Misterioso acquirente cinese registra il record di carichi di greggio

Tyler Durden Zerohedge 29/10/201420141022_ChinaLa settimana scorsa abbiamo notato un numero record di superpetroliere navigare verso i porti cinesi, ipotizzando che la prima economia del mondo sembri ricostruire le proprie riserve strategiche di petrolio grazie a tali prezzi bassissimi. Ora sappiamo… come riporta Bloomberg, che la China National United Oil Co., divisione della maggiore compagnia energetica del paese, ha acquistato sempre più carichi di greggio mediorientale tramite una piattaforma per la formazione del prezzo di Singapore. “La grande domanda è cosa se ne farà la Cina di tutti questi carichi“, osserva un analista, “E’ assai difficile per il mercato conoscere la strategia di Chinaoil“.
China-national-oil-photo-Oil-Guru-Recruitment Vi sono 89 petroliere che navigano verso i porti cinesi, 80 delle quali sono VLCC (superpetroliere), il picco più alto dal 3 gennaio. E ora, come riporta Bloomberg, China National United Oil Co., divisione della maggiore compagnia energetica del Paese, acquista sempre più carichi di greggio mediorientale attraverso una piattaforma prezziaria di Singapore, nel mezzo della crisi del mercato petrolifero. L’azienda, nota come Chinaoil, ha acquistato circa 21 milioni di barili questo mese attraverso il sistema per determinare i prezzi di riferimento della Platts, una divisione di McGraw Hill Financial Inc., che ha acquistato oltre 40 carichi di greggio grado Dubai, Oman e alto Zakum in tale cosiddetta finestra, secondo i dati compilati da Bloomberg. Un addetto stampa della CNPC di Pechino, società madre, non ha immediatamente commentato e ha chiesto di non essere identificato, per via della politica interna. “E’ molto difficile per il mercato conoscere la strategia di Chinaoil”, ha detto Ehsan ul-Haq, consulente di mercato presso KBC Energy Economics di Walton sul Tamigi, in Inghilterra. “I prezzi sono scesi e la Cina è sempre interessata ad acquistare sempre più greggio ogni volta che il prezzo è giusto, ma potrebbe anche avere qualche altra diversa strategia di trading”… “La grande domanda è cosa se ne farà la Cina di tutti questi carichi“, ha detto JBC in un articolo via e-mail del 21 ottobre, “Se il Regno di Mezzo immette i barili nelle riserve strategiche, qualcosa di logico dati i bassi prezzi, spariranno del tutto dal mercato e la Cina continuerà a comprare ancora greggio per le sue esigenze quotidiane“….
Chinaoil tenterebbe di ridurre lo spread tra i prezzi dei due diversi gradi del Medio Oriente, secondo Bernard Leung, stratega petrolifero della Bloomberg First Word di Singapore, che ha operato con il greggio per 15 anni.

20120925144537-e3cc3689Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Soros e CIA subiscono una grave sconfitta in Brasile

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 28/10/2014
331La Central Intelligence Agency e i suoi “manipolatori della democrazia” pagati da George Soros in Brasile hanno subito una grave sconfitta con la rielezione a presidente del Brasile dell’Alfiere del Partito dei lavoratori ed ex-guerrigliera marxista Dilma Rouseff. Nelle ore precedenti alla rielezione di Rousseff, i media occidentali ancora indicavano che le elezioni erano “troppo ravvicinate per una dichiarazione” mentre i primi dati indicavano che Rousseff avrebbe battuto il suo avversario conservatore, appoggiato da CIA e Soros, Aecio Neves, con almeno 2 punti percentuali. New York Times, Globe and Mail, Reuters e altri media erano ovviamente delusi dalla vittoria di Rousseff, dato che tali organi di Wall Street mascherati da aziende giornalistiche indicavano che il “centrista” Neves “per un pelo” aveva perso con Rousseff. L‘Associated Press ha scritto malinconicamente, “non ci sono abbastanza voti da conteggiare da permettere al rivale (Neves) di raggiungerla (Rousseff). E Alberto Ramos, capo economista di Goldman Sachs per l’America Latina, ha avvertito che Rousseff dovrebbe abbandonare le sue politiche alleviando la scarsa “fiducia dei mercati” del Brasile o avrebbe continuato a soffrirne. Bloomberg News ha predetto che il valore della moneta brasiliana, il reale, avrebbe continuato a indebolirsi con la vittoria di Rousseff, e quando i mercati hanno aperto il 27 ottobre, i desideri di Bloomberg si sono realizzati. Il Financial Times di Londra riferiva felice che il real era sceso del 3,1 per cento rispetto al dollaro, e che la sua performance era peggiore del Metical mozambicano, che pure è stato sgonfiato dagli avvoltoi bancari globali dopo che il governo del Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO) di sinistra aveva vinto le elezioni contro la Resistenza Nazionale del Mozambico (RENAMO) creata dalla CIA e finanziata da Soros e dai banchieri. Per i manipolatori della democrazia di Soros e della CIA, le notizie sulle elezioni nelle capitali lusofone di Brasilia e Maputo non sono certo incoraggianti.
I “soliti sospetti” Goldman Sachs, Bloomberg e il New York Times piangevano di rabbia per la vittoria decisiva di Rousseff su Neves. Il neo-conservatore Wall Street Journal di proprietà di Rupert Murdoch si lamentava che il Brasile avesse scelto di continuare con lo “statalismo”, che per i capitalisti avvoltoi di Wall Street che adorano il Journal come se fosse un rotolo talmudico, è una bestemmia. Neves era consigliato in politica economica, durante la campagna, da Arminio Fraga Neto, ex-dirigente degli hedge fund Quantum di Soros e in politica estera da Rubens Barbosa, direttore dell’ufficio di San Paolo dell’Albright Stonebridge Group dell’ex-segretaria di Stato statunitense Madeleine Albright (ASG). La reazione di Wall Street e Londra svalutando immediatamente la valuta del Brasile dopo la vittoria di Rousseff, indica la strategia dei capitalisti globali verso il Brasile. Senza dubbio, il Brasile deve essere sottoposto allo stesso tipo di guerra economica riservata al Venezuela dopo la vittoriosa elezione, lo scorso anno, del presidente socialista venezuelano Nicolas Maduro. Il Venezuela ha subito pressioni con carenze artificiali di prodotti di base e problemi di transazione estera per via del sabotaggio dell’economia venezuelana da parte di Wall Street e della CIA. I pesanti interessi di CIA e Soros nel sconfiggere Rousseff avevano lo scopo di far deragliare l’emergente alleanza economica BRICS tra Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa che indebolirebbe il dominio che i banchieri globali e i loro intrinsecamente corrotti Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (FMI) esercitano sull’economia mondiale. I banchieri e i loro centurioni della CIA credevano che con Neves o Marina Silva, agente del Partito Verde curata da Soros, in carica il Brasile avrebbe abbandonato i BRICS e sarebbe rientrato nella comunità bancaria globale “svendendo” i beni dello Stato brasiliano, come la compagnia petrolifera Petrobras. Soros e i suoi amici della CIA non sono riusciti a capire che i poveri in Brasile devono la loro relativa nuova posizione sociale alle politiche economiche statali di Rousseff e dell’icona del Partito dei lavoratori Luiz Inácio Lula da Silva. Con Rousseff ora rieletta, i BRICS continueranno a sviluppare la Nuova Banca di Sviluppo (NDB) e i suoi 100 miliardi di dollari di riserva di valuta (CRA) o paniere di valute, da cui i Paesi membri possono attingere prestiti, allontanandosi così da Banca Mondiale e FMI sotto il controllo politico occidentale. La rielezione di Rousseff consentirà anche ai BRICS, che rischiavano di perdere il Brasile quale membro, se Rousseff avesse perso le elezioni, di espandere la propria base associativa. L’Argentina, che ha affrontato una campagna economica concertata dall’avvoltoio capitalista di New York, il sionista di destra Paul Singer, per la confisca di beni argentini, ha espresso forte interesse all’adesione ai BRICS. Il ministro degli Esteri argentino Héctor Timerman ha dichiarato che gli argentini intendono aderire ai BRICS e i recenti accordi commerciali tra Argentina, Cina, Russia e India, indicano che gli argentini saranno i benvenuti nel “Club” anti-USA delle emergenti potenze economiche. Iran, Indonesia ed Egitto hanno anche espresso interesse ad aderire ai BRICS. Il nuovo presidente indonesiano Joko Widodo è un membro del partito dell’ex-presidentessa Megawati Sukarnoputri, la figlia del presidente Sukarno, spodestato dalla CIA nel sanguinoso colpo di Stato del 1965, aiutato e spalleggiato dal patrigno indonesiano del presidente Barack Obama, Lolo Soetoro e dalla madre Ann Dunham Soetoro, impiegata di USAID/CIA. La politica estera sukarniana indonesiana si allea con i BRICS con un allineamento naturale.
Le forze interventiste di CIA e Soros ora cercano di consolarsi della vittoria elettorale in America Latina, esercitando pressioni su Brasile e Argentina. Al presidente dell’Uruguay José “Pepe” Mujica, ex-guerrigliero marxista Tupamaro, viene impedito di partecipare alla rielezione e l’alfiere del suo Fronte Ampio è il suo predecessore Tabare Vasquez. Ottenendo il 45 per cento dei voti al primo turno delle elezioni del 26 ottobre, lo stesso giorno delle elezioni in Brasile, Vasquez è ora costretto al ballottaggio con il candidato presidenziale di destra del Partito nazionale Luis Lacalle Pou, figlio dell’ex-presidente conservatore uruguaiano Lacalle Herrera che mise l’Uruguay sotto il controllo economico di Banca Mondiale e FMI. Proprio come la CIA puntava su Neves, il nipote dell’ex-presidente del Brasile Tancredo Neves, morto per una malattia sospetta appena prima di prestare giuramento come presidente, nel 1985. CIA e Soros scommettono su Pou per sconfiggere Vasquez e vantarsi che la base progressista dell’America Latina delle nazioni non è permanente. Pedro Bordaberry, terzo classificato in Uruguay, che ora sostiene Pou proprio come Silva sosteneva Neves in Brasile dopo aver perso il primo turno, è il figlio del brutale dittatore uruguayano installato dalla CIA Juan Maria Bordaberry, arrestato nel 2005 per aver ordinato l’assassinio di due deputati uruguaiani. Ironia della sorte, Vasquez, che come Mujica favorisce la legalizzazione e il controllo governativo della vendita della marijuana, affronta l’opposizione dal suo avversario, finanziato da Soros, contrario alla legalizzazione della marijuana, citando statistiche nebulose e infondate sull’aumento della criminalità sotto le presidenze del Fronte Ampio. Soros passa come favorevole alla legalizzazione della marijuana, tuttavia, compromette la sua posizione in Paesi come l’Uruguay, dove gli interessi suoi e della CIA impongono l’opposizione alla legalizzazione della marijuana.
In Brasile e Uruguay i candidati sostenuti da CIA e Soros e i loro principali sostenitori rappresentano le forze reazionarie che vogliono riportare indietro l’orologio dell’America Latina, ai giorni del dominio fascista. L’elezione brasiliana ostacola i piani di CIA e Soros. Il ballottaggio uruguaiano del 30 novembre darà alla coppia letale John Brennan della CIA e George Soros un’altra occasione per ostacolare l’avanzata dell’America Latina verso un governo progressista, ma anche i piani dell’alleanza BRICS d’espansione come forza economica e politica che possa continuare a sfidare il neo-imperialismo del vero “asse del male”: Washington-Londra-Bruxelles-Israele.

Dilma-Cristina-hgLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nuove regole o gioco senza regole: “Abbiamo bisogno di un nuovo consenso globale da potenze responsabili”

Presidente Vladimir Putin, Global Research, 25 ottobre 2014

Pubblichiamo il testo integrale del discorso del Presidente russo Vladimir Putin ai membri del Club del dialogo internazionale di Valdaj. Quest’anno il tema principale era Ordine mondiale: nuove regole o nessuna regola?

31435Colleghi, signore e signori, amici, è un piacere darvi il benvenuto all’XI riunione del Club del dialogo internazionale di Valdaj.
E’ stato già detto che il club ha nuovi co-organizzatori quest’anno, tra cui organizzazioni non governative, gruppi di esperti e università russo. È stata sollevata anche l’idea di ampliare il dibattito includendo non solo questioni relative alla Russia, ma anche la politica globale e l’economia. Spero che questi cambiamenti nell’organizzazione e il contenuto rafforzino l’influenza del club come forum di discussione tra esperti di primo piano. Allo stesso tempo, spero che lo ‘spirito di Valdaj’ rimanga, con questa atmosfera libera e aperta e la possibilità di esprimere ogni sorta di opinioni diverse e franche. Vorrei dire a questo proposito che voglio, inoltre, non deludervi parlando direttamente e francamente. Parte di ciò che dico potrebbe sembrare un po’ troppo dura, ma se non parliamo direttamente e onestamente di ciò che realmente pensiamo, non avrebbe molto senso riunirsi in questo modo. Sarebbe meglio in questo caso solo continuare gli incontri diplomatici, dove nessuno dice nulla nel vero senso della parola e, ricordando le parole di un famoso diplomatico, rendersi conto che i diplomatici hanno una lingua per non dire la verità. Ci riuniamo per altri motivi. C’incontriamo per parlarci francamente. Dobbiamo essere diretti e schietti oggi, non scambiarci note, ma tentare di andare a fondo di ciò che realmente accade nel mondo, cercare di capire il motivo per cui il mondo è sempre meno sicuro e più imprevedibile, e perché i rischi aumentano nel mondo.
La discussione di oggi s’è svolta sul tema: nuove regole o gioco senza regole. Penso che questa formula descriva con precisione il punto di svolta storico che abbiamo raggiunto oggi e la scelta che tutti noi affrontiamo. Non vi è nulla di nuovo, naturalmente, sull’idea che il mondo stia cambiando molto velocemente. So che ciò è stato già discusso in precedenza. E’ certamente difficile non notare le trasformazioni drammatiche nella politica e nell’economia mondiali, nella vita pubblica e industriale, delle tecnologie dell’informazione e sociali. Lasciate che vi chieda ora di perdonarmi se finisco per ripetere ciò che alcuni partecipanti al dibattito hanno già detto. E’ praticamente impossibile evitarlo. Avete già avuto discussioni approfondite, ma io porrò il mio punto di vista. Coinciderà con il punto di vista degli altri partecipanti su alcuni aspetti e sarà diverso su altri. Analizzando la situazione odierna, non dimentichiamo le lezioni della storia. Prima di tutto, le variazioni dell’ordine mondiale, ciò che vediamo oggi sono eventi di tale portata, sono di solito accompagnati se non da guerra e conflitti globali, da catene di conflitti locali intensi. In secondo luogo, la politica globale è soprattutto leadership economica, guerra e pace, dimensione umanitaria, compresi i diritti umani. Il mondo è carico di contraddizioni di oggi. Dobbiamo essere sinceri nel chiederci se abbiamo una rete di sicurezza affidabile. Purtroppo, non vi è nessuna garanzia e nessuna certezza che l’attuale sistema di sicurezza globale e regionale possa proteggerci dagli sconvolgimenti. Questo sistema è seriamente indebolito, frammentato e deformato. Le organizzazioni di cooperazione internazionale e regionali politiche, economiche e culturali attraversando momenti difficili. Sì, molti meccanismi che abbiamo per assicurare l’ordine del mondo furono creati molto tempo fa, soprattutto nel periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale. Vorrei sottolineare che la solidità del sistema creato allora non riposava solo sui rapporti di forza e i diritti dei Paesi vincitori, ma sul fatto che i ‘padri fondatori’ di questo sistema si rispettavano, non cercavano di costringere gli altri, ma tentavano di accordarsi. La cosa più importante è che questo sistema deve sviluppare, e nonostante i suoi vari difetti, deve almeno poter mantenere gli attuali problemi del mondo entro certi limiti, regolando l’intensità della naturale competizione tra Paesi. E’ mia convinzione che non possiamo prendere questo meccanismo di pesi e contrappesi costruito nel corso degli ultimi decenni, a volte con molta fatica e difficoltà, e semplicemente distruggerlo senza costruire nulla al suo posto. In caso contrario, saremmo senza strumenti diversi dalla forza bruta. Ciò che dobbiamo fare è una ricostruzione razionale e adattata alle nuove realtà del sistema delle relazioni internazionali. Ma gli Stati Uniti, che si dichiararono vincitori della guerra fredda, non l’hanno ritenuto necessario. Invece di creare un nuovo equilibrio di potere, essenziale per mantenere l’ordine e la stabilità, hanno preso misure squilibrando il sistema in modo acuto e profondo. La guerra fredda si è conclusa, ma non si è conclusa con la firma di un trattato di pace su accordi chiari e trasparenti e sul rispetto delle vigenti norme o creazione di nuove regole e norme. Ciò ha creato l’impressione che i cosiddetti ‘vincitori’ nella guerra fredda abbiano deciso di sospingere gli eventi rimodellando il mondo secondo i propri bisogni e interessi. Se l’esistente sistema di relazioni internazionali, diritto internazionale ed equilibri segue questi obiettivi, viene dichiarato inutile, obsoleto e bisognoso d’immediata demolizione.
Perdonate l’analogia, ma questo è il modo in cui i nuovi ricchi si comportano quando improvvisamente si esaurisce il patrimonio, in questo caso sotto forma di leadership e dominio del mondo. Invece di gestire il patrimonio con saggezza, anche a proprio vantaggio naturalmente, penso che commettano tante follie. Siamo entrati in un periodo da diverse interpretazioni e silenzi deliberati nella politica mondiale. Il diritto internazionale è stato costretto a ritirarsi più e più volte dall’assalto del nichilismo giuridico. L’obiettività e la giustizia sono stati sacrificate sull’altare della convenienza politica. Interpretazioni arbitrarie e valutazioni di parte hanno sostituito le norme giuridiche. Allo stesso tempo, il controllo totale dei media globali ha reso possibile quando ritrarre il bianco come nero e il nero come bianco. In una situazione in cui si aveva il dominio di un Paese e dei suoi alleati o satelliti, piuttosto che la ricerca di soluzioni globali, spesso si è passati al tentativo d’imporre le proprie ricette universali. Le ambizioni di tale gruppo sono così cresciute che ha iniziato a presentare la politica ideata nelle loro stanze del potere come visione di tutta la comunità internazionale. Ma non è così. La stessa nozione di ‘sovranità nazionale’ è diventata un valore relativo per la maggior parte dei Paesi. In sostanza, ciò che veniva proposto era la formula: maggiore è la lealtà verso il solo centro di potere mondiale, più grande è la legittimità di questo o quel regime al potere. Avremo una discussione libera dopo e sarò felice di rispondere alle vostre domande e vorrei anche avere il mio diritto di porre domande a chiunque cerchi di confutare le argomentazioni che ho appena elencate nella prossima discussione. Le misure adottate contro coloro che rifiutano di sottomettersi sono ben note e sono state provate e testate più volte. Comprendono uso della forza, pressione economica, propaganda, ingerenza negli affari interni appello a una sorta di legittimazione ‘sovra-legale’, quando c’è bisogno di giustificare l’intervento illegale in questo o quel conflitto o rovesciare regimi scomodi. Di recente, appare sempre più evidente anche il ricatto verso numerosi leader. Non per nulla il ‘Grande Fratello’ spende miliardi di dollari per mantenere tutto il mondo, compresi i più stretti alleati, sotto sorveglianza. Proviamo a chiederci quanto possa essere comodo, sicuro, felice vivere in tale mondo, e quanto giusto e razionale sarebbe? Forse non abbiamo reali motivi per preoccuparci, argomentare e porre domande imbarazzanti? Forse la posizione eccezionale degli Stati Uniti e il modo in cui sostengono la loro leadership, in realtà sia una benedizione per tutti noi, e la loro ingerenza negli eventi mondiali porta pace, prosperità, progresso, crescita e democrazia, e dovremmo forse solo rilassarci e godere di tutto ciò? Lasciatemi dire che non è così, assolutamente no.
Il diktat unilaterale per imporre i propri modelli produce il risultato opposto. Invece di risolvere i conflitti porta alla loro escalation, invece di Stati sovrani e stabili vediamo avanzare il caos, e al posto della democrazia vi è l’aperto supporto a un molto dubbio pubblico che va da dichiarati neofascisti agli islamisti. Perché supportare costoro? Perché decidono di usarli come strumenti per raggiungere i propri obiettivi, per poi bruciarsi le dita e rinculare. Non smetto mai di stupirmi dal modo in cui i nostri partner non cessino dal calpestare lo stesso rastrello, come si dice qui in Russia, cioè reiterare lo stesso errore più e più volte. Una volta hanno sponsorizzato i movimenti estremisti islamici per combattere l’Unione Sovietica. Tali gruppi hanno acquisito esperienza in battaglia in Afghanistan e in seguito creato i taliban e al-Qaida. L’occidente, se non supportava, chiudeva gli occhi e, direi, dava informazioni, sostegno politico e finanziario all’invasione della Russia dei terroristi internazionali (non l’abbiamo dimenticato) e dei Paesi della regione dell’Asia centrale. Solo dopo i terribili attacchi terroristici sul suolo statunitense svegliarono gli Stati Uniti sulla comune minaccia del terrorismo. Permettetemi di ricordarvi che fummo il primo Paese a sostenere il popolo statunitense, allora, il primo a reagire da amici e partner alla terribile tragedia dell’11 settembre. Nelle mie conversazioni con i leader statunitensi ed europei, ho sempre parlato della necessità di combattere il terrorismo insieme, come sfida globale. Non possiamo rassegnarci ed accettare tale minaccia, non possiamo dividerci e usare due pesi e due misure. I nostri partner hanno espresso accordo, ma passato un po’ di tempo siamo tornati al punto di partenza. Prima c’è stata l’operazione militare in Iraq, poi in Libia, spinta sull’orlo della disintegrazione. Perché la Libia è stata trascinata in tale situazione? Oggi è un Paese in pericolo di spezzarsi e divenuto campo di addestramento dei terroristi. Solo la determinazione e la saggezza dell’attuale leadership egiziana salva tale Pese arabo chiave dal caos e dagli estremisti che dilagano. In Siria, come in passato, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno finanziato e armato direttamente i ribelli, consentendogli di colmare i ranghi con mercenari provenienti da vari Paesi. Vorrei chiedervi da dove provengono tali ribelli e come ottengono soldi, armi e specialisti militari? Da dove viene tutto ciò? Come ha fatto il famigerato SIIL a divenire un gruppo così potente, in sostanza una vera e propria forza armata? Sulle fonti di finanziamento, oggi, il denaro non proviene solo dalla droga, la cui produzione non solo è aumentata di qualche punto percentuale, ma di molte volte, da quando le forze della coalizione internazionale sono presenti in Afghanistan. Ne siete consapevoli. I terroristi ricevono sempre denaro anche con la vendita del petrolio. Il petrolio viene prodotto nei territori controllati dai terroristi, producendolo, trasportandolo e vendendolo a prezzi stracciati. Ma qualcuno compra questo petrolio, lo rivende e ne trae profitto senza pensare al fatto che finanzia i terroristi che potrebbero, prima o poi, venire nelle sue terre seminando distruzione. Da dove prendono nuove reclute? In Iraq, dopo che Sadam Husayn fu rovesciato, le istituzioni dello Stato, compreso l’esercito, furono abbandonate. Dicemmo a quei tempi di essere molto, molto attenti. Avete portato le gente in piazza, e che cosa fanno? Non dimenticate (giustamente o meno) che dirigevano una grande potenza regionale, e cosa sono diventati ora? Qual è stato il risultato? Decine di migliaia di soldati, funzionari ed ex-attivisti del partito Baath sono scesi in piazza ed oggi si sono uniti ai ribelli. Forse ciò spiega il motivo per cui lo Stato islamico s’è rivelato così efficace? In termini militari, è molto efficace e ha alcuni notevoli professionisti. La Russia ha avvertito ripetutamente sui pericoli di azioni militari unilaterali, sull’intervenire negli affari degli Stati sovrani, e nel flirtare con estremisti e radicali. Abbiamo insistito affinché i gruppi che lottano contro il governo siriano centrale, prima di tutto lo Stato islamico, figurino negli elenchi delle organizzazioni terroristiche. Ma non abbiamo visto alcun risultato? Abbiamo fatto appelli invano. A volte si ha l’impressione che i nostri colleghi e amici siano costantemente in lotta con le conseguenze delle loro politiche, gettando tutto il loro impegno nell’affrontare rischi che hanno creato, pagando un prezzo sempre maggiore.
Colleghi, questo periodo del dominio unipolare ha dimostrato, in modo convincente, che un solo centro di potere rende ingestibili i processi globali. Al contrario, questo tipo di costruzione instabile ha dimostrato incapacità nel combattere minacce reali, come conflitti regionali, terrorismo, narcotraffico, fanatismo religioso, sciovinismo e neonazismo. Allo stesso tempo, si è aperta la strada al nazionalismo, manipolando l’opinione pubblica e lasciando che il forte perseguiti e reprima i deboli. In sostanza, il mondo unipolare è semplicemente un mezzo per giustificare la dittatura su popoli e Paesi. Il mondo unipolare si è rivelato un peso troppo scomodo, pesante e ingestibile anche per il leader autoproclamatosi tali. Osservazioni su ciò sono state fatte qui, poco prima, e sono pienamente d’accordo. Questo è il motivo per cui vediamo i tentativi, in tale nuova fase storica, di ricreare una parvenza di mondo quasi-bipolare quale modello conveniente per perpetuare la leadership statunitense. Non importa chi prenda il posto dell'”Impero del Male” della propaganda statunitense, il vecchio posto dell’URSS quale avversario principale. Potrebbe essere l’Iran, in quanto Paese che cerca di acquisire la tecnologia nucleare, la Cina, come prima economia mondiale, o la Russia come superpotenza nucleare. Oggi, assistiamo a nuovi sforzi per frammentare il mondo, tracciare nuove linee di divisione, creare coalizioni basate sul nulla se non contro qualcuno, chiunque, dia l’immagine del nemico, come è avvenuto durante la guerra fredda, e avere diritto a tale leadership, o se preferite diktat. La situazione si presentava così durante la Guerra Fredda. Noi lo comprendiamo e lo sappiamo. Gli Stati Uniti hanno sempre detto ai loro alleati: “Abbiamo un nemico comune, un nemico terribile, l’impero del male, e voi, nostri alleati, siete difesi da questo nemico, e quindi abbiamo il diritto di ordinarvi, di costringervi a sacrificare i vostri interessi politici ed economici e pagare i costi di tale difesa collettiva, di cui saremo i responsabili, naturalmente”. In breve, vediamo oggi i tentativi, in un mondo nuovo e mutato, di riprodurre un familiare modello di gestione globale, e tutto ciò in modo da garantirsi (gli Stati Uniti) una posizione eccezionale e trarne dividendi politici ed economici. Ma tali tentativi sono sempre più avulsi dalla realtà e in contraddizione con la diversità del mondo. I passaggi di tale tipo suscitano inevitabilmente scontro e contromisure dall’effetto opposto a quello sperato. Vediamo cosa succede quando la politica avventatamente s’ingerisce nell’economia e la logica delle decisioni razionali lascia il posto alla logica dello scontro dannoso solo ai propri interessi economici, compresi quelli nazionali.
Progetti economici e d’investimento comuni oggettivamente avvicinano i Paesi e contribuiscono ad appianare i problemi attuali nelle relazioni tra gli Stati. Ma oggi, la comunità del business globale subisce pressioni inaudite dai governi occidentali. Di che imprese, convenienza economica e pragmatismo si può parlare quando sentiamo slogan come “la patria è in pericolo”, “il mondo libero è in pericolo” e “la democrazia è in pericolo”? E così tutti devono mobilitarsi. Questo è ciò cui una politica di vera e propria mobilitazione assomiglia. Le sanzioni già minano le basi del commercio mondiale, le norme dell’OMC e il principio d’inviolabilità della proprietà privata. Infliggendo un duro colpo al modello liberale di globalizzazione basato su mercati, libertà e concorrenza che, mi si permetta di notare, è un modello che ha avvantaggiato soprattutto proprio i Paesi occidentali. E ora rischiano di perdere fiducia come capi della globalizzazione. Dobbiamo chiederci, perché è necessario? Dopo tutto, la prosperità degli Stati Uniti si basa in gran parte sulla fiducia degli investitori e dei detentori stranieri di dollari e titoli statunitensi. Tale fiducia è chiaramente minata e segni di delusione sui frutti della globalizzazione sono visibili oggi in molti Paesi. Il precedente di Cipro è noto e le sanzioni per motivi politici hanno solo rafforzato la tendenza a cercare di rafforzare la sovranità economica e finanziaria, e Paesi o gruppi regionali desiderano trovare il modo di proteggersi dai rischi delle pressioni esterne. Abbiamo già visto che sempre più Paesi cercano di essere meno dipendenti dal dollaro e creano alternative nei sistemi finanziari e di pagamento e nelle valute di riserva. Penso che i nostri amici statunitensi semplicemente tagliano il ramo su cui sono seduti. Non è possibile mescolare politica ed economia, ma è ciò che accade ora. Ho sempre pensato e continuo a pensare oggi che le sanzioni per motivi politici siano un errore che danneggia tutti, ma sono sicuro che torneremo su questo argomento in seguito. Sappiamo come sono state prese tali decisioni, e chi fa pressione. Ma mi si permetta di sottolineare che la Russia non ha intenzione di farsi incastrare, offendersi o mendicare da nessuno. La Russia è un Paese autosufficiente. Lavoreremo nell’ambiente economico straniero che si forma, sviluppando produzione e tecnologia nazionali agendo con maggiore decisione per effettuare la trasformazione. Forzati dall’esterno, come è accaduto in passato, non faremo che rafforzare la nostra società, tenendoci allerta e concentrandoci sui nostri prioritari obiettivi di sviluppo. Naturalmente le sanzioni sono un ostacolo. Cercano di danneggiarci con tali sanzioni, bloccando il nostro sviluppo e isolandoci sul piano politico, economico e culturale, costringendoci al ritardo in altre parole. Ma permettetemi di dire ancora una volta che il mondo è un posto molto diverso, oggi. Non abbiamo alcuna intenzione di chiuderci in noi stessi, scegliendo una sorta via di sviluppo chiusa, cercando di vivere nell’autarchia. Siamo sempre aperti al dialogo, anche sulla normalizzazione delle nostre relazioni economiche e politiche. Contiamo qui sull’approccio pragmatico e la posizione delle comunità del business nei principali Paesi.
Alcuni dicono oggi che la Russia avrebbe voltato le spalle all’Europa, queste parole sono state pronunciate probabilmente già qui e anche nelle discussioni, e che sia alla ricerca di nuovi partner commerciali, soprattutto in Asia. Lasciatemi dire che non è assolutamente così. La nostra politica attiva nella regione dell’Asia-Pacifico non è iniziata solo ieri e non è una risposta alle sanzioni, ma è una politica che seguiamo da diversi anni. Come molti altri Paesi, anche occidentali, abbiamo visto che l’Asia gioca un ruolo sempre più importante nel mondo, nell’economia e nella politica, e non vi è alcun modo di permetterci di trascurare questi sviluppi. Permettetemi di dire ancora una volta che tutti lo fanno, e lo faremo, tanto più che gran parte del nostro Paese è geograficamente in Asia. Perché non dovremmo usare i nostri vantaggi competitivi in questo settore? Sarebbe estremamente miope non farlo. Lo sviluppo dei legami economici con questi Paesi e la realizzazione dei progetti d’integrazione congiunti creano anche grossi incentivi al nostro sviluppo interno. Le attuali tendenze demografiche, economiche e culturali suggeriscono che la dipendenza da una sola superpotenza oggettivamente diminuirà. Ciò è qualcosa di cui gli esperti europei e statunitensi parlano e scrivono da tempo. Forse gli sviluppi della politica globale rispecchieranno gli sviluppi che vediamo nell’economia globale, cioè forte concorrenza in nicchie specifiche e frequenti cambi di leader in settori specifici. Ciò è del tutto possibile. Non vi è dubbio che fattori umani quali istruzione, scienza, sanità e cultura giochino un ruolo più importante nella competizione globale. Questo ha anche un notevole impatto sulle relazioni internazionali, tra cui la risorsa del ‘soft power’ che dipenderà in larga misura dai risultati reali dello sviluppo del capitale umano, piuttosto che da sofisticati trucchi propagandistici.

putin_berlusconi_putin_berlusconi_1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Oro o cannonate: agire contro il crollo del dollaro

Christof Lehmann New Eastern Outlook 27/10/2014

827echina-gold-deng-xiaoping-bust-3Il crollo dell’economia è inevitabile, ha detto l’ex-capo economista della Banca dei regolamenti internazionali (BRI) William White in risposta alla relazione trimestrale del BRI di settembre 2013. Gli esperti prevedono che il collasso economico globale possa verificarsi all’improvviso tra la fine del 2014 e il 2015. Il fatto che gli interessi privati detengano Federal Reserve, Banca Centrale d’Inghilterra e le istituzioni di Bretton Woods rendono improbabile che i governi di Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea possano impedirne il crollo. Le loro politiche sono sostanzialmente invariate dall’inizio del 2013, quando il vicegovernatore della Banca Popolare cinese Yi Gang ha sottolineato che la Cina non prevede una guerra economica, ma che vi si è preparata. Gli Stati dei BRICS da allora capitalizzano la Banca di sviluppo dei BRICS; l’asse Stati Uniti/Regno Unito e Unione europea hanno lanciato la guerra delle sanzioni alla Russia e la guerra civile in Ucraina. Nel 2014, la Cina comincia ad aprire il settore bancario a investimenti e banche esteri su scala inaudita; l’Australia è impantanata tra pressione degli Stati Uniti e tendenza ad utilizzare le attraenti e sicure opportunità cinesi. Thailandia, Malaysia e altre economie sono sempre più incoraggiante dai loro investitori a studiare il mercato cinese. Con il sistema di Bretton Woods sull’orlo del collasso e possibili conflitti incombenti, l’oro e le nuove economie basate sull’oro attraggono, in alcuni casi più in altri casi una meno esitante attenzione dai governi di tutto il mondo. La tendenza è, sebbene a malincuore accettata, impossibile da ignorare. La Cina ha superato gli Stati Uniti come prima economia mondiale per potere d’acquisto, ed è pronta a diventare la No.1 per PIL entro un anno, riporta il FMI.

Evitare la confusione dei principi. Fiat vs oro
Le valute fiat non sono necessariamente più instabili delle valute basate sui beni. Hanno vantaggi e svantaggi. Le materie prime, ad esempio l’oro, hanno un valore intrinseco dovuto alla presenza fisica e al valore del lavoro investito nell’estrazione e raffinazione dell’oro. Un problema con l’oro è che è limitato, come altre materie prime e non è equamente distribuito nel mondo. L’oro, in altre parole, non è una panacea contro la geopolitica e i conflitti per le risorse. Le valute fiat sono, in linea di principio, infinite. Stampare sempre moneta a corso forzoso senza adattarsi a valori come materie prime, merci, forza lavoro o potenziale produttivo, implica che le prime potenze militari possano essere tentate di costringere le altre ad accettare, in linea di principio, una moneta senza valore fiat che potrebbero contraffare. Gli Stati Uniti, con la loro geopolitica militare e il costringere più volte altre nazioni, come l’Iraq, ad accettare il dollaro dei regolamenti internazionali o a subire una guerra, sostanzialmente producono denaro contraffatto per risolvere i propri bilanci; l’uso di eufemismi come quantitative easing per coprire la fallimentare politica della contraffazione, è un buon esempio dei problemi e rischi inerenti le valute fiat. Mentre le valute fiat non sono necessariamente migliori o peggiori dei sistemi basati sull’oro, il maggiore problema dell’utilizzo di valute fiat negli accordi economici tra le nazioni, è piuttosto il fatto che alcune banche nazionali sono di proprietà privata; cioè, i proprietari sono parte delle reti canaglia che hanno in ostaggio il governo di uno Stato. Lo stesso vale per le istituzioni di Bretton Woods, come FMI e Banca Mondiale. Altre economie nazionali funzionano bene con valute a corso forzoso, a condizione che la banca nazionale sia una realtà nazionale e che la moneta non sia creata come debito. L’attuale “corsa” all’oro, in altre parole, non è causato da vantaggi intrinseci e superiori delle economie basate sull’oro, ma piuttosto dalle dinamiche conflittuali dell’attuale politica internazionale.

L’illusione che un mercato sotto pressione possa mantenere liquidità
La relazione trimestrale realisticamente pessimista della Banca dei Regolamenti Internazionali, del settembre 2013, indicò il quantitative easing della Banca centrale europea e della Federal Reserve Bank degli Stati Uniti come uno dei principali fattori che potrebbero causare il collasso economico globale. Gli esperti concordano sul fatto che la Federal Reserve e la Banca centrale europea hanno perso il controllo sul diluvio di denaro e debito che creano. Il rapporto della BRI ha osservato, in tante parole, che è impossibile per Federal Reserve e BCE rimettere il dentifricio nel tubetto, mentre, all’epoca, il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, continuava a spremere il tubetto. L’ex-capo economista della BIS William White ha avvertito, in modo inequivocabile, che il mondo è diretto verso un inevitabile crollo economico globale. White ha osservato che la bolla del credito globale sta per scoppiare e che la percentuale dei prestiti di rischio estremo è balzata del 45 per cento a metà 2013. Cioè, l’interesse sui prestiti di rischio estremo è il dieci per cento in più dalla comparsa della crisi economica globale nel 2007. Parlando a The Telegraph, White ha aggiunto che la situazione nel 2013 era peggiore di prima del crollo di Lehmann Brothers. Il giornale citava White, “Tutti gli squilibri precedenti sono ancora lì. Il totale dei debiti pubblico e privato è del 30 per cento più elevato nel PIL delle economie avanzate di quanto non fosse allora, aggiungendovi il problema del tutto nuovo delle bolle nei mercati emergenti che intendono inserirsi nel ciclo del boom“. White prevede che il collasso economico possa essere improvviso, aggiungendo il problema che la politica finanziaria degli Stati Uniti è imprevedibile e che sia un’illusione credere che un mercato sotto stress possa mantenere liquidità. I problemi di liquidità degli Stati Uniti sono evidenti dal 2013, quando la Federal Reserve respinse i sindaci tedeschi venuti a controllare le riserve d’oro della Germania negli Stati Uniti. Nel 2013 la Germania, come molti altri, iniziò la copertura contro il crollo economico atteso tentando di rimpatriare la maggior parte delle proprie riserve auree. La banca federale e il governo tedeschi risposero al rifiuto chiedendo il rimpatrio dell’oro tedesco dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti risposero che potevano fornire l’oro a rate entro il 2020. Gli Stati Uniti da allora iniziarono a consegnare le rate, ma dissero alla Banca Federale Tedesca che dovevano fondere i lingotti prima della consegna. I lingotti d’oro che la Germania ha ricevuto, da allora, in altre parole non sarebbero identificabili dai numeri di serie. Il processo di ri-fonditura rimuove anche l’impronta digitale chimica con la quale l’oro potrebbe essere identificato come l’oro che la Germania aveva depositato negli Stati Uniti. In altre parole, potrebbe ricevere l’oro rubato alla Libia nel 2011.
Un articolo ironico, intitolato “L’oro della Germania e la Fed dei fessi” descrive la situazione utilizzando un’allegoria. Un motociclista investe il proprietario di una Ferrari, gli rompe le ossa e quindi gli ruba l’auto dicendogli: “guardi quanto è pericoloso il mondo, mi permetta di prendermi cura della sua bella Ferrari”. Quando il titolare si riprende e chiede di riavere l’auto viene cacciato. Dopo di che riceve il permesso di vedere il motore, senza numero di serie, quindi un volante, e alla fine riottiene i pezzi di ricambio che possono, o non possono, provenire dalla sua auto. Infine le altre parti dell’auto vengono consegnate in sette anni. Inutile dire che gli Stati Uniti comunque mancano di liquidità. Molti analisti notano che gli Stati Uniti hanno venduto la maggior parte dell’oro che avrebbero dovuto detenere per conto di altre nazioni. Il furto potrà essere coperto fin quando sarà possibile mantenere lo status quo del fallimentare sistema di Bretton Woods.

peoples_bank_of_china--621x414La Cina si prepara alla guerra economica
Il vicegovernatore della Banca Popolare cinese, Yi Gang, ha dichiarato all’inizio di quell’anno che la Cina può pienamente affrontare una guerra valutaria, se necessario. L’agenzia cinese Xinhua ha citato Yi Gang dire: “La Cina è pronta nelle politiche monetarie ed altri meccanismi, ad affrontare una possibile guerra valutaria, e la Cina terrà pienamente conto della politica dei quantitative easing condotta dalle banche centrali di certi Paesi“. La Cina da allora, prudentemente, ha iniziato a sbarazzarsi dei dollari USA utilizzandoli per acquisire beni di valore nelle economie occidentali, ampliando la portata delle sue importazioni di risorse strategiche, investendo in partnership per garantirsi le risorse e in partnership di produzione in Europa, Latina America, Africa, Asia e Medio Oriente, e tutto questo su una scala senza precedenti. Mentre Stati Uniti, Regno Unito ed Unione europea continuano la loro “quantitative easing”, una strategia per sfuggire al crollo incombente, in generale creando conflitti per perpetuare ancora un po’ il non-glorioso nuovo secolo americano.
Il piano di Stati Uniti/Regno Unito era impedire la costruzione del gasdotto Iran-Iraq-Siria con l’obiettivo di creare insicurezza sull’invio del gas iraniano all’Europa; un coinvolgimento profondo nella crisi in Ucraina, volta a generare insicurezza sulle fornitura di gas russo all’Europa; tentare di forzare l’Europa alla dipendenza degli Stati Uniti su gas e petrolio di scisto statunitensi mentre arginano Mosca; tutto ciò sono risposte illecite a problemi economici leciti. Risposte pericolose e intrinsecamente inadatte a una prevenzione efficace, o almeno attenuazione della crisi economica globale e alla fine del sistema monetario di Bretton Woods. Anche nel 2013, mentre gli esperti avvertivano che il collasso economico globale è inevitabile e mentre altri già notavano che USA/UK non potendo vincere la guerra alla Siria, già dal luglio 2012, puntavano al conflitto in Ucraina, gli Stati membri dei BRICS s’incontravano a margine del G20 a San Pietroburgo, in Russia, decidendo d’istituire la Banca di sviluppo BRICS come complemento a FMI e Banca mondiale. Nel luglio 2014, la Banca di sviluppo dei BRICS è stata fondata con 100 miliardi di dollari. Inoltre, il conflitto in Ucraina ha avvicinato Russia e Cina nella cooperazione economica, energetica, nonché nella sicurezza.

L’apertura della Cina: far gravitare le nuove economie verso l’oro
La Cina ha risposto alla plausibilità del crollo economico globale con la deregolamentazione relativamente rapida e completa su investimenti esteri e commercio. La Cina è, tuttavia, abbastanza prudente da assicurarsi il controllo dello Stato sull’economia nazionale e la moneta. L’apertura della Cina non è passata inosservata. Nel luglio 2014, l’assistente del Governatore del Gruppo operazioni sui mercati finanziari della Banca di Thailandia (BoT), Chantarvan Sucharitakul, ad esempio, ha tenuto un seminario per investitori e uomini d’affari thailandesi. Chantarvan ha incoraggiato gli investitori tailandesi dicendo che dovrebbero indagare sui vantaggi dell’uso dello yuan nei pagamenti quando trattano con la Cina. Chantarvan ha detto: “Attualmente l’uso dello yuan cinese in Thailandia non è molto diffuso in quanto solo l’1 per cento delle attività commerciali della Thailandia con la Cina avviene utilizzando il renminbi (RNB)… Tuttavia, questo tasso è in rapido aumento e pertanto gli investitori thailandesi dovrebbero imparare ad utilizzare il canale di trading supplementare perché importanza e popolarità dello yuan aumenteranno in futuro, anche se non è ampiamente accettato e completamente libero in questo momento“. Sviluppi analoghi si vedono in Malesia, Indonesia e molti altri Paesi asiatici. Questo sviluppo non avviene senza la rigida resistenza degli Stati Uniti. La Thailandia ha subito una grave crisi nel 2014, quando l’opposizione popolare al governo di Yingluck Shinavatra sfidava il governo sul rigetto dell’amnistia per il fratello Taksin Shinawatra, creando una situazione di stallo prolungato e infine l’intervento della maggioranza sostenuta dai militari in Thailandia. L’ex-premier Taksin Shinawatra, che ha ammesso che governava il Paese dall’estero tramite la sorella Yingluck, era fuggito dalla Thailandia dopo essere stato condannato per corruzione. Tali eventi sarebbero un tentativo fallito d’istigare la guerra civile in Thailandia, sostenuta dalle élite di Wall Street e Londra, e l’imposizione di sanzioni degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti così come le lobby di Wall Street e la City of London, sono più smussati quando si tratta di nazioni come l’Australia. Probabilmente perché percepita come nazione popolata prevalentemente da caucasici, l’Australia subisce un approccio soft-power, mentre Stati Uniti/Regno Unito si ritengono più legittimati nel tentare di sovvertire la Thailandia con la violenza, segno del razzismo radicato osservabile nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Soft power o meno, la pressione degli Stati Uniti contro il tentativo dell’Australia di agire nel migliore interesse degli australiani impantana il governo australiano. Nell’ottobre 2014, la giornalista australiana Michelle Grattan riferiva che alti membri del governo australiano sono divisi sulla possibilità che l’Australia debba firmare la banca internazionale per finanziare lo sviluppo delle infrastrutture, che la Cina si appresta a lanciare nel novembre 2014. Grattan ha osservato che: “L’Australia è sotto pressione degli Stati Uniti, affinché non partecipi alla nuova banca. … Il piano cinese rientra nel grande contesto geopolitico internazionale della concorrenza cino-statunitense nella regione. Gli statunitensi, che vedono la banca come possibile via per aumentare l’influenza della Cina nei Paesi dell’Asia sud-est, fanno vive pressioni per tenersene fuori”. La Cina, dal canto suo, ha annunciato che avrebbe offerto fondi ai Paesi in via di sviluppo nella regione per progetti su energia, telecomunicazioni e trasporti. La Cina ha dichiarato che inizialmente finanzierà la banca di sviluppo regionale con 50 miliardi di dollari, non yuan o renminbi. I segnali sono chiari. La Cina è uno dei più grandi possessori di debito e dollari degli Stati Uniti. La Cina si sbarazza del dollaro sempre più velocemente, e fa il massimo per non ribaltare le economie basate sul dollaro già in difficoltà estrema. Ancora più importante, la Cina investe tali dollari nello sviluppo strategico dei partenariati regionali aiutando le economie delle nazioni più deboli come il Laos, aprendo i suoi mercati a investitori e commercianti di Thailandia, Malaysia, Australia, favorendo la cooperazione su energia e sicurezza con la Russia, utilizzando Hong Kong come base per la sua apertura economica. Del 2014 il conflitto sull’autodeterminazione politica di Hong Kong deve essere visto nella prospettiva della prudente, ma rapida, apertura economica della Cina ai capitali stranieri. Non sorprende che la National Endowment for Democracy, l’ala soft power del dipartimento di Stato degli Stati Uniti e della CIA, sostenga il movimento di Hong Kong “Occupy Central“.
La scena è pronta per una transizione, sia che si presenti sotto forma di crollo improvviso o meno. La spinta primaria di tale transizione, probabilmente, non è la debolezza intrinseca di Stati Uniti/Regno Unito e del sistema monetario ed economico basato sul debito dalle istituzioni di Bretton Woods, ma senza dubbio il fatto che i governi di Paesi come Venezuela, Mozambico, Laos, Myanmar ed altri percepiscano l’approccio soft power della Cina assai meno problematico e, soprattutto, assai meno letale e devastante del presunto “Nuovo secolo americano”. E’ come scegliere tra l’oro e le cannonate.

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Capisco perchè sia così grande da vedersi dallo spazio

Dr. Christof Lehmann è un consulente politico indipendente su conflitti e risoluzione dei conflitti, fondatore e direttore di Nsnbc, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’Europa si arrenderà alla Russia

Liam Halligan, Novorossia 24 ottobre 2014imageDopo mesi di crescenti tensioni sull’Ucraina e di discorsi su una nuova guerra fredda, la Russia e l’occidente potrebbero presto raggiungere un riavvicinamento sorprendente. L’economia della zona euro soffre molto e le sanzioni contro la Russia ne sono in parte da biasimare. L’inverno è anche qui da noi, e come ricorda a tutti, Vladimir Putin detiene ancora le carte quando si tratta di fornitura di gas. Ma l’argomento decisivo, però, è l’Ucraina che va verso il tracollo finanziario. A meno di un enorme piano di salvataggio da attuare subito, ci sarà il default che urterà sull’economia globale. Questo è un rischio che nessuno vuole prendersi, e meno di tutti Washington, Londra e Berlino. Le sanzioni contro la Russia colpiranno duro sempre l’Europa occidentale. La zona euro ha avuto un rapporto commerciale con la Russia 12 volte superiore a quello con gli Stati Uniti, l’anno scorso, motivo d’entusiasmo di Washington nel recintare l’economia della Russia. La maggior parte delle grandi economie europee, in particolare della Germania, hanno solo eseguito esplicitamente le sanzioni occidentali dopo che il volo MH17 è stato abbattuto nello spazio aereo ucraino a luglio, uccidendo 298 persone. Dopo quella tragedia, immediatamente attribuita a Mosca, era politicamente impossibile suggerire che le sanzioni potessero essere controproducenti. Il risultato è stato il più grande giro di vite sul commercio russo dall’epoca sovietica, mirato principalmente su energia, aziende della difesa e servizi finanziari, deteriorando le relazioni Est-Ovest al minimo dalla fine della Guerra Fredda.
L’economia occidentale che ne soffre di più, e di gran lunga, è la più grande della zona euro. I purosangue della produzione tedesca hanno investito decine di miliardi di euro in impianti di produzione russi, negli ultimi anni. Volkswagen ha diversi impianti a ciclo completo russi ed è il marchio scelto dalla classe media in ciò che presto sarà il mercato automobilistico più grande d’Europa. Siemens è fondamentale per il potenziamento della vasta rete ferroviaria russa e il fornitore specializzato Liebherr ha anch’esso una grande presenza. Numerose aziende “Mittelstand”, imprese di medie dimensioni che rappresentano oltre la metà dell’economia tedesca, hanno anche costruito legami commerciali lucrosi da quando la Russia s’è aperta 20 anni fa, vendendo di tutto, dal cartongesso alle macchine utensili. Oltre 6000 aziende operano nel paese, con 350000 posti di lavoro tedeschi direttamente dipendenti dal commercio russo. E accusano il colpo. Ciò aiuta a spiegare perché, essendo cresciuto dello 0,8 per cento nei primi tre mesi del 2014, il PIL tedesco s’è ridotto dello 0,2 per cento nel secondo trimestre. La potenza della zona euro è ormai sull’orlo della recessione. La produzione industriale è scesa del 4 per cento ad agosto, il maggiore calo mensile dall’inizio del 2009. Le esportazioni sono diminuite del 5,8 per cento, il calo più rapido dal crollo di Lehman Brothers nel 2008. Se gli industriali tedeschi sono decisamente arrabbiati per “le sanzioni americane”, gli agricoltori francesi sono furiosi. L’embargo di un anno di Mosca all’importazione di cibo occidentale, a mala pena colpisce gli agricoltori degli Stati Uniti, ma causa le urla di protesta galliche. Un terzo delle esportazioni di frutta e verdura dell’Unione europea è stato venduto alla Russia lo scorso anno, ed oltre un quarto di carni bovine vi era esportato. Il motivo principale, però, con cui le sanzioni potrebbero essere smantellate molto rapidamente è che l’economia ucraina implode, sollevando lo spettro del “contagio” finanziario. A giugno, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo prevede che il PIL ucraino si ridurrà del 7 per cento quest’anno. Il mese scorso la previsione veniva declassata a un enorme meno 9 per cento, con l’avvertenza della BERS di “difficoltà formidabili” se le forniture energetiche dalla Russia non saranno pienamente ripristinate prima dell’inverno. I 17 miliardi di dollari del programma di sostegno ucraino del FMI, si basano sulla contrazione economica del 5 per cento quest’anno e un rimbalzo nel 2015. In base a tale scenario, il debito dell’Ucraina, sostiene il FMI, rimane quasi gestibile. Ma tali cifre, risalenti a prima del culmine dei combattimenti in Ucraina orientale, non considerano la distruzione di fabbriche e infrastrutture a Donetsk e Lugansk, che insieme rappresentano un sesto della produzione dell’Ucraina. Anche se l’attuale fragile cessate il fuoco tiene, i danni a strade, ferrovie, servizi pubblici e aeroporti richiederanno anni per essere riparati.
Le previsioni non realistiche del FMI si sono svelate in Grecia, con la conseguente assai dirompente ristrutturazione del debito da 200 miliardi di euro, peggiorata da ritardi e negazioni. Ecco perché il capo supremo del FMI Christine Lagarde ha appena ammesso che un “finanziamento aggiuntivo” è necessario per l’Ucraina, aggiungendo che sarebbe “piuttosto inverosimile” che sia il FMI a sborsarlo. Il che ci porta al nocciolo della questione. USA ed Europa in particolare, hanno pochi soldi e non certo la volontà politica di aiutare l’Ucraina. Gli elettori tedeschi non avranno nemmeno lo stomaco per accogliere altri membri nella zona euro. Il congresso voleva pagare per armare Kiev contro Mosca, ma la Casa Bianca ha rifiutato. Ma ciò che ha reso i politici statunitensi ancora meno propensi a pagare, più di qualsiasi altra cosa, è la Russia che detiene enormi quantità di obbligazioni ucraine, in modo che fondi non militari finiscano direttamente a Mosca. Il prossimo pacchetto di salvataggio, per altri 20/25 miliardi di dollari, ha bisogno del sostegno (sussurrato) cinese e russo. Ciò non accadrà fin quando l’occidente non toglierà le sanzioni o darà chiaro impegno in tal senso, permettendo a Mosca di fare lo stesso. La Russia ha finora evitato la recessione. Il rublo è caduto, ma ciò aiuta i produttori ed aumenta i proventi del petrolio (in dollari). Mosca ha un avanzo di bilancio, un debito pubblico minuscolo e un grande fondo sovrano. E gli indici di gradimento del Presidente Putin rimangono alle stelle.
Il segretario di Stato USA John Kerry, ha avuto colloqui con il suo omologo russo Sergej Lavrov, prima dell’incontro tra il presidente ucraino Poroshenko e Vladimir Putin a Milano. Così ci si può aspettare meno belligeranza tra Russia e occidente. L’economia globale è sul filo del rasoio, e la riduzione dell’animosità Est-Ovest sarebbe la buona notizia tanto necessaria.

Vladimir PutinTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Artico, “questione di sicurezza nazionale” della Russia

Romaric Thomas Agoravox 7 ottobre 2014

Da oltre un anno, gli annunci delle autorità russe sulla politica verso la regione artica hanno una cadenza di tre o quattro al mese. Nodo energetico dai primi anni 2000, l’Artico nel 2013 è diventato un priorità per la sicurezza nazionale della Federazione russa, ripristinando d’urgenza il confronto al confine settentrionale verso l’interferenza della NATO nella regione. Data l’importanza di sforzi e ambizioni, il Nord è oggi la priorità assoluta della geopolitica russa. La situazione strategica russa in una zona che minaccia la guerra.

2013-20-fig1-eI. Artico pilastro energetico della Russia
Una regione straordinariamente ricca di risorse naturali
L’Artico è di nuovo d’interesse strategico dalla fine degli anni ’90, principalmente per lo scioglimento dei ghiacci che apre nuove rotte marittime e un maggiore sfruttamento delle risorse. Secondo alcune stime, gli idrocarburi situati oltre il Circolo Polare Artico rappresentano un quarto delle riserve mondiali, 90 miliardi di barili di petrolio e il 30% del gas da scoprire nel mondo. Il 27 settembre, la compagnia petrolifera russa Rosneft ha annunciato la scoperta di un giacimento di petrolio nel Mare di Kara che potrebbe contenere 87 miliardi di barili, parte di una zona che potrebbe avere riserve equivalenti a quelle saudite. Eccezionali giacimenti di gas sono stati scoperti anche nel Barents e Kara. I giacimenti di nichel, cobalto, rame, platino, barite e apatite sono notevoli. Infine, quasi il 15% delle risorse ittiche mondiali proviene dall’Artico. Se la ricchezza delle risorse naturali dell’Artico è ambita da tutti i Paesi rivieraschi, così come da molti Paesi non rivieraschi, la regione per la Russia rappresenta molto più di un aumento delle entrate. Riguarda direttamente gli interessi vitali della Federazione russa, dato che solo l’Artico garantisce il 60% della produzione di petrolio, il 95% del gas, oltre il 90% di nichel e cobalto, il 60% del rame, il 96% dei metalli del gruppo del platino, il 100% di barite e apatite, quasi un quarto delle esportazioni e il 12-15% del PIL. Indipendentemente dalle rivendicazioni territoriali della Russia e dalle risorse aggiuntive che potrebbero essere tratte, l’Artico è già il primo pilastro energetico del Paese. Oltre che per le risorse energetiche e minerarie, l’Artico è di grande interesse commerciale per la Russia. La Rotta del Nord potrebbe diventare, in pochi anni, una grande alternativa ai canali di Suez e Panama per il traffico marittimo tra i porti europei e dell’Estremo Oriente. Quasi due volte più breve della rotta che attraversa Canale di Suez e Oceano Indiano, ma con il vantaggio di essere completamente privo di pirateria, una delle principali minacce globali odierne ai trasporti marittimi, e di non aver limiti su numero e stazza delle navi che possono prendere tale rotta. Anche se è navigabile solo in estate, potrebbe dare notevoli benefici alla Russia che, garantendone la sicurezza, offre alla comunità internazionale un rotta libera dal controllo statunitense. La Cina partecipa attivamente allo sviluppo di questa rotta ed ha recentemente condotto la prima spedizione commerciale da Dalian a Rotterdam attraverso l’Oceano Artico. Islanda e Scozia hanno già previsto la creazione di porti dedicati.
Numerose spedizioni scientifiche del governo russo nell’Artico riflettono il forte interesse per la regione. Tutte coinvolte, in un modo o nell’altro, al consolidamento del Paese nella regione artica tramite quattro missioni principali:
• giustificare scientificamente le rivendicazioni territoriali della regione artica russa presso le Nazioni Unite, fornendo prove scientifiche sull’estensione della piattaforma continentale russa nel Mar Glaciale Artico.
• valutare e individuare le risorse naturali del Mar Glaciale Artico, principalmente idrocarburi e minerali.
• lavorare per il progresso delle conoscenze scientifiche e delle applicazioni tecniche.
• contribuire alla reputazione tecnico-scientifica russa e, più in generale, al prestigio internazionale del Paese.
Nel 2007, due batiscafi Mir raggiunsero le profondità del Polo Nord. I principali obiettivi della spedizione erano definire i limiti della piattaforma continentale russa nella zona che si estende dalle isole della Nuova Siberia al Polo Nord, prelevare campioni dai fondali e piantare una bandiera russa sul fondo del mare. L’evento scatenò le proteste di altri Paesi rivieraschi, in primo luogo gli Stati Uniti, lamentandosi che ci si potesse appropriare simbolicamente del Polo. Si potrebbe pensare che tali proteste, da un Paese che aveva chiesto ai suoi astronauti di piantare la bandiera statunitense sulla Luna, siano effettivamente motivate da assai più gravi preoccupazioni: la prova che le dorsali Lomonosov e Mendeleev, che raggiungono la Groenlandia, siano un’estensione geologica della piattaforma continentale russa permetterebbe alla Russia “di rivendicare diritti di esplorazione su ulteriori 1,2 milioni di chilometri quadrati nella regione artica, evidenziando gli enormi giacimenti di petrolio e gas nel triangolo Chukotka-Murmansk-Polo Nord”. (RIA Novosti, 3 agosto 2007)

Rivendicazioni territoriali della Russia nell’Artico
Artur Chilingarov Nel 2001 la Russia sorprese i Paesi rivieraschi presentando una richiesta alle Nazioni Unite per l’impostazione dei confini esterni della sua piattaforma continentale nell’Artico, Bering e Okhotsk, sulla base della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, ratificata nel 1997. Secondo tale accordo:
• la piattaforma continentale comprende il fondo marino e il sottosuolo “al bordo esterno del margine continentale”, la sua estensione minima è di 200 miglia nautiche dalla costa (articolo 76).
• la piattaforma continentale fa parte del territorio di uno Stato, ma gli Stati costieri hanno diritti sovrani sulla piattaforma continentale a scopo di esplorazione e sfruttamento delle risorse naturali (articolo 77).
• “Lo Stato costiero ha diritto esclusivo di autorizzare e regolamentare le perforazioni nella piattaforma continentale a tutti gli effetti” (articolo 81).
• i diritti degli Stati costieri non pregiudicano il regime giuridico delle acque sovrastanti o dello spazio aereo su tali acque e non devono in alcun modo sminuire la navigazione aerea e marittima, o l’installazione di cavi e condutture sottomarine (sezioni 78 e 79).
• raccomandazioni su questioni relative alla definizione dei limiti esterni della piattaforma continentale sono emesse da una commissione sui limiti della piattaforma continentale.
• lo Stato costiero deve presentare domanda entro dieci anni a decorrere dall’entrata in vigore della Convenzione nei suoi confronti (o termine stabilito nel 2009 per la Russia, nel 2013 per il Canada e nel 2014 per la Danimarca).
• Infine, i limiti fissati da uno Stato costiero sulla base di tali raccomandazioni, sono definitivi e vincolanti.
La richiesta da parte russa è stata considerata ricevibile dalla Commissione sui limiti della piattaforma continentale. Tuttavia, considerando che i dati avanzati non erano sufficienti per prendere in considerazione le aree indicate nel Mar Glaciale Artico, nell’ambito della piattaforma continentale russa, ha raccomandato ulteriori studi. Le rivendicazioni sull’Artico russo, per quanto siano importanti, non sono nulla di speciale e sono perfettamente ammissibili ai sensi del diritto internazionale. Con decisione del 14 marzo 2014, la Commissione sui limiti della piattaforma continentale delle Nazioni Unite ha già avuto successo parziale, nel Mare di Okhotsk, riconoscendo 52000 kmq di estensione della piattaforma continentale russa. Queste affermazioni hanno avuto l’effetto di un terremoto negli Stati Uniti, e ancora di più in Canada. Grazie a basi giuridiche, minaccia seriamente l’egemonia statunitense dall’esclusiva presenza nell’Artico dal crollo dell’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti hanno risposto affermando che le acque costiere si estendono fino a 600 miglia (965 km) dall’Alaska, basandosi in particolare sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, firmata ma non ratificata dal Paese. Il Canada sceglie di rispondere con scherno e disprezzo facendo dire al suo ministro degli Esteri che la Russia fa ricorso a metodi medievali nel fissare i limiti della piattaforma continentale e che nulla, “nulla” sarebbe la Russia, minaccia la sovranità dell’Artico canadese.
La politica diplomatica e mediatica occidentale da tempo non è altro che uno sprezzante blocco atlantico sicuro della sua forza contro le pretese territoriali di una Russia sicura dei propri diritti. Il discorso ha cominciato a cambiare quando la possibilità che la Russia abbia successo presso le Nazioni Unite è divenuta sempre più probabile. Nel 2003, il Canada decise di ratificare la Convenzione, seguita dalla Danimarca l’anno dopo. Il 27 novembre 2006 la Norvegia, che fa parte della Convenzione dal 1996, presentava la sua richiesta alla Commissione. Lo stesso anno, Canada e Danimarca condussero insieme una spedizione denominata “Determinazione della composizione della Dorsale Lomonosov”, seguita da altre tre spedizioni congiunte tra il 2007 e il 2009. Il 15 maggio 2007, George Bush esortò inutilmente il Senato a ratificare la Convenzione, firmata nel 1994 e mai ratificata. Nell’agosto 2007, un rompighiaccio statunitense arrivò nell’Artico per mappare i fondali al largo delle coste dell’Alaska. Il 9 gennaio 2009, George W. Bush disse chiaramente che l’Artico era una priorità del suo secondo mandato: “Gli Stati Uniti hanno interessi ampi e fondamentali sulla sicurezza nella regione artica e sono pronti ad agire individualmente o in cooperazione con altri Stati per tutelare questi interessi”, (nota inviata agli altri Paesi per proteggere gli interessi statunitensi, senza reciprocità). Il 15 settembre 2010, Norvegia e Russia concordavano il confine marittimo nel Mare di Barents e nel Mar Glaciale Artico. Nel giugno 2012, la Danimarca presentava domanda sulla piattaforma continentale a sud della Groenlandia, la domanda sarà probabilmente ampliata verso nord entro la fine del 2014. Il 10 dicembre 2013 fu finalmente il turno del Canada a presentare una domanda preliminare.

2009_7_7_uMbXWCQ2HmhL6p9n96UzJ3Lo sfruttamento delle risorse naturali
Dato il clima e l’abbondanza, lo sfruttamento delle risorse del Grande Nord pone una duplice sfida alla Russia che dovrà condividere un massiccio investimento nel settore delle infrastrutture e dei mezzi di produzione e trasporto, sviluppando le tecnologie essenziali per lo sfruttamento di idrocarburi. Per quanto riguarda gli investimenti necessari, le autorità russe hanno ripetutamente detto di farne una priorità, soprattutto riguardo la costruzione di un’ampia flotta navale per trasportare idrocarburi. Il 20 dicembre, il viceprimo ministro russo incaricato della difesa e dell’industria, Dmitrij Rogozin, è stato particolarmente esplicito in proposito: “Ogni battaglia, per quanto virtuale, coinvolge attori seri (ha luogo in questa regione) dal valore inestimabile e la Russia può finire in un vicolo cieco se perde le sue ambizioni e non riesce a potenziare la cantieristica contemporaneamente. (…) Questo compito non è economico, ma politico e geopolitico. È una questione di sicurezza nazionale per il nostro Paese“. Secondo il governo russo, sarà necessario costruire 2000 navi, l’80% solo per il trasporto di idrocarburi. Il 30 aprile s’è appreso che i cantieri navali di Crimea potrebbero essere interessati principalmente alla costruzione di gigantesche navi cisterne per petrolio e GNL dell’Artico. La sola compagnia petrolifera Rosneft investirà 400 miliardi di dollari in 20 anni per le operazioni sulla piattaforma continentale artica. L’altra sfida che la Russia deve affrontare è il controllo delle tecnologie specifiche per lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi e minerali del Mar Glaciale Artico. Fino a poco prima la Russia, che non ha tutte queste tecnologie, aveva una stretta cooperazione con gli Stati Uniti nella produzione di petrolio regionale. si prevede che la situazione cambi in maniera significativa per via delle nuove “sanzioni” adottate unilateralmente dall’occidente il 12 settembre. Gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni alla fornitura di prodotti, servizi e tecnologie a cinque società russe (Rosneft, Gazprom, Gazprom Neft, Lukoil e Surgutneftegaz). Tali misure si concentrano su progetti di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti petroliferi di difficile accesso. L’Unione europea è naturalmente allineata al padrone, vietando alle imprese europee di collaborare con società russe nell’esplorazione e produzione di petrolio in acque profonde e sulla piattaforma artica della Russia. Nel breve e medio termine, tali misure colpiranno senza dubbio la Russia e ritarderanno l’attuazione del programma di sviluppo regionale che dovrebbe iniziare nel 2017. Secondo Gennadij Shmal, presidente dell’Unione dei produttori di petrolio e gas russi, le società russe sostituiranno le attrezzature per la perforazione e produzione di petrolio in parte con apparecchiature simili provenienti dall’Asia, in particolare dalla Cina, e in parte con apparecchiature di fabbricazione russa. Ciò viene anche suggerito che Dmitrij Medvedev, che il 18 settembre affermava: “il rafforzamento della cooperazione economica e commerciale (nell’ambito della Shanghai Cooperation Organization) è la migliore risposta a tali misure restrittive“. Possiamo già supporre che la Cina, che ha lo status di osservatore al Consiglio artico e la cui prima compagnia petrolifera (CNPC) detiene il 51% della joint venture petrolchimica creata con la Rosneft, Oriente, coglierà l’occasione per rafforzare la cooperazione con la Russia nella zona artica divenendo il maggiore investitore estero nelle infrastrutture russe.

icebreakerxuelongsnowdrIl rompighiaccio cinese “Xue Long” (nave commerciale ucraina modernizzata), salpava per la sesta spedizione nella zona artica a luglio. La Cina è il più grande dei molti Paesi non rivieraschi che desiderano le risorse del Nord. Ha lo status di osservatore nel Consiglio artico dall’estate, e una base sull’isola Spitsbergen, dove affitta un terreno dalla Norvegia. La prima compagnia petrolifera della Cina (CNPC) detiene il 51% della joint venture petrolchimica Oriente con la Rosneft, il 20% di Jamal LNG e potrebbe fare il suo ingresso nel capitale della società petrolchimica Oriente con il 25-30%. Secondo Rosneft, la Cina importerà 270 miliardi di dollari di petrolio russo nei prossimi 25 anni. Ha già investito decine di miliardi di dollari nei progetti infrastrutturali nell’Artico russo.

Arctic Route from Dalien China to RotterdamII. L’Artico al centro della strategia della Difesa russa
La regione artica è di fatti il confine marittimo tra Stati Uniti e Russia. Degli altri sei Paesi rivieraschi, quattro sono membri della NATO (Canada, Danimarca, Islanda e Norvegia) e due hanno frontiere terrestri e marittime con la Russia (Finlandia e Norvegia). Solo la Svezia non è membro della NATO o confina con la Russia (tranne che per la breve frontiera marittima nella regione di Kaliningrad). Ciò dimostra l’importanza strategica della regione artica per la Russia.

I motivi militari del rinnovato impegno russo nell’Artico
I leader russi hanno ripetutamente espresso la necessità di ripristinare le strutture militari nella regione del Grande Nord, che ha diverse basi NATO ma dove tutte le strutture militari ex-sovietiche erano finora abbandonate. Le loro successive dichiarazioni sono globalmente convergenti e indicano la necessità di tutelare gli interessi del Paese nella regione. Questo, in sostanza, è ciò che ha detto Vladimir Putin il 10 dicembre 2013: “La Russia è attivamente alla scoperta di questa regione, ristabilendo la sua presenza e avendovi le leve necessarie per difendere la sicurezza e gli interessi nazionali“. Questi commenti riflettono la crescente preoccupazione del governo russo verso le mire di Stati Uniti e NATO sull’Artico. Il primo fattore fu l’avviso della pretesa della NATO d’interessarsi al regolamento delle rivendicazioni territoriali nella regione. Secondo una tattica illustrata oggi in Ucraina, i Paesi rivieraschi membri della NATO pretendono di avere diritto ai regolamenti, mentre l’Alleanza nega sistematicamente di avere delle mire sulla regione artica. Le autorità russe hanno fatto sapere, a più riprese, di avere informazioni secondo cui era netta la volontà della NATO d’interferire nella regione, ma di essere disposte a non militarizzare il confine settentrionale se l’alleanza rinuncia ai suoi piani:
• il 27 marzo 2009, l’ambasciatore presso la NATO Dmitrij Rogozin disse che la NATO non aveva “nulla a che fare” con i Paesi costieri dell’Artico, che possono risolvere i loro problemi.
• lo stesso giorno, il governo russo pensava a una risposta proporzionata lasciando che il portavoce del Consiglio di Sicurezza della Federazione dichiarasse che la Russia ha in programma di creare entro il 2020 un gruppo militare nella regione artica per proteggere gli interessi economici e politici nella regione. Il portavoce è stato attento, però, a ventilare la possibilità di un accordo, affermando che non vi è “alcun motivo di militarizzare l’Artico“.
• il 16 settembre, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ribadiva la posizione russa ricordando alla controparte canadese che non c’era bisogno che la NATO sia il poliziotto nella regione artica.
• il 15 settembre 2010, il Presidente Dmitrij Medvedev disse a una conferenza stampa che il suo Paese seguiva con preoccupazione le attività della NATO nell’Artico e che era a favore della cooperazione non militare nella regione.
• l’8 febbraio 2011, il governo russo rinnovava la proposta a non militarizzare l’Artico, per voce della portavoce del Ministero della Difesa russo Irina Kovalchuk, che disse: “La Russia si oppone alla militarizzazione del Grande Nord e non crede che una qualsiasi presenza militare sia ora necessaria nella regione“.
• Il 6 luglio 2011, l’Ammiraglio Vladimir Visotskij, comandante in capo della marina russa, prese atto del persistente rifiuto della NATO, dicendo: “abbiamo rapporti secondo cui l’Alleanza atlantica considera (sottinteso: sempre) l’Artico come sua area d’interesse“.
Un secondo fattore di preoccupazione, ancora più importante, fu la decisione degli Stati Uniti di rafforzare lo scudo missilistico nell’Artide e in Europa orientale per neutralizzare le capacità di deterrenza nucleare della Russia. L’Artico è al centro di tale dispositivo che minaccia la Russia con un attacco preventivo nucleare:
• Groenlandia, la base di Thule è parte vitale del sistema di difesa antimissile e dell’arco strategico che collega i centri di comando della California ai sistemi marittimi dell’Oceano Pacifico e del Sud-Est asiatico.
• Alaska, il radar Cobra Dane, costruito durante la Guerra Fredda sull’isola Shemya, fa parte dello scudo missilistico. Tra luglio e novembre 2004, i sei primi missili intercettori a lungo raggio furono schierati a Fort Greely, cui si aggiunsero nel 2005 altri 14 e i missili Patriot. Nel 2012 vi erano 26 missili intercettori a lungo raggio schierati in Alaska.
• Canada, il primo ministro del momento, Paul Martin, che l’aveva rifiutava nel 2005, evocava l’adesione allo scudo missilistico degli Stati Uniti: questa era la posizione del primo ministro Stephen Harper, nel 2006.
• La Finlandia, nonostante i suoi impegni internazionali per la neutralità si avvicina alla NATO negli ultimi anni. L’adesione, respinta dalla maggioranza dei finlandesi ma predisposta dal Governo, darebbe agli Stati Uniti un nuovo territorio al confine della Russia per implementare il loro sistema di difesa missilistica.
• sul mare, 26 navi con il sistema di combattimento Aegis sono state schierate nel 2012, di cui 23 possono essere presenti sulle frontiere marittime della Russia (8 della 2.da Flotta, 8 della 3.za Flotta, 2 della 6.ta Flotta e 5 della 7.ma Flotta).

nyhed_16-10-13b_storIl programma di riarmo convenzionale sul confine settentrionale
Alla fine del 2012, il piano per creare un gruppo di truppe nella regione artica per il 2020 fu annunciato il 27 marzo 2009, non era avanzato. Il 27 febbraio 2013, Vladimir Putin chiese ancora la cooperazione non militare, denunciando il rischio inequivocabile della militarizzazione dell’Artico per l’espansione della NATO e il dispiegamento della difesa missilistica: “sistematici tentativi vengono fatti per distruggere, in un modo o nell’altro, l’equilibrio strategico. In realtà, gli Stati Uniti hanno iniziato la seconda fase di attuazione del sistema di difesa missilistico globale, con l’opportunità di un ulteriore allargamento della NATO ad est. Esiste il rischio di militarizzazione dell’Artico”. L’ultimo avvertimento del comandante delle forze navali, diceva il 20 marzo che il suo Paese “prende in considerazione” l’incremento della capacità di deterrenza nucleare e convenzionale nella regione artica. Fu solo nell’autunno del 2013, quando non era più possibile rinviare ulteriormente. Che si ebbe l’introduzione del sistema di difesa che la Russia è determinata a recuperare. Dai primi di ottobre, un mese dopo il caso dei missili statunitensi intercettati dalla flotta russa al largo della Siria, vari comunicati delle autorità russe annunciarono l’intenzione del governo di riarmare il confine settentrionale, e nell’arco di tempo estremamente breve di un anno, fissato da Vladimir Putin al Collegio del Ministero della Difesa, il 10 dicembre: “Dobbiamo completare la formazione di nuovi gruppi e unità militari nel 2014. Vi invito a prestare particolare attenzione allo schieramento di infrastrutture e unità nell’Artico“. Questo termine è sostanzialmente più vicino del 2020 previsto dal programma di modernizzazione delle forze convenzionali russe, e che era anche la data di creazione del gruppo di truppe artiche annunciata nel 2009. La fretta è dovuta principalmente alla minaccia del dispiegamento della difesa missilistica degli Stati Uniti: secondo il Capo di Stato Maggiore russo, potrà influenzare negativamente la capacità di deterrenza nucleare della Russia nel 2015. Tale programma di riarmo, completato a tempo di record, è modesto rispetto alle forze della NATO dispiegate nella regione artica, ma è comunque sufficientemente completo per costituire un dispositivo credibile di protezione dei confini e siti militari nucleari del nord. Tale dispositivo comprende:
1) Una rete di basi e siti militari per garantire la presenza di tutte le armi;
• basi navali, il 10 dicembre 2013, il ministro della Difesa Sergej Shojgu annunciava il ripristino delle basi navali della Terra di Francesco Giuseppe e delle isole della Nuova Siberia. Il 22 aprile Vladimir Putin annunciava la creazione di un sistema unificato di basi navali nell’Artico. Un gruppo tattico della Flotta del Nord russa in autunno sarà schierato permanentemente nelle isole della Nuova Siberia.
• basi aeree, il 10 dicembre 2013, il ministro della Difesa Sergej Shojgu annunciava il ripristino degli aeroporti militari della Terra di Francesco Giuseppe, delle isole della Nuova Siberia, di Tiksi, Narjan-Mar, Alykel, Amderma, Anadyr, Rogachevo e Nagurskaja. L’aeroporto dell’arcipelago della Novaja Zemlja può accogliere velivoli da combattimento da pochi giorni.
• basi della fanteria: il 1 ottobre 2014, il comandante delle truppe di terra Oleg Saljukov annunciava la creazione, nel 2017, del gruppo artico Nord e di due brigate artiche: una di fanteria motorizzata schierata nella regione di Murmansk e una seconda brigata da creare nel 2016 nel distretto autonomo di Jamal-Nenets.
• basi d’intelligence: il reggimento da guerra elettronica della Flotta del Nord è stato schierato a marzo nel villaggio di Alakurtti (regione di Murmansk).
• centri radar fissi: cinque erano in fase di completamento nel luglio 2014 (isola Sredni, Terra di Alessandra, isola Wrangel, isola Juzhnij e Chukotka).
• siti della Difesa aerea: l’infrastruttura della Difesa aerea della zona sarà ripristinata entro ottobre 2015. All’inizio dell’anno, la necessità di adeguare il sistema di difesa aerea a corto raggio Pantsir-S1 al clima artico fu sollevata dal viceprimo ministro Dmitrij Rogozin; prove sono state eseguite con successo a giugno.
2) Un comando strategico unificato tra Flotta del Nord, brigate artiche, unità dell’aeronautica, difesa aerea e centri di controllo sarà operativo entro la fine dell’anno.
3) Una serie di risorse e strutture per rafforzare le truppe operative:
• addestramento: esercitazioni regolari e, spesso improvvise, per integrare i componenti delle forze armate russe, continuano a svolgersi. Il 14 marzo, le truppe aeroportate hanno effettuato il primo lancio di mezzi nella regione artica; l’8 aprile un distaccamento di cinquanta paracadutisti si lanciava sul ghiaccio alla deriva, nell’ambito di un’esercitazione di salvataggio. Dalla fine dell’estate, le esercitazioni si moltiplicano: 15 settembre, la Marina conduceva esercitazioni nella regione artica; il 23, le esercitazioni strategiche Vostok-2014 impegnavano 155000 uomini, di cui una parte conduceva missioni di combattimento nella regione artica (tra cui il tiro dal vivo dei sistemi missilistici Iskander-M e Pantsir-S); il 30, navi e truppe costiere della Flotta del Nord russa si esercitavano nel Mare di Laptev.
• addestramento, una scuola militare per l’istruzione operativa delle truppe nella regione artica, veniva annunciata dal ministro della Difesa Sergej Shojgu, il 22 maggio.
• ricerca tecnologica: attrezzature specializzate sono programmate, come un diesel speciale operante a -65°C, attivo da febbraio, la progettazione di un elicottero specializzato, annunciato il 22 maggio, l’adattamento dei sottomarini previsto entro il 2015 e l’adozione di navi dallo scafo rinforzato dalla fine del 2013.

181215Conclusioni
Se l’Artico è una questione energetica fondamentale per le grandi potenze e i Paesi vicini, è molto più per la Russia, le principali riserve di idrocarburi e minerali note e da scoprire si trovano oltre il circolo polare. L’Artico è l’assicurazione per la Russia quale potenza energetica mondiale di questo secolo, spiegando i notevoli sforzi compiuti per sviluppare la regione. La questione militare è ancora più significativa, dato che Artico subisce la crescente interferenza della NATO ed è parte essenziale del sistema di difesa missilistico statunitense che potrebbe indebolire nel breve termine il deterrente nucleare russo e spezzare l’equilibrio strategico tra le prime due potenze nucleari. Il confine settentrionale della Russia emerge quale settore in cui la pressione della NATO sarà tale, nei prossimi tre-cinque anni, da minacciare direttamente e più efficacemente di altrove, gli interessi vitali del Paese. La stessa politica occidentale di pressione sulla Russia è in corso nel Nord, anche se molto più discreta che in Europa e nel Caucaso. Senza i mezzi per una eversione o destabilizzazione della regione sotto-popolata, l’arroganza occidentale non può che esprimersi ponendo una minaccia militare diretta alla Russia. Il programma di riarmo russo nell’Estremo Nord è già integrato: il ghiaccio si scioglie e l’estensione dei diritti degli Stati costieri sulla piattaforma continentale, a poco a poco, trasformano l’Artico una zona di potenziale guerra convenzionale, come gli altri oceani.

econ_arctic35__01__630x420Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le manipolazioni politiche del prezzo del petrolio

Mikhail Aghanjanjan Strategic Culture Foundation 23/10/2014

102528646zIl calo del prezzo del petrolio, iniziato quando lo Stato islamico (SI) ha attaccato Iraq e Siria, non può essere spiegato con fattori economici. Il mondo sa da tempo che il mercato reagisce ad ogni guerra in Medio Oriente, dove il 47 per cento delle riserve di oro nero mondiali si concentra, con un deciso balzo dei prezzi del petrolio. Questo è ciò che è accaduto nelle due guerre nel Golfo Persico, ed anche ciò che è successo quando gli statunitensi iniziarono la ‘missione per ripristinare la democrazia’ in Afghanistan. E la speculazione su un possibile conflitto militare tra Stati Uniti ed Iran fu accompagnata dalla previsione di un aumento dei prezzi del petrolio fino a 200 dollari al barile e oltre. Allo stato attuale, tutto s’è capovolto, ma per quanto? Quando fu invaso l’Iraq a giugno, le quotazioni di borsa del petrolio inizialmente salirono, passando da 109 a 115 dollari al barile tra il 10 e il 19 giugno, ma poi la mano invisibile del mercato sembrò improvvisamente perdere forza. I successi militari dello Stato islamico nei teatri di guerra siriano ed iracheno furono caratterizzati dal calo dei prezzi del petrolio al minimo dal novembre 2010, ed ulteriori riduzioni del prezzo si sono registrati ad ogni nuova attività militare in Medio Oriente. L’aumento degli attacchi aerei contro obiettivi in Siria e Iraq da parte della rappattumata coalizione degli USA e l’afflusso di informazioni sui piani dello SI per invadere Libano e Giordania hanno comportato il calo del prezzo dell”oro nero’. E al momento dei più intensi attacchi aerei statunitensi sulle posizioni presso la città siriana di Kobani (più di 50 attacchi aerei effettuati in 48 ore il 15-16 ottobre), il prezzo di un barile è anche sceso sotto il livello degli 85 dollari. La nuova teoria del ‘complotto’ petrolifero tra Stati Uniti ed Arabia Saudita contro la Russia (e forse anche l’Iran) ha forte presa su molti analisti. Per il momento si tratta prevalentemente di congetture. Ma poi il punto delle cospirazioni è che sono difficili da scoprire, se la cospirazione in effetti c’è. Nel complesso, la messa a fuoco antirussa delle possibili speculazioni saudita-statunitensi sul calo delle quotazioni del petrolio è evidente. Va anche ricordato, però, che in questo momento la squadra del premio Nobel per la pace Barack Obama non solo rappattuma una nuova coalizione militare fornendo ordini al complesso militare-industriale statunitense, ma anche si prepara alle elezioni di medio termine al Congresso del 4 novembre, i cui risultati potrebbero chiarire la possibilità di un ‘cambio della guardia’ alla Casa Bianca, nell’autunno del 2016. Le teorie della cospirazione statunitense-saudita portano anche l’idea che i prezzi del petrolio crollarono nelle ultime elezioni negli Stati Uniti, ed anche questa volta non vi sono ragioni economiche.
Sembra che la storia si ripeta. Obama e i suoi avversari repubblicani cercano di conquistare la simpatia degli elettori. Per gli statunitensi, i prezzi bassi della benzina sono molto più importanti della politica estera del governo. L’accessibilità dei prezzi dei prodotti petroliferi deve sedurre non solo le famiglie statunitensi, ma anche stimolare gli affari. La posta in gioco per i democratici e Obama personalmente, nelle elezioni di medio termine, é relativamente elevata. Se i repubblicani prendono il controllo del Congresso, l’attuale inquilino della Casa Bianca sarà un’anatra zoppa nei due anni fino alle prossime elezioni presidenziali. Il campanello d’allarme per i democratici suonava quattro anni fa, alle precedenti elezioni di medio termine del Congresso, quando i membri del partito di Obama, che fino a quel momento controllava la fiducia delle camere del Congresso, persero il vantaggio nella Camera dei Rappresentanti dopo avervi perso 63 seggi, assieme a 6 seggi al Senato. Fu la peggiore perdita di voti, per un partito di governo alle elezioni di medio termine, dal 1938. Un’intesa tra Stati Uniti e Arabia Saudita sulla regolamentazione dei prezzi del petrolio utilizzando leve non economiche è assai probabile. Tuttavia, Washington sa che non dovrebbe allargarsi troppo, non solo per motivi economici, quando il petrolio di scisto viene estratto dai giacimenti nordamericani rovinando le aziende interessate per l’alto costo della sua produzione. Per gli Stati Uniti è più importante che la Cina sia uno dei principali beneficiari del ribasso del mercato petrolifero. Gli statunitensi vogliono davvero accelerare da sé l’arrivo del momento in cui la Cina sarà l’economia globale leader, con tutte le conseguenze geopolitiche che ciò implica? Oppure sono così ossessionati dall’idea di punire la Russia che la loro politica del contenimento della Cina ha perso ogni urgenza? Né l’uno, né l’altro. Sembra che dopo le elezioni del Congresso, l’amministrazione di Obama perderà gran parte della motivazione a giocare sul ribasso dei prezzi nel mercato del petrolio. Tanto più che con l’avvicinarsi della stagione invernale, supportare tale speculazione sarebbe eccessivamente costoso.
A lungo termine, le manipolazioni politiche dei prezzi del petrolio potrebbero anche causare gravi problemi al secondo presunto cospiratore. L’Arabia Saudita ha sulle spalle la maggior parte della spesa per la lotta allo Stato islamico. Finanzia l’addestramento della cosiddetta opposizione moderata siriana nella speranza che, col tempo, riesca a rovesciare il regime di Bashar Assad con la forza. Riyadh finanzia anche l’importazione di armi nella regione (contratti con Francia e Libano per 3 miliardi di dollari). La prima monarchia del Golfo Persico ha anche l’onere dei propri problemi interni dovuti alla necessità di controllare la crescita del radicalismo tra i sauditi tramite programmi sociali miliardari. Tutto ciò richiede denaro. Ma non vi è alcuna garanzia che la petromonarchia riceva quanto è necessario dai prezzi recentemente istituiti nel mercato petrolifero.

oil_1806906bLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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