Assalto, resistenza e nuova strategia del non allineamento dei BRICS
aprile 4, 2013 Lascia un commento
Sam Moyo e Paris Yeros, Pambazuka – N° 623, 27/03/2013
E’ necessario domandarsi quale sia il ruolo che i Paesi BRICS svolgono nelle semi-periferie della internazionalizzazione della produzione, fino a che punto sono anti-sistemici e anti-imperialisti? E’ necessario riavviare una nuova strategia di non-allineamento dei Paesi BRICS non solo respingendo l’egemonia militare del Nord, ma consentendo un maggior grado di manovra allo sviluppo nazionale.

In che modo l’imperialismo di oggi è diverso dagli imperialismi del passato? E quali strategie sono in grado di minarlo? Gli elementi fondamentali dell’imperialismo contemporaneo sono stati analizzati ampiamente. Consistono nella formazione di un imperialismo collettivo, un evento senza precedenti, l’internazionalizzazione attuale della produzione e della ri-finanziarizzazione del capitale monopolistico, e la continua aggressione militare, molto tempo dopo la fine della Guerra Fredda. I mutamenti economici in atto hanno minato l’imperialismo collettivo nella sua vitalità economica e nella sua pace sociale interna, obbligandolo ad aumentare il proprio programma militare esterno e l’offensiva di classe interna. Il risultato concreto di oggi è una nuova ondata di assalti alle risorse naturali e di nuovi interventi militari nelle periferie, accompagnata dalla scomparsa dei patti sociali nei centri del sistema. E’ chiaro che la grande rivalità sistemica della guerra fredda non ha avuto dei veri vincitori tra le superpotenze. L’Unione Sovietica potrebbe essere stata la prima a cedere, ma il disastro si profila ora nell’altro centro. L’unica concreta avanzata dell’ultimo mezzo secolo, è stata la decolonizzazione e la nascita del Sud. Questo ha segnato l’inizio della fine del sistema nato nel 1492.
Nuove sfide e contraddizioni per il Sud
L’emergere del Sud ha prodotto una nuova serie di sfide. Durante la guerra fredda, il movimento di Bandung delineò un insieme coerente di obiettivi, comprendente la decolonizzazione totale, lo sviluppo economico e un ‘non allineamento positivo’. Quest’ultimo significa, in particolare, non-partecipazione ai blocchi militari delle superpotenze e capacità di giudicare ogni relazione esterna sui meriti, in accordo con gli interessi nazionali. L’emergere del Sud ha prodotto anche una nuova serie di contraddizioni. L’internazionalizzazione della produzione ha continuato a differenziare il Sud tra periferie e semi-periferie, e ora anche in semi-periferie ‘emergenti’. Una delle questioni chiave è qual è il ruolo delle semi-periferie, e in particolare di quelle “emergenti”, che operano nel sistema. Le semi-periferie in passato sono state viste come valvole di sicurezza sistemiche, con cui il capitale monopolistico esternalizzava la produzione in zone con manodopera a basso costo e con risorse naturali. Durante la guerra fredda, la valvola di sicurezza politica acquisì un’espressione geo-strategica nella Dottrina Nixon-Kissinger, il cui scopo era selezionare i partner del Sud come ascari regionali nell’espansione economica e nella stabilizzazione politico-militare. Raramente tale politica falliva, come successe in Iran. L’ascaro più prezioso, allora come oggi, era Israele, ma ce n’erano altri più importanti, come il Brasile, dove si è definito il fenomeno del ‘sub-imperialismo’, cioè il tentativo di andare oltre la funzione di nastro trasportatore delle semi-periferiche.
Il termine richiama l’attenzione su una nuova contraddizione, non solo tra periferie e semi-periferie, ma anche tra centri e semi-periferie emergenti, indipendentemente dal loro orientamento ideologico (il Brasile era sotto una dittatura di destra). La contraddizione rimase non antagonista, fino a quando il regime militare oltrepassò i limiti, negoziando un accordo nucleare con la Germania federale e riconoscendo l’indipendenza dell’Angola. Così, la dittatura venne abbandonata dagli Stati Uniti, in un momento in cui cresceva la mobilitazione interna delle masse. La transizione venne controllata con mezzi politico-finanziari e di altro tipo, portando infine alla ‘riconversione’ di questa semi-periferia in parco giochi finanziario neoliberista de-nazionalizzato. Il termine inoltre richiamò l’attenzione sul fatto che tutto ciò che emergeva finiva sotto il capitalismo monopolistico, e il suo dominio finanziario e tecnologico, che non poteva che essere basato sul super-sfruttamento del lavoro interno (senza quei patti sociali che caratterizzavano i centri dell’imperialismo). Fu questa relazione interna che intensificò la dipendenza esterna, creando l’esigenza di mercati di esportazione per la produzione semi-periferica e a forzare un’influenza politico-militare regionale, al fine di risolvere la crisi cronica del saggio di profitto.
Le semi-periferie riemergenti
La successiva ‘riconversione’ generale delle semi-periferie ha prodotto effetti contraddittori, per cui un processo di privatizzazione, di maggiore estroversione e de-nazionalizzazione, ha accentuato i conflitti di classe interni, ma ha anche portato alla formazione di nuovi giganteschi blocchi di capitali nazionali, ancora una volta in lizza per un posto al sole. Non cercano più di esportare semplicemente dei manufatti, ma anche capitali. Le semi-periferie ‘ri-emergenti’ sono anche impegnate nella ‘nuova corsa’ per la terra e le risorse naturali dell’Africa. Naturalmente, sono anch’esse assaltate, ma non è paradossale, dato il loro inserimento persistente nei monopoli esterni. La questione riguarda il fatto se le nuove semi-periferie ‘emergenti’ siano stabilizzatori regionali sostanzialmente asserviti, o una forza antagonista all’imperialismo. Alcuni hanno sostenuto che l’emergere collettivo di queste semi-periferie implica un cambiamento di sistema nella diversificazione dei partner economici nel Sud.
Anti-sistemici e antimperialisti
Dovremmo concludere che le borghesie semi-periferiche sono diventate, inavvertitamente, anti-sistemiche? Altri hanno sostenuto che la nascita simultanea di una manciata di grandi semi-periferie, e in particolare della Cina, segna la contraddizione terminale involontaria ma sistemica da cui il sistema capitalistico mondiale non si riprenderà. Dobbiamo allo stesso modo concludere che il sistema si trova su un piano progressivo storico? Non siamo in grado di puntare le nostre speranze né sulle nuove brillanti borghesie, né sulle inesorabili leggi storiche. Il problema immediato è politico e riguarda il tipo di alleanze necessarie per opporsi all’imperialismo, tanto più che si aggrava il suo programma militare. Quindi, dovremmo anche chiederci: tutte le semi-periferie emergenti sono ugualmente sottomesse o sono antagoniste all’imperialismo? Hanno differenze strutturali da cui si manifestano diverse tendenze politiche?
In effetti, differiscono significativamente l’una dall’altra. Ad esempio, il Brasile e l’India sono guidati principalmente da blocchi di capitali privati, con un forte sostegno finanziario pubblico, in collaborazione con il capitale finanziario occidentale. Il caso della Cina comprende la partecipazione molto più pesante e più autonoma delle imprese e delle banche statali. Nel frattempo, in Sud Africa è sempre più difficile parlare di una borghesia autonoma nazionale di un qualsiasi tipo, dato il grado estremo di de-nazionalizzazione e di riconversione che il Paese ha subito nel periodo post-apartheid.
Il programma militare e i BRICS
Il grado di partecipazione al programma militare occidentale è diverso da un caso all’altro, anche se una ‘schizofrenia’, si potrebbe dire tipica del sub-imperialismo, è inerente a tutto questo. Ironia della sorte, lo Stato più riconvertito, il Sud Africa, ha sottoscritto un patto di mutua difesa regionale per contrastare efficacemente l’ingerenza militare occidentale in Africa del Sud, pur continuando a servire da nastro trasportatore degli interessi economici occidentali del continente. L’India è sempre in linea con la strategia degli Stati Uniti, in particolare nel settore nucleare, ma la resistenza interna rimane significativa. Il Brasile, non meno schizofrenico rispetto ai suoi pari, denuncia i colpi di Stato in Sud America, mentre con zelo guida l’invasione post-golpe di Haiti, sotto l’egida degli Stati Uniti. La Russia è rimasta un membro con diritto di veto nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, ed è sempre più lontana dalla NATO. La Cina è la più chiara forza anti-occidentale, esercitando costantemente la sua piena autonomia strategica, nonostante l’evidente dipendenza dai mercati e monopoli esterni.
Le loro modalità d’impegno con l’Africa non sono meno diverse o contraddittorie. A dire il vero, tutti sono beneficiari, anche la Cina, dell’indiscreta apertura neoliberista delle economie africane, avviata dagli anni ’80 sotto l’egida dell’occidente e delle sue agenzie multilaterali. Eppure, tutti mantengono una maggiore sensibilità sulle questioni di sovranità nazionale, anche se rimane la questione irrisolta della corsa, con tendenze paternalistiche, all’Africa. Inoltre, esiste il potenziale di una frattura dei monopoli in alcuni settori e, per estensione, della presa strangolante occidentale, soprattutto da parte della Cina e delle sue finanze e strategie basate sul cambio tra infrastrutture e petrolio.
Riavviare un nuovo non-allineamento
Date le tendenze e le contro-tendenze di questa congiuntura, è necessario riavviare la strategia del non allineamento sotto condizioni nuove. In tal modo, è indispensabile evitare l”equivalenza’ altamente ideologica tra l’imperialismo occidentale e le semi-periferie emergenti, la cui espressione più evidente è la sinofobia. Qualunque cosa facciano le nuove semi-periferie, non sono certamente i principali agenti dell’imperialismo, né militarizzano le loro politiche estere. Né, del resto, sono nazioni coese internamente, dato l’attuale super-sfruttamento su cui si basa la loro espansione.
Il primo principio del nuovo non-allineamento dovrebbe indubbiamente essere la non partecipazione al programma militare della superpotenza rimasta, cioè gli Stati Uniti, così come dei loro partner minori della NATO e la loro iniziativa AFRICOM. Il secondo è la messa a punto di una strategia riguardante gli attuali e aspiranti emergenti, nel consentire un maggior grado di manovra dello sviluppo nazionale. Pochi Paesi in Africa hanno usato la camera di manovra esistente, nella congiuntura attuale, nell’interesse del progresso sociale ed economico, e quando lo hanno fatto, sono stati generalmente classificati come ‘corrotti’ o ‘tirannici’ dall’occidente. Lo Zimbabwe, il Paese che è andato più lontano nel spezzare i monopoli e nell’elaborare una pragmatica politica di non allineamento (in realtà, la cosiddetto ‘Guardare a Oriente’), è stato perciò tra i più disprezzati.
Il nuovo non allineamento implica non solo resistere militarmente all’occidente e ‘guardare a Est/Sud’, ma anche impostare le condizioni di ogni relazione estera. Tale resistenza può essere efficace solo con strategie collettive a livello continentale e sub-regionale. Stabilire patti di mutua difesa, come in Sud Africa, un patto che ha protetto la radicalizzazione dello Zimbabwe, rappresenterebbe un mattone fondamentale, come lo sarebbero le nuove forme d’integrazione regionale, basate su norme e sull’integrazione commerciale che devono ancora emergere.
*Sam Moyo è direttore esecutivo dell’Istituto Africano di studi agrari; Paris Moyo è docente di Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Minas Gerais, Belo Horizonte, Brasile.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora








