia (che occupa il 113° posto con 129 detenuti ogni 100000 abitanti). E’ un fatto noto che negli USA molte carceri siano privatizzate e che attualmente gestiscono i prigionieri come manodopera a basso costo o gratis. Se non è una violazione dei diritti umani, tenere milioni di persone in carcere per reati di poco conto solo per riempire le casse delle aziende private, quale non lo è? La tortura è accettata e utilizzata dal personale degli Stati Uniti in qualsiasi parte del mondo. La Cina giustizia più persone degli Stati Uniti, anche su base pro capite, un male, ma la quantità di esecuzioni in Cina diminuisce, perché il numero di reati punibili con la morte si riduce. Ma mentre la pena di morte in Cina è spesso citata in riferimento alle violazioni dei diritti umani, raramente viene riferita agli Stati Uniti che effettuano esecuzioni extragiudiziali in diverse parti del mondo, tra cui l’Afghanistan e il Pakistan, ecc. Dove usano i droni per attaccare arbitrariamente sospetti terroristi, tra cui donne e bambini.
E l’ultimo argomento della propaganda, il Tibet? Se si confronta la situazione nei territori governati dagli alleati occidentali, come l’Indonesia e l’India, si arrivano a conclusioni molto scomode. Il regime dell’India in Kashmir può solo essere descritto come un vero e proprio macello, il regime indonesiano in Papua, con più di 120000 morti (un calcolo minimo) non differisce in alcun dal  genocidio. Ma l’India e l’Indonesia non sono mai state descritte come nazioni che dovrebbero cambiare la loro storia di brutali violazioni dei diritti umani. Non è descritta così la maggior parte delle nazioni occidentali, in base ai loro innumerevoli crimini contro l’umanità in tutti i continenti. I diritti sono validi solo per coloro che vivono all’interno di un paese? Non sono “umani” i 50, 60 o 200 milioni di persone che l’occidente ha ucciso, soprattutto nei paesi poveri? E’ ridicolo dire che il razzismo non abbia un ruolo nel modo in cui si dipinge la Cina. Ho amici, che sono anche uomini e donne sensibili e progressisti che quando si parla della Cina non ascoltano e gridano: “No, non voglio andare in questo paese. Questo è terribile!
Comunisti, socialisti o capitalisti, il successo delle nazioni asiatiche viene sempre preso alla leggera in occidente. Chi potrebbe dimenticare il sarcasmo e la “sfiducia” verso il Giappone quando sorpassava, economicamente e socialmente la maggior parte delle nazioni europee. E fino ad oggi, quando qualcuno menziona il fatto che Singapore ha molti indicatori sociali migliori di quelli dell’Australia, viene immediatamente accolto da argomenti deviati, indirizzati alla città-stato tropicale. Singapore e Giappone sono stretti alleati degli occidentali ed economie di mercato sviluppate fortemente integrate al sistema capitalistico mondiale. La Cina è diversa. Sviluppa un proprio modello, si apre e crea il proprio percorso attraverso un territorio sconosciuto. Non è disposta a sottomettersi agli ordini degli altri. E’ troppo grande, la sua cultura è troppo vecchia.
In passato, quando il Giappone e la Cina erano chiusi, vivendo nel loro dominio senza mai essere aggressivi verso gli altri e senza ambizioni espansionistiche, arrivarono gli occidentali e li costrinsero ad aprirsi. Quello che è successo dopo fu spargimento di sangue e inganno, confusione e un lungo periodo di umiliazione e marasma nazionali. Poi vi fu la lotta per l’indipendenza e la rivoluzione. Non senza difficoltà e senza problemi, ma la Cina ha iniziato a crescere, cominciò a rialzarsi, ad educare il suo popolo, fornendo alloggio e salute ai poveri. Ha seguito la sua strada, in un complesso equilibrio tra la propria cultura e le situazioni del mondo, tra il socialismo e la realtà capitalista che domina il mondo. Ha sofferto alcune battute d’arresto, ma ha avuto molti altri successi. E in realtà, non è “cresciuta” soltanto, ma ha cominciato a recuperare il suo posto nel mondo, un luogo che le è stato negato per così tanto tempo, dopo anni di saccheggi e invasioni debilitanti. Si tratta generalmente di una nazione benigna, abitata da persone di buon cuore. Quasi chiunque conosca la Cina è d’accordo. Ma è anche una nazione molto determinata e orgogliosa. E’ saggia e cerca l’armonia, ed è sempre disposta a scendere a compromessi. Provate ad attaccarla, a provocarla, l’attacco sarebbe ingiusto e quasi suicida. Questa volta la Cina non cederà, non quando si tratta di argomenti essenziali. E’ ancora fresca la memoria di ciò che accadde quando lo fece.
L’occidente, congelato dalla paura di poter perdere i privilegi da dittatore, ha fatto l’impensabile: mettere una barra di ferro nella bocca del drago. Qui in Asia, i draghi sono rispettati e amati, sono creature mitiche di grande saggezza e potere. Ma i draghi possono anche essere crudeli quando si spezza la buona volontà e gli invasori minacciano di devastare la nazione. La Cina cresce e cerca di capire il mondo, d’interagire con esso. Il suo popolo si entusiasma per ciò che vede, vuole essere amico. L’antagonismo dell’occidente gioca a provocare una corsa agli armamenti, con la propaganda più virulenta, corrompendo intere nazioni in Asia e Oceania per fargli adottare una posizione anti-cinese. E’ comprensibile che l’occidente non abbia sacrificato milioni di persone in tutto il mondo solo per abbandonare i propri controllo esclusivo e potere dittatoriale. Non ha distrutto decine di paesi in cerca della libertà, non ha bombardato decine di milioni di persone, solo per arrendersi adesso. In futuro non si può escludere un confronto, e chi ne sarà il colpevole è evidente. La Cina non abbandonerà la sua via. Non ci sarà un Eltsin cinese. Dimostrando fermezza, la Cina fornisce un esempio al mondo.
Quando scrivo queste parole, i latino-americani resistono e vincono. La Russia resiste mentre cerca la propria via. Gli altri possono unirvisi. L’Africa sogna la resistenza, ma non osa, è ancora troppo debole. Gli arabi sfidano, ma non hanno ancora deciso in quale direzione mettere i loro sogni. Ma lo scontento aumenta mentre gli stivali schiacciano la libertà. E la Cina non è quella che li calza. L’irrazionalità e il razzismo dell’occidente possono essere controproducenti.

Andre Vltchek CounterPunch, 4-6 gennaio 2013

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Asia: Locomotiva della storia moderna

Gennadij Zjuganov alla 7a sessione dell’Assemblea Generale della Conferenza dei partiti politici asiatici
La Russia è pronta a compiere la sua missione storica di collegamento tra i centri principali delle civiltà del Mondo moderno
Soviet Russia Now 23 novembre 2012


Il 21 novembre a Baku la delegazione del Partito Comunista guidata dal Presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista, GA Zjuganov, partecipava alla 7.ma Assemblea Generale della Conferenza Internazionale di Partiti Politici Asiatici, che si è aperta nella capitale dell’Azerbaigian.

La riunione alla Fondazione Internazionale Nobel di Baku
Nel giorno dell’arrivo, GA Zjuganov e la delegazione hanno visitato a Baku la Fondazione Internazionale Nobel e il Museo Nobel – Villa Petrolia, il primo museo della famiglia Nobel al di fuori della Svezia. Il nome Nobel è strettamente legato alla storia del petrolio dell’Azerbaigian. Furono i pionieri nello sviluppo delle risorse petrolifere del paese. Fondata alla fine del secolo XIX, la società per azioni “Associazione Nobel” è stata la prima ad introdurre tecnologie e pensieri innovativi in questa industria, sull’economia orientata alla comunità, destinando il 40% dei profitti ai salari e ai servizi di assistenza sociale. Durante una visita alla Fondazione, GA Zjuganov è stato premiato con la medaglia istituita dalla Fondazione Internazionale Nobel.

Conversazione con il segretario del PCC Du Qinglin
Prima dell’apertura della 7.ma Assemblea Generale, GA Zjuganov ha incontrato il Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e Vicepresidente del Comitato consultivo politico popolare cinese, Du Qinglin. Du Qinglin ha informato GA Zjuganov sul XVIII° Congresso del Partito Comunista cinese appena concluso, e sulle relative decisioni sulle modalità di sviluppo della Cina nei prossimi anni. A sua volta, GA Zjuganov ha descritto la preparazione del partito per il quindicesimo congresso del partito comunista del prossimo primo febbraio, e ha invitato una delegazione del Partito comunista cinese a partecipare al congresso. Le parti si sono scambiate  opinioni su una vasta gamma di questioni d’interesse per entrambe i partiti. Alla riunione hanno partecipato i membri dell’Ufficio di presidenza, il Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista LI Kalashnikov e il deputato del Partito Comunista alla Duma di Stato, AP Tarnaev.

Asia: locomotiva della storia moderna
Discorso di Zjuganov alla sessione plenaria dell’Assemblea in occasione della seduta plenaria della 7a Assemblea Generale. Il primo ad intervenire dopo la relazione principale, il presidente del Comitato centrale del Partito comunista, GA Zjuganov, è stato molto calorosamente accolto dal forum.
“Come sapete, la Russia è il centro storico dell’Eurasia – ha iniziato Gennadij Zjuganov – il nostro paese svolge da per migliaia di anni il ruolo di “ponte” geopolitico che collega due mondi, due civiltà – europea e asiatica. Attraversando essa, abbiamo avviato la cooperazione economica e gli scambi culturali tra i due paesi, separati da migliaia di chilometri. Attraverso di essa ondate di conquistatori hanno sottomesso i più antichi centri della civiltà, e spesso distruggendoli. Si formarono diverse forme di dialogo eurasiatico. Ma per noi è sempre stato molto importante. Oggi, mentre ci prepariamo a celebrare il 90.mo anniversario dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, è utile ricordare che il nostro governo federale originariamente doveva chiamarsi, e in una serie di documenti chiave era chiamato, Unione delle Repubbliche Sovietiche d’Europa e Asia. Pertanto, seguiremo sempre con interesse i lavori della Conferenza internazionale dei partiti politici asiatici, e a prepararci seriamente per parteciparvi. Il tema della conferenza “Mondo – Sicurezza – Riconciliazione” è più che mai rilevante nella nuova situazione geopolitica emergente. I segni della putrefazione del sistema capitalistico sono evidenti. Colpisce tutte le aree del sistema: produzione, finanza, politica, cultura e moralità. Un intero gruppo di paesi della zona euro è sull’orlo del fallimento. Il debito nazionale degli Stati Uniti ha superato i 16.000 miliardi dollari.
La crisi generale del sistema sociale e dell’economia borghese si è protratta per un secolo, inasprendosi e arretrando ulteriormente. Ed un altro aggravamento oggi è davanti ai nostri occhi. Coloro che promuovono l’aguzza teoria della globalizzazione si aspettavano di “escludere” la teoria leninista dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo, per portarla nell’oblio. Per noi, comunisti, è la guida ideologica e teorica per l’analisi e la valutazione della moderna economia capitalista. Nel 2002, abbiamo ritenuto il globalismo la fase attuale dell’imperialismo. Ecco le caratteristiche principali dell’imperialismo dell’epoca della globalizzazione:
1. Sottomissione finale della produzione di capitale, del capitale industriale, al capitale finanziario e speculativo.
2. La trasformazione dei rapporti di mercato in meccanismo artificiale per l’applicazione di scambi ineguali e di saccheggio di interi paesi e popoli.
3. Istituzione di un modello globale di “divisione internazionale del lavoro”, che incarna la flagrante disparità sociale planetaria.
4. La rapida crescita dell’influenza politica delle multinazionali e dei gruppi finanziari-industriali, rafforzandone la pretesa a una sovranità illimitata.
5. La perdita della capacità dei governi nazionali nel controllare i processi economici mondiali e anche nazionali. Revisione delle norme fondamentali del diritto internazionale, per la creazione di un governo mondiale.
6. L’espansione informativa e culturale come forma di aggressione. Unificazione spirituale al livello più primitivo. Eradicazione dell’identità nazionale delle nazioni e dei popoli.
7. Parassitismo del capitale transnazionale. Consegnargli i benefici dell’introduzione dell’alta tecnologia nel resto del Mondo significa povertà, decadenza ed inibizione qualitativa del progresso tecnologico.
Dopo la distruzione dell’Unione Sovietica vivere sulla Terra è diventato molto più difficile e pericoloso. Si acutizzano ed esplodono numerosi conflitti. Recentemente, quasi tutti gli Stati del Medio Oriente e Nord Africa sono stati destabilizzati. Dopo il massacro in Afghanistan, Iraq e Libia, vi è una vera e propria guerra civile in Siria e una crescente pressione su Iran e Corea del Nord. La strategia coloniale degli Stati Uniti e dei Paesi dipendenti dell’occidente, ancora una volta, mette l’umanità di fronte a una guerra mondiale, applicando attivamente la teoria reazionaria della “guerra di civiltà”. L’occidente ha dichiarato di supportare “libertà”, “democrazia” e “diritti umani” nel Mondo.
Il capitale finanziario globale opera svolgendo la sua attività sottomettendo la politica alla dipendenza economica. Costruendo un sistema di governance mondiale, l’imperialismo ha creato istituzioni speciali. Queste includono la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione mondiale del commercio. Per coloro che resistono ai “pacifici” globalisti vi è l’intervento della NATO: l’istituzione della violenza militare. Tutto questo provoca resistenze. Ecco perché i vertici dell’UE e la signora Merkel vengono accolti in modo ostile ad Atene, da masse di manifestanti greci. Ecco perché le strade delle città spagnole si trasformano in un’arena di feroci battaglie di classe, ricordando le battaglie della guerra civile. I lavoratori protestano sempre più, non vogliono vivere come una volta. Nel mondo della globalizzazione, matura il rifiuto degli USA. Sempre più persone e movimenti sociali chiedono un cambiamento: lo sviluppo armonioso delle forze produttive, un consumo equilibrato, il rispetto per la natura.
Anche i sostenitori del capitalismo sono sempre più chiamati a trattare con il socialismo. L’ex presidente democristiano della Germania Keller ha invocato la fine del “capitalismo anglosassone” dei giocatori d’azzardo e degli avventurieri. François Hollande introduce una tassa speciale sui ricchi. Nei prossimi due anni, tutti i cittadini francesi che ricevono più di un milione all’anno, daranno allo stato il 75% del loro reddito. Riprendendo i leader europei, il presidente degli  USA Obama sta cercando di mettere le redini sui “gatti grassi” che traggono profitto dal picco della crisi. La borghesia è sempre più difficile da gestire “alla vecchia maniera”.
Una tendenza importante è il mutamento geopolitico del centro globale delle attività economiche, che passa alla regione Asia-Pacifico (APR), sottolineando la lunga crisi in Europa e Nord America. Secondo gli esperti, la crisi è tutt’altro che finita. A questo proposito, l’esperienza dei nostri vicini della Cina è importante, dimostrando che mantenere alti livelli di crescita economica è possibile solo con massicci investimenti nelle infrastrutture. In queste condizioni, il massimo utilizzo dell’enorme potenziale economico, scientifico e culturale dell’Asia apre, a nostro avviso, le prospettive di una soluzione a lungo termine e permanente dei problemi su cibo, energia, sicurezza militare ed ambientale.
La Conferenza internazionale sul dialogo tra più di 300 partiti politici, di governo e d’opposizione, conservatori, liberali e comunisti, in più di 50 paesi della regione, offre un’opportunità unica per discutere di tutte tali questioni. E, soprattutto, senza i “consigli” di “simpatizzanti” esterni alla nostra regione. Lo sviluppo congiunto delle proposte per affrontarle da parte di potenti forze politiche dei paesi partecipanti, può essere la chiave per la loro attuazione attraverso la politica dei governi. Ecco in breve la nostra visione di alcuni di questi problemi.
1. Il problema della sistemazione delle infrastrutture, dell’energia e dei trasporti della regione asiatica, cardini della sicurezza regionale. Questa operazione ridurrebbe l’asimmetria dello sviluppo socio-economico tra i paesi vicini, e aumenterà l’area di contatto tra i partecipanti al progetto. In Russia, sono in corso lavori in questa direzione. Come futura unica infrastruttura eurasiatica potrebbero esservi i progetti già all’opera: la Trans-Siberiana, l’oleodotto-gasdotto Sakhalin-Khabarovsk-Vladivostok, GLONASS, ecc. Strumenti per inserire saldamente l’Eurasia nel panorama economico del Pacifico e associarla con l’Europa che parla di Rotta del Mare del Nord, Sistema Trans-cavo, BAM, ecc. Egualmente vi si rientrano la ferroviaria e il gasdotto trans-coreani. In generale, potrebbe trattarsi del mega-progetto collettivo economico che gli esperti russi chiamano “Iniziativa eurasiatica per incrementare gli investimenti nel Pacifico.”
2. La sicurezza alimentare sarà uno dei temi centrali nel XXI.mo secolo. In molti paesi dell’Asia-Pacifico, la crescita della popolazione ha superato la crescita delle risorse alimentari. Per esempio nel 2010, di 925 milioni di persone che rientrano nella categoria dei più sottoalimentati nel Mondo, 578 milioni vivono nell’Asia-Pacifico. I settori più promettenti della cooperazione in questo campo possono essere i seguenti:
– La formazione di un sistema di monitoraggio regionale e di previsione della situazione alimentare;
– Avviare un coordinamento di alto livello nella fornitura degli aiuti alimentari, nelle situazioni di emergenza;
– Avvio ed attuazione di progetti comuni per la produzione di biocarburanti. Possiamo aspettarci che progressi concreti in questo settore non solo creino posti di lavoro, ma anche che riducano le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. Per migliorare la sicurezza alimentare il potenziale della Russia nella regione viene determinata dalla presenza di vaste terre coltivabili e vaste riserve di acqua dolce. Così, nella Siberia orientale e nell’Estremo Oriente viene utilizzato il 50% del terreno coltivabile. A questo proposito, si potrebbe arrivare a creare un Fondo regionale per il grano coinvolgendo la Russia (sul modello del Fondo per il riso est-asiatico).
3. Il problema della condivisione dell’acqua è ancora una “pietra d’inciampo” nei rapporti tra un certo numero di paesi della regione. Questo stato suscita una situazione controproducente che potrebbe attivare conflitti a diversi livelli e destabilizzare l’intera regione. Ma a questo proposito, i nostri paesi hanno prospettive promettenti.
4. Un certo numero di paesi della regione è stato coinvolto nel traffico di droga. La produzione di materie prime, il trattamento e il trasporto di essa possono essere risolti soltanto con mezzi militari da formare nel territorio dei paesi fonte dell’instabilità. Uno Stato non può affrontare da solo, per conto proprio, questi “punti caldi”; la lotta contro ciò necessita di un coordinamento molto stretto tra tutti gli Stati interessati.
5. Si ritiene che un ulteriore impulso allo sviluppo della cooperazione multilaterale nella regione deriva dalla costruzione dell’Unione parlamentare dei paesi asiatici, proposto dai nostri colleghi del partito Yeni Azerbaijan. Tale struttura interparlamentare potrebbe, a livello politico, confermare il potenziale della crescita economica dell’Asia e diventare uno dei portavoce della volontà politica collettiva dei suoi popoli.
Nel complesso, ci offriamo di ricreare un aggiornato “Ponte Euro-Asiatico”, per una stretta ed efficace cooperazione tra i nostri popoli, paesi e continenti. La Russia è da migliaia di anni  attivamente coinvolta nella vita dell’Europa e dell’Asia, ed è pronta a compiere la sua missione storica, essere il collegamento tra i centri principali della civiltà del presente Mondo moderno, in un momento difficile nel suo sviluppo. Gennadij Zuganov, Presidente del CC-PCFR Russia

Sulla situazione geopolitica della regione
Su richiesta dei giornalisti, Gennadij Zjuganov ha condiviso la sua visione della situazione geopolitica nella regione. “Sono lieto che le relazioni tra la Russia e l’Azerbaigian si stiano rafforzando. Il nostro partito si è sempre distinto per l’amicizia e la fratellanza tra i due popoli”, ha detto il leader del Partito comunista. “In tutto il sud vi sono operazioni militari, e siamo al confine di questa fascia fornendo sicurezza e sviluppo sostenibile, proteggendo il nostro paese e il nostro popolo, i limiti delle grandi scosse che già si stanno avvendo. Dobbiamo continuare su questa strada e ricordare che, per competere in questo Mondo, è necessario disporre di una popolazione di 300 milioni di abitanti, cui solo l’Unione di Russia, Bielorussia, Ucraina, Kazakistan ed Azerbaigian è in grado di garantirne la sicurezza, i mercati, gli interessi e il progresso scientifico e tecnologico”, ha detto G. Zjuganov.
Il leader comunista russo l’ha ribadito all’Assemblea Generale della Conferenza Internazionale dei Partiti Politici asiatici, tenutasi a Baku, sullo sfondo della nuova crisi globale che coinvolge quasi 200 paesi. “Il tema è molto importante. Pace, sicurezza e riconciliazione, sullo sfondo di ciò che sta accadendo oggi in Medio Oriente, Nord Africa, Afghanistan. A mio parere, qui a Baku, vi è un dialogo molto serio su come uscire da questa difficile crisi. Ricordo che in 150 anni di capitalismo vi sono state 12 gravi crisi. Due di queste ultime, nel secolo scorso, hanno portato a due guerre mondiali”, ha detto il leader del Partito comunista.
Durante la sua visita a Baku, Zjuganov ha avuto numerosi incontri bilaterali, tra cui dei colloqui con la leadership del Partito Comunista dell’Azerbaigian.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una questione di Stato e Rivoluzione: la Cina e il socialismo di mercato

Marxist-Leninist 19 maggio 2011

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la maggior parte dei paesi socialisti cadde tragicamente sotto l’assalto dell’imperialismo occidentale. Tra i colpi terribili inflitti al movimento comunista internazionale, cinque Stati socialisti resistono alla marea della controrivoluzione e, contro ogni previsione, mantengono il socialismo realmente esistente nel 21° secolo.
Anche se ognuno di loro affronta ostacoli molto specifici nella costruzione del socialismo, questi cinque paesi – Repubblica di Cuba, Repubblica socialista del Vietnam, Repubblica democratica popolare del Laos, Repubblica popolare democratica di Corea e Repubblica popolare cinese – affrontano la sfida al Golia dell’egemonia imperialista occidentale. Tra questi, tuttavia, la Cina è unica come paese socialista, la cui crescita economica continua a superare anche quella dei più potenti paesi imperialisti.
Anche se un numero imbarazzante di gruppi di “sinistra” occidentali contesta la designazione di socialista a ognuno di questi cinque paesi, nessun paese suscita maggiore opposizione della Cina. Molti gruppi di “sinistra” occidentali sostengono che la Cina moderna è un vero e proprio paese capitalista. A causa del loro patrimonio teorico ideologico fasullo come Leon Trotsky, Tony Cliffe e Hal Draper, alcuni gruppi sostengono che la Cina non è mai stato un paese socialista, sostenendo invece che lo stato cinese è ed è stato un capitalismo di stato.
Contrasteremo le loro reazionarie affermazioni oltraggiose con sei tesi:
In primo luogo, il socialismo di mercato cinese è un metodo per risolvere la contraddizione primaria rivolta alla costruzione del socialismo in Cina: le forze produttive arretrate.
In secondo luogo, il socialismo di mercato in Cina è uno strumento marxista-leninista importante per la costruzione socialista.
In terzo luogo, la continua leadership del Partito Comunista Cinese e il controllo dell’economia di mercato cinese sono fondamentali per il socialismo cinese.
In quarto luogo, il socialismo cinese ha catapultato uno stato operaio a livelli economici precedentemente sconosciuti.
In quinto luogo, l’elevazione del successo della Cina come moderna economia industriale ha posto le basi per forme “superiori” di organizzazione economica socialista.
E nel sesto luogo, la Cina  applica il socialismo di mercato nei suoi rapporti con il Terzo Mondo e svolge un ruolo importante nella lotta contro l’imperialismo.
Da queste sei tesi, traggo la conclusione che i marxisti-leninisti del 21° secolo devono studiare rigorosamente i successi del socialismo cinese. Dopo tutto, se la Cina è un paese socialista, la sua ascesa come prima potenza mondiale economica richiede l’attenzione di ogni rivoluzionario serio, soprattutto per quanto riguarda l’arduo compito della costruzione del socialismo nel Terzo Mondo cui è interessato.
Il socialismo di mercato è un metodo per risolvere la contraddizione primaria nella costruzione del socialismo in Cina: le forze produttive arretrate.
La rivoluzione cinese nel 1949 è stato un risultato straordinario del movimento comunista internazionale. Guidato da Mao Zedong, il Partito Comunista Cinese (PCC) aveva immediatamente tracciato un corso per la ricostruzione socialista di un’economia devastata da secoli di feudalesimo dinastico e di sottomissione imperiale a Europa e Giappone. Il PCC ha lanciato incredibili campagne progettate a coinvolgere le masse nella costruzione del socialismo e nella costruzione di un’economia che potesse soddisfare i bisogni della gigantesca popolazione cinese. Non si potranno mai esagerare i risultati incredibili delle masse cinesi in questo periodo, in cui l’aspettativa di vita media in Cina è passata da 35 anni nel 1949, a 63 anni alla morte di Mao nel 1975. (1)
Nonostante gli enormi benefici sociali portati dalla rivoluzione, le forze produttive della Cina sono rimaste gravemente sottosviluppate ed hanno lasciato il paese vulnerabile a carestie e altre calamità naturali. Lo sviluppo ineguale persiste tra la campagna e le città, e la crisi cino-sovietica escluse la Cina dal resto del blocco socialista. Questi seri ostacoli portarono il PCC, con Deng Xiaoping al timone, a identificare le forze produttive sottosviluppate cinesi come la contraddizione principale di fronte all’edificazione socialista. In un discorso del marzo 1979, in un forum del PCC dal titolo “Sostenere i quattro principi cardinali“, Deng delineò le due caratteristiche di questa contraddizione:
In primo luogo, partiamo da una base debole. Il danno inflitto per un lungo periodo dalle forze dell’imperialismo, del feudalesimo e del capitalismo burocratico hanno ridotto la Cina in uno stato di povertà e arretratezza”. (2)
Mentre concede che “fin dalla fondazione della Repubblica Popolare abbiamo raggiunto successi notevoli nella costruzione economica, istituendo un sistema industriale abbastanza completo“, Deng ribadisce che la Cina è comunque “uno dei paesi più poveri del mondo.” (2)
La seconda caratteristica di questa contraddizione è che la Cina ha “una grande popolazione, ma non abbastanza terra coltivabile.” Deng spiega la gravità di questa contraddizione:
Quando la produzione non è sufficientemente sviluppata, pone seri problemi in relazione al cibo, all’istruzione e al lavoro. Dobbiamo aumentare notevolmente i nostri sforzi in materia di pianificazione familiare, ma anche se la popolazione non crescerà per un certo numero di anni, avremo ancora il problema della popolazione per un certo periodo. Il nostro territorio vasto e ricco di risorse naturali è un grande vantaggio. Ma molte di queste risorse non sono ancora state rilevate e sfruttate, in modo che non costituiscono dei mezzi reali di produzione. Nonostante il vasto territorio della Cina, la quantità di terreno coltivabile è limitata, e né questo fatto né il fatto che abbiamo una grande popolazione, per la maggior parte contadina, possono essere facilmente cambiati.” (2)
A differenza dei paesi occidentali industrializzati, la contraddizione principale in Cina non era tra il proletariato e la borghesia, il proletariato e il suo partito avevano già abbattuto la borghesia nella rivoluzione del 1949, ma piuttosto tra l’enorme popolazione della Cina e le sue forze produttive sottosviluppate. Sebbene dalle buone e ambiziose intenzioni, le campagne come il Grande Balzo in avanti continuarono a non poter sollevare le masse cinesi da una povertà totale senza rivoluzionare le forze produttive del paese.
Da questa contraddizione, Deng ha proposto la politica del “socialismo con caratteristiche cinesi” o socialismo di mercato.
Dopo la morte di Mao nel 1975 e la fine della Rivoluzione Culturale, un anno dopo, il PCC, sotto la guida del presidente Deng Xiaoping, ha lanciato un’aggressiva campagna di ammodernamento delle sottosviluppate forze produttive in Cina. Conosciute come le quattro modernizzazioni, economica, agricola, scientifica e tecnologica, e difensiva, il PCC ha iniziato la sperimentazione dei modelli per il raggiungimento di questi cambiamenti rivoluzionari.
La modernizzazione non era qualcosa di estraneo alla costruzione del socialismo in Cina. Sulla scia del Grande Balzo in Avanti e dell’agitazione turbolenta della Rivoluzione Culturale, il PCC aveva capito che per costruire il socialismo duraturo, era necessaria una base industriale moderna. Senza una tale base, le masse cinesi continuerebbero a vivere alla mercé delle catastrofi naturali e della manipolazione imperialista. Deng delineò questo obiettivo in un discorso dell’ottobre 1978 davanti al IX Congresso Nazionale dei Sindacati cinesi:
Il Comitato Centrale sottolinea che questa è una grande rivoluzione, in cui l’arretratezza economica e tecnologica della Cina sarà superata e la dittatura del proletariato ulteriormente consolidata.” (3)
Deng prosegue descrivendo la necessità di riesaminare il metodo cinese di organizzazione economica:
Dal momento che il suo obiettivo è trasformare l’attuale stato arretrato delle nostre forze produttive, ciò comporta inevitabilmente molti cambiamenti nei rapporti di produzione, nella sovrastruttura e nelle forme di gestione nelle imprese industriali e agricoli, nonché i cambiamenti nell’amministrazione statale di queste imprese, in modo da soddisfare le esigenze della moderna produzione su larga scala. Per accelerare la crescita economica è essenziale aumentare il grado di specializzazione delle imprese, aumentare il livello tecnico di tutto il personale in modo significativo e formarlo e valutarlo attentamente, migliorare notevolmente la contabilità economica nelle imprese, e aumentare la produttività del lavoro e i tassi di profitto su livelli molto più alti.
Pertanto, è indispensabile attuare importanti riforme nei vari settori dell’economia, in relazione alla loro struttura e organizzazione, nonché alla loro tecnologia. Gli interessi a lungo termine della intera nazione sono imperniati su queste riforme, senza le quali non possiamo superare il ritardo attuale della nostra tecnologia di produzione e gestione”. (3)
Queste riforme proposte lanciarono il socialismo di mercato in Cina. Cominciando con la divisione delle Comuni Popolari dell’era del Grande Balzo in Avanti, in piccoli appezzamenti di terreno privati, il socialismo di mercato è stato applicato al settore agricolo della Cina, aumentando la produzione alimentare. Dal 1980 al 1992, lo Stato cinese delegò maggiori poteri ai governi locali e trasformò alcune industrie piccole e medie in imprese in attività, soggette a regolamentazione e alla direzione del PCC.
Dall’attuazione del socialismo di mercato, la Cina ha registrato un’espansione economica senza precedenti, con una crescita più veloce di ogni altra economia del mondo. Il socialismo di mercato di Deng ha decisamente fatto uscire le masse cinesi dalla povertà sistemica e fatto del paese un gigante economico la cui potenza supera probabilmente le maggiori economie imperialiste dell’Occidente.
Il socialismo di mercato in Cina è un’importante strumento marxista-leninista per la costruzione socialista.
Sebbene il concetto e l’attuazione del socialismo di mercato di Deng è un importante contributo al marxismo-leninismo, non è senza precedenti. La rivoluzione proletaria è storicamente scoppiata nei paesi in cui le catene dell’imperialismo erano più deboli. Una delle caratteristiche che uniscono  questi paesi è l’arretratezza delle forze produttive; sottosviluppati a causa di decenni di sottomissione coloniale e imperiale. Lungi dall’essere la prima volta che i comunisti usano i mercati per porre un fondamento industriale per il socialismo, il socialismo di mercato della Cina ha le sue radici nella Nuova Politica Economica (NEP) dei bolscevichi.
Di fronte a simili livelli di sottosviluppo e di disordini sociali, i bolscevichi attuarono la NEP, che permise ai piccoli imprenditori e ai contadini di vendere prodotti in un mercato limitato. Progettato e realizzato da Lenin nel 1921, la NEP è stata il successore della politica di Trotzkij del comunismo di guerra, che dava la priorità alla militarizzazione della produzione agricola e industriale per combattere le forze reazionarie dei bianchi. A causa delle loro condizioni materiali economicamente arretrate, furono prevalentemente i contadini a resistere al comunismo di guerra, provocando scarsità di cibo per l’Armata Rossa. Percependo correttamente l’importanza dell’instaurare una forte alleanza tra i contadini e la classe operaia urbana, Lenin usò la NEP come mezzo per modernizzare la campagna della Russia attraverso meccanismi di mercato.
In un articolo che spiega il ruolo dei sindacati nella NEP, Lenin descrive sinteticamente l’essenza del concetto che Deng avrebbe poi chiamato ‘socialismo di mercato':
La nuova politica economica introduce una serie di importanti cambiamenti nella posizione del proletariato e, di conseguenza, in quella dei sindacati. La grande massa dei mezzi di produzione nel settore industriale e del sistema dei trasporti, rimane nelle mani dello Stato proletario. Questo, insieme con la nazionalizzazione della terra, mostra che la nuova politica economica non cambia la natura dello Stato operaio, anche se deve modificare sostanzialmente le modalità e le forme di sviluppo socialista per permettere la rivalità economica tra il socialismo, che è attualmente in costruzione, e il capitalismo, che sta cercando di rivivere rispondendo alle esigenze delle grandi masse dei contadini attraverso il mercato.” (4)
Non si trascuri la gravità delle parole di Lenin in questo passaggio. Riconosce   che l’introduzione dei mercati nell’economia sovietica non modifica radicalmente il carattere proletario dello Stato. Più provocatoria è tuttavia la sua caratterizzazione dell’economia sovietica come “rivalità economica tra il socialismo, che ora è in fase di costruzione, e il capitalismo.” (4) Secondo Lenin, i rapporti di produzione capitalistici possono esistere all’interno e competere con il socialismo, senza cambiare l’orientamento di classe di uno stato proletario.
Ricordiamo che Deng sosteneva che il socialismo di mercato è stato fondamentale per la modernizzazione delle forze produttive e consolidare la dittatura del proletariato della Cina. Lenin sarebbe stato pienamente d’accordo con la valutazione di Deng, come articola in un testo dell’aprile 1921 intitolato “La tassa in natura“, Lenin scrive:
Il socialismo è inconcepibile senza una grande tecnica capitalistica basata sulle più recenti scoperte della scienza moderna. E’ inconcepibile, senza organizzazione statale pianificata, mantenere decine di milioni di persone alla più rigorosa osservanza di uno standard unificato nella produzione e nella distribuzione. Noi marxisti abbiamo sempre parlato di questo, e non vale la pena sprecare due secondi per parlare con persone che non capiscono nemmeno questo (anarchici e una buona metà dei socialisti-rivoluzionari di sinistra).” (5)
Le radici ideologiche del socialismo di mercato di Deng vanno più lontano di Lenin, però. In un’intervista dell’agosto 1980, la giornalista italiana Oriana Fallaci chiese a Deng se le riforme del mercato nelle zone rurali “avesse messo in discussione il comunismo stesso?”, Deng risponde:
Secondo Marx, il socialismo è la prima fase del comunismo e copre un lungo periodo storico in cui dobbiamo praticare il principio “a ciascuno secondo il suo lavoro” e coniugare gli interessi dello Stato, della collettività e del singolo, solo così possiamo suscitare l’entusiasmo del popolo per il lavoro e sviluppare la produzione socialista. Nella fase superiore del comunismo, quando le forze produttive saranno notevolmente sviluppate e il principio “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” sarà praticato, gli interessi personali verranno riconosciuti ancora di più e più esigenze personali saranno soddisfatte”. (6)
La risposta di Deng è un riferimento alla Critica del Programma di Gotha di Marx, del 1875. Marx descrive il processo di costruzione del socialismo in termini di fasi ‘alta’ e ‘inferiore':
Quello con cui abbiamo a che fare qui, è una società comunista, non come si è sviluppata sulla propria base ma, al contrario, così come emerge dalla società capitalistica, che è quindi, in ogni aspetto, economicamente, moralmente e intellettualmente, ancora impressa dalle voglie della vecchia società dal cui grembo emerge. Di conseguenza, il singolo produttore riceve dalla società – dopo le debite deduzioni – esattamente ciò che dà ad essa. …
Ma questi inconvenienti sono inevitabili nella prima fase della società comunista, essendone appena uscita dopo i lunghi travagli del parto dalla società capitalistica. Non potrà mai essere superiore alla struttura economica della società e del suo sviluppo culturale da cui è condizionata.” (7)
Si può concordare con il socialismo di mercato o meno, ma i fatti sono questi:
Fatto: il socialismo di mercato è in accordo con il marxismo-leninismo.
Fatto: la visione di Lenin è che i mercati e alcuni rapporti di produzione capitalistici non modificheranno sostanzialmente il carattere di classe proletario di uno stato socialista.
Fatto: Lenin riteneva che i paesi possono costruire il socialismo attraverso l’uso dei mercati.
Fatto: il principio che informa il socialismo di mercato di Deng “a ciascuno secondo il suo lavoro“, proviene direttamente da Marx.
La continua leadership del Partito Comunista Cinese e il controllo dell’economia di mercato cinese, è fondamentale per il socialismo cinese.
Commentatori occidentali hanno previsto che in Cina le riforme del mercato avrebbero portato alla caduta del PCC, quando Deng aveva annunciato il socialismo di mercato alla fine degli anni ’70. Questi stessi commentatori hanno ripetuto questa affermazione negli ultimi 30 anni, e sono stati costantemente smentiti da una Cina che usciva dalla povertà con il PCC al timone. Le riforme del mercato non hanno modificato le basi fondamentali della società socialista cinese, perché le masse e il loro partito continueranno a governare la Cina.
La cosiddetta ‘privatizzazione’ delle industrie statali piccole e medie, a metà degli anni ’90 e all’inizio del 2000, ha provocato una levata di scudi della ‘sinistra’ occidentale, affermando che questa rappresenta la vittoria finale del capitalismo in Cina. Ma dal momento che i gruppi di ‘sinistra’ sono spesso soggetti a litigare su definizioni oscure e irrilevanti (ma non meno verbose!) dibattendo su questioni storiche lontane, vediamo cosa i capitalisti stessi hanno da dire sulla ‘privatizzazione’ in Cina. Nel maggio 2009, Derrick Scissors della Fondazione Heritage pose la questione in un articolo intitolato “La liberalizzazione al rovescio“. Scrive:
Esaminare quali aziende sono veramente private è importante perché la privatizzazione è spesso confusa con la diffusione della partecipazione e della vendita di quote di minoranza. In Cina, la proprietà al 100 per cento è stata spesso diluita con la divisione delle proprietà in azioni, alcune delle quali sono messe a disposizione di attori non statali, come aziende straniere o altri investitori privati. Quasi due terzi delle imprese statali e delle filiali in Cina hanno intrapreso tali cambiamenti, portando alcuni osservatori stranieri a rietichettare queste imprese come “non statali” o anche “private”. Ma questa riclassificazione non è corretta. La vendita di azioni di per sé non altera per nulla il controllo dello Stato: decine di imprese non sono meno controllate solo perché sono quotate nelle borse estere. In pratica, tre quarti delle circa 1.500 società quotate come titoli nazionali, sono ancora di proprietà statale.” (8)
Finché il processo della cosiddetta ‘privatizzazione’ permette una certa proprietà privata, sia nazionale che estera, Scissors chiarisce che questo è un lamento lontano dalla privatizzazione vera e propria, come avviene negli Stati Uniti e altri paesi capitalisti. Lo Stato, guidato dal PCC, mantiene una quota di maggioranza nella società e traccia il percorso della società.
Più sorprendenti sono le industrie che rimangono saldamente sotto il controllo statale, che sono le industrie essenziali per il benessere delle masse cinesi. Scissors continua:
Non importa la loro struttura azionaria, tutte le società nazionali dei settori che compongono il nucleo dell’economia cinese sono tenute per legge a essere di proprietà o controllate dallo Stato. Tali settori comprendono la produzione e la distribuzione dell’energia, petrolio, carbone, petrolchimico e gas naturale, telecomunicazioni, armamenti, aviazione e trasporti marittimi, produzione di macchinari e automobili, tecnologie dell’informazione, costruzioni e la produzione di ferro, acciaio e metalli non ferrosi. Le ferrovie, la distribuzione del grano e le assicurazioni sono anch’esse dominate dallo stato, anche se non è ufficialmente sanzionato”. (8)
Nessun paese capitalistico nella storia del mondo ha mai avuto il controllo statale su tutti questi settori. In paesi come gli Stati Uniti o la Francia, alcuni settori come le ferrovie e l’assicurazione sanitaria possono avere proprietà statale, ma ciò finisce drasticamente nell’industria dominante. L’importanza di questa proprietà statale diffusa, è che gli aspetti essenziali dell’economia cinese sono gestiti dallo stato guidato da un partito il cui orientamento è verso la classe operaia e i contadini.
Particolarmente dannoso per l’argomentazione della Cina-come-capitalismo di Stato, è lo status delle banche e del sistema finanziario cinese. Scissors continua:
Lo Stato esercita il controllo sulla maggior parte del resto dell’economia attraverso il sistema finanziario, in particolare le banche. Entro la fine del 2008, i prestiti erano pari a quasi 5 trilioni di dollari, e la crescita del prestito annuale è stata quasi il 19 per cento, e accelerava; il prestito, in altre parole, è probabilmente la principale forza economica della Cina. Lo Stato cinese possiede tutte le grandi istituzioni finanziarie, la Banca popolare di Cina assegna loro quote di prestito ogni anno, e il prestito è diretto in base alle priorità dello Stato.” (8)
La Banca Popolare della Cina (PBC) mette in evidenza uno dei modi più importanti con cui il PCC utilizza il sistema di mercato per controllare il capitale privato e subordinarlo al socialismo. Ben lungi dal funzionare come una banca capitalista nazionale, che assegna la priorità per facilitare l’accumulazione di capitale da parte della borghesia, “questo sistema frustra i prestatori privati.” (8) Il PCC inonda il mercato con titoli pubblici, che hanno un effetto di spiazzamento sulle obbligazioni delle aziende private, che le imprese utilizzano per raccogliere capitali indipendenti. Sfruttando offerta e domanda sul mercato obbligazionario, la PBC impedisce alle imprese private, nazionali o straniere, d’accumulare capitale indipendentemente dalla gestione socialista.
Anche se la Cina moderna ha un sistema di mercato in espansione, il PCC usa il mercato per consolidare e far avanzare il socialismo. Invece di privatizzare le industrie più importanti, come spesso pretendono i detrattori, lo stato mantiene un vibrante sistema di proprietà pubblica socialista che impedisce il sorgere di una borghesia indipendente. Deng ha parlato in particolare di questo assai deliberato sistema nella stessa intervista con la Fallaci:
Non importa in quale misura ci apriamo al mondo esterno e ammettiamo capitale straniero, la sua grandezza relativa sarà piccola e non potrà incidere sul nostro sistema di proprietà pubblica socialista dei mezzi di produzione. Assorbire capitale e tecnologia straniera, e perfino consentire agli stranieri di costruire impianti in Cina, potrà giocare solo un ruolo complementare al nostro sforzo di sviluppare le forze produttive in una società socialista.” (6)
Analisti occidentali sembrano credere che il PCC abbia raggiunto questo obiettivo. Il capitalista Centro Studi Indipendenti (CIS) dell’Australia ha pubblicato, nel luglio 2008, un articolo che dice che coloro che pensano che la Cina stia diventando un paese capitalista “fraintendono la struttura dell’economia cinese, che rimane in gran parte un sistema dominato dallo stato piuttosto che dal libero mercato.”(9) L’articolo spiega:
Con il controllo strategico delle risorse economiche e rimanendo il principale erogatore di opportunità e successo economico nella società cinese, il Partito Comunista Cinese (PCC) sta costruendo istituzioni e sostenitori che sembrano radicare il monopolio del partito al potere. Infatti, in molti modi, le riforme e la crescita economica del paese hanno effettivamente migliorato la capacità del PCC di restare al potere. Invece di essere spazzato via dai cambiamenti, il PCC è per molti versi il suo agente e beneficiario.” (9)
Mentre il CSI continua a piangere lacrime di coccodrillo per la mancanza di libertà economiche e politiche in Cina, i marxisti-leninisti leggono tra le righe e riconoscono la verità: la Cina non è capitalista, il PCC non sta perseguendo lo sviluppo capitalistico e il socialismo di mercato è riuscito a porre le basi materiali per ‘il socialismo più alto’.
Il socialismo cinese ha catapultato uno stato operaio a livelli economici precedentemente sconosciuti.
Mentre il Grande Balzo in avanti è stato un ambizioso tentativo di porre le basi industriali necessarie per costruire il socialismo, i fatti sono questi: il prodotto interno lordo della Cina (PIL) nel 1960, dopo il GBA, era di 68,371 miliardi dollari. (10) Nel 2009, il PIL della Cina si trova a poco meno di 5.000 miliardi dollari, il che la rende la seconda economia del mondo. (11) In altre parole, l’economia moderna cinese è circa 73 volte la sua economia dopo il Grande Balzo in Avanti, che in precedenza era stata la più grande revisione economica socialista nella storia cinese.
La crudele ironia del socialismo cinese è che la maggior parte dei suoi ammiratori internazionali non sono ‘di sinistra’, ma piuttosto i capitalisti. Lungi dall’approvare il socialismo, questi capitalisti sono in soggezione davanti alla manipolazione dei mercati della Cina nel costruire una prospera società moderna senza ricorrere al libero mercato. Odiano le realizzazioni della Cina e il suo percorso socialista, ma non possono negarne il successo spettacolare. Anche Scissors riconosce nello stesso articolo dell’Heritage Foundation che, “tra giugno 2002 e giugno 2008, il PIL della Cina è più che triplicato e le sue esportazioni sono più che quadruplicate.” (8)
L’incredibile crescita del PIL in Cina è di vitale importanza per il socialismo. Scissors continua:
Questa rapida crescita del PIL ha creato posti di lavoro: entro la fine di giugno 2008, il tasso di disoccupazione tra gli elettori urbani registrati è stato un mero quattro per cento – addirittura inferiore all’ambizioso obiettivo del governo del 4,5 per cento. Questa cifra potrebbe sottovalutare la disoccupazione vera ignorando le campagne e l’occupazione urbana non registrata, ma riflette con precisione le tendenze più ampie della situazione del lavoro. Tanti lavoratori migranti provenienti dalle zone rurali sono stati assorbiti nel mercato del lavoro urbano, anche se 20 milioni di tali lavoratori avrebbero perso il lavoro, verso la fine del 2008, rimangono ben più di 100 milioni di migranti rurali con un posto di lavoro nelle città.” (8)
Che la Cina possa essenzialmente garantire la piena occupazione dei lavoratori, mette in evidenza un altro modo con cui il PCC usa i mercati per far avanzare il socialismo. Oltre a raggiungere la piena occupazione de facto, “i salari urbani sono saliti in modo significativo, del 18 per cento tra il 2007 e il 2008″, ciò rappresenta grandi guadagni materiali per la classe operaia cinese. (8)
A differenza delle masse espropriate dei paesi capitalisti, le masse cinesi sono sempre più soddisfatte e favorevoli all’economia della propria nazione. Uno studio del luglio 2008 condotto da Pew Global Attitudes Project, ha intervistato una campione di diverse persone in 24 paesi sviluppati, compresa la Cina prima delle Olimpiadi di Beijing. I risultati del Pew confermano la popolarità del socialismo di mercato tra le masse cinesi:
Mentre aspettano le Olimpiadi di Pechino, il popolo cinese esprime straordinari livelli di soddisfazione per il modo in cui stanno andando le cose nel loro paese e l’economia della loro nazione. Con più di otto su dieci che hanno una visione positiva di entrambi, la Cina è il numero uno tra i 24 Paesi riguardo ai due parametri del sondaggio 2008 del Pew Research Center del Project Pew Global Attitudes.“(12)
Per inciso, Pew rileva che “la soddisfazione cinese su questi aspetti della vita è migliorata solo in misura modesta negli ultimi sei anni, nonostante il drammatico aumento delle valutazioni positive delle condizioni e dell’economia nazionali.”(12) Mentre le masse cinesi celebrano il recente rapido aumento del livello di vita della nazione, la longevità della loro soddisfazione riflette un rapporto più profondo con lo Stato.
Tra le scoperte più interessanti del Pew, vi era il livello di persone che in Cina si preoccupano della crescente disuguaglianza di reddito. Mentre la disuguaglianza è la preoccupazione principale per le masse espropriate nei paesi capitalisti, i ricchi non si preoccupano per nulla della disuguaglianza dei redditi, in quanto costituisce la pietra angolare della loro classe. Le masse cinesi, però, rispondono a questa preoccupazione critica in modo molto diverso. Pew trova:
Circa nove su dieci (89%) identificano il divario tra ricchi e poveri come un problema grave e il 41% lo cita come un problema molto grande. Le preoccupazioni per la disuguaglianza sono comuni tra ricchi e poveri, vecchi e giovani, uomini e donne, così tra i diplomati che tra quelli meno istruiti. (12) A tale proposito, nonostante la crescita economica, le preoccupazioni per la disoccupazione e le condizioni per i lavoratori sono ampie, con il 68% e 56% rispettivamente che hanno segnalato questi grandi problemi.” (12)
L’universalità delle preoccupazioni circa la disparità di reddito, riguarda anche i cittadini più ricchi, dimostrando la supremazia costante dei valori socialisti in Cina. Norme culturali e valori derivano dalle condizioni materiali e dai rapporti di produzione. Se la Cina è un paese capitalista, la diffusione capillare dei valori socialisti, che attraversano tutti i livelli di reddito, non esisterebbe. Sostenere il contrario significa abbandonare un’analisi materialistica della cultura.
La riuscita avanzata della Cina come una moderna economia industriale, ha posto le basi per “superiori” forme di organizzazione economica socialista.
Il mercato non è un modo di produzione, ma piuttosto, il mercato è una forma di organizzazione economica. Deng spiega bene questa distinzione in una serie di conferenze date nel 1992. Afferma:
La proporzione di pianificazione sulle forze di mercato non è la differenza essenziale tra socialismo e capitalismo. Un’economia pianificata non è equivalente al socialismo, perché è progettata anche sotto il capitalismo, l’economia di mercato non è il capitalismo, perché ci sono i mercati anche nel socialismo. Le forze della pianificazione e del mercato sono entrambi mezzi per controllare l’attività economica.” (13)
I mercati non sono né capitalisti né socialisti, così come la pianificazione economica non è né capitalista né socialista. Entrambe queste forme di organizzazione economica sono solo strumenti della scatola degli attrezzi, e in alcune situazioni, i mercati sono un utile strumento per la costruzione socialista.
Per 30 anni, il PCC ha usato con successo i mercati come strumento per rivoluzionare le forze produttive del paese. Proprio a causa di questo successo, lo stato sta rapidamente muovendosi verso forme più avanzate di organizzazione industriale socialista, per sostituire il meccanismo di mercato.
Il socialismo di mercato è stato implementato nel settore agricolo con lo stesso obiettivo della NEP di Lenin: espandere in modo aggressivo e modernizzare la produzione alimentare. Tuttavia, il PCC ha introdotto i mercati come strumento per costruire il socialismo, piuttosto che come modalità permanente di funzionamento dell’organizzazione economica. Questa è una distinzione molto importante, perché significa che le riforme del mercato sono viste da Deng e dal PCC come una forma transitoria di ‘basso socialismo’, per usare un termine di Marx, che avrebbero sostituito con l’agricoltura collettivizzata, dopo che le condizioni materiali si fossero modificate. Deng lo spiega in un discorso al Comitato Centrale nel maggio 1980. Intitolato “Su questioni di politica rurale“, Deng risponde alle preoccupazioni sulle riforme contemporanee del mercato nel settore agricolo:
E’ certo che, finché la produzione si espande, la divisione del lavoro aumenta e l’economia si sviluppa bene, le forme inferiori di collettivizzazione nelle campagne si svilupperanno in forme più alte e l’economia collettiva acquisirà una base più solida. Il compito principale è espandere le forze produttive e quindi creare le condizioni per l’ulteriore sviluppo della collettivizzazione.” (14)
Deng comprende che costruire un’economia socialista agricola in grado di soddisfare le esigenze dell’enorme popolazione della Cina, richiede lo sviluppo delle forze produttive nelle campagne, che i mercati potrebbero compiere. Solo dopo aver rivoluzionato le forze produttive di tutto il paese, si potrebbero porre le basi materiali perché esista una economia pienamente collettiva del  ‘socialismo superiore’.
Mao ha detto che “La pratica è il criterio della verità“, e dopo 30 anni di pratica, le dichiarazioni di Deng si sono avverate. Nel 2006, il PCC ha annunciato una riforma rivoluzionaria della campagna cinese, e ha promesso di usare la ricchezza appena acquisita dalla Cina per trasformare le zone rurali in quello che il presidente Hu Jintao chiama una “nuova campagna socialista”. (15) Anche oggi, la maggior parte della popolazione cinese rimane nella provincia rurale del paese, ma l’applicazione di tecniche agricole moderne e di pratiche agricole meccanizzate hanno generato un netto avanzo della produzione di grano in Cina. Tra le numerose disposizioni di questa nuova politica, la nuova politica rurale della Cina promette “un aumento sostenuto dei redditi degli agricoltori, più il supporto industriale all’agricoltura e lo sviluppo rapido dei servizi pubblici“. (15) Ulteriori disposizioni permettono agli studenti contadini di ricevere “libri di testo gratuiti e sussidi di studio” e lo Stato “aumenterà i sussidi alle cooperative sanitarie rurali.” (15)
I massicci investimenti statali in infrastrutture agricole sono “un cambiamento significativo del precedente focus nello sviluppo economico“. (15) A causa del successo della modernizzazione, “si da maggiore peso alla redistribuzione delle risorse e al riequilibrio dei redditi.” (15) Invece di visualizzare il socialismo di mercato come un fine in sé, il PCC ha sfruttato il mercato come mezzo per generare una base industriale sufficiente a costruire il ‘socialismo superiore’. La straordinaria crescita del PIL dello Cina e lo sviluppo tecnologico attraverso il socialismo di mercato, consente di attuare tali rivoluzionari cambiamenti radicali.
Per l’assistenza sanitaria, Austin Ramzy di Time Magazine ha riferito, nell’aprile 2009, che “la Cina sta ponendo dei piani per riformare radicalmente il suo sistema sanitario, ampliando la copertura a centinaia di milioni di contadini, lavoratori migranti e residenti nelle città.” (16) I piani sono basati sulla spesa di “125 miliardi dollari nei prossimi tre anni per sviluppare migliaia di cliniche e ospedali, e per l’espansione della copertura sanitaria di base al 90% della popolazione.” (16) Invece di una inversione delle riforme  dell’era di Deng, la Cina ritorna verso la salute pubblica, logica evoluzione del sistema sanitario più moderno ed espansivo, realizzato attraverso 30 anni di socialismo di mercato.
Mentre il capitale straniero entrava in Cina, le corporations dei paesi imperialisti erano attratte dal grande bacino di lavoro della Cina, sfruttando alcuni lavoratori cinesi attraverso rapporti di produzione capitalistici. Lo sfruttamento dalle società estere costituisce una contraddizione importante nell’economia cinese, con il PCC che ha adottato misure concordate verso la sua soluzione. Mentre tutte il popolo della Cina conserva l’accesso a beni e servizi essenziali, come l’assistenza alimentare e sanitaria, il PCC pone delle restrizioni nei luoghi in cui operano le società straniere in Cina, limitando fortemente il loro potere politico-economico in Cina.
Lungi dall’abbandonare i lavoratori cinesi nel perseguimento della modernizzazione, il PCC ha annunciato il progetto di legge sul Contratto di Lavoro del 2006, per proteggere i diritti dei lavoratori alle dipendenze delle aziende straniere, assicurando il TFR e la messa fuori legge del lavoro senza contratto, che li renderebbe dei possibili sweatshops. Violentemente contrastata da Wal-Mart e da altre società occidentali, “le società straniere non attaccano la normativa perché fornisce ai lavoratori troppo poca protezione, ma perché ne fornisce troppa“. (17) Tuttavia, il progetto di legge sul Contratto di Lavoro, in cui “ai datori di lavoro è richiesto di contribuire ai conti previdenziali dei propri dipendenti, e d’impostare norme salariali per i lavoratori in tirocinio e gli straordinari“, è stato promulgato nel gennaio 2008. (18)
La recente serie di controversie sul lavoro tra lavoratori cinesi e società straniere, testimoniano l’orientamento verso la classe operaia dello stato cinese. In risposta agli scioperi diffusi nelle fabbriche e negli impianti di produzione degli occidentali, il PCC ha intrapreso una politica aggressiva di supporto dei lavoratori cinesi e sostiene le loro richieste di aumento dei salari. Il governo regionale di Beijing ha elevato il salario minimo due volte in sei mesi, tra cui un aumento del 21% alla fine del 2010. (19) Nell’aprile di quest’anno, il PCC ha annunciato degli aumenti salariali annuali del 15%, “promettendo di raddoppiare i salari dei lavoratori durante il 12° piano quinquennale, dal 2011 al 2015.” (20)
I grandi aumenti dei salari e dei benefici per i lavoratori cinesi, in particolare i lavoratori migranti, è un duro colpo per le società straniere e rende la Cina un hub di manodopera a basso costo decisamente meno attraente per gli investitori stranieri. (21) Contrariamente alle azioni di uno Stato capitalista di fronte alle agitazioni operaie, che in genere consiste in piccole riforme o nella repressione brutale, la risposta della Cina è stata lanciare un’offensiva contro l’accumulazione della ricchezza delle società straniere, costringendole a pagare salari sostanzialmente più elevati.
Lo stato è uno strumento di oppressione di classe. Gli stati borghesi a malincuore compiono le riforme per la classe operaia, come il salario minimo, quando nessun altra azione è possibile. Il loro orientamento è verso il miglioramento delle condizioni della borghesia e la subordinazione del lavoro al capitale. Gli Stati proletari hanno il coraggio di sostenere e rispondere immediatamente alle esigenze collettive dei lavoratori, perché costituiscono la classe dirigente nella società. Una maggiore disponibilità da parte del PCC nell’affrontare e attaccare il capitale straniero nell’interesse della classe operaia, è il prodotto deliberato del successo del socialismo di mercato nello sviluppo delle forze produttive della Cina. Dopo aver risolto la contraddizione primaria delle forze produttive arretrate, il PCC sta preparando il terreno per la contraddizione tra capitale straniero e lavoro.
Per quanto riguarda invece la situazione macroeconomica, l’applicazione del socialismo di mercato della Cina ha portato a gravi disparità di reddito. Mentre è senza dubbio un difetto del ‘socialismo inferiore’, lo stato cinese prende molto sul serio questa contraddizione e ha annunciato una inedita campagna di spesa pubblica nel marzo 2011, volta a colmare il divario dei redditi. (22) Aumentando la spesa pubblica del 12,5% nel prossimo anno, il PCC assegnerà risorse pubbliche enormi “per l’istruzione, la creazione di posti di lavoro, i bassi redditi, gli alloggi, l’assistenza sanitaria, le pensioni e le altre assicurazioni sociali.” (22) Lungi dall’essere una mossa studiata per placare eventuali disordini sociali, questa spinta monumentale della spesa sociale dimostra l’orientamento costante dello stato cinese verso le classi proletaria e contadina.
Una posizione corretta sulla Cina richiede prima di tutto un esame globale della economia del paese, collocato nel contesto del percorso del PCC verso la modernizzazione. Concentrarsi troppo sull’economia di mercato della Cina e i suoi difetti, offusca i fatti più importanti, e cioè che la classe operaia e i contadini ancora dominano la Cina attraverso il PCC, e il successo della modernizzazione attraverso l’economia di mercato ha aperto la strada per ‘il socialismo superiore’.
La Cina applica il socialismo di mercato nei suoi rapporti con il Terzo Mondo, e svolge un ruolo importante nella lotta contro l’imperialismo.
Capire che i mercati sono un strumento neutro e non-intrinseco al capitalismo, e utilizzabile da capitalisti e socialisti è fondamentale per analizzare correttamente la posizione internazionale della Cina. A differenza delle caratteristiche dell’imperialismo-colonialismo, del neocolonialismo, del super-sfruttamento e della dipendenza, il socialismo di mercato della la Cina promuove la cooperazione, il progresso collettivo, l’indipendenza e lo sviluppo sociale. (23)
Anche se fonti di informazione borghesi denunciano i rapporti economici della Cina con l’Africa come ‘imperialistici’, questo è un riflesso della mentalità commerciale occidentale, che non riesce a capire le eventuali relazioni economiche in termini diversi dallo sfruttamento spietato. Il premier Wen Jiabao ha detto, in un vertice del 2006 al Cairo, che le relazioni commerciali cinesi-africane sono progettate per “aiutare i paesi africani a svilupparsi da soli e a offrire formazione ai professionisti africani”. (24) L’obiettivo del vertice, secondo Wen, è “la riduzione e la liquidazione dei debiti, l’assistenza economica, la formazione del personale e gli investimenti da parte delle imprese“(24), Wen continua:
Sul fronte politico, la Cina non interferisce negli affari interni dei paesi africani. Noi crediamo che i paesi africani hanno il diritto e la capacità di risolvere i propri problemi.”(24)
Questo non è l’atteggiamento dell’imperialismo. La dichiarazione di Wen, qui, nemmeno riflette la retorica dell’imperialismo. Gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa, difendono costantemente il loro diritto di perseguire i propri interessi nelle altre nazioni, in particolare quelle nazioni che hanno ricevuto un sostanziale capitale occidentale. L’approccio della Cina è notevolmente diverso, in quanto utilizza il commercio come mezzo di sviluppo delle infrastrutture sociale africane sottosviluppate a causa di secoli di oppressione coloniale occidentale, e funziona soprattutto con una politica di non intervento. Ciò riflette l’impegno del PCC nella comprensione marxista-leninista dell’autodeterminazione nazionale.
I rapporti della Cina con l’Africa riflettono questi principi nella pratica.  Nel novembre 2009, la Cina ha promesso 10 miliardi di dollari in “prestiti preferenziali diretti verso programmi infrastrutturali e sociali” in tutto il continente africano. (25) Oltre a fornire le risorse per lo sviluppo infrastrutturale, “il finanziamento sarebbe servito ad eliminare i debiti” e “aiutare gli Stati ad affrontare il cambiamento climatico.” (25) Questi nuovi prestiti rappresentano un aumento del 79% negli investimenti diretti cinesi, che nella maggior parte si presentano sotto forma di “imprese cinesi per la costruzione di strade, porti, ferrovie, abitazioni e oleodotti.” (25)
Geopoliticamente, la Cina offre un campo internazionale completamente separato per le nazioni in conflitto con l’imperialismo degli Stati Uniti. Mentre gli Stati Uniti accrescono le tensioni con il Pakistan e continuano a violare la sua sovranità nazionale, sulla scia dell’assassinio di Osama bin Ladin, la Cina ha annunciato il 19 maggio 2011 che sarebbe rimasta un “partner affidabile” del Pakistan. (26) Il Premier Wen ha aggiunto, “l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale del Pakistan devono essere rispettati.” (26) Assieme ad un editoriale pubblicato lo stesso giorno, sul China Daily, il giornale ufficiale dello stato della Cina, dal titolo “Le azioni degli Stati Uniti violano il diritto internazionale“, su cui si possono facilmente vedere le gigantesche discrepanze tra il campo imperialista e la Cina. (27) Queste posizioni sono praticamente identiche alla minoranza degli accademici di sinistra negli Stati Uniti, come Noam Chomsky, e in netto contrasto con qualsiasi resoconto dominante sul coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Pakistan.
La Cina ha sempre agito come un baluardo contro l’aggressione degli Stati Uniti verso altri paesi socialisti, come la Corea del Nord e Cuba. (28) (29) Nel vicino Nepal e in India, la Cina ha fornito un sostegno geopolitico alle due insurrezioni comuniste, durante i rispettivi periodi di guerra popolare. (30) (31) Dopo che i maoisti nepalesi hanno vinto le elezioni parlamentari del Paese con una stragrande maggioranza, il Presidente Prachanda ha visitato la Cina, subito dopo avere prestato giuramento come Primo Ministro. (32) Anche in America Latina, la Cina ha forgiato profondi legami economici e militari con il presidente venezuelano Hugo Chavez, mentre il paese continua ad andare avanti nella resistenza all’imperialismo USA e ad avanzare verso il socialismo. (33)
Mentre la Cina ha i suoi difetti riguardo le relazioni con l’estero, in particolare il suo rifiuto di porre il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro la Libia, persegue una politica estera qualitativamente diversa dagli altri paesi capitalisti. In termini di commercio, la Cina promuove l’indipendenza e l’autodeterminazione, laddove l’Occidente promuove dipendenza, sfruttamento e sottomissione. Geopoliticamente, supporta i movimenti popolari genuini contro l’imperialismo e fornisce supporto agli altri paesi socialisti esistenti. Si tratta di una politica estera di cooperazione profondamente influenzata dal marxismo-leninismo.
I marxisti-leninisti nel 21° secolo devono rigorosamente studiare i successi del socialismo cinese.
I paesi che hanno resistito all’assalto della controrivoluzione dopo la caduta dell’Unione Sovietica, devono studiare rigorosamente da marxisti-leninisti del 21° secolo. Ciascuno dei cinque paesi socialisti che persegue diversi percorsi di sopravvivenza offre delle lezioni, ma la Cina ha indiscutibilmente goduto del successo più grande.
Piuttosto che riecheggiare la menzogna controrivoluzionaria dei gruppi trotzkisti e della sinistra-comunista, circa la mancanza della Cina nell’impegnarsi alla loro definizione astratta e utopica di ‘socialismo’, i marxisti-leninisti devono abbracciare la Cina come un riuscito modello di socialismo, il cui potere economico supera quello del più grande dei paesi imperialisti. Alla base di tali falsità dei trotzkisti/sinistra comunista vi è un pessimismo cronico sul socialismo, che riflette il cinismo capitalista verso la rivoluzione proletaria. L’economia socialista della Cina è fiorente e più di 1/5 della popolazione mondiale è stata tolta dalla povertà, e la loro sciocca fazione irrilevante non è ancora al potere! Secondo loro, la Cina starebbe facendo qualcosa di sbagliato!
Naturalmente, i marxisti-leninisti sanno altrimenti. La Cina è un paese socialista ed è probabilmente il maggior successo economico nella storia. Questa realizzazione comporta enormi cambiamenti e dovrebbe spingere i marxisti-leninisti a studiare seriamente il modello e le opere di Deng Xiaoping. Ancora oggi, gli altri paesi socialisti stanno sperimentando variazioni del modello cinese e ottengono successi simili. Se il concetto di socialismo di mercato di Deng è una politica corretta per gli stati proletari che hanno forze produttive gravemente sottosviluppate, allora i rivoluzionari lo devono riconoscere come un contributo significativo al marxismo-leninismo.
Mentre la Cina ascende nella costruzione del ‘socialismo superiore’, i rivoluzionari di tutto il mondo dovrebbero guardare a Oriente per ispirarsi, mentre lottano per liberarsi dalle catene dell’imperialismo e per attualizzare la democrazia popolare.

Viva i contributi universali di Deng Xiaoping al marxismo-leninismo!
Stare con le masse cinesi e con il loro partito, nel processo entusiasmante della costruzione socialista!
Una rapida vittoria alla rivoluzione proletaria internazionale!

Note
(1) Mobo Gao, The Battle for China’s Past: Mao & The Cultural Revolution, Pluto Press, 2008, pg. 10
(2) Deng Xiaoping, “Uphold the Four Cardinal Principles”, 30 marzo 1979
(3) Deng Xiaoping, “The Working Class Should Make Outstanding Contributions to the Four Modernizations,” 11 ottobre 1978,
(4) V.I. (4) V.I. Lenin, “Role and Function of Trade Unions Under the New Economic Policy”, 30 dicembre 1921 – 4  gennaio 1922,
(5) V.I. Lenin, “The Tax in Kind”, 21 aprile 1921
(6) Deng Xiaoping, “Answers to the Italian Journalist Orianna Fallaci”, 21 agosto e 23 ottobre 1980
(7) Karl Marx, “Critique of the Gotha Programme“, Part I, maggio 1875
(8) Derek Scissors, Ph.D. “Liberalization in Reverse”, 4 maggio 2009, Fondazione Heritage
(9) John Lee, “Putting Democracy in China on Hold,” 28 maggio 2008, Center for Independent Studies
(10) World Bank, World Development Indicators, Gross Domestic Product
(11) Justin McCurry, Julia Kollewe, “China overtakes Japan as world’s second largest economy,” 14 febbraio 2011, The Guardian
(12) Pew Global Attitudes Project, “The Chinese Celebrate Their Roaring Economy as They Struggle with its Costs”, 22 luglio 2008, Pubblicato da The Pew Research Center
(13) Deng Xiaoping, “Excerpts from Talks Given in Wuchang, Shenzhen, Zhuhai and Shanghai”, 18 gennaio – 21 Febbraio, 1992
(14) Deng Xiaoping, “On Questions of Rural Policy”, 31 maggio 1980
(15) Jonathan Watts, “China vows to create a ‘new socialist countryside’ for millions of farmers,” 22 febbraio 2006, The Guardian
(16) Austin Ramzy, “China’s New Healthcare Could Cover Millions More”, 9 aprile 2009, TIME Magazine
(17) Jeremy Brecher, Tim Costello, Brendan Smith, “Labor Rights in China”, 19  dicembre 2006, Foreign Policy in Focus
(18) Xinhua, “New labor contract law changes employment landscape”, 2 gennaio 2008, Quotidiano del Popolo Online
(19) Jamil Anderlini, Rahul Jacob, “Beijing city to raise minimum wage 21%”, 28 dicembre 2010, Financial Times
(20) Caijing, “China Targets at Annualized Wage Rise of 15Pct”, 19 aprile 2011
(21) Zheng Caixiong, “Wage hike to benefit migrant laborers”, 3 marzo 2011,  China Daily
(22) Charles Hutzler, “China will boost spending, try to close income gap”, 6 marzo 2011, Associated Press, pubblicato su boston.com
(23) Dr. Armen Baghdoyan, “Part 1: The Relevance of Marx’s Das Kapital To the Contemporary Chinese Market Economy”, 26 aprile 2011, Nor Khosq
(24) Xinhua, “Chinese premier hails Sino-African ties of cooperation”, 18 giugno 2006 China View
(25) Mike Pflanz, “China’s $10 billion loan for African development ‘motivated by business not aid’”, 8 novembre 2009, The Telegraph
(26) Li Xiaokun, Li Lianxiag, “Pakistan assured of firm support”, 19 maggio 2011, China Daily
(27) Pan Guoping, “US action violates international law”, 19 maggio 2011, China Daily
(28) Andrew Salmon, “China’s support for North Korea grounded in centuries of conflict”, 26 novembre  2010, CNN
(29) Reuters, “China restructures Cuban debt, backs reform”, 23 dicembre 2010
(30) M.D. Nalapat, “China support spurs power grab by Maoists”, 4 maggio 2009, United Press International
(31) RSN Singh, “Maoists: China’s Proxy Soldiers”, luglio – settembre 2010,  Indian Defence Review, Vol. 25, Issue 3
(32) The Times of India, ”After Maoists, China woos Nepal’s communists”, 16 aprile 2009 
(33) Simon Romero, “Chávez Says China to Lend Venezuela $20 Billion”, 18 aprile 2010, The New York Times.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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