Ucraina, tra disastro economico e confusione al vertice

Dedefensa 20 agosto 2014
_74298143__74243059_donetsk_clashes_624Un interessante articolo pubblicato il 18 agosto 2014 su OilPrice.com e ripreso il 19 agosto 2014 da RussiaList.com, è stato scritto dall’industriale statunitense Robert Bensh della Pelicourt LLC, specializzata nell’energia ed attualmente attiva in Ucraina. Sappiamo che uno degli argomenti preferiti dell’attivismo statunitense nell’innescare la crisi ucraina è appropriarsi della maggior parte delle risorse energetiche del Paese. Bensh riferisce notizie particolarmente preoccupanti da tale punto di vista, tanto per la situazione ucraina quanto per le prospettive dell’utilizzo del gas nel  Paese.
• Dal punto di vista della situazione economica, Bensh predice l’imminente disastro economico, perché le ostilità nel Donbas comprometteranno seriamente l’economia del Paese. Si nota una prospettiva ciclica, oltre al punto di vista strutturale, assai pessimista, dovuta alle varie misure di austerità da parte di FMI e UE. “La prova di forza militare ucraina con i separatisti nella parte orientale industriale, ha costretto le miniere di carbone a seri tagli della produzione o a chiudere, causando la crisi elettrica che potrebbe solo ridurre la produzione interna e quindi aumentare le esportazioni da Europa, Crimea e Bielorussia, o peggio dalla Russia. Nei centri carboniferi di Lugansk e Donetsk, i combattimenti nella zona industriale dell’Ucraina hanno costretto a chiudere circa il 50 per cento delle miniere di carbone, mentre la produzione complessiva di carbone è scesa del 22 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Le principali fonti del settore dicono che potenzialmente il carbone scarseggerà tra meno di tre settimane. Per l’Ucraina, il secondo maggiore produttore di carbone dell’Europa, ciò avrà un impatto devastante sul settore energetico, già in stato d’emergenza, non potendo fornire carbone alle centrali termiche che producono circa il 40 per cento dell’energia elettrica del Paese. Nella quadro energetico complessivo, il blocco della produzione di carbone impone all’Ucraina il regresso di un decennio. Il piano era di affidarsi maggiormente al carbone, per ridurne la dipendenza dal gas russo. … Ora l’Ucraina dovrà aumentare le importazioni di combustibile per compensare tale perdita. Ma anche così, la distruzione delle vie di approvvigionamento rende ciò difficile. Non solo le via di approvvigionamento del carbone sono state distrutte dal conflitto, ma altre infrastrutture critiche sono state danneggiate, minacciando altre industrie. In tutto, il cuore industriale dell’Ucraina è scosso dal taglio delle linee di approvvigionamento minacciando di distruggere oltre il 5 per cento del prodotto interno lordo dell’Ucraina, nella seconda metà di quest’anno”.
• Un’altra particolare preoccupazione per gli “investitori” stranieri, e in particolare statunitensi, è il comportamento della dirigenza ucraina, in particolare sulle leggi dell’esecutivo votate alla Rada. Le nuove imposte approvate sono viste come estremamente problematiche (Bensh osserva nel suo testo: “Insomma: la mia azienda, Pelicourt LLC, è l’azionista di maggioranza del terzo maggiore produttore di gas dell’Ucraina, Cub Energia, ed ho avvisato i governi di Stati Uniti e Canada sul danno potenziale che la nuova imposta provocherà”). Ciò che è davvero notevole nella descrizione di Bensh è l’atteggiamento incoerente dei legislatori ucraini che approvano leggi in contraddizione, annullandosi a vicenda. La parola d’ordine in Ucraina, e in questo caso a Kiev, sembra essere: disordine, disordine, disordine… “Ma la nuova realtà interna chiede che l’Ucraina produca più gas naturale, dopo l’attuazione all’inizio del mese del codice fiscale modificato che colpisce i produttori di gas privati con una tassa così alta che ne ridurrà significativamente la produzione entro l’anno, e il resto è solo congettura per chiunque. … gli osservatori possono essere perdonati per la confusione sulle diverse misure che Kiev ha preso dall’intensificarsi del conflitto. Infatti, i segnali provenienti da Kiev sono confusi, nella migliore delle ipotesi. Mentre il parlamento ha approvato una legge che consente le sanzioni contro la Russia, la Naftogaz statale non ha tardato a sottolineare che probabilmente non dovremmo aspettarci sanzioni contro il gigante del gas russo Gazprom, e il nuovo disegno di legge non applicherà sanzioni di alcun tipo, legalizzando semplicemente le sanzioni a singoli russi su cui Kiev dovrebbe decidere. Un’altra tigre di carta. Il parlamento ha inoltre adottato un disegno di legge che approva le joint-venture su impianti di trasporto del gas tra l’Ucraina e imprese occidentali. Allo stesso tempo, però, Kiev ha approvato una nuova modifica al codice fiscale che raddoppia le tasse ai produttori di gas privati e promette di allontanare gli investitori occidentali dall’Ucraina per quanto possibile. Ogni mossa è volta a negare l’altra. L’economia è distrutta, ma Kiev distrugge ogni possibilità di sostenere gli investimenti occidentali. Le aziende occidentali sono invitate a investire in Ucraina, mentre allo stesso tempo l’Ucraina si fa beffe della trasparenza e assicura che il clima sugli investimenti sia improvvisamente ancor meno attraente rispetto a due settimane prima. Nuovi servizi vengono pagati per sviluppare maggiori risorse volte a costruire l’indipendenza energetica, ma la nuova tassa raddoppia i costi per i produttori privati che smetteranno di produrre e se ne andranno.”
Lo spettacolo è edificane, visto da una cosiddetta fonte sul “campo” interessata alla realtà ucraina più che alla narrazione della guerra e al trionfalismo ideologico. L’Ucraina di Kiev, ovviamente, appare discendere nel disordine della già visibilmente sconvolta e accelerata radicale liquidazione aziendale e dell’assalto alle regioni russofone, secondo un tattica evidentemente ispirata dall’americanismo qualificato nel bombardamento a tappeto, versione terrestre del bombardamento a tappeto aereo, come ci si potrebbe aspettare. Non è chiaro se la “guerra del Donbas” dia i risultati politici ed etnici attesi, ma nel frattempo causa la distruzione di infrastrutture ed attività economiche, con conseguenze per tutto il Paese. La ciliegina sulla torta è la “direzione” della politica dei capi cooptati dalla CIA, dagli iperliberali ai neonazisti interessati ai loro vantaggi, gli oligarchi dalle ambizioni politiche che inviano battaglioni nel Donbass e infine la Rada, così glorificata dopo il trionfo di Majdan, luogo in cui le scazzottate portano ad adottare leggi a cascata che si annullano e contraddicono. Se si vuole, si tratta di una nuova versione dell’avventura libica, più strutturata da innumerevoli intrighi e varie manipolazioni di gruppi da parte di agenzie americaniste e della NATO, e tale struttura produrrà ancora più disordine. L’incompetenza mostrata dalla leadership politica ucraina, la cui corruzione viene dopata dal virtualismo americanista-occidentalista, dovrebbe essere un nuovo punto di riferimento sul campo, confermando perfettamente l’analisi di Dmitrij Orlov.
Ed ecco una grande teoria confrontarsi con la realtà del disordine. La tesi prevalente che spiega l’intervento americanista in Ucraina era e rimane probabilmente il saccheggio energetico, anche attraverso le prospettive bizzarre sul gas di scisto ed altro, il tutto in un quadro iperliberale. La realtà che Bensh ci presenta, si può riassumere nel termine tigre di carta… La tigre ruggente del liberalismo, come prometteva essere l’Ucraina secondo il racconto del sistema, non sarebbe che una “tigre di carta”. Mao sorriderà dalla tomba, aveva indovinato… Per quasi un quarto di secolo, lo slogan del “disordine creativo” continua a risuonare nelle analisi e negli editoriali dei guerrieri dell’iper-liberalismo. Forse potremmo considerare la semplice variante che ha il merito della semplicità, se non dell’evidenza: il disordine distruttivo. Dimostrata da Kiev, chiudendo la questione.

10421602Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia ed Egitto rilanciano la cooperazione strategica

Boris Dolgov Strategic Culture Foundation 19/08/2014
Bu1_rbPIIAEhjXL.jpg largeAbdelfatah Said Husayn Qalil al-Sisi, Presidente dell’Egitto, ha visitato la Russia il 12 agosto. Il vertice è un importante passo dal forte impulso allo sviluppo delle relazioni bilaterali. I presidenti hanno raggiunto accordi per creare una zona di libero scambio con i Paesi eurasiatici e una zona industriale russa in Egitto nell’ambito dell’Asse del Canale di Suez Axis. Il nuovo segmento del canale sarà lungo 45 miglia, diramandosi dal canale attuale di 120 chilometri. L’estensione è necessaria per ridurre i tempi di attesa delle navi da una media di 11 ore a 3. Il rapporto tra Egitto ed Unione doganale di Russia, Bielorussia e Kazakhstan si stringe. La cooperazione militare continuerà con l’invio di corazzati e sistemi di difesa aerea in Egitto. I due Paesi uniscono gli sforzi nella ricerca spaziale. Nell’aprile 2014 un missile russo ha posto in orbita un satellite egiziano. L’Egitto aumenterà le esportazioni verso la Russia. Il turismo avrà nuovo impulso. L’agenda internazionale dei colloqui include problemi scottanti come la crisi in Siria, Iraq, Libia e l’aggravamento dello scontro nella Striscia di Gaza tra Israele e Palestina. L’Islam radicale esercita un’influenza crescente utilizzando il terrore come strumento di lotta politica. Egitto e Russia hanno una ricca esperienza nella lotta ai radicali islamici. La maggior parte degli egiziani percepisce al-Sisi come il leader che ha salvato il Paese dal pantano della guerra civile. Un conflitto interno si stava preparando durante la permanenza in carica del presidente islamista Muhammad Mursi. Al-Sisi era ministro della Difesa nel luglio 2013, quando ebbe supporto da forze politiche sinistra e liberali, dal partito salafita al-Nur, da Corte Costituzionale, Ministero degli Interni, Gran Mufti d’Egitto, università musulmana al-Azhar e dal patriarca della Chiesa copta ortodossa. Con questo ampio sostegno al-Sisi depose l’allora presidente Mursi che rappresentava i Fratelli musulmani. Quegli eventi appaiono nella storia dell’Egitto come la “Rivoluzione del 30 giugno” (il 30 giugno 2013 l’esercito inviò un ultimatum a Mursi).
Al-Sisi ha vinto le elezioni presidenziali del maggio 2014. I Fratelli musulmani furono esclusi dalla vita politica del Paese in quanto organizzazione terroristica, secondo la nuova costituzione approvata dal 98% dei votanti nel referendum del gennaio 2014. Abdelfatah al-Sisi, ministro della Difesa e capo dei servizi di sicurezza ebbe oltre il 96% dei voti. La vittoria fu senza precedenti nei 60 anni di storia dell’Egitto repubblicano, da quando il Paese divenne una repubblica nel 1953. Mosca fu la meta del suo primo viaggio all’estero come ministro della Difesa, incontrando il Presidente Putin nel febbraio 2014. Da parte del suo popolo il Presidente russo sosteneva il “successo” dell’alto ufficiale egiziano nella corsa presidenziale della nazione. Il rapporto tra i due Paesi ha radici storiche. Abdelfatah al-Sisi gode di un forte sostegno tra coloro gli eredi dell’ex-Presidente Gamal Abdel Nasser, per esempio il Fronte di salvezza nazionale, tra cui al-Wafd (partito della delegazione), uno dei più antichi ed influenti partiti democratici liberali, il Partito arabo nasseriano e il movimento Tamarod (Ribellione) che rappresentano le forze di sinistra e liberaldemocratiche. In Egitto, al-Sisi viene spesso paragonato a Gamal Abdel Nasser che governò nel 1954-1970.
La politica filo-socialista di Nasser aveva lo scopo di mantenere la leadership dell’Egitto nel mondo arabo, e per contrastare la pressione neo-coloniale occidentale, si alleò all’Unione Sovietica. Luminosi esempi di cooperazione bilaterale sono la costruzione della diga di Assuan e il sostegno all’Egitto dall’URSS quando Gran Bretagna, Francia e Israele intervennero contro questo Paese nel 1956. L’attacco fu fermato dall’Unione Sovietica che sottolineò il diritto d’intervenire e colpire gli aggressori. Il popolo egiziano ricorda il sostegno dell’URSS in quei giorni. Molto spesso i manifestanti di Cairo portano insieme le tre immagini di al-Sisi, Nasser e Putin. Il mondo è assai cambiato dai tempi di Nasser, ma il neo-colonialismo è ancora vivo. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno sospeso gli aiuti finanziari e militari all’Egitto dopo che Mursi fu rovesciato, l’ex-presidente attuava una politica estera filo-occidentale, in particolare verso la Siria. La caduta di Mursi non ha soddisfatto gli interessi degli Stati Uniti, quindi ne hanno etichettato la deposizione come “violazione della democrazia e golpe militare”. L’Unione africana pose fine all’adesione dell’Egitto all’organizzazione. Ma l’Egitto fu irremovibile nel ripristinare la propria posizione di leader del mondo arabo e centro di potere regionale.
Dopo gli eventi in Crimea e Ucraina, la Russia affronta lo stallo con l’occidente. Gli eventi internazionali fanno presumere che non sia l’ultimo confronto. Per contrastare tale sfida, la Russia ha bisogno di alleati esterni al mondo occidentale, in Asia, America Latina e Africa. Con la sua lunga storia di legami con la Russia, l’Egitto, nazione araba leader, può divenire un alleato dei russi.

C95FA882-1E5B-4D41-9DF0-8265588995CD_mw1024_s_nLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sveglia, i cinesi arrivano!

MK Bhadrakumar - 18 agosto 2014  modi-12C’è molta lavorio per la visita del presidente cinese Xi Jinping in India, il mese prossimo. E’ difficile ricordare un tale traffico per un vertice India-Cina. Dev’essere l’effetto ‘Modi’, basti dire che Pechino si appresta alla visita di Xi con grandi aspettative sulla svolta storica nelle relazioni con l’India. Cruciali nei colloqui preparatori tra Delhi e Pechino, saranno le consultazioni a Pechino del ministro del Commercio Nirmala Sitharaman, ai primi di settembre, poco prima della visita di Xi. Seetharaman è stato a Pechino di recente, accompagnato dal Vicepresidente MH Ansari. La seconda visita così ravvicinata, suggerisce che questioni commerciali e d’investimento domineranno l’agenda di Xi nei colloqui con il Primo ministro Modi. La visita di Xi offre la grande opportunità all’India d’attrarre investimenti cinesi in volumi molto più grandi di quanto è stato finora. L’espansione all’estero degli investimenti della Cina è iniziata solo circa un decennio fa, ma la media annuale che si attestava a quasi 3 miliardi di dollari nel 2005, è aumentata in modo esponenziale toccando i 90 miliardi già l’anno scorso. In effetti, questa ondata contrasta con i livelli decrescenti degli FDI globali. La Cina è oggi uno dei principali esportatori mondiali di investimenti diretti. Lo spread è semplicemente da mozzafiato, come l’Heritage Foundation Investment Tracker Map presenta qui. Le tendenze sono abbastanza chiare. La Cina traduce seriamente la sua ricchezza, accumulatasi negli ultimi decenni da maggiore potenza commerciale mondiale, in potenza economica globale. La quota dell’India è gracile, nemmeno mezzo miliardo di dollari. Dovrebbe avvertire il fatto che gli Stati Uniti, nonostante la tanto declamata strategia del ‘perno’ bla bla, abbiano attirato 15 dei 90 miliardi di dollari, l’anno scorso, divenendo di gran lunga la prima destinazione degli investimenti cinesi globali. Gli esperti indiani avrebbero qualcosa su cui rimuginare seriamente. L’aumento degli investimenti cinesi è destinato a continuare. Xi intende liberalizzare i flussi finanziari, e gli Stati Uniti sperano di attirare i liberalizzati flussi di investimenti esteri cinesi prestandovi maggiore attenzione e tenendo in considerazione il potenziale d’investimento quale acceleratore di forti relazioni USA-Cina. (qui).
Il governo UPA, al contrario, fu nervoso. Ora le recenti dichiarazioni di Sitharaman suggeriscono che il governo Modi è fiducioso nel compiere quest’atto di fede. Naturalmente è necessario un occhio più esigente, sempre in materia di investimenti stranieri nella nostra economia, non importa da dove provengano. Senza dubbio, i supremi interessi della sicurezza nazionale prevarranno. Ma detto ciò, un bilanciamento sagace è necessario, anche perché non c’è Paese che abbia un surplus investimenti come la Cina; è disposta a concedere finanziamenti e, innegabilmente, gli investimenti cinesi potrebbero rilanciare crescita ed occupazione, divenendo un0importante fonte dell’occupazione in India. Gli investimenti riguarderanno anche il problema dello squilibrio commerciale bilaterale. Lo spin-off politico è evidentemente svolto dagli investimenti cinesi, che non infondono più paura, ma cominciano a sembrare ‘normali’ e banali azioni di mercato. L”ordinarietà’ degli investimenti cinesi in India è certamente una prospettiva futura, ma in termini immediati vi sono grandi decisioni da prendere. Xi ha esteso l’invito alle Maldive ad aderire al progetto di Via della Seta Marittima, nella riunione con il Presidente Abdulla Yameen, a Nanchino. La Cina ha già invitato l’India a partecipare al progetto, ma il governo UPA non poteva prendere tale grande decisione prima di essere sostituito. Pechino ha mostrato interesse nell’adesione dell’India al progetto della Via della Seta Marittima. Un modo di guardare all’iniziativa cinese è considerarla (con disposizione predeterminata, forse) la conferma dell’ambizione del Paese d’emergere come grande nazione marittima. Se questo è l’obiettivo della Cina, è naturale. Ma un grave problema sorge se si dovesse caricarlo anche del gioco delle grandi rivalità. In secondo luogo, vi è una nozione fantasiosa tra i nostri esperti, incoraggiata senza dubbio dagli analisti occidentali, che il progetto cinese sfiderebbe le ambizioni indiane come supremo signore dell’Oceano Indiano. In realtà, però, l’iniziativa cinese della Via della Seta Marittima deve essere vista sullo sfondo del ‘perno in Asia’ degli Stati Uniti, che Pechino ritiene una malcelata strategia del contenimento contro la Cina. La spinta strategica dell’iniziativa della Via della Seta Marittima si basa sulla costruzione di una serie di accordi tra la Cina e i Paesi di Asia sud-orientale, Asia meridionale, Asia centrale, Eurasia, Golfo Persico e Asia occidentale, al fine di ‘neutralizzarli’, se non coltivarne amicizia, oltre ovviamente a sviluppare scambi e legami economici reciprocamente vantaggiosi, evitando l’emersione di una falange regionale guidata dagli Stati Uniti schierata contro la Cina.
Non ci vuole molto per capire che la spinta del progetto è nel contenuto economico, perché in tale ambito i fattori del vantaggio Cinese si ritrovano nel ‘sedurre’ i Paesi di queste regioni dalle diverse culture, sistemi politici e storia, affinché passino alla piattaforma comune della Cina. Pechino calcola giustamente che apporterebbe una certa ‘addizionalità’ che Stati Uniti ed Europa semplicemente non possono corrispondere, nel commercio e negli investimenti, integrandosi bene con gli obiettivi nazionali di sviluppo dei questi Paesi (come Turchia, Qatar, Iran, Mongolia, Uzbekistan, Pakistan, Maldive, Sri Lanka e Malaysia). La Cina non è così stupida da sperare di esercitare un’egemonia da ‘Grande Fratello’ su clienti difficili come Turchia, Iran, Uzbekistan, Sri Lanka e Malaysia, noti per il loro nazionalismo convinto e senso d’indipendenza. Né è nel DNA della Cina formare alleanze militari. Pertanto, fare un parallelo con le potenze coloniali dei secoli 17° e 18° significa travisare la storia moderna. La grande ondata di nazionalismo e liberazione del 20° secolo continua a modulare la politica mondiale e Pechino non può che esserne a conoscenza. D’altra parte, se l’India dovesse rimanere fuori dalla Via della Seta Marittima, rischia di perdervi notevolmente. Oltre a un possibile totale isolamento nella regione dell’Asia meridionale, è al cento per cento sicuro che Bangladesh, Nepal, Myanmar, Sri Lanka, Maldive, Pakistan saranno attratti dalle lusinghe dello sviluppo delle infrastrutture finanziato dai cinesi; l’India deve anche prevedere che l’iniziativa cinese sarà l’unico spettacolo in città per molto tempo. USA e Unione europea non avranno l’interesse (o la capacità) di entrare in una tale intensa cooperazione economica con i Paesi asiatici (che non sono d’importanza vitale quanto i collegamenti lo sono per la Cina). L’India può corrispondere alla Via della Seta Marittima cinese con un’iniziativa altrettanto seducente? Beh, no.
A mio avviso, la vera sfida dei responsabili politici indiani fu la lunga assenza di una visione sana della cooperazione regionale, come invece ha la Cina. Non si può negare il fatto che l’India abbia trascurato il SAARC. SAARC e SCO sono casi da manuale di come il formidabile ritardo storico e il lavoro incompiuto attuali possano  essere superati dal solo senso delle priorità politiche regionali con un ‘quadro generale’ sullo sfondo. Fortunatamente, però, l’India rientra oggi nella nuova alba della politica regionale. Tutto indica che l’adesione dell’India alla SCO probabilmente si materializzerà a settembre. Sempre a settembre, Xi potrebbe rinnovare l’invito a Modi di aderire all’Asian Investment Development Bank e al progetto della Via della Seta Marittima. La sfida di Sitharaman da ministro con doppio incarico, nel commercio e nella finanza, con un ruolo centrale nella preparazione della visita di Xi, sarà capire come i suddetti piani a settembre possano effettivamente correlarsi e divenire un vantaggio strategico dell’India tramite una complementarità con le priorità dello sviluppo nazionale del governo Modi.

modi-jinping_650_072114094947Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Australia rimane un lacchè degli Stati Uniti, mentre il Brasile firma contratti enormi

Valentin Vasilescu, Reseau International, 16 agosto 2014
89d4f16c-1891-4721-959a-d858d8cc315fIn un’intervista pubblicata da The Telegraph, l’ex-primo ministro australiano John Malcolm Fraser ritiene che l’Australia debba tagliare i legami con gli USA ed essere completamente indipendente dagli Stati Uniti. Primo ministro nel 1975-1983, il liberale Fraser permise all’Australia di vivere il migliore periodo di prosperità. Così le opinioni di Fraser sono molto seguite dalla stampa australiana e inglese. Il paradosso è che il primo ministro Fraser era un sostenitore dell’espansione dell’alleanza militare con gli Stati Uniti. Introdusse l’Australia nell’alleanza segreta delle “cinque orecchie” (Stati Uniti, Inghilterra, Nuova Zelanda, Canada e Australia). Ricordiamo che la NSA ha costruito una rete SIGINT in tutto il mondo assieme a Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, composta da stazioni riceventi dotate di decine di antenne paraboliche con diametro di 33 m. Tale rete, denominata ECHELON, era volta a intercettare, registrare e analizzare il traffico telefonico, fax, radio e dati raccolto dai satelliti spia statunitensi. Fraser spiega il suo atteggiamento sull’alleanza con gli Stati Uniti durante la guerra fredda, affermando che era una barriera all’espansionismo sovietico. Secondo il trattato ANZUS degli anni ’50, gli australiani furono costretti ad inviare truppe in Vietnam, Iraq e Afghanistan su richiesta degli Stati Uniti. Ma l’Unione Sovietica si disintegrò nel 1991, e con essa la minaccia globale scomparve. Tuttavia gli USA ampliarono Echelon modificandolo molto, divenendo esso stesso una minaccia. La differenza tra il periodo attuale e la guerra fredda, quando c’erano due superpotenze, è che oggi gli USA vogliono essere il capo militare ed economico e non hanno alcuna intenzione di lasciare tale posizione, a rischio di scatenare la terza guerra mondiale. Il coinvolgimento statunitense in Medio Oriente, con tutto ciò che accade in Siria e in Iraq, sembra essere il culmine del fallimento della politica statunitense. E’ tempo per l’Australia di evitare le guerre imperialiste statunitensi, ha detto Fraser.
Secondo l’ex-primo ministro John Malcolm Fraser l’alleanza con gli Stati Uniti non è più utile per il futuro dell’Australia e la dipendenza militare dagli Stati Uniti deve essere eliminata prima che l’Australia sia coinvolta in una guerra contro la Cina. Ciò non significa che l’alleanza con gli Stati Uniti debba essere sostituita da una con la Cina, ma che l’Australia deve garantirsi che australiani e cinesi non siano nemici, anche se gli USA lo volessero. Negli ultimi 25 anni, economicamente la Cina è riuscita a dimostrarsi l’alternativa più valida per l’Australia rispetto a Giappone, Unione europea e Stati Uniti. L’importazione massiccia di materie prime come minerale di ferro, carbone e gas liquefatto in Cina per 68 miliardi di dollari all’anno, aiuta l’economia australiana a non sentire gli effetti dolorosi della recessione globale e ad avere un tasso di crescita annuo del 4-5%. A differenza della Cina, gli Stati Uniti hanno imposto tariffe preferenziali attraverso il trattato AUSFTA, all’importazione di cereali, ortaggi, frutta, carne, tabacco, cotone e tessuti australiani, per un valore di 9,2 miliardi di dollari USA all’anno. Washington ha cercato invano per anni d’imporre misure per eliminare, con la forza, l’Australia quale importante fonte di materie prime della Cina. L’amministrazione Obama usa il pretesto che il governo Abbott dovrebbe allinearsi alla politica statunitense sulle cosiddette misure per la riduzione del riscaldamento globale.
In occasione del sesto vertice dei BRICS tenutosi il 14-16 luglio 2014, la Presidentessa del Brasile ha proposto alla Cina un paio di progetti d’investimento di grandi dimensioni, a cui ha risposto immediatamente. Tra i 298 passeggeri morti nell’incidente aereo in Ucraina il 17 luglio, vi erano 28 australiani. Vero incidente o complotto degli statunitensi, il primo ministro australiano Tony Abbott ha accusato, con veemenza e senza prove, la Russia e le forze di auto-difesa di aver abbattuto il Volo MH17 con un missile antiaereo, con l’intenzione di inviare in Ucraina orientale truppe per operazioni speciali australiane, naturalmente dirette contro le forze di autodifesa fiancheggiando l’esercito ucraino. Ciò ha irritato la Cina, socio nei BRICS della vicina Russia e le conseguenze non tardano a comparire. La Cina, che acquista oltre il 60% del minerale di ferro venduto ogni anno in tutto il mondo, ha dato una risposta positiva alle proposte del Brasile e deciso di passare dalle importazioni dall’Australia a quelle dal Brasile. Il Brasile è un membro dei BRICS, seconda fonte di minerale di ferro nel mondo e sesta economia mondiale dal 2011, quando superò l’Inghilterra.  Pertanto, la società siderurgica cinese Wuhan sposta i suoi impianti siderurgici in Brasile acquistando azioni della seconda maggiore società mineraria brasiliana MMX (Mineracao & Metalicos). Wuhan ha investito nella costruzione del nuovo porto brasiliano di Acu, dalla superficie di 90 kmq e con l’acciaieria più moderna di tutte per la produzione dell’acciaio per costruzioni navali. Il gruppo cinese Baosteel ha investito a sua volta nelle azioni della Brasileira de Metalurgia e Mineracao (CBMM), il più grande produttore mondiale di niobio. Il Niobio è un metallo raro usato per avere acciai fortemente temprati. La logica cinese è elementare. Invece d’inviare 5 carichi di minerale di ferro, uno di carbone e uno di petrolio dall’Australia per produrre acciaio in Cina, è meglio usare minerale di ferro, petrolio, energia e lavoro brasiliani nel nuovo complesso siderurgico costruito dai cinesi in Brasile. Poi, solo una nave trasporterà i prodotti in acciaio in Cina, e il Brasile beneficerà anche della produzione d’acciaio per sviluppare la propria industria automobilistica.
Reagendo alla decisione della Cina, Tony Abbott ha cancellato i colloqui con gli omologhi cinesi sul rapido miglioramento delle relazioni bilaterali nella Difesa che permettesse una presenza militare cinese in Australia. La fregata australiana HMAS Warramunga era stata invitata per la prima volta a partecipare alle esercitazioni con navi della marina militare cinese. Queste manovre si sono svolte nel Mar Giallo, al largo delle coste nord-orientali della Cina, dove navi statunitensi, giapponesi e sudcoreani non furono mai invitate.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“L’inaffondabile portaerei” attraccherà mai nell’Estremo Oriente russo?

Andrew Korybko (USA)  Orientale Review 16 agosto 2014

42422Quando si pensa al nord-est asiatico e ai suoi attori politici, in genere non si pensa alla Russia nonostante il Paese occupi una quota enorme delle coste del Pacifico e confini con Cina, Corea democratico e Giappone (confine marittimo). Ciò è in gran parte attribuibile alla mancanza di attenzione ai vicini orientali dalla fine della Guerra Fredda. Tuttavia, ciò che è iniziato come  graduale svolta a Est, pochi anni fa, ora ha assunto nuovo slancio nel contesto della recente aggressione economica e politica dell’occidente alla Russia. Di conseguenza, le ultime mosse della Russia possono essere viste come perno sull’Asia. Anche se la relazione strategica dal 1996 con la Cina è alla base di tutto, non si dovrebbe presumerlo come intero pivot. Piuttosto, la Russia ha un forte interesse a collaborare con il Giappone (come il Giappone con la Russia), ma la controversia sulle Isole Curili, fabbricata dagli Stati Uniti, è stata strategicamente utilizzata per ritardare il riavvicinamento bilaterale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Se il Giappone ha il coraggio di tranciare le catene politiche gli Stati Uniti e cedere le pretese sulle Curili del Sud, potrà liberarsi dall’ordine mondiale unipolare, anacronistico e soffocante, ed iniziare a inserirsi nella dinamica multipolare.

Breve excursus
La saga delle Isole Curili inizia nel 1855 quando Russia e Giappone firmarono il trattato di Shimoda, che concesse il controllo al Giappone delle quattro isole attualmente contese, mentre la Russia legittimava il suo controllo sul resto. Si divisero anche l’isola di Sakhalin. Questa disposizione fu cambiata in base al trattato di San Pietroburgo del 1875, quando alla Russia fu concessa tutta Sakhalin in cambio della cessione delle Curili al Giappone. 30 anni dopo, il trattato di Portsmouth del 1905, che pose fine alla guerra russo-giapponese, ancora una volta concesse la metà meridionale di Sakhalin al Giappone, a cui rimase fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Nei giorni crepuscolari della guerra, secondo l’accordo di Jalta raggiunto dai Tre Grandi nel febbraio 1945, l’Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone e inviò le sue forze a riprendersi l’intero arcipelago delle Curili. E qui è il pomo della discordia, il Giappone ha dichiarato che le quattro isole in questione non fanno parte delle Curili e che l’URSS non avrebbe dovuto prenderne il controllo. Gli Stati Uniti, essendo l’occupante nel dopoguerra del Giappone ed esercitandovi la sovranità, ovviamente influenzarono la posizione di Tokyo nel suo atteggiamento politico regionale nella Guerra Fredda. Il fallimento dell’URSS (e ora Russia) e del Giappone nel firmare un trattato di pace formale ne ostacola i rapporti e da allora ciò è d’ostacolo ad una maggiore interazione post-Guerra Fredda.

Piccole isole, grande importanza
Russia: Quelle che possono sembrare isolette per la maggioranza delle persone sono in realtà dei pezzi molto importanti per i geostrateghi. Per i sovietici, la Curili forniscono una posizione difensiva contro il partner della mutua sicurezza del Giappone, gli USA, così impedendo a tale banda di controllare l’accesso al Mare di Okhotsk. Dopo la Guerra Fredda, tuttavia, divenne importante parte integrante dello Stato russo, che ormai affrontava minacce all’integrità territoriale nel Caucaso settentrionale. Per via delle guerre secessioniste in Cecenia, lo Stato russo è irremovibile nel proteggere tutti i territori da esso amministrati, comprese le Curili. Nel caso in questione, Medvedev visitò Kunashir, una delle isole rivendicate dal Giappone, nel 2012 e disse che l’intero arcipelago delle Curili è “parte importante della regione di Sakhalin e del territorio russo“.
Giappone: vede ancora le quattro isole Curili del Sud come parte dei suoi ‘Territori del Nord’ illegalmente occupate dalla Russia, una visione che gli Stati Uniti appoggiano. Per un Giappone in cui si risveglia il latente sentimento nazionalista, la questione delle Isole Curili può galvanizzare il pubblico nazionale e distrarlo dall’amara realtà economica. Il Giappone promuove la ‘Giornata dei Territori del Nord’ e inoltre recentemente ha istituito l’Ufficio di Pianificazione e Coordinamento della sovranità territoriale, mostrando così l’importanza che l’élite politica giapponese assegna alle diverse dispute territoriali di Tokyo con i suoi vicini, anche con la Russia.

Due sono una coppia, tre una folla
Se lasciati da soli, senza l’ostruzione di terze parti, Russia e Giappone avrebbero probabilmente già risolto la questione, ma gli Stati Uniti hanno interesse affinché ciò non accada. Si capisce che più il Giappone si comporta da attore indipendente seguendo politiche basate sui propri interessi, tanto meno gli Stati Uniti potranno influenzare la loro “portaerei inaffondabile” e quindi la regione nel complesso. Il riavvicinamento tra Russia e Giappone e la paralizzante influenza statunitense in Asia orientale, è uno degli incubi della politica estera statunitense in Eurasia, quindi, usa la sua influenza per fare sì che l’élite politica filo-statunitense del Giappone continui, e occasionalmente infiammi, la questione delle Curili per evitarli.

Demis-kurils-russian_namesGas per gli investimenti
Russia e Giappone in realtà hanno condivisi interessi nazionali su crescenti relazioni, così da rendere ancora più innaturale la questione delle Curili che si trascina da tempo, dimostrando il forte grado d’influenza degli Stati Uniti nel processo. Il Giappone consuma enormi quantità di risorse naturali, quasi tutte importate dall’estero, ed è il primo importatore di GNL del mondo. La domanda globale di gas naturale dovrebbe aumentare più velocemente di qualsiasi altra risorsa naturale,  aumentando del 64% tra il 2010 e il 2040, e il Giappone sicuramente rimarrà tra i primi consumatori. Questo è ancor più vero ora che l’industria nucleare, già predominante, ha subito un’importante battuta d’arresto con il disastro di Fukushima, anche se il Giappone flirta con l’idea di riattivare i suoi reattori. La Russia, gigante mondiale del gas, può facilmente soddisfare il crescente fabbisogno energetico del Giappone senza grandi sforzi. Oltre ad inviare GNL, potrebbe più convenientemente costruire un oleodotto direttamente da Sakhalin a Hokkaido. In cambio di una tale manna gasifera dalla Russia, il Giappone potrebbe essere allettato nel sviluppare la stagnante economia nell’Estremo Oriente russo, la cui crescita tramite l’aiuto degli Stati dell’Asia orientale è una delle priorità nazionali russe. Visto attraverso questo prisma reciprocamente vantaggioso, aumentare i legami russo-giapponesu è vantaggioso per entrambe le parti ed è nell’interesse logico di ogni attore.

Etero-dirigere l’Asia nordorientale
La strategia primaria degli Stati Uniti per impedire che Russia e Giappone approfondiscano la loro cooperazione energetica è cooptare il Paese con fantocci eterodiretti (LFB). Si pretende che il Giappone prenda l’iniziativa di adempiere agli obiettivi geopolitici statunitensi, cui le sue élite sono indotte erroneamente a credere vantaggiose anche per esse. Parte integrante di tale approccio è creare una strategia della tensione tra Giappone, Russia e (soprattutto!) Cina, infiammata dalla recentemente rinnovata insistenza di Tokyo sulle rivendicazioni territoriali di entrambi gli Stati.  Non sono Russia e Cina a voler cambiare la mappa dell’Asia nordorientale, ma il Giappone, spinto dagli Stati Uniti al fine di compensare entrambi questi titani e impedirne legami costruttivi con la loro “portaerei inaffondabile”. Il Giappone condivide anche certe somiglianze con la Turchia, il modello degli Stati Uniti di partner eterodiretto. Turchia e Giappone sono potenze regionali dai pruriti egemonici e d’influenza sulle loro ex-sfere, e i loro leader hanno una visione specifica di come trasformare i loro Paesi. Mentre Erdogan spera di consolidare il potere cambiando la costituzione e promuovendo il neo-ottomanismo, Abe reinterpreta la costituzione per rimilitarizzare il Giappone ed s’è appassionato al controverso revisionismo storico del Giappone imperiale. Mentre apparentemente intraprendono delle trasformazioni per rafforzare l”indipendenza’ dei loro Paesi, in sostanza tutto ciò che fanno li rende vassalli dell’unipolarismo statunitense che incespica sul mondo multipolare, perseguendo il vantaggio dei loro patrocinatori.

Lo spauracchio russo
Gli Stati Uniti hanno cercato di spaventare il Giappone facendogli pensare che una maggiore cooperazione energetica con la Russia consentirebbe a Mosca d’influenzare le politiche di Tokyo. Non solo ciò è ipocrita, detto dagli Stati Uniti (che ancora è la guida ufficiosa degli affari esteri del Giappone), ma è anche palesemente falso. La guerra delle sanzioni dell’UE contro la Russia dimostra che i Paesi clienti possono ancora provare ad influenzare una politica contraria ai loro partner, a prescindere dalle conseguenze economiche, se ideologicamente motivati. In ogni caso, non è previsto che il Giappone nemmeno si muova in tale direzione e presto, perché ha già aderito al carro delle sanzioni contro la Russia, su istigazione degli Stati Uniti. Inoltre presumibilmente esigerebbe anche che la questione delle isole Curili sia risolta in suo favore, prima di perseguire qualsiasi approfondimento delle relazioni, cose che, come le recenti esercitazioni militari russe suggeriscono, non accadrà.

Conclusione
Gli Stati Uniti da tempo sabotano la possibilità di un riavvicinamento sovietico/russo-giapponese post-seconda guerra mondiale, fabbricando appositamente la controversia sulle Isole Curili, il primo e più lungo dei ‘conflitti congelati’ post-Seconda guerra mondiale, per respingere tale prospettiva.  Come si vede, cooptando il Giappone e la sua leadership nel quadro della LFB dispiegato in tutto il mondo, gli Stati Uniti hanno ora incaricato i loro ascari d’attivare controversie destabilizzanti con Russia e Cina, anche se contrari agli interessi nazionali del Paese. Con un Abe filo-statunitense e revisionista a governare la “portaerei inaffondabile”, il Giappone non potrà mai raggiungere l’inevitabile destinazione multipolare, poiché per farlo per prima cosa dovrà rinunciare irrevocabilmente alle pretese sulle Curili senza precondizioni, e cooperare strategicamente, ad alto livello, con il motore dell’ordine mondiale in evoluzione, la Russia.

Vladimir Putin, Shinzo AbeAndrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, ed attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 344 follower