Assalto, resistenza e nuova strategia del non allineamento dei BRICS

Sam Moyo e Paris Yeros, Pambazuka – N° 623,  27/03/2013

E’ necessario domandarsi quale sia il ruolo che i Paesi BRICS svolgono nelle semi-periferie della internazionalizzazione della produzione, fino a che punto sono anti-sistemici e anti-imperialisti? E’ necessario riavviare una nuova strategia di non-allineamento dei Paesi BRICS non solo respingendo l’egemonia militare del Nord, ma consentendo un maggior grado di manovra allo sviluppo nazionale.
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In che modo l’imperialismo di oggi è diverso dagli imperialismi del passato? E quali strategie sono in grado di minarlo? Gli elementi fondamentali dell’imperialismo contemporaneo sono stati analizzati ampiamente. Consistono nella formazione di un imperialismo collettivo, un evento senza precedenti, l’internazionalizzazione attuale della produzione e della ri-finanziarizzazione del capitale monopolistico, e la continua aggressione militare, molto tempo dopo la fine della Guerra Fredda. I mutamenti economici in atto hanno minato l’imperialismo collettivo nella sua vitalità economica e nella sua pace sociale interna, obbligandolo ad aumentare il proprio programma militare esterno e l’offensiva di classe interna. Il risultato concreto di oggi è una nuova ondata di assalti alle risorse naturali e di nuovi interventi militari nelle periferie, accompagnata dalla scomparsa dei patti sociali nei centri del sistema. E’ chiaro che la grande rivalità sistemica della guerra fredda non ha avuto dei veri vincitori tra le superpotenze. L’Unione Sovietica potrebbe essere stata la prima a cedere, ma il disastro si profila ora nell’altro centro. L’unica concreta avanzata dell’ultimo mezzo secolo, è stata la decolonizzazione e la nascita del Sud. Questo ha segnato l’inizio della fine del sistema nato nel 1492.

Nuove sfide e contraddizioni per il Sud
L’emergere del Sud ha prodotto una nuova serie di sfide. Durante la guerra fredda, il movimento di Bandung delineò un insieme coerente di obiettivi, comprendente la decolonizzazione totale, lo sviluppo economico e un ‘non allineamento positivo’. Quest’ultimo significa, in particolare, non-partecipazione ai blocchi militari delle superpotenze e capacità di giudicare ogni relazione esterna sui meriti, in accordo con gli interessi nazionali. L’emergere del Sud ha prodotto anche una nuova serie di contraddizioni. L’internazionalizzazione della produzione ha continuato a differenziare il Sud tra periferie e semi-periferie, e ora anche in semi-periferie ‘emergenti’. Una delle questioni chiave è qual è il ruolo delle semi-periferie, e in particolare di quelle “emergenti”, che operano nel sistema. Le semi-periferie in passato sono state viste come valvole di sicurezza sistemiche, con cui il capitale monopolistico esternalizzava la produzione in zone con manodopera a basso costo e con risorse naturali. Durante la guerra fredda, la valvola di sicurezza politica acquisì un’espressione geo-strategica nella Dottrina Nixon-Kissinger, il cui scopo era selezionare i partner del Sud come ascari regionali nell’espansione economica e nella stabilizzazione politico-militare. Raramente tale politica falliva, come successe in Iran. L’ascaro più prezioso, allora come oggi, era Israele, ma ce n’erano altri più importanti, come il Brasile, dove si è definito il fenomeno del ‘sub-imperialismo’, cioè il tentativo di andare oltre la funzione di nastro trasportatore delle semi-periferiche.
Il termine richiama l’attenzione su una nuova contraddizione, non solo tra periferie e semi-periferie, ma anche tra centri e semi-periferie emergenti,  indipendentemente dal loro orientamento ideologico (il Brasile era sotto una dittatura di destra). La contraddizione rimase non antagonista, fino a quando il regime militare oltrepassò i limiti, negoziando un accordo nucleare con la Germania federale e riconoscendo l’indipendenza dell’Angola. Così, la dittatura venne abbandonata dagli Stati Uniti, in un momento in cui cresceva la mobilitazione interna delle masse. La transizione venne controllata con mezzi politico-finanziari e di altro tipo, portando infine alla ‘riconversione’ di questa semi-periferia in parco giochi finanziario neoliberista de-nazionalizzato. Il termine inoltre richiamò l’attenzione sul fatto che tutto ciò che emergeva finiva sotto il capitalismo monopolistico, e il suo dominio finanziario e tecnologico, che non poteva che essere basato sul super-sfruttamento del lavoro interno (senza quei patti sociali che caratterizzavano i centri dell’imperialismo). Fu questa relazione interna che intensificò la dipendenza esterna, creando l’esigenza di mercati di esportazione per la produzione semi-periferica e a forzare un’influenza politico-militare  regionale, al fine di risolvere la crisi cronica del saggio di profitto.

Le semi-periferie riemergenti
La successiva ‘riconversione’ generale delle semi-periferie ha prodotto effetti contraddittori, per cui un processo di privatizzazione, di maggiore estroversione e de-nazionalizzazione, ha accentuato i conflitti di classe interni, ma ha anche portato alla formazione di nuovi giganteschi blocchi di capitali nazionali, ancora una volta in lizza per un posto al sole. Non cercano più di esportare semplicemente dei manufatti, ma anche capitali. Le semi-periferie ‘ri-emergenti’ sono anche impegnate nella ‘nuova corsa’ per la terra e le risorse naturali dell’Africa. Naturalmente, sono anch’esse assaltate, ma non è paradossale, dato il loro inserimento persistente nei monopoli esterni. La questione riguarda il fatto se le nuove semi-periferie ‘emergenti’ siano stabilizzatori regionali sostanzialmente asserviti, o una forza antagonista all’imperialismo. Alcuni hanno sostenuto che l’emergere collettivo di queste semi-periferie implica un cambiamento di sistema nella diversificazione dei partner economici nel Sud.

Anti-sistemici e antimperialisti
Dovremmo concludere che le borghesie semi-periferiche sono diventate, inavvertitamente, anti-sistemiche? Altri hanno sostenuto che la nascita simultanea di una manciata di grandi semi-periferie, e in particolare della Cina, segna la contraddizione terminale involontaria ma sistemica da cui il sistema capitalistico mondiale non si riprenderà. Dobbiamo allo stesso modo concludere che il sistema si trova su un piano progressivo storico? Non siamo in grado di puntare le nostre speranze né sulle nuove brillanti borghesie, né sulle inesorabili leggi storiche. Il problema immediato è politico e riguarda il tipo di alleanze necessarie per opporsi all’imperialismo, tanto più che si aggrava il suo programma militare. Quindi, dovremmo anche chiederci: tutte le semi-periferie emergenti sono ugualmente sottomesse o sono antagoniste all’imperialismo? Hanno differenze strutturali da cui si manifestano diverse tendenze politiche?
In effetti, differiscono significativamente l’una dall’altra. Ad esempio, il Brasile e l’India sono guidati principalmente da blocchi di capitali privati, con un forte sostegno finanziario pubblico, in collaborazione con il capitale finanziario occidentale. Il caso della Cina comprende la partecipazione molto più pesante e più autonoma delle imprese e delle banche statali. Nel frattempo, in Sud Africa è sempre più difficile parlare di una borghesia autonoma nazionale di un qualsiasi tipo, dato il grado estremo di de-nazionalizzazione e di riconversione che il Paese ha subito nel periodo post-apartheid.

Il programma militare e i BRICS
Il grado di partecipazione al programma militare occidentale è diverso da un caso all’altro, anche se una ‘schizofrenia’, si potrebbe dire tipica del sub-imperialismo, è inerente a tutto questo. Ironia della sorte, lo Stato più riconvertito, il Sud Africa, ha sottoscritto un patto di mutua difesa regionale per contrastare efficacemente l’ingerenza militare occidentale in Africa del Sud, pur continuando a servire da nastro trasportatore degli interessi economici occidentali del continente. L’India è sempre in linea con la strategia degli Stati Uniti, in particolare nel settore nucleare, ma la resistenza interna rimane significativa. Il Brasile, non meno schizofrenico rispetto ai suoi pari, denuncia i colpi di Stato in Sud America, mentre con zelo guida l’invasione post-golpe di Haiti, sotto l’egida degli Stati Uniti. La Russia è rimasta un membro con diritto di veto nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, ed è sempre più lontana dalla NATO. La Cina è la più chiara forza anti-occidentale, esercitando costantemente la sua piena autonomia strategica, nonostante l’evidente dipendenza dai mercati e monopoli esterni.
Le loro modalità d’impegno con l’Africa non sono meno diverse o contraddittorie. A dire il vero, tutti sono beneficiari, anche la Cina, dell’indiscreta apertura neoliberista delle economie africane, avviata dagli anni ’80 sotto l’egida dell’occidente e delle sue agenzie multilaterali. Eppure, tutti mantengono una maggiore sensibilità sulle questioni di sovranità nazionale, anche se rimane la questione irrisolta della corsa, con tendenze paternalistiche, all’Africa. Inoltre, esiste il potenziale di una frattura dei monopoli in alcuni settori e, per estensione, della presa strangolante occidentale, soprattutto da parte della Cina e delle sue finanze e strategie basate sul cambio tra infrastrutture e petrolio.

Riavviare un nuovo non-allineamento
Date le tendenze e le contro-tendenze di questa congiuntura, è necessario riavviare la strategia del non allineamento sotto condizioni nuove. In tal modo, è indispensabile evitare l”equivalenza’ altamente ideologica tra l’imperialismo occidentale e le semi-periferie emergenti, la cui espressione più evidente è la sinofobia. Qualunque cosa facciano le nuove semi-periferie, non sono certamente i principali agenti dell’imperialismo, né militarizzano le loro politiche estere. Né, del resto, sono nazioni coese internamente, dato l’attuale super-sfruttamento su cui si basa la loro espansione.
Il primo principio del nuovo non-allineamento dovrebbe indubbiamente essere la non partecipazione al programma militare della superpotenza rimasta, cioè gli Stati Uniti, così come dei loro partner minori della NATO e la loro iniziativa AFRICOM. Il secondo è la messa a punto di una strategia riguardante gli attuali e aspiranti emergenti, nel consentire un maggior grado di manovra dello sviluppo nazionale. Pochi Paesi in Africa hanno usato la camera di manovra esistente, nella congiuntura attuale, nell’interesse del progresso sociale ed economico, e quando lo hanno fatto, sono stati generalmente classificati come ‘corrotti’ o ‘tirannici’ dall’occidente. Lo Zimbabwe, il Paese che è andato più lontano nel spezzare i monopoli e nell’elaborare una pragmatica politica di non allineamento (in realtà, la cosiddetto ‘Guardare a Oriente’), è stato perciò tra i più disprezzati.
Il nuovo non allineamento implica non solo resistere militarmente all’occidente e ‘guardare a Est/Sud’, ma anche impostare le condizioni di ogni relazione estera. Tale resistenza può essere efficace solo con strategie collettive a livello continentale e sub-regionale. Stabilire patti di mutua difesa, come in Sud Africa, un patto che ha protetto la radicalizzazione dello Zimbabwe, rappresenterebbe un mattone fondamentale, come lo sarebbero le nuove forme d’integrazione regionale, basate su norme e sull’integrazione commerciale che devono ancora emergere.

*Sam Moyo è direttore esecutivo dell’Istituto Africano di studi agrari; Paris Moyo è docente di Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Minas Gerais, Belo Horizonte, Brasile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come l’Iran elude il blocco occidentale. Il Triangolo del petro-oro Turchia-Dubai-Iran

Tyler Durden ZeroHedge 23/10/2012

Negli ultimi mesi vi è stata molta speculazione errata sul perché l’Iran, escluso dal regime di mediazione SWIFT sui petrodollari, vedrebbe implodere la propria economia mentre il paese non ha accesso ai verdoni, non potendo quindi effettuare scambi internazionali; il fattore trainante dietro le sanzioni internazionali che cercano di rovesciare il governo dell’Iran facendo morire la sua economica. Mentre vi sono stati periodi d’inflazione rilevante, finora il governo locale sembra essere riuscito a metterci una pietra sopra, frenando la speculazione del mercato grigio, e l’Iran continua a operare più o meno grazie ai suoi allegri metodi nel commercio internazionale, che è certamente vivo, in particolare con la Cina, la Russia e l’India quali principali partner commerciali. “Come è possibile tutto questo” si chiederanno coloro che sostengono l’embargo totale occidentale sul commercio iraniano? Semplice, l’oro. Perché mentre l’Iran potrebbe non avere accesso ai dollari, ha ampio accesso all’oro. Questo di per sé non è una novità, ne abbiamo parlato in passato: l’Iran ha importato notevoli quantità di oro dalla Turchia, nonostante le smentite del governo turco. Oggi, per gentile concessione della Reuters, sappiamo esattamente ciò che sarà l’equivalente della Grande Via della Seta del 21° secolo, e quanto sia stato efficace l’Iran, da bravo topolino da laboratorio, nel sottrarsi al grande esperimento dei petrodollari da cui, secondo la saggezza convenzionale, non ci sarebbe scampo. Vi presento il petro-oro.
Tutto inizia, contrariamente alle smentite ufficiali del governo, in Turchia. La Reuters spiega: “Corrieri che trasportano milioni di dollari in lingotti d’oro nei loro bagagli volano da Istanbul a Dubai, da dove l’oro viene inviato in Iran, secondo fonti del settore che conoscono il business. Le somme in gioco sono enormi. I dati commerciali ufficiali turchi suggeriscono che quasi 2 miliardi di dollari in oro sono stati inviati a Dubai per conto di acquirenti iraniani, ad agosto. Le spedizioni aiutano Teheran a gestire le sue finanze di fronte alle sanzioni finanziarie occidentali. Le sanzioni, imposte sul controverso programma nucleare iraniano, l’hanno in gran parte escluso dal sistema bancario globale, rendendogli difficile poter effettuare trasferimenti internazionali di denaro. Utilizzando l’oro fisico, l’Iran può continuare a muovere le sue ricchezze al di là delle frontiere.”
Quindi …. l’oro è denaro? In altre parole viene ampiamente accettato; si tratta di una riserva della ricchezza, ed è un mezzo di scambio? Huh. Qualcuno lo dica al Presidente. Potrebbe non esserne a conoscenza. Pare proprio di sì, almeno nei paesi che non vivono giorno per giorno sul bordo del quadrilione di dollari in derivati, ragione delle armi di distruzione immediata e di massa. “Ogni moneta nel mondo ha una identità, ma l’oro è un valore senza identità. Il suo valore è assoluto dovunque tu vada“, ha detto un trader di Dubai che conosce il commercio dell’oro tra la Turchia e l’Iran. L’identità della destinazione finale dell’oro in Iran non è nota. Ma la scala delle operazioni attraverso Dubai e la sua crescita improvvisa, suggeriscono che il governo iraniano vi abbia un ruolo. Il commerciante di Dubai e altre fonti familiari al business, hanno parlato con Reuters in condizione di anonimato, a causa della sensibilità politica e commerciale della questione. Che cosa ottiene in cambio la Turchia? Qualunque sia, l’Iran risponde alle esigenze della Turchia, naturalmente. “L’Iran vende petrolio e gas alla Turchia, con pagamenti effettuati a istituzioni statali iraniane. Le sanzioni bancarie statunitensi ed europee vietano i pagamenti in dollari o euro, così l’Iran viene pagato in lire turche. La lira ha un valore limitato nell’acquisto di merci sui mercati internazionali, ma è l’ideale per fare baldoria acquistando oro in Turchia.” E così, in un mondo in cui evitare il dollaro viene considerato dalla maggioranza una follia, Turchia e Iran, in silenzio ed efficacemente, hanno creato la loro scappatoia, in cui le risorse naturali sono scambiate con una valuta locale, che viene scambiata con l’oro, e che poi viene utilizzato dall’Iran per acquistare qualsiasi cosa, e tutto ciò di cui necessita, da tutti quegli altri paesi che non rispettano l’embargo imposto dagli Stati Uniti e dagli europei. Come quasi tutti i paesi dell’Africa. Perché l’oro parla, e i petrodollari camminano sempre più.
Ciò che è inquietante, è che anche Dubai sia entrato nella partita, e le tre vie di transazione potrebbero presto diventare il modello per tutti gli altri paesi che non hanno paura di subire l’ira dell’embargo dello Zio Sam: “A marzo di quest’anno, quando le sanzioni bancarie hanno cominciato a mordere, Teheran ha effettuato un forte aumento di acquisti di lingotti d’oro dalla Turchia, secondo i dati sul commercio del governo turco. L’esportazione d’oro verso l’Iran dalla Turchia, uno dei maggiori consumatori e depositari di oro, è arrivata a 1,8 miliardi di dollari a luglio, pari a oltre un quinto del deficit commerciale della Turchia di quel mese. Ad agosto, tuttavia, un improvviso crollo delle esportazioni turche d’oro dirette in Iran, è coinciso con un balzo delle sue vendite del metallo prezioso negli Emirati Arabi Uniti. La Turchia ha esportato un totale di 2,3 miliardi dollari in oro ad agosto, di cui 2,1 miliardi dollari erano in lingotti d’oro. Poco più di 1,9 miliardi, circa 36 tonnellate, sono stati inviati negli Emirati Arabi Uniti, come dimostrano gli ultimi dati disponibili dell’Ufficio di Statistica della Turchia. A luglio la Turchia ha esportato solo 7 milioni in oro negli Emirati Arabi Uniti. Nello stesso tempo, le esportazioni d’oro dalla Turchia dirette verso l’Iran, che oscillavano tra 1,2 miliardi e circa 1,8 miliardi di dollari ogni mese da aprile, sono crollate a soli 180 milioni ad agosto. Il commerciante di Dubai ha detto che da agosto, le spedizioni dirette verso l’Iran sono state in gran parte sostituite da quelle attraverso Dubai, a quanto pare perché Teheran voleva evitare la pubblicità. ‘Il commercio diretto dalla Turchia verso l’Iran si è fermato perché c’era semplicemente troppa pubblicità in giro’, ha detto il commerciante. Concessionari, gioiellieri e analisti di Dubai hanno detto di non aver notato alcun grande ed improvviso aumento dell’offerta sul mercato dell’oro locale ad agosto. Hanno detto che ciò suggerisce che la maggior parte delle spedizioni negli Emirati Arabi Uniti venga inviata direttamente in Iran. Non è chiaro come l’oro passi da Dubai all’Iran, ma vi è una corrente di scambi tra le due economie, in gran parte condotta con i dhow di legno e altre navi che attraversano il Golfo, a una distanza di soli 150 chilometri nel punto più stretto. Un commerciante turco ha detto che Teheran è passata alle importazioni indirette perché le spedizioni dirette venivano ampiamente riportate sui media turchi e internazionali, all’inizio di quest’anno. ‘Ora sulla carta sembra che l’oro vada a Dubai, non in Iran’, ha detto.”
Che cosa succede se gli Stati Uniti chiedono che lo scambio tra Dubai e l’Iran finisca? Niente: un altro paese si affretterà a sostituirlo nel triangolo d’oro, e poi un altro, e poi un altro ancora. Dopo tutto, sono pronti ad intervenire nelle condizioni molto redditizie della domanda/offerta delle transazioni. Proprio come avviene nel flusso bancario che sostiene il mercato delle obbligazioni e degli stock scambiati giorno per giorno. Che cosa accadrebbe se la stessa Turchia si ritirasse? “Gli acquirenti possono anche voler rendere i loro acquisti meno vulnerabili a qualsiasi possibile interferenza da parte del governo della Turchia. Lo stretto rapporto della Turchia con l’Iran ha cominciato a scadere da quando i due stati si trovano sui lati opposti della guerra civile in Siria, con la Turchia che sostiene la caduta del presidente Bashar al-Assad e l’Iran che rimane il più fedele alleato regionale di Assad.” Quindi, ancora la stessa cosa: l’Iran semplicemente troverebbe un paese della regionale che ha bisogno di greggio, e molti, molti di costoro sono in giro, e offrirebbe uno scambio oro-greggio che manterrebbe il mini-ciclo petro-oro a galla. Eppure assai ironicamente, nonostante tutte le ostilità palesi tra l’Iran e la Turchia sulla Siria, le due nazioni continuano a trattare, suscitando la domanda su quanto credibili siano tutte quelle storie sull’animosità medio-orientale tra questo o quel paese, o questa o quella fazione o etnia. Non c’è da sorprendersi: l’oro supera tutte le differenze. Tutte.
Infine, la realtà è che nessuno, in realtà, infrange alcuna regola. Non vi è alcuna indicazione che con il commercio di oro Dubai stia violando le sanzioni internazionali contro l’Iran. Le sanzioni delle Nazioni Unite vietano l’invio di materiali connessi al nucleare in Iran e congelano i beni di alcuni individui e imprese iraniani, ma non vietano la maggior parte del commercio. Gli Emirati Arabi Uniti non hanno ancora rilasciato i dati relativi al commercio per agosto. Dai funzionari della dogana di Dubai non è stato possibile avere un commento, nonostante i ripetuti tentativi di contattarli. I dati commerciali turchi confermano che l’oro viene trasportato per via aerea a Dubai. Secondo i dati, 1450 milioni dollari di oro turco esportato, in totale, ad agosto sono stati spediti tramite l’ufficio doganale nell’aeroporto Ataturk. Quasi tutto il resto, 800 milioni, è stato spedito dal più piccolo aeroporto di Istanbul, il Sabiha Gokcen. Le esportazioni totali di tutte le merci della Turchia verso gli Emirati Arabi Uniti, sono ammontate a 2,2 miliardi di dollari ad agosto. Di tale somma, 1,19 miliardi dollari sono stati registrati presso l’aeroporto Ataturk, mentre 776 milioni dollari sono stati registrati al Sabiha Gokcen. Un broker doganale che fa affari nell’Ataturk, ha detto che i corrieri si imbarcano sui voli per Dubai della Turkish Airlines e della Emirates, portandosi il metallo nel bagaglio a mano, per evitare il rischio di perderlo o di vederselo rubato. L’importo massimo di lingotti d’oro che è permesso prendere a un passeggero è di 50 kg, ha detto. Ciò suggerisce che durante agosto, diverse centinaia di voli dei corrieri potrebbero aver portato l’oro a Dubai per conto dell’Iran. “E’ tutto legale, dichiarano, danno il loro codice fiscale e tutto viene registrato, quindi non c’è nulla di illegale in questo“, ha detto il broker. “Al momento, c’è un bel po’ di traffico a Dubai. Anche a settembre e ottobre l’abbiamo visto.”
I dati sul commercio mostrano che quasi 1400 milioni di dollari delle esportazioni dalla Turchia agli Emirati Arabi Uniti, ad agosto, provenivano da una o più società con un numero di codice fiscale registrato nella città costiera di Izmir, la terza più grande della Turchia. I funzionari doganali dell’Ataturk hanno rifiutato una richiesta della Reuters di fornire i documenti di identificazione degli esportatori, dicendo che le informazioni sono riservate. L’identità delle società che gestiscono il commercio non poteva essere confermata. I commercianti hanno detto che a causa del rischio di attirare attenzioni indesiderate da parte delle autorità statunitensi, solo poche aziende sono disposte a mettersi in gioco. E il gioco è fatto: un sistema libero perfettamente controbilanciato, in cui si fanno transazioni e nessuna traccia viene lasciata. Ancora più importante, questo è il piano per il futuro, come sempre più paesi eludono l’assoggettamento al regime dei petrodollari, così onnipresente nel secolo passato, ma che si sta lentamente e inesorabilmente spostando a beneficio dei paesi che non sono insolventi, e che in realtà producono cose necessarie per il resto del mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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