Una pipeline dalla Russia all’India attraverso la Cina

Rossijskaja Gazeta, Global Research, 17 aprile 2014

17495I colloqui sulla costruzione del progettato oleodotto Russia all’India dovrebbero concludersi entro la metà del 2014, secondo i funzionari dell’ONGC. Così la Russia cambia direzione politica nell’esportazione energetica mentre la forte domanda di idrocarburi, sia in Cina che in India, tra le maggiori economie del mondo, continua a crescere. I vantaggi sono evidenti, anche quelli relativi ai piani dell’India per divenire membro della Shanghai Cooperation Organization (SCO). La Cina appoggia i rifornimenti via oleogasdotti per l’India, cosa non sorprendente. Una delle opzioni del progetto è la costruzione di un gasdotto dalla regione di Altai al nord dell’India attraverso il nord-ovest della Cina. Il direttore del Centro per gli Studi Strategici sull’Energia della Repubblica popolare cinese, Xia Yishan, dice: “Il progetto è vantaggioso per l’India e la Cina, in quanto consentirà alla Cina di diventare una rotta per il petrolio, oltre ad avere lo ‘status’ di consumatrice del petrolio russo. “Per la Russia, un’ulteriore vantaggio del progetto è rifornire di petrolio il mercato della SCO”. “La Russia e l’India hanno concordato la costituzione di un gruppo congiunto per studiare la possibilità di trasportare direttamente via terra gli idrocarburi” afferma la dichiarazione congiunta di Vladimir Putin e Manmohan Singh di dicembre. La discussione del progetto iniziò nel 2005. Alla fine dello scorso anno, ONGC ne ha sostenuto l’attuazione dicendo: “Il gasdotto dalla Russia appare adeguato. I dettagli del progetto saranno chiariti con i partner russi“. Secondo il direttore dell’agenzia del gas Mikhail Ermolovich, il progetto potrà essere associato alla creazione di una joint venture petrolchimica russo-indiana in Gujarat. Gli investimenti in questa impresa sono stimati 450 milioni di dollari e la sua capacità in 100000 tonnellate di prodotti finiti all’anno. In generale, l’India programma l’aumento significativo delle sue riserve di oro nero, per via dell’aumento della domanda interna. Il segretario del Ministero degli Esteri indiano Ajay Bisaria ha detto che “nel 2013, gli acquisti di petrolio in Russia ammontavano a 176 milioni di dollari, ma l’India intende acquistarne di più. Ciò richiede una rotta via terra“. Fino al 35 per cento del gasdotto passa in territorio montagnoso. Il costo preliminare del progetto sarebbe di 30 miliardi di dollari e il completamento della costruzione è previsto per il 2020-2022.
Riguardo il mercato occidentale, per via della crisi nell’eurozona la domanda di petrolio è assai volatile. Inoltre, se vuole “fare pressione” su Mosca, l’UE può aumentare l’importazione di greggio da Norvegia, Nord Africa, Golfo e Trinidad, ma questo è un problema dell’UE. In aggiunta a ciò, l’UE si lamenta dei prezzi interni bassi di petrolio e gas in Russia, è per questo molte merci prodotte in Russia vengono tassate con restrizioni antidumping. Timur Nigmatullin, analista d’Investkafe ha detto: “L’uso delle cosiddette rettifiche sull’energia da parte dell’Unione europea, appare un tentativo di ridurre uno dei principali vantaggi competitivi della nostra economia. Tale approccio ha introdotto dazi antidumping ingiustificati, motivo per cui le aziende russe ogni anno perdono più di 600 milioni di dollari“. In breve, vi è la necessità di nuovi mercati, in particolare quelli in cui si sviluppano i processi d’integrazione con la partecipazione della Russia. Si tratta soprattutto della SCO. “La crescita dei mutui investimenti in Russia e Cina è accompagnata dalla maggiore attività del business russo e cinese negli altri Paesi della SCO”, ha detto il presidente dell’Organizzazione internazionale dei creditori Robert Abdullin. “La crescita economica in questi Paesi è più favorevole di quanto lo sia nei Paesi industrializzati”. Paesi come India, Pakistan, Mongolia, Vietnam e loro vicini sarebbero naturalmente attratti dalla stretta collaborazione con la SCO, comprese le partnership nell’energia.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

FMI, BRICS e l’”ideale di potenza”

Dedefensa 17 aprile 2014

9thrtPresso gli “economisti”, secondo un’idea corrente, scrive Tyler Durden citando un testo di RTBH su Zerohedge del 16 aprile 2014, lo status degli Stati Uniti si quaglia e quindi anche la legittimità del FMI: “Gli economisti avvertono che la legittimità del FMI è in gioco, mentre il ruolo statunitense all’estero viene eroso“. Nel suo testo, Durden inizia con commenti introduttivi su due notizie: la minaccia della riduzione dello status degli USA in seno al FMI e l’evoluzione dell’iniziativa BRICS nel creare da sé propri FMI e Banca Mondiale. In entrambi i casi s’illustra il declino accelerato della potenza finanziaria strutturale degli Stati Uniti, che domina e manipola a piacimento le agenzie internazionali. “I Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) hanno compiuto progressi significativi nella creazione di strutture che potrebbero servire come alternativa a FMI e Banca Mondiale (dominati da Stati Uniti e Unione europea), secondo RBTH. Come riporta il WSJ, gli Stati Uniti perderanno il loro potere di veto sul comitato esecutivo del Fondo monetario internazionale nell’ambito di un piano considerato da alcune economie emergenti. I Paesi sono stufi dalla mancata  ratifica degli Stati Uniti, in quattro anni, dell’accordo per ristrutturare il creditore d’emergenza. Inoltre, perde credibilità sulla scena mondiale e, come il ministro delle Finanze del Brasile Mantega riassume, “il FMI non può rimanere paralizzato e rimandare i suoi impegni per la riforma“.”
Quindi spiega questo scontro in seno al FMI, dove gli Stati Uniti lottano da quattro anni contro le riforme strutturali che rimuoveranno parte della loro influenza. Il risultato è il programma degli “emergenti” (BRICS inclusi) che priverà gli Stati Uniti del veto, che in questo caso assicura la maggior parte del loro potere decisionale. È una tipica situazione di reciproca radicalizzazione, il rifiuto radicale degli Stati Uniti di perdere parte della loro influenza e la conseguente offensiva contro il loro potere decisionale. Possiamo quindi supporre che se gli Stati Uniti ancor più si radicalizzeranno sabotando con tutti i mezzi il piano degli “emergenti”, i BRICS giungeranno rapidamente a vedere nella loro iniziativa per avviare strutture finanziarie aggiuntive, un’iniziativa di rottura radicale, di passaggio dal complemento all’alternativa, e ben pesto dall’alternativa al confronto. In effetti, si potrebbe sostenere che questa ipotesi, per concretizzarsi, dipenda solo dagli aspetti tecnici e finanziari della creazione del loro equivalente al binomio FMI/Banca Mondiale… Il testo su RTBH (Russia Beyond the Headlines) di Olga Samofalova, del 14 aprile 2014, fornisce le ultime notizie sullo sviluppo delle organizzazioni avviato dai BRICS per formare il loro equivalente a FMI/Banca Mondiale… “I Paesi BRICS (…) hanno compiuto progressi significativi nella creazione di strutture che saranno alternative a Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, dominati da Stati Uniti ed Unione europea. Un pool di valute di riserva in sostituzione del FMI, e una banca di sviluppo dei BRICS al posto della Banca Mondiale, saranno operativi al più presto nel 2015, ha detto l’ambasciatore russo itinerante Vadim Lukov. Il Brasile ha già elaborato una Carta per la Banca di sviluppo dei BRICS, mentre la Russia elabora accordi intergovernativi sull’impostazione della banca, ha aggiunto. Inoltre, i Paesi BRICS hanno già concordato l’importo del capitale autorizzato per le nuove istituzioni: 100 miliardi di dollari per ciascuna. “Colloqui sono in corso sulla distribuzione del capitale iniziale di 50 miliardi di dollari tra i partner e sulla localizzazione per la sede della banca. Ciascuno dei Paesi BRICS ha espresso grande interesse ad avere la sede sul proprio territorio”, ha detto Lukov. Si prevede che i contributi al pool delle valute di riserva saranno i seguenti: Cina, 41 miliardi dollari; Brasile, India e Russia, 18 miliardi dollari ciascuno; e Sud Africa, 5 miliardi. L’importo dei contributi riflette la dimensione delle economie dei Paesi. A titolo di confronto, le riserve del FMI, impostate dai diritti speciali di prelievo (DSP), attualmente ammontano a 238,4 miliardi o 369,52 miliardi di dollari. In termini di importi, la valuta di riserva per BRICS è, ovviamente, inferiore a quella del FMI. Tuttavia, 100 miliardi di dollari dovrebbero essere più che sufficienti ai cinque Paesi considerando che li FMI comprende 188 Paesi, che possono richiedere assistenza finanziaria in qualsiasi momento”.
Infatti… se la situazione con tutti i suoi elementi d’interesse e di potenza viene considerata dal punto di vista della comunicazione che influenza la percezione e la visione psicologica che trasmette tale percezione, elementi essenziali della dinamica dei cambiamenti strutturali della politica di oggi, come in molti altri settori che interessano le relazioni internazionali e l’evoluzione della civiltà, non c’è per noi alcun dubbio che la suddetta ipotesi si avvererà e che i Paesi BRICS attueranno le proprie strutture alternative in rottura alle strutture manipolate dagli Stati Uniti (con la complicità di altri Paesi del blocco BAO, certamente). Con questo metro, il destino del nuovo piano “emergente” per riformare il FMI non ha più l’importanza che aveva inizialmente, proprio come ha poche possibilità di riuscire nella sua dimensione reale, quella della redistribuzione del potere, davanti all’opposizione degli Stati Uniti che sembra completamente intrattabile e supportata da un concezione elevata dell’automatismo che non conosce compromessi. Questa valutazione è specifica nell’azione innescata dalla “grande potenza” (v. 9 aprile 2014), e quindi non si tratta nemmeno dei soli aspetti della comunicazione e della psicologia (non più delle componenti politiche e finanziarie), ma di metastoria. Parliamo di un riflesso fondamentale di ciò che è un sistema quasi-autonomo grazie a un’incontrollabile psicologia (degli Stati Uniti) bloccata nella loro concezione paralizzante dell’hubris; Insomma, parliamo del sistema.
È da quasi sei anni (dalla crisi finanziaria del 2008), che l’idea di una riforma del FMI è diventata urgente, proprio a causa della crisi finanziaria, da quattro anni la riforma è “sul tavolo”. Gli Stati Uniti di fatto bloccano questa riforma, potendolo fare per la loro posizione di forza legale, l’unica posizione consentita dall’ideale di potenza che considera solo ciò che l’avvantaggia o ne protegge senza compromessi il potere acquisito. Così hanno provocato questo movimento nel gruppo informale (BRIC o BRICS da quando il Sud Africa è entrato nel gruppo), che inizialmente aveva unità congiunturale e ambizione immediate. La resistenza incondizionata degli USA, arroganti se non indifferenti a situazioni diverse dalla propria, ha suscitato il rafforzamento naturale da BRICS, come in qualsiasi altra situazione, quando una richiesta si basa su una vera e propria potenza. Il paradosso è… che la situazione rafforza la potenza (dei BRICS), a sua volta ispirata all’ideale di potenza che infine diventa una forza ribelle a quella principale (gli Stati Uniti) sempre ispirata dall’ideale di potenza; così la produzione centrale dell’ideale di potenza viene sfidata da una produzione parallela di tale ideale di potenza. (Allo stesso modo, seguendo lo stesso percorso politico, diciamo che i BRICS hanno per obiettivo generale entrare nel sistema per raccogliere i frutti delle loro varie competenze, affrontando la resistenza egemonica degli Stati Uniti, o del blocco BAO, cioè i principali rappresentanti del sistema, sviluppando eventualmente azioni e politiche che s’identificano solo come antisistema). Appare chiaro che se gli Stati Uniti avessero sviluppato una posizione diversa, incline al compromesso, accettando la riforma del FMI senza lamenti, i contestanti attuali non si sarebbero raggruppati come hanno fatto e continuano a fare e ancor meno  avrebbero iniziato a sviluppare un’alternativa come fanno oggi. Invece, un processo d’integrazione della potenza avrebbe avuto luogo, che avrebbe potuto essere armonioso, e il sistema in generale ne sarebbe uscito rafforzato nella sua coesione, assorbendo i BRICS come tale (nuova forza costituente del FMI). La direzione è esattamente contraria. Lungi dall’essere un complemento al binomio FMI/Banca Mondiale, la struttura sviluppata in tali condizioni dai BRICS naturalmente diventa una struttura concorrente, sempre con la stessa ispirazione all’ideale di potenza che conduce all’opposizione al primo ideale di potenza, e di nuovo ricreando l’antagonismo sistema contro antisistema. Troviamo così la sostantivata ispirazione della ragione sovvertita dalla modernità, rappresentata dall’ideale di potenza, lo stesso processo logico delle attività di trasmutazione dall’attività da superpotenza che caratterizza il binomio FMI/Banca Mondiale a una situazione che distrugge tutti gli attori interessati alla partita, coloro già nel sistema e coloro che aspirano a entrarvi…
Così effettivamente vediamo, in generale, l’azione del raggruppamento BRICS. Non riteniamo, secondo i nostri piani, che questo gruppo si sviluppi per creare un’alternativa stabile, che avrebbe preso il posto di tutto ciò che è formato dal blocco BAO, stabilizzando il sistema e dicendo di aprire una “nuova era”. Per noi l’iniziativa BRICS, qualunque cosa i suoi membri vogliano e sebbene le loro intenzioni siano sempre sensibili alla possibilità di disposizione, è necessariamente una “lotta alternativa” che si scontrerà, e già si scontra, con l’opposizione del blocco BAO (Sistema) nel settore finanziario, come in tutti i settori, anche geopolitico (la Russia nel caso ucraino). L’ideale di potenza è questa concezione, tale falsa costruzione intellettuale che assegna a coloro che s’ispirano all’imperativo della vittoria con l’unico argomento della vittoria quale affermazione della potenza, così come la necessità di non cedere il potere quando s’é quasi onnipotenti. Nella parte che illustra l’approccio dei BRICS, il blocco delle potenze BAO, gli USA, ecc. nel cuore del sistema, è abbastanza grande da creare scontri la cui vittima principale sia il sistema stesso. Sempre secondo il processo superpotenza-distruzione. Il futuro dei BRICS non è inglobare il sistema e usarlo a proprio vantaggio (il sistema), cioè in realtà salvarlo, ma al contrario partecipare alla sua distruzione. Non è una strategia, una vendetta o l’asserzione di una predominanza, ma è una necessità metastorica.

BRICS_main_pic_tempTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Basi militari ‘segrete’ nell’emisfero occidentale

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 13/04/2014

iAV.gKDS7p0YIl picco propagandistico sulla creazione della Russia di basi militari in America Latina e nei Caraibi non finisce. Su iniziativa dei centri da ‘guerra fredda’ degli Stati Uniti, scoperte su basi navali e aeree russe “segrete” in Nicaragua, Venezuela e perfino Argentina appaiono regolarmente nei media.  Più spesso che no, tali notizie sono accompagnate da fotografie di bombardieri strategici Tu-160 (‘Cigno Bianco’) e Tu-95MS, dell’incrociatore a propulsione nucleare Pjotr Velikij (‘Pietro il Grande’), e del grande cacciatorpediniere anti-sommergibile Ammiraglio Chabanenko, che avviarono le visite delle forze navali e aeree della Russia presso gli ospiti del continente americano nel 2008. L’esempio più recente di tale tipo è l’attracco nel porto dell’Avana della nave dell’intelligence russa Viktor Leonov. Nel novembre 2013, l’Assemblea Nazionale del Nicaragua ha ratificato la decisione del governo di permettere alle unità militari russe, navali e aeree, di visitare la repubblica nella prima metà del 2014. I loro equipaggi potranno partecipare all’addestramento dei  militari del Nicaragua e condividerne le esperienze. Il documento menziona anche navi e aerei militari di Cuba, Venezuela, Messico e Stati Uniti. Nel giugno di quest’anno, il governo di Daniel Ortega presenterà al parlamento la proroga del documento per ulteriori sei mesi. Il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu ha recentemente annunciato l’intenzione di aumentare il numero di basi all’estero. Ha anche detto che colloqui sono in corso con Cuba, Venezuela, Nicaragua, Vietnam, Singapore e Seychelles. Il Viceministro della Difesa russo Anatolij Antonov ha spiegato la situazione così: “Quando si parla di valorizzare la presenza della marina russa in America Latina, s’intende soprattutto creare le condizioni per una procedura semplificata per le visite delle nostre navi russe nei porti dell’America Latina. Data la notevole distanza dalle coste russe, è ovvio che saremmo interessati a rifornirle di scorte di cibo e acqua, nonché ad organizzare le attività ricreative dei nostri marinai. In alcune circostanze, dobbiamo essere sicuri di poter svolgere piccole e medie riparazioni per le nostre navi”.
Il Presidente Daniel Ortega, ha prospettato la ‘presenza’ amichevole della Russia sulle rive dell’America Latina in un discorso ai militari del Nicaragua, il 6 aprile, dicendo da quando il governo sandinista è tornato al potere nel 2007, di essere disposto a cooperare con qualsiasi Paese possa contribuire a rafforzare e modernizzare l’esercito. Gli Stati Uniti non hanno dato al Paese alcuna speranza. Nonostante i già stretti legami tra Washington e i governi di destra del Nicaragua, il Pentagono non ha fatto alcun tentativo serio per equipaggiare l’esercito del Nicaragua con armi moderne. Gli Stati Uniti vedono sempre l’ideologia dei sandinisti come ostile. Perciò il governo del Nicaragua s’è rivolto alla Russia. Accordi di vasta portata nella cooperazione militare e tecnica sono stati firmati. Secondo Ortega, il contributo della Russia al processo di riarmo militare è “stabile, affidabile ed estremamente importante”, ed è accompagnato dalla previsione incondizionata di aiuti sociali ed economici al popolo nicaraguense. Sono stati inviati rifornimenti di grano, attrezzature agricole, autobus e autovetture. Una considerevole quantità di denaro è stata anche assegnata a  scopi umanitari, tra cui sanare le conseguenze delle catastrofi naturali. Analizzando il contenuto del discorso di Ortega ai militari, il quotidiano conservatore La Prensa di Managua ha osservato che Ortega “giustifica la possibile creazione di basi russe in Nicaragua”. Ecco una citazione dal discorso di Ortega: “Quante navi militari statunitensi hanno visitato (i nostri porti) tra il 2007 e il 2012? Quante navi statunitensi hanno trascorso mesi nei nostri porti dei Caraibi e dell’Oceano Pacifico? Navi militari sfilate per le missioni di pace! E quanti soldati e ufficiali statunitensi sono sbarcati nel nostro Paese diretti nelle loro basi?… Basi (estere) vietate dalla Costituzione, ma (in realtà) ancora presenti”. Per Ortega, il rafforzamento della sicurezza del Paese rimane un obiettivo strategico. Più potente l’esercito, più significativo il suo contributo nel tutelare ogni regione del Paese, e una vita più tranquilla per il popolo nicaraguense, nei nostri tempi difficili. Ortega insiste in particolare sulla necessità di rafforzare la lotta al traffico di droga, tenendo presente che il Nicaragua si trova ‘al crocevia’ dei traffici di cocaina e di altri allucinogeni da Colombia, Perù e Bolivia agli Stati Uniti. Le Forze armate del Nicaragua devono avere moderne capacità operative nel sequestrare e distruggere il traffico di droga via terra, aria e mare. Si potrebbe pensare che l’US Drug Enforcement Agency (DEA), a lungo presente nel Paese, avesse contribuito a modernizzare il suo arsenale. Ma l’Agenzia sviluppa la cooperazione bilaterale esclusivamente nei propri interessi, cioè espandendo la presenza militare statunitense nel Paese. I metodi autoritari della DEA alienano sempre più leader latinoamericani. Perciò le strutture preposte in Nicaragua e altri Paesi centroamericani hanno reagito positivamente al piano della Russia per la formazione di funzionari antidroga in una scuola speciale a Managua. I professionisti del Servizio anti-Narcotici Federale della Russia (FSKN) insegnano nella scuola, e coloro che la frequentano provengono da Nicaragua, Salvador, Panama, Honduras, Repubblica Dominicana e altri Paesi della regione. Il primo gruppo di operatori s’è già laureato. Gli Stati Uniti sono gelosi del successo della FSKN in Nicaragua e in America Latina. Per questo motivo Viktor Ivanov, presidente del Comitato antidroga dello Stato e direttore della FSKN, è stato inserito nella lista nera del governo degli Stati Uniti. I piani per una collaborazione tra Russia e Nicaragua per esplorare e utilizzare lo spazio viene  considerata dal Pentagono come “assai sospetto” quale “componente militare”. Tra l’altro, l’accordo prevede la costruzione di un sistema di sorveglianza satellitare GLONASS in Nicaragua. Attraverso i media del Paese sotto il suo ‘controllo’, l’ambasciata degli Stati Uniti conduce una campagna ostile contro il progetto, ponendo l’accento sul suo uso ‘probabile’ a fini di spionaggio dalla Russia. Questa preoccupazione dell’ambasciata, dove la maggioranza dei 200 diplomatici statunitensi sono dipendenti delle agenzie di intelligence che intenzionalmente lavorano contro il regime Ortega, non è che ironica.
La Russia sviluppa legami militari con Venezuela e Cuba in modo simile. Sembra che nel prossimo futuro, il problema di porre basi militari russe permanenti con grandi infrastrutture e personale militare dispiegato per lunghi periodi di tempo, non sarà più tale. Il Ministero degli Esteri della Russia ha definito gli articoli sulla creazione di basi militari russe in Argentina, una ‘provocazione’. L’unica base straniera al largo delle coste argentine si trova sulle Isole Falkland, occupate dagli inglesi. La presidentessa argentina Cristina Fernández ha definito le isole “base nucleare” della NATO, “la più grande base esistente a sud del 50° parallelo”. Gli strateghi della NATO provedono di coinvolgere le forze armate della Colombia nelle attività dell’alleanza militare. Nel giugno 2013, Juan Carlos Pinzón, ministro della Difesa nazionale della Colombia, firmò un accordo a Bruxelles sulla cooperazione e lo scambio di informazioni con la NATO. Il presidente colombiano Juan Manuel Santos ha detto, a tal proposito, che l’accordo è stato stipulato “con l’obiettivo ulteriore” di aderire all’organizzazione. Un articolo sul sito aporrea.org commentava che, prima o poi, ci sarà una risposta adeguata all’espansione militare globale degli Stati Uniti e della NATO: “Se gli Stati Uniti hanno un numero incalcolabile di basi in tutto il mondo, allora è logico supporre che altre potenze inizieranno a creare proprie roccaforti. Se gli Stati Uniti hanno riempito l’Europa di missili puntati contro la Russia, è ovvio che la Russia possa rispondere in modo appropriato. Gli Stati Uniti vanno biasimati per la diffusione delle violenze in tutto il mondo, per la loro volontà di preservare l’egemonia. Dopo la sconfitta in Afghanistan, gli statunitensi sono costretti a ritirarsi dal Paese senza essere riusciti a creare una base con missili puntati soprattutto contro Russia, Cina, India e Iran. Ma il messaggio è chiaro: dalla seconda guerra mondiale, l’unico aggressore sul pianeta sono gli Stati Uniti”.

0905_g20_g19.jpg_1853027552La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia ha un’arma segreta contro l’occidente, e non si tratta di petrolio, gas o armi nucleari

Jason Karaian QZ 14/4/2104

ap070614059593I mercati dell’energia sono alquanto instabili di recente, grazie alle violenze in Ucraina e la guerra verbale tra Russia e occidente. Entrambe le parti in conflitto giocano sulla politica dei gasdotti, con minacce e contro-minacce che volano tra il fornitore di energia più grandi del mondo e i consumatori. Come gli animi si accendono, la minaccia di chiudere gli oleodotti cruciali basta a spaventare anche i trader più temprati. Anche se petrolio e gas sono in cima ai pensieri, non sono le uniche merci di cui i trader si preoccupano. Il prezzo del palladio ha avuto un balzo da tre anni ad oggi:

spot-palladium-price-nymex-price_chartbuilderLa Russia è il maggiore produttore mondiale del metallo, ingrediente fondamentale per convertitori catalitici nelle automobili, condensatori elettronici, corone, gioielli e molto altro. Mentre l’occidente minaccia sanzioni sempre più severe contro la Russia, per le sue presunte provocazioni in Ucraina orientale, la Russia potrebbe infliggere danni simili con proprie restrizioni commerciali. Limitare le esportazioni di palladio può essere un’utile ed efficace arma rispetto al divieto di visto imposto ai principali funzionari occidentali, ma non provocatorio come l’embargo su petrolio o gas. Ciò che dà alla Russia mano libera nel possibile uso della “politica del palladio”, sono i minatori in sciopero in Sud Africa, il secondo maggiore grande produttore di palladio del mondo. Circa 80000 minatori sono in sciopero per il salario e devono ancora tornare al lavoro. Russia e Sud Africa controllano più di tre quarti della produzione di palladio nel mondo, secondo Johnson Matthey. L’anno scorso, la domanda di palladio ha superato l’offerta di 23 tonnellate (25,4 tonnellate), così le scorte già si esauriscono.

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Gli europei sono giustamente preoccupati per l’affidabilità delle forniture energetiche russe, mentre gli Stati Uniti cominciano a gettare il loro peso di produttori che potrebbero influenzare il mercato petrolifero. Ma le schermaglie iniziali della guerra economica tra Russia e occidente non sono state combattute sugli oleodotti. Gli Stati Uniti hanno già usato il settore finanziario per azzoppare una banca russa e disturbare i sistemi di pagamento del Paese, mentre i Paesi europei hanno congelato i contratti per la Difesa con i russi. Controllando un oscuro metallo prezioso, ma assai importante, la Russia ha un mezzo per reagire; il prezzo del palladio è in crescita del 13% nel mercato, quest’anno, con i futures che suggeriscono ulteriori guadagni futuri. Può sembrare strano, ma una disputa  territoriale in Ucraina potrebbe far balzare i prezzi negli autosaloni europei e nelle cliniche odontoiatriche statunitensi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

El Salvador diventerà un altro Venezuela?

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 27 marzo 2014 131968399_11nIspirati dalle proteste antigovernative appoggiate dagli USA in Venezuela, gli oligarchi di El Salvador si preparano alla stessa strategia. Se i risultati elettorali non sono a suo vantaggio, l’opposizione venezuelana filo-USA si rifiuta di riconoscere l’esito delle elezioni del Venezuela. Ora tocca anche ad El Salvador. Gli oligarchi di destra del Partito Repubblicano Nazionale (ARENA) usano lo stesso copione degli oligarchi venezuelani. I capi di ARENA si rifiutano di riconoscere di aver perso le elezioni presidenziali del 2014 e che il Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo Martí (FMLN) di sinistra ha vinto. Prima che tutte le schede elettorali venissero anche contate, ARENA accusava l’FMLN di frode sostenendo che le elezioni erano state truccate. Il candidato presidenziale di ARENA, Norman Quijano Noel González, promise che ARENA “non permetterà che questa vittoria ci venga rubata come in Venezuela” degli oppositori dei chavisti. Facendo eco al capo dell’opposizione venezuelana Henrique Capriles e al cosiddetta Movimento Unito Democratico (MUD), ARENA disse di “prepararsi alla guerra“. Per un po’ molti temettero che El Salvador, Paese profondamente polarizzato, ritornasse alla guerra civile. ARENA esortava l’esercito salvadoregno a rovesciare il governo e a permettere al suo candidato d’assumere la presidenza. Alla fine ARENA fu costretto ad ammettere la sconfitta e a riconoscere il vicepresidente del Salvador Sánchez Cerén e Oscar Ortiz, rispettivamente presidente e vicepresidente eletti. Sánchez ha battuto il candidato di ARENA, Norman Quijano, con il 0,22 per cento secondo il Tribunale Supremo Elettorale di El Salvador. Aveva ottenuto il 50,11 per cento dei voti, mentre Quijano il 49,89 per cento. Ho avuto il vantaggio di essere presente in El Salvador da osservatore internazionale per monitorare le elezioni. Ho potuto vedere il processo da vicino e osservare come entrambe le parti si sono comportate. Ho monitorato le elezioni presidenziali del 2 febbraio 2014; il voto a febbraio divenne il primo turno delle elezioni presidenziali, perché Sánchez e Ortíz ebbero il 48,93 per cento del voto. Dovevano averne il 50 per cento per vincere le elezioni senza un secondo turno. Il secondo turno hanno avuto luogo il 9 marzo. Tatticamente ARENA aveva cercato di annullare il maggior numero di voti possibile durante il primo turno. Un esempio è il caso delle schede dall’estero che ARENA annullò su basi tecniciste; molti elettori salvadoregni inviarono le schede elettorali del secondo turno invece di quelle del primo turno. Nonostante il fatto che la scelta elettorale degli elettori all’estero fosse chiara, ARENA fece sì che le loro schede elettorali fossero annullate per il loro voto di preferenza all’FMLN. È interessante notare che ARENA perse le elezioni presidenziali del 2009, anche se frodò. Gli ex-osservatori elettorali affermarono come i sindaci salvadoregni di ARENA concedessero falsi tesserini di riconoscimento salvadoregni a cittadini stranieri introdotti in El Salvador su autobus di altri Paesi dell’America centrale.

I gringos non hanno perso tutta la loro influenza
Il governo degli Stati Uniti aveva sostenuto ARENA alle elezioni presidenziali del 2004 e del 2009. Prima di questo, durante la guerra civile negli anni ’80, il governo USA sosteneva gli oligarchi salvadoregni al potere in un continuum di regimi non democratici. Washington intervenne direttamente in El Salvador e il Pentagono combatté in nome degli oligarchi. Il governo degli Stati Uniti, tuttavia, non approvava pubblicamente ARENA questa volta. Il silenzio di Washington durante la campagna elettorale del 2014 era sospetta e ne parlai con vari funzionari del Salvador e politici dell’FMLN. Mentre mi stavo preparando per le elezioni a San Salvador, fui informato dai colleghi del contingente canadese che William G. Walker, diplomatico di carriera ed ex-ambasciatore USA in El Salvador nel 1988-1992, aveva scritto un simpatico editoriale sul New York Times intitolato “Non si tema la sinistra in El Salvador“. L’articolo di Walker di gennaio 2014 era un messaggio pre-elettorale ai politici e funzionari della cosiddetta cintura di Washington, secondo cui non vi era alcuna necessità di allarmarsi per la vittoria dell’FMLN. “Il rullo di tamburi è iniziato questo mese, quando Elliott Abrams, che curò la politica dell’America Centrale dell’amministrazione Reagan durante la guerra civile in El Salvador, ha avvertito sul Washington Post dei pericoli della “vittoria elettorale del vicepresidente salvadoregno Sánchez, come pretende il NYT“. Altri conservatori fecero eco. L’implicita minaccia era che se i salvadoregni fanno la scelta sbagliata, gli USA ridurranno gli aiuti”, ha scritto l’ex diplomatico, parlando della linea che Abrams e una sezione della classe dirigente degli Stati Uniti avevano adottato. Walker, però, rompe con Elliott Abrams così: “Dal 1985 al 1988 ho lavorato a stretto contatto con Abrams al dipartimento di Stato. Rispetto la sua onestà, ma credo che sbagli in questo caso“. E’ necessaria una pausa. Chiedo scusa: Elliott Abrams, onesto? Questi è lo stesso superneocon propagandista della fondazione Progetto per un Nuovo Secolo Americano e pianificatore della conquista del mondo, esempio di disonestà in tutta la sua carriera. È uno dei mascalzoni della cabala di Bush II, che mentì spudoratamente al mondo sulle armi di distruzione di massa dell’Iraq per giustificare l’invasione anglo-statunitense di Baghdad nel 2003. Su Libia e Siria sostenne sempre la guerra. È un sostenitore impenitente del militarismo e dell’imperialismo guerrafondaio contro l’Iran, e per anni ha utilizzato il dubbio discorso di Benjamin Netanyahu che falsamente sostiene che Teheran sia vicina alla bomba nucleare. Ora vuole che Stati Uniti e NATO affrontino la Russia sulla crisi in Ucraina. Walker stesso è tutt’altro che un santo. Appena ho sentito che Walker ha preso tale posizione, mi sono preoccupato. Dopo tutto fu il funzionario statunitense che collaborò strettamente con l’esercito salvadoregno e con gli squadroni della morte in San Salvador nella repressione contro la maggioranza della popolazione e ogni forma di dissenso. Walker fu inviato in El Salvador da Washington, per la sua esperienza con milizie e squadroni della morte. Non solo tale funzionario statunitense era coinvolto nell’organizzazione delle squadre della morte, ma coordinò l’intervento militare statunitense in El Salvador, mentre il vicesegretario di Stato dell’amministrazione Reagan forniva un fondamentale sostegno (assieme alla disgraziato tenente colonnello Oliver North) all’insurrezione dei narcos dei Contra della CIA nel vicino Nicaragua. Tutto ciò suona familiare? Dovrebbe. Per coloro che non lo sanno, le attività di Walker in Nicaragua portarono allo scandalo Iran-Contra, dove il pubblico statunitense scoprì le guerre sporche del loro governo, coinvolto nel narcotraffico e nel traffico di armi internazionale per mezzo di gente come Elliott Abram e i suoi amici, che apertamente disobbedirono all’emendamento Boland che proibiva al governo degli Stati Uniti di continuare a finanziare il rovesciamento del governo nicaraguense tramite la contro-rivoluzione. I membri del dipartimento di Stato degli Stati Uniti “sostennero che i Contras erano coinvolti nel traffico di droga“, secondo un rapporto del 1989 del Comitato di Kerry, dal nome, avete indovinato, del bugiardo giramondo sconclusionato John Kerry. Anche i loro amici d’Israele furono coinvolti nell’invio di armi in America Centrale.

Cercando un accordo con Washington
A causa del coinvolgimento nel contrabbando di armi, traffico di stupefacenti e squadre della morte, Walker ebbe finalmente un posto di lavoro nella provincia serba secessionista del Kosovo, dove le milizie dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA) erano coinvolte nel contrabbando di armi e nel traffico di stupefacenti, poi fu promosso a capo della Missione di Verifica in Kosovo (KVM) dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Walker sul suo articolo per il NYT prosegue: “Vado spesso in El Salvador per affari. Ho visto cos’è il Paese e cos’è il FMLN, sono cambiati nei 22 anni dalla fine della guerra nel 1992. Chi diffonde paura è rimasto nel passato“. L’inferno non congelerà. La posizione di Walker sul FMLN ha una spiegazione razionale rassicurando i funzionari degli Stati Uniti in merito a una vittoria del FMLN. I gringos hanno ancora ampio controllo. Vittoria del FMLN o meno, il FMLN ha lavorato per un accomodamento con Washington. La maggior parte delle esportazioni e delle importazioni di El Salvador sono con gli Stati Uniti. A parte il commercio, l’economia salvadoregna è fortemente dipendente dalle rimesse dei salvadoregni che lavorano negli Stati Uniti. Le rimesse rappresentano il 17 per cento del prodotto interno lordo (PIL) di El Salvador. Washington ha anche una leva sulla sovranità fiscale di El Salvador. Grazie ad ARENA, il dollaro USA è la valuta ufficiale. Poi c’è la struttura neoliberista dell’economia salvadoregna. A questo proposito il FMLN è stato criticato. Ci sono ex-membri del FMLN che accusano le alte sfere di compromettere la piattaforma della guerra civile.

Il neoliberismo garantito dagli “amici di Mauricio Funes” o dal FMLN?
Uno dei critici radicali del FMLN è il sociologo James Petras. Il sociologo marxista ha interpretato l’accordo di pace che ha portato l’FMLN alla politica elettorale, trasformandolo da movimento di guerriglia in partito politico, come un arretramento ideologico. “Quando iniziarono i negoziati, il FMLN cedette sulla richiesta di smantellare i militari, espropriare i principali interessi commerciali, bancari, finanziari e minerari, di una ‘commissione per la verità’ che ‘esaminasse’ i crimini di guerra: la strage di oltre 75000 civili“, dice Petras. Per Petras e molti altri, è chiaro che gli accordi di pace di Chapultepec tra le forze del Fronte Farabundo Martí di Liberazione del Popolo (FPL), divenuto FMLN, e gli oligarchi salvadoregni permisero l’amnistia a degli infami criminali responsabili dell’assassinio di intere famiglie e villaggi. Anche se è stata una scelta dolorosa, ci sono chiare spiegazioni da parte del FPL/FMLN secondo cui il perdono era una decisione strategica. Per molti leali al FMLN, l’amnistia agli squadroni della morte appoggiati dagli USA, di cui molti sono ora membri e sostenitori di ARENA, fu visto come un modo per porre fine alle violenze che attanagliavano l’America Centrale. Una ex-guerrigliera del FPL mi ha detto che nulla poteva riportarle il marito accoltellato alla testa 60 volte con uno scalpello da ghiaccio e poi smembrato; vedendo sempre morte e distruzione, sente che il perdono è il modo migliore per ricostruire il Paese e la società. Nonostante ciò, esistono contraddizioni in El Salvador. La corruzione è ancora un problema strutturale. Petras ha ragione sul pragmatismo del FMLN e l’abbraccio del neoliberismo di un segmento della sua leadership. Sono in corso dibattiti pratici ed ideologici nel FMLN su tali temi. Si deve ricordare che ci fu una guerra civile grottesca che ha creato problemi mentre parallelamente crescevano i problemi socioeconomici. Tutto ciò ha segnato la società salvadoregna. Inoltre, l’FMLN ha assunto le redini del governo in un Paese già profondamente radicato nell’orbita di Washington e nel paradigma neoliberista. Questo è il motivo per cui il FMLN si muove con cautela. Perciò i leader del FMLN hanno deciso di presentare il politico indipendente Mauricio Funes quale loro candidato alla presidenza nel 2009. Funes non è un membro del FMLN, come spesso è erroneamente ritenuto fuori dall’America Latina.
Dopo che l’FMLN vinse le elezioni presidenziali del 2009, il gabinetto di El Salvador fu diviso tra Funes e l’FMLN e il Vicepresidente Sánchez fu costretto a dire pubblicamente che l’FMLN non poteva mantenere tutte le sue promesse elettorali. Funes e i suoi consiglieri (chiamati gli amici di Mauricio Funes) controllavano le questioni strategiche, economiche e la segreteria per le riforme politiche, mentre il FMLN settori come sanità, istruzione e sicurezza. In tale quadro, l’FMLN non poté attuare riforme economiche, ristrutturazione politica e cambi strategici che la maggior parte dei suoi sostenitori voleva. Damian Alegría (José Mauricio Rivera), attualmente deputato supplente del FMLN nell’Assemblea legislativa del Salvador e ex-leader guerrigliero del FPL, mi ha detto in diverse occasioni che il presidente Funes e i suoi consiglieri impedirono il riconoscimento diplomatico della Repubblica popolare cinese. Questo fu possibile solo per l’accordo che l’FMLN  aveva con i sostenitori di Funes. Il FMLN cammina sul filo del rasoio, motivo per cui come partito di governo deve agire da trapezista. Il risultato è che l’FMLN ha introdotto la pianificazione pubblica nel sistema neoliberista. I funzionari del FMLN hanno creato servizi pubblici e infrastrutture essenziali in El Salvador. Allo stesso tempo, però, il FMLN cerca di non antagonizzarsi con USA, capitale straniero e oligarchi salvadoregni. Così il FMLN è ostaggio della cappa che ha ereditato. Se il FMLN si oppone a Stati Uniti, imprese straniere e oligarchi, la sua leadership teme che l’economia possa collassare e la guerra civile essere riavviata da ARENA. Le maquiladoras di proprietà straniera che solitamente sfruttano i lavoratori del settore dell’abbigliamento, sono ancora aperte. Ora però ci sono servizi medici gratuiti e i bambini in età scolare ricevono latte (con il programma sulla “tazza di latte”) e scarpe. I salari sono aumentati anche per gli insegnanti e in generale tutto il settore pubblico. Cliniche pubbliche mobili gratuite diagnosticano i pazienti e distribuiscono farmaci senza alcun costo per gli utenti.

Oligarchi e Monsanto contro FMLN
Non si sottovaluta l’importanza delle critiche contro il FMLN, ma si compiono grandi passi avanti.  Certo, questi balzi non sono ciò che molti ex-guerriglieri del FPL e sostenitori del FMLN vogliono. Anche se i cambiamenti in El Salvador con l’FMLN non vanno abbastanza lontano nella ristrutturazione del Paese, devono essere riconosciuti. Quando il FMLN fu eletto al governo, esistevano numerosi monopoli privati illeciti e quasi tutte le infrastrutture statali erano state privatizzate da ARENA. Le leggi sui monopoli furono decisi da ARENA per proteggere gli interessi  degli oligarchi. Era illegale e impossibile acquistare farmaci se non da Alfredo Cristiani, l’oligarca di ARENA ed ex-presidente di El Salvador. Cristiani usò il suo monopolio privato sui farmaci per tartassare i salvadoregni e vendere impunemente farmaci scaduti. Tramite il monopolio legalizzato da ARENA, il corrotto Cristiani fece lo stesso con i fertilizzanti costosi e i pesticidi chimici mortali della Monsanto ed altri prodotti. Il professor Adrian Bergmann, norvegese nominato dalla squadra di transizione del presidente Funes nel 2009, mi ha detto che la criminalità organizzata in El Salvador ruotava intorno ad Alfredo Cristiani. Nonostante ciò, ARENA accusa il FMLN per il crimine in El Salvador. Certuni in El Salvador lo dimenticano o fingono di non saperne nulla. Durante il focus group con studenti universitari appare chiaro che la presa degli oligarchi di ARENA sui media è un motivo serio. Una lezione che dovrebbe auspicare la diversificazione delle fonti d’informazione: altra questione.

political-map-of-El-SalvadoQuesto articolo è stato originariamente pubblicato da Russia Today il 26 marzo 2014.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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