Cos’hanno in comune le guerre in Ucraina, Gaza, Iraq, Siria e Libia?

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire Città del Messico (Messico) 7 agosto 2014

Per il geopolitico messicano Alfredo Jalife-Rahme, la simultaneità degli eventi ne illumina il senso: dopo aver annunciato la creazione di una alternativa al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale, così come al dollaro, la Russia affronta contemporaneamente l’accusa di aver distrutto il volo delle Malaysian Airlines, l’attacco a Gaza d’Israele sostenuto dall’intelligence militare di Stati Uniti e Regno Unito, il caos in Libia e l’offensiva dell’emirato islamico nel Levante. Inoltre, su ciascuno di tali teatri operativi, i combattimenti ruotano intorno al controllo degli idrocarburi, il cui mercato utilizza esclusivamente dollari.

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Sono del governo USA e sono qui per aiutarvi

Calendari, diagrammi e schede informative sono i più utili nell’analisi geopolitica. Così, due giorni prima della misteriosa esplosione in aria del volo delle Malaysia Airlines, altro evento poco chiaro occorso ai suoi recenti voli, si chiuse il sesto vertice dei BRICS con alcuni Paesi di UNASUR, tra cui Colombia e Perù [1]. Il giorno prima del lancio del missile mortale Obama aumentava la pressione sulla Russia e le sue due risorse più connesse, banche e risorse energetiche.  “Casualmente” il giorno in cui il misterioso missile è stato sparato in Ucraina, “Netanyahu, che dirige uno Stato dotato di armi nucleari, ordinava al suo esercito d’invadere la Striscia di Gaza” come è stato giustamente sottolineato da Fidel Castro nella sua denuncia del governo golpista ucraino, accusato di aver commessoo una “nuova forma di provocazione” agli ordini degli Stati Uniti [2]. Cosa potrebbe dunque saperne il vecchio guastafeste delle Indie Occidentali? Mentre il misterioso missile riduceva in briciole il volo delle Malaysia Airlines, Israele, Stato razzista e segregazionista, invadeva la Striscia di Gaza in violazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite,  “inimicandosi l’opinione pubblica internazionale” secondo l’ex-presidente Bill Clinton [3]. Contemporaneamente, in “coincidenza” (Castro dixit) con gli obiettivi geopolitici riguardanti Ucraina e Striscia di Gaza, scontri confessionali e per il controllo delle risorse energetiche crescevano nei tre Paesi arabi ritenuti “falliti” dagli strateghi statunitensi, Libia, Siria e Iraq, per non parlare delle guerre in Yemen e Somalia.
In Libia, Paese balcanizzato e distrutto dall’intervento “umanitario” di Gran Bretagna e Francia con la supervisione ipocrita degli Stati Uniti, le milizie ribelli delle brigate Zintan hanno sbarrato, solo due giorni prima del lancio del misterioso missile in Ucraina, tutti gli accessi a Tripoli dall’aeroporto internazionale, mentre gli scontri si moltiplicavano tra clan rivali a Bengasi, laddove le armi arrivano ai jihadisti in Siria e Iraq e dove l’ambasciatore degli Stati Uniti fu assassinato per motivi oscuri. Oltre il flusso di armi tra Libia, Siria e Iraq nella regione di al-Qaida/al-Nusra e del nuovo califfato dell’emirato islamico (SII) [4], è essenziale per le multinazionali del petrolio, del gas e dell’acqua statunitensi, inglesi e francesi controllare le materie prime (gas e acqua) della Libia, dove Russia e Cina si sono fatti ingenuamente ingannare [5]. Sull’appropriazione del petrolio iracheno della coppia Regno Unito-Stati Uniti che ha sconfitto l’Iraq, Paese balcanizzato e distrutto, “nella guerra dei 30 anni”, sarebbe fatalmente fastidioso riprendere tale evidenza. Durante la mia recente visita a Damasco, dove sono stato intervistato da Thierry Meyssan, presidente del Réseau Voltaire, mi ha detto che l’improvviso voltafaccia “occidentale (qualsiasi cosa significhi)” contro Bashar al-Assad è dovuto in gran parte, oltre ai giacimenti di gas sulle coste del Mediterraneo, alla pletora di giacimenti di petrolio all’interno della Siria, ora controllati dal “nuovo califfato del XXI secolo (Daash)”. Il nesso petrolio e gas riemerge a Gaza cinque anni dopo l’operazione “Piombo Fuso”, la cui operazione “protezione dei confini2 (sic) ne riprende la strategia senza che un’indagine abbia stabilito definitivamente il responsabile dell’orribile assassinio di tre giovani israeliani, come intuito con preveggenza da Tamir Pardo, il capo “visionario” del Mossad [6], e pretesto per l’ennesima invasione israeliana della Striscia di Gaza che ha ucciso numerosi bambini. Per il geografo Manlio Dinucci del Manifesto [7], la pletora di giacimenti di gas che abbonda nella zona marittima di Gaza è una delle ragioni dell’intransigenza israeliana. Come la pletora di depositi di gas di scisto che abbonda nella Repubblica autonoma di Donetsk, che cerca di separarsi dall’Ucraina o federarsi, è la fonte della feroce guerra psicologica tra filo-UE e filo-russi nel rigettare sull’avversario la responsabilità dell’esplosione del velivolo delle Malaysia Airlines. Non potrebbe trattarsi di un’operazione del governo ucraino per accusare di “terrorismo” i separatisti, utilizzando “registrazioni” che potrebbero benissimo essere stati manomessi, e quindi distruggerli? Sono passati due mesi da quando Russia Today (RT), sempre più seguita in America Latina per contrastare la disinformazione mediatica israelo-anglo-sassone, venendo perciò calunniato pubblicamente dal segretario di Stato John Kerry, sottolineava l’importanza dello shale gas nella regione di Donetsk (l’Ucraina orientale che cerca l’indipendenza) e “gli interessi delle compagnie petrolifere occidentali dietro le violenze” [8]. Infatti, la parte orientale dell’Ucraina, ora travolta dalla guerra civile, concentra “una miriade di giacimenti di carbone e gas di scisto nel bacino del Dnepr-Donets.” Nel febbraio 2013, l’inglese Shell Oil firmò con il governo ucraino (il precedente, deposto da un colpo di Stato neo-nazista sostenuto dall’UE) un accordo per condividere i profitti per 50 anni dell’esplorazione ed estrazione di gas di scisto nella regione di Donetsk [9]. Secondo la rete RT, “i profitti che Kiev non vuole perdere” sono tali che il governo ucraino ha avviato una “campagna militare (sproporzionata) contro il proprio popolo”. L’anno scorso, la Chevron ha firmato un accordo analogo (con lo stesso governo) per un valore di 10 miliardi di dollari. Hunter Biden, figlio del vicepresidente degli Stati Uniti, è stato nominato al Consiglio di amministrazione Burisma, il maggiore produttore di gas privato (Supersic) in Ucraina [10], “dando una nuova prospettiva allo sfruttamento dello shale gas ucraino” nella misura in cui “la licenziataria copre il bacino del Dnepr-Donets“. John Kerry non rimane con le mani in mano sulla divisione degli utili e Devon Archer, suo ex-compagno di stanza e affittuario del genero, entra in Burisma ad aprile, in questa controversa società.
La “licenza” per l’alienazione catastale per sfruttare lo shale gas ucraino può servire da “licenza di uccidere” innocenti? La fratturazione idraulica cerca di spezzare l’Ucraina? Questa è la costante nella tragica storia dello sfruttamento degli idrocarburi dei petrolieri “occidentali”, nel XX secolo. E’ chiaro che gli idrocarburi sono il denominatore comune delle guerre in Ucraina, Iraq, Siria e Libia.

Note
[1] “Vers une nouvelle architecture financière”, Ariel Noyola Rodríguez, Réseau Voltaire, 1 luglio  2014. “Sixth BRICS Summit: Fortaleza Declaration and Action Plan”, Voltaire Network, 16 luglio 2014. “Momento BRICS en Fortaleza”, Alfredo Jalife-Rahme, 17 luglio 2014.
[2] “Fidel Castro: El derribo de avión malasio es una “provocación insólita” de Ucrania”, Russia Today (canale spagnolo), 17 luglio 2014.
[3] AFP, 17/07/14.
[4] “Una jihad globale contro i BRICS?”, Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada (Messico), Réseau Voltaire, 18 luglio 2014.
[5] “El botín del saqueo en Libia: “fondos soberanos de riqueza”, divisas, hidrocarburos, oro y agua”, Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada, 28 août 2011.
[6] “Le chef du Mossad avait prédit l’enlèvement de trois jeunes Israéliens”, Gerhard Wisnewski, Réseau Voltaire, 8 luglio 2014.
[7] “Gaza: il gas nel mirino”, Manlio Dinucci, Il Manifesto, Réseau Voltaire, 17 luglio 2014
[8] “Shale gas and politics: Are Western energy giants’ interests behind Ukraine violence?”, Russia Today (canale inglese), 17 maggio 2014.
[9] “L’Ukraine brade son secteur énergétique aux Occidentaux”, Ivan Lizan, ?dnako (Russia), Réseau Voltaire, 2 marzo 2013.
[10] “In Ucraina, il figlio di Joe Biden unisce l’utile al dilettevole”, Réseau Voltaire, 14 maggio 2014.

isis_world_takeover_mapAlfredo Jalife-Rahme La Jornada (Messico)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’ascesa del Petroyuan e l’erosione dell’egemonia del dollaro

Tyler Durden Zerohedge 05/08/2014
YuanPer 70 anni uno dei fondamenti cruciali del potere statunitense è stato il dollaro quale moneta più importante del mondo. Negli ultimi 40 anni, pilastro del primato del dollaro è stato il ruolo dominante del verdone nei mercati energetici internazionali. Oggi, la Cina sfrutta l’ascesa a potenza economica e di mercato sempre più importante per gli esportatori di idrocarburi del Golfo Persico e dell’ex-Unione Sovietica, circoscrivendo il predominio mondiale del dollaro nell’energia, con possibili profonde implicazioni per la posizione strategica degli USA.
Dalla seconda guerra mondiale, la supremazia geopolitica degli USA riposava non solo sulla forza militare, ma anche sulla posizione del dollaro quale principale valuta di transazione e di riserva mondiale. Economicamente, il primato del dollaro deriva dal “signoraggio”, la differenza tra costo per la stampa del denaro e il suo valore, sugli altri Paesi, minimizzando il rischio del cambio per le aziende degli USA. La sua reale importanza, però, è strategica: il primato del dollaro permette agli USA di colmare il cronico deficit di bilancio e correntizio mediante l’emissione di ulteriore moneta, proprio come Washington finanzia la propria proiezione di potenza da oltre mezzo secolo. Dagli anni ’70, pilastro del primato del dollaro è stato il ruolo di moneta dominante sui prezzi di petrolio e gas, con cui le vendite internazionali di idrocarburi sono fatturate e liquidate. Ciò permette di mantenere alta la domanda mondiale di dollari, nutrendo anche l’accumularsi tra i produttori di energia delle eccedenze in dollari, rafforzandone la posizione di prima riserva patrimoniale del mondo “riciclabile” nell’economia degli Stati Uniti per coprirne i deficit. Molti ritengono che la preminenza del dollaro nei mercati dell’energia deriva dallo status di maggiore valuta transazionale e di riserva mondiale. Ma il ruolo del dollaro in questi mercati non è naturale e né basato su una posizione dominante. Piuttosto, fu ideata dai politici statunitensi dopo il crollo dell’ordine monetario di Bretton Woods nei primi anni ’70, ponendo fine alla versione iniziale del primato del dollaro (“egemonia del dollaro 1.0″). Collegare il dollaro alla negoziazione internazionale del petrolio fu la chiave per crearne la nuova versione (“egemonia del dollaro 2.0″) e, per estensione, finanziare altri 40 anni di egemonia statunitense.

Egemonia oro e dollaro 1.0
Il primato del dollaro fu sancito in occasione della conferenza di Bretton Woods del 1944, dove gli alleati non comunisti degli USA aderirono al progetto di Washington per un ordine monetario internazionale del dopoguerra. La delegazione della Gran Bretagna guidata da Lord Keynes, e praticamente ogni altro Paese partecipante salvo gli Stati Uniti, favoriva la creazione di una nuova valuta multilaterale con il neonato Fondo monetario internazionale (FMI) quale principale fonte di liquidità globale. Ma ciò avrebbe ostacolato le ambizioni statunitensi per l’ordine monetario dollaro-centrico. Anche se quasi tutti i partecipanti preferivano l’opzione multilaterale, la potenza schiacciante degli USA fece sì che, alla fine, le sue preferenze prevalessero. Così, con il gold exchange standard di Bretton Woods, il dollaro fu ancorato all’oro e le altre valute al dollaro, facendone la principale forma di liquidità internazionale. C’era però una contraddizione fatale nella  visione basata sul dollaro di Washington. L’unico modo con cui gli USA potevano diffondere abbastanza dollari per soddisfare le esigenze di liquidità mondiali, era il disavanzo a tempo indeterminato. Mentre Europa occidentale e Giappone recuperavano e riconquistavano competitività, il deficit cresceva. Gettandosi nella domanda crescente di dollari per finanziare l’aumento dei consumi, l’espansione dello stato sociale e la proiezione di potenza globale, gli USA presto offrirono più moneta statunitense di quella pari alle proprie riserve auree. Dagli anni ’50, Washington agì per convincere o costringere i titolari di dollari stranieri a non cambiare i verdoni con l’oro. Ma l’insolvenza non poteva essere scongiurata per molto: nell’agosto 1971, il presidente Nixon sospese la convertibilità dollaro-oro, ponendo fine al gold exchange standard; nel 1973, anche i tassi di cambio fissi scomparvero.
Tali eventi sollevarono interrogativi fondamentali sulla solidità a lungo termine dell’ordine monetario basato sul dollaro. Per conservarne il ruolo di primo fornitore di liquidità internazionale, gli Stati Uniti avrebbero dovuto continuare a mantenere i disavanzi delle partite correnti. Ma questo deficit si espanse, avendo l’abbandono di Washington di Bretton Woods intersecatosi con altri due sviluppi cruciali: gli USA diventarono importatori netti di petrolio nei primi anni ’70 e l’affermazione sul mercato dei membri chiave dell’organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) nel 1973-1974, causando un aumento del 500% del prezzo del petrolio, aggravando la pressione sulla bilancia dei pagamenti. Con il legame tra dollaro e oro reciso e tassi di cambio non più fissi, la prospettiva che il deficit degli Stati Uniti divenisse sempre più grande aggravò le preoccupazioni sul valore a lungo termine del dollaro. Tali preoccupazioni ebbero risonanza speciale per i grandi produttori di petrolio. Il petrolio sui mercati internazionali era valutato in dollari almeno dagli anni ’20, ma per decenni la sterlina fu usata almeno con la stessa frequenza dei dollari negli acquisti di petrolio transnazionali, anche dopo che il dollaro aveva sostituito la sterlina come prima valuta commerciale mondiale e di riserva. Finché la sterlina era ancorata al dollaro e il dollaro era “buono come l’oro”, ciò era economicamente sostenibile. Ma dopo che Washington abbandonò la convertibilità dollaro-oro e la transizione mondiale passò dai tassi di cambio fissi a quelli fluttuanti, il regime di valuta nel commercio del petrolio era in palio. Con la fine della convertibilità dollaro-oro, i principali alleati degli USA nel Golfo Persico, Iran dello Scià, Quwayt e Arabia Saudita, favorirono il passaggio del sistema dei prezzi dell’OPEC dai prezzi in dollari a un paniere di proprie valute. In tale contesto, molti alleati europei degli USA ripresero l’idea (già affrontata da Keynes a Bretton Woods) di fornire liquidità internazionale sotto forma di valuta multilaterale emessa dal FMI, governata dai cosiddetti “diritti speciali di prelievo” (DSP). Dopo che l’aumento dei prezzi del petrolio gonfiò i loro conti correnti, Arabia Saudita e gli altri alleati arabi del Golfo degli Stati Uniti spinsero l’OPEC ad iniziare le fatturazioni in DSP. Inoltre approvarono le proposte europee per riciclare gli avanzi in petrodollari nel FMI, per incoraggiarne l’emersione quale principale fornitore di liquidità internazionale post-Bretton Woods. Ciò avrebbe significato che Washington non poteva continuare a stampare dollari, mentre voleva sostenere l’aumento di consumi, spese sociali e grande proiezione di potenza globale. Per evitarlo, i politici statunitensi  dovettero trovare nuovi modi per incentivare gli stranieri a continuare a mantenere sempre più grandi eccedenze di ciò che erano ormai dollari fiat.

Egemonia petrolio e dollaro 2.0
A tal fine, le amministrazioni degli Stati Uniti dalla metà degli anni ’70 misero a punto due strategie.  massimizzare la domanda di dollari come valuta transazionale ed invertire le restrizioni di Bretton Woods sui flussi di capitali transnazionali; con la liberalizzazione finanziaria, gli USA potevano fruttare ampiezza e profondità dei propri mercati di capitali, e coprire il cronico deficit di bilancio e partite correnti attirando capitali stranieri a costi relativamente bassi. Forgiare stretti legami tra  vendita di idrocarburi e dollaro si dimostrò cruciale su entrambi i fronti. Creando tali collegamenti, Washington estorse efficacemente ai suoi alleati arabi del Golfo un silenzio condizionato garantendosi la loro propensione ad aiutare finanziariamente gli Stati Uniti. Rinnegando le promesse ai partner europei e giapponesi, l’amministrazione Ford spinse clandestinamente l’Arabia Saudita e altri produttori arabi del Golfo a riciclare quote sostanziali delle loro eccedenze in petrodollari nell’economia degli Stati Uniti, tramite intermediari privati (in gran parte degli Stati Uniti), piuttosto che attraverso il FMI. L’amministrazione Ford chiese anche il supporto del Golfo arabo a una Washington in ristrettezze finanziarie, concludendo accordi segreti con le banche centrali di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per acquistare grandi quantità di titoli del Tesoro USA al di fuori delle aste normali. Tali impegni aiutarono Washington ad impedire al FMI di soppiantare gli Stati Stati quale principale fornitore di liquidità internazionale, dando anche un fondamentale impulso alle ambizioni di Washington nel finanziare il deficit riciclando avanzi dei dollari esteri tramite mercati finanziari privati e l’acquisto di titoli di Stato statunitensi. L’impegno dell’OPEC al dollaro come moneta per le vendite internazionali del petrolio fu fondamentale per l’ampia adozione del dollaro quale valuta transazionale dominante sul mercato petrolifero. Pochi anni dopo, l’amministrazione Carter siglò un altro accordo segreto con i sauditi, per cui Riyadh s’impegnava ad esercitare la propria influenza per garantire che l’OPEC mantenesse i prezzi del petrolio in dollari. Quando il sistema di prezzi amministrati dell’OPEC crollò a metà degli anni ’80, l’amministrazione Reagan incoraggiò l’uso universale dei dollari nelle vendite di petrolio internazionali nelle nuove borse del petrolio di Londra e New York. I prezzi quasi universali del petrolio e poi del gas, in dollari, furono rafforzati dalla probabilità che le vendite di idrocarburi non fossero solo espresse in dollari, ma anche trattate, generando il costante sostegno alla domanda di dollari in tutto il mondo.
In breve, queste occasioni furono fondamentali nella creazione dell'”egemonia del dollaro 2.0″. E sostanzialmente ressero nonostante la periodica insoddisfazione araba del Golfo verso la politica mediorientale degli Stati Uniti, il fondamentale allontanarsi degli Stati Uniti da altri importanti produttori del Golfo (Iraq di Sadam Husayn e Repubblica islamica dell’Iran), e dall’interesse sul “petro-euro” nei primi anni 2000. I sauditi, in particolare, hanno vigorosamente difeso i prezzi del petrolio esclusivamente in dollari. Mentre Arabia Saudita e altri grandi produttori di energia accettavano il pagamento delle loro esportazioni di petrolio in altre valute principali, la quota maggiore delle vendite mondiali di idrocarburi continuava ad essere regolata in dollari, perpetuando lo status del dollaro a prima valuta transazionale del mondo. Arabia Saudita e altri produttori arabi del Golfo completarono il sostegno al nesso petrolio-dollari con grandi acquisti di armi avanzate statunitensi; la maggior parte agganciò le proprie valute al dollaro, un impegno che alti funzionari sauditi descrivono come “strategico”. Mentre la quota del dollaro nelle riserve globali è scesa, il riciclaggio dei petrodollari del Golfo arabo permette di mantenerlo come valuta di riserva mondiale.

dollar-vs-china-609x250La sfida della Cina
Eppure, storia e logica cautela delle pratiche attuali non sono scolpite sulla pietra. L’ascesa del “petroyuan” verso un regime valutario meno dollaro-centrico nei mercati energetici internazionali, con implicazioni potenzialmente gravi per la posizione del dollaro, è già in corso. Mentre la Cina è emersa quel principale attore sulla scena energetica mondiale, ha anche intrapreso un’estesa campagna per internazionalizzare la propria valuta. Una quota crescente del commercio estero della Cina viene espressa e regolata in renminbi; l’emissione di strumenti finanziari denominati in renminbi è in crescita. La Cina persegue un processo prolungato di liberalizzazione essenziale alla piena internazionalizzazione del renminbi in conto capitale, permettendo maggiore flessibilità dei tassi di cambio dello yuan. La Banca Popolare di Cina (PBOC) ha ora accordi di swap con oltre 30  altre banche centrali, il che significa che i renminbi è già un’efficace valuta di riserva. Guardando al futuro, l’uso del renminbi nella vendita degli idrocarburi internazionale sicuramente aumenterà, accelerando il declino dell’influenza statunitense nelle regioni-chiave produttrici di energia. I politici cinesi apprezzano i “vantaggi di agente storico” di cui il dollaro gode; il loro scopo non è il renminbi che sostituisce il dollaro, ma affiancare lo yuan al verdone quale valuta transazionale e di riserva. Oltre ai benefici economici (ad esempio, riducendo i costi di cambio per le imprese cinesi), Pechino vuole, per motivi strategici, rallentare ulteriormente la crescita delle sue enormi riserve in dollari. La Cina ha visto aumentare la propensione statunitense ad escludere Paesi dal sistema finanziario statunitense come strumento di politica estera, e si preoccupa di come Washington cerchi di sfruttare ciò; l’internazionalizzazione del renminbi può mitigare tale vulnerabilità. In generale, Pechino comprende l’importanza del potere del dollaro nel dominio statunitense; intaccandolo la Cina può contenere l’eccessivo unilateralismo degli Stati Uniti.
La Cina da tempo ha inserito gli strumenti finanziari nei suoi sforzi per accedere agli idrocarburi stranieri. Ora Pechino vuole che i principali produttori di energia accettino il renminbi come valuta transazionale, anche per concludere l’acquisto di idrocarburi, incorporando il renminbi nelle riserve della banca centrale cinese. I produttori sono motivati ad accettarlo. La Cina è nel prossimo futuro, di gran lunga il principale mercato in crescita per i produttori di idrocarburi nel Golfo Persico e dell’ex-Unione Sovietica. Le ampie aspettative di lungo termine sull’apprezzamento dello yuan rendono l’accumulazione delle riserve di renminbi una “bazzecola” in termini di diversificazione del portafoglio. Mentre gli USA sono sempre più visti come potenza egemone in declino, la Cina è vista come potenza in ascesa per eccellenza. Anche per il Golfo arabo, che da tempo si affida a Washington come ultimo garante della sicurezza, ciò fa sì che più stretti legami con Pechino siano un imperativo strategico. Per la Russia, i rapporti deterioratisi con gli Stati Uniti spingono a una maggiore cooperazione con la Cina, contro ciò che Mosca e Pechino considerano i declinanti, ma ancora pericolosamente instabili ed  iperattivi USA. Per diversi anni, la Cina ha pagato le importazioni di petrolio dall’Iran in renminbi; nel 2012, la BoPRC e la Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti istituirono uno swap in valuta da 5,5 miliardi di dollari, ponendo le basi per la conclusione in renminbi delle importazioni di petrolio cinesi da Abu Dhabi, un’importante espansione dell’uso del petroyuan nel Golfo Persico. L’accordo sul gas sino-russo da 400 miliardi di dollari concluso quest’anno, prevede l’acquisto cinese di gas russo in renminbi; se completato, ciò darà un ruolo apprezzabile al renminbi nelle transazioni di gas transnazionali.
Guardando al futuro, l’uso del renminbi nelle vendite di idrocarburi internazionali sicuramente aumenterà, accelerando il declino dell’influenza statunitense nelle regioni-chiave produttrici di energia. Rendendo anche più difficile per Washington finanziare quello che la Cina ed altre potenze in ascesa considerano una politica estera interventista; una prospettiva su cui la classe politica statunitense ha appena cominciato a riflettere.

peoples_bank_of_china--621x414Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La fine dell’egemonia anglo-statunitense

Dean Henderson 18 giugno 2014

capital-ppt-map-of-gulf-cooperation-council-countriesGli oligarchi e i loro gendarmi fascisti hanno sequestrato l’Ucraina mentre i ribelli islamisti del SIIS si riprendono le città in Iraq. Le nazioni BRIC, guidate dall’ancora una volta il male Putin, si preparano alla fine dell’impero finanziario anglo-statunitense. L’oligopolio di banche/energia/armi/droga dei Rothschild/Rockefeller, che ha schiavizzato l’umanità e decimato la Terra negli ultimi secoli, va a pezzi. L’arroganza e la stupidità dei sedicenti “illuminati” che operano dalla loro matrice della City di Londra, è chiara a tutti. Tornando alle truppe di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU) entrate in Bahrayn per aiutare la petro-monarchia al-Qalifa nel reprimere le proteste pro-democrazia; tale intervento, approvato dalle potenze occidentali, rappresenta l’un ultimo tentativo di salvare il Gulf Cooperation Council (GCC), a capo del modus operandi neocoloniale che guida il regime di riciclaggio degli eurodollari di Londra, puntellando sterlina e dollaro. Ma le teste dei monarchi possono ancora cadere. I popoli delle nazioni del GCC sono in fermento, in particolare in Arabia Saudita e Bahrayn. Non a caso i i ribelli siriani finanziati dai Saud vengono inviati a destabilizzare l’Iraq. Gli sceicchi traggono beneficio quando nazionalisti come Assad vengono abbattuti dagli islamisti al soldo degli oligarchi. Gli eventi in Ucraina e la rivolta del SIIS in Iraq sono legati. L’oligarchia globale si basa su tali violenze.

L’islamismo è fascismo. Il fascismo è la religione delle élite, ovunque risiedano
db72a96c-5eeb-4fff-abf6-35c546d0be38 Le sei nazioni del GCC: Arabia Saudita, Quwayt, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Oman, siedono sul 42% del petrolio mondiale. Le monarchie unifamiliari che le controllano furono radunate dall’impero inglese e collaborano con Israele sottraendo il greggio dal popolo arabo. Non la Cina o il Giappone, ma esse sono i maggiori acquirenti di titoli del Tesoro USA. I loro interessi non sono nel popolo, ma nella City di Londra e Wall Street. L’élite reale dei sei Paesi del GCC ha fortemente investito nelle economie occidentali. L’alto volume della produzione di greggio fa fluire tali investimenti a Wall Street e City di Londra, consentendo alle élite del CCG di vivere in modo opulento. Come il ministro del petrolio saudita Hisham Nazir ha detto, “Siamo legati dai nostri reciproci interessi e sicurezza“. Mentre la dipendenza occidentale dalle risorse del Terzo Mondo aumentava, divenne sempre più necessario ai banchieri internazionali e alle loro aziende includere le cricche elitarie locali nei programmi di accumulazione del capitale, rendendo un piccolo gruppo di indigeni estremamente ricco, in modo che collabori nello svendere risorse locali all’occidente. Un esempio dell’uso delle élite locali come surrogati si può vedere nel caso dell’uomo più ricco del mondo. Hassanal Bolkiah, sultano del Brunei, una piccola enclave petrolifera sull’isola del Borneo, dove Royal Dutch/Shell detiene il quasi monopolio petrolifero e paga bene il sultano per continuare così. Il sultano del Brunei possiede oltre 60 miliardi di dollari e vive in un palazzo di 1778 stanze. Tale élite locale, a sua volta, consegna le proprie ricchezze ai banchieri occidentali per proteggerle da svalutazione e fallimenti bancari. Ma essi derubano il proprio Paese dei capitali necessari, spesso precipitandoli nella svalutazione e crisi debitoria. Gli Stati Uniti stessi sono un Paese debitore, i cui debiti, in parte, appartengono alle élites del Terzo Mondo che possiedono migliaia di miliardi depositati presso le grandi banche statunitensi, mentre i loro connazionali vivono in condizioni di estrema povertà. Le élite egiziane, per esempio, detengono 60 miliardi di ollari di depositi in banche estere, mentre l’egiziano medio guadagna 650 dollari all’anno. Nel caso del GCC, la quantità di petrodollari riciclati che scorre negli investimenti occidentali è davvero sconcertante.
I sauditi hanno più di 600 miliardi di dollari investiti all’estero. Citigroup possiede il 33% della Saudi American Bank controllata dalla Casa di Saud. Nel 1993 il principe saudita al-Walid bin Talal, proprietario della Saudi Commercial Bank, versò 590000000 di dollari alla Citibank. Bin Talal ora possiede il 17,34% di Citigroup, mentre il principe ereditario Abdullah possiede una quota del 5,4%, divenendo i due maggiori azionisti della banca. Bin Talal è anche il secondo maggiore azionista della Rupert Murdoch Newscorp, proprietaria di Fox News e Wall Street Journal. Le operazioni di acquisto saudite di Citigroup furono facilitate dal Gruppo Carlyle di Washington, che per il 20% è di proprietà della famiglia Mellon, che possedeva Gulf Oil e ora possiede una grande quota di Chevron Texaco. Carlyle è guidata dall’ex-segretario alla Difesa di Reagan e Bush, e presidente della NSC di Reagan, Frank Carlucci. George Bush Sr., James Baker III e l’ex-primo ministro inglese John Major erano consulenti e membri del consiglio della Carlyle. Bush Sr. fu Investment Advisor alla Carlyle per la famiglia bin Ladin fino al novembre 2001. Nel 1995 il principe bin Talal collaborò con il finanziere canadese Paul Reichmann, il presidente di Loews Larry Tisch e il finanziere libanese Edmund J. Safra, amico intimo del criminale di guerra Henry Kissinger, per comprare il complesso Canary Wharf di Londra per 1,04 miliardi di dollari. Il monarca dell’UAE shayq Zayad gestisce l’Abu Dhabi Investment Authority. Gran parte del denaro è gestito da una finanziaria privata come Carlyle Group e Donaldson, la Lufkin & Jenrette di proprietà per il 18% del gruppo saudita Olayan. Olayan possiede anche grandi azioni di JP Morgan Chase e CS First Boston. Il direttore dell’Abu Dhabi Investment Authority è consigliere per l’Asia del Carlyle Group. Il Bahrayn svolge un ruolo nel riciclaggio di petrodollari, essendo un importante centro offshore bancario per gli sceicchi del CCG e i loro partner mega-bancari internazionali. Il Bahrayn è anche la base della Quinta Flotta e di un gran numero di raffinerie che lavorano il greggio saudita. Il Libano fu il primo centro bancario del Medio Oriente in passato, ma con Beirut ridotta in macerie dai bombardamenti israeliani, le banche se ne andarono nel porto franco di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, ora primo mercato dell’oro del pianeta. Le banche d’investimento sono in Quwayt. Ma è il Bahrayn ad ospitare i multi-miliardari mercati fondiari dei derivati dai ricavi in petrodollari di GCC/Quattro Cavalieri. La maggior parte delle banche in Bahrayn è di proprietà straniera e tutte le mega-banche statunitensi vi svolgono operazioni. Molte banche del Bahrayn sono di proprietà delle élite del GCC e sono un importante canale per il riciclaggio dei petrodollari. La Burgan Bank del Quwayt, per esempio, possiede una partecipazione del 28% di una delle più grandi banche del Medio Oriente, la Banca del Bahrayn.
osama-bin-bush L’azienda più potente in Bahrayn è Investcorp, che ha grandi quote del New York Department Store of Puerto Rico, Saks Fifth Avenue, BAT, Tiffany, Gucci, Color Tile, Carvel Ice Cream, Dellwood Foods, Circle K e Chaumet. Investcorp è stata co-fondata nel 1983 dal rampollo della famiglia regnante del Bahrayn shayq Qalifa bin Sulman al-Qalifa, che possedeva anche una grossa fetta dell’infame BCCI. Un recente prospetto dell’Investcorp elenca il ministro delle Finanze del Bahrayn quale proprietario. Il presidente d’Investcorp è Abdul-Rahman al-Atiqi, ex-ministro del Petrolio e delle Finanze del Quwayt. Il suo vicepresidente è Ahmad Ali Qanu della ricca famiglia saudita Qanu, che avrebbe 1,5 miliardi di dollari. L’ex-ministro del petrolio saudita shayq Yamani fu uno dei soci fondatori d’Investcorp insieme a sette membri della famiglia reale saudita. Investcorp ha  la sua sede di otto piani in Bahrayn, oltre a un ufficio a Park Avenue a New York e un ufficio a Mayfair a Londra. Partner dello sceicco al-Qalifa nel lancio d’Investcorp era Namir Qirdar, presidente della banca responsabile delle operazioni del Golfo Persico della Chase Manhattan. Numerosi dirigenti d’Investcorp sono ex-impiegati della Chase. Molti acquisti d’Investcorp si rivelarono dei flop e c’è un lato oscuro della banca. L’esecutivo della gioielleria francese Chaumet, Charles Lefevre, ha detto che Investcorp evitò d’informare gli azionisti di Chaumet mentre tentava di venderne le azioni a un prezzo superiore presso altri investitori del Golfo Persico. Un’altra denuncia sosteneva che Investcorp tentasse di saccheggiare la Saudi European Bank di Parigi. Il membro del consiglio d’Investcorp Abdullah Taha Baqsh, un miliardario saudita, ha investito pesantemente nell’Harken Energy di George W. Bush. Così fece anche lo sceicco del Bahrayn al-Qalifa. Bush e il co-proprietario Dick Cheney trasformarono la loro Arbusto Energy nell’Harken quando l’amico di Bush James Bath gli offrì 50000 dollari per l’avvio. La Skyway Aircrafts di Bath era sotto inchiesta della DEA per aver aiutato gli sceicchi del GCC ad inviare banconote da 100 dollari nelle Isole Cayman. Bath spesso prendeva in prestito denaro dagli sceicchi sauditi Qalid bin Mahfuz, primo azionista della BCCI, e Muhammad bin Ladin, che probabilmente gli diedero i 50000 dollari per lanciare ciò che divenne Harken Energy. Bin Mahfuz e bin Ladin aiutarono l’Harken a firmare un accordo esclusivo per la trivellazione petrolifera in mare, poco prima della Guerra del Golfo. Nel gennaio 1990 il presidente Bush Sr. aveva approvato lo status commerciale preferenziale del regime iracheno. Quello stesso mese Harken Energy s’aggiudicò la più grande concessione petrolifera in mare aperto nel Golfo Persico, al largo del Bahrayn. Altri investitori importanti della Harken furono i fratelli Bass di Ft. Worth, la famiglia sudafricana Rupert, l’Endowment Fund Harvard e il luogotenente dei Rothschild George Soros. Nel 1989 il governo del Bahrayn interruppe bruscamente i colloqui con l’Amoco sulla stessa concessione petrolifera, dopo che l’emiro al-Qalifa decise di concederla alla Harken Energy su richiesta del capo per le operazioni in Medio Oriente di Mobil Michael Ameen. Il finanziamento del progetto fu organizzato dall’amico di Bush Jr. Jackson Stephens, proprietario della Worthen Bank in Arkansas, determinante nel portare la BCCI negli Stati Uniti e che donò 100000 dollari a Bush Sr. per la campagna presidenziale del 1988. L’avvocato Allen Quasha di New York e suo padre William Quasha di Manila, favorirono l’accordo della Harken con il Bahrayn. Nel 1961 Bill Quasha aiutò George Bush Sr. a garantirsi i diritti di perforazione del primo pozzo petrolifero in Kuwait con la Zapata Offshore Oil Company. Più tardi Quasha fu consulente legale nelle Filippine della lavanderia della CIA Nugan Hand Bank. Suo figlio Allen era il maggiore azionista della Harken. Quasha aveva il 21%  di una società svizzera controllata dalla famiglia sudafricana Rupert, principale sostenitrice dell’ex-regime dell’apartheid del Paese.
Appena un mese prima che l’Iraq invadesse il Quwayt, George W. Bush vendette il 66% della sua partecipazione alla Harken Energy con un profitto del 200%. Mentre analisti come Charlie Andrews della 13D Research emettevano raccomandazioni contro gli “acquisti” dalla Harken, il 22 giugno 1990 Bush incassava 840mila dollari dalle azioni Harken, dicendo che “ho venduto per la buona novella“. Bush sapeva che Harken aveva violato i termini dei prestiti ed era ormai alle corde finanziariamente. Cinque settimane dopo Harken subì una perdita di 23 milioni di dollari e il suo prezzo azionario crollò. Bush segnalò la sua tempestiva vendita delle azioni Harken Energy solo nel marzo 1991. Ciò era illegale, ma Bush sostenne che la SEC smarrì i moduli e non fu mai perseguito. Nel 1993 Bush si dimise dal consiglio di amministrazione della Harken. Con il pesante sostegno finanziario della Enron, divenne governatore del Texas. Bush fu difeso nella causa per la truffa Harken dall’avvocato di Baker Botts Robert Jordan, pagato nel 2000 con la nomina ad ambasciatore degli Stati Uniti in Arabia Saudita. Il capo della SEC, clemente durante la debacle Harken, era Richard Breeden, uno dei maggiori sostenitori politici di Bush Sr. Al consiglio della SEC vi era James Doty, altro sostenitore di Bush che aiutò George W. ad acquistare la squadra di baseball dei Texas Rangers. Quando la Harken di George W. Bush si fuse con Spectrum 7 Energy, fu aiutato dall’insider d’Investcorp Abdullah Taha Baqsh, che acquistò il 17,6% della Harken tramite una holding nelle Antille olandesi. Alcuni dicono che Baqsh fosse un uomo dello sceicco Qalid bin Mahfuz. Baqsh fu  un importante investitore d’Investcorp in Bahrayn, avviata da ex-dirigenti della Chase Manhattan. Nel 1988 saccheggiò una banca araba di Londra. Baqsh fu anche accusato di saccheggio della Banca Saudita di Parigi, quando crollò nel 1988, poco prima del sorprendentemente simile crollo della BCCI. Baqsh è azionista della First Group Commercial Financial, una società di trading futures in materie prime di Chicago, sanzionata dalle autorità di regolamentazione degli Stati Uniti per check-kiting e frode. Poco prima della guerra del Golfo, Investcorp vendette il 25,8% delle azioni ad una società irachena, nonostante una legge del Bahrayn  vietasse tali operazioni.
1_23_201111248PM_3528182272 Sauditi e kuwaitiani sono leader negli investimenti del GCC all’estero. La Kuwaiti Investment Authority ha oltre 250 miliardi di dollari investiti all’estero ed è il primo investitore straniero in Giappone e Spagna. Citigroup e JP Morgan Chase gestiscono gli investimenti del Quwayt negli Stati Uniti, dove il clan al-Sabah possiede azioni in ciascuna delle 70 maggiori aziende quotate alla New York Stock Exchange. Le loro aziende statunitensi sono, per il 100% l’Occidental Geothermal, per il 29,8% le Great Western Resources, per il 100% l’Atlanta Hilton Hotel, per il 45% il Phoenician Hotel e per l’11% l’Hogg Robinson. In Germania possiede il 14% di Daimler-Chrysler, il 25% della Hoechst (erede della nazista IG Farben e seconda maggiore azienda farmaceutica del mondo), il 20% di Metallgesellschaft e parte del rivenditore tedesco Asko. In Italia possiede il 6,7% di Afil, l’holding della famiglia Agnelli che possiede FIAT e diverse altre iniziative. Nel Regno Unito possiede St. Martin’s Properties e il 5,4% di Sime Darby. In Malesia la sua società K-10 possiede la più grande testata, New Straits Times Press. Nella vicina Singapore, i kuwaitiani possiedono il 10,6% di Singapore Petroleum, il 37% di Dao Heng Holdings e il 49% della società d’intermediazione mobiliare JM Sassoon. La Kuwait Oil Company (KOC) fu tecnicamente nazionalizzata nei primi anni ’80, ma resta vicina ai suoi creatori Chevron Texaco e BP Amoco, vendendo a questi due cavalieri petrolio scontato. KOC ha reso ricchi gli emiri al-Sabah e la famiglia al-Ghanim, agente della società per decenni. Nel 1966 KOC comprò una controllata danese e divenne la prima compagnia petrolifera mediorientale a vendere benzina al dettaglio in Europa. La KOC fu la società della GCC più aggressiva negli investimenti all’estero. Nel 1982 acquistò centinaia di stazioni di servizio Q8 in tutta Europa. Nel 1987 possedeva più di 5000 rivenditori di benzina in Europa e Asia meridionale. Proprio la scorsa settimana KOC s’è aggiudicata un contratto per costruire le raffinerie di petrolio in Corea del Sud. I kuwaitiani hanno anche comprato in uno dei Quattro Cavalieri, la BP Amoco, di cui nel 1988 possedevano una quota del 22%. Poi ridussero la quota al 9,85%, ma sempre una quota di controllo. Acquistarono le operazioni di raffinazione a Napoli, Italia, della Mobil, possiedono quasi il 4% di ARCO (ora di BP Amoco) e il 2,39% di Phillips Petroleum (ora fusasi con Conoco). In Spagna i kuwaitiani dirigono l’azienda chimica Torras Hostench e in Giappone l’Arabian Oil.
Gli investimenti del GCC in banche e multinazionali occidentali totalizzano migliaia di miliardi. La maggior parte viene investita in titoli di Stato a lungo termine statunitensi e giapponesi. Gli sceicchi del GCC sono cruciali per mantenere l’intero castello di carte dell’economia globale. I loro acquisti sono garantiti dal debito degli Stati Uniti, in gran parte maturato con la spesa per la difesa del Golfo Persico, mantenendo un dollaro forte e impedendo che l’architettura finanziaria internazionale deperisca. Gli emiri e i loro amici elitari finanziano le operazioni segrete della CIA, mentre riequilibrano i loro surplus commerciali con l’occidente attraverso l’acquisto di armi degli Stati Uniti, per proteggere i propri feudi petroliferi. Gli eventi in Ucraina e Medio Oriente dimostrano la posizione disperata dell’oligopolio energetico Rockefeller/Rothschild. Putin ha appena iniziato a giocare potenti carte. Le marionette del GCC sono assediate. La fine dello standard petrolifero può essere scongiurata solo con un guerra permanente. Giorni curiosi.

31590-3x2-940x627Dean Henderson è autore di Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Il suo sito è  Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin lancia l’Unione economica eurasiatica

Dean Henderson 3 giugno 2014

geo-russia1Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un trattato con il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko e il presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbaev per avviare l’Unione economica eurasiatica. La mossa segue l’accordo sul gas naturale da 400 miliardi di dollari firmato con la Cina e l’annuncio che la Russia userà rubli invece dei dollari negli scambi internazionali. L’aggressione occidentale in Ucraina è stata l’ultima goccia per i russi, che hanno già visto questo film nel proprio Paese.

La mafia russa di Wall Street
Verso la fine degli anni ’90 mentre i Quattro Cavalieri si rimpinzavano di petrolio russo e dell’Asia centrale, le banche d’investimento di Wall Street facilitavano il furto del petrolio e laceravano il Tesoro russo. Philbro Energy controllata dalla commerciale petrolifera di Salomon Smith Barney aprì a Mosca. Goldman Sachs fu assunta da Eltsin per attirare capitali stranieri in Russia. A capo del team di Goldman Sachs vi era Robert Rubin, segretario del Tesoro di Clinton. La CS First Boston aveva una partecipazione del 20% in Lukoil, in partnership con BP Amoco. Il viceprimo ministro russo Egor Gajdar era incaricato delle riforme economiche della Russia su mandato del FMI. Gajdar sapeva che il settore del petrolio e del gas era la chiave del piano di Rubin. I partiti dell’opposizione russa gridarono allo scandalo dicendo che gli economisti statunitensi e il FMI prendevano il controllo del sistema economico e politico della Russia. Nel 1994 il direttore dell’FBI di Clinton, Louis Freeh, ostentando i suoi legami istituzionali aprì personalmente un ufficio dell’FBI a Mosca. [749] Nel 1997 l’FBI di Freeh condusse un’indagine timida sul conflitto crescente sugli scandali che coinvolgevano interessi degli alti economisti di Harvard che supervisionavano il programma di privatizzazione della Russia, in tandem con Rubin e Gajdar. La Russia criticò l’indagine dell’FBI, definendola un’insabbiatura. La polemica era incentrata sull’Istituto per lo Sviluppo Internazionale di di Harvard (HIID) e su certi suoi programmi di privatizzazione in Russia. Gli amministratori della HIID Jonathan Hay e Jeffrey Sachs avevano partecipazioni nelle multinazionali che ottennero gli 89 milioni di dollari di prestito dalla Banca Mondiale per la Russia che l’HIID aveva organizzato. Il capo della sicurezza sui titoli della Russia Dmitrij Vasiliev notò questa e altre irregolarità, risolvendo il contratto dell’HIID con il governo russo. [750] Ma non prima che i banchieri d’investimento di Wall Street diventassero ricchi a spese del Tesoro russo, portando al collasso economico russo del 1998.
Nel 1999 la Bank of New York, che collaborava con CS First Boston nella svendita di Lukoil di proprietà russa, fu incriminata da un tribunale di New York per riciclaggio di oltre 10 miliardi di narcodollari dei mafiosi russi, i quali avevano passaporto israeliano. Secondo il Dott. Aldo Milinkovich, consulente di numerose società finanziarie di New York, “Gli israeliani hanno infiltrato e manipolato l’economia post-sovietica in Russia più o meno nello stesso modo in cui si sono infiltrati e manipolano Washington e Wall Street“. [751] Al centro dello scandalo c’era il picchiatore di Bill Casey Itzak “Bruce” Rappaport, che istituì la filiale per lo scambio valutario Benex che riciclava il denaro della droga di tre banchieri russo-israeliani. Mikhail Khodorkovskij era una delle persone più ricche in Russia. Dirigeva la Menatep Bank fin quando non fu chiusa. Nel novembre 2003, il presidente russo Vladimir Putin ordinò l’arresto di Khodorkovskij, togliendogli  la sua quota di controllo della Jukos Oil. Shlomo Mogulevich era chiamato il “Meyer Lansky della Russia” e fu descritto dalla giustizia degli Stati Uniti come un importante trafficante di armi e droga. Konstantin Kagalovskij era incaricato di distribuire i finanziamenti del FMI/Banca Mondiale al governo Eltsin. [752] Tutti e tre erano cittadini israeliani. Rappaport, agente della Banca nazionale di Oman, iniziò ad acquistare la Bank of New York negli anni ’80. Creò Bank of New York-Intermaritime a Ginevra. La società possiede la Swiss American Holdings SA di Panama, che il governo statunitense individuò come fondamentale per lo scandalo del 1998 sul riciclaggio di denaro sporco che coinvolse il primo ministro di Antigua John Fitzgerald. [753] Rappaport  organizzò dagli Stati Uniti il finanziamento per l’acquisto di una fattoria ad Antigua da un agente del Mossad israeliano di nome Sarafati. Il ministero della Difesa israeliano inviava armi tramite la fattoria di Rappaport e Sarafati ai narcoboss colombiani e agli squadroni della morte del padrino José Gonzalo Rodriguez Gacha. Mossad e commandos inglesi addestrarono gli squadroni della morte del cartello di Medellin, secondo un programma finanziato della CIA nel tanto vantato Piano Democrazia del presidente Reagan. La nave panamense Sea Point consegnò a Gacha le armi della CIA raccolte dal presidente panamense Guillermo Endara, insediato dopo il putsch contro Noriega. Nel 1989 quella stessa nave fu fermata al largo della costa messicana mentre trasportava un carico enorme di cocaina. Endara e Gacha erano co-proprietari della lavanderia dei narcodollari panamense Banco Interoceanico.  [754]
La corruzione era il modus operandi nella privatizzazione economica di Russia, Caucaso e dell’Europa orientale. Nel 1996 la fabbrica di aerei di proprietà del governo ucraino vendette una piccola flotta di bimotori turboelica Antonov An-32B ai cartelli della cocaina della Colombia. [755] Nel 1997 Pratt & Whitney, filiale del gigante della difesa statunitense United Technologies, fu  multata di 14,8 milioni di dollari per aver deviato 10 milioni di dollari in aiuti militari statunitensi a un fondo controllato dall’ufficiale dell’aeronautica israeliana Rami Dotan. Il miliardario saudita Sulayman Olayan possedeva una grossa fetta di United Technologies, come James Baker. Il fondo melma fu utilizzato da CIA/Mossad per destabilizzare l’Asia centrale. [756] Un rapporto dell’FSB russo del 1997 citava Alfa Group nel coinvolgimento nel traffico di droga. Alti dirigenti aziendali s’incontrarono con i rappresentanti del cartello di Cali. Il rapporto dichiarava che Alfa lavorava con una famiglia di criminali ceceni responsabile del traffico di droga. Una controllata Alfa Group era la Tjumen Oil, che collaborava con Brown&Root in un progetto di sviluppo su petrolio e gas finanziato da Exim Bank. [757] Brown&Root è una sussidiaria della Halliburton, dove Dick Cheney era presidente e amministratore delegato. A metà febbraio 2001 Alfa Group acquistò la Marc Rich Holdings dall’omonimo finanziere israeliano latitante. Il riccone ora vive in Svizzera, dopo essere stato graziato dal presidente Clinton mentre lasciava la Casa Bianca. Rich è un socio di Rappaport. Halliburton e le sue controllate ricevettero 3,8 miliardi di dollari in contratti federali e prestiti garantiti dai contribuenti nel 1996-2000. [758] Il 9 luglio 2002, tra la marea di scandali contabili societari, Judicial Watch di Washington DC intentò una causa a Dallas contro Cheney e altri amministratori di Halliburton per aver guadagnato milioni vendendo stock option durante il sequestro dei libri di Halliburton, poco prima che le azioni della società crollassero. La SEC annunciò l’indagine sulla Halliburton lo stesso giorno, ma non fece nulla.

I signori della droga ceceni
Mentre la Nimir Petroleum del sostenitore saudita dei taliban sceicco Qalid bin Mahfuz scavava pozzi di petrolio del Kazakistan con Chevron Texaco, la Centgas di Unocal offriva al governo afgano dei taliban 100 milioni di dollari all’anno per gestirne l’oleodotto attraverso l’Afghanistan in un affare orchestrato dal consigliere di Unocal Hamid Karzai, ora presidente dell’Afghanistan. Centgas organizzò riunioni ad alto livello a Washington tra i funzionari taliban e il dipartimento di Stato tramite l’insider dell’Unocal e agente dell’NSA del presidente Bush Jr. Zalmay M. Khalilzad, poi ambasciatore USA nell’Iraq occupato. Nel 2005 Chevron Texaco acquistò Unocal. Bush bloccò  le indagini dell’US Secret Service sulle cellule terroristiche dormienti di al-Qaida negli USA, mentre continuava a negoziare segretamente con i funzionari taliban. L’ultimo incontro fu nell’agosto 2001, appena cinque settimane prima dell’11 settembre. Bush e funzionari sauditi offrirono aiuti ai taliban per sigillare l’affare dei Quattro Cavalieri, dicendo agli islamisti, “O accettate la nostra offerta di un tappeto d’oro, o vi seppelliamo sotto un tappeto di bombe“. [759] Nel 1997 Zbigniew Brzezinski, invecchiato ma sempre nel suo ruolo di intermediario tra le banche internazionali e le loro reti d’intelligence mondiali, scrisse La Grande Scacchiera: la supremazia Americana ed i suoi imperativi geopolitici. Nel suo libro il membro del consiglio di BP Amoco suggerisce che la chiave del potere globale risieda nel controllo dell’Eurasia e che “la chiave per controllare l’Eurasia é il controllo delle repubbliche dell’Asia centrale“. Individuò l’Uzbekistan come chiave per controllare l’Asia centrale. Nel 1999 una serie di esplosioni colpì la capitale uzbeka Tashkent. I militanti islamici di al-Qaida ne furono responsabili. I ribelli, che si definivano Partito Islamico del Turkestan, tentarono di assassinare il Presidente Islam Karimov. Attaccarono la fertile valle di Fergana, nel tentativo di distruggere i raccolti e l’approvvigionamento uzbeko, secondo il Piano Rosa. Due anni prima Enron tentò di negoziare un accordo di 2 miliardi dollari con la Neftegas statale uzbeca, con l’aiuto della Casa Bianca di Bush. [760] Tale sforzo e altri tentativi di privatizzazione furono respinti nel 1998 da Tashkent, e gli attacchi islamisti in Uzbekistan furono scatenati. Dopo che il “tappeto di bombe” cominciò a piovere sul vicino Afghanistan, nell’ottobre 2001, Uzbekistan, insieme ai vicini Kirghizistan e Tagikistan, subito sfoggiò nuove basi militari statunitensi. Nel 2005 il presidente del Kirghizistan Askar Akaev fu deposto nella “rivoluzione dei tulipani”. In pochi giorni Donald Rumsfeld incontrò i nuovi dirigenti. [761]
Sia il libro di Brzezinski che le minacce di Bush ai taliban erano istruttivi dato che apparvero prima degli attacchi dell’11 settembre, pretesto perfetto per il massiccio intervento dell’Asia centrale che Brzezinski, Bush e i loro capi Illuminati sostenevano. Il dr. Johannes Koeppl, ex-funzionario del ministero della Difesa tedesco e consigliere del Segretario generale della NATO Manfred Werner, spiegò tale ondata di “coincidenze” nel novembre 2001, “Gli interessi dietro l’amministrazione Bush, come Council on Foreign Relations, Commissione Trilaterale e Gruppo Bilderberg,  preparavano e ora attuano l’aperta dittatura mondiale (che sarà stabilita) entro i prossimi cinque anni. Non combattono contro i terroristi, ma contro i cittadini“. L’Asia Centrale ora produce il 75% dell’oppio mondiale proprio come i Quattro Cavalieri e i loro tirapiedi della CIA volevano nella regione. Mentre gli Stati Uniti pretendono certificazioni umilianti per giudicare i Paesi sulla loro capacità di fermare il traffico di droga, Big Oil produce il 90% delle sostanze chimiche necessarie per raffinare cocaina ed eroina, che i surrogati della CIA ampliano, raffinano e distribuiscono. I chimici della CIA furono i primi a produrre eroina. Come il candidato presidenziale ecuadoriano Manuel Salgado ha detto, “Questo ordine mondiale professa il culto della ricchezza e del potere economico crescente delle droghe illegali, e non consente alcun attacco frontale diretto per  distruggere il narcotraffico, perché tale attività, che muove 400 miliardi dollari ogni anno, è troppo importante perché la principale potenza mondiale l’elimini. Gli Stati Uniti… puniscono i Paesi che non fanno abbastanza per lottare contro la droga, mentre i loro ragazzi della CIA hanno costruito santuari della corruzione in tutto il mondo con i profitti della droga“. [762] Il “santuario della corruzione” afgano ha prodotto 4600 tonnellate di oppio nel 1998-1999, quando i taliban colpirono la produzione di oppio nei campi di papaveri del nord, dove gli islamisti sponsorizzati da CIA/ISI combattevano in Tajikistan, Uzbekistan, Cecenia, Daghestan e Kashmir. Lo scrittore pakistano Ahmed Rashid dice che i sauditi pagano i conti del movimento. [763]
Gli Stati Uniti avevano molestato l’India socialista per decenni, utilizzando i fondamentalisti del Kashmir basati in Pakistan. Non è un caso che il gasdotto Elefante Bianco della Enron per Dabhol, India, attraversi il Kashmir. Da quando il ministro degli Esteri russo Evgenij Primakov propose il “triangolo strategico” tra India, Russia e Cina come un contrappeso all'”egemonia globale degli Stati Uniti”, nel 1998, i think tank del regime degli Stati Uniti si scervellano su come far fallire l’idea. L’Olin Institute di Harvard propose di attaccare l’India, la parte più debole del triangolo. Non contenti di aver usurpato l’Europa orientale, usando la Polonia di solidarnosc, e della ripartizione delle repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, la banda CFR/Bilderberg ora utilizzava i mujahadin per emarginare ulteriormente la Russia. Nel 1994 35000 combattenti ceceni furono addestrati nel campo Amir Muawia nella provincia di Khost in Afghanistan, il campo costruito da Usama bin Ladin per la CIA. Nel luglio 1994 il comandante ceceno Shamil Basaev si laureò ad Amir Muawia e fu inviato nel campo per le tecniche avanzate di guerriglia di Markazi-i-Dawar, in Pakistan. Incontrò i funzionari pakistani dell’ISI, storicamente distintisi nel compiere i lavori sporchi della CIA. [764] L’altro principale capo ribelle ceceno era l’emiro saudita al-Qatab. Gli islamisti ceceni si presero una grossa fetta del commercio di eroina della Mezzaluna d’oro, lavorando con famiglie  criminali cecene affiliate all’Alfa Group russo che faceva affari con l’Halliburton. Erano anche  legati ai laboratori di eroina albanesi gestiti dall’UCK. Un rapporto dell’FSB russo dichiarava che i ceceni cominciarono ad acquistare beni immobili in Kosovo nel 1997, poco prima della partizione guidata dagli USA del Kosovo dalla Jugoslavia. Il capo ceceno emiro al-Qatab istituì i campi di guerriglia per addestrare i ribelli albanesi dell’UCK. I campi erano finanziati da traffico di eroina, prostituzione e contraffazione. Le reclute furono invitate dal comandante ceceno Shamil Basaev e finanziate dall’Islamic Relief Organization dei Fratelli musulmani della Casa dei Saud. [765]
Il 20 settembre 2002, dopo un incontro alla Casa Bianca sull’Iraq con il presidente Bush, il ministro degli Esteri russo Igor Ivanov schivò tutte le domande su una nuova serie di molestie statunitense all’Iraq. Invece dichiarò che i ribelli ceceni addestrati da al-Qaida contro il suo Paese avevano rifugio sicuro nel più vicino alleato degli Stati Uniti in Asia centrale, il governo della Georgia. L’oleodotto strategico Baku-Tblisi-Ceyhan dei Quattro Cavalieri attraversava proprio la capitale georgiana Tbilisi. Un mese dopo, ribelli suicidi ceceni occuparono un teatro di Mosca, prendendo centinaia di ostaggi. La tempistica era interessante, dato che i russi si rifiutavano di sostenere i piani di Bush per invadere l’Iraq. Quasi 200 persone morirono dopo che le forze speciali russe assaltarono i ceceni. I media statunitensi, fissati su ogni mossa di al-Qaida pochi mesi prima, ignorarono i legami tra i ceceni e le coorti di bin Ladin. Invece accusarono i russi. Una settimana dopo l’incidente, il signore della guerra ceceno Shamil Basaev rivendicò la responsabilità dell’assedio su un sito web dei ribelli. [766] I funzionari del Cremlino videro i commenti di Basaev come una cortina fumogena per proteggere il capo della Cecenia Aslan Maskhadov, che era in Svezia ad una conferenza sulla Cecenia. Basaev fu ucciso in Inguscezia nel luglio 2006.
Dopo tutto il trambusto sul profitto petrolifero del Mar Caspio e dopo le carneficine della CIA nell’Asia centrale e nella Repubblica Russa, a nome dei Quattro Cavalieri, gli enormi giacimenti di oro nero non si concretizzarono. Secondo Statistical Review of World Energy 2003 della BP, i due Paesi su cui Big Oil contava divenissero le prossime Arabia Saudita, Azerbaijan e Kazakistan, dimostrarono riserve di petrolio di soli 63 miliardi e 26 miliardi di barili, rispettivamente. La Russia stessa, lacerata da Big Oil e dai suoi spettri, possedeva solo 22 miliardi di barili di riserve di greggio. E’ anche possibile che BP mentisse, utilizzando la falsa tesi della carenza del “picco del petrolio”, per razionalizzare le limitazioni dei consumatori. Comunque sia, i Quattro Cavalieri ancora una volta, in virtù del loro comportamento senza scrupoli, potrebbero presto essere esclusi dalla parte russa della lotteria petrolifera dell’Estremo Oriente. Dal 2005, una Russia oramai sveglia nazionalizza costantemente il settore energetico. È questa tendenza ha accelerato il putsch in Ucraina.

Post-Soviet spaceNote:
[749] “Legendary FBI Director Sets Up Shop in Moscow”. USA Today. 7-5-94
[750] “Russia Cuts Harvard Links in Flap, Throwing Aid Programs into Disarray”. Steve Liesmen & Robert Keatley. Wall Street Journal. 6-2-97. p.A19
[751] “Israelis Behind Bank of New York Scam”. Martin Mann. The Spotlight. 9-6-99. p.5
[752] Ibid.
[753] “US Fails to Recover Drug Money in Antigua”. Michael Allen. Wall Street Journal. 11-2-98. p.A27
[754] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.19
[755] “Ukraine Leasing Aircraft to Columbian Drug Traffickers”. Los Angeles Times. 2-19-96
[756] “Pratt & Whitney to Settle Israeli Slush Fund Case”. Missoulian. 5-21-97
[757] Center for Public Integrity website. January 2000.
[758] Ibid
[759] Bin Laden: The Forbidden Truth. Jean-Charles Brisard and Guillaume Dasquie. Paris 2001
[760] “Central Asia Unveiled”. Mike Edwards. National Geographic. 2-02
[761] Reaping the Whirlwind: The Taliban Movement in Afghanistan. Michael Griffin. Pluto Press. London. 2001. p.124
[762] “The Geostrategy of Plan Columbia”. Manuel Salgado Tamayo. Covert Action Quarterly. Winter 2001. p.37
[763] Taliban: Militant Islam, Oil and Fundamentalism in Central Asia. Ahmed Rashid. Yale University Publishing. New Haven, CT. 2001. p.145
[764] “Who is Osama bin Laden?” Michel Chossudovsky. CopvCIA 12-17-01
[765] Ibid
[766] “Rebel Warlord Takes Credit for Theatre Seige”. Springfield News Leader. 11-2-02

Dean Henderson è autoe di Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Il suo sito è LeftHook.

False bandiere turche e quasi invasione
David Boyajian Veterans Today

map_of_armeniaLa Turchia sembra affezionata alle cosiddette operazioni “false flag”. Nel 1955, per esempio, il governo turco bombardò di nascosto il proprio consolato a Salonicco, in Grecia e ne incolpò i greci. Il giorno seguente, massicce proteste anti-greche orchestrate ad Istanbul uccisero oltre una dozzina di cristiani e causarono centinaia di milioni di danni. Arriviamo al marzo 2014. Un messaggio audio trapelato coglie funzionari turchi tramare per inscenare attacchi militari ‘false flag’ sul proprio territorio e incolparne i siriani. Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, il generale Yasar Gürel e il capo dell’intelligence Hakan Fidan previdero di usare gli attacchi come scusa per invadere la Siria. Il titolo di questo articolo potrebbe facilmente applicarsi a tale complotto. Per osservare meglio il Caucaso, tuttavia, si può anche descrivere una piano segreto turco per attaccare l’Armenia di vent’anni fa, capovolgendo la geopolitica regionale. Nell’ottobre 1993, due anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il ceceno musulmano Ruslan Khasbulatov, presidente, che ci crediate o no, del Parlamento russo, diresse un colpo di Stato contro il presidente Boris Eltsin. Secondo funzionari statunitensi, francesi e greci, Khasbulatov e la Turchia avevano un accordo segreto. Se il colpo di Stato riusciva, Khasbulatov avrebbe ordinato alle truppe russe di ritirarsi dall’Armenia, dove controllava il confine di quest’ultima con la Turchia. Ciò avrebbe spianato la strada per l’invasione turca della nazione cristiana, senza sbocco sul mare e di appena tre milioni di abitanti. La storia ci dice che la Turchia ha sempre voluto occupare l’Armenia. In questo modo avrebbe creato una fascia turcofona musulmana per l’Azerbaijan, sul Mar Caspio, e infine l’Asia centrale. Si chiama panturchismo. Nel 1993, naturalmente, l’Azerbaigian perdeva la guerra contro gli armeni sull’antica provincia a maggioranza armena del Karabakh. L’Azerbaijan desiderava che la Turchia attaccasse l’Armenia e la Turchia era pronta ad aiutare l’Azerbaigian ad invertire le sorti.

Il complotto fallito
Preparando un nuovo genocidio armeno, il presidente turco Turgut Özal aveva minacciato di dare all’Armenia “le lezioni del 1915″. Tansu Ciller, prima ministra della Turchia, avvertì l’Armenia che non sarebbe “rimasta inattiva”. La Turchia ammassava forze sul confine occidentale dell’Armenia e riforniva l’Azerbaigian di armi, consiglieri militari e forze paramilitari. Militanti ceceni e mujahidin afghani furono schierati con gli azeri. Un attacco turco riuscito all’Armenia, unico partner militare della Russia nel Caucaso, avrebbe distrutto ogni influenza russa nella regione che a sua volta avrebbe aumentato la probabilità che la Cecenia, e gran parte del Caucaso settentrionale musulmano, sfuggissero alla presa dell’orso russo. Per un ceceno come Khasbulatov, il sogno si sarebbe avverato. Ma bombardati dai carri armati russi, lo speaker Khasbulatov, il vicepremier Aleksandr Rutskoj e centinaia di parlamentari ribelli e loro sostenitori nel Parlamento si arresero il 4 ottobre 1993. Il colpo di Stato e il complotto per invadere l’Armenia fallirono.

Il patto segreto
Il patto Khasbulatov-Turchia fu svelato da Leonidas T. Chrysanthopoulos nel suo libro Caucasus Chronicles (Londra, Gomidas 2002). Ambasciatore della Grecia in Armenia dal luglio 1993 al febbraio 1994. Chrysanthopoulos è stato ambasciatore in Canada e Polonia, e Segretario Generale dell’organizzazione per la cooperazione economica del Mar Nero d’Istanbul. L’ambasciatrice della Francia in Armenia, France de Harthing, gli disse che “fonti d’intelligence francesi” confermavano che “un’incursione turca in Armenia si avrà immediatamente dopo che Khasbulatov avrebbe ritirato le truppe russe dall’Armenia.” “Questa informazione“, ha scritto Chrysanthopoulos, “fu poi confermata dal mio collega, l’ambasciatore degli Stati Uniti Harry J. Gilmore“. Come “pretesto”, la Turchia avrebbe preteso di essere colpita dalle basi curde del PKK, che in realtà non c’erano mai state in Armenia. Tale “pretesto” è simile, anche se non identico, a una ‘false flag’. L’attacco della Turchia avrebbe avuto “carattere limitato”, anche se non è chiaro cosa significasse “limitato”. Più probabile, sebbene la Turchia non avrebbe trovato il PKK, l’obiettivo era creare un corridoio permanente attraverso l’Armenia, collegandosi alle forze azere e purificando il Karabakh dagli armeni. Stati Uniti e Francia, per quanto è noto, non hanno mai pubblicamente negato l’esistenza del complotto Khasbulatov-Turchia. Inoltre, Chrysanthopoulos non fornisce alcuna indicazione se tali Paesi abbiano cercato di parlare con la Turchia sull’accordo con Khasbulatov. È rilevante oggi tutto ciò?

Le ambizioni della NATO
Sì, perché le attuali politiche turche, statunitensi e della NATO nel Caucaso riecheggiano fortemente il complotto Khasbulatov-Turchia del 1993. Per due decenni, l’occidente ha cercato di penetrare e dominare il Caucaso, Georgia, Azerbaijan e Armenia, e infine attraversare il Mar Caspio per l’Asia Centrale ricca di energia. Un pezzo del piano è già stato parzialmente realizzato: la costruzione di oleodotti e gasdotti dall’Azerbaijan attraverso Georgia e Turchia. Obiettivo rimanente della NATO: assorbire l’intero Caucaso. La NATO potrebbe in tal modo minacciare la Russia da sud, proprio come ora fa pressione da ovest, con l’assorbimento di gran parte dell’Europa orientale (e le speranze della NATO sull’Ucraina). Georgia e Azerbaigian sono incline ad aderire alla NATO. L’Armenia tuttavia no anche se ha ottimi rapporti con la NATO e l’occidente. L’Armenia non può che allearsi con la Russia perché affronta una minaccia esistenziale dal membro della NATO, la Turchia, come il complotto del 1993 dimostra. L’Armenia è il perno del Caucaso. Se la quasi-operazione ‘false flag’ Khasbulatov-Turchia contro l’Armenia riusciva, la Russia avrebbe probabilmente perso e la NATO avrebbe occupato l’intero Caucaso. Nuove provocazioni, tra cui “false flag”, da parte di Turchia e NATO non possono quindi essere escluse. I capi di USA, NATO e Turchia devono essere interrogati sul fatto che le loro politiche nel Caucaso comportino pace o  guerra.

L’autore è un giornalista freelance. Molti dei suoi articoli sono archiviati su Armeniapedia.org.

1993.10_moscow_1993_390Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Storia rivoluzionaria dell’Iraq

Dean Henderson 20 maggio 2014

Ieri è stato annunciato che la coalizione guidata dal partito della Legge di Stato del Primo ministro Nuri al-Maliqi è emerso vittorioso nelle tormentate elezioni parlamentari del mese scorso in Iraq. Mentre militanti sauditi dello Stato islamico in Iraq e Levante (SIIL) controllano Falluja e parte di Ramadi, oltre 3500 persone sono già state uccise nelle violenze settarie quest’anno. L’occupazione statunitense dell’Iraq ha portato con sé l’insediamento di una classe dirigente esiliata da decenni. Questa cricca monarchica tenta di trasformare il Paese da Stato arabo egualitario a bastione del capitalismo selvaggio occidentale. Anni di lotta rivoluzionaria avevano liberato l’Iraq dall’egemonia bancaria internazionale guidata dai Rothschild. Tale lotta non sarà abbandonata senza combattere.

iraqNel 1776 la British East India Company stabilì il quartier generale in quello che oggi è il Quwayt. Quando i membri del clan quwaitiano al-Sabah aiutò i turchi ottomani a sedare le rivolte nel sud dell’Iraq, lo shayq della tribù dei Muntafiq diede agli al-Sabah boschetti di datteri presso Fao e Sufiyah nel sud dell’Iraq. Il Quwayt fu considerato altamente strategico dagli inglesi nella protezione delle rotte marittime dell’Oceano Indiano. Nel 1900 gli inglesi siglarono un accordo con Mubaraq al-Sabah, separando il Quwayt dall’Iraq e facendone un protettorato inglese. La stragrande maggioranza delle persone che vi abitava s’oppose al piano britannico, volendo continuare a far parte dell’Iraq da sempre considerando il Quwayt parte della provincia di Bassora dell’Iraq. [1] Per decenni i leader iracheni contestarono la legittimità dell’accordo Sykes-Picot del 1920, attraverso cui francesi e inglesi fecero del Quwayt un protettorato inglese. Gli iracheni non furono mai  consultati quando fu firmato il “gentlemans agreement”. Il Quwayt divenne un importante fornitore di petrolio per l’occidente e di petrodollari per i banchieri dell’economia mondiale. L’ex-ministro degli Esteri inglese Selwyn Lloyd dichiarò che i soldi del petrolio kuwaitiano puntellano la sterlina inglese. Una battuta di Wall Street dice: “Perché gli Stati Uniti e il Quwayt hanno bisogno l’uno dell’altro?” La risposta “Il Quwayt è un sistema bancario senza patria. Gli Stati Uniti un Paese senza sistema bancario“.
Nel 1937 e di nuovo nel 1946 il Partito Comunista Iracheno indisse scioperi presso l’Iraq Petroleum Company (IPC), a Kirkuk. Da quando la BP divenne l’importante proprietario dell’IPC, gli inglesi  inviarono truppe per sedare gli scioperi. Mezzo milione di acri di terra nella provincia di Qut fu rilevato dai fratelli al-Yasin, lacchè degli inglesi. Nel 1958, l’1% dei proprietari terrieri in Iraq controllava il 55% dei terreni. [2] Nel 1950 l’IPC fu al centro del boom del petrolio in Iraq. I suoi numerosi tentacoli includevano Bassora Petroleum e Mosul Petroleum. Chevron, Texaco, Exxon, Mobil, Gulf e RD/Shell furono esclusi dall’IPC dopo che tali predecessori dei Quattro Cavalieri firmarono l’accordo della Linea Rossa. La rivoluzione in Egitto del 1952, che depose la monarchia di Faruq e portò al potere il leader nazionalista Gamal Abdal Nasser, ispirò una serie di rivolte in Iraq contro l’IPC e la monarchia irachena. Nel 1958 re Faysal fu assassinato insieme a numerosi membri della famiglia reale. La monarchia irachena, da tempo marionetta dell’impero inglese, fu deposta. Gli Stati Uniti e gli inglesi agirono rapidamente per garantirsi l’installazione di un altro burattino nel generale Nuri al-Sayd. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna convinsero al-Sayd a firmare il Patto di Baghdad, di cui una parte chiedeva il riconoscimento ufficiale del Quwayt. Un’altra parte dell’accordo autorizzava l’invio di forze irachene in Libano per sostenere il governo filo-occidentale e impopolare di Camille Chamoun. [3] Nel 1958 al-Sayd fu deposto da un colpo di Stato guidato da ufficiali nazionalisti dell’esercito fedeli a Abdul Qarim Qasim. Il settimanale parigino L’Express riferì, “Il colpo di Stato iracheno è stato ispirato dalla CIA per placare i nazionalisti. La CIA ha visto Qasim come contenibile e preferibile agli elementi più radicali che rapidamente guadagnano consensi tra il popolo iracheno“. Inizialmente i membri del Partito comunista furono banditi dal governo Qasim. Ma sotto la pressione della potente sinistra irachena, Qasim subito sciolse la monarchia irachena e coltivò legami con l’Unione Sovietica e la Cina. Si ritirò dal Patto di Baghdad e chiese l’annessione del Quwayt alla provincia di Bassora. Tolse il divieto del Partito Comunista Iracheno che divenne una forza importante nel suo governo. Creò l‘Iraqi National Oil Company statale (INOC), facendo dell’Iraq il primo Paese del Medio Oriente a nazionalizzare le attività dei Quattro Cavalieri. Nel 1961 Qasim approvò la legge 80 che recuperava il 99,5% dei terreni inesplorati dell’IPC e chiese l’annessione del Quwayt. Big Oil e le sue otto famiglie proprietarie ne ebbero abbastanza. Nel 1960 Sydney Gottlieb della Divisione Servizi Tecnici della CIA ordì un piano per assassinare il Presidente Qasim. [4] Una campagna terroristica a bassa intensità fu organizzata dalla CIA con i partiti nazionalista e baathista che attaccavano il Partito Comunista Iracheno, il partito di sinistra più formidabile della regione. La CIA diede ai suoi sgherri gli elenchi dei leader di sinistra da colpire. Nel 1961 il Quwayt dichiarò l’indipendenza, prendendosi lo sbocco del solo porto dell’Iraq, Bassora. Le truppe statunitensi sbarcarono in Libano e quelle inglesi in Giordania. [5]
abdul_karim_kassemNel 1963 l’agente della CIA Bruce Odell organizzò un ponte aereo per armare la cellula di destra del partito Baath di Baghdad. Gli operatori del Baath scatenarono un’ondata di terrorismo segnata da innumerevoli massacri di civili. L’uomo di punta della CIA, la cui fazione di destra nel Baath emerse vittoriosa dopo l’assassinio Qasim nel 1963, fu Sadam Husayn. [6] Secondo un articolo del 17 aprile 2003 dell’Indo-Asian News Service, la CIA fece uscire Sadam dall’Iraq dopo l’assassinio e lo piazzò in un hotel di Cairo per qualche notte. Adb al-Salam al-Arif fu nominato presidente. Il suo primo decreto abrogò la legge 80. I Quattro Cavalieri erano di nuovo in sella all’IPC. Nel 1967 l’IPC perforò diversi pozzi con un potenziale di 50000 barili al giorno. Si nascosero questi risultati al governo iracheno. Quando la notizia trapelò il popolo iracheno ne fu indignato. Arif ne seguì l’esempio. Nazionalizzò banche e compagnie di assicurazione, insieme a trentadue altre grandi imprese. L’Iraq approvò le leggi 97 e 123 che diedero all’INOC statale un ruolo maggiore nell’industria petrolifera irachena, tra cui il diritto esclusivo di sviluppare il giacimento petrolifero di Rumayla Nord, presso il Quwayt. La Brown & Root di Houston aveva costruito il terminal petrolifero dell’IPC di Fao che serviva Rumayla Nord, mentre la società tedesca Mannesman costruì la pipeline Kirkuk-Dortyol dell’IPC. [7] Ora le multinazionali corsero ai ripari mentre un Iraq irritato ruppe le relazioni con gli Stati Uniti. L’anno dopo il presidente di sinistra Hasan al-Baqr combatteva l’Unione Patriottica del Kurdistan sostenuta dalla CIA e guidata da Jalal Talabani, mentre le truppe lealiste curde di Mustafa Barzani attaccarono le strutture del’IPC nei pressi di Kirkuk. Il decreto del governo iracheno dell’11 marzo 1970 premiò i curdi di Barzani con l’autonomia delle province settentrionali di Kirkuk e Dohuk. Nel 1971 l’Iraq ruppe i rapporti con l’Iran dopo che lo Shah fu scoperto aiutare la fazione di Talabani per conto della CIA. Nel 1972 al-Baqr nazionalizzò l’IPC. Nel 1973 la Bassora Petroleum fu nazionalizzata. Entro dicembre 1975 tutte le aziende straniere in Iraq erano state nazionalizzate. [8] Non dovrebbe sorprendere che il flessibile Jalal Talabani sia il presidente dell’Iraq occupato dagli USA.
La Siria guidava i Paesi della regione seguendo l’esempio iracheno. La nazionalizzazione dell’IPC fu molto popolare e fu sostenuta dal governo di al-Baqr, che costituì l’Iraqi Company for Oil Operations (ICOO) per commercializzare all’estero il petrolio dell’INOC. ICOO siglò accordi di fornitura con Giappone, India, Brasile, Grecia e molte nazioni del Patto di Varsavia. Nel 1973-1978 i proventi del petrolio iracheno passarono da 1,8 miliardi di dollari a 23,6 miliardi dollari all’anno. [9] L’Iraq implementò controlli valutari rigorosi per evitare che i banchieri internazionali sabotassero il dinaro. Introdussero restrizioni alle importazioni di valuta estera, affinché non venisse sprecata in beni di lusso frivoli. L’Iraq divenne un leader rispettato della fazione dei falchi dei prezzi dell’OPEC. Fu un esempio mondiale del tentativo di liberarsi dalla schiavitù della otto famiglie della mafia bancaria che voleva la testa di al-Baqr. Dopo un fallito tentativo di colpo di stato nel 1975 contro al-Baqr, la polizia irachena scoprì i dollari in possesso dei golpisti. [10]
Nel corso di quattro decenni, i Quattro Cavalieri e i loro scagnozzi della CIA cercarono di sedare il  nazionalismo del popolo iracheno. Il successo fu minimo e i loro regimi fantoccio di breve durata. Il regime di Sadam Husayn sembrava promettente ai banchieri internazionali. Un giro di vite sui partiti nazionalisti uccise e deportò gli elementi più radicali. Invase l’Iran rivoluzionario con una gomitata del tirapiedi dei Rockefeller Zbigniew Brzezinski. Aprì l’economia irachena alle multinazionali occidentali. Ma quando sauditi e kuwaitiani iniziarono a pretendere da Sadam il rimborso di 120 miliardi di dollari in prestiti per la guerra all’Iran, che avevano originariamente chiamato “sovvenzioni”, Sadam esplose. Gli Stati Uniti dissero ai monarchi al-Sabah d’insistere, spingendo Sadam sulla nota via socialista del popolo iracheno. Presto si trovò nel mirino dei suoi ex-sponsor. Una volta ritiratisi completamente gli Stati Uniti dall’attuale multimiliardario incubo neo-coloniale, gli iracheni sembrano destinati a continuare sul familiare percorso rivoluzionario socialista. Non è facile abrogare la storia di un popolo, a dispetto dell’arroganza e della ricchezza del propagandista.

531655_Note
[1] Beyond the Storm: A Gulf Crisis Reader. Phyllis Bennis and Michel Monshabeck. Olive Branch Press. Brooklyn, NY. 1991. p.39
[2] Iraq Since 1958: From Revolution to Dictatorship. Marion Farouk-Sluglett and Peter Sluglett. I.B. Tauros & Company, Ltd. New York. 1990.
[3] Diplomacy in the Near and Middle East: A Documentary Record: 1914-1956. J.C. Hurewitz. D. Van Nostrand Company, Inc. Princeton, NJ. 1956. p.236
[4] Iraq and Kuwait: A History Suppressed. Ralph Schoenman. Veritas Press. Santa Barbara, CA. 1990. p.14
[5] Ibid
[6] Ibid. p.14
[7] Ibid
[8] Sluglett and Sluglett. p.120
[9] Bennis and Monshabeck. p.31
[10] Schoenman. p.20

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel.  Potete seguirlo su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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