L’ambiguità della NATO

Valentin Vasilescu – Reseau International 4 ottobre 2014frr5ecnk1Una volta superata la propaganda delirante che invase i media romeni dopo il vertice NATO in Galles, i romeni iniziano a capire che Basescu ha sempre bluffato. Il comando tattico proposto e ottenuto dalla Romania non ha alcun significato militare. In realtà è un raduno di 25-30 ufficiali della NATO che scarabocchiano e giocano con le carte di piani operativi inutili. Questo comando tattico senza truppe (come quelli che saranno attuati in Polonia e Paesi baltici), è subordinato a un altro comando operativo della NATO in Italia. La decisione di finanziare, costruire ed usare equipaggiamenti militari, munizioni e soldati in tali presunte basi militari della NATO in Europa deve rispettare gli interessi statunitensi sotto l’egida dell’USEUCOM-Europa, responsabile delle operazioni militari dell’US Army nel teatro europeo. Ciò è stato affrontato in questo articolo.
La decisione annunciata da Rasmussen, al vertice della NATO, non corrisponde affatto all’ultima affermazione del generale Philip Breedlove, comandante della NATO in Europa, secondo cui: “La Russia potrebbe condurre incursioni militari nella Repubblica di Moldavia e nella regione separatista moldava di Transnistria“. Ma tale sottigliezza non è stata notata in un Paese come la Romania, ancora considerato “alleato strategico”, semplicemente perché non ha idea delle decisioni del Congresso sulla ristrutturazione del Pentagono, con una riduzione significativa della spesa militare annuale nel 2012-2020. La decisione promulgata dal presidente degli Stati Uniti per salvare 487 miliardi di dollari ha già avuto effetti dal 2012 ad oggi. Le forze di terra statunitensi sono già state ridotte da 45000 soldati e marines a circa 10000 soldati. Ciò, per il Pentagono, consiste nel graduale ritiro di circa 7000 soldati statunitensi dall’Europa entro il 2020. Così, l’esercito statunitense in Germania è stato ridotto di tre brigate corazzate e una di fanteria Stryker, dotata del LAV-25 Stryker, derivato dal Piranha III.
L’esercito in Italia si riassume nella 173.ma brigata aeroportata della forza di reazione rapida. Il tenente-generale Donald Campbell, ex-comandante del III Corpo d’Armata, l’unità più potente dello schieramento statunitense, nel 2013 divenuto comandante dell’esercito in Europa (US Army Europe), ha chiaramente spiegato alla stampa la missione affidatagli: mantenere solo 7 grandi basi militari in Europa delle 12 esistenti nel 2010. Il piano di ristrutturazione porta alla chiusura imminente della caserma di Heidelberg, in Germania. Secondo lo stesso piano di ristrutturazione, la guarnigione statunitense di Mannheim e le basi di Schweinfurt e Bamberga saranno chiuse e rimosse nel 2015. L’USEUCOM non supererà l’attuale livello massimo di 32000 truppe di stanza sul continente europeo. Piuttosto, il loro numero dovrebbe essere ridotto di 2000 uomini entro il 2017. Campbell ha anche ricordato che il Pentagono ha abbandonato i piani per costruire basi militari in Romania e Bulgaria, oltre alla base Deveselu per lo scudo ABM.
L’United States Air Forces in Europa è stata ridotta a sei squadroni compositi (aerei multiruolo, da trasporto, da rifornimento, sorveglianza ed elicotteri): uno in Germania, due in Italia e tre nel Regno Unito). Come risultato di tali tagli di bilancio, i restanti 20 aerei da attacco al suolo A-10 Thunderbolt dell’81.mo squadrone della Spangdahlem Air Base in Germania, sono stati rimpatriati negli USA a fine 2013. Secondo il piano del Pentagono, nel 2014-2017 più di 500 aerei saranno ritirati, tra cui 8 velivoli da trasporto pesante C-5 Galaxy, 16 C-17 Globemaster III, 30 C-130 Hercules e 16 aerei-cisterna KC-135 Stratotanker, riducendo notevolmente la possibilità di schierare una forza di reazione rapida degli Stati Uniti.
L’analisi della natura politica del proposte di Anders Fogh Rasmussen al vertice in Galles non potrebbe essere più evidente. Soprattutto che la NATO non è solo un’alleanza politico-militare creata dagli Stati Uniti. Avevo già scritto che nel Pacifico occidentale gli Stati Uniti avviano il trattato ANZUS e vari altri trattati militari con gli Stati vicini la Cina, divenuti per gli statunitensi più importanti della NATO. Ecco perché gli Stati Uniti valutano la creazione di uno schieramento aeronavale e terrestre del comando militare del Pacifico (USPACOM) nella regione occidentale del Pacifico, dispiegando come truppe supplementari 200000 soldati statunitensi. Parte di tali soldati apparteneva poco prima all’USEUCOM. Nelle conclusioni del mio articolo dicevo, “dunque, le dichiarazioni ufficiali dei leader della NATO, soprattutto statunitensi, sulla creazione di cinque nuove basi NATO in Europa sono semplici favole. Chi non capisce dove va il mondo, affidandosi alla NATO e quindi non creando un esercito moderno appositamente dedito alla difesa del territorio, avrà presto brutte sorprese“.
A differenza dei rumeni, Aleksandr Grusko, ambasciatore russo presso la NATO sa tutto ciò. In una dichiarazione in cui era evidente l’enorme sforzo per non ridere, Grusko ha detto, “una base militare attualmente in costruzione in Romania è una seria sfida alla sicurezza della Russia e Mosca è molto preoccupata per le attività della NATO nel Mar Nero“. Come ho già scritto il 28 agosto 2014 il sottomarino diesel-elettrico Novorossijsk, classe Varshavjanka (Projekt 636.3/877), è stato consegnato alla flotta russa del Mar Nero. Un mese o due più tardi sarà affiancato dal gemello Rostov-na-Donu e seguito da altri quattro sottomarini della stessa classe, per la flotta russa del Mar Nero. Soprannominati “buchi neri” dalla NATO perché non possono essere rilevati, questi sottomarini hanno la capacità di monitorare segretamente tutte le navi, francesi, statunitensi o canadesi inviate nel Mar Nero. Le ultime esercitazioni navali dalla NATO nel nord-ovest del Mar Nero, “Sea Breeze 2014“, raccolsero 12 navi da guerra di Ucraina e NATO. I marinai della fregata canadese Toronto poterono verificare l’affidabilità delle componenti di 35-40 anni dei missili lanciati dal caccia-sottomarini Ternopol, ammiraglia della flotta ucraina.

Tra le navi della NATO parteciparono all’esercitazione c’era una delle due fregate Type 22 romene, denominate “Pattuglia di Pace”, 10 anni fa acquistate dai rottamatori inglesi; sono sempre attive.

187266414Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La NATO verso la Siria, l’Iran traccia la linea rossa

MK Bhadrakumar – 9 ottobre 2014Obama-US-Turkey-Nucle_Horo-e1368726239951Teheran ha apertamente avvertito la Turchia su “qualsiasi mossa che ulteriormente aggravi e complichi la situazione regionale con conseguenze irreparabili”. Il portavoce del ministero degli Esteri ha rivelato che Teheran ha avviato un’iniziativa verso Ankara affinché agisca con grande circospezione. Questa è la prima reazione iraniana alla risoluzione approvata dal parlamento turco che autorizza il governo ad inviare truppe in Siria. La reazione iraniana è tagliente ed equivale all’avvertimento che se truppe turche attraversano il confine si avranno “conseguenze irreparabili”. Hmm. Le cose sono sempre più piuttosto esplosive. Perché una così tagliente reazione iraniana? Evidentemente Teheran vede il piano del primo ministro turco Recep Erdogan svolgersi su tre livelli. Erdogan vede che la campagna aerea dagli Stati Uniti contro lo Stato islamico non sarà sufficiente a frenare la sfida estremista e che sarà necessario avere “stivali sul terreno”. Sa che la Turchia è l’unico Paese che può dispiegare truppe rafforzando la strategia degli Stati Uniti contro lo SI. Così Erdogan ha presentato una precondizione, vuole che gli Stati Uniti rielaborino la loro strategia anti-SI in Siria includendo un ‘cambio di regime’, ma Washington tergiversa. Allora, Erdogan gioca la sua seconda carta, far rivivere la vecchia proposta turca di creare una “zona cuscinetto” in Siria, e poi fare della zona cuscinetto condizione preliminare per l’intervento di Ankara a difesa della città siriana di Kobani sul confine turco, sotto attacco. Ancora una volta, Washington traccheggia. Kobani è caduta in mano allo SI. Nel frattempo Erdogan ha comunque segnato un gol, Kobani è una città curda e la sua cattura da parte dello SI indebolisce l’organizzazione separatista curda PKK che combatte l’esercito turco. In poche parole, Erdogan permette allo SI (che la Turchia sostiene segretamente) di schiacciare i curdi nel nord della Siria, mentre allo stesso tempo offre aiuto al presidente Barack Obama per combatterlo, a condizione naturalmente che gli Stati Uniti sostengano le ambizioni territoriali della Turchia (con l’alibi delle zone cuscinetto e ‘no-fly-zone’) in Siria, nel primo colpo per ‘balcanizzare’ il Paese.
Chiaramente, l’ordine del giorno di Erdogan si concentra sul “cambio di regime” in Siria e quindi su indebolimento e decimazione dei gruppi separatisti curdi, mentre il suo atteggiamento verso lo SI rimane sempre ambivalente. Per quanto il presidente Barack Obama resisterà al ricatto di Erdogan? La resistenza degli Stati Uniti all’idea della zona cuscinetto s’indebolisce come accennato dal segretario di Stato John Kerry oggi, in una nota dopo l’incontro con l’omologo inglese, anche se il Pentagono continua ad insistere che la “zona cuscinetto” non è considerata dalla strategia degli Stati Uniti. Il punto è che Obama è oggetto di critiche interne che ritengono “abbia fatto poco” per impedire la caduta di Kobani. Erdogan coprirebbe l’invio di truppe turche nell’ambito di una sorta d’intervento della NATO in Siria. Il che rende la visita ad Ankara, oggi, del segretario generale della NATO Jens Stoltenberg assai significativa. (L’inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria, generale John Allen, è arrivato ad Ankara, sempre oggi). Il presidente francese Francois Hollande esprime sostegno all’idea della “zona cuscinetto” in Siria. Il che naturalmente, significa che l’Arabia Saudita l’appoggia pure. Certo, si prepara lo slancio all’intervento della NATO in Siria. Può sembrare modesto all’inizio, con la NATO che offre “protezione” a un Paese membro (Turchia). Il potente presidente del comitato per le relazioni estere della Camera di Washington, Edward Royce, in una dichiarazione ha criticato aspramente l’amministrazione Obama, “Un esercito terrorista è alle porte della NATO. E’ tempo per la Turchia e gli altri membri dell’Alleanza di fare di più verso le forze coinvolte nella lotta contro il SIIL in Siria“.
Erdogan probabilmente valuta che se le truppe turche invadono Siria nell’ambito di un’operazione della NATO, l’Iran (e la Russia) esiterebbe a compiere contromosse per paura di entrare in collisione con l’alleanza occidentale. Ma Teheran sembra aver capito ciò che accade. Il portavoce del ministero degli Esteri ha annunciato, oggi, che l’Iran è disposto ad intervenire (militarmente) per liberare Kobani dallo SI se il governo siriano del Presidente Bashar al-Assad lo richiede. In termini reali, Teheran anticipa il pretesto dell’intervento della NATO in Siria. Erdogan potrebbe esser sorpassato. In Turchia, l’opposizione è contro l’invio di truppe turche in Siria, anche nel campo islamista. Infatti, se i curdi liberano Kobane con l’aiuto iraniano, smaschereranno completamente Erdogan. Le ripercussioni possono essere assai gravi per la Turchia, perché i curdi non accetteranno il tradimento di Erdogan. Grandi violenze antigovernative sono esplose nelle regioni curde della Turchia orientale.

418481Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Destabilizzazione, arma degli USA nella guerra energetica in Ucraina e Medio Oriente

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 9 ottobre 2014

Gli Stati Uniti fanno del loro meglio per allontanare l’Unione europea dalla Russia, avere il sopravvento nell’accordo di libero scambio e anche manipolare i Paesi europei per acquistare il più costoso gas naturale degli USA.

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TTIP e Ucraina
Il partenariato transatlantico per gli scambi e gli investimenti (TTIP) è un accordo euro-atlantico di libero scambio oggetto dei negoziati tra Stati Uniti ed Unione europea. Il termine ultimo per finalizzare l’accordo TTIP è nel 2015. Il suo obiettivo è creare ciò che viene definito Zona di libero scambio transatlantica (TAFTA) cementando l’Unione europea con gli Stati Uniti quale unico blocco commerciale sovranazionale. Tali negoziati commerciali sono ignorati dal pubblico, perché hanno avuto luogo assai discretamente a porte chiuse. Il nome stesso di TTIP è volto a nascondere ciò, scelto da bonzi politici e commerciali per timore che la reazione pubblica possa scoppiare contro i negoziati, come nel caso della zona di libero scambio delle Americhe (ALCA) e come nel 2001 con l’accordo economico e commerciale globale (CETA) firmato a Ottawa tra Canada ed Unione europea il 26 settembre. Le parole attentamente scelte per denominare il TTIP vogliono nascondere il fatto che si tratta di un accordo di libero scambio. Washington fa del suo meglio per distruggere i legami commerciali tra l’Unione europea e la Federazione russa per avere una maggiore leva nei negoziati sul TTIP. La strategia è indebolire economicamente i partner europei inducendoli a tagliare i legami con Mosca attraverso le sanzioni antirusse, colpendo direttamente anche le loro economie. Washington ritiene che ciò costringerà l’UE indebolita a massimizzare le concessioni economiche agli Stati Uniti nei colloqui sul TTIP. Geopoliticamente, ciò rientra nel processo euro-atlantico (Europa-USA) d’integrazione rispetto a quello eurasiatico. Si cerca di ridurre l’influenza russa sull’UE ed eventuali rischi del rafforzamento dei legami commerciali tra Russia e UE, cercando di emarginare i russi dall’Europa. I negoziati sul TTIP si sono intensificati perché gli Stati Uniti vogliono fondere l’UE con il Nord America, temendo che Paesi come la Germania possano considerare l’alternativa eurasiatica di Russia e Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) nello spazio post-sovietico. La crisi in Ucraina serve al duplice scopo degli USA d’indebolire UE e Russia. Non solo cercano di espandere la NATO e circondare la Russia, ma anche di danneggiare i legami UE-Russia. L’Ucraina è sfruttata e usata dagli Stati Uniti per creare una frattura tra Mosca e UE e ritrarre la Russia come minaccia alla sicurezza europea.

Petro-politica: LNG degli USA contro Gazprom
Gli Stati Uniti combattono anche la guerra energetica sul controllo delle riserve energetiche, le condutture e i corridoi strategici. Il coinvolgimento degli Stati Uniti, gli impegni e le preoccupazioni nei Balcani, Caucaso, Asia centrale, Iraq, Levante, Golfo Persico e Ucraina sono parte di tale guerra per l’energia. Lo shale gas e la fratturazione idraulica rientrano in tale equazione. La fratturazione trasforma gli Stati Uniti, la quarta maggiore riserva di gas shale del mondo, in esportatori di gas. Washington prevede d’iniziare l’esportazione del gas dal Nord America nel 2015 e 2016. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti utilizzano l’integrazione nordamericana rafforzando la presa sulle risorse energetiche canadesi. Il Canada è uno dei maggiori produttori di gas naturale, detentori di riserve petrolifere accertate, produttori di greggio e possiede le maggiori riserve di gas di scisto; nel complesso, è uno dei maggiori produttori di energia al mondo. Nel contesto delle esportazioni statunitensi di energia, Washington vuole competere contro e addirittura emarginare la Russia nel mercato del gas naturale. Perciò gli Stati Uniti fanno pressioni su UE e Turchia per fermare l’acquisto di gas dal gigante energetico russo Gazprom ed invece cominciare ad importarlo dagli Stati Uniti. L’obiettivo d’escludere la Russia dai mercati energetici rientra nella strategia di lungo termine degli Stati Uniti assai discussa nella Washington Beltway prima che gli Stati Uniti invadessero l’Iraq nel 2003. Il gas statunitense, tuttavia, è molto più costoso di quello russo, poiché deve essere estratto, liquefatto e trasportato a costi molto più elevati. Il gas naturale liquefatto (GNL) degli USA non ha alcuna possibilità di competere con l’esportazione di gas russo in Europa a pari condizioni e in un mercato veramente libero. Il cosiddetto libero mercato, tuttavia, non lo è così tanto. C’è sempre stata manipolazione politica nel fornire vantaggi ad aziende e conglomerati che certi governi sostengono. Invece di competere lealmente sul mercato energetico dell’UE, gli Stati Uniti operano accanitamente per eliminare la concorrenza della Russia facendo tagliare semplicemente a Bruxelles i suoi legami energetici con Gazprom e l’industria energetica russa. Ciò è il motivo per cui gli Stati Uniti spingono gli Stati dell’UE ad imporre sanzioni contro la Russia e imporre restrizioni legali e barriere all’acquisto di gas russo.

Crimean-energy-assetsLa guerra energetica e l’Ucraina: l’impero del frack e shale sas
Nel contesto della guerra dell’energia, un terminale GNL polacco è stato impostato nel porto baltico di Swinoujscie per ricevere le prime forniture di gas naturale dal Nord America entro giugno 2015. Polonia e Ucraina sono entrambe considerate risorse importanti per gli Stati Uniti nel tentativo di dominare il commercio del gas. I due Paesi hanno il secondo e quarto maggiore giacimente di gas di scisto in Europa, ed esclusa la Russia le riserve sono prima e terza in Europa. Gli Stati Uniti intendono controllare le grandi riserve di gas di scisto non sfruttato nei due Paesi. Le principali compagnie petrolifere degli USA Chevron, ConocoPhillips, ExxonMobil e Marathon Oil, che opera nel Kurdistan iracheno ed è azionista della Waha Oil Company post-Jamahiriya Libia, hanno tutti enormi piani di esplorazione e sviluppo del gas di scisto polacco. Il governo del presidente ucraino Viktor Janukovich aveva firmato un accordo con il gigante anglo-olandese Royal Dutch Shell per esplorare ed estrarre gas naturale nell’oriente ucraino nel gennaio 2013, a zero tasse. Un altro accordo fu firmato nel novembre 2013 tra il governo Janukovich e Chevron per esplorare e sviluppare anche le riserve energetiche in Ucraina occidentale. Solo un anno prima, nel 2012, Kiev aggiudicò un contratto sul gas al largo della Crimea a un consorzio guidato da ExxonMobil e Royal Dutch Shell per lo sviluppo del giacimento di gas di Skifska. Il giacimento di Skifska non è l’unico al largo della Crimea cui le società petrolifere e gasifere degli Stati Uniti erano interessate. Accanto a Skifska si trovano i campi Foroska, Prikerchenska e Tavrija. Mentre Prikerchenska fu assegnato alla società off-shore statunitense Vanco Prykerchenska Ltd. e Foroska alla Chornomornaftogaz, i campi Foroska e Tavrija sono oggetti di discussioni continue. In parte, l’ostilità degli Stati Uniti verso i ribelli in Ucraina orientale è legata alla protezione delle concessioni gas di scisto che le società energetiche statunitensi hanno ricevuto da Kiev. Andrej Purgin, Viceprimo ministro della Repubblica Popolare di Donetsk ha anche affermato che le stesse tattiche degli Stati Uniti furono utilizzate in Iraq, come la distruzione calcolata di infrastrutture civili, come nell’oriente ucraino. Tali operazioni degli Stati Uniti sono gestite d “soldati di ventura” o mercenari. Secondo una relazione del maggio 2014 sul giornale tedesco Bild am Sonntag, la famigerata società di sicurezza privata statunitense Academi, nuovo nome di Blackwater e Xe Services nota per i suoi crimini in Iraq, si è scatenata su Donetsk e Lugansk.

La guerra energetica e la Siria: blocco sul Mediterraneo?
La situazione in Siria, dove gli Stati Uniti deliberatamente distruggono infrastrutture energetiche con la scusa di combattere il SIIL, può essere vista con lo stesso prisma della petro-politica. I giacimenti di gas naturale al largo della costa levantina tra Siria, Libano, Israele e Gaza detengono immense riserve di gas naturale. Anche in questo caso gli Stati Uniti operano per espellere la Russia e controllare le riserve di gas nel Mediterraneo orientale. Dal 2000, la società di costruzioni russa Strojtransgaz è attiva in Siria con contratti per la costruzione di due raffinerie di gas nella zona di Homs e per costruire la parte siriana dell’Arab Gas Pipeline tra Libano, Siria, Giordania ed Egitto. Un’altra società energetica russa, Sojuzneftegaz, ha ottenuto un appalto da Damasco per operare sul confine orientale con l’Iraq, nel 2004. Nel 2007, la Syria Gas Company (SGC) e la Strojtransgaz decisero di cooperare per sviluppare le riserve di gas naturale scoperte nel campo di Homs. Durante la crisi in Siria, Sojuzneftegaz ha siglato un importante accordo di esplorazione off-shore con Damasco, il 25 dicembre 2013. Inoltre, la crisi in Siria è scoppiata durante i negoziati tra Siria, Iraq e Iran per costruire il gasdotto dal più grande giacimento di gas naturale del mondo alle coste siriane. Damasco ha firmato l’accordo con l’Iraq e l’Iran il 25 giugno 2011. Fin quando il contratto fu annullato nel 2009, Strojtransgaz avrebbe dovuto collegare un gasdotto tra la città petrolifera di Kirkuk e il porto siriano di Baniyas. Qatar e Turchia sono ostili all’accordo sul gasdotto Iran-Iraq-Siria, in quanto li emargina come esportatori di gas e corridoio energetico. La possibilità che il gasdotto Iran-Iraq-Siria possa esportare gas nell’UE abbassando i prezzi rispetto al GNL degli USA viene anche vista negativamente a Washington. I combattimenti in Siria e Iraq hanno sospeso il progetto, mentre il cambio di regime doveva annullarlo.

LevantineEnergyCorridorLa destabilizzazione come tattica della contrattazione degli USA?
Mentre gli Stati Uniti fomentano tensioni in Europa per sostenere i negoziati sul TTIP con Bruxelles, il Pentagono si schiera in Medio Oriente. La presenza del Pentagono nella regione non ha nulla a che fare con la lotta al SIIL. In parte, può essere legato ai negoziati nucleari con l’Iran. In cima ad altri obiettivi, il rafforzamento militare degli Stati Uniti potrebbe essere volto a dare Washington una leva supplementare contro Teheran nei colloqui sul nucleare. Creare instabilità sembra parte dell’approccio ideato. Comunque, la sua creazione appare strumentale nel sostenere trattative e contrattazioni degli USA. Ciò è molto chiaro riguardo le tensioni in Ucraina, dove Washington usa la crisi a proprio vantaggio nelle trattative sul TTIP e le sanzioni contro il gas russo per spacciare il suo GNL all’UE.

Articolo originariamente pubblicato su RussiaToday (RT) 8 ottobre il 2014.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra di Obama a ebola

William Engdahl New Eastern Outlook 02/10/2014ObamaebolaIl presidente Nobel per la Pace Barack Obama sembra destinato ai libri di storia come il presidente che ha guidato la più aggressiva serie di guerre mai combattute dalle bellicose amministrazioni Washington. Nemmeno George Bush e Dick Cheney gli si avvicinano.
In primo luogo, prima che l’inchiostro si asciugasse sul suo diploma da premio Nobel, Obama annunciava il “surge” in Afghanistan, inviando altri 30000 militari statunitensi in quella parte distrutta del mondo. Poi venne la guerra di Obama contro la Libia di Gheddafi, subito seguita dalla guerra per cercare di rovesciare il siriano Bashar al-Assad. Subito dopo venne “la guerra per la democrazia in Ucraina”, altrimenti meglio nota come tentativo di Obama di provocare la Russia a un nuovo scontro con la NATO, appoggiando un branco di oligarchi, criminali e neo-nazisti a Kiev. A luglio, l’amministrazione Obama spingeva il presidente a tentare una seconda volta di bombardare la Siria, presumibilmente per distruggere il SIIL, fanatica setta sunnita jihadista che sarebbe una joint venture tra CIA e intelligence israeliana. Ora i consiglieri di Obama, senza dubbio guidati dalla sanguinaria consigliera della sicurezza nazionale Susan Rice, hanno creato una nuova guerra, quella contro ebola. Il 16 settembre, il presidente Obama dichiarava solennemente tale guerra, annunciando con grande sorpresa della maggioranza dei cittadini in salute, che aveva ordinato a 3000 soldati statunitensi, i cosiddetti “stivali sul terreno” che il Pentagono si rifiuta d’inviare in Siria, d’intraprendere la guerra contro… un virus?
Con un’accurata apparizione presso il Centro per il Controllo delle Malattie (CDC) statunitense, Obama ha letto un discorso agghiacciante. Definiva i presunti focolai di ebola in Africa occidentale “minaccia globale che richiede una risposta davvero globale. È un’epidemia che non solo minaccia la sicurezza regionale, ma potenziale minaccia alla sicurezza globale, se questi Paesi si spezzassero, se le loro economie si spezzassero, la gente andrebbe nel panico”. Obama continuava evocando immagini che avrebbero fatto sbavare d’invidia il romanziere di Andromeda Strain, Michael Chrichton. Obama ha aggiunto “ha effetti profondi su tutti noi, anche se non contraiamo direttamente la malattia. Tale epidemia è già fuori controllo“. Con tale introduzione da rizzare i capelli, il presidente della più grande potenza mondiale annunciava la sua risposta. Nel ruolo di comandante in capo degli Stati Uniti d’America annunciava di aver ordinato a 3000 soldati statunitensi di recarsi in Africa occidentale per ciò che chiama “la maggiore risposta internazionale nella storia del CDC“, senza chiarire se il loro compito sia sparare al virus ovunque appaia, o sparare a qualsiasi povero sventurato africano sospettato di aver l’ebola. Poco importa che l’esercito statunitense non abbia nemmeno 3000 uomini con una minima formazione in salute pubblica. Prima di andare tutti nel panico e fare la coda per comprare milioni di “vaccini anti-ebola” non testati ed altamente pericolosi che le principali aziende farmaceutiche si preparano a gettare sul mercato, alcune peculiarità dell’epidemia di ebola in Africa sono degne di nota.

Barack+Obama+Margaret+Chan+UN+Holds+High+Level+r2SjWn_35v2lMorti per ebola certificate?
La direttrice dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Margaret Chan, in una conferenza stampa del 13 settembre lanciava l’allarme, avvertendo che ebola in Africa occidentale è fuori controllo. “Nei tre Paesi più colpiti, Guinea, Liberia e Sierra Leone, il numero di nuovi pazienti aumenta assai più velocemente rispetto alla capacità di gestirli“, affermava Chan, secondo cui quasi la metà dei 301 operatori sanitari che si occupavano dei presunti pazienti di ebola era morta, e che 2400 persone su 4784 casi in Africa erano morte di ebola. L’8 agosto, Chan dichiarava che l’ebola in Africa è un'”emergenza sanitaria internazionale”, qualunque cosa ciò significhi. Un grosso problema per Chan e i suoi sostenitori, tuttavia, è che le loro statistiche su ebola sono molto, molto dubbie. Per chi ha la memoria corta, è la stessa Margaret Chan dell’OMS di Ginevra colpevole, nel 2009, di aver diffuso il panico mondiale per far assumere vaccini non provati sull'”influenza suina”, dichiarandola pandemia globale con statistiche che basate sui sintomi del raffreddore comune spacciati per “influenza suina”, come nasi occlusi, tosse, starnuti, mal di gola. Mutando la definizione dell’OMS dell’influenza suina, permise che le statistiche della malattia dichiarassero la pandemia. Una frode totale, criminale, commessa da Chan consapevolmente o inconsapevolmente (potrebbe essere semplicemente stupida, ma le prove suggeriscono il contrario), a nome dei cartelli farmaceutici di Stati Uniti e Unione europea.
In un recente articolo del Washington Post si è ammesso che il 69% dei casi di ebola in Liberia non è stato confermato dagli esami del sangue nei laboratori. La Liberia è l’epicentro dell’allarme ebola in Africa occidentale. Più della metà dei presunti morti di ebola, 1224, e quasi la metà di tutti i casi, 2046, sono in Liberia, dice l’OMS. E il test diagnostico dell’US FDA per la conferma in laboratorio di ebola è talmente viziato che l’FDA ha proibito a chiunque di affermare che sia sicuro o efficace. Ciò significa che una parte significativa del restante 31% dei casi di ebola confermati in laboratorio potrebbe essere falso. In breve, nessuno sa di cosa 1224 liberiani siano morti nelle ultime settimane. Ma l’OMS afferma che sia ebola. Si noti che i Paesi colpiti dalla allarme ebola sono tra le regioni più povere e travagliate dalla guerra di tutto il mondo. Le guerre per i diamanti insanguinati e le guerre tribali coloniali genocide hanno lasciato una popolazione devastata e mal-nutrita. L’OMS indica ufficialmente ebola, ora rinominato EVD per malattia da virus ebola, “I primi focolai di EVD sono apparsi in villaggi remoti nell’Africa centrale, presso foreste pluviali tropicali, ma la più recente epidemia in Africa occidentale ha interssato importanti zone urbane e rurali...” OMS osserva inoltre che, “Si pensa che i pipistrelli della frutta della famiglia Pteropodidae siano naturali veicoli del virus ebola. Ebola è diffuso nella popolazione umana attraverso trasmissione di sangue, secrezioni e altri fluidi corporei da animali infetti, come scimpanzé, gorilla, pipistrelli della frutta, scimmie, antilopi forestali e istrici trovati malati o morti nelle foreste pluviali“. Poi il rapporto ufficiale dell’OMS su ebola del settembre 2014, afferma: “difficilmente si distingue EVD da altre malattie infettive come malaria, febbre tifoidea e meningite“. Mi scusi, Margaret Chan, può ripeterlo lentamente? Difficile distinguere EVD da altre malattie infettive come malaria, febbre tifoidea e meningite? Ammettendo che il 69% dei casi dichiarati non sia mai stato adeguatamente testato? E affermate che i sintomi di ebola sono “improvvisa comparsa di febbre, stanchezza, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola. Seguiti da vomito, diarrea, eruzioni cutanee, disfunzione renale ed epatica, e in alcuni casi, emorragie interne ed esterne“? In breve, la nuova guerra del presidente Obama a ebola ha solo una base vaga ed infondata.

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Guerra a ebola o guerra per il petrolio?
Un aspetto sorprendente della nuova preoccupazione del presidente degli Stati Uniti per la situazione in Liberia e in altri Stati dell’Africa occidentale, in cui si parla di presunte ondate di ebola, è la presenza di enormi giacimenti di petrolio non ancora sfruttati. Le coste al largo della Liberia e dell’Africa occidentale, nella comoda mappa delle “zone di ebola”, presentano vaste risorse di gas e petrolio non sfruttate. La questione del petrolio in Africa occidentale, in particolare nelle acque del Golfo di Guinea, è sempre più strategica sia per la Cina che gira per il mondo in cerca di sicure future fonti d’importazione di petrolio, e gli Stati Uniti, la cui geopolitica del petrolio è riassunta da una battuta dell’allora segretario di Stato Henry Kissinger, nel 1970: ‘Se si controlla il petrolio, è possibile controllare intere nazioni‘. L’amministrazione Obama e il Pentagono continuano la politica di George W. Bush, che nel 2008 creò l’US Africa Command o AFRICOM, per combattere la crescente presenza economica cinese in Paesi africani potenzialmente ricchi di petrolio. L’Africa occidentale è un forziere petrolifero rapidamente emergente, a malapena sfruttato. Uno studio del dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti prevede che la produzione di petrolio africano aumenti del 91 per cento tra il 2002 e il 2025, pertanto il presente allarme ebola nella regione. Le compagnie petrolifere cinesi sono sempre più attive in Africa occidentale, e in tutta l’Africa, in particolare Angola, Sudan e Guinea, ultimo epicentro della nuova guerra a ebola in cui Obama invia truppe.
Se il presidente degli Stati Uniti fosse sinceramente preoccupato di contenere una emergenza sanitaria, avrebbe potuto guardare all’esempio della nazione caraibica, dichiarata paria dagli statunitensi, Cuba. Reuters riferisce che il governo cubano, della piccola isola-nazione di 11 milioni di abitanti finanziariamente in difficoltà ed economicamente sanzionata, con un bilancio nazionale di 50 miliardi di dollari, un PIL di 121 miliardi e PIL pro capite di poco più di 10000 dollari, ha inviato 165 medici in Africa, nelle regioni con focolai di ebola. Washington invia 3000 truppe. C’è del marcio riguardo lo spaventoso ebola.

apc-map-bigF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, autore di best-seller su petrolio e geopolitica, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il “Dream Team” anti-SIIL

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 09/10/2014

...Ma sono io Abu Baqr al-Baghdadi!

…ma sono io Abu Baqr al-Baghdadi!

Come alla fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti ancora una volta sono sul lato sbagliato di un conflitto e della storia. Anni di attenzioni per lo Stato espansionista d’Israele e i principati wahabiti del Golfo Persico hanno portato alla totale bancarotta politica statunitense in Medio Oriente, che vede avanzare le forze del sedicente “Stato islamico” o “califfato”, catturando città dopo città, in Siria e Iraq. Il cosiddetto Stato Islamico dell’Iraq e del Levante o “SIIL”, il cui acronimo preferito dal governo USA (ISIL) non casualmente è simile ad “Israele”, è divenuto una forza da non sottovalutare in conseguenza dell’ingerenza del dipartimento di Stato in Siria, cortesia dei neoconservatori filo-israeliani rimasti dalla precedente amministrazione Bush-Cheney. Non c’è dubbio che la Forza di Difesa israeliana e l’agenzia d’intelligence Mossad abbiao sostenuto attivamente il SIIL e i suoi alleati come il Fronte al-Nusra in Siria e Iraq. Le intelligence irachena, siriana e iraniana sanno che i commando israeliani forniscono alle unità militari del SIIL armi nella provincia occidentale di Anbar, in Iraq. I feriti di SIIL e al-Nusra nei combattimenti contro le truppe governative siriane sulle alture del Golan beneficiano delle rapide operazioni Medevac negli ospedali da campo israeliani in Israele. Picnic israeliani si organizzano sulle alture del Golan per divertirsi a guardare con binocoli e telescopi i ribelli del SIIL/al-Nusra combattere le unità dell’esercito siriano. Mai una volta tali depravati israeliani si sono preoccupati per il tiro dalle posizioni di SIIL/al-Nusra. L’esercito siriano ha evitato di violare il cessate il fuoco delle Nazioni Unite sparando su Israele.
La stampa israeliana riferisce che i giardinieri della città settentrionale israeliana di Nazareth Illit hanno scoperto un sacchetto contenente circa 25 nuove bandiere del SIIL. La scoperta delle bandiere implica che il governo israeliano fornisce non solo supporto militare e logistico al ISIL ma, come si vede con la scoperta delle bandiere, anche propaganda. Era pratica comune tra i sostenitori finanziati da George Soros del “Clean Break” del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nel 1996, noto anche come politica della “Protezione del Reame”, rifornire di nuove bandiere i ribelli nei Paesi arabi. Durante la cosiddetta “primavera araba”, nuove bandiere dei regimi pre-Assad e pre-Gheddafi, per gentile concessione delle ONG finanziate da Soros, apparvero per le strade di Damasco, Aleppo, Homs, Bengasi e Tripoli, in Libia. Il fatto che un sacchetto di bandiere del SIIL nuove di zecca sia stato scoperto in Israele non dovrebbe sorprendere. Era e rimane una politica israeliana mettere arabi contro arabi e musulmani contro musulmani nei Paesi arabi, puntando a creare Stati belligeranti come il cosiddetto “Stato islamico”. Su tale tentativo, gli israeliani hanno raggiunto un accordo con gli Stati wahabiti del Golfo Qatar, Dubai, Quwayt, Bahrayn, Abu Dhabi e Arabia Saudita, facendo tutto il necessario per sconfiggere gli sciiti della regione e i loro alleati siriani alawiti, cristiani e curdi. Netanyahu ha ridicolmente cercato di sostenere che Hamas e SIIL sono “la stessa cosa” mentre spaccia anche la sciocchezza sionista che Siria e Iran sostengano lo Stato islamico. Netanyahu vede il mondo attraverso il prisma talmudico della menzogna e dell’inganno per raggiungere la tanto ricercata espansione israeliane. Al recente vertice plenario dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i delegati, ancora una volta, hanno riso della propaganda speciosa e insulsa che Netanyahu ha vomitato dal palco dell’Assemblea generale, una volta noto per discorsi eloquenti sulla pace e non per la pazzesche divagazioni belliciste di Netanyahu. Vi sono anche molte prove secondo cui il direttore saudofilo della Central Intelligence Agency, John O. Brennan, abbia autorizzato l’addestramento di ribelli radicali siriani, anche quelli unitisi al SIIL, in un campo segreto nei pressi della città di Safawi sul lato giordano del confine siriano. Inoltre, i capi del SIIL da Tunisia, Georgia e regione uigura della Cina, avrebbero ricevuto addestramento specifico dalle forze speciali statunitensi a Fort Bragg, North Carolina, e in un campo di addestramento statunitense-turco presso la base aerea di Incirlik in Turchia. La Giordania potrebbe aver stipulato un accordo faustiano con Israele sulla minaccia del SIIL. Netanyahu ha dichiarato che Israele entrerà militarmente in Giordania se il Regno hascemita è minacciato dal SIIL. La presenza israeliana sul campo in Giordania aprirebbe la via all’assorbimento della Giordania nel sogno sionista del “Grande Israele”, sostanzialmente non diverso dal “Grande Reich” della Germania nazista. L’informatore della National Security Agency Edward Snowden ha rivelato che CIA, MI-6 e Mossad hanno collaborato alla creazione del SIIL con il proposito di sconvolgere il Medio Oriente. Snowden ha indicato che il piano è stato chiamato “operazione Nido di Vespe”. Fonti francesi sostengono che il “Califfo” del SIIL, Abu Baqr al-Baghdadi, sia stato addestrato per un anno in un corso intensivo militare in Israele. Il risultato della creazione di CIA, Mossad e MI-6 del SIIL è un esercito ben comandato, in possesso di nuove armi ed equipaggiamenti per comunicazioni avanzati, composto da oltre 12000 combattenti di 81 nazionalità. Oltre il venti per cento dei combattenti del SIIL sono sauditi e, insieme ai ceceni della Repubblica di Georgia e agli uiguri cinesi, sono i mercenari più violenti. Inoltre, i sauditi hanno commesso atrocità terroristiche in Iraq dall’invasione degli Stati Uniti nel 2003; dei 125 attentati suicidi in Iraq, 54 furono effettuati da cittadini sauditi.
Non c’è che un modo per sconfiggere il SIIL al punto da non rappresentare più una minaccia per il relativamente stabilizzato status quo del Medio Oriente. Anche se non accadrebbe mai, considerando la potenza della lobby israeliana presso il governo degli Stati Uniti, essi dovrebbero fare causa comune con le vere potenze anti-SIIL del Medio Oriente, un “dream team” se si vuole, che includa i governi di Siria e Iran, Hezbollah, Hamas e Jihad islamica palestinesi, la fazione Talabani del Governo Regionale del Kurdistan (la fazione Barzani è irrimediabilmente legata agli interessi d’Israele), il clan Huthi zaydita yemenita, come così come Russia, la Cina e gli “stan” centro-asiatici della Shanghai Cooperation Organization. In altre parole, gli Stati Uniti devono abbandonare la lunga fedeltà ai wahabiti radicali che governano l’Arabia Saudita e gli emirati del Golfo, così come i patetici corrotti “collaborazionisti” dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, e riallineare la politica degli Stati Uniti a sostegno della mezzaluna sciita dal sud del Libano all’Iran, fino ad includere gli sciiti tagiki e hazara in Afghanistan. Dopo aver parlato con i rappresentanti di Hamas, Jihad islamica e Hezbollah in Iran, l’autore si è reso conto che i tre gruppi disprezzano il SIIL quale costruzione d’Israele, dei taqfiri wahhabiti e dell’occidente. Israele disprezza queste organizzazioni semplicemente perché rappresentano gli arabi contrari alle macchinazioni regionali d’Israele. Gli sciiti e i loro alleati alawiti in Siria e aleviti in Turchia, sono ben consapevoli del potere non solo dei sionisti ebrei e cristiani, ma anche dei sionisti islamici. Nessun Paese è più utile agli interessi dei sionisti islamici di Arabia Saudita, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti e Qatar, che ospita il sionista Centro Saban della Brookings Institution finanziato dal magnate israeliano-statunitense di Hollywood Haim Saban. La riluttanza di India e Giappone ad essere coinvolti nella lotta al SIIL è dovuta alla presenza nei loro governi di indù e buddisti sionisti.
Israeliani e neocon hanno scatenato i loro “cani da guerra” sul Medio Oriente. Solo la coalizione intelligente di sciiti e loro alleati può sconfiggere tale flagello che pretende cinicamente di parlare a nome dell’Islam.

10704038La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La ‘rivoluzione degli ombrelli’ e il contagio secessionista in Cina

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 3 ottobre 2014

1972261Introduzione
La Cina è in preda ad una rivoluzione colorata altrettanto, se non più, minacciosa della minaccia anti-establishment affrontata nel 1989 a piazza Tiananmen. All’epoca, come oggi, individui ben intenzionati (per lo più giovani) furono coinvolti dal romanticismo rivoluzionario del momento. All’epoca si era all’imminente caduta del comunismo in Europa orientale, mentre oggi vi sono le rivoluzioni colorate, la ‘primavera araba’ (una rivoluzione colorata regionale) e il movimento Occupy. L’ultima volta, però, la scena delle attività era la capitale, e l'(irrealistico) obiettivo era porre una fine rapida e veloce al regime comunista in Cina attraverso una ‘protesta popolare’ manipolata. Quello che accade ora, tuttavia, è più sinistro. L’ampio obiettivo strategico è avviare un perdurante serie di proteste non solo nelle altre principali aree urbane della Cina costiera, ma anche ispirare manifestazioni assai più violente nelle regioni lontane di Tibet e Xinjiang. Complessivamente, ciò ha la possibilità inquietante e realistica di avere serie e grevi provocazioni ‘violente’ del separatismo affliggere le periferie, con il rischio di porre una minaccia esistenziale al concetto stesso di ‘una sola Cina’. La ricerca è divisa in due parti, con la prima che esplora la manifestazione e i suoi gestori e finanziatori esteri. Poi si passa ai creduloni e alle masse del movimento e alla stessa ammissione dei cospiratori di averlo programmato e preparato in anticipo. Poi vi è l’esame di come la rivoluzione colorata sia commercializzata terminando con la significativa innovazione tattica dell’ombrello, provocando volutamente una repressione violenta. La seconda sezione passa alla specificità della situazione e indaga le vulnerabilità di Hong Kong a tale destabilizzazione, con la parte successiva che guarda agli obiettivi tematici e strategici generali della rivoluzione colorata, sia nazionali che internazionali. Infine, l’analisi della risposta del governo a tale minaccia, conclude l’articolo.

‘La rivoluzione degli ombrelli’
La mano nascosta della ‘rivoluzione degli ombrelli': gli eventi ad Hong Kong seguono esattamente il modello di tutte le rivoluzioni colorate. Individui ben intenzionati vengono ingannati aderendo a un movimento volto a rovesciare le autorità con un colpo di Stato morbido (per ora). Le rimostranze legittime sono sfruttate da un nucleo rivoluzionario e le loro coorti trascinano il maggior numero di civili nelle risse usandoli come scudi umani, nella speranza che ciò possa garantire la propria sicurezza dalla repressione che alcuni cercano di provocare. È importante sottolineare che non si tratta di un movimento di protesta interno, come il reporter investigativo e analista politico Tony Cartalucci ha meticolosamente documentato. I suoi articoli dimostrano la connessione tra il dipartimento di Stato USA, la sua emanazione National Endowment for Democracy e la cosiddetta ‘rivoluzione degli ombrelli’. Come ciliegina metaforica sulla torta, per così dire, a dimostrare ciò, il pupillo e assistente di Gene Sharp, Jamila Raqtib, co-autore di un recente articolo, spiega il motivo per cui “vengono utilizzate strategie di resistenza non-violenta”. In primo luogo bisogna ricordarsi che Sharp è il padrino delle attività ‘civili’ contro i governi in tutto il mondo, e che la maggior parte delle sue opere si occupa di come rovesciare le autorità di un Paese nel mirino. La ‘rivoluzione degli ombrelli’ dovrebbe giustamente essere vista in tale ottica. Con questa mano nascosta in mente, si può capire chiaramente come dei normali cittadini di Hong Kong, con dubbi legittimi verso i loro leader, possano essere rinchiusi come bestie dagli organizzatori del movimento e strategicamente distribuiti nei “ranch dell’occupazione”. Per quando sfortunato e triste possa sembrare il paragone, proprio come l’allevatore che intende destinare al macello il proprio bestiame, così anche l”allevatore’ delle rivoluzioni colorate intende far sentire al suo ‘gregge’ il peso delle forze dello Stato con la provocazione dell”occupazione’, una motivazione che verrà approfondita.

Gli sprovveduti e le truppe
Nell’ambito della destabilizzazione, gli Stati Uniti e i loro partner mobilitano ‘creduloni e truppe’ quali rivoluzionari colorati. Lo studente che guida il movimento Scholarism è Joshua Wong, un adolescente di Hong Kong e già provocatore professionista dai rapporti stretti e discutibili con il consolato USA. Sotto le spoglie di ‘adolescente ingenuo’ ha incoraggiato migliaia di studenti di Hong Kong ad unirsi al suo movimento, ingannando tutti coloro che vi partecipano. Mentre in principio la campagna era solo volta a protestare pacificamente contro le controverse modifiche della legge elettorale, ora ordina al suo gruppo di considerare l'”atto finale” di occupare edifici governativi. Mossa sicura per forzare una risposta dallo Stato. Sparita la retorica della protesta contro la legge, la presunta scintilla originante delle proteste, spuntano le vere motivazioni delle proteste, il rovesciamento (nei loro termini ‘dimissioni’) del governatore di Hong Kong e di altri politici, come in una rivolta per il cambio di regime. In questa fase di rapida escalation retorica, non sarebbe sorprendente se alcuni attivisti iniziassero ad approvare la secessione di Hong Kong dalla Repubblica popolare cinese. Le migliaia di creduloni che costituiscono la stragrande maggioranza dei partecipanti alla ‘rivoluzione degli ombrelli’ sono lo scudo umano e il cuscinetto umano dei membri del nucleo e della coorte che organizzano la sovversione. Il gruppo più grande e più organizzato, invece, si chiama Occupy Central con Pace e Amore diretto da Benny Tai. I loro membri hanno ammesso di essersi addestrati per mesi ad evitare che la polizia li disperdesse una volta deciso di avviare la destabilizzazione. Ciò ne fa un gruppo più pericoloso dei gonzi di Scholarism, avendo il livello di militarizzazione delle rivoluzioni colorate, come i metodi violenti utilizzati ad EuroMaidan. Sebbene originariamente pianificassero la campagna per il 1 ottobre, simbolico giorno nazionale della Cina (le rivoluzioni colorate sono sempre associate al simbolismo), inaspettatamente la posticiparono di un paio di giorni apparentemente per sostenere l’attività di Scholarism. In realtà, probabilmente si attendevano che tutti fossero pronti, posticipando la data originale, al fine di confondere le autorità cinesi, con Scholarism che ancora una volta usa le sue vittime come truppe di Occupy Central, essendo Joshua Wong e il suo controllo null’altro che una scusa per fare ciò.

Gestione della percezione e ‘spaccio della democrazia’
La ‘rivoluzione degli ombrelli’ viene spacciata in modo assai specifico mascherandone i fini da cambio di regime, destabilizzazione e secessionismo. Lo slogan del ‘suffragio universale’ è fuorviante, in quanto i cittadini di Hong Kong votano comunque, e nessuno glielo impedisce. Questo in netto contrasto con i governi occidentali che addirittura proibirono ai siriani che vi vivono di votare alle elezioni presidenziali di giugno. Infatti, in alcuni di questi Paesi occidentali, in particolare gli Stati Uniti, i candidati presidenziali e governatori finiscono sulla scheda elettorale solo per il grosso sostegno finanziario che ne rende possibile la campagna. Basta invocare il sistema del Collegio Elettorale, dove gli elettori votano indirettamente il presidente, dato che sono loro gli “elettori” che mettono le schede che contano. Retorica ipocrita a parte, la ‘rivoluzione degli ombrelli’ è spacciato come movimento studentesco di giovani contrari alla burocrazia stantia del Partito Comunista. Ciò non è affatto vero, essendo la maggioranza di Hong Kong contraria ai sovversivi, come anche la CNN ha implicitamente riconosciuto attraverso la ripubblicazione di un importante editoriale del fondatore della maggioranza silenziosa. Questo gruppo è l”anti-Maidan’ di Hong Kong, e già oltre 1,5 milioni di cittadini di Hong Kong (su 7 milioni) hanno firmato una petizione che respinge Occupy Central e le sue azioni. Tale numero monumentale dovrebbe essere confrontato con le relativamente scarse migliaia scese in piazza per promuovere il cambio di regime vedendo su cosa si basa la vera democrazia a Hong Kong. Ritornando ai precedenti tentativi di destabilizzazione intenzionale filo-occidentali, circola un video dove una ragazza supplica il pubblico occidentale a sostenere i manifestanti e la ‘democrazia’. Chiamato ‘Please Help Hong Kong‘, è già stato riconosciuto dai commentatori on-line come copia carbone di ‘Io sono un ucraino‘ video diffuso da EuroMaidan, che a sua volta s’è rivelato legato alla ONG che gestiva le operazioni di propaganda ‘Kony 2012‘ e ‘Danny il Siriano‘. Chiaramente ‘Please Help Hong Kong’ è un’altra manipolazione delle informazioni provata e testata nelle precedenti operazioni di destabilizzazione.

L’ombrello come strumento dell’escalation
L’eponimo ‘rivoluzione degli ombrelli’ è dovuto all’uso di tali accessori e delle buste di plastica per deviare spray al pepe e altri strumenti di controllo della folla utilizzati dalle autorità. La maggior parte dei disinformati può ridere dell’uso di ombrelli o ammirarne l’ingegnosità, ma ciò che trascurano è che tale accessorio è in realtà strumento per un’escalation violenta e provocatrice. Innovativo ed economico nel neutralizzare lo spray al pepe come la busta di plastica usata per combattere i gas lacrimogeni, i “manifestanti” lasciano pericolosamente la polizia in inferiorità numerica e senza altra scelta che utilizzare proiettili di gomma o peggio, per pacificare le masse indisciplinate come dovrebbe essere. Le autorità cinesi hanno ora di fronte due opzioni, capitolare o l’escalation, ma ne hanno sapientemente creato una terza, imprevista, l’attendismo. Tale decisione rischiosa sarà discussa nelle conclusioni.

Piove sulla parata cinese
Ora è necessario guardare alla ‘rivoluzione degli ombrelli’ da una prospettiva geopolitica per capire meglio come s’inserisca nel quadro della grande strategia per l’Eurasia. In breve, gli Stati Uniti cercano di ‘far piovere sulla parata della Cina’ dell’ascesa globale, dirottandola e sabotandola con qualunque mezzo, comprese sovversione e suppurazione delle tendenze violente e secessioniste. Infine, attenzione deve essere rivolta al modo in cui le autorità cinesi affronteranno il dilemma tra capitolazione ed escalation.

Un facile vantaggio
Hong Kong fu riunita alla Cina nel 1997, dopo oltre 150 anni di occupazione inglese. Visto che socialmente, politicamente ed economicamente si è sviluppata in modo diverso rispetto al resto della Cina nel corso di importanti ed mutevoli periodi storici, si può vedere come abbia già formulato una propria identità distinta da quella del resto del Paese. La semi-autonomia di Hong Kong ha istituzionalizzato tale mentalità nei propri cittadini dopo la riunificazione, considerando che formalmente è un arcipelago (sia pure in prossimità della terraferma), c’è anche una separazione geografica che ne rafforza l’identità. Attraverso questi mezzi, una percentuale significativa della popolazione di Hong Kong è influenzata dall’occidente e dai suoi vari meccanismi per proiettare tale influenza (anche con la retorica ‘democratica’), assoggettando l’acquisizione della Cina unificata ad interferenze esterne estreme.

Il contagio del caos
Obiettivo principale della ‘rivoluzione degli ombrelli’ è scatenare il caos nella Cina costiera e minare e indebolire gravemente, se non rovesciare, la leadership del Partito Comunista. L’idea è di creare un ‘ariete’ per spezzare il controllo centralizzato e avviare una reazione a catena caotica che si diffonda nelle megalopoli della Cina tramite movimenti fotocopia (attivati da cellule dormienti della rivoluzione colorata o meno) e dividere il resto della società, anche se solo teoricamente il 10% della popolazione di una città è a favore della rivoluzione e il 90% contrario. Tale scissione strategica della società porterebbe al caos interno e allo scontro delle due Cina, ‘la Cina cinese’ e la ‘Cina occidentale’, con la prima a sostenere la via cinese a democrazia e gestione degli affari, mentre la seconda volta a copiare sfacciatamente l’occidente in tutti gli aspetti (come la leadership occidentalista in Russia nei primi anni ’90, con successo simile). Il risultato finale è creare altro caos per quanto sia possibile, sconvolgendo le autorità e provocando un’altra piazza Tiananmen. A sua volta, ciò può essere selettivamente manipolato dai media occidentali che sfruttano immaginario e la guerra dell’informazione. La CNN ha già evidenziato le somiglianze tra il 1989 e il 2014, e gli attivisti stessi sembrano intenti a fare lo stesso, anche innalzando la famigerata ‘dea della democrazia’ nei loro raduni. Qui le innovazioni dell’ombrello e della busta di plastica entrano in gioco. Togliendo alle autorità ogni metodo non letale per rispondere fisicamente oltre ai proiettili di gomma, le probabilità che ciò accada aumentano. Qualora la ‘rivoluzione degli ombrelli’ seguisse il modello delle rivoluzioni colorate, ci si può aspettare che ‘misteriosi’ cecchini inizino a sparare indiscriminatamente alle forze di polizia e ai civili per massimizzare il caos e provocare ulteriore panico nelle piazze; e se il tentativo di rivoluzione colorata fallisse in tutti gli altri obiettivi, l’ultimo disperato passo sarebbe sostituire piazza Tienanmen con un ancora più grande macchia alla reputazione internazionale della Cina (reale o manipolata/percepita).

Contenimento e frammentazione della Cina
Su scala ancora più grande, la ‘rivoluzione degli ombrelli’ è volta a contenere e frammentare la Cina, rappresentando una minaccia inquietante per le ambizioni internazionali e l’integrità territoriale del Paese. Per cominciare, reindirizzando l’attenzione del Paese verso le coste lontano dalle frontiere marittime sul Mar Cinese Meridionale, cercando di distrarre strategicamente Pechino in un teatro geopolitico già vulnerabile in un momento di accresciuta concorrenza e richieste contrapposte. In un certo senso, è una specifica iterazione del ‘teorema capovolto di Brzezinski’ postulato questa estate con la creazione del dilemma sponsorizzato dagli USA e imposto a Pechino del ‘danneggia facendolo, danneggia non facendolo’. Non solo, ma gli Stati Uniti hanno un ‘obiettivo difensivo’ di lungo termine nella diversificazione economica strategica dalla Cina verso i Paesi dell’ASEAN. Gli Stati Uniti sanno che il livello complesso e d’intima interdipendenza economica è una vulnerabilità che li trattiene da azioni più aggressive contro la Cina. Perciò tentano di creare una cintura di Stati cuscinetto anticinesi con l’ASEAN. Quindi, cercano di legare questi due obiettivi trovando dei modi per cui le imprese occidentali si trasferiscano dalla Cina al Vietnam, per esempio. Resta da vedere, se perdurasse all’infinito la ‘rivoluzione degli ombrelli’ come sembrava con EuroMaidan, sia solo questione di tempo prima che alcune importanti aziende occidentali lascino Hong Kong per zone più a sud. Questo è solo un piccolo sviluppo di un gioco a lungo termine, ma l’idea generale dovrebbe essere compresa dal lettore, e tale probabile tendenza va monitorata in futuro. Il balzo causato dalla ‘rivoluzione degli ombrelli’ dovrebbe diffondersi non solo nella Cina costiera (come già spiegato), ma più in profondità nel Paese. In particolare, gli Stati Uniti vorrebbero vedere le sue politiche pro-separatisti in Tibet e Xinjiang eccitate da tale movimento, sperando che ne faccia apparire gli ‘attivisti’ nelle piazze di Lhasa e di Urumqi con ombrelloni e buste di plastica. Deviando le tattiche di controllo della folla non letali delle autorità cinesi, anche loro possono provocare un’escalation che potrebbe tragicamente provocare vittime civili. Infatti, guardando da un’altra angolazione, la ‘rivoluzione degli ombrelli’ è la prima delle campagne di destabilizzazione degli Stati Uniti oltre la linea Heihe-Tengchong. Questa divisione geografica separa il Paese in due parti approssimativamente uguali geograficamente, ma con l’occidente che ospita circa il 6% della popolazione e l’Oriente con il restante 94%. L’ideale per gli USA sarebbe che la destabilizzazione venisse coordinata su entrambi i lati della linea Heihi-Tengchong, tra Hong Kong, Tibet e Xinjiang (non solo dai loro sorveglianti statunitensi, ma da collaborazionisti e organizzatori inconsapevoli in Cina), allora ciò adempirebbe parzialmente alla guerra strategica degli USA contro la Cina, sconvolgendo Pechino e riorientando l’iniziativa asiatica generale contro la Cina. Di conseguenza, tale scenario rappresenta un incubo terribilmente reale per il Partito comunista, perciò la serietà con cui affronta la ‘rivoluzione degli ombrelli’.

Tra due sedie
Così, l’analisi della risposta di Pechino alla ‘rivoluzione degli ombrelli’ assume maggiore importanza di quanto pensato, dato che il movimento, come affermato, potrebbe essere la scintilla che avvierebbe il separatismo antigovernativo nel Paese. Con gli attivisti che neutralizzano i metodi non letali di controllo della folla delle autorità tramite, con ombrelli e buste di plastica, il governo si trova ora tra due sedie, per citare un detto russo, dove né capitolazione né escalation sono preferibili. Così, come è stato già osservato, la Cina ha scelto di aspettare e vedere come il movimento si sviluppa, sperando che la maggioranza dei cittadini di Hong Kong, che si oppone alla destabilizzazione, si opponga alla rivoluzione colorata sgonfiandola. Ciò però è carico di rischi e potrebbe ritorcersi contro drasticamente, anche se nelle attuali circostanze potrebbe essere l’unico approccio ragionevole della leadership del Paese. Come ha osservato il New York Times sopra, scegliendo tale strategia il governo effettivamente cede allo slancio del movimento, che potrebbe tradursi nella sua espansione esponenziale. Tuttavia, se le autorità cinesi usassero questo periodo per arrestare il nucleo e le coorti che sostengono il tentativo di rivoluzione colorata, allora potrà abilmente eliminare tale minaccia lasciando solo una massa di civili pacifici e confusi, privi di ordini sovversivi. Il governo sembra seguire questa direzione, secondo i giornali, seguendo e sorvegliando le attività di certi attivisti, probabilmente nel tentativo di individuare e arrestare i capi segreti (non icone e spaventapasseri multimediali come Joshua Wong). Il metodo di Pechino di affrontare la crisi comporta anche un altro rischio, cioè che le folle governative che si vanno raccogliendo possano, a lungo andare, rivelarsi pericolose. Ad esempio, anche se possono essere utili nel limitare la ‘rivoluzione degli ombrelli’ salvando la stabilità di Hong Kong, in futuro potrebbero radunarsi (utilizzando le connessioni acquisite durante la loro attività precedente) per agire in modo autonomo e senza la benedizione di Pechino. Ciò potrebbe assumere la forma di proteste nazionaliste estreme e ampiamente legate alle controversie sul Mar Cinese Meridionale, interrompendo la delicata diplomazia cinese in una futura crisi. Naturalmente, il maggiore problema è la misura con cui la Cina sorveglia e influenza i cittadini (pro e anti-governativi), ma tale minaccia apparentemente lontana potrebbe diventare reale (o anche potrebbe essere diretta e istigata da forze esterne che cercano di minare la Cina) in futuro. Fondamentalmente, aprendo le cateratte degli attivisti della società civile, la Cina potrebbe anche involontariamente aprire un vaso di Pandora.

Conclusioni
La ‘rivoluzione degli ombrelli’ a Hong Kong è innegabilmente una rivoluzione colorata orchestrata dagli occidentali che cerca di sfruttare rimostranze legittime per scopi sovversivi e possibilmente secessionisti. Essa è divisa in due gruppi principali, i creduloni e le truppe, compattate per formare una massa antigovernativa ad Hong Kong. Eliminando l’efficacia dei metodi non-letali di controllo della folla delle autorità attraverso ombrelli a buon mercato e prontamente disponibili, e buste di plastica, spingono il governo a ricorrere a metodi quasi letali e ai proiettili di gomma se gli attivisti seguitano nelle minacce di occupazione. Anche se volta a creare un contagio sociale lacerando la Cina costiera e la periferia etnica, la ‘rivoluzione degli ombrelli’ riesce semplicemente a creare la percezione di un’altra piazza Tiananmen. Così Pechino si trova di fronte a un dilemma quasi ingestibile su come procedere, da qui l’approccio sperimentale ‘aspettare e vedere’. Questa è però una pausa temporanea, attivisti antigovernativi e autorità legittime probabilmente preparano ciò che sembra l’escalation inevitabile (provocata dai manifestanti), che potrebbe ben comportare una catastrofe.

dalai2Andrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Terrorismo e tumulti: il contenimento USA della Cina

Tony Cartalucci, Global Research, 3 ottobre 2014

china_sm96Con “Occupy Central” di Hong Kong completamente svelato quale movimento di protesta appoggiato dagli Stati Uniti, i lettori devono sapere che tale ultima agitazione non è che parte della grande campagna degli Stati Uniti per contenere e cooptare la nazione cinese. Già la guerra del Vietnam, con i cosiddetti “Pentagon Papers” del 1969, fu svelata essere semplicemente parte della grande strategia volta a controllare la Cina. Tre importanti citazioni da questi documenti rivelano tale strategia. Affermano che: “… La decisione a febbraio di bombardare il Vietnam del Nord e l’approvazione a luglio della Fase I dello schieramento hanno senso solo se a sostegno della politica di lungo periodo degli Stati Uniti per contenere la Cina” e inoltre: “La Cina, come la Germania nel 1917, come la Germania in occidente e il Giappone in oriente alla fine degli anni ’30, e come l’URSS nel 1947, si profila come grande potenza che minaccia di minare la nostra importanza e presenza nel mondo e, più tardi ma più minacciosamente, di organizzare tutta l’Asia contro di noi“. Infine, si delinea l’immenso teatro regionale in cui gli Stati Uniti erano impegnati contro la Cina, all’epoca, affermando: “Ci sono tre fronti nel tentativo di lungo periodo per contenere la Cina (rendendosi conto che l’URSS “contiene” la Cina a nord e nord-ovest): (a) il fronte Giappone-Corea; (b) il fronte India-Pakistan; e (c) il fronte sud-est asiatico“. Mentre gli Stati Uniti avrebbero in ultima analisi perso la guerra del Vietnam e ogni possibilità di utilizzare i vietnamiti come forza do ascari contro Pechino, la lunga guerra contro di essa continua altrove.
Tale strategia del contenimento venne aggiornata e dettagliata nel 2006 dal rapporto del Strategic Studies Institute “Filo di Perle: la sfida della nascente potenza della Cina nel litorale asiatico“, dove si delineano gli sforzi della Cina per garantirsi il petrolio dal Medio Oriente alle coste nel Mar Cinese Meridionale, così come i mezzi con cui gli Stati Uniti potevano mantenere l’egemonia sugli oceani Indiano e Pacifico. La premessa è che, se la politica estera occidentale non riesce a spingere la Cina a aderire al “sistema internazionale” di Wall Street e Londra da attore responsabile, una postura sempre più conflittuale deve essere adottata per contenere la nazione in ascesa. Questa guerra per procura si è manifestata nella cosiddetta “primavera araba”, dove gli interessi cinesi hanno subito danni in Paesi come la Libia devastata dalla sovversione e dall’intervento militare diretto degli Stati Uniti. Il Sudan è anche un campo di battaglia in cui l’occidente sfrutta il caos per respingere gli interessi cinesi dal continente africano. Ultimamente, i disordini politici nel Sudest asiatico, come in Thailandia, dove hanno spodestato il regime filo-USA del dittatore Thaksin Shinawatra, mentre il confinante Myanmar tenta di scongiurare la sedizione guidata dai fronti politici statunitensi e inglesi guidati da Aung San Suu Kyi. Nella stessa Cina, gli Stati Uniti brandiscono il terrorismo per destabilizzare e dividere la società cinese nel tentativo di rendere ingovernabile il vasto territorio della Cina. Nella provincia occidentale del Xianjiang, gli Stati Uniti appoggiano pienamente le violenze separatiste. Infatti, i primi a sostenere i separatisti uiguri dello Xinjiang sono gli Stati Uniti attraverso il Fondo Nazionale per la Democrazia (NED) del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Per la Cina, la regione occidentale Xinjiang/Turkestan Orientale, ha una propria pagina web sul sito del NED, riguardante i vari fronti finanziati dagli Stati Uniti, tra cui:
International Uyghur Human Rights and Democracy Foundation, 187918 dollari
Per far avanzare i diritti umani delle donne e dei bambini di etnia uigura. La Fondazione manterrà un sito in inglese e uiguro, per sostenere i diritti umani delle donne e dei bambini uiguri.
International Uyghur PEN Club, 45000 dollari dollari
Per promuovere la libertà di espressione degli uiguri. L’International Uyghur PEN Club avrà un sito web per informazioni su testi vietati e opere e stato di poeti, storici, giornalisti e altri perseguitati. PEN uigura condurrà anche campagne di sensibilizzazione internazionale per conto degli scrittori imprigionati.
Uyghur American Association, 280000 dollari
Per aumentare la consapevolezza sui diritti umani uiguri. l’Uyghur Human Rights Project dell’UAS ricerca, documenta e porta all’attenzione internazionale informazioni indipendenti e accurate sulle violazioni dei diritti umani che colpiscono le popolazioni turche della regione autonoma uigura dello Xinjiang.
World Uyghur Congress, 185000 dollari
Per migliorare la capacità dei gruppi e capi uiguri filodemocratici per implementare efficaci campagne su diritti umani e democrazia. Il World Uyghur Congress organizzerà una conferenza dei gruppi e capi uiguri pro-democrazia sulle questioni interetniche svolgendo un lavoro di sostengo ai diritti umani uiguri.
Va notato che l’elenco proviene dal sito del NED del marzo 2014, da allora, il NED ha cancellato dalla lista diverse organizzazioni, come fece in precedenza per altre nazioni, prima di più intense campagne di destabilizzazione in cui voleva occultare il proprio ruolo. Tali organizzazioni finanziate dal NED sostengono apertamente il separatismo dalla Cina, non riconoscendo l’autorità della Cina sulla regione, riferendosi ad essa invece come “occupazione cinese”. Sull’attacco terroristico del marzo 2014 a Kunming, il Congresso mondiale uiguro finanziato dagli USA ha tentato di giustificarlo sostenendo che le autorità cinesi non hanno lasciato ai separatisti altra scelta. Il report di “Radio Free Asia” del dipartimento di Stato USA, intitolato “Le violenze alla stazione ferroviaria di Kunming in Cina lasciano 33 morti”, afferma: “Il portavoce del Congresso mondiale uiguro Dilxat Raxit ha detto che non vi era “alcuna giustificazione per gli attacchi ai civili, ma ha aggiunto che le politiche discriminatorie e repressive provocano “misure estreme” in risposta”. Dalle guerre per procura negli anni ’60 nel Sud-Est asiatico, alla “primavera araba” fabbricata dagli Stati Uniti nel 2011, al terrorismo nello Xinjiang e alle turbolenze a Hong Kong oggi, ciò che avviene non è una battaglia per la “democrazia” o la “libertà di espressione”, ma la vitale battaglia per la sovranità della Cina. Qualsiasi problema il popolo cinese abbia con il proprio governo, è un problema interno e solo esso può risolverlo a suo modo. Usando la promozione della “democrazia” come copertura, gli Stati Uniti continueranno i loro tentativi d’infettare la Cina con istituzioni e politiche appoggiate dagli USA per sovvertire, cooptare o rovesciare l’ordine politico a Pechino, e imporvi sulle ceneri un ordine neo-coloniale diretto esclusivamente dagli interessi di Wall Street e Washington, e non da quelli del popolo cinese.
Hong Kong era già occupata, dalla Gran Bretagna dal 1841 al 1997. Nella folla di “Occupy Central“, molti hanno buone intenzioni, ma la leadership è in combutta con gli interessi stranieri che cercano di sovvertire, dividere e distruggere il popolo cinese, non diversamente da ciò che la Cina subì per mano delle potenze europee nel 1800 e nei primi anni del 1900.

I capi di OccupyCentral con la senatrice statunitense Nancy Pelosi, già referente USA di Gianfranco Fini.

I capi di OccupyCentral con la senatrice statunitense Nancy Pelosi, già referente USA di Gianfranco Fini.

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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